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Full text of "Storia della Toscana, compilata ed in sette epoche distribuita dal cav. Francesco Inghirami"

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me:.-^ 


STORIA 


DELLA 


COMPILATA 


DAL    CAV. 

FRAIVCESCO  IIVGHIRAMI 


TOMO   9. 


POLIGRAFIA  FIESOLANA 

DAI    TORCHI    DEL  L**  AUTORE 

1843 


\,.V\<^ 


STORIA 


DELLA 


¥®  S(a  AMii 


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BALL* ANNO  1 1 1  5  AL  1530  DOPO  O.  CE, 


iDsi  iMim  wMmiBmM^i^m 


AVVENIMENTI  STORICI 

EPOCA     V. 


CI4ÌIPIISDILD   SM; 


Alt,  1501    di  G.  Cr. 

5.  I.  1j a  libertà  toscana  parea  minacciata  della 
estrema  rovina.  Una  invincibile  gelosìa  accusava 
tutti  i  vicini  di  Firenze  e  fai^evali  cospirare  alla 
rovina  di  lei^  un  generale  fermento  faceva  teme- 
re nuove  rivoluzioni  tra  i  sudditi  dei  fiorentini^ 
la  instabilità  d"*  un  governo  che  riunovellavasi 
ogni  due  mesi,  e  che  non  consertava  per  verun 
rispetto  le  vecchie  politiche  tradizioni,  teneva  in 
pari  diffidenza  gli  stranieri  ed  i  cittadini.  Vene- 
zia aveva  preso  a  proteggere  la  famiglia  Medici, u- 
^surpalrice  della  tirannide  in  Firenze,  la  quale  vo- 
]ea  risalire  sul  trono*,  il  duca  di  Milano  e  il  re  di 
Napoli  più  non  temevano  a  vicenda  le  lance  del- 
l'Italia^ e  il  re  di  Francia  ch''era  soltentrato  a 
quello,  e  stava  per  atterrare  Taltro,  più  non  pro- 
teggeva la  repubblica^  il  papa  che  era  il  più  pros- 
simo vicino  di  Firenze  era  pure  il  di  lei  più  peri- 

1  • 


6,  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1501, 

coloso  nemico,  mirando  ad  assoggettare  la  To- 
scana a  Cesare  Borgia.  La  repubblica  fiorentina 
costretta  dall'irapoveriniento  a  deporre  le  armi, 
parea  comprovare  a''snoi  vicini  le  pacifiche  sue 
disposizioni,  ed  in  vece  somministrò  per  P  ap- 
punto con  tal  atto  a  Cesare  Borgia  il  pretesto 
che  questi  desiderava  per  cominciare  le  ostilità. 
Il  Borgia  duca  di  Valentino,  dopo  avere  occupata 
Faenza,  disponevasi  ad  assaltare  Giovanni  Benti- 
voglio  signore  di  Bologna,  quando  il  condottiere 
Ranuccio  di  Marciano,  licenziato  dai  fiorentini, 
passò  al  soldo  di  questo  signore  colla  sua  com- 
pagnia. Cesare  Borgia  sì  dolse  subito  altamente 
perchè  la  repubblica  inviava  aiuti  ai  suoi  nemici, 
cercando  soltanto  di  travisare  la  perfidia  con  una 
troppo  comune  astuzia  (i).  Egli  si  era  inoltrato 
verso  i  confini  del    bolognese  fino  a  Castel  san 
Piero   sulla  strada  d' Imola  ,  dove  ebbe  ordine 
da  Lodovico  XII  di  non  assalire  il  Bentivoglio, 
poiché  sVra  dato  in  fede  e  protezione  alla  Fran- 
cia. Il  Borgia  però  valendosi    dello  spavento  in- 
cussogli, fecesi   promettere    dal  Bentivoglio  un 
tributo  di  novemila  ducati,  e  T  obbligò  pure  a 
somministrargli  cento  uomini  d''arme,  e  duemila 
fanti  per  valersene  poi  contro  Firenze^  ma  il  du- 
ca di  Valentino  ancor  non  avea  divisato  di  trat- 
tenersi lungamente  per  soggiogare  Bologna.  Fi- 
renze era  Toggetto  dei  suoi  apparecchi^  egli  aveva 
condotto  al  suo  soldo  Vilellozzo  Vitelli  signore 
di  Città  di  Castello,  che  ardentemente  desiderava 
di  vendicar  la  morte  di  Paolo  suo  fratello,  e  gli 
Orsini  parenti  ed  alleali  dei  Medici  (ii). 


^rt.    1501.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  7 

g.  2.  Fino  dal  gennaio  del  presente  anno  ave- 
va Cesare  mandati  a  Pisa  alcuni  rinforzi  sotto  gli 
ordini  di  Ranieri  della  Sassetta  e  di  Pietro  Gam- 
bacorti. Poich'ebbe  terminata  la  conquista  della 
RoQiagna,  mandò  a  Pisa  altre  soldatesche  coman*« 
date  da  Oliverolto  da  Fermo  favorito  di  Vitelloz- 
zo  e  riputatissimo  tra  i  di  costui  luogotenenti  (3). 
Girolamo  de\>Iedici  s^era  portato  fino  a  Bologna 
per  abboccarsi  col  Borgia,  il  quale  sperava  di  ar- 
mare col  di  lui  mezio  contro  la  repubblica  tutti 
i  partigiani  della  esiliata  famiglia.  Ben  s''avvisava 
il  Borgia  che  i  Medici  sarebbero  sempre  disposti 
ad  accettare  anche  alle  più  vergognose  condizioni 
qualunque  si  fosse  parte  della  sovranità  delia  To- 
scana che  offrisse  loro;  ed  in  fatti  Giuliano  dei 
Medici,  dopo  aver  fatti  i  suoi  accordi  con  Cesare 
Borgia,  partì  per  le  poste  alla  volta  della  Francia, 
onde  persuadere  Lodovico  XII  a  rifiutare  ogni 
soccorso  ai  fiorentini  (4).  Pure  tutte  le  mosse  del 
Valentino  dovean  dipendere  dai  vasti  progetti 
che  Lodovico  XII  avea  formati  contro  Napoli,  e 
di  già  l'esercito  destinato  a  tale  impresa  comin- 
ciava a  porsi  in  cammino.  La  più  forte  schiera 
condotta  dal  d'Aubignì  doveva  attraversar  la  Ro- 
magna e  raccogliervi  le  truppe  francesi,  che  sotto 
il  comando  d''Ivone  d''AIlegreavean  fin'allora  mi- 
litalo pel  duca  di  Valentino;  un^altra  schiera  con- 
dotta dal  balivo  d"'Occan  doveva  batter  la  strada 
della  Lunigiana,  passare  a  Pisa,  ed  unirsi  nella 
stato  di  Piombino  con  Cesare  Borgia,  che  s'era 
obbligato  a  seguire  i  generali  francesi  nel  regno 
di  ^"apoli.  E  per  l'appunto  in  occasione  di  questa 


8  AVVENIMENTI  STORICI  i^rt.    1501. 

sua  mossa  alla  volta  di  Piombino,  il  Borgia  pen- 
sava di  dar  compimento  alle  rivoluzioni  di  cui 
minacciava  la  Toscana.  Cesare  Borgia  entrò  in 
que  sta  provincia  dalla  parte  di  Bologna  con  set- 
tecento uomini  d^arme  e  cinquemila  fanti,  facen- 
do sapere  alla  repubblica  (iorentina,ch''egli  voleva 
attraversare  il  di  lei  territorio  come  amico  per 
recarsi  a  Roma,  e  chiedevale  i  viveri,  pagandoli 
a  contanti.  Ma  poich*'ebbe  passate  le  gole  delle 
montagne  e  fu  arrivato  a  Barberinc,mutò  linguag- 
gio. Disse  di  non  potersi  dare  a  divedere  amico 
della  repubblica,  intìno  a  tanto  che  non  la  vedesse 
retta  da  un  governodel  quale  potesse  fidarsi;  sog- 
giunse che  la  chiamata  de'^Medici  pareagli  la  sola 
cosa  atta  a  creare  in  Firenze  uno  stabile  gover- 
no, e  perciò  chiedeva  che  Pietro  de'Medici  venis- 
se rimesso  in  tutta  Pautorìtà  che  aveva  ottenuta 
per  Paddietro.  Questi  stava  aspettando  a  Loiano, 
villaggio  posto  ai  confini  del  bolognese,  il  risulta- 
mento  di  tali  minacce.  In  olire  il  Borgia  chiedeva 
che  sei  cittadini  indicati  da  Vitellozzo  gli  fossero 
dati  nelle  mani,  onde  portare  la  pena  dell'ingiu- 
sta sentenza  pronunziata  contro  Paolo  Vitelliiche 
la  signorìa  si  obbligasse  a  non  soccorrere  il  signo- 
re di  Piombinole  finalmente  che  i  fiorentini  assol- 
dassero lui  medesimo  con  un  salario  conveniente 
all'alta  sua  dignità  (5). 

g.  3.  Sedeva  allora  in  Firenze  una  signorìa  che 
non  ispirava  né  rispetto,  né  confidenza;  molti  dei 
priori  eran  tenuti  in  sospetto  di  aver  fatti  segreti 
accordi  co'Medici  e  col  Borgia.per  abolire  il  gran 
consiglio  e  ritogliere  la  sovranità  al  popolo.    Non 


^/I.ISOI.         DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLI.  g 

v^era  alcun  cittadino  che  per  prevalenza  d'ingegno 
o  di  fama  potesse  assumere  egli  solo  il  limone 
del  governo;  e  perchè  la  cosa  pubblica  trovavasi 
di  vero  in  grandi  angustie,  niuno  ardiva  propor- 
re ferme  provvidenze  per  uscire  d''imbarazzo.  Vero 
è  che  la  signorìa  armò  una  parte  delle  milizie  del 
contado,  e  le  appostò  alla  loggia  de"*  Pazzi,  a  Fie- 
sole, ed  a  Bellosguardo  per  difendere  Firenze, 
ma  nello  stesso  tempo  vietò  qualunque  ostilità  , 
minacciò  di  punire  severamente  i  contadini  che 
opporrebbero  qualche  resistenza  ai  soldati  del 
Borgia,  ed  accordò  a  costui  di  attraversare  a  pic- 
cole giornate  il  territorio  fiorentino,  saccheggian- 
do e  guastando  lutto  quello  in  cui  s'abbatteva, 
sebbene  pretendesse  pur  sempre  dVssere  l'amico 
ed  il  confederato  della  repubblica.  Tra  i  capitani 
di  Cesare  Borgia  eranvene  due,  che  non  parevano 
fatti  per  inspirar  dilBdenza  ai  fiorentini;  eran  co- 
storo Raffaello  deTazzi  e  Marco  Salviati.  Amen- 
due  disceodevano  da  famiglie  illustri  per  la  con- 
giura del  1478,  ed  era  certamente  poco  probabile 
ch'ei  fosser  causa  comune  coi  Medici.  Tutlavolta 
la  vanità  offesa  delle  grandi  famiglie  suol  piutto- 
sto riconciliarsi  con  ogni  specie  di  tirannide  che 
col  governo  popolare,  I  due  figliuoli  di  coloro  che 
avevano  congiurato  a  prò  della  libertà,  congiura- 
rono per  Passolulo  potere,  e  di  conserva  coi  lo- 
ro amicidi  Firenze,stabilironoche  i  partigiani  dei 
Medici  si  renderebbero  padroni  del  palazzo,  men- 
Ire  chVssi  medesimi  coi  soldati  del  Vitelli  si  pre- 
senterebbero alle  porte  della  città  (6).  Questa 
trama  era  sul  punto  di  venire  a  termine,  quan- 


IO  AVVENIMETSTI   STORICI  'Art.   1501. 

do  Cesare  Borgia,  che  per  pochi  giorni  ancora 
poteva  trattenersi  in  Toscana,  e  che  ben  vedeva 
di  non  potere,  ia  sul  punto  di  partire  alla  volta 
di  ?9apcli;  cavarne  tutto  quel  partito  che  poteva 
sperarne  in  miglior  congiuntura,  amò  meglio  dif- 
ferir l'esecuzione  de''suoi  progetti^ed  approfittare 
del  terrore  de'suoi  magistrati  della  repubblica  fio- 
rentina per  estorcere  una  grossa  somma  di  de- 
naro. In  fatti  egli  si  fece  promettere  per  tre  anni 
Fannuo  soldo  di  36ooo  ducati,  promettendo  di 
tenere  trecent''uomini  d''arme,pronti  a  soccorrere 
la  repubblica  in  ogni  suo  bisogno^  costrinse  la  si- 
gnorìa a  dipartirsi  dalla  protezione  del  signore 
di  Piombino,  ma  non  si  ostinò  rispetto  al  doman- 
dato cambiamento  della  costituzione,  o  riguardo 
alla  sodisfazione  da  darsi  a  Vitellozzo  (7). 

g.  4'  Finalmente  il  4  luglio  Cesare  Borgia  en- 
trò nel  territorio  di  Piombino^  ma  siccome  pro- 
teggeva i  pisani,  ed  avea  spedito  Vitellozzo  a  Pisa 
per  provvedersi  di  artiglierìa,  così  fu  costretto  di 
far  desistere  i  pisani  che  erano  andati  ad  espu- 
gnar la  terra  delle  Riporaarance  nel  volterrano  , 
affinchè  lo  aiutassero  insieme  con  Vitellozzo  alla 
conquista  di  Piombino  (8).  Il  signore  di  questo 
piccolo  slato,  Giacomo  IV  d"" Appiano,  aveva  di  già 
devastato  il  proprio  territorio,  arsi  i  foraggi,  ta- 
gliati gli  alberi  e  le  viti,  e  distrutte  le  poche  fon- 
tane che  somministravano  acque  salubri  :  erasi 
in  appresso  chiuso  nel  Castel  di  Piombino  co''suoi 
più  affezionati  vassalh*,  e  con  altri  corsi  che  avea 
presi  al  suo  soldo.  In  pochi  giorni  Sughereto, 
ScarlinOj  l'Isola  delPElba  e  quella  di  Pianosa  si 


'Art*    1  501 .       DEI  TEMPI  REPUBB.  Ci  P.  XLI.  1 1 

arresero  al  duca  di  Valentino^  ma  il  castel  di  Piom- 
bino richiedeva  un  regolare  assedio.  Il  Borgia  vi 
si  pose  a  campo,  ma  dopo  molti  giorni  d'inutili 
oiì'ese  videsi  coslrettto  ad  allontanarsene  per  se- 
guire Tarmata  francese.  Nulladimeno  lasciò  ai  suoi 
luogotenenti,  Vitellozzo  e  Gian  Paolo  Baglioni, 
l'ordine  di  stringere  Tassedio.Giacomo  d'Appiano 
che  vedovasi  vicino  a  soggiacere  ,  e  che  temeva 
di  cadere  in  mano  del  crudele  Valentino,  portossi 
il  17  agosto  a  Livorno,  ed  in  appresso  a  Genova, 
sperando  di  poter  persuadere  i  genovesi  a  com- 
prare il  suo  piccolo  feudo,  e  di  porlo  in  tal  modo 
sotto  Tegida  possente  della  Francia;  ma  la  guar- 
nigione che  più   non  veniva  incorata  dalla  pre- 
senza del  principe,  si  arrese  il  giorno  tre  di  set- 
tembre, e  così  il  Borgia  pose  il  primo  fondamento 
della  sua  potenza  in  Toscana  (9),  Fatta  la  con- 
quista di  Piombino  dalle  armi  del  Borgia  duca  di 
Valentino,  vi  si  trasferì  nuovamente  col  papa  per 
mare  onde  trionfare  della  loro  vittoria.  A.  tal  ef- 
fetto fu  preparato  dai  piombinesi  un  superbo  pon- 
te in  mare,  dove  furono  i  medesimi  ricevuti  cou 
somma  accoglienza.il  duca  di  Valenlino.per  abo- 
lire per  quanto  era  possibile  la  memoria  degl'Ap- 
piani,  fece  scassare  le  loro  armi  e  tutte  le  iscri- 
zioni che  di  essi  ritrovavansi  perla  città.  Paifiroa 
poi  da  Piombino  tanto  il  duca  che  il  papa  alla 
volta  di  Siena  per  trasferirsi  a  Roma,  e  passati 
per  Massa,  quella  città  loro  fece  molli  onori  ed 
una  special  accoglienza  (io). 

g.5.  Kel  tempo  che  il  duca  di  Valentino  conqui- 
stava il  ducalo  di  l'rbinoje  slava  intento  alle  rivo- 


12  AVVENIMENTI  STORIOI  Jn,    1502. 

luzioni  che  scoppiavano  in  Toscana,  il  suo  luogo- 
tenente Vitellozzo  Vitelli  intavolava  pratiche  con 
alcuni  cittadini  d'  Arezzo  per  farsi  dare  in  mano 
la  città.  Guglielma  de'Pazzi,  ch'era  là  commissa- 
rio della  repubblica  fiorentina,  le  scoprì  e  fece 
arrestare  due  dei  più  colpevoli^  ma  il  partito  dei 
ribelli  ch''era  più  numeroso  ch*'egli  non  credeva, 
fece  levare  in  arme  tutta  la  città  (ii)  per  libe- 
rarli ^  ed  avendo  imprigionalo  il  commissario 
stesso  fiorentino  con  tutti  i  suoi  ufficiali,  gli  are- 
tini ristabilirono  lo  stesso  giorno,  quattro  giu- 
gno del  iSoa,  Tantica  loro  repubblica,  e  cinsero  di 
assedio  la  rocca.  Cosimo  de''Pazzi,vescoyo  d'Arez- 
zo e  figlio  del  commissario,  essendosi  chiuso  nel- 
la rocca,  fece  frettolosamente  chiedere  soccorsi  a 
Firenze,  ma  gli  ausiliari  dei  ribelli  erano  più  vi- 
cini ,  e  Vitellozzo  Vitelli  entrò  guasi  subito  in 
Arezzo  cogli  uomini  d'arme  di  Città  di  Castello. 
Gian  Paolo  Baglioni  signore  di  Perugia  lo  seguì 
immediatamente,  seco  lui  conducendo  Fabio  Or- 
sini, figliuolo  di  Paolo,  e  i  due  Medici  Pietro  e 
Giuliano  cardinale,  pronti  sempre  a  collegarsi 
con  tutti  i  nemici  della  lor  patria.  Pandolfo  Pe- 
Irucci  loro  mandò  da  Siena  danaro  ed  artiglieria, 
e  il  1 8  di  giugno  la  rocca  d'ArezzOjCbe  i  fiorentini 
non  avean  potuto  soccorrere,  dovette  arrendersi. 
Tutti  i  capitani  che  avevan  preso  parte  nella  ri- 
bellione d''Arezzo,  Vitellozzo  Vitelli,  gli  Orsini,  il 
Baglioni  e  il  Petrucci  erano  al  soldo  del  duca  di 
Valentino,  e  se  questi  non  erasi  mischiato  nella 
trama,  almeno  sembrava  tenersi  pronto  a  coglier- 
ne i  frutti^  ma  quando  era  in  sul  punto  d'entrare 


JnA^OI.  DEI  TEMPI   BEPUBB.  CAP.XLI.  l3 

in  Toscana,  gli  fu  partecipato  il  trattato  conchiu- 
so  il  i8  ffaprile  tra  il  re  di  Francia  e  la  repub- 
blica fiorentina,  ed  il  formale  divieto  di  Lodovi- 
co XII  di  molestare  i  fiorentini.  Egli  si  vide  co- 
stretto ad  ubbidire  ,  almeno  in  apparenza,  e  si 
contentò  di  mandare  segretamente  a  Vitellozzo 
lutti  gli  uomini  d'arme  di  cui  poteva  disporre  . 
Nello  slesso  tempo  rivolse  le  sue  forze  dalla  ban- 
da di  Camerino,entrò  in  quella  città  per  sorpresa, 
e  preso  Giulio  Cesare  di  Varano  con  due  figliuoli 
di  lui,  li  fece  subito  strozzare  (la). 

g.  6.  Intanto  Vitellozzo  avea  radunati  800  uo- 
mini d'arme  e  3ooo  fanti^  assumeva  il  titolo  di 
generale  deirarmata  delia  Chiesa,  e  continuava  la 
guerra  contro  Firenze.  E  perchè  tutto  il  ricolto 
era  ancora  ne**  campi,  i  contadini  temendo  che 
non  venissero  arse  le  messi,  non  osavano  far  re- 
sistenza, onde  Vitellozzo  impadronissi  senza  trar 
colpo  di  Monte  Sansavino,  di  Castiglione  Aretino, 
di  Cortona  e  di  tutte  le  terre  murate  di  Val  di 
Chiana.  E  se  egli  si  fosse  immantinente  avanza- 
to nel  Casentino,  sarebbe  giunto  fino  alle  mura 
di  Firenze,  non  essendovi  armata  apparecchiata 
a  resistergli,  perchè  la  fanterìa  adunala  a  Quarata, 
dopo  la  ribellione  d*'Arezzo  ,  era  stata  compresa 
da  sì  gran  terrore  per  P  occupazione  dei  castelli 
di  Val  di  Chiana,  che  si  era  tutta  dispersa.  Ma 
Vitellozzo  non  si  prendeva  nessun  pensiero  di  ri- 
metterei Medici  in  Firenze,  finché  poteva  spe--. 
rare  di  tenere  in  suo  dominio  le  conquiste  che 
farebbe  nei  contorni  del  suo  piccolo  stato  di  Cit- 
tà di  Castello.  In  vece  adunque  d'inoltrarsi  piantò 
SU   Tose.    Tom,  9.  2 


«4  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1502» 

le  sue  batterìe  da  principio  contro  Anghiari,  in 
appresso  sotto  Borgo  s.  Sepolcro,  e  prese  quelle 
(lue  terre.  Dall''allra  parte  i  fiorentini  avevano 
avuto  ricorso  in  principio  di  questa  guerra  a  Chau- 
mont  d*A.mboise,  governatore  del  milanese,  per 
ottenere  i  soccorsi  promessi  loro  da  Lodovico  XII. 
Di  già  aoo  lance  francesi,  comandate  dal  capitana 
imbault.  erano  giunte  a  Firenze,  ed  altre  aoo  si 
avvicinavano.  Vitellozzo  che  avea  fatto  intimare 
la  resa  al  castello  di  Poppi,  quando  ebbe  avviso 
della  loro  venuta,  si  ritirò  immediatamente  e  sì 
pose  in  Arezzo  (i3). 

g.  7.  Vitellozzo  Vitelli  non  era  entrato  in  que- 
sta intrapresa  senza  Passenzo  del  duca  di  Valenti- 
no^ ma  tostochè  il  duca  vide  che  realmente  essa 
moveva  Pira  al  re  di  Francia,  e  che  le  lagnanze 
di  tutta  Pltalia  contro  di  lui  avevano  indispettito 
Lodovico  XII  al  suo  arrivo  in  Asti,  e  Tavevano 
realmente  persuaso  a  tarpare  le  ali  alla  di  lui  am- 
bizione:^ che  il  re  aveva  mandato  a  Parma  Lodo- 
vico della  Tremoville  con  duecento  lance  e  con 
un  grosso  treno  d''artiglieria^  che  faceva  muovere 
ì^oo  svizzf^ri,  e  che  si  apparecchiava  a  frenare  i 
troppo  turbolenti  capitani  dello  stato  della  Chie- 
sa, il  Valentino  rinnegò  subito  le  commissioni 
date  al  suo  luogotenente,anzi  minacciò  d'assalirlo 
a  forza  aperta.  Vitellozzo  che  ben  sapeva  che  dai 
suo  padrone  non  era  vi  da  sperare  nò  pietà  né  fede 
temeva  d"'esser  da  lui  rovinato;  laonde  per  trarsi 
con  qualche  onore  da  quella  impresa  ,  egli  con- 
segnò al  capitano  Imbault  Arezzo  e  tuttociò  che 
aveva  acquisto  in  Toscana  ,  assoggettandosi    al 


^AnA^Ol.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  ib 

giudizio  di  Francia  intorno  alla  sorte  di  questa 
provincia  (i4).  \  fiorentini  ricuperate  ch''ebbero 
coll'aiuto  delle  armi  francesi  Arezzo  e  Cortona, 
fecero  pagare  a  quest'  ultima  la  pena  della  sua 
defezione  per  quanto  potesse  chiamarsi  involon- 
taria, multandola  di  quattromila  fiorini  d''oro  da 
pagarsi  in  quattro  giorni,  sotto  pena  del  doppio, 
e  la  costrinsero  a  spedire  a  Firenze  Francesco 
Ferrosi  e  Marcantonio  Laparelli  suoi  cittadini  a 
fare  una  nuova  sommissione  (i5).  Foiano  ancora 
che  era  caduto  nelle  mani  di  Vitellozzo  tornò  in 
potere  dei  fiorentini.  Castiglion  Fiorentino  pure 
tornò  sotto  di  essi  senza  aver  sofferto  in  questa 
circostanza  alcuna  rilevante  calamità.  Due  depu> 
tati  di  quel  comune  giurarono  in  Firenze,  alla 
presenza  del  magistrato  de*dieci  di  balìa,  d*esser 
fedeli  sempre  alla  repubblica  sotto  pena  di  die- 
cimila fiorini  d""  oro  nel  caso  di  contravvenzio- 
ne (i6). 

g.  8.  La  restituzione  che  Vitellozzo  fece  ai  fio- 
rentini delle  città  e  castella  loro  tolte,  era  rico- 
nosciuta da  essi  come  opera  d''una  protezione  stra- 
niera ,  perchè  deboli  come  dimostravanli  le  loro 
perdite,  non  sarebbero  stati  in  grado  di  ricupe- 
rarle. Spossati  da  otto  anni  di  guerra  con  Pisa, 
questa  interna  piaga  rodeva  continuamente  le 
loro  finanze,  mentre  che  con  tutto  il  rimanente 
dltalia  soggiacevano  ai  mali  della  invasione  stra- 
niera, ed  a  tutte  le  pubbliche  calamità.  Avendo 
il  re  fatto  conoscere  che  gli  sarebbe  incresce- 
vole che  la  repubblica  fiorentina  assoldasse  il  du- 
ca di  Mantova^  ch'egli  riguardava  come  suo  ne- 


26  AVVENIMENTI  STORICI  u^/l.    1502. 

mico,  i  fiorenlini  per  rispello  alla  volontà  del  re 
ijon  avean  preso  uè  questo  uè  verun  altro  capi- 
tano, e  si  trovavano  quasi  disarmati  (17).  A  que- 
sti esterni  pericoli  aggiungevansi  pei  fiorentini 
quelli  che  derivavano  dalla  instabilità  del  pro- 
prio governo.  Dopo  che  Firenze  non  avea  più 
balìe  ,  né  elezioni  fatte  a  mano  ,  ne  caporali  di 
fazioni  che  segretamente  governassero  i  gc»ver- 
nanti^  dopo  che  i  magistrali  venivano  scelti  ogni 
due  mesi  dai  suffragi  del  gran  consiglio,  si  sen- 
tiva più  gagliardamente  il  danno  di  non  avere 
nello  stato  una  stabile  autorità.  La  politica  degli 
altri  stati  erasi  affatto  mutata  ,  imperciocché  si 
trattava  nel  gabinetto  di  pochi  principi  assoluti^ 
richiedeva  segreto,  accortezza  e  particolar  cono-; 
scenza  di  alcuni  uomini  e  dei  ministri^  richie-^ 
deva  Pimpiego  non  dei  buoni  cittadini,  ma  dei 
diplomatici.  Le  potenze  straniere  non  cessavano 
mai  di  rinfacciare  ai  fiorentini  quel  continuo  rin-i 
novellamento  dei  loro  magistrati,  per  cui  non 
potevan  essere  iniziati  nei  misteri  della  politica. 
Il  duca  Borgia  e  il  re  di  Francia  nelle  sue  nego- 
ziazioni colla  signorìa  avevano  più  volle  osserva- 
to, che  il  confidare  ad  essa  i  loro  segreti  era  lo 
stesso  che  pubblicarli.  I  partigiani  de'Medici  non 
avevano  altro  pretesto  da  porre  in  campo  pel 
ristabilimento  della  tirannide,e  dal  canto  loro  gli 
amici  della  libertà  sentirono  che  in  una  così  pe- 
ricolosa crisi  dovevan  dare  alquanto  più  di  sta- 
bilità al  loro  governo.  Alamanno  Salviati  uno  dei 
priori  propose  alla  signorìa  di  affidare  il  timone 
della  repubblica  ad  un  gonfaloniere  a  vita,  quale 


^/t.1502.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.   XLI.  17 

era  il  doge  di  Venezia^  di  assegnare  a  questo  gon- 
faloniere le  stanze  in  palazzo  e  duecento  ducati 
al  mese  di  provvisione^  d^accordargli  il  diritto  di 
intervenire  a  lutti  i  consigli  e  tribunali,  e  quel  di 
fare  le  proposte  di  conserva  col  proposto  giorna- 
liero della  signorìa^ ma  in  pari  tempo  di  dichiarare 
che  questi  alti  uffici  non  lo  esimei  ebbero  da  quel 
giudizio  capitale,  che  potrebbe  venire  contro  di  lui 
pronunziato  dal  supremo  tribunale  degli  otto  di 
haiia.  Questa  proposizione  vinta  da  prima  nella  si- 
gnoria e  nei  collegi,  venne  assentita  poi  dal  gran 
consiglio  (18). 

g.  9.  Allorché  fu  vinta  questa  legge,  il  popolo 
non  ben  sapeva  ancora  a  chi  avrebbe  data  quella 
suprema  dignità^  ma  essendo  poscia  radunato  il 
gran  consiglio,  che  fu  frequente  di  più  di  duemi- 
la cittadini,  tre  candidali  ottennero  a  segreto 
scrutinio  la  maggioranza  dei  suffragi,  e  furono  il 
giudice  Antonio  Malegonnelle,  Giovacchino  Gua- 
scone e  Pietro  Soderini.  Quest''ullimo  in  un  se- 
condo squittinio  ebbe  poscia  maggiori  suffragi 
degli  altri  due,  e  fu  proclamato  il  aa  di  settembre 
gonfaloniere  perpetuo,  benché  non  dovesse  pren- 
dere il  magistrato  avanti  il  primo  di  novembre. 
Era  Pier  Soderini  uomo  di  matura  età,  di  molte 
sostanze,  di  illustri  natali,  d'illibata  riputazione. 
E  perchè  non  aveva  figliuoli,  non  eravi  ragione  di 
temere  eh'  egli  posponesse  al  desiderio  di  pro- 
muovere i  suoi  il  comune  vantaggio.  Poco  tem- 
po prima  era  stato  riformato  in  Firenze  ancora 
l'ordine  gi^Hliciario.  Con  una  legge  del  5  aprile 
di  quest'anno  erano  stati  aboliti  gli  uffici  di  po> 


l'S  AVVENIMENTI    STORICI  ^/l.  1  502. 

lesta  e  di  capitanocli  giuslizia,e  si  era  istituita  la 
ruota  (iorentina  composta  di  5  giudici,  4  de''quali 
dovevano  convenire  nella  stessa  opinione  per 
proferire  una  sentenza.  Al  presidente  del  nuovo 
tribunale  fu  peraltro  riserbato  il  titolo  di  potestà, 
ma  Tufficio  del  presedere  toccava  per  un  turno  a 
ognuno  dei  giudici  o  uditori  per  sei  mesi  ^  la 
qual  rotazione  appunto  fu  cagione  che  si  desse 
in  Italia  ai  tribunali  il  nomo  di  ruota  (19). 

g.  10.  Richiamando  in  questo  tempo  la  nostra 
attenzione  alla  città  di  Pistoia  si  trova,  che  non 
erano  ancora  assopite  le  discordie  tia  le  due  fa- 
zioni pancialica  e  cancelliera,  poiché  i  partigia- 
ni di  quesfultima  pretesero  di  essere  dal  consi- 
glio generale  di  quella  città  esentati  dal  render 
ragione  di  quanto  avean  tolto  al  comune  e  ai 
luoghi  pii,  ed  i  Pancialici  domandarono  la  rifu- 
sione, se  non  in  tutto  almeno  in  parte,  dei  danni 
fatti  dai  Cancellieri  col  fuoco  ai  loro  casamenti. 
Ma  siccome  il  generale  consiglio  e  gli  altri  uffici 
della  città  erano  composti  d'  egual  numero  di 
soggetti  delle  due  fazioni,  così  ricusando  f  una 
parte  di  approvare  la  petizione  delPaltra,  ne  av- 
venne, che  inaspritisi  gli  animi  presero  le  armi  e 
cominciarono  a  pertjuolersi  malamente,  ma  divi- 
si dalla  cavallerìa  e  fanterìa  fiorentina  ,  ch'era  a 
guardia  di  Pistoia,  furon  forzati  a  ritornare  alle 
proprie  case;  ma  non  avendo  deposto  Podio  e  Io 
sdegno,  andavano  preparandosi  per  dar  nuovo 
sfogo  alle  loro  passioni.  I  Cancellieri  come  più 
polenti  fatte  levar  le  fortezze  ai  Pauciatici  trat- 
tarono di  bel  nuovo  di  cacciarli  del  tutto  dallo 


An.    1502.   DEI  TEMPI  REPDBB.  GAP.  XLI.         I9 

stafo  pistoiese,  I  Pauciatici  penetrato  l'animo  *lei 
Cancellieri  non  tardarono  a  provvedersi  di  geiile.e 
gli  uni  e  gli  altri  introducendone  dì  notte  tempo 
in  Pistoia,  attaccarono  dura  battaglia,  nella  quale  i 
Panciatici  trovandosi  assaliti  dai  Cancellieri  che 
da  tutte  le  strade  ^iscivano,  presero  la  via  della 
porta  Calda tica,  alzarono  il  ponte  levatoio  e  trat- 
tennero rimpeto  dei  nemici.  1  Panciatici  trovan- 
dosi fuori  di  Pistoia  si  sparsero  in  diversi  luoghi 
della  pianura,  ed  i  Cancellieri  restati  signori  del- 
la ciltà,e  serrate  le  porte,  andarono  a  saccheggiare 
e  bruciare  le  case  dei  Panciatici^  dopo  di  che  si 
portarono  al  palazzo  pubblico,  ed  uccisero  tutti 
que^magistrati  ch''eran  di  parte  panciatica.  Quegli 
che  presedeva  alla  giustizia,  spalleggiato  dai  tio- 
rentini,  procurò  di  rimediare  ai  nuovi  sconcerti, 
e  fatte  posar  le  armi  ai  tumultuanti,  fece  impic- 
care uno  di  quelli  del  supremo  magistrato,  e  con- 
dannò come  rei  di  lesa  maestà  molti  ribelli  per 
lo  strapazzo  fatto  a  quel  luogo,  le  quali  persone 
essendo  cacciate  fuori  di  Pistoia  si  portarono  a 
Montale  (20). 

g.  1 1.  Questi  rigori  di  giustizia  non  fecero  al- 
tro che  inasprire  le  due  fazioni  .^  poiché  fortifi- 
catasi la  parte  panciatica  con  bastioni  di  legno, 
armi  e  soldati  presso  al  ponte  di  Bonelle,  dette 
occasione  ai  Cancellieri  di  non  quietare  gli  ani- 
ini  loro,  per  cui  non  passava  giorno  che  tanto  in 
città  quanto  in  campagna  non  seguissero  ucci- 
sioni ed  arsioni.  I  Panciatici  che  si  erano  forti- 
ficati a  Bonelle  deliberarono  di  fare  ogni  sforzo 
per  distruggere  la  parte  contraria,  ed  unitisi  in- 


ftp  AVVESlìVIENTI   STORICI  Jn.   1502. 

sif:me  saccheggiarono  ed  inceudiaionogran  quan- 
tità di  case  ai  Cancellieri,  i  quali  volendosi  difen- 
dere furono  respinti,  per  il  che  i  Pancialici  fattisi 
animosi  attaccarono  a  vicenda  il  fuoco  a  tutte  le 
case  e  pagliai  della  pianura  di  proprietà  de'Gan- 
cellieri^  sicché  secondo  Tespressione  di  Girolamo 
Tedici  che  ne  descrive  T  accaduto  essendovisi 
trovato,  parea,  dic"'egli,  che  in  quelle  parti  fosse 
aperta  una  bocca  d'^inferno  (ai). 

g.  la.  il  consiglio  generale  di  Pistoia  volendo 
rimediare  a  tanti  disordini  deliberò  d^  eleggere 
uno  de^iùsavi  ed  avveduti  cittadini,  per  ridurre 
il  popolo  ad  abbracciare  la  quiete  e  la  pace.  Le- 
vata dunque  ogni  autorità  al  capitano  ed  al  po- 
testà dette  il  titolo  di  doge  a  JMariotto  di  Pierac- 
cino  del  Guida,  il  quale  entralo  al  governo  della 
città  non  seppe  alcuno  dolersi  del  suo  retto  mo- 
do di  governare,  avendo  acquietati  i  tumulti  di 
Pistoia  con  gelosìa  de'tìorentini,che  temevano  di 
non  poter  più  ottenere  il  loro  fine  desiderato  di 
tenerla  a  loro  soggetta.  La  parte  cancelliera,  che 
aveva  inalzato  Mariotto  e  voleva  dimostrare  su- 
periorità in  tutti  gli  affari,det(e  occasione  al  con- 
siglio generale  di  temere  di  nuovi  mali,  per  lo  che 
il  medesimo  consegnò  al  doge  tre  de'più  prudenti 
cittadini  per  suoi  consiglieri,  acciò  fra  tanti  pe- 
ricoli fosse  animato  a  non  raffreddarsi  in  repri- 
mere l'orgoglio  degl'inquieti  cervelli,  ed  a  pren- 
der fervore  a  ridurre  il  popolo  alla  [tace.  Ma  poco 
giovarono  queste  diligenze,  poiché  venuto  ai  Can- 
cellieri un  aiuto  di  genie  d\irme,  andaron  questi 
aManni  deTancialici,che  dopo  aver  data^J,a  rotta 


r-<^/l.1502.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  21 

a  cento  cavalli  si  unirono  a  spogliare  e  mettere  a 
fuoco  nuovamente  le  case  de''Pancialici,  i  quali 
colla  lor  numerosa  armata  credevan  di  vendicar- 
si della  passata  rotta  col  totale  eslerminio  de'Can- 
cellieri^  ma  perchè  il  fiume  Ombrone  era  di  mez- 
zo, servi  d'impedimento  che  ambedue  le  parti  ve- 
nissero a  battaglia.  E  siccome  Todio  era  grande,si 
balteron  su  gli  argini  con  perdila  de'Gancellieri, 
che  intimoriti  si  ritirarono  verso  Alliana  e  di  lì 
a  Pistoia.  Lunghi  assedi,  micidiali  battaglie,  spa- 
ventevoli incendi  e  rovine  furono  messe  in  opera 
da  ambedue  le  parti  de''combattenti,  favoriti  dalla 
sorte  or  questi  ora  quelli  nella  vittoria,  o  costretti 
entrambi  a  prender  riposo  con  brevi  tregue,  lo 
che  sarebbe  soverchiamente  prolisso  il  narrare 
in  questa  storia,  mentre  chi  avesse  volontà  di 
conoscerne  la  minuta  narrazione  potrà  consulta- 
re gli  storici  parziali  della  città  di  Pistoia  .  Solo 
diremo  in  tìne,  che  ridotta  Pistoia  in  miserabile 
slato,  ed  i  fiorentini  volendo  dei  soccorsi  dal  re 
di  Francia  per  occupar  Pisa  gli  furono  da  esso 
negati,  rampognandoli  d^esser  loro  i  fomentatori 
delle  risse  in  Pistoia,  mentre  dovevano  far  di 
tutto  onde  sedarle,  essendo  i  pistoiesi  suoi  sot- 
toposti. Allora  i  fiorentini  si  scossero,  e  rivolsero 
l''animo  a  quietare  i  parziali  tumulti  di  Pistoia, 
ed  eletti  i3  commissari  sopra  i  disordini  con  ogni 
autorità  possibile,  fecer  pubblicamente  bandire 
in  Pistoia  e  per  lutto  il  contado,  che  nessuno 
sotto  pena  di  libelli  e  confiscazione  dei  beni  po- 
tesse portare  armi  di  sorta  veruna, e  che  qualun- 
que soldato  forestiero  entrasse   in  Pistoia  foss^ 


2a  AVVEDIMENTI   STORICI  An»   1502. 

astretto  a  partire  sotto  pena  della  forca,  e  che 
tutti  i  capi  della  fazione  panciatica  e  caiicelliera 
si  portassero  a  Firenze  (22). 

g.  i3.  Saputasi  questa  severa  intimazione  a  Pi- 
stoia, cessaron  subito  tutte  le  radunate  di  gente, 
ed  essendosi  partiti  dal  pistoiese  buona  parte  dei 
tristi  e  sediziosi,  fu  incontanente  fatta  la  descri- 
zione dei  capi  delle  dette  fazioni,  parie  de''quali 
si  preser  bando,  e  parte  comparvero  prontamente 
a  Firenze.  Dopo  di  che  i  commissari  fiorentini 
fatte  nuove  capitolazioni  pel  buon  governo  della 
città,  levarono  alla  medesima  tutti  gli  uffizi  e  ma- 
gistrati a  riserva  del  supremo,  e  collegi  ,  quali 
privi  di  ogni  autorità  godevano  solamente  Ponore 
di  quel  posto,  e  annullando  l'ulfizio  di  capitano 
di  giustizia,  istituirono  quello  di  commissario,  e 
fatti  due  provveditori  fiorentini  detter  loro  il  ma- 
neggio di  tutte  r  entrate  del  comune  .  Questa 
nuova  riforma  di  governo  fu  di  poca  sodisfazione 
dei  pistoiesi,  i  quali  volendo  far  nuova  insurre- 
zione furon  presi  in  tale  sdegno  da  quei  commis- 
sari, che  il  loro  capo  fu  da  essi  fatto  impiccare. 
E  ciò  non  ostante  non  potendosi  veruno  accomo- 
dare alla  osservanza  di  quella  nuova  legge,  i  pi- 
stoiesi spedirono  40  ambasciatori  a  Firenze  per 
difender  le  ragioni  di  quella  città,  onde  fossero 
mantenuti  alla  medesima  i  suoi  privilegi*,  ma  giun- 
ti gli  oratori  a  Firenze  e  fatta  domanda  ai  fio-^ 
rentini  vicari  imperiali,  fu  risposto  loro  in  modo 
che  non  avrebber  voluto  esservi  andati^  per  il  che 
tornarono  a  Pistoia  senza  frutto  alcuno,  e  con 
poco  loro  decoro.  I  commissari  fiorentini  di  Pi* 


!^/Z.1503.         DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLl.  '2^ 

stoia,  sapulo  che  le  famiglie  panciatica  e  can- 
celliera  eran  cadute  nella  pena  di  cinquemila 
fiorini  d^oi  o  per  aver  rotta  la  pace,  condannaro- 
no la  parte  cancelliera  a  pagare  nel  termine  di 
due  mesi  i  detti  fiorini  sotto  la  pena  di  confi- 
sca de'benì.  Frattanto  essendo  state  rese  le  ro- 
be ai  Panciatici  e  stati  provvisti  d'abita/.ione  nel 
ritorno  loro  in  Pistoia,  fu  dai  fiorentini  fatto  sti- 
mare il  danno  recalo  dalle  du»^  fazioni  in  tempo  di 
tante  risse  ed  incendi,  e  fu  trovato  ascendere  alla 
somma  di  ventiduemila  scudi  per  l'arsione  segui- 
ta di  quattrocento  case  in  Pistoia  e  più  di  1600 
in  campagna^  dopo  di  che  fu  colPaccennata  con- 
dannagione  dei  Cancelleri,  colPaumentodel  prez- 
zo del  sale  e  delle  gabelle,  e  con  quattromila  fio- 
rini levati  dalla  comunità, dato  principio  al  risar- 
cimento di  tanto  male  (a3). 

g.  14.  IVIenlre  credevasì  che  it  rigore  della 
giustizia  avesse  pacificati  gli  animi  dei  pistoiesi  , 
principiarono  a  ripullulare  tumidti  maggiori  ca- 
gionati dalla  mala  sodisfazione  dei  Cancellieri,  i 
(juali  non  potendo  soffrire  d''avere  a  risarcir  tan- 
ti danni  fatti  alla  parte  panciatica,  raessero  in- 
sieme coll'aiuto  dei  loro  consorti  fuorusciti  gran 
quantità  di  gente  armata,  macchinando  gran  cose 
per  affatto  distruggerli.  In  questo  mentre  aven- 
do risaputo  Iacopo  Melocchi  essere  stato  fatto 
j»rigioniere  Tolomeo  suo  zio,  fecesi  senza  indugio 
vedere  nel  pistoiese  con  numero  grande  di  sol- 
«lali, alfine  di  far  prigione  uno  dei  commissari,  per 
obbligare  la  giustizia  a  scarcerare  il  medesimo,  e 
non  avendo  il  dì  lui  operato  avuto  felice  succes- 


24  •    AVVEMMENTl  STORICI  An.    1 503. 

SO,  si  fermò  alla  pieve  di  san  Malo,  e  quivi  venuto 
un  rinforzo  di  molte  persone  mandatogli  da'  suoi 
aderenti  si  fortificò:  per  il  che  intimoriti  i  com- 
missari mandarono  contro  di  lui  il  capitano  della 
guardia  con  i4o  uomini  bene  armati  per  assal- 
tarlo.^ ma  essendo  il  Melocchi  munito  di  vettova- 
glie e  di  gente  s^infieri  talmente  contro  di  quelli,- 
che  in  poche  ore  li  ruppe  e  disfece,  e  costrinse 
que''pochi  che  non  morirono,  ad  andar  dispersi  e 
fuggiaschi  perle  boscaglie.  Ottenuta  il  Melocchi 
questa  vittoria  andò  co''suoi  a  ricovrarsi  alla  Ca- 
sa al  Bosco^dove  non  si  sentivano  che  lamenti  di 
quei  popoli,  perchè  forzato  egli  a  radunar  vet- 
tovaglia per  comprar  le  sue  genti, faceva  noD  pic- 
coli danni.  Allora  il  commissario  di  Pistoia  ricor- 
rendo alla  finzione  promise  al  IMelocchi  la  sua 
protezione,  se  fosse  prontamente  partito  dal  pi- 
stoiese^ la  qual  promessa  fu  tanto  efficace,  che 
quel  cittadino  tornò  al  bagno  alla  Torretta  di  do- 
ve s'era  partito.  Credevasi  per  questo  ritiro  ces- 
sato ogni  tumulto^  ma  comecché  le  due  fazioni 
avean  tutt^ora  sete  di  dare  sfogo  alle  loro  passio- 
ni, cosi  avvenne  che  inaspettatamente  compar- 
vero alcuni  Cancellieri  fuorusciti  con  400  uomini 
armati  sotto  le  mura  di  Pistoia,  entrarono  per  la 
porta  di  s.  Marco  in  città,  e  scorrendola  con  gran 
furore  ferivano  ed  uccidevano  senza  pietà  gli  abi- 
tatori che  v'  incontravano^  ma  temendo  d'  una 
reazione  per  cui  trovarsi  chiusi  in  città,  se  ne  ri- 
tirarono prestamente,  refugiandosi  alla  Casa  al 
Bosco  ',  e  di  là  chieser  pace  ed  il  loro  ristabili- 
mento in  città,  lo  che  venne  ad  essi  negato,  per  la 


yin.    1503.         DEI  TEMPI   REPUBB.  GAP.  XLl.  20 

qual  cosa  tentarono  d'^aver  l'ingresso  per  forza  in 
Pistoia  per  mezzo  di  un  nuovo  attacco.  Allora  i 
commissari  sequestrarono  i  faziosi  della  città  sì 
Cancellieri  che  Panciatici  nelle  proprie  case,  mu- 
nirono colle  loro  genli  le  mura,  e  serrarono  le 
porte:  (luindi  fece  inten<lere  il  commissario  agli 
aggressori  che  avrebbe  fatti  impiccare  i  respettivi 
lor  figli  in  presenx.a  de'genitori,  per  la  qnal  mi- 
naccia si  ritirarono,  danneggiando  peraltro  assai 
la  campagna  dove  passavano.  Allora  il  commis- 
sario perseguitò  i  capi  rivoluzionari  per  mezzo  dei 
famigli,  ma  senza  frutto.  Vennero  intanto  da  Fi- 
renze cittadini  incaricati  di  ristabilir  la  quiete  in 
Pistoia,  lo  che  premeva  non  poco  anche  alle  due 
fazioni.  Furon  dunque  puniti  i  principali  sedizio- 
si, e  fu  ordinato  che  i  danni  cagionati  cogrincen- 
dii  alle  case  e  bolteghe  d'ambedue  le  parti,  fos- 
sero rifatti  ai  padroni  in  termine  di  dodici  an- 
ni (24). 

g.  i5.  I  crudeli  tradimenti  del  Valentino  avea- 
no  sparso  il  terrore  in  tutti  i  piccoli  signori  di 
Italia,  contro  gli  stati  de'quali  si  vedeva  special- 
mente diretta  la  sua  ambizione^ e  questi  uno  dopo 
r  altro,  o  colla  forza  o  coli*  inganno,  rimasero 
spenti.  Vitellozzo,  gli  Orsini,  Giovan  Paolo  Ba- 
glioni,  Oliverotto  da  Fermo,  e  gli  agenti  del  Pe- 
tracci  e  del  Benlivoglio  fecero  un  congresso  alla 
Magione ,  non  lungi  da  Perugia ,  concertando  i 
mezzi  d'opporsi  a  questo  tiranno,  ed  invitarono  i 
fiorentini  ad  entrare  nella  lega.  Essi  ricusarono, 
come  esigeva  la  prudenza,  per  non  disgustarsi  la 
Francia  ,  con  la  (juale  il  duca  era  troppo  legato  . 
Ó7.    Tose,   Tom.  9.  3 


a6  àVVENTÌIENTl  STO  BICI  An,    1503. 

Questi  bravi  condottieri  cominciarono  felicemen- 
te la  guerra:  ruppero  le  genti  del  Valentino,  pre- 
ser  varie  città,  e  riposero  il  duca  Guid'Ubaldo  in 
Urbino.  Ma  benché  la  perfidia  di  quell'uomo  fosse 
somma  e  conosciuta  dal  pubblico,  pure  convien 
dire  che  la  di  lui  arte  fosse  anche  maggiore,  giac- 
ché gli  venne  fatto  di  riconciliarli  seco  e  di  farsi 
credere  sincero.  Con  sì  artificiose  carezze  il  Va- 
lentino addormentò  i  loro  sospetti,  che  credendo 
la  riconciliazione  sincera  ,  andarono  a  trovarlo 
con  poche  genti  a  Sinigaglia.  Ivi  furono  arrestati 
Paolo  Orsini ,  il  duca  di  Gravina  ,  Oliverotto  da 
Fermo,  Vitellozzo,  Lodovico  da  Todi.  Oliverotto 
e  Vitellozzo  furono  subito  strozzati^  poco  appres- 
so il  papa  fece  arrestare  in  Roma  il  cardinale 
Orsini  con  molte  altre  rispettabili  persone^  e  un 
cardinale  si  venerabile  per  l'età  e  per  la  sua  fa- 
miglia finì  presto  i  suoi  giorni,  probabilmente  di 
veleno^  alla  qual  nuova  il  Valentino  per  compie- 
re la  tragedia  fece  strozzare  i  due  Orsini  Paolo  e 
il  duca  di  Gravina.  Per  queste  scelleraggini  che 
il  duca  affermava  esser  utili  alla  repubblica  fio- 
rentina, dicendo  che  l'avea  vendicata  dai  tradi- 
menti di  Vitellozzo,  convenne  a  questa  mandare 
gli  ambasciatori  di  congratulazione.  Volendo  egli 
cogliere  il  frutto  di  sue  scelleratezze,  occupò  Cit- 
tà di  Castello,  dVid'erano  scappati  i  Vitelli,  indi 
Perugia,  d'^onde  era  fuggito  Giovan  Paolo  Baglio- 
nij  sotto  il  titolo  di  dominio  della  Chiesa;  minac- 
ciando Siena,  ed  instando  che  ne  fosse  cacciato 
Pandolfo  Petrucci,  da  lui  chiamato  perturbatore 
della  quiete  di  Toscana.  Da  qualche  anno  questo 


^/l.    1503.         DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.XLI.  2.y 

uomo  era  il  regolatore  della  repubblica  di  Siena, 
e  nella  balìa  che  la  rei,'geva  tutti  si  volgevano  a 
lui  nelle  spinose  deliberazioni  :  colla  prudenza  e  « 
col  senno  s'era  meritato  quel  credito  che  godeva 
in  Toscana  (a5). 

§.  iQ.  Il  Valentino  si  accostò  agli  stati  senesi, 
minacciando  d'invaderli  se  non  ne  fosse  cacciato 
il  Pelrucci^  e  perchè  il  governo  si  trattenne  nella 
deliberazione,  ne  invase  difalto  il  territorio  ,  oc- 
cupando Sarteano  ed  altre  terre.  Il  Petrucci  per 
togliere  a  quel  tiranno  ogni  pretesto  di  far  onta 
e  danno  alla  sua  patria,  si  parti  da  Siena  dirigen- 
dosi a  Lucca,  ove  per  trarlo  nella  trappola  il  duca 
stesso  avea  scritto  premurose  lettere  che  fosse 
ricevuto^  ma  il  Petrucci  fu  salvato  dalla  sua  buo- 
na sorte.  QuelTuomo  infame  dopo  aver  capitolato 
in  Pienza  coi  senesi  oratori,  di  fargli  avere  salva- 
condotto dai  fiorentini,  mandò  tosto  cinquanta 
uomini  a  cavallo  a  Lucca  per  trucidarlo ,  ciò  che 
gli  veniva  fatto,  se  il  capitano  dei  fiorentini  che 
trovavasi  a  Cascina  non  gli  avesse  arrestali,  non 
credendo  in  tempo  di  guerra  con  Pisa  poterli  la- 
sciar passare  senza  licenza  della  signoria.  In  que- 
sta dilazione  avvertito  il  Petrucci  se  ne  fuggì  a 
Pisa.  I  fiorentini  sempre  più  insospettiti  del  duca 
di  Valentino,  che  stendendo  le  sue  mire  a  Siena 
ed  a  Pisa  avrebbe  messa  in  mezzo  la  repubblica, 
giacche  il  papa  apertamente  diceva  essere  a  lui 
dairimperatore  slata  concessa  Pisa,  fecer  fare  de- 
gli uffizi  al  re  di  Francia  per  mezzo  del  loro  am- 
basciatore Salviati,  ponendogli  in  vista,  che  il 
soverchio  ingrandimento   di  quesf  uomo  colla 


a8  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1503. 

rovina  di  fanti,  poteva  esser  dannoso  un  giorno 
ai  francesi.  Non  furono  inutili  questi  uffizi,  poi- 
ché Lodovico  XII  mandò  a  bella  posta  Francesco 
Cardulo  al  magistrato  senese  a  protestare  che 
fosse  richiamato  il  Petrucci .  Esitarono  i  senesi 
per  la  vicinanza  delle  truppe  del  Valentino  ,  a 
cui  però  fecer  sapere  le  perentorie  domande  del 
re ,  il  quale  trovò  opportuno  di  formare  un'  al- 
leanza tra  Firenze,  Siena  e  Bologna  .  Il  Borgia 
cedette fremendoje  per  pubblico  decreto  fu  richia- 
mato il  Petrucci,  senza  che  la  risoluzione  per  cui 
era  stato  scacciato  o  quella  per  cui  veniva  richia- 
mato, cagionasse  verun  disordine  (a6). 

g.17.  Seguitavano  le  ostilità  de^liorenlìni  con- 
tro di  Pisa  assai  lentamente  :  la  guerra  si  ridu- 
ceva a  depredare  le  campagne.Per  evitare  questo 
danno  specialmente  più  che  per  voglia  d'aggiu- 
starsi, mandarono  a  Pisa  un  frate  oratore  al  vi- 
ceré di  Milano,  indi  al  re  medesimo  perchè  volesse 
fare  da  mediatore  ,  ma  conosciuto  il  pretesto  fu 
rotta  dai  fiorentini  ogni  pratica  .  Ricevevano  i 
pisani  qualche  soccorso  di  genti  e  denari  dai  luc- 
chesi, genovesi  e  senesi:  i  primi  tenevano  in  ma- 
no Pietrasanta  e  Motrone,  i  secondi  Sarzana  e 
Sarzanello,  gli  ultimi  Montepulciano.  E  finché  i 
fiorentini  stavano  implicati  nella  guerra  di  Pisa, 
godevano  più  sicuramente  quegli  acquisti.  Avean 
essi  ricevuti  dei  rinforzi  col  bali  d''Occan,  onde 
presero  ad  agire  con  più  vigore.  Sotto  la  condotta 
di  quel  capitano  mossi  3o  uomini  d""  arme  ,  200 
cavalleggeri  e  3ooo  fanti ,  ripreser  Vico-pi«;ano  . 
Fu  in  seguilo  attaccata  ed  espugnata  la  Verru- 


An.    1503.       DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  29 

cola,  fortezza  importante,  perchè  dalla  cima  di 
quel  monte,  opportunamente  situato  per  iscor- 
gere  due  vaste  pianure  ,  5Ì  facevano  «Jei  segni 
convenuti,  onde  avvisare  i  pisani  dei  movimenti 
dei  fiorentini  .  Presala  questi  la  fortificarono  in 
guisa  da  renderla  inespugnabile  (27). 

g.  18.  Intanto  i  baroni  che  il  Valentino  avea 
scacciati  dai  loro  feudi  o  città  ritornarono  alle 
case  loro,  come  vi  ritornò  Iacopo  d'Appiano,  im- 
perciocché i  piombìnesi  preser  le  armi  ribellan- 
dosi al  presi<lio  del  Borgia  .  I  di  lui  soldati  assi- 
stiti dai  senesi  fecersi  forti  nella  rocca ,  ma  non 
ostante  i  piombinesi  colPaiuto  de'fiorentini  cac- 
ciarono il  presidio  papalino  dalla  parte  della  città; 
e  dopo  che  il  duca  Cesare  ebbe  tenuto  Piombino 
due  anni  ,  tre  mesi  e  giorni  ,  Iacopo  rientrò  ni 
possesso  del  suo  stato  con  universale  sodisfazioiie 
dei  suoi  vassalli.  Prima  d'ogni  altro  dimostrò  Ia- 
copo ai  piombinesi  la  sua  riconoscenza  e  grati- 
tudine, imperciocché  gli  donò  il  diritto  delP  an- 
coraggio e  scoperta  ,  e  gli  concesse  ancora  che 
tutte  le  polesterìe  e  vicariati  dello  stato  fossero 
governati  d.ii  cittadini  piombinesi.  S'interpose 
quindi  per  alcune  differenze  insorte  tra  i  piom- 
binesi e  quei  di  Sughereto,  che  restaron  sopite 
mediante  un  solenne  contratto  consistente  in 
reciproche  franchigie  (2.8). 

g.  19.  La  morte  di  papa  Alessandro  VI  accaduta 
il  18  agosto  del  i5oa,  al  che  successe  l'elezione 
di  Pio  III  Piccolomini,  e  quindi  dopo  3o  giorni 
quella  di  Giulio  lì,  abbattè  la  potenza  del  duca  di 
Valentino,  il  quale  sotto  il  manto  della  patern.i 

3» 


'So  AVVENIMENTI  STORIO!  An.    1503. 

protezione  aveva  oppressa  buona  parte  d'  Italia 
col  suo  feroce  dominio,ed  aveva  osalo  commettere 
i  più  impudenti  delitti  che  ad  uomo  ambizioso  e 
crudele  posson  prometter  potenza,  IVla  non  avea 
però  la  morte  dWlessandro  posto  freno  alla  diluì 
estrema  audacia.  Poiché  non  era  riuscito  a  fare 
eleggere  un  pontefice  di  suo  gusto,si  volse  a  tenta- 
re novità  in  Toscana,inviaiido  a  questa  volta  con 
5oo  cavalli  Don  IVIichelotto  suo  complice  e  confi- 
dente. La  repubblica  fiorentina  essendone  stata 
avvertita  raccomandò  al  capitano  di  Cortona  di 
tentare  d*"  averlo  in  mano^  lo  che  venne  fatto 
colPaiuto  dei  cittadini  e  dei  popoli  della  campa- 
gna, essendo  Don  Michelotto  stato  fatto  prigionie- 
ro alle  Tavarnelle  presso  Cortona,e  la  sua  truppa 
sbandata  e  saccheggiata  di  dodicimila  ducali  (29). 
Finalmente  il  Valentino  per  salvarsi  dai  baroni 
della  Romagna  che  lo  volevano  morto,  dovette 
per  consiglio  del  papa  ritirarsi  in  castel  s.  Angio- 
lo. Andando  sempre  di  peggio  i  suoi  affari  fu  con- 
dotto nella  fortezza  d''Oslia,e  per  uscirne  dovette 
cedere  le  fortezze  di  Romagna.  Ottenne  da  Con- 
salvo il  passaporto,  e  andò  a  trovarlo,  ma  fu  ar- 
restato ed  inviato  in  Spagna.  Chiuso  nella  rocca 
di  Medina  del  Campo,  ebbe  la  maniera  di  calarsi 
con  una  fune  dalla  fortezza,  e  fuggì  in  Navarra 
presso  il  ^uo  cognato,  ove  combattendo  valoro- 
samente per  lui  sotto  Viana, rimase  ucciso:  morte 
troppo  gloriosa  per  uno  scellerato  suo  pari  (3o). 
Pielro  deWIedici  ch'erasi  collocato  nelle  milizie 
di  Lodovico  XII,  il  quale  avea  già  scacciata  la  ca- 
sa Sforza,  seguì  Tremouille  spedito  a  recuperare 


v^/l.1503.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLI.  3l 

il  regno  di  Napoli  contro  gli  spagnuoli,  ma  scon- 
fitti  i  francesi  dal  Consalvo  alle  rive  del  Gari- 
gliano  ilaS  dicembre,  cercando  Pietro  di  salvarsi 
in  Gaeta,  si  annegò  alle  foci  del  fiume,  pel  so- 
verchio peso  dell'artiglierìa  sul  naviglio(5i).  Do- 
po una  vittoria  si  decisiva  cominciarono  gli  spa- 
gnuoli  a  rendersi  temuti  e  forti  in  Italia,  per  cui 
i  fiorentini  ,  malgrado  la  lega  col  re  di  Francia, 
mandarono  ambasciatori  a  Consalvo  per  acqui- 
starsi la  sua  amicizia  (Sa). 

§.  20.  In  tempo  di  queste  guerre  de''francesi 
e  degli  spagnuoli  quella  di  Pisa  non  era  mai  sta- 
ta interrotta  ,  e  solo  trattavasi  alquanto  più  len- 
tamente*, ma  tostochè  si  posavano  le  armi  nelle 
altre  parli  dltalia,  essa  riardeva  più  fervidamen- 
te, e  sempre  minacciava  di  riaccendere  Tincen- 
dio  generale,  che  con  tanta  fatica  s'era  venuti  a 
capo  di  spengere.  11  re  di  Francia  avea  nominati 
i  fiorentini  tra  i  suoi  alleati  nel  trattato  di  tregua 
col  re  di  Spagna^  questi  non  avea  nominati  i  pi- 
sani, ma  sapevasi  che  Consalvo  di  Cordova  li  fa- 
voreggiava, e  che  avea  determinato  di  valersi  di 
loro  per  assoggettare  la  Toscana  al  suo  padrone. 
I  fiorentini  avendo  risoluto  di  trattare  più  vi- 
gorosamente la  guerra  contro  Pisa,  inviarono  uu 
ambasciatore  al  Cordova  per  accertarsi  della  sua 
neutralità.  In  pari  tempo  assoldarono  Gian  Pao- 
lo Baglioni,  iVIarc'A.ntonio  Colonna,  i  Sovelli,  ed 
alcuni  altri  condottieri;  e<\  affidato  il  comando 
della  piccola  loro  armata  ad  Ercole  r»entivogh*o, 
entrarono  in  campo  il  giorno  aS  di  maggio.  Le 
forze  loro  non  bastavano  ad  assediare  così  vasta 


32.  4VVENIMENT1    STORICI  Afl.    1504, 

città  com'era  Pisa,  e  perchè  i  pisani  non  osavano 
arrischiarsi  in  campagna,  non  accadde  verun  fatto 
di  rilievo:  ma  il  Bentivoglio  guastò  tutto  il  ter- 
ritorio fin  sotto  le  mura  della  città,  e  costrinse 
il  castellano  di  Librafatta  ad  arrendersi  a  discre- 
zione (33). 

^.  ai.  à.ntonio  Giacomìni  Tebalducci  com- 
missario dei  fiorentini  air  esercito,  indispettito 
dal  vedere  che  i  lucchesi  mai  non  cessavano  di 
mandar  soccorso  ai  pisani,  fece  pure  due  scorre- 
rie nel  loro  territorio,  in  cui  predò  molti  bestiami 
e  fece  un  buon  numero  di  prigionieri.  Gli  sven- 
turati contadini  di  Pisa,  dopo  aver  perdute  le  loro 
messi,avevan  seminalo  i  loro  campi  di  granturco 
e  miglio,  ma  Tarmata  fiorentina  tornò  in  agosto 
nello  stato  pisano  per  distruggere  ancora  quella 
estrema  speranza  della  tarda  stagione.  Nella  stes- 
sa guerra  i  fiorentini  presero  al  loro  soldo  Don 
Diraas  di  Requesens  partigiano  del  re  Federigo  di 
Napoli, che  avea  seguito  quel  principe  in  Francia,e 
che,  serbando  ancora  delle  reliquie  della  sua  pas- 
sata fortuna  tre  galee,  serviva  con  queste  chiun- 
que voleva  assoldarlo.  Il  Requesens  in  tutto  il 
corso  deirestate  dette  la  caccia  alle  piccole  navi 
pisane  che  uscivano  dalTArno^  ma  il  5  di  novem- 
bre* fu  sorpreso  nel  golfo  di  Rapallo  da  un  vento 
cosi  gagliardo  che  lo  fece  perire  colle  sue  tre 
galere  (34).  In  quel  torno  di  tempo  alcuni  inge- 
gneri fiorentini  proposero  alla  signoria  di  deviare 
il  corso  dell'Arno  5  miglia  sopra  Pisa,  onde  pri- 
vare in  tal  modo  la  città  delle  acque  che  forma- 
vano la  sua  salubrità,  e  lasciarla  aperta  nei  luoghi 


^«.1504.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  53 

in  cui  entra  ed  esce  il  tìuiue.  La  signorìa  accettò 
la  proposta  ^  già  era  fattala  livellazione,e  gfinge- 
gneri  assicuravanoche  tutta  Popera  non  richiedeva 
più  che  35  o  4oooo  giornate  di  manovali.  Messisi 
all'opera  quegfingegneri  cominciarono  ad  inalzare 
un  dicco  alla  Fagiana,che  dovea  chiudere  il  vecchio 
alveo  del  tìume  ed  aprire  due  nuovi  canali  di  20  e 
di  trenta  braccia  di  larghezza  e  sette  braccia'pjo- 
fondi  per  condurre  le  acque  al  mare.  Ma  la  forza 
e  l'impelo  de'fìumi  guasi  mai  non  rispetta  i  divi- 
samenli  e  i  computi  degPingegneri.  Erano  già  con- 
sunte ottantamila  giornate  di  manovali,  ed  il  la- 
voro non  era  ancora  futto  per  metà,  quando  una 
di  quelle  dirotte  piogge  che  gontìano  subitamen- 
te i  fiumi  d'altana,  atterrò  il  dicco  e  colmò  i  canali, 
cosicché  si  dovette  rinunziare  per  sem[)rea  quel- 
l'ardito disegno:  per  altro  le  acque  già  deviate 
dalPalveo  eransi  sparse  nel  piano  di  Pisa,  riducen- 
do quei  campi  prima  cosi  fertili  in  pantani ,  ed 
accrescendo  Pinsalubrità  delParia  (35).  I  pisani 
che  vedevano  ogni  di  venir  meno  le  loro  forze, 
offrirono  ai  genovesi  di  porsi  sotto  il  loro  domi- 
nio, per  godere  altresì  in  tal  modo  della  prote- 
zione del  re  di  Francia.  Lodovico  XII  partecipò 
quest'offerta  a  Niccolò  Valori  ed  al  Machiavelli 
ch'erano  a  lui  inviati  dalla  repubblica  (iorenlina, 
dicendo  loro,  che  s''egli  acquistava  la  signoria  di 
Pisa  non  tarderebbe  a  darne  loro  il  possesso.  Ma  i 
fiorentini  lo  sconsigliarono  da  quel  trallalo,ed  egli 
stesso,  dopo  di  aver  ponderala  la  cosa,  ordinò  ai 
genovesi  di  rompere  le  trattvilìve  per  timore  che 
dando  loro  facoltà  di  fare  delle  conqtiisle  e  re.n- 


3  4  AVVENIMENTI  STORICI  Ali.    1504. 

dendo  loro  le  costumanze  repubblicane,  non  ve- 
nisse ad  accrescere  in  essi  il  desiderio  di  ricupera- 
re la  libertà  (36). 

g.  aa.  Raffermata  la  pace  con  nuovi  trattali 
tra  le  straniere  potenze  che  signoreggiavano  Plta- 
lia,  più  non  restava  nella  penisola  altra  guerra  che 
questa  dei  fiorentini  e  de""  pisani,  la  quale  sban- 
dava protraendo  d""  anno  in  anno.  Pareva  che  i 
primi  desiderar  non  potessero  più  favorevoli  cir- 
costanze per  tionfare  finalmente  dei  loro  avver- 
sari^ ma  da  dieci  anni  in  poi  Firenze  aveva  sem- 
pre avuta  la  peggio  ogni  volta  che  i  suoi  nemici 
sembravan  privi  di  qualunque  soccorso.  Luca 
Savelli  generale  de'tìorentini,  dopo  d*"  aver  gua- 
stato il  piano  di  Pisa  con  400  cavalli  e  5oo  fanti, 
volle  vettovagliare  Librafatta.  Ei  veniva  da  Ca- 
scina, ed  avendo  già  passato  il  ponte  Capellese 
suirOsori  teneva  con  molte  bestie  da  soma  cari- 
che la  via  alquanto  angusta  tra  quel  fiume  e  la 
montagna  di  Pisa,  allorché  il  a5  di  marzo  del  pre- 
sente anno  venne  cosi  impetuosamente  assaltato 
dal  Tarlatino  generale  dei  pisani  ,  che  sebbea 
questi  non  avesse  più  che  quindici  uomini  d''ar- 
me,  quaranta  cavalleggeri  e  sessanta  pedoni, tut- 
ta la  schiera  del  Savelli  fu  sgominata.  Eessa  non 
potendosi  ordinare  alla  difesa  a  cagione  delle  be- 
stie da  soma  con  cui  trovavasi  frammischiata  , 
prese  vergognosamente  la  fuga,  e  abbandonò  cen- 
toventi cavalli  da  guerra,  cento  bestie  da  soma 
cariche,  ed  un  numero  di  prigionieri  maggiore  di 
quello  dei  vincitori  (37).  Questa  scaramuccia  sol- 
levò, T  animo  de*"  pisani  e  rese  i  fiorentini  non 


^/l.1504.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLI.  B5 

men  diflìdenti  de'^loro  soldati  che  de''loro  generali; 
ma  questo  fatto  non  decideva  della  sorte  della 
campagna.  I  fiorentini  non  lasciarono  di  deva- 
stare le  messi  nel  piano  di  Pisa  come  avean  fatto 
nel  precedente  anno  ;  e  fatte  passar  le  paghe  a 
Gian  Paolo  Baglioni,  che  s'era  condotto  al  loro 
soldo,  richiesero  di  venire  a  raggiungere  la  loro 
armata  .  IVIa  il  Baglioni  disse  di  non  potere  in 
quell'anno  abbandonare  Perugia,  dove  pretende- 
va di  dover  temere  le  pratiche  di  segreti  nemi- 
ci. Il  Machiavelli  (a)  spedito  dalla  signorìa  a  Pe- 
rugia rotto  d''aprile  per  decifrare  i  motivi  del  suo 
rifiuto,  raccolse  ch^egli  era  d'accordo  cogl'Orsi- 
ni,  con  Pandolfo  Petrucci  e  coi  lucchesi,  tuttì  ne- 
mici di  Firenze  per  privare  all'improvviso  la  re- 
pubblica di  una  ragguardevol  parte  della  sua  ca- 
vallerla.ponendola  in  tal  modo  nella  impossibilità 
di  distruggere  in  quell'anno  la  messe  dei  pisa- 
ni (38). 

g.  a3.  Infatti  gli  Orsini  sempre  alleati  dei  Me- 
dici non  avevan  deposto  il  pensiero  di  ricondur- 
re quella  famiglia  colla  forza  delle  armi  a  Firenze, 
e  di  riporla  nell'  antico  suo  dominio.  Pandolfo 
Petrucci,  benché  non  fosse  alleato  de'Medici,  de- 
siderava che  essi  ricuperassero  la  signorìa,  affin- 
chè la  repubblica  di  Siena,  <la  lui  dispoticamente 
governata,nou  avesse  alle  sue  porte  l'esempio  deU 
h  libertà  •,  la  stessa  cagione  moveva  pure  Gian 
Paolo  Baglioni  che  aveva  usurpata  la  tirannide  in 
Perugia;  ed    erano  ambedue  segretamente  spal- 

(a)  Ved.  tav.  CHI,  N.  2. 


36  AVVEMMENTl  SIORICI  Ali.    1504, 

lessiati  (la  Consalvo  di  Coidova.  Bartolommeo  di 
Alviano,  che  senza  spiegare  le  insegne  di  verun 
piiucipe  conduceva  un'armata  d''avventurieri,non 
cercava  di  nascondere  la  sua  intenzione  di  assa- 
lire Firenze  per  rimettere  in  seggio  i  Medici.  Egli 
sperava  di  trovar  Firenze  sprovveduta,  abbando- 
nata da  Gian  Paolo  Baglioni,  ingannata  dal  mar- 
chese di  Mantova,  che  Tavea  lungo  tempo  pasciu- 
ta di  vane  speranze  dì  porsi  al  di  lei  soldo,  e  a- 
dombrala  dalle  mosse  di  Consalvo  di  Cordova,  che 
avea  posta  guarnigione  spagnuola  in  Piombino. 
Pandolfo  Petrucci  signore  di  Siena  avea  voluto 
protittare  delle  angustie  de'tiorentini,  ed  avea  of- 
ferto al  Machiavelli, inviato  presso  di  lui, di  disper- 
dere Tarmata  delPAlviano,  purché  la  repubblica 
rinunziasse  in  suo  favore  ai  diritti  ch''ella  aveva 
sopra  Montepulciano.  Ma  i  fiorentini  non  vollero 
porre  tanta  fede  in  un  tiranno  loro  segreto  nemi- 
co, e  vollero  piuttosto  approfittare  delTamorevo- 
lezza  di  Prospero  Colonna,  che  in  allora  serviva 
la  Spagna,  e  che  per  la  inimicizia  che  portava  agli 
Orsini  desiderava  che  andasse  a  male  l'intrapresa 
delTAlviano;  rinunziarono  al  guasto  delle  messi 
dei  pisani,feoero  dire  a  Consalvo  di  Cordova  che 
per  quell'anno  non  avrebbero  molestata  Pisa,  ed 
in  cambio  ottennero  dal  viceré  spagnuolo  la  pro- 
messa di  non  aiutare  Bartolommeo  d''Alviano(39). 
g.  a^'  I^'Alviano  si  andava  sempre  avanzando 
ed  accennando  ai  confini  di  Firenze,  ora  dalla 
banda  del  liltorale  ora  da  quella  di  Val  di  Chiana^ 
il  primo  di  luglio  del  i5o5  entrò  finalmente  nel- 
la Maremma  di  Volterra  nel  luogo  detto  le  Mac- 


^«.1505.  DEI  TEMPI  BEPUBB.  GAP.  XLI.  ^7 

chie,  iu  vicinanza  di  Carnpiglia,  con  inlenziont» 
d'avviarsi  a  Pisa  (4o)  Ma  PAIviano,  il  di  cui  co- 
raggio degenerava  talvolta  in  temerità,  trovavasi 
associato  a  persone  troppo  cauteli  di  cui  artifizi  e 
riguardi  spesso  accosta vansi  alla  perfidia:  questi 
erano  il  Petrucci,  il  Baglioni  e  il  Vitelli.  Pandolfo 
Petrucci  avea  dato  in  prestito  del  danaro  alTAl- 
viano  per  assoldare  pedonile  nello  stesso  tempo 
negoziava  contro  di  lui  coi  fiorentini.  Gian  Paolo 
Baglioni  gli  aveva  promesso  di  raggiungerlo  colla 
sua  compagnia  d'uomini  d'arme.  Chiappino  Vitelli 
dovea  condurgli  le  truppe  di  città  di  Castello  ed 
assumere  il  comando  degli  spagnuoli  sbarcati  a 
Piombino.  Tenendosi  sicuro  di  questi  aiuti,  TAl 
Viano  si  era  avanzato  solo  fino  ai  confini  di  Carn- 
piglia, ma  colà  ricevette  ordine  dal  Consalvo  di 
cessare  dalP  impresa:  i  pisani  gli  fecer  dire  che 
per  gli  ordini  del  Consalvo  non  potevano  ricever- 
lo in  città^  le  truppe  del  Petrucci  e  del  Baglioni 
adunate  a  Grosseto,  ricusarono  di  raggiungerlo  , 
finché  con  qualche  primo  fatto  non  avesse  loro 
mostrato  ciò  che  poteva  sperare  dalla  sua  intra- 
presa. E  per  tal  modo  Tirrisoluzione  e  la  dissimu- 
lazione de'*suoi  alleati  furon  cagione  ch'eoi  doves- 
se trattenersi  molte  settimane  nelle  maremme, 
e  dettero  tempo  alla  repubblica  fiorentina  di  ra- 
dunare 55o  uomini  d'arme  e  3oo  cavalleggeri.  Il 
comando  di  tali  forze  fu  dato  ad  Ercole  Bentivo- 
glio  ed  al  commissario  Antonio  Giacomini  Te- 
balducci,  il  solo  fiorentino  che  couoscesse  Parie 
•Iella  guerra  (40-  L'armata  della  repubblica  fio- 
rentina era  di  già  più  numerosa  di  quella  delI'Al- 
St.   Tose.   Tom.   0.  4 


38  ATVENIMENTI  STORICI  An.    1505. 

Tiano^  ma  il  governo, siccome  voleva  la  sua  timi- 
da politica,  aveva  ordinato  ai  suoi  capitani  di  non 
assalire  e  di  non  porsi  in  sito  in  cui  potessero 
essere  assaliti^  pure  la  impetuosità  delPAlviano 
offrì  loro  quella  occasione  di  combattere,  che  i 
magistrati  ad  essi  ricusavano.  Questo  generale 
vedeva  ogni  giorno  andar  crescendo  le  sue  angu- 
stie in  quel  malsano  e  spopolato  paese,  onde  pen- 
sò d'aprirsi  il  varco  per  giungere  a  Pisa.  11  Beo- 
ti voglio  s'era  accampato  sulle  alture  in  distanza 
di  mezzo  miglio  da  Campiglìa,  e  PAlviano  dovea 
passare  lungo  la  marina  di  fianco  a  quelle  colline. 
11  terreno  era  tutto  coperto  di  piante, che  agevola- 
vano ai  fiorentini  il  modo  di  nascondere  le  loro 
mosse  ai  nemici  in  luoghi  di  cui  essi  conosceva- 
no tutti  gli  andirivieni.  Mossesi  Pàlviano  la  mat- 
tina del  a7  agosto,  ma  come  si  fu  inoltrato  fino 
alla  torre  di  s.  Vincenzovposta  in  riva  al  mare  al 
mezzogiorno  di  Castagneto,  si  trovò  ad  un  tratto 
assalito  di  fronte  e  da  tergo;  e  malgrado  la  più  vi- 
gorosa resistenza,  malgrado  i  grandi  sforzi  di  va- 
lore coronati  momentaneamente  da'felici  risul- 
tamenti,  fu  alTultimo  compiutamente  sconfitto. 
Egli  si  salvò  con  nove  de''suoi  nello  stato  di  Sie- 
na: Chiappino  Vitelli  press'a  poco  con  altrettan- 
ti cavalieri  scampò  a  Pisa*,  tutti  gli  altri  furono  o 
uccisi  o  fatti  prigionieri.  Mille  cavalli  da  guerra 
ed  un  maggior  numero  ancora  di  cavalli  da  soma 
e  da  tiro  vennero  in  potere  dei  vincitori  con  un 
grandissimo  bottino,  che  Tarmata  sconfitta  aveva 
raccolto  col  saccheggio  dei  paesi  attra  versati  (4a). 
I  generali  fiorentini  che  avevano  ottenuta  questa 


AnAoOS.  DEI  TEMPI  REPUBB  ,  GAP.   XLI.  89 

vittoria  scrissero  subito  al  governo  per  ottenere 
la  licenza  dì  approfittarne  assaltando  Pisa.  Rap- 
presentarono che  questa  città  era  atterrita,  che  i 
senesi  ed  i  lucchesi,  i  quali  avevanla  per  Taddie- 
tro  difesa,  erano  caduti  d''animo^  finalmente  che 
Pandolfo  Petrucci  era  pronto  a  concorrere  a  quel- 
la impresa  per  aver  pace  colla  repubblica.  Ma  in 
Firenze  altri  volevano  che  l'armata  vittoriosa,che 
di  già  si  trovava  ai  confini  di  Siena,  ne  approfit- 
tasse per  vendicarsi  dello  stesso  Petrucci,  per 
iscacciarlo,  se  possibile  fosse,  dalla  signorìa,e  per 
impadronirsi  almeno  di  alcune  terre  del  senese, 
che  in  appresso  si  potevano  cedere  in  cambio 
di  Montepulciano.  Dicevano  di  non  potere  offen- 
der Pisa  in  quell'anno  a  motivo  delle  parole  cor- 
se con  Consalvo  di  Cordova  per  Tintromissione 
di  Prospero  Colonna^  dicevano  esser  cosa  peri- 
colosa il  chiamare  truppe  spagnuole  in  Toscana, 
e  di  grave  pericolo  essere  egualmente  Tesporre 
Tarmata  alle  malattìe  che  precedevano  sempre  le 
pioggie  e  rinfetto  aere  del  piano  di  Pisa.  TI  gon- 
faloniere perpetuo,  Pier  Soderini,  spalleggiava  ga- 
gliardamente il  primo  partito,  ed  approfittando 
delPentusiasrao  dettalo  dalla  vittoria,  fece  al  gran 
consiglio  la  proposta  di  porre  alle  voci  centomila 
fiorini  per  la  guerra.  L'assemblea  del  popolo  aven- 
do il  19  d''agosto  approvata  la  proposizione  del 
gonfaloniere,  fu  deliberato  Tassalto  di  Pisa  (43). 
g.  25.  L'  armatavi  ttoriosa  si  pose  intanto  ai 
quartieri  a  san  Casciano,  cinque  nn'glia  distante 
da  Pisa,  finché  le  giungesse  Parliglierìa  d'assedio. 
I  dieci  della  guerra  avevano  da  principio  avuta 


4o  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1505. 

intenzione  di  farle  fare  qualche  scorrerìa  nello 
stato  di  Lucca,  per  punire  i  lucchesi  dei  continui 
soccorsi  mandati  a  Pisa  a  danno  de''fiorentini (44)* 
Ma  i  generali  tendevano  che  si  perdesse  troppo 
tempo ,  ed  essendo  loro  giunti  undici  cannoni 
d'assedio  e  seimila  fanti  di  nuove  leve,  andarono 
ad  erigere  le  loro  batterie  verso  san  Francesco 
presso  alia  porta  a  Calci,  nello  stesso  luogo  in  cui 
nelPultimo  assalto  avevano  anche  i  francesi  po- 
ste le  loro.  Il  fuoco  v'incominciò  il  dì  7  settembre 
alle  undici  della  mattina:  alP  indomani ,  alle  tre 
circa  dopo  mezzodì,  era  di  già  aperta  una  breccia 
di  circa  sessanta  piedi  di  larghezza,  onde  i  gene- 
rali fiorentini  disposero  le  loro  truppe  air  assal- 
to. Ma  le  milìzie  pisane  si  schierarono  intrepi- 
damente sulla  breccia,   e  per  lo  contrario  quelle 
di  Firenze  formate  di  contadini  non  usati  al  fuo- 
co  mostravausi  irresolute  e  vili.  Tre  colonnelli 
tentarono  V  uno  dopo  T  altro  di  fare  scendere  i 
loro  soldati  nella  fossa  e  sempre  inutilmente  . 
Ognuno  di  loro  conduceva  duemila  fanti  ed  altri 
settemila  restavano  ancora  nel  carapo^  pure  non 
si  volle  venire  alla  prova  anche  di  questi  ,  pei- 
non  perigliare  la  riputazione  di  tutta  Tarmata,  e 
fu  i«  vece  determinalo  di  fare  un''altra  breccia  sì 
faltamente  larga,  che  ne  venisse  meno  ogni  spe- 
ranza ai  difensori  ed  ogni  pretesto  alla  viltà  degli 
assalitori  (45).  In  fatti  avendo  il  fuoco  continua- 
to altri  tre  giorni,  furono  dalle  artiglierìe  atter- 
rate centotrentasei  braccia  di  muro  poco  lungi 
dalla  precedente  breccia.  La  mattina  del  i3  i  ge- 
nerali fiorentini  vollero  dare  Tassalto'^  ma  tanta 


JnJ505,         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP,  XU.  4' 

era  la  viltà  della  fanterìa  che  doveva  adoprarsì 
in  questo  genere  di  assalto  ,  che  il  colonnello 
eletto  dalla  sorte  per  dar  Tassalto  ricusò  di  muo- 
versi, senza  che  né  le  preghiere,  né  le  minacce  di 
Ercole  Bentivoglio  e  di  Antonio  Giacomini  va- 
lessero a  ridestare  nel  suo  cuore  il  sentimento 
delPonore.  Gli  altri  nove  colonnelli  fiuono"  ri- 
chiesti di  sottentrare  nel  posto  di  quel  vile ,  e 
tutti  ugualmente  ricusarono.  I  loro  sold;itì  prò- 
lestaron  pure  di  non  vgjer  salire  sulla  breccia  , 
ed  alcuni  si  lasciarono  uccidere  dai  loro  ufficiali 
piuttosto  che  muoversi.  A-lTullirao  Tarmata  co- 
perta d'indelebile  vergogna  tornò  ai  suoi  allog- 
giamenti, senza  aver  tentato  T  assalto.  Intanto 
s'ebbe  avviso  che  3oo  spagnuoli  della  guarnigio- 
ne di  Pionìbino  erano  entrati  in  Pisa,  ed  i  gene- 
rali fiorentini  temendo  che  ne  giungessero  degli 
•  altri,  conobbero  la  necessità  di  levare  T  assedio  . 
Il  dì  14  di  settembre  condusser  via  le  artiglierie 
e  trasportarono  il  campo  a  Ripoli,  lontano  undici 
miglia  da  Pisa,  dove  fu  licenziata  la  fanteria,  e  la 
cavallerìa  mandata  ai  quartieri  d'inverno.  I  pisa- 
ni ripresero  coraggio  ;  verso  la  metà  d'  ottobre 
ricominciarono  le  loro  scorrerìe,  e  giunsero  fino 
nella  Lunigiana .  Millecinquecento  soldati  spa- 
gnuoli arrivarono  intanto  in  Pisa^  ma  perchè  più 
non  abbisognavano  per  difendere  la  città,  salirono 
di  nuovo  sulle  loro  navi  poi  a  pochi  giorni  e  con- 
tinuarono il  loro  cammino  per  passar  da  Napoli 
nella  Spagna  (4G). 

g.  afi .  Fanno  eco  tra  loro  le  storie  circa  la 
eareslìa  che  nel  corrente  anno  i5o5  provò  tutta 


4a  AVVENIMENTI  STORICI  Atl.    1505. 

r  Italia  in  sommo  grado  ,  sicché  la  Toscana  era 
del  tutto  d'ogni  bene  spogliata  (47).  I  fiorentini 
spossati  dalla  guerra  dì  Pisa  sentirono  al  mag- 
gior segno  questo  flagello,  ma  vi  avean  provve- 
duto colla  consueta  loro  generosità,  senza  nem- 
meno scacciare  i  poveri  forestieri,  che  da  ogni 
parte  accorrevano  a  Firenze  per  godere  delle 
pubbliche  limosine  (48).  Si  videro  comparire  dal- 
la montagna  nella  città  di  Pistoia  più  di  12,000 
persone  indigenti,  state  scacciate  dai  bolognesi 
dalla  loro  città  per  mancanza  di  viveri  in  quel 
paese,  e  non  potendo  queste  ricever  sollievo  ba- 
stante alle  loro  miserie,  furou  molte  trovate  in- 
sieme con  delle  nazionali  morte  di  fame.  I  pisto- 
iesi però  non  sepper  trovare  altro  riparo  a  tanto 
male,  che  allontanare  gli  avanzi  di  quella  gente 
dal  loro  stato,  per  diminuire  lo  stento  ai  propri 
sudditi.  Raccontano  poi  che  i  fiorentini  non  per- 
dendo di  mira  le  cose  di  Pistoia,  dettero  impulso 
ad  ogni  motivo  di  disturbo  con  una  rigorosa  ri- 
forma di  tutti  gli  uffizi  e  cariche  della  città .  Ma 
dopo  la  sconfitta  deir  Alviano  avendo  i  pistoiesi 
domandato  in  grazia  che  fossero  alla  repubblica 
pistoiese  restituite  tutte  le  preminenze,privilegi  e 
onori  col  maneggio  dell'entrate  pubblichejfu  loro 
accordato  quanto  chiedevano,  per  lo  che  furon 
fatte  nella  città  lietissime  feste  di  gioia  ^  e  di  là 
a  due  anni  furono  perdonati  tutti  gli  errori  delle 
passate  risse  e  contese,  e  rimessi  in  Pistoia  tut- 
ti i  caduti  in  bando  di  ribelli  (49)» 

g.  a7.Lltalia  non  fu  turbala  nell'anno  i5o6da 
verun  movimento  di  guerra,  I  fiorentini  non  fece- 


^/1.1506.  DEI  TEMPI   REPUBB.  CAP.XLI.  4^ 

ro  in  quel  tempo  veruna  scorrerìa  contro  Pisa  , 
neppure  per  guastarne  il  territorio.  In  aprile  Fi- 
renze avea  pure  rinnovellata  per  Ire  anni  la  tre- 
gua con  Pandolfo  Petrucci  e  coi  senesi  (5o)^  ri- 
nunziando per  tutto  quel  tempo  a  far  valere  i 
suoi  dritti  sopra  Montepulciano,  ed  obbligandosi 
ancora  a  non  accettar  la  signorìa  di  quella  brigata, 
quando  pure  essa  avesse  voluto  darsi  loro  sponta- 
neamente (5 1).  Sgomentali  i  fiorentini  dalla  resi- 
stenza eroica  fatta  nel  settembre  dell'anno  ante- 
cedente alle  armi  loro  da'pisaui,  proposero  ad  essi 
questua  uno  delle  condizioni  di  pace.  Ma  i  pisani 
vollero  innanzi  di  entrare  in  trattativa  sentirne  il 
parere  dei  lucchesi,  il  quale  fu  contrario  all'ac- 
cordo per  esser  pieno  di  malizie  e  d*  inganni  , 
laonde  non  ebb'effetto:  anzi  fu  in  quella  occasio- 
ne stretta  lega  tra  i  senesi,  genovesi  e  i  lucchesi 
a  favor  dei  pisani  per  lo  spazio  d*un  anno,  affine 
d''aiutarli  apertamente  di  denaro.  Questo  nuovo 
procedere  per  lo  meno  imprudente  dei  lucchesi 
avendo  irritato  al  sommo  i  fiorentini,  fu  giudica- 
ta cosa  saggia  il  levar  la  causa  delle  querele,  per 
cui  si  negò  altro  soccorso  in  danaro,  che  i  vicini 
sempre  più  stretti  domandavano  ferventemente: 
ma  rodio  era  troppo  vivo  per  raCTreddarsi  con 
tale  negativa.  Ogni  dì  venivano  da  Firenze  delle 
minacce,  e  qualche  fatto  violento  accadeva  anche 
verso  i  confini  dei  due  stati:  si  arrivò  fino  a  que- 
sto di  proibire  ogni  commercio, inclusive  di  let- 
tere Ira  Firenze  e  Lucca.  Di  ciò  i  lucchesi  fecero 
gran  rumore  richiamandosene  a  molti  potentati. 


44  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1506. 

e  fra  questi  a  Massimiliano  in  Germania,  sul  ti- 
more che  siffatto  contegno  fosse  segnale  di  guer- 
ra. I  fiorentini  ,  a  vero  dire,  avevano  delle  buo- 
ne ragioni  per  esser  corrucciati  coi  lucchesi^men- 
tre  dal  prender  le  armi  in  fuora  a  difesa  dei  pi- 
sani, tutto  avean  fatto  per  aiutarli  a  sostenersi 
contro  Firenze  (Sa). 

g.  -iS.  Era  costume  deHlmperatore  Massimi- 
liano di  non  far  mai  capitale  delle  proprie  forze 
per  ottenere  il  successo  delle  belliche  sue  intra- 
prese, e  di  sperar  sempre  negli  altrui  soccorsi^ 
quindi  stupiva  di  non  essere  aiutato,  benché  in 
nulla  fosse  d'aiuto  ad  altri.  A.  secondare  i  suoi 
disegni  aveva  per  tanto  fatto  fondamento  sopra 
i  sussidii  degli  stati  dllalia,  ma  loro  avea  fatte 
sì  esorbitanti  domande  che  tutti  gli  avean  data 
la  ripulsa.  II  vescovo  di  Bressanone  suo  amba- 
sciatore ai  fiorentini  avea  domandato  a  questa  re- 
pubblica non  meno  di  5oo,ooo  ducati  (53),  e  que- 
sto fu  il  motivo  che  la  consigliò,  quando  ancora 
stava  atterrita,  a  mandare  il  Machiavelli  a  rag- 
giungere in  Insbruck  Francesco  Valori  suo  am- 
basciatore, per  avere  migliori  condizioni.  Ma  non 
avendo  T  imperatore  voluto  scendere  ad  alcun 
ragionevole  termine  ,  essi  cercarono  dal  canto 
loro  di  ritrarre  in  lungo  la  faccenda,  finché  si  ve- 
desse chiaramente  quale  esser  dovesse  il  resulta- 
to degli  apparecchi  annunziati  così  boriosamente 
a  tutta  TEuropa  (54).  Le  somme  domandate  da 
lui  agli  stati  d'Italia  eran  pure  a  titolo  di  sussidii, 
che  gli  si  doveano  in  occasione  della  sua  incoro- 


Jn.  1507.  DEI  TEMPI   REPUBB.  GAP.  XLI.  4^ 

nazione,  eppure  di  tutto  questo  denaro  non  ebbe 
più  che  6000  ducali,  di  cui  i  senesi  confessa- 
ronsi  debitori  verso  la  camera  imperiale  (55). 

§.  29.  In  questo  medesimo  torno  di  tempo 
ebbero  i  toscani  occasione  di  biasimarla  condotta 
di  Lodovico  XII  verso  di  loro,  imperocché  aveva 
egli  incomincialo  a  riguardare  la  contesa  di  Pi- 
sa come  un  mezzo  di  raggranellar  denaro.  I  pisani 
indeboliti  da  lunga  guerra,  come  narrammo,  più 
non  potevano  ricever  soccorsi  da  Genova  dopo 
il  soggiogamento  dei  genovesi  ,  e  pochissimi  e 
nascostamente  ne  ricevevano  da  Lucca  e  da  Sie- 
na. Essi  vedevano  avvicinarsi  la  loro  ullim'ora; 
i  contadini  rifugiati  in  città,  i  quali  allora  forma- 
vano più  della  metà  del  popolo,  cominciavano  a 
sospirare  l' istante  di  potersene  tornare  ai  loro 
campi,e  la  loro  ostinazione  più  non  era  quella  di 
prima.  Pisa  probabilmente  sarebbe  caduta  fino  dal- 
Tanno  presente  in  potere  dei  fiorentinij  se  i  due 
potenti  monarchi^  che  allora  davano  a  vicenda  or 
l'uno  or  Taltro  la  legge  all'*  Italia,  non  avessero 
voluto  farsi  ricompensare  per  una  cosa  che  non 
dovea  poi  dipender  da  loro.  Il  re  d'  Aragona  di- 
chiarò agli  amabasciatori  fiorentini,  che  gli  furono 
mandati  per  ossequiarlo,  che  Lodovico  XII  aveva 
in  lui  rimesse  le  cose  di  Pisa,  e  eh'  egli  prende- 
rebbe a  proteggere  quella  città,  e  uon  ne  permet- 
terebbe la  conquista,  se  prima  la  repubblica  non 
prometteva  di  dare  ai  due  re  un  onesto  compenso 
pel  loro  assenso.  Lodovico  XII  confermò  questo 
discorso,  ed  all'ultimo  i  due  re  s''accordarono  di 
domandare  ognuno  5oooo  ducati.  Promettevano 


46  AVVENIMENTI    STORICI  AnAbOl. 

essi  a  tal  prezzo  di  mandare  in  Pisa  una  guarni- 
gione, che  i  pisani  avrebbero  ricevuta  senza  so- 
spetto, e  la  quale  in  capo  ad  otto  mesi  avrebbe 
aperta  la  città  ai  fiorentini.  Questa  proposizione 
non  fu  accettata,  ma  impedì  ai  fiorentini  di  gua- 
stare in  queiranno  il  territorio  di  Pisa  (5(5). 

g.  3o.  Dopo  la  partenza  dei  due  re,  i  tiorentini 
ricominciarono  la  guerra  nel  pian  di  Pisa,  anzi 
allora  per  la  prima  volta  scese  in  campo  la  nuova 
milizia,  cb^essi  aveano  ordinata  in  battaglioni  se- 
condo la  proposta  del  Machiavelli,  e  i  dettami  da 
lui  esposti  nel  suo  trattato  delParte  della  guerra. 
La  legge  che  il  Machiavelli  medesimo  avea  com- 
pilata intorno  air  ordinanza  fiorentina  fu  vinta 
nel  gran  consiglio  nel  dicembre  dell'anno  decor- 
so. Si  fece  leva  di  loooo  contadini  eletti  in  lutto 
il  territorio  della  repubblica:  questa  milizia  fu 
vestita  per  la  prima  volta  dell'assisa  fiorentina  , 
cioè  d''abito  bianco  e  di  calzoni  a  strisce  bianche  e 
rosse  (a),  ed  armata  come  le  truppe  svizzere  e  te- 
desche,e  come  quelle  ammaestrata  in  tutti  i  giorni 
festivi.  La  novella  milizia,che  fu  detta  rordinanza^ 
costò  alla  repubblica  molto  meno  che  non  co- 
stavano le  truppe  straniere,  e  si  mostrò  molto  più 
disciplinata  ed  obbediente  ai  suoi  ufficiali  (57).  In- 
tanto il  re  di  Spagna  colla  regina  sua  sposa  an- 
darono a  Piombino  invitati  da  Iacopo  IV,  nella 
quale  occasione  ottenne  questo  principe  la  carica 
di  generale  delle  armi  di  sua  maestà  cattolica,  ed 


(rt)  Ved,   (av.  GVI,  N,   1 


An.  1 508.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLI.  4 7 

il  comando  assoluto  sopra  i  400  fanti  cir  erano 
reslati  in  Piombino  (58). 

g.  3i.  Tostochè  Lodovico  XII  si  trovò  libero 
dai  timori  che  gli  avea  cagionato  l'aggressione  di 
Massimiliano,  inviò  a  Firenze  Michele  Rizio  per 
rimproverare  ai  fiorentini  le  negoziazioni  avute 
colPimperatore.  Essi  avevano  mostrato,  diceva  il 
Rizio,  soverchia  premura  di  pagare  un  tributo  al- 
la camera  imperiale,  quando  il  loro  danaro  dove- 
va essere  adopralo  contro  il  re  di  Francia,  o  i  di 
lui  alleati.  A  tal  uopo  essi  aveano  spedito  fino  in 
Germania  i  loro  ambasciatori,  e  nello  stesso  tem- 
po coi  loro  imprudenti  movimenti  contro  di  Pisa 
avevano  corso  rischio  di  accendere  la  guerra  nel 
cuore  deiritalia.  e  di  fare  in  tal  guisa  una  peri- 
colosa diversione  alle  armi  del  re  (59).  I  fiorenti- 
ni ben  compresero  il  significato  di  quest'  amba- 
sciata e  di  queste  ingiuste  lagnanze.  Pisa  trova- 
vasi  ridotta  agli  estremi;  il  partito  dei  campa- 
gnuoli  che  desiderava  la  pace  s*" accresceva  ogni 
dì  più*,  i  nobili  ed  i  cittadini,  che  avevano  difesa 
rindipendenza  della  lor  patria  con  irremovibile 
costanza,  in  gran  parte  erano  stati  mietuti  dal 
ferro  nemico;  i  superstiti  rifiniti,  invecchiati  ,  e 
disanimati  più  non  potevano  resistere  collo  stes- 
so vigore.  I/ora  s''appressava  in  cui  Pisa  volon- 
tariamente arrender  dovevasi  ai  fiorentini ,  ma 
Lodovico  voleva  approfittare  della  miseria  di 
quella  città  per  vendere  a  Firenze  la  sommissio- 
ne dei  pisani,  e  perciò  moveva  contro  di  lei  delle 
ingiuste  lagnanze  per  farsi  pagar  più  caro  in  se- 
guito la  sua  condiscendenza.  La   signoria   rispose 


48  AVVEMMENTl    STORICI  Jn.    1508. 

che  nel  suo  trattato  col  re  di  Francia  ella  aveva 
espressamente  riservati  i  diritti  deirimperio*,  che 
lo  stesso  Lodovico  XII  avea  siffattamente  ricono- 
sciuti questi  diritti,  che  non  s'era  in  verun  mo- 
do obbligato  a  proleggere  i  fiorentini  contro  iVIas- 
similiano*,  che  perciò  ella  era  stala  necessaria  cosa 
il  porsi  d'  accordo  intorno  alla  legittima  presta- 
zione dovuta  dalla  repubblica  airin^peratore.quan- 
do  veniva  a  ricevere  la  corona  imperiale^  che  per 
altro  i  loro  ambasciatori  avevan  procurato  di  nulla 
concludere  con  Massimiliano^  che  non  gli  ave- 
vano dato  danaro,  e  che  soprattutto  non  avrebbe- 
ro mai  sottoscritta  con  lui  una  convenzione  che 
potesse  riuscire  pregiudicevole  alla  Francia^  che 
rispetto  ai  loro  tentativi  contro  di  Pisa,  questi 
dovean  tanto  meno  inquietare  i  loro  vicini,  in- 
quantochè  eransi  fatti  senza  artiglierie, e  insom- 
ma non  eran  altro  che  scorrerie  nei  campi;  che 
Firenze  nel  suo  trattato  colla  Francia  del  iSoa, 
aveva  espressamente  fatta  riserva  del  dritto  di 
continuare  la  guerra  contro  Pisa,  e  che  per  ulti- 
mo non  bene  si  comprendeva  per  qual  cagione  vo- 
lesse il  re  più  particolarmente  interessarsi  per 
quella  città,  dopo  ch^ella  aveva  somministrati  i 
soccorsi  ai  genovesi  contro  di  lui,  e  scostarsi  dai 
fiorentini  che  gli  erano  slati  sempre  fedeli  (60). 
g.  32.  A  tali  rimproveri,  come  i  fiorentini  lo 
avean  presagito,  tenner  subito  dietro  le  proposte. 
Michele  Rizio  offrì  di  dar  loro  il  possesso  di  Pisa 
per  un  determinato  prezzo  *,  ma  Ferdinando  il 
cattolico  si  ostinava  a  volere  intervenire  ancor 
lui  nel  contratto  e  ritrarne  profitto.  Per  tal  mo- 


'Jn.i50S.         DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLI.  ^9 

tivo  mandò  un  ambasciatore  in  Toscana,  che  pri- 
ma recossi  a  Pisa  per  esortare  quegli  abitanti  a 
difendersi,  facendo  loro  sperare  i  soccorsi  del  re. 
In  appresso  questo  ambasciatore  si  recò  a  Firen- 
ze, e  cominciò  a  trattare  colla  signorìa  in  con- 
corso delPambasciatore  francese.  Così  questa  lun- 
ga guerra,  che  poteva  esser  terminata  dalle  sole 
armi  toscane,  diventava  un  oggetto  di  negoziati 
tra  la  Francia  e  la  Spagna.  Di  là  a  poco  tali  nego- 
ziazioni in  vece  di  continuarsi  in  Toscana  si  trat- 
tarono a  Parigi,  ed  i  popoli  d^Itah'a  ebbero  occa- 
sione di  avvedersi.che  i  loro  propri  destini  più  non 
dipendevano  da  essi  medesimi,  poiché  le  liti  so- 
stenute colle  loro  armi  e  col  denaro  soltanto, 
dovean  decidersi  dagli  stranieri  (6  i).  Frattanto, 
siccome  la  miseria  di  Pisa  andava  crescendo,  i  re 
di  Spagna  e  di  Francia  temendo  di  perdere  occa- 
sione del  guadagno,  mostrarono  più  scopertamen- 
te la  loro  cupidigia.  I  fiorentini  avevano  il  25  a- 
gosto  preso  al  loro  soldo  un  tal  Bardella  corsaro 
di  Portovenere,  il  quale  per  la  paga  di  600  fiori- 
ni al  mese  obbligavasi  a  chiudere  la  foce  deirA.r- 
no  con  tre  piccoli  vascelli.  Questi  fece  si  bene  il 
dover  suo,che  il  Chaumont  governatore  milanese 
scrisse  inFrancia,che  se  non  vi  si  poneva  rimedio 
Pisa  cadrebbe  da  sé  in  mano  dei  fiorentini.  Il  re 
gli  ordinò  subito  di  mandare  ai  pisani  Gio.  Giaco- 
mo Trivulzio  con  trecento  lance,  affinché  la  città 
non  si  arrendesse  prima  che  il  re  avesse  ricevuto 
la  mancia.  I  fiorentini  sbalorditi  nel  vedere  che 
Lodovico  XII,  senza  rispetto  alcuno  per  Tespres- 
so  tenore  dei  trattati, inviava  dei  soccorsi  contro 
Si.   Tose,  Tom,  i).  5 


5o  •     AVVENIMENTI  STORICI  An.ISOS. 

di  loro,  sì  rassegnarono  tìnalmente  a  ricomprare 
le  proprie  conquiste  dalle  mani  di  coloro  che  si 
arrogavano  il  dritto  di  venderle.  Ofl'riron  pertanto 
ai  due  re  centomila  ducati  divisibili  tra  le  due  cor- 
ti, purché  Tun  monarca  e  l'altro  si  obbligassero 
a  non  attraversare  la  loro  intrapresa.  Ma  Lodovico 
XII  non  volle  meno  di  centomila  ducati  di  mancia 
per  la  sua  parte,  e  non  pertanto  insistette  percliè 
Ferdinando  avesse  dal  canto  suo  una  somma  di 
danaro.  All'ultimo  i  fiorentini  promisero  i  looooo 
ducati  al  re  cristianissimo.e  5oooo  al  re  cai  tolico^e 
perchè  questi  non  si  offendesse  della  diversità  del 
trattamento,  non  ne  fu  latta  menzionenel  trattato 
palese,e  in  un  trattato  segreto  i  fiorentini  si  rico- 
nobbero debitori  verso  Lodovico  XII  di  altri 
5oooo  ducati  sotto  mentito  pretesto.  Questa  con- 
venzione fu  sottoscritta  il  dì  i3  marzo  del  1509: 
e  siccome  in  quel  punto  tutte  le  potenze  dltalia 
erano  occupate  d'*assai  più  gravi  interessi  in  oc- 
casione della  lega  di  Cambrai ,  ove  tra  le  jepub- 
bliche  toscane  vi  fu  nominata  soltanto  Siena,  co- 
si esse  lasciarono  ai  fiorentini  la  libertà  di  prose- 
guir la  guerra  contro  Pisa  (6a). 

g.  35.  Fin  dal  novembre  del  i5o8  il  corsaro 
Bardella  era  stato  richiamato  dai  servigi  dei  fio- 
rentini per  espresso  ordine  della  signorìa  di  Ge- 
nova. Lodovico  XII  aveva  fatto  dare  quest'ordine 
per  procurare  un  breve  respiro  ai  pisani,tìnchè  fos- 
se terminata  la  sua  negoziazione^  ma  poich'egli  eb- 
be venduto  il  suo  assenso,  il  Bardella  tornò  ai 
servigi  della  repubblica  fiorentina,  ed  il  debole 
suo  naviglio  bastò  per  chiudere  la  foce  delFA-rno. 


'An*    1508.         DEI  TEMPI  REPUBB.CAP.  XLI.  5l 

Intanto  le  armi  dei  fiorentini  furon  volte  con- 
tro i  lucchesi,  perchè  questi  avevano  soccorsi  i 
pisani  con  armi  e  con  vettovaglie.  La  signorìa 
ne  ordinò  la  vendetta  al  commissario  delPeser- 
cito.  Egli  entrò  nel  territorio  lucchese, e  tutto  Io 
guastò,  recando  alla  repubblica  di  Lucca  con  que- 
sta incursione  un  darnio  di  oltre  loooo  fiorini; 
il  qual  castigo  fece  finalmente  accorti  i  lucchesi 
della  loro  debolezza  e  del  pericolo  di  provocare 
maggiormente  alfira  i  loro  potenti  vicini,  e  in- 
dusseli  all'ultimo  a  chiedere  da  senno  l'alleanza 
di  Firenze.  Il  trattato  tra  queste  due  repubbli- 
che fu  sottoscritto  1*1 1  ^i  gennaio  del  presente 
anno.  I  lucchesi  s'obbligarono  d''impedire  ai  pisani 
ogni  comunicazione  col  loro  territorio,  e  di  vie- 
tare essi  medesimi  ai  loro  contadini,che  lutti  e- 
ran  propensi  ai  pisani,  di  portar  soccorsi  a  quella 
città.  Patto  era  altresì,  che  se  la  guerra  andava 
per  le  lunghe,  il  trattato  tra  Firenze  e  Lucca  non 
dovesse  durare  più  che  tre  anni*,  ma  se  Pisa  ca- 
deva entro  Tanno,  l'alleanza  tra  i  fiorentini  ed  i 
lucchesi  dovea  tenersi  rinnovata  per  dodici  an- 
ni (63).  1  genovesi  tentarono  ancora  nel  mese 
di  febbraio  d''inviare  a  Pisa  un  sufticienle  convo- 
glio di  grani  per  alimentare  quella  sgraziata  po- 
polazione fino  al  prossimo  ricolto:  una  squadra 
genovese  composta  d'un  gran  vascello,  di  quattro 
galeoni,  quindici  brigantini,  e  trenta  barche  pre- 
sentossi  alle  bocche  deirArno,e  quindi  alle  foci  del 
Serchio  e  del  fiume  l\Iorto,ma  tutte  le  trovò  chiu- 
se. I  fiorentini  avevan  divisa  la  loro  armata  in  tre 
campi  trincerati  a  s.  Piero  in  Grado,  a  Bocca  di 


5a  AVVENIMENTI  STORICI  An,   1508. 

Serchio  ed  a  Mezzana,  e  mediante  un  ponte  sul- 
TArno  e  delle  palatitte  negli  altri  fiumi,  con  ba- 
stioni coperti  d^  artiglieria,  chiudevano  assoluta- 
mente il  passo.  Il  corsaro  Bardella  dava  la  caccia 
ai  più  piccoli  battelli  che  tentavano  di  avvicinarsi 
alla  riva.  Tre  brigantini  genovesi  carichi  di  fru- 
mento furon  presi,  e  gli  altri  tornarono  a  Lerici 
afifalto  convinti  ch'era  ornai  impossibile  di  soccor- 
rere i  pisani  (64). 

g.  34. 1  magistrati  di  Pisa  e  tutti  coloro  clm 
stavano  fermi  nella  risoluzione  di  difendere  fino 
alla  morte  Tindipendenza  della  loro  patria,  più 
non  sapevano  resistere  alle  grida  del  popolo  ed 
in  particolare  de'contadini,  che  perivano  (\ì  fame 
e  chiedevano  che  si  venisse  ai  patli^  Per  appaga- 
re queste  domande,  i  magistrati  furono  costretti 
di  rivolgersi  al  signore  di  Piombino ,  implorando 
la  sua  mediazione.  Giacomo  d''Appiano ,  signore 
di  Piombino,  a  cui  i  pisani  ricorsero  in  sul  co- 
minciare di  marzo  ,  richiese  i  fiorentini  di  man- 
dare a  Piombino  i  loro  plenipotenziari^  ed  il  Ma- 
chiavelli, che  di  già  trovavasi  alParmata,  recossi  a 
Piombino  il  1 4  di  marzo,  per  trovarvi  i  deputati 
pisani^  ma  non  tardò  ad  avvedersi  che  questi  non 
altro  si  proponevano  che  di  guadagnar  tempo  sen* 
za  avere  iotenzi  one  di  concludere.  Gli  inviati  pi- 
sani chiedevan  sempre  sicure  mallevadorìe  pel 
mantenimento  deir  assoluta  amnistìa  che  loro, 
prometteva  Firenze^  ed  avendoli  il  Machiavelli; 
richiesti  di  meglio  spiegare  che  cosa  si  volessero: 
con  queste  mallevadorìe,  dissero  che  altra  non 
ne  conoscevano  che  quella  di  custodire  es5i  me* 


^«•1508.       DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLl.  53 

desimi  la  loro  città  ,  lasciando  ai  fiorentini  lutto 
ciò  ch''era  fuori  delle  mura,  k  tale  domanda  fu 
rotta  ogni  pratica,  e  il  Machiavelli  tornò  al  cam- 
po per  stringere  la  città  alla  resa  (65).  I  pisani 
difettevano  al  tutto  di  vino,  olio,  aceto  e  sale;  il 
frumento  si  vendeva  in  Pisa  due  scudi  d^oroogni 
staio,  o  circa  60  franchi  al  quintale.  Più  non  vi 
era  quoio  per  fare  scarpe,  e  i  soldati  e  i  cittadini 
camminavano  a  piedi  scalzi  (66).  L''ora  di  Pisa 
era  finalmente  giunta,  e  dopo  14  anni  e  sette  mesi 
di  guerra,  sostenuta  con  maraviglioso  coraggio  , 
con  una  costanza  e  con  una  rassegnazione  di  cui 
forse  non  trovavasi  esempio  presso  altri  popoli, 
convenne  cedere  alla  necessità.  I  particolari  di 
questa  lunga  tenzone  ci  furon  trasmessi  dai  ne- 
mici dei  pisani:  non  ci  rimane  alcuna  cronaca 
contemporanea  di  quella  ciltà,ed  è  probabile  che 
nessun  dei  pisani  V  abbia  scritta,  dimodoché  sia- 
mo privi  della  storia  delle  deliberazioni,  dei  con- 
sigli e  degli  sforzi  operati,  e  delle  perdite  soste- 
nute dai  cittadini  «ntro  le  mura.  Appena  ci  fu 
conservato  il  nome  di  tre  o  quattro  pisani  in  un 
tempo  in  cui  tsniti  cittadini  merifaron  per  la  loro 
devozione  alla  patria,  pel  loro  valore,  per  Telo- 
quenza,  per  la  destrezza  delle  loro  negoziazioni 
eterna  fama:  pure  framezzo  alle  prevenzioni  nemi- 
che di  coloro  che  soli. ci  lasciarono  memoria  di 
questi  avvenimenti,  si  scopre  una  grandezza  di 
animo  ed  un  eroismo  di  cuiniun'altra  città  dTta- 
lia  dette  esempio  (67). 

g.  35.  Tarlatino  che  con  tanto  valore  aveva 


54  AVVENIMENTI  STORICI  An,    1 50ft» 

capitanata  la  guarnigione  di  Pisa,  s^indusse  6nal- 
niente  il  dì  ao  maggio  a  chiedere  ai  comandanti 
deirarmata  fiorentina  i  salvacondotti  per  quattro 
deputati  di  Pisa  ,  i  quali  dovevano  recarsi  dai 
tre  commissari   della  repubblica  a  domandare  i 
passaporti  per  dodici  ambasciatori  che  la  loro  pa- 
tria aveva  finalmente  determinato  d^inviare  a  Fi- 
renze per  capitolare.  Questi  deputali  non  lascia- 
rono dubbiezze  intorno  alla  sincerità  delle  loro 
intenzioni,  e  i  tre  commissari,  Antonio  Filicaiji, 
Alamanno  Salviati  e  Niccolò  Capponi,  che  con  la 
instancabile  loro  operosità  av  evano  ridotta  Pisa 
a  quegli  estremi,  furono  altresì  i  primi  a  dare  a 
divedere  che  Tardore  contro  i  nemici  in  guerra 
poteva  andare  unito  non  l'umanità  e  con  la  più 
nobile  generosità.  Le   negoziazioni  trattate  ora 
in  Firenze,  ora  nel  campo,  durarono   18  giorni: 
intanto  i  pisani  per  mille  prelesti   visitavano   il: 
campo  fiorentino,  onde  ottenere  alimenti  dalla- 
carità  de*soldati,  e  portarli  alle  loro  famìglie  (68). 
Finalmente  il  trattalo  della  resa  sottoscritto  a 
Firenze  il  4  o^^S"^  ®  ratificato  a  Pisa  da  tutto  il 
popolo  il  di  ;,  ebbe  esecuzione  iJtel  susseguente 
giorno.  L'armata  fiorentina  entrò  in  Pisa  l'8  giu- 
gno del  presente  anno,  e  ritornò  l'abbondanza 
nella  estenuata  città.  Non  solo  furono  perdonate 
tutte    le    ofi'ese,    e   restituiti   ai    pisani    tutti  i 
loro  poderi,  ma  la  signorìa  fece  ancora  pagare  ad 
ogni  cittadino  le  rendite,  i  frutti  ed  il  prezzo  de- 
gli annui  affitti  ch'erano  stati  riscossi  nel  terri- 
torio pisano.  Lo  storico  Giacomo  Nardi,  cui  fu 


^#i.    1508.       DEI  TEMPI  REPUBB.  Ci P.  XLI.  55 

affidato  questo  incarico,  accerta  che  la  signoria 
fiorentina  lo  fece  con  tanta  liberalità,  che  parca 
piuttosto  ricevere  che  dar  legge  (69). 

§.  36.  La  capitolazione  fu  egualmente  liberale 
per  ogni  rispetto:  tutti  gli  antichi  privilegi  furo- 
no confermati  del  pari  che  tutti  i  magistrali  in- 
dipendenti del  comune  di  Pisa  5  la  franchigia  del 
traffico  e  delle  manifatture,  di  cui  i  pisani  erano 
slati  in  addietro  privati,  loro  fu  restituita.  Fu  ad 
essi  dato  il  diritto  di  appellazione  per  le  cause  cri- 
minali avanti  ai  medesimi  tribunali  che  giudica- 
vano i  fiorentini^  ed  alleviato  fu  per  quanto  po- 
tevasi  il  dolore  dei  pisani  per  la  perdita     della 
loro  indipendeniia^se  non  che  né  l'orgoglio  de'pi- 
sani,  né  il  loro  amor  di  patria  potevano  accomo- 
darsi alla  servitù.  Tutii  coloro  che  perla  chiarezza 
della  famiglia  godevano  di  qualche  credito  presso 
gli  stranieri,  che   colle  loro  ricchezze  potevano 
recarsi  a  vivere  altrove  delle  proprie  sostanze,   o 
che  per  la  perizia  di  guerra  o  pel  valore  potevano 
acquistare  le  ricchezze  d;  cui  erano  privi,  abban- 
donarono la  patria  caduta  in  servitù.  I  Torli,  gli 
AlJiata,  e  molti  altri  recoronsi  a  Palermo  ,  ove 
dopo  quel   punto  trovaronsi  quasi  tutti  i  nomi 
della  nobiltà  pisana^  i  Buzzacherini,  ch^rano  del 
casato  de'^Sismondi,  recaronsi  a  Lucca  con  molti 
loro  concittadini^  altri  cercarono  un  asilo  in  Sar- 
degna, e  finalmente  un  numero  anche  maggiore 
andò  d  raggiungere  l'armata  francese  che  aveva 
di  già  invaso  il  territorio  veneziano.  Ranieri  del- 
la Sassetta  e  Pietro  Gambacorti   vi  si   recarono 
con    i5o  fanti  pisani  adunati   in  Lombardia.   L'n 


56  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.   1510. 

gran  numero  d''altrì  pisani,  tra  i  quali  una  fami- 
glia del  casato  de*"  Sismondi,  accorsero  sotto  le 
medesime  insegne.  Rinnovellando  coi  capitani 
francesi  que'  vincoli  d'*ospitalità,  che  con  tanto 
studio  avean  già  procurato  di  stringere  in  occa- 
sione della  venuta  di  Carlo  Vili,  e  per  cui  erano 
più  volte  andate  a  vuoto  le  negoziazioni  del  ga- 
binetto, ed  era  stata  salvata  Pisa  per  opera  delle 
armate  medesime  che  l'assediavano,  essi  adotta- 
rono per  patria  il  campo  francese  ,  surrogarono 
alla  libertà  civile  l'indipendenza  delle  armi,  tro- 
varono nella  gloria  qualche  conforto  al  loro  esi- 
lio, e  senza  avere  in  luogo  alcuno  ferma  e  sicu- 
ra stanza,  continuarono  ad  abitare  come  patria 
loro  ritalia  fino  al  tempo  in  cui  le  armate  fran- 
cesi ne  furono  scacciate.  Allora  le  esuli  famiglie 
andarono  a  cercare  nelle  provincie  meridionali 
della  Francia  una  immagine  del  bel  clima  della 
Toscana  da  esse  abbandonato,  e  vi  fermarono  la 
loro  dimora  (70). 

g.  37.  Benché  Iacopo  IV  signore  di  Piombino 
fosse  assicurato  della  protezione  del  re  cattolico 
e  dell'imperatore,  non  menochè  deiraffetto  dei 
suoi  vassalli,  colPesempio  delle  passate  calamità 
si  era  reso  titubante  e  circospetto,  perla  qual  co- 
sa domandò  ed  ottenne  la  formale  investitura  del 
suo  stato  dairimperatore  Massimiliano  con  di- 
ploma dato  in  Roveredo,  nel  quale  vien  dichia- 
rato feudo  nobile  imperiale,  a  similitudine  degli 
altri  feudi  liberi  deli'impero,e  con  facoltà  ancora  di 
batter  moneta  d''oro  e  d'argento.  Questa  è  la  prima 
formale  investitura  ottenuta  dal  capo  del  sacro  ro- 


;^n.    1510.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLT.  ^y 

mano  impero.  Pubblicato  il  diploma  d'  infeuda- 
zione  da  Raiaiondo  Cardone  viceré  di  Napoli  , 
scrisse  agli  anziani  di  Piombino  una  lettera  nella 
quaPesortavali  a  star  di  buon  animo,che  il  suo  re 
aveva  la  prolezione  del  signore  di  Piombino  (71). 
La  repubblica  lucchese  Irovossi  in  questo  tempo 
in  una  situazione  sommamente  delicata.  Giulio  II, 
quelPardente  pontefice  volendo  far  guerra  ai  ge- 
novesi e  ad  A-lfonso  duca  di  Ferrara,  sollecitava 
i  lucchesi  ad  entrare  in  lega  con  lui  per  questa 
guerra,  offrendo  in  premio  la  restituzione  delle 
terre  che  il  secondo  nella  Garfagnana,  ed  i  pri- 
mi nella  Lunigiana  ritenevano  deliucchese.  Al- 
fonso dair  altra  parte  esibiva  loro  le  terre  che 
aveva  del  suo,  mediante  io  sborso  di  laooo  fiorini 
d''oro.  Ben  ponderata  la  cosa,  fu  veduto  esserper 
Io  meno  imprudente  il  consentire  o  all'una  o  al- 
Taltra  delle  proposizioni.  Conciossiachè  per  una 
parte  il  re  di  Francia  sarebbesi  altamente  offeso 
e  di  amico  sarebbe  doventato  nemico  dei  luccbe- 
si,se  contro  i  genovesi  e  il  duca  ch"'erano  dalla  sua, 
avesser  prese  le  armi^  e  dall'altra  parte  un  papa  di 
quella  fatta  non  poteva  non  adirarsi  contro  Luc- 
ca, e  già  lo  avea  detto,  se  avesse  somministrato  al 
suo  nemico  il  maggior  nerbo  per  sostenersi  ch'è 
il  danaro.  Laonde  volendo  i  lucchesi  star  di  meg- 
lio, importando  di  chiarir  soprattutto  Panimodel 
pontefice  sulla  necessità  di  una  tale  determina- 
zione ,  procurarono  per  mezzo  di  legali  a  farlo 
capace  della  cosa;  parve  egli  persuaso  delle  ra- 
gioni e  non  andò  oltre  (72). 

St.   Tose,    Tom,  9.  6 


;p^. 


58  ATVENIMENTI     STORICI 


NOTE 


(1)  Iacopo  Nardi,  Slor.  fior.  lib.  iv,  p.  117.  (2)  Si- 
smondi,  Storia  delle  repubbliche  italiane,  voi.  xiii  , 
cap.  e,  p.  97.  (3)  Guicciardini,  Storia  d'Italia  lib.  iv. 
p.  263.  (4)  Iacopo  Nardi  cit.  lib.  iv,  p.  263.  (5)  Guic- 
ciardini ,  Nardi  e  Filippo  Nerli ,  ap.  Sismondi  cit. 
p.  99.  (6)  Paolo  Giovio  ,  Vita  di  Leone  X  tradotta 
da  Lodovico  Domeuichi  lib.  i,  p.  74.  (7)  Guicciar- 
dini ,  Nardi,  Ammirato  e  Cambi  ap.  Sismondi  cit. 
voi.  XIII  ,  cap.  e,  p.  101.  (8)  Cesaretti  ,  Stor.  dei 
principato  di  Piombino,  voi.  ii,  cap.  v.  (9)  Malavolti, 
Stor.  di  Siena, Nardi  ed  Ammirato  cit.  p.  102.  (10)  Ce- 
4^,  saretti  cit. (11)  Pezzati, Diario  della  ribellione  della  città 

Mt  d'Arezzo  dell'anno  1  502,  ap.  L'archivio  storico  italia- 

no voi.  I,  p.  213.  (12)  Guicciardini,  Burcardi,  Nar- 
di e  Malavolti^  ap.  Sismondi  cit.  p.  142  143.  (13)  Si- 
smondi cit.  voi.  XIII,  cap.  Gli,  pag.  144.  (14)  Guic- 
,  Giardini,  Nardi,  Carabi,  ed  Ammirato^  ap.  Sismon- 
di, cit.  p.  145.  (15)  Storia  di  Cortona  d'Anonimo, 
p.  81.  (16)  Cantini,  Lettere  a  diversi  illustri  sogget- 
ti sopra  alcune  terre  e  castella  di  Toscana,  letter.  xv, 
e  xvu.  (17)  Guicciardini  cit.  lib.  v,  p.  284.  (18)  Cam- 
bi ,  Nardi,  ed  Ammirato  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiii, 
cap.  cij  p.  150.  (19)  Cambi  ed  Ammirato  ap.  Sismon- 
di cit.  p.  151.  (20)  Fioravanti^  Memorie  storiche  di 
Pistoia  ,  cap.  xxviii  ,  pag.  393.  (21)  Ivi  ,  ,pag.  394. 
(22)  Ivi, pag.  398.  (23)  Ivi  ,  pag.  401.  (24)  ivi,  pag. 
403.  (25)  Malavolti,  Storia  di  Siena,  part.  iii  ,  lib. 
VI,  ap.  Pignoni  ,  Storia  della  Toscana  sino  al  prin- 
cipato voi.  vni,  lib.  V,  cap.  iv.  (26)  Pignotti  cit.  Ma- 
lavolti cit.  part.  HI,  lib.  vi^  p.  111,  e  Sismondi  cit. 
voi.  xui  ,  cap.  CI,  p.  173.  (27)  Ammirato  cit.  ap, 
Pignotti  cit.  (28)  Libro  de'consigli,  ap.  Cesaretti  cit. 


DEI  TEMPÌ  REPUBB.  CAP,  XLI.  69 

voi.  II,  cap.  V.  (29)  Memorie  d'Andrea  Sernis'i  ,  Guic- 
ciardini lib.  VI,  e  Muratori,  Annali  d'Italia  aD.1503, 
ap.  Storia  di  Cortona  cit.  p.  81.  (30)  Guidotti,  Com- 
pendio delia  Storia    di  Toscana,    voi.  i ,  cap.     xiv  . 

(31)  Litta,  Nota  della  famiglia  Medici  e  de'primi  tem- 
pi della  repubblica   di  Firenze   tav.  ix  ,  art.  Pietro. 

(32)  Guidotti  cit.  (33)  Iacopo  Nardi  ed  Ammirato,  ap. 
Sismondi  cit.vol.xin^cap.ciii.  p. 270.(34)  Iacopo  Nardi 
cit.  lib.  IV,  p.  165,  e  Guicciardini  cit.  lib. vi.  (35)  Nar- 
4i,  Guicciardini,  Ammirato  ed  Arrosti  ,  Cronica  di 
Pisa,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiii,  cap.  cui,  p.  272. 
(36)  Legazione  del  Machiavelli  alla  corte  di  Francia. 
Lettera  di  Niccolò  Valori,  Guicciardini,  Ammirato', 
e  Iacopo  Nardi,  ap.  Sismondi  cit.  p.  273.  (37)  Ar- 
rostijCronica  di  Pisa  in  archiv.  plsan.  fol.  225.  (38)Le- 
gaziooe  del  Machiavelli  a  Gian  Paolo  Baglioni  ,  voi. 
VII,  p.  1-12.  lac.  Nardi,  Stor.  fior.  lib.  iv,  pag.  170. 
Guicciardini  lib.  Vi  ,  p.  i50.  (39)  Nardi  e  Guicciar* 
diui  cit.  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiii,  cap.  cui,  pag* 
283.  (40)  Legazione  it  di  Niccolò  Machiavelli  a  Sie- 
na dal  16  ai  24  di  luglio  del  1505,  voi.  vii^  p.  16, 
47.(41  )  Nardi,  Guicciardini  ed  Ammirato  ap.  Sismon- 
di cit.  p.  284.  (42)  Nardi  cit.  Guicciardini  cit.  Am- 
mirato cit.  e  Frane.  Belcarii,  Rer.  Gali,  comment. 
lib.  X,  p.  289.  (43)  Nardi  ed  Ammirato,  ap.  Sismon- 
di cit.  voi.  xiii  ,  cap.  ciil^  p.  285  .  (44)  Spedizione 
del  Machiavelli  al  campo  contro  Pisa,  lettera  dei  die- 
ci ad  Antonio  Giacomini  19  agosto  1505,  voi.  vii, 
pagina  48  .  (45)  Nardi  ed  Ammirato  ,  ap.  Sismon- 
di cit.  pag.  2S6.  (46)  Guicciardini  citato,  e  Francesco 
Belcari  citalo  j  ap.  Sismondi  citato  ,  voi.  xui  ,  cap. 
CUI,  p.  287.  (47)  Fioravanti  cit.  cap.  xxix.  (48)  Nar- 
di, Ammirato  e  Cambi  cit.  ap.  Sismondi  cit.  p.  308. 
(49)  Fioravanti  cit.  (50)  Malavolti  cit.  ap.  Cantini 
cit.  (51)  Sismondi  cit.  voi.  xiii,  cap.  cui,  pag.  3('9. 
(52)  Mazzarosa  cit.  voi.  11,  lib.  vi,  p.  32.  (53)  Guic- 
ciardini cit.  lib.  VII,  p.   398.  (54)  Machiavelli,  Lcgaz. 


6o  AVVENIMENTI  STORICI 

lib.  VII,  p.  156-158.  (55)  Guicciardini  cit.  ap.  Si- 
smondi  cit.  cap.  civ  ,  p.  345.  (56)  Nardi,  Ammira- 
lo, Arrosti  Cron.  di  Pisa,  e  Guicciardini  ap.  Sismon- 
di  cit.  vol.xiii,  cap.  civ,  p.  356.  (57)  IVIachiavelli,Op. 
toni.  IV,  p.331,  356,  e  Iacopo  Nardi  cit.  lib.iv,p.20O. 
(58)  Libro  dei  consigli  alPanno  1507^  ap.  Cesarelti, 
Storia  del  principato  di  Piombino  cit.  voi.  li  ,  cap. 
V.  (59)  Guicciardini  cit.  lib.  vii,  p.  407.  (60)  Guic- 
ciardini, Nardi,  e  Ammirato,  ap.  Sismondi  cit.  voi. 
xiii,  cap.  civ,  p.  359.  (61)  Guicciardini  cit.  lib.  vii, 
p.  408.  (62)  Guicciardini,  Nardi,  Ammirato  e  Cafn- 
bi,  ap.  Sismondi  cit.  p.  361,  e  Malavolti  cit.  pait» 
HI,  lib.  VII,  p.  115.  (63)  Nardi,  Ammirato,  Cambi  e 
Guicciardini  ,  ap.  Sismondi  cit.  p.  362.  (64)  Guic- 
ciardini cit.  lib.  viii^  p.  417,  e  Niccolò  Machiavelli, 
Commissioni  al  campo  contro  Pisa,  tom.  vii,  p.  240. 
(65)  Commis.  data  al  Machiavelli  10  marzo  e  sua  let- 
tera da  Piombino  15  marzo  tom.  vili,  pag.  246-249. 
Ammirato  cit.  lib.  xxviii,  e  Cambi  cit.  voi.  xxi,  p. 
229.  (66)  Ammirato  e  Cambi  cit.  (67)  Sismondi  cit. 
voi.  XIII,  cap.  civ,  p.  465.  (68)  Lettere  de^comniis- 
sari  generali  del  20  maggio  1509  al  (>  giugno  presso 
il  Machiavelli,  Legaz.  voi.  vii^  p.  267-288.  (69)  Nar- 
di, Ammirato,  Cambi  ,  Belcari  ,  Arrosti  e  Guicciar- 
dini ap.  Sismondi  cit.  p.  366.  (70)  Sismondi  cit. 
voi.  XIII,  cap.  riv  ^  p.  368.  (71)  Cesarelti  cit.  voi. 
Il,  cap.v.  (72)  Mazzarosa  cit.  voi.  ii,  lib.  vi,  p.   36. 


DEI    TEMPI    HEPUBBLICAKI  6  E 


II^IPILIKDILI)    £M1I% 


Jn.  1510  di  G.  Cr. 

g.  I.  In  tutta  r Italia  ormai  non  restavano  altri 
slati  indipendenti  oltre  Venezia  e  la  Chiesa,  che  le 
tre  repubbliche  di  Toscana  Firenze,  Siena  e  Lucca 
e  pochi  altri  dell'Italia  superiore.  Stavano  le  tre 
repubbliche  neutrali  e  spettatrici  anziose  d'una 
guerra,  da  cui  dipindevano  i  destini  della  loro 
contrada,  tutt*  e  tre  immote  e  bramose  di  far  di- 
menticare colla  presente  nullità  la  fama  trascor- 
sa ,  onde  non  fossero  istigate  a  collegarsi  con 
qualcuna  delle  potenze  belligeranti  .  Da  lungo 
tempo  Lucca  e  Siena  avevano  per  la  debolezza 
loro  adottala  quella  politica.  Essa  era  più  nuova 
per  Firenze,  ed  era  stala  per  tanto  tempo  riguar- 
dala come  il  centro  di  tutte  le  negoziazioni  di 
Italia.  IVla  senza  molti  anni  di  riposo  non  poteva 
quella  repubblica  rifarsi  dallo  spossamento  in 
cui  r  avevano  ridotta  la  guerra  portata  in  Italia 
da  Carlo  Vili  e  la  ribellione  di  Pisa.  Il  gonfa- 
loniere Pier  Soderini  il  22.  dicembre  del  presente 
anno.^  rendendo  conto  della  sua  amministra/ione 


6a  ATVE5IMENT1  STORICI  An.   1510. 

al  gran  consiglio,  sottopose  al  sindacato  dei  suoi 
concittadini  i  prospetti  delP  entrate  e  delle  spese 
della  repubblica  per  ott'anni.  Esse  ammontavano 
a  9o8,3oo  fiorini  d'oro;  e  sebbene  questa  somma, 
avuto  riguardo  al  valore  del  denaro  in  queHempi, 
fosse  ragguardevole,  pure  ella  indica  una  grandis- 
sima diminuzione  delle  ricchezze  della  repubblica, 
ove  si  paragoni  a  quel  che  Firenze  poteva  spendere 
senza  grave  incomodo  nelle  guerre  coi  signori 
della  Scala  e  coi  Visconti.  La  domane  del  giorno, 
in  cui  il  gonfaloniere  aveva  dato  alTItalia  il  nuo- 
vo esempio  di  sottoporre  al  sindacato  dei  cittadi- 
ni le  ragioni  delP  entrata  e  della  spesa  pubblica, 
si  scoprì  in  Firenze  una  congiura  contro  di  lui 
tramata  per  ucciderlo  a  tradimento  .  Si  era  que- 
sta congiura  ordita  in  Bologna  alla  corte  del  pa- 
pa, e  n'era  principio  lo  sdegno  di  Giulio  II  contro 
chiunque  ardiva  opporsi  alla  sua  volontà.  Non 
polea  Giulio  perdonare  al  Soderini  la  di  lui  par- 
zialità verso  la  Francia  ;  e  benché  lo  vedesse  te- 
ner la  repubblica  neutrale  ,  lo  avea  sospetto  a 
cagione  delle  segrete  offerte  di  Lodovico  XII,  e 
temeva  che  la  repubblica  fosse  inclinata  a  dichia- 
rarsi contro  la  Chiesa,  se  mai  fosse  nata  la  pro- 
pizia occasione.  11  Soderini  aveva  poi  offeso  pri- 
iratamente  il  papa,  accordando  salvacondotto  ed 
asilo  in  Firenze  a  cinque  cardinali  fuggiti  in  To- 
scana. Questi  prelati  fransi  spaventati  a  cagione 
delia  morte  d^  uno  dei  loro  colleghi  in  Ancona, 
ed  avean  ricusato  di  raggiungere  il  pontefice  a 
Bologna.  Sde^navasi  Giulio  lì,  o  d'esser  sospet- 
tato autore  della  morte  del  cardinale,  o  di  veder 


'^nJSiO.      DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  63 

sottratti  alla  punizione  coloro  che  volea  spende- 
re. Questi  cinque  cardinali  partitisi  poscia  da  Fi- 
renze per  andare  a  Milano,  si  posero  subito  nella 
fazione  del  clero  contrario  a  Giulio  II,  ed  abbrac- 
ciarono tutti  gl'interessi  della  Francia  (i). 

g.  a.  Giulio  II,  confondendo  nell'  ira  sua  il 
Sederini  con  Lodovico  XII  e  coi  cardinali  ribelli 
alla  sua  autorità,  risolvette  di  spegnerlo  e  di  cam- 
biare il  governo  di  Firenze.  Trovavasi  allora  in 
Bologna  un  Prinzivalle  della  Stufa  cittadino  fio- 
rentino delPetà  di  25  anni,  figlio  di  un  partigiano 
de\>Iedici.Era  costui  abbastanza  destro  ed  animo- 
so per  eseguire  le  più  diffìcili  imprese  e  profei  issi 
parato  ad  appagare  V  ira  del  papa  uccidendo  il 
gonfaloniere.  Marc'Antonio  Colonna  promise  di 
dargli  dieci  robusti  ed  animosi  uomini  per  asse- 
condarlo; e  fermata  in  tal  guisa  la  morte  del  gon- 
faloniere, Prinzivalle  parti  alla  volta  di  Firenze 
onde  trarre  nella  sua  trama  alcuni  nobili  fioren- 
tini. Parlò  dapprima  a  Filippo  Strozzi  che  aveva 
sposata  una  sorella  dei  Medici,  e  che  per  ciò  era 
dal  Prinzivalle  credulo  affezionatissimo  a  que- 
sta famiglia;  ma  Io  Strozzi  risposegli  di  aver  detto 
a  chiare  note  ai  suoi  cognati ,  che  tosto  riman- 
derebbe loro  la  sorella  ,  oguora  che  gli  avessero 
fatte  fare  ambasciate  relative  alle  cose  politiche, 
ed  anzi  non  volle  neppur  promettere  di  serbare 
il  segreto  intorno  alle  cose  dettegli  dal  Prinzi- 
valle, laonde  questi,  dopo  aver  cercato  in  vano 
d**  intimorirlo,  fuggi  tosto  a  Sinna  onde  salvarsi 
dalle  indagini  che  subilo  dopo  fecer  di  sua  [»er- 
sona  i  decemviri,  ai  quali  Io  Strozzi  lo  aveva  de- 


64  AVVENIME1!?T1  STORICI  \4n.    1510. 

nuiiziato.  Fu  poi  in  vece  di  lui  tratto  in  giudizio 
suo  padre  Luigi  della  Stufa,  il  quale  venne  rele- 
gato per  cinque  anni  nel  vicariato  di  Certaldo, 
benché  non  fosse  altrimenti  provala  la  sua  com- 
plicità col  figliuolo  (:i). 

g.  3.  Intanto  essendosi  il  29  dicembre  aduna- 
to il  gran  consiglio  per  eleggere  i  gonfalonieri 
delle  compagnie ,  alzossi  Pietro  Soderini  e  rag- 
guagliò i  suoi  concittadini  della  scoperta  congiura 
contro  di  lui  tramata.  Disse  che  i  congiurali,  es- 
sendo loro  sembrato  difficile  di  venire  a  capo  di 
ucciderlo  nelle  sue  stanze  in  palazzo,  e  perico- 
losa cosa  Tassalirlo  in  pienoconsiglio,  e  sapendo 
ch'egli  non  usciva  in  pubblico  se  non  con  la  si- 
gnorìa in  occasione  delle  pubbliche  solennità  , 
avean  fermato  di  dargli  morte  in  alcuna  di  que- 
ste. Soggiunse  che  la  scoperta  della  loro  congiu- 
ra costringerebbe  bensì  i  nemici  a  mutare  i  loro 
progetti,  ma  che  non  perciò  egli  poteva  lusingarsi 
di  assicurare  la  vita  dal  veleno  che  ben  vedeva 
essere  perse  apparecchiato.  Non  fece  vana  osten- 
tazione di  coraggio  o  d''indifFerenza  alla  morte  ^ 
poiché  a  ciò  Tanimo  suo  non  era  stato  informato 
dalla  passata  sua  vita  :  altamente  convinto  del 
proprio  pericolo  non  vi  si  rassegnò  se  non  do- 
lentissimo, e  la  sua  arringa  fu  spesso  iuterrotta 
dalle  lacrime.  Ma  disse  che  lo  confortava  il  te- 
stimonio della  propria  coscienza  e  la  certezza  di 
non  aver  mai  meritato  Podio  dei  suoi  concitta- 
dini, né  il  colpo  di  quei  pugnali  da  cui  vedevasi 
circondato^  ed  intorno  ai  suoi  governi  appellos- 
sene  al  giudizio  di  lutti  i  fiorentini  ohe  avevano 


^W.    1511.         DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.XLII.  65 

con  lui  seduto  nella  signorìa.  Più  di  Uoo  cittadi- 
ni erano  stali  priori  durante  gli  otto  anni  nei 
quali  il  Soderini  avea  seduto  gonfaloniere  :  egli 
scongiurolli  di  dire  se  mai  proposto  egli  si  avesse 
un  qualche  altro  scopo,  fuorché  il  bene  della  co- 
mune loro  patria,  se  mai  egli  avesse  dato  relfa 
a  private  mire  od  a  personali  interessi,  se  avesse 
mai  raccomandato  qualche  persona  al  potestà,  ai 
tribunali,  ai  capi  delle  arti,  per  sottrarla  al  rigore 
delle  leggi.  Aggiunse  che  non  voleva  avere  attorno 
a  sé  guardia  alcuna,  né  adoprare  per  la  propria 
difesa  altro  che  quella  stessa  dignità  datagli  dal 
popolo^  ma  esortò  i  consigli  a  provvedere  alla 
salvezza  della  repubblica,  piuttosto  che  a  quella 
della  sua  persona  ;  poiché  non  era  egli  lo  scopo 
principale  degPallenlati  de'nemici,  bensiJo  erano 
la  libertà,  Teguaglianza,  e  quello  stesso  consiglio 
per  cui  tutti  i  tiorentini  partecipavano  alPammi- 
nislrazione  della  repubblica.  Ed  i  partigiani  del- 
Toligarcbìa  più  che  a  tutt'*allro  miravano  a  chiu- 
dere ed  abolire  il  gran  consiglio  ^  cosicché  la 
congiurala  morte  di  luì  altro  esser  non  dovea 
che  il  segnale  di  quella  più  importante  rivolu- 
zione che  essi  meditavano  (3).  EfTetlivamente  il 
gran  consiglio  risguardò  T  allentalo  contro  la 
vita  del  Soderini ,  come  T  indizio  di  una  trama 
tendente  a  sovvertire  Io  stalo  popolare-,  e  perchè 
Tesperienza  insegnava  ciberà  sempre  tornato  fa- 
cile al  partito  vincitore  di  far  approvare  le  rivo- 
luzioni in  Firenze  dal  parlamento,  il  consiglio 
volle  privare  i  faziosi  di  questa  dannosa  facilità, 
quand'ancora  riuscissero  nelle  loro  trame.  Il  20 


66  AVVENIMENTI  STORIO!  Jn.    1511, 

gennaio  del  i5ii  fu  perciò  vinta  una  legge,  nella 
quale  prevedendosi  il  caso  in  cui  i  cospiratori 
privassero  la  repubblica  del  gonfaloniere  ,  dei 
priori  e  dei  collegi,  oppure  distruggessero  le  bor- 
se tla  cui  Iraevansi  a  sorte  i  magistrati,  talché 
Tautorità  delegata  dal  popolo  sembrasse  sospesa, 
venne  stanziato  che  in  vece  di  adunare  il  parla- 
mento, il  quale  mai  non  delibererebbe  per  capi 
e  liberamente^  fosse  al  medesimo  gran  consiglio, 
o  alla  parte  di  questo  consiglio  che  potrebbe  adu- 
narsi, devoluto  il  diritto  di  riformare  lo  stato  (4). 
g»  4*  I"  ({yxe\  torno  di  tempo  avvicinandosi  al 
termine  la  tregua  fermata  in  aprile  del  i5o6  con 
Pandolfo  Petrucci  ed  i  senesi,  questa  tregua  era 
stata  prorogata  per  due  anni,  mentre  ancora  du- 
rava la  guerra  di  Pisa,  edi  fiorentini  avevano  ac- 
consentito a  non  rivendicare  per  tutto  quel  tem- 
po i  loro  diritti  sopra  Montepulciano:  ma  ormai 
non  v'aera  più  ragione  che  giustificasse  tale  con- 
discendenza.LodovicoXII  che  bramava  di  valersi 
dei  fiorentini  contro  il  papa,  lor  prometteva  po- 
derosi aiuti,  e  faceva  loro  sperare  Tacquisto  noa 
solo  di  Montepulciano,  ma  di  Siena  medesima. 
Per  approfittare  del  favore  del  r-e,  il  gonfaloniere 
inviò  il  Machiavelli  a  Siena  ,  incaricandolo  di  de- 
nunziare ai  senesi  lo  spirar  della  tregua,  dichia- 
rando in  pari  tempo  che  Firenze  non  sarebbe  mai 
per  rinnovarla  ,  se  non  veniva  restituito  Mon- 
tepulciano col  territorio.  Intanto  la  repubblicj^ 
nnndò  ai  confini  gli  uomini  d"'arme  che  teneva 
nello  stato  di  Pisa.  In  quella  guisa  che  i  fiorenti- 
ni s'affidavano  alla  protezione  della  Francia,  così 


C^rt.1511.  DÈI  TÈMPI  RÉPUBB.  CAP.  XLII.  67 

i  senesi  speravano  in  quella  di  Giulio  II.  Pandolfo 
Pelrucci,  che  disponeva  a  voglia  sua  di  Siena,  non 
aveva  dimenticato  il  favore  del  vecchio  ponleti- 
ce.  Tra  le  altre  cose  egli  aveva  di  fresco  riacqui- 
stato ed  offerto  in  dono  al  papa  il  castello  della 
Suvera,  principal  luogo  e  stanza  delPantica  fa- 
miglia de*conti  Ghiandaroni,  nello  stato  di  Siena. 
La  balìa  di  questa  città  aveva  insieme  ricono- 
sciuto Giulio  II  per  discendente  di  quelPestinta 
famiglia,  che  portava  come  i  Della  Rovere  di  Savo- 
na lo  stemma  della  quercia  5  se  non  che  quella 
pretesa  agnazione  non  poteva  quasi  provarsi  con 
altro  che  colla  parentela  della  ghianda  dei  Della 
Rovere  colle  ghiande  dei  Ghianderoni.  Il  papa 
che  ardentemente  desiderava  di  procacciar  lu- 
stro alla  propria  famiglia  plebea  ed  oscura,  ac- 
colse questo  dono  con  molta  esultanza:  d''allora 
in  poi  non  omise  di  comprender  Siena  in  tutte 
le  sue  alleanze^ dette  il  cappello  cardinalizioad  Al- 
fonso figliuolo  di  Pandolfo  Petrucci,ed  imprese  la 
difesa  di  tutti  gPinteressi  di  quello  stato  (5). 

g.  5.  Non  perciò  poteva  Giulio  incorare  i  senesi 
ad  entrare  in  guerra  pel  possedimento  di  Monte- 
pulciano, poiché  quanto  desiderava  Lodovico  XII 
questa  guerra,  per  volere  tutte  le  forze  dei  fio- 
rentini contro  la  Chiesa,  allrettanto  dovea  te- 
merla il  pontefice;  imperciocché  sarehbesi  aperto 
per  essa  un  più  vasto  campo  agli  assalti  dei  fran- 
cesi, ondagli  avrebbe  dovuto  far  loro  testa  non 
solo  nella  Romagna  ma  ancora  in  Toscana.  Man- 
dò per  tanto  ai  senesi  Giovanni  Vitelli,  e  Guido 
Vaina  con  alcune  compagnie  d\iounni  d''arme  e 


6S  AVVE?«IMENTI  STORICI  An.    1511. 

di  cavalleggieri  per  proleggerìi^  ma  in  pari  tem- 
po si  offerse  mediatore  tra  le  due  repubbliche  , 
e  tale  essendo  stato  riconosciuto,  fece  persuaso 
PandolfodelPestremo  pericolo  d'introdurre  i  fran- 
cesi in  Toscana  (6).  l  poliziaiii  in  tempo  di  que- 
ste pratiche,  non  poco  disgustati  dei  senesi,  ade- 
rirono alle  insinuazioni  del  legato  pontificia 
mandatogli  dal  papa,  e  segretamente  cominciaro- 
no a  maneggiarsi  colla  repubblica  fiorentina  per 
convenire  un  atto  di  dedizione  alla  medesima. 
Un  giorno  fattisi  capi  del  popolo  alcuni  della  fa- 
miglia Cini  poliziana,  gettarono  a  terra  furiosa- 
mente la  lupa  ch'è  Tarme  di  Siena  in  tutti  quei 
luoghi,  nei  quali,  per  indicare  il  supremo  dominio 
dei  senesi,  era  stata  alzata,  e  vi  sostituirono  il 
leone  che  è  Tinsegna  della  repubblica  fiorentina; 
e  non  conlenti  di  questa  non  lieve  operazione  si 
portarono  alla  chiesa  maggiore,  ove  aperte  le  se- 
polture vi  gettarono  le  bandiere  de''senesi,  e  vol- 
lero tramandare  alla  memoria  dei  posteri  questo 
avvenimento  colPiscrizione  che  fu  collocata  nella 
sala  del  palazzo  pubblico  ch'è  questa. 

Recuperatio  libertatis  i5ii. 
Questo  tumulto  non  produsse  alcun  funesto  ef- 
fetto, ed  essendo  stata  da'senesi  quasi  contempo- 
raneamente ai  fiorentini  ceduta  la  terra  di  Mon- 
tepulciano, inviaron  essi  a  prenderne  il  possesso 
Ormannozzo  Deti.  Tornato  questo  luogo  all'  ob- 
bedienza della  repubblica  fiorentina,  cessarono 
fra  la  medesima  e  quella  di  Siena  i  motivi  di  a- 
marezza,  e  fu  facile  allora  che  ambedue  tornas- 
seio  all'antica  amicizia  (7).  Per  tale  acquisto  il  pa- 


jin,i5\i.  DEI  TEMPITREPUBB.  GAP.  XLII.  69 

pa  ottenne  dai  fiorentini  un  assoluto  perdono  pei 
ribelli  di]i\Iontepulciano,  e  la  restituzione  di  tutti  i 
privilegi  della  terra,  e  finalmente  egli  fece  fermare 
un  trattato  d''alleanza  tra  le  due  repubbliche  per 
a5  anni,  per  il  che  i  fiorentini  riavuto  il  posses- 
so di  Montepulciano  si  obbligarono  a  guarentire 
lutti  gli  altri  possedimenti  della  repubblica  di 
Siena,  ed  a  mantenervi  l'autorità  di  Pandolfo  Pe- 
trucci  e  de'figliuoli  di  lui  (S).  Pandolfo  dopo  aver 
fatti  ricchi  lutti  quei  di  sua  rasa, e  fatte  delle  chiese 
in  Siena  e  suo  contado,  nel  i5ia  gli  sopraggiunse 
una  forte  malattia,  e  fu  consigliato  dai  medici  di 
-andare  al  Bagno  di  s.  Filippo^  ma  essendovi  an- 
dato e  vedendo  che  il  male  cresceva  se  ne  volle 
tornare  ^  nonostante  il  male  lo  strinse  sì  forte, 
che'fu  costretto  a  fermarsi  nello  spedale  di  s.Qui- 
rico,dove  mori  nel  maggio  del  i5ia;  fu  da"'suoi  pa- 
renti portato  in  Siena  ed  ivi  seppellito  con  pom- 
pa (9),  e  ad  esso  successe  nel  governo  il  Borghese. 
§.  6.  Un  pnrtito  nemico  del  papa  si  era  eccita- 
to, spaventando  quel  pontefice  con  un  concilio. 
La  Francia  dava  impulso  a  questo  malconten- 
to: i  5  cardinali  francesi  nemici  del  papa  giunti 
in  Firenze  intimarono  un  concilio,  e  domandaro- 
no ai  fiorentini  per  celebrarlo  la  città  di  Pisa.  Il 
gonfaloniere  ch''era  troppo  ligio  della  fazione  fran- 
cese aderì  alla  pericolosa  domanda.  ?(on  avea 
mancato  il  papa  di  opporre  a  ciò  il  contravvele- 
no, intimando  egli  un  altro  concilio  in  Roma  in 
s.  Giovanni  Laterano,  per  cui  dichiarava  Taltro 
intieramente  disciolto  con  un  monitorio  ai  mem- 
bri di  quello  di  Pisa  ^  in  cui  minacciava  che  sa- 
St.   Tose.  Tom,  9.  7 


yO  AVVEDIMENTI  STORICI  Art,    1512. 

rebbero  privi  del  cappello  cardinalizio,  se  dentro 
60  giorni  non  tornassero  al  proprio  dovere  •,  ma 
questi  protestarono  che  essendo  da  qualche  tem- 
po intimato  il  loro  ,  non  poteva  questo  decreto 
discioglierlo.  I  fiorentini  in  tanto  delicato  affare 
oprarono  sì  goffamente,  che  disgustarono  ambe  le 
parti.  Si  riunirono  per  tanto  in  Pisa  i  pochi  mem- 
bri del  concilio^  ma  i  segni  di  disapprovazione  e 
di  aborrimento  dati  a  quesfadunanza  dal  clero  e 
dai  secolari,  gl'insulti  fatti  loro,  le  porle  del  duo- 
mo serrate  ad  essi  in  faccia  ,  la  proibizione  d''en- 
Irare  in  Pìsh  a  trecento  lance  francesi  venule  per 
proteggere  il  concilio,  esasperarono  i  cardinali 
e  gli  ufliciali  francesi^  mentre  dalFallra  parte  il 
papa  che  avea  già  mandato  ad  intimare  ai  fioren- 
tini di  non  permettere  che  in  una  loro  città  si 
adunasse  sifatto  conciliabolo  ,  restò  altamente 
sdegnato,  e  prese  questa  permissione  per  un  in- 
sulto alla  maestà  della  santa  sede.  Richiamò  il 
suo  ministro,  e  pose  la  città  sotto  l''inlerdetto(io), 
unitamente  a  Pisa  .  Lucca  e  Pistoia  come  ade- 
renti ai  fiorentini^  del  che  avendone  specialmen- 
te ì  pistoiesi  mostrato  gran  dispiacere  per  non 
esser  di  questo  fatto  punto  colpevoli,  restarono 
in  brevissimo  tempo  assoluti  da  questo  ihlerdetto, 
per  opera  di  Tommaso  Tani  con  fidente  del  pon- 
tefice (il)  .  Il  gonfaloniere  di  Firenze  però  co- 
strinse i  religiosi  sotto  pena  dello  esilio  a  tene- 
re aperte  le  chiese.  Vedeva  il  papa  che  per  ri- 
durre questa  città  al  suo  partito,  la  più  sicura  ma- 
niera serebbe  cacciarne  il  gonfaloniere  e  riporvi 
la  casa  Medici,  a  cui  dopo  la  morie  di  Pietro,  ere- 


^/l.^5i2.  DEI  TEMPI  REPUBB.CAP.  XLII.  71 

duto  uomo  feroce,  il  partito  era  cresciuto.il  capo 
di  essa,  e  come  cardinale  e  come  grato  a  si  se- 
gnalato benefizio,  avrebbe  seguitate  le  sue  par- 
tì (la). 

g.  7.  Era  venuto  fatto  al  papa  non  solo  di 
staccare  dalla  lega  francese,  ma  di  unir  seco  il  re 
di  Spagna,  che  non  vedeva  di  buon  occhio  la 
crescente  potenza  dei  francesi  in  Italia.  Si  pub- 
blicò in  Roma  questa  lega  con  solennità,ove  par- 
landosi delPunione  della  Chiesa,  del  condliabolo 
di  Pisa  e  dell'annuenza  a  quello  della  repubblica 
fiorentina,  s"*  indicava  non  oscuramente  che  per 
sanare  quel  paese  infermo  faceva  d'  uopo  muta- 
zione di  rettori.  Questo  fu  specialmente  il  prin- 
cipal  motivo  che  il  cardinal  de'Medici  fosse  crea- 
to legato  delle  armi  pontificie  in  Romagna.  l]n 
altro  provvedimento  accrebbe  il  disgusto  del 
pontefice  contro  il  governo  fiorentino  e  questo 
(u,  che  dovendosi  cercar  dei  denari  per  mettere 
la  repubblica  in  islato  di  difesa,  ma  non  volendo 
chiedere  nuove  tasse  al  popolo  per  non  accre-. 
scerne  il  malumore,  furon  poste  le  tasse  su  i  pre- 
li  senza  permissione  del  papa,  tanto  più  che  do- 
veasi  riparare  ad  una  guerra  suscitata  dagli  stessi 
ecclesiastici  :  risoluzione  che  quantunque  con- 
batluta  fu  vinta  per  l'influenza  specialmente  del 
gonfaloniere  (i3).  Si  vinse  però  a  stento  presso 
i  consigli  tal  provvisione,  perciocché  in  ogni  fa- 
miglia v''era  un  prete ,  che  per  difendere  le  pro- 
prie entrate  e  benefizi,  facea  valere  le  censure 
ecclesiastiche  ,  ed  impediva  i  sufiTragi  dei  suoi 
parenti  {i^).  Intanto  il  concilio  pisano  avea  co- 


^a  AVVEJ?IMENTI    STORICI  ^«.1512. 

minciato  con  poco  applauso  le  sue  sessioni  in  s. 
Michele  ,  non  potendo  nel  duomo .  Querelatisi  i 
cardinali  degli  affronti  ricevuti  al  governo  fioren- 
tinojvenne  ordine  che  il  duomo  fosse  loro  aperto, 
datii  paramenti,  i  vasi  sacri  e  tutto  ciò  che  facevji 
loro  di  mestieri.  Ma  nel  tempo  ci^e  in  chiesa  di- 
sputavasi  colle  armi  della  dialettica,altre  dispute 
a  vvenivano  nella  città  colle  armi  materiali.Più  vol- 
te si  eccitarono  delle  risse  tra  i  soldati  fiorentini, 
francesi  e  pisani .  Si  venne  più  volte  alle  mani 
con  pericolo  dei  prelati  e  dei  cardinali  stessi , 
onde  finalmente  pensarono  di  trasferire  a  Milano 
questa  adunanza  con  somma  sodisfazioue  de^fio* 
rentini  e  dei  pisani  (i5).  INon  per  questo  il  papa 
levò  l'interdetto,  né  il  governo  fiorentino  fecene 
istanza  veruna,  giacche  non  ne  sofiriva  alcun  dan- 
no visibile^  anzi  il  danno  vero  e  reale  e  gli  ef- 
fetti deirira  di  Giulio  cadevano  sopra  i  preti  ed 
i  religiosi,  i  quali,  essendo  interdette  le  funzioni 
ecclesiastiche,  non  lucravano  quello  che  la  pietà 
religiosa  suole  generosamente  donare  (i6)^  si 
risparmiavano  le  messe,  gli  uffizi,  e  si  ritardava- 
no inclusive  gli  ultimi  atti  pii  verso  i  defunti.  In 
fine  Pinterdetto  più  pel  motivo  di  non  danneg- 
giare gli  ecclesiastici,  che  per  altro,  durò  per  al- 
cuni mesi,  ma  poi  essendo  state  tolte  le  imposi- 
zioni ai  preti,fu  tolto  anche  l'interdetto  dal  pon- 
tefice (17). 

g.  8.  Leggesi  nella  storia  di  Piombino  che  nel- 
r  anno  corrente  Iacopo  IV  essendo  gravemente 
ammalato,  ottenne  dagli  anziani  e  dal  pubblico 
di  quel  paese,  che,  ancora  vivente,  fosse  ricono- 


An.  1512.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLII.  ^3 

sciato  formalmente  per  suo  successore  il  figlio 
Iacopo  V.  La  funzione  fu  fatta  nella  chiesa  di  s. 
Antonio  e  riuscì  assai  decorosa.  Poco  tempo  do- 
po Iacopo  IV  mori,  compianto  specialmente  dai 
suoi  vassalli.  Fu  valoroso  guerriero,essendo  stato 
molti  anni  generale  della  repubblica  di  Siena ,  e 
dopo  luogotenente  della  repubblica  fiorentina  . 
Fu  amato  dai  suoi  perchè  gli  amò,  conservando 
e  proteggendo  le  loro  sostanze  e  la  loro  libertà. 
Si  legge  in  oltre  che  Iacopo  V,  o  in  tempo  che 
ancora  viveva  suo  padre,  o  subito  dopo  la  sua 
morte,  sposò  donna  Maria  d'Aragona  principessa 
di  Salerno,  figlia  del  duca  di  Villa  Formosa  e  ni- 
pote di  Ferdinando  il  cattolico  (i8). 

g.  9.  Si  era  pubblicata  in  Roma  una  lega  fra 
il  papa,  il  re  di  Spagna  ed  i  veneziani  contro  la 
Francia .  Raimondo  Cardone  conduceva  da  Na- 
poli diecimila  uomini  della  famosa  fanterìa  spa- 
gnuola,  ed  all'unione  delle  truppe  della  lega  vi 
interveniva  anche  come  legato  pontificio  il  car- 
dinale dei  Medici.  Comandava  Pesercito  francese 
Gastone  di  Foix,nipote  del  re,giovinedi  22  anni, 
ma  intelligente,  attivo  ed  intrepido  a  segno  che 
se  la  morte  non  lo  rapiva  ,  avrebbe  sorpassato 
tutti  i  generali  del  suo  tempo.  Si  aflrontarono 
i  due  eserciti  presso  Ravenna,  dov'^ebbe  luogo  il 
giorno  di  Pasqua  uno  dei  più  sanguinosi  fatti  di 
arme  che  avesse  mai  veduti  T  Italia  .  L'esercito 
francese  coprissi  di  gloria,  e  balle  completamen- 
te la  lega  :  il  solo  corpo  che  non  potette  sbara- 
gliare fu  la  fanteria  spognuola  .  Gastone  di  Foi\ 
arrabbiato  che  rjuella  dovesse  ritirarsi  in  tanto 

7' 


74  AVVENIMENTI  STORICI  y^/2.   1512. 

buon  ordine,  senza  soffrire,  Tal  tacco  furiosamente 
con  mille  cavalli,  ed  in  quel  cimento  perdette  la 
vita.  Gli  alleati  furono  disfatti  in  tutta  la  linea , 
iiìa  la  strage  fu  orrenda  da  tutte  le  parti.  Un''  in- 
finità d'uffiziali  francesi  restarono  sul  campo,  e 
tutti  di  primo  rango^  e  degli  alleati  fu  infinito  il 
numero  dei  prigionieri  ,  cominciando  dai  capi 
dell'esercito  col  legato  dei  Medici:  non  si  conta- 
rono men  di  quindicimila  morti  da  una  parte  e 
dair altra.  Roma  alla  prima  nuova  di  questa  di- 
sfatta si  coprì  di  spavento,  e  la  città  di  Firenze  si 
rallegrò  (19).  Il  papa  e  Timperatore,  dimostrando- 
si malcontenti  della  repubblica  fiorentina,  parve- 
ro offrirle  sì  Tuno  che  Taltro  la  via  di  schivar  la 
tempesta.  Il  pontefice  le  mandò  il  suo  datario  per 
richiederla  di  deporre  il  Soderini,  d'accostarsi 
alla  santa  lega  contro  i  francesi,  e  di  richiamare 
tutti  gli  esiliati,  offrendole  a  tali  patti  la  propria 
amicizia:  dopo  tre  giorni  di  deliberazioni  i  con- 
sigli di  Firenze  ricusarono  di  acconsentire  a  que- 
ste condizioni.  Dall'altra  parte  Matteo  Lang  ve- 
scovo di  Guidi  e  segretario  di  Massimiliano,  che 
veniva  in  nome  delP  imperatore  alla  dieta  del- 
la lega  convocata  a  Mantova,  offrì  ai  fiorentini 
la  protezione  imperiale ,  mercè  un  presente  di 
40000  fiorini^  ma  conoscendo  questi  quanto  po- 
co fondamento  potesser  fare  sulle  promesse  del- 
l' imperatore,  non  seppero  risolversi  a  privarsi 
del  loro  denaro ,  per  comprare  quella  si  debole 
malleverìa  (20). 

§.  IO.  I  fiorentini  inviarono  tuttavìa  il  giu- 
reconsulto Vittore  Soderini  fratello  del  gonfalo- 


An.    1512-  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.XLll.  ^5 

niere  alla  dieta  di  Mantova  per  difendere  i  loro 
interessi,  e  far  comprender  Firenze  nella  pace 
generale.  Giuliano  dei  Medici ,  terzogenito  del 
magnitìco  Lorenzo,  si  presentò  ancor  esso  alla 
dieta  medesima  per  domandare  il  ristabilimento 
della  sua  famiglia  in  Firenze.  Ch'esilio  e  le  sven- 
ture dei  Medici,  dicea  Giuliano,  erano  l'opera  dei 
francesi;  non  potevasi  per  ciò  dubitare  della  di- 
vozione della  casa  Medici  al  partito  delPimpera- 
tore  e  della  Spagna,  né  per  conseguenza  di  quel- 
la delP  avverso  partito  ai  francesi  .  Soggiungea 
Giuliano,che  se  le  armate  della  lega  bisognavano 
di  denaro  ,  i  Medici  ne  saprebbero  adunare  in 
Firenze  assai  più  per  compiacere  i  loro  amici , 
che  non  poteva  offrirne  il  partito  popolare  per 
acquietare  i  suoi  nemici  .  Il  qual  suggerimen- 
to facea  grand**  effetto,  perchè  il  denaro  era  il 
solo  convincente  argomento  sullo  spirilo  degli 
alleati.  Raimondo  di  Cardone  trova vasene  affatto 
sprovveduto;  egli  avea  fatta  avanzare  P armata 
spagnuola  fino  a  Bologna,  ma  le  soldatesche  ri- 
cusavano di  andar  più  oltre  se  non  eran  pagate. 
Massimiliano  desiderava  che  Raimondo  entrasse 
in  Lombardia  per  contenere  gli  svÌ2zeri  e  spa- 
ventare i  veneziani ,  ed  ambedue  avrebbero  an- 
teposto il  denaro  contante  dei  fiorentini  alle 
lontane  promesse  dei  Medici.  Perciò  fu  detto  di 
nuovo  a  Giovanni  Vittore  Soderini,che  per  40000 
fiorini  si  poteva  salvar  la  repubblica;  ma  in  vece 
di  appigliarsi  immediatamente  a  questo  partito, 
egli  si  credette  obbligato  a  giustificare  la  sua  pa- 
tria, a  provare  che  nulla  dovevano  i  fiorentini. 


^6  ATV ESIMENTI  STORICI  AllA'òM* 

e  che  non  nvean  commesso  verun  fallo-,  intanto 
roccasione  propizia  gli  sfuggì  di  mano,  e  la  dieta 
fece  risoluzione  di  mandare  Tarmala  spagnuola 
ed  il  cardinal  dei  Medici  legato  di  Toscana  per 
mutarne  il  governo  (ai). 

g.  1 1.  Una  trista  e  mal  consigliata  parsimonia, 
ed  il  timore  che  i  vicini  troppo  badassero  ai  fatti 
della  repubblica,avevano  sconsigliato  i  fiorentini 
d^allarmarsi  nel  punto  in  cui  le  fiere  convulsioni 
deiritalia  dovevano  indurveli.  Essi  avean  sommi- 
nistrati 600  uomini  d'arme  al  re  di  Francia,  parte 
de'quali  trovavansi  allora  chiusi  in  Brescia,  egli 
altri  svaligiati  dai  veneziani  tornavano  scorali 
ed  afflitti,e  per  ciò  rimanevano  loro  soltanto  due- 
cento lance  comandate  da  capitani  di  uiun  nome. 
Le  milizie  delPordinanza  non  aveano  disciplina, 
né  pratica  di  guerra,  né  fiducia  in  sé  medesime. 
Erano  state  sollecitamente  assoldate  da  alcune 
migliaia  di  fanti  stranieri-,  ma  perchè  non  v'aera 
stato  tempo  per  farne  la  scella,  quella  fanterìa 
non  poteva  stare  a  fronte  di  quella  deVeneziani, 
o  del  papa,  e  meno  ancora  dei  tedeschi  e  degli 
spagnuoli.  Né  le  forze  con  cui  il  viceré  don  Rai- 
mondo di  Cardone  andava  ad  assalire  i  fioren- 
tini erano  molto  ragguardevoli.  Egli  non  avea 
più  che  200  uomini  d'arme,  due  cannoni  presi  a 
Bologna,  ed  era  del  resto  privo  affatto  di  tutto 
quel  che  richiedesi  per  un''armata.  Ma  il  Cardo- 
ne tra  i  suoi  annoverava  cinquemila  di  quelli 
spagnuoli  che  avean  così  ostinatamente  combat- 
tuto a  Ravenna,  e  i  quali  dopo  di  aver  distrutta 
molta  parie  della  fanterìa  tedesca  e  francese,  e- 


JnAb\1.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CIP.  XLli.  77 

ransi  gloriosamente  ritirati,  senza  cedere  ai  ripe- 
tuti assalti  di  tutta  la  cavalleria  vittoriosa.  JNel- 
Tattraversar  gli  Appennini  con  questa  piccoFar- 
mata  il  viceré  non  trovò  alcun  ostacolo.  Giunto 
a  Barberino  di  Mugello  distante  quindici  miglia 
da  Firenze,  mandò  a  dichiarare  ai  fiorentini  che 
non  era  intenzione  più  della  lega  d'offendere  le 
loro  leggi  o  la  loro  libertà,  e  di  far  loro  danno 
negli  averi,  e  che  solo  domandava  due  cose,  cioè 
il  bando  del  gonfaloniere  Soderini  che  era  sospet- 
to a  tutti  gli  alleati,  e  la  restituzione  dei  Medici 
in  Firenze,  non  come  principi,  ma  come  privati 
cittadini.  Il  gonfaloniere  in  tempo  della  sua  am- 
ministrazione aveva  date  frequenti  testimonianze 
della  pacatezza  di  sua  indole  e  del  suo  amore  di 
libertà,  ma  non  aveva  dimostrata  del  pari  quella 
risolutezza  e  fermezza  di  carattere,  che  nelle  dif- 
ficili circostanze  richieggonsi  ne^capi  di  uno  sta- 
to. Egli  adunò  il  gran  consiglio  per  appalesargli 
le  domande  de''nemici, e  dichiarò  che  lungi  dal  vo- 
lere che  per  sua  difesa  si  esponesse  a  grave  danno 
la  repubblica,  era  pronto  non  solo  a  deporre  la  di- 
gnità, ma  a  dare  la  libertà  e  la  vita  per  la  pubblica 
salvezza:  disse  dover  soltanto  guardarci  cittadini, 
se  potrebbesi  raffrenare  colle  leggi  la  baldanza  dei 
Medici  restituiti  in  Firenze  colle  armi  straniere, 
e  se  ciò  pareva  loro  impossibile,  li  supplicò  a  non 
rìspiarraare  né  le  sostanze  né  il  sangue  ile''solda- 
li,  nò  quello  de''cìttadini  per  salvare  la  libertà,  il 
più  prezioso  di  tutti  i  beni.  „  Ninno  di  voi  si  faccia 
a  credere,  aggiunse  egli,<*he  i  Medici  siano  ades- 
so per  governare  come  prima  della  loro  cacciata. 


V 


;78  AVVENIMENTI  STORICI  An.'\5\  2. 

Allora  erano  essi  slati  allevati  fra  di  noi,  come 
cittadini  in  privata  condizione^  grandissime  era- 
no le  loro  ricchezze,  ninno  li  aveva  offesi,  ed  es- 
si erano  accetti  ad  ognuno.  Consigliavansi  coi 
principali  cittadini,  e  lungi  da  volere  sfoggiare  la 
loro  potenza,  si  sforzavano  di  coprirla  sotto  il 
manto  delle  leggi,  ma  oggi  che  da  tanti  anni  vi- 
vono fuori  di  Firenze,  che  contrassero  nuovi  co- 
stumi,chemal  conoscono  quelli  della  nostra  patria, 
che  altro  non  rammentano  che  l'esilio  ed  il  rigo- 
re della  passata  fortuna,  oggi  che  le  private  loro 
ricchezze  sori  distrutte,  che  sono  stati  offesi  da 
tante  famiglie,  che  sanno  che  la  maggior  parte, 
anzi  quasi  tutti  i  cittadini  aborriscono  la  tiranni- 
de, più  non  potranno  tidare  in  alcuno.  La  povertà 
ed  il  sospetto  li  renderanno  proclivi  a  tulio  ri- 
ferire a  so  medesimi,  a  sostituire  in  ogni  cosa  la 
forza  e  le  armi  alia  benevolenza  ed  all'amore,  di- 
medochè  questa  città  si  troverà  in  breve  tempo 
ridotta  alla  condizione  di  Bologna  nei  tempi  dei 
Bentivoglio,  o  a  quella  di  Siena  o  di  Perugia.  Ho 
voluto  rammentare  tutte  queste  cose  a  coloro 
che  fanno  si  smisurati  encomii  del  governo  di 
Lorenzo  de'Medici:  che  ancora  in  quel  tempo  era 
la  tirannide,  ma  più  mite  assai  di  ogni  altra^  ed 
a  petto  di  quella  che  ci  sovrasta  sarebbe  un'Uefa 
deiroro.  Ormai  si  aspetta  a  voi  di  risolvere  con 
prudenza,  mentre  che  le  mie  parti  saranno  o  di 
deporre  con  lieto  e  costante  animo  questo  ma- 
gistrato, o  se  pure  giudicate  altrimenti,  di  corag- 
giosamente provvedere  alla  salvezza  e  difesa  di 
questa  patria  „  (aa).         .  — - 


An.    1512.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLII.  79 

g.  12.  L^ inquietudine  che  cagionava  ravvici- 
namento delTarmata  spagnuola,  e  più  ancora  lo 
atteggiamento  ostile  d\  tutta  l'Europa.^  disponeva 
tutti  i  cittadini  a  porgere  orecchio  alle  moderate 
proposizioni  fatte  dal  viceré;  ma  quando  si  fecero 
a  riflettere  allo  stato  in  cui  troverebbesi  la  repub- 
blica perdendo  il  suo  capo,  allora  appunto  che  la 
città  sarebbe  costretta  d''accogliere  quelli  ambi- 
ziosi esuli  che  avrebbero  ravvivate  le  pretese  dì 
lutto  il  loro  partito;  quando  pensarono  che  l'ar- 
mata nemica,  condotta  dai  Medici  nel  seno  della 
loro  patria  sarebbe  sempre  pronta  ad  accorrere 
per  soffocare  la  libertà;  che  gli  stranieri  desidera- 
vano il  consolidamento  della  tirannide,  affinchè  i 
nuovi  principi  potesser  levare  più  grosse  contri- 
buzioni e  largheggiare  verso  di  loro  coi  tesori  dei 
fiorentini,  tutti  i  cittadini  si  alienarono  dalle  pro- 
poste del  viceré.  Il  gran  consiglio  si  divise  in  se- 
dici sezioni,  presedute  da  1 6  gonfalonieri  di  com- 
pagnie, e  dopo  una  lunga  deliberazione  tutte  le 
sezioni  unanimemente  dichiararono  che  acconsen- 
tirebbero al  ritorno  de"'lVIedici,  purché  il  gonfalo- 
niere rimanesse  in  seggio,  e  che  non  si  facesse 
mutazione  nel  loro  governo  o  nelle  loro  leg- 
gi (a3). 

g.  i3.  Frattanto  che  il  viceré  era  giunto  sot- 
to le  mura  di  Prato,  i  fiorentini  avevan  posto  in 
quella  città  il  condottiero  Luca  Savelli,  il  qual 
sebbene  fosse  invecchiato  nelle  armi,  non  avea 
tuttavia  acquistata  né  esperienza,  né  riputazione. 
Aveva  il  Savelli  sotto  il  suo  comando  cento  uomi- 
ni di  arme  di  quelli  svaligiati  in  Lombardia,  e  due- 


8o  AVVESIMEKTI  STORICI  ^«.1512. 

mila  fanti,  quasi  lutti  presi  nelPordinanza  o  nel- 
le milizie  campagnuole.  L^angustia  del  tempo  non 
permise  che  si  provvedesse  la  città  di  munizioni 
da  bocca  e  d''artiglierìa^  ma  per  tanto  il  Savelli 
credevasi  in  istato  di  sostenere  l'assalto  degli  spa- 
gnuoli,  e  di  resistere  vigorosamente.  Il  Cardone 
giunse  alla  porta  di  Mercatale,  e  tenlò  di  sfon- 
darla colle  artiglierìe  o  di  atterrare  la  vicina  mu- 
raglia^ ma  da  quel  lato  le  fortificazioni  erano  in  sì 
buono  stato,  che  in  capo  a  poche  ore  grassalitori 
cessarono  il  fuoco,  riconoscendone  Tiautilità  (24). 
Intanto  il  Cardone  mandò  sotto  le  mura  di  Pi- 
stoia Giulio  Vitelli  con  5oo  cavalli,  il  quale  tro- 
vate le  porte  chiuse  e  le  muraglie  guarnite  di 
gentì,domandò  in  nome  della  legala  città  in  arresa. 
A  questa  inaspettata  proposta  risposero  i  pistoiesi 
non  potere  all'istante  risolversi ,  ma  che  raduna- 
tosi il  generale  consiglio  avrebbe  quello  data  la 
opportuna  risposta.  Quindi  ne  successe,  che  posto 
Taffare  in  consiglio  e  considerato  il  benetìzio  che 
resultava  a  casa  Medici  benefattrice  dei  pistoiesi, 
fu  risoluto  consegnarsi  la  città  in  nìano  della  le- 
ga, e  data  la  risposta  al  Vitelli  ed  insieme  V  in- 
gresso in  Pistoia^  venne  nella  medesima  un  mi- 
nistro che  a  nome  della  lega  teneva  ragione  ed 
esercitava  ogni  autorità  necessaria.  Dopo  questo 
successo  inviarono  i  pistoiesi  quadro  ambascia- 
lori  al  campo  spagnuolo,  e  capitolato  che  la  città 
di  Pistoia  non  avrebbe  ricevuta  molestia  veru- 
na, ne  portarono  lieta  nuova  ai  loro  concitta- 
dini (ao). 

g.  14.  Non  era  il  viceré  compiutamente  per- 


Jn.    1512.       DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  8r 

suaso  che  fosse  vantaggiosa  al  re  Ferdinando  la 
restituzione  dei  Medici  in  Firenze,  onde  il  suo 
principale  scopo  era  quello  di  atterrire  i  fiorenti- 
ni per  taglieggiarli:  offrì  per  tanto  nuovamente 
di  trattare  d''accordi,  ma  a  patto  che  fossero  som- 
ministrate le  vettovaglie  alla  sua  armata  finché 
continuerebbero  le  negoziazioni ,  perchè  la  cam- 
pagna era  deserta  ed  i  contadini  avean  trasportate 
le  raccolte  nelle  terre  murate.  Ossia  che  in  que- 
sta occasione  il  gonfaloniere  si  facesse  più  ardilo 
delPusato  suo  costume,  per  la  speranza  che  la  pe- 
nuria dei  viveri  costringesse  quesfarmata  a  riti- 
rarsi, ossìa  ch'egli  avesse  malamente  provvedu- 
to al  trasporto  delle  vettovaglie  al  campo  nemico, 
il  fatto  sta  che  gli  spagnuoli  cominciarono  a  pro- 
var ben  tosto  la  fame,  ed  i  soldati  mal  sopportan- 
dola ricominciarono  le  offese  contro  Prato,  dove 
eran  certi  di  trovare  viveri  in  gran  copia.  Nella 
notte  del  29  al  3o  agosto  le  truppe  del  Cardone 
cambiarono  gli  alloggiamenti,  e  vennero  ad  ac- 
camparsi innanzi  alla  porta  del  Serraglio,  dove 
posero  di  nuovo  i  due  loro  cannoni  in  batteria. 
Nelle  prime  scariche  un  dei  loro  cannoni  si  ruppe, 
nia  gii  spagnuoli  continuarono  a  batter  le  mura 
colP  altro.  In  poche  ore  si  vide  aperta  una  brec- 
cia larga  venti  piedi,  molto  alta  dal  suolo,  alla 
quale  però  un  rialto  attiguo  al  muro  agevola- 
va r  ingresso.  Alcuni  soldati  spagnuoli  salirono 
nella  breccia  ed  uccis'U'o  quei  fanti  che  vi  sta- 
vano di  guardia  :  ciò  bastò  per  atterrire  tutti  gli 
altri  ^  e  sebben  vi  fosse  al  dì  là  del  muro  una 
schiera  di  fucilieri  e  «li  picchieri,  i  quali  avrebl>er 
Si.    Tose.    Tom.  9.         '  8 


8a  AVVENIMENTI  STORICI  Jn,    1 51 2# 

potuto  con  somma  facilità  difenderlo,  non  appena 
ei  videro  gli  spagnuoli  sulla  breccia  che  incomin- 
ciarono tutti  a  fuggire.  1  vincitori  maravigliatisi 
di  tanta  viltà  entrarono  in  Prato  da  ogni  parte  , 
e  fecer  bentosto  conoscere  ai  fuggitivi  come  la 
paura  assai  peggio  consigli  che  il  coraggio.  Poche 
centinaia  di  loro  sarebber  perite,  sostenendo  an- 
che il  più  micidiale  assalto.  AlPincontro  la  fuga 
detteli  quasi  lutti  in  preda  alla  morte  senza  di- 
fesa. In  questa  occasione  gli  spagnuoli  vinsero  di 
lunga  mano  in  crudeltà  gli  espugnatori  di  Brescia 
e  di  Ravenna.  La  maggior  parte  degli  storici  narran 
che  circa  5ooo  persone  senza  combattere,  sen- 
za difendersi,  senza  aver  provocato,  furono  inu- 
manamente uccise^  tutte  le  case,  tutte  le  chiese 
vennero  saccheggiate  con  crudeltà  inaudita^  e  gli 
abitanti  spogliati  d'ogni  cosa  furono  in  oltre  or^. 
ribilmente  tormentati ,  onde  i  loro  amici  e  pa- 
renti mossi  a  compassione  s'inducessero  a  redi- 
merli. Il  duomo  in  cui  si  erano  rifuggite  molte 
donne,  fu  solo  preservalo  dal  sacco  ,  la  mercè  di 
una  salvaguardia  che  ottenne  per  quella  chiesa 
il  cardinale  dei  Medici  (a6). 

g.  i5.  Il  sacco  di  Prato  durò  ventuu  giorno, 
ed  i  fiorentini  comportarono  il  veder  condursi  le 
carrate  dei  panni  insanguinati ,  e  le  spoglie  dei 
pratesi  a  vendersi  da  santa  Maria  del  Fiore  al 
pubblico  incanto  in  su  i  loro  propri  occhi,  ed 
andare  gli  spagnuoli  per  la  città  a  piedi  ed  a  ca- 
vallo, come  padroni  del  tutto.  E  di  più  l'ingordi- 
gia degli  altri  sudditi,  che  colle  carra  andavano  e 
venivano  a  Prato  a  comprar  grauo;  biade,  olii  e 


jin.   \o\2,       DEI  TEMPI  BEPUBB.  GAP. XLTI.  83 

grasce  d^ogni  sorta  per  poco,  le  masserizie  e  le 
botteghe  quasi  per  niente,  saccheggiando  di  nuo- 
vo le  robe  degP  infelici  pratesi ,  della  roba  dei 
quali  vituperosamente  si  empierono  Firenze,  Pi- 
stoia, tutta  la  Val  di  fievole.  Empoli,  s.  Miniato, 
tutto  il  Mugello  ed  il  bolognese  (27).  Dopo  di  che 
nessun  si  maraviglierà  se  la  miseria  durò  poi  tanti 
anni ,  e  se  la  città  fu  costretta  a  perdere  quasi 
tutto  il  suo  territorio  che  non  ha  mai  potuto  ria- 
cquistare. La  popolazione  cominciò  a  diminuire 
notabilmente,  e  poi  ci  vollero  più  di  tre  secoli 
perchè  tornasse  allo  slato  in  cui  era  avanti  il 
i5ia(28).  Il  giorno  del  sacco  avvenne  che  nel 
monastero  di  santa  Margherita  un  moro  nel 
portar  via  un  vaso  d'argento,  dove  era  il  Santis- 
simo Corpo  del  Signore,  il  quale  era  tenuto  in 
mano  dalla  badessa  di  quel  monastero,  nel  levar- 
glielo di  mano  gettò  per  terra  Tostia.  Veduta  poi 
una  bellissima  giovane,nioglie  di  Virgilio  del  Ger- 
la, voleva  menarla  via,  ma  ciò  non  polendo  fare 
si  partì  per  tornarvi  poi  a  prenderla  col  cavallo. 
Allora  questa  giovine  prese  quelPostia  e  si  racco- 
mandò a  Dio  ed  alla  gloriosa  Vergine  Maria,  quan- 
do alfistante  ricomparve  il  moro,  che  atterratala 
per  forza  trascinavala  fuori  del  monastero  ,  e 
quasi  non  vi  era  più  rimedio  ;  ma  giunse  quivi 
air  improvviso  un  frate  francescano  spagnuolo 
stato  mandalo  a  guardia  al  monastero  di  s.  Gior- 
gio, e  veduta  tal  violenza  scacciò  il  moro  e  liherò 
quella  giovine^  dopo  diche  il  frate  palesò  il  tutto 
al  viceré,  il  quale  fece  ardere  vivo  il  moro  per 
tanta  scelleraggine  (29). 


84  AVVENIMENTI    STORICI  ^rt.    1 51 2  . 

g.  i6.  La  notizia  della  presa  e  della  strage  di 
Prato  empì  Firenze  di  spavento  e  di  costerna- 
zione .  Stavano  adunati  in  città  16000  uomini 
deir  ordinanza  j;  ma  i  loro  commilitoni  avevano 
dimostrata  sì  gran  viltà,  che  non  potevasì  riporre 
in  loro  la  più  lieve  speranza.  Il  più  gran  numero 
dei  cittadini  non  desiderava  cambiamento  di  sta- 
to^ ma  tutti  eran  privi  d'ogni  coraggio  guerriero^ 
tutti  disperavano  di  poter  respingere  il  nemico  , 
e  non  volevan  porre  la  capitale  nel  perìcolo  di 
soggiacere  alle  sciagure  di  Prato  .  II  viceré  non 
avea  rotta  ogni  pratica  d'  accordo^  ma  avendo 
soddisfatto  ai  suoi  bisogni,  e  trovati  in  Prato  da- 
nari e  viveri  in  abbondanza ,  aveva  ingrandite 
assai  le  sue  pretese,e  non  chiedeva  meno  di  cen- 
tocinquantamila fiorini.  Tutta  la  città  si  trovava 
in  una  spaventosa  confusione  5  la  signorìa  era 
perduta  d'*animo,  e  lo  stesso  gonfaloniere  che  più 
non  celava  il  suo  terrore,  aveva  offerto  di  depor- 
re il  magistrato  (3o).  In  questi  frangenti  a.S,  o  3o 
giovani  delle  più  illustri  e  ricche  famiglie  di  Firen- 
ze, che  da  lungo  tempo  avevano  per  costume  di 
adunarsi  negli  orti  di  Bernardo  Rucellai,diventati 
per  essi  famosi,  onde  intrattenervisi  intorno  alle 
cose  delle  lettere  e  delle  belle  arti ,  risolvettero 
di  prendere  essi  medesimi  la  mutazione  del  go- 
verno^ o  sia  ch'ei  riguardassero  la  piena  libertà 
dei  loro  antenati  siccome  contraria  alTaraore  dei 
piaceri  e  della  loro  poesia ,  o  sia  che  giudican- 
do necessaria  cosa  il  cedere  blandamente  alla 
tempesta,  volessero,  col  riformare  essi  medesimi 
lo  slato,  salvare  il  gonfaloniere.  Ben''erano  per- 


rf#/J.1512.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  ^o 

5uasi  quei  giovani,  die  quandoaacora  iloro  con- 
cittadini non  assecondassero  i  disegni,  non  li 
avrebbero  neppure  attraversati.  Capi  di  quella 
brigata  erano  un  Bartolommeo  Valori,  un  Paolo 
Vettori,  un  A.nton  Francesco  degli  A.Ibizi,  i  Ru- 
cellai,  i  Capponi,  i  Tornabuoni  ed  i  Vespucci,  i 
quali  eran  quasi  tutti  congiunti  in  stretta  pa- 
rentela col  Soderini  e  coi  di  lui  aderenti  (3i). 

g.  17.  Questi  giovani  congiurati,  che  pochi 
mesi  prima  avevano  avute  segrete  corrisponden- 
ze con  Giulio  dei  Medici,  entrarono  nel  palazzo 
pubblico  la  mattina  del  3i  agosto  air  indomani 
della  presa  di  Prato.  Pervennero  senza  contrasto 
fino  alle  stanze  del  gonfaloniere ,  il  quale  non 
avea  provveduto  per  nulla  a  difendersi,  ed  era 
determinato  di  deferirsi  in  lutto  alla  sorte.  Lo 
niinacciarono  di  morte,  se  non  usciva  subito  di 
palazzo,  e  per  lo  contrario  promisero  di  salvarlo 
se  condiscendeva  ai  loro  desideri.  Tutta  la  città 
s*  era  posta  in  movimento  alla  notizia  dì  cotale 
intrapresa,  ma  negli  assembramenti  che  si  anda- 
van  formando  nelle  vie,  udivansi  bene  pochissi- 
me voci  accusare  il  gonfaloniere,  ma  niuno  era- 
vi  che  ardisse  prenderne  le  difese  .  I  congiurati 
trassero  il  gonfaloniere  nella  casa  di  Paolo  Vetf 
tori  posta  lungo  V  Arno ,  ove  lo  tennero  ((uella 
notte,  ed  in  pari  tempo  fecero  adunare  la  signo- 
ria, i  collegi,  i  capitani  di  parte  guelfa,  i  decem- 
viri della  libertà ,  gli  otto  di  balìa  ed  i  conserva- 
tori delle  leggi.  Richiesero  subito  a  quest'assem- 
blea di  deporre  il  gonfaloniere  ^  ma  di  quasi  70 
suffragi,  nove  soli  furono  per  la  deposizione  del 

8* 


86  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.^u^2. 

Soderini .  Allora  Francesco  Vellori  ad  alta  voce 
gridando  disse  all'assemblea  queste  parole:  „  con- 
cittadini! coloro  che  oggi  credono  salvare  il  gon- 
faloniere dando  il  suffragio  a  suo  favore,  congiu- 
rano alla  di  lui  rovina  ,  perchè  i  suoi  nemici  Io 
uccideranno  se  non  possono  farlo  deporre  „  :  que- 
sta minaccia  non  tornò  vana^  ed  il  Soderini  fu 
legalmente  privato  della  dignità.Fatta  notte  egli  fu 
avviato  per  la  strada  di  Siena  alla  volta  di  Roma, 
raa  avendo  udito  per  via  che  il  papa  avea  fatti 
confiscare  i  suoi  beni,  si  volse  tosto  verso  Anco- 
na d'onde  recossi  a  Ragusi .  Deposto  il  gonfalo- 
niere furono  subitamente  inviati  ambasciatori  al 
viceré  per  avvisarlo  che  la  repubblica  avea  con- 
disceso ai  di  lui  desideri,  e  per  conoscere  quali 
fossero  le  sue  intenzioni .  Il  Cardone  prima  di 
tutto  chiese  danaro:  volle  80000  fiorini  per  Tar- 
mala spagnuola, 40000  per  Pimperatore,  aoooo  per 
sé,  e  volle  che  Firenze  in  pegno  della  sua  devo- 
zione alla  santa  lega,  assoldasse  il  marchese  della 
Palude  e  lo  ricevesse  in  città  con  duecent'uomini 
d'arme  spagnuoli.  Rispetto  ai  Medici  egli  doman- 
dò soltanto  che  fossero  restituiti  in  patria  come 
cittadini,  ed  avessero  la  facoltà  di  redimere  i  Io- 
io  beni  ch^erano  stati  confiscati^  dimodoché  sem- 
brava lasciare  ai  fiorentini  la  speranza  di  con- 
servare l'antica  libertà  (3a), 

g.  18. 1  fiorentini  e  li  stessi  riformatori  dello 
slato  lieti  per  questa  speranza.  s''accinsero,  a  ciò 
condiscendendo  Giuliano  de''Medici  ch'era  uomo 
di  mite  e  pacata  indole,ad  un  novello  ordinamen- 
to dello  slato,  che  sodisfacesse  a  lutti  i  parliti. 


jÌnJ5]2,         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIT.  87 

Giuliano  senza  aspettare  che  una  sentenza  dei 
magistrati  annullasse  la  sua  condannagione,  era 
entrato  in  città  il  a  di  settembre,  ed  aveva  preso 
alloggiamento  nella  casa  degli  A.lbizi,  i  quali  an« 
noveravansi  in  allora  fra  ipiù  caldi  suoi  partigia- 
ui,sebbenei  loro  antenati  fossero  stati  per  mollo 
tempo  i  rivali  della  sua  famlglia.Una  nuova  legge, 
alla  quale  egli  consentiva,  fu  presentata  al  gran 
consiglio  il  7  di  settembre  per  modificare  la  demo- 
crazìa sènza  affatto  distruggerla.  L'ufficio  di  gon- 
faloniere in  vece  d'esser  perpetuo  era  dichiarato 
annuale^  al  gran  consiglio  dovea  sottentrare  una 
balìa,  incaricata  della  maggior  parte  delle  elezio- 
ni. ]>Ia  questo  consiglio,  di  cui  si  ristringevano  le 
attribuzioni,  non  era  tuttavìa  abolitoitinalmente 
Giambatista  Ridoltì  veniva  proposto  per  gonfalo- 
niere in  luogo  del  Soderini.  La  legge  fu  vinta 
nel  gran  consiglio,  e  di  i5oo  suffragi  iio3  furono 
])ropizi  al  Ridoltì.Era  questi  prossimo  parente  dei 
Medici, ma  ai  tempi  del  Savonarola  si  era  mostrato 
zelante  per  la  libertà  e  per  lo  stato  popolare,  ed  i* 
suoi  concittadini  ne  facevano  gran  conto  a  mo- 
tivo della  di  lui  prudenza  e  fermezza  (33).Sennon- 
che  i  più  zelanti  partigiani  de\\[edici  non  eran 
sodisfatti  di  tanti  riguardi,  perciocché  speravano 
più  compiuto  il  rivolgimento  dello  stato^  e  finché 
non  era  abolito  il  gran  consiglio,  finché  un  ami- 
co delia  libertà  era  capo  del  governo,  temevano 
sempre  che  il  partito,  il  qual  godeva  il  favore  del 
popolo, non  riacquistasse  la  primiera  autorità, to- 
stochè  si  fosse  allontanata  P  armata  spagnuola 
e  forse  uon  bandisse  di  nuovo  i  Medici.  Ebbero 


88  AVVENIMENTI    STORICI  jin,   1512. 

pertanto  ricorso  al  cardinale  Giovanni,e  gli  rap- 
presentarono i  pericoli  della  soverchia  condiscen- 
denza di  Giuliano  di  lui  fratello.  Il  cardinale  era 
disposto  a  trarre  maggior  partito  dai  suoi  van- 
taggi, ed  a  giovarsi,  per  compiere  il  rivolgimento 
dello  stato  delia  dimora  in  Toscana  delP  armata 
spagnuola.  Fin  allora  il  cardinale  s^ra  trattenu- 
to a  Prato  colPesercito  spagnuolo:  subito  risol- 
vette  di  venire  in  città  e  fece  il  suo  ingresso  in 
Firenze  il  14  di  settembre^  ma  in  vece  di  presen- 
tarsi nella  sua  qualità  di  legato  della  Toscana, 
con  una  comitiva  di  preti  e  di  cittadini,  volle  aver 
un  corteo  tutto  militare,  e  lo  compose  d^uomini 
d^arme  e  di  fanti  spagnuoli  e  bolognesi.  Andò  a 
smontare  al  palazzo  de'^lVIedicì,  ove  reraronsi  a 
visitarlo  i  principali  cittadini  dello  stato,  e  sol- 
tanto due  giorni  dopo  recossì  al  palazzo  pubblico 
cogli  ambasciatori  del  papa  e  del  viceré  per  vi- 
sitare la  signorìa  (34)' 

§.  19.  Il  Ridolfi  ch'aera  sempre  stato  del  partito 
ronlrario  al  Soderini,  aveva  accomiatata  l'antica 
guardia  del  gonfaloniere  e  della  signorìa,  ma  non 
aveva  avuto  il  tempo  di  arruolarne  un''allra,  dimo- 
doché il  palazzo  pubblico  non  era  difeso.  Il  cor- 
teggio che  aveva  accompagnato  il  cardinale  dei 
Medici  vi  entrò  con  lui,  e  s^impadronì  del  palaz- 
zo senza  contrasto.  A.llora  i  partigiani  de'iMedici 
fecero  risuonare  la  piazza  di  minacciose  grida;  e 
Giuliano  presentatosi  al  consiglio  degli  ottanta, 
il  richiese  del  pari  che  la  signorìa  di  chiamare  il 
popolo  a  parlamento.  Da  lungo  tempo  la  convo- 
cazione delle    tumultuose   assemblee    chiamate 


^/i.15t2.       dei  tempi  replbb.  gap.  xlii.  89 

parlamenti  era  il  segnale  di  un  qualche  rivolgi- 
mento nello  stato^  per  la  qual  cosa  nel  creare  il 
gran  consiglio, che  comprendeva  tutti  i  cittadini, 
avevano  i  fiorentini  avuto  di  mira  di  abolire  in 
certo  modo  i  parlamenti.  La  signorìa  ed  i  collegi 
resistettero  per  qualche  tempo  alle  domande  dei 
Medici,  ma  finalmente  dovettero  cedere  alla  for- 
za,e  la  maggior  campana  fu  suonala  per  adunare  il 
popolo.  I  cittadini  si  recarono  in  poco  numero 
sulla  piazza,  e  i  Medici  ebbero  Taccortezza  di 
mandarvi  gran  numero  di  soldati  e  di  gente  stra- 
niera, che  risposei'o  colle  grida  in  nome  del  popo- 
lo fiorentino.  Due  ore  prima  di  notte  la  signoria 
scese  alla  loggia,da  cui  si  arringava  il  popolo,  ed 
ivi  lesse  le  nuove  proposte,  delle  quali  i  Medici 
chiedevano  l'approvazione.  In  virtù  di  tali  pro- 
poste dovevano  essere  abolite  tutte  le  leggi  por- 
tale dopo  il  i494^  doveva  per  un  anno  essere 
creata  una  nuova  balìa  rivestita  di  tutta  l'autori- 
tà del  popolo  di  Firenze,  e  questa  balia  doveva 
esser  composta  del  gonfaloniere,  degli  otto  nuovi 
priori,  di  dodici  altre  persone  scelte  in  ognuno 
dei  quattro  quartieri,di  cui  i  nomi  scritti  dai  Me- 
dici furon  pure  letti  al  popolo^  finalmente  di  un- 
dici arroti  o  siano  aggiunti,  i  quali,  dopo  che  già 
era  stata  fatta  la  prima  scelta  dalla  segreta  con- 
sulla de'Medici,  avevano  per  singoiar  favore  ot- 
tenuto di  essere  aggregati  a  quel  collegio.  Questa 
balìa,a  cui  fu  conceduto  il  drillo  d'assumere  nuo- 
vi membri,  dovea  pure  aver  facoltà  di  prorogare 
d^anno  in  anno  la  propria  autorità:  ed  infatti  fu 
essa  inedesima^che  impadronitasi  ormai  d^ogni  au- 


9a  AVVENIMENTI   STORICI  ^«.1512. 

torità  nella  repubblica,  continuò  a  reggerla  senza 
nuova  creazione  fino  al  i5a7,  nel  quafanno  i  Me- 
dici furono  per  Pultima  volta  sbanditi  da  Firenze. 
liSL  stessa  balia  dovea  deputare  sotto  nome  di  ac- 
coppiatori un  determinato  numero  de''suoi  mem- 
bri, ai  quali  era  data  la  facoltà  di  eleggere  ormai 
arbitrariamente  il  gonfaloniere  ed  i  priori.  Quanto 
è  al  gonfalouiere,che  in  allora  sedeva,  Giambatista 
Ridolfi,  ei  fu  richiesto  il  primo  di  novembre  di 
deporre  la  caiica.  Tale  fu  la  stretta  e  vergognosa 
oligarchia  che  venne  sostituita  al  libero  e  legitti- 
mo governo  della  repubblica.  Il  parlamento  ap- 
provò ogni  cosa,  perchè  i  cittadini  ch'eran  dispo- 
sti ad  acconsentire  a  tutto,  si  recaron  soli  sulla 
pubblica  piazza,  in  mezzo  ai  soldali  che  facevaii 
forza  alla  loro  patria.  La  nuova  balìa  pochi  cit- 
tadini condannava,  ma  aboliva  quasi  tutti  i  ma- 
gistrali cui  s''aspettava  il  proteggere  la^libertà^ 
inoltre  ella  accomiatò  il  i8  settembre  Tordinan- 
za  o  sia  milizia  fiorentina ,  e  fece  disarmare  il 
popolo  (35). 

g.  20.  Riusciva  non  agevol  cosa  il  trovar  subito 
il  denaro  necessario  per  appagare  le  ingorde  brame 
degli  alleati.ll  2.3  di  settembre  la  balia  fu  costretta 
di  torre  a  prestanza  forzata  80000  fiorini,coI  di  cui 
prodotto  furono  pagati  gli  spagnuoli.  In  queste 
commozioni  la  città  di  Volterra  non  provò  alcu- 
na calamità,  anzi  ebbe  favorevol  motivo  di  po- 
ter dimostrar  la  sua  fede  ed  attenzione  verso  la 
repubblica  fiorentina  ,  poiché  avendo  inteso  che 
essa  penuriava  di  denaro,  i  priori  di  Volterra  de- 
cretarono che  si  dovessero  aprire  tutte  le  casse 


;^/l.1511.  DEI  TEMPI  REPUBE,  CAP.  Xtn.  Ql 

del  comune,  e  dopo  aver  contati  i  denari  che  vi 
erano,  fossero  spediti  ai  fiorentini.  Yi  trovarono 
looo  fiorini  e  glie  li  mandarono  senza  chiederne 
sicurezza  veruna,  offrendo  loro  inclusive  il  san- 
gue e  la  vita  (36).  Ogni  membro  della  balia  ebbe 
poscia  facoltà  d*"  indicare  otto  cittadini  del  suo 
quartiere,  tra  coloro  che  sì  credevano  più  affe- 
zionati ai  Medici  e  più  contrari  al  governo  popola- 
re. La  lista  di  costoro,  che  comprendeva  648  cit- 
tadini, fu  ridotta  a  200  per  squittinio  segreto,  e 
questi  furono  considerati  come  rappresentanti 
del  popolo  fiorentino,  o  sia  come  il  consiglio  del- 
la repubblica,  che  fu  poi  detto  il  consiglio  degli 
arroti.  I  Medici  formando  questo  consiglio  eb- 
bero particolar  cura  di  non  lasciarvi  compren- 
dere veruno  dei  partigiani  del  Savonarola,  i  qua- 
li eransi  proposti  di  volere  ad  un  tempo  gua- 
rentire la  libertà  e  riformare  la  chiesa.  Di  tutti  i 
partiti  che  v'aerano  in  Firenze,questofu  il  più  ri- 
gorosamente escluso  da  qualunque  ufficio  del  go- 
verno .  Il  primo  gonfaloniere  eletto  il  a  di  no- 
vembre dai  venti  accoppiatori  della  balìa  per 
succedere  a  Giarabalista  Ridoltì,  fu  Filippo  Buon- 
delroonti  vecchio  di  7X  anni.  Ninno  di  queir  an- 
tico casato,  il  di  cui  nome  ricordava  le  prime 
contese  dei  guelfi  coi  ghibellini,  avea  peranno 
ottenuto  il  gonfalone,  perchè  tulli  gli  antenati  di 
Filippo  Buondelmonfi  ,  ed  egli  medesimo  aveva- 
no in  ogni  tempo  parteggiato  per  gli  ottimati  ,  e 
mostrato  gran  disprezzo  pel  popolo.  Tale  elezione 
riusci  perciò  oltremodo  spiacevole  agli  amici  de  Ila 
libertà,  e  nella  slessa  signoria  più  volte  fu  f.Jlio 


9a  AVVENIMENTI  ST0RÌC1  AnS\SM* 

rimprovero  al    Buondelmonli  di  non  esser  per 
nulla  accetto  ai  suoi  concittadini  (07). 

g.  ai.  Il  risultamento  di  questa  rivoluzione 
fu  il  ritorno  in  Firenze  del  cardinale  Giovanni  e 
Giuliano  de'Medici.  ambedue  figli  del  magnifico 
Lorenzo-,  di  Giulio  cavaliere  di  Malta  e  priore 
di  Capua,  ch'aera  figliuolo  naturale  di  Giuliano, 
fratello  del  Magnifico^  e  di  Lorenzo  li,  ch'era 
figliuolo  di  Pietro  il  primogenito  dei  tre  tìgli  del 
Magnifico ,  annegatosi  nel  Garigliano,  Conduce- 
vano seco  pure  costoro  due  fanciulli  della  lo- 
ro schiatta  ch'erano  Ippolito  figliuolo  naturale 
di  Giuliano  II ,  e  Giuliano  figliuolo  naturale  di 
Lorenzo  li,  nei  quali  due  si  spense  Tantica  stir- 
pe dei  Medici  ,  ninno  dei  maggiori  della  quale 
aveva  legittima  discendenza  .  Appena  i  Medici 
Irovaronsi  di  nuovo  assisi  in  seggio,  che  si  vide 
sorgere  nella  repubblica  l'infesta  razza  dei  corti- 
giani, gente  estranea  agli  antichi  costumi  ed  al 
carattere  della  città.  Molti  di  costoro  discende- 
vano da  famiglie  illustri,  un  tempo  per  T  amore 
di  libertà  ,  se  non  che  per  vanitoso  animo ,  per 
vaghezza  di  piaceri ,  o  per  isperanza  di  rivilzare 
col  favor  della  corte  la  cadente  loro  fortuna,  ei 
s*inducevano  a  preferire  il  servigio  dei  principi 
alla  partecipazione  della  sovranità  in  uno  stato 
libero.  Vantavano  essi  in  quel  tempo  T  inaltera- 
bile loro  fedeltà  alla  casa  dei  Medici,  e  sebbene 
il  rivolgimento  in  favore  di  questa  casa  si  fosse 
operato  colle  armi  straniere,  essi  davano  ad  in- 
tendere d'aver  tutto  disposto  per  tal  uopo  colle 
segrete  lor  pratiche,  o  tutto  a-evolalo  coi  loro 


'^/l1512.  DEI  TEMPI  RÉPUBB.  CAP.  XLII.  98 

tradimenti .  Ad  udirli  pareva  che  essi  medesimi 
avessero  dato  in  mano'degli  spagnuoli  i  passi  del- 
TAppennino,  Campi  e  Prato,  ed  impedito  che 
queste  città  fossero  approvvisionale.  II  vero  è  che 
costoro  già  da  lungo  tempo  corrispondevano  con 
Giulio  dei  Medici,  ch'era  il  principale  agente  del 
cardinale  suo  cugino,  e  che  le  loro  lettere  senza 
indirizzo  e  senza  sottoscrizione  eran  poste  in  un 
buco  della  muraglia  del  cimitero  di  s.Maria  Novella, 
ove  un  messo  deponeva  inseguito  le  risposte  sénza-„ 
conoscere  né  il  nome,  né  la  stanza,  né  il  viso  di 
chi  scriveva.  In  premio  di  queste  lunghe  pratiche 
a  danno  della  patria,  essi  chiedevano  grazia  e 
favore  ai  Medici;  ma  coi  loro  turpi  sforzi  non  al- 
tro ottennero  che  d'esser  fatti  segno  al  disprezzo 
dei  loro  concittadini  e  dell'età  future:  il  viceré 
Cardone  era  ripartito  da  Prato  e  andato  alPasse- 
dio  di  Brescia  (38). 

§.  22.  Giulio  II  pontefice,  a  cui  tutto  dava  noia, 
trovò  strano  ed  indecente  che  il  cardinale  de^Me- 
dici  passeggiasse  per  Firenze  circondato  dagrala- 
bardieri,  dicendo  ch'egli  era  fatto  per  ispegnere, 
non  per  tollerare  le  tirannidi.  Egli  però  terminata 
l'impresa  di  riporre  in  servitù  la  patria,  ricevette 
ordine  di  marciare  contro  il  duca  di  Ferrara  con  < 
200  uomini  d''arme  fiorentini.  Aveva  questi  scam-  , 
pnta  una  fiera  burrasca,  minacciatagli  già  dal  pon^it 
tefice .  Poco  dopo  la  vittoria  dei  francesi  a  Ra^,^, 
venna,  in  cui  ebbe  sì  gran  parte  ,  questo  saggio 
jaincipe  previde  la  loro  rovina,  e  cercò  accomu- 
tlarsi  col  papa.  Fabrizio  Colonna  restato  suo  pri- 
gioniero ,  ma  trattalo  di  lui  nobilmente,  e  lila- 
St,   Tose.   Tom,  i),  0 


1 


94  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1512. 

scialo  senza  taglia  ,  prese  a  maneggiar  col  papa 
l'accordo,  e  per  poter  più  agevolmente  togliere 
tutte  le  difficoltà,  ottenne  salvacondotto  e  sospen- 
sione d'armi  pel  duca ,  il  quale  si  portò  a  Roma'^ 
ma  appena  giuntovi  seppe  che  il  nipote  del  papa, 
Francesco  Maria  della  Rovere,  era  colle  genti 
pontificie  entrato  nelle  sue  terre ,  ed  aveva  oc- 
cupato Reggio,  Carpi,  Brescello,  s.  Felice,  Finale 
e  Cento.  Il  papa  inlimò  al  duca  di  cedergli  Fer- 
rara. Sul  di  lui  rifiuto  e  sulla  domanda  di  partirej» 
gli  fu  questa  negata  contro  i  termini  del  salva^-,^ 
condotto.  I  colonnesi  e  l'ambasciatore  spagnuolo, 
solla  fede  dei  quali  erasi  rapportato ,  reclamava 
indarno^  ma  i  primi  arrossendo  che  sotto  la  loro 
j)arola  si  violasse  la  fede  ad  un  principe  sì  ri- 
spettabile, lo  trassero  di  Roma  colla  forza  delle 
arrrii,  conducendolo  alle  loro  terre  di  Marino^  di 
là  giunse  salvo  a  Ferrara,  ov''era  stato  inviato  il 
cardinale  dei  Medici  (39),  col  quale  sdegnatosi 
pensava  il  pontefice  d'  alterar  di  nuovo  lo  stato 
della  repubblica  fiorentina,  minacciando  anche  i 
lucchesi  (4o) .  Quanto  più  T  idea  indeboliva  le 
forze  del  corpo  al  pontefice,  tanto  più  vasti  ne 
divenivano  i  suoi  disegni.  Ma  la  morte  venne  a 
rompergli  queste  idee  gigantesche  il  dì  ao  feb- 
braio del  i5i3.  Pochi  giorni  avanti  la  sua  morte 
avea  fatta  scrivere  una  bolla,  colla  quale  privava 
il  re  di  Francia  della  corona ,  ed  aspirando  al  ti-^ 
tolo  di  liberatore  d'  Italia  dai  barbari,  meditava 
ancora  Tespulsione  degli  spagnuoll  dal  regno  di 
Napoli.  Onde  provvedere  il  duca  d'Urbino,  aveva  . 
prima  di  morire   comprata  segretamente  ^jena 


'JnA5i3.      DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLII.  gS 

dall'imperatore  IVIassimìliano,  e  moribondo  sup- 
supplicò  il  collegio  dei  cardinali  a  concedergli 
Pesaro  in  vicariato,  rammentando  loro  che  per 
di  lui  mezzo  Taveva  la  santa  sede  ricuperato.  Fu 
fautore  delle  belle  arti:  riconosce  da  lui  il  prin- 
cipio s.  Pietro,  la  prima  basilica  del  mondo^  e  le 
burbere  distinzioni  da  lui  fatte  a  Michela ngio- 
lo  (a),in  mezzo  anche  allo  sdegno,mostrano  quale 
slima  il  fiero  suo  animo  ne  facesse  (4i). 

g.  2.3.  Alla  nuova  della  morte  di  Giulio  sì  por- 
tò a  Roma  il  cardinale  de\\Iedici.  Poco  prima  si 
era  scoperta  una  vera  o  pretesa  congiura  contro 
Giuliano  e  Lorenzo.  I  capi  furono  Agostino  Cap- 
poni e  Pietro  Paolo  Boscoli  uomo  di  lettere.  Un 
foglio  caduto  dalla  tasca  del  secondo  in  cui  erano 
notati  i  nomi  di  circa  20  giovani  fiorentini,portato 
al  governo,  fu  indizio  che  si  potesse  tramare  qual- 
che cosa.  Arrestati  il  Boscoli  ed  il  Capponi  non 
confessarono  se  non  d'aver  fatti  dei  discorsi.  Su 
quel  supposto  però  furono  decapitati,  e  altri  con- 
finati o  carcerati  per  ispaventare  e  comprimere 
con  quest'atto  di  severità  i  malcontenti.  Fu  mes- 
so nella  lista  anche  il  Machiavelli,  al  quale  costò 
una  lunga  persecuzione:  fu  carcerato  e  soffrì  co- 
me gli  altri  fino  la  corda,  e  rimase  condannato 
alla  carcere,  da  cui  fu  liberato  cogli  altri  alle  fe- 
ste per  relezione  al  pontificalo  di  Leone  X.  Si 
ritirò  il  Machiavelli  alla  sua  villa  prossima  as.  Ca- 
sciano,  ove  scrisse  l'opeia  del  principe  (^2): 

§.  24*  S'era  intanto  incamminato  a  Roma  il 

WVed.  uv.  Cm,  N.7.'"'*"'"""^   '^   "■"• 


96  AVVEMMEKTI  STORICI  An»  1513. 

cardinale  Giovanni  de"*  Medici,  il  quale  essenilo 
allora  in  età  di  37  anni  era  il  più  giovane  di  tulti 
coloro,  al  cui  favore  i  giovani  cardinali  potessero 
decentemente  dare  il  suffragio.  Né  tale  scelta  ri- 
pugnava a  molti  dei  più  attempati  cardinali,!  quali 
fra  le  turbolenze  e  i  pericoli  che  sovrastavano 
all'Italia,  risguardavano  come  cosa  vantaggiosa 
per  lo  stato  della  chiesa  Pavere  per  sovrano  il 
capo  della  repubblica  fiorentina,  e  il  far'causa  co- 
mune colla  Toscana.  Ma  il  cardinale  Soderini  die 
meritamente  godeva  opinione  grandissima  nel  sa- 
cro collegio  si  opponeva  con  tutti  i  suoi  amici 
airesaltazione  del  capo  della  famiglia  de''suoi  ne- 
mici. Perciò  i  partigiani  del  Medici  si  adopraro- 
no  caldamente  per  riconciliare  queste  due  fami- 
glie. Offrirono  al  cardinale  Soderini  in  premio  del 
chiesto  suffragio  di  richiamare  da  Ragusi  il  gon- 
faloniere Soderini,  di  dargli  asilo  in  Roma,  di 
restituirgli  il  possesso  di  tutti  i  suoi  beni,  staggili 
in  Firenze,  e  di  unire  le  famiglie  Soderini  e  Me- 
dici con  un  matrimonio.  Queste  proposizioni  fu- 
rono accettate  ed  eseguile  poscia  a  fede,  e  l'ele- 
zione del  Medici  fu  assicurata  nel  conclave  di 
giovedì  sera  io  marza  Per  altro  i  cardinali  noa 
procedettero  al  formale  squittinio  se  non  nel 
giorno  li,  e  al  cardinale  Giovanni  fu  data  Tin- 
combenza  di  far  lo  spoglio  dei  polizzini  coi  quali 
era  eletto  papa.  Egli  prese  il  nome  di  Leone 
X  (43) .  L**  elezione  ebbe  i  più  grandi  applausi 
non  solo  nella  sua  patria,  m  cui  T  elargita  e  le 
magnificenze  della  casa  erano  sempre  presenti,  ma 
anche  presso  le  estere  nazioni,  fra  le  quali  viveva 


^/I.   1513.        DEI  TEMPI  RÉPUBB.  CIP.  XLÌI.  9^ 

ancora  la  memoria  di  Lorenzo  suo  paJre  e  del 
bisavolo  Cosimo.  Da  cardinale  avea  cresciute  le 
prevenzioni  colli  gentilezza  del  tratto,  e  colla 
prontezza  di  pi  estarsi  a  favorir  tutti  anche  i  suoi 
nemici.  Firenze  fu  piena  di  gioia:  non  si  udivano 
che  grida  festive:  non  si  vedevano  che  stemmi  dei 
Medici  appesi  alle  case,  alle  chiese,  ai  pubblici 
luoghi.  Dodici  ambasciatori  elesse  la  città  per  an- 
dare a  congratularsi  col  nuovo  papa.  Si  può  im- 
maginare con  quanta  distinzione  egli  li  accoglies- 
se: ordinò  che  fossero  liberati  dalla  carcere  tutti 
i  sospetti  deirultima  congiura:  richiamò  gli  esuli 
Soderini,  e  in  specie  Pietro  il  gonfaloniere  che 
andò  a  Roma,  ove  fissò  la  sua  abitazione:  Giulio 
cugino  del  papa  priore  gerosolimitano  di  Capua,  fu 
creato  arcivescovo  di  Firenze,  e  poco  di  poi  car- 
dinale insieme  con  altri  due  toscani,  cioè  il  Pucci 
datario,  poi  tesoriere,  e  Bernardo  Dovizi  da  Bib- 
biena suo  antico  e  fedele  servitore.  Di  rado  Roma 
moderna  veduto  aveva  pompa  eguale  a  quella 
in  cui  fu  coronato  Leone.  La  solenne  cavalca- 
ta si  fece  nel  giorno  stesso  in  cui  l'anno  scorso 
era  stato  fatto  prigioniere  alla  battaglia  di  Ra- 
venna, e  sullo  stesso  cavallo  turco  da  lui  a  bella 
posta  riscattato  (44)' 

g.  25.  Tutte  le  altre  città  e  paesi  della  To- 
scana fecero  a  gara  a  rallegrarsi  del  fausto  avve- 
nimento. 1  pistoiesi  ne  provarono  tanfa  11  egrezza 
che  spedirono  ancora  due  ambasciatori  a  Firen- 
ze*, onde  congratularsi  con  Giuliano  fratello  del 
nuovo  pontefice  e  Lorenzo  di  lui  nipote,  di  sì  gra- 
ta promozione.  Non  contenti  di  ciò  incaricarono 


98  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1513. 

GiannozzoPandolfinivescovodi  Troia  a  far  le  loro 
diaiostrazioni  d''allegrezza  al  papa,  il  quale  aven- 
do gradito  molto  una  tal  cosa  ringraziò  lui  ti  i 
cittadini  pistoiesi,egli  concesse  un  breve  con  gran 
lodi^  per  la  qual  cosa  i  pistoiesi  stimaron  bene 
d'inalzare  nella  loro  città  il  suo  stenima,e  lo  col- 
locarono nella  facciala  del  palazzo  coniunitati- 
vo  (45).  I  senesi  rivali  sempre  dei  fiorentini  ri- 
guardarono questa  elezione  come  pericolosa  alla 
loro  libertà,  specchiandosi  nella  sorle  di  Pisa,  e 
potendo  ragionevolmente  temere  che  Firenze 
con  un  sì  polente  appoggio  non  li  riducesse  in 
schiavitù,  leggendo  nei  propri  pensieri  dei  fio- 
rentini, ai  quali  quando  non  fossero  mancate  le 
forze,  non  poteva  mancare  la  volontà  d^  insigno- 
rirsi di  Siena,  nella  loro  ambascerìa  al  pontefice 
detter  dei  segni  di  malumore*  e  nelle  feste  istes- 
se  che  per  decenza  dovetter  fare  manifestarono 
ingegnosamente  i  loro  timori.  L'unnico  fatto  d^im- 
portanza  pei  fiorentini  in  questo  tempo  fu  la  ri- 
cuperazione di  Pietrasanta  e  Motrone,  che  da 
molto  tempo  si  trovavano  in  poter  dei  lucchesi. 
!Naie  dispute  per  confini  tra  i  borghigiani  ed  i 
1  ucchesi. uccisi  nella  rissa  due  di  quelli,  presero  i 
fiorentini  occasione  di  muoversi  contro  Lucca, 
la  quale  non  vedendo  come  resister  alla  tempe- 
sta, e  temendo  peggio,  fu  contenta  che  le  pen- 
denze delle  due  repubbliche  si  rimettessero  nel  , 
papa;benchè  sicura  d'avere  la  decisione  contro,co- 
me  avvenne  (4^))-  La  città  di  Volterra  godeva  in 
questo  tempo  e  rallegra  vasi  nelPaver  ricuperate 
molte  dignità  perdute,  mediante  gli  ampli  pri- 


jfn.   'iSn,       DEI  TEMPI  REPUBB.  cip.  XLIT.  99 

viligi  ed  eseuzioni  che  la  repubblica  fiorentina 
gli  concesse,  e  godellero  di  lali  vantaggi  ed  una 
invidiabile  tranquillità  fino  all'anno  i53o(/J7). 

g.a6.  Leone  X  si  inostròin  questo  (empo  dispo- 
sto a  riconciliarsi  colla  Francia,  purché  Lodovico 
XII  rinunzinsse  allo  scisma  ed  alla  protezione  del 
concilio  d  i  Pisa.  Era  questo  concilio  caduto  in  tan- 
to dispregio,che  il  sostenerlo  ormai  più  non  poteva 
essere  di  alcun  vantaggio  politico,  abbenchè  Anna 
di  Brettagna  moglie  di  Lodovico  XII  punto  non 
dubitasse,  che  le  scomuniche  della  santa  sede  non 
dovesser  causare  l'eterna  sua  dannai^ione,  e  quella 
del  marito.  Due  dei  cardinali  che  avevano  convo- 
cato il  concilio  di  Pisa  erano  stati  fatti  prigioni 
in  Toscana,  mentre  recavansial  conclave,  in  cui 
fu  crealo  Leone  X.  Umiliatisi  al  papa,  essi  avea- 
no  abiurato  lo  scisma,  ed  erano  perciò  stali  ri- 
posti nella  loro  dignità.  Pochissimi  prelati  si  tro- 
vavano tuttavia  adunati  in  Lione  per  servire  all^ 
politica  del  re^  ma  quasi  tulio  il  popolo  francese 
aveali  in  conto  di  scismatici,  ed  essi  medesimi 
oredevansi  probabilmente  colpevoli.  Finalmente 
Lodovico  XII  acconsenti  ad  abbandonarli;  e  con 
un  alto  sottoscritto  a  Coi  bua  e  letto  nel  concilio 
di  Luterano,  rinunziò  al  conciliabolo  di  Pisa,  ade- 
rì al  concilio  di  La! erano,  e  promise  che  sei  dei 
prelati  che  avean  seduto  nel  concilio  scismatico 
verrebbero  similmente  ad  abiurarlo  in  Roma  a  no- 
me di  lulla  la  chiesa  gallicana  (48). Leone  X  avea 
promesso  a  Giuliano  suo  fralello  di  formargli  un 
illustre  stalo,  e  a  Ini  pntlo  avevalo  indotto  a  la- 
sciar a  Lorenzo,  figliuolo  di  Pietro  de*>Iedici,  le 


100  AVVEN1ME!?TI  STORIAI  ^^^/z.    1513. 

cure  della  repubblica  fiorentina.  Era  intenzione 
del  papa  di  erigere  per  Giuliano  un  nuovo  prìn- 
cipafo  composto   degli  stati  di  Parma  e  di   Pia- 
cenza, ai  quali  voleva  aggiungere  Modena  e  Reg- 
gio, spogliandone  la  casa  d'Este.  Perciocché  seb- 
bene avesse  da  principio  fatte  al  duca  alfonso  le 
più  lusinghiere  promesse,  sebben  gli  avesse  fatto 
tenere  il  gonfalone  della  chiesa  nella  cerimonia 
della  propria  incoronazione  ,  non  aveva  ancora 
ri  vocale  le  sentenze  proferite  dal  suo  predeces- 
sore contro  di  lui.  E  benché  avesse  promesso  al 
duca  di  Ferrara  la  restituzione  di  Reggio  entro  un 
determinato  tempo,  due  volte  era  scaduto  questa 
termine  e  due   volte  Leone  avea  mancato  alla 
promessa  (49).  Giuliano  s'era  congiunto  in  ma- 
trimonio con  Filiberla   figlia  del  duca  di  Savoia 
e  sorella  della    madre  di  Francesco  I.  Divenuto 
parente  della  casa  reale  di  Francia,  fu  creato  pre- 
fetto di  Roma,    generale  e  gonfaloniere  dì  santa 
chic  a.  In  quest'anno  medesimo  cessò  di  vivere 
Loc'ov  C)  XII,  di  cui  più  volle  facemmo  cenno  in 
queste  pagine  indietro,  e  passata  la  corona  al  du- 
duca  d**  A.ngoulerame  si  fece  chiamare  France- 
sco I  (5o). 

g.  27.  Passato  Francesco  in  Italia  vinse  la  fa- 
mosa battaglia  di  Marignano,  dove  Lorenzo  dei 
Medici  comandava  le  truppe  fiorentine  unitamen- 
te al  viceré,  ma  con  istruzione  di  Leone  X  d''agire 
più  da  neutrale  che  da  nemico.  Francesco  dette 
un'altra  battaglia  agli  svizzeri  con  esito  favore- 
vole, onde  il  papa  accelerò  seco  il  trattato  che 
Francesco  sollecitava:  i  due  sovrani  si  promisero 


jin.  1515.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLII.  lor 

soccorso  scambievole  per  la  difesa  dei  loro  stali 
in  Italia,  e  la  protezione  del  re  fu  accordata  per 
Giuliano  Lorenzo  de\>Iedici  ed  i  fiorentini.  Lo- 
renzo eletto  ambasciatore  dei  fiorentini  andò  d^or- 
dine  del  pontefice  a  Francesco,  e  fu  convenuto 
d''un  abboccamento  tra  loro  a  Bologna.  Lo  Sforza 
chiusone!  castello  di  Milano  si  arrese  poco  dopo, 
facendo  la  cessione  dei  suoi  stali  a  Francesco,  e  si 
ritirò  in  Francia  colla  pensione  di  3o,ooo  duca- 
ti (5i).  Partito  da  Roma  Leone  X  il  di  6  di  no- 
vembre, accompagnalo  da  i8  cardinali,  con  una 
comitiva  adattata  agP  illustri  viaggiatori  ,  fu  ai 
confini  incontrato  da  sei  ambasciatori  fiorentini, 
fra  i  quali  trovossi  lo  storico  Guicciardini, e  prese 
la  strada  di  Cortona  ,  d^  Arezzo,  di  Montevarchi. 
Giunse  alla  Madonna  delTImpruneta,  indi  s'arre- 
stò tre  giorni  a  Marignolle  nella  villa  Giunli- 
gliazzi,  perchè  fossero  terminati  i  pomposi  appa- 
rati che  le  continue  piogge  avevano  interrotti. 
Fece  il  suo  ingresso  Tultimo  giorno  di  novembre, 
giorno  di  s.  Andrea.  Colonne,  archi  trionfali,  ma. 
gnifìci  arazzi,  ricchi  paramenti  ornavano  la  stra* 
da  per  cui  il  papa  colla  nobile  comitiva  passava 
^otto  il  baldacchino  portato  dai  collegi.  Intorno 
alla  sedia  del  papa  era  la  signoria:  dietro  veniva 
lin''altra  sedia  vuota  che  a  vicenda  portavano  cento 
giovani  fiorentini  riccamentt;  ed  uniformemente 
vestiti.  Era  stato  gettalo  a  terra  l'antiporto  di  s. 
Piergaltolini,  e  slava  li  un  arco  trionfale,  altri  ve 
liberano  a  s.  Felicità  in  piazza,  alla  loggia  dei  Fre- 
scòbaldi,  passalo  il  ponte  a  s.  Trinila,  alla  piazza 
dei  aji^QQrjexl.^l^rpveiej^  tacciata .dji^llap»itledraU 


101  AVVENIMENTI  STOEICI  ^/i.   1515. 

era  ornala  d'un  disegno  elegante,  che  poteva  porsi 
in  opra,  qualora  s^incrostasse  di  marmi.  Dopo  aver 
visitata  la  cattedrale  andò  il  papa  a  prendere  a  s. 
Maria  Novella  il  solito  albergo  dei  pontefici;  ma  il 
dì  appresso  passò  alla  casa  paterna,  ove  languiva 
di  lenta  malattia  il  suo  fratello  Giuliano.  Dopo 
due  giorni  s'incamminò  a  Bologna,  dov''entrò  il  dì 
7  dicembre  (5a). 

g.  aS.Leone  X  aveva  nella  famiglia  dei  signori 
di  Siena  un  favorito  per  nome  Raffaello  Petrucci, 
vescovo  di  Grosseto,  persona  a  lui  devota  e  fede- 
le, ma  rozza  ed  ignorante  e  di  corrotti  costumi,  fi 
papa  avea  nominato  questo  Raffaello  castellano 
di  Castel  s.  Angiolo,  ed  in  appresso  divisò  di  farlo 
capo  della  repubblica  di  Siena,  finché  questa  città, 
chiusa  tra  gli  stati  della  chiesa  e  dei  fioientini, 
fosse  da  lui  dipendente,  non  meno  che  gif  stati 
che  l'accerchiavano.  Vitello  Vitelli  per  ordine  del 
pontefice  condusse  a  Siena  il  vescovo  di  Gros- 
seto con  200  cavalli  e  duemila  fanti,  e  dettegli 
il  possesso  della  signoria.  Borghese  Petrucci  uscì 
di  città  senza  che  gli  bastasse  1'  animo  di  fare 
uno  sforzo  per  conservare  la  sua  autorità.  Il  nuo- 
vo signore  richiamò  alcuni  fuorusciti,  sbandì  in 
scambio  tutti  coloro  che  aveano  avuta  molla  par- 
te nelPultimo  governo,  ed  in  breve  rese  la  sua 
tirannide  odiosa  a  tutti  i  senesi  (53). 

g.  2,9.  Una  scintilla  di  malignità  restata  occulta 
neir  animo  de**  fazionari  Panciatici  e  Cancellierì 
Tenne  in  questo  tempo  a  cambiarsi  in  atroce 
fiamma,  poiché  tornando  a  Firenze  un  pistoiese 
della  parte  cancelliera  fu  ucciso  nella  strada  di 


S//I.1515.         DEI  TEMPI  RÈPUBB.  CAP.  XLir.  IÒ3 

Peretola  da  un^altro  pistoiese  di  parie  panciatica. 
La  fazione  cancelliera  adiratasi  per  questo  si  adu- 
nò in  gran  numero  ma  in  segreto,  per  andare  ai 
danni  della  parte  panciatica.  Venuto  ciò  a  noti- 
zia de**  rettori  delia  città  di  Pistoia  fecero  alPistan- 
te  citare  dieci  di  ambedue  le  fazioni,  che  appena/^j 
comparsi  furon  subito  confinati  nel  palazzo  pre-'* 
torio.  I  rettori  temendo  della  parte    panciatica 
che  si  adunava,  ne  avvisarono  i   vicari   imperiali  1» 
fiorentini,  i  quali  mandaron  tosto  a  Pistoia  due' 
commissari  con  trecento  pedoni  e  80  cavalli,  che 
avendo  sequestrate  le  persone  principali  d'ambe 
le  parli  fecer  dare  il  sacco  ed  il  fuoco  alle  case 
di  parte  panciatica,  ch'essendosi  ritirata  nel  ter- 
ritorio lucchese,  fu  da  quella  repubblica  rimessa 
ai  fiorentini,  dai  quali  per  mano  del  carnefice  se 
ne  fecero  decimare  i  capi.  Mentre  procura  vasi  di 
quietare  tali  dissensioni  in  Pistoia,  si  fecero  sen- 
tire maggiori  turbolenze  nella  montagna,  giacché 
sollevatesi  le  fazioni  a  Lizzano  e  convenuto  ai 
Panciatici  di  fuggire  a  Cutigliano,  furono  insegui- 
ti dai  Cancellieri,  e  colà  attaccata  aspra  battaglia 
si  percossero  fortemente.  Queste  dissenzioni  eran 
per  pigliar  vigore,  ma  la  vigilanza  del  governato-i^ 
re  di  Firenze  ridusse  tutto  lo  stato  pistoiese  in  ' 
pif*na  tranquillità  e  pace.  Anzi,  siccome  il  gover- 
natore confidava  molto  nella  fede  dei   pislotesi  ^n 
cosi  chiamò  molli  di  loro  a  custodia  e  guardia  del-^ 
la  casa  Medici.  Ma  i  fiorentini  che  reputavano  di 
poca  durala  l'aggiustamento  del  loro  governatore 
per  le  cose  dei  pistoiesi,  fecer  di  nuovo  pubblica- 
re   con  gran  rigore  i  capitoli  della  pace  ultima^,  i 


1^ 


l64  AVVEDIMENTI  STORICI  ^/I.1515. 

mente  stabilita,  e  così  ridussero  concordi  e  del 
tutto  pacificate  le  parti  (54). 

g.  3o.  Giunto  il  pontefice  a  Bologna,  ivi  non 
ebbe  molti  applausi:  anzi  il  popolo  attaccato  sem- 
pre ai  Bentivogli  ,  la  di  cui  arme  era  una  sega, 
gridava  serra  serra.  Venne  ivi  a  trovarlo  il  re 
Francesco  e  si  trattò  di  comuni  interessi.  Avendo 
il  papa  conosciuto  nel  giovine  re  di  Francia  l'ar- 
<lente  desiderio  di  riconquistare  il  regno  di  Napoli, 
che  considerava  come  retaggio  della  corona  fran- 
cese, si  sforzò  di  dissuaderlo,  e  se  non  potette 
svolgerlo,  Tindusse  a  differirne  il  disegno  duran- 
te almeno  la  vita  di  Ferdinando,  il  fine  della  quale 
non  pareva  lontano.  Non  furono   obliati  in  que- 
st'abboccamento gl'interessi  di  casa  Medioi.  alla 
quale  il  re  promise  onorifici  stabilimenti,  racco- 
mandando però  al  santo  padre  la  restituzione  di 
Modena  e  Reggio  al  duca  di  Ferrara,ciòche  fu  prò- 1^ 
messo  e  non  mantenuto,  e   il   perdono  del   duca 
d'Urbino,  il  quale  fu  rifiutato,  ma  colle  più  dolci 
maniere.Tornato  il    papa  a  Firenze  si  rinnovarou 
le  feste  dei  suoi   concittadini,  ed  egli  fu  somma-  * 
mente  prodigo  a  quella  città,  ed  in  specie  a  santa  ^ 
Maria  del  Fiore,  ov'era  stato  canonico,  d'onori  e  1 
tesori  spirituali.  Fra  i  doni  vi  fu  una  mitra  coper- 
ta di  perle,  di  rubini,  di  smeraldi,  di  diamanti  di 
inestimabii  valore.  Queste  pompe  e  la  presenza 
del  fratello  costituito  nella  più  alta  dignità  non  ^ 
sollevarono  Giuliano  dairinfermità  cheto  condu-  ^ 
ceva  lentamente  alla  tomba.  Aveva  ottenuto  poco  1 
innanzi  dal  re  di   Francia  il  titolo  di  duca  di  Ne-  'I 
moursj  ed  essendo  stati  vani  lutti  i  rimedi,  poco  ^ 


An.    1517.       DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLll.  Io5 

dopo  la  partenza  del  papa  morì ,  universalmenU» 
compianto,  il  dì  17  marzo  nella  Badia  di  Fiesole, 
ove  s'era  portato  per  respirare  un'aria  migliore, 
nella  fresca  età  d'anni  frentasette,  non  lasciando 
che  un  figlio  naturale  nato  nel  tempo  del  suo  e- 
silio  ad  Urbino, che  fu  poi  il  cardinale  Ippolito.  Era 
dotato  Giuliano  di  amabili  qualità,  di  gusto  per 
le  lettere  e  per  le  arti,  quasi  ereditario  della  fa- 
miglia Medicea.  Non  aveva  mai  veduto  Firenze  un 
convoglio  funebre  sì  pomposo  come  quello  con 
cui  Giuliano  fu  condotto  alla  tomba.  Questa  lu- 
gubre processione  passò  per  le  più  frequentate 
strade  di  Firenze,  ove  tre  mesi  avanti  in  circa  era 
passato  vivente  in  trionfo  (55). 

g.  3i.  Morto  questo  protettore,  il  duca  d'Ur- 
bino non  ebbe  più  scampo,  giacché  Lorenzo  in- 
vase quel  ducato,  ed  il  papa  glie  ne  concesse  la 
investitura.  Quel  duca  si  ritirò  a  Mantova  presso 
il  suocero,  e  Lorenzo  in  seguito  portatosi  a  Ro- 
ma ricevette  il  bastone  di  generale  della  chiesa, 
che  avea  posseduto  Giuliano  .  Francesco  Maria 
della  Rovere  aiutato  da  alcune  truppe  spagnuole, 
guidate  da  Maldonato,  e  da  altri  soccorsi  del  si- 
gnore da  Bozzolo  e  del  suo  suocero,  attaccò  im- 
provvisamente il  suo  stato  d''Urbino  un''altravol 
ta,  e  se  ne  rese  padrone  (56).  Ai  primi  avvisi  che 
ebbe  il  pontefice  mandò  gente  e  capitani,  e  già 
Lorenzo  avea  posto  mano  a  servirsi  dei  battaglio- 
ni dell'  ordinanza  fiorentina.  Questa  guerra  pel 
ilucalo  d'Urbino  durò  otto  mesi,  nella  quale  per 
la  diflidenza  e  tradimenti  dei  soldati  forestieri, 
ambe  le  parti  ebbero  a  vicenda  diverse  sorti,edin 

St.   Tose.   Tom,  9.  10 


I06  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1517. 

una  zuffa  restò  anche  molto  ferito  lo  stesso  Lo- 
renzo: Finalmente  mancando  tulli  di  denari,  ed 
essendo  ormai  stanchi,  si  venne  ad  un  accordo  pel 
quale  restò  al  papa  il  ducato,  e  Francesco-Maria 
potette  ritornarsene  a  Mantova  con  tutta  la  sua 
artiglierìa,  roba,  e  soprattutto  colla  famosa  libre- 
rìa che  mediante  molte  spese  e  fatiche  era  stala 
riunita  da  Federigo  suo  avolo  materno.  Cosi  finì 
questa  guerra  la  qual  costò  più  di  800000  ducati, 
la  maggior  parte  sborsati  dai  fiorentini  (57)* 

g.  32.  Il  cardinale  Alfonso  Petrucci.  per  ven- 
dicare i  torti  che  avea  ricevuti  il  suo  fratello 
Borghese  lasciato  al  governo  di  Siena  dal  padre 
loro  Pandolfo  ,  e  le  mutazioni  di  governo  fatte 
dal  papa  in  quella  città,  ordì  una  congiura  per 
ammazzare  il  pontefice.  Eran  seco  lui  uniti  altri 
cardinali^  fu  pensato  a  varie  maniere  per  disfar- 
sene, e  il  Petrucci  trasportato  dalla  giovanile  sua 
collera,  confessò  che  più  volte  era  stalo  tentato 
d''ucciderlo  colle  sue  mani  in  concistoro.  Final- 
mente avea  subornato  un  abile  chirurgo,  cogno- 
minato Batista  da  Vercelli,  per  fargli  avvelenare 
la  piaga  fistolosa  da  cui  era  da  lungo  tempo  af- 
flitto. Il  Petrucci  esaltando  la  perizia  del  Batista 
era  giunto  a  persuadere  tutta  la  corte  del  papa, 
che  licenziato  Tantico  chirurgo,  al  nuovo  se  ne 
commettesse  la  cura.  Ma  vi  si  oppose  la  verecon- 
dia quasi  femminile  del  papa,  che  non  volle  espor- 
re le  ascose  parti  alla  vista  d'un  nuovo  operato- 
re. Scoperta  la  trama  per  lettere  intercette,  fu- 
rono arrestati  il  cardinale,  il  suo  segretario  ed 
il  chirurgo:  torturati  confessarono   il  delitto  ed 


yinJÒil.         DEI  TEMPI  HEPUBB.  GAP.  XLll.  10^ 

i  complici.  Adunalo  il  concistoro,dolendosì  il  pa- 
pa della  sua  sorte,  espose  Pordine  della  congiura, 
aggiungendo  che  in  queiristesso  luogo  erano  dei 
cardinali  rei  del  delitto,  ai  quali,  se  liberamente 
confessassero,  avrebbe  perdonato.  Allora  s'alza- 
rono il  Soderini  e  il  cardinale  di  Corneto,  e  pro- 
strati a  lui  davanti  gli  domandarono  perdono  . 
Fattone  solennemente  il  processo  ,  ne  successe 
l'arresto  anche  dei  cardinali  Sauli,  e  Riario.  Fu  il 
Petrucci  strangolato  in  carcere,  il  Mini  e  il  chi- 
rurgo pubblicamente  attanagliati.  Degli  altri  car- 
dinali, quale  fu  chiuso  in  carcere,  quale  privato  del 
cappello. Tutti  però,  dopo  qualche  tempo,  furono 
liberati  e  restituiti  ai  primi  onori  con  la  multa  di 
grandissime  somme  di  denaro.  Il  cardinale  Adria- 
no da  Corneto  però,  non  si  6dando,  fuggì,  né  più 
ricomparve  sulla  scena  del  mondo.  Si  pretende 
che  portando  seco  nella  fuga  de*"  tesori,  giacché 
era  ricchissimo,  fosse  dai  suoi  seguaci  o  da  altri 
assassinato.  Era  questo  un  uomo  giunto  alla  for- 
tuna pe'suoi  meriti,  e  per  la  sua  destrezza:  po- 
chi scrittori  vi  erano  nelPelegante  corte  di  Leo- 
ne, che  r  eguagliassero,  ninno  che  il  superasse. 
Kè  andò  il  pontefice  senza  nota  che,  nel  punire 
il  cardinale  Riario  più  d'  un  sospetto  che  d'  un 
vero  delitto,  potesse  aver  parte  la  memoria  del- 
l'uccisione del  zio  Giuliano,  e  della  congiura  dei 
Pazzi.  Egli  era  per  le  ricchezze,  per  Tautorità,  per 
le  cariche  il  primo  cardinale^  e  il  lusso  della  sua 
casa  cedeva  solo  a  quello  del  pontefice,  alla  cui 
sedia  aspirò  tanto  tempo  inutilmente (58).  Aven- 
do inteso  i  lucchesi  che  le  papaline  soldatesche 


108  AVVENIMENTI  STORICI  Art.    1417., 

raccolte  sull'Urbinate  erano  designate  per  oppu- 
gnare Lucca  ,  si  dettero  a  sollecitare  i  lavori  di 
difesa  che  già  erano  incominciati  intorno  alla 
loro  città  neir  occasione  della  guerra  di  Pisa  , 
come  pure  a  provvedersi  di  vettovaglie,  e  for- 
nirsi di  soldati  per  resistere  alla  tempesta,  e  frat- 
tanto raccomandavano  la  libertà  loro  al  re  di 
Francia,  il  quale  aveva  impegnata  la  sua  fede  di 
assisterli,  e  li  ricevè  nella  sua  clientela:  ma  que- 
sto rumore  non  si  avverò  col  fatto  (59). 

g.  33.  L'amicìzia  col  re  di  Francia  procurava 
alla  casa  Medici  onore  e  ricchezze.  Si  partì  Loren- 
zo con  magni6co  equipaggio  per  gire  in  Francia 
col  doppio  carattere,di  sposo  di  Maddalena  di  Bret- 
tagna parente  della  casa  reale,  e  per  far  le  veci 
del  pontefice,  tenendo  a  battesimo  un  figlio  del  re. 
Si  mostrò  ivi  con  lusso  grandioso,  che  il  mondo 
era  solito  ad  ammirare  nella  casa  medicea  nelle  fe- 
ste che  per  due  lieti  avvenimenti  si  celebrarono  al- 
la corte  di  Francesco,che  colmò  Lorenzo  di  onori. 
Ritornato  questi  a  Firenze  e  disgustato  contro  i 
cittadini  per  non  averlo  voluto  onorare  nelP  ac- 
costarsi alla  città  di  un**ambascierìa,  fece  sentire  la 
sua  indignazione  al  Lanfredini  e  al  Salviati,  che 
sperano  opposti  alla  proposizione  di  mandargli  am- 
basciatori, dicendo,  che  siccome  il  Medici  era  un 
cittadino  come  gli  altri,  ciò  non  parca  convenien- 
te :  furono  però  ambedue  assentati  dal  gover- 
no (60). 

g.  34.  L'imperiosa  maniera  e  Torgogl io  di  Lo- 
renzo erano  i  presagi  della  schiavitù  di  Firenze. 
I  cittadini  più  savi  non  vedevano  come  sfuggirla, 


jin,    1518.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  IO9 

cospirando  il  re  di  Francia  ed  il  papa  a  sostenere 
la  signorìa  di  Lorenzo.  Egli  avea  condotta  a  Fi- 
renze la  moglie  >Iaddalena  della  Torre  d\Alver- 
nia,  ma  le  aveva  atlaccata  la  turpe  nialattìa,da  cui 
era  egli  stesso  affetto.  IVIaddalena  morì  il  aS  di 
aprile  del  i5i9  nel  dare  alla  luce  la  troppo  famo- 
sa Caterina  de"*  Medici  ,  e  5  giorni  dopo,  che  tu 
il  ventotto  d''aprile*  soggiacque  ancora  Lorenzo 
alla  malattìa  che  lo  andava  già  da  gran  tempo 
struggendo  (6i).  Fu  Lorenzo  orgoglioso  e  prepo- 
tente^ considerava  la  tiorentina  repubblica  come 
un  suo  patrimonio,  di  cui  potesse  liberamejìte  di- 
sporre, calpestando  anclie  le  forme  repubblicane, 
e  non  ponendo  nelle  sue  violenze  nep[)ur  quella 
decenza  che  usata  avevano  i  suoi  maggiori  per  far 
credere  alPingannato  poj)olo,  che  viveva  in  liber- 
tà, onde  non  fu  pianta  la  sua  morte  come  quella 
di  Giuliano  (62).  Altro  discendente  non  rimaneva 
di  Cosimo  de'i>Iedici  padre  della  patria^  che  papa 
Leone  X,  Caterina  di  lui  pronipote,  parecchie 
femmine  collocate  in  matrimonio  con  cittadini 
fiorentini,  e  tre  bastardi^  cioè  Giulio  già  cardinale, 
Ippolito  ed  Alessandro  che  erano  tuttavìa  in  età 
fanciullesca.  I  discen<lenti  di  Lorenzo  de''>Iedici, 
fratello  di  Cosimo,  che  20  anni  prima  avevano 
deposto  Taniico  nome  per  assumere  (|uello  di  po- 
polani, e  che  nelle  rivoluzioni  di  Firenze  si  erano 
mostrati  partigiani  del  popoloe  della  libertà, erano 
in  allora  divisi  in  due  rami,  ni  cadetto  de' quali 
apparteneva  Giovanni  de"  .>L*dici  figliuolo  di  (]a- 
lerina  Sforza,  il  quale  inconn'nciava  a  farsi  nome 
!iel!e  anni.  In  qm>sto  slesso  anno  il  giorno  1 1  di 


no  ATVENIME?}TI  STORICI  Jn .    1518» 

giugno  nacque  a  questo  Giovanni  un  6gliuoIo 
destinato  a  ridurre  un  giorno  la  sua  patria  in  ser- 
Titù,  ed  a  portare  \\  primo  col  nome  di  Cosimo  il 
titolo  di  granduca  di  Toscana  (63). 

g.  35.  Gli  ambiziosi  disegai  di  Leone  X  a  prò 
della  propria  famiglia,  per  ingrandir  la  quale  egli 
aveva  distrutta  la  gloria  e  l'indipendenza  della 
sua  patria,  più  avere  non  potevano  esecuzio- 
ne ^  perciò  bastò  fanimo  ad  alcuni  cittadini  di 
supplicarlo  a  restituire  a  Firenze  quella  libertà^ 
che  pregiudicare  non  poteva  alla  grandezza  di  lui 
e  della  sua  casa:  la  fortuna  del  cardinale  Giulio, 
gli  dicevano,  era  stabilita  nella  chiesa,  e  i  due 
fanciulli  Alessandro  ed  Ippolito  ,  da  Leone  X 
appena  riconosciuti,  non  dovean  essergli  siffat- 
tamente cari,  che  per  cagion  loro  dovesse  odiare 
la  patria.  Ma  Leone  nel  suo  lungo  esilio  avea 
contralto  Podio  della  libertà;  egli  suppose  che 
terrebbe  la  Toscana  più  dipendente  da  suoi  vole- 
ri, mandandovi  in  vece  di  Lorenzo  il  cardinal 
Giulio  suo  cugino;  perciò  lo  fece  subito  partire 
alla  volta  di  Firenze,  quand'ebbe  notizia  della 
malattìa  del  nipote.  Giulio  ch^era  corrucciato  con 
Lorenzo  non  entrò  nel  palazzo  dei  Medici  finché 
non  fu  morto  il  cugino.  In  allora  disse  a'rnagistrati 
che  non  era  sua  intenzione  di  calcare  le  orme 
del  suo  predecessore  ,  che  non  voleva  usurpare, 
sulPesempio  di  lui,  la  facoltà  di  eleggere  tutte  le 
cariche  lucrose  ,  ma  che  per  lo  contrario  si  fa- 
rebbe debito  di  rispettare  la  libertà  della  repub- 
blica. Infatti  i  fiorentini  sollevati  dal  giogo  che 
avean  portato,  credettero  di  riavere  sotto  la  si- 


An.    1518.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  Ili 

gnorìa  del  cardinale  Giulio  una  immagine  della 
repubblica,  ed  al  cardinale  mollo  s^aftezionarono. 
Egli  stette  a  Firenze  fino  al  mese  di  ottobre,  nel 
qual  tempo  ripartissene  alla  volta  di  Roma  ,  la- 
sciando nel  palazzo  de\ìledici  GoroGheri  di  Pi- 
stoia, vescovo  di  Fano,  ed  il  cardinale  di  Cortona 
per  governare  in  vece  sua  (64). 

§.  36.  La  morte  di  Lorenzo  dei  Medici  pose 
in  tranquillità  i  lucchesi  da  questo  lato,  tanto 
più  perchè  al  papa  mancava  da  qui  innanzi  P  og- 
getto d^ngrandire  la  sua  casa  per  essersi  spenta 
in  Lorenzo  la  progenie  legittima  di  Cosimo  il 
magnifico,  che  Leone  era  unicamente  intento  a 
favoreggiare.  Grande  rivoluzione  fece  in  questo 
anno  nella  politica  e  nelle  cose  d'  Italia  la  ele- 
zione in  imperatore  di  Carlo  V  della  casa  d"*  Au- 
stria, re  di  Spagna, seguila  perla  morte  di  Massi- 
miliano 1(65).  Il  pontefice  l'anno  appresso  veden- 
do quanto  malagevolmente  potesse  conservarsi 
il  ducato  d-  Urbino  nella  figliuola  di  suo  nipote 
Lorenzo,  si  per  la  tenera  eia  e  sesso  di  lei,  come 
ancora  per  Taraore  che  quei  popoli  portavano  al 
vecchio  duca,  lo  consegnò  alla  santa  sede  apo- 
stolica (Q^)  .  I  senesi  frattanto  mandarono  un 
oratore  a  Carlo  V  a  congratularsi  della  sua  eie- 
Rione,  ed  a  mostrar  che  avesse  presa  la  cit^à  di 
Siena. devota  e  fedele  al  sacro  impero.sotto  la  di 
lui  protezione^  per  il  che  Carlo  V  pochi  mesi  dopo 
scrisse  una  lettera  al  gonfaloniere  senese,  dicen- 
dogli di  voler  esser  sempre  protettore  e  difensore 
della  citta  di  Siena  e  dei  suoi  cittadini  (67)  .  Ai 
tìorentini,ad  istanza  di  Leone  X,concesse  In  con- 


f 


lia  AVVEINIMENTI  STORICI  Jn.    1520' 

ferma  dei  privilegi  dello  stato,  delPautorità  e  del- 
le lerre  che  possedevano^  per  laqaal  concessione 
i  fiorentini  si  animarono,  e  con  Oi;ni  autorità  ob- 
bligarono i  pistoiesi  a  mandarli  tutto  il  denaro 
che  si  trovava  nel  loro  comune,affinedi  sostenere 
i  loro  poveri  che  penuria  vano  di  viveri  (68).  Ia- 
copo V  signore  di  Piombino  domandò  ed  otten- 
ne dairimperatore  Carlo  V  la  conferma  delT  in- 
vestitura del  suo  stato,  con  i  medesimi  privilegi 
ch'era  slata  concessa  a  Iacopo  IV  suo  padre,  cioè 
♦:he  lo  stato  di  Piombino  fosse  dichiarato  feudo 
nobile libero,inTestendone  esso  eia  faiiiiglia d'Ap- 
piano in  perpetuo  per  sé  e  suoi  successori.  Conces- 
se al  medesimo  e  suoi  discendenti  facoltà  di  poter 
battere  ed  improntar  moneta  così  d"'oro  come  di 
argentOjC  di  poter  porre  sopra  la  sua  arme  l'aqui- 
la imperiale,  con  altri  privilegi  meno  importan- 
ti (69). 

g.  37.1  lucchesi  per  cattivarsi  la  benevolenza 
di  Carlo  V,  col  mezzo  di  un  oratore  njandarono 
ad  implorare  che  li  avesse  nella  sua  buona  gra- 
zia, e  degnasse  confermar  loro  i  privilegi  che  dagli 
augusti  suoi  predecessori,e  specialmente  da  Mas- 
similiano I  erano  stati  adessi  conceduti.  Accolse 
Cesare  i  voti  lucchesi,  e  con  diploma,segnato  Tan- 
no dopo  in  Bruselles,  li  fece  paghi  .  Un  tal  allo 
per  la  parte  dei  lucchesi  fu  seguito  da  un  dono 
di  inooo  fiorini  d^  oro  fatto  all'imperatore  e  da 
due  altri  di  aooo  e  5oo  per  ciascuno  ai  due  per- 
sonaggi che  curavano  le  cose  dell'impero  in  Ita- 
lia, e  per  i  quali  avean  lettere  di  favore  da  Carlo 
\:  savissimo  provvedimento,  che  già  avea  salvalo 


^«.1521.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLll.  Il3 

la  repubblica  parecchie  fiate,  giacché  quando  non 
si  ha  la  forza  par  farsi  temere  bisogna  usar  dei- 
Toro  per  farsi  amare  (70). 

§.  38»  Leone  X  (a)  intento  a  riconquistare 
gli  stali  eh"'  ei  diceva  appartenere  alla  santa  sede, 
s'^impadronì  di  Perugia,  spogliando  il  Baglioni^  e 
tentava  anche  di  occupar  Ferrara  e  fare  uccidere 
il  duca^  ma  lo  stesso  capitano  ch'egli  credeva  di 
aver  guadagnato,  finse  di  aderire  per  iscoprir  la 
trama,  e  poi  la  rivelò  al  suo  padrone.  Biunivasi 
allora  nell'imperatore  Carlo  V  oltre  i  paesi  Bassi, 
Teredilà  delle  Spagne,  per  cui  gf  interessi  e  la 
situazione  d*Europa  eran  cambiati.  Leone  fece  se- 
co una  lega,  in  cui  questo  potente  monarca  pren- 
deva la  difesa  di  Firenze,  della  casa  Medici  e  della 
sede  pontificia.  Fu  stabilito  che  un  altro  Sforza , 
cioè  Francesco  figlio  del  Moro,  fosse  dichiarato 
duca  di  Milano,  egli  svizzeri  entrarono  in  lega.  I 
veneziani  rimasero  alleati  dei  francesi,  e^l  duca 
di  Ferrara  ricordandosi  che  'I  papa  avea  tentato 
più  volte  di  rapirgli  e  lo  stato  e  la  vita,  si  dichia- 
rò anch^gli  in  favore  della  Francia.  Incomincia- 
rono le  ostilità:  i  francesi  dopo  vari  incontri  fu- 
rono obbligali  di  ritirarsi  a  Milano,  d''onde  pure 
scacciati,  il  Morone  prese  possesso  della  città  pel 
duca  Sforza.  Il  pontefice  con  questa  ebbe  la  lieta 
novella  di  aver  ricuperalo  Parma  e  Piacenza^  ma 
la  morte  Io  colse  nelPanno  46  delTetà  sua,  né  la 
perdita  fu  senza  sospetto  di  veleno.  Il  suo  ponti- 
ficalo fu  per  le  scienze  e  le  arti  il  secolo  di  Au« 

(a)  Ved.  lav.  CHI,  N,  3, 


Il4  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.152l. 

gusto,  poiché  sotto  di  lui ,  mentre  la  mitra  e  la 
porpora  onoravano  le  lettere ,  lo  scarpello  ed  il 
pennello  dei  più  grandi  artisti  dettero  vita  a  pro- 
duzioni non  inferiori  a  quelle  di  Fidia  e  dWpelle: 
la  celebrità  di  questo  papa  farà  sempre  epoca  per 
le  belle  arti  (7t). 

g.  39.  La  morte  di  Leone  fece  nascere  subito 
grandi  variazioni  in  Italia.  Il  duca  di  Ferrara  re- 
spirando dalle  angustie  in  cui  si  trovava  ,  prese 
animo  e  ricuperò  la  maggior  parte  delle  terre 
perdute.  A.nche  il  duca  d'Urbino  Francesco  Ma- 
ria, unitosi  al  Malatesta,  e  ad  Orazio  Baglioni,  ai 
quali  Leone  aveva  ucciso  il  padre,  ed  aiutato  dal 
duca  di  Ferrara,  rientrò  con  poca  gente  negli  stati 
di  Urbino,  ove  fu  lietamente  ricevuto  dagli  anti- 
chi suoi  sudditi  che  lo  amavano  .  Indi  occupato 
Pesaro  s'inoltrò  con  Orazio  Baglioni  airattacco  di 
Perugia.  I  fiorentini  consigliati  dal  cardinale  dei 
Medici,  che  volea,  difendendo  gli  stati  pontificii, 
acquistarsi  nome  ed  autorità ,  avevano  mandato 
dei  soccorsi:  ma  i  difensori  dopo  una  breve  resi- 
stenza s'arresero,  ed  il  piccolo  esercito  de^collega- 
ti  passò  sul  senese.  Questa  repubblica  dipendeva 
molto  dal  governo  di  Firenze,  dopo  la  mutazione 
fattavi  da  Leone ,  ed  era  regolata  dal  Petrucci  , 
promosso  al  cardinalato  da  questo  papa:  onde  il 
duca  d'Urbino  cercava  mutarne  il  governo,perchè 
ancor  questa  repubblica  facesse  causa  comune 
seco  lui  e  con  gl'altri  principi  oppressi  dalla  poten- 
za del  papa  e  dalla  casa  Medici.  Il  cardinale  Giulio 
nelTandare  al  conclave,  passando  per  Siena.aveva 
assai  ristretto  il  governo  della  balia,  riducendolo 


Jn.iÒli.  DEI  TEMPIttEPUBB.  GAP.  XLII.  Il5 

in  quindici  persone,perchè  avesse  maggiore  ener- 
gìa. Si  detter  questi  tutto  il  moto  per  difendersi, 
arruolando  tutti  i  capaci  alfarrai  nel  loro  piccolo 
stato.  Mandarono  commissari  in  Val  di  Chiana  a 
descrivere  in  Chianciano,  Sarleano,  Chiusi ,  Ce- 
tona  ed  in  più  terre  del  Mont'Amiata,tutti  quelli 
che  fossero  abili  per  difenderlo^  ed  in  vano  si  ac- 
costò il  duca  d'Urbino  alle  mura  di  Siena.  Vi  si 
approssimava  un  rinforzo  di  svizzeri  guidati  dal 
celebre  Giovanni  dei  Medici,  detto  poi  delle  ban- 
de nere  y  ed  essendo  caduta  una  gran  quantità 
di  neve,  fu  di  sufficiente  scusa  al  duca  per  riti- 
rarsi ed  abbandonare  quelTimpresa  (72). 

g.  40.  Giunto  il  cardinal  dei  Medici  a  Roma, 
seppe  cpme  il  governo  da  lui  lasciato  in  Firenze, 
temendo  che  si  potesse  fare  qualche  movimen- 
to in  quel  tempo  ,  credette  doversi  assicurare 
di  quindici  dei  principali  cittadini  che  furono  ri- 
tenuti per  ostaggi.  Inteso  ciò  il  cardinale,  usando 
della  sua  solita  moderazione  e  dolcezza,  ordinò 
che  fossero  liberati ,  ciò  che  fu  universalmente 
gradito,  e  due  di  essi  andarono  a  bella  posta  per 
ringraziarlo  a  Roma  a  nome  di  tutti.  Dopo  una 
lunga  e  forte  agitazione  in  conclave  fu  scello  il 
•i  gennaio  del  iSaa  Adriano  VI  d'Utrecht  vescovo 
dì  Torlosa,a  cui  dava  una  non  meritata  celebrità 
Tessere  stalo  precettore  delPiraperatore  Carlo  V. 
La  discordia  de'cardinali  italiani  fece  ricorrere  a 
questo  slraniero,che  lontano  dagl'intrighi  era  sta- 
to scelto  senza  alcuna  sua  briga. Conservò  il  nome 
d"*  Adriano  e  fu  il  sesto  tra  i  pontefici  di  questo 
nome.  Terminalo  il  conclave,  dovendo  scorrere 


Il6  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1522. 

qualche  tempo  prima  che  i!  nuovo  papa  di  Spa- 
gina passasse  a  Roma,  il  cardinale  deWledici  mor- 
tificato per  la  esclusione  dal  pontificato ,  e  cre- 
dendosi tradito  dal  partito  imperiale,  tornò  a  Fi- 
renze ,  ove  temeva  di  vedersi  tolta  T  autorità  . 
Infatti  i  lepubblicani  di  Firenze  credevano  giun- 
ta Torà  di   rivendicare  la  libertà  della  patria;  il 
signore  di  Lescuns  loro  prometteva  gli  aiuti  del 
re  di  Francia  ^  le  truppe  francesi  dovevano  en- 
trare in  Toscana  per  la  via  della  riviera  di  Ge- 
nova ,  nello  stesso  tempo  che  Renzo  di  Ceri  vi 
giugnerebbe  dalla  parte  di  Siena  .  Il  duca  d'Ur- 
bino ed  il  Buglioni  favorivano  caldamente  quella 
trama  per  vendicarsi  dei  Medici.  Giambatisia  So- 
derini,  nipote  del  cardinal  di  Volterra  e  del  gon- 
faloniere perpetuo,  era  il  capo  della  congiura  in 
Firenze.  Ingrossava  il  di  lui  partito  la  brigata  dei 
poeti  e  dei  filosofi,  che  dette  tanta  celebrità  agli 
orti  Rucellai,  nei  quali  si  adunava.  Questi  poeti 
e  filosofi  cresciuti  nelle  stesse  massime  deside- 
ravano tutti  la  libertà  di  Firenze,  ma  non  perciò 
odiavano  il  cardinale  de^ìledici/cui  di  tutta  la  sua 
famiglia  dicevano  esser  quello  che  più  dolcemen- 
te e  cittadinescamente  era  comportato  nella  sua 
amministrazione,  onde  preferivano  di  ricuperare 
i  loro  diritti  con  un  aggiustamento,piuttosto  che 
di  vendicarli  a  forza  (yS).  Il  cardinal  dei  Medici 
che  conosceva  la  propria  debolezza  e  la  necessità 
di  accarezzare  gli  avversari ,  confessava  che  il 
supremo  potere  mal  si  confaceva  col  suo  ufficio 
ecclesiastico  e  colle  sue  speranze  d''avanzamento 
nella  corte  di  Roma,  e  faceva  spargere  voce  che 


uin.1522.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIL  II7 

era  disposto  a  deporlo.  I  giovani  patrizi  degli  orti 
Rucellai  dettero  nella  ragna  ,  aggiungendo  fede 
alle  speranze,  che  loro  dava  il  cardinale  ,  ed  in 
vece  di  operare  contro  di  lui,  furon  paghi  dì  spe- 
culare intorno  alla  migliore  costituzione  da  darsi 
alla  repubblica  quand'ella  si  ristabilirebbe;  fu  que- 
sto l'argomento  di  tre  opere  politiche  del  Ma- 
chiavelli, di  Zanobi  Buondelmonti  e  di  Alessan- 
dro deTazzi,  tutte  dedicate  al  cardinale  dei  Me- 
dici (74). 

g.  41.  Frattanto  j!  signore  di  Lescuns,  avendo 
assai  brighe  in  Lombardia  e  veggendosi  abbando- 
nato dal  re  di  Francia  senza  danaro,  avea  depo- 
sto il  progetto  d'entrare  in  Toscana  per  lo  stato 
di  Genova.  Renzo  di  Ceri  s'era  incaponito  nello 
assedio  del  piccolo  castello  di  Torrita  nello  stato 
di  Siena,  e  non  passò  mai  oltre.  Il  partito  france- 
se ch'era  quello  della  libertà  andava  declinando 
in  tutta  ritalia,  onde  il  cardinale  de'Medici  cre- 
dh'tte  giunto  il  momento  favorevole  di  trar  d'in- 
ganno coloro  che  avean  |)oluto  lusingarsi  che 
egli  renderebbe  alla  sua  patria  la  libertà.  Fece  per 
tanto  arrestare  un  corriere  francese  mandato  a 
'  Renzo  di  Ceri,  dal  qual  corriere  ebbe  la  manife- 
stazione dei  segreti  messaggi.  Venuto  perciò  in 
cognizione  della  corrispondenza  di  Giacomo  da 
Diacceto  con  Renzo  di  Ceri.  Giacomo  fu  posto  in 
prigione,  e  minacciato  di  tortura  confessò  quello 
che  ancora  non  si  sapeva,  d'aver  cioè  voluto  ucci- 
dere il  cardinale,perchè  avesse  ingannati  i  repub- 
blicani con  fallaci  speranze  .  L'  interrogatorio  di 
Giacomo  essendo  stalo  difl'erito  di  i^  ore,  i  di  lui 
St.    Toic.   Tom.  U.  11 


Il8  AVVENIMENTI  STORICI  u^/t.    1522. 

amici  ebbero  il  tempo  di  salvarsi^  ma  un  tale  Ala- 
manni fu  mandato  a  morte  con  Iacopo  da  Diac- 
ceto  il  7  di  luglio.  I  figliuoli  di  Paor^ntonio  So- 
derini  dovettero  fuggire,  ed  i  loro  averi  furono 
staggiti.  Intanto  il  loro  zio  Pietro  Soderini,  che 
era  sialo  gonfaloniere  eletto  perpetuo,  mori  in 
Roma  il  4  di  giugno,  lasciando  eterno  deside- 
rio di  sé  presso  tutte  le  persone  dabbene  (jS). 

g.  42..  Pareva  che  in  questi  tempi  Lucca  po- 
tesse al  fine  riposarsi^  ma  quando  per  le  cose  e- 
sterne  sarebbe  stato  così,  vennero  le  interne  ad 
amareggiarla  ed  alfliggerla,poiché  una  privata  ven- 
detta portò  un  male  pubblico  e  grande.  Erano  in 
Lucca  allora  tra  le  prime  famiglie  quelle  de*'Poggi 
per  chiarezza  di  sangue,per  copie  d'uomini  e  per 
abbondanza  di  ricchezze.  Con  queste  qualità  uni- 
te ad  un'affabilità  di  tratto,  si  traevan  dietro  ono- 
ri, cariche,  impieghi  secondo  il  voler  loro,  ed  an- 
che a  seconda  dei  soli  desideri^  ma  Tinvidia,  che 
domina  nelle  repubbliche,  cercava  i  modi  di  de- 
primerle e  farle  entrare  nel  rango  comune.  Per- 
ciocché gli  altri  nobili  ingelositi  dei  Poggi  anda- 
van  gettando  de^motti  qua  e  là,  che  denotavano 
la  voglia  loro  di  porre  un  freno  a  tanta  grandezza; 
del  che  istruiti  i  Poggi  si  lagnavano  e  s*"  indi- 
spettivano. Gli  animi  essendo  cosi  disposti,  ac- 
cadde che  per  la  morte  successa  d'un  rettore  di 
una  piccola  chiesa  in  città  detta  santa  Giulia,  gli 
uomini  di  quella  contrada,  cui  spettava  il  dritto 
della  elezione  a  quel  beneficio,  da  molti  ambito 
perchè  di  ricchissima  prebenda,  venuti  alla  scelta 
non  si  accordavano  tra  due  candidali ,  uno  dei 


'^n,i  522.  DEI  TEMPI  BEPUBB.  CAP.  XLII.  I  1 9 

quali  era  creatura  de'Poggi.  Mentre  a  Lucca  si 
dispulava  per  questa  scelta,  un  tal  Bartolonimeo 
Arnolfini  ch'era  aRoma  protonotario,  fece  segre- 
tissimamente le  sue  parti  alla  corte,  gli  venne 
fatto  d'esser  lui  eletto  rettore  di  santa  Giulia 
dalla  somma  potestà  ecclesiastica,  e  prontamen- 
te per  procuratore  prese  il  materiale  possesso  del 
benefizio  coiraiulo  del  collegio  degli  anziani.  Se 
gli  elettori  fossero  ributtati  da  questo  procedere, 
essi  che  vedevano  strapparsi  di  mano  un  dritto 
importante, ognuno  sei  crederà  di  leggieri.  L'ira 
gli  fece  passare  ben  presto  a  un  desiderio  di  ven- 
detta, che  fu  fomentata  dai  Poggi  per  essersi  an- 
ch'essi veduti  delusi  dal  collocare  in  quel  benelì- 
zio  il  prolelto  loro.  Audi  Vincenzo  Poggi  gio- 
vine ardilo  ed  inconsiderato  siofterse  qual  capo 
per  eseguirlo  (76). 

g.  43.  Una  beila  notte  adunque  egli  con  unsuo 
fido  e  con  degli  altri  sgherri  si  porlo  alla  casa  be- 
neficiata di  santa  Giulia,  e  per  via  di  scale  entrato- 
vi co''suoi  dalla  finestra,  cacciò  di  là  chi  vi  stava  per 
il  rettore,  e  se  ne  rese  padrone  al  tutto.  Quella  ca- 
sa diventò  ben  presto  il  ritrovato  della  gioventù 
nobile  ma  svenlata,lalchè  vi  si  andava  a  sollazzare 
con  ogni  sorta  di  giuochi  e  di  esercizi,  anche  per 
corteggiare  quel  compagnone  di  Vincenzo.  Di- 
spiacque la  violenza  ai  cittadini  assennati,  dispia- 
ceva quel  convenlicolo  di  giovanastri,  che  pote- 
va o  tosto  o  lardi  partorire  eziandio  sconcerti 
più  gravi.  Intanto  P  Arnolfini  scriveva  da  Roma 
ai  decemviri  lucchesi  lettere  sopra  lettere  piene 
d'insistenza,  cercando  giustizia  non  solo  per  Tuli- 


lao  AVVENIMENTI    STORICI  Atl,   1522, 

le  suo  ma  anche  più  di  tulio  per  decoro  del  som- 
mo sacerdozio  vilipeso.  IVIa  gli  anziani  non  isti- 
rnarono  ben  fatto  di  riferire  T  affare  al  senato  , 
sperando  di  conciliarle  cose,  perchè  da  una  parte 
si  temeva  dei  Poggi  che  si  fossero  irritati, e  dalla 
altra  voleasi  per  avventura  vedere,  se  senza  di- 
sgusto della  corte  romana,  potesse  tornarsi  alla 
osservanza  dei  dritti.  Ogni  pratica  però,  fatta  da 
uomini  gravi  per  indurre  le  parti  a  qurdche  com- 
posizione essendo  riuscita  vana,  bisognò  venire 
a  quel  duro  passo  di  portar  la  cosa  alla  cognizio- 
ne del  senato.  Il  gonfaloniere  ch'aera  Girolamo  Vel- 
lutelli  trascorse  veramente  nel  fare  il  racconto  di 
quello  scandalo,  e  notò  la  casa  occupata  dal  Poggi 
come  un  asilo  di  bordaglia,  e  come  un  luogo  di 
conciliaboli  contro  la  libertà  della  patria.  Kiuno 
fiatò  in  consiglio  dopo  quesfo  discorso  veemente 
del  gonfaloniere,  chi  per  timore  dei  Poggi,  e  chi 
per  amore,  salvo  d'uno  che  fu  Lazzaro  ArnoUinf, 
soggetto  autorevole,  il  quale  sostenne  Torazoine 
del  preside  ed  anzi  la  lumeggiò  con  vivi  colori. 
Ma  niente  si  potette  deliberare,  tanto  gli  animi 
wran  divisi  ed  incerti.  Non  mancò  chi  riferì  ai 
Poggi  la  parlata  del  Vellutelli.  Ne  andarono  essi 
in  furie  coi  loro  seguaci,  ed  in  particolare  s'in- 
viperì Vincenzo  che  giurò  su  quel  caldo  di  vo- 
lerne fare  aspra  vendetta  con  ammazzare  il  gon- 
faloniere. Ma  questo  probabilmente  non  sarebbe 
accaduto,  se  un  altro  fatto  non  vi  avesse  data  la 
pianta^  e  fu  che  il  senato  bandì  per  due  anni 
uno  degli  sgherri  dì  santa  Giulia,  con  altro  che  vi 
si  era  riparato,  per  essersi  violentemente  oppo- 


^«.1522.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIl.  lai 

Sii  ambedue  alla  famiglia  ,  mentre  voleva  loro 
impedire  la  esecuiione  d'un  ratto.  Un  tal  atto  di 
rigore,  in  vero  anche  troppo  temperato,  incipri- 
gnì la  piaga  per  essersi  immaginali  i  Poggi  che 
per  tal  modo  si  volesse  a  poco  a  poco  privarli  di 
aiuti  al  line  d"'arrivarli  più  sicuramente^  quasi 
che  il  torto  dei  due  condannati  non  fosse  mani- 
festo. Ma  una  forte  passione  ,  e  quella  special- 
mente della  vendetta  fa  venire  le  traveggole  agli 
occhi.  Cosicché  per  isgomentare  i  nemici  e  sfo- 
gare il  concetto  sdegno,  alcuni  di  loro  formarono 
di  levare  dal  mondo  non  solamente  il  gonfalonie- 
re, ma  eziandio  Lazzaro  àrnoltini^il  solo  che  s'era 
mostrato  del  suo  partito  ^  Vincenzo  Poggi  volle 
persela  vittima  più  illustre.  Era  Tundici  di  lu- 
glio, quando  sulPora  del  mezzogiorno  portatosi 
Vincenzo  al  p  alagio  insieme  con  altri.gli  fu  facile 
di  penetrare  tino  alle  stanze  del  gonfaloniere,  il 
qual  viveva  senza  verun  sospetto.  Primo  a  dargli 
fu  il  Poggi,  e  dopo  i  compagni  che  lo  tinironocon 
ben  dieci  ferite.  Nel  tempo stessoDomenico  Tolti 
entrato  co"'suoi  in  casa  deirArnoltìni,  e  trovato 
Lazzaro  in  compagnia  d'un  altro  4rnoltiui,  am- 
bedue li  stilettarono  e  li  lasciarono  come  morti. 
Tanto  i  primi  che  i  secondi  assassini  potetler 
toniarealla  casa  di  santa  Giulia  avanti  che  si  divul- 
gasse il  fatto,  essendo  Torà  che  tutti  stavano  ri- 
liiati  pel  gran  caldo.  Ivi  narrala  la  cosa  ai  com- 
pagni, chi  la  disapprovò,  chi  se  ne  mise  paura  , 
e  molli  perciò  Tabhandonarono  (77). 

(}.  44-  Scorgendosi  i  rei  scarsi  di  seguito  e  ve- 
dendo a  sangue  freddo  le  conseguenze  del  delit- 

II* 


laa  AVTESIMENTI   STORICI  An,  1522. 

to,  si  partirono  da  quella  casa  malaugurosa  ,  e 
circondati  d''ari]ai  rìpararonsi  alle  loro  abitazioni 
in  poggio,  in  mezzo  a  quei  della  casata,  ove,  e  pel 
sito  forte  ,  e  pei  molli  parenti  potevano  sperare 
di  difendersi.  Intanto  gli  animi  dei  cittadini  si  e- 
lano  sollevati  alla  novella  delleatrocitàcomniesse, 
e  specialmente  per  quella  contro  al  gonfaloniere. 
Un  andare  e  venire,  un  bisbigliare  in  pochi,  un 
aria  di  meraviglia,  di  timore,  di  dolore  dipinta  su 
i  volti  ,  tutto  denotava  la  prima  impressione  di 
qualche  grande  sciagura.  Se  ne  avvide  lo  stesso 
Domenico  Totti,  perchè  avendo  cavalcato  poco 
dopo  per  la  città  con  una  sfrontatezza  degna  di 
Catilina,  gridando  libertà  e  morte  ai  tiranni,  niu- 
no  lo  seguì.  Ma  gli  anziani  che  rinvenuti  un  poco 
dallo  sbigottimento  in  cui  un  gran  delitto  pub- 
blico suol  gettare  i  buoni  a  principio,  stavano  in- 
sieme consultando,  né  si  fidavan  troppo  nella  ple- 
be, stimandola,  anzi  che  nò,  ligia  de''Poggi.  E  per- 
ciò presero  una  risoluzione  adattata  al  modo  loro 
di  vedere,  e  questa  fu  di  mandare  dai  Poggi  due 
gravi  cittadini  ben  accetti  loro,  per  tentare  un 
accomodamento  deiraccaduto;  nel  che  non  riu- 
scirono, giacché  i  Poggi  alzaron  la  cresta, e  invece 
di  giovarsi  di  quel  momento  per  ottener  venia, 
parlavan  alto,  mettevan  fuori  pretenzioni  strava- 
ganti, e  volevano  aver  ragione.  Perduto  quel  mo- 
mento non  ne  capitò  più  un  simile.  Già  i  buo- 
ni cittadini  avevano  ripreso  fiato,  già  tuttala  città 
detestava  il  delitto  e  si  scopriva  contro  i  Poggi. 
Sepperlo  costoro  nella  seguente  mattina  de'ia, e 
mentre  alla  meglio  procuravano  di  abbarrarsi.  e 


'An^    1522.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAI».  XLII.  123 

di  afforzarsi,inviaro\ioagli  anziani  Massimo  Gra  a, 
che  parente  era  ad  un  di  loro,uomogravee  d''assai 
nel  trattare  affari  per  essere  slato  lungamente 
nella  corte  di  Roma ,  il  quale  coli'  accusare  in 
parte,  e  in  parte  collo  scusare,  cercò  di  muovere 
a  misericordia  il  colle^'io^ma  non  vi  potette  cava- 
re che  parole  vuote.  Frattanto  il  senato  si  convo- 
cava straordinariamente,  e  nell'atto  stesso  a  tutela 
sua  e  della  libertà  accorrevano  spontaneamente  a 
palazzo  i  cittadini  armati,  ognuno  sotto  la  inse- 
gna della  sua  contrada  ,  dimanierachè  in  poco 
tempo  eravi  una  forza  in  piede  di  ben  tremila 
uomini.  A.d  accendere  vie  più  la  moltitudine  fu 
fatto  allora  portare  in  giro  il  gonfalone  della  li- 
bertà. Eppure  quello  sfacciatissimo  del  Totti  volle 
di  nuovo  tentare  ciò  che  impunemente,  ma  senza 
effetto,  aveva  tentato  il  dì  avanti,  e  quindi  si  por- 
tò armato  a  cavallo  verso  il  palazzo  con  alquanti 
satelliti  \  dovette  però  tornare  addietro ,  poiché 
la  furia  del  popolo  T  opprimeva  (78). 

^.  45.  Avendo  conosciuto  i  Poggi  che  l'ultima 
rovina  lor  sovrastava,  gettate  le  armi  chi  si  ap- 
pianava, chi  sgombrava  dalla  città,  e  il  Totti  fra 
questi,  e  chi  con  istolto  consiglio  andava  a  porsi 
nelle  mani  della  forza  pubblica,  rome  se  col  con- 
fessare un  delitto  in  faccia  alla  fredda  giustizia 
fosse  lo  stesso  che  scusarlo.  Vincenzo  perciò  fau- 
tore di  tanta  sciagura  imperterrito  non  volle  ce- 
dere, e  giurò  o  di  uscire  armato  della  città,  o  di 
morire  combattendo  .  Quel  tanto  ardire  lo  salvò, 
poiché  non  piacque  ai  padri  il  mettere  a  cimento 


124  AVVENIMENTI  STORÌCÌ  Ali.    1522. 

la  vita  dei  ciltadiiii ,  né  piacque  loro  verisimil- 
niente  di  avvezzare  la  plebe  a  versar  sangue  illu- 
stie.  Gli  si  fece  dunque  intendere  che  se  n'andas- 
se anche  armato,  se  così  voleva,  ma  tosto,  e  non 
sarebbe  stato  inquietato:  ciò  fu   fatto  e  per  tal 
guisa  ebbe  fine  il  tumulto.  Si  pensò  allora  a  punire 
ordinatamente,  e  prima  coloro  i  quali  con  scioc- 
ca fiducia  si  erano  essi  stessi  gettati  nella  rete. 
Diversi  di  questi  dopo  il  debito  processo  dannati 
nel  capo  lo  lasciarono  sotto  la  mannia.  Compiu- 
ta la  giustizia  su  i  presenti,   si   pronunziò  su  i 
lontani.  Vincenzo  Poggi,  Domenico  Totti  e  mol- 
ti altri  furon  chiariti  nemici  pubblici,  e  confinati 
chi  qua ,  chi  là,  pena  la  vita  se  avessero  rotto 
il  bando.  E  per  accertarsi  che  nel  caso  di  disob- 
bedienza sarebbero  stati    levati  dal    mondo,  fu 
messo  un  gran  prezzo  sulle  loro  teste,  e  si  depu- 
tarono persone  apposta  in  diversi  paesi  per  pagar  la 
taglia  nell'alto.  Si  volle  anche  prendersela  col  co- 
gnome, e  tutte  le  famiglie  d^''Poggi,salvo  una  che 
non  avea  preso  parte  nel  tumulto  perchè  assente, 
furon  costrette  a  scambiare  il  cognome  loro  in 
altro  qualunque^  d'^onde  vennero  i  Piccolomini, 
i  Maulini,i  Sandei,  i  Saggina.  Fu  stimata  cosa  sag- 
gia d''istruire  cesare  per  oratori  apposta  dell'  ac- 
caduto in  Lucca,  onde  non  ne  avesse  una  falsa 
cognizione  dagli  usciti,  e  non  prendesse  in  sini- 
stra parte  Toperato.  Carlo  V  non  dovè  certamente 
aver    dispregiato  quest'  ufficio  dei  lucchesi  che 
mettevali  in  una  tal  qual  dipendenza  verso  di  lui. 
Del  che  destro  com"'  egli  era  ,  si  servì  circa  quel 


An.i522,  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  ia5 

tempo  chiedendo  in  dolci  modi  ai  padri  del  dena- 
ro, che  fu  prontamente  conceduto,  e  consistette 
in  dodicimila  fiorini  d'oro  (79). 

g.  46.  Fratlanlo  il  nuovo  papa  di  Spagna  fu 
condotto  a  Roma  da  un  illustre  fiorentino,Paolo 
Vettori,che  dopo  avere  nella  sua  patria  sostenuto 
il  partito  dei  Medici,  creato  da  Leone  X  genera- 
le delle  galere  di  santa  Chiesa,  in  mezzo  a  varie 
buone  e  triste  vicende  s'era  assai  distinto  nella 
milizia  marina(8o).  Fu  condotto  il  papa  con  18 
galere  ed  altri  legni:  si  arrestò  a  Genova,  dove  i 
comandanti  imperiali,  il  Colonna,  il  Pescara ,  il 
duca  di  Milano  andarono  a  prostrarsi;  indi  a  Li- 
vorno, dove  oltre  quattro  ambasciatori  della  re- 
pubblica fiorentina  per  complimentarlo  andarono 
sei  cardinali,  e  fra  loro  il  cardinal  de'Medici  (81). 
Quindi  arrivato  coi  j»uoi  legni  nel  canale  smon- 
tò in  Piombino ,  ove  si  riposò  e  fu  trattato  con 
somma  onorificenza  (82).  Seguitò  il  pontefice  il 
suo  vi.iggio  a  Civitavecchia  ,  ad  Ostia  ,  indi  a 
Roma,  nel  punto  che  vi  regnava  una  febbre  pe- 
stilenziale, che  avea  messa  in  guardia  tutta  l'Ita- 
lia (83).  Dietro  un  tal  flagello  i  pistoiesi  presero 
dei  rimedi  e  fornirono  eli  gente  i  passi  più  peri- 
colosi, lenendo  ben  guardate  le  porte  della  città. 
E  perchè  i  comuni  di  Tizzana  ,  IVlontemagno  e 
Quarala  principiavano  a  soffrire  i  danni  di  un 
tanto  male,  proibirono  a  quei  popoli  la  partenza 
dai  loro  luoghi,  provvedendoli  per  altro  de'viveri 
necessari  per  il  loro  mantenimento  {84).  Il  papa 
educalo  nella  università  di  Lovanio,  aveva  un 
odio  ed  una  disistima  incredibile  per  la  letleratu- 


ia6  AVVEmMENTl  STORICI  AìlA^lZ» 

ra,  per  le  belle  arti,  ed  in  modo  particolare  per  i 
poeti,  onde  il  pubblico  concepì  per  lui  il  più  alto 
disprezzo:  ignorava  esso  la  lingua  italiana,  e  par- 
lava un  barbaro  latino.  I  capi  d^opera  delle  sta- 
tue venivano  riguardate  da  lui  come  idoli,  e  le 
pitture  di  Raffaello  come  inutili  fregi .  La  sua 
parsimonia  in  unpopolo  avvezzo  allo  splendore  di 
Leone,  e  le  rozze  e  grossolane  maniere  tanto  di 
lui,  quanto  di  quei  cortigiani  cbe  aveva  condotti, 
eccitavano  lo  sdegno  e  la  satira  dei  romani.  Era 
anche  ignorante  nel  maneggio  degli  affari  politi- 
ci, né  aveva  altro  pregio  che  la  scienza  teologi- 
ca, ed  una  illibala  purità  di  costumi .  Giunto  il 
cardinal  dei  Medici  in  Roma  cadde  dalla  grazia 
del  pontefice  il  cardinale  Soderìni ,  e  fu  egli  il 
primo  suo  consigliere .  Per  suo  consiglio  si  fece 
lega  fra  '1  papa ,  T  imperatore  Ferdinando  d'A.u- 
stria  suo  fratello,  il  re  d'  Inghilterra,  il  duca  di 
Milano  e  le  repubbliche  di  Venezia  ,  Genova  , 
Siena,  Firenze  e  Lucca.  Questa  lega  mirava  a  far 
guerra  potente  al  turco  ed  a  tenere  in  briglia  il 
re  di  Francia,  il  quale  faceva  dei  preparativi  per 
la  Lombardia.  Francesco  1  stava  per  porsi  alla  te- 
sta deiresercito,  quando  scoprì  il  tradimento  di 
«no  de*principali  suoi  parenti,  cioè  del  contestabi- 
le diBorbone,  il  quale  accordatosi  coirimperalore 
gli  preparava  in  Francia  una  ribellione  allorché  ne 
fosse  uscito.  S'arrestò  Francesco,  ma  non  s''arre- 
stò  la  marcia  della  maggior  parte  dell'esercito,  che 
era  più  di  3oooo  combattenti,  i  quali  marciarono 
verso  la  Lombardia  sotto  il  comando  di  Bonivet, 
uomo  nato  ancor''egli  per  la  rovina  del  suo  paese. 


C^«.1523,  DÈI  TÈMPI  REPUBB.  GAP.  XLlL  127 

Mentre  questa  tempesta  preparavasi  a  scaricarsi 
sull'Italia  morì  papa  Adriano.  È  inulile  riportare 
la  descrizione  della  gioia  che  mostrarono  in  quel- 
la incontro  i  romani  ^  basti  il  dire  che  il  di  lui 
medico  Giovanni  Ambracino  trovò  ali"  uscio  di 
casa  sua  una  iscrizione  coronata  di  fronde  festive 
che  diceva:  Patrlae  liberatori  S.  P.  Q.  B.  (85) . 
Cominciò  dunque  la  guerra  in  Lombardia  colfar- 
rivo  di  Bonivet:  superiore  di  forze  ai  collegati 
era  vinto  da  questi  nellarte ,  ed  il  vecchio  Pro- 
spero Colonna  benché  infermo ,  seppe  così  bene 
temporeggiare  ,  che  quantunque  i  francesi  'si 
fossero  accostati  a  Milano  e  lo  avessero  posto  in 
qualche  pericolo,  furono  obbligati  a  ritirarsi  sen- 
za alcuna  decisiva  azione  (8()). 

g.  47-  Dopo  due  mesi  di  conclave  fu  eletto 
papa  il  cardinal  Giulio  dei  Medici,  che  prese  il 
nome  di  Clemente  VII  con  grande  applauso  di 
Roma,  e  somma  aspettazione  de'suoi  talenti.  Una 
delle  prime  di  lui  azioni  fu  la  restituzione  della 
patria,  dei  beni  e  degli  onori  ai  Soderini,  opera 
assai  lodevole,  se  pure  non  fu  una  delle  condi- 
zioni che  dovette  accordare  in  conclave  (87).  Le 
feste  fatte  in  Firenze  per  la  sua  elezione  furono 
eccompagnate  da  uua  tragica  scena  dettata  dalla 
crudeltà,  animata  dalla  più  vile  adulazione.  A  Pie- 
tro Oriandini  per  aver  negalo  di  pagar  subito  una 
scommessa  sulla  elezione  del  cardinale  de'Medici, 
col  pretesto  divoler  prima  giustificarsi  se  era  le- 
gill imamente  eletto  pontefice.gli  fu  dal  magistrato 
degli  otto  falla  mozzar  la  testa  come  se  fosse  stato 
un  delitto  capitale  (88),  ciò  che  altro  non  era  che 


128  AVVENIMENTI  STOBICÌ  ^/2.1525. 

un  discrefo  cavillo  per  non  pagare  oalmen  ritar- 
dare il  pagamento .  Ne  sentì  gran  rammarico  il 
papa:  lodò  pubblicamente,  indi  premiò  col  vesco- 
vado di  Terracina  e  colla  sua  confidenza  Anto- 
lìio  Bonsi,  che  per  non  essere  a  parte  di  sentenza 
sì  iniqua  avea  dato  il  suo  voto  scoperto  (89).  An- 
che i  pistoiesi  non  tralasciarono  di  onorare  Tesal- 
tazione  di  Clemente  VII  con  feste  di  gioia,  e  ne 
passaron  seco  TufEoio  di  congratulazione  .  Gradì 
sua  Santità  le  cordiali  dimostrazioni  de'pistoiesi, 
ed  in  segno  di  tal  gradimento  scrisse  loro  un 
breve  Tanno  dopo,  facendoli  conoscere  il  paterno 
affetto  che  aveva  verso  quella  città  (90).  1  lucche- 
si peraltro  n'  ebbero  dispiacere,  perchè  il  ponte- 
tìce  avendo  invitato  i  francesi  a  conquistare  il 
regno  di  Napoli,  Tesercito  passò  da  Lucca  in  at- 
titudine ostile  .  Buono  per  i  lucchesi  che  non 
furono  colti  imparati,  altrimenti  Lucca  correva 
un  gran  rischio  di  perdere  la  sua  libertà;  giacché 
vuoisi  che  il  re  Francesco  avesse  ordinato  segre- 
tamente al  capitano  di  quest'esercito  di  farsi  pa- 
drone di  Lucca,  se  avesse  potuto,  per  darla  ai  fio- 
rentini afiìne  di  gratificarseli.  Ma  i  lucchesi  istrui- 
ti dai  domestici  gua  j,  avevan  poc*"  anzi  assoldali 
5 00  buoni  fanti  per  farne  un  presidio  stanziale 
in  città,  ed  avevan  disposto  le  cose  in  modo  che 
ad  un  cenno  potesse  radunarsi  una  forza  consi- 
derabile .  Non  ostante  cercavano  i  lucchesi  ogni 
via  di  addolcire  il  capitano  col  contentare  Teser- 
cito  di  alimenti  e  di  ogni  bisognevole,  senza  pe- 
rò permettere  alla  sua  gente  d"  entrare  in  città 
se  non  alla  spicciolata.Eran  peraltro  inutili  notali 


v^/J.1523.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  19.^ 

dirnoslrazioni,le  quali  anzi  rendevano  più  insolen- 
te quell'animo  altiero,  stimando  che  si  facesse  il 
tutto  per  paura  :  chiese  egli  cannoni  e  denari  ^ 
il  senato  ondeggiava  .  Ma  instando  e  minaccian- 
do di  mettere  tutto  a  ruba  ed  a  fuoco  per  il  con- 
tado ,  bisognò  concedergli  quattro  pezzi  d''arli- 
glierìa  e  pagargli  laooo  fiorini  d*' oro:  se  n''andò 
allora  con  Dio,  e  lasciò  i  lucchesi  in  quiete  (91). 

g.  48.  La  nuova  sublime  dignità  di  Clemente 
non  gli  aveva  fatto  deporre  la  voglia  di  dominare 
nella  repubblica  fiorentina,  e  la  speranza  di  sta- 
bilirvi i  successori  ancorché  illegittimi  della  sua 
linea:  conservando  però  la  sua  solita  simulazione 
voleva  che  si  credesse  esser  desiderio  della  città 
che  quei  giovani  si  ponessero  alla  testa  del  go- 
verno. Perciò  fino  dal  momento  in  cui  erano  ve- 
nuti a  complimentarlo  sulla  sua  nuova  sublime 
dignità  gli  ambasciatori  fiorentini ,  ne  avea  gua- 
dagnati segretamente  alcuni^  onde  quando  prese 
a  parlare  degli  affari  di  Firenze,  ed  a  mostrare 
con  quanta  difficoltà  e  pericoli  quel  governo  si 
mantenesse  ,  uno  di  quelli,  T  arcivescovo  Mi- 
nerbetti,  colle  frasi  della  più  abbietta  umilia- 
zione, e  ad  un  tempo  della  più  vile  adulazione  e 
roUe  lacrime  sugli  occhi,  dopo  averlo  pregato 
ad  aver  compassione  della  patria  restata  dopo  la 
partenza  di  sua  beatitudine  orfana,  gli  suggeriva 
che  senza  un  capo  e  forse  due  della  casa  Medici 
diffìcilmente  potea  mantenersi  .  Iacopo  Sai  viali 
pp.rlò  in  senso  contrario,  e  tanto  esso  che  il  Mi- 
nerbetti  ebbero  dei  seguaci  -,  ma  o  fosse  questa 
una  commedia,  in  cui  ciascuno  recitasse  la  sua 

St.   Tose,  Tom,  9.  12 


,3o  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1523. 

parte,  o  si  creda  il  Salviati  di  buona  fede,  tanto 
bastò  al  papa^  il  quale  tìnse  che  non  gli  dispiaces- 
se il  ragionamento,  e  di  restare  indeciso  (92). 

g.  49-  La  famiglia  de'Medici  in  certo  qual  mo- 
do più  non  esisteva^il  pontefice  stesso  era  stato 
legittimato  e  cousideravasi  ancora  come  un  suc- 
cessore di  Cosimo  padre  della  patria  suo  avolo  , 
ma  dopo  di  lui  più  non  restavano  che  due  figli 
d'incerta  origine,  cioè  un  Ippolito  in  allora  di  16 
anni,figlio  naturale  di  Giuliano  duca  di  Nemours, 
il  terzo  dei  figli  del  magnifico  Lorenzo,  duca  di 
Urbino  figliuolo  di  Pietro  figlio  primogenito  del 
magnifico^  Alessandro  diceasi  esser  nato  da  una 
schiava,  e  la  paternità  di  Lorenzo  essere  per  lo 
meno  incerta  (93) ,  non  senza  qualche  forte  so- 
spetto che  fosse  figlio  di  Giulio,poi  giunto  al  pon- 
tificato col  nome  di  Clemente  VII  (94).  Non  per 
tanto  il  pontefice  gli  ottenne  un  ducato  nel  re- 
gno di  Napoli, e  il  fece  dichiarare  abile. ad  eserci- 
tare tutte  le  cariche  della  repubblica  fiorentina. 
Mandò  Clemente  questi  due  giovani  a  Firenze, 
Ippolito  il  3o  giugno  del  i524?  ^^1  Alessandro  il 
19  giugno  del  i5a5.  Il  primo  venne  fin  da  prin- 
cìpio riguardato  come  capo  dello  stato  ,  ed  ebbe 
il  titolo  di  magnìfico.  Nodrivano  i  fiorentini  verso 
lui  quello  stesso  amore  che  avean  portato  al  di 
lui  padre  duca  di  Nemours,  e  per  lo  converso 
odiavano  Taltro  spurio  per  la  trista  memoria  di 
Lorenzo  credulo  padre  di  Alessandro.  Ad  ogni 
modo  né  Tuno,  né  T  altro  erano  peranche  atti  a 
governare  lo  stato,  onde  Clemente  mandò  a  Fi- 
renze col  tìtolo  di  legato  Silvio  Passerini,  cardi- 


^^.1524.  DEI  TE3IPI   REPliBB.  GAP.  XLII.  l3l 

naie  di  Cortona, che  fece  vi  Tingresso  Ti  i  maggio 
1624,  e  andò  a  stare  nel  palazzo  de"'IVIedici.  ammi- 
nistrando la  repubblica  con  tutta  Taulorità  usur- 
pata dai  Medici  dopo  la  loro  tornata  (95). 

g.  5o.  In  tempo  che  Giovanni  dei  Medici,  il 
celebre  capitano  delle  bande  nere,  portava  al- 
l'assedio di  Pavia  delle  munizioni  per  ordine  di 
Francesco  I  re  di  Francia,  il  duca  d'Albani  en- 
trò in  Toscana  per  la  via  della  Garfagnana.  La  città 
di  Lucca  gli  pagò  dodicimila  ducali,  egli  dette  al- 
cuni cannoni,  come  abbiamo  sentito.  Firenze  lo 
accolse  come  generaledi  una  potenza  nemica  (96). 
Siena  comprò  non  solo  la  protezione  della  Francia 
con  una  taglia,ma  dovette  acconsentire  alla  richia- 
mata del  figlio  di  Pandolfo  Petrucci,  nelle  di  cui 
mani  Clemente  VII  desiderava  di  vedere  riposto 
il  governo  di  quella  città.  In  tempo  che  TAlbanì 
traltenevasi  nel  dominio  senese,  Alessandro  Bi- 
chi,essendo  di  balia,  acconsenti  con  dissimulazio- 
ne alla  tacita  deliberazione  fatta  dal  consiglio  del 
popolo  e  confermala  dal  consiglio  generale,  che 
per  estirpare  ogni  cagione  di  discordia  e  ristabi- 
lire la  pace,  era  necessario  annullare  i  nomi  dei 
monti,  e  ridurli  in  un  solo  chiamato  il  monledei 
nobili  e  reggenti  ,  secondo  la  riforma  fatta  nel 
1487-  E  siccome  Tesercito  del  re  di  Francia  era 
guidato  dal  duca  d'Albania  nel  contado  di  Siena, 
occorreva  per  la  conservazione  della  libertà  r»-> 
dunare  spesse  volte  la  balia,  ch'essendo  in  nume- 
ro grande  era  diffidi  cosa  il  poterlo  fare  ,  cosi 
poco  dopo  fu  costituita  una  nuova  balia  in  nu4 
mero  di  78  cittadini,  chiamata  la  balìa  minore 


iSa  AVVENIMENTI  STORICI  An,   1524. 

per  quattro  annUasciando  la  balìa  maggiore  colla 
stessa  autorità:  tanto  son  sottoposte  alle  continue 
mutazioni  ed  alla  confusione  le  città  governate 
dal  furore  della  moltitudine  (97).  Finalmente  il 
papa,  quando  l'Albani  fu  vicino  a  Roma,  pubbli- 
cò il  trattato  di  neutralità  concluso  con  la  Fran- 
cia e  fin''aIlora  tenuto  segreto  (98). 

§.  5 1.  Si  trova  in  questi  tempi  che  di  bel  nuovo 
vennero  improvvisamente  a  battaglia  le  fazion 
panciatica  e  cancelliera  di  Pistoia  ,  e  dopo  set- 
te ore  di  duro  combattimento  uscita  da  quella 
città  la  parte  panciatica  si  portò  a  Montale,  fa- 
cendovi danni  grandissimi:  ritornala  di  lì  a  poco 
tempo  in  città  assalì  la  casa  de'Tonti  in  via  Ta- 
verna, ed  essendo  questa  strada  ripiena  di  gente 
venula  in  soccorso  da  ambe  le  parti,  si  fece  sì 
aspra  battaglia,  che  moltissimi  furono  i  feriti  e  i 
morti  dei  (azionari.  I  Cancellieri  che  furono  scon- 
fitti si  ritirarono  in  piazza,  da  dove  costretti  a  fug- 
gire tornarono  a  Jlontale.  Venuta  alPorecchio  dei 
fiorentini  questa  nuova  sollevazione. procurarono 
di  riparare  a  tanti  sconcerti,  e  confidando  molto 
nella  prudenza  e  valore  di  Niccolò  Capponi,  lo 
mandarono  alla  volta  di  Pistoia  con  un  buon  nu- 
mero di  soldati,  i  quali  acquartierati  nei  conventi 
dei  religiosi  commisero  infinite  insolenze.  Mollo 
si  affaticò  questo  commissario  per  ridurre  in  pa- 
ce gl'inquieti  cervelli,  e  tanto  seppe  dire  e  fare, 
che  furono  eletti  alcuni  pacieri  di  comune  con- 
senso d''ambe  le  parti,  i  quali  sotto  rigorose  pene 
pubblicarono  farsi  la  tregua  fra  le  due  fazioni  (99). 

g.  5a.  Seguitava  intanto  la  guerra  di  Lombar- 


^/i.1524.  DEI  TEMPI  REPUBB.CAP.  XLII.  1 33 

dia,  ed  il  marchese  di  Pescara  che  comandava  in 
quella  parte  con  gran  valore  le  armate  imperiali, 
non  volle  dividere  le  sue  forze  per  opporsi aldu- 
ca  d^Albani.  Fu  mollo  savia  questa  ^ua  delibera- 
zione, poiché  venuti  gli  eserciti  a  combattimento 
dentro  il  parco  di  Pavia,  non  solo  fu  rot'a  V  ar- 
mala francese,  ma  ferito  Io  slesso  re  e  fatto  pri- 
gione, il  quale  in  seguito  fu  mandato  nella  rocca 
di  Madrid  (loo).  Giovanni  de'Medici  delle  bande 
nere  volendo  difendersi^  trasse  in  una  imboscata 
buona  parte  della  guarnigione  di  Pavia,  che  avea 
tentata  una  sortita,  eie  uccise  molta  gente,ma  in 
tempo  che    stava  additando  al  Bonivet  il  campo 
di  batlaglia,  e  gli  andava  spiegando  le  sue  dispo- 
sizioni, fu  feritoia  una  coscia  così  dolorosamen- 
te da  una  palla,  che  fu  costretto  ad  abbandonare» 
r  armata  e  farsi    trasportare  a  Piacenza  per  es- 
servi medicalo  (loi).  Questa  vittoria  dispiacque  e 
recò  gran  timore  al  papa,a  cui  era  noto  non  esser* 
piaciuti  alPimperatore  i  modi  da  lui  ultimamente 
tenuti  col  re,  onde  temendo  più  pei  fiorentini  che 
per  se,  ordinò  che  la  signoria  di  Firenze  trattasse 
colPimperatore  nuova  amicizia,  e  che  aiutasse  il 
marchese  di  Pescara  diaSooo  scudì.Conchiuse  pa- 
rimente nuova  lega  col  vicerèdi  Napoli, come  luo- 
gotenente dell'imperatore,  per  la  quaìe  i  tìorenlini 
venivan  presi  sotto  la  sua  protezione,  e  insieme 
con  essi  la  casa  Medici,  con  queirautorità  che  si 
trovava  avere  acquistata  in  Firenze;  ed  i  fioren- 
tini erano  tenuti  di  pagargli  looooo  ducali.  Il  du- 
ca Francesco  di  Milano  era  sempre  assediato  nel 
castello  di  detta  cillà,  e  molto  infertnu.  Tutta  la 


l34  j,  -AVVENIMENTI  STORICI  JnJSlA. 

Italia  stava  in  attenzione  degli  andamenti  di  ce- 
sare, e  Clemente  era  più  agitato  degli  altri,  quan- 
do per  opera  del  cardinale  Salviati  fu  fatto  nuovo 
accordo  fra  detto  papa  e  riraperatore,per  il  quale 
questi  si  obbligava  di  non  appropriare  a  sé  il  du- 
cato di  Milano,  ancora  se  il  duca  Francesco  Ma- 
ria morisse,  il  che  avea  sempre  tenuto  in  gran 
gelosia  i  principi  d^Italia ,  ma  che  l'avrebbe  dato 
al  duca  di  Borbone.  Morì  in  questo  tempo  il  mar- 
chese di  Pescara  ,  onde  anche  perciò  si  credea 
che  avesse  a  terminare  ogni  rumore  di  guer- 
ra (ioa). 

g.  53.  In  tempo  che  Clemente  mandò  a  Firen- 
ze il  giovine  Alessandro  de''Medici.che  fu  poi  duca 
di  Firenze,  tornò  a  turbar  la  quiete  dei  lucchesi 
lo  sbandito  Vincenzo  Poggi,  che  con  una  mano  di 
compagni  degni  di  lui  calò  dai  monti  ai  bagni  di 
Lucca,  e  si  spinse  fino  al  borgo  a  Mozzano,  fa- 
cendovi danni  considerabili.  Tornato  poi  verso  i 
montigli  venne  fatto d''impossessarsi  con  inganno 
di  un  castello  fortissimo  per  sito  chiamato  Luc- 
chio,  dove  i  lucchesi  lo  assalirono  in  numero  di 
6000^  e  siccome  non  eravi  dentro  munizione  da 
guerra  né  da  bocca,  così  speravano  d'averlo  pre- 
sto nelle  mani  con  la  sua  banda.  Ma  il  Poggi, 
profittando  di  una  notte  oscura  e  tempestosa, 
seppe  eludere  la  vigilanza  dei  lucchesi,  e  se  ne 
fuggì  via  co'suoi  salvo  uno.  cioè  Giuseppe  Minu- 
tolo.  Presolo  i  soldati  e  menatolo  innanzi  ai  com- 
missari di  guerra,  uno  de''quali  era  Francesco  Mi- 
nutoli  suo  padre,  tanta  compassione  pigliò  lutti, 
^ì  vedere  il   gran  contrasto  di  affetti  nel  mise- 


^/l.1524.  DEI  TEMPI  REPLBB.  CAP.   XLII.  l55 

ro  genitore,  che  si  fu  di  parere  di  lasciar  fuggire  il 
prigioniere  segretamente.  IVIa  quelPuomo  integro 
di  Francesco  ripresi  gli  spiriti,  e>  ricordandosi  che 
un  magistrato  deve  anteporre  V  obbligo  suo  ai 
sentimenti  più  cari,  non  lo  permise,  e  carico  di 
catene  inviò  il  figlio  a  Lucca  perchè  il  senato  ne 
giudicasse.  Virtù  così  bella  addolcì  gli  animi  dei 
padri,  per  cui  la  morte  gli  fu  cambiata  in  esilio^ 
sebbene  poco  giovasse  questo  favore,perchè  aven- 
do poscia  rotto  il  bando  lasciò  Giuseppe  la  testa 
sopra  un  patibolo  (iod). 

g.  54.  La  repubblica  fiorentina  che  altro  più 
non  era  che  un  principato  sottomesso  alla  casa 
de**  Medici,  parve  da  principio  lieta  di  Clemen- 
te VII,  perciocché  era  migliore  di  quello  di  Lo- 
renzo duca  d**  Urbino  di  lui  predecessore  •  ma 
in  breve  i  difetti  di  Clemente  si  erano  resi  più  sen- 
sibili ,  e  le  di  lui  buone  qualità  erano  venute 
meno.  La  rimembranza  delPanlica  libertà,  quella 
dei  governi  del  Savonarola  e  di  Pietro  Soderini 
si  andavano  ravvivando  nel  cuore  dei  fiorentini, 
ed  i  cittadini  senza  poter  prevedere  gli  avveni- 
menti, senza  pur  saper  bene  quello  che  si  desi- 
derassero, si  andavano  rallegrando  delle  angustie 
e  delle  calamità  che  opprimevano  il  capo  dello 
stato,  sperando  di  vedere  alla  fine  abbattuta  la  di 
lui  autorità  (io4).  hv'MH  il* 

g.  55.  Le  condizioni  che  l'imperatore  pose  al 
re  di  Francia  per  la  sua  liberazione  furono  tal- 
mente gravose,  che  nell'atto  stesso  ch''ei  le  con- 
fermava, diceva  ai  ministri  di  cesare,  che  liberalo 
ch'ei  fosse  non  le  potrebbe  osservare.  Vari  erano 


l3  6  ATVEMMEISTI  STORICI  ^/l.   1526. 

i  reclami  di  questi  poleulali  delTuno  contro  del- 
l'3ltro,ed  i  principali,  che  cesare  occupava  il  regno 
di  Napoli,ed  il  ducato  di  MiIano,e  che  il  re  di  Fran- 
ola  si  riteneva  la  Borgogna.  Messo  per  tanto  il 
re  in  libertà, nulla  delle  cose  promesse  mantenne, 
nonostante  che  avesse  lasciati  due  suoi  (ìgliuoli 
in  ostaggi.  I  principi  poi  italiani  erano  in  gravi 
timori,  vedendo  che  Timperatore  teneva  sempre 
assediato  il  castello  di  Milano,  e  che  voleva  cala- 
re in  Italia  con  un  potente  esercito  per  prendere 
la  corona  delTimpero  in  Roma,  il  che  era  intér- 
petrato  che  render  si  volesse  il  signore  d"*  Italia. 
A.Ì  17  maggio  del  presente  anno  fu  segnata  una 
confederazione  tra  '1  re  di  Francia,  il  papa,  i  ve- 
neziani ed  il  duca  di  Milano  contro  cesare,  se 
questi  non  restituiva  i  figli  del  re,e  non  rilasciava 
il  ducato  di  Milano.  I  fiorentini  non  furono  no- 
minati nella  lega,  perchè  la  signorìa  pregò  di  que- 
sto il  pontefice,  a  motivo  che  trovandosi  molti 
mercanti  fiorentini  negli  stati  deirimperatore,non 
venissero  a  soffrire',ma  in  effetto  eglino  vi  furono 
compresi,  avendo  il  [)apa  promesso  per  essi,  che 
non  contravverrebbero  ad  alcuna  delle  cose  con- 
venutele detto  loro  che  parteciperebbero  di  tutti 
i  partiti  della  lega  come  quelli  ,  coi  denari  dei 
quali  dovea  sostenersi  in  parte  questa  guerra.  Ma 
gli  affari  de  collegali  in  Lombardia  andavano  ma- 
le.lanto  per  la  poca  abilità  dei  condottieri,quanto 
per  non  aver  le  truppe  assoldate  nessuna  esperien- 
za di  guerra,  cosicché  il  duca  di  Milanofu ridotto 
in  modo  nella  fortezza,  che  a  certi  patti  dovette 
rendersi  (io5). 


^n.  1526.  DEITEMPIREPUBB.  CAP.  XLII.  1S7 

g.  56.  Le  cose  della  lega  nou  procedevano  più 
felicemente  in  Toscana,  dove  il  papa  aveva  repu- 
talo necessario  di  mutare  il  governo  di  Siena , 
perchè  questo  piccolo  stato,  essendosi  dichiarato 
soletto  pel  partito  imperiale,  poteva  per  la  sua 
posizione  tra  Firenze  e  Roma  servire  ai  nemici 
della  casa  siedici,  per  assalir  Clemente  nell'una 
o  nell'altra  delle  suddette  città.  Da  principio  il 
papa  avea  tenuta  qualche  pratica  con  alcuni  fuo- 
rusciti senesi,  che  si  proponevano  di  occupare  a 
tradimento  la  loro  patria^  ma  questi  tradimenti 
essendo  stati  scoperti  e  puniti ,  egli  avea  poi  vo- 
luto ricondurre  queTuorusciti  a  casa  loro  a  for- 
za aperta.  Virginio  Orsini  conte  dell'A-nguillara, 
Luigi  Orsini  conte  di  Pitigliano,  Gentile  Baglio- 
ne,  ed  altri  capitani  furono  incaricati  di  raccoz- 
zare una  piccola  armata  sulle  rive  delP  àrbia. 
Poiché  l'ebbero  adunata,e  dopo  aver  dato  un  inuti- 
le assalto  alla  città  di  Montalcino,  si  presentaro- 
no il  17  di  giugno  sotto  le  mura  di  Siena  con  no- 
ve pezzi  d'artiglieria  laoo  cavalli,  e  più  di  8000 
fanti;  ma  una  parte  de' pedoni  erano  contadini 
raccolti  nello  stalo  fiorentino,  non  avvezzi  alla 
guerra,  e  privi  Ji  disciplina  e  di  coraggio.  Erasi 
Tarmata  imprudentemente  accampata  in  un  lun- 
go sobborgo,che  non  aveva  uscita  veruna  da  fian- 
co, ed  i  commissari  ayean  permesso  che  i  vivan- 
dieri ingombrassero  coi  loro  banchi  la  sola  straila 
che  loro  serviva  di  sfogo,  dimodoché  non  rima- 
nevano più  che  i5  piedi  d'  andito.  Tanto  era  il 
disordine  che  regnava  nell'armata,  ed  i  soldati,  dei 
quali  disertavan  molli  ogni  giorno,  mostravausj 


l3  8  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1526. 

cosi  indisciplinati  e  vili,  che  il  pontefice  Clemente 
nulla  polendo  sperar  di  buono  da  quesla  intra- 
presa, mandò  ordine  di  ritirare  le  artiglierie  e  di 
allontanarsi.  Quesf  ordine  doveva  eseguirsi  il 
26  di  luglio,  ma  il  2.5  a  due  ore  dopo  mezzogior- 
no 400  soldati  usciti  dì  Siena  vennero  ad  assali- 
re le  guardie  delle  artiglierìe,cheeranoperla  mag- 
gior parte  corsi  venuti  col  conte  dell' Anguillaia. 
Questi  si  detter  subito  alla  fuga,  e  quando  i  vi- 
vandieri li  videro  venire  alla  volta  loro,  corsero 
a  raccoglier  le  robbe  e  le  masserizie,  ed  ingom- 
braron  talmente  Tunica  strada  per  cui  i  fuggitivi 
dovean  passare  con  bestie  da  soma  cariche  di  at- 
trazzi e  di  barili,  chp  più  non  rimase  spazio  uè  per 
combattere  uè  per  fuggire.  La  confusione  accreb- 
be il  timor  panico  de''soldati;  ninno  d^essi  dava 
più  retta  alla  voce  dei  capitani^  pedoni,  cavalieri, 
capitani  e  vivandieri  più  non  formarono  che  un 
baccano,  il  cui  terrore  pareva  andar  crescendo 
viepiù,4uanto  maggiormente  si  andavano  allonta- 
nando dal  pericolo.  Ottomila  uomini  vennero  di- 
sfatti da  quattrocento  soldati,  e  fuggirono  per  ben 
dieci  miglia  fino  alla  Castellina,  sebbene  i  senesi 
non  gli  avessero  inseguiti  poco  i)iù  d'un  miglio 
fuori  della  città.  L'esercito  di  Clemente  abbando- 
nò dieci  cannoni  dei  fiorentini  e  sette  dei  peru- 
gini^ che  furon  portati  in  trionfo  a  Siena  con  tut- 
ti i  loro  carri  ed  attrazzi^  e  giunto  alla  Castellina, 
sebben  fosse  così  lontano  dai  nemici,  fece  chiuder 
le  porte,  come  se  tuttavìa  fosse  vicino  il  perico- 
lo (loG).  I  senesi,  dopo  aver  rotto  il  campo  del 
papa  e  de'fiorentini, cercarono  di  ridurre  in  potep 


-*#/l.    1526.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  189 

loro  ed  alla  loro  obbedienza  le  terre  del  dominio, 
e  principalmente  di  ricuperare  il  castello  di  Por- 
t -Ercole  e  quello  di  Telamone,  che  ancora  si  te- 
nevano da  Andrea  Doria,  il  quale,  impedito  per 
atì'ari  di  mag-^iore  importanza  per  cagione  delle 
cose  di  Genova  levata  l'armata  da  quei  poi'ti,  avea 
lasciata  piccola  guardia  nelle  fortezze.  Nondime- 
no sentivasi  che  nelle  mare  mme  si  facevano  dalle 
genti  del  papa  molte  prede  e  altri  danni,  e  che  fra 
queste  genti  anche  molti  cavalleggieri  dei  tioreii- 
tini,  che  dopo  la  rotta  del  campo  s'erano  ritirati  a 
Montepulciano,  danneggiavano  la  corte  di  Chian- 
ciano  e  di  ÌVlontefollonica^che  il  conte  di  Pitigliano 
oltregli  altri  danni  avea  preso  Castellottieri  e  IVIon- 
torio  del  signore  Linolfo,che  s'era  collegato  e  fatto 
suddito  della  repubblica  senese ,  per  il  che  la  re- 
pubblica Cu  forzata  a  trattenere  con  gravi  spese 
più  compagnie  di  fanti  e  cavalli,  onde  liberare  le 
terre  e  i  forti  di  quella  provincia  da  tali  masna- 
de (107). 

§.  57.  Le  disgrazie  del  papa  furono  anche 
maggiori  in  Roma,  poiché  i  colonnesi  sotto  la  di- 
rezione del  cardinale  Pompeo  Colonna,  per  Podio 
che  questi  portavano  al  papa,  e  per  Tattaccamen- 
10  verso  l'imperatore,  (issarono  di  assalire  Cle  - 
mente  VII  (ino  nel  suo  proprio  palazzo.  Si  por- 
tarono con  gran  segretezza  la  notte  del  19  set- 
tembre verso  Roma  con  3ooo  fanti  ed  800  cavalli 
e  s'iujpadronirono  di  tre  porle  della  città.  Sent  i- 
tosi  dal  papa  il  ruraore,quando  non  avea  più  mez- 
zi da  opporsi  si  ritirò  in  fretta  in  Castel  s.  Angio- 
lo ,  ed    avendo  i  cnlouuesi. alla  .lesta    doifi  Ugo 


l4o  AVVENIMENTI  STORIO!  ^/l.    1526. 

Moiicada  saccheggiarono  non  solo  il  palazzo  del 
papa  e  le  case  di  molti  prelati,  ma  depredarono 
ancora  la  chiesa  e  la  sagrestìa  di  s.  Pietro.  Il 
pontefice  Clemente,  restando  sbigottito  da  tante 
disgrazie, procurò  di  avere  a  parlamento  don  Ugo 
Moncada  per  trattar  seco,  dando  per  ostaggi  i 
cardinali  Cibo  e  Ridolfi.  L^esito  dell'abboccamen- 
to fu,  che  il  papa  a  gran  danno  dei  confederati  si 
obbligò  di  ritirare  le  sue  genti  per  quattro  mesi 
di  qua  dal  Pò,  e  di  rimuovere  Tarmata  di  mare 
dal  molestar  Genova,  e  di  perdonare  ai  colonne- 
si,  dando  per  ostaggi  per  Tosservanza  di  questi 
patti  Filippo  Strozzi  ed  un  figlio  di  Iacopo  Sal- 
viate Don  Ugo  dalla  sua  parte  si  obbligò  a  nome 
suo  e  dei  colounesi  di  partire  da  Roma  colle  sue 
forze,  e  di  tornarsene  liberamente  nel  regno  di 
JXapoli,  l^on  cessarono  perciò  né  le  angustie  del 
pontefice,  ne  le  disgrazie  dei  fiorentini,  e  conti- 
nuava sempre  la  guerra  di  Lombardia  e  di  PJapoli. 
Frattanto  il  papa  non  tenne  le  promesse  fatte 
neiraccordo,  scomunicò  i  colounesi,  e  fece  sac- 
cheggiar molte  delle  loro  castella  (loS). 

g.  58.  Dietro  l'accaduto  in  Roma  a  danno  del 
papa,  Giovan  Paolo,  che  s''era  impadronito  della 
terra  d'OrbetelIo,  andò  in  altri  servigi  per  indu- 
stria ed  opera  del  capitano  Anastasio ,  e  dette 
agio  a  Guglielmo  corso  senese  di  ricuperare 
quella  terra,  scalando  le  mura  di  notte  tempo 
con  3o  compagni,  e  gridando  lupa  lupa^  per  cui 
si  sollevò  quel  popolo,  e  ad  esso  fu  favorevole  il 
ridurlo  alPobbedienza  della  repubblica  senese  . 
Ricuperarono  in  oltre  i  senesi  Telamone  ribel- 


JfU   \o1&.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLÌI.  \^l 

latosi  ad  Andrea  Doria ,  e  la  terra  e  fortezza  di 
PorrErcole  colla  forza  delle  armi  del  capitano 
Cincio  corso  abitatore  di  quel  castello,  che  la  do- 
nò alla  signorìa,  e  n'ebbe  non  piccola  rimunera- 
zione (109).  Clemente  VII  abbandonato  dai  suoi 
alleali  nella  congiuntura  in  cui  la  più  formidabile 
armata  si  avanzava  contro  di  lui ,  era  per  fermo 
in  pieno  diritto  di  provvedere  alla  sua  salvezza 
con  un  particolare  trattato.  iVla  sembra  che  né  il 
papa,  né  il  datano  Ghiberti  di  lui  principale  con- 
sigliere, né  altra  persona  della  corte  pontificia, 
abbia  estimato  al  giusto  il  pericolo  che  sovra- 
stava a  Roma  dall'' avvicinamento  del  Borbone, 
imperciocché  Clemente  s'indusse  a  trattare,piut- 
tosto  perchè  non  poteva  più  tollerare  i  mali  por- 
tamenti delle  sue  proprie  truppe,  e  perché  aveva 
disordinate  le  finanze,  che  per  timore  degP  im- 
periali .  Fin  da  principio  temevasi  in  Roma  che 
il  Borbone  non  accettasse  la  tregua  sottoscritta 
d;il  viceré,  ed  infatti  seppesi  poro  dopo  chVi  Pa- 
veva  rifiutata.  Pure  il  papa  volle  tenere  questo 
rifiuto  in  conto  di  una  millanteria  militare,  o  di 
uno  strattagemma  per  estorcergli  maggior  som- 
ma di  denaro  (i  10).  Egli  avrebbe  dovuto  meglio 
conoscere  la  sfrenata  truppa  con  cui  aveva  che 
fare,  immensa  turba  di  soldati  non  pagati,  disub- 
bidienti, indisciplinati,  i  quali  parean  piuttosto 
conthjrre  i  loro  generali,  che  esser  condotti  da 
loro.  Egli  sapeva,  non  meno  che  tutta  Tltalia,  qual 
(osse  slata  pel  corso  d'un  annoia  loro  tirannia  In 
Milano^  doveva  sapere  che  Giorgio  Frundsberg 
infiammato  contro  la  chiesa  romana  d'  immenso 
Ò7.   Tose.   Tom.  9.  13 


I^a  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.iSlG, 

odio,  invelenito  ancora  dalle  controversie  religio- 
se della  Germania,  portava  in  seno  una  funicella 
dorala,  con  cui  diceva  che  voleva  strozzare  il  pa- 
pa colle  sue  proprie  mani  (i  i  ');  ^^"  doveva  igno- 
rare che  una  parte  dei  soldati  di  costui  era  stata 
strascinata  sotto  le  di  lui  bandiere, non  meno  dal 
fanatismo  della  riforma  che  dalP  amore  della  li* 
cenza  militare*,  e  che  gli  spagnuoli  fatti  più  ^idi 
dalle  rapine  loro  permesse  a  Milano,  anelavano 
alle  ricchezze  della  più  mercantesca  città  d'Italia, 
a  talché  solevan  giurare  pel  glorioso  sacco  di  Fi' 
renze(iiii).  Fu  dunque  improvvidissimo  consi- 
glio quello  di  Clemente,  che  disarmavasi  tostochè 
fu  sottoscritta  la  tregua,  e  scriveva  al  cardinale 
Trivulzio  che  licenziasse  la  maggior  parte  dei 
suoi  soldati^  che  rallegravasi  perchè  quei  di  Ren- 
zo di  Ceri  s*  erano  dissipati  spontaneamente^  e 
non  riteneva  per  sua  difesa  più  che  loo  cavalleg* 
gerì,  e  circa  aooo  fanti  delle  bande  nere,  ordinate^ 
da  Giovanni  dei  Medici  (ii3). 

J.  69.  Il  pontefice  ed  il  viceré  avevano  con- 
cluso il  trattato  di  buona  fede,  e  l'uno  e  1'  altro 
soddisfecero  alle  scambievoli  convenzioni^  ma  il 
Borbone  forse  non  voleva  e  certamente  non  po- 
teva trattenere  la  sua  armata.  Dava  non  per  tanto 
a  credere  che  accetterebbe  Parraistizio  se  gli  ve- 
niva promessa  una  più  ragguardevole  somma  di 
danaro  da  distribuirsi  a'suoi  soldati  in  pagamento 
di  due  mesi  di  soldo  arretrato^  e  perchè  a  tal  uo- 
po ricominciavano  le  trattative,  negli  ultimi  otto 
giorni  di  marzo  fece  alcuni  lavori  intorno  a  Bo- 
logna, come  se  avesse  voluto  assediarla  .  IVIa  il 


jin.i526.          DEI  TEMPI  ]ftEPUBB.  GAP.  XLII.  l/^Z 

5i  di  marzo  dichiarò  al  Guicciardini  che  non  po- 
teva più  oltre  tenere  a  freno  i  suoi  soldati ,  ed 
andò  ad  accamparsi  al  ponte  al  Reno.  Un  messo 
del  viceré,  che  veniva  ad  intimargli  1'  ordine  di 
osservar  la  tregua,  corse  pericolo  d''essere  ucciso 
dai  lanzichìnecchi  e  salvossi  a  stento  con  una 
pronta  fuga^  ed  il  marchese  del  Guasto  che  s'era 
separato  dal  duca  di  Borbone  per  non  disobbe- 
dire al  viceré,  ed  avea  presa  la  strada  di  Napoli, 
fu  con  sentenza  militare  bandito  dall'armata (i  i4). 
Peraltro  i  progetti  del  Borbone  sembravano  tut- 
tavia difficilmente  eseguibili  :  la  primavera  era 
assai  tarda,  ed  era  caduta  molta  neve  sugrAppen- 
nini,  cui  Tarmata  imperiale  doveva  attraversare 
per  entrare  in  Toscana.  Dessa  trovavasi accampata 
tra  Ferrara  e  Bologna  in  terreni  fangosi  e  quasi 
affatto  inondati:  per  mancanza  d''artiglieria  e  di 
munizioni  non  aveva  potuto  prendere  veruna  cit- 
tà, onderà  sempre  sprovveduta  di  vettovaglie  co- 
me di  denaro ,  e  viveva  alla  giornata  con  quello 
che  poteva  arraffare  nelle  campagne.  Traversan- 
do un  paese  cosi  sterile  come  gPAppennini,  dove 
poteva  supporre  d'incontrare  qualche  ostacolo  , 
ella  dovea  necessariamente  portar  vettovaglie 
per  più  giorni',  ed  appunto  per  questo  motivo  il 
r.orbone  si  trattenne  lungo  tempo  ai  confini  del 
bolognese  e  della  Romagna,  mostrando  di  voler 
prendere  or  Puna  or  T  altra  strada,  sempre  mi- 
nacciando e  non  mai  avanzando  (  1 15). 

g.  60,  Intanto  continuavano  con  lui  le  prati- 
che d''accordo;  ma  queste  non  altro  facevano  che 
nauovere  a  sospetto  il  duca  d*  Urbino  ed  il  mar- 


l44  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1526. 

chese  di  Saluzzo ,  i  quali  vedendo  il  papa  tanto 
sollecito  di  abbandonarli ,  stavano  sempre  appa- 
recchiati a  ritirarsi.  Lo  stesso  viceré  si  pose  in 
cammino  per  abboccarsi  col  Borbone,  ed  offrirgli, 
per  soddisfare  al  debito  verso  Tarmata, oltre  il  da- 
naro promesso  dal  papa,  altre  somme  da  prendersi 
suirentrate  di  Napoli,  o  sulle  straordinarie  contri- 
buzioni de'fioreutini,i  quali'trovandosi  esposti  pri- 
ma degli  altri  al  pericolo,  dovean  essere  i  primi  a 
riscattarsi.  Ma  egli  osava  d'avventurarsi  in  mezzo 
a  quella  sfrenata  soldatesca,  e  si  fermò  a  Firenze 
per  trattare  di  colà  col  Borbone.  Dal  canto  suo  il 
Guicciardini,  luogotenente  generale  della  Chiesa 
in  tutte  le  provincie  della  Lombardìa,faoeva  fervide 
istanze  al  senato  di  Venezia,  al  duca  d'Urbino  ed  al 
marchese  di  Saluzzo ,  acciocché  Tarmata  alleata 
tenesse  dietro  al  Borbone  ^  rappresentando  loro 
che  quand'  anche  fosse  vero  che  il  papa  avesse 
intenzione  di  trattare  di  per  sé  solo,  pure  doveva 
interessar  loro  eh'  ei  non  venisse  oppresso^  per- 
ciocché quanto  più  grande  sarebbe  la  di  lui  pau- 
ra, tanto  maggiore  sarebbe  la  quantità  del  denaro 
che  da  lui  trarrebbe  il  Borbone,  e  tanto  maggior 
danaro  verrebbe  poi  adoprato  contro  la  lega  (i  i6). 
Prima  di  avanzarsi  negli  Appennini  il  Borbone 
deluse  i  suoi  nemici  con  nuove  trattative  ,  e 
mentre  eh'  egli  avanzavasi  per  IVI  e  Idola ,  santa 
Sofia  e  Val  di  Bagno ,  fino  a  Pieve  s.  Stefano  in 
Valdarno  superiore  ,  fece  dai  suoi  inviati  pres- 
so il  viceré  sottoscrivere  una  nuova  convenzione, 
in  forza  della  quale  prometteva  di  allontanarsi 
per  una  grossa  somma  di  danaro.  Tuttavìa  il  Guic-» 


^«.1526.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLll,  l45 

ciardini,  stando  in  sospetto  di  frode,  aveva  per- 
suasi il  marchese  di  Sai  uzzo  ed  il  duca  d'Urbino, 
•  in  compagnia  dei  quali  trovavasi  allora  in  Mugel- 
lo ,  a  passare  ancor  essi  TAppennino,  I  confini 
del  ducato  d''Urbino  non  erano  lontani  dall'armata 
imperiale,  e  questo  fu  per  certo  il  principal  mo- 
tivo che  indusse  il  duca  ad  avanzarsi.  Ma  il  Guic- 
ciardini non  poteva  riuscire  ad  ispirare  al  papa  la 
medesima  diffidenza  ^  quanto  più  grande  e  più 
spaventevole  era  il  pericolo,  tanto  più  Clemente 
\Il  era  determinato  di  chiudere  gli  occhi  per  non 
vederlo.  Quando  il  pontefice  seppe  eh'  era  stata 
fermata  una  nuova  convenzione  in  Firenze  ,  li- 
cenziò subito  il  rimanente  delle  sue  bande  nere, 
quasi  che  la  conservazione  di  queste  poche  sol- 
datesche servir  potesse  di  pretesto  all'armata  im- 
periale per  venire  ad  assaltarlo  in  Roma  .  Nello 
slesso  tempo  rimandò  per  mare  il  signore  di  Val 
di  Monte  a  Marsiglia,  e  parve  dopo  ciò  credersi 
in  grembo  alla  più  perfetta  pace  (117). 

g.  61.  Ciò  nulTostante  poco  mancò  che  una 
impensata  rivoluzione  non  salvasse  Roma  a  spese 
di  Firenze.  Dovendo  Tarmata  della  lega  acquar- 
tierarsi air  Incìsa  ,  per  coprire  questo  piccolo 
paese,  i  fiorentini  non  meno  spaventali  de'soldati 
che  venivano  per  difenderli,  che  di  quei  che  ve- 
nivano per  assalirli,  chiesero  le  armi  alla  signo- 
ria. Questa  domanda  venne  apertamente  e  fervi- 
damente spalleggiata  dai  più  reputati  cittadini  , 
(pjali  erano  Niccolò  Capi)oni,  Matteo  Strozzi  ed 
il  goni'aluniere  Luigi  Guicciardini  fratello  dello 
storico.  I  partigiani  dei  Medici  sehbeu  conosces- 


l46  AVVENIÌIENTI  STORICI  Jn.i526. 

sero  Tavversione  dei  loro  concittadini  pel  giogo 
che  sostenevano,  non  osavano  d'attraversarsi  pa- 
lesemente ad  un  così  legittimo  desiderio.  Promi- 
se la  signoria  che  i  i6  gonfalonieri  che  avevano 
parte  nel  governo  distribuirebbero  le  armi  alle 
loi'o  compagnie^  ma  perchè  il  popolo  si  affollava 
premurosissimo  intorno  al  palazzo  per  riceverle, 
essi  furono  atterriti  dall'  ardore  con  cui  queste 
armi  erano  domaudate ,  e  fraudtirono  la  promes- 
sa (il  8).  II  cardinale  di  Cortona  tutore  de'giovani 
de"']>Iedici,  ed  i  cardinali  Cibo  e  Ridolfi,  che  tro- 
vavansi  allora  in  Firenze  ov^erano  stati  mandati 
dal  papa  in  sul  finire  del  i52.6  onde  sostenere 
il  credito  del  Cortona, si  apparecchiavano  in  quel- 
Tistesso  tempo  ad  uscir  di  città  col  giovine  Ippolita 
de'Medici  per  recarsi  a  visitare  i  generali  dell'ar- 
mata  alleala  acquartierata  airOlmo  non  lontano  da 
Firenze:  ciò  bastò  perchè  il  popolo  supponesse  che 
costoro,  riguardando  le  cose  loro  come  disperate, 
abbandonassero  la  città.  Questo  rumore  nacque 
a  caso  tra  una  plebaglia  ignorante  ^  ma  tutta  la 
città  era  sì  stanca  del  governo  de'Medici  e  di  quel 
de'preti,  ogni  cittadino  sentivasi  cosi  umiliato  nel 
vedere  che  una  repubblica  coperta  di  tanta  gloria 
fosse  ridotta  nella  dipendenza  d'un  fanciullo  e  dì 
prelati  stranieri,  che  ognuno  avidamente  abbrac- 
ciava la  speranza  di  metter  fine  a  questa  tirannide. 
Quelli  ancora  che  ciò  non  credevano,  s^infingeva- 
no  di  crederlo  per  far  nascere  Toccasione  di  squo- 
tere  il  giogo.  I  giovani  accorsero  allora  verso  il 
palazzo,  gridando  viva  il  popolo  e  la  libertà/  La 
guardia  resìslelte  per  poco,oonciossiachè  si  posero 


Jin.i  526,         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIT.  l^y 

di  mezzo  i  più  assennati  cittadnì  e  la  persuasero 
a  ritirarsi.  1  tumultuanti  si  presentarono  alla  si- 
gnorìa, capo  della  quale  era  in  allora  il  gonfalo* 
niere  Luigi  Guicciardiui  fratello  dello  storico^  la 
costrinsero  a  mandare  fuori  un  bando,  per  cui 
tutti  coloro  ch''erano  stati  condannati  da'*  lìledici 
per  delitti  di  slato,  venivano  ristabiliti  nelle  loro 
prerogative  ^  il  governo  era  riformato  come  al 
tempo  del  gonfaloniere  Soderini,  ed  i  Medici  e- 
rano  esiliati  e  chiariti  ribelli  (i  19). 

"g.  (Ja.I  cardinali  con  Ippolito  de'Medici.avevano 
imprudentissimamente  continualo  il  viaggio  loro 
verso  rOlmo,  sebbene  avessero  avviso  di  ciò  che 
accadeva  in  Firenze.I  principali  de'^sollevali,  primo 
de^quali  eia  Pietro  Salviali  ricco  cittadino  e  pos- 
sente per  le  parentele,  talché  poteva  aspirare  a'pri- 
rai  onori  della  città, ben  riconoscevano  la  necessità 
di  guarnire  iumìanlinente  con  buon  nerbo  di  ar- 
mati le  porte,  di  occupare  gli  arsenali,  di  chiamare 
a  giuramento  i  soldati,  e  di  trattare  colla  lega  per 
procurare  il  di  lui  sostegno  alla  repubblica.  Ma  a 
loro  non  fu  possibile  di  acquietare  abbastanza  la 
popolare  effervescenza  per  ottenere  che  si  obbedis- 
se o  si  badasse  almeno  alle  loro  proposte^  cosicché 
mentre  il  popolo  era  ancora  nella  esultanza  della 
gioia,  gli  altri  cominciavano  di  già  a  tremare  per  le 
conseguenze  di  quel  sollevamento,  che  non  si  tro- 
vavano più  in  caso  di  dirigere  (120).  Il  Salviali  ed  i 
suoi  amici  avevano  bensì  ordinato  che  si  suonasse 
la  campana  a  stormo:  ma  i  tre  cardinali  erau  già 
tornati  col  duca  dUJrbino,  il  marchese  di  Saluz- 
zo,  e  i5oo  fanti,  avanti  che  si  fosscr  chiuse  le  por- 


l48  AVVENIMENTI  STORICI  Jn     1526* 

te^  questi  s'incamminarono  subito  verso  la  piazza 
e  cominciarono  l'assedio  del  palazzo  diventato  la 
cittadella  dei  rivoltosi.Forse  Firenze  non  erasi  mai 
trovata  in  più  grave  pericolo^  imperciocché  se  i 
Medici  fossero  stati  obbligati  a  far  entrare  in  città 
Tarmata  alleala  per  impadronirsi  del  palazzo,  a- 
vr ebbero  diflicilmente  potuto  tenere  a  freno  i  sol- 
dati avidi  sempre  di  rapina,  ed  ancora  più  difficil- 
mente avrebber  potuto  in  appresso  opporli  all'ar- 
mata  del  Borbone  che  si  avvicinava.  Il  Guicciardini 
che  ben  si  avvedeva  del  gravissimo  pericolo  del- 
la sua  patria,  s'interpose  tra  le  due  parti^  sforzossi 
di  atterrire  gli  uni  e  gli  altri,  rappresentando  lo- 
ro le  conseguenze  e  la  propria  ostinazione  ,   e  li 
indusse  ad  un  accordo,  in  forza  del  quale  i  solle- 
vati abbandonarono  W  palazzo  e  lo  restituirono 
ai  Medici,  dopo  avere  in  contraccambio  ottenuta 
da  questi  una  piena  amnistia, che  non  fu  tuttavia 
perfettamente  osservata  (lai). 

g.  6?».  Il  duca  d''Urbino  prese  motivo  da  que- 
sta sollevazione, che  abbastanza  manifestava  le  di- 
sposizioni dei  fiorentini  rispetto  al  papa,  per  do- 
mandare che  la  repubblica  accedesse  in  suo  pro- 
prio nome  alla  lega  con  Venezia  e  colla  Francia; 
dimodoché  più  non  si  trovasse  compresa  nelle 
negoziazioni  che  Clemente  VII  proseguiva  an- 
che allora  cogp  imperiali.  In  fatti  la  signorìa  si 
obbligò  a  non  concludere  verun  trattato  di  pace 
coU'imperatore  senza  il  consentimento  di  tutti  i 
confederati;  ed  i  cardinali  luogotenenti  del  papa 
fuion  costrettidi  aderire  a  questo  trattato,  che  fu 
soUoscritto  nell'aprile  nel  palazzo  de'  Medici.  U 


An»    1526.        DEI  TEMPI  REPUBB.  CiP.  XLII.  149 

duca  d^Urbino  trasse  partito  non  men  per  la  le- 
ga che  per  sé  medesimo  dalla  sua  presenza  in  Fi- 
renze in  quel  punto  con  un'armata,  imperciocché 
non  volle  partire  finché  non  gli  furono  dalla  re- 
pubblica restituite  le  forti  città  di  san  Leo,  priii- 
cipal  luogo  della  contea  di  >IontefeItro,e  la  fortez- 
za di  Maiolo.  Egli  le  riebbe  in  qualche  luogo  colla 
forza,  senza  la  pubblica  deliberazione  e  senza  la 
approvazione  dei  consigli  ,  ai  quali  solo  appar- 
teneva il  dare  cosi  fatti  ordini  (liia).  La  solleva- 
zione di  Firenze  aveva  avuto  principio  e  fine  in 
un  sol  giorno^  pure  fu  cagione  agli  alleali  di  gra- 
vissimo danno,  avendo  impedito  alla  loro  armata 
di  appostarsi  allliicisa,  e  di  poter  cosi  più  facil- 
mente tenerd'occhio  il  duca  di  Borbone^  accrebbe 
la  diffidenza  del  duca  d''Urbino  e  de''veneziani,  i 
quali  vedendo  come  lo  stato  di  Firenze  era  poco 
sicuro,  temei tero  più  che  mai  di  allontanarsi  dalle 
proprie  provincie^  finalmente  fece  loro  perdere 
un  tempo  che  era  per  essi  troppo  prezioso  e  di 
cui  il  Borbone  seppe  approfittare  (ia3).  Il  Borbo- 
ne parli  difatti  nel  20  aprile  dai  contorni  d'Arez- 
zo alla  volta  di  Roma,  senz'^artiglierìa,  senza  car- 
ri e  senza  munizioni;  e  non  si  lasciò  trattenere 
né  dalle  piogge  che  in  quella  stagione  furono 
grandissime,  né  dalia  mancanza  di  viveri,  poiché 
scrivendo  a'Iucchesi  che  presto  sarebbe  passato  di 
là,  li  pregava  a  fornirlo  di  vettovaglie;  ma  cambia- 
ta strada  in  luogo  delle  vettovaglie  chiese  ed  ebbe 
da  essi  dodicimila  ducati  d''oro(ia4).  Ottenne  P^' 
a  Siena,  in  allora  addetta  al  partito  imperiale,  al- 
cuni soccorsi ,  che  lo  aiutarono  a  proseguire  il 


l5o  ATVENIMERTl  STORICI  ^«.1526. 

cammino;  ma  non  si  trattenne  in  quello  stato  co- 
me erasene  lusingato  Clemente  VII  (i25).Cammiu 
facendo  saccheggiò  Acquapendente  e  s.  Lorenzo 
alle  Grotte  ;  fu  introdotto  in  Viterbo  da  alcuni 
fuorusciti  di  quella  città;  occupò  in  appresso  llon- 
cillione.  e  (ìnalmente  arrivò  il  5  di  maggio  sotto 
le  mura  di  Roma,  prima  che  il  papa  avesse  volu- 
to credere  ch''ei  fosse  partito  dalla  Toscana.  Cle- 
mente procacciò  per  la  seconda  volta  in  quegli  ulti- 
mi istanti  di  mettersi  sulle  difese;  ordinò  nuove 
leve  per  surrogarle  ai  soldati  che  aveva  così  im- 
prudentemente licenziati;vendettetre  magistratu- 
re della  sua  corte,ma  non  ebbe  neppure  il  tempo  di 
riceverne  il  denaro;  domandò  una  contribuzione 
volontaria  ai  più  ricchi  abitanti  di  Roma  ,  ma 
questi  ritenendo  con  avara  mano  quel  che  presto 
dovevano  perdere,  dettero  pochi  scudi,  quando 
trattavasi  di  difender  tutto  il  rimaneute  deMoro 
beni,  l'onor  loro  e  la  vita  (126). 

5.  64.  Il  Borbone  si  affrettava  intanto  alFira- 
presa, temendo  fesercito  della  lega  che  gli  veniva 
alle  spalle:  perciò  il  giorno  appresso  dette  V  as- 
salto al  borgo  di  s.  Pietro,  difeso  da  Renzo  di  Ceri, 
da  Camillo  Orsini  e  da  Orazio  Baglioni.  Fu  fatta 
gran  resistenza,  ma  la  disperazione  de'^soldati  del 
Borbone  non  aveva  ritegno.  Appoggiate  le  scale 
combatteva  fra  i  primi  il  Borbone  medesimo,  che 
distinto  dalle  armi  dorate  e  da  una  bianca  so- 
pravveste fu  preso  facilmente  di  mira  ,  e  steso 
morto  da  Benvenuto  Cellini  e  da'  suoi  compagni 
Alessandro  e  Cecchino;  la  di  lui  morte  raddop- 
piò il  furore  e  rindisciplina.  I  soldati  vi  penetraro- 


^n.   Ì516.        DEI  TEMPI  UEPUBB.  CAP.  XLII.  l5r 

no  ed  il  papa  si  rifugiò  in  Castel  s.  Angiolo  con 
molti  cardinali.  Nel  passaggio  pel  corridore  osser- 
vò più  volte  lacrimando  dalle  aperture  del  me- 
desimo la  strage  del  suo  popolo:  questa  fu  Tepo- 
ca  più  luttuosa  di  Roma  :  il  saccheggio  dato  da 
questi  soldati  supera  tutte  le  atrocità  dei  goti  e 
dei  turchi.  Furono  trucidate  più  di  7000  persone 
inermi,  genuflesse,  rifugiale  nelle  chiese  e  nella 
stessa  basilica  vaticana  abbracciate  alle  reliquie 
ed  ai  santi  dei  <|uali  imploravano  soccorso:  tut- 
ti i  palazzi  e  tutte  le  chiese  furono  spogliate.  ]>è 
conventi  né  case  di  oneste  dame  furono  illese 
dalle  barbare  villanìe  di  costoro.  Cardinali  e  prin- 
ci[>i  furono  arrestati  e  costretti  a  pagar  grosse 
somme,  ancorché  fossero  della  stessa  loro  nazio- 
ne, e  collei:j3ti  in  guerra  colla  medesima.  Non 
essendo  bastante  1'  autorità  degli  ufficiali  per 
frenarlo,  durò  questo  saccheggio  molti  giorni.  In 
mancanza  del  Borbone  elessero  per  loro  coman- 
dante Filiberto  principe  d'Oranges,  il  quale  strin  - 
geva  sempre  più  Castel  s.  Àngiolo.  A-llora  fu  te- 
nuto in  Orvieto  un  consiglio  da  quei  della  lega  per 
risolversi  a  mjirciare  verso  Roma  e  liberare  almeno 
il  papa.  IVIa  il  duca  d'Urbino  sempre  esulcerato  per 
gli  antichi  torti  ricevuti  dalla  famiglia  Medici,  in 
cuore  avea  piacere  che  il  papa  fosse  umiliato  , 
onde  non  si  determinò  mai  a  nulla,  ed  intanto  il 
pontefice  fu  costretto  di  arrendersi  a  discrezione. 
Fu  obbligato  al  pagamento  di  quattromila  ducati 
in  due  mesi;  alla  consegna  di  Castel  sani''Angiolo, 
(Civitavecchia,  Ostia,  Civita  Castellana  alP  impe- 
ratore,e  alla  cessione  di  Parma  e  Piacenza.  E  tino 


l5a  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1526. 

airaderapimento  di  tali  condizioni  dovean  rima- 
ner prigionieri  il  papa  con  tredici  cardinali,  che 
poi  doveano  passare  a  Napoli  ed  a  Gaeta  tino  al- 
la risoluzione  di  Carlo  V.  In  questa  disgrazia  il 
duca  di  Ferrara  s"  impadronì  di  Modena  ,  Sigi- 
smondo Malatesfa  di  Rimin»,  ed  i  veneziani  quan- 
tunque alleali,  di  Ravenna,  della  Cervia  e  delle 
Saline  (127). 

g.  65.  Clemente  VII  non  considerava  la  sua 
sovranità  nello  stato  della  Chiesa,  se  non  come 
un  principato  vitalizio,  e  più  gli  caleva  dell'  ob- 
bedienza dei  tìorentini.  da  cui  dipendeva  la  gran- 
dezza ereditaria  della  casa  de\Medici.  Benché  non 
avesse  né  figli  né  prossimi  congiunti  ,  era  però 
tutto  intento  a  perpetuare  il  potere  della  sua  fa- 
miglia>5  e  disposto  a  sacrificare  alP  albagìa  del 
nome  assai  più  che  Leone  X  suo  cugino  .  Ma 
quantunque  volesse  conservar  Firenze ,  poco  ri- 
guardo ne  avea,  imperciocché  quanto  egli  ante- 
poneva il  bene  dei  suoi  eredi  a  quello  della  sua 
patria,  altrettanto  preferiva  sé  stesso  agli  eredi  • 
onde  ogni  qual  volta,  nelle  guerre  in  cui  traeva 
Ja  repubblica  senza  che  questa  vi  avesse  verun 
particolare  interesse  ,  occorreva  una  prestanza 
od  una  contribuzione  di  guerra  per  supplire  a 
qualche  spesa  straordinaria,  ne  aggravava  sempre 
i  fiorentini,  i  quali  benché  avessero  in  ogni  modo 
cessato  di  pesare  nella  lance  della  politica,  d'es- 
sere annoverati  tra  le  potenze  d'Europa,  e  d'avere 
un  diretto  interesse  nelle  cose  d'Italia,  vedevansi 
non  per  tanto  rovinati  dalPambizione  della  casa 
Medici.  La  conquista  e  la  difesa  del  ducalo  d'Ur- 


Alt.    1526.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLII.  I  5!^ 

biuo  era  loro  costata  5oo,ooo  fiorini,  e  vedutosi 
appena  il  pericolo,  erano  stali  costretti  di  resti- 
tuire al  duca  la  fortezza  di  s.  Leo,  e  la  contea  di 
Montefeltro,  che  loro  erano  state  date  in  com- 
penso delle  fatte  sovvenzioni.  Avevano  in  oltre 
spesi  5oo,ooo  fiorini  nella  gu^^rra  intrapresa  da 
papa  Leone  X  contro  la  Francia,  ne  avean  pagati 
3oo,ooo  ai  capitani  imperiali  ed  al  viceré, duran- 
te il  governo  del  cardinal  Giulio  dei  Medici ,  e 
dopo  che  questo  stesso  Giulio  era  divenuto  papa, 
avevano  somministrati  altri  600,000  fiorini  per  la 
guerra  che  egli  faceva  contro  l'imperatore  (12,8). 
Da  troppi  mali  essi  erano  oppressi  ad  un  tempo^ 
avevano  perduta  la  libertà  e  continuavano  ad 
essere  aggravati  di  tali  imposte  ,  che  dovevano 
schiacciare  qualunque  popolo  non  libero.  Perciò 
i  fiorentini  avevano  quasi  tutti  lo  stesso  deside- 
rio di  cogliere  il  momento  in  cui  verrebbe  loro 
fatto  di  squotere  il  giogo  dei  Medici  (129).  ^ 

g.  Q^ .  La  presa  di  Roma  e  la  prigionìa  deh 
papaia  Castel  sanf  Angiolo  distruggeva  la  pò* 
tenza  di  questa  casa.  I  tre  cardinali  che  Clemen- 
te VII  teneva  in  Firenze  come  governatori  della 
repubblica  e  tutori  d'Ippolito  e  d''Alessandro,  non 
potevano  dubitarne.  La  notizia  di  tanta  sventura 
era  loro  giunta  Tu  di  maggio  •,  essi  procurarono 
di  tenerla  celata  spargendo  contrarie  voci^  ma 
già  da  molto  lem[)0  il  popolo  erasi  avvezzato  a 
non  dar  loro  credenza  (i3o).  Tutti  i  più  reputati 
l»erionaggi  della  città,  tutti  coloro  che  discende- 
vano da  illustri  antiche  famiglie,  sì  recarono  da 
Silvio  Passerini  cardinale  di  Cortona  nel  palaz- 

SL  Tose.   Tom,  9.  14 


l54  AVVEMMENTI    STORICI  ^/l.1b26. 

zo  (Jei  Medici,  non  più  in  abito  militare  come 
nella  precedente  sollevazione,  ma  col  luccoecol 
cappuccio,  abito  civile  che  accresceva  loro  gravi- 
tà, e  lo  richiesero  di  restituire  pacificamente  alla 
loro  patria  quella  libertà,  alla  quale  egli  più  non 
poteva  porre  impedimento  (i^i).  Capi  di  questi 
cittadini  erano  IXiccolò  Capponi,  il  più  zelante  de- 
gli amici  della  libertà,  che  di  già  riguardavasi  co- 
inè il  restauratore  del  nuovo  governo,  e  Filippo 
Strozzi  di  lui  cognato,  il  quale  avea  disposata  Cla- 
rice dei  Medici ,  sorella  di  Lorenzo  li  e  figliuola 
di  Pietro  .  Questo  Filippo  Strozzi  era  stato  da 
Clemente  VII, in  occasione  della  prima  prigionia 
e  del  primo  trattato  del  papa  coi  Colonna  ,  dato 
in  ostaggio  ad  Ugo  di  Moncada.  Ma  in  a  ppresso 
Clemente  non  aveva  voluto  né  dare  esecuzione 
alle  coudizioni  del  trattato  .  riè  provvedere  al- 
la liberazione  degli  ostaggi.  Vedendo  il  Moncada 
quanto  lo  Stròzzi  fosse  sdegnato  per  questo  mal' 
tratto  di  Clemente  ,  lo  pose  spontaneamente  in 
libertà,  onde  nuocere  col  di  lui  mezzo  al  potere 
pontificio  in  Firenze  (i3'i).  Clarice  dei  Medici 
moglie  di  Filippo  non  era  meno  sdegnata  dello 
sposo.  Lagnavansi  ambedue  di  Clemente,  perchè 
avendo  egli  promesso  il  cappello  di  cardinale  al 
suo  figlio  Pietro,  ed  avendolo  con  tal  promessa 
persuaso  a  vestire  Tabito  ecclesiastico,  ricusasse 
poi  ostinatamente  di  mandarlo  ad  effetto.  Clarice, 
la  quale,  per  cagione  del  sesso  ed  a  motivo  della  sua 
parentela  coi  Medici,  non  temeva  il  risentimento 
del  loro  partito,  non  si  guardava  dal  ricordare  a 
tutti  coloro  che  lungamente  erano   stali  addetti 


//rt.1526.        DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.XLII.  l55 

alla  sua  famiglia ,  che  al  presente  non  a  prò  dei 
veri  >Iedici  rinunziavano  alla  libertà  della  loro 
patria,  raa  bensì  a  prò  di  uno  dei  loro  sudditi  di 
provincia,  il  cardinale  di  Cortona,  e  di  due  ba- 
stardi Ippolito  ed  Alessandro  (i  33). 

§.  67 .  Silvio  Passerini  cardinale  di  Cortona 
era  di  carattere  debole  ed  irresoluto  ^  altronde 
temeva  di  perdere  in  una  rivoluzione  il  suo  pro- 
prio tesoro,  e  difficilmente  ascoltava  altri  consi- 
gli che  quelli  dell'"  avarizia.  Il  cardinale  Niccolò 
Ridolfi,  sebbene  riconoscente  verso  la  famiglia 
dei  Medici,  da  cui  riconosceva  la  porpora  cardi- 
nalizia, era  non  per  tanto  affezionalo  come  lo  era 
tutta  la  famiglia  Ridoltì.  Onofi  io  di  Monledoglio 
capitano  della  guarnigione  di  Firenze  ch''era  nu- 
merosa di  circa  3ooo  uomini  ,  era  il  solo  che  si 
mostrasse  zelante  per  la  difesa  delP  autorità  dei 
Medici.  Bastava,  diceva  egli ,  di  dare  un  poco  di 
denaro  alle  soMatesche  per  tenere  col  mezzo  loro 
la  città  obbediente  ;  ma  il  tesoriere  del  comune 
si  era  nascosto,  perchè  altri  non  potesse  forzarlo 
a  dar  danaro  a  danno  della  patria.  Il  cardinale 
Passerini  non  volle  metter  mano  al  suo  proprio 
peculio,  ed  il  coraggio  di  coloro  che  volevano  di- 
fendei si  mancando  col  denaro,  con  cui  desso  co- 
raggio doveva  esser  p;igato,  in  breve  altro  partito 
non  rimase  ai  Medici  che  quello  di  cedere  .  Per 
ciò  il  16  maggio  si  fermò  un  accordo  tra  i  prin- 
cipali cittadini  del  partito  repubblicano,  ed  il  car- 
dinale di  Cortona  qual  rappresentante  de\>I edici. 
Prometteva  questi  di  uscire  di  Firenze  coi  due 
giovanotti  Ippolito  ed  Alessandro,  ed  i  fiorentini 


l5G  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1526, 

in  contraccambio  guarenlivano  ai  Medici  il  go- 
dimento di  lutti  i  loro  beni ,  ed  in  oltre  P  esen- 
zione per  dieci  anni  da  ogni  contribuzione  stra- 
ordinaria. Fu  stabilito  in  pari  tempo  di  richiama- 
re in  vigore  la  costituzione,  colla  quale  era  stala 
governata  la  repubblica  fino  al  i4iìì(i34).  In  fatti 
il  dì  17  di  maggio  i  giovani  Medici,  accompagnati 
dal  cardinal  di  Cortona  ,  da  Filippo  Strozzi  e  da 
molti  loro  amici,  partirono  da  Firenze  senza  stre- 
pito e  senza  violenza,  e  si  trattennero  la  prima 
notte  al  Poggio  a  Caiano.  Nel  susseguente  giorno 
andarono  a  Pisa  ,  la  di  cui  fortezza  avevan  pro- 
messo di  consegnare  alla  signorìa  con  quella  di 
Livorno  .  Veramente  in  allora  cominciarono  a 
dolersi  del  fatto  accordo,  per  cui  i  loro  amici  tac- 
ciavanli  di  debolezza ,  e  per  non  esser  forzati  ad 
eseguire  raccordo,  sfuggirono  dalle  mani  di  co- 
loro che  li  accompagnavano,  e  ritiraronsi  a  Trucca, 
dove  ricevettero  ogni  sorta  di  gentile  trattamen- 
to (i35).  Ad  ogni  modo  i  comandanti  delle  for- 
tezze non  tardarono  a  consegnarle  ai  commissa- 
ri della  repubblica  fiorentina  (i36):  questa  re- 
pubblica risorgeva  allora  da  un  lungo  letargo.  La 
balia  creata  dai  Medici  nel  i5ia,  la  quale  sotto 
di  loro  aveva  fino  allora  governato  Io  stato,  adunò 
il  consiglio  dei  cento,  e  gli  propose  di  riformare 
lo  stato  secondo  la  costituzione  popolare  dell'an- 
no i5ia.  Fecelo  il  consiglio,  cosicché  la  rivolu- 
zione operossi  nei  modi  voluti  dalle  leggi,  e  venne 
confermata  dalla  legittima  potestà  ,*  dopo  di  che 
la  balia  spontaneamente  depose  T  autorità  che 
Fera  stata  affidata  (iSj), 


An»  1 526.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  1  57 

g.  68.  La  signorìa  che  allora  sedeva  ,  il  consi- 
glio dei  cento  e  lutti  i  magistrati  erano  stati  elet- 
ti dai  Medici  ed  in  generale  erano  addetti  a  quella 
famiglia.  Ma  tutta  la  città  desiderosa  di  ricuperar 
daddovero  la  libertà  ,  bramava  di  essere  go- 
vernata dai  cittadini  da  lei  scelti.  I  più  ardenti 
amatori  del  governo  popolare,  dei  quali  era  capo 
Anton  Francesco  degli  Albizzi ,  avrebber  volutp 
jche  con  aperta  forza  si  cacciassero  fuori  di  pa- 
'  lazzo  Antonio  Kori,  uomo  affeziona tissirao  ai  Me^ 
dici,  e  tutta  la  signorìa,  dicendo  esser  queste  giuste 
rappresaglie  delle  violenze  usate  contro  il  perpe- 
tuo gonfaloniere  Pietro  Soderini  ;  ma  altri  più 
saggi  cittadini  persuasero  il  popolo  ad  aspettare, 
ed  in  pari  tempo  fecer  persuaso  il  consiglio  dei 
cento  della  necessità  di  adunare  prontamente  , 
secondo  la  nuova  costituzione  il  gran  consiglip,. 
La  sala  delle  adunanze  di  questo  consiglio  era 
stata  ridotta  dai  Medici  a  caserma  pei  soldati,  e 
bisognava  distruggere  le  muraglie  interne  che  vi 
♦si  erano  alzate.  Tutti  i  nobili  giovani  fiorentini , 
^che  tal  nome  di  nobile  erasi  di  già  sostituito  a 
quello  più  glorioso  di  cittadino,  detter  mano  al 
lavoro.  Ognuno  aspirava  all'onore  di  contribuire 
ad  atterrare  questo  monumento  della  schiavitù 
della  patria  .  La  sala  del  supremo  consiglio  fu 
ripristinata  e  ripulita  ,  poscia  dai  preti  aspersa 
d''acqua  santa  e  consacrata  con  una  messa  solen- 
ne ^  sicché  il  dì  21  di  maggio  vi  si  potette  final- 
mente radunare  11  consiglio,  nel  quale  si  annove- 
rarono 2270  cittadini  fiorentini.  In  tal  consiglio 
i  liben  suffr.igi  del  po^»oIc>  elessero  gonfaloniere 

' '     i4* 


l58  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1526. 

di  giustizia  jXìccoIò  Capponi,  il  quale  clovea  resta- 
re in  carica  tredici  mesi,  e  dopo  questo  termine 
poteva  essere  riconfermalo.  Fu  eletta  una  nuova 
signorìa ,  la  quale  dovea  rimanere  in  carica  per 
tre  mesi,  perchè  si  volle  eh'  ella  subentrasse  in 
luogo  delle  creature  de'^Iedfci  il  primo  giorno  di 
giugno,  in  vece  di  aspettare  fino  al  primo  di  luglia 
Il  gran  consiglio  elesse  ancora  i  decemviri  delia 
libertà  e  gli  otto  s'ignori  della  guardia^  e  creò  di 
nuovo  il  consiglio  degli  ottanta  destinato  a  tene- 
re in  bilico  r  autorità  del  governo  e  la  potestà 
popolare.  Tutti  questi  magistrati,  veri  rappresen-  ] 
tanti  dei  loro  concittadini ,  presero  il  magistrato 
colla  nuova  signorìa  ,  ed  il  a  giugno  lutti  i  mae- 
strati  e  gli  ecclesiastici  seguiti  dai  cittadini  affol- 
lati, si  recarono  in  solenne  processione  a  tutte  le 
principali  chiese,  per  render  grazie  a  Dio  della  ri- 
cuperata libertà  (i38). 


Il  OTE 

riandr- 
ei) Ammirato,  Stor.  fior,  e  Gio.  Cambi,  Stor.  fior, 
ap.  Sismondi,  Sloris  delle  repubbliche  italiane,  voi. 
XIV,  cap.  cviii  ,  p.  117.  (2)  Ammirato  e  Cambi  cit. 
ap.  Sismondi  rit.  (3)  Sismondi  cit.  voi.  xiv  ,  cap, 
ovili,  p.  120.  (4)  Ammirato  e  Cambi  cit.  ap.  Sismon- 
di cit.  p.  120.  (5)  iMalavolti,  Storia  di  Siena,  part. 
Ili,  lib.  VII,  p,  115.  (6)  Sismondi  cit.  vo).  xiv,  cap. 
cviii  ,  p.  122.  (7)  Cantini,  Lettere  a  diversi  illustri 
soggetti  sopra  alcune  terre  e  castella  di  To>caua,  let- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLII.  l59 

tera  xviii.  (8)  Malavolli  cit.  part.  iii,  lib.  vii,  p.  115. 
Cambi  e  Guicciardini,  ap.  Sismondi  cit.  vo!.  xiv  , 
cap.  cvm,  p.  123.  (9)  Sozzici,  II  successo  delle  ri- 
voluzioni della  città  di  Siena,  ap.  PArchivio  italiano, 
toni.  II  ,  p.  17  .  (10)  Pignoni^  Storia  della  Toscana 
sino  al  principato,  voi.  vili,  lib.  v,  cap.  iv.  (il)  Fio- 
ravanti, Mem.  storie,  di  Pistoia,  cap.  xxix,  p.  404. 
(12)  Pignotti  cit.  voi.  vili,  lib.  v,  cap.  iv.  (13)  Am- 
mirato cit.  lib,  •xxviii,  ap.  Pignotti  cit.  (14)  Cambi, 
Ammirato  e  Guicciardini,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiv, 
rap.  cviii,  p.  139.  (15)  Bonaccorsi,  Diar.  Ammirato 
cil.  lib.  xxvHi  e  Nardi  lib.  v  .  (16)  Cambi  ,  ap.  Pi- 
gnotti cit.  voi.  vili,  lib.  v,  cap.  IV.  (17)  Pignotti  cit. 
(18)  Cesaretti,  Storia  di  Piombino,  voi.  il,  cap.  v  e 
VI.  (19)  Guidolti,  Compendio  della  Storia  di  Toscana 
voi.  i,  cap.  XV.  (20).  Guicciardini, Nardi  ed  Ammirato, 
ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiv,  cap.  ex,  p.  223.  (21)Guir- 
ciardini,  La  istoria  d'Italia  lib.  xi.  Nardi  cit.  lib.  v, 
p.  247.  (22)  Guicciardini  cit.  (23)  Guicciardini  cit. 
voi.  Il,  lib.  XI,  p.  1  2.  Istor.  diGio.  Cambi,  voi.  xxi,  p. 
30(ì.  (24)  Guicciardini,  Nardi  ed  Ammirato,  ap.  Si- 
smondi cit.  voi.  xiv,  cap.  ex,  p.  229.  (25)  Fioravanti 
cil.  cap.  XXIX,  p.  405.  (26)  Guicciardini  cit.  p.  14. 
Nardi  lib.  v,  p.  250,  ed  Ammirato  cit.  lib.  xxviii. 
(27)  Tre  narrazioni  del  sacco  di  Prato  ap.  L'archi- 
vio storico-italiano  voi.  i,  p.  245.  (28)  Ivi,  p.  45  , 
nota  29.  (29)  Ivi,  p.  252.  (30)  Iacopo  Nardi  citato, 
lib.  V,  p.  252.  (31)  Iacopo  Nardi  cil.  p.  253,  e  Fi- 
lippo dc*>'ei  li  p.  107.  (32)  Cambi,  Nardi  ed  Ammi. 
rato  ,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  XIV,  cap.  ex  ,  p.  235. 
(33)  Iacopo  Nardi  cit.  lib.  VI,  p*  259.  Comment.  di 
Filippo  de'Nerli  cit.  lib.  vi,  p.  112.  (34)  Comment. 
del  Ncrli,  lib.  vi,  p.  114.  Ist.  di  Gio.  Cambi,  voi. 
XXI  ,  p.  324  .  (35)  Ammirato  ,  Iacopo  Nardi  e  Gio. 
Cambi  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiv,  cap.  ex,  p.  238. 
(36)  Cecina,  IVTemorie  storielle  della  città  di  Volter- 
ra, p.   247.  (37)  Stor.  di  Gio.  Cambi  lib.  x\i  ,  pap. 


iGo  AVVENIMENTI    STORICI 

340.  (38).  Iacopo  Nardi,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiy, 
cap.  ex,  p,  242.  (39)  Pignotli  cit.  voi.  ix  ,  liJ?.  v  , 
cap.  V.    (40)  Muratori  ,   Annali  d'Italia  ann,.   154,5,. 

(41)  Vasari^  Vita  di  Michelangiolo,  ap^   Pignotti  .c»$. 

(42)  Pignoni  cit.  (43)  Sismondi  cit.  voi.  xiv  ,  cap. 
CXI,  p.  260.  (44)  Paul.  lov.  Vita  Leon.  Guicciardi- 
ni cit.  lib,  XI  ,  ed  A.minirato  cit.  lib.  xxix  j  ap.  Pi- 
gnotti cit.  voi.  IX,  lib.  V,  cap.  v.  (45)  Fioravanti 
cit.  cap.  sxix.  (46)  Ammirato  cit.  lib.  xxix^  ap.  Pignot- 
ti cit.  (47)  Cecina  cit.  (48)  Guicciardini  cit.  lib.  xir, 
pag.  65.  Fleury  ,  Hist.  eccles.  liv.  cxxiii  ,  J.  128. 
(49)  Sismondi  cit.  voi.  xiv,  cap.  xci,  p.  303.  (50)  Gui- 
detti cit.  voi.  I,  cap.  XVI.  (51)  Ivi.  (52)  Pignotti  cit. 
voi.  IX,  lib.  V,  cap.  V.  (53)  Malavoiti  cit.  part.  ni, 
lib.  VII  ,  p.  119.  (54)  Fioravanti  citato,  cap.  xxix  . 
(55)  Cambij  Stor.  fior.  ap.  Pignotti  cit.  voi.  ix,  lib.v, 
cap.  V.  (56)  Guidotti  cit.  voi.  i,  cap.  xvi.  (57)  Cic- 
ciaporci  ,  Compendio  della  stor.  fiorent.  lib.  i  ,  p. 
76.  (58)  Pignotti  cif.  voi.  ix,  lib.  v,  cap.  v.  (59)  Maz- 
zarosa  ,  Storia  di  Lucca  ,  voi.  ii  ,  lib.  vi  ,  pag.  40. 
(60)  Cambi  ed  Ammirato  ap.  Pignotti  cit.  voi.  ix  , 
lib.  V,  cap.  V.  (61)  Gio.  Cambi  cit.  pag.  144-149. 
(62)  Pignotti  cit.  (63)  Ammirato  cit.  ap.  Sismondi  cit. 
voi.  XIV,  cap.  cxiii,  p.  359.  (64)  Caml)i  e  Filippo 
de'Nerli,  Comraent.  de'fatli  civili  di  Firenze  lib.  viii, 
p.  133,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xiv,  cap.  cxiii,  pag. 
400.  (65)  Mazzarosa  cit.  voi.  ii,  p.  41.  (66)  Ciccia- 
porci  cit.  lib.  i,  p.  77.  (67)  Malavolti  cit.  part.  iii, 
lib.  VII,  p.  120.  (68)  Fioravanti  cit.  cap.  xxx.  (69)  Ce- 
saretti,Slor.  di  Piombino  cit. voi.  il,  cap. vi.  (70)  Maz- 
zarosa cit.  voi.  II,  lib.  VI,  p.  42.  (71)  Pignotti  cit- 
voi.  Jx,  lib.  V,  cap.  V.  Guidotti,  cit. voi.  i,  cap.  xvi. 

(72)  Malavolti  cit.  part.  in,  lib.  vii  ,  ed  Ammirato 
lib.   xxviii,  ap.   Pignotti  cit.  voi.    ix,  lib.  v,  cap,  vi. 

(73)  Nerli  ^  Commeut.  lib.  vii  ,  p.  138.  (74)  Nardi, 
Stor.   fior.  lib.  vii,  p.   282.  (75)  Nardi,   Cambi,  Am- 

^llùpta^e  Nerli^  ap.  Sismondi  cit.iJ?(^UvfV,y  cap.  cxiv^ 


DEI  TE5IP1  REPUBB.  GAP.  XLIL  ì6l 

p.   20.    (76)  Mazzarosa  cit.  voi.  li  ,   lib.  vi,   pag.  43. 

(II)  Ivi,  p.  46.  (78)  Ivi,  pag.  47.  (79)  Ivi,  pag.  49. 
(80)  Serie  dei  ritratti  ed  elogi  d'iilastri  toscani.  (81)  Pi- 
gnotti  cit.  voi.  IX,  lib.  v,  cap.  vi.  (82)  Cesaretti  , 
Slor.  del  principato  di  Piombino  cit.  voi.  ii,  cap.  vi, 
(83)  Guidotti  cit.  voi.  i  ,  cap.  xvi.  (84)  Fioravanti 
cit.  cap.  XXX.  (85)  Guidotti  cit,  (86)  Piguotti  citato. 

(87)  Varchi,   Istor.  fior.  lib.  li,  ap.  Pignotti  citato. 

(88)  Varchi,  Nerli,  Ammirato  e  Nardi,  ap .  Pignotti 
cit.  (89)  Pignotti  cit.  (90)  Fioravanti  cit.  cap.  xxx. 
(91)  Mazzarosa  cit.  voi.  ii,  lib.  vi,  pag.  51  ,  (92)  Var- 
chi, Stor.  fiorent.  lib.  n  ,  ap.  Pignotti  cit.  voi.  ix, 
lib.  V,  cap.  VI.  (93)  Sismondi,  Stor.  delle  repubbli- 
che ital.  cit.  voi.  XV,  cap.  cxv,  p.  66.  (94)  Cellini, 
Vita  di  se  stesso  lib.  l,  cap.  xviii.  (95)  Cambi,  Com- 
ment.  del  Nerli  e  Varchi  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv, 
cap.  cxv,  p.  67.  (96)  Guicciardini  e  Nardi,  ap.  Si- 
smondi cit.  p.  98.  (97)  iVlalavolti,  Stor.  di  Siena  cit. 
part.  Ili,  lib.  vn  ,  pag.  124  .  (98)  Sismondi  citato. 
(99)  Fioravanti  cit.  cap.  xxx.  (100)  Cicciaporci,  Com- 
pendio della  stor.  Cor.  cit.  p.  82.  (101)  Guicciardi- 
ni ,  lib.  XV,  p.  294,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  cap. 
cxv  j  p.  108.  (102)  Cicciaporci  cit.  lib.  i  ,  pag.  83. 
(103)  Mazzarosa  cit.  voi.  il,  lib.  vi,  pag.  51.  (i  04)  Guic- 
ciardini cit.  lib.  XVI,  p.  300.  (105)  Cicciaporci  cit. 
lib.  I,  p.  84.  (1(»6)  Ammirato,  Guicciardini  e  Mala- 
volti  cit.  ap.  Sismondi  cit.  voi.  XV,  cap.  cxvii  ,  p. 
190.  (107)  Malavolti  cit.  part.  ni,  lib.  vii^  p.  131. 
(108)  Cicciaporci  cit.  p.  85.  (109)  Malavolti  citato. 
(110)  Lettera  del  Ghiberti  al  cardinal  Trivulzio  del 
31   manto  1527  .    Lett.  di  principi,  tom.  ii,  pag.  69. 

(III)  Giovio,  Elogi  degli  uomini  illustri,  lib.  vi,  p. 
325  .  Ammiralo  cit.  lib.  xxx  e  Varchi  lib.  il  ,  pag. 
50.  (112)  Lett.  di  principi,  voi.  ii,  p.  47  a  Niccolò 
Capponi.  (113)  Guicciardini  e  Varchi,  ap.  Sismondi 
cit.  voi.  XV,  cap.  cxviii  ,  pag.  228.  (114)  Guicciar- 
dini e  Machiavelli,  Lezioni  ,  ap.  Sismondi  cit«  pag. 


l6a  AVVENIMEJITI  STORICI 

229.  (115)  Machiavelli,  Lezioni  .,  voi.  vii,  Lelter.  di 
Bologna  e  di  Forlì  fiuo  al  13  aprile  ,  pag.  380-508. 
(116J  Ammirato  e  Guicciardini,  ap.  Sismondi  citato, 
voi.  XV,  cap.  cxviii,  pag.  231.  (117)  Guicciardini  cit. 
lib.  XVI II  ,  pag.  441  .  (118)  Bernardo  Segni  ,  Storie 
fiorentine,  lib.  i  ,  pag.  4.  Varchi  lib.  ii  ,  pag.  69. 
(119)  Cambi,  Nardi,  Nerli,  Varchi,  ed  Ammirato,  ap. 
Sismondi  cit.  voi.  XV,  cap.cxviii.  p.  234.  (120)  Filippo 
Nerli,  lib.  vii,  p.  149.  (121)  Varchi  lib.  11,  p.  82, 
lib.  IH,  p.  98  e  Bernardo  Segni  lib.  1,  p.5.  (122)  Var- 
chi, Slor.  fior.  cit.  lib.  111,  p.  102.  (123)  Guicciar- 
dini cit.  lib.  xviii,  p.  440.  (124)  Mazzarosa  cit.  voi. 
\\y  lib.  vi,  p.  52.  (125)  Malavolti,  Slor.  di  Siena  cit. 
part.  Ili,  lib.  VII,  p.  133.  (126)  Guicciardini  cit.  lib. 
xviii,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  Cap.  cxviii,  p.  237. 
(127)  Guidoni  cit.  voi.  1  ,  cap.  xvii.  (128)  Iacopo 
Nardi,  lib.  vili,  p.  328,  Paul.  Jov.  Hist.  sui  tempo- 
ris^lib.  XXV,  p.  19.  Guicciardini  cit.  lib.xviii,  p.  454. 
(129).  Sismondi  cit.  voi,  xv  ,  cap.  cxviii  ,   pag.   253. 

(130)  Ammirato  e  Giovanni  Cambi,  ap.  Sismondi  cit. 

(131)  Paul.  lov.  cit.  lib.  xxv,  p.  21.  (132)  Bernar- 
do Segni  cit.  lib.  i,  p.  6.  (133)  Paolo  Giovio,  Am- 
mirato e  Benedetto  Varchi  ,  ap.  Sismondi  cit.  voi. 
XV,  cap.  Civili,  p.  254.  C134)  Varchi.  Stor.  fior.  cit. 
lib. IH,  p.  111 .  (135)  Mazzarosa  cit.  voi. 11,  lib.  vi,  p.52. 

(136)  INardi,  Guicciardini  ,  Cambi  ,  Varchi,  Giovio 
e  Segni,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  cap.  cxviii,  p.   256. 

(137)  Varchi  cit.  lib.  in,  p.  116,  Nerli  cit.  lib.  vm, 
p.  153,  e  Cambi  cit.  voi.  xxii,  p.  319.  (138)  Sismon- 
di cit.  p.    159. 


DEI  TE3IP1   REPUBBLICAM.  l63 


(GAIPU^QILO    2M!I!I« 


~.0«> 


Jn.   1527  di  G.   Cr, 

g.  1.  l^e  calamità  che  travagliavano  Firenze  nel 
primo  anno  del  governo   del    Capponi,    contri- 
buirono ad  accrescere  presso  i  cittadini  il  di  lui 
credilo,  ed  in  lui  l'entusiasmo  religioso.  La  peste  ' 
era  stala  portata  da  Roma  a  Firenze  nel.  iSaa  da 
un  uomo  deirintìma  plebe   sfuggito  alle  guardie 
sanitarie.  Sebbene  in  allora  il  contagio  non  si  e> 
stendesse  oltre  alcune   vie  che  vennero  accura- 
tamente appartate  dal  rimanente  della  città,  lo 
spavento  fu  in  tutti  gli  abitanti  es'remo,  e  la  mag- 
gior parte  dei  ricchi  cittadini  si  rifugiarono  nelle 
loro  ville  o  in  lontani  paesi.  La  peste  cessata  n«'l 
caldo  della  state,  ricomparve  n(d  susseguente  an- 
no dopo  alcune  prediche,  a  cui  era  concorsa  gra  n 
folla  di  popolo.  AlPultimo  ricomparve  nelPann  o 
i527  con   maggior  fierezza  di  prima,  dojio  una 
processione  ordinata  per  render  grazie  a  Dio    del- 
la ricuperata  libertà,  in  tutto  i\ne\  temjio   il  con- 
tagio non  s*"  era  mai   spento  aifatto^i  e    nei  sei 


l64  AVVENIMEISTI   STORICI  Jn.   1527. 

mesi  che  durarono  le  stragi  della  malattia,  fecesi 
il  computo  ch'ella  mietesse  ben  60000  persone  in 
Firenze,  e  quasi  altrettante  nel  contado  (i)^  Te- 
migrazione  ch^era  stata  nel  primo  anno  grandis- 
sima^ non  continuava  nei  susseguenti ,  perchè  in 
parte  sbrano  avvezzati  al  pericolo,  ed  in  parte  non 
avevano  più  di  che  sostenere  così  grave  dispen- 
dio. Ma  nel  i5a7,  quando  si  vide  morire  in  Fi- 
renze in  sul  cominciare  di  luglio  duecento  persone 
all'incirca  ogni  di,  più  di  tre  o  quattrocento  al 
giorno  in  agosto,  e  più  di  5oo  al  di  in  tre  succes- 
sivi giorni,  lo  spavento  costrinse  le  persone  do- 
viziose a  fuggire  nuovamente  (a).  Allora  divenne 
impossibile  il  raunare  i  consigli  o  i  collegi  della 
signoria,  e  tutte  le  risoluzioni  di  que^pochi  inter- 
venuti alle  radunate  rimanevano  ineseguite  per 
non  esser  vinte  con  sufficiente  numero  di  suf- 
fragi. Per  uscire  da  quelP  anarchìa  la  signoria 
fece  intimare  un  ordine  di  recarsi  al  loro  luogo 
nel  gran  consiglio  a  tutti  quelli  del  consiglio  de- 
gli 80  ed  a  tutti  i  cittadini  che  occupavano  qual- 
che magistrato.Voleva  la  signorif»,  che  se  le  dasse 
autorità  di  trascurare  in  tempo  della  peste  le  or- 
dinarie forme  con  cui  dovevano  farsi  le  pubbliche 
provvisioni,ed  era  questa  una  importantissima  de- 
liberazione. Ma  alla  raunanza  non  concorsero  più 
che  90  cittadini,  i  quali,  dispersi  nella  immensa 
saia  del  consiglio,  tenevansi  il  più  che  potevano 
lontani  gli  uni  dagli  altri  per  timore  di  contrarre 
la  peste.  Gli  amici  ed  i  parenti  che  dal  principio 
della  malattia  fino  a  quel  punto  più  non  s'erano 
trovali  assieme,  rivedendosi  per    la  prima   volta 


1,^/1.1527.       DEI  TEMPI  BEPUBB.  GAP.  XLin.  iGo 

in  quella  sala,  apprendevano  gli  uni  dagli  altri  la 
morte  delle  più  care  persone;  perciò  si  udivano 
da  ogni  parte  di  quei  presso  che  deserti  scanni 
muovere  sospiri  e  gemiti.  L''autorità  domandata 
dal  gonfaloniere  gli  fu  in  tal  circostanza  di  buon 
grado  conceduta  dall'assemblea,  ed  in  appresso 
la  signorìa,  finché  durò  la  peste. amministrò  la  re- 
pubblica senza  radunare  i  consigli.  La  vigilia  del- 
la festa  dell'Assunta  la  malattìa  parve  sensibil- 
mente diminuita,  ed  era  quasi  aflfatto  cessata  il 
dì  d'Ognissanti  (3). 

g.  a.  Lucca  soffrì  ancor  essa  i  flagelli  di  peste 
e  fame  ,  non  però  tanto  gravi  quanto  Firenze  , 
poiché  non  solo  providero  i  lucchesi  ad  alleviare 
la  miseria  e  curare  la  infermità,  ma  vollero  an- 
cora guarentire  le  anime  innocenti  dalla  corrut- 
tela in  che  avrebbero  potuto  cadere,  poste  come 
erano  nel  maggiore  stato  di  necessità,  col  racco- 
gliere in  Lucca  e  da  tutto  il  dominio  le  ragazze 
da  marito  o  miserabili,  o  rimaste  orfane,  e  far- 
le alimentare  di  quel  del  pubblico  sotto  gli  occhi 
di  onorate  matrone  in  case  a  ciò  destinate  (4).  I 
pistoiesi,  vedendo  che  un  tal  male  avea  preso  sì 
gran  vigore  tanto  in  città  che  nel  loro  territorio, 
fuggirono  alla  campagna,  e  vi  fecer  baracche  e 
cHpanne  per  esentarsi  da  quel  flagello  ;  ma  sic- 
come giunse  a  penetrar  anche  nei  luoghi  più  so- 
litari e  remoti,  furon  tanti  que'che  morirono,  che 
i  corpi  morti  a  carrette  eran  portati  alla  sepoltura. 

g.  3.  Ad  un  tanto  male  per  la  misera  Pistoia  si 
unì  quello,  che  quattro  cittadini  di  fazione  can- 
celliern  per  vendicarsi  delie  offese  ricevute  dalla 
St.    Tose.  Tom,  i).  15 


l66  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.   1527. 

.  parte  panciatica,  avevano  con  segretezza  tirato 
ai  loro  voleri  quantità  non  poca  di  persone  del 
pistoiese  e  del  bolognese,  e  munite  dVmi  le  ave- 
vano indotte  a  prestarsi  alle»  esecuzione  di  segreti 
trattati^  ma  scoperta  la  trama,!  complici  presi 
e  condotti  a  Firenze  furon  con  pena  pecuniaria 
multati  e  confinati  fuori  del  pistoiese.  Per  tron- 
car questo  germoglio  delle  passate  discordie  pen- 
sò il  Bartolini  giusdicente  della  città  d'esercitare 
una  maniera  di  giustizia  fuori  di  ogni  espettazio- 
ne  rigorosissima  .  Andava  egli  per  la  città  con 
sessanta  persone  armate  per  atterrire  e  punire  i 
tumultuanti,  e  se  a  sorte  incontravasi  con  un 
complice  di  qualche  delitto,  era  da  lui  fatto  im- 
mediatamente impiccare  .  Messe  questa  severa 
giustizia  lanlo  terrore  nelP  animo  dei  pistoiesi, 
che  ciascuno  abbandonando  lo  spirito  dei  tumulti 
divenne  mansueto,  e  così  tornò  la  vera  quiete  fra 
i  cittadini  ed  il  popolo  pistoiese  (5). 

g.  4-  ^^  ^^*^to  infame  e  vituperoso  venne  in 
animo  dVseguire  a  sette  giovani  senesi  del  mon- 
te dei  riformatori,  e  sei  del  monte  del  |>opolo, 
1  quali  senza  altro  motivo  che  quello  di  ruba- 
re ,  fecer  congiura  di  tor  la  vita  e  la  roba  ai 
cittadini  del  monte  dei  nove  della  città  di  Siena, 
ed  essendo  seguiti  da  molti  altri  insolenti  e  da  gran 
numero  di  plebei,  andarono  per  le  case  di  quei 
de'nove  saccheggiando  ed  uccìdendo  chi  vi  si  tro- 
vava. Non  ostante  che  il  magistrato  avesse  fatto 
bandire,  che  nessuno  ardisse  di  mettere  a  sacco 
altre  case  e  di  assassinare,  e  sirestituisse  il  già  ru- 
bato, pure  continuarono  a^predare  e  guastare  nel 


An.    152*3.     DEITEMPI    REPUEB.  CAP.  XLIll.  167 

contado  i  beni  de''cittadini  del  monte  de''nove,  e 
mettendo  a  sacco  i5o  case  de''medesimi  o  d**  al- 
tri monti,  rubarono  gran  robe  e  denari.  In  que- 
sta occasione  credetler  proprio  i  senesi  di  fare 
qualche  mutazione  nel  governo,  per  uniformarsi 
alle  circostanze  occasionate  dalla  peste,  che  allora 
dominava^  per  la  qual  cosa  essendo  difficile  il  ra- 
dunare il  consiglio  in  numero  grande,  ordinarono 
che  soli  i5o  consiglieri  potessero  deliberare  nelle 
occorrenze  che  avvenivano.  Dopo  di  che  i  senesi 
avvisarono  gli  agenti  imperiali  in  Lombardìa,Ge- 
nova  e  Roma  del  successo  di  tal  novità^  gli  mo- 
strarono che  quei  deirordine  de''nove  slati  uccisi, 
ne  avean  data  cagione  per  aver  trattato  di  far 
entrare  una  notte  i  fuorusciti  in  Siena,  e  alte- 
rando il  governo  popolare  far  deviare  quella  cit- 
tà dalla  devozione  dell'imperatore.  Sospettando 
poi  che  l'esercito  della  lega,  ch^era  prossimo  alla 
Toscana,  andasse  contro  di  loro,  pensarono  a  for- 
tificare le  muraglie^  ed  essendosi  assicurati  del 
timpre  che  avevano  d''esser  offesi  dal  papa  e  dai 
fiorentini  ,  deliberaron  di  dare  qualche  gastigo  a 
chi  aveva  offesa  la  repubblica.  In  questo  mede- 
simo tempo  giunse  a  Siena  il  principe  d''Oranges, 
per  evitare  la  peste  ch'aera  grande  in  Roma,  ben- 
chè  fosse  ancora  a  Siena,  ma  non  così  precipi-» 
tosa  (fi). 

g.  5.  Intanto  gli  agenti  imperiali  scrissero  a 
Filippo  Strozzi,  che  se  la  repubblica  fiorentina  si 
unisse  coll'imperalore,  egli  ratificherebbe  ogni 
convenzione,  e  prometterebbe  di  difenderla,  e  si 
contenterebbe;  quando  pure  ella  volesse,  di  star 


l6S  AVVENIMENTI  STORICI  An,    1527, 

neutrale.  Alfonso  Strozzi  però,  fratel  di  Filippo 
e  Tommaso  Soderioi,  ch'erano  potentissimi  nel- 
Tattual  governo,  fecero  tali  opposizioni,  che  non 
solo  si  ricusarono  queste  offerte  ,  ma  fu  fatta 
una  nuova  lega  col  re  di  Francia ,  col  re  d' In- 
ghilterra ,  coi  veneziani ,  e  col  duca  di  Ferrara 
contro  rimperatore,  coli'  obbligo  per  \  fiorentini 
di  dare  quattrocento  fanti  e  quattrocento  cavalli 
per  rimpresa  d'Italia,  tanto  contro  lo  slato  di  Mi- 
lano,che  contro  il  regno  di  Napoli  (7).  Il  papa,  se- 
guitando la  peste  ad  infierire  in  Roma,  ottenne  a 
gran  fatica  di  esser  trasferito  da  Castel  s.  Angio- 
lo a  Belvedere.  Il  re  di  Francia  aveva  mandato 
un  nuovo  esercito  in  Italia  sotto  la  condotta  del 
generale  Lautrech,  il  quale  dopo  espugnata  Pavia, 
s' inoltrò  a  Piacenza  ^  dove  fu  stipulala  la  sud- 
detta lega  contro  Pimperalore.  Riusci  poi  al  papa 
di  fuggire  in  abito  di  mercante,  e  portarsi  ad  Or- 
vieto, dove  andarono  a  trovarlo  i  generali  della 
lega  ed  a  proporgli  vari  partiti  (8). 

g.  6.  In  Firenze  ferveva  sempre  il  maranimo 
contro  il  governo  e  la  casa  de**Medici.  Il  primo 
sentimento,  da  cui  erano  stati  mossi  i  fiorentini 
nel  riordinamento  della  loro  antica  repubblica,era 
stalo  il  desiderio  di  far  concorrere  tutte  le  volon- 
tà e  tutte  le  forze  cosi  alla  difesa  dello  stato,  co- 
me alla  retta  amministrazione  delle  pubbliche 
faccende:  pure  mano  a  mano  che  mercè  della  li- 
bertà faceasi  la  città  più  prospera,  il  traffico,  l'in- 
dustria, le  arti  ed  ancora  il  solo  sentimento  della 
sicurezza  faceyan  sorgere  nella  repubblica  nuovi 
uomini  che  dalla  campagna  venivano  a  porre  la 


^At.  1 528.        DEI  TEMPI  REPUBB.  CIP.  XLIIt.  l()9 

loro  stanza  in  città,  o  che  vi  si  rifuggivano  dagli 
stati  vicini,  o  finalmente  che  venivano  su  dagli 
infimi  ordini  che  prima  erano  del  tutto  ignoti . 
Gli  antichi  cittadini  non  cessarono  mai  d^esser 
gelosi  di  coloro  che  venivano  in  tal  modo  a  divi- 
dere con  essi  le  loro  proprie  prerogative;  e  la  con- 
servazione degli  esclusivi  diritti  alla  sovranità, 
<^he  gli  uni  pretendevano  e  che  gli  altri  non  vo- 
levano ammettere,  era  stala  cagione  di  molte  dis- 
senzioni.  Quando  la  repubblica  venne  di  bel  nuo- 
vo ordinata  nel  1627,  la  massima  di  limitare  il 
diritto  di  cittadinanza  in  coloro  che  lo  avevano 
ricevuto  per  eredità  dai  loro  antenati,  fu  ricono- 
sciuta da  tutte  le  parti.  Non  furon  tenuti  in  con- 
to di  cittadini  fiorentini,  se  non  coloro  i  quali 
potevan  provare  che  i  loro  antenati  erano  stati 
ammessi  ai  tre  maggiori  uffìzi,  della  signorìa,  del 
collegio  e  dei  buon^uomini.  E  non  si  tenne  per 
buona  quesl^ammìssione  s''^ella  era  slata  accor- 
data dal  governo  de' Medici  dal  i5ia  al  1627, 
perchè  si  diceva,  che  in  questo  spazio  di  tempo 
molti  uomini  nuovi  avevano  ottenuto  di  sedere 
nel  collegio  col  danaro,  e  che  ninno  era  stalo 
dichiarato  abile  agli  uffici  per  mezzo  dello  squit- 
tinio  di  un  libero  magistrato  (9\  Per  tal  modo  in 
nome  delParistocrazìa  e  della  libertà  i  fiorentini 
rigorosamente  escludevano  dagli  uffici  pubblici 
tutti  coloro  che  non  appartenevano  alla  poco  nu- 
merosa classe  dei  discendenti  di  chi  aveva  an- 
ticamente ottenuta  una  carica.  Eff'ettivamente 
gli  abitanti  del  territorio  fiorentino  non  aveaii 
parte  alcuna  alla  sovranità,  riservala  ai  soli  cit- 


1^0  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1528. 

f  adlni  della  capitale.  Tra  questi  ancora  non  tene- 
vasi  verun  conto  di  coloro  che  non  sopportavano 
le  pubbliche  gravezze  o  imposte  direttCjeche  ve- 
nivano additati  col  nome  di  non  sopportanti.  Ri- 
spetto a  coloro  che  trovavansi  inscritti  nel  libro 
del  comune,  e  che  pagavano  la  decima,  quando 
toccavano  Tetà  di  veutiquatlr"' anni,  prima  della 
quale  non  potevano  entrare  nel  gran  consiglio, 
essi  dovevano  provare  che  il  nome  del  loro  pa- 
dre e  delfavo  loro  era  stato  posto  nelle  borse, 
dalle  quali  si  traevano  a  sorte  coloro  che  sedeva- 
no nei  tre  supremi  magistrati,  ed  in  appresso 
dovevan essere  approvati  dalla  signoria  a  scrutinio 
segreto  5  lo  che  loro  dava  il  grado  di  statuali, 
o  sia  di  cittadini  attivi.  Tutti  i  cittadini  erano 
finalmente  divisi  nelle  quattordici  arti  minori  e 
nelle  sette  maggiori.  Le  arti  minori  avevano  avu- 
to per  parte  loro  il  quarto  degli  onori  pubblici, 
e  le  arti  maggiori  i  tre  quarti.  Ma  questa  divisio- 
ne che  sembra  disuguale,  era  favorevole  alle  arti 
minori.  Più  non  restava  che  un  piccol  numero 
di  antichi  cittadini  immatricolati  nelle  arti  mi- 
nori^ e  se  fossero  stati  tenuti  a  pari  degli  altri, 
non  avrebbero  ottenuto  quel  quarto  dei  pubbli- 
ci uffici  che  veniva  loro  conceduto  (io). 

g.  7.  Sebbene  la  popolazione  dello  stato  fio- 
rentino fosse  di  poco  minore  d'un  milione,  non 
vedevansi  giammai  sedere  nel  gran  consiglio  più 
di  aSoo  cittadini  \  la  quale  assemblea  propria- 
mente non  rappresentava  il  rimanente  della  na- 
zione^  ella  era  piuttosto  sovrana  di  proprio  di- 
rittOj  che  investita  della  sovranità  a  nome  del 


'^«.1528.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLlil.  I7I 

popolo  ^  ad  Ogni  modo  bastava  che  la  suprema 
autorità  venisse  esercitata  da  un  consiglio  cosi 
numeroso,  perchè  Tintiera  nazione  si  tenesse  del- 
le di  lui  deliberazioni,  e  perchè  i  fiorentini  go- 
dessero i  vantaggi  del  governo  popolare. i>Ia  tutti  i 
membri  del  gran  consiglio  non  avevano  egual- 
mente cara  questa  popolarità.  Erano  in  questo 
consiglio  due  principali  fazioni:  capo  della  prima, 
o  sia  di  quella  dei  magnati,  era  il  gonfaloniere 
Capponi.  Questi  uomini  superbi,  a  cagione  delle 
immense  loro  ricchezze,  del  fasto  onde  si  vede- 
vano circondali  nei  loro  palazzi,  delle  eminenti 
cariche  ottenute  nella  chiesa,  dei  cappelli  cardi- 
nalizi, vescovadi  e  governi  di  provincie  ond''eiano 
insigniti  i  loro  figliuoli  o  fratelli,  sdegnavano  d  i 
tenere  in  conto  di  loro  pari  gli  altri  cittadini  fio- 
rentini, e  si  studiavano  di  ridurre  la  repubblica 
alla  forma  oligarchica  di  Venezia,  fin'allora  og- 
getto della  universale  ammirazione.  Capo  della  fa- 
zione popolare  opposta  a  quella  dei  magnati  era 
Baldassarre  Carducci  ,  dottore  di  legge,  uomo  di 
grandissima  reputazione,  il  quale  esiliato  già  dai 
Medici,  aveva  per  alcun  tempo  posto  sede  in  Pa- 
dova, ovverà  stato  arrestato  per  ordine  di  Cle- 
mente VII  .  Malgrado  la  di  lui  mollo  avanzata 
età  il  Carducci  era  per  anco  assai  riguardato  dai 
cittadini  non  meno  per  l'impetuosa  indole  e  pel 
suo  odio  verso  il  Capponi  e  verso  tutti  i  grandi, 
che  pel  suo  ingegno (ii). 

g.  8.  Primeggiava  nello  stesso  partito  Dante 
da  Castiglione,  il  quale,  più  nemico  de/Medici 
che  delParistocrazìa,  sforzavasi  d'aprire  tra  di  lo- 


17^  AVVENIMENTI  STORICI  i^rt.   1528. 

ro  e  la  sua  patria  per  cosi  dire  una  si  larga  vora- 
giiie,che  in  verun  tempo  non  si  potesse  più  chiu- 
dere. Un  giorno  con  un  branco  d''uomini  masche- 
rati, i  quali  furono  riconosciuti,egli  entrò  a  forza 
nella  chiesa  della  Nunziata,  e  vi  atterrò  co'  suoi 
compagni  le  statue  di  Lorenzo,  di  Giuliano  e  di 
Clemente  VII.  Questi  forsennati  spezzate  oltrag- 
giosamente quelle  statue,  recaronsi  ad  infrangere 
gli  stemmi  dei  Medici  nelle  chiese  di  s.  Lorenzo, 
ài  s.  Marco  e  di  s.  Gallo,edifizi  eretti  o  restaurati 
da  quella  famiglia.  Essi  tenevano  questi  emblemi 
per  monumenti  della  servitù  che  volevan  far  di- 
menticare :  disprezzavano  la  politica  di  Niccolò 
Capponi,  il  qual  temeva  di  offendere  troppo  Cle- 
mete  VII^  e  sebbene  fossero  slati  conosciuti,  il 
governo  non  ardì  di  punirli  di  quel  grave  trascor- 
s  o  (la).  Niccolò  Capponi  era  sinceramente  devo- 
to alla  libertà,  ma  la  dolcezza  dell'indole  accop- 
piata a  poca  fermezza  d'animo,  lo  induceva  ad 
aver  del  riguardi  pel  papa  e  pei  cittadinì^h'erano 
stati  potenti  sotto  il  governo  mediceo,  quali  era- 
no Francesco  Guicciardini,  Francesco  Vettori  e 
Matteo  Strozzi:  egli  avrebbe  voluto  che  la  repub- 
blica, liberatasi  dal  loro  giogo,  non  lasciasse  per 
questo  di  rispettarli,  onde  non  provocare  il  loro 
risentimento^e  così  aveva  ingrossato  il  suo  partito 
con  tutti  coloro  che  segretamente  parteggiavano 
pei  Medici,  o  che  temevano  le  vendette  del  pò- 
polo. 

g.  9.  Contava  pure  il  Capponi  tra  i  suoi  ade- 
renti un'altra  fazione  di  cittadini,  che  nulla  ave- 
\an  che  fare    coi  precedenti^  eran  costoro  gli  an- 


Jn.i  528.        DEI  TEMPI  BEPUBB.  GAP.  XLIIl.  1  y3 

tichi  piagnoni,  o  seguaci  di  Girolamo  Savonarola. 
Il  Capponi  era  stato  egli  pure  discepolo  di  quel 
frate.^  e  non  avea  mai  trasandate  le  soverchie  sue 
pratiche  di  devozione,  nemmeno  sotto  il  prece- 
dente governo  poco  favorevole  ai  colli  torti.  I 
partigiani  che  dìceY ansi  palleschi o  bigi,  a\e\ ano 
apertamente  per  lungo  tempo  odiati  i  fautori  del 
Savonarola,  cui  chiamavano  piagnoni  ed  ipocriti^ 
ma  il  comune  interesse  li  riunì  sotto  le  insegne 
del  Capponi, ove  strìnsero  in  breve  apertamente  la 
segreta  alleanza,  che  suole  unire  gli  uni  agli  allri, 
i  partigiani  del  dispotismo,  quei  deirariàtocrazia 
e  quelli  della  superstizione.il  Capponi  in  una  del- 
le prime  tornate  del  gran  consìglio,  che  fu  il  dì 
nove  febbraio  delP  anno  i5a8,  si  fece  a  parla- 
re dei  gastighi  di  Dio  e  della  di  lui  misericordia^ 
e  tanto  si  commosse  dell'animo  in  tal  circostanza, 
che  tenne  arringando  quasi  i  termini  medesimi 
adoprati  già  dal  padre  Savonarola  in  pulpito  ,  e 
terminò  la  sua  allocuzione  gettandosi  in  ginoc- 
chioni ed  implorando  ad  alta  voce  la  divina  mi- 
sericordia. Il  consiglio,  strascinato  dal  suo  esem- 
pio, cadde  unanimemente  in  ginocchio  gridando 
misericordia-^  decretò  quindi  secondo  la  propo- 
sta fatta  dal  Capponi. che  Cristo  sarebbe  dichiaralo 
perpetuo  re  di  Firenze,  e  fece  collocare  alla  porta 
principale  del  palazzo  pubblico  una  iscrizione 
che  attestava  questa  nomina.  Ma  quei  medesimi 
che  si  erano  opposti  al  Capponi  nelle  sue  divote 
estasi,  per  timore  di  cadere  in  sospetto  d'empietà, 
lo  berteggiavano  in  appresso  per  la  città  e  Tao- 
cusavano  d'ipocrisìa  ^i3). 


lyf^  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.    1528. 

g.  IO.  Malgrado  che  lutti  gli  amici  più  ardenti 
della  libertà  si  fossero  alienati  dal  Capponi,  il  io 
giugno  del  iSaS,  egli  fu  confermato  per  la  secon- 
da volta  nella  carica  di  gonfaloniere,  e  tale  elezione 
riuscì  gradita  airuni  versale,  conciossiachè  il  popo- 
lo pregiava  la  moderazione,  il  disinleresse  e  lo 
amore  pel  bene  pubblico  mostrati  dal  gonfalo- 
niere (i4).  In  tempo  della  sua  amministrazione 
egli  avea  procurato  riformare  i  tre  più  importanti 
rami  del  governo.  Tamministrazione  della  giusti- 
zia, quella  delle  finanze  e  della  guerra,  ed  aveva 
se  non  allro  ottenuto  di  rendere  più  tollerabili 
alcuni  ordinamenti  assai  viziosi.Sapeasi,  per  lunga 
esperienza  che  i  delitti  politici  non  erano  mai  in 
Firenze  giudicati  imparzialoiente^  e  sebbene  la 
congnizione  di  questi  delitti  fosse  stata  attribui- 
ta ora  al  tribunale  del  potestà,  ora  alla  signorìa, 
ora  agli  otto  di  balia,  ed  ora  al  gran  consiglio,  le 
sentenze  non  erano  state  mai  altro  che  il  trionfo 
del  partito  predominante.  In  giugno  fu  vinta  una 
legge,  per  cui  davasi  l'appellagione  da  qualsivo- 
glia sentenza  in  materia  di  delitti  politici  e  mi- 
litari ad  un  nuovo  tribunale  detto  la  guarani 
zia.  Doveva  quel  tribunale  comporsi  di  quaranta 
membri,  estratti  a  sorte  per  ogni  casa  particola- 
re dal  consiglio  degli  ottanta  ,  colla  qual  ma- 
niera di  formazione  si  ottenne  il  vantaggio  d'aver 
giudici  in  origine  nominati  dal  popolo,  e  preven- 
tivamente non  conosciuti  dai  delinquenti.  La  leg- 
ge che  stabiliva  la  guaranzia,  assicurava  ad  un 
tempo  la  pronta  decisione  delle  cause  portate  a 
di  lei  cognizione  (x5).  ^^uviit^ji^i'b-  ì.ìi)ì)ILZì^j 


^/I.    Ì528.      DEI  TEMPI  REPUBB.  cip.  XLITI.  1  yB 

§.  II.  La  maniera  di  partire  le  imposte  era 
stata  ad  ogni  tempo  quasi  affatto  arbitraria  ,  ed 
era  forse  impossibile  Tevitare  tale  inconvenien- 
te in  una  repubblica  raercatantesca,  dove  l'ag- 
gravio maggiore  doveva  cadere  sul  fruttato  del 
traffico  ,  e  dove  ogni  dichiarazione  del  proprio 
slato  di  fortuna,  nuocendo  al  credito  dei  merca- 
tanti, non  poteva  non  riuscire  odiosa.  L'imposta 
prediale  si  dipartiva  a  seconda  di  un  catasto  fat- 
to con  grandissima  diligenza:  le  imposte  indirette 
sono  di  loro  natura  apparentemente  volontarie,  e 
non  alterano  punto  ia  libertà,  ma  Tiraposta  diretta 
sopra  gli  averi  mobili  o  sopra  gli  sconosciuti  lucri 
del  traffico,  era  ia  più  difficile  a  ripartirsi,  e  veniva 
soltanto  riscossa  in  caso  di  urgenti  bisogni  e  di 
straordinarie  sovvenzioni.  Or  questo  fu  il  modo 
allora  stabilito  per  la  ripartizione  di  tali  imposte. 
Il  gran  consiglio  dopo  di  aver  determinata  la  som- 
ma da  levarsi  in  questo  modo,  eleggeva  venti  cit- 
tadini, cui  dava  il  carico  di  ripartire  la  somma 
prefissa  fra  tutti  i  contribuenti.  Prefiggeva  loro 
sotto  severe  pene  il  termine  entro  il  quale  do- 
vevan  compire  ia  loro  operazione,  e  stabiliva  un 
minimum  ad  maximum  per  cadauna  tassagione. 
Questi  commissari  facevano  l'opera  loro  ognuno 
da  sèj  ed  in  appresso  rimettevano  ai  monaci  di 
qualche  convento,  designala  con  pubblico  decre- 
to, la  tassagione  dei  contribuenti  fatta  da  ognu- 
no ad  arbitrio.  I  monaci  per  determinare  la  tassa 
di  un  cittadino,  raccoglievano  le  venti  tasse  dei 
commissari  a  di  lui  riguardo,  e  scartate  le  sei  più 
alte  e  le  sei  più  basse,  siccome  quelle  che    potè- 


1^6  AVVENIMENTI  STOniOl  ^/i.    1528* 

vano  esser  stale  suggerite  dalPodio  o  dal  favore, 
addizion:ivauo  poscia  le  otto  mezzane,  e  divide- 
van  la  somma  per  otto,  il  cui  quoto  era  la  tassa 
da  risquotersi.  Questi  monaci  erano  obbligati  con 
giuramento  ad  osservare  il  segreto  intorno  a  tutto 
questo  lavoro,  e  dopo  averlo  ultimato  bruciavano 
tutte  le  carte  loro  rimesse  (i6). 

g.  la.  La  terza  riformagione  recata  dal  nuovo 
governo  nelle  leggi  di  Firenze,  tendeva  ad  ag- 
guerrire alquanto  la  repubblica,  e  questa  riforma- 
gione era  meno  che  le  altre  opera  del  gonfalo- 
niere. Niccolò  Capponi,  fosse  per  pacatezza  d**  ani- 
mo o  per  avanzata  età,  o  fosse  per  economìa,  e- 
rasi  opposto  alT  accrescimento  delle  fortificazio- 
ni di  Firenze,  ed  avea  tentato  d''impedire  che  si 
adottasse  il  dispendioso  progetto,  cui  s'era  ap- 
pigliato Clemente  VII  quand''era  tuttavìa  cardi- 
nale. Soleva  frequentemente  il  Capponi  ripetere 
che  una  piccola  armata  non  sarebbe  in  istato  di 
prender  Firenze,  e  che  un  grosso  esercito  non 
potrebbe  tanto  tempo  mantenersi  nella  campa- 
gna fiorentina  per  intraprendere  P  assedio  della 
capitale  (17).  Manon  potette  abbastanza  resistere 
alPardore  marziale,  da  cui  era  in  allora  invasa  la 
nazione.  Una  squadra  di  3oo  giovani  d'  illustri 
natali  si  era  volontariamente  arruolata  per  far  la 
guardia  al  palazzo;  ella  era  composta  dei  più  fer- 
vidi partigiani  della  libertà,  e  perciò  il  Capponi 
le  si  rendette  in  breve  sospetto  a  cagione  de"'suoi 
riguardi  verso  i  Medici.  Il  gonfaloniere  eh'  erasi 
lungamente  opposto  ali*  armamento  del  popolo 
fiorentino,  fu  tratto  alla  fine  a  farne  egli  mede- 


jén,i  528.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIII.  I  yj 

Simo  la  proposta  onde  procurarsi  un  sostegno 
contro  la  guardia  del  palazzo.  Tal  proposta  fu 
vinta  per  legge  il  6  novembre  del  1628  (18).  A 
questo  proposito  fu  scritto  da  qualche  autore  , 
che  il  Capponi ,  per  non  esacerbare  con  misure 
troppo  violenti  il  pontefice,  teneva  una  segreta 
corrispondenza  in  Roma  con  Iacopo  Salvia  ti  per 
mezzo  di  Giachinotto  Serragli.  A-veva  appunto 
ricevuta  una  lettera,  in  cui  benché  si  dicesse  che 
il  papa  amava  la  libertà  di  Firenze,  nondimeno 
v''erano  delle  espressioni  atte  a  generare  del  so- 
spetto, giacché  s''invitava  il  gonfaloniere  a  manda- 
re il  suo  figlio  Pietro  in  qualche  luogo  fuori  dello 
stalo  presso  Roma  per  trattare  a  voce  ciò  che 
fosse  d'uopo  d'operare.  Questa  lettera  caduta  di 
tasca  al  gonfaloniere  per  negligenza  imperdona- 
bile, venne  in  mano  d'uno  de'suoi  nemici  fra  i 
signori.  Iacopo  Gherardi,  il  quale  concertò  su 
quel  foglio  la  rovina  ed  anche  la  morte  del  Cap- 
poni ,  comunicatala  ai  compagni  ,  in  specie  ai 
nemici  di  quello,  fattene  delle  copie  e  sparse  ar- 
tificiosamente per  la  città. chiamali  in  palazzo  de- 
gli armali,  e  datane  la  custodia  ai  nemici  del  gon- 
faloniere, si  cercò  con  precipitato  giudizio  di  farlo 
morire.  Fu  salvato  da  quei  membri  del  magislrd- 
to,  che  ne  conoscevano  a  pieno  la  bontà  e  retti- 
tudine delle  intenzioni:  si  vinse  però  subito  il 
parlilo  di  cassarlo,ed  in  suo  luogo  fu  eletto  P'ran- 
tesco  Carducci.  Citato  poscia  il  deposto  gonfalo- 
niere davanti  ai  giudici  a  dar  conto  della  lette- 
ra, pailò  con  tanta  gravità  e  sicurezza,  e  nìoìtro 
apeilamente  il  line  per  cui  teneva  quel  carleggiu 
Si,  Tose.  Tom.  9.  10 


1^8  AVVESiaiENTl  STORICI  ^M.    1528. 

che  fu  pienamente  assoluto^  e  dovendo  il  di  ap- 
presso tornarsene  privato  a  casa,fu  accompagnalo 
da  quasi  tutti  i  primari  cittadini  e  dal  popolo,  che 
all'escire  di  palazzo  gli  si  fece  incontro,  ed  ivi  vi- 
sitato dagli  ambasciatori  esteri  (19). 

g.  i3.  La  guardia  urbana  doveva  esser  forma- 
ta di  4000  cittadini  delPetà  dai  18  ai  4^  anni, 
tutti  di  famiglie  che  avessero  dritto  di  sedere  nel 
gran  consiglio.  Dividevasi  questa  guardia  in  16 
compagnie  sotto  gli  ordini  dei  sedici  gonfalonie- 
ri, che  formavano  il  collegio  della  signoria.  Ella 
dette  il  giuramento  di  fedeltà  alla  repubblica  fra 
le  grida  di  esultanza  del  popolo  inorgoglito  per  le 
nuovamente  ricevute  armi,  e  riconobbe  per  suo 
capitano  Stefano  Colonna  di  Palestrina  che  fu  in- 
caricato d^ordinarla.  La  magnificenza  degli  abiti  e 
degli  arredi  le  ispirava  una  confidenza  in  sé  me- 
desima affatto  nuova  pei  fiorentini.  Finalmente 
dopo  la  di  lei  creazione  il  consiglio  prese  la  riso- 
luzione, contro  la  sentenza  del  deposto  gonfalo- 
niere, di  terminare  le  fortificazioni  di  Firenze^ 
ma  perchè  fosse  bastante  minor  numero  di  gen- 
te a  custodirle,  ne  fu  ristretto  il  circuito.  IVIiche- 
langiolo  Buonarroti  (a)  non  isdegnò  di  farne  il 
disegno ,  poich''ebbe  consultati  parecchi  esperti 
guerrieri^  e  l'eccellente  artefice  consacrò  il  suo 
ingegno  alla  prima  delle  arti,  eh' è  V  arte  della 
difesa  della  patria (20). 

g.  i4-  Or  mentre  che  la  repubblica  apparec- 
chivasi  con  tanto  ardore  a  difendere  la  sua  libertà, 

(a)  Ved.   tuv.  CHI,  N.:-    ,  i- 


^/2.1528.         DEI  TEMPI  REPUBB.    C4P.  XLIIl.  I79 

per  una  singoiar  circostanza  ella  si  trovava  applica- 
ta in  una  stessa  lega  con  quel  principe  medesimo, 
cui  doveva  più  d'ogni  altro  temere.  li  principale 
scopo  della  di  lei  alleanza  coi  re  di  Francia  e  di 
Inghilterra  e  colla  repubblica  di  Venezia,  era  di 
costringere  Carlo  V  a  riporre  in  libertà  Clemen- 
te Vn^  e  non  per  tanto  Clemente  VII  era  quel 
d'*esso  che  la  repubblica  fiorentina  doveva  più  d^o- 
gni  altro  temere.  Fin  dal  principio  della  rivolu- 
zione, nel  1627,  i  fiorentini  avrebber  potuto  ac- 
costarsi alPalleanza  dell'imperatore,  che  in  allora 
teneva  prigione  il  papa  loro  nemico,  e  che  tanto 
accanimento  mostrava  contro  la  casa  de'  Medici; 
ma  essi  nodrivano  in  verso  ai  francesi  la  più  te- 
nera affezione:  perciocché  paragonando  quella  na- 
zione coi  tedeschi,  cogli  spagnuoli,  cogli  svizze- 
ri ,  che  tanto  tempo  avean  guerreggiato  in  Ita- 
lia, l'avevano  costantemente  trovata  più  umana, 
leale  e  generosa  .  Invano  il  Machiavelli,  il  Guic- 
ciardini, il  Vettori,  il  Capponi  e  gli  altri  loro  po- 
litici avean  detto  sempre  che  non  doveasi  con- 
fondere la  nazione  coi  reggitori  di  essa^  che  quan- 
to i  francesi  erano  ,  generalmente  parlando  ,' 
valorosi  e  fedeli,  altrettanto  il  loro  governo  frau- 
dava impudentemente  la  data  fede,  come  V  ave- 
vano i  fiorentini  medesimi  sperimentato  nella 
guerra  di  Pisa ,  in  quella  della  lega  di  Cambrai  e 
nelle  negoziazioni  colla  Spagna.  I  modi  e  la  fa- 
vella cavalleresca  di  Francesco  I  rendevano  inu- 
tili tutti  questi  avvertimenti.  I  fiorentini  avevano 
in  lui  tutta  riposta  la  loro  fiducia  (21)^  eransi  pri- 
vati del    necessario  per  pagargli  sussidi  e   per 


l8o  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1528. 

portare  al  numero  la  di  lui  armata  a  Napoli,  men- 
tre eh'' essi  medesimi  trovavansi  oppressi  dalla 
peste  e  dalla  fame.  Le  loro  bande  nere,  che  aveva- 
no mandate  a  Napoli,  erano  state  lungo  tempo  il 
nerbo  delle  di  lui  armate,  ed  erano  andate  aflatto 
disperse  trovandosi  al  di  lui  servigio.  Quando  i 
fiorentini  seppero  il  disastro  del  Laulrech  sotto 
Napoli,  ed  in  appresso  la  rivoluzione  di  Grenova, 
estremi  furono  e  il  dolore  e  lo  spavento  loro. 
Pure  risguardavano  come  cosa  impossibile  che 
un  eroe,  pel  quale  avevano  ogni  loro  cosa  sacrifi- 
cata, gli  abbandonasse:  ma  Tavveniraento  dimo- 
strò poscia  che  il  Machiavelli  ,  il  Capponi,  e  lo 
Alamanni  avevano  conosciuto  il  re  assai  meglio 
che  non  avean  saputo  conoscerlo  i  loro  concit- 
tadini (aa). 

g.  i5 .  Luigi  Alamanni  era  amico  di  Andrea 
Doria^  lieto  era  che  si  fosse  stabilito  in  Genova 
un  governo  libero,  ed  essendo  stato  proscritto 
per  aver  congiurato  contro  Clemente  VII,  allora 
cardinale  dei  Medici,  non  doveva  cadere  in  so- 
spetto di  parzialità  per  questo  pontefice.  Andrea 
Doria  fervidamente  desiderava  ancor  esso  la  li- 
bertà fiorentina^  forte  paventava  perla  sua  pa- 
tria la  gelosìa  degli  stali  dispotici,  e  prevedeva 
tutti  i  pericoli  che  correva  la  città  di  Genova,  se 
sopravviveva  quasi  sola  all'eccidio  delle  repubbli- 
che italiane.  Fece  per  ciò  sapere  alP  Alamanni 
quanto  fosse  poco  da  sperare  chei  francesi  rima- 
nessero vittoriosi,  e  quanto  rischio  corressero  in 
particolare  i  fiorentini  di  essere  da  Francesco  I 
abbandonati  nelle  prime  traUalive  di  pace^  Tav- 


-^n.l528.  DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIIl.  l8l 

TÌsò  confidenlemente  che  Clemente  VII  consen- 
tiva a  rappacificarsi  coir  imperatore,  purché  gli 
cedesse  in  compenso  Firenze,  e  che  Carlo  V  per 
consentire  a  quel  paltò  non  altro  aspettava  che 
di  vedere  se  i  fiorentini  fossero  per  fargli  qualche 
offerta.  Luigi  Alamanni  venne ,  a  conseguenza  di 
queste  pratiche,  spedito  dalla  signorìa  a  Barcel- 
lona. Tornò  in  breve  per  dire  alla  signoria,  che 
s''ella  voleva  impedire  la  conclusione  del  trattato 
col  papa,  non  aveva  un  solo  istante  da  perdere  ^ 
che  ad  ogni  modo  Andrea  Doria ,  valendosi  del 
favore  che  godeva  altissimo  presso  l'imperatore, 
prometteva  ancora  di  far  guarentire  la  libertà  e 
la  sicurezza  della  repubblica,  purché  prontamente 
ella  trattasse.  In  tale  occasione  si  tennero  molte 
consulte  segrete,  sì  dei  magistrati  in  carica,  come 
degli  uomini  di  stato,  che  non  tenevano  allora 
ufficio  alcuno;  alPultimoil  gonfaloniere  assogget- 
tò cotale  deliberazione  alla  signoria,  ai  dieci  della 
guerra,  ed  al  consiglio,  che  si  chiamava  la  pratica 
segreta,  di  cui  il  gonfaloniere  eleggeva  i  membri 
per  tenergli  luogo  di  consiglieri.  Anton  France- 
sco Albizi  espose  i  vantaggi  della  riconciliazione 
coll'imperatore  in  uno  scritto,  la  di  cui  lettura  fu 
ascoltata  di  contro  genio.  Tommaso  Soderini  , 
rispondendogli,  venne  a  capo  di  ridestare  Tantico 
amore  dei  fiorentini  verso  la  Francia,  e  tutti  a  sé 
trasse  i  suffragi ,  dimodoché  le  trattative  si  rup- 
pero, e  lo  stesso  \lamanni  credette  es3ier{irudente 
cosa  Tallontanarsi  (2.3).  ^  si  fori  ^\mt*)if 

g.    i6.  È  necessario  il  premettere,  ch«  Lau- 

16* 


l8a  AVTENIMENTI  STORICI  ^«.1528. 

trech  giunto  a  Bologna  domandò  ai  fiorentini  il 
passo,  denari  e  rinforzo  .  Fu  persuaso  a  motivo 
della  peste  che  ancora  serpeggiava,di  non  passare 
per  la  Toscana,  e  le  celebri  bande  nere  coman- 
date da  Orazio  Baglione,  Io  raggiunsero  a  Lucca. 
Lautrech  s'impossessò  sul  principio  di  una  gran 
parte  del  regno  di  Napoli,  e  mentre  si  mosse  da 
Roma,  il  principe  d''Oranges  con  i3ooo  uomini, 
che  formavano  il  terzo  delPesercito  nemico,  ed  il 
viceré  si  ritirarono.Laulrechposerassedio  a  Napoli: 
quella  città  penuriava:  comparve  una  flotta  carica 
di  viveri,  ma  Andrea  Doria  bloccava  il  porto.  Fu- 
rono rinforzate  le  due  flotte  dalle  armate  di  ter- 
ra :  vi  salì  anche  il  viceré,  ma  vi  rimase  morto,  e 
il  marchese  del  Vasto  con  due  prigionieri  della  ca- 
sa Colonna:  due  sole  navi  sfuggirono  al  Doria, 
onde  Napoli  era  perduto;  ma  lo  salvò  Pindiscre- 
tezza  dei  generali  francesi  contro  al  Doria  .  In- 
tanto dalle  maniere  dure  ed  impolitiche  con  cui 
Iraltavan  lui  e  la  sua  patria,  oltre  alle  pubbliche, 
vide  anche  aggiungere  delle  private  offese .  Egli 
rese  orgoglio  per  orgoglio,  ed  essi  fecero  tanto, 
che  ponendolo  in  sospetto  al  re  Lodovico,  ebber 
l'ordine  di  arrestarlo.  Il  marchese  del  Vasto  suo 
prigioniero  informato  di  tali  andamenti,  procurò  di 
fargli  prendere  il  partito  di  Carlo.  Scoperto  l'ordi- 
ne dell'arresto,  accettò  Tinvito  del  marchese  del 
Vasto, e  rimandando  le  commissioni  e  l'ordine  di 
s.  Michele  al  re  Francesco,  passò  al  servizio  im- 
periale colle  sue  navi,  colle  quali  portò  a  Napoli 
il  soccorso  di  cui  abbisognava .  La  mancanza  di 


^ 


w^/l.1528.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIII.  l83 

denaro  e  la  peste  posero  rannata  nella  impossi- 
bilità di  continuare,  e  dopo  la  morte  dello  stesso 
Lautrech  fu  costretta  dal  principe  d'Oranges  ad 
abbassare  le  armi  e  fu  rimandata  in  Francia  (24). 
g.  17.  Sospettarono  in  questo  tempo  i  senesi 
che  i  provvedimenti  ostili  presi  dal  papa  fosser 
per  assalire  la  loro  repubblica.  Era  in  quella  oc- 
casione colonnello  del  pontefice  Pirro  da  Castello 
di  Piero,  detto  Pirro  Colonna,  che  pretendendo 
d"*aver  qualche  azione  contro  ai  senesi  a  requisi- 
zione di  Clemente  "VII ,  che  sommamente  desi- 
derava di  rivoltare  il  governo  della  repubblica  di 
Siena  in  persone  che  dependessero  in  tutto  da 
lui ,  per  potere  con  quel  mezzo  più  facilmente 
perturbar  le  cose  di  Firenze,  prese  con  ottocento 
fanti  la  città  di  Chiusi  con  intendimento  di  alcu- 
ni del  paese  medesimo.  Ma  avendo  T  oratore  del 
re  di  Francia,  persuaso  dai  fiorentini,  procurato 
col  pontefice  che  il  movimento  di  Chiusi  avesse 
termine,  fu  facile  ad  ottenerlo,  giacché  Pirro  si 
accordò,  pigliando  duemila  scudi  dalla  repubblica^ 
a  lasciar  Chiusi,  e  con  lui  partirono  quei  che  se- 
co avean  fatto  il  trattato  (aS). 


WOTE 


(1)  Varchi,  Stor.  fior.  voL  11,  lib.  vii,  p.  203-215, 
e  Segni,  Stor.  fior.  lib.  i,  p.  19.  (2)  Varchi  cit.  p. 
212.  (3)  Nardi  ,   Storie  fiorentine,  lib.  vinj,  p.  339, 


1  84  AVVENIMENTI  STORICI 

ap.  Sisinondi,  Storia  delle  repubbliche  ital.  voi.  xv, 
cap.  cxx  ,  p.  338.  (4)  IVIazzarosa  ,  Storia  di  Lucca  _, 
voi.  Il,  lib.  VI,  p.  53.  (5)  Fioravanti,  Memorie  sto- 
piche  di  Pistoia,  cap.  xxx  .  (6)  Malavolti  ,  Storia  di 
Siena,  part.  ni  ,  lib.  vili,  pag.  134  .  (7)  Ciccìapor- 
ci, Compendio  della  storia  fiorentina,  lib.  i,  pag.  87. 
(8)  Guidetti,  Compendio  della  slor.  di  Toscana,  voi.  i, 
cap.  xvii.  (9)  Cambi,  Stor.  fior.  voi.  xxii  ,  pag.  1. 
(10)  Iacopo  Nardi^  Stor.  Cor.  lib.  viii  ,  p.  336,  ap. 
Sismondi  cit.  voi.  xv,  cap.  cxx  ,  p.  333.  (11)  Var- 
chi, Segni  e  Nerli^  ap.  Sismondi  cit.  p.  334.  (12)  Se- 
gni cit.  lib.  I,  p.  19.  (13)  Varchi,  Nardi,  Nerli^  Se- 
gni  e  Cambi  ,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  pag.  339. 
(14)  Varchi  cit.  lib.  vi,  p.  133.  (15)  Varchi^  Nardi 
e  Segni,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  cap.  cxx,  p.340. 

(16)  Comment.  di  Filippo  Nerli,  lib.  viii,  pag.  165. 

(17)  Iacopo  Nardi  cit.  HI»,  vili,  p,  188.  (18)  Varchi 
e  Segni,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xv,  cap.  cxx  ,  pag. 
342.  (19)  Pignotti,  Storia  della  Toscana  sino  al  prin- 
cipato, voi.  IX,  lib.  V,  cap.  VII.  (20)  Iacopo  Nardi 
cit.  lib.  vili,  p.  337,  338.  (21)  Segni,  Varchi  e  Nar- 
di, ap.  Sismondi  cit.  p.  344  .  (22)  Sismondi  cit.  p. 
344.  (23)  Segni  cit.  lib.  ii,  p.  52,  56  ap.  Sismondi 
cit.  voi.  XV,  cap.  cxx^  p.  346.(24)  Guidotti  cit.  voi. 
I,   cap.  XVII.  (25)  Mala  Volli  cit.  par.  iii,  p.   135. 


;0--t     -  ihlHYi 


DEI  TEMPI  REPUBBLICANI.  l85 

. ^ 


(Q^IPUSDILD    SIMT. 


•0— 


jdn  .   1528  di  G.  Cr.  'uè 

§.  I.  J.1  iente  più  si  «lesiderava  da  tutti  gli  stali 
d''Italia  della  pace,  che  la  stanchezza  delle  poten- 
ze belligeranti,  la  varia  fortuna  degli  eventi  pas- 
sali e  Tincertezza  dei  futuri  facevano  sperare.  La 
sospiravano  i  fiorentini  come  tulle  le  [liccole  po- 
tenze.che  agevohnente  possono  essere  schiacciale, 
ignorando  che  una  delle  condizioni  della  futura 
pare  esser  dovea  la  rovina  della  loro  repubblica. 
Papa  Clemente  dopo  tante  triste  vicende,  dopo 
esser  scampalo  da  una  fiera  malattìa,  nel  tempo 
della  quale  avea  creato  cardinale  Ippolito  de'Me- 
dici,  voltosi  di  nuovo  agli  all'ari,  vedendo  declina- 
re la  fortuna  dei  francesi  in  Italia,  cercò  d'unirsi 
con  cesare.  Ottenne  in  questo  trattato  tanti  van- 
taggi, che  parve  alfimperatore  quasi  doversi  ver- 
gognare che  dalle  sue  armi  il  papa  avesse  ricevuti 
tanti  danni  ed  affronti,  e  volesse  farne  [)oi  onore- 
vole ammenda:  si  conclusela  lega  in  Barcellona. 


l86  AVVENIMENTI  STORICI  Atl     1528» 

Cesare  promesse  di  rimettere  in  Firenze  la  casa 
Medici  coiranlica  autorità,  di  dar  per  moglie  ad 
Alessandro  dei  Medici  Margherita  sua  figlia  na- 
turale, e  di  rimettere  il  papa  in  possesso  di  Mo- 
dena ,  Reggio  e  Rubiera  ^  di  Cervia  e  Ravenna  , 
occupate  dai  veneziani*,  e  finalmente  d''aiutarlo  a 
spogliar  dei  suoi  slati  il  duca  di  Ferrara  (i).  Il 
pontefice  che  mandando  la  prima  volta  i  due  gio- 
vani Medici  col  cardinale  Silvio  a  governare  Fi- 
renze, parca  che  avesse  destinato  Ippolito  come 
maggiore  principalmente  al  governo,  ora  poi  crea- 
tolo cardinale,  ed  arricchitolo  de'beni  della  chie- 
sa ,  dei  quali  potea  vivendo  sempre  più  impin- 
guarlo, avea  rivolto  P  animo  a  far  grande  nel 
principato  Alessandro,  o  per  la  sua  naturale  in- 
stabilità, o  perchè,  forse  supponendolo  suo  tìglio, 
prevalesse  la  tenerezza  paterna  .  Si  addensava 
frattanto  la  tempesta  contro  i  fiorentini ,  uè  po- 
tevano essi  avere  altra  speranza  che  nel  soccorso 
dei  francesi,  i  quali  benché  battuti  in  Italia,  avean 
tuttavìa  sullicenti  forze  da  opporsi  alle  mire  del 
papa,  quando  i  fiorentini  uniti  con  essi  facesser 
tutti  gli  bforzi  per  sostenere  la  libertà^  ma  disgra- 
ziatamente per  loro  si  pubblicò  un  accordo  tra 
l'imperatore  e  *1  re  di  Francia.  Desioso  questi  di 
riavere  i  figli  che  erano  ostaggi  in  mano  di  cesare, 
stanco  dalle  disavventure  sofferte,  aveva  intepi- 
dito l'ardore  marziale,  ed  allettato  dai  piaceri  del- 
ia corte  ,  lasciò  ad  arbitrio  di  sua  madre  la  con- 
clusione della  pace,  la  quale  tra  di  essa  e  la  zia 
di  Carlo  V,  Margherita  ,  fu  stipulata  a  Cambraì, 
con  assai  svantaggiose  condizioni  alla  Francia  j 


^/1.1528.  DEI  TEMPI  UEPUBB.  GAP.  XLIV.  187 

condizioni  che  poi  non  osservate  delter  motivo  a 
miova  guerra  (a). 

g.  a.  Le  due  repubbliche,  Siena  e  Lucca,  ser- 
ba vansi  oscuramente  indipendenti  .  Esse  erano 
da  lungo  tempo  addette  al  partito  ghibellino 
e  venivano  considerate  quali  feudi  deìV  impe- 
ro :  avevano  in  oltre  continuamente  sommini- 
strati sussidii  alle  armate  imperiali ,  ed  il  solo 
favore  che  domandavano  in  contraccambio  era 
di  divenire  dimenticate.  In  effetto  a  prima  vista 
parve  che  le  relazioni  loro  cogli  altri  stati  non 
fosser  cambiate^  ma  il  consolidamento  della  po- 
tenza imperiale  in  Italia  le  faceva  sempre  più  di 
mano  in  mano  decadere  dal  grado  e  dalla  con- 
dizione di  stati  indipendenti.  La  sola  repubblica 
di  Firenze  non  era  compresa  in  questa  pace  uni- 
versale; Carle  V  avea  promesso  a!  papa  di  dar- 
gliela nelle  mani,  e  sul  di  lei  territorio  egli  an- 
dava radunando  tutte  le  armate  che  richiama- 
va dalle  diverse  Provincie,  alle  quali  vendeva  la 
pace.  Tutta  questa  gente  nudrila  nel  sangue 
enei  delitti,  che  avea  pel  corso  di  trenf  anni 
spogliale  senza  misericordia  e  sprofondate  nei 
guai  tutte  le  contrade  delP  Italia,  si  adunava  in 
Toscana .  Ma  Carlo  V  non  voleva  esser  testimo- 
nio dello  sterminio  di  quelP  industre  ed  inge- 
gnoso popolo,  che  tanto  aveva  contribuito  agii 
avanzamenti  delle  lettere,  delle  arti,  delle  scien- 
ze, e  che  inverso  a  lui  non  aveva  nessun  demeri- 
tiìo.  Egli  non  poteva  disdirsi  col  papa,  inverso  al 
l^uale  s^era  obbligato  a  non  aver  pietà  de**  fioren- 
e^ini  ^  perciò  non  volle  trovarsi  in  luogo  d'ascol- 


l88  A\VESniE>Tl  STORICI  Atl.    1528. 

lare  le  loro  preghiere  ,  quando  avrebbe  dovuto 
negar  loro  ogni  misericordia^  e  questo  ed  altri 
iTJOtivi  lo  incalzavano  ad  avviarsi  alla  volta  della 
Germania  (3). 

g.  3. 1  fiorentini  conosciuto  il  pericolo  ognor 
crescente,  ^  sapendo  che  cesare  s''incamrainavaa 
Genova,grinviarono  quattro  ambasciatori,  Nicco- 
lò Capponi,  Tommaso  Soderini,  Matteo  Strozzi  e 
Raffaello  Girolami.  Furono  freddamente  accolti 
da  cesare  e  duramente  dal  gran  cancellierej  con- 
sigliati dal  primo  a  dar  sodisfazione  al  papa,  e 
rimproverati  dal  secondo  di  aver  dato  soccorso 
alle  armi  francesi^  e  che  perciò  Firenze  avea  per- 
duti tutti  que^iivilegi  che  Timperatore  supponeva 
di  avere  autorità  di  dare  o  di  togliere  ad  arbitrio 
suo  ad  ogni  città  d'Italia.  Tanta  però  era  Tostina- 
zione  d'alcuni  degli  ambasciatori. che  negarono  di 
scrivere  a  Firenze  la  risposta  dell'imperatore,  te- 
mendo di  precipitare  il  governo  nell'accordo.  Il 
Capponi  però  colla  sua  solita  lealtà  e  amore  per 
la  patria,  e  fino  colle  lacrime  sugli  occhi  persuase 
i  compagni  a  scrivere  alla  signoria  senza  vernice 
le  risposte  di  cesare,  e  la  necessità  di  accomo- 
darsi col  papa.  Effetto  di  queste  lettere  fu  rele- 
zione di  quattro  ambasciatori  al  papa,  ai  quali  pe- 
rò non  fu  data  coiimiissione  alcuna,  perchè  il  Gi- 
rolami tornalo  ualPambascerìa,  e  trovati  i  membri 
del  governo  vacillanti,  cercò  di  confortarli  alla 
difesa^  né  v'ebber  grand^iopo^  perch'esisteva  un 
partito  feroce,che  quantunque  vedesse  la  somma 
diftìcoltà  di  resistere ,  avea  però  troppo  offeso  il 
papa  per  isperar  perdono^  onde  ad  ogni  accordo 


L^/l.   1528.     DEI  TEMPI  HEPUBB.  CAP.  XLIV.  189 

anteponeva  il  seppellirsi  sotto  le  rovine  della  pa- 
tria. Il  virtuoso  Capponi  veniva  a  Firenze,  dopo 
Tinfruttuosa  ambasciala  airimperatore,per  tenta- 
re qualche  mezzo  di  conciliazione,  ma  infermato- 
si a  Caslelnuovo  della  Garfagnana  morì  col  dolore 
di  vedere  imminente  la  rovina  di  Firenze,  escla- 
mando negli  ultimi  momenti,  do^e  abbiamo  noi 
condotta  questa  misera  patria?  (4). 

g.  4«  Solo  Raffaello  Girolami  tornò  sincera- 
mente a  render  conto  alla  repubblica  della  sua 
legazione.  I^Ia  costui  fece  credere  minori  del  vero 
le  forze  di  Carlo  V,  e  così  dette  animo  alla  si- 
gnorìa ed  al  popolo  d**  intraprendere  la  guerra  , 
colla  speranza  di  vincere,  magnificando  la  gloria 
che  per  tutta  Europa  i  fiorentini  conseguitone 
avrebbero.  Per  tal  via  si  acquistò  il  Girolami  tan- 
ta grazia  e  favore  presso  l'universale  come  otti- 
mo cittadino,che  gli  servì  pochi  mesi  dipoi  a  col- 
locarlo nel  seggio  supremo.  S'erano  sollevati  gli 
animi  non  pure  dei  cittadini,  ma  de'plebei  ancora 
a  cotanta  risoluzione,  e  frattanto  molti  dei  prin- 
cipali cittadini  propendevano  ad  accordarsi  col 
papa  e  colTimperalore^e  molli  propendevano  per 
la  guerra.  Da  ciò  prese  occasione  il  gonfaloniere 
Francesco  Carducci  di  adunare  il  consiglio  mag- 
giore al  quale  così  parlò:  „  grave  deliberazione  ed 
importante  sopra  di  qualunque  altra  fatta  o  da 
farsi  giammai,  o  popolo  fiorentino,  è  questa,  per  la 
(juale  voi  siete  oggi  in  sì  frequente  numero  sta  li 
in  questo  luogo  congregati. È  forza  per  tanto  di 
deliberare  ,  se  ritornar  volete  pacitìcaiuente  in 
quella  servitù,  la  quale  pur  dianzi  per  quindici  an- 
Ò7.   Tose*   Tom,  U.  17 


igo  AVVENIMENTI  STORICI  j4n.i528. 

Ili  provaste,  o  veramente  conservarvi  in  quella 
libertà  che  avete  ricuperala.  Voi  siete  il  principe 
di  questa  repubblica,  ed  io  qui  vostro  ministro. 
Essendo  per  tanto  voi  qui  pronti  a  rendere  li- 
beramente i  vostri  suffragi  per  eseguire  quanto 
alla  parte  maggiore  ne  parrà,  aspetteremo  di  sco- 
prire per  tal  via  Panimo  vostro,,.  Scopertosi  quin- 
di il  comun  voto  essere  per  la  guerra,  ringraziò  il 
gonfaloniere  con  infinite  lodi  quella  comune  vo- 
lontà, offerendosi  con  tutto  1'  ingegno  e  con  la 
iuilustria  sua  d'  effettuare  cotanta  onorala  deli- 
berazione (5). 

g.  5.  Il  popolo  fiorentino  prendendo  le  armi  a- 
vea  formato,  Tun  dopo  l'altro,  tre  diversi  ordini 
di  milizia  ;  il  primo,  ordinatosi  in  dicembre  del 
i527  per  la  guardia  del  palazzo  e  del  gonfalonie- 
re, era  composto  di  3oo  giovani  quasi  tutti  di 
nobili  famiglie.  IVIa  perchè  l'amore  di  libertà  era 
tra  questi  giovani  più  vivcyche  non  tra  i  vecchi, 
così  erano  essi  ancora  più  proclivi  alla  diffidenza. 
La  guardia  urbana,  secondo  il  partito  vinto  nel 
gran  consiglio  il  6  novembre  del  iSaS,  doveva 
esser  composta  di  sedici  compagnie,  di  a5o  uomi- 
ni ciascheduna,  capitanate  da  i6  gonfalonieri  dì 
quartiere,  i  quali  formavano  il  collegio  della  si- 
gnorìa^ pure  non  si  trovarono  su  i  ruoli  più  che 
1700  archibusieri,  mille  picchieri  e  trecento  ala- 
bardieri, ossiano  soldati  armati  di  partigiane  e  di 
spade  a  due  mani,  e  cosi  in  tutto  3ooo  uomini.  Ac- 
cordò la  signorìa  ad  ognuna  di  queste  compagnìe,in 
principio  del  iSaQ  il  dritto  di  eleggersi  il  proprio 
capitano,  ed  affidò  rammaestramento  di  questa 


,4n.    152S.       DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIV.  IgC 

milizia  a  parecchi  riputati  ufficiali  che  avevano 
militato  nelle  bande  nere:  questa  guardia  in  bre- 
ve superò  la  migh'or  truppa  assoldata  (6).  Per 
ultimo  il  terzo  ordine  era  formato  delle  milizie 
del  territorio  tìorenlino,che  cliiamavansi  tuttavia 
le  bande  dell'ordinanza.  Questa  milizia  ordinata 
ai  tempi  del  gonfaloniere  Pietro  Soderini,  secon- 
do i  dettami  del  Machiavelli,  era  stata  dai  Medi- 
ci licenziata  e  disarmata,  e  di  nuovo  fu  ragunata 
nel  iSa;.  Nella  prima  rassegna  fu  trovata  non  mi- 
nore di  loooo  uomini:  elPera  formata  dal  fiore 
dei  contadini  della  età  dai  i8  ai  36  anni,  ed  ogni 
mese  veniva  addestrata  a  tirare  colParchibugio. 
l  militi  delle  ordinanze  toccavano  un  tenue  soldo 
anche  quando  non  eran  forzati  ad  abbandonare 
le  proprie  case:  eransi  fatte  venire  per  loro  dal- 
la Germania  armi  d'ogni  qualità,  ed  erano  essi 
stati  divisi  in  trenta  battaglioni,  secondo  le  pro- 
vinole cui  appartenevano.!  sedici  battaglioni  del- 
la destra  riva  delTA-rno  erano  slati  in  giugno  del 
iSaS  posti  sotto  gli  ordini  di  Babbone  di  Brosi- 
ghella,  nipote  di  quelNaldo  di  Val  di  Lanione  che 
prima  d*'ognì  altro  aveva  illustrata  la  fanterìa  ita- 
liana nella  battaglia  di  Agnadello^  quattordici  bat- 
taglioni della  sinistra  erano  stali  affidati  a  Fran- 
cesco del  Monte.  Questi  due  capitani  avean  con- 
dotti con  sé  oinquecent"*  uomini  di  truppe  assol- 
date, ciascuno  per  esercitar  la  milizia  (7).  ; 
g.  6.  In  sul  finire  del  i5a8  i  fiorentini  «lessero 
per  capitano  generale  dei  loro  uomini  d''arniedou 
Eroole  d'Este,  figlio  del  duca  Alfonso  di  Ferrara, 
il  quale  era  in  allora  tornato  dalla  Francia,  dove 


I9a  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.iSlS. 

avea  sposata  mad.  Renata,  figlia  di  Lodovico  XII, 
e  cognata  di  Francesco  I.  Pareva  impossibile  che 
Ercole  abbandonasse  la  casa  di  Francia,  ed  i  (io- 
rentini  credevano  stringersi  più  fortemente  a  que- 
sta casa  scegliendo  un  generale  cosi  fattamente 
ad  essa  attinente  ,  conciossiachè  ancora  molto 
sperassero  nel  di  lei  sostegno,  loro  promesso  an- 
cora in  ultimo  dal  Visconte  di  Turenna  ,  amba- 
sciatore del  re  presso  la  repubblica.  Oltre  a  ciò 
Podio  ereditario  che  fin  dai  tempi  di  Leone  X 
ardeva  fra  la  casa  d^Este  ed  i  Medici,  era  tulfora 
vivo,  ed  alfonso,  i  di  cui  stati  tutti  minacciava 
Clemente  VII ,  pareva  dover  essere  il  più  fedele 
allealo  della  repubblica,  contro  un  nemico  ad  am- 
bedue ugualmente  formidabile.  Le  fortiticazioni 
cominciatesi  in  Firenze  nel  iSai  per  ordine  del 
cardinale  Giulio  de'Medici,  prima  ch''egli  avesse 
il  papato,  non  erano  ancora  ultimate.  Non  pole- 
vansi  condurre  a  termine  le  opere  senza  guastare 
affatto  o  danneggiare  i  poderi  di  alcuni  cittadini^ 
perciò  il  magistrato  dei  nove  della  milizia  ebbe 
neir  aprile  del  iSag  T  incarico  di  fare  stimare 
tutti  quei  terreni,  dandone  credito  ai  proprietari 
sul  libro  del  monte,  colla  paga  o  interesse  del  5 
per  100.  In  pari  tempo  Michelangiolo  Buonarroti 
venne  creato  soprantendente  generale  delle  forti- 
ficazioni della  città  (8).]>Iano  mano  che  il  pericolo 
andavasi  avvicinando,  i  dieci  della  guerra  faceva- 
no nuovi  sforzi  per  accrescere  le  spese  della  repub- 
blica. Siccome  avevasi  opinione  che  le  provinole 
d'^A.rezzo  e  di  Cortona  somnn'nistrassero  i  migliori 
soldati  di  Toscana,  cosìi  fiorentini  vi  mandarono 


S^«.1529.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  1 9^ 

Raffaello  Girolamì  loro  quartiermastro  generale 
ed  otto  capitani,  che  tutti  avevano  militato  nelle 
banJe  nere,con  ordine  di  levarvi  5ooo  fanli,  assol- 
darono pure  nel  maggio  del   1629  >Ialatesta  Ba- 
glioni,  signor  di  Perugia,  cui  dettero  il  titolo  di 
governatore  generale,  con  mille  fanti.  Il  Baglioni 
era  figlio  di  quel  Giampaolo  che  Leone  X  aveva 
fatto  giustiziare  così  ingiustamente,  e  perciò  de- 
siderava di  vendicarsi  dei  Medici^ in  oltre  egli  do- 
vea  temere  Tambizione  del  papa,  ed  occupava  a 
Perugia  una  importante  situazione  per  chiudere 
la  strada  della  Toscana  ad  un''armala  che  venisse 
da  Napoli  o  da  Roma.  Molti  altri  ragguardevoli 
capitani,  i  quali  erano  Stefano  Colonna.Mario  Or- 
sini e  Giorgio  Santacroce,  si  condussero  al  servi- 
zio dei  fiorentini,  i  quali  eran  costretti  d'accarez- 
zare Torgoglio  di  tulli  questi  piccoli  principi,  che 
non  avendo  verun  grado  in  un''armala  di  già  sta- 
bilita, non  volevano  riconoscere  altra  preminenza 
che  quella  del  grado  dei  sovrani,    appunto  per 
questo  motivo^malgrado  l'imperizia  di  Ercole  d*E- 
ste,  e  la  più  volte  sperimentata  malvagia  fede  di 
Walatesla  taglioni,  i  tìorenlini  avean  dovuto  chia- 
mare questi  due  per  affidar  loro  il  comando:  be- 
ne v**  erano  migliori  capitani^  ma  gli  altri  ufficiali 
non  avrebbero  voluto  prestar  loro  obbedienza  (9). 
g.  7.  Mentre  che  i  fiorentini  facevano  molli 
preparativi  per  la  difesa  della  loro  città,  pensaro- 
no a  difendere  anche  Pistoia,  e  mandarono  in 
essa  cin  [ue  comi»agnìedi  fanteria  per  sicurezza  di 
quella  cillà  e  per  tenersela  sempre  devota.  Ma 
questi  preparativi  sembravano  ai  fiorentini  di  po- 

-  7 


194  AVVENIMENTI  STORICI  Jn  A  529. 

CO  momento,  se  non  si  fossero  fatte  benevoli  le 
fazioni  panciatica  e  cancelliera:^  e  siccome  la  can- 
relliera  era  per  natura  inclinata  ai  loro  voleri,cosi 
per  agevolare  la  panciatica,  chiamarono  a  Firenze 
alcuni  capi  di  essa,  e  li  ammisero  nei  loro  consi- 
gli di  guerra,  mostrando  così  di  aver  grande  stima 
del  parer  loro  in  cose  di  tanta  importanza.!  pistoiesi 
non  fidandosi de'fiorentini,crearono  un  nuovo  ma- 
gistrato sopra  gli  affari  di  guerra,dandoIe  autorità 
amplissima,  onde  procacciare  ogni  vantaggio  alla 
loro  città.  Volendo  pertanto  i  soggetti  di  questo 
magistrato  far  l'uffizio  di  buoni  cittadini,stim3ro- 
110  insufficienti  le  5  compagnie  per  difesa  della 
loro  città,  e  ricorrendo  ai  fiorentini  per  aver  mag- 
gior copia  di  gente,  risposer  loro  cliefacesser  quel- 
lo che  volevano,  giacché  pensando  al  pericolo  in 
€ui  si  trovavano,  non  potevano  darle  altro  aiuto; 
per  la  qual  cosa  i  pistoiesi  ottennero  che  i  giu- 
sdicenti fiorentini  rilasciassero  liberamente  nelle 
jnani  di  essi  pistoiesi  la  balia  delia  loro  città,  acciò 
da  per  loro  si  governassero  e  difendessero,  e  che 
la  soldatesca  ritornasse  a  Firenze.  Restata  Pistoia 
sollevata  dal  giogo  dei  vicari  imperiali,  ed  acqui- 
stata qualche  sorta  di  libertà,  fu  da  quei  sopra  le 
cose  di  guerra  vettovagliata  e  provvista  di  gente 
armata,  ed  avvisali  con  lettere  i  pesciatini  a  star 
preparati  alla  difesa  di  quel  loro  paese,  misero  in 
considerazione  ai  medesimi  il  danno  che  sarebbe 
resultato  per  loro  e  lo  stato  pistoiese  Pimpadro- 
nirsi  l'esercito  cesareo  di  quella  valle  (  i  o).  4.ppena 
entrato  in  carica  il  nuovo  gonfaloniere  Francesco 
Carducci,  che  giunsero  alla  repubblica  fiorentina 


jinJ  529.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  19^ 

una  dopo  l''allra  le  più  sconfortanti  notizie,  alla 
scontìtta  del  contedi  s.  Paolojalla  di  lui  prigionìa, 
ed  alla  dispersione  di  tutta  l'armata  francese  ten- 
ner  subito  dietro  gli  avvisi  del  trattato  di  Bar- 
cellona; nel  quale  Carlo  V  abbandonava  i  fioren- 
tini alle  vendette  del  papa,  e  prometteva  di  ri- 
mettere in  P'irenze  la  tirannìa  della  casa  Medici. 
Pochi  giorni  dopo  s'ebbe  notizia  del  trattato  di 
Cambrai,  col  quale  Francesco  I,  ad  onta  dei  più 
solenni  accordi,  escludeva  i  fiorentini  dalla  pace 
generale,  e  si  obbligava  a  non  proieggerli.  Si 
seppe  ad  un  tempo  esser  Carlo  V  sbarcato  a  Ge- 
nova con  un'armala  spagnuola,  e  scendere  in  Ita-» 
lia  un'  armata  tedesca  per  raggiungerlo.  Questi 
replicati  colpi  eran  tali  da  atterrire  il  più  saldo 
coraggio^  e  tanto  più  grande  era  Io  spavento  spar- 
so in  Firenze,  in  quantochè  i  preti  e  i  frati  rav- 
vivando la  setta  del  Savonarola,  e  assecondanda 
ron  tutte  le  forze  loro  il  governo  popolare,  avevd^ 
no  accertato  come  cosa  palesata  loro  per  divina 
rivelazione,  che  in  quell'anno  Timperatore  non 
sarebbe  venuto  in  Italia.  Questo  primo  avveni- 
n)enlo.  che  smentiva  le  loro  profezie,  fece  vacilla- 
re la  fede  posta  dal  popolo  in  tutte  le  altre  (i  i). 
*g.  8.  Non  pertanto  i  fiorentini  determinato 
avendo  di  far  fronte  a  questi  nuovi  pericoli,  con 
indomobile  coraggio  appigliavansi  in  allora  ai 
più  vigorosi  partiti  per  poter  resistere.  Scrisse  lo 
ambasciatore  veneto,Carlo  Cappello.in  questa  oc- 
casione alla  sua  repubblica  una  lettera  in  questi 
precisi  termini;  „1  fiorentini  hanno  fornito  Pisa, 
i      Livorno,  Cortona  e  tuUe  le  fortezze  loro  di  gente, 


igG  AVVENIMENTI    STORICI  w^A2.1529. 

e  ailiglierie  ed  ogni  munizione  in  ti^l  modo,  che 
non  temono  d''ogni  grosso  esercito,  e  che  non 
sono  per  mancare,  quando  sarà  il  bisogno,  di  fa- 
re ogni  altra  provvisione,  dicendomi  ^  „  Voi  am- 
basciatore ,  per  nome  di  quella  illustrissima  si^ 
gnorìa  di  Venezia,  ne  avete  data  sempre  ottima 
speranza,  e  così  speriamo  che  saranno  gli  effetti, 
e  noi  dimostreremo  che  la  libertà  nostra  e  d'alta- 
na r  abbiamo  più  cara  che  la  facoltà  e  la  vita 
stessa  (ia)„.  Il  gonfaloniere  che  era  uomo  d'irre- 
movibile costanza,  infondeva  il  proprio  vigore  nei 
consigli  e  nel  popolo.  Era  egli  in  particolar  mo- 
do secondato  da  Bernardo  di  Castiglione,  Giovan 
Battista  Gei,  Niccolò  Guicciardini,  Iacopo  Ghe- 
rardi,  Andrea  Niccolini  e  Luigi  Soderinì,  i  quali 
tutti  s''erano  dichiarati  pel  partito  popolare  (i3). 
Prima  d''ogni  altra  cosa  conveniva  trovar  modo 
di  sostenere  le  spese  di  una  guerra,  che  i  più  ric- 
chi monarchi  non  avrebber  potuto  lungo  tempo 
sopportare.  Il  gonfaloniere  ottenne  una  prima  leg- 
ge derogante  alla  costituzione  fiorentina,colla  qua- 
le veniva  data  autorità  al  gran  consiglio  di  porre 
qualunque  accatto ,  o  nuova  imposta  colla  sola 
maggioranza  dei  suffragi.  E  per  vero,  le  leggi  fiscali 
che  la  necessità  costrinse  a  portare  in  tempo  del- 
l'assedio, non  avrebber  mai  potute  esser  vinte  se- 
condo le  antiche  forme^  poiché  dovendosi  soste- 
nere inaudite  spese  in  tempo  che  tutte  le  ordi- 
narie entrate  erano  cessate  a  motivo  della  occu- 
pazione del  territorio  e  delPabolizione  delle  ga- 
belle alle  porte,  convenne  aver  ricorso  ad  arbi- 
trarie ed  aspre  provvisioni  per  levar  danari.   Più 


-^/1.1529.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  197 

volte  furono  sottoposti  ad  accatti  forzali  coloro, 
che  i  commissari  eletti  per  quesfuopo  indicava- 
no come  i  cinquanta,  i  cento, i  duecento  più  ric- 
chi cittadini  della  repubblica.  Tutte  le  argenterìe 
delle  chiese,  e  tutte  quelle  dei  privoti  Tennero 
portate  alla  zecca-,  furono  date  in  pegno  le  pietre 
preziose  che  ornavano  i  reliquiari,  e  fu  venduta 
la  terza  parte  dei  poderi  dei  preti,  degrimmobili 
delle  corporazioni  delle  arti  e  mestieri,  e  de''beni 
dei  ribelli.  Con  tali  mezzi,  molti  de'quali  erano  a 
vero  dire  acerbissimi,  ma  giustificati  dalla  neces- 
sità, la  repubblica  si  vide  in  istato  di  resistere 
lungamente  ad  un'armata  che  veniva  a  spogliarla 
non  men  degli  averi  che  della  libertà  (i4).  Il  gon- 
faloniere e  la  signoria  ordinarono  in  seguito  alle 
genti  del  contado  di  riporre  tutte  le  grasce  in  Fi- 
renze, o  nelle  terre  murate^  ma  i  raccolti  erano 
stati  in  quelPanno  così  ubertosi,  che  quest'ordine 
venne  male  eseguito',onde  i  nemici  assai  più  che  i 
cittadini  profittarono  di  tanta  copia  di  messi.  Le 
città  di  Borgo  s.  Sepolcro,  Cortona,  Arezzo,  Pisa, 
©ve  il  governo  non  era  amato,  dovettero  dare 
ostaggi  a  Firenze:  in  tutte  le  altre,  e  in  tutte  le 
fortezze  la  signoria  mandò  fidati  comandanti.  Al- 
Tultimo  furono  eletti  sette  commissari  con  au- 
torità quasi  dittatoriale  per  invigilare  alla  salvezza 
della  repubblica. Ma  sgraziatamente  la  scelta  cadde 
sopra  uomini  troppo  dispari  per  ingegno,per  espe- 
rienza, per  energìa,  i  quali  nò  furono  abbastanza 
d'accordo  fra  di  loro,  ne  abbastanza  pronti  nelle 
loro  risoluzioni,  perchè  Popera  loro  riuscisse  di 
gran  vantaggio.  Avvicinandosi  il  pericolo,  i  dieci 


198  AVVENIMENTI    STORICI  An,    1529# 

della  guerra  fecero  fare  rinlimazione  ad  Ercole 
d''Eite  à\  recarsi  al  suo  posto,  e  gli  mandarono 
il  soldo  dei  mille  fanti  ch'egli dovea  condur  seco. 
Ma  di  già  il  duca  di  Ferrara  di  lui  padre  stava  ne- 
goziando per  rappacificarsi  colf  imperatore  e  col 
papa,  e  non  voleva  esacerbare  costoro,  mandando 
il  figliuolo  ai  servigi  dei  loro  nemici.  Dopo  avere 
accettato  il  danaro  dai  fiorentini,  e  promesso  che  il 
figliuolo  Ercole  non  tarderebbe  a  porsi  in  cammi- 
no colle  sue  truppe,  Alfonso  andò  procrastinan- 
do sotto  vari  pretesti  la  di  lui  partenza:^  poi  ricu- 
sò assolutamente  di  lasciarlo  partire,  e  non  resti- 
tuì punto  il  denaro  che  avea  ricevuto.  Poco  dopo 
richiamò  da  Firenze  il  suo  ambasciatore,  ed  all'ul- 
timo accomodò  il  papa  d'artiglierìe  e  di  duemila 
zappatori  per  adoprarli  contro  i  fiorentini  (i5). 

g.  9.  L'imperatore  avea  dato  rincarico  di  ri- 
durre Firenze  al  principe  d**  Oranges,  allora  viceré 
di  Napoli ,  e  compier  cosi  le  vendette  di  Clemen- 
te VII.  Il  papa  stava  per  volgere  contro  la  sua 
patria  quello  stesso  generale  e  quell'armata  mede- 
sima che  tre  anni  prima  P  avevano  così  acerba- 
mente tenuto  assediato,  e  che  avevano  saccheg- 
giata a  di  lui  veggente  la  capitale  della  cristianità 
con  sì  atroce  barbarie  ,  che  non  gli  avea  resa 
la  libertà,  se  non  dopo  di  avergli  estorta  una  scan- 
dalosa taglia.  Il  prezzo  pel  quale  il  papa  acconsen- 
tì a  perdonare  tante  ingiurie ,  era  l'assunto  che 
prendeva  cotal  gente  ferocissima  di  trattare  colla 
stessa  barbarie  la  di  lui  città  natale.  L**  esercito 
che  avea  saccheggiata  Roma  e  che  avea  vissuto 
in  Milano  a  discrezione,  fu  richiamato  sotto  le 


5?/l.    1529.      DEI  TEMPI    REPCBB.  CIP.  XLIV.  19^ 

bandiere  de"*  suoi  capitani  dalla  speranza  di  sac- 
cheggiare Firenze^  e  furon  veduti  alcuni  soldati 
spagnuoli,  chVran  trattenuti  dinanzi  ai  tribunali 
per  cause  civili,  protestare  alla  parte  avversaria 
lutti  i  danni  e  le  perdite  in  cui  incorrer  potreb- 
bero, per  non  aver  parte  al  sacco  di  Firenze.  Pu- 
re quando  in  sul  tìnire  di  luglio  il  principe  d'O- 
ranges  recossi  a  Roma  per  abboccarsi  col  papa,  e 
provvedere  ai  mezzi  occorrenti  per  dar  comincia- 
niento  all'impresa,  la  diffidenza  di  Clemente  VH, 
i4  quale  non  voleva  privarsi  del  denaro  che  gli  si 
chiedeva,  per  alcun  tempo  la  ritardarono.  A-lTul- 
timo  il  papa  s" indusse  ,  ma  a  stento,  a  pagare 
3oooo    fiorini   contanti,  ed  a    prometterne    altri 
40000  entro  breve  termine*  se  non  che  trovò  un 
altro  mezzo  per  cattivarsi  Tamore  dei  soldali'sen- 
za  danno  del  suo  tesoro, e  fu  il  segueiite.  Grim- 
periali  abbandonando  Roma  il    17  febbraio   del 
lòaS  non  avean  terminato  di  risquoter  le  taglie 
ed  il  prezzo  dei  riscatti  che  aveano   arbitraria- 
mente imposto  ai  cittadini,  e  più  non  credevano 
poter  pretenderne  il  pagamento.  Clemente  VII 
loro  concedette  il  privilegio  di  farsi  pagare   tutto 
quanto  era  loro  dovuto  a  soldo  conto  delle  cedo- 
le da  loro  estorte  ai  romani  colla    violenza  (16). 
g.  IO.  L^sercito  del  principe  d^Oranges  adu- 
nossi  tra  Foligno  e  Spello  ai  confini  dello  sta- 
to perugino.  Vi  si  annoveravano  35oo  tedeschi, 
avanzo  doi    i3ooo   lanzi'jhinecchi ,  che    Giorgio 
Frundsberg  aveva  condotti  ni  Borbone  nel  i5ifJ, 
gli  altri  eran  caduti  vittime  della  peste  di  Roma 
e  della  fame  di  INapoli:  vi  si  Irovavan  pure  5ooo 


200  AVVENIMENTI  STORIO!  i^/t.    1529. 

spagnuoli  del  marchese  del  Guasto, invecchiati  co- 
me i  tedeschi  in  tutte  le  guerre  d"*  Italia.  Sol- 
tanto dopo  la  pace  di  Lombardia  vi  si  videro  in 
oltre  giungere  sotto  Pietro  Velez  di  Guevara  due- 
mila spaguuoli  di  fresco  sbarcati  a  Genova,  che 
per  anco  non  aveanomiIitato,e  che  giunti  essendo 
secondo  il  consueto  delle  reclute  spagnuole  af- 
fatto ignudi  ,  chiamavansi  dagl'ilaliaui  bisogni: 
circa  lo  stesso  tempo  il  conte  Felice  Wirtemberg 
condusse  altre  reclute  tedesche:  il  rimanente  del- 
Tesercito  consisteva  in  soldati  italiani,  la  mag- 
gior parte  dei  quali  servivano  sotto  i  loro  più  ri- 
putati capitani  senza  paga,  per  la  sola  speranza 
del  saccheggio.  Il  principe  d'Oranges  alPentrare 
in  campagna,  in  sul  cominciar  di  settembre  non 
aveva  sotto  i  suoi  ordini  più  di  i5ooo  soldati^ma 
avanti  che  terminasse  Tassedio  ne  annoverò  più 
di  40000.  Per  entrare  in  Toscana  TOranges  at- 
traversar doveva  lo  stato  di  Perugia,  difeso  da 
Malatesta  Baglioni  con  tremila  uomini  al  soldo 
dei  fiorentini .  Il  castel  di  Spello  posto  in  sullo 
estremo  confine  del  perugino,  ove  Fabate  Leone 
dei  Baglioni  fratello  naturale  di  Malatesta  erasi 
chiuso,  trattenne  per  alcun  tempo  i  nemici.  Gio- 
vanni d^Urbino  generale  dell'armata  imperiale  vi 
fu  ucciso^  ma  Spello  all'ultimo  fu  preso  il  primo 
giorno  di  settembre,  e  saccheggiato  con  estrema 
crudeltà.  L^esercito  giunse  di  là  sotto  le  mura  di 
Perugia,  ma  l'assedio  di  questa  città  fortissima  di 
sito  era  assai  difficoltoso.  Il  principe  d'Oranges 
che  non  osava  intraprenderlo,  offri  a  Mblatesta 
paglioni  onorate  e  vantaggiose  condizioni.  Obbli- 


Ali.    1529.      DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  201 

gavasi  a  farlo  assolvere  dal  papadaluMe  le  cen- 
sure ecclesiastiche  da  lui  incorse,  e  fargli  per- 
mettere di  continuare  nel  servigio  dei  fiorentini 
colla  sua  compagnia  di  ventura  ,  e  finalmente  a 
guarentirgli  la  signoria  di  Perugia,  purché  sgom- 
brasse questa  città,  che  POranges  né  voleva  as- 
sediare, né  lasciarsi  alle  spalle  in  mano  dei  ne- 
mici. Il  Baglioni  chiese  ai  fiorentini  o  di  accon- 
sentire a  questo  trattato,  o  di  accrescere  conside- 
rabilmente  la  sua  armata .  Siccome  questi  non 
potevano  intieramente  afiìdarsi  al  Baglioni  ,  né 
oi  perugini,  appigliaronsi  al  primo  partito.  Fer- 
mossi  il  trattatoli  primo  di  settembre,  e  il  dodici 
Malatesta  Baglioni  colle  sue  truppe  prese  la  via 
d'  Arezzo  e  di  Firenze  (17). 

g.i  I.  Il  principe  d^Oranges  gli  tenne  dietro  da 
vicino:  il  i4  di  settembre  s''accostò  a  Cortona  for- 
te di  i5ooo  combattenti,  I>Ialatesta  Baglioni,  o 
che  stimasse  di  non  poter  salvare  la  città  a  van- 
taggio dei  fiorentini,  poiché  si  trovava  sguernita 
delle  antiche  fortificazioni.^  demolite  per  ordine 
del  cardinale  Silvio  Passerini  ,  quando  egli  {u 
per  i  Medici  capo  della  repubblica  fiorentina  , 
o  che  avesse  già  cominciata  Topera  del  suo  tra- 
dimento (  18),  che  poco  dopo  consumò  dando  Fi- 
renze agi*  imperiali ,  come  vedremo ,  se  ne  ri- 
trasse. Il  commissario  Carlo  Bagnesi  fuggì  in  for- 
tezza :  i  più  ricchi  ed  autorevoli  cittadini  erano 
ritenuti  in  Firenze  per  sospetto.  Rimase  la  città 
con  un  presidio  di  700  soldati,  la  maggior  parie 
dei  quali  erano  condotti  dal  comune.  Ridolfo  dì 
Assisi  e  Iacopo  di  Spoleto  rhe  li  comandavano  fe- 

St.  To$c.  Tom.  9.  18 


202  AVVENIMEISTI    STORICI  Ali,    1529. 

cero  in  fretta  qualche  riparo,  e  si  prepararono  a 
ributtare  il  nemico.  I  più  pusillanimi  con  alcune 
donne  si  rifugiarono  a  Città  di  Castello,  condu- 
cendo seco  non  poco  bestiame.  Si  spedi  per  soc- 
corsi ad  Arezzo,  ma  il  commissario  di  quella  cit- 
tà credette,  o  finse  credere,che  il  messo  fosse  una 
spia  e  lo  fece  imprigionare.  Fu  tale  ^abbandono 
in  cui  fu  lasciata  Cortona,che  i  cittadini  credette- 
ro che  Firenze  si  volesse  in  certo  modo  vendicare 
di  lei,  per  essere  stata  la  patria  del  cardinale  Pas- 
serini, allora  di  odiata  memoria  in  Firenze.  Non- 
dimeno i  cortonesi  difesero  con  bravura  la  patria, 
e  vi  rimase  ucciso  un  nipote  delP  Oranges.  Fi- 
nalmente dopo  quattro  giorni  di  resistenza  essa 
cede,  avendo  però  ottenuto  che  V  esercito  impe- 
riale si  ritirasse  senza  entrare  in  Cortona,  ed  a- 
vendo  ricomprata  la  salvezza  delle  robe  e  delle 
persone,  col  pagamento  di  20000  ducati.  Ridolfo 
d'Assisi  e  Iacopo  di  Spoleto  furono  ascritti  alla 
cittadinanza  cortonese  (19).  L'  Oranges  direttosi 
alla  città  d'Arezzo  battè  la  terra  di  Castiglion  Fio- 
rentino, e  dopo  una  vigorosa  resistenza  avendola 
occupata,  fu  dalle  sue  truppe  orribilmente  sac- 
cheggiata (20). 

g.  12.  Giunto  rOranges  ad  Arezzo,  trovò  che 
in  questa  città  era  stato  mandato  per  commissa- 
rio Francesco  Albizi  con  2000  uomini;  ma  questi 
sconcertalo  dal  vedere  sopraggiungere  Malatesta 
Baglionì,  e  dalla  pronta  capitolazione  di  Cortona, 
sgombrò  subito  la  città  colla  sua  truppa,  e  ritiran- 
dosi precipitosamente  a  Firenze,  sparse  la  coster- 
nazione in  tutto  il  V^aldarnodi  sopra.  A  (fermarono 


AnAo29,      dei  tempi  bepubb.  cAP.  XLiv.  ao5 

i  nemici  del  gonfalouiere.che  questi  senza  la  par- 
tecipazione della  signoria  e  dei  dieci  della  guerra, 
aveva  ordinalo  a  Francesco  Albizidi  rilirarsi,on- 
de  riunire  in  Firenze  tutta  la  fanterìa  in  vece  di 
|)erderla  alla  spicciolala  nel  sostenere  assedii  . 
Arezzo,  disgombrato  dai  fiorentini,  aprì  il  i8  set- 
tembre le  porte  all'armala  imperiale.  Gli  aretini 
sperarono  allora  di  ricuperare  T  antica  liberlà. 
Fecero  batter  moneta  ,  inviarono  commissari  in 
tutte  le  castella  delP antico  loro  territorio,  e  ri- 
stabilirono il  governo  a  comune ,  sotto  il  nome 
di  repubblica  d''Arezzo.  In  tempo  delP  assedio  di 
Firenze  somministrarono  gli  aretini  agrimperiali 
continui  soccorsi,  senza  prevedere  che  presa  che 
fosse  Firenze,  Arezzo  ricaderebbe  sotto  lo  stes- 
so giogo.  Alla  perdita  di  Cortona,  di  Castiglion 
Fiorentino,  d''Arezzo  e  di  Lucignano,  tenne  die- 
tro quella  di  Firenzuola  e  Scarperìa  :  T  arma- 
ta imperiale  si  andava  avanzando  ,  e  parea  che 
verun  ostacolo  non  potesse  più  trattenerla  .  Il 
di  lei  avvicinamento  riempì  Firenze  di  terrore , 
ed  allora  si  videro  fuggire  dalla  città  coloro,  che 
per  pusillanimità  o  per  devozione  ai  Medici  non 
volevano  partecipare  alla  sorte  della  loro  patria. 
Ke  dette  Tesempio  Bartolommeo  o  Baccio  Valori, 
e  fu  imitalo  da  Roberto  Acciainoli,  da  Alessan- 
dro Corsini,  da  Alessandro  de''Pazzi,  e  finalmente 
dallo  storico  Francesco  Guicciardini  ,  il  quale 
dopo  aver  menata  vita  principesca  nel  suo  gover- 
nilo di  Parma  e  di  Modena,  non  credeva  d'essere 
.nella  sua  patria  onoralo  e  carezzato  secondo  il 
dovere.  Egli  trufuggi  al  campo  nemico,  partecipò 


ao4  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.      1529. 

reamente  alla  vendetta  della  fazione  trionfante, 
e  contribuì  in  modo  ancora  più  fatale  al  finale 
stabilimento  della  tirannide,  adoperando  colla  sua 
astuzia  politica  alla  rovina  della  patria .  L'  odio 
che  in  Firenze,anche  allorquando  la  città  fu  fatta 
schiava  ,  perseguitò  in  appresso  tutti  coloro  che 
avean  tradita  la  libertà,  pare  aver  indotto  il  Guic- 
ciardini a  scriver  la  storia  de'suoi  tempi,  onde  ri- 
cuperare la  pubblica  stima  .  E  senza  dubbio  Io 
stesso  motivo  trasse  Filippo  de^Nerli  a  dettare  il 
suo  Commentario.  Erasi  il  Kerli  fatto  sì  odioso  e 
sospetto  col  suo  zelo  pei  Medici,  che  il  giorno  8 
ottobre  del  i529  venne  arrestato  con  altri  i8 
citladini,  e  custodito  in  palazzo  fino  alla  fine  del- 
Tassedio  (ai), 

g.  i3.  La  signoria  fiorentina  aveva  di  fresco 
spediti  quattro  ambasciatori  al  papa,  ma  troppo 
erano  ristrette  le  facoltà  loro  date  per  sodisfare 
alfambizione  della  casa  IVIedici.  Clemente  VII  ri- 
spose loro,  che  il  suo  onore  richiedeva  che  la  ciltà 
gli  si  arrendesse  a  discrizione,  che  allora  egli  fa- 
rebbe alla  volta  sua  vedere  al  mondo  d*  esser 
pure  fiorentino,  e  di  amare  la  sua  patria.  Questa 
risposta  del  pontefice  fu  comunicata  alP  assem- 
bljea  generale  dei  cittadini  adunati  nella  sala  del 
gran  consiglio;  in  appresso  questi  si  divisero  in  i<> 
sezioni,  o  gonfaloni  per  deliberare  intorno  alia 
medesima,  e  quindici  di  queste  sezioni  dichiara- 
rono che  volevano  perigliare  gli  averi  e  le  vite 
in  una  battaglia, piuttosto  che  perdere  V  onore  e 
la  libertà  in  un  tratto  (z'i).  3Ialgrado  i  progressi 
fatti  dairarte  di  espugnare  le  città,  le  fortifica- 


jin. 1529.       DEI  TEMPI  HEPUBB.  CAP.  XLIV.  2o5 

zioni  di  Firenze  erano  tuttavìa  riguardate  come 
quasi  inespugnabili  dalla  parte  del  piano  .  Ma 
quella  parte  delle  mura  che  attraversa  le  col- 
line al  mezzodì  del  liume  Arno,  era  mal  situata  , 
signoreggiata  in  più  luoghi  ed  assai  debole.  Della 
parte  montuosa  di  questo  recinto  ,  chiamato 
Monte  a  s.  Minialo,  fu  affidata  la  difesa  a  Stefano 
Colonna,  il  quale  poco  attendeva  negli  altri  luo- 
ghi all'assedio,  e  nel  suo  quartiere  non  ricono- 
sceva verun  superiore.  GPindugi  del  principe  di 
Oranges,che  consumò  quasi  quindici  giorni  in  Val- 
darno  ,  quando  aspettavasi  di  vederlo  ad  ogni 
istante  giugnere  sotto  le  mura  della  città,  dette- 
ro il  tempo  ad  afforzare  con  nuovi  lavori  quelle 
mura  che  sì  credevano  più  deboli,  e  di  mandare 
ad  effetto  Pordine  emanato  il  19  ottobre  dal  con- 
siglio degli  ottanta  di  spianare  tutti  i  sobborghi, 
tutte  le  case,  tutti  gli  orti  entro  il  raggio  d'un  mi- 
glio dalle  mura  di  Firenze.  Quest'^ordine  che  pre- 
scriveva la  restrizione  di  migliaia  di  ricchi  edifizi 
e  di  deliziosi  verzieri  nella  più  popolosa  e  più  ric- 
camente coltivata  situazione  dltalia,  venne  ese- 
guito con  veramente  patriottico  zelo  dagli  stessi 
padroni  dei  lerreni,  i  quali  vedevansi  entrare  in 
città  carichi  di  fascine  ,  che  avean  tagliate  per 
le  fortificazioni  tra  gli  olivetì.  le  ficaie,  gli  aranci 
ed  i  cedri  dei  loro  propri  giardini  (a3).  Soltanto 
il  i4  d'ottobre  il  principe  d'Oranges  venne  ad  al- 
loggiarsi al  pian  di  Ripoli  sotto  Firenze  ,  ove  i 
lucchesi  gli  mandarono  oratori,  affinchè  egli  im- 
pedisse i  guasti  che  polesser  fare  nel  lor  territo- 
rio i  di  lui  soldati.  Spese  gravissime  doveano  in<- 


^oS  AVVENIMENTI  STORICI  Jn*    1  529» 

fiontrarsi  dai  lucchesi  per  queste  legazioni  onde 
guadagnarsi  i'^anirao  del  generale  per  la  intiera 
difesa  .  Pure  a  tutto  suppliva  il  tesoro  pubblico, 
forse  per  una  strettissima  economìa  nelPìmpiego 
del  pubblico  danaro,  saggia  molto  nei  tempi  tor- 
bidi com"'  eran  quelli .  La  cassa  dello  slato  non 
poteva  però  far  fronte  ad  un  presto  domandato 
da  Clemente  di  aoooo  fiorini.  Ma  siccome  il  cruc- 
ciare il  pontefice  con  una  negativa  era  cosa  mal 
consigliata,  cosi  fu  deliberato  che  venti  dei  luc- 
chesi più  facoltosi  Io  contentassero  della  somma 
richiesta,  sotto  la  pubblica  guarentigia.  Ciò  fu 
fatto  a  puntino  e  senza  difficoltà  .  poiché  il  mo- 
mento era  gravissimo  e  lutti  lo  conoscevano  (24)- 
g.  14.  L'Oranges  aveva  chiesta  deirartiglieria 
ai  senesi,i  quali,aeoomodandonelo  a  mal  in  cuore, 
la  facevano  avanzare  assai  lentamente.  Per  ciò  le 
prime  batterie  non  si  scoprirono  se  non  che  sul 
principio  di  novembre,  ed  in  quel  frattempo  i  fio- 
rentini avevano  lavorato  con  tanta  costanza  in- 
torno alle  loro  fortificazioni,  che  più  non  credei 
vano  di  dover  temere  gli  assalti  dei  laro  nemici. 
La  repubblica  fiorentina  pagava  allora  il  soldo  di 
18000  fanti  e  di  600  cavalli  :  ma  effettivamente 
non  avea  più  di  i3ooo  soldati  in  arme,  7000  dei 
quali  erano  in  Firenze  e  6000  nelle  guarnigioni 
di  Prato,  Empoli,  Volterra,  Pisa,  Colle  e  Monte- 
pulciano. Malatesta  Baglioni  aveva  sotto  il  suo 
comando  aooo  perugini,  ed  il  capitano  Pasquino, 
ch'era  dipendente  dal  Baglioni ,  3ooo  corsi.  Ste- 
fano Colonna  comandava  ai  3ooo  uomini  della 
jnìlkfa  urbana  i  quali  servivano  non  aldimeuti  che 


jtn.iSl^,         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP,  XLIV.  ZOJ 

se  fossero  truppe  assoldate.  Tutta  la  popolazione 
avea  contratte  abitudini  guerriere,  e  tranne  i  lavo- 
ri affatto  naeccanici,  erasi  nella  città  abbandonata 
ogni  altra  occupazione .  La  spesa  di  questo  stato 
di  guerra  ammontava  ogni  mese  a  70000  fiorini. 
Per  difendere  le  più  lontane  parti  del  territorio,  ed 
in  particolare  Borgo  s.  Sepolcro  e  Montepulciano, 
i  fiorentini  avevano  assoldato  Napoleone  Orsini, 
più  conosciuto  sotto  il  nome  di  Abate  di  Farfa^ 
sebben  già  da  lungo  tempo  egli  avesse  rassegnata 
quella  badia  per  fare  il  mestiere  di  condottiere. 
Era  costui  uno  dei  più  formidabili  tra  quei  gen- 
tiluomini cbe  traevano  la  vita  tra  la  guerra  ed  i 
ladroneggi.  Nel  suo  feudo  di  Bracciano  aveva  adu- 
nata una  grossa  banda  di  soldati  e  di  malfattori, coi 
quali,  per  vendicare,  secondo  egli  diceva,  i  roma- 
ni, esercitava  grandi  crudeltà  contro  grimperiali, 
e  poi  contro  i  soldati  del  papa  (a5)»  Da  principio 
r  Orsini  servi  utilmente  i  fiorentini  con  3oo  ca- 
malli che  aveva  seco  5  ma  in  appresso  si  lasciò 
sorprendere  da  Alessandro  Vitelli  tra  Borgo  sau 
Sepolcro  e  Città  di  Castello:  la  di  lui  truppa  fu 
totalmente  dispersa,  ed  egli  medesimo  salvossi  a 
stento,  dopo  il  quale  accidente  egli  abbandonò 
il  servigio  dei  fiorentini.  (2,6). 

g.  i5.  Altri  fatti  d'arme  di  non  molla  impor- 
tanza accaddero  nei  contorni  di  Firenze,  sia  lun- 
go il  vallo  cbe  voleva  formare  il  principe  d'  O- 
rages.  sìa  nella  espugnazione  delle  piccole  for- 
tezze di  Valdarno,  clfegli  andava  occupando . 
Francesco  Ferrucci  segnalossi  in  queste  scara- 
mucce per  la  sua  ìjitrepideaza  e  per  la  sua  gupr- 


ao8  AVVENIMEÌSTI   STORICI  Jn.   1529. 

riera  perizia^  e  si  acquistò  non  meno  la  confidenza 
<Ie*suoi  citladini^che  la  stima  dei  nemici.  Sebbene 
antica  fosse  la  famiglia  dei  Ferrucci,  ella  era  po- 
vera, e  da  più  generazioni  non  ne  era  uscito  veruQ 
distinto  magistrato.  Il  di  lui  avolo  Antonio  aveva 
acquistato  buon  nome  negli  assedii  di  Pietrasanta 
e  di  Sarzana.  Egli  e  suo  fratello  Simone  avevano 
imparato  il  mestier  delle  armi  sotto  la  disciplina 
di  Anton  Giacomino  Tebalducci,il  miglior  ufficia- 
le che  i  fiorentini  avessero  avuto  da  lungo  tempo: 
erano  stati  da  lui  ammaestrati  nelParte  della  guer- 
va,e  con  onore  avean  poi  militalo  nelle  bande  ne- 
re sotto  Giovanni  de'Medici.  Francesco  Ferrucci 
aveva  servilo  sino  alla  fine  in  questa  milizia  e 
nella  spedizione  di  Napoli,  da  cui  era  di  recente 
tornato:  aveva  le  inrombense  di  pagatore  (27). 
Dalla  signorìa  fu  spedito  in  qualità  di  commissario 
generale  prima  a  Prato,  in  appresso  ad  Empoli^  e 
dopo  aver  poste  quelle  piccole  città  in  istalo  di 
difesa,  egli  tenne  la  campagna  con  tanto  vantag- 
gio, tolse  cosi  spesso  ai  nemici  grossi  convogli  di 
cavalli  e  di  vettovaglie,  seppe  mantenere  tanta  di- 
sciplina nella  sua  piccola  armata,  che  i  soldati,  i 
quali  amavanlo  e  rispettavanlo  insieme,  si  crede- 
vano sotto  di  luì  invincibili.  Gli  spagnuoli  appe- 
na giunti  sotto  le  mura  di  Firenze  avevan  preso  s. 
Miniato,  dove  avevano  lasciato  aoo  fanti,che  spal- 
leggiati dagrabitanti  della  terra  infestavano  tutto  il 
circostante  paese,  e  difficulta vano  i  passi  tra  Firen- 
ze e  Pisa.  Avendo  il  Ferrucci  determinato  di  scac- 
ciarli, andò  ad  assalirli  con  60  cavalli  e  quattro 
compagnie  di  fanteria.  Fu  il  primo  ad  apporre  le 


An.    1529.       DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  20() 

scale  conlro  le  mura,  ed  il  primo  a  salirvi^  e  seb- 
bene gli  spagnuoli  facessero  coiraiuto  degli  abi- 
tanti una  vigorosa  resistenza,  il  Ferrucci  prese 
s.  Miniato  d'assalto,  ed  occupò  altresì  la  fortezza, 
uccidendo  quasi  tutti  gli  spagnuoli  che  avean  di- 
fese le  mura.  Mentre  che  il  Ferrucci  attendeva  a 
questa  intrapresa,  fu  assaltato  dagr  imperiali  il 
castello  della  Lastra,  posta  sulla  stessa  strada, ma 
più  di  s.  Minialo  vicino  a  Firenze.  Questo  castel- 
lo oppose  una  gagliardissima  resistenza  ,  e  gli 
spagnuoli  avean  già  perduta  molta  gente  quando 
fecero  avanzare  Tartiglierìa  .  Allora  gli  assediati 
chiesero  di  venire  agli  accordi,  ed  ottennero  una 
onorata  capitolazione.  Ma  gli  spagnuoii,  appena 
entrati  nella  terra,  assalirono  la  guarnigione  che 
stava  senza  sospetto,  e  tutta  la  passarono  a  til  di 
spada  (2.8). 

g.  16.  Fin  qui  l'esercito  imperiale  nulla  avea 
tentato  conlro  la  città  di  Firenze^  ma  il  dieci  di  no- 
vembre, vigilia  di  s.  Martino,  supponendo  TOran- 
gesche  i  fiorentini  non  facessero  attenta  guardia 
in  quella  notte,  ch'era  costume  in  Firenze  di  pas- 
sare in  allegria  ,  volle  approfittare  delle  dense 
tenebre,  cui  la  copiosa  pioggia  che  cadeva  rendea 
più  folte,  per  tentare  la  scalata:  quattrocento  sca- 
le furono  accostate  alle  mura  dalla  porla  di  san 
I^iccolò  fino  a  quella  di  s.  Friano ,  cioè  in  tutta 
la  più  montuosa  parte  di  Firenze;  ma  in  ogni  luo- 
go le  scolle  gridarono  alParmi,  la  guardia  urbana 
gareggiò  di  zelo  colla  Iruppa  assoldata,  ed  il  nemico 
fu  respinto.  Appunto  un  mese  dopo  questo  primo 
sperimento,  Stefano  Colonna,  che  comandavanel 


2  IO  AVVENIMENTI     STORICI  Jn.    1529. 

quartiere  che  grimperiali  avevano  tentato  di  sor- 
prendere, si  provò  ancor  egli  di  assaltarli  alTini- 
pensata  nelle  opere  loro.  Egli  era  sfidato  nemico 
di  uno  Sciarra  Colonna  suo  parente^  che  militava 
cogrimperiali;e  la  notte  delPii  di  dicembre  andò 
ad  assalirlo  nel  suo  quartiere  di  santa  Margherita 
a  Montici  con  5oo  fanti. ai  quali  avea  fatto  indos- 
sare sopra  le  armi,  per  riconocersi  nelle  tenebre, 
delle  camicie  bianche.  GP  imperiali  sorpresi  ili 
mezzo  a  tanta  oscurità  perdetlero  molta  gente, 
prima  che  potessero  ordinarsi.  Un  ridicolo  acci- 
dente accrebbe  ancora  il  loro  disordine:  i  fioren- 
tini andando  ovunque  in  traccia  dei  nemici,  sfon- 
darono le  porte  d^una  stalla,  nella  quale  erasi 
chiusa  una  mandra  di  maiali  quasi  selvaggi  della 
Maremma,  i  quali,  spaventati  dalle  voci  dei  sol- 
dati, precipilaronsi  tra  i  fuggiaschi  con  orribili 
grugniti.ed  atterrarono  moltissimi  soldati,che  nul- 
la potendo  discernere  in  quella  cosi  grande  oscu- 
rità,si  credevano  inseguiti  dai  nemici.  Di  già  erano 
accorsi  il  principe  d*Uranges,  e  don  Ferdinando 
Gonzaga  per  soccorrere  le  loro  genti,  ed  anda- 
van  ponendo  qualche  ordine  nelle  difese,  quando 
da  tre  porte  di  Firenze  sortirono,  secondo  il  pre- 
ventivo accordo  fatto  con  Stefano  Colonna,  tre 
altre  schiere  per  assaltare  grimperiali.  Gli  asse- 
dianti  vennero  sconfitti  in  molti  luoghi,  e  più 
volte  si  credettero  sul  punto  di  essere  scacciati 
dal  loro  campo.  Anguillottoda  Pisa,  uscito  con  la 
scorta  da  una  imboscata  di  quei  di  fuori  di  quat- 
trocento cavalli  e  duemila  fanli,fu  morto  insieme 
con  trenta  compagni,  e  ne  furon  feriti  da  quaran- 


Jn.i529.       DEI  TEMPI  BEPUBB.  CÀP.XLIV.  21  I 

ta,  con  non  piccol  pericolo  che  il  bastione  e  la 
porta  alla  Croce  fosser  da  essi  di  fuora  occupali, 
avendo  il  capitano  che  vi  era  alla  guardia  quasi 
del  tutto  abbandonato  quel  luogo  per  soccorrere 
il  detto  AnguilloUo.  Pure  non  seguì  altro  disor- 
dine, ed  il  prefato  capitano  per  tale  errore  fu  dai 
capi  dei  fiorentini  privato  della  compagnia  e  rite- 
nuto (29).  Finalmente  IVIalatesta  Baglioni  fece 
suonare  a  raccolta  assai  più  presto  che  non  con- 
venisse, e  forse  cosi  perdetta  Tunica  occasione 
di  metter  fine  alla  guerra  con  una  vittoria  (i^o). 

g.  17.  Due  giorni  dopo  il  commissario  Ferruc- 
ci tese  presso  Montopoli  un'  imboscata  al  colon- 
nello Pirro  di  Stipicciano,  della  casa  Colonna,  e 
gli  uccise  o  prese  molta  gente.  Questi  fatti  ben- 
ché di  non  molta  importanza  giovavano  però  a  ria- 
nimare il  coraggio  degli  assediati  ^  ed  a  far  loro 
dimenticare  le  perdite:  n^ebbero  spesso  d*"  assai 
dolorose.  Il  16  di  dicembre  due  dei  loro  migliori 
capitani,  aviario  Orsini  e  Giorgio  Santacroce,  furo- 
no uccisi  da  un  solo  colpo  di  colubrina,  ment  re 
slavano  ordinando  certi  cambiamenti  da  farsi  alle 
fortificazioni.  Lo  stesso  giorno  i  fiorentini  rice- 
vettero una  notizia,  che  liberolli  da  un'  assai  co- 
cente anziela,  e  fu  la  morte  di  Girolamo  Moroni, 
il  quale  cessò  di  vivere  il  i5  di  dicembre  nel 
campo  degli  assedianti.  Quest'uomo  cosi  versalo 
in  tutte  le  arti  del  raggiro,che  avea  governato  con 
SI  dispotica  autorità  Massimiliano,  indi  Francesco 
Sforza,  e  che  aveva  avuta  parte  nelle  rivoluzion  i 
della  Lombardia,  era  stato  condotto  alTarmata 
imperiale  come  prigioniero  del  Pescara.  Egli  era 


212  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1529. 

di  già  condannato  a  pena  capitale,  quando  giunse 
ad  accattarsi  la  grazia  del  Borbone,  che  lasciossi 
poscia  da  lui  governare  fino  alla  sua  morte  sotto 
le  mura  di  Roma.  Il  principe  d^  Oranges  aveva 
colParmata  redato  il  consigliere  del  suo  predeces- 
sore, ed  ormai  non  faceva  nulla  senza  il  di  lui 
parere:  lo  stesso  Clemente  VII  era  vinto  dalPopi- 
iiione  dello  straordinario  ingegno  politico  del  Mo- 
loni,  e  gli  perdonava  il  male  che  aveva  da  lui  ri- 
cevuto, per  la  speranza  del  male  che  credeva  di 
poter  fare  col  di  lui  mezzo  ai  nemici.  Parea  che 
il  Moroni  tenesse  dietro  alla  fortuna,piuttOi>to  che 
ad  un  determinato  scopo*,  egli  volea   render  po- 
tenti coloro  cui  erasi  addetto, e  condurre  a  felice 
fine  le  loro  imprese  .  Del  resto  sembrava  nulla 
calessegli  delle  persone  e  delle  massime ,  e  dopo 
di  essersi  affaticato  per  escludere  gli  stranieri  di 
Italia,  si  adoperava  con  eguale  ardore  per  servir 
loro  contro  gritaliani.  Egli  morì,  oper  meglio  di- 
re venne  meno  naturalmente  e  quasi  senza  ma- 
lattia in  età  decrepita.  Lusingavansi  i  fiorentini 
che  la  di  lui  morte  lascerebbe  il  principe d''Oran- 
ges  senza  consiglio  tra  i  capitani  e  senza  credito 
nell'armata,  perchè  credevano  che  Faccorto  Mo- 
roni fosse  stato  fìn'allora  V  anima  del  campo  ne- 
mico (3)). 

g.  i8.  Frattanto  le  negoziazioni  di  Bologna  si 
accostavano  al  loro  fine,  e  colla  mediazione  del 
papa  lutti  gli  stati  d'Italia  si  andavano  riconci- 
liando coir  imperatore,  abbandonando  i  fiorenti- 
ni. Questi  vedevano  scostarsi  da  loro  un  dopo 
Taltro  tutti  i  membri  di  quella  lega  chiamata  san- 


jin,i529,  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIV.  ai3 

ta,  per  la  quale  il  re  d'Inghilterra,  il  re  di  Fran- 
cia, il  duca  di  Milano,  i  veneziani  ed  il  duca  di 
Ferrara  eransi  obbligati  a  difendere  la  loro  repub- 
blica, ed  a  non  venire  a  patti  senza  di  lei^  ma  li 
accorò  tanto  più  Tabbandono  dei  veneziani,  coi 
quali  avevano  maggior  ragione  di  risguardarsi 
come  uniti  ad  una  medesima  causa,  e  ancora  re- 
centemente a vean  raffermata  Taileanza.  Che  anzi 
nello  stesso  tempo  che  perdeva  gli  alleati,  Firen- 
ze vedeva  crescere  i  nemici^  perciocché  una  delle 
condizioni  della  pacificazione  di  Lombardia  por- 
tava che  Carlo  Vne  ritirerebbe  le  sue  truppe:  ed 
in  fatti  negli  ultimi  giorni  di  dicembre  da  venti- 
mila tra  spagnuoli  e  tedeschi  passarono  gli  Ap* 
pennini  con  moltissime  artiglierie  e  vennero  ad 
accamparsi  sulla  destra  riva  dell'Arno,  che  fino 
allora  era  stata  preservata  dai  guasti  della  guerra. 
1  fiorentini  atterriti  dall'arrivo  di  questi  nuovi 
nemici,  sgombrarono  Prato  con  quella  stessa  pre- 
cipitazione con  cui  al  sopraggiungere  della  prima 
armata  avevano  abbandonato  Cortona  ed  Arezzo. 
Le  più  lontane  fortezze  di  Pietrasanla  e  di  Mo- 
trone  aprirono  spontaneamente  le  porte  agrim- 
periali,  dimodoché  prima  che  terminasse  Tanno, 
Tautorilà  dell.i  repubblica  fiorentina  più  non  era 
conosciuta,  se  non  che  in  Livorno,  Pisa,  Empoli, 
Volterra,  Borgo  s.  Sepolcro,  Castro-Caro,  e  nella 
cittadella  d'Arezzo  (Sa). 

g.  19.  In  questo  mentre  avendo  inteso  i  pi- 
stoiesi che  il  più  grosso  delPesercito  dell'impera- 
tore Carlo  V  era  nelle  vicinanze  del  loro  stato,  e 
temendone  i  danni,  pregarono  il  pontefice  di  fa- 
Sl.   Tose,  Tom,  9.  19 


ai4  AVVENI'VIENTI  STORICI  An,    1529. 

re  in  modo,  che  lo  stato  pistoiese  restasse  libero 
dal  passo  dei  soldati  imperiali,  e  gli  otfiiroiio  la 
città  e  le  chiavi  delle  sue  porte,  ma  frattanto 
molti  cittadini  intimoriti  da'*  futuri  successi  di 
guerra  si  assentarono  da  Pistoia  .  Tra  tanti  ru- 
mori, non  potendosi  penetrare  il  fine  che  aver 
potesse  la  guerra,  fece  il  consiglio  elezione  di  due 
ambasciatori  nelle  persone  del  colonnello  Nicco- 
lò Bracciolini,  tornato  di  fresco  dal  servizio  della 
repubblica  di  Yenezia,  e  Baccio  Tonti,  incari- 
cati di  ragguagliare  i  fiorentini  della  risoluzio- 
ne presa  dalla  loro  città.  Bisaputosi  dal  Braccioli- 
ni l'onore  ricevuto  in  consiglio  e  V  elezione  del 
Tonti  per  suo  collega,  menlr^era  di  lui  fiero  ne- 
mico, se  ne  sdegnò  per  modo  che  giunto  il  Tonti 
nella  sala  del  consiglio,  fu  trafitto  ed  ucciso  dal 
Bracciolini  con  replicati  colpi  di  spada  alla  pre- 
senza di  tutti.  Dopo  di  ciò  andato  Tuccisore  in- 
contro a  mediti  della  fazione  cancelliera,  e  venuto 
co'suoi  aderenti  alle  mani,  uccise  diciotto  indi- 
vidui della  cancelliera  fazione,ed  animato  da  quei 
della  panciatica  in  generale,  seguitando  ad  inso- 
lentire si  sollevò  talmente  a'danni  della  cancel- 
liera, che  alla  fine  convenne  a  questa  il  fuggire 
dalla  città;  ed  allora  la  parte  avversa  incrudelì 
contro  i  vecchi,  le  donne  ed  i  bambini  che  non 
potevan  fuggire  :  furono  anche  saccheggiate  ed 
arse  molte  case  dei  Cancellieri.  In  questo  disor- 
dine si  fece  lecito  il  Cellesi  co'' suoi  seguaci  di 
fate  un  ricco  bottino  di  denaro  e  cose  preziose^ 
fuggi  alla  volta  di  Bologna,  dove,  accolto  e  tratte- 
Muto  dal  papa,  trovò  quiete  e  perdono  (?»3). 


"Jn.iSlO.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLlV.  2l5 

g.  2,0.  Scrivono  gli  storici  pistoiesi  che  in  que- 
sto tempo  successe  il  vero  esterminio  della  fazio- 
ne cancelliera,  poiché  la  panciatica  favorita  dal 
pontetìce,  come  aderente  alla  casa  Medici,  prese 
tanto  vigore  che  infierita  contro  di  quella,  non 
solo  in  città  ma  inclusive  in  contado  e  nella  mon- 
tagna saccheggiò,  arse  e  distrusse  la  maggior  par- 
te delle  case  de'Cancellieri ,  e  seguite  da  per  tut- 
to rovine  grandissime  si  videro  in  breve  tempo 
Cavinana,  Lanciole,  Cutigliano,  Spignano  ed  altre 
castella  di  fazione  cancelliera  arse  anch'*  esse  e 
quasi  demolite.  Successe  ancora  che  quei  della 
Serra  seguitando  i  Panciatici  abbruciarono  il 
castello  di  Calamecca,  perchè  teneva  la  parte  dei 
Cancellieri.non  senza  soffrire  atroci  vendette  dalla 
parte  degli  avversari.  I  Panciatici  erano  ridotti  in 
tale  stato,che  un  soldato  il  più  animoso,  chiamato 
Apollonio  di  Dante  della  Serra  ,  per  liberare  i 
suoi  dalle  mani  dei  persecutori, si  precipitò  da  una 
torre  dov'éran  chiusi  ed  assediali  i  suoi  aderen- 
ti, lasciando  detto  ai  medesimi,  che  se  fosse  vis- 
suto li  avrebbe  soccorsi.  Non  andò  diversamente 
il  suo  disegno,  poiché  fattasi  vela  del  suo  man- 
tello ne  fu  sostenuto  in  maniera,  che  non  aven- 
do soff*erto  nel  cadere  senonchò  poco  in  un  brac- 
cio, se  ne  andò  correndo  alla  Serra,  e  di  lì  a  Pi- 
stoia, ove  mosso  ai  di  lui  preghi  il  capitano  Ma- 
riolto  Cellesi,  marciò  con  buona  truppa  di  sol- 
dati a  quella  volta,  e  liberò  tanta  gente  dall'asse- 
dio. Tornaron  frattanto  gli  ambasciatori  pistoiesi 
dalla  missione  loro  al  pontefice,  e  recarono  alla  lor 
patria  la  lieta  novella^che  Timperatore  per  opera 


^1%  AYVENiaiESTI  STORICI  ^/2.1529. 

di  Clemente  aveva  ordinato  alle  truppe  di  non 
recar  danno  veruno  a  Pisloia,nè  al  suo  contado,  né 
alla  montagna  da  quella  repubblica  dominata  (34). 
g.  ai.  Malgrado  i  pericoli  dello  stalo,  la  prima 
carica  della  repubblica  fiorentina  veniva  ambita 
con  uguale  ardore.  Francesco  Carducci,  eh"'  era 
succeduto  al  Capponi  negli  otto  ultimi  mesi  del- 
Tanno  i5a9,  avea  dato  prove  di  fermezza  d'ani- 
mo e  d'^ingegno.  Egli  desiderava  d'esser  confer- 
mato nella  carica  pel  susseguente  anno,  e  mani- 
festò  abbastanza  chiaramente  un  tal  suo  desiderio 
pel  gran  consiglio,  ove  rappresentò  ai  suoi  citta- 
dini, che  in  tante  angustie  non  si  poteva  quasi  mu- 
tare il  capo  dello  slato,  senza  esporsi  altresì  a 
cambiare  tutte  le  provvidenze  prese  per  lo  innanzi, 
ed  a  sovvertire  tutti  i  progetti  maturati  da  lungo 
lempoj  ma  questo  stesso  avvertimento  parve  of- 
fender coloro  che  credevansi  non  men  di  lui  ca- 
paci di  sostenere  la  prima  carica  dello  stato,  ed 
il  Carducci  non  venne  pure  annoverato  tra  i  sei 
candidati  proposti  pel  gonfalone.  Il  gran  consi- 
glio elesse  il  a  di  dicembre  Raffaello  Girolami,  il 
solo  degli  ambasciatori,  mandali  a  Carlo  V  a  Ge- 
nova, che  fosse  tornato  in  patria  a  render  conto 
deirambasciala.  Subito  dopo  la  sua  elezione  il 
Girolami  visse  in  palazzo  ed  assistette  alle  deli- 
berazioni della  signorìa ,  benché  non  dovesse 
prendere  il  magistrato  senoncbè  il  di  primo  di 
gennaio  del  i53o.  DopoTarrivo  della  seconda  ar- 
mata imperiale  proveniente  dalla  Lombardia,  Fi- 
renze era  accerchiata  da  ogni  lato,  ed  il  principe 
d'Oranges  aveva  una  formidabile  artiglierìa  j  et 


^«.1530.  DElTEMPITflEPUEB.  GAP.  XLIV.  ^17 

più  che  bastante  per  islringer  forte  Tassedio.  Pu- 
re non  prese  a  battere  in  breccia  le  mura,e  solo 
tentò,  e  quest'ancora  con  infelice  riuscita,  di  at- 
terrare alcune  torri,  dalla  di  cui  artiglierìa  era  mo- 
lestato, limitandosi  a  bloccare  la  città  colla  spe- 
ranza di  aifamarla.  Oltre  l'ordinaria  numerosa 
sua  popolazione  Firenze  conteneva  in  allora  molti 
contadini  che  vi  si  erano  rifuggiti  dalle  circostan- 
ti campagne ,  e  dodici  in  quattordicimila  soldati. 
Questi  non  s'erano  assuefatti  in  veruna  delle  pre- 
cedenti guerre  d'Italia  a  soflrire  gli  stenti,  e  con 
tutto  ciò  la  loro  moderazione,  la  loro  disciplina, 
la  loro  pazienza  furono  maravigliose,  accanto  spe- 
cialmente alle  molestie  sofferte  dalle  altre  città 
per  parte  dei  soldati  ricevuti  entro  le  mura.  Sen- 
za dubbio  Firenze  andava  di  ciò  debitrice  alla 
guardia  urbana  ,  e  colla  sua  lodevole  disciplina 
serviva  d'esempio  alle  allre  truppe,  e  le  teneva  in 
dovere.j\ondimeno  tutli  i  granai  di  Firenze  sareb- 
bersi  a  lungo  andare  vuotati,  se  il  commissario 
generale  Francesco  Ferrucci  non  avesse  trovato 
il  mezzo,  mercè  una  costante  attività  ed  un  zelo 
eguale  al  suo  coraggio,  d^introdurre  in  città  pa- 
recchi convogli  di  bestiami  ,  di  granaglie  e  di 
foraggi,  e  di  farvi  passare  le  munizioni  che  si  tro- 
vavano raccolte  in  Empoli,  in  Volterra  ed  in  Pi- 
sa (35). 

?.  aa.  I  cronisti  di  Pistoia  ci  accertano,  che 
i  rumori,  i  pericoli  e  le  rovine  accaduti  in  quei 
tempi  nella  Toscana  eran  tali,  che  mai  non  si 
U(h*ronogli  eguali  non  che  i  maggiori,  e  poi  rac- 
contano che  al  principio  di  gennaio  del  i53o  fu 


aiS  AVVE>'IMENTI  STORICI  JnAò^O» 

istituito  in  Pistoia  un  magistrato  detto  dei  sa^^l^ 
ì  quali  essendo  8  di  numero,avessero  per  i  sei  me- 
si futuri,  incominciando  dal  dì  1 5  di  gennaio  allo- 
ra corrente,  tanta  autorità  e  tanta  balìa  ,  quanta 
ne  avevano  tutti  i  magistrati  e  popolo  di  Pistoia, 
zelando  sempre  alld  salute  ed  all'onore  di  essa, 
con  facoltà  di  eleggere  e  mandare  ambasciatori 
a  qualunque  principe,  e  similmente  di  fare  ogni 
spesa,  e  di  prendere  ogni  risoluzione  che  fosse  da 
loro  stimata  opportuna.  Or  questi  nuovi  officiali 
col  gonfaloniere  e  priori  elessero  Alessandro  di 
Giovanni  di  Matteo  Brunozzi  ambasciatore  al 
commissario  generale  del  papa  e  dell'imperatore, 
ed  al  marchese  del  Vasto  ch'erano  al  campo  sot- 
to Firenze,  affine  d''ìntendere  quanto  volevano 
che  a  Pistoia  si  facesse.  Nel  tempo  stesso  elessero 
oratori  al  papa  ed  alTimperatore,  allora  dimoranti 
in  Bologna,  perchè  seco  loro  trattassero  dei  ne- 
gozi della  repubblica  ^  ed  intanto  i  pistoiesi  prov- 
videro di  vettovaglie  l'esercito  cesareo  pontificio. 
E  siccome  era  la  voce  che  i  prelodati  sovrani 
potessero.venendoin  Toscana,  passare  in  Pistoia, 
così  fu  tosto  ordinato  dal  comune  che  si  faces^ 
sero  baldacchini  e  drappelloni  con  le  armi  del 
papa  e  deHimperatore,  e  le  stesse  armi  si  affig- 
gessero in  varie  parti  della  città.  I  fiorentini  che 
-vedevano  stringersi  viemaggiormente  d'assedio, 
pregarono  con  calde  istanze  il  colonnello  Iacopo 
Fabbroni  ch'egli  con  le  sue  truppe  volesse  aiu- 
tarli, con  mettere  in  rotta  il  colonnello  cesareo 
da  Napoli  accampato  nel  Mugello ,  e  romper  le 
strade  per  disfar  Carlo  V  dalla  banda  di  Marradi, 


'AnAoZ(>,        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  li^ 

essendo  quello  un  passo  di  gran  conseguenza  ,  e 
di  più  instavano  ch'egli  mandasse  vettovaglie  a 
Firenze,  e  concedesse  loro  cento  fanti  pagati  in 
aiuto  delle  lor  genti  in  Romagna .  3Ia  il  colon- 
nello Fabbroni, ricordevole  dell'anlica  amistà  fra 
]a  sua  casa  e  quella  dei  ledici,  e  dei  fedeli  ser- 
vigi a  quella  in  altre  occasioni  prestali ,  (  come 
quando  Cosimo  padre  della  patria  astretto  a 
partirsi  da  Firenze  e  Pietro  dei  Medici  esiliatone, 
furon  seguiti  e  serviti  dai  Fabbroni,  oltre  a  quel 
ch'avevan  fatto  Guglielmo  e  Francesco  Fabbroni 
ritrovandosi  in  Mantova  con  don  Giovanni  Me- 
dici, dove  mori,essendo  stalo  ferito  sotto  Borgo- 
forte  ,  combattendo  egli  contro  Giorgio  Frund- 
sberg  )  ,  non  solamente  negò  di  recar  loro  il 
minimo  aiuto  ,  ma  per  servire  alla  casa  Siedici 
ridusse  a  devozione  di  questa  una  gran  parte  della 
Romagna, facendola  ribellare  dalla  repubblica  fio- 
rentina, ed  occupando  egli  il  passo  dell'  Appen- 
nino sopra  il  Mugello  per  dove  si  scende  in  To- 
scana ;  assicurò  le  vettovaglie  e  munizioni  che  di 
qui  dovean  passare  per  esser  condotte  al  campo 
sotto  Firenze,  acciò  nel  passo  di  Castiglione,  do- 
v'erano i  fiorentini,  non  fossero  impedite. 

g.  a5.  L'accordo  d'Ercole  d'Este,  in  qualità  di 
capitano  generale  era  terminato  col  i529,  senza 
ch'egli  si  fosse  mai  recato  al  suo  posto.  Gli  uo- 
mini d'arme  da  esso  mandati  erano  stati  capitana-* 
ti  dal  conte  Ercole  Rangoni  di  lui  luogotenente, 
ma  si  erano  ndoi)rati  assai  mollemente  a  seconda 
dt»gli  ordini  dati  loro  dal  duca  di  Ferrara.  Alla  fine 
delPanno  il  principe  11  richiamò:   egli  più  non 


aaO  AVVE^flMENTI  STORICI  Alt,  1530. 

desiderava  di  conservare  il  posto  di  capitano  ge- 
nerale, ed  i  6oreulini  non  avevano  verun  pen- 
siero di  raffermarlo  in  lai  carica  .  I  dieci  della 
guerra  pensaron  quindi  ad  eleggere  il  di  lui  suc- 
cessore: essi  pendevano  incerti  IraMalatesta  Ba- 
glioni,  che  ancor  non  aveva  altro  titolo  che  quel 
di  governatore  generale,  e  Stefano  Colonna,  ge- 
nerale della  loro  ordinanza  ^  ma  questi  eh'  era 
uomo  circospetto  e  che  trasparir  non  lasciava  le 
segrete  sue  intenzioni,  dichiarò  che  continuava  a 
considerarsi  come  soldato  del  re  cristianissimo  , 
che  rimaneva  in  Firenze  per  di  luì  servigio  ,  e 
che  non  desiderava  nessun  altr'  onore  .  Per  lo 
contrario  il  Baglioni  faceva  pratiche  per  avere  la 
prima  carica*,  sebbene  indebolito  e  quasi  attratto 
da  lunghe  malattie,  egli  non  era  raen  riputalo  per 
coraggio  che  per  militare  perizia.  Avea  gloriosa- 
mente militalo  negli  eserciti  veneziani  \  sapeva 
farsi  amare  e  rispettare  dai  soldati,  sebben  con- 
ienesseli  nella  più  severa  disciplina^  e  comecché 
in  appresso  Pesperienza  dimostrasse  eh'  egli  an- 
teponeva il  suo  privato  interesse  al  dovere,  ebbe, 
mancando  ancora  a  quest'ultimo,  certi  riguardi 
]>er  l'onor  suo,  che  il  più  delle  volte  venivano 
dai  condottieri  trascurali.  Fu  nel  26  di  gennaio 
che  il  gonfaloniere  Raffaello  Girolami  gli  conse- 
gnò lo  stendardo  della  repubblica  ed  il  bastone 
del  comando,  dopo  di  averlo  esortato  in  presenza 
di  tulio  il  popolo  a  versare,  se  il  bisogno  lo  ri- 
chiedesse, il  suo  sangue  per  la  difesa  della  libertà 
fiorentina,  ed  avesse  ricevuto  il  di  lui  giuramen- 
to. Pochi  giorni  prima  della  elezione  del  Baglioni 


^«.1530.        DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  aat 

a  capilano  generale  ,  Francesco  I  ,  per  far  cosa 
grata  al  pontefice  ed  all'  imperatore,  avea  fatto 
dar  ordine  a  questo  medesimo  Baglioni  ed  a  Ste- 
fano Colonna  dì  abbandonare  il  servigio  dei  Ho- 
rentini ,  dichiarando  di  non  li  volere  incorare 
nella  loro  ribellione  contro  la  Chiesa  e  contro 

V  impero  ;  ma  in  pari  tempo  che  ad  essi  pubbli- 
camente mandava  quesf  ordini ,  facea  loro  dire 
segretamente  di  non  obbedire  .  Richiamò  il  si- 
gnore di  Vigli  àuo  ambasciatore  a  Firenze ,  ma 
vi  lasciò  un  Emilio  Ferreto  in  qualità  di  se- 
gretario dell'ambasciata,  commettendogli  di  so- 
stenere il  coraggio  dei  fiorentini,  e  di  accertarli 
che  ricuperati  che  evesse  i  figliuoli  col  pagamen- 
to della  loro  taglia,  tornerebbe  ad  aiutarli  aperta- 
mente (36). 

g.  2,4.  A  seconda  di  una  risoluzione  del  gran 
consiglio,  il  nuovo  gonfaloniere  aveva  mandati 
altri  ambasciatori  alP  imperatore  ed  al  papa  a 
Bologna  per  chiedere  la  pace.  Erano  essi  incari- 
cali di  offrire  per  condizione  della  pace  la  ri- 
chiamata de'Medici  in  Firenze.a  patto  che  in  tutto 
lo  stato  fiorentino  sarebbe  conservata  la  liberlà, 
e  che  la  costituzione  non  verrebbe  alterata.  Carlo 

V  non  volle  negoziare  con  loro,  e  sempre  li  rin- 
viò al  pontefice^  questi  parve  disi)osto  ad  accon- 
sentire ai  due  primi  patti,  ma  scagliossi  fieramen- 
te contro  coloro  che  proponevano  il  terzo.  Giurò 
di  atterrare  un  governo  caduto  in  mano  della 
plebaglia,  che  opprimeva  tutto  ciò  che  la  nazione 
avrebbe  dovuto  rispettare,  e  costrinse  gli  amba- 
sciatori a  mezzo  febbraio  ad  uscire  incontanente 


aia  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1 53()# 

da  Bologna  senza  aver  niente  convenuto.  Ma  né 
la  durezza  delPimperatore,  né  la  collera  del  papa, 
né  l'abbandono  del  re  di  Francia,  né  la  fuga  di 
parecchi  capitani  che  trafuggii'ono  ai  nemici,  né 
le  trame  dei  partigiani  dei  Medici ,  perseguitati 
con  un  rigore  e  con  forme  di  giudizio  indegne 
di  una  repubblica ,  né  la  susseguita  perdita  di 
tutto  il  dominio  dello  stato  ,  ebber  forza  di  sgo- 
mentare i  fiorentini .  I  frati  del  monastero  di  s. 
Marco  ed  i  proseliti  di  Girolamo  Savonarola  ave- 
vano ricominciate  le  loro  prediche.  Fra  Benedet- 
to da  Foia  no  di  santa  Maria  Novella  ,  ed  un  fra 
Zaccaria  domenicano  di  s.  Marco  erano  tra  que- 
sti oratori  i  più  eloquenti,  ed  il  popolo  ascoltava- 
li  con  maggiore  entusiasmo  .  Inanimavano  essi 
i  devoti  colla  promessa  che  Cristo  eletto  loro  re 
penserebbe  a  difenderli,  e  profetizzavano  che  al- 
lorquando parrebbe  impossibile  og^  umano  soc- 
corso, allorquando  gP  imperiali  avrebber  di  già 
inalzate  sulle  mura  le  loro  insegne,  gli  angeli  del 
Signore  scenderebbero  tra  i  combattenti,  e  scac- 
cerebbero colle  infuocate  loro  spade  i  nemici  del 
Signore  dalla  città  che  gli  si  era  data  (37). 

§.  aS.  Ogni  venerdì  i  fiorentini  s'aspettavano 
d'essere  assaliti  dal  principe  d''Oranges, perchè  gli 
spagnuoli  l'isguardavano  tal  giorno  come  fausto 
per  loro.  Ma  intanto  non  lasciavan  passar  un  sol 
dì  senza  tentare  con  qualche  sortita  di  sorpren- 
dere alcun  posto  de'  nemici.  In  molte  di  queste 
zuffe  perirono  parecchi  uomini  che  alla  repubbli- 
ca erano  utilissimi,  e  si  prese  da  ciò  motivo  di  ac- 
cusare Malatesta  Baglioni  di  aver  voluto  spossare 


Un.iòSO.        DEI  TEMPI  rÉpUBB.  GAP.  XLIV.  21^.3 

la  guarnigione  con  questi  badalucchi.  Egli  è  ve- 
ro che  con  questi  il  Baglioni  venne  a  capo  di  ri- 
durre affatto  in  sua  dipendenza  ii  consigh'o  di  guer- 
ra^ perchè  agli  ufficiali  che  si  andavano  perden- 
do in  queste  scaramucce,  sT surrogavano  sempre 
alcuni  de'suoi  creati,  proposti  da  lui  medesimo  ; 
con  lutto  ciò  il  capitano  generale  poteva  ragio- 
nevolmente credere  che  con  queste  piccole  per- 
dite non  si  comprava  a  troppo  caro  prezzo  il  van- 
taggio di  agguerrire  i  soldati,  d'ispirar  loro  fiducia 
e  di  dissipare  quella  impazienza  e  quella  noia,che 
spesso  riescono  alle  truppe  assediate  più  funeste 
che  le  spade  nemiche  (38).  Con  altre  delle  loro 
sortite  i  fiorentini  propone vansi  più  importanti 
risultamenti:  sorprendendo  di  notte  i  quartieri 
de'^nemici  potevano  lusingarsi  di  disordinare  tut- 
to Tesercito  e  di  forzarlo  a  levar  l'assedio.  Que- 
ste notturne  sorprese  chiama  vansi  incamiciate  j 
perchè  gli  assalitori  coprivansi  con  una  camicia 
bianca,  onde  riconoscersi  nelF  oscurità.  Talvolta 
i  fiorentini  non  temevano  di  assalire  i  loro  ne- 
mici ancora  in  pieno  giorno^  lo  che  avvenne  in 
particolare  il  ai  di  marzo,  dietro  gli  ordini  di 
Malatesta  Baglioni.  Cinque  schiere,  cadauna  di  5 
in  600  uomini  sorliiono  in  quel  giorno  da  5  di- 
verse porte  per  assalire  tutte  ad  un  tempo  gl'im- 
periali, onde  occupare  un  cavaliere  o  ridotto  inal- 
zato dal  principe  d*  Oranges  di  contro  alla  porta 
Romana:  una  di  queste  schiere  doveva  condurre 
a  fine  l'impresa,  intantochè  le  altre  distraevano 
il  nemico.  Disgraziatamente  i  fiorentini  furono 
traditi  da  un  diseriore,  che  uscì  di  città  mezz'ora 


^2$  AVVEJflMENTl  STOBICÌ  ^/1.1530* 

prima  di  loro;  pure  sebbene  gl'imperiali  si  tro- 
vassero dappertutto  apparecchiali  allo  scontro  , 
l'^assalto  de''fiorentini  fu  così  gagliardo,  che  molti 
di  loro  giunsero  sul  cavaliere,  e  che  quando  si 
ritirarono  sul  far  della  sera,  avean  fatto  ai  nemi- 
ci assai  maggior  male  che  non  ne  aveano  rice- 
vuto. Rinnovarono  gli  assediali  lo  stesso  tentati- 
vo il  a3  di  marzo,  ma  meno  felicemente.  Nel  gior- 
no di  Pasqua  e  nei  seguenti  accaddero  di  nuovo 
alcune  scaramucce  con  non  infelice  esilo  pei 
fiorentini.  Intanto  Pimperatore  era  partito  alla 
volta  della  Germania,  il  papa  era  tornato  a  Roma, 
e  l'armata  delTOranges  cominciava  a  difettare  di 
denaro.  I  fiorentini  erano  persuasi,  che  se  riusciva 
loro  in  tal  congiuntura  di  ottenere  qualche  im- 
portante vantaggio  sulParmata  imperiale,  fareb- 
bero levare  Passedio,  mentre  che  lasciandosi  in 
quella  vece  bloccare  più  a  lungo,  la  fame  strug- 
gerebbe air  ultimo  le  forze  loro  (89). 

g.  a6.  Sentendosi  Malatesta  Baglioni  accusato 
dal  popolo  di  trarre  in  lungo  la  guerra,  e  veden- 
do che  Tordinanza  dei  cittadini  desiderava  di  fare 
una  sortita  generale,  e  che  la  volevano  i  dieci 
della  guerra  e  la  signorìa,  dichiarò  che  condur- 
rebbe i  fiorentini  alla  battaglia,  sebbene  egli  non 
lo  credesse  utile  agli  assediati.  In  fatti  il  5  di  mag- 
gio fece  sortire  più  di  mezza  guarnigione  fuori 
di  porta  Romana  e  di  due  altre  porte  dallo  stes- 
so lato  dell'Imo.  Prese  d'assalto  il  monastero  di 
s.  Donalo  difeso  dagli  spagnuoli,  pose  in  disordi- 
ne tutta  Tarmata  del  principe  d'Oranges,  e  se  a- 
vesse  fatto  uscire  il  restante  delle  truppe .  di  cui 


^/1.1530.  DEI  TEMPI  REPCBB.  CAP.  XLIV.  220 

potea valersi,  o  se  Amico  da  Venafro  da  lui  posto 
a  comandare  una  delle  Ire  bande  non  fosse  stato 
ucciso  nel  precedente  giorno,  egli  avrebbe  proba- 
bilmente costretto  il  principe  d''Oranges  a  levare 
Passedio.  Dal  canto  suo  Stefano  Colonna  mosse  ad 
assalire  il  campo  dei  tedeschi  in  sulla  destra  dello 
A.rno,dove  il  conte  Luigi  di  Lodron  era  subentrato 
a  Luigi  di  Wirtemberg.  Il  Colonna  sortì  dalla  città 
il  dì  iodi  giugno,  alcune  ore  prima  che  aggior- 
nasse, per  la  porta  di  Faenza,  onde  andare  diret- 
tamente contro  i  nemici  .  Dovevano  secondar 
quesfazione  il  capitano  Pasquino  corso,  uscendo 
dalla  porta  a  Prato,  e  iVIalatesta  Baglioni  tenendo 
d'occhio  il  fiume  per  impedire  che  il  principe 
d'Oranges  non  aiutasse  i  tedeschi.  Il  Colonna 
combattè  con  gran  valore^  forzò  la  doppia  trincea 
dei  tedeschi,  e  loro  uccise  molta  gente.  Ma  il  ca- 
pitano Pasquino  non  vennegli  in  aiuto,  secondo 
che  gli  era  stato  imposto,  e  Malatesta  Baglioni  nel 
fervore  della  battaglia  in  vece  di  avanzarsi,  egli 
stesso  fece  suonare  e  raccolta:  Stefano  Colonna 
la  fece  in  buon  ordine,  riportandone  un  immen- 
so bottino  ,  preso  nei  quartieri  del  nemico.  La 
guerra  ferveva  nello  stesso  tempo  ancora  nelle 
altre  parti  dello  stato  fiorentino.  Nella  Romagna 
toscana  era  commissario  generale  Lorenzo  Car- 
nesecchi;  ei  risedeva  d**  ordinario  a  Caslrocaro 
con  pochissimi  soldati  e  senza  denaro.  Lorenzo 
I  rovo  il  modo  di  allestire  una  piccola  armata  in 
«juella  provincia,  e  non  solo  di  respingere  le  tru|>- 
pe  papali,  ma  ben  anche  di  spandere  il  terrore  in 
tutta  la  Romagna  pontificia  e  di  devastarla  a  tale, 
St.  Tose.  Tom,  9.  20 


aaf)  AVVENIMENTI  STORIOl  Jn,    1530. 

che  il  governatore  della  legazione  fu  costretto 
a  chiedergli  un  armistizio.  Il  Carnesecchi  non  vi 
acconsentì,  se  non  quando  ebbe  egli  medesimo 
esaurite  tutte  le  sue  forze  per  continuare  la  guer- 
ra (4o). 

g.  27.  La  cittadella  d'Arezzo  assediata  dagli 
aretini  capitolò  il  22  di  maggio.  I  soldati  che  vi 
stavano  di  guarnigione  si  erano  ammutinati  per 
non  durare  più  lungo  tempo  quegli  stenti  che 
porta  seco  un  assedio.  Gli  aretini  non  V  ebbero 
appena  in  loro  potere,  che  la  spianarono,  affinchè 
il  principe  d'Oranges  non  potesse  mandarvi  guar-/ 
nigione.  Il  23  di  giugno  si  arrese  agli  spagnuoli 
per  capitolazione  Borgo  san  Sepolcro  ,  benché 
non  fosse  stato  da  loro  assediato.  Volterra  si  era 
data  alle  truppe  del  papa  il  a4  febbraio,  ma  per- 
chè questa  città  credevasi  di  somma  importanza, 
i  dieci  della  guerra,  poich'^ebbero  eletto  Francesco 
Ferrucci  a  commissario  generale,  con  facoltà  il- 
limitate e  tali  che  mai  non  le  aveva  avute  verun 
cittadino  fiorentino,  lo  incaricarono  di  soccorrere 
la  fortezza  di  Volterra,  che  tuttavìa  si  difendeva, 
e  di  tentare,  se  fosse  possibile,  di  riavere  ancora 
la  città.  Il  Ferrucci  aveva  adunata  la  sua  piccola 
armata  in  Empoli,  dove  aveva  pure  raccolti  ma- 
gazzini abbondantissimi  di  vettovaglie,  che  mano 
mano  spediva  a  Firenze  ^  ed  avea  posto  quella 
terra  in  sì  buono  stalo  di  difesa^che  egli  accerta- 
va che  le  donne  sole  avi^bber  potuto  coi  loro 
fusi  respingere  gli  spagnuoli.  A  secónda  degli  or- 
dini ricevuti,  egli  ne  parti  il  27  d'aprile,  ed  affidò 
il  comando  d"'  Empoli   ad  Andrea  Giugni    ed    a 


An.    1530.      DEI  TEMPI     REPUBB.  GAP.  XLIV.  227 

Pietro  Orlandini.  La  partenza  del  Ferrucci  ebbe 
per  Empoli  funeste  conseguenze  :  il  principe  di 
Oranges  inviovviDiego  SdiTmienìo  coiblsogni  spa- 
gnuoli  per  assediarla.  Vi  aggiunse  tutta  la  caval- 
lerìa di  don  Ferdinando  Gonzaga  e  alcune  vecchie 
bande  del  marchese  del  Guaslo.  Nello  stesso  tem- 
po Fabrizio  Maramaldo  batteva  la  campagna  ,  e 
vietava  al  Ferrucci  di  avvicinarsi  alP  assediata 
città.  Le  batterìe  spagnuole  cominciarono  a  tem- 
pestar Empoli  il  24  di  maggio,  ed  il  28  gl'imperiali 
dettero  alla  piazza  un  sanguinosissimo  assalto  ; 
ma  dopo  molle  ore  di  battaglia  furono  respinti^ 
Wella  susseguente  notte  gli  abitanti  d'Empoli  te- 
mendo i  danni  di  un  assedio,  mandarono  segre- 
tamente al  campo  spagnuolo  per  capitolare,  ed 
avendo  ottenuta  una  salvaguardia  per  le  persone 
e  gli  averi,  non  fecer  motto  dei  soldati  che  li 
aveano  valorosamente  difesi,  l  due  capitani  Giu- 
gni ed  Orlandini  avevano  avuta  parte  in  questo 
vergognoso  patteggiamento.  Poiché  gli  spagnuoli 
furono  entrati  in  Empoli,  sprezzando  la  capitola- 
zione, saccheggiarono  non  solo  i  ricchissimi  ma- 
gazzini adunati  con  tanto  zelo  e  tante  cure  dal 
Ferrucci  per  assicurare  i  viveri  a  Firenze,  ma  in  ol- 
tre tutte  le  case  degli  abitanti  (41).  •' 
g.  28.  Intanto  Francesco  Ferrucci  aveva  con- 
dotta a  buon  fnie  la  sua  intrapresa:  partito  da 
Empoli  il  a;  aprile  con  circa  i4oo  fanti  e  due- 
cento cavalleggeri ,  cui  aveva  fatto  prendere  il 
vitto  per  due  giorni,  giunse  non  pertanto  lo  stes- 
so giorno  a  Volterra  tre  ore  prima  di  notte.  En- 
trato nella  cittadella  per  la  porta  del  Soccorso, 


a2  8  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1530. 

poiché  ebbe  lasciato  riposare  i  suoi  per  un'  ora, 
scese  nella  città,  ruppe  i  primi  trinceramenti  inal- 
zati dai  volterrani,  e  grinseguì  valorosamente  ti- 
no alla  piazza  di  sanfÀgostino,  dov'eransi  eretti 
altri  trinceramenti.  Intanto  sopraggiunse  la  not- 
te, ed  i  suoi  soldati  oppressi  dalla  fatica  del  lungo 
cammino  fatto  e  dalla  recente  ostinata  battaglia, 
più  non  potevano  reggersi  in  piedi^fu  d''uopo  pe- 
rò trincerarsi  sulla  piazza,  aspettando  il  veniente 
mattino:  alP  indomani  ricominciò  la  battaglia  in 
sul  fare  del  giorno.  I  volterrani  attendevano  ad 
ogni  istante  gli  aiuti  loro  promessi  da  Fabbrizio 
Maramaldo  che  occupava  la  provincia  con  due- 
mila cinquecento  calabresi,  i  quali  non  ricevendo 
il  soldo,  viveanvi  a  discrezione.  Ma  il  Ferrucci  co- 
strinseli  a  capitolare  prima  che  il  Maramaldo  po- 
tesse soccorrerli.  Il  Ferrucci  si  affrettò  di  metter 
Volterra  in  istato  di  difesa ,  Egli  doveva  nello 
stesso  tempo  tenersi  in  guardia  contro  gli  abi- 
tanti della  città,  pieni  di  rancore  verso  i  fiorenti- 
ni, e  contro  Fabbrizio  Maramaldo,  che  non  lardò 
ad  attaccarlo  colla  sua  infanterìa  leggera.  Com» 
batterono  tra  di  loro  il  Ferrucci  ed  il  Maramaldo 
per  tutto  il  mese  di  maggio  con  un  accanimento 
che  si  cangiò  in  odio  mortale.  Dopo  la  presa  d'Em- 
poli il  marchese  del  Guasto  e  don  Diego  di  Sar- 
miento  raggiunsero  Maramaldo  coi  loro  spagnuoli, 
e  cinser  la  città  di  regolare  assedio.  Il  za  di  giu- 
gno scoprirono  le  loro  batterie  contro  le  mura  di 
Volterra,  e  vi  aprirono  larghe  brecce.  Il  Ferrucci 
riportò  due  gravi  ferite  nelTazione.ma  senza  nem- 
nien  dar  tempo  n'chirurghi  di  medicarlo,  egli  si 


Jn.iS^O.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  2^9 

fece  sempre  portare  sopra  una  seggiola  in  tutti  i 
posti  più  minacciati  dal  nemico,  e  continuò  egli 
solo  a  dirigere  la  difesa  (^i).  lì  17  giugno  il  mar- 
chese del  Guasto  che  avea  ricevuto  dal  campo 
d»»l  principe  d^  Oranges  un  rinforzo  d'artiglierìa, 
aprì  nuovamente  larghe  brecce  nelle  mura  della 
città.  Il  Ferrucci  oltre  alle  ferite,  era  travagliato 
dalla  febbre,  con  tutto  ciò  ponendo  in  non  cale  o- 
goi  cura  della  sua  salute,  fece  testa  al  nemico  e 
dopo  una  accanita  pugna  lo  costrinse  a  levare  ver- 
gognosamente Tassedio  (43). 

g.  29.  Poich''  ebbe  assicurato  alla  repubblica 
fiorentina  il  possesso  diVolterra,  il  Ferrucci  volse 
il  pensiero  ad  eseguir  la  commissione  che  gli  era 
slata  data  dai  dieci  della  guerra,  cioè  di  radunare 
tutti  i  soldati  fiorentini  che  trovavansi  nelle  varie 
parti  del  territorio  tuttavìa  soggetto  al  governo 
di  Firenze,  e  di  venire,  dopo  avere  in  tal  gui- 
sa ingrossato  per  quanto  poteva  la  sua  piccola  ar- 
mata, ad  assalire  il  campo  degli  assedianti.  1  fioren- 
tini stavau  pronti  per  secondarlo  con  una  va- 
lorosa sortita  ^  imperciocché  il  gonfaloniere,  la 
signorìa,  i  dieci  della  guerra  e  lo  stesso  consiglio 
degli  ottanta  desideravano  la  battaglia,ed  ordina- 
vano ai  loro  generali  d'assaltare  il  nemico.  In  va- 
no Malatesta  Baglioni  e  Stefano  Colonna  diceva- 
no di  non  poter  condurre  le  milizie  contro  soU' 
dati  veterani  più  numerosi  e  protetti  dai  loro  trin- 
ceramenti in  forte  sito  .  1  consigli  replicavano 
Tordine  d'assaltare  il  nemico,  onde  almeno  ten- 
tare la  sorte  e  nudrir  la  speranza  «li  prosjieri  av- 
venimenti^ imperciocché  la  farne  ch'essi  vedeva- 

ao* 


aSo  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.    1530. 

no  non  lontana  eia  peste  che  dal  campo  nemico 
era  entrata  nella  loro  città,  li  andavano  distrug- 
gendo,  quasi  con  tanta  rapidità  come  avrebbe 
fatto  la  battaglia  ,  senza  lasciar  loro  né  gloria 
ne  speranza.  Il  Ferrucci  ricevette  il  quattordici 
di  luglio  le  nuove  facoltà  che  gli  venivano  affi- 
date, le  quali  davangli  autorità  eguale  alla  signo- 
rìa ed  alPintiero  popolo  di  Firenze*,  in  pari  tem- 
po ebbe  ordine  di  porsi  in  cammino  per  salvare 
la  sua  patria,  che  tutta  in  lui  solo  riponeva  le 
sue  speranze.  Egli  aveva  sotto  i  suoi  ordini  ven- 
ti compagnie,  sette  delle  quali  egli  lasciò  alla  cu- 
stodia di  Volterra,  e  condusse  con  lui  le  altre 
tredici.,  che  non  sommavano  in  tutto  a  più  di 
mille  cinquecenfuomini,  sebbene  in  origine  fos- 
ser  tutte  composte  di  duecento  soldati.  Scese  la 
Cecina,  ed  arrivò  per  Vada  e  Ròsignano  a  Livor- 
no, senza  lasciarsi  trattenere  dagli  archibusieri 
di  Maramaldo,  che  tentavano  di  precludergli  la 
strada.  Da  Livorno  recossi  a  Pisa,  ove  il  signore 
Gian  Paolo  Orsini  lo  stava  aspettando  con  una 
banda  quasi  eguale  alla  sua.  11  signor  Gian  Pao- 
lo era  figliuolo  di  Renzo  di  Ceri,  e  nel  maggior 
pericolo  della  repubblica  le  si  era  offerto  in  aiu- 
to con  generosità  cavalleresca,  onde  aver  parte 
in  quest  ultima  pugna  in  favore  della  libertà  e 
della  indipendenza  italiana .  Per  pagare  queste 
due  piccole  armate  convenne  levar  danaro  in 
Pisa  col  mezzo  d'arbitrarie  contribuzioni^  e  in  ol- 
tre il  Ferrucci,  il  quale  benché  oppresso  dalle 
fatiche  e  dalle  cure,  dovea  provvedere  a  tutto  in 
persona,  fu  sorpreso  da  violenta  febbre,  che  lo 


Aìl'    1530.        DEI  TEMPI    REPUEB.  Cip.  XLIV.  a3 1 

tenne  tredici  giorni  in  una  forzata  «  disperante 
inazione  (44)- 

g.  00.  Il  divisamento  che  stava  per  eseguire 
il  Ferrucci  non  era  già  quello  ch'egli  aveva  pro- 
p  osto.  Egli  avrebbe  voluto  condurre  la  sua  piccola 
armata  contro  Roma, dove  sapeva  trovarsi  il  papa 
senza  veruna  difesa^ far  correr  voce  ch''egli  andava 
a  mettere  a  sacco  per  la  seconda  volt^  la  corte  ro- 
mana, e  trarre  in  tal  guisa  sotto  le  sue  insegne  (a 
folla  dei  mercenari,  i  quali ,  senza  onore  e  senza 
religione,  non  guerreggiavano  per  altro  che  per 
bottinare  ,  ed  in  particolare  i  bisogni  spagnuoli 
di  Diego  Sarmiento,  ch'egli  credea  di  poter  facil- 
mente guadagnare.  Il  papa  atterrito  all'avvicinar- 
si di  questa  truppa^  o  avrebbe  fatta  la  pace,  o  per 
lo  meno  avrebbe  richiamato  il  principe  d''Oran- 
ges  per  sua  difesa.  TaTerail  disegno  del  Ferrucci, 
ma  la  signorìa  fiorentina  ricusò  di  approvarlo  , 
perchè  le  parve  troppo  ardito.  Francesco  Fer- 
rucci avendo  finalmente  ricuperate  le  forze,  prov- 
vide dapprima  alla  sicurezza  di  Pisa^  fece  poscia 
provviste  d'artiglieria  ,  di  fuochi  artificiali  e  di 
tutto  quanto  poteva  dare  alla  sua  piccola  armata 
maggior  fiducia  in  sé  medesima;  indi  si  pose  in 
cammino  la  nolledel  trenta  luglio,  tre  ore  dopo 
il  tramontar  del  sole  con  un''  armata  di  3ooo  pe- 
doni e  di  4  in  «^00  cavalli.  Uscì  di  risaperla  por- 
ta di  Lucca,  ed  attraversando  lutto  lo  stato  luc- 
chese, tentò  da  prima  di  entrare  nel  pian  dì  Pe- 
scia  pel  ponte  Squarciaboccone,ma  perchè  vi  trovò 
il  nemico  in  forza,  penetrò  nelle  montagne  luc- 
chesi, e  si  accampò  la  prima  notte  a  IVIedicina;  indi 


a3a  AVVENIMENTI  STonici  ^/»,1530. 

passò  la  seguente  a  Calamecca  nelle  montagne  di 
Pistoia.  Egli  sperava  di  radunare  in  questa  pro- 
vincia tutta  la  fazione  rancelliera  ,  la  quale  era 
benaffetta  alla  repubblica  fiorentina,  e  dopo  avere 
ingrossata  la  sua  armata  con  bande  tumultuarie, 
d'impadronirsi  di  Pistoia,  ove  potrebbe  adunare 
i  magazzini  che  destinava  a  vettovagliar  Firenze. 
Ma  i  partigiani  dei  Cancellieri  ch''egli  trovò  a  Ca- 
lamecca.volendo  approfittare  del  di  lui  arrivo  per 
vendicarsi  del  partito  nemico  dei  Panciatici,  lo 
traviarono  dalla  strada  che  avrebbe  dovuto  tenere, 
e  lo  condussero  a  s.  Marcello,  ove  signoreggiavano 
i  Panciatici.  Il  Ferrucci  prese  di  vero  questa  terra, 
la  saccheggiò  e  la  bruciò,  ma  perdette  in  tal  modo 
assai  prezioso  tempo:  una  dirotta  pioggia  gli  fece 
in  oltre  differire  di  alcune  ore  la  partenza.  Egli 
condusse  poi  la  sua  armata  a  Cavinana,  castello 
spettante  alla  fazione  de**  Cancellieri,  lontano  $ 
miglia  da  san  Marcello,  ed  otto  dalla  città  di  Pi- 
stoia (45). 

g.  3i.  Ma  qualunque  stata  fosse  rabilità  del 
Ferrucci  e  T  accortezza  delle  sue  mosse,  per  le 
quali  facendo  il  giro  intorno  alla  metà  dei  contini 
toscani,  si  conduceva  in  soccorso  di  Firenze  per  la 
parte  più  opposta  a  quella  ond"'  era  partilo  ,  egli 
era  quasi  accerchiato  da  tutte  le  parti.  Fabbrizio 
Maramaldo  Irovavasi  a  manca  di  lui  e  lo  aveva 
sempre  seguilo  senza  tentare  di  venire  alle  mani^ 
Alessandro  Vitelli  stava  alla  destra  coi  bisogni 
spagnuoli,  che  poc'anzi  eransi  ammulinali  ad  41- 
topascioj  da  dove  egli  aveali  ricondotti  all'obbe- 
dienza  colla  speranza  di  una  battaglia.il  Braccio- 


w^/l.1530.  DEI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIV.  23a 

lini  Io  seguitava  con  un  migliaio  d'uomini  della 
fazione  dei  Pancialici,  armati  nelle  montagne. 
Pure  il  Ferrucci  credevasi  ancora  in  stato  di  scam- 
pare da  lutto,  o  di  assalirli,  o  di  vendicarli  e  di 
vincerli  ad  uno  ad  uno,  quando  lo  stesso  principe 
d'Oranges  gli  si  fece  incontro  con  looo  veterani 
tedeschi,  altrettanti  spagnuoli,  e  4  colonnelli  ita- 
liani. Il  principe  d'^Oranges  ,  che  avea  confidato 
il  comando  deir  armata  in  tempo  della  sua  assen- 
za a  don  Ferdinando  Gonzaga,  ed  al  conte  di  Lo- 
dron,  non  si  sarebbe  allontanato  tanto  da  Firenze, 
se  con  avesse  confidato  in  un  tradimento.  Sapeva 
il  gonfaloniere  che  la  salvezza  della  repubblica 
era  tutta  ridotta  nel  solo  Ferrucci,  onde  voleva 
secondarlo  col  più  gagliardo  assalto  contro  il 
campo  degli  assedianti .  Qualunque  si  fosse  il 
vantaggio  del  sito,  del  numero  o  della  disciplina 
degli  spagnuoli  e  tedeschi,  egli  voleva  affrontar- 
li, e  comandò  a  Malatesta  Baglioni  di  apparec- 
chiarsi ad  una  generale  sortita.  Dichiarò  in  pari 
tempo  che  si  porrebbe  egli  slesso  alla  testa  delia 
eletta  milizia  fiorentina,  e  che  seguirebbe  le  trup- 
pe assoldale  ovunque  Malatesta  le  condurrebbe, 
lasciando  la  guardia  di  Firenze  ai  vecchi  ed  alle 
orduianze  dei  contadini  (46).  Ma  il  Baglioni  non 
avea  più  che  sperare  o  temere  dalla  repubblica 
fiorentina,  e  non  voleva  più  oltre  far  dipendere 
la  propria  fortuna  da  quella  di  uno  stato  cui  ve- 
deva in  sul  punto  di  perire. Egli  aveva  per  tanto 
segretamente  negozialo  col  principe  d'Oranges, 
e  per  mezzo  di  lui  anche  con  Clemente  VII;  ed 
ottenuta  la  conferma  della  sua  sovranità  di  Pe- 


234  AVVENIMENTI    STORICI  ^/i.1530. 

rugìa,  e  la  promessa  di  nuovi  favori  ecclesiastici 
e  temporali,  erasi  obbligato  per  iscrittara  verso 
il  principe  d'  Oranges  a  non  assaltare  il  campo 
imperiale,  quando  il  principe  ne  sarebbe  partito 
per  andare  contro  il  Fenucci.  Successivamente 
egli  oppose  tre  proteste  agli  ordini  datigli  dalla  si- 
gnoria di  assalire  il  nemico^ed  il  suo  collega  Ste- 
fano Colonna  per  debolezza  o  per  complicità  nel 
tradimento,  le  sottoscrisse  ancor  esso.  Diceva 
Malatesta  in  queste  scritture  che  la  battaglia  a 
cui  la  signoria  voleva  costringerlo,  cagionerebbe 
lirreparabile  rovina  della  sua  armata  e  della  re- 
pubblica^ ma  a  malgrado  di  questo  avendogli  al- 
Tultimo  la  signorìa  comandalo  perentoriamente 
di  muovere,  egli  si  arrese  a  quest^online  con  tanta 
lentezza,  che  prima  ch^egli  si  fosse  mosso,  i  fio- 
rentini ebbero  a  notizia  delPesito  della  spedizione 
del  Ferrucci  (47). 

g.  3a.  Il  principe  d**  Oranges  parti  la  sera  del 
primo  giorno  d'agosto*,  camminò  tutta  la  notte, 
ed  alPindomani  dette  riposo  alle  sue  truppe  al 
Lagone,villaggio posto  tra  Gavinana  e  Pistoia.  In- 
tanto che  le  truppe  dell'  Oranges  refocillavansi 
col  cibo  al  Lagone,  quelle  del  Ferrucci  facevano 
lo  stesso  a  s.  Marcello.  Le  due  armate  si  poser  di 
nuovo  in  cammino  pressoché  nella  stessa  ora,  e 
giunsero  nello  stesso  tempo  innanzi  a  Gavinana. 
La  campana  a  stormo  che  suonavasi  in  questo  vil- 
1  aggio  avvisò  il  Ferrucci  delTavvicinarsi  del  ne- 
mico ,  senza  ch'egli  peraltro  potesse  sospettare 
che  fosse  lo  stesso  principe  d'Oranges,  il  quale 
con  una  tanto ragguardevol  parte  dell'armata  im- 


Jti.i  530.         DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  235 

periale  avesse  abbandonato  il  campo  sotto  Fi- 
renze. La  fanteria  del  Ferrucci  era  divisa  in  due 
schiere,  ognuna  di  i4  compagnie;  egli  comandava 
la  primate  Gian  Paolo  Orsini  la  seconda  che  ser- 
viva di  retroguardia.  Era  ugualmente  divisa  in 
due  squadroni  la  cavallerìa,  un  dei  quali  era  con- 
dotto da  Amico  d'Ascoli,  Taltro  da  Carlo  di  Ca- 
stro, e  dal  conte  di  Civitella.  Prima  di  venire  a 
battaglia  il  Ferrucci  esorlò  brevemente  i  suoi 
commilitoni,  ricordò  loro  che  la  salvezza  di  Fi- 
renze e  l'ultima  speranza  della  repubblica  eraii 
riposte  nella  piccola  loro  armata,  e  non  racco-' 
mandò  loro  altro  che  di  seguirlo  dovunque  Io  ve- 
dessero avanzarsi.  Riprese  quindi  Telmo,  scese  da 
cavallo  ed  entrò  in  Gavinana  colla  picca  in  pu- 
gno, nel  punto  medesimo  in  cui  Fabbrizio  Mara- 
maldo avendo  fatto  atterrare  una  macerie,  vi  en- 
trava per  un^allra  strada. La  fanterìa  delle  due  ar- 
mate s'incontrò  sulla  piazza  del  castello,  intorno 
ad  un  alto  castagno  ohe  sorgeva  nel  mezze  e  vi 
appiccò  un'  accanita  pugna.  Intanto  il  prir:ci- 
pe  d'Oran^es  colla  sua  cavalleria  assaltava  impe- 
tuosamente quella  del  Ferrucc  i,  ch''erasi  trattenu- 
ta fuori  delle  mura.  I  cavalieri  fiorentini  stelter 
saldi;  alcuni  arrhibusieri,  frammischiati  nelle  lo- 
to file, fecero  replicate  scariche  contro  i  cavalli  ne"^ 
mici  eli  sgominarono.  Il  principe  d'Oranges  sfor- 
zavdsi  di  riordinarli ,  ed  attraversò  solo  dì  galop- 
po una  ripida  costa  sotto  il  fuoco de''tiorentini,  ma 
colpito  nello  stesso  tempo  da  <lue  palle  nel  collo 
e  nel  petto  cadde  morto  sul  campo.  Antonio  di 
Herrera  ed  il  riinanente^.^ui  <;4,\Rjli^ri  pieseuli^iil- 


236  AVVENHIESTI  STORICI  JnAoòO. 

la  caduta  del  principe  si  posero  in  rotta  e  fuggi- 
rono fino  a  Pistoia,  ove  sparsero  il  terrore  nella 
loro  fazione.  I  soldati  del  Ferrucci  trovarono  nelle 
tasche  del  principe  d''Oranges  quello  stesso  po- 
lizzlno,  con  cui  IVIalatestaBaglioni  prometteva  al 
principe  di  non  assaltare  il  di  lui  campo  (4^)* 

§.  33.  La  cavalleria  del  Ferrucci  dopo  di  aver 
dispersa  quella  del  principe  d''Oranges,  ed  ucciso 
questo  generale,  faceva  echeggiar  l'aria  colle  gri- 
da della  vittoria.  Ma  nello  stesso  tempo  Gian  Pao- 
lo Orsini  era  stato  assalito  da  Alessandro  Vitelli^ 
la  retroguardia  da  lui  comandata  avea  perdute  le 
insegne  disordinandosi,  e  Gian  Paolo  era  stato 
forzato  a  ritirarsi  a  piedi  in  Gavinana  dove  ave- 
va raggiunto  il  Ferrucci.  Questi  dal  canto  suo  a- 
vea  cacciato  fuori  di  Gavinana  il  Maramaldo  e  i 
di  lui  calabresi  coi  lanzichinecchi  e  coi  cavalli  del 
principe^  ma  dopo  d'aver  combattuto  tre  ore  sotto 
un  cocente  sole  di  agosto,  egli  riposavasi  appog- 
giato sulla  sua  picca,  quando  venne  assaltato  da 
un'altra  banda  di  lanzichinecchi, la  qual  non  avea 
peranco  combattuto.  In  quel  punto  il  Ferrucci  e 
Gian  Paolo  avevan  presso  di  loro  pochi  ofiiciali, 
essendosi  alquanto  allontanati  i  loro  soldati  per 
riposarsi  un  qualche  minuto:  con  questo  pugno  di 
valorosi  TOrsini  ed  il  Ferrucci  si  difesero  ancora 
lungo  tempo.  Ma  airultimo  Gian  Paolo  ferito  e 
coperto  di  polvere,  più  non  vedendo  speranza  di 
salvezza,  rivoltosi  al  Ferrucci  gli  disse,  signor 
commissario  non  spogliamo  ancora  arrenderci? 
No,  rispose  il  Ferrucci,  e  scagliossi  contro  uno 
squadrone  di  nemici  che  veniva  ad  assalirlo.  Ri- 


^«.1530.         DEI  TEMPI  BEPUBB.  CAP.  XLIV.  23^ 

bultollo  infatti  fuori  delle  porte,  ma  nelP  inse- 
guirlo vide  chiudersele  alle  spalle  .  Il  castello 
di  Gavinana  era  preso,  e  tutti  i  soldati  del  Fer- 
rucci erano  morti,  feriti  o  fuggitivi;  egli  sles- 
so avea  riportata  una  ferita  mortale,  e  nel  di  lui 
corpo  ormai  rimanevano  poche  parti  sane.  Final- 
mente egli  si  arrese  ad  uno  spagnuolo,  che  per 
guadagnarsi  la  taglia  del  riscatto  procurava  di 
salvargli  la  vita.  Ma  il  Maramaldo  fattoselo  con- 
durre innanzi  sulla  piazza  del  castello ,  lo  fece 
disarmare,  e  lo  pugnalò  colle  proprie  mani.  Il  Fer- 
rucci dissegli  queste  sole  parole  :  Tu  uccidi  un 
uomo  di  già  morto  (49)  .  Gian  Paolo  Orsini  fu 
fatto  prigioniero  ancor  esso,  ma  riebbe  poscia  la 
libertà  pagando  la  taglia;  venne  in  mano  dei  vin- 
citori anche  Amico  d''Ascoli,  e  il  di  lui  mortale 
nemico  Muzio  Colonna  lo  comprò  per  seicento 
ducati  da  colui  che  lo  aveva  preso  per  ucciderlo 
poi  a  posta  sua;  Guglielmo  Frescobaldi,  che  il 
Ferrucci  aveva  pel  migliore  suo  luogotenente  mo- 
ri a  Pistoia  delle  riportate  ferite;  rimasero  estin- 
ti sui  campo  di  battaglia  circa  duemila  soldati  , 
ed  anche  maggiore  fu  il  numero  dei  feriti.  L'ar- 
mata  del  Ferrucci  era  distrutta,  ma  gl'imperiali 
avevano  acaro  prezzo  acquistata  la  Vittorio:  gran- 
dissima era  la  perdita  dell'armata  imperiale,  e  lu 
morte  del  suo  generale  poteva  disordinarla,  ag- 
"iuntochè  il  marchese  del  Guasto  l'aveva  in  allora 

Ti 

abbandonata  per  passare  ai  servigi  di  Ferdinando 
in  Ungheria  (5o). 

g.  34'  ^^ero  è  che  il  Ferrucci  era  ancora  più 
necessario  ai  fiorentini   che  non  il  principe  d*0- 

St.  Tose.  Tom.  U.  21 


238  AVVENIMENTI   STORICI  An.   1530. 

ranges  agrimperiali.  Pervenuta  il  4  tli  agosto  io 
Firenze  la  notizia  della  morte  di  lui,  tutta  la  cit- 
tà fu  compresa  da  dolore  e  da  spavento:  invano  il 
gonfaloniere  e  la  signorìa  si  sforzavano  di  riani- 
mare gli  abbattuti  spirti,  e  di  mostrare  i  mezzi  di 
salvezza  che  tuttavìa  restavano.  La  sconfitta  del 
Ferrucci  veniva  in  parte  attribuita  ad  una  dirotta 
pioggia  che  aveva  spente  le  trombe  ignee,ch''eraao 
una  maniera  di  fuochi  d'artifizio  dai  fanti  fiorenti- 
ni portati  attaccati  alle  loro  picche ,  i  quali  del 
continuo  vomitavano  fiamme,  e  spaventavano! 
cavalli  .  Ora  il  gonfaloniere  diceva  quella  stessa 
pioggia  che  avea  perdutoli  Ferrucci,  poter  salvar 
la  città^  TArno  essere  così  gonfio  che  i  vari  quar- 
tieri del  campo  nemico  non  potevan  più  avere 
comunicazione  cogli  altri,  ed  i  fiorentini  con  una 
gran  generale  sortita  potere  assicurarsi  del  van- 
taggio del  numero,  assaltando  ad  uno  ad  uno  i 
posti  nemici.  Quindi  egli  incalzava  Malalesta  Ba- 
glioni  a  combattere:  già  la  signoria,  per  inanimire 
i  capitani  delle  sue  truppe  assoldate,  aveva  loro 
promessa  per  premio  della  vittoria  la  continua- 
zione del  soldo  finché  vivrebbero^  ma  Malatesta 
Baglioni  ricusò  d''obbedire,  e  dichiarò  altamente 
di  volere  ormai  salvare  una  città  vicina  a  perdersi, 
a  cagione  della  ostinazione  e  della  temerità  dei 
suoi  capi  (5 1  ). 

*  g.  35.  Eravi  in  Firenze  un  grosso  partito  che 
applaudiva  al  rifiuto  del  Baglioni  di  combattere. 
Tutte  le  persone  deboli  e  pusillanimi,  tutti  gli 
egoisti,  e  coloro  che  sospiravano  dietro  i  godi- 
menti di  una  vita  tranquilla,  desideravano  la  pa- 


i^rt.1530.         DEI  TEMPI  HEPUBB.  GAP.  XLIV.  aSg 

ce,  e  Tavrebbero  accettata  a  qualunque  patto.  I 
partigiani  deiraristocrazìa  più  non  volevano  e- 
sporsi  ad  ulteriori  pericoli  pel  mantenimento  del- 
Tautorità  popolare:  i  segreti  partigiani  dei  Medi- 
ci osavano  essi  pure  di  manifestare  i  lor  desideri, 
e  gli  storici  di  questo  partito  confessano  il  tra- 
dimento del  Baglioni  per  attribuirglielo  a  merito. 

I  cittadini  devoti  alla  libertà  non  venivano  chia- 
mati con  altri  nomi  che  di  ostinati  e  arrabbiati. 
Malatesta  ricusando  di  obbedire  agli  ordini  delia 
signorìa,  dichiarò  che  piuttosto  che  assaltar  gPim- 
periali  capitanati  dopo  la  morte  del  principe  d''0- 
ranges  da  don  Ferdinando  Gonzaga,  deporrebbe 
il  comando.  1  dieci  della  guerra  credettero  di  po- 
terlo cogliere  in  parola,  e  V  otto  di  agosto  raan- 
darongli  Andreolo  IXiccolini  per  portargli  il  con- 
gedo, ch'aera  tuttavìa  dettato  in  termini  di  somma 
lode  pel  Baglioni.  Grande  fu  la  sorpresa  di  costui 
nel  ricevere  il  commiato,  e  maggiore  della  sor- 
presa la  rabbia:  senza  volerlo  accettare,  senza 
volerlo  leggere,  si  fece  addosso  al  Kiccolini  che 
gliel  recava,  e  lo  trafisse  con  ripetute  pugnalate. 

II  gonfaloniere  volle  fare  un  altro  sforzo  per  sal- 
vare la  vacillante  autorità  della  repubblica ,  e 
comandò  a  tutte  le  compagnie  della  milizia  di 
adunarsi  in  piazza  per  andar  con  lui  contro  il  Ba- 
glioni. IVIa  il  terrore  avea  di  già  sbandita  ogni  ob- 
bedienza, ed  invece  delle  16  compagnie,  otto  sole 
recaronsi  alla  chiamata.  Intanto  Malatesta  Baglio- 
ni aveva  introdotto  nel  suo  bastione  il  capitano 
imperiale  Pirro  Colonna  di  Stipicciano^  aveva  di- 
sarmata e  congedata  la  guardia  tìorentina  delia 


a^o  AVVENIMENTI  STORICI  ^/z.   1530. 

porta  RomaDa,  ed  avea  rivolla  contro  la  città  l'ar- 
tiglierìa destinata  a  difender  le  mura  (Sa):  Firen- 
ze era  perduta  e  non  eravi  umana  forza  che  po- 
tesse salvarla.  Molti  dei  cittadini  volevano  an- 
cora morir  liberi  e  colle  armi  alla  mano,  ma  gli 
altri  conoscevano  che  verun  ostacolo  più  non  po- 
teva ormai  trattenere  quelParmata  che  sVra  in- 
famata colla  tirannide  esercitata  in  Milano,  e 
col  sacco  di  Roma*,  riparavansi  nelle  chiese  colle 
loro  donne,  coi  figliuoli  e  colle  loro  ricchezze,  e 
senza  potersi  appigliare  a  verun  partito,  senza 
nutrire  veruna  speranza,  più  non  obbedivano  ai 
magistrati,  e  non  facevano  che  dare  impaccio  a 
coloro  che  non  avevano  peranco  tutto  perduto  il 
coraggio,  e  mostravano  ancora  costanza  (53). 

g.  36.  La  signorìa  mortificatissima  e  fremente 
per  Tacerbo  rammarico,  restituì  il  bastone  del  co- 
mando a  Malatesta,  in  arbitrio  del  quale  slava  il 
permettere  agli  imperiali  di  non  dar  la  città  o  lo 
imporre  loro  alcun  patto.  Quattrocento  giovani, 
tra  i  quali  si  videro  con  dolore  i  tìgli  ed  i  generi 
del  gonfaloniere  Niccolò  Capponi,  eransi  schie- 
rati in  arme  sulla  piazza  di  s.  Spirito,  risoluti  di 
sostenere  il  Baglioni  e  di  non  riconoscere  più  la 
signoria.  Fece  questa  un  estremo  sforzo  per  ri- 
chiamarli sotto  le  sue  insegne^  rappresentò  loro 
che  separandosi  dai  propri  concittadini  in  quelle 
estreme  angustie,  esponevano  la  patria  e  sé  me- 
desimi ai  più  spaventosi  pericoli  •,  ma  per  tutta 
risposta  non  ebbe  che  insulti  e  minacce.  Che  an- 
zi quei  giovani  vennero  in  armi  sulla  piazza  del 
palazzo,  e  costrinserla  a  porre  in  libertà  tutti  co- 


An.   1  530.       l»EI  TEMPI  REPUBB.  CAP.  XLIV.  2^  l 

loro  eh'  ella  teneva  custoditi  a  motivo  del  loro 
patteggiare  pei  Medici.  Fra  tanto  perturbamento 
la  signoria  elesse  quattro  ambasciatori,  e  raan- 
dolli  al  campo  di  Ferdinando  Gonzaga,  per  chie- 
dere una  capitolazione.  ÌNon  fu  d'uopo  che  costoro 
cercasser  lontano  quegli  col  quale  dovean  trat- 
tare, perchè  il  fuoruscito  Bartolommeo  Valori,  che 
dal  papa  era  stato  nominato  commissario  gene- 
rale in  Toscana,  e  che  a  nome  dei  Medici  gover- 
nava tutto  il  paese  occupato  dall'*  armata  impe- 
riale, era  venuto  in  quella  medesima  casa  dei 
Pini  ,  in  cui  abitava  IVIalatesta  Bagjioni.  I  patti 
che  ottennero  gli  ambasciatori  erano  i  più  vantag- 
giosi che  sperar  si  potessero  in  così  triste  con- 
giunture. È  probabile  che  il  papa  avesse  ordinato 
al  Valori  di  acconsentire  a  tutto,  riservandosi  poi 
rinterpetrazione  del  trattato  a  modo  suo .  L*  im- 
peratore nuli"  affatto  somministrava  pel  soldo  e 
pel  mantenimento  delP  esercito  sotto  Firenze,  e 
Clemente  VII  non  avea  più  credito,  per  essere 
state  le  di  lui  entrate  assorbite  da  lunghe  guer- 
re, e  le  sue  ricchezze  perdute  nel  sacco  di  Roma, 
perciò  non  poteva  più  oltre  sostenere  la  spesa 
dell'esercito  che  oltrepassava  i  settantamila  lìo- 
rini  al  mese  (54).  Il  trattato  che  venne  formato 
il  dì  dodici  d'agosto  del  i53o  a  santa  Margherita 
di  Montici,  portava  che  la  forma  di  un  nuovo  go- 
verno di  Firenze  sarebbe  stata  stabilita  dalP  iin- 
peratore.  Così  la  libertà  tìorentina  soggiacque  per 
r  ultima  volta ,  e'  avanti  che  spirasse  T  autorità 
della  repubblica  lo  stesso  di  lei  nome  venne  «i- 
bolilo  (55).  •  -■   ■  ' 


a^a  AVVENIMENTI    STORICI 


NOTE 

(1)  (juicciardini,  Stor.  d'Italia,  lib.xix,  ap.  Pignotti, 
Storia  della  Toscana  sino  al  principato  ,  voi.  vili  , 
iib.  V,  cap.  Vili.  (2)  Pignotti  cit.  (3)  Sismondi,  Sto- 
ria delle  repubbliche  italiane,  voi.  xv,  cap.  cxx,  p. 
372.  (4)  Segui,  Stor.  fior.  Iib.  in,  e  Vita  di  Niccolò 
Capponi,  ap.  Pignotti  cit.  voi.  ix,  Iib.  v,  cap,  vili. 
(5)  Iacopo  Pitti,  Istoria  fiorentina  illustrata  con  do- 
cumenti e  note,  Iib.  ii,  in  fin.  (6)  Varchi,  Stor.  fior. 
Iib.  viii^  p.  224,  e  Segni  cit.  Ub.  ii,  p.  38.  (7)  Varchi  e 
Segni  cit.  (8)  Varchi  cit.  Iib.  viii^  pag.  234.  Nardi, 
Stor.  fior.  Iib.  vili,  p.  249  ,  e  Segni  cit.  Iib.  iii^  p. 
75.  (9)  Varchi,  Segni  e  Nardi,  ap.  Sismondi  cit.  voi. 
XVI,  cap.  cxxi,  p.  11.  (10)  Fioravanti,  Memorie  sto- 
riche di  Pistoia  cap.  xxx.  (11)  Varchi  cit.  Iib.  ix,  p. 
20,  e  Segni  cit.  Iib.  ni,  p.  53.  (12)  Alberi,  Relazioni 
degli  ambasciatori  veneti  al  senato  ser.  il  ,  voi.  i, 
Jetter.  27  ,  p.  162.  (13)  Varchi  cit.  Iib.  ix  ,  p.  30, 
e  Nerli  cit.  Iib.  ix  ,  p.  189.  (14)  Nerli  cit.  Iib.  x, 
p.  216,  e  Segni  cit.  Iib.  iv,  p.  97.  (15)  Varchi  cit. 
ap.  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  cxxi,  p.  19.  (16)  Var- 
chi cit.  Iib.  IX  ,  p.  53  .  (17)  Sismondi  cit.  pag.  24. 
(18)  Paralello  tra  Malalesta  Baglioni  e  Francesco  Pe- 
trucci  capitani  dei  fiorentini  durante  l"*  assedio  del 
1530,  ap.  i  documenti  sull'  assedio  di  Firenze  pub- 
blicati dal  sig.  Giuseppe  Molini  nel  1840.  (19)  Var- 
chi cit.  Iib.  X.  Ci'on.  di  Rinaldo  Baldelli,  e  Rondi- 
nelli,  Relazione  di  Cortona^  ap.  la  Stor.  di  Cortona 
d'Anonimo,  p.  83.  (20)  Cantini,  Lettere  a  diversi  il- 
lustri soggetti  sopra  alcune  terre  e  castella  di  Tosca- 
na ,  letter.  xvii.  (21)  Varchi  ,  Nerli  ,  Segui  e  Guic- 
ciardini, ap.  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  xxi,  pag. 
26.  (22)  Varchi  cit.   Iib.  x,  p.   173.  (23)  IviJ    p.  185. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  GAP.  XLIV.  S^^Z 

(24)  Mazzarosa,  Storia  di  Lucca,  voi.  ii,  Uh.  vi  ,  p. 
55.  (25)  Marzo  Guazzo,  Stor.  dei  suoi  tempi,  p.  52. 
Lettere  di  principi  ,  voi.  ii,  p.  137.  (26)  Segni  cit. 
lib.  Ili,  p.  99,  lib.  IV,  p.  104,  e  Paul.  lov.  Hisl.  sui 
teraporis  lib.  xxviii,  p.  i31.(27)  Nardi  cit.  lib.  viii, 
p.  363.  Segni  cit.  lib.  iv,  p.  103  ,  e  Varchi  cit.  lib. 
X,  p.  222.  (28)  Varchi,  Segni,  Nerli  ,  Paul.  lov.  e 
Guicciardini,  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  cxxi, 
p.  31.  (29)  Carlo  Capello,  Lettere  alla  repubblica 
di  Venezia  ietter.  78  >  ap.  Alberi  j  Relazioni  degli 
ambasciatori  veneti,  ser.  ii,  voi.  i,  p.  273.  (30)  Var- 
chi cit.  lib.  x,  p.  238.  Segni  cit.  lib.  iv,  p.  204,  e 
Guicciardini  cit.  lib.  xx,  p.  240.  (31)  Varchi  cit.  lib. 
X,  pag.  245.  (32)  Varchi,  Nerli  e  Segni  ap.  Sisnion- 
di  cit.  pag.  36.  (33)  Fioravanti,  Memorie  storiche 
di  Pistoia  cap.  xxx  .  (34)  Ivi.  (35)  Varchi  cit.  voi. 
IV,  lib.  XI,  pag.  41.  Guicciardini  cit.  lib.  xx,  pag. 
541,  e  Nerli  cit.  lib.  ix,  pag.  207.  (36)  Varchi  cit. 
voi.  IV,  lib.  XI,  pag.  19,  e  Guicciardini  cit.  lib.  xx, 
p.  541.  (37)  Varchi  cit.  lib.  xi  ^  p.  39,  178.  Segni 
cit.  lib.  iv^  pag.  116,  e  Cambi  cit.  voi.  xxiii  ,  pag. 
52,  66.  (38)  Nardi  cit.  lib.  viii,  p.  359.  (39)  Varchi 
cit.  lib.  XI,  p.  71.  (40)  Varchi  cit.  lib.  xi,  p.  112, 
ap.  Sismondi  citato  ^  voi.  xvi ,  cap.  cxxi ,  pag.  45. 
(41)  Varchi,  Nardi.,  Guicciardini^  Nerli,  Segni  e  Paul. 
lov.  ap.  Sismondi  cit;  pag.  57  .  (42)  Varchi  cit. 
lib.  xij  pag.  160.  Paul.  lov.  citato,  lib.  xxix,  pag. 
134.  (43)  Varchi,  Nardi,  Guicciardini,  Segni  e  Paul, 
lov.  ap.  Sismondi  citato,  voi.  xvi,  cap.  cxxi  ,  pag. 
49.  (44)  Sismondi  citato,  pag.  51.  (45)  Nardi  citato  , 
lib.  IX  ,  p.  376.  Varchi ,  Segui,  Nerli  e  Paul.  lev. 
ap.  Sismondi  citato  ,  voi.  xvi  ,  cap.  cxxi  j  pag.  52. 
(46)  Varchi  citato  ,  lib.  xi  ,  pag.  191  .  (47)  Varchi 
citato,  lib.  XI  ,  p.  179,  204  ,  e  Nardi  cit.  lib.  ix  , 
p.  385.  (48j  Varchi,  Nardi,  Segni,  e  Paul.  lov.  ap. 
Sismondi  cit.  p.  56.  (49)  Varchi  ,  Nardi,  Guicciar- 
dini, Paul.  lov.  ^egoi  e  Cambi  ap.  Sismondi  cit.  voi. 


a44  AVVENIMENTI    STORICI 

XVI,  cap.  cxxi,  p.  58.  (50)  Paul.  lov.  cit.  lib,  xxix, 
p.  165^  e  Iacopo  Nardi  cit.  lib.  ix,  p.  378.  (51)  Var- 
chi, Segni,  Nardi  e  Gambi,  ap.  Sisraondi  cit.  (52)  Var- 
chi cit.  lib.  XI,  p.  239.  Segni  cit.  lib.  IV,  p.  1 24  e 
Cambi  cit.  voi.  xxiii,  p.  69.  (53)  Sismondi  cit.  voi. 
XVI,  cap.  cxxi,  p.  61  .  (54)  Nardi  cit.  lib.  ix  ,  pag. 
381.  Nerli  cit.  lib.  x,  p.  241,  e  Segni  cit.  lib.  iv  , 
p.  319.  (55)  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  cxxi,  p.  65. 


COSTUMI 

EPOCA  QUINTA 

PARTE  PRIMA. 
ALIMENTI  ED   AGRICOLTURA 


J.  1.  IT  er  conoscere  se  una  popolazione  è  felice  o 
sventurata,  se  il  grosso  degrindividuiche  la  com- 
pongonoè  partecipe  della  sua  prosperità  o  sventura, 
conviene  esaminarne  almen  lo  stato  della  sua  agri- 
coltura ed  alimento.  Giudicando  la  Toscana  con 
questa  regola,  troveremo  che  in  tempi  ancorché 
turbolenti,  ne'quali  gran  parte  delle  sue  città  era- 
no erette  in  repubbliche,  essa  era  giunta  ad  uu 
assai  alto  grado  di  prosperità,  da  cui  molto  dero- 
gano ì  giorni  nostri.  Il  Muratori  nella  dissertazio- 
ne XXIII,  parlando  dei  costumi  degli  italiani,  si 
sforza  a  darci  qualche  idea  anchedel  vitto  di  quei 
tempi,  ma  più  per  congetture,  che  per  notizie  sto- 
riche o  tradizionali.  Trova  egli  che  prima  del  1284 
s.  Pier  Damiano  rimproverava  il  lusso  degli  ec« 


246  COSTUMI 

clesiastici ,  e  ne  desume  che  già  in  quel  tempo 
non  dovevano  esserne  meno  addebitati  i  secolari. 
Scende  poi  al  particolare  del  vitto,  maraviglian- 
dosi come  gli  ecclesiastici  facesser  uso  di  gran 
varietà  e  sceltezza  di  vini,  e  di  delicate  vivande  e 
frutti  squisiti,  e  riflette  che  se  i  prelati  sì  fortemen- 
te sfoggiavano  in  lusso,  non  sarà  credibile  che  ne 
fossero  da  meno  i  principi  e  grandi  del  secolo. 
Chi  legge  il  novelliere  del  Boccaccio  può  rilevare 
quanto  fossero  in  uso  in  que"*  tempi  le  confetture 
e  gli  scelti  vini. 

g.  a.  Per  rispetto  all'  agricoltura,  la  Toscana 
era  in  allora  com''è  presentemente  coltivata  dai 
castaidi  o  mezzaioh\  che  facevano  tutti  i  lavori  del 
campo,  ritenendone  in  compenso  la  metà  del  pro- 
dotto. Cosi  al  tempo  che  nel  rimanente  d^Europa 
i  contadini  erano  tuttavia  addetti  alla  gleba,  o  per 
lo  meno  soggiacevano  agli  statuti  del  gius  villico 
ed  alToppressione  de'loro  padroni,  quei  deiritalia, 
e  molto  più  della  Toscana  erano  liberi:  erano  u- 
guali  ai  cittadini  rispetto  ai  diritti  civili^  il  desti- 
no loro  non  dipendeva  dai  capricci  d'un  padrone^ 
essi  non  rìcevevan  da  lui  salario  veruno,  e  quan- 
tunque non  fosser  padroni  de'terreni  da  essi  colti- 
vati, con  tutto  ciò  traevano  il  loro  sostentamento 
da  nuiraltro  fonte  che  dal  suolo  e  dal  proprio  la* 
voro.  I  terreni  a  seme  nelle  terre  più  fertili  della 
pianura  erano  come  lo  sono  pur  ora  ,  ingegnosa- 
mente avvicendati,  e  mercè  della  cultura  del  gra- 
no turco,  de'  fieni  e  di  varie  civaie,  traevasi  con 
sommo  vantaggio  più  d*una  raccolta.  A.nche  i  col- 
li di   questo  paese  erano  come  neir  età  nostra 


DEI  TEMPI  HEPUBB.  PARTE  I.        2./^y 

coperti  crolivi  e  vignati;  e  perchè  le  acque  non  si 
traesser  dietro  il  grasso  del  terreno,  questo  eia 
sostenuto  con  muriccioli  a  macerie  di  tratto  in 
trat  to  nelle  vicinanze  di  Firenze,  e  nei  contorni  di 
Lucca  conlerrapienidizoUe(t)Girca  gli  alimenti  e 
vettovaglie  il  territorio  fiorentino  ne'terapi  repub- 
bicani  non  era  sufficiente  a  produrre  il  tutto  per 
un  terzo  o  quarto  delFanno;  ma  i  fiorentini  pre- 
valevansi  dei  luoghi  a  loro  soggetti ,  ed  avevano 
grani  da  Montepulciano  ,  da  Arezzo  ed  in  specie 
da  Pisa,  perchè  il  territorio  pisano  era  fertilissi- 
mo, e  per  questo  la  chiamarono  città  cara^  e  se 
dal  1494  che  la  perderono,  in  fino  al  i5o9  che  la 
ricuperarono,  aveano  speso  per  quella  città  due- 
milioni  di  ducati ,  come  dicono  ,  ne  avevano 
una  gran  causa/  perchè  mediante  Pisa  avevano  il 
vivere  bastante  per  la  loro  città  (2). 

g.  3.  Gli  storici  contemporanei  non  sì  presero 
cura  di  descrivere  Taspetto  del  paese,  ed  il  più 
delle  volte  dalle  sole  descrizioni  delle  battaglie  e 
dagli  accidenti  d**  un  accampamento  deduciamo 
qual  fosse  lo  stato  dell'agricolura  e  la  sorte  dei 
contadini  nei  tempi  da  noi  lontani.  IVI  a  se  queste 
circostanze  disperse  non  ci  lascian  punto  dubitare 
che  la  Toscana  non  avesse  ristessoaspettodell'età 
presente  nelle  terre  che  conservano  la  loro  pro- 
sf)erità,  esse  ci  fanno  almen  vedere  che  le  campa- 
gne erano  sparse  di  villaggi  e  di  agricoltori  ancora 
nelle  terre,  che  adesso  vedonsi  convertite  in  de- 
serti. Imperciocché  tutto  il  nostro  littorale, il  qual 
mostrasi  desolato  e  ridotto  nel  più  misero  stato, 
ne'tempi  addietro  era  fertilissimo.  Vero  è  che  le 


2<J8  COSTIMI 

ricche  ed  ubertose  campagne  di  Pisa  furon  guaste 
dalle  inondazioni,  e  rese  dal  quindicesimo  secolo 
in  poi  quasiché  insalubri  dalle  acque  stagnanti,  e 
in  appresso  dalla  negligenza  o  dalla  gelosia  dei 
fiorentini  ,  ma  frattanto  grosse  borgate  facevau 
ridente  tutta  la  spiaggia  oggi  affatto  deserta  dal- 
rOmbione  fino  a  Livorno. 

g.  4.  Possiamo  altresì  dedurre  quanto  fosse 
numerosa  la  popolaz.ione  dello  stato  senese  e  del- 
la sua  !\Iaremma  dalla  quantità  de"*  villaggi  e  ca- 
stelli che  il  marchese  di  IVIarignano  vi  fece  spia- 
nare, ponendo  a  tìl  di  spada  tutti  gli  abitanti.  Non 
può  negarsi  che  la  Maremma  non  fosse  reputata 
malsana,  ma  non  lo  era  quanto  ni  presente.  Fla- 
vio Biondo,  facendone  la  descrizione  sotfo  il  pon- 
tificato di  Niccolò  V,  si  conlenta  di  dire  che  nella 
età  sua  più  non  era  così  fiorente  come  ai  tempi 
de'romani.  Nel  XV  secolo  ed  anche  più  indietro 
assai,  la  vita  dei  conladini  della  Toscana  era  ben 
diversa  da  quella  de'' contadini  del  secolo  XVII 
in  quantochè  in  vece  di  abitare  in  mezzo  ai  loro 
campi,ove  tenevan  peraltro  un  ricovero  o  rustica- 
le  abituro,avevano  la  loro  dimora  quasi  tutti  nelle 
terre  murate:  di  là  recavansi  ogni  mattina  ai  lo- 
ro lavori,  e  quando  temevano  di  nemica  invasione, 
conducevano  entro  le  mura  decloro  castelli  i  be- 
stiami, gli  attrezzi  rurali,  ed  i  loro  ricolti.  Parlan- 
do gli  storici  delle  frequenti  improvvise  invasioni, 
aggiungono  spesso  che  i  contadini  non  avevano 
avuto  il  tempo  di  condurre  nei  luoghi  murati  le 
loro  famiglie  ed  i  loro  bestiami;  lo  che  dà  a  dive- 
dere che  ai  tempi  di  pace  solevan    tenerle  alla 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PABTE  1.        2^9 

campagna.  La  dimora  dei  contadini  nelle  borgate 
riusciva,  non  v'ha  dubbio,  perniciosa  all'  agricol- 
tura, e  scemava  i  prodotti^  che  slando  sul  luo- 
go potevano  ricavare  da 'fertili  terreni.  iVIa  oltre 
la  lor  sicurezza,  bisogna  considerare  che  quando 
si  visitano  queste  borgate,  che  sono  presente- 
mente quasi  tutte  spopolate,  si  trovano  nelle  lo- 
ro case  derelitte  da  più  secoli  grindi/5Ì  d^opuleu- 
Z3  o  d"*  agiatezza  di  coloro  che  le  abitavano  (3). 

g.  5.  Le  dirotte  piogge  delPautunno  del   i345 
non  permisero  le  seminagioni  nelPottobre  e  no- 
vembre,  e  fecero  infracidire  il  fiumento  che  in- 
cominciava a  germogliare.  Kella  seguente  prima- 
vera imperversarono  di  nuovo  le  piogge  con  eguale 
ostinazione,  e  nei  tre  mesi  aprile,  maggio  e  giu- 
gno la  terra  fu  sempre  inondata  e  talmente  inzup- 
pata ,  che  le  semente  delle  biade  marzesi  e  dei 
miglio  non  riuscirono  meglio  di  quelle   dell'au- 
tunno^ tantoché  in  gran  parte  dell"  Europa  non 
s>ra  mai  fatto  una  così  scarsa  raccolta  come  nel 
i34^.  11  vino,  r  olio  ed  ogni  Irutto  della  terra 
mancò  egualmente.  Si  distrusse  da  primo  quasi 
tutto  il  pollame  per  non  avere  di  che  alimentarlo: 
la  carne  di  macello  si  rese  pure  assai  rara^  ma 
più  che  tutl'  altro  il  frumento  venne    meno  in 
guisa  da  far  terrore,  non  avendo  le  terre  dato  che 
il  quarto  e  talvolta  soltanto  il  sesto  deirordina- 
rio  prodotto.  Fin  dal  raccolto  uno  staio  di  grano 
pagavasi  in  Firenze  3o  soldi;  e  andò  ogni  giorno 
crescendo  di  prezzo  per  modo  che  il  primo  gior- 
no di  maggio  del  i347  vendevasi  più  del  doppio. 
Incararono  Torzo  e  le  fave,e  carissima  era  perfino 
St,   Tose.   Tom»  9,  22 


a5o  COSTUMI 

la  crusca^  lo  che  fu  sicuro  indizio  del  gran  nume- 
ro d''inrelici  che  facevan  ricerca  per  alimentarsi  di 
questo  cibo  grossolano  ed  insalubre  (4).  L'agro 
pisano  devastalo  nelempi  de''qua]i  ora  si  parla 
dalle  cose  ostili,  e  spogliato  da  micidiali  contagi 
restò  lungamente  abbandonato  ed  incolto.  Dai 
contratti  del  quattordicesimo  e  quindicesimo  se- 
colo deducesi,che  i  proprietari  allivellavano  quasi 
tutte  quelle  I or  terre  per  uso  di  pastura,  senza 
darsi  veruna  cura,  perchè  fossero  dalla  coltiva- 
zione rese  nuovamente  domestiche:  che  anzi  al- 
cuni statuti  coraunitativi  si  opponevano  ad  esse, 
prescrivendo  che  fossero  conservati  i  boschi  per 
alimento  del  bestiame  specilmente  porcino  (5). 


NOTE 

(1)  ^isruondi,  Storia  delle  repubbliche  italiane,  tom. 
xn,  cap.  xci,  p.  71.  (2)Foscari,  Relazione  di  Firen- 
ze presso  Alberi,  Relazione  degli  ambasciatori  veneti, 
ser.  lìj  voi.  I,  p.  25.  (3)  Sismondi  cit.  p.  38,  41. 
(4)  Ivi,  tom.  vr,  cap.  xxxvm,  p.  10.  (5)  Zuccagni  , 
Atlante  geografico  ,  fisico  ,  storico  del  granducato  di 
Toscana,  tav.  xiv. 


Oftu 


DEI  TEMPI  REPUBBLICANI  2,5  I 

■  I »       -  '  ■■!  Ili     Ulna— —M— III     . 

PARTE  SECONDA 
VESTIARIO 


2-  I.  J.1  vestiario  dei  toscani  non  fu  si  proprio  di 
essi  che  potesse  dirsi  loro  caratteristico ,  né  sì 
costante  eh''  ei  fosse  unico  nei  secoli  repubbli- 
cani, ma  frattanto  ebbe  tali  qualità,  che  insieme 
preso,  venne  distinto  da  qualunque  altro,  e  fu- 
rono i  suoi  cangiamenti  più  assai  nella  ricchez- 
za che  nella  sostanza.  Le  vesti  antiche  repubbli- 
cane, oltre  una  certa  uniformità,  avevano  ancora 
il  vantaggio  d'  essere  agiate  e  comode  a  qualun- 
que uso  .  In  principio  erano  dettate  da  onesta 
parsimonia,  ma  poi  vennero  ricche  e  sfoggianli , 
e  finalmente  degenerarono  a  poco  a  poco,  fino  a 
divenire  di  tutl'altra  forma  di  quel  che  eran  per 
lo  innanzi.  La  prima  epoca  vien  notata  da  Gio- 
vanni Villani  avanti  al  1260.  „  Allora  i  toscani, ed 
in  specie  i  cittadini  fiorentini,  egli  dice,vestivano 
di  grossi  panni  si  loro  che  le  loro  donne,  e  molti 
portavano  le  pelli  scoperte,  senza  panno  (1),  con 
berrette  iu  capo,  e  tutti  con  usatli  in  piedi  (  cioè 
stivaletti),  e  le  donne  coi  calzari  senza  ornamenti; 
e  passavansi  le  maggiori  di  una  gonnella  assai 
stretta  di  grosso  scarlatto  di  prò  o  di  camo,  cioè 
di  camoscia,  sorta  di  capra,  cinta  su  d'uno  scheg- 


'jiSa  COSTUMI 

giale,  vale  a  dire  cintura  con  fibbia  alPantica,  e 
un  mantello  foderato  di  vaio  col  tassello  sopra  , 
e  portavanlo  in  capo.  Le  comuni  donne  andavan 
vestite  d*un  grosso  panno  verde ,  che  cambragio 
appellavasi.  Il  vestir  loro  era  bello,  nobile  ed  one- 
sto, che  niun''aUra  nazione  al  mondo  fuori  de'to- 
gati  romani  lo  pareggiava  (a)  „.  Col  Villani  con- 
corda Dante  in  più  luoghi,  ma  soprattutto  nel 
canto  XY  del  paradiso ,  fissando  la  durata  di  taf 
sobrietà  sino  a  che  si  allargò  la  città  di  Firenze 
del  secondo  suo  cerchio,  cioè  fino  al  1078. 

g.  a.  Stando  alle  parole  del  Villani,  noi  non 
possiamo  dare  un''idea  esatta  del  vestire  delTan- 
no  laGo,  perchè  non  abbiamo  monumenti  ad  esso 
contemporanei ,  ma  solo  riporteremo  il  quadro 
eseguito  dal  professore  Sabalelli,  celebre  pittore 
fiorentino,  che  appositamente  ha  studiato  sulle 
antiche  memorie,  ed  ivi  è  rappresentato  il  Bon- 
delmonte,  che  resta  sorpreso  airimprovvisa  vista 
della  Donati  (a) ,  giacché  in  parte  può  adattarsi 
alla  descrizione  che  ne  fa  TOsservator  fiorentino 
nei  termini  seguenti.  „Le  vedove  meglio  educate 
erano  T  esempio  della  modestia  e  della  gravità, 
acconciandosi  con  un  fazzoletto  sottile  in  capo 
ed  uno  al  collo ,  sopra  la  gamurra  una  zimarra 
nera  medesimamente.  Alcuni  abbigliamenti  degli 
uomini  si  adattarono  anche  alle  donne,  come  per 
esempio  la  ciappa.  una  specie  di  mantello  corto 
alle  spalle  (3)  „. 

g.  3. Verso  l'anno  i3oo  in  circa,  la  Toscana, 

(a)  Ved.  tav.  CVII,  N.  1,      "^*^**  t 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  lì.        253 

perduta  PaDtica  parsimonia,  cominciò  ad  avvici- 
narsi al  vizio  affascinante  di  un  lusso  eccessivo . 
Le  donne,  come  le  più  inclinate  per  vanità  alla 
dolcezza  di  questo  vizio,  cominciarono  ad  assor- 
bire le  ricchezze  delle  famiglie  :  dalle  donne  il 
tuono  d'^uno  sfoggio  smodato  passò  negli  uomini. 
La  gioventù,  abbandonata  la  sobrietà  degli  antichi 
padri,  trasformò  le  sue  vesti  in  fogge  nuove.Avreste 
vedute  le  donne  di  Pisa  ornate  pomposamente 
in  testa  di  corone  d''  oro  e  d'argento  massiccio  , 
spesso  intarsiate  di  perle,  mostrar  guarnite  ugual- 
mente di  perle  le  vestimenti  con  zone  sopra  rap- 
portate di  trecce  d'oro  e  d'argento,  e  bei  cingoli 
gemmati  ,  strascinarsi  dietro  per  terra  sfarzo- 
samente quattro  braccia  circa  dei  loro  suntuosi 
vestiti .  Le  vaghe  fiorentine  con  corone  e  ghir- 
lande in  capo  ugualmente  d'oro  e  d'argento,  o 
reti  intrecciate  di  catenelle  d'oro,  di  perle  e  pie- 
ire  preziose,  vestite  con  drappi  intagliati  e  bot- 
toniere d'argento  e  d'  oro  a  sei  file  accoppiate; 
bei  fimbriali  di  perle  e  di  pietre  preziose  al  petto: 
gli  uomini  con  belli  ornamenti  d'armellino,  cin- 
tura d'argento  ,  e  giubbetti  di  zendado  .  Dante 
esclama  contro  la  sua  Firenze: 

La  gente  nuova  e  i  subiti  guadagni , 
Orgoglio  a  dismisura  han  generato 
Fiorenza^  in  ?e,  sì  che  tu  già  ten  piagni  (4). 
Forse  Dante  volle  riferire  la  gente  nuova  a  Gual- 
tieri duca  d'Atene,  quando  nel  1042  assunse  pro- 
ditoriamente il  principato  di  Firenze  ,  che  vi 
giunse  con  molti  francesi  suoi  favoriti  e  conna- 
zionah'. 

ai* 


a54  COSTUMI 

g.  4-  Un  saggio  del  lusso  nel  vestire  praticato 
a  quelPepoca  fra  noi.  ma  non  in  tutto  simile  alle 
descrizioni  che  ce  ne  danno  le  storie Jo  abbiamo 
nelle  figure  eh'  io  mostro  .  La  donna  senese  (a) 
porta  in  testa  una  corona  d'oro  sopra  un  berret- 
tino giallojdalquaresce  un  piccol  velo  bianco^  sul- 
le spalle  un  mantello  è  fermato  da  una  borchia 
d'argentO;  avendo  una  collana  di  perle  al  collo:  la 
sopravveste  ha  i  manichini  intrecciali  d''oro,  co- 
me pure  in  oro  è  ricamata  la  cintura  :  le  scarpe 
hanno  le  punte  d'  argento  e  son  ricamate  con 
iiori  di  vari  colori.  L''altra  donna  pur  senese  (b) 
porla  in  testa  una  berretta  paonazza  ,  dalla  qua! 
pende  un  piccol  velo  del  medesimo  colore,  or- 
Dati  r  uno  e  l'altra  di  ricami  d''oro,  ed  un  sem- 
plice filetto  nero  gli  passa  sulla  fronte.  L'abito  è 
verde  con  fiori  d'oro,  le  maniche  son  larghissime 
e  foderate  di  pelo  scuro.  La  cintura  che  qui  non  si 
vede  è  nera  con  bottoni  d'oro.  La  donzella  fioren- 
tina ch'io  espongo  (e)  fa  vedere  anch'essa  nella  sua 
semplicità  di  vestire  le  ricchezze  usate  nel  i3oo 
rirca,  poiché  essa  porta  in  testa  un  berrettino  ver- 
de con  trafori  a  fondo  color  di  rosa  e  ricamalo  in 
oro  :  la  zimarra  è  rossa  con  guarnizione  e  fodera 
d''armellino^  la  cintura  è  nera^  il  sol  t'abito  è  verde 
e  le  maniche  son  tessute  in  oro:  tutti  i  ricami 
che  fregiano  la  zimarra  sono  egualmente  d'  oro . 
L'auso  delle  pellicce  si  sparse  in  Toscana  in  ^e- 

(«)  Ved.   tav.   evo,  N.    2. 

{h)  Ivi,  N.  3. 

{e)  Ivi,  N.  4.  '  . 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  II.       255 

guito  delle  invasioni  dei  popoli  settentrionali  . 
L^armellino,  il  pel  di  vaio  e  quello  di  martora  ser- 
vivano a  stabilire  una  distinzione  tra  '1  cavalie- 
re e  la  nobile  matrona,  il  magistrato  e  la  plebe: 
coloro  che  aveano  il  privilegio  di  portar  pellicce 
preziose,  non  le  deponevano  nemmeno  negli  ar- 
dori dell'estate;  oltre  le  preziose  pelli  vi  si  ado- 
pravano  ancora  le  più  ricche  stoffe.  Si  usavano 
panni  di  lana  o  di  cotone  noti  agli  antichi  col 
nome  di  frustagni ,  cioè  panni  di  lana  di  tutti  i 
colori.  Le  seterìe  erano  ancor  esse  d''un  uso  ge- 
nerale, tali  erano  il  zendado,  specie  di  taffettà ,  i 
velluti,  i  broccati,  i  dommaschi  ec.  Il  commercio, 
essendo  P  anima  e  la  sorgente  della  prosperità 
delle  città  libere,  vi  faceva  abbondare  i  prodotti 
delle  manifatture  estere  (5).  Molte  variazioni  pre- 
sentano gli  aggiustamenti  di  testa  delle  donne 
di  taP  epoca,  ed  in  specie  di  quelle  maritate,  poi- 
ché molte  son  rimarchevoli,  sia  per  l'eleganza, 
sia  per  la  bizzarrìa  delle  lor  forme.  Il  ritratto  di 
Cimabue  (a),  come  pure  l'altra  figura  ch'è  un  no- 
bile senese  (b)^  fan  vedere  in  qualche  maniera  il 
lusso  delle  vesti ,  poiché  il  primo  ha  il  mantello 
bianco  ricamato  in  oro,  e  l'altro  ha  la  sopravve- 
ste rossa  fregiata  dì  un  ricamo  d'acro  con  fio«:chi 


neri  . 


5.  5.  Smarrita  la  Toscana  tutta  dietro  all'  in- 
canto di  tante  belle  vanità  ,  che  empievano  ì;Iì 
occhi  e  vuotavano  l'erario  delle  famiglie,  è  (■ormi- 


ci) Ved.  tav.  CVII,  N.   5. 
(,b)  Ved.  tav.  CVUl,  N.  1 


a56  COSTUMI 

dante  la  sua  rovina  pel  cangiamento  del  commer- 
cio toscano  di  attivo  in  passivo,  talché  la  reggen- 
za dei  rettori  e  dei  magistrati  ne  rimase  com- 
mossa e  vi  accorse  coi  rimedi .  In  Firenze  fu  or- 
dinato fin  dall'  aprile  del  i345  che  nìuna  donna 
potesse  portare  alcuna  corona  o  ghirlanda  né  di 
oro,  né  d'  argento ,  né  di  perle  ,  né  di  pietre  pre- 
ziose, né  rete,  né  trecciere,  né  alcun  vestimento 
intagliato,  né  alcuna  fregiatura  d"'oro,  d'argento 
o  di  pietre  preziose:  non  più  di  due  anelli  in  dito, 
né  cinture  dì  più  di  dodici  spranghe  d'argento, 
non  veste  di  sciamito,  né  a  donna  panni  lunghi  di 
dietro  più  di  due  braccia^  non  fregi  d'armellino, 
se  non  ai  cavalieri  e  loro  dame^  non  cinture  d'ar- 
gento agli  uomini.  Quasi  ogni  magistrato  dei  po- 
polo toscano  seguitò  V  esempio  di  queste  leggi 
suntuarie,  ma  non  tutti  nel  tempo  medesimo .  I 
magistrati  di  Pisa  fin  dal  i3o3  giurarono  l'osser- 
vanza delle  predette  leggi  ch'erano  state  emanate. 
Stabilirono  degli  uffiziali ,  che  condannassero  i 
mariti  per  le  mogli  lussureggianti  e  contravve- 
nienti a  quelle  leggi^  e  qualora  le  donne  portato 
avessero  in  braccio  i  loro  strascichi ,  glie  li  get- 
tavano in  terra  per  farne  misura.  La  pena  pecu- 
niaria doveva  esser  pagata  dai  mariti  colle  doti 
delle  mogli^  ed  i  sartori  o  sartore  multavansi  ad 
una  somma,  se  le  vesti  da  essi  fatte  avessero  avu- 
to lo  strascico  più  di  un  braccio  e  mezzo.  Si  giun- 
se inclusive  a  pregare  l'arcivescovo  di  Pisa  a  sco- 
municare le  donne  inosservanti  la  ordinata  pram- 
matica (6) .  I  cittadini  di  Cortona  pubblicarono 
pure  una  legge  suntuaria  ,  la  qual  vietava  le  doti 


DEI  TEMPI  REPUBB,  PARTE  II.        2.5y 

delle  donne  raaggiori  di  5oo  fiorini^ Tuso  dell'oro 
:iegli  abiti,  dei  velluti,  dei  drappi  rossi  e  delle 
^'ioie  oltre  una  leggiera  misura  (7).  Anche  in  Pi- 
stoia, essendo  venuto  insopportabile  il  lusso  don- 
nesco, poiché  eccedendo  taluni  le  proprie  forze, 
impinguavano  le  case  di  debiti,  i  cittadini  estesero 
leggi  così  rigorose,  colle  quali  vietavasi  alle  donne 
di  portar  vesti  foderate  di  pelli  forestiere  e  rica- 
mate, perle ,  ori  e  argenti  :  datosi  luogo  alla  os- 
servanza delle  medesime,  ne  resultò  notabile  gio- 
vamento alla  città  ed  a  lutto  lo  stato  pistoiese  (8). 
g.  6.  La  prammatica  di  Volterra  in  genere  di 
vestiario,  era  il  proibire  alle  donne  maggiori  di 
dodici  anni  di  far  uso  di  oro,  d'argento,  di  perle, 
di  diaspri  e  di  seta  per  gli  assetti  del  capo  ,  nei 
quali  potevano  impiegar  solamente  tre  once  di 
argento  o  bianco  o  dorato,  ed  once  due  di  seta  in 
qualunque  modo  assettata.  Si  permetteva  loro  di 
portar  in  capo  un  cappellino  di  velluto  di  sciamito, 
ossia  drappo,  colla  cucuzzola  ricamata  d'*oro  o 
d''argento ,  siccome  di  portare  il  cappuccio  della 
qualità  dello  roba  suddetta  ,  ma  senza  verun  al- 
tro ornamento.  L''abito  permesso  era  di  semplice 
panno,  e  nessuno  di  drappo  di  seta ,  in  cui  fos- 
se inserita  o  intessula  la  seta,  o  di  drappo  d''oro 
o  dorato  senza  potersi  foderare  o  di  seta  o  di  tela 
fine,  o  pelli  di  vaio,  d'armeIIino,di  coniglio  di 
cammellotto,  concedendosi  la  facoltà  del  drappo 
di  seta  e  della  fodera  di  zendado  per  quei  così 
chiamati  mantelli,  che  lo  statuto  dice  portarsi 
dalle  donne  sopra  il  capo,  e  che  eran  veramen- 
le  un  drappo  alla  veneziana  detto  zendale  .  Si 


a58  COSTUMI 

poteva  far  uso  delle  suddette  pelli  e  della  seta  per 
foderare  le  maniche  dei  soli  abiti  di  qualità  nei 
quali  usavano  maniche  di  un  braccio  e  un  terzo, 
e  foderare  parimente  lo  slesso  vestito  di  sopra 
le  spalle  e  di  apporvi  un  collare  di  seta  odi  qua- 
lunque pelle.  Era  egualmente  permesso  il  con- 
tornare il  lembo  del  vestito  e  della  gonnella  con 
una  striscia  di  pelle  non  più  alta  di  un  sesto  di 
braccio,  e  mostreggiare  ancora  altre  parti  del  ve- 
stito con  piccole  sdrisce  alte  un  sedicesimo  di 
braccio,  per  la  lunghezza  soltanto  di  sei  braccia, 
proibendosi  di  portare  sotto  la  gonnella  le  ali,  o 
sia  guardinfante.  Neppure  era  permesso  alcun  or- 
namento d'oro  o  d''argenloo  perle  ec.  ad  eccezio- 
ne di  due  soli  anelli  che  potevano  usarsi  e  d^oto 
e  d'argento  ,  con  pietre  preziose,  perle  e  senza; 
la  corona  del  rosario  potevasi  portare  di  qualun- 
que materia.  Sopra  gli  abiti  di  gala  eran  permessi 
i  bottoni  d'argento,  che  fra  tutti  però  non  ecce- 
dessero il  peso  di  tre  once,  e  che  se  fossero  slati 
appesi  alle  maniche,  non  oltrepassassero  il  gomito. 
Le  pelli  stampate  eran  proibite  per  P  uso  delle 
scarpe  (9). 

g.7.  Erano  esenti  da  questa  prammatica  le  don- 
ne minori  di  la  anni,  le  maritate  ai  forestieri  e  le 
forestiere,raa  per  un  anno  soltanto,  ed  alle  pubbli- 
che meretrici.  Le  pene  contro  le  trasgressioni  era- 
no sempre  la  perdita  degli  abiti  con  una  multa  pe- 
cuniaria non  indifferente,  che  in  alcuni  casi  ascen- 
deva fino  a  lire  200,  da  pagarsi  dal  marito  ,  dal 
padre,  dal  fratello  ,  o  dalla  persona  presso  cui 
conviveva  la  donna  inosservante  ,  con  regresso 


DEI  TEMPI  EEPCBB,  PARTE  II.  %^Q 

sopra  i  beni  e  doti  della  slessa  donna.  Quei  che 
eran  commessi  alPosservanza  di  questa  pramma- 
tica, avean  Tislruzione  di  portarsi  alle  chiese  nei 
giorni  festivi,  e  nell'ora  specialmente  della  messa 
maggiore  per  osservare  ed  esaminare  quelle  don- 
ne, le  quali  in  caso  dì  qualche  dubbiezza,  dove- 
vano sottoporsi  ai  riscontri  che  si  fosser  voluti 
fare  del  loro  vestiario.  Questa  è  Tultima  pramma- 
tica degli  statuti  volterrani  registrala  nel  volume 
XVI,  dal  i4ii  al  1488;  ma  due  altre  se  ne  leggo- 
no emanate  negli  anni  i33i  e  i368  (io):  di  que- 
sfullime  non  facciamo  la  descrizione  per  esser 
quasi  simili  a  quelle  d'altri  paesi  toscani  e  da  noi 
accennate.  Sì  rovinoso  lusso  non  solo  praticavasi 
nelle  principali  cittadelle  toscane  repubbliche,  ma 
serpeggiava  inclusive  nelle  città  secondarie ,  e 
nelle  terree  castelli  di  questo  paese.  Troviamo  in 
fatti  che  non  solo  in  Volterra,  come  abbiam  det- 
to, ma  inclusive  nelPangusto  castello  di  Porciano 
fu  necessario  il  promulgare  una  prammatica,  la 
quale  moderasse  T  eccessivo  lusso  che  vi  si  era 
indrotlo  (11). 

g.  S.Queste  leggi  suntuarie  repressero  il  lusso, 
tantoché  i  principali  cittadini,  le  loro  spose  e  fi- 
glie andavan  per  la  città  a  piedi^  frugale  divenne 
la  loro  mensa,  semplice  e  modeste  le  vesti:  non 
era  concesso  di  sfoggiare  nelT  insolente  pompa 
degli  staffieri,  né  in  quella  degli  splendidi  coc- 
chi e  dei  vistosi  cavalli  :  non  vesti  di  porpora  o 
d*altro  sfarzoso  colore,  non  ricami  né  pietre  pre- 
ziose, ma  potevan  bensì  i  doviziosi  a  voglia  lo- 
ro consacrare  al  divin  culto  suntuosi  le  mpli,  o 


^Co  COSTUMI 

innalzare  magnifici  e  leggiadri  palazzi  (la).  Il  bel 
sesso  di  Toscana  ne  provò  sdegno,  e  parvegli  una 
guerra  crudele  degli  uomini  di  stato  usata  alle 
donne,  privandole  di  quegli  oggetti.  Ma  esse  non 
intendevano  che  la  prima  massima  delPeconomìa 
pubblica  e  di  stato  nei  paesi  commerciali  non 
può  sussistere  se  non  che  in  questa  semplicissima 
regola:  pascere  a  proprio  {Vantaggio  il  lusso  al- 
trui, senza  mai  praticarlo.  La  prima  molla  del 
commercio  di  lusso  al  certo  era  e  sarà  la  vanità 
delle  donne  5  ma  fabbricar  lusso  più  per  vuotar 
Terario  de^nostri  che  per  attirar  loro  degli  esteri 
mariti,  fu  ciò  che  santamente  per  il  bene  di  Tosca- 
na quelle  suntuarie  leggi  vollero  reprimere  (i  3). 

§,9.11  Villani  (i4),  storico  contemporaneo, 
parlando  del  vestiario  del  1^42.  così  si  esprime. 
„  ]\on  è  da  lasciare  di  far  menzione  di  una  sfoggiata 
mutazione  d''abito  che  recarono  di  nuovo  i  fran- 
ceschi,  che  vennero  al  duca  di  Firenze.  Vestivasi 
la  gioventù  di  una  cotta,  ovver  gonnella  corta  e 
stretta  e  una  coreggia  con  cinghia  da  cavallo,  con 
isfoggiata  fibbia  e  puntale,  e  con  isfoggiata  scar- 
sella alla  tedesca  sopra  al  pettignone  (a),  e  il 
cappuccio  vestito  a  modo  di  scocobrini  col  bat- 
talo (  o  batulo  )  sino  alla  cintola^  e  più  che  era 
cappuccio  e  mantello  con  molti  fregi  e  intagli^  il 
becchetto  del  capuccio  lungo  fino  a  terra  per  av- 
volgere il  capo  per  lo  freddo,  e  colle  barbe  lun- 
ght-  per  mostrarsi  più  fieri  in  armi  [h),  I  cavalic^'ì 


{a)  Ved.    tav.    CVHI,   N.   2. 
^   (/^  Ved.  tav.  CVII,  N.   5. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  11.  2^1 

vestivano  un  sorcotto,  ovvero  guarnacca  stretta 
ivi  suso  cinti,  e  le  punte  dei  manicottoli  fino  a 
terra  foderati  di  vaio  e  armellini  „. 

g.  IO.  Prima  di  mostrare  altre  fogge  di  vestire 
posteriori  al  i3oo  voglio  anche  in  questa  quinta 
epoca  far  vedere  al  mio  lettore,quali  erano  le  vesti 
dei  nostri  contadini  e  contadine  del  secolo  XIII. 
L'uomo  da  me  esposto  nelP  atlante  di  quest'  ope- 
ra (a),  che  sta  separando  il  grano  dal  guscio  e  dalla 
pula,  come  si  usa  presentemente,  mostra  con  esat- 
tezza il  vestire  dei  villani  di  quel  tempo,  e  sem- 
bra che  le  sue  vestimenta,  ed  il  pileo  o  cappello 
siano  simili  a  quelle  che  Eustazio  dà  ad  alcuni  agri- 
coltori sulPaulorità  di  Esiodo:  gli  attrezzi  rustici 
sonivi  somiglianti  ai  nostri.  Il  costume  delle  gio- 
vani di  campagna  fra  noi  nel  secolo  indicato,  vieu 
mostrato  dalla  villannella  da  me  riportata  (h) , 
la  quale  tiene  in  grembo  un  paniere  pieno  di  fichi, 
e  sta  prossima  ad  una  pianta  dello  stesso  frut- 
to (i  5). 

J.  II.  Quello  sfoggiato  lusso  delle  vesti  usalo 
dai  toscani  circa  al  i3oo,  fu  represso  per  mezzo 
(lell'emanate  leggi  suntuarie,  come  abbiamo  sen- 
tilo, ed  i  monumenti  del  i4oo  circa  ch'io  riporto, 
mostrano  cho  il  vestire  di  quest'epoca  è  d'assai  mi- 
nor lusso,  poiché  se  esaminiamo  il  vestiario  di 
Cosimo  padre  della  patria  (e),  lo  vediamo  con 
mantello  o  zimarra  o  lucco  nero  con  sottabito  pur 


(a)  Veci.   lav.   CVni,  N.   3. 
(6)  Ivi,  N.  4. 

(t)  Ivi,  N.  .0. 

St.   Tose.   Tom.  0.  23 


uGa  COSTUMI 

nero,  ma  un  poco  più  scuro,  con  modesta  guar- 
nizione di  vaio  e  la  calzatura  pur  nera.  La  don- 
na (cz),  eh"*  è  una  matrona  fiorentina  non  mostra 
lo  smodato  lusso  nel  suo  abbigliamento,  poiché  ha 
la  lesta  coperta  di  un  velo  bianco  senza  fregi,  la 
veste  di  sotto  è  turchina  ed  allacciata  sul  petto  da 
cordoni  neri,  tra  i  quali  vedesi  la  camicia:  la  zi- 
marra è  paonazza,e  le  rivolte  alle  maniche  son  tur- 
chine; sulle  spalle  si  vede  da  un  taglio  la  camicia 
e  tutti  i  fregi  son  d^  oro.  Siena  par  che  sola  con- 
servasse del  lusso  nel  vestire  in  quei  tempi  , 
giacché  se  osserviamo  Pabbigliamento  nel  giovine 
da  me  esposto  (b)  ,  lo  troveremo  in  un  abito 
comodo  sì  ma  di  una  ricchezza  grande ,  poiché 
la  sopravveste  è  d'una  stoffa  bianca,  cangiante  ìix 
oro,  guarnita  di  pelle  di  vaio.  Il  giubbetto  colle 
maniche  é  di  tessuto  d^  oro  con  calze  verdi  e  la 
cintura  nera  (i6). 

g.  la.  Di  un'altra  foggia  di  vestire  usata  verso 
la  fine  dei  tempi  repubblicani  ne  abbiamo  la  de- 
scrizione da  Benedetto  Varchi  (17)  nei  termini 
seguenti  „  L'abito  dei  fiorentini,  passato  il  diciot- 
tesimo anno  nell'estate,  quando  vanno  per  la  città 
è  una  veste  o  di  saia  odi  rascia  nera  lunga  quasi 
fino  ai  talloni,  ed  ai  dottori  e  alle  persone  più 
gravi,  senza  quasi,  soppannati  di  taffettà,  ed  alcu- 
na volta  d'ermisino,  o  di  labi  quasi  sempre  di  co- 
lor nero  sparata  dinanzi  e  dai  lati,  dove  si  cavan 
fuori  le  braccia,  ed  increspata  da  capo,  dove  s'af- 


(a)  Ved.  tav.   CVIII,  N.  6. 
ib)  Vtd.  tav.  CIX,  N.    1. 


DEITEMPIREPUBB.  PARTE.  II.  265 

fibbia  alla  forcella  della  gola,  con  uno  o  due  gan- 
gheri di  dentro,  talvolta  con  nastri  e  passamani 
di  fuori,  la  qual  veste  si  chiama  lucco  (a),portatura 
comoda  e  leggiadra.  Questo  lucco  vien  portato 
dai  più  nobili  e  più  ricchi  anche  d''inverno,  ma  o 
foderato  di  pelli  o  soppannato  di  velluto  o  tal- 
volta di  dommasco,  e  di  sotto  chi  porta  un  saio,  e 
chi  una  gonnella  o  altra  veslicciuola  sempre  di 
seta,  con  una  berretta  scempia  di  panno  nero  in 
capo  (^), odi  rascia  leggerissimamente  soppanna- 
ta, e  si  chiama  una  berretta  alla  civile:  chi  porta- 
va i  capelli  lunghi  e  non  si  radeva  la  barba  (e), 
era  tenuto  sgherro.  Il  mantello  è  una  veste  lun- 
ga per  lo  più  fino  quasi  al  collo  del  piede  di  co- 
lore ordinariamente  nero  (e?),  ancorché  i  ricchi  e 
nobili  la  portino,  massimamente  i  medici.di  rosa- 
to o  di  paonazzo,  è  aperta  solamente  dinanzi  e 
increspata  da  capo,  che  si  affibbia  con  gangheri 
come  i  lucchi^  né  si  [)orta  da  chi  ha  il  modo  di  farsi 
il  lucco,  se  non  di  verno,  sopra  un  saio  di  velluto 
o  di  panno  foderato  e  soppannato  per  timore  del 
freddo.  Il  cappuccio  a  tre  parli  (e):  il  mazzocchio, 
il  qual  é  un  cerchio  di  borra  (o  cimatura  di  pannu), 
coperta  di  panno,  che  gira  e  fascia  intorno  intorno 
la  testa,  che  soppannato  dentro  di  rovescio  copre 


(a)  Ved.   tav.  CVIII,   N.  5  e  tav.   CfX,   N.    2. 
(/O  Ved.   tav.   CIX,  N.   2. 

(e)  Ved.    tav.   GVI,   N.   4,    tav.  GVfl,   N.  5  e  tav. 
CVIII,  N.   2. 

(d)  Vfid.    tav.  CIX,  N.  3. 
0)  Ved.   lav.  CVII,  N.    5. 


264  COSTUMI 

il  capo  (a)'^  la  foggia  è  quella  che  pendendo  in  sulla 
spalla  difende  tutta  la  guancia  sinistra  o  destra 
che  sia.  Il  becchetto  del  cappuccio  è  una  sdriscia 
doppia  del  medesimo  panno  che  va  quasi  tino  a 
terra  (^),e  si  ripiega  sulla  spalla  destra ,6  bene  spes- 
so si  avvolge  al  collo,  e  da  coloro  ch''esser  vo£;lion 
più  destri  o  più  spediti,  intorno  alla  testa.  Ha 
questa  portatura  molto  del  grave,  ed  in  Firenze 
e  utilissima  rispetto  ai  gran  venti  ed  alla  molta 
sottilità  delParia,  perciò  dicono  gli  antichi  che  fu 
portata  di  Francia.  Può,  chiunque  vuole,  portare 
qual   s'  è  Tuno  di  questi  abiti  o  statuale  eh**  ei 
siasi  o  nò^  non  può  già  nessuno  andare  in  con- 
siglio senza  Tuno  o  Taltro  di  loro.  La  notte  nella 
quale  si  costuma  in  Firenze  andar  fuori  assai,  si 
usavano  in  capo  i  tocchi,  e  indosso  cappe  chia- 
mate alla   spagnuola,   cioè  colla  cappuccia  di  die- 
tro. In  casa  usasi  porre  indosso  con  un  berret- 
tone in  capo  il  verno,  o  un  palandrano  o  un  ca- 
telano^  la  state  un  berrettino,  alcune  zimarre  di 
guarnello  o  govardine  di  saia  di  lilla.  Chi  cavalca 
porta  o  cappa  o  gabbano  o  di  panno  o  di  rascia, 
secondo  le  stagioni,  e  chi   va  in  viaggio  feltri,  e 
specialmente  per  Toccasione  di  pioggia.  Le  calze 
portansi  tagliate  al  ginocchio,  e  con  cosciali  sop- 
pannati di  taffettà,  e  da  molti  fregiale  di  velluto 
o  bigherate  „  cosi  il  citato  Varchi. 

g.  i3.  Le  pillare  per  altro  della  fine  del  seco- 
lo decimoquinto  ci  danno  anche  un**  altra  foggia 


(a)  Ved.    tav.   CVtU,   N.   2,   5. 

(b)  Ved.    tav.   CVII,   IN.    5. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  II.        a65 

di  vestire  tanto  negli  uomini  che  nelle  donne 
non  indicataci,  ch'io  sappia,  da  nessuno  scrittore. 
In  questa  foggia  vedesi  primieramente  ,  come  la 
cotta  o  gonnplla,  che  tra  il  popolo  toscano  si  usò 
fino  dai  tempi  etruschi  (a),  da  lunga  eh""  era  in 
principio,  giungendo  sotto  al  ginocchio  ,  a  poco 
a  poco  accorciarsi  fin  quasi  al  fianco,  e  fermarvi- 
si  con  larga  fascia,  finché  poi  diviene  un  corpetto 
che  sta  stretto  al  fianco  (^),  senza  cintura,  e  sen- 
za quel  gonnelleltoche  notammo  lungo  in  antico 
e  breve  nei  secoli  posteriori,  fino  a  sparire  affat- 
to (e)  nel  secolo  XIV  e  XV.  Le  donne  ebber  a- 
biti  molto  semplici,  con  sopravveste  ora  sciolta, 
or  aperta  nei  fianchi  dalla  spalla  fino  a  terra  (df), 
or  cinta  sul  petto  (e),  ma  non  sempre  ,  per  esser 
le  vesti  attillate  alla  vita.  La  sopravveste  peraltro 
sfoggiava  talvolta  in  uno  strascico  or  più  or  me- 
no lungo  e  vi  erano  dei  ricami.  Semplice  ma  pure 
elegante  era  T acconciatura  di  testa  (/),e  talvolta 
una  rete  aggruppava  e  riteneva  i  capelli.  Ogni 
altro  ornamento  o  foggia  meglio  s'intende  colla 
ispezione  delle  figure,  che  mediante  le  mie  paro- 
le, giacché  non  sappiamo  a  quali  abiti  corrispon- 
dono alcuni  nomi  che  di  essi  leggonsi  negli  scrit- 
tori, né  qual  nome  competasi  agli  abiti  che  per 
mezzo  di  pitture  vediamo  io  uso  a  quei  tempi. 

(a)  Ved.   tav.  XXXI,  N.  2. 

(b)  Ved.  tav.  CIX,  N.  4. 
(e)  Ivi,  N.  5. 

{(t)  Ivi,  N,  6. 

(e)  Ivi,  N.   7. 

(/)  Ivi,  N,  G,  7. 

St.   Tose.  Tom,  9,  24 


2.^6  COSTUMI 

Benché  la  moda  del  cappello  fosse  assai  spar- 
sa, non  subentrò  per  altro  totalmente  a  quella  del 
cappuccio  che  verso  la  tìne  del  secolo  XV  (i8). 
g.  14.  Quanto  ai  cavalieri,  siccome  ve  ne  aveva 
di  più  qualità,  usarono  ancora  più  maniere  d'a- 
bili. Chi  desiderasse  conoscere  il  modo  di  vestire, 
del  gonfaloniere  di  Firenze  dei  tempi  repubblicani, 
osservi  il  quadro  da  me  riportato  (a),  rappresen- 
tante s.  Ivone  assiso  in  tribunale,  e  vestito  alla 
foggia  degli  antichi  gonfalonieri.  I  cavalieri  del 
popolo  avean  abiti  di  color  verde  cupo,  con  or- 
namenti di  vaio,  ricami  d'oro,  d''argenlo  e  perle, - 
e  le  lor  armi  lancia,  targa  e  spada.  La  toga  co- 
stituiva la  parte  essenziale  degli  abiti  magistrali, 
piccola  essendo  la  difterenza  per  la  varietà  dei 
titoli  e  degl'impieghi.  ì  soldati  prendevano  nome: 
dalle  armi  che  usavano,  chi  di  balestrieri,  chi  di 
arcieri  e  chi  di  polvesari.  Si  distinguevano  i  sol- 
dati fuori  del  campo  dalPabito  serrato  alla  vita"*, 
cappello  piccolo,  spada  al  fianco  e  pugnale  in  cin- 
tura^ ma  uelPazione  il  forte  delPesercito,  e  spe- 
cialmente la  cavalleriajera  più  o  meno  tutta  arma- 
la di  ferro  (19),  come  si  mostra  il  cavaliere  da 
me  riportato  (^)  Anche  i  soldati  a  piedi  erano  ve- 
stiti di  ferro,  come  lo  fa  vedere  la  pittura  del  pro- 
fessor Sabatelli,  rappresentante  la  resa  di  Volter- 
ra fatta  al  capitano  Ferrucci  (c)^  non  sempre  però 
questi  soldati  andavan  vestili  di  (erro  ;  giacché 

(a)  Ved.   tav.   CX. 

(ò)  Ved  .  tj.v.   evi,  N.   2. 

.0  V«\oT  .MoT    >> 


DEI  TEMPI  REPUEB.  PABTE  li.       2.67 

fjgni  étttà  chiaraando  alle  armi  i  suoi  cittadini  , 
simil  turba  presentava  una  varietà  infinita  nelle 
armi  e  nei  militari  costumi.  Prova  ne  sia  quello 
che  io  riporto  (a),  eseguito  dal  Pinluricchio  ne- 
gli affreschi  di  Siena. 

(a)  Vad.  tav.  CVI,  N.  4. 


NOTE 

8!r  fri  tftfvib  In«>?»è5t  I  •  j  a- 

(I)  Uante  ,  Paradiso  canto  xv.  (2)  Villani  ,  Stor. 
fior..  lib.  XII,  cap.  iv.  (3)  L'Osservatore  fiorentino 
sugli  ediGzi  della  sua  patria  ^  toni,  vm,  Del  vestire 
al  tempo  della  repubblica,  p.  109^  121  .  (4)  Dante  ap. 
Fanucci,  Storia  dei  tre  celebri  popoli  marittimi  del- 
l'Italia, veneziani  ,  genovesi  e  pfsani  9  lib.  in,  cap, 
X.  (5)  Muratori,  Antichità  italiche  Dissert.  xxv,  ap. 
Bonnard,  Costumi  ecclesiastici,  civili  e  militari,  voi. 
I,  introduz.  p.  xvii.  <6)  Fanucci  cit.  (7)  Storia  di 
Cortona  d'Anonimo,  cap.  iv.  (8)  Fioravanti,  Memorie 
Storiche  della  città  di  Pistoia,  cap.  xxiii.  (9)  Giachi, 
Saggio  di  ricerche  sopra  lo  slato  antico  e  moderno  di 
Volterra,  parte  11,  art.  in,  stato  economico.  (10)  Ivi. 

(II)  Cantini,  Legislazione  toscana,  totn.  i,  p.  300  e 
seg.  (12)  Sismondi,  Storia  delle  repubbliche  italiane, 
voi.  vili,  cap.  LXiii  ,  p.  24".  (13)  Fanucci  cit.  lib. 
IH,  cap.  X.  (14)  Stor.  fior.  cit.  (15)  Vermiglioli^  Le 
sculture  di  Niccola  e  Giovanni  da  Pisa  e  di  Arnolfo 
fiorentino  che  ornano  la  fontana  maggiore  di  Peru- 
gia tav.  XI,  XII,  xiii,  e  xvi  .  (16)  Bonnard  cit.  tom. 
I,  N.  52,  61,  62.  (17)  Stor.  fior.  lib.  ix.  (18)  Mura- 
tdri^  Antichità  italiche  cit.  ap.  Bonnard  cit.  intro- 
duzione p.  XVII  .    (19)  L'  Osservator  fior.  cit.  p.  121. 


X 


.2o8  COSTUMI 


PARTE  TERZA 
USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI 


g.  1.  A  toscani  divisi  in  stali  repubblicani  eran 
popoli  feroci  e  brutali,  sempre  pronti  ad  opporsi 
vicende^ obliente,  ed  a  vendicarsi  delle  più  li«vt 
offese  con  uccisioni  ed  assassini!:  cosa  che  non 
dee  recar  meravigb'a,  efiacchè  non  avean  corpo  di 
leggi,  e  ciascuno  di  essi  era  in  certo  modo  ab- 
bandonalo airirapulso  delle  sue  passioni  (i).  Al 
progredire  peraltro  del  secolo  XIV  i  toscani  si 
mostravano  d^ingegno  più  tìne  degli  altri  popoli,e 
motteggiatori  nelle  brigale- 1  fiorentini  in  parti- 
colar  modo  coglievano  appuntino  e  con  vivacità 
il  ridicolo:  perspicaci  conreglino  erano  nel  ma- 
neggio degli  affari,  rinvenivano  prima  degli  altri 
la  più  breve  e  facile  via  per  conseguire  l'inten- 
to, e  ravvisavano  tosto  i  vantaggi  e  le  difficoltà 
d'ambo  i  lati.  Accorti  a  scernere  per  entro  i  vi- 
luppi della  poIitica,indovinavanoi  progetti  de'supi 
nemici,  antivedevano  le  conseguenze  delle  loro 
azionicela  serie  degli  avvenimenti.  P^on pertanto 
il  loro  carattere  era  più  fermo,  e  il  contegno  lorp 
più  grave  assai  che  nonsarebbesi  potuto  presume-- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  HI.       269 

re  in  tanta  vivacità  di  accorgimento.  Lenti  a  risol- 
vere, non  intraprendevano  cose  pericolose  che 
dopo  lunghi  consigli^  ma  quando  vi  si  erano  im- 
pegnali, non  si  lasciavano  smuovere  dai  più  gravi 
e  imprevedutì  disastri.  Welle  cose  delle  lettere  i 
toscani  univano  alla  prontezza  la  forza  del  razio- 
cinio, alla  tìlosofia  la  forza  della  gioialità,  la  face- 
zia alle  più  serie  meditazioni.  La  profondità  del 
carattere  avea  presso  questo  popolo  conservato 
Fentusiasmo,  ed  il  motteggio  ne  aveva  formalo  il 
guslo^  che  i  severi  giudizi  delFuniversale  contro 
chi  faceasi  ridicolo,  aveano  stabilito  intorno  alle 
lettere  ed  alle  arti  non  meno  severe  leggi  (2). 

g.  2.  I  toscani,  vedendo  e  raziocinando  sulla 
storia  del  loro  proprio  tempo,  giudicavano  da  se 
stessi  le  loro  querele,  e  la  calma  del  loro  spirito, 
la  forza  del  loro  carattere,  e  la  loro  avarizia,  se 
si  vuole,  ma  una  sorta  d'avarizia  sovente  gene- 
rosa,che  sapeva  qualche  volta  dispensare  tutto  ciò 
ch'ella  possedeva  per  il  bene  dello  stato.  Questa 
grandezza  e  questa  generosità  dei  primi  Medici 
repubblicani,  che  non  lasciavano  arrivare  ad  al- 
cun nobile,  né  ad  alcun  plebeo,  né  la  miseria,  né 
la  degradazione,  davano  sempre  il  mezzo  di  modi- 
ticare  e  di  stornare  le  rivoluzioni.  Firenze  signora 
di  Pisa,  superiore  a  Siena  e  a  Lucca  s'innalzava 
come  una  moderatrice  del  centro  d'  Italia  (3). 
Quantunque  il  secolo  avesse  ingentilito  iloro  co- 
stumi, o  pel  progresso  della  civiltà,  o  per  la  na- 
turale tendenza  alla  mollezza  ed  allusso,  tuttavìa 
vivevano  circa  al  laSo  sobrii  e  di  grossolane  vi- 
vande e  con  piccole  spese,  ei  avevamo  molli   usi 


a^O  COSTUMI 

grossi  e  rozzi  (4).  Ma  finalmente  nel  i345  i  co- 
stumi si  rilassarono  in  modo,  che  i  capi  delle  re- 
pubbliche toscane  si  trovarono  astretti  ad  occu- 
parsi a  moderare  le  spese  superflue,  incomincian- 
do dal  ristringere  la  tavola  della  signoria  delle 
respettive  repubbliche,  affinchè  la  spesa  fosse  più 
parca  e  più  giustificata^  ed  elessero  oUo  cittadini 
popolari  per  riformare  quelle  dei  particolari  (5). 
PJelle  grandi  mense  usavano  cucchiai  e  forchette 
d'argento,  scodelle  e  scodellini  di  terra,  grandi 
coltelli  da  tavola,  bacini,  candellieri  di  bronzo  o 
di  ferro,  candele  di  cera  o  di  sevo,  e  vasellami  di- 
versi bellissimi,  oggetti  ch'erano  stati  portati  dai 
mercanti  che  viaggiato  avevano  in  Francia, in  Spa- 
gna ed  in  Fiandra.  1  nobili  ed  i  mercanti  eran 
quelli  che  in  tanto  lusso  sfoggiavano  (6).  Il  pa- 
drone di  casa  pranzava  colla  moglie  e  co'tìgliuo- 
ìì  in  una  camera,  mentre  in  altra  o  nella  cucina 
mangiavano  i  domestici.  Ciascuno  avea  la  sua 
scodella  della  minestra,  ed  un  tagliere  o  piatto 
di  legno  serviva  per  due^  ciascuno  però  avea  due 
bicchieri  dì  vetro,  P  uno  per  Tacqua,  Taltro  pel 
vino.  L'acqua  alle  mani  davasi  prima  e  dopo  il 
pranzo  con  un  bacino  di  bronzo.  Nel  i320  si 
moltiplicarono  i  cammini,  mentre  per  lo  innan- 
zi tutti  gli  abitanti  della  casa  tenevansi  intorno 
al  focolare  della  cucina  (7). 

g.  3,  L''uso  longobardico  del  morgincap^  che 
era  un  donativo  del  marito  alla  moglie,  e  Toso 
più  antico  sin  dai  romani  di  dar  l'anello  nelTat- 
lo  di  obbligarsi  di  prender  moglie,  e  non  come 
si  usa  in  oggi  nel  celebrare  il  matrimonio  da- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  HI.  Q.Jt 

vanti  al  parroco,  furono  continuati  in  Toscana 
fino  ai  tempi  più  bassi.  Nel  laSo  la  gente  comu- 
ne toscana  usava  di  dare  in  dote  loo  lire  di 
quei  tempi,  e  quelle  che  davano  alla  maggioran- 
za duecento  e  fino  a  trecento  lire  ,  eran  tenute 
senza  modo  assai  ricche,  e  la  maggior  parte  delle 
zittelle  che  andavano  a  marito  avean  ventanni 
o  più  (8).  i\Ia  le  spese  nuziali  s''eran  fatte  coiran- 
dare  del  tempo  sempre  maggiori,  onde  all'occa- 
sione di  compilar  lo  statuto  in  Firenze  nel  i4>5 
si  pensò  a  riformarlo.poichè  le  doti  delle  fanciulle 
eransi  grandemente  accresciute,e  si  davano  tino  a 
600  fiorini  d''oro  e  più  ancora,  i  quali  tutti  non  ba- 
stavano talvolta  ad  addobbare  la  sposa  ed  ai  con- 
viti nuziali  (9).  Fu  regolato  il  vestire  delle  spose,  e 
vollero  che  gli  sponsali  si  facessero  in  chiesa  e 
non  in  casa.  S'impedì  dalle  leggi  che  i  cittadini 
avessero  voglie  smoderate  o  inutili,  acciocché  nel- 
r  occorrenze  usar  potessero  magnificenza,  tra  la 
quale  ed  il  lusso  bisognava  saper  distinguere.  Tra 
le  riforme  decretate  dalla  repubblica  fiorentin.i 
per  reprimere  il  lusso,  leggesi,  che  nel  fare  le  ra- 
dunate per  gli  sponsali  non  potevano  gl'invitali 
esser  più  di  100 per  ciascheduna  banda.  Gli  adu- 
oati  in  tal  modo  si  trasferivano  in  una  chiesa  a 
loro  elezione  ,  ed  in  quella  celebravano  il  con- 
tratto. Chi  era  invitato  agli  sponsali  non  poteva 
andarvi  con  maggior  numero  di  otto  comi)agni. 
Se  lo  sposo  fosse  andato  a  visitar  la  sposa  all.ì  sua 
casa,  non  poteva  condurre  più  di  quattro  compa- 
gni. Non  era  permesso  di  donare  ad  alcuna  donna 
che  non  fosse  prima  sposata  né  perle,  ne  pietre 


ìi^a  COSTUMI 

preziose,  e  benché  sposata  non  ne  potevan  por- 
tare per  ornato  più  del  valore  di  quaranta  fiorini 
in  oro.  ]Xegli  statuii  della  repubblica  di  Volterra  si 
legge,che  delle  quattro  vesti,  delle  quali  potea  farsi 
regalo  ad  una  sposa  fino  a  due  soli  anni  dopo  al 
matrimonio,  era  permesso  che  una  di  quelle  fosse 
di  lino  „  una  giubba  di  sindone  „  purché  però  né 
Tuna,  né  le  altre  avessero  ricami,  intagli,  pitture, 
o  intessitura  di  colori  e  materie  diverse  e  di  figu- 
re, e  fosse  senza  fodera  di  seta,  di  pelli,  e  senza 
ornamento  d''oro,  d'argento,  di  perle,  pietre  pre- 
ziose ec.  con  la  soia  facoltà  di  essere  di  due  panni  e 
di  due  colori,  metà  dell'uno  e  metà  deiraltro(io). 
Nei  giorni  nuziali  né  lo  sposo  né  la  sposa  pote- 
vano dar  desinare  ovver  cena  a  più  di  quattro  per- 
sone fuori  di  quelle  di  casa.  Tutte  le  donne  che 
andavano  a  marito,  se  avessero  voluto,  potevano 
andare  a  cavallo^  accompagnate  da  sei  donne  e 
non  più  al  celebrar  delle  nozze:  la  mattina  stessa 
dello  sposalizio  non  potevano  essere  in  casa  dello 
sposo  al  desinare  più  di  sedici  donne,  sei  dalla 
banda  della  sposa,  e  dieci  da  quella  dello  sposo; 
non  computate  tra  quelle  la  madre,  né  le  sorelle 
dello  sposo,  né  le  mogli  dei  fratelli  e  degli  zii. 

g.  4-  A.  Volterra  peraltro  la  sposa  era  accompa- 
gnata da  sole  quattro  persone,  e  a  questo  picco- 
lo corteo  non  era  permesso  il  serraglio:  uso  che 
s'è  veduto  stilare  nel  popolo  e  più  nella  campagna 
sino  ai  di  nostri,  frapponendosi  per  la  strada  al 
passaggio  degli  sposi  due  o  più  persone  con  na- 
stro, o  con  lungo  intreccio  di  fiori,  finché  lo  spo- 
so rompa  il  serraglio  con  una  mancia  nelTatto 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  III.  2y% 

che  la  sposa  suol  esser  regalata  da  quelli  con  un 
mazzetto  di  fiori.  Alle  nozze  non  potevano  inter- 
venire se  non  le  persone  della  famiglia  di  quello 
che  conduceva  la  moglie,  ed  in  tal  giorno  eran 
proibiti  i  regali  di  vivande^  e  la  sposa  non  poteva 
andare,  né  in  quel  giorno  né  il  seguente,  alla  casa 
paterna,  ma  a  quella  del  marito  (ii).  Gli  uomini 
doveauo  esser  dieci,  e  otto  familiari,  non  com- 
putando tra  questi  i  servitori  e  ragazzi  da  quat- 
tordici anni  in  dietro.  IXel  tempo  di  quel  desinare 
potevano  avervi  tre  giuocolatori,  ovvero  suonato- 
ri per  divertirsi,  e  se  fosse  seguita  la  festa  di  sera, 
potevano  suonare  e  ballare  fino  alla  campana.  IN el 
pranzo  e  cena  delle  nozze  non  poteasi  porre  in 
tavola  più  di  tre  sorte  di  vivande.  Ira  le  quali  era 
permesso  un  arrosto  con  la  torta,  ch''era  un  i  sola 
vivanda:  non  venivan  però  comprese  sotto  il  no- 
me di  vivanda  né  le  frutte  né  le  confetture  (12). 
g.  5.  Era  costume  in  Toscana  che  le  spose  an- 
dando a  marito  avevano  con  loro  certe  borse  a- 
domate  e  lavorate  in  Levante  con  oro  ed  argento, 
ed  a^proporzione  della  qualità  dei  maritaggi  por- 
tavano con  esse  in  casa  del  marito  la  dote.  Né  ab- 
biamo conferma  nelle  memorie  di  Siena  dove  si 
rammenta,  che  circa  Panno  i34o  la  famiglia  Sa- 
limbeni  fecene  una  grossa  compra  ascendente  a 
molte  migliaia  di  fiorini  nel  gran  mercato  di  Soria 
per  farne  smercio  in  Toscana  (iS).  I  quochi  era- 
no obbligati  denunziare  agli  uffiziali  del  comune 
il  nome  e  cognome  dello  sposo,  il  quartiere  e 
numero  deir  uscio  ,  il  numero  degli  uomini  e 
delle  donne,  la  qualità  e  quantità  delle  vivande, 


a74  COSTUMI 

e  oiò  perchè  da  nessuno  fosse  conlraffatto  alla 
legge  del  i4i5(i4).  Fu  bene  di  grande  importan- 
za e  rigoroso  bordine  che  s'aera  fatto  nella  città  di 
Firenze  per  levar  via  il  concubinato,  avendo  po- 
sta la  pena  del  fuoco  a  tutti  quelli  che  tenessero 
donne  a  lora  spese,  o  obbh'gate  con  scritta,  o  al- 
tra maniera,  conoscendosi  molto  bene  quanto 
con  sì  mal  costume  andasse  congiunto  l'impedi- 
mento dei  matrimoni. 

g.  6.  L**  uso  di  far  la  corte  alle  gentildonne 
col  rispetto  di  un  amante  è  molto  antico  in  Ita- 
lia. Un  tale  spirito  che  rimonta  sino  ai  tempi  del- 
la cavallerìa,  portato  al  più  alto  grado  nel  secolo 
XIII  dal  rinascimento  della  filosofia  platonica,  ha 
per  sì  lungo  tempo  fatta  parte  dei  costumi  che 
tutti  coloro  i  quali  vantansi  di  politezza  ne  sono 
animati  fra  noi.  Una  prova  ne  porgono  le  poesìe 
celebri  di  Francesco  Petrarca ,  il  quale  pe'  suoi 
sentimenti  teneri  al  pari  che  casti  per  la  bella 
Laura,  è  stalo  nei  nostri  giorni  il  poeta  favorito 
degli  italiani  ;  e  una  prova  ne  sono  pure  i  suoi 
numerosi  imitatori,  fra  i  quali  si  contano  i  nomi 
famosi  del  Poliziano,  di  Lorenzo  il  magnifico^  del 
Bembo,  del  Casa,  del  Costanzo,  del  Sannazzaro,del 
Caro,  dei  due  Tassi,  del  Manfredi  e  di  una  infinità 
di  altri  antichi  e  moderni.  Leggansi  le  poesìe  del- 
Taccademia  degli  Arcadi,  pubblicate  in  occasione 
de^matrimoni  dei  gran  signori  d'Italia,  e  si  vedrà 
che  son  piene  di  questi  sentimenti  che  ispira  Va- 
mor  platonico.  Sono  universali  queste  nozioni  pla- 
toniche in  Italia,  incontrandosi  in  tutti  gli  autori 
italiani ,  talché  la  prima  cosa  che  trovasi  nella 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  III.  a^S» 

ìellura^  dei  poeti  è,  che  la  contemplazione  della 
bellezza  terrestre  solleva  un'anima  onesta  all'  a- 
niore  della  celeste  beltà.  Di  qui  nacque  quel  ri- 
spetto ch'ebher  generalmente  quegritaliani  per 
le  belle  donne  ,  queir  uso  quasi  universale  di 
baciare  rispettosamente  la  mano  di  una  signo- 
ra entrando  nel  suo  appartamento,  ed  altri  simili 
alti  di  rispetto  ;  quel  potere  che  ebbero  tutte  le 
cortesi  donne  di  comandare  ai  loro  vagheggiato- 
ri^ i  quali  avevan  per  esse  questo  amor  mistico , 
che  faceva  loro  confondere  le  idee  di  bellezza  e 
di  virtù  (i5).  lol  io:' 

óO'g.  7.  Tali  vagheggiatori  sono  stati  chiamati 
céeisbel  dal  volgo,  che  non  intende  questa  filoso- 
tìa -misteriosa.  La  denominazione  di  cicisbeo  ha 
in  vero  del  faceto,  ma  non  presenta  alcuna  idea 
svantaggiosa  per  Tuno  o  per  l'altro  sesso  :  i  vo- 
caboli cicisbeo  e  cicisbea  non  sono  ignominiosi . 
Gli  uomini  depravati  non  potranno  credere  che 
l'amore  possa  essere  un  puro  commercio  di  cor- 
tesìa e  di  tenerezza ,  del  quale  non  si  possa  ar- 
rossire^nondimeno  non  vi  è  cosa  più  certa,  ed  è 
sotto  questa  forma  che  noi  lo  vediamo  rappresen- 
tato nelle  opere  che  ci  restano  del  secolo  del  Pe- 
trarca .  Il  più  prudente  cavaliere  confessava  in 
pubblico  la  bellezza  alla  quale  egli  ardiva  d'  in- 
dirizzare i  suoi  voti  e  l'omaggio  del  suo  cuore.  Il 
più  modesto  poeta  nominava  nei  suoi  versi  la 
ninfa  che  gli  serviva  di  musa.  La  più  onesta  don- 
na non  arrossiva  d'esser  Toggelto  d'una  passione 
nobile  e  di  corrispondervi  pubblicamente.  Tali 
erano  i  costumi  degrilaiiani  a'iempi  del   Petrarca, 


a;6  COSTUMI     IT  laa 

e  tali  si  mantennero  fino  a  noi.  Sanno  benissimo 
gp  italiani  che  non  si  deve  confondere  Paniore 
onesto  con  un  aifetto  dannabile: e  benché  al  fondo 
le  loro  passioni  non  diflferiscano  punto  da  quelle 
del  rimanente  degli  uomini ,  è  nondimeno  cosa 
certa  che  fra  loro  il  cuore  ed  i  sensi  han  delle 
Tie  differenti,  e  che  i  loro  oggetti  sono  di  rado  gli 
stessi.  GTilaliani  mettono  una  gran  diversità  fra 
una  donna  comune  ed  una  amabil  signora  che 
loro  sembri  meritare  Tomaggio  dei  loro  cuori.  Le 
attrattive  dell'una  possono  assoggettarli  per  un 
momento  accendendo  i  loro  desideri  sensuali , 
ma  Paltra  è  un  essere  sublime  di  cui  riconoscono 
Timpero^  è  la  sovrana  dei  loro  pensieri,  un  (^get- 
to degno  del  maggior  rispetto  ch^essi  considera- 
no come  un  essere  sovrumano  (i6). 

g.  8.  Siamo  dalla  storia  informati  che  fin  dal- 
l'anno  li 54  le  crudeli  funeste  dissensioni  nel- 
Tordine  cittadinesco  travagliarono  le  cittadi  con 
le  intestine  guerre  per  anni  ed  anni.  L** invidia  e 
la  gelosia  reciproca  del  comando  n"erano  la  ca- 
gione. Tra  le  imprese  dispendiose  che  condusse 
a  fine  la  repubblica  fiorentina  fu  una  guerra  che 
durò  per  lo  spazio  di  circa  trenr  anni  ,  cioè  dal 
l'Òyy  fino  al  i4o6,  benché  inlerrottamente ,  vale 
a  dire  cinque  guerre,  per  le  quali  spese  centoquin- 
dicimila  centinaia  di  fiorini  d'  oro  ,  siccome  con 
molta  diligenza  Cristoforo  Landini  raccoglie  nei 
suoi  commenti  sopra  Dante;  enorme  spesa  radu- 
nata in  parte  dai  consueti  tributi  del  pubblico,  e 
nella  maggior  parte  dai  privati  cittadini  (17).  Fu 
dunque  necessario  d'istituire  un  nuovo  ordine 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  HI.  277 

di  polizzia  pubblica,  dove  s^introdusse  una  mili- 
zia civica  di  più  compagnie,  sotto  il  comando  di 
più  capitani  e  gonfalonieri ,  le  quali  obbedir  do- 
vessero in  ogni  occorrenza  a  suono  di  campana 
ad  un  supremo  comandante  detto  capitano  del 
popolo.  I  soldati  a  piedi  che  formavano  la  com- 
pagnia (a)  andavano  uniti  ad  altri  corpi  di  caval- 
lerìa (^),  a  cui  si  aggregavano  i  soli  nobili  e  po- 
tenti cittadini  popolari  sotto  distinti  gonfaloni  e 
comandanti.  Queste  diverse  compagnie,  alle  qua- 
li debbonsi  unire  i  balestrieri,  i  guastatori,  ed  i 
conduttori  delle  salmerie  e  bagagli  da  guerra,  for- 
mavano un  intiero  esercito  capace  a  far  fronte 
al  furore  del  loro  nemico.  La  sola  campana  dava 
il  segno  a  tutte  le  truppe,  quando  trattavasi  di 
attaccare  ,  o  sedare  i  civici  tumulti  dei  magna- 
ti (18). 

g.  9.  A.lloichè  la  spedizione  dell'  esercito  far 
si  doveva  contro  ì  nemici  fuori  del  paese,  si  por- 
tava una  macchina  bellica  chiamata  il  carroc- 
cio (e),  introdotta  fra  noi  circa  Tanno  iiaa,  con- 
sistente in  un  carro  a  quattro  ruote  tirato  da 
bovi  coperti  da  ricca  gualdrappa.  S'innalzava  nel 
centro  del  carro  uno  stendardo  sventolante  col- 
1*  arme  del  comune,  ed  in  cima  alla  di  lui  antenna 
una  croce  ed  una  campana  per  comunicare  all'eser- 
cito gli  ordini  opportuni  alla  battaglia.  Sul  carro 
stavano  alcuni  soldati  e  dei  trombettieri,  ed  in- 


(a)  Ved.   tav.  CVI,  N.    1,3,   4. 

(fc)  Ivi,  N.   2. 

(e)  Vcd.  lav.  CXI,   N.   1. 

St.  Tose,    Tom,  9.  25 


a^S  e  o  s  T  u  Bi  I 

torno  marciava  di  guardia  il  nerbo  dei  più  robu- 
sti e  valorosi  combatteuti.  I  santi  uflìzi  si  cele- 
bravano sul  carroccio  prima  che  uscisse  dalla  cit- 
tà, e  spesso  un  cappellano  1'  accompagnava  sul 
campo  di  battaglia.  L'introduzione  del  carroccio 
produsse  il  sommo  vantaggio  di  dare  più  consi- 
stenza alla  fanterìa,  e  di  fargli  acquistare  più  im- 
portanza opponendolo  alla  cavallerìa  dei  nobili. 
Grande  impegno  era  il  non  perderlo^  grandi  ma- 
neggi facevansi  per  ricuperarlo,  giacché  se  cadeva 
in  mano  dei  nemici,  allora  tutti  fuggivano  (19). 
ColPandar  del  tempo,  e  precisamente  nel  secolo 
XIV  andato  in  disuso  il  carroccio  ,  fu  sostituito 
un  grande  stendardo  portato  a  mano(iio).  Per  un 
%"atto  notabile  di  tempo  si  costumò  nei  secoli 
J)assi  di  far  la  guerra  per  mezzo  di  compagnie 
straniere  dette  masnade,  capitanate  da  guerrieri 
qualificati  ,  che  rendevano  il  servizio  loro  a  chi 
domandavali,  ricevendone  il  prezzo  sì  le  indicate 
truppe  che  i  loro  condottieri .  Ma  riflettendo  i 
fiorentini  che  la  spesa  della  quale  s'incaricavano 
per  far  la  guerra  con  truppe  mercenarie  di  quella 
sorte  costava  loro  assai  più  che  guerreggiando 
essi  medesimi,  così  dietro  le  insinuazioni  del 
Machiavelli  (ai)  si  dettero  a  secondare  lo  spirito 
guerriero  ,  e  frattanto  il  paese  che  vantava  di 
aver  colte  non  poche  palme  sì  nelle  arti  che  nel 
commercio,  volle  meritarsi  quelle  ancora  della 
guerra,  e  si  occupò  a  formare  della  gioventù  co- 
raggiosa. Fu  stabilita  una  vera  coscrizione,  furon 
proscritti  i  soldati  mercenarii,  e  si  volle  che  tutti 
i  cittadini  fossero  soldati  (22). 


DEI  TEMPI  REPUBB,  PARTE  III.  279 

g.  IO.  Dopo  la  declinazione  della  romana  latti- 
ca, le  armi  del  soldato  da  difesa  e  da  offesa  furono 
spesso  variate,  poiché  fin  dai  tempi  di  Graziano 
il  vestimento  ferreo  fu  abbandonato^  ripreso  poi 
dai  robusti  guerrieri  del  J^ord  fu  secondo  la 
mollezza  o  robustezza  degPitaliani  vicendevol- 
mente abbandonato  e  ripreto.  Il  ferro  cambiato 
in  quoio  ne  avvenne  che  la  coriacea  armatura 
dette  nome  alla  corazza.  Il  peso  degli  scudi  di 
ferro  fu  alleggerito,  perchè  d'allora  in  poi  si  for- 
marono di  legno,  di  quoio,  o  di  vimini^  e  le  di- 
verse materie  o  figure  haa  creato  i  nomi  di  targa, 
scudo,  rotella,brocchiere^le  spade  talora  accorcia- 
le preser  nome  di  stocchi:  V  arco  e  la  balestra 
davano  il  nome  agli  arcieri  e  ai  balestrieri.  Sca- 
gliavano i  primi  dardi  più  piccoli  assai  dei  qua- 
drelli, moschetti  o  verrettoni  gettati  dalle  bale- 
stre, ma  supplivano  colla  velocità  alla  piccolezza 
detrarrne.  Erano  poi  alcune  balestre  si  grandi  , 
che  conveniva  scaricarle  col  piede,  e  perciò  avea- 
no  alla  corda  adattata  la  staffa.  Varie  truppe  di- 
sordinate e  leggere  solevano  percorrer  Pesercito, 
scorrere  quinci  e  quindi,  e  dare  il  guasto  alle  cam- 
pagne^ e  queste  erano  chiamate  gualande.  Fedi- 
tori  poi  o  feritori  eran  quelli  che  incominciava- 
no la  battaglia  :  solevano  essere  delle  migliori 
truppe  ,  giacché  sovente  Pesilo  della  pugna  di- 
pendeva da  essi ,  poiché  scompigliata  la  prima 
schiera  assai  spesso  tultoii  resto  delPesercitodi- 
sordinavasi  (23). 

g.  II.  Probabilmente  Pariete,  Ponagro,  le  ca- 
tapulte, le  baliste,  le  torri  messe  in  opera  da- 


a8o  COSTUMI 

gli  antichi  italiani  son  passate  ai  tempi  bassi  coi 
nomi  di  mangani,  manganelli,  trabocchi  ec;  solo 
la  terribile  invenzione  deirartiglierìa,  mutando 
tanto  Tarte  della  guerra,  ha  potuto  farli  obliare. 
Le  città,  le  terre,  i  castelli  erano  cinti  di  mura: 
un  fosso  che  le  circondava  era,  dove  potevasi, 
pieno  d^acqua.  Molte  torri  vedevansì  alle  mura,  il 
corpo  delle  quali  si  stendeva  in  fuori  per  aver  agio 
di  perquotere  gli  assalitori  anche  per  fianco  (a). 
Il  continuo  sospetto  originato  dalle  fazioni  avean 
convertite  le  case  in  fortificati  castelli;  poche  ve 
r/er^no  delle  considerabili  senza  torri,  nelle  quali 
taholta  facevasi  anche  sfoggio  d'architettura.  Fab- 
bricavansi  poi  o  di  legno  o  di  sasso  castelli  o  ba- 
stìe da  offesa  e  difesa  intorno  alle  mura.  Erano 
presso  a  poco  gli  slessi  i  ballifolli,  e  contenevano 
stanze  per  alloggiarvi  fanti  e  cavalli.  La  catapulta 
era  una  macchina  colla  quale  scagliavansi  enor- 
mi pesi  scavalcando  le  mura  e  cadendo  poi  den- 
tro i  paesi  assediati.  La  balista  alquanto  variata 
nella  costruzione  ,  produceva  Teffelto  medesimo 
della  catapulta.  Per  rompere  fimpulso  dei  massi 
dal  nemico  scagliati  colle  descritte  macchine,  si 
adopravano  delle  reti  di  grosse  funi ,  o  panni,  o 
una  specie  di  graticci  distesi  davanti  alle  torri 
percosse,  e  sotto  queste  macchine  medesime  i 
soldati  s'avanzavano  a  battere  le  muraglie  (a4). 

g.  la.  Il  formidabile  ariete  degli  antichi  (^)non 
era  uscito  mai  di  moda:  questo  lungo  e  grosso 


(a)  Ved.  tav.  LXXX,  N.  1 
{b)  Ved.  tav.  CXI,  N.  2. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  111.       a8  I 

trave  colla  ferrata  punta  era  sospeso,  e  facendosi 
oscillare  mandavasi  ad  urtare  contro  le  muraglie. 
Con  altra  macchina  militare  detta  la  talpa  si  scal- 
zavano sotterraneamente  i  fondamenti  del  muro 
per  farlo  cadere  ,  come  abbiamo  da  Gottifredo 
Viterbense  (2.5).  Erano  in  uso  i  graffi  per  carpire 
i  combattenti  e  tirarli  giù  dalle  mura,  ed  usavansi 
ogni  sorta  d'impacci  da  spargersi  ai  passaggi  della 
cavallerìa  per  danneggiarla.  Più  che  altre  mac- 
chine guerresche  erano  micidiali  le  torri  di  legno 
mobili,  più  alte  delle  mura  che  si  assediavano,  e 
dalPallo  delle  quali  scagliavansi  dardi  e  sassi  entro 
le  piazze  nemiche.  Ma  si  poneva  ogni  cura  dagli 
avversari  per  incendiarle,oud''è  che  si  inventarono 
varie  misture  di  zolfo  e  di  bitumi,  che  uppiccau- 
dosi  al  legno  e  dandoli  fuoco  non  era  sì  facile  lo 
smorzarle.  Fu  celebre  per  molto  tempo  il  miste- 
rioso fuoco  greco  inestinguibile  dalTacqua,  Tuso 
del  quale  ha  durato  fino  alla  metà  del  secolo  XI V^, 
ed  ha  ceduto  soltanto  alla  più  terribile  invenzio- 
ne della  polvere,  la  quale  ha  prodotto  una  mu- 
tazione assai  grande  nelParte  della  guerra. 

g.  i3.  In  proporzione  che  andò  perfezionan- 
dosi Tartiglieria,  gli  archi,  le  balestre  e  tutte  le 
altre  armi  che  fino  allora  si  ebbero  in  uso  furono  a 
poco  a  poco  obliate.  Si  fece  una  intiera  rivoluzione 
nell'arte  della  guerra^  ma  la  principal  mutazione 
è  avvenuta  negli  assedii,  poiché  moltissime  era- 
no allora  le  piazze  inespugnabili,  attesa  la  diffi- 
coltà d'usare  delie  or  accennate  raacchine^adesso 
con  Paiutodel  cannone  (a),invenzione  formidabile 

da)    Vcd.   lav.   CXI,  IN.  3. 

25^ 


282  COSTUMI 

ritrovata  fino  dal  i3o5  (s.6),e  con  quella  del  fucile 
introdotto  in  Toscana  fino  dal  i432  (27),  non  ve 
n*  ha  alcuna  che  lungo  tempo  resista  alla  rapida 
azione  della  artiglierìa.  Nella  battaglia  campale 
l'effello  del  cannone  è  stato  minore:  la  baionetta 
è  giunta  a  superarlo  (28).  Un'altra  piccola  guerra, 
e  direm  quasi  domestica,  usavasi  allorché  gode- 
vano buon  vento  i  tirannetti  nelle  gare  dei  guelfi 
e  ghibellini.  Ogni  signore  o  castellano  tirandosi 
appresso  i  suoi  vassalli,  ogni  città  chiamando  alle 
armi  i  suoi  cittadini,  simile  turba  presentava  una 
varietà  infinita  nelle  armi  e  nei  costumi.  Prima 
che  rinvenzione  della  polvere  avesse  alterato  il 
modo  di  guerreggiare  e  Tordine  delle  battaglie, 
gli  uomini  d*'arme  o cavalieri  erano  il  nerbo  degli 
eserciti.  La  fanteria  che  ai  giorni  nostri  decide 
della  sorte  della  guerra  era  nei  bassi  tempi  un 
mescuglio di  uomini  male  armati,  senz'ordine,  e 
spessissimo  anche  senza  disciplina  (ia9).Fu  allora 
che  si  usò  di  forare  il  pavimento  delle  camere,  e 
coprirlo  con  tavole  di  legno  chiamate  ribalte  o  sia- 
no bodole  o  trabocchetti  ,  sopra  cui  chi  incau- 
tamente poneva  il  piede  precipitava  al  basso  (So), 
g.  14.  Oltre  i  tornea  menti  e  giostre  che  si  fa- 
cevano nei  tempi  repubblicani:  un**  altra  specie 
di  finta  guerra  praticavasi  dai  cosi  detti  armeg- 
giatori,  ch'eran  giovani  nobili  a  cavallo,  i  quali 
vestivano  a  livrea,  cavalcando  con  stafl'e  cortis- 
sime, quasi  alPusanza  moresca  ,  quando  romper 
volevano  le  lance  nel  Saracino,  levandosi  ritti  e 
facendo  della  sveltezza  della  loro  persona  mostra 
bellissima  ai  riguardanti  (ai)  .   Era  poi  singolare 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  IH.        283 

Tuso  di  quei  tempi  dell'  armar  cavalieri ,  di  che 
ne  abbiamo  riportato  un  esempio  al  cap.  XXXI 
J.  33  di  questa  parte. 

§.  i5.  Ma  la  più  celebre  delle  finte  guerre  che 
per  semplice  divertimento  si  facesse  in  Toscana, 
fu  il  famoso  giuoco  del  ponte  di  Pisa,  detto  in  an- 
tichi tempi  anche  la  pugna  di  mazza-scudo  , 
spettacolo  di  cui  è  ignota  l'origine  della  sua  isti- 
tuzione. V'è  però  una  voce  tradizionale  probabile 
ch'ei  sia  d'origine  longobarda,  adottata  forse  nel 
risorgere  delia  repubblica  in  quei  tempi  per  ad- 
destrare la  gioventù  con  giuoco  militare.  Esegui- 
vasi  questo  con  caldo  impegno  dai  cittadini  divisi 
in  due  fazioni,  la  boreale  o  di  santa  Maria,  e  la 
australe  o  di  s.  Antonio.  Ogni  fazione  armava  sei 
compagnie  formate  di  quattrocent'ottanta  com- 
battenti cinti  d'elmo  e  di  corazza  con  veste  alla 
romana,  ed  ogni  squadra  era  distinta  dalla  varietà 
dei  colori  e  delle  insegne.  Lo  scontro  delle  schie- 
re nemiche  avea  luogo  sul  marmoreo  ponte  dì 
Pisa,  ove  al  tocco  di  tromba  movevano  per  pochi 
passi  dalle  prime  loro  posizioni  ,  e  giungevano 
con  ordine  a  toccare  l'antenna  di  divisione  dei 
campi  respettivi.  Questo  momento  era  accompa- 
gnato da  un  silenzio  rigorosissimo  di  tutti  gii 
spettatori  della  tinta  battaglia.La  mischia  incomin- 
ciava alPalzaie  dell'antenna,  ed  agitavasi  per  tre 
quarti  d'ora  con  impeto  indicibile,  e  con  un  lar- 
gone  o  pavese  lungo  circa  a  due  braccia  che  a- 
(lopravasi  e  di  punta  e  di  taglio.  Quest'arme  di 
oflesa  e  difesa  er.»  stata  sostituita  alla  mazza  e  scu- 
do di  cui  facevasi  uso  primitivamente.  Allo  spa- 


2,84  COSTUMI 

ro  di  un''ai'me  da  fuoco  si  avvertiva  il  termine  del 
combatlimenlo,  ed  allora  uno  stuolo  di  dragoni 
passando  il  ponte  divideva  i  combattenti:  dopo 
di  che  muovevano  da  una  parte  i  vinti  depressi, 
e  sconsolati,  dalTaltra  i  vincitori  fra  le  festose 
acclamazioni  del  popolo  con  bandiere  spiegate  ed 
al  suono  di  guerrieri  strumenti.La  vittoria  consi- 
stente nella  occupazione  del  campo  uemicoje  lauto 
più  gloriosa  quanto  più  esteso  era  lo  spazio  acqui- 
stato, si  solennizzava  con  sfarzose  ed  in^ponenti 
feste  di  trionfo  non  meno  interessanti  di  quelle 
della  benedizione  delle  bandiere  .  della    disfida 
e  della  mostra  o  marcia  delle  armate  che  prece- 
devano il  giuoco  (a).  La    fazione    soccombente 
nelPultimo  incontro  sfidar  doveva  la  vincitrice 
alla  nuova  tenzone^  ed  arrivato  il  giorno  del  ci- 
mento si  teneva  il  ponte  affatto  vuoto,  come  pure 
le  due  annesse  piazzette,  le  quali  cingevansi  di  ben 
forti  steccali.  Dopo  il  suono  della  campana  del  pre- 
torio che-avea  luogo  alPun^ora  e  mezzo  pomeridia- 
ne, si  aprivano  gli  sleccali  da  ambe  le  parti,  e  le 
truppe  condotte    dai  respettivi  officiali  sfilavano 
con  ordine,  facendo  reciprocamente  il  giro  degli 
anzidetti  steccati.  Ogni  drappello  aveva  un  nume- 
ro non  indiff'erente  di  celatini,  o  armati  alla  leg- 
gera, i  quali  nascosti  fra  i  loro  combattenti  non 
d'altro  si  occupavano  che  di  smembrare  i  forti 
o  colonne,  coirafferrare  i  nemici  o  per  le  gambe  o 
per  le  braccia  onde  trarli  prigionieri.Se  alla  fine  del 
combattimento  le  due  parti  si  trovavano  nei  veri 
punti  di  loro  diritto,  si  proclamava  la  pace,  ed  al- 
(fl)  Ved.  tav.  evi,  N.    5. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  IH.        aSS 

lora  le  feste  riuscivano  di  maggiore  allegrezza  e 
duravano  per  otto  giorni  continui^  la  sera  che  le 
precedeva  ,  facevasi  generale  illuminazione  per 
tutta  la  città  ,  nota  anche  al  di  d'  oggi  col  no- 
me di  luminara.  Questo  spettacolo  era  solito  farsi 
ogni  triennio (S-i);  ma  riportandone  grave  danno 
non  pochi  dei  combattenti,  così  già  da  gran  tempo 
è  stato  abolito;  ciò  non  ostante  ad  oggetto  di 
sodisfare  la  curiosità  di  rispettabili  e  distinti  per- 
sonaggi, è  stato  qualche  volta  ripetuto,  e  fu  rap- 
presentato Pultima  volta  nel  maggio  del  1807-,  do- 
po di  che  soltanto  in  memoria  di  questo  giuoco 
militare  vedevansi  appese  alle  facciale  delle  case 
della  campagna  pisana  le  armi  usate  da  quegli  abi- 
lauti,ch''erano,come  s'è  detto,  le  targhe  e  gli  scudi, 
g.  16.  Un  altro  giuoco  militare  era  usato  in 
quesfepoca  a  Firenze  unicamente  proprio  della 
nobiltà  fiorentina,  che  praticavasi  nel  carnevale 
sulla  piazza  di  santa  Croce,  ed  era  detto  il  giuoco 
del  calcio.  Comparivano  su  quella  piazza  cinquan- 
ta nobili  giovani  riccamente  vestiti  e  in  due  squa- 
dre divisi,runa  delle  quali  dal  colore  degli  abiti  e 
dalle  insegne  si  distingueva  dalTaltra.Capi  diqueste 
erano  due  alfieri  più  degli  altri  nobilmente  addob- 
bati e  serviti  da  molli  paggi.  Entravano  in  rampo 
preceduti  da  trombe  e  da  tamburi  a  coppia  a  cop- 
pia e  con  bellissima  ordinanza  giravano  intorno 
al  teatro  ,  facendo  mostra  di  loro  persona,  indi 
l'uno  dalTaltro  dipartendosi  sotto  il  proprio  pa- 
diglione si  alloggiavano.  Intanto  si  dava  il  segno 
della  battaglia  ,  e  in  un  tempo  medesimo  vede- 
vansi gli  uni  e  gli  altri   squadronati  a  foggia  di 


2  86  COSTUMI 

esercito.  Unite  le  squadre  si  gettava  in  mezzo  il 
pallone  ed  in  un  subito  cercava  Tuna  di  spingerlo 
verso  l'altra,  e  dalPaltra  veniagli  sospinto.  Quei 
che  rimanevano  per  retroguardia  ripigliando  il 
pallone  procuravano  con  ogni  sforzo  di  trarla 
fuori  degli  steccati  per  la  parte  ad  essi  contraria^ 
e  quando  ciò  riusciva  loro  di  posta,  s'  intendeva 
vinta  la  caccia.  Ben  è  vero  che  avvistisene  gli  av- 
versari, correvano  addosso  alPinimico,  e  afferra- 
tolo per  le  braccia  impedivano  che  si  avanzasse 
più  oltre.  Il  simile  facean  quelli  che  rimanevano 
alla  difesa  del  posto ,  i  quali  mentre  non  venisse- 
ro sorpresi  all'improvviso,  ribattevano  gagliarda- 
mente il  pallone,  e  risospingevano  indietro  chi 
tentava  inoltrarsi  da  quella  parie.  Ora  in  questa 
battaglia  mirabil  cosa  era  vedere,  come  ciascuno 
ingegnavasi  di  superare  e  di  abbattere  il  suo  con* 
trarlo,  urtandolo  per  farlo  cadere  e  lottando  e 
pugnando  seco,  e  vari  strattagemmi  usando  per 
vincere.  Ma  più  mirabile  si  era  il  vedere  una  squa- 
dra che  impadronita  del  campo  nemico,  e  su  i 
contini  della  vittoria  in  un  momento  risospinla 
fuggire,  e  spesse  volte  rimaner  superala.  In  som- 
ma era  giuoco  questo  dove  faceva  pompa  da  una 
parte  la  vaghezza  e  ricchezza  di  belle  divise  colla 
splendidezza  di  ornamenti,  e  dalTaltra  la  robu- 
stezza ed  agilità  di  chi  operava^  onde  non  è  ma- 
raviglia che  vi  concorresse  la  maggior  parte  del- 
la città  e  recasse  al  pubblico  allegrezza  e  dilet- 
to (?,3). 

§.  17.  anche  Siena  ebbe  i  suoi  giuochi  palriì 
consisileuti  in  una  specie  di  pugillaio,  del  quale 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Ili.       287 

ora  dò  conto.  Per  ordine  del  capitano  del  popolo 
senese  qualche  ora  dopo  il  mezzo  giorno  si  faceva 
suonare  in  piazza  la  tromba,  per  segno  di  pubbli- 
ca licenza  del  giuoco  delle  pugna  per  tutto  il  car- 
nevale. 11  detto  giuoco  ebbe  forse  la  sua  prima 
origine  dalle  antiche  conlese  dei  due  popoli  di 
Castello  di  Val-Montone  e  di  Castel  Vecchio,  nel- 
1'  occasione  che  convenivano  al  mercato,  il  quai 
facevasì  nella  piazza  del  Campo  per  provvedersi 
di  vettovaglie,  nella  quale  occasione  solevan  poi 
godersi  alle  taverne  le  robe  che  agli  altri  toglie- 
vano. In  questo  modo  di  menar  le  mani  si  fecero 
valere  i  senesi  anche  appresso  i  romani  nel  tem- 
po della  colonia  ,  quando  percossero  malamente 
Manlio  patrizio  delTordine  senatorio,  e  ne  furono 
corretti,  come  Tacito  rilerisce  nel  XX  libro  dei 
suoi  annali:  così  il  Gigìi  (34).  Aggiunge  il  Tom- 
masi  r  opinione  che  i  senesi  fosser  chiamati  a 
Roma  come  etruschi  a  rappresentare  nel  circo 
massimo  il  giuoco  delle  pugna  ^  ordinalovi  fra 
gli  altri  spettacoli  da  Tarquinio  Prisco  dopo  la 
vittoria  dei  latini,  appoggiandosi  al  detto  di  Livio, 
che  tali  giuochi  venissero  di  Toscana  (i?5).  Così 
altri  scrittori  dan  loro  diversa  origine  ^  ma  que- 
sta varietà  di  opinioni  ci  fa  persuasi  soltanto  della 
mancanza  di  notizie  di  tempi  da  noi  lontani.  Ri- 
peterò qui  peraltro  la  descrizione  che  si  legge  nel 
diario  senese  dove  il  Gigli  cosi  ne  parla.  „  Questo 
giuoco  delle  pugna  è  certamente  un  dei  più  belli 
e  vaghi  che  siano  praticali  in  Toscana,  poiché  è 
nobile,  non  islanca  la  mente,  ne  reca  spavento  o 
timore  di  alcun  male,  che  e  quanto  può  bramarsi 


a88  COSTUMI 

per  diiett'are  gli  spettatori  .  Questo  si  esercita 
con  armi  di  uiun  pericolo ,  come  sono  i  pugni, 
al  contrario  di  quello  della  città  di  Pisa,  ove  le 
targhe  adopraievi  posson  cagionare  gravissimo 
danno;  e  neppure  richiede  grande  applicazione 
di  mente,  come  quei  di  Firenze,  che  sono  studia- 
li, ordinati  e  composti.  IVIa  pure  vuole  qualche 
industria ,  come  nel  saper  battere  a  tempo ,  non 
dare  in  fallo,  non  lasciarsi  assalire  all'improvviso, 
scappare  a  tempo,  ingannare  nel  corso  e  adoprar 
sonn'glianti  strattagemmi  „.  Anticamente  pratica- 
vasi  per  autorità  privala,  ma  quando  cominciasse 
ad  usarsi  in  autorità  pubblica  non  è  si  facile  a 
dirsi  per  essersi  in  gran  parte  perdute  le  anti- 
che scritture;  ma  par  che  ciò  potesse  cadere  in- 
torno agli  anni  1291,86  prestiamo  fede  alle  crona- 
che. Vi  si  apprende  per  altro,  che  tali  giuochi  fa- 
cevansi  nel  carnevale  soltanto,  o  nella  venuta  di 
qualche  insigne  personaggio,  come  furono  eseguiti 
al  cospetto  di  Gregorio XII.  La  gara  peraltro  che 
era  fra  i  terzi  della  città  di  Siena,  fu  cagione  che 
più  non  fosse  permesso  questo  giuoco,  il  quale 
diveniva  pericoloso.  Da  questo  tempo  in  poi  non 
trovasi  che  i  nostri  storici  facciano  menzione  di 
un  tal  giuoco  insino  all'arrivo  in  Siena  di  Carlo  V 
imperatore.  D'  allora  in  avanti  gareggiavano  col 
giuoco  dei  pugni  i  nobili  da  una  parte,  i  cittadini 
dair  altra,  unitamente  con  altri  giuochi  di  gara, 
com'erano  commedie,  giuochi  del  pallone,  e  si- 
mili altri  (36),che  a  poco  a  poco  sono  andati  quasi- 
ché tutti  in  disuso,  cambiandosi  in  gare  sul  corso 
dei  cavalli,  come  fannosi  pomposamente  per  la 


1>E1  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  III.  289 

festa  della  Beatissima  Vergine  dell''  Assunta  nel 
mese  di  agosto. 

g.  18.  I  giuochi  pubblici  di  Volterra  in  terapo 
di  repubblica  consistevano  soltanto  nei  giuocola- 
latori  e  nei  buffoni.  I  giuocolatori  erano  mante- 
nuti a  spese  pubbliche ,  ed  i  buffoni  poi  essendo 
pubblici  non  potevano  restare  in  città  per  più  di 
una  notte^  qualora  il  potestà  non  avesse  accordato 
loro  una  dilazione  maggiore.  Tutti  gli  altri  giuochi 
erano  proibiti,  eccettuata  hdruzza  e  vinciperdi. 
In  varie  rubriche  si  leggono  sparsamente  che  pure 
erano  proibiti  ,  e  son  nominati  la  zara  ovvero 
leonefta^  i  lupini  o  dadi^  il  giuoco  delle  tavole 
detto  buffa  o  sette^  tirare  a  mettere  aWarrab' 
biato  o  a  scacchi^  la  sequenzia  e  Io  scornabecco, 
Tocaboli  e  giuocbi  per  la  maggior  parte  adesso 
oscuri  o  incGj;niti  (37). 

g.  19.  I  funerali  che  in  tempo  di  repubblica 
usavansi,  erano  tali  che  le  vicine  d'^un  estinto  si 
adunavano  nella  di  lui  casa  per  piangerlo  insieme 
colle  più  strette  parenti,  intantochè  i  vicini  e  gli 
amici  si  riunivano  coi  preti  innanzi  alla  casa  . 
Vigeva  ancora  in  questi  nostri  paesi  nei  tempi 
bassi  l'uso  di  far  nelle  facciate  delle  case  una  pic- 
cola porta  accanto  a  quella  d^'ngresso,  la  prima 
delle  quali  non  si  apriva  o  smurava  che  per  farvi 
uscire  i  cadaveri,  tenuti  dai  gentili  per  cose  im- 
monde, come  ricavasi  dalla  proibizione  che  vigeva 
presso  i  gentili  di  portar  gli  occhi  sopra  di  es- 
si (38):  un  tal  uso  fu  praticato  sì  dagli  etruschi  che 
dai  romani  (39).Si  vedon  tutf'ora  in  vari  paesi  della 
Toscana  alcune  «li  tali  porte  murate  come  a  Vol- 
St.   Tose.  Tom.  V.  2^ 


290  COSTUMI 

terra,  ed  in  specie  a  Lucignano,  dove  si  ha  la  Ira- 
dizione  che  vi  facevan  uscire  i  cadaveri, ed  in  vero 
sono  esse  sì   piccole  che  appena  vi  passerebbe 
il  feretro  col  morto.  Il  cadavere  era  portato  in  una 
bara  o  cassa  al  tempio  indicato  da  lui  medesimo 
prima  di  morire,  da  uomini  della  sua  condizione^ 
la  detta  bara  poteva  coprirsi  con  un  lenzuolo  o 
panno,o  drappo  purché  non  vi  fosse  stato  né  oro 
uè  argento  ,  eccettuato  per  le  persone  distinte. 
Precedevano  il  feretro  i  sacerdoti  che  cantavano, 
portando  ceri  accesi ,  e  chiudevano  la  funebre 
cerimonia  i  cittadini  che  s'erano  adunati  innanzi 
alla  porta  della  casa  del  defunto  (4o)  ^  seguiva- 
no le  donne  più  prossime  parenti,  ciascuna  delle 
quali  era  sostenuta  da  due  uomini.  Suonavano 
le  campane,  ma  alP  entrare  nella  chiesa  i  laici 
che  r  accompagnavano  partivano  ,  e  soli  rima- 
nevano i  sacerdoti,  e  di  là  ad  alcun  tempo  si 
vietò  ancora  Tintervento  delle  femmine.  (4 1).  Nel 
condurre  il  feretro  dalla  casa  alla  chiesa  non  era- 
vi  permesso  più  di  quattro  torce,  e  sotterralo  il 
cadavere  potevano  i  parenti  far  sopra  la  sepoltura 
un  arco  di  lumi,  eh'  era  simile  alla  saetta  della 
settimana  santa.  I  cavaheri,  i  giudici  ed  i  medici 
potevano  avere  fino  in  otto  torce,  ma  non  erano 
accompagnati  che  da  due  abbrunati,  i  quali  anda- 
vano allato  della  bara.  I  cavalieri  eran  seguiti  da 
due  cavalli  colle  coperte  efiigiate  dell'  arme  del 
defunto^  ed  erano  cavalcali  da  due  famigliari, aven- 
do ciascuno  in  mano  una  bandiera,  un  pennone 
ed   uno  scudo  in  segno  che  quel  morto  eia  ca- 
valiere. Se  fosse  stato  giudice  o  medico  seguiva- 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  III.       ^91 

lo  solamente  un  cavallo,  e  chi  vi  stava  portava  un 
gran  libro.  Uscito  il  morto  di  casa  non  potevano 
restare  a  cena  o  desinare  più  di  quattro  donne 
che  fosser  parenti,  usandosi  prima  in  tah'  mortori 
fare  grandissimi  pasti  con  massima  spesa.  In  que- 
sti desinari  o  cene  non  poteva  esser  messa  in  ta- 
vola più  d'una  vivanda,  non  computandosi  però 
la  carne  porcina  salata,  frutta  e  confetti.  Non 
potevano  esser  vestiti  a  bruno  per  i  morti,  eccet- 
to che  la  moglie  per  il  marito,  e  questo  per  essa, 
i  figli  per  il  padre,  ed  egli  per  essi,  i  nipoti  del  figlio 
o  fratello  e  tutti  i  cugini.  A  questi  abbrunati  era 
lecito  accompagnare  il  cadavere  dalla  casa  alla 
chiesa  (4a). 

5.  ao.  Questa  funebre  cerimonia  variava  in 
qualche  parte  della  Toscana,  poiché  sappiamo  che 
a  Volterra  eran  proibiti  affatto  i  pianti  e  le  stri- 
da, non  solo  in  chiesa  e  per  le  strade,'quanto  nella 
casa  del  defunto,  ad  eccezione  delle  donne  pre- 
fiche. Dodici  sole  persone  avean  facoltà  di  asso- 
ciare il  ca'lavere  alla  chiesa,  esclusi  per  altro  i 
congiunti  fino  al  quarto  grado,e  nelFingresso  della 
chiesa  potevano  distribuirsi  elemosine  ai  poveri 
che  accompagnassero  il  feretro  fino  al  luogo  del 
deposito*,  ma  terminate  le  funzioni,  nessuno  potea 
tornare  alla  casa  del  defunto.  L"*  associazione  al 
cadavere  si  dovea  fare  con  due  sole  candele  del 
prezzo  di  lire  quattro^  e  si  dovea  trasportare  dal- 
la casa  alla  chiesa,  e  di  qui  al  sepolcro  sempre 
coperto,  ed  era  proibito  vestire  i  cadaveri  di  seta 
o  di  scarlatto,  e  ornar  loro  la  testa,  la  cintura  e 
la    ghirlanda  di  cose  preziose  .  Ai  giustiziali  si 


aga  costumi 

negava  la  sepoltura  nella  città,  ed  a  quelli  cbe 
fossero  restali  morti  in  qualche  sedizione  non  si 
dovevano  accender  candele  attorno  al  feretro.  Non 
eran  permesse  orazioni  funebri ,  né  accendersi 
attorno  ai  cadaveri  più  di  due  candele  quadruple, 
che  si  direbbero  in  oggi  torce  alla  veneziana  ,  del 
peso  di  libbre  io  per  ciascuna,  qualora  il  defunto 
non  fosse  stato  un  milite ,  o  altra  persona  insi- 
gnita di  carica  qualificata,  nel  qual  caso  potevano 
aggiungersi  due  torce  più.  Le  vedove  nelPanno 
del  lutto  avevano  il  divieto  di  portare  in  testa 
o  pelli  o  veli,  se  non  fossero  state  d'anni  cinquan- 
ta, oppure  obbligate  a  ripararsi  dal  freddo,  dalPa- 
cqua  e  dalla  neve  (43). 


lOTE 

(I)  JDaretti,G«'  italiani  o  sia  rela/.ioni  degli  usi  e  co- 
stumi d'Italia^  cap.  xvni,  carattere  dei  toscani.  (2)  St- 
smoudì,  Storia  delle  repubbliche  italiane,  voi.  v,  cap. 
xxxii,  p.  142.  (3)  Artaud,  L'univers  pittoresque.  Eu- 
rope, tom.  Il,  Italie,  p.181.  (4)  Sismondi  cit.  voi.  ili, 
cap.  xviH,  p.  142.  (5)  Ammirato,  Star.  fior.  voi.  iv, 
parte  i,  lib.  x,  p.  21.  (6)Ferrario,  Costume  antico  e 
moderno,  voi.  viii.  Europa,  art.  costumanze  degli  ita- 
liani. (7)  Bossi^  Storia  d'Italia  antica  e  moderna,  voi. 
xviii,  hb.  v,  cap.  xlvi,  J.  3.  (8)  Sismondi  cit.  voi. 
Ili,  cap.  XVIII,  p.  143.  (9)  Bossi  cit.  (iO)  Giachi,  Saggio 
di  ricerche  sullo  stato  antico  e  moderno  di  Volterra, 
part.  II,  art.  m,  stato  economico.  (11)  Ivi.  (12)  L'Os- 
servator  fìorentinO)  voi.  i,  p.  105.  (13)Pecci)  Itine- 


DEI  TEMPI  REPUBB.PABTE.  UT.  :293 

rario  della  città  di  Siena,  p.  62.  (14)  Cantinij  Legi- 
slazione toscana,  voi.  v,  p.  283.  (15)  Barelli  cit.  cap. 
III.  (16j  Ivi.  (1;)  Soldini,  Della  grandezza  ed  eccel- 
lenza della  nazione  fiorentina,  p.  78.  (18)  Ivi.  (19)  Mu- 
ratori, Annali  d"*  Italia  ,  an.  1150.  (20)  Cacciatore  , 
Nuovo  atlante  storico,  voi.  ii,  art.  22,  Italia  p.  338. 
(21)  Ved.  Slor.  ep.  v,  Avvenimenti  slor.  voi.  ix  ^ 
cap.  xLi,  5.  30.  (22)  Artaud  cit.  pag.  251.  (23)  Pi- 
gnoni, Storia  della  Toscana  sino  al  principato,  voi.  11, 
Dell'arie  della  guerra  nei  tempi  bassi,  p.  142.  (24)  Der- 
ni, Orlando  innamorato,  ap.  Pignolti  cit.  (25)  Matteo 
Villani,  Slor.  fior.  lib.  11^  cap.  30.  (26)  Artaud  cit. 
p.  1/6.  (27)  Tommasi,  Storia  di  Siena,  ap.  Cantini, 
Legislazione  toscana  cit. voi. 1,  p.  361.  (28)  Pignoni  cit. 
(29)  Bonnard,  Costumi  ecclesiastici,  civili  e  militari 
dei  secoli  XIII,  XIV  e  X^V,  voi.  i,  num.  14.  (30)  Mu- 
ratori, Antichità  italiche,  voi.  11,  dissert.  xx,  Della 
milizia  dei  secoli  bassi.  (31)  Ammirato  cit.  vol.i,  part. 
II, p. 374.  (32)  Grassi^  Descrizione  storica  ed  artistica  di 
Pisa, voi. I,  parte  storica,  p.  1 10.  (33)  Descrizione  isto- 
rico-critica  dell'  Italia,  voi.  ni,  Granducato  di  To- 
scana, §.  18.  (34)  Diario  senese,  parte  11,  novembie, 
§.  40.  (35)  Tommasi,  Storia  di  Siena  cit.  lib.  11, p.  83. 
(36)  Gigli,  Diario  senese  cit.  (37)Giachi  cit.  p.  110. 
(38)  Tacito,  Annali,  xiii,  17,  3,  ap.  Pitisco  ,  Lexi- 
con antiquit.  roman.  artic.  cadaver.  (39)  Ved.  Stor. 
ep.  II,  Geografia,  §•  ^^'  (^^)  Sismondi  cit.  voi.  vi  , 
cap.  xxxviii,  p.  18.  (41)  Bossi  cit.  voi.  xviii,  lib.  v, 
cap.  XLVi  ,  §.  5.  (42)  Cautini  ,  Legislazione  toscana 
cit.  voi.  V,  p.   280.  (43)   Giachi  cit.  p.  112. 


■0— 


a6^ 


^94  COSTUMI 


PARTE  QUARTA 
LINGUA  E  LETTERE 


R 


g.  1.  JLV.tsvegHatisì  appena  i  toscani  ingegni  dal 
lungo  sonno  della  ignoranza  cominciarono  ad  oc- 
cuparsi della  natia  loro  lingua,  ne  ingentilirono 
la  rozzezza^  rarriccbirono  di  nuove  spoglie,  e  a  po- 
co a  poco,  per  dir  così,  toltala  dalla  degradazione 
in  cui  giaceva  nella  bocca  del  volgo,  la  sollevaro- 
no a  segno  da  potere  assidersi  accanto  alla  ma- 
dre, senza  quasi  perdere  nel  confronto. 

g.  a.  Fu  veramente  in  Sicilia  alla  corte  dei 
regi  del  duodecimo  secolo,  che  i  loro  poeti  col 
nome  di  trovatori  procurarono  di  render  dolce  la 
loro  poesia,  col  prendere  i  più  puri  tra  gritaliani 
vocaboli  del  volgo,  e  di  recare  la  desinenza  in  vo- 
cale a  quei  che  l'avevano  in  consonante,  ma  che 
egualmente  potevano  essere  intesi  dalla  gente  più 
eulta,  quaPera  quella  di  corte,  e  così  unendo  gli 
unì  agli  altri,  e  comunicando  ai  primi  la  suppo- 
sta nobiltà  dei  secondi,  vennero  a  formare  una 
nuova  lingua  che  si  appellò  cortigiana,  perchè  u- 
sata  nelle  corti.  La  fama  di  questo  nuovo  linguag- 
gio e  dei  componimenti  che  in  gran  copia  usci- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  IV.       igS 

vano  da  quella  reggia,  corse  tantosto  per  tutta 
Italia  ,  e  sì  ne  occupò  gli  animi^  che  i  siciliani 
afvrebbero  senza  dubbio  prevenuto  i  toscani  nel- 
Terigere  l'onorevole  tribunale  del  comune  favellare 
italiano,  se  Lucio  Drusi,  come  s' è  detto,  Gallo  o 
Galletto ,  Girolamo  Termagnino  e  Pucciandone 
Martelli  in  Pisa,  Meo  àbbracciavacca  in  Pistoia, 
Folcacchieri ,  Mico  e  Bartolommeo  Maconi  in 
Siena,  il  giudice  libertini  in  Arezzo,  Folgore  in 
Sangeraignano,Terinoin  Castelfiorenlinoe  molli 
altri  toscani,  componendo  essi  pure  sulFesempio 
di  quelli  il  nostro  dialetto,  non  avesser  fatto  ar- 
gina ai  rapidi  progressi  dei  siciliani  poeti  nel  par- 
lare, indicato  ai  loro  concittadini  ed  ai  vicini  il 
metodo  di  ridurlo  a  quella  perfezione,  a  cui  non 
guari  dopo  si  vide  giunto  in  Toscana.  Costoro 
dunque  animati  dalla  universaleapprovazionecon 
cui  fu  ricevuto  il  novello  parlar  siciliano,  forma- 
rono essi  pure  dal  latino  e  dal  detto  volgare  nel 
modo  stesso  che  fatto  avevano  i  siciliani,  un  terzo 
più  gentil  favellare  col  quale  composero  varie 
poesie. 

g.  3.  Ma  siccome  altri  popoli  d'Italia,  ripensando 
a  ciò  che  sulTesempio  dei  siciliani  avean  fatto  i 
nominati  poeti  toscani  ,  potean  combinare  essi 
pure  il  proprio  volgare  col  latino,  cosi  ne  formaro- 
no il  parlar  loro,  d'onde  nacque  la  moltiplicità  dei 
dialetti  che  accenna  Dante  nella  volgare  eloquen- 
za, e  che  durarono  anche  ai  di  nostri.  A  formare 
per  altro  del  moribondo  linguaggio  latino  un  nuo- 
vo dialetto,  che  fosse  come  quello  del  Lazio  ca- 
pace di  recate  al  nascente   volgare    una  forma 


296  COSTUMI 

che  alla  prisca  maestà  latina  non  disdicesse,  eb- 
bero il  vanto  i  poeti  delle  nominale  città  toscane, 
e  noi  ne  abbiamo  un  luminoso  esempio  nel  più 
antico  documento  autentico,  quarèla  storia  di 
Ricordano  Malespini ,  la  prima  che  nel  secolo 
XIII  in  lingua  italiana  prosaicamente  sia  stala 
scritta.  Chiunque  in  fatti  alla  piena  intelligenza 
del  favellar  toscano  unisce  oltre  al  latino  una  suf- 
ficiente cognizione  delle  lingue  dotte,  ben  com- 
prende che  il  parlar  toscano  riceve  in  sé  tutte 
le  bellezze  di  queste,  e  le  riceve  senza  la  minima 
alterazione  di  sintassi.  IVIa  come  appunto  neigio- 
vani  la  prima  facoltà  che  si  mostra  è  Timmagina- 
zione  avanti  alla  matura  ragione,  così  nelle  lin- 
gue nascenti  la  figlia  deirimmaginazione,  cioè  la 
poesia,  suol  precedere  la  6losotìa.  Ecco  in  breve  il 
fondamento,  su  cui  si  appoggia  il  pregio  che  por- 
ta la  toscana  favella  sopra  le  altre  di  Europa,  ed 
intanto  vien  giudicata  fra  di  esse  la  ricca,  la  mae- 
stosa ,  r  armoniosa,  la  vaga  ,  in  una  parola  la 
lingua  delle  muse. 

g.  4-  Vero  è  che  se  i  toscani  poeli  poco  fa  no- 
minati non  la  condussero  alla  perfezione  a  cui 
dopo  è  salita,  è  vero  altresì  che  ciò  non  potevasi 
effettuare  nel  tempo  della  corta  vita  di  un  uomo. 
L^  importanza  per  altro  della  cosa  consiste  nel 
gettar  da  principio  fondamenti  stabili,  che  poscia 
sien  atti  a  sostenere  una  vasta  mole,  poiché  su 
que''gettali  daiiostri  primi  poeti  potettero  poSf!Ìa  i 
Danti,  i  Boccacci,  i  Pelrarchi,  i  Villani,  ed  infini- 
ti altri  alzare  sicuramente  il  maestoso  edilizio  del 
toscano  idioma.  Se  è  vero  che  alla  corte  di  Fede- 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  IV.        £<)7 

rigo  re  di  Sicilia  furono  i  fondatori  del  volgare 
italiano  ,  verci  è  altresì,  che  se  parlasi  del  vol- 
gare illustre  con  proprio  vocabolo  appellato  to- 
scano, ed  in  progresso  di  tempo  giunto  al  colmo 
di  mirabile  perfezione  da  tutti  i  dotti  e  ben  par- 
lauti  d''ogni  italica  popolazione  abbracciato,  que- 
sto senza  un  torto  manifesto  alla  verità  istorica 
non  si  può  impugnare  ai  nosti  surriferiti  poeti. 

g.  5.  Quando  ci  facciamo  a  considerare  però  i 
rozzi,  duri  ed  insipidi  versi  che  si  scrivevano  in  Ita- 
lia anche  dopo  la  metà  del  secolo  X[II,  e  sulla 
fine  poi  di  esso  troviamo  scritto  per  una  gran 
parte  il  maraviglioso  poema  di  Dante,  non  possia- 
mo guardare  che  con  somma  ammirazione  i  pro- 
gressi della  lingua,  o  piuttosto  il  divino  ingegno  di 
quel  gran  poeta.  Non  può  formarsi  una  giusta  idea 
del  merito  di  Dante,  chi  non  legge  gli  scritti  dei 
suoi  predecessori  per  conoscerne  la  povertà  del- 
la lingua.  Egli  n-è  stalo  non  solo  il  creatore,  ed 
in  specie  della  lingua  poetica,  ma  ha  arricchito 
ancora  di  molte  parole  e  frasi  la  prosa.  Noi  ades- 
so non  ci  accorgiamo  gran  fatto  di  quanto  siamo 
debitori  a  questo  grande  scrittore,  perchè  le  ric- 
chezze che  ha  recate  nella  nostra  lingua  son  di- 
venute comuni  agli  scrittori  successivi,  onde  non 
si  rimonta  mai  all'origine.  ui.^ 

§.  6 .  Non  é  a  proposito  il  rinnovare  adeflN- 
80  una  odiosa  e  disgustevole  questione  ,  ohe  nel 
secolo  XIV  con  tanta  animosità  divise  gl'italiani 
letterati,  se  questa  lingua  debba  appellarsi  tosca- 
na o  italiana,  ma  piuttosto  è  questo  il  luogo  di 
giustiticare  i  toscani  dalla  imputazione  di  esercì* 


^98  e   O  S  T   U  BI  1 

tare  un  dispotismo  sulla  lingua,  e  di  non  riceve- 
re che  con  difficoltà  le  parole  delle  altre  lontane 
Provincie,  erigendo  una  specie  di  tribunale,  e  fa- 
cendosene giudici  esclusivi.  Esaminiamo  impar- 
zialmente se  i  toscani  abbiano  qualche  diritto  di 
più  degli  altri  italiani  in  questo  giudizio:  il  caso 
ha  fatto  che  i  primi  grandi  scrittori  siano  stati  to- 
scani. Dante,  Petrarca  e  Boccaccio  scrissero  nellai 
lor  lingua^  cioè  tanto  vero  che  il  dialetto  toscano 
fu  quello  che  a  preferenza  di  qualunque  altro  di 
Italia  essi  scrissero,  e  che  con  piccolissima  varia- 
zione si  parla  anche  in  Toscana  (1). 

g.  7.  La  scrittura  che  nel  medio  evo  vedemmo 
essere  riserbata  solo  ai  monaci  e  loro  cherici, 
passò  poi  nei  tempi  repubblicani  anche  ad  altri 
scriUori  di  professione,  i  quali  chiamavansi  cal- 
ligrafi, non  perchè  non  avessero  eglino  come  nel 
tempo  indietro  una  scrittura  elegante  e  corretta, 
ma  perchè  quella  di  scrivere  era  uu^arte.  partico- 
lare. I  suoi  principii  referendosi  più  al  meccani- 
•smo  che  alla  teorìa  non  erano  esposti  ad  alterarsi 
tanto  rapidamente^  nulladimeno  essi  non  anda- 
rono esenti  da  quella  degenerazione  universale, 
da  cui  tutto  fu  colpito  dal  duodecimo  fiuo  al  XIV. 
secolo,  e  di  questi  caratteri  allora  in  uso  diamo 
un  saggio  alla  tavola  XIV  colonna  h^  i  del  no- 
stro atlante.  II  rinnovamento  degli  studi  ch'^ebbe 
luogo  in  quesflepoca  fece  sentire  quanto  per  pro- 
pagarli e  renderli,  più  facili  era  necessario  di 
avere  dei  manoscritti  corretti.  I  migliori  spiriti  di 
allora,  ad  esempio  dei  grandi  personaggi  dell'an- 
tichità, non  sdegnarono  di  occuparsi  della  loro 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PABTE  IV.       299 

revisione^  il  Petrarca  fu  dei  primi  a  riconoscerne 
rimportanza  (2). 

g.  8.  Dalla  ricerca  dei  buoni  manoscritti,  e  dal- 
la loro  correzione  si  passò  verso  la  fine  del  XV, 
e  nel  principio  del  XVI  secolo  ad  un  lusso  ecces- 
sivo nel  loro  abbellimento.  Le  lettere  iniziali , 
maiuscole  ed  i  margini  furono  arricchiti  d'^orna- 
nientid*'  ogni  genere,  ed  il  testo  fu  accompagnalo 
da  pitture,  senza  che  ne  fosse  giustiticato  Fuso, 
come  i>ei  secoli  d'ignoranza,  dalla  necessità  di 
spiegarne  il  contenuto.  Questo  lusso  continuò 
anche  dopo  rinvenzione  df^lla  stampa, che  sul  fini- 
re del  secolo  XV,  e  precisamente  nel  1476  fu  in 
uso  fra  noi,  poiché  fra  Domenico  da  Pistoia  e  fra 
Pietro  da  Pisa  domenicani,  che  cfssislevano  le  re- 
ligiose del. loro  istituto  del  convento  detto  di  s. 
Iacopo  di  Ripoli  in  via  della  Scala  in  Firenze,  in- 
trodussero nella  casa  di  loro  abitazione  Parte  ti- 
pografica, che  si  faceva  a  spese  delle  suddette  mo- 
nache, e  si  introdusse  anche  presso  quel  conven- 
to l'arte  di  gettare  i  caratteri  1  3).  Molto  antiche 
son  pure  le  notizie  delTarle  tipografica  in  Lucca, 
ove  si  vede  introdotta  nel  1477  da  Matteo  e  Bar- 
tolommeo  Cìvitali,  poiché  in  taPanno  dettero  alle 
slampe  i  trionfi  del  Petrarca,  ed  un'orazione  fune- 
rale nelPanno  seguente.  Si  vede  pure  da  alquanti 
documenti  che  nel  1470  voleva  introdurvi  questa 
arte  il  sacerdote  Clemente  da  Padova,  ma  poi  non 
si  vede  più  nominato,  né  si  sa  che  effettuasse  que- 
sta sua  intenzione  (4).  Per  interesse  o  per  effetto 
di  una  semplice  imitazione,  gli  stampatori  cerca- 
rono per  questo  mezzo  di  dare  ai  libri  stampati  il 


3oO  e  O  S  T  U  M   I 

pregio  ed  il  merito  che  si  ricercava  ne^manoscrilli. 
Ad  imitazione  degli  scrittori  essi  posero  egual- 
mente in  fronte,  o  alla  fine  deVolurai,  alcune  note 
o  postille,  delle  quali  i  bibliografi  moderni  si  son 
molto  giovati  per  la  storia  della  stampa  (5). 

g.  9.  Le  città  distinguevansi  nelPamore  e  nella 
protezione  dei  letterati*,  Firenze  molti  ne  anno« 
verava  nel  suo  seno,  e  Cosimo  il  vecchio,  e  Pietro 
e  Lorenxo  de^ìledici  secondaron  que  voti,  e  pili 
grandiosi  mostraronsi  dei  principi  medesimi  nel 
promuovere  gli  studi,  cosicché  Lorenzo  fu  detto 
dal  Corsi  Augusto  per  la  repubblica  e  Mecenate 
per  le  lettere.  II  favore  da  esso  accordato  a  que- 
ste come  ailetterati.è  stato  singolarmente  messo 
in  chiaro  nella  dì  lui  vita  scritta  dal  signore  Ro- 
scoe.  I  di  lui  figliuoli  seguirono  i  paterni  esempi^ 
di  Pietro  e  di  Giuliano  troncò  la  morte  i  presagi 
cbe  fatti  aveva  il  Poliziano,  ma  LeoneX largamen- 
te compensò  la  loro  perdita,  e  giunse  per  fino  a 
dare  una  celebrità  al  suo  secolo  colla  protezione 
accordata,  e  col  numero  dei  dotti  dei  quali  egli 
incoriiggiò  gPingegni  ed  i  lavori  (6). 


ROTE 

(^ )  *^igDotti  j  Storia  della  Toscana  sino  al  princi- 
pato ,  Saggio  primo  ,  dell''  origine  e  progresso  della 
lingua  italiana,  Saggio  11,  belle  lettere  e  poesia,  e  Me- 
morie storiche  di  più  uomini  illustri  pisani,  toni,  n, 
p.  664.  (2)  Agincourt,  Storia  deirarte  voi.  vi,   pil- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  IV.        3o  I 

tura  ,  sommario  delle  tavole,  pag.  301.  (3)  Moreni, 
Bibliografia  storico-ragionata  della  Toscana  5  voi.  i  , 
pag.  372.  (4)  Lucchesini,  Storia  letteraria  di  Lucca. 
Sta  nelle  Memorie  e  documenti  per  servire  alla  sto- 
ria di  Lucca,  voi.  x,  lib.  vii,  pag.  423.  (5)  Agincourt 
cit.  voi.  VI,  pittura,  sommario  delle  tavole,  pag.  301. 
(6)  Bossi,  Storia  d'altana  antica  e  moderna,  voi.  xrii, 
lib.  v,  cap.  XXXII,  §.  3. 


^ 


St.  Tose,  Tom,  9.  27 


302  COSTUMI 


PARTE  QUINTA 
RELIGIONE 


g.  I.  LVesuraendo  il  già  detto  sul  primo  stabili- 
mento della  cristianità  fra  noi,  si  trae  dalle  voci 
tradizionali,  che  per  altro  alle  antiche  cronache 
appellano  (i),  aver  Frontino  e  forse  anche  Paoli- 
no discepoli  di  s.  Pietro  fino  da'tempi  di  Nerone 
imperatore  introdotta  fra  noi  questa  religione  di 
Cristo  ,  ma  ciò  occultamente,  e  da  pochi  fedeli 
praticata,  per  timore  della  persecuzione  alla  quale 
andavan  soggetti  i  primi  cristiani.  S.  Frontino  fu 
dunque  per  quanto  sembra  il  primo  vescovo  che 
occupasse  la  spopolata  diocesi  di  Firen2.e  (2)^ 
mentre  i  di  lui  diocesani  battezzati  esser  dove- 
vano ben  pochi  per  causa  delPanzidelta  persecu- 
zione contro  di  essi  ,  finché,  secondo  le  volgari 
tradizioni,  occupò  la  cattedra  episcopale  s.  Feli- 
ce nel  3 1 3,  come  assai  giustamente  opinano  i  no- 
stri scrittori  (3),  i  quali  aggiungono  che  la  prima 
cattedrale  fu  eretta,  secondo  essi,  nel  SgS,  e  con- 
sacrata da  s.  Ambrogio  vescovo  di  Milano  (4)- 
Proseguono  poi  a  dire  che  circa  Tanno  402  ebbe 


DEI  TEMPI  REPU6B.  PARTE   V.  3()3 

fondamentale  principio  il  vescovado  di  s.Zauobi 
in  Firenze  (5),  e  d'allora  in  poi  aumentava  il  nu- 
mero dei  diocesani  ,  ad  onta  del  martirio  che  a 
molti  di  loro  facea si  soffrire  neiranfiteatro  di  Fi- 
renze, del  quale  sussistono  tuttodì  non  poche 
vestigie  (6).  Ma  ad  onta  dei  molti  e  reiterati  sfor- 
zi de'gentili  e  di  tanto  spargimento  di  sangue  dei 
martiri,  per  reprimere  il  nascente  cristianesimo, 
questo  alPincontro  si  dilatò  d"'allora  in  poi  sem- 
pre più  in  una  prodigiosa  maniera,  come  notam- 
mo in  addietro  (7). 

g.  2.  Fu  di  grave  cordoglio  per  la  Toscana 
tutta  non  meno  che  per  V  Italia  la  morte  della 
contessa  Matilde  nel  luglio  delPanno  iii5,  don- 
na illustre  pel  valore,  per  la  pietà  e  per  la  pru- 
denza; principessa  che  avea  fatto  da  regina  nella 
Italia  senza  portarne  il  titolo;  protettrice  esimia 
dei  papi  per  lungo  tempo,  e  donatrice  delle  sue 
terre  alla  romana  chiesa  sotto  Gregorio  VII,  e 
sotto  Pasquale  II.  Ma  la  sua  eredità  fu  seminario 
di  liti  fra  i  pontefici  romani  e  gì'  imperatori.  In 
questo  tempo  andarono  in  sinistro  pei  cristia- 
ni crocesignati  le  ìmpresedaloro  tentate  in  A.sia, 
dopo  di  che  i  crociati  ed  altri  cristiani  occidentali 
si  contentarono  di  operare  gloriosamente  contro 
i  maomettani  in  terre  men  lontane.Fu  intrapresa 
col  beneplacito  pontificio  una  lotta  a  danno  dei 
saraceni  occupatori  delle  isole  Baleavi.  La  poten- 
za saracenica.  dappoiché  i  latini  erano  andati  con- 
tro quella  nelle  orientali  terre  ,  erasi  indebolita 
anche  in  Europa  ed  in  Affrica.  NelTaccennata  ten- 
zone i  pisani  si  ricopersero  di  gloria  sopra  lutti  gli 


3o4  COSTUMI 

altri.  La  chiesa  romana  per  gran  tempo  afflitta  dalle 
vessazioni  e  pretenzioni  d'Arrigo  V  ebbe  finalmeu- 
le  solida  pace,  lo  che  accadde  nel  iiaa,  e  fu  allora 
che  nella  Germania  Norberto  gran  signore  ale- 
manno istituì  l'ordine  premonstratense  dei  cano- 
nici regolari,  che  nel  1126  ottennero  da  Onorio 
Il  ogni  conferma.  1  Premonstralensi  seguitarono 
la  regola  di  s.  Agostino,  e  presero  Tabito  bianco 
di  lana.  Ma  sopra  lutti  gli  altri  uomini  celebri  di 
quel  tempo  si  dee  mostrar  Bernardo,  che  abbrac- 
cialo ristitulo  monastico  di  Cisterzio,  fu  poi  abate 
di  Chiaravalle  (8). 

g.  3.  Nel  maggio  del  1 134  fu  tenuto  da  Inno- 
cenzo II  un  numerosissimo  concilio  tra  i  pisani, 
dove  furono  lanciate  nuove  scomuniche  coni  io 
l'antipapa  Pietro  di  Leone  col  nome  di  Vittore  III 
e  suoi  fautori.  Non  erano  stali  mai  per  T  innanzi, 
uè  mai  più  furono  in  avvenire,  scrive  il  Denina, 
più  gloriosi  tempi  per  Pisa.  Quivi  si  trattarono 
affari  ecclesiastici  e  secolari  di  tutta  TEuropa,  e 
vi  convennero  come  in  sicuro  porto  nobilissimi 
principi  d'ogni  parte  ed  il  fiore  tulio  della  cristia- 
nità. Ma  quegli  che  riluceva  in  Pisa  fra  tanti  rag- 
guardevoli personaggi  fu  il  santo  abate  di  Chiara- 
valle  Bernardo,  che  il  primo  e  quasi  solo  reggeva, 
per  così  dire,  la  bilancia  in  quella  diversità  di  pa- 
reri, e  fece  cambiar  la  faccia  agli  affari  della  chie- 
sa e  deir  impero  d*  Occidente  .  Quivi  pure  fu 
efficacemente  sostenuto  il  sistema  delle  crociate 
tanto  a  vantaggio  di  Gerusalemme,  quanto  con- 
tro i  saraceni  della  Spagna,  con  promesse  e  mi- 
nacce, con  pene  e  premi.ma  le  operazioni  mili- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.         3o5 

tari  dei  crocesigiiatì  essendo  andate  in  sinistro, 
non  per  mancanza  di  valore,  ma  per  tradimenti 
dei  greci,  dopo  ch**ebber  visitato  Corrado  e  Lodo- 
vico i  luoghi  santi  se  ne  tornarono  ai  loro  regni, 
avendo  la  tristezza  nel  cuore  come  nel  volto  (9). 
g.  4«  Sotto  il  pontificato  di  Eugenio  III  accad- 
dero le  istituzioni  ed  i  più  antichi  aggrandimenti 
de'primi  ordini  sacro-militari  in  Oriente  e  in  Oc- 
cidente^i  quali  si  sparsero  in  seguito  anche  tra  noi. 
Per  la  prima  volta  Tanno  1118  s''immagìnò  d'uni- 
re insieme  la  vita  religiosa  e  la  professione  delle 
armi.  In  quelPanno  alcuni  pii  cavalieri,  tra  i  quali 
non  pochi  toscani,  vollero  consacrarsi  ni  servizio 
della  religione, e  nelle  mani  del  pa!riarca  latino  di 
Gerusalemme  promisero  d'  osservare  perpetua- 
mente castità,  obbedienza  e  povertà.  DalPaver  e- 
glino  ottenuto  allora  un  alloggio  in  Gerusalemme 
nel  palazzo  vicino  al  tempio  si  dissero  templa- 
ri. Quei  nuovi  cavah'eri  religiosi  ebbero  in  prin- 
cipio da''vescovi  il  precetto  di  mantener  sicure  le 
vie  pubbliche  a  favore  de^  pellegrini,  e  neir  an- 
no iiaS  da  Bernardo  abate  fu  composta  per  essi 
una  regola  coli'  approvazione  del  pontefice.  Co- 
sì altri  ordini  di  simil  genere  sursero  nella  Spa- 
gna ed  altrove  a  danno  degrinfedeli,che  infesta- 
vano i  paesi  crisliatìi.  Ma  gli  spedalieri  di  s.  Gio- 
vanni di  Gerusalemme,ultiraamenledetti  cavalieri 
di  Malta,  lian  la  gloria  d'*essere  stati  anche  prima 
dei  cavalieri  di  s.  G  iacomo  di  Calatrava  e  del  Tem- 
pio, In  tre  gradi  furono  distribuiti  gli  spedalieri 
di  s.  Giovanni,  cioè  in  nobili,  in  cappellani  e  in 
fratelli  servienti.  Portarono  questi  cavalieri   una 


3o6  COSTUMI 

croce  bianca  sopra  un  abito  nero,  ed  in  tal  modo 
si  distinguevano  dai  templari,  che  sotto  il  ponti- 
ficato di  Eugenio  III  si  videro  ornati  di  una  cro- 
ce rossa  sopra  l'antico  loro  abito  bianco,e  sigli  uni 
che  gli  altri  furono  in  parte  toscani  (io). 

g.  5.  Nacquero  dei  dissapori  Tanno  1188  tra 
rimperatore  Federigo  Barbarossa  ed  il  pontefice 
romano.  Pervennero  allora  i  lamenti  di  Urbano 
III  per  la  ritenzione  del  patrimonio  della  contes- 
sa Matilde  lasciato  alla  sede  apostolica,  con  altri 
interessi,  ma  senza  frutto.  Più  fiera  calamità  si 
legge  nelle  storie  accaduta  in  quel  tempo  alla 
chiesa.  Mentre  rianimavasi  in  Occidente  lo  zelo 
per  le  crociate,  Saladino,  dai  cui  cenni  pendevano 
ormai  tante  genti  asiatiche  ,  entrò  nel  regno  ge- 
rosolimitano, con  un  esercito  di  cinquantamila 
uomini.  Da  lui  furon  prese  varie  città,  e  disfatto  in- 
tieramente l'esercito  cristiano  verso  Acri  già  To- 
Jemaide^  frutto  forse  il  più  gradito  del  gran  con- 
flitto apparve  ai  maomettani  la  presa  della  vera 
croce  nel  campo  stesso  della  battaglia;  ed  al  con- 
trario la  perdita  di  quella  produsse  il  più  grave 
cordoglio  ne'fedeli  sì  orientali  come  occidentali. 
Giunti  i  nemici  in  Gerusalemme  ne  discacciaro- 
no tutti  i  latini,  e  le  chiese  furon  ridotte  a  njo- 
schee,  fuori  di  quella  del  santo  Sepolcro,  perchè  fu 
considerata  come  una  sorgente  di  ricchezze  pel 
principe  ,  a  causa  dei  continui  pellegrinaggi  alla 
medesima,  e  così  ebbe  termine  il  regno  gerosoli- 
mitano dopo  una  vita  d'ottantott'anni.  Il  re  Gui- 
do, i  gran-maestri  dei  templari  e  degli  spedalieri, 
diversi  principi   e   signori   divenner   prigionieri 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.         3o7 

di  Saladino,  il  quale  per  buona  fortuna  nutriva 
nella  sua  potenza  sensi  di  magnanimità  e  di  cle- 
menza, k  lui  bensì  riuscì  inutile  ogni  tentativo 
contro  Tiro  bravamente  difesa  da  Corrado  figlio 
del  duca  di  Monferrato  con  l'aiuto  efficacissimo 
dei  pisani.  Quando  accaddero  tali  fatti  i  cavalieri 
del  Tempio  eran  doventali  odiosissimi  per  le  loro 
crudeltà,  rainne  e  impudicizie  ai  maomettani  ed 
ai  cristiani  (ii). 

g.  6.  Volgiamo  ora  il  discorso  alla  disciplina 
cerimoniale  che  la  chiesa  osservò  nel  secolo  XII. 
Era  costume  che  agi'  infanti  appena  battezzati 
davasi  a  succhiare  la  sacra  Eucaristìa  sotto  la  spe- 
cie di  vino  .  L' uso  di  celebrar  la  messa  quoti- 
dianamente era  frequente  ma  non  generale.  F»i 
proibito  amministrarsi  l'Eucaristia  sotto  la  specie 
di  pane  inzuppato  nel  prezioso  Sangue.  Quando  si 
cominciò  a  dispensare  le  indulgenze  plenarie  ai 
crocesignati ,  le  penitenze  pubbliche  andarono  in 
disuso.  Dovea  per  altro  ciascuno  confessarsi  pri- 
ma di  cominciare  il  digiuno  delia  quaresima,  per- 
chè sarebbe  stato  un  rovesciar  Pordiue  se  si  fos- 
se voluto  punire  i  peccati  prima  di  confessarli;  Io 
che  prova  abbastanza  l'uso  della  confessione  an- 
nuale e  della  comunione  pasquale  .  Si  parlò  in 
questo  tempo  di  un  patrimonio  che  sostenesse  gli 
ordinandi,  e  si  dichiarò  che  un  prete  benestante 
poteva  ordinarsi  con  patrimonio  di  famiglia  senza 
che  fosse  patrimonio  ecclesiastico.  Nel  concilio  di 
Reims  furono  dichiarati  nulli  i  maritaggi  dei  chie- 
rici costituiti  in  sacris  e  quei  dei  religiosi  o  delle 
religiose.  Fu  in  oltre  proibita  nel  terzo  concilio 


3o8  COSTUMI 

laleranense  la  pluralità  degli  ecclesìaslici  benefizi 
«ella  medesima  persona,  ed  era  proibito  agli  eccle- 
siastici costituiti  in  sacris  l'addossarsi  affari  tem- 
porali^ altra  proibizione  si  fece  loro  di  vestirsi  a 
vari  colori,  e  di  esercitare  medicina  ed  avvocatura. 
1  religiosi  non  potevano  accumular  peculio  fuori 
del  bisogno.  k\  secolari  che  fossero  morti  nelPe- 
sercitarsì  nelle  giostre  e  duelli,  ed  in  altri  peri- 
colosi divertimenti,  era  negata  la  sepoltura  eccle- 
siastica (la).  La  ragione  addotta  dai  padri  di  di- 
sapprovare le  giostre  ed  i  tornei,  fu  che  i  cavalieri 
mettevano  a  riscliio  la  vita  dell'anima  e  del  corpo. 
g.  7.  Tra  la  fine  del  secolo  duodecimo  ed  il 
principio  del  decimo  terzo  videsi  dominare  una 
brama  di  libero  governo  e  di  potenza,  per  il  che  do- 
vettero poi  soggiacere  alle  più  vigorose  repubbli- 
che i  nobili  castellani  della  campagna,  ed  i  feudi 
posseduti  anche  dai  vescovi  e  dagli  abati,  vale  a 
dire  dalle  chiese  e  dai  monasteri  (i3).  Wulladi- 
meno  alcune  case  o  chiese  potettero  mantenere 
tra  gl'italiani  le  loro  signorìe,  di  che  qui  si  recano 
esempi  i  più  rilevanti  per  la  Toscana .  In  quelle 
popolazioni,  i  cui  abitanti  erano  soggetti  diretta- 
mente al  vescovo  come  al  loro  signore,  il  vescovo 
stesso  vi  mandava  pretori,  rettori,  giudici,  mini- 
stri in  somma  che  dicevansi  potestà.  Il  primo  ve- 
scovo che  nei  suoi  castelli  mandasse  giusdicenti 
fu  Giulio  nel  secolo  duodecimo  (14),  benché  non 
se  ne  trovino  esempi  nei  monumenti  antichi  se 
non  nel  secolo  XIII.  Del  resto  i  vescovi  non  e- 
leggevano  soltanto  i  pretori  o  potestà,  ma  ezian- 
dio i  consoli  e  rettori  inferiori  dei  luoghi  ai  quali 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.        809 

comandavano.  Quando  per  altro  il  vescovo  eleg- 
gevasi  un  rettore,  ne  chiedeva  il  consenso  e  Tap- 
provazione  alla  repubblica .  Se  mai  nasceva  di- 
scordia o  controversia  alcuna  tra  il  vescovo  ed  il 
comune  sulla  giurisdizione  episcopale  nei  suoi 
castelli  e  terre,  allora  si  riportavano  al  giudizio 
di  un  legalo  apostolico.  Se  il  popolo  non  avesse 
voluto  accettare  il  pretore  ,  allora  il  vescovo 
implorava  soccorso  dal  potestà  di  Firenze  .  Nel- 
r  anno  i3ai  i  priori  delle  arti  ed  il  gonfalone 
o  vessillifero  di  giustizia  stabilirono  che  il  ve- 
scovo dovesse  avere  il  braccio  secolare  dal  co- 
mune di  Firenze  in  sussidio  del  suo  diritto  e 
dell'episcopio:  così  altre  leggi  furono  emanate  in 
favore  della  ecclesiastica  libertà.  Se  per  altro  i 
popoli  volevano  esperimentare  ì  loro  dritti  con- 
tro il  vescovo,  se  ne  agitava  la  causa  davanti  al 
potestà  di  Firenze,  ed  il  giudice  la  definiva  colla 
sua  sentenza.  Siccome  i  visdomini  erano  custodi 
e  difensori  dei  beni  episcopali ,  così  Tuso  di  essi 
sarà  stato  antichissimo  nella  chiesa:  se  dunque 
ebbe  sempre  sussistenza  V  uffizio  dei  visdomini 
nella  medesima  famiglia  fiorentina,  non  sarà  dif- 
ficile ch'esistessero  fino  dai  tempi  dei  longobardi 
e  dei  goti  (  i5). 

§.  8.  Nel  1295  o  ivi  intorno  venne  in  animo 
ad  un  pio  religioso  detto  Fra  Guiltone  di  Viva  di 
Michele  d'Arezzo,  cavaliere  delPordine  della  Ver- 
gine Maria  detto  dei  Gaudenti  ,  essendo  in  età 
molto  avanzala ,  di  fondare  un  eremo  delPordi- 
ne  camaldolense  per  sua  devozione,  e  per  van- 
taggio dell'anima  propria .  A  tal    effetto  avendo 


3lO  COSTUMI 

trattato  col  generale  don  Frediano  del  sacro  ere- 
mo dei  CamaldoH,  convenne  che  a  suo  piacimento 
edificar  potesse  il  proposto  romitorio  come  stava 
quel  deir eremo,  in  cui  vi  potessero  abitare  sei 
monaci  almeno,  e  che  fosse  libera  al  predetto  ge- 
nerale l'elezione  del  paese  o  della  città  dove  eri- 
gere quel  convento  ,  promettendo  il  fondatore 
ogni  cosa  e  spesa  necessaria  fino  alla  totale  per- 
fezione deireditìzio^  dopo  di  che  il  generale  fissò 
che  questo  si  erigesse  in  Firenze,  ove  si  vede  star 
di  presente  col  nome  di  monastero  degli  Angioli, 
in  luogo  nominalo  Cafaggiuolo.  Compito  Tedi- 
fizìo  fu  stabilito  a  tutto  rigore  di  regola  eremitica, 
essendo  slate  fatte  le  celle  segregate  del  tutto  dal 
commercio  dei  secolari,  e  l'oratorio  col  solo  lume 
di  quelle  piccole  buche  o  finestrelle  vicino  al 
tetto,  e  per  lo  lungo,  come  si  osservano  nelle 
cappelle  che  contano  un''epoca  molto  antica.  L'au- 
sterità monastica  introdottavisi  produsse  vantag- 
gio temporale  e  spirituale  pei  religiosi^  talché  ol- 
tre la  riverenza  avuta  pei  medesimi ,  non  furon 
pochi  i  legati  pii,e  le  elemosine  lasciate  loro  da 
devote  persone.  Avvenne  frattanto  che  nel  iS-JS 
Firenze  fu  colpila  dalla  peste,  morìa  che  non  ri- 
sparmiò il  monastero  degli  Angioli;  essendo  rima- 
sti estinti  la  maggior  parte  de'religiosi,  convenne 
che  venissero  altri  monaci  dalferemo  maggiore. 
Ma  nel  1378  per  una  popolare  insurrezione  fu  as- 
salito e  saccheggiato  il  già  detto  convento,  ed  uc- 
cisi alcuni  dei  frati,  e  dopo  questo  avvenimento 
air  occasione  di  riordinare  le  cose  del  convento 
seguì  una  variazione  nella  regola  di  quegli  ere- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.        3ll 

miti,  ì  quali  tralasciato  il  rigore  di  loro  antica  di- 
sciplina si  ridussero  a  più  larga  raaniera  di  vivere, 
passando  da  eremiti  ad  esser  ceiiobiti,  e  variando 
inclusive  Tabito  da  quel  di  Camaldoli  che  aveano 
usato  fino  a  quel  tempo  (a)(i6),  e  dall'ora  in  poi 
si  videro  per  Tltalia,  principiando  da  Roma,  fon- 
dati altri  monasteri  di  quest'ordine  riformato. 

§.  9.  La  pietà  dei  fiorentini  fu  mossa  nel  12.98 
ad  elevare  dai  fondamenti  nella  lor  patria  un''am- 
pia  chiesa  e  magnifica,  la  quale  dopo  che  fu  ter- 
minata la  disser  chiesa  di  santa  Maria  del  Fiore 
e  di  santa  Reparata  vergine  e  martire,  finché  poi 
dimenticò  il  popolo  un  tal  nome  (17).  In  questa 
cattedrale  e  metropolitana  il  vescovo  fiorentino, 
oltre  i  suoi  dritti  episcopali,  aveva  altri  dritti  e 
privilegi  (  1 8).  La  metropolitana  senese,  ove  si  dice 
che  nel  1069  fu  tenuto  un  concilio  in  cui  fu  de- 
posto l'antipapa  Benedetto  ed  eletto  Niccolò  li,  si 
consacrò  nel  1 179  da  Alessandro  III  senese  con 
pompa  solenne  (19).  Non  prima  dell'  anno  iai8 
di  nostra  salute  si  pensò  dagli  aretini  ad  edificare 
la  moderna  lor  cattedrale  (20).  Il  tempio  principale 
della  città  e  chiesa  cattedrale  di  Pistoia  che  nel 
secolo  quinto  era  dedicato  a  s.  Martino  vescovo 
di  Turs,  fu  nel  144^  consacralo  dal  vescovo  Do- 
nato dei  Medici  ed  intitolato  a  san  Zenone  (ai). 
L^antìco  tempio  di  s.  Vincenzio  in  Cortona  dopo 
essere  stato  cattedrale  dal  i3a5  al  i5o8,  fu  ridot- 
to a  parrocchia  ^  e  in  quella  vece  si  riedificò  la 
chiesa  di  santa  Maria  per  uso  di  cattedrale  con 

» 

(a)  Vad.  lav.  XCV,  N.  3.  m 


3ia  COSTUMI 

aggiungervi  le  Ire  navate  sostenute  da  colonne 
di  pietra  serena  (aa).  àirantichissima  basilica  vol- 
terrana dei  santi  Pietro  e  Paolo  situata  nel  luogo 
detto  Castello ,  fu  portata  la  cattedra  episcopale 
nella  chiesa  dedicata  a  IVIaria  Santissima  Assunta 
in  Cielo,  e  consacrala  da  papa  Callisto  nel  1120, 
transitando  per  Volterra  nel  trasportarsi  dalla 
Francia  a  Roma  ad  assumere  il  pontificato  (aS). 
La  prima  volta  che  trovasi  nominata  nelle  carte 
antiche  la  cattedrale  di  Chiusi  è  nel  1191  (24). 
La  cattedrale  di  Massa  marittima  credesi  riedifi- 
cata nel  laaS  (a5).  La  cattedrale  ch'era  un  tempo  a 
Roselle  fu  traslocata  colla  sede  vescovile  a  Gros- 
seto tino  dal  ii38  (a6) .  Montalcino  e  Pienza 
furon  città  erette  in  vescovadi  da  Pio  II,  nelPul- 
tima  delle  quali  vi  costruì  una  bella  cattedrale 
e  un  comodo  episcopio ,  un  magnifico  palazzo  « 
le  diede  il  suo  nome  (27). 

g.  IO.  Tornando  alla  storia  vi  troviamo  che 
fin  dal  tempo  in  cui  si  celebrava  il  capitolo  gene- 
rale dei  Minori,  fra  Elia  loro  ministro  in  Toscana 
tentò  di  far  moderare  la  grande  austerità  della 
regola  francescana,  ma  san  Francesco  ne  difese 
Tumiltà  e  semplicità  con  santo  zelo.  NelP  andar- 
sene poi  egli  in  Egitto  lasciò  il  nominato  Elia 
come  suo  vicario  generale.  La  regola  e  la  vita  dei 
frati  minori  è  d"'osservare  V  evangelio ,  vivendo 
nelPobbedienza,  nella  castità  e  nella  povertà(28). 
Chiuderemo  le- narrazioni  intorno  al  secolo  XIII 
coli'  osservare,  che  nella  disciplina  ecclesiastica 
fu  ordinato  che  i  fedeli  ascollassero  nei  di  festi  vi 
il  divino  ufficio,  e  specialmente  la  messa  alle  loro 


DEI  TEMPI  REPUBB«  PARTE  V.         B  1 3 

parrocchie^  e  in  un  sinodo  di  Valenza  delFanno 
ia48  si  udirono  lamenti,  perchè  molti  laici  igno- 
ravano il  Pater  noster  e  perfino  il  Credo^  perii 
che  fu  prescritto  da  quel  medesimo  sinodo  ,  che 
i  parrochi  dovessero  recitarlo  ad  alta  voce  per 
pubblica  istruzione  alle  ore  di  prima  e  di  com- 
pieta (a9> 

g.  II.  Si  deequi  rammentare  in  oltre  che  sette 
cittadini  fiorentini  tocchi  da  divino  spirilo,  e  ri^ 
nunziati  i  loro  beni  si  ritirarono  a  Montesinario, 
ove  separati  da  ogni  umano  consorzio  ,  se  non 
quando  capitavano  alla  città  per  provvedersi  da 
vivere,  furono  dai  fanciulli  incominciati  a  chia- 
mar servi  della  Madre  di  Dio  {a) .  A.  ninna  cosa 
ebber  costoro  meno  indiritto  V  animo  che  a  far 
congregazioni  e  radunanze*,  ma  veggendo  di  vera 
necessità  convenir  loro  d^  avere  un  alberghetto 
in  Firenze,  ove  ripararsi  quando  venivano  per  le 
elemosine,  che  i  religiosi  usan  chiamare  ospizio  , 
comprarono  un  luogo  fuori  della  città  ove  dice- 
vasi  a  Cafaggio  ,  e  quivi  edificata  una  piccola 
chiesetta  intitolala  Madonna  Santa  Maria  di  Gra- 
zie, incominciò  in  qualche  spazio  di  tempo  da 
una  devotissima  dipintura  delfàngiolo,  che  an- 
nunziò alla  Vergine  il  nascimento  del  Figliuolo 
di  Dio,  a  chiamarsi  con  nuovo  nome  la  Nunziata. 
Questa  per  molte  e  quasi  continue  grazie  e  mi- 
racoli, ch"'è  piaciuto  a  Dio  di  fare  apparire  esser 
falli  per  mezzo  di  essa  Santa  Immagine  .  dette 
principio  al  nuovo  ordine  dei  Servi  (^3o). 

(«)  Ved.  tav.  XCV,  N.   4. 

Si,  Tose,   Tom,  i),  28 


3i4  '•  COSTUMI 

g.i2.  Si  legge  anche  nelle  pompe  senesi  deli'U- 
gurgeri,  che  il  beato  Bernardo  Tolomei ,  il  beato 
Ambrogio  Piccolomini  ,  e  il  beato  Patrizio  Patrizi 
nobili  senesi  ,  circa  la  fine  del  XIV  ed  il  prin- 
cipio del  XV  secolo  furono  autori  della  religione 
dei  monaci  di  Monte  Oliveto  .    Fu  il  Tolomei 
che  nauseato  degli  sludi  legali,  dettesi  a  quello 
delle  leggi  divine.  Un  giorno  accadde  che  in  luo- 
go della  sua  consueta  lezione  cattedratica  di  leg- 
ge, si  licenziò  dalla  scolaresca,  ed  esagerando  il 
disprezzo  della  vita  del  mondo,  s'incamminò  per 
la  strada  del  cielo,  e  fatti  da  lui  consapevoli  il 
Piccolomini  ed  il  Patrizi,  suoi  amici  i  più  stretti, 
persuaseli  a  secondarlo  in  questo  suo  pensamen- 
to. Stabiliron  per  tanto  di  ritirarsi  nel  monte  di 
Arcona,  detto  il  Monte  Oliveto,  luogo  orrido  e 
solitario,  distante  i5  miglia  da  Siena,  e  perciò  at- 
tissimo a  trarvi  una  vita  contemplativa.  Que^santi 
giovani  vi  si  trasferirono  insieme,  e  vi  inalzaro- 
no capanne  di  creta  e  stoppia  per  abitarvi .  Sa- 
putosi ciò  dagli  abitanti  delle  vicine  contrade  vi 
accorsero  devoti  per  ammirare  i  virtuosi  atti  di 
quei  religiosi  e  seguirli  in  sì  aspro  ritiro.  Quivi 
intjaramati  dal  Tolomei  al  servizio  di  Dio,  cora- 
niettevansi   alla  di  lui  disciplina  ,  ed  in   breve 
tempo  molliplicaron  tanto  i  romiti  seguaci  del  To- 
lomei, che  non  potendo  negli  angusti  tuguri  già 
edificati  abitare,  stavansi  la  maggior  parte  in  al- 
cune spelonche  ivi  contigue,  convenendo  però  in- 
sieme a  recitare  i  divini  uffizi,  e  gli  altri  esercizi 
spirituali.  Volle  per  altro  il  sommo  pontefice  Gio- 
vanni XXlI.che  siccome  lordine  monastico  di  s. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  V.        3l5 

Benetto  era  in  Italia  affatto  rilasciato,  così  per  ri- 
chiamarlo all'antica  chiarezza  si  sottomettessero  i 
romiti  d'Arcona  a  quelPistituto,  «  vestissero  Pa- 
bito  monastico  all'uso  dei  benedettini,  ma  bianco. 
Quesfè  Torigine  e  progresso  della  religione  o  con- 
gregazione dei  monaci  bianchi  di  MonfOli ve- 
to (a),  confermata  da  Clemente  VI  romano  pon- 
tefice (3i). 

g.  i3.  Nell'anno  iZGy  circa  da  Giovanni  tiglio 
di  Pietro  Colombini  nobile  senese  fu  istituito 
Tordine  dei  frati  gesuati,  così  detti  per  Tamore 
che  portavano  a  Gesù.  Stettero  in  principio  due 
anni  e  più  sertóa  adunarsi  congregati,  attendendo 
al  servizio  d/Dio^  quindi  occuparonsi  di  ammae- 
strare e  predicare  in  più  luoghi.  Sentendo  poi  que- 
sti religiosi  che  Urbano  V  pontefice  veniva  in 
Italia,  presentaronsi  a  lui  ed  ebbero  Tapprovazio- 
ne  dell'ordine.  Il  papa  volle  che  per  V  avvenire 
vestissero  una  tonaca  bianca  di  lana  con  cappuc- 
cio. Morto  Giovanni  Colombini  ebbero  da  papa 
Martino  V  la  conferma  dell'ordine,  il  quale  si 
chiamò  d'  allora  in  poi  V  ordine  dei  gesuati  di 
8.  Girolamo,  e  furon  dichiarati  mendicanti  da  pa- 
pa Pio  Y  r  anno  1667,  ed  ottennero  le  preroga- 
tive accordate  agli  altri  ordini  mendicanti.  In  prin- 
cipio andavano  scalzi  coi  soli  zoccoli ,  ma  in  se- 
guito portarono  le  calze,  e  cambiarono  inclusive 
il  colore  dell'abito.  In  principio  erano  soltanto 
laici,  ma  poi  cercarono  d'arare  gli  ordini  eccle- 

»i 
'  Ca)  Vcd.  tav.  XCV,  N.  6.  i 


3l6  COSTUMI 

siastici  e  Polteunero  nel  i6ia  dal  pontefice  Pao- 
lo V  (3a). 

^.14.  In  quel  tempo  e  precisamente  circa  il  i3Go, 
Carlo  de'Conti  Guidi,  di  quel  ramo  che  tenne  la 
signorìa  di  Monte  Granelli  nel  Casentino,  ritira- 
tosi nelle  pendici  meridionali  di  Fiesole,  v'istituì 
la  congregazione  di  s.  Girolamo  ora  soppressa,  la 
quale  prima  professava  le  regole  di  detto  s.  dot- 
tore, e  poi  nel  144'  quelle  di  s.  Agostino,  dichia- 
rando quel  monastero  capo  d''ordine  e  residenza 
del  generale;  a  ciò  persuaso  dal  padre  Giovanni 
dell'ordine  de*'predicatori,  ed  aiutato  da  s.  Anto- 
nino poi  arcivescovo  di  Firenze  (33).  Molte  in 
questi  tempi  furono  le  congregazioni  religiose 
sì  in  Italia  che  altrove,  le  quali  professavano  le 
regole  di  detto  santo  dottore,  come  anche  eremì- 
<ani  di  s.  Girolamo ebber  nome  quelli  isliluili  in 
Montebello  presso  Urbino,  da  Pietro  della  cele- 
bre famiglia  Gambacorti  di  Pisa  (34). 

g.  i5  .  Presso  Siena  pure  ebbe  principio  la 
congregazione  dei  canonici  regolari  di  s.  Salvado- 
re  da  Stefano  senese  dell'  ordine  de''romitam  di 
s.  Agostino,  che  per  comando  di  Gregorio  XII  fu 
fatto  canonico  regolare.  Questi  canonici  ora  sop- 
pressi in  Toscana  furono  volgarmente  detti  Sco- 
pelini,  dalla  chiesa  di  s.  Donato  di  Scopeto  in  Fi- 
renze, che  Martino  V  unì  alla  chiesa  di  san  SaU 
vadore(35). 

g.  16.  Circa  il  1400  san  Bernardino  da  Siena 
della  famiglia  degli  Albizzeschi,  essendo  stato  co- 
stituito primo  general  vicario  della  religione  dei 
minori  conventuali  di  s.  Francesco  in  Italia,  rifor* 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  T.       3  17 

mò  ed  a  più  stretta  regola  ridusse  quest'ordine, 
già  di  troppo  esleso,  ed  istituì  quello  dei  minori 
esservanti  detti  zoccolanti  (a).  Formando  così  due 
famiglie  di  una  sola,  gli  uni  dagli  altri  si  divisero, 
assoggettandosi  ognuno  in  prima  alPobbedienza 
di  un  particolar  vicario,  poi  di  un  supremo  gene- 
rale (36). 

g.  17.  Essendosi  fatta  parola  de  IP  origine  ed 
istituzione  di  varie  religioni  e  luoghi  pii  in  Tosca- 
na, non  si  deve  ora  passare  sotto  silenzio  l'origine 
della  celebre  ed  utile  compagnia  della  Misericor- 
dia. Trattenendosi  i  facchini  della  città  di  Firenze 
neir  ore  di  ozio  in  una  cantina  posta  sulla  piaz- 
za di  s.  Giovanni,  e  passando  quelle  ore  al  fuoco 
ed  a  giuocare,  accadde,  che  un  tal  Pietro  di  Luca 
Borsi,  uomo  di  avanzata  età,  scandalizzato  di  sen- 
tir proferire  dai  suoi  compagni  con  bestemmie  il 
nome  santo  di  Dio,  propose  loro ,  che  ogni  qual 
volta  avesse  alcuno  avuto  ardire  di  proferire  be- 
stemmie contro  Dio  e  sua  I>Iadre  SS.  dovesse  im- 
mediatamente con  ogni  rigore  porre  una  piccola 
moneta  in  un  cassetto  a  tal  effetto  destinato.  Pas- 
sato molto  tempo,  ed  accunmlata  cosi  buona  som- 
ma di  denaro,  il  detto  Pietro  fece  altra  proposta  di 
maggior  profitto  della  prima,  di  fare  cioè  sei  zane 
atte  e  capaci  di  potervi  adattare  una  persona  ,  e 
deputarne  una  per  ciascun  sestiere  della  città,  con 
eleggere  quel  facchino  o  facchini  che  doveano por- 
tarla settimana  in  settimana,  dovendo  esigere  da 
quel  cassetto  una  ricompensa  pecuniaria  per  cia- 


(n)  Ved.   tav.   XCV,  N.   5. 

28 


3l8  COSTUMI 

scun  viaggio  che  avessero  fatto  nel  condurre  ipo- 
veri  maiali  in  luoghi  di  Ioropiacere,corae  pure  altre 
persone  cadute  o  trovale  morte.  Molti  anui  duraro- 
no in  qnesto  caritatevole  esercizio  di  misericordia, 
ricusando  anche  grosse  somme  loro  offerte  per  ciò 
fare,  finché  per  le  sue  carilatevoli  cure  e  zelo  verso 
la  misera  umanità  tanto  fu  applaudita,  ed  in  mo- 
do notahile  accresciuta,  che  protetta  da  lutti  i 
sovrani  ben  presto  si  estese  in  molle  città  di  To- 
scana, e  dell'Italia  (a).  Venne  pertanto  a  morte  il 
detto  Pietro,  ed  un  altro  di  loro  avendo  provvedu- 
to per  ispirazione  divina  una  tavola  con  un  Cristo 
morto,  ai  piedi  del  quale  era  una  cassetta  colla 
iscrizione y^z/e  elemosina  per  i  poveri  infermi  e 
bisognosi  dellacitfà.  e  postala  presso  la  porta  di 
s.  Giovanni  nel  dì  del  Perdono,  tanta  fu  la  som- 
ma che  vi  trovarono,  che  ascese  a  circa  fiorini  5oo, 
i  quali  furono  bastanti  a  comprare  alcune  stan- 
ze sopra  le  dette  cantine,  e  formarne  uso  di  com- 
pagnia .  Fece  quindi  inalzare  sulla  piazza  di  san 
Giovanni  un  oratorio,  nel  luogo  ov**  era  la  torre 
del  Guardamorto,  e  poi  acconto  ad  essa  la  sjia  resi- 
denza. Per  il  zelo  adoprato  da  questa  compagnia 
in  soccorso  della  povera  umanità  neirorribile  pe- 
ste del  1348,  le  furono  fatti  innumerevoli  legati, 
e  bene  spesso  lasciata  esecutrice  di  molte  opere 
pie ,  e  particolarmente  da  un  Mone  Fantini  del 
popolo  di  santa  Reparata,  il  quale  nel  iSS^  {ece 
testamento  ,  dispensando  le  molte  sostanze  che 
aveva  accumulate  in  onoredi  Dio  e  sovvenimen- 
to  di  povere  e  religiose  persone  (3^), 
(ti)  Ved.   lav.  XCV,  N.   7. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.        3l9 

g.  i8.  Né  voglio  lasciar  di  notare  che  dal  pon- 
tefice Innocenzio  fu  collocato  nel  numero  dei 
santi  un  tal  Pietro  da  Verona  frate  di  san  Dome- 
nico, che  fu  poi  san  Pier  martire  cognominato. 
Questi  venne  in  Firenze,  e  quivi  predicò  contro 
gli  eretici  di  quel  tempo ,  e  seco  loro  combattè 
non  solo  colle  parole,  ma  colle  armi  eziandio,  e 
coir  aiuto  dei  suoi  proseliti  li  vinse,  e  si  narra 
che  venute  alle  mani  un  giorno  queste  due  parli 
di  qua  e  di  là  dall'Arno  furono  sconfitti  gli  ereti- 
ci ,  per  cui  se  ne  pose  memoria  a  santa  Felicita 
con  la  statua  di  esso  santo  posta  sopra  d'  una 
colonna  ,  ed  in  san  Sisto  di  qua  dalP  Arno  col 
segno  della  croce  collocata  sopra  altra  culon- 
na^(3c^). 

g.  19.  L'avvenimento  strepitoso  ch'aio  sono 
per  accennare,quantunque  non  appartenga  diret- 
tamente alla  Toscana,  pure  non  debb**  esser  qui 
trascurato  mentre  ne  fan  parola  tutti  gli  storici. 
I  cavalieri  templari  ridotti  nelT  età  della  quale 
ora  tratto  ad  una  considerabile  autorità  pel  nu- 
mero esorbitante  di  quindicimila,  e  pel  possesso 
di  vistose  ricchezze,  producenli  per  ordinario  la 
rilassatezza  dei  costumi,  destarono  Pattenzione  e 
l'invidia  del  re  di  Francia,  nel  cui  regno  avevano 
i  maggiori  possessi.  Questi  pensò  di  valersi  della 
posizione  di  quel  corpo  morale  per  arricchirsene, 
come  poco  prima  carpile  aveva  le  ricchezze  degli 
ebrei,  cacciandoli  dal  suo  regno  sotto  pretesto 
di  religione.  Filippo  il  Bello  domandò  al  pontefice 
Clemente  V.  ed  ottenne  di  poter  porre  sotto  pro- 
cesso i  cavalieri  templari ,  e  nel   i3  ottobre  del 


^20  C  0  S  T  tJ  M  t 

i3o^  improvvisamente  fece  trarre  in  orrido  car- 
cere tatti  i  templari  ch'erano  in  Francia,  e  furono 
accusati  dei  più  obbrobriosi  e  nefandi  delitti  . 
Certo  è  che  col  barbaro  uso  della  tortura, alla  qua- 
le erano  sottoposti  ,  era  libero  il  campo  di  far 
comparire  colpevole  chi  non  lo  era.  È  probabile  che 
i  templari  a  cagione  delle  immense  ricchezze  loro 
si  fosser  dati  ad  un  vistoso  lusso  e  libertinaggio, 
e  forse  anche  a  qualche  abominevole  misteriosa 
pratica,  per  cui  fu  detto  che  le  accuse  loro  impu* 
tate  non  erano  tutte  vere  ne  tutte  false,  ma  no- 
nostante da  nessuno  si  approvava  il  rigore  col 
quale  furono  trattati,  e  non  pochi  scrittori  li  dis- 
sero martiri  della  cupidigia  del  re  Filippo,  giac- 
che molti  di  loro  furono  bruciati  vivi ,  e  gP  im- 
mensi beni  dell'ordine  confiscati,  non  pochi  dei 
quali  passarono  alPordine  de'cavalieri  che  poi  si 
disse  di  Malta. 

g,  20.  Narrasi  ancora  che  nel  i344  accadde 
un  fatto  che  mostra  T  abuso  della  potenza  degli 
inquisitori  ecclesiastici.  Era  fallita  la  ragione  Ac- 
ciaiuoli:  Silvestro  Baroncelli  consorte  di  quella 
ragione  sotto  la  fede  del  magistrato  de'priori  u- 
scìva  dal  palazzo.  dov''era  andato  per  accomodare 
gli  affari  di  questa  ragione.  Uscito  appena  ,  ac- 
compagnato dai  ministri  del  magistrato,  fu  dalla 
famiglia  del  potestà  arrestato  ad  istanza  di  Fra 
Piero  dell'Aquila  ,  inquisitore  ed  agente  del  car- 
dinale Sabinese  spagnuolo  ,  creditore  di  quella 
ragione  di  dodicimila  fiorini  d'oro.  Irritati  i  priori 
fecero  liberare  il  Baroncelli,  e  con  ingiusta  cru- 
deltà tagliar  le  mani  agliesecutori.il  potestà  chiese 


DEI  TEMPI  IREPtBB.  PARTE  V.  Zit 

perdono  e  Tottenne,  ma  rinquisitore  scomunicò 
il  magistrato  ,  pose  la  città  sotto  Tinterdetto.  e 
partì  per  Siena  .  Dettero  di  nullità  i  fiorentini 
alla  scomunica  con  un  atto  pubblico  di  notaio,  e 
mandarono  ambasciatori  al  papa  in  Avignone  a 
lagnarsi  dell'inquisitore,  portando  intanto  5ooo 
fiorini  al  cardinal  Sabinese,  e  facendo  il  comune 
mallevadorìa  del  resto .  Fu  poi  fatta  legge  che 
l'inquisitore  non  si  dovesse  mescolare  in  altro 
che  nelle  cose  di  religione,  e  che  gli  eretici  do- 
vessero avere  pene  personali  e  non  pecuniarie,  e 
che  ninno  esecutore  ricevesse  ordini  che  dai  se- 
colari magistrali  (39).  Fu  ancora  ordinato  che  né 
inquisitori  né  vescovi  avessero  dritto  di  dar  pa- 
tenti di  portar  armi:  i  soli  vescovi  di  Firenze  e  di 
Fiesole  a  dieci  persone,  a  sei  T inquisitore,  che 
soleva  abusivamente  darla  a  tanti  da  rilrarne  cir- 
ca mille  scudi  Tanno  (40). 

g.  ai.  La  storia  qui  è  giunta  ad  un''epoca  delle 
più  calamitose  d'Europa.  NelPanno  i348  si  ma- 
nifestò e  crebbe  il  flagello  della  mortifera  pesti- 
lenza: dair  Italia  passò  ad  altri  regni  di  Europa. 
In  sì  lacrimevole  calamità  si  dovette  ammirar  lo 
zelo  santo  di  moltissimi  ecclesiastici  dell'uno  e 
delPallro  clero,  i  quali  bramando  di  esser  vittime 
della  carità  apprestavano  agli  appestali  i  soccorsi 
della  religione  e  della  umanità  .  Le  indulgenze 
concedute  allora  dal  pontefice  furono  anch'"  esse 
opportunissirae  per  animare  i  cristiani  all<^  più  lo- 
devoli opere  di  misericordia.  Fu  allora  che  fin- 
dulgenzadel  giubileo  conceduta  dagli  antecedenti 
pontefici  ogni  secolo,  si  concesse  ai  fedeli  di  cin- 


3  22  COSTUMI 

quanta  in  cinquant'  anni ,  ond'essi  fedeli  tulli, 
qualora  fossero  loro  concessi  vari  anni  di  vita,  ne 
potesser  godere,  cominciando  dal  i33o,  purché 
visitassero  le  chiese  di  s.  Pietro  e  Paolo,  e  dì  s. 
Giovanni  Laterano  in  Roma.  Venne  per  tanto  il 
tempo  prefisso  per  la  celebrazione  decretata  del 
giubileo,  ed  a  quello  concorsero  i  cristiani  da  ogni 
parte  in  si  gran  numero,che  se  ne  fa  menzione  iik 
tutte  le  storie  di  que'tempi  (^i).  Scrive  il  Villani 
che  nei  primi  mesi  delPanno  santo  si  trovarono  a 
Roma,  sempre  succedendosi  gli  uni  agli  altri,  da 
mille  migliaia,  alle  dodici  centinaia  di  migliaia  di 
pellegrini.  Venendo  la  stale  cominciò  a  mancare  la 
gente,  ma  non  in  maniera  che  non  vi  fossero  di 
continuo  più  di  duecento  migliaia  di  forestieri  (42). 
§.  22.  Le  fazioni,  le  guerre,  le  pestilenze,  gli  sci- 
smi  ed  altri  trisl issimi  avvenimenti  contribuirono 
assaissimo  alP  accrescimento  della  generale  rilas- 
satezza della  cristianità  dì  quel  secolo^  le  stesse  pie 
istituzioni  ch'ebbero  origine  in  occasione  della  pe- 
ste furono  poco  appresso  occasione  di  p  eggiori 
scandali.  Un  segno  si  chiaro  dell'ira  del  cielo,  qual 
fu  quel  mortifero  contagio,  non  servì  punto  a 
correggere  i  costumi  corrotti,  ma  anzi  furon  ve- 
duti allora  il  lusso,  la  mollezza,  Tinconlinenza  e 
tutti  gli  altri  vizi  farsi  peggiori.  I  ribaldi  e  scelle- 
rati si  dettero  con  maggiore  audacia  a  violare  ogni 
legge,  per  essere  in  quella  mortalità  o  manca- 
li o  meno  atti  a  farle  osservare  magistrati  e  ret- 
tori delle  città  .  Quei  che  scamparono  dall'auzi- 
detta  calamità  e  rimasti  soli  credettero  di  doversi 
godere  con  più  larghezza  i  beni  da  loro  ereditati. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.       32? 

Ma  dopo  la  contemplazione  dì  sì  trista  pittura  , 
facilmente  può  conoscersi  che  opportunamente 
furono  celebrati  nel  secolo  decimoquarfo  tre 
giubilei  a  Roma,  e  che  i  pellegrini  giunti  colà  In 
numero  grandissimo  potettero  essere  eccitati  alla 
compunzione  e  ad  un  miglioramento  della  vita  mo- 
rale. In  quel  secolo  ebber  principio  varie  confra- 
ternite come  altre  più  rigorose  l'ebbero  ne''secoli 
precedenti  ,  e  nacquero  nella  pia  commozione 
dei  popoli,  e  certamente  produssero  anche  molli 
vantaggiosi  frutti  (43). 

g.  a3.  Nell'anno  1409  fu  tenuto  in  Pisa  un  con- 
cilio assai  numeroso.  V'intervennero  22  cardinali, 
24  arcivescovi,  182  vescovi,  e  più  di  3oo  tra  abati 
e  teologi:  i  generali  di  vari  ordini  religiosi,  il  gran 
maestro  di  Rodi  con  parecchi  commendatori,  al- 
cune dignità  primarie  di  altri  illustri  ordini  sa- 
cro-militari, i  rappresentanti  di  100  e  più  chiese 
metropolitane  e  cattedrali;  circa  a  3oo  'dottori  in 
teologia  e  in  dritto  canonico;  e  gli  ambasciatori 
di  diversi  re  e  d'altri  potentati  (H).  L'oggetto  di 
si  numerosa  adunanza  fu  di  restituire  la  pace 
alla  chiesa  e  toglier  di  mezzo  lo  scisma.  Questo 
concilio  proferì  sentenza,  colla  quale  Pietro  di 
Luna  sedicente  pontefice  Benedetto  XIII,  e  An- 
giolo Corravo  sedicente  pontefice  Gregorio  XII, 
furono  ambedue  dichiarati  pervicaci  rei  di  sper- 
giuro, e  scandalizzanti  la  chiesa  tutta  comecché 
fomentatori  di  scisma  ,  temporeggiando  di  rinun- 
ziare ambedue  al  papato,  come  aveano  promes- 
so (45).  Dopo  dieci  giorni  i  cardinali  chiusi  in  con- 
clave inalzarono  al  pontificato  il  cardinale  Pietro 


S24  COSTUMI 

Filargo  da  Candia  delTordìne  dei  minori  ed  ar- 
civescovo di  Milano  col  nome  di  Alessandro  V. 
Terminalo  il  concilio  fu  fatta  la  solenne  corona- 
zione di  lui  su  i  gradini  della  chiesa  metropolita- 
na .  Un  cardinale  posegli  la  tiara  in  capo,  dopo 
d'aver  detto  nel  bruciar  poca  stoppa  sic  transit 
gloria  Mundi  ^  ed  alla  messa  fu  letto  Tevange- 
lo  in  ebraico  ed  in  latino  .  Sedeva  già  nella  cat- 
tedra di  s.  Pietro  Martino  V  romano,  quando  A- 
lessandro  Cossa,  già  Giovanni  XXIII,  fuggi  dalle 
carceri  della  Germania,  e  per  consiglio  di  saggia 
politica,  o  per  ispirazione  di  Dio,  oppure  per  con- 
certo già  fatto  ,  come  nota  il  Muratori,  andò  a 
gettarsi  pubblicamente,  nel  maggio  del  i4s9)  a* 
piedi  di  Martino  V,  il  quale  era  allora  a  Firenze, 
riconoscendolo  per  vero  ed  unico  papa,  e  rinun- 
ziando liberamente  ad  ogni  sua  pretensione  sul 
passato  (4^). 

g.  2,4.  Il  concilio  di  Costanza  fu  una  continua- 
zione di  quel  di  Pisa,  e  quindi  si  decretò  di  pas- 
sare a  Pavia  per  ivi  tenervi  un'ultima  sessione  del 
concilio,  ma  la  pestilenza  che  incominciava  a  fare 
strage  ancor  là  ,  fece  sì  che  si  sospendessero  le 
conferenze  nel  loro  principio.  Fu  bensì  risoluto 
nel  tempo  slesso  di  trasferire  a  Siena  Tassemblea 
sacra,  e  là  i  padri  e  i  deputati  celebrarono  di  fatti 
alcune  sessioni,  nelle  quali  dopo  d'aver  contem- 
plato specialmente  gli  articoli  circa  alla  fede  con- 
siderata già  a  Costanza,  si  volsero  all'oggetto  del- 
la riforma  della  disciplina    ecclesiastica  (47). 

g.  a5.  Vi  fu  un  concilio  nel  i438  che  incomin- 
ciò a^Ferrara,  ma  per  la  peste   Eug^enioIV  lo  tra- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  V.         32,5 

sferì  a  Firenze  nel  febbraio  del  14^9,  e  fu  prese- 
dulo  d.i  lui  medesima  Vi  si  adunarono  i4o 
vescovi  insieme  coli' imperatore  Giovanni  Paleo- 
logo.  Stipulato  Tatto  di  soccorrere  Costantinopoli, 
si  convenne  di  una  professione  di  fede  sulla  pro- 
cessione dello  Spirilo  Santo^  e  omai  i  due  dotti 
uomini  Bessarione  di  Nicea ,  e  Giorgio  Scolarlo 
teologo  greco  avean  fatto  plauso  a'iatini,  edavea- 
no  eccitato  quei  della  loro  nazione  con  orazioni 
robuste  ed  eleganti  alla  pace  tanto  desiata.  La 
professione  sopra  il  prefato  articolo  fu  concepita 
in  questo  modo.  Lo  Spirito  Santo  è  eternamente 
dal  Padre  e  dal  Figliuolo,  ed  ha  dal  Padre  insieme 
e  dal  Figliuolo  la  sua  essenza  e  sussistenza,  e  pro- 
cede dalPuno  e  dall'altro  come  da  un  unico  prin- 
cipio e  per  unica  spirazione.  Una  tal  professione 
fu  letta  nel  di  8  di  giugno  dell'anno  1439  in  greco 
ed  in  latino,  ed  i  padri  dopo  di  averla  approvata 
concordemente  si  dettero  un  amplesso  scambie- 
vole con  molta  gioia.  Dopo  di  che  Giuseppe  il  pa- 
triarca costantinopolitano  mostrò  ardente  brama 
anche  con  istanze,  perchè  subito  si  procedesse  al 
decreto  di  unione:  ma  il  papa  fece  intendere  che 
bisognava  acquietar  prima  tutte  le  altre  coutro- 
versie^  e  con  ciò  egli  non  acconsenti  di  lasciare 
aperta  una  qualche  via  agli  orientali  per  ricomin- 
ciare lo  scisma. 

'•^i  g.  26.  È  bensi  vero  che  non  costò  molta  fatica 
affieputati  delle  due  chiese  lo  stabilire  un  accor- 
do in  rispetto  agli  altri  articoli,  sopra  i  quali  mo- 
stravano di  dissentire  i  greci  dai  latini.  Difatto  fu 
presto  dichiarato  che  si  consacra  veracemente  il 
Si,   To.sc.   Tom,  0,  2\) 


32.6  ./  COSTUMI 

corpo  di  Cristo  nel  pane  azzimo,  o  fermentato  , 
quando  sia  di  grano:  fu  presto  dichiarato  che  le 
anime  de""  santi  godono  in  cielo  una  perfetta  bea- 
titudine, e  che  quelle  del  purgatorio  sono  in  un 
luogo  dove  soffrono,  ma  che  non  importava  sta- 
bilire o  dichiarare  se  le  loro  pene  si  producono  o 
dal  fuoco,  o dalle  tenebre,oda  qualche  altra  causa; 
fu  presto  dichiarato  che  il  papa  avrebbe  godutodei 
privilegi  del  suo  primato,  come  ne  godeva  innan- 
zi lo  scisma.  Tuttavìa  si  ricercarono  poscia  schia- 
rimenti sulle  predette  dichiarazioni,  e  si  domandò 
tra  le  altre  cose  ,  se  il  sommo  pontefice  aveva 
potuto  aggiugnere  al  simbolo  la  parola  Filioque. 
Fu  risposto  con  qualche  rimprovero  e  giustamen- 
te, ma  in  maniera  da  non  alterare  la  concordia:  so- 
pra un  altro  quesito  che  contemplava  la  liturgìa 
subito  dopo  le  parole  della  consacrazione,  la  ri- 
sposta comparve  assai  sodisfacente.  Al  contrario 
si  disputò  non  poco  nella  indicazione  dei  dritti  e 
privilegi  del  primato  pontificio^  imperocché  i  greci 
tentarono  di  contrariarli,  specialmente  circa  agli 
appelli  ed  alla  libera  convocazione  dei  conciiii 
ecumenici^  pretendevano  cioè  di  stabilire  a  chiare 
note,  che  il  papa  dovesse  giudicare  gli  appellanti 
alla  romana  sede  per  mezzo  di  deputali  sulla  faccia 
de'luoghi,  e  che  egli  non  potesse  adunar  sinodi, 
generali  senza  il  consenso  dell'imperatore  e  dei 
patriarchi.  A.  quelle  restrizioni  si  oppose  forte- 
mente Eugenio  IV;  ed  ottenne  finalmente  che  fos- 
se riconosciuta  la  papale  autorità  con  vocaboli 
ampli  e  generali. 
^1    §•  a;.  Frattanto  l'augusto  Giovanni  Paleologo 


DEI  TEUPl  REPUBB.  PARTE  V.         3^7 

avea  rammentato  ai  suoi  che  tutti  avean  bisogno 
di  tornare  alla  patria,  e  fu  Ietto  il  gran  decreto  in 
pubblica  sessione ,  Dissero  quindi  i  padri  che  la 
santa  sede  apostolica  ed  il  pontefice  romano  han^ 
no  il  primato  in  tutta  quanta  la  terra,  che  quegli 
è  il  successore  di  san  Pietro  principe  degli  apo- 
stoli, il  vero  vicario  di  Gesù  Cristo,  il  capo  di  tut- 
ta la  chiesa,  il  capo  ed  il  dottore  di  lutti  i  cristia- 
ni. Fu  aggiunto  che  il  patriarca  di  Costantinopoli 
fosse  il  secondo  dopo  il  pontefice  romano,  il  ter- 
zo TAlessandrino,  salvi  però  tutti  i  loro  privilegi  e 
diritti.  Il  decreto  d'unione  ch'era  in  due  lingue, 
fu  sottoscritto  da  papa  Eugenio  IV  con  tutti  gli  oc- 
cidentali, e  dairimperatore  Paleologo  con  tutti  gli 
orientali  del  concilio.  Dopo  la  lettura  e  sottoscri- 
zione del  decreto  i  padri  orientali  ed  occidentali 
ibaciarono  il  ginocchio  e  la  mano  destra  al  papa, 
■e  poscia  abbracciatisi  scambievolmente  applaudi- 
rono alla  stabilita  pace  e  concordia,  alla  quale 
dissenti  il  solo  Marco  d'Efeso  nemico  implacabile 
dei  latini  e  della  loro  causa.  Poiché  i  greci  ebbero 
sottoscritto  il  gran  decreto  esposero  di  non  po^- 
lersi  più  trattenere  io  Occidente',  allora  dopo  va- 
rie interrogazioni  sopra  alcuni  riti  ed  usi  della 
chiesa  greca  e  latina,  nelfoltobre  del  1439  i  greci 
partirono  da  Firenze  con  T  imperatore,  contenti 
della  magnanimità  e  liberalità  di  Eugenio  IV. 

g.  28.  Ma  ^siccome  un  falso  concilio  tenevasi 
in  Basilea  non  approvato  da  Eugenio  IV,  per  cui 
fu  da  quello  deposto  ed  in  sua  vece  eletto  papa 
Amadeo  di  Savoia  col  nome  di  Felice  V,  cosi  dal 
re  di  Francia  e  da  altri  principi  fu  inibito  ai  loro 


BaS  COSTUMI 

vescovi  di  portarsi  al  concilio  fiorentino,e  non  si 
temette  di  proferire  sentenza  di  deposizione  con- 
tro del  papa,  condannandolo  come  perturbatore 
della  pace  ecclesiastica,  come  simoniaco,  spergiu- 
ro, eretico  ed  incorreggibile,  ed  in  fine  decretarono 
l'elezione  d'un  novello  pontefice  (48).  Ogni  cura 
fu  adoprala  per  sostener  Felice  contro  Eugenio, 
e  i  decreti  del  falso  sinodo  ingiuriosissimi  al  le- 
gittimo pontefice  ne  sono  una  prova  evidente  . 
Il  luogo  dal  quale  allora  Eugenio  scagliava  ful- 
mini era  Firenze.  In  quella  città  anche  dopo  la 
partenza  de*"  greci  seguitò  a  sussistere  il  conci- 
lio ,  nel  quale  si  ascoltarono  molti  ecclesiasti- 
ci delle  popolazioni  orientali  invitali  al  conci- 
Jio  co*  greci,  ma  giunti  troppo  tardi  in  Firenze, 
quando  cioè  i  greci  erano  partiti:  molte  delle 
loro  chiese  conformaronsi  alla  latina  :  tali  fatti 
accaddero  negli  anni  ]444  ^  4^*  ^^  P^^  ^*  ^^^^ 
facilmente,  come  la  buona  fede  e  le  proteste  dei 
deputati  non  erano  il  sentimento  delle  varie  sette 
d'Oriente,  le  quali  seguitarono  a  professare  nelle 
distinte  comunioni  il  nest onanismo.  Teutichiani- 
smo  ed  il  monotelismo.  I  soli  maroniti,  che  avea- 
uo  abbracciata  già  la  comunione  della  cattedra 
apostolica,  seguitarono  a  mantenersi  fermi  nella 
fede  ortodossa  e  nella  devozione  al  papa  (49). 

g.  2,9.  Quei  principi  che  si  mantennero  nella 
obbedienza  di  papa  Eugenio  IV  non  cessarono  di 
rispettare  anche  il  concilio  basilense  :  che  anzi 
alcuni  di  essi  pensarono  di  operare  con  pruden- 
za somma,  ordinando  che  nessun  conto  si  fa- 
cesse delle  censure  del  sinodo  contro  Eugenio,  nò 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.        3^9 

di  quelle  d'Eugenio  contro  il  sinodo.  Frattanto 
Federigo  volendo  provvedere  alla  pace  della  cri- 
stianità, fece  proporre  in  alcune  diete  germaniche 
la  convocazione  di  un  concilio  fuori  di  Basilea,  e 
fuori  di  Firenze.  La  proposta  delle  diete  per  uu 
novello  sinodo  fu  accettata  dai  padri  di  Basilea 
e  rigettata  dal  pontefice,  il  quale  per  evitar  meglio 
la  forza  d'  ogni  altra  istanza  simile,  si  affrettò  a 
traslatore  il  concilio  da  Firenze  a  Roma  (5o),  il 
quale  cessò  quasi  subito  dopo  il  falso  sinodo  di  Ba- 
silea. Frattanto  nella  cessazione  dei  due  consessi 
basilense  e  romano,  seguitò  lo  scisma  prodotto  già 
dall'antipapa  Felice. 

g.  3o.  Nel  febbraio  delP  anno  1440  Giovanni 
Paleologo  imperatore  de'  greci  giunse  colla  sua 
comitiva  a  Costantinopoli.  Parve  che  una  voce  sì 
alzasse  dappertutto  per  chiamarli  traditori  della 
religione,  apostati  infami,  rinnegati  Ialini,  azioni- 
sti. La  cospirazione  generale  acquistava  gran  forzi 
da'monaci,  i  quali  erano  a  quei  tempi  forse  i  soli 
direttori  delle  coscenze.  Crebbe  in  Costantinopoli 
il  fanatismo  ogni  dì  maggiormente,  e  non  passò 
guari  che  lo  stesso  imperatore  Paleologo  si  raf- 
freddò nelle  cure  per  considerazioni  politiche.  Il 
suo  raffreddamento  accrebbe  forza  ed  ardire  Dirli 
scismatici  .  Domandarono  essi  ed  ottennero  di 
tenere  una  disputa  pubblica  coi  latini.  Furono 
disputanti  Warco  d'Efeso  e  Bartolommeo  di  Firen- 
ze, ma  la  disputa  non  ottenne  vittoria,  benché 
ognuno  dei  due  se  P  attribuisse  ;  dopo  di  che 
lo  scisma  s"  incamminò  al  suo  pieno  ristabili- 
mento (5 1). 

29* 


33o  COSTUMI 

g.  3 1.  Dopo  la  caduta  deirirapero  greco, e  sotto  il 
pontificato  di  Niccolò  V,  A.nloiJÌno  Pierozzi  stette 
assiso  sulla  sede  vescovile  di  Firenze, che  iMartino 
V  aveva  innalzata  alla  dignità  arcivescovile.  Il 
nome  di  Antonino  è  celebre,  e  scorgesi  eziandio 
nel  catalogo  dei  santi  della  Toscana ,  ad  ono- 
re della  quale  giova  qui  rammentare  come  nel 
1458,  dopo  la  morte  di  papa  Callisto  III,  fu  inal- 
zato sulla  cattedrale  apostolica  dai  cardinali  uniti 
in  conclave  Enea  Silvio  Piccolomini  vescovo  di 
Siena,  il  quale  in  seguito  preso  il  nome  di  Pioli, 
operò  mollo  contro  i  turchi  allora  inviperiti  con- 
tro il  nome  cristiano,  e  più  avrebbe  operatosene! 
i4oa  non  fosse  restato  privo  di  vita  (5a).  Sulla 
fine  del  XV  secolo  non  furono  minori  le  calamità 
che  soffrì  la  Toscana,  le  quali  ben  fanno  conosce- 
re fin  dove  giungesse  allora  l'ardore  e  la  maligni- 
tà delle  fazioni,  il  nome  di  Girolamo  Sovonarola 
è  noto  a  chi  legge  questa  mia  storia,  perchè  io  non 
debba  qui  ripeterne  le  avventure  (53),  nja  soltan- 
to rammentare,  che  questo  frate  predicava  contro 
la  depravazione  dei  costumi  del  capo  e  delle  meni', 
bra  di  santa  chiesa.  Aveva  egli  molti  e  potenti  av- 
versari fra  gli  stessi  suoi  religiosi,  a  motivo  della 
riforma  da  lui  introdotta  in  s.  Marco  ed  in  altri 
conventi  dell'ordine  stesso  domenicano  (54). 

§.  3a.  Lodovico  XII  e  Massimiliano  I,  sovrani 
Tuno  di  Francia,  Taltro  di  Germania,  domanda- 
rono al  pontefice  Giulio  II  la  convocazione  di 
un  concilio  generale  entro  un  determinato  tempo, 
con  altre  condizioni  ,  Anzi  poco  appresso  da  un 
piccol  numero  di  cardinali  congiunti  con  tre  prò- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.  33  I 

curatori  di  cesare  e  con  quei  del  re  di  Francia 
fu  intimato  un  sinodo,  di  cui  nel  settembre  o  no- 
vembre del  i5ii  si  fece  apertura  in  Pisa,  si  per 
la  vicinanza  di  quella  città  al  mare ,  come  per  la 
contidenza  posta  dal  prefato  re  nei  fiorentini,  ^^è 
si  lasciò  intentato  mezzo  alcuno  per  far  credere 
alle  nazioni  esser  legittima  Tasserablea,  alla  quale 
intervennero  quattro  mambri  del  collegio  cardi- 
nalizio, vari  vescovi  della  Francia,  parecchi  abati 
e  dottori,  i  deputati  di  alcune  università  francesi, 
e  gli  ambasciatori  di  Lodovico  XII .  Tuttavìa  si 
udì  chiamar  più  comunemente,  e  quasi  con  voce 
universale,  congregazione,  non  concilio,  ma  bensì 
materia  di  divisione  delPunità  della  sede  aposto- 
lica, principio  di  scisma  nella  chiesa  di  Dio,  e  dia- 
bolico conciliabolo.  Nelle  prime  tre  sessioni  di 
tal  consesso  si  rinnovellarono  più  o  meno,  e  si 
applicarono  al  caso  della  radunanza  stessa  diversi 
decreti  dei  sinodi  di  Costanza  e  di  Basilea,  e 
fu  dichiarato  che  i  padri  erano  uniti  per  la  ri- 
forma della  chiesa  nel  capo  e  nelle  membra. IN ou 
sapea  digerire  il  popolo  di  Pisa  di  tenere  in  sua 
casa  un  siffatto  scandalo  ,  e  mormorava  forte  e 
facea  temere  qualche  sollevazione  .  Perciò  quei 
prelati  impetrarono  da  Firenze  di  poter  tenere 
una  guardia  di  francesi,  ma  niediocre,  per  loro 
sicurezza.  Nondimeno  V  assemblea  dopo  la  terza 
sessione  passò  a  Milano  per  timori  nati  speci:>l- 
mente  nei  quattro  cardinali,  il  che  accadde  con 
somma  letizia  dei  fiorentini  e  dei  pisani  .  È  co- 
sa memoranda  che  Firenze  e  Pisa  furon  sotto- 
poste all'interdetto  ecclesiastico  da  papa  Gitdi'o 


33a  COSTUMI 

appunto  per  la  raunanza  illegittima  di  quei  prelati, 
ed  è  noto  come  ornai  ben  si  conosceva,  che  „  uu- 
trivan  quella  le  questioni  dei  principi  e  deyli  sta- 
ti. (55)  „. 

g.  33.  Restata  la  sede  vacante  per  la  morte  di 
papa  Alessandro  VI,  T  occuparono  consecutiva- 
mente celebri  toscani,  Francesco  Piccolomini  ar- 
civescovo eletto  di  Siena  sua  patria,  e  cardinale 
giudicato  non  indegno  di  tanto  eminente  grado, 
il  quale  prese  il  nome  di  Pio  III  in  memoria  di 
Pio  II  suo  zio  ,  e  26  giorni  dopo  la  sua  elezione 
passò  a  miglior  vita  :  dopo  Giulio  II  vi  sali  Leo- 
ne X,  per  lo  innanzi  Giovanni  de''Medici  fiorenti- 
no creato  papa  l'anno  i5i3.  Egli  condusse  a  com- 
pimento il  concilio  di  Laterano  V,  convocato  dal 
suo  antecessore  Giulio  11^  condannò  gli  articoli 
ereticali  di  Martino  Lutero  con  una  bolla  pubbli- 
cata nel  giugno  i520^  decorò  con  titolo  di  difen- 
sore della  fede  Enrico  Vili  per  avere  impugnato 
Lutero  con  un'  opera  De  septem  sacramentisi 
inculcò  ai  filosofi  professori  nelle  università,  che 
mediante  i  principii  tratti  dalla  filosofia  s' impe- 
gnassero a  dimostrare  rimmortalità  deiranima(56). 
Fu  gran  Mecenate  degli  uomini  culti,  culto  egli 
stesso  fino  a  poter  dare  il  nome  di  secolo  di  Leone 
all'epoca  in  cui  visse,  essendo  morto  nel  i5ai. 
Dopo  non  molto  videsi  assiso  nel  seggio  pontificio 
un  altro  fiorentino,  che  fu  Giulio  della  stessa  fa- 
miglia de'Medici,  figlio  di  quel  Giulio  che  restò 
ucciso  nella  famosa  congiura  de'Pazzi.  Il  novello 
papa  prese  il  nome  di  Clemente  VII'  Quando  co- 
minciò il  suo  ponticato  si  appalesarono  ovunque 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  V.        333 

mali  e  pericoli  specialmente  nelPordiue  religioso, 
perchè  Teresia  luterana  era  moltiforme,  polente 
ed  irrequieta  (57). 

g.  34. Circa  al  culto  divino  la  città  di  Firenze  di- 
mostra in  vero  essere  stata  nei  tempi  repubblicani 
una  città  devota,  cristiana  e  religiosa,  poiché  nelle 
avversila  e  nei  pericoli  i  signori  fiorentini  ricorre- 
vano a  Dio,  alle  processioni  ed  orazioni .  Quan- 
do dubitavano  che  i  lanzichinecchi  con  il  duca^di 
Borbone  dovessero  passare  in  Toscann,  allora  fa- 
cevano ogni  venerdì  processione  col  corpo  di  Cri- 
sto, e  tutta  la  città  andava  dietro  con  grandissi- 
ma devozione  (58). 


NOTE 

(1)  Villani  ,  Storia  Cor.  lib.  i,  cap.  58  .  (2)  Fog- 
gini  ,  De  primis  florentinorum  apostolis  ,  pag.  14. 
(3)  Manoi  ,  Principii  della  religione  cristiana  in  Fi- 
renze. (4)  Cvi,  pag.  12.  (5)  Ivi,  pag.  41.  (6)  Ridolfi  e 
Tartini,  Notizie  e  guida  di  Firenze,  cap.  vn,  pag.  502. 
(7)  Ved.  Storia  ep.  m,  Costumi^  parte  v.  (8)  Piez- 
ziner.  Storia  della  Chiesa,  voi.  vi,  secolo  XU  j  pag. 
26.  (9)  Ivi,  pag.  69.  (10)  Ivi,  pag.  72.  (11)  Ivi,  pag. 
103.  (12)  Ivi,  pag.  140.  (13)  Ivi,  voi.  vi,  secolo  XIII, 
pag.  163.  (14)  Lami,  Memorabtlia  sanctae  ecclesiae 
florentinae  ,  lib.  11  ,  p3g,  858  .  (15)  Ivi  ,  pag.  882  . 
(16)  Follini,  Firenie  antica  e  moderna,  voi.  iv,  pag. 
73  .  (17)  Migliore  ,  Firenze  illustrala  ,  pag.  89  ,  97. 
^(18)  Lami  cit.  pag.  941.  (19)  Guida  di  Siena,  pag.  1, 
(20)  Angelucci,  Memorie  sloiiche  per  servire  di  guida 
in  Arezzo,  pag.  75.  (21)  Tolomei,  Guida  di  Pistoia, 


334  *    ^         COSTUMI 

pag.  11.  (22).  Storia  di  Cortona,  e  Repetti,  Diziona- 
rio geografico-fisico-storico  della  Toscana  ,  art.  Cor- 
tona. (23)  Guida  per  la  città  di  Volterra  ,  pag.  95. 
(24)  Repetti  cit.  art.  Chiusi  .  (25)  Ivi  ^  art.  Massa, 
(26)  Santi,  Viaggio  terzo  per  le  due  provincie  senesi, 
voi.  Ili,  pag.  21.  (27)  Inghirarai  P.  Giovanni,  Geo- 
grafia, parte  i,  Europa,  cap.  iii,  Granducato  di  To- 
scana ,  pag.  47  .  (28)  Prezziner  cit.  voi.  vi  ,  secolo 
XIII,  pag.  204.  (29)  Ivi,  pag.  318.  (30]  Ammirato, 
Storia  fior.  voi.  I ,  lib.  i,  accresciuto  ,  pag.  197  . 
(31)  Dgurgeri,  Le  pompe  senesi,  titolo  k,  §.  i.  (32)  Ivi, 
^.  2  .  (33)  Del  Rosso,  Dna  giornata  d'  istruzione  a 
Fiesole,  pag.  52.  (34)  Grassi  ,  Descrizione  storica  ed 
artistica  dì  Pisa,  part.  i ,  an.  1375.  (i5)  Dgurgeri  cit. 
e  Vallemout ,  Elementi  di  storia,  voi.  iv,  lib.  vii  , 
cap.  I,  secolo  XV.  (36)  Dgurgeri  cit.  5.  4.  (37)  Ri- 
dolfi  e  Tartinr  ,  Notizie  e  Guida  di  Firenze  e  dei 
suoi  contorni  cit.  p.  246  seg.  (38)  Ammiralo^  Storia 
fior.  cit.  voi.  I,  lib.  1,  pag.  253.  (39)  Pignotti,  Sto- 
ria della  Toscana  sino  al  principato  voi.  v,  lib.  iv, 
cap.  I  .  (40)  Villani  ,  Storia  fior.  cit.  lib.  xil  ,  cap. 
57,  ap.  Pignolti  cit.  (41)  Prezziner,  Storia  della  chie* 
sa  cit.  voi.  VII,  secolo  XIV,  pag.  66  ,  (42)  Villani  , 
ap.  Prezziner  cit.  (43)  Prezziner  cit.  secolo  XIV  in 
fine.  (44)  Ivi  ,  secolo  XV,  pag.  164  .  (45)  Marcelli  ', 
Compendio  della  storia  ecclesiastica,  voi.  11,  pag.  187, 
(46)  Prezziner  cit.  voi.  vii,  pag.  208.  (47)  Ivi,  pag, 
212.  (48)  Ivi,  pag.  254  .  (49)  Ivi  ,  voi.  vm  ,  secolo 
XV,  pag.  260.  (50)  ivi,  pag.  261.  (51)  Ivi,  pag.  269. 
(52)  Ivi,  pag.  286.  (53)  Ved.  Storia  ep.  v  ,  Avveni- 
menti stor.  tom.  vili  ,  cap.  xxxix  ,5.  3.  (54)  Nuovo 
dizionario    storico  ,    Napoli  1794  ,  art*  Savonarola  . 

(55)  Prezziner  cit.  voi.  vili,  secolo  XVI,  pag.  8  seg. 

(56)  Marcelli  cit;  voi.  Il,  secolo  XVI,  sommi  ponte- 
fici, pag.  216.  (57)  Prezziner  cit.  pag.  53.  (58)  Foscari, 
Relazione  di  Firenze,  ap.  Alberi,  Relazioni  degli  am- 
basciatori veneti,  ser.  11,  voi.  i,  pag.  24. 


DEI  TEMPI  BEPUBBLlCAni  335 

PARTE  SESTA 
LEGISLAZIONE  E  GOVERNO 


'?.  I.  J-ia  morte  della  contessa  Matilde  ed  il  trat- 
tato di  Costanza  se  formano  nella  storia  politica 
Tepoca  la  più  memorabile  per  le  repubbliche  to- 
scane, non  Io  sono  meno  pel  governo  e  per  le 
leggi  colle  quali  si  ressero.Nello  scorrere  i  molti- 
plici  e  variati  fatti  occorsi  nei  secoli  ne'quali  le 
nostre  città  toscane  a  repubblica  si  reggevano , 
abbiamo  noi  potuto  osservare  quali  fossero  i  pri- 
mi magistrati  eletti^qual  ne  fosse  la  loro  autorità, 
la  loro  amministrazione,  quali  le  leggi  da  essi 
dettate,  e  come  di  frequente  fossero  variate.  Ora 
pertanto  ci  sforzeremo  di  porre  un  particolare 
esame  su  i  codici  legislativi,  e  sulfepoca  delia 
loro  ammissione.  Ogni  città  benché  piccola  ebbe 
le  sue  leggi  colle  quali  si  regolava,  ed  il  corpo  di 
esse  costituto  o  statuto  si  nominava.  In  mancan- 
za di  essostatuto  i  cittadini  appellavansi  a  quello 
delle  respettive  metropoli,  secondo  i  patti  dell^ 
loro  dedizioni;  indiai  gius  comune.  ,  |. 

g.  a.  Won  è  definibile  il  tempo  preciso  qunndo 
le  nostre  città  toscane  libere  abbiano  cominciato 


336  »K^^^'è¥'4P#%»'M^#'^*^^ 


ad  aver  leggi  e  consuetuclìni  proprie,  né  quaniJcT 
abbia  avuto  principio  ilgiusscritlo  di  cui  si  tratta, 
perchè  troviamo  che  Pisa  aveva  il  suo  costituto 
lino  dal  1160  (1),  ed  altri  autorevoli  scrittori    ad- 
ducono Io  statuto  pisano,  veduto  ed  esaminato 
dal  padre  Grandi  (2),  del  quale  egli  riporta  vari 
capitoli  appartenenti  al  dritto  privato,  dove  s''e- 
sprimono  Tepoche  della  formazione  di  parecchie 
aggiunte,  la  più  antica  delle  quali  risale  all'anno 
1146  (3).  Quello  di  Firenze  peraltro  non  si  sa 
quando  abbia  avuto  il  vero  principio^  forse  ap- 
pena ch'ella  divenne  repubblica  si  sarà  comincia- 
ta a  formare  delle  leggi,  ma  vaganti  e  sciolte , 
secondo  Topportunità  di  quei  tempi,  e  non  n^ 
sarà  stala  fatta  veruna  collezione,  come  fu  poste* 
riormente,  essendo  che  ogni  repubblica  si  è  go- 
vernata prima  col  dritto  consuetudinario^  e  poi 
ancora  colio  scritto,  comprendente  gli  usi  e  le 
leggi  del  paese.  Si  trova  difatti  sul  nascere  del 
secolo  XJII  citato  il  fiorentino  costituto  negli  anni 
iai4,  iai6,  laaa,  iaa5,  fino  al  laQO  (4).  Leggo 
di  più  nelle  memorie  per  servire  alla  storia  di 
Lucca  che  i  toscani  antichi  avevano  più  maniere 
di  statuti.  Alcuni  di  questi  contenevano  le  leggi 
affatto  proprie  di  ogni  tribunale,  altri  le  leggi  at- 
tinenti a  tutte  le  curie,  al  sistema  giudiciario,  al- 
la maggior  parte  del  gius  privato,  altri  finalmen- 
te più  generali  comprendevano  le  leggi,  il  gius 
pubblico  legislativo  ed  amministrativo,  il  codice 
penale,  alcuna  porzione  del  gius  privato,  ed  altre 
cose  di  minor  conto  (5). 

g.  3.  Il   costume  di  avere  separatamente  lo 


DEI  TEMPI  REPUBB»  PARTE  VI.       337 

statuto  delle  curie  durò  per  tutto  il  secolo  XIII, 
ma  alla  fine  del  secolo  XIV  fece  parte  dello  sta- 
tuto generale.  Sparvero  pure  nel  secolo  XV  i  par- 
ticolarissimi statuti  delle  curie,  e  quei  delTese- 
cutore  delle  sentenze  e  del  maggior  sindaco,  ma 
altri  furono  conservali,  ed  altri  fatti  di  nuovo.  I 
fiorentini,oltread  un  antichissimo  statuto  deliaSS, 
quasi  intieramente  diretto  alla  costituzione  poli- 
tica dello  stato,  n''ebbero  altri  due  soli  che  posso- 
no meritare  il  nome  di  generali ,  uno  del  i353, 
faltro  del  i45i^  il  primo  dei  quali  fu  l'opera  prin- 
cipale del  celebre  giureconsulto  Tommaso  da 
Gubbio,  e  Paltrodel  celeberrimo Paoloda  Castro, 
in  compagnia  del  Volpi  avvocato  fiorentino  (6). 
11  numero  delle  compilazioni  di  leggi  lucchesi  che, 
tranne  le  più  particolari  nel  corso  di  quattro  se- 
coli, arrivano  a  sette,  è  maggiore  che  non  presso 
la  più  gran  parte  almeno  degli  altri  popoli  tosca- 
ni (7)',  per  la  qual  cosa  può  chiaramente  desumersi 
che  ad  ogni  gran  cambiamento  politico  soprav- 
venne di  subito  un  nuovo  co'lice  (8):  le  leggi  eb- 
bero successivamente  maggiore  sviluppo,  ed  i 
codici  una  maggior  regolarità. 

g.  4.  Lunghe  pertanto  e  difficili  essendo  Te- 
salte  ricerche  di  simil  genere,  diremo  ora  alcun 
che  sulle  leggi  in  essi  statuti  contenute.  Proibi- 
vano queste  che  alla  testa  delle  particolari  repub- 
bliche altri  non  vi  fossero  che  mercanti,  mentre 
le  città  venivano  considerate  come  repubbliche 
di  mercanti.  Nessuno  poteva  in  Firenze  essere 
dei  priori  senza  esercitare  personalmente  la  mer- 
catura o  un  mestiere.  Lo  statuto  che  istituiva  i 
Si.  Tose,  Tom,  9.  30 


338  COSTUMI 

nuovi  signori  e  difensori  del  comune  di  Siena, vo- 
Jea  ch''ei  fossero  mercanti  e  della  classe  mezzana: 
gli  anziani  di  Pistoia  dovevan  pure  esser  mercanti 
e  popolani,  così  altrove,  esclusi  a  j)erpetuità  gli 
antichi  nobili,  e  coloro  che  lo  stato  in  péna  dei 
loro  delitti  descriveva  nel  registro  dei  nobili.  Le 
città  toscane  non  furono  le  sole  che  di  queHem- 
pi  escludessero  la  nobiltà  da  ogni  ufficio  pubblico, 
ma  le  stesse  leggi  invalsero  di  lì  a  poco  anche  in 
l'arie  altre  città  dltalia  (9). 

g.  5.  I  magistrati  di  Firenze  che  tralasciata  ia 
parte  avevano  la  loro  autorità,  dovettero  ripren- 
derla per  reprimere  rallerigia  e  la  sfrenatezza  av- 
venuta dopo  la  peste  del  i348.  Crearono  a  tale 
oggetto  una  legge,  che  i  minori  di  18  anni  non 
fossero  obbligati  a  cosa  alcuna,  poiché  se  manda- 
vano a  male  la  roba  loro,  erari  poi  astretti  dal  bi- 
sogno a  fare  delle  indegnità:  anche  le  donne  ma- 
ritate non  erano  obbligate  a  smembrare  le  loro 
doti  per  i  mariti.  Se  poi  tanto  gli  uniche  le  altre 
si  obbligavano,  ciò  non  era  valido  se  non  veniva 
approvato  dalla  interposizione  o  presenza  dei  ca- 
pitani della  compagnia  della  Beala  Vergine,  di  s. 
Michele  in  Orto,  ed  alla  presenza  di  un  giudice 
legista,  o  del  padre,  o  tutore.  In  tal  caso  poteasi 
dare  il  curatore  e  agli  uni  e  alle  altre;  e  i  capita- 
ni, giudice  e  curatore  dovean  giurare  di  tener 
per  utile  la  causa  per  la  quale  trattavasi  d''obbli- 
garsi,  altrimenti  l'obbligo  era  nullo,  ed  il  notaio 
veniva  punito  colla  multa  di  lire  cento.  Era  pur 
legge  che  ai  pupilli  fosse  dato  il  curatore,  se  per 
testamento  non  fosse  stato  loro  assegnato,  altri- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  yi.         3^9 

menti  non  valeva  qualunque  obbligo  essi  facesse- 
ro. Fu  poi  stabilito  che  qualunque  persona  avesse 
comprato  o  venduto  a  credenza  non  solo  per  la 
città  e  dominio  di  Firenze,  ma  inclusive  percento 
miglia  distante,  perdesse  il  credito,  e  fosse  punito 
in  altrettanta  sorama^  distribuita  metà  al  comune, 
e  metà  all'arte  nella  quale  fosse  ascritto  (  i  o). 

g.  6.  L'eccessivo  lusso,  che  altrove  abbiamo 
veduto  invalso  nelle  principali  città  toscane,  ob- 
bligò pure  i  magistrati  ad  emanare  delle  leggi 
suntuarie,  per  le  quali  fu  proibito  il  gran  sfarzo 
sagli  abbigliamenti  delle  donne,  e  s''impose  una 
multa  in  Firenze  di  5o  lire  Tanno  a  quelle  fem- 
mine cheavesser  voluto  portare  ornamenti  d'oro, 
d'  argento  e  di  gioie,  ancorché  false  in  capo,  e 
altre  5o  lire  a  quelle  che  avesser  voluto  portare 
il  mantello,  o  altra  parte  delPabito  con  frangia- 
tura o  con  altri  ornamenti  (ii).  Ma  troppo  lungo 
sarebbe  se  qui  collazionar  volessimo  le  leggi  tut- 
te che  nelle  varie  città  libere  della  Toscana  eb- 
bero corso,  mentre  cioè  furono  in  essere  le  re- 
pubbliche dei  bassi  tempi,  le  quali  ebbero  per 
consuetudine  di  cambiare  spessissimo  il  loro  go- 
verno, come  sentimmo,  e  con  esso  non  poche  leg- 
gi. Solo  alle  già  esposte  ci  limiteremo  registrare 
come  in  esempio,  che  volendosi  rimediare  all'abu- 
so introdotto  nei  cherici,  ed  in  quei  che  vesten- 
do come  tali  in  luogo  del  breviario  portavano  ar- 
mi offensive  e  difensive  per  la  città  e  pel  conta- 
do, fu  emanala  una  legge,  colla  quale ordinavasi, 
the  lutti  coloro  i  quali  fosser  trovati  colle  armi, 
per  non  procedere  contro  le  loro  persone^  se 


34o  COSTUMI 

non  avessero  avuto  padre,  avo/ralello,  zio,o  altro 
j.arente  da  lato  di  padre,  dai  quali  effettivanieute 
non  fossero  divisijla  condanna  che  per  via  diretta 
andava  sopra  del  cherico,  si  posasse  sopra  del 
parente  più  prossimo  (12.).  Un'altra  singoiar  legge 
vigeva  pure  in  Pistoia,  quella  cioè  che  per  levare 
ogni  timore  ai  querelanti ,  non  avendo  molti 
l'ardire  di  scoprirsi  per  rispetto  del  querelato 
potente,  fu  ordinato  porsi  in  uso  la  cassa  nomi- 
nata il  tamburo,  nella  quale  dalPaccusatore  pò- 
nevasi  una  polizza,  per  cui  veniva  manifestato  il 
delitto  commesso,  gl'indizi  o  la  persona  del  reo, 
e  se  il  mancamento  era  con  prove  concludenti 
verificato,  si  prendeva  dal  gonfaloniere  e  da  tre 
cittadini  sopra  tale  aiTare  deputati,  un'  ottima  ri- 
soluzione di  giustizia  (  i3). 

§.  7  .  Ne^primi  tempi  della  repubblica  fiorentina, 
quando  il  comune  ristretto  di  territorio  non  fu  ob- 
bligato dalle  circastanze  ad  entrare  in  dispendiose 
guerre  ed  in  ambiziosi  disegni,  le  pubbliche  spese 
non  eccedevano  la  tenue  somma  di  40,000  fiorini 
d'oro,  mentre  le  sue  rendite  giungevano  a  3oo,ooa 
ritratte  dalle  varie  gabelle.  Se  questa  economia 
si  fosse  mantenuta  ,  il  pubblico  erario  sarebbesi 
andato  accrescendo  continuamente;  ma  presto  le 
guerre  frequenti ,  i  grossi  su&sidii  ai  principi  al-i 
leati,le  truppe  straniere  mantenute  al  soldodella 
repubblica,  aumentarono  tanto  le  pubbliche  spese, 
che  non  essendo  bastanti  a  supplire  i  3 00,000 
fiorini  d'  oro  ,  convenne  immaginare  dei  mezzi 
nelle  occasioni  straordinarie  per  trovar  denari» 
Non  volendo  soverchiamente  accrescere  le  ga? 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vi.        34  I 

belle,  ciò  che  sarebbe  stalo  conlraio  alPinduslria, 
ricorse  il  comune  a  domandare  degPimprestiti  ai 
suoi  cittadini,  in  modo  però  che  non  potessero  ne- 
garli,cioè  imprestiti  forzati,  promettendone  il  frut- 
to ed  il  rìmborso,ed  obbligando  il  capitale  delle  sue 
gabelle.  FinchègPimprestiti  furono  moderati,pole- 
rono  facilmente  sperare  i  creditori  di  essere  so- 
disfatti: ma  il  debito  andò  oltremisura  crescendo 
perchè  crebbero  i  bisogni,  ed  erano  continuamen- 
te astretti  i  cittadini  a  nuove  emissioni  di  de- 
nari, ciò  che  nuoceva  al  commercio,  traendo  dalle 
mani  d''industriosa  gente  somme  che  lo  avrebbero 
accresciuto.  Nondimeno  tutto  sarebbe  slato  tol- 
lerabile, se  un  giusto  metodo  e  proporzionato  alle 
sostanze  loro  si  fosse  adoprato  nel  ripartire  le  gra- 
vezze: ma  in  vece  di  fare  un  computo  dei  beni  di 
ciascuno,  e  su  quelli  regolarsi,  tassavansi  le  per- 
sone arbitrariamente  secondo  il  giudizio  dei  de- 
putati^ anche  considerandoli  probi  ed  imparziali, 
moltissimi  errori  e  parzialità  doveano  aver  luo- 
go (»4)- 

g.  8.  Le  forti  lagnanze  dei  cittadini  in  tal  mo- 
do aggravali  fecero  nel  i382.  prendere  dei  prov- 
vedimenti alti  ad  impedire  gli  arbitrii  .  Era  la 
città  di  Firenze  divisa  in  quattro  quartieri,  e  cia- 
scheduno di  essi  in  quattro  gonfaloni  o  contra- 
de. Da  ogni  contrada  furono  scelle  quattro  probe 
persone,  le  quali  descrivessero  i  nomi  di  coloro 
che  credevano  dover  esser  soggetti  alle  prestanze, 
indi  in  ogni  contrada  si  formavan  sette  compagnie, 
composta  ciascuna  di  sette  persone  chiamale  per- 
ciò le  sette  scttine^  ogni  sellina  faceva  il  disegno 


342  COSTUMI 

della  distribuzione  delle  somme  sulle  teste  delle 
contrade:  questi  disegni  sigillati  si  consegnavano 
ai  religiosi  o  degli  Angioli,  o  della  Badìa  a  Setti- 
mo, o  ad  altri  che  dopo  averli  esaminati  esclude- 
vano i  due  più  gravosi  e  i  due  più  leggeri,  e  dei 
tre  rimanenti  formavano  le  somme  proporzionate 
che  comprendevano  il  totale  da  pagarsi  dalla  con- 
trada, coi  nomi  delle  persone,  e  colla  rata  ad  es- 
se destinala,  ed  i  libri  di  siffatte  descrizioni  erano 
presentati  al  cumune.  Queste  diligenze  non  im- 
pedirono che  la  parzialità  e  Tingiustizia  non  fos- 
sero intollerabili.  Trovandosi  la  citlà  divisa  in  fa- 
zioni ,  e  la  dominante  regolando  il  governo  ,  è 
facile  il  vedere  che  questa  doveva  essere  rispar- 
miata: i  ricchi  ed  i  potenti  avevano  i  mezzi  di  ac- 
cecare i  distributori  delle  gravezze,  e  la  classe 
meno  potente  era  soverchiamente  sopraccaricata. 
Si  aggiunga  ancora  che  gli  amministratori  del  go- 
verno pretendevano  esenzione,  perchè  serviva- 
no colla  persona  e  col  consiglio  la  patria.  Erano  la 
maggior  parte  di  questi  dei  più  ricchi,  onde  rica- 
deva il  peso  principale  sulla  classe  la  men  facol- 
tosa. Si  esasperavano  sempre  più  gli  odi  dei  cit- 
tadini, e  le  continue  ostili  rivalità  dei  nobili  e 
della  plebe  sono  in  gran  parte  dai  fiorentini  sto- 
rici attribuite  a  questa  causa.  Dopo  vari  inutili 
tentativi,  finalmente  la  potenza  di  Giovanni  dei 
Medici  fece  adottare  un  più  giusto  metodo  d'im- 
porre le  gravezze  per  mezzo  del  catasto  (i5).A.  sì 
prudente  e  savio  provvedimento  altri  ben  presto 
ne  tennero  dieiro  qual  più  qual  meno  equo  se- 
rondò  le  circostanze  di  quei  turbolenti   tempi, 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PIBTÈ  Vi.       343 

finché  caduta  la  Toscana  sotto  il  regime  della 
oltremodo  potente  famiglia  medìcea,  insieme  col 
governo  variarono  in  gran  parte  le  leggi,  che  dalla 
instabilità  e  dalle  forme  repubblicane  si  cam- 
biarono in  quelle  più  eque  e  provide  di  governo 
aristocratico. 


NOTE 

(1)  v-ion;^etture  di  ud  socio  etrusco  sopra  una  carta 
papiracea  dell'archivio  diplomatico  di  Firenze,  prefa- 
zioue  dell'editore,  pag.  2>?.  (2)  Epistola  de  Paiidectis, 
pag.  10.  (3)  Gigliotti,  ap.  Le  memorie  e  documenti 
per  servire  alla  storia  di  Lucca  ,  voi.  iii  ,  part.  ii  , 
disseit.  I,  pag.  25.  (4)  Congetture  citate.  (5)  Gigliot- 
ti cil.  ap.  Le  memorie  di  Lucca  cit.  (6)  Salvetti  , 
Autiquit.  florent.  jurisprud.  Etrur.  illustr.  Bis.  dis- 
sert.  I,  J.  60  et  74.  (7)  Gigliotti  cit.  ap.  Le  memo- 
lie  cit.  dissert.  i  ,  pag.  37  .  (8)  Machiavelli  ,  Stor. 
fior.  lib.  IV.  (9)  Sismondi  ,  Storia  delle  repubbliche 
italiane,  voi.  vi,  cap.  xxv,  pag.  137.  (10)  Ammirato, 
Stor.  fior.  voi.  iv,  part.  i,  pag.  01.  (11)  Ivi  pog.  47. 
(12)  Ivi,  voi.  I,  part.  ii,  lib.  ih,  pag.  404.  (13)  Fio- 
ravanti, Memorie  sloriche  di  Pistoia,  cap.  xxv.  (14)  Pi- 
gnotti.  Storia  della  Toscana  sino  al  principato,  voi. 
VI,  lib.  IV,  cap.   IX.  (15)  Ivi. 


344  COSTUMI 


PARTE  SETTIMA 
COMMERCIO,  NAVIGAZIONE  E  MONETA 


g.  I.  JLia  libertà  acquistala  dalle  toscane  città, 
tolti  i  ceppi  chele  violenze  e  la  cattiva  legislazione 
ponevano  airindustria,  aguzzò  gfingegni  a  rista- 
bilire il  commercio  e  le  arti  perdute.  Firenze  fu 
delle  primCjed  il  suo  sistema  politico  si  stabilì  sul 
commercio  .  Ninna  persona  inutile  poteva  aver 
parte  al  governo^  fu  per  ciò  tutta  la  popolazione 
divisa  in  arti,  il  numero  delle  quali,  benché  vario 
in  vari  tempi,  si  ridusse  a  ventuno:  sette  chiamale 
maggiori  e  quattordici  minori.  Da  queste  si  trae- 
vano i  magistrati  che  regger  dovevano  a  tempo  la 
repubblica.  I  nobili  stessi  o  erano  esclusi  dal  go- 
verno, o  doveano  ascriversi  a  qualcuna  di  quelle 
arti  se  amavano  avervi  parte.  Le  sette  arti  maggiori 
erano  le  seguenti:  prima  giudici  e  notai:  secon- 
da mercanti  di  panni  forestieri:  terza  cambiatori: 
quarta  arte  della  lana:  quinta  medici  e  speziali:  se- 
sta Setaioli  e  mereiai:  settima  pellicciai.  Le  quat- 
lordici  minori  comprendevano  i  mestieri  più  bassi, 
i  quali  tutti  erano  riuniti  sotto  alcuna  di  esse. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  VII.        345 

Avea  ciascun'' arte  il  suo  consolo  e  il  capitano 
i:olIe  insegne  e  gonfalone  di  quella,che  ad  un  ordi- 
ne de'magistrati,  ad  un  tocco  della  campana  del 
pubblico,  lo  traeva  fuori  e  radunava  sotto  di  essa 
tutte  le  persone  che  a  quelParte  appartenevano  (  i). 
g.  a.  Nella  barbarie  d'altana  e  degli  altri  paesi 
del  già  rovinalo  impero  d'Occidente,  si  conservò 
la  facile  maniera  di  fabbricare  i  panni  grossolani^ 
i  più  fini  però  si  lavorarono  in  Grecia ,  che  resi- 
steva ancora  alle  barbare  inondazionij  e  di  là  era- 
no trasportati  in  Italia.  Firenze  divenne  la  sede 
deir  arte  della  lana,  non  perch''esclusivamente  e- 
sercitasse  un'arte  sì  facile,  ma  per  rinduslria  con 
cui  seppe  perfezionarla.  Anche  in  Francia  e  nelle 
Fiandre  si  fabbricavano  dei  panni,  ma  tutti  infe- 
riori alla  finezza  di  que'di  Firenze,  o  almeno  a 
quella  perfezione  che  anche  ai  panni  forestieri 
sapeva  dare  il  fiorentino  artificio.  L'arte  della  lana 
era  già  mollo  estesa  in  Firenze  al  principio  del 
secolo  XIII.  Benché  non  sìa  vero,  come  alcuno 
ba  creduto,  ch'ella  vi  fosse  introdotta  dagli  Umi- 
liati, dovette  peraltro  riconoscere  da  loro  una  par- 
te della  sua  perfezione.  Quest'ordine  religioso  nato 
welle  disgrazie  e  nella  persecuzione,  è  stato  uno 
dei  più  vantaggiosi  all'umana  società:  professando 
rutile  regola  di  viver  dell'  opera  delle  proprie 
roani,  come  usavano  molti  degli  antichi  monaci, 
Tarte  che  dettesi  a  coltivar  sopra  le  altre  fu  quel- 
la della  lana,  che  ridusse  a  suflìciente  perfezione, 
ammaestrandone  i  fiorentini  circa  l'anno  i23i9,ed 
il  comune  della  città  cercò  di  accarezzare  un  or- 
dine  sì  utile  al  suo  paese,  popò  che  i  fioientinì 


"346  COSTUMI 

irebbero  apprese  tutte  le  finezze  da^que-religiosi, 
spinsero  l'arte  anche  a  maggior  perfezione  in  mo- 
do, che  pochi  erano  i  panni  in  Europa  non  ordi- 
nari che  non  fosser  passati  per  le  mani  de'fioren- 
tini.  ond*è  che  a  Firenze  ne  colavano  gran  com- 
missioni. A.  soddisfar  gli  acquirenti  procurarono  i 
fiorentini  di  comprar  dairestero,in  Olanda, in  In- 
ghilterra ed  altrove  panni  greggi,  e  fatti  venire  in 
Firenze,  colla  tintura,  cimatura  ed  altri  artifizi 
dava  loro  quella  perfezione  che  gli  stranieri  com- 
pratori desideravano.  Questa  rivendita  portava 
immenso  guadagno,  e  durò  ad  arricchire  i  fioren- 
tini finché  gli  stranieri  non  appresero  a  praticare 
le  stesse  finezze  delParte.  Alla  insufficienza  delle 
lane  nostrali  per  impannare,  a  tenore  delle  com- 
missioni, si  commettevano  lane  di  Spagna  e  di 
Portogallo  ch'erano  le  migliori,e  colle  quali  face- 
vansi  i  panni  più  perfetti.  L'avidità  di  guadagnare 
avea  fatto  stabilire  in  Inghilterra,  nelle  Fiandre 
ed  altrove  delle  fabbriche  di  panni  ordinari  per 
conto  de'fiorentini.  Ma  quando  i  segreti  delParte 
furono  propalati,  quando  Testerò  proibì  Testrazio- 
he  della  lana  dal  proprio  paese  ove  Farle  s'aera 
perfezionata,  i  fiorentini  decaddero  dalla  loro  pro- 
sperità di  commercio.  Fu  irreparabile  questa  per- 
dita, perchè  né  colla  lana  toscana,  né  coll'altra 
del  resto  dltalìa  vi  si  poteva  supplire.  La  deca- 
denza del  lanificio  cominciò  nel  secolo  XV,  ma 
non  si  fece  subito  sentire  per  essersi  moltissimo 
accresciuto  il  commercio  de''fiorentini  in  altri  ra- 
mi, e  per  la  fabbricazione  della  seta,  il  lusso  del- 
la quale  era  notabilmente  ampliato  (a). 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PARTE  VII.       Z /^y 

g.  3.  L'arte  della  seta  fu  portata  dalla  Sicilia 
nella  Toscana, ma  nwi  è  noto  precisamente  il  tem- 
po: esisteva  certamente  in  Firenze  al  principio 
del  secolo  XIII.  Quantunque  più  tardi  introdot- 
tavi, fu  dagrindustriosi  fiorentini  ridotta  a  mag- 
gior perfezione  che  negli  altri  paesi,  portando  la 
medesima  avvedutezza  nei  regolamenti,  che  in 
quelli  delfarle  della  lana.  Scarsa  era  la  seta  che 
si  produceva  in  Toscana;  la  coltivazione  de^  mori 
però  e  la  produzione  della  seta  andò  sempre  cre- 
scendo: per  tutto  il  secolo  XV  si  adopravano  per 
la  maggior  parte  sete  forestiere  e  specialmente 
orientali.  Ma  benché  assai  di  buon^ora  questo  la- 
vorìo fosse  introdotto  in  Firenze,  o  che  il  lusso 
della  seta  non  fosse  tanto  esteso,  o  che  più  tardi 
quel  popolo  industrioso  ne  raffinasse  Tarte,  il 
fiorentino  commercio  di  questo  genere  s'avanzò 
lentamente,  ma  nel  secolo  XV  giunse  all'apice 
del  suo  splendore  e  della  sua  ricchezza.  Prima 
di  questi  tempi,  i  drappi  e  le  stoffe  inlessule  d'oro 
e  d'argento  si  lavoravano  coi  fili  di  quei  metalli 
che  si  trasportavano  da  Colonia  e  da  Cipro. 

g.  4-  Gino  Capponi  introdusse  nella  sua  patria 
Tarte  di  filar  Poro,  e  si  accrebbe  tosto  la  manifat- 
tura dei  drappi  i  più  ricchi  ed  i  più  preziosi,  che  si 
spargevano  per  tutta  l'Europa.  Ben  presto,  e  nella 
filatura  delToro  e  ne  isemplici  drappi  e  negrinlesti 
d'oro  e  d'argento  divennero  gli  artefici  fiorentini 
i  primi  d'Europa,  e  come  \-a\i  si  trovano  celebrati 
dagli  storici.  Quest'arte  è  quella  che  nella  deca- 
denza del  fiorentino  commercio  s'è  più  d'ogni  al- 
tra mantenuta  fino  ai  nostri  giorni.  Se  iu  ni  olle 


34S  COSTUMI 

Provincie  d'Europa  si  è  estesa  Parte  della  seta, 
specialmente  in  Francia,  ove  probabilmente  la 
portarono  i  fiorentini,  si  è  quasi  nella  stessa  pro- 
porzione esteso  Tuso  di  essa,di  modo  che  quasi  lo 
stesso  numero  di  botteghe  di  quesfarte  si  conta 
adesso  che  nei  bei  giorni  del  fiorentino  commer- 
cio. Sono  stati  vinti  dai  francesi  nei  drappi  lavo- 
rati a  oro  e  argento:  ma  hanno  mantenuto  la 
concorrenza  con  tutti  gli  altri  popoli  nei  drappi 
puri  (3). 

g.  5.  L'  artifizio  ingegnoso  di  trasportare  in 
un  istante  con  un  tratto  di  penna  da  un  paese 
ad  un  altro  anche  il  più  lontano  immense  ric- 
chezze, risparmiando  con  tal  mezzo  il  traspor- 
to delP  effettivo  denaro  nei  commerciali  con- 
tralti da  paese  a  paese,  se  non  è  invenzione  dei 
tìorentini,furouoalinen  de^primi  questi  ad  eserci- 
tarlo, e  nacque  colle  altre  due  arti:  se  non  prima, 
formavano  i  cambisti  fin  da  quel  tempo  corpo 
d'^arte.  La  delicatezza  di  questa  parte  di  commercio 
avea  richiamata  la  vigilanza  del  governo.e  de''saggi 
antichi  statuti  ne  regolavano  Tesercizio.  Dovean 
subire  una  specie  d'esame,  ed  esser  matricolati 
i  cambisti ,  come  i  sensali:  i  mercati  nuovo  e 
vecchio  erano  i  posti  loro  destinati.  Sedevano  i 
cambisti  nelle  botteghe  avanti  ad  una  mensa  co- 
perta da  tappeto,  su  cui  stavano  una  borza  di  de- 
nari ed  un  libro  (a):  non  potevano  esercitare  que- 
st'^arte  fuori  delle  loro  botteghe.  Per  un  tempo 


(a)  Ved.  lav.  CVIII,  N.  2. 


DEITEMPIREPUBB.  PARTE  VII.  3^9 

furono  essi  i  principali  banchieri  d'Europa^e  nel- 
le piazze  di  commercio  erano  cambisti  fiorentini, 

0  banchi  depeadenti  da  essi:  la  sola  ragione  dla- 
copo  e  Carroccio  degli  Alberti  nel  i348  avea  ca- 
se di  commercio  sue  in  Avignone,  in  Bruges,  a 
Bruselles,  a  Parigi,  a  Siena,  Perugia,  Roma,  Na- 
poli, Barletta  e  Venezia.  Deir  attività  di  tal  com- 
mercio dei  fiorentini  basti  T  esempio  che  ogni 
settimana  si  giravano  nella  sola  Venezia  settemila 
ducati,  che  sono  892000  Tanno  (4). 

g.  6.  Un'altr'arte  fu  esercitata  dai  fiorentini, 
quella  d  i  prestatori,  onorevole  per  sé  stessa  ed  u- 
tile  alla  umana  società.  Ella  pone  in  commercio 
una  gran  quantità  di  denari,  che  la  timida  econo- 
mìa farebbe  ristagnare  nelle  casse,  e  questa  posta 
in  circolo  dà  nuova  vita  all'agricoltura  ed  al  com- 
mercio. Né  se  ne  può  biasimare  che  Tabuso,  il  quale 
sì  negli  antichi  romani  tempi  come  nei  più  bassi, 
ha  coperta  quest'arte  d'obbrobrio,  convertendo  il 
nome  di  prestatore  in  quello  di  sordido  usuraio. 

1  fiorentini  che  fecero  per  tutta  l'Europa  questo 
mestiere,  non  hanno  fuggito  siffatta  accusa,  giac- 
ché in  un  numero  grande  di  persone  che  l'eserci- 
tavano onestamente,  vi  dovevano  esser  quei  che 
ne  abusavano.  La  mala  fede  di  queHempi  può  so- 
lo scusare  le  odiose  precauzioni  prese  talora  dai 
fiorentini  prestatori:  nel  somministrare  delle  gros- 
se somme  ad  Aldobrandino  d**  Este  vollero  non 
solo  impegnati  tutti  i  di  lui  beni  allodiali,  ma  la 
persona  dello  stesso  Azzo  VII. Ciò  nonostante  ac- 
cadde, che  il  re  d'Inghilterra  Eduardo  III  vincito- 
re delle  celebri  battaglie  di  Crecy  e  di  Poitiers 

.9/.   Toic.     'Ioni,  \).  ^''1 


35o  COSTUMI 

che  rovinarono  la  potenza  francese,  fu  sostenuto 
in  tante  dispendiose  imprese  dal  banco  de^Peruzzi. 
Essi  gli  prestarono  una  somma, che  ridotta  al  va- 
lore del  nostro  tempo  giunge  a  sette  milioni  di 
zecchini:  ma  i  conquistatori  di  rado  arricchiscono 
e  più  di  rado  mantengono  la  fede  (5):  il  principe 
inglese  non  restituì  la  somma,  l  Peruzzi  che  for- 
mavano una  delle  più  grosse  case  dì  commercio 
di  Toscana,  furono  astretti  a  fallire  (6)^  disgrazia 
che  per  consenso  si  risentì  da  una  gran  quantità 
deiiostri  cambisti  e  mercanti.  Lo  stesso  banco  dei 
Peruzzi  aveva  nell'anno  i3ai  dati  in  prestito  ai 
cavalieri  gerosolimitani  191,000  fiorini  d'oro,  e  un 
allro  iraprestito  era  stalo  fatto  allo  sless'ordine  di 
1 33.^000  fiorini  d'oro  dal  banco  de'Bardi.  Sareb- 
be troppo  lungo  il  riferire  Penorrai  somme  che  i 
privati  cittadini  fiorentini  più  volte  dettero  in 
prestito  a  de'monarchi.  La  famiglia  Medici  è  trop- 
po nota  per  questo  a  segno  d'entrare,  benché  pri- 
vata, nei  trattati  pubblici  de'sovrani  (7). 

g.  7.  Un  popolo  naturalmente  industrioso,  la 
di  cui  attività  era  stata  messa  in  moto  dal  lucro, 
e  che  si  trovava  sparso  nelle  prime  città  d'Euro- 
pa per  oggetto  di  commercio,  sapeva  trar  profitto 
dalle  particolari  e  momentanee  circostanze  per 
guadagnare  su  mille  piccoli  oggetti.  La  fama  che 
presto  s'  acquistò  il  loro  fiorino  d'oro  e  la  loro 
zecca,aprì  ad  essi  la  strada  a  divenire  gli  appalta- 
tori e  i  direttori  di  varie  zecche  d"'Europa.Talora 
divenivano  i  collettori  delle  rendite  de'sovrani  5 
altre  volte  anticipavano  delle  grosse  somme  ai 
grandi  possidenti,  comprando  anticipatamente  i 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.        3.S  I 

fratti  de**  loro  terreni  a  modico  prezzo,  e  riven- 
dendoli più  cari,  con  molti  altri  guadagni  di  siiiiil 
sorta.  Wè  queste  furono  le  sole  arti  che  arricchi- 
rono Firenze,  ma  negoziavano  in  pelli,  che  sem- 
plicemente compravano  per  venderle  ov''eran  più 
care,  oltre  al  vistoso  consumo  che  se  ne  faceva 
nel  paese.  L'arte  de'medici  e  speziali  occupavasi 
anche  del  traffico  delle  orientali  spezierìe  ,  che 
pur  compravano  per  esitare  con  profitto  alPestero. 
JNè  al  solo  smercio  delle  proprie  manifatture  si  li- 
mitavano i  fiorentini^  ma  si  eran  rivolti  anche  al 
traffico  delle  merci  orientali,  nel  che  aveano  pos- 
senti rivali  nei  veneziani  ,  nei  genovesi,  e  nei 
loro  vicini  i  pisani  (8). 

g.  8.  La  fiorentina  repubblica  situata  dentro  lena 
priva  di  marina. fu  ridotta  per  molto  tempo  a  fare  il 
commercio  sopra  gli  altri  legni,  e' prender  la  legge 
che  piacque  alle  potenze  del  Mediterraneo  di  dar  lo- 
ro. Tuttavìa  supplendo  colfinduslria  alla  mancan- 
za di  mezzi,  giunse  a  guadagnare  non  piccola  parte 
del  commercio  delPlndie  orientali.  Essendone  sul 
principio  i  fiorentini  esclusi  per  la  parte  dell'E- 
gitto dai  veneziani  che  facevano  una  specie  di  mo- 
nupolio,  si  esposero  a  lunghi  e  difficili  viaggi  , 
traversando  TAsia  ,  e  penetrando  fino  alla  Chi- 
na (9).  iXei  vari  mercati  deirArmenia,  della  Per- 
sia e  d''aUre  provincie  esitavano  quelle  merci  che 
la  pratica  insegnato  aveva  loro  a  condurre,  e  ne 
riportavano  altre  assai  preziose:  dovean  per  altro 
combattere  con  molti  ostacoli,  l  pisani  gelosi,  ora 
apertamente  chiusero  loro  il  porto,  pel  cui  mezzo 
soltanto  polean  fare  il  commercio  loro  marittimo. 


35a  COSTUMI 

ora  colle  insopportabili  gabelle  vi  posero  milfe 
ceppi.  Costretti  da  tali  ostacoli  i  fiorentini  nello 
anno  i356  fecero  un  trattato  coi  senesi,  e  servi- 
ronsi  del  loro  porto  di  Telamone:  i  pisani  cerca- 
rono con  ogni  sforzo  d''impedirlo.  A.llora  i  fioren- 
liiai  assoldarono  delle  navi  dalTestero,  cbe  guar- 
dassero il  porto  a  loro  vantaggio.  Accortisi  i  pisani 
dell'errore  che  li  privava  d'uno  straordinario  lucro, 
ohe  traevano  dalle  gabelle  delle  merci  fiorentine, 
offersero  di  restituire  loro  i  privilegi  tolti,  e  vi 
aderirono  quelli  agevolmente,  come  fu  pattuito 
nel  1869,  giacché  il  trasporto  delle  merci  a  Tela- 
mone si  faceva  per  lunga  e  malagevole  strada.  Ma 
questo  vantaggio  de''fiorentini  fu  alquanto  preca- 
rio, poiché  ogni  piccolo  o  mendicato  motivo  po- 
teva far  chiudere  quel  porto  con  grave  danno  del 
fiorentino  commercio.  Tentaroii  dunque  di  avere 
a  loro  disposizione  il  porto  di  Pisa^  e  nel  1406 
ne  furono  padroni  con  la  città  e  tutto  lo  stalo, 
g.  9.  A-llora  posero  in  piedi  i  fiorentini  una 
marina,  e  nel  i4ai  acquistaronjo41  portodi  Livor- 
no dai  genovesi  pel  prezzo  di  100.000  fiorini  d'acro. 
A-d  onta  di  questi  porti  la  marina  fiorentina  non 
fu  mai  formidabile*,  e  pare  che  si  limitasse  la  re- 
pubblic.i  ad  un  numero  sufficiente  di  legni  armati 
atti  a  proteggere  il  commercio.  È  vero  però  che 
r  epoca  della  ricchezza  maggiore  del  fiorentino 
commercio  cominciò  dopo  Toccupazione  di  Pisa. 
Liberi  da  ogni  inciampo  allora  i  fiorentini  fecer 
degli  ottimi  regolamenti.  Crearono  de'consoli  di 
mare,  alcuni  di  loro  furono  stabiliti  in  Pisa,  nel- 
la cura  de'  quali  era  tutto  ciò  che  apparteneva  al 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.        553 

commercio.  IVIu  essendo  di  troppo  aggravio  un 
commercio  di  oggetti  che  doveansi  estrarre  da 
paesi  così  lontani,  e  condurre  per  vie  scabrosissi- 
me e  con  sacrifizio  di  gran  fempo  e  di  grave  di- 
spendio, pensarono  i  fiorentini  di  essere  ammessi 
al  commercio  d'Alessandria,  ch''era  il  grand*  em- 
porio degl'indiani  prodotti.  Il  progetto  ebb'effetto, 
ma  non  prosperò  mai,  tantoché  i  fiorentini  sem- 
pre più  presero  cura  di  quello  che  neirArcipelago 
e  nel  mar  Nero  facevano.  Gl'imperatori  greci  ed 
in  specie  Giovanni  Paleologo  memore  delle  cor- 
tesìe usategli  in  Firenze  concedette  loro  ampli 
privilegi.  La  rovina  delTimpero  greco  mutò  faccia 
alle  occidentali  provincie  delP  Asia,  e  dette  ori- 
gine anche  a  novità  nel  commercia  I  fiorentini 
furono  forse  i  soli  che  si  sostenessero  in  faccia 
a  questo  turbine:  furono  graziosamente  accolti 
dai  gran  conquistatore  del  greco  impero  ,  e  rieb- 
bero grazie  e  privilegi  segnalatissimi  .  a  difl'e- 
renza  delle  altre  nazioni  che  n'ebbero  trattamenti 
assai  dispiacenti.  Tentarono  di  aprir  commercio 
anche  in  Egitto,  al  che  si  adoprò  con  premura  il 
celebre  Lorenzo  il  magnifico,  trattando  dì  ciò  col 
Soldano  per  mezzo  di  suntuose  ambasciate. 

g.  IO.  Dal  fin  qui  detto  è  facile  il  vedere  che  la 
irrequieta  industria  dei  fiorentini  appena  lasciava 
ramo  alcuno  di  commercio  di  qualche  nota  nei 
paesi  fin*allora  cogniti,  su  cui  non  si  estendesse . 
È  sebbene  questi  rami  di  commercio  che  abbiamo 
finora  notato,abbiano  sotìerto  varie  vicende,  pare 
tuttavia  che  l'epoca  della  ricchezza  maggiore  fio- 
rentina fosse  nel  secolo  XV,  in  cui  s'era  tanto 

3i* 


354  COSTUMI 

accresciuta  ed  estesa  Tarte  della  seta.  Su  questi 
foudamenti  di  ricchezza  potette  una  piccola  città 
di  Toscana  fare  quelle  grandiose  spese  ,  delle 
quali  esistono  dei  monumenti  nelle  pubbliche 
fabbriche  ,  ma  molto  più  nelle  storie  in  cui  son 
registrate  le  immense  somme  spese  nelle  guerre. 
Le  rendite  del  comune  di  Firenze  nel  secolo  XIV 
ascendevano  a  3oo,ooo  fiorini  d'oro,  dopo  di  che 
aumentata  Tindustria  dovettero  aumentare  anche 
le  rendite  dello  stato.  Da  una  provvisione  del  de- 
cembre  i4a8  si  scorge  che  le  spese  della  repub- 
bh'ca  giungevano  a  lajSGG  fiorini  d'^oro.sicchè  se 
la  repubblica  non  avesse  avuto  il  carico  esorbitan- 
te delle  spese  della  guerra,  avrebbe  fatti  vistosis- 
simi avanzi.  La  città  di  Firenze  aveva  allora  una 
popolazione  di  170,000  abitanti,  aoo  manifatture 
di  panni,  3o,ooo  lanaiuoli,  e  vendeva  ogni  anno 
per  più  di  fio  milioni  di  franchi  in  panni  (io)  . 
"Era  il  commercio  Tarle  più  onorevole  dì  Firenze^ 
il  disonore  che  portava  seco  il  fallimento  dovuto 
anche  alla  disgrazia^  la  pena  che  si  estendeva  per 
tutta  la  linea  mascolina  del  fallito,  di  non  potere 
esercitare  la  mercatura^  Tobbrobrioso  spettacolo 
a  cui  erano  condannali  i  debitori  insolventi,  risve- 
gliavano da  ogni  lato  la  fiorentina  avvedutezza. 

g.  II.  Quando  ci  facciamo  a  considerare  che 
per  tre  secoli  la  fiorentina  repubblica  è  stata  con 
piccoli  intervalli  agitata  dalle  intestine  discordie 
accompagnate  da  morti  e  da  esilii  di  molti  de^più 
ricchi  cittadinì,e  che  in  mezzo  a  tante  disgrazie  il 
suo  commercio  è  divenuto  tuttavìa  il  più  florido, 
è  facile  il  vedere  quanto  grande  fosse  il  loro  in- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.        355 

gegno  nella  mercatura,  e  che  un  sistema  di  le- 
gislazione più  tranquillo,  qual  si  conviene  ad  un 
paese  commerciante,  avrebbe  condotto  Firenze 
ad  un  apice  di  grandezza^  che  appena  possiamo 
concepire  (  1 1  ). 

g.i&.  Anche  Pisa  circa  Panno  i2()i  davasigran 
cura  di  far  fiorire  il  marittimo  di  lei  commer- 
cio coli'  estero.  Le  sue  navi  mercantili  (a)  visi- 
tavano spesso  le  coste  marittime  di  Catalogna, 
o?e  portavano  le  spezierie,  i  panni ,  le  doghe  da 
botti,  e  ne  estraevano  mandorle,  miele  ottimo, 
stagno  e  piombo^  vetriolo,  armi,  corde  di  canapa, 
argento  vivo:  in  Tortosa  prendevano  pure  cera, 
ferro,  tinte^  le  belle  lane  in  Marcia  e  in  Valenza. 
In  Alicante,  ricca  alle  montagne  delle  sue  minie- 
re d'argento  e  d''oro,  portavano  le  spezierie  del- 
riiìdie,  e  le  manifatture  dltalia,  e  le  doghe  per  i 
bottami,  riportandone  lane,  seta,  anici,  allume, 
zaffrani,  stoffe  e  tappezzerìe  dei  Mori,  vini  eccel- 
lenti ed  il  sapone  di  quella  città  che  a  preferenza 
d''ogni  altro  veniva  adoprato  nei  lanifici!,  e  gli  al- 
cali di  soda  tratti  dall'erba  che  raccoglievasi  in 
Spagna  nei  deserti  aridi  lungo  le  coste  della  ma- 
rina (12). 

J.  i3.  Frattanto  i  lucchesi  che  per  la  loro  di- 
stanza dal  mare  non  potevano  fare  un  commercio 
con  lontani  paesi,  eransi  dati  con  loro  gran  pro- 
fitto alParte  della  seta,  che  nel  i3i4avean  con- 
dotta ad  una  sodisfacente  perfezione.  Ma  in  quel 
tempo  avvenne  che  saccheggiala  la  città  dai  pi- 

(a)  Ved.  lav.  CXI,  N.  4.  jr 


356  COSTUMI 

sani,non  vi  restò  fabbrica  di  manifatture  in  piedi. 
Le  venivano  dall'Armenia,  dalla  Persia,  da  Cipro 
e  dalla  Grecia  le  più  belle  e  lucide  sete:  ne  trae- 
va dalla  Spagna  ed  anco  dalla  Sicilia, Puglia  e  Ca- 
labria ove  s'era  dilatata  la  coltivazione  dei  mori 
colPallievo  de'filugelli.  Si  tessevano  e  tingevano 
quelle  ricche  fila  in  Lucca  alle  officine  di  que''tan- 
ti  Setaioli  e  tintori  di  cui  quella  città  era  ripiena, 
i  quali  si  matricolavano  e  vi  avevano  le  loro  lesj- 
gi  e  statuti^  e  dopoché  il  più  accurato  magistero  ìù 
aveva  ridotte  in  drappi  ,  quelle  belle  drapperìe 
lucidissime,  variate  in  diverse  fogge  e  colori,  era- 
no condotte  a  spacciarsi  per  tutta  Tltalia,  richie- 
ste in  Francia,  in  Alemagna  e  in  Inghilterra,  ai 
paramenti  dei  palagi,  e  delle  chiese  nei  dì  pom- 
posi, e  a  vestire  le  persone  dei  gran  signori.  Ora 
snidatavi  quell'arte  dal  gran  saccheggio,  che  tolse 
alle  fabbriche  il  genere,  il  numerario  e  fino  gli 
arnesi, tutti  gli  artigiani  fatti  miseri  si  sparsero  per 
Firenze,  per  litalia  e  per  TEuropa.  ove  essendo 
ben  accolti  visi  stabilirono  molte  famiglie  di  fab- 
bricanti, e  l'arte  della  seta  vi  fu  piantata  e  fatta 
fiorire.  Da  primo  quegli  artigiani  in  Firenze  dice- 
vansi  la  compagnia  de'lucchesi,  che  poi  fu  chia- 
mata dei  tessitori.  Il  credilo  nazionale  doveva  il 
primo  esser  preso  di  mira  nel  genere  delle  mani- 
fatture,e  rutile  particolare  delle  fabbriche  doveva 
essere  l'oggetto  secondo;  per  questo  i  Setaioli  si 
dovevano  matricolare  assoggettandosi  poi  agli 
esploratori  (i3). 

g,i4«  ^è  ì  soli  fiorentini  si  mostravano  indu- 
striosi nelPesercizio  delle  manifatture,  e  nel  fab- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VU.        357 

bricarei  panni  per  il  gran  commercio  oltramonta- 
no e  ollramarino.  Siena  ancora  fabbricava  panni 
in  abbondanza:  eranvi  anche  le  fabbriche  di  Pra- 
to, Pistoia,  Volterra,  Colle,  del  Casentino  e  quella 
di  Pisa  stessa,che  ella  pure  impannava,  poiché  fab- 
bricava i  panni  che  dicevansi  pisaneschì.  Le  mani 
italiane  fabbricavano  i  vestiarii  a  tutta  V  Eu- 
ropa (i4). 

g.  i5.  Frattanto  i  pisani  circa  Panno  i373.sot- 
lo  il  pacifico  governo  di  Pietro  Gambacorti,  dila- 
tando viepiù  il  loro  commercio  su  tutta  la  costa 
affricana  dall'Egitto  a  Tanger,volgevano  a  manca 
di  là  dallo  stretto  e  visitavano  per  traffico  le  co- 
stiere occidentali  di  Feza  e  di  Marocco,  nel  qual 
ultimo  impero,  dopo  avere  stabiliti  dei  patti,  i  pi- 
sani potean  farvi  il  commercio  di  mare  e  di  ter- 
ra, e  di  quanto  v''iutroducevano  colle  loro  navi,  vi 
pagavano  il  dazio  del  io  per  loo.  Vi  eslraevano 
biade  e  cavalli,  stagno,  rame,  cera,  coiami,  lane, 
piume  di  struzzo,  denti  d'elefante,  e  vintroduoe- 
vano  armature,  verghe  di  ferro,  e  manifatture  ita- 
liane. I  Morì  per  farvi  il  loro  commercio  di  mare 
servivansi  per  lo  più  di  bastimenti  pisani  che  con- 
ducevano a  nolo.  I  pisani  vi  facevano  il  commer- 
cio di  terra  insieme  co'  Morì  pronn'scuati  colle 
loro  caravane  (i5).  Dagli  statuii  delle  gabelle  di 
Cortona  si  rileva,  che  trasportnvansi  lane  d"'Inghil- 
terra,  di  Borgogna  di  Verona,  e  se  ne  facevano 
panni  in  Cortona.  Si  commerciava  In  oggetti  di 
lusso,  come  perle,  pellìcce,  lavori  d'oro  ed^argen- 
to;  in  armi  trovandosi  fatta  menzione  dì  cimieri, 
corazze,  cervelliere,  balestro,  archi,  barbute,  col- 


358  COSTUMI 

telli,  spade,  pettorali,  falde  di  maglia,  lance,  e  in 
istrumenti  musicali,  come  le  trombe  e  gli  organi. 
Era  inclusive  pregialo  un  liquore  che  si  faceva  in 
Cortona  col  sugo  di  melagrane:  ma  oggetti  di 
molta  considerazione  in  commercio  erano  il  gua- 
do e  la  robbia  che  si  coltivavano  nel  territorio 
cortonese,  e  particolarmente  nel  Chiuso,  al  segno 
che  molti  cittadini  arricchirono  del  traffico  di  tali 
prodotti  (i6).  Volterra  onde  migliorar  l'arte  della 
tintorìa  dava  un  premio  di  lire  a5  annue  per  un 
biennio,  e  la  esenzione  da  tutte  le  imposizioni 
e  dagli  oneri  personali  a  chiunque  fosse  andato 
ad  esercitarvi  quest'arte.  Forse  per  Tuso  di  que- 
sta fu  grande  la  cultura  dello  zaffrano  in  quel- 
la città,  poiché  negli  statuti  si  legge  ch'era  proi- 
bito sotto  pena  di  soldi  i^o  il  vendersene  capi 
o  cipolle  fuori  del  territorio.  Non  era  poi  sfornita 
Volterra  di  artigiani  che  occupavansi  nelle  mani- 
fatture di  tutti  comodi  della  vita:  argentieri,  ce- 
raioli,  fabbricanti  dì  carta,  ed  altre  simili  arti  (17). 
g.  16.  Per  maggiormente  favorire  il  commer- 
cio, e  per  emulazione  di  quello  dei  loro  vicini,  i 
fiorentini ,  dopo  avere  sconfitto  i  senesi  a  3Ion- 
talcino,  intrapresero  nel  liiSa  a  battere  il  fiorino 
d*'oro.  che  fu  la  prima  moneta  di  questo  metal- 
lo (18)  che  si  vedesse  coniata  fra  noi  di  propria 
autorità  delcomuue, mentre  questo  privilegio  o 
costume  era  stato  fin^alloi-a  solo  dei  principi  so- 
vrani. Per  lo  innanzi  i  fiorentini  battevano  mo- 
neta d'argento,  come  varie  altre  città  toscane  , 
collo  stesso  nome  di  fiorino,  del  valore  di  denari 
dodici  r  una  (19).  Di  qual  soldo  fossero  questi 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.  359 

denari  e  dì  qual  lira  questo  soldo  non  lo  sappia- 
mo con  precisione,  se  pure  non  vuoisi  credere , 
che  fosser  soldi  di  quella  lira  di  piccioli  (ìorentini, 
dei  quali  fa  menzione  Ricordano  Malespini  (ao), 
ch'egli  dice  equivalere  al  fiorino  d'oro,  qual  lira 
era  in  uso  nel  1109.  Non  sappiamo  neppure  se 
ne  avessero  il  privilegio  (ai)^niaè  verisimile  che 
avendo  regnato  in  Toscana  la  casa  della  contessa 
Matilde  sino  al  principio  del  secolo  XII,ed  avendo 
fissala  la  sua  residenza  in  Lucca,  perlopiù  si  va- 
lessero i  fiorentini,  come  gli  altri  popoli  di  Tosca- 
na, della  moneta  di  quella  città,  e  di  ciò  dà  luogo 
a  crederlo  Tuso  frequente  che  ne  facevano!  fioren- 
tini nei  loro  contratti,  Taver  portato  T argento  a 
battersi  in  quella  zecca  (a-a),  e  il  non  trovarsi  , 
per  quanto  io  sappia,  moneta  alcuna  spettante  ad 
altre  città  di  Toscana,  se  non  a  Lucca  e  forse  an- 
che a  Pisa,  prima  che  si  reggessero  a  comune  , 
come  vedemmo  nelI*'epoca  antecedente,  quanl ini- 
que il  numismatico  Orsini  ci  dica  che  lino  dal 
1097  spendevasi  moneta  pisana  e  fiorentina  (a3). 
i  g.  ly.  Il  fiorino  fu  nome  comune  prima  fra 
le  monete  di  rame,  poi  d'  argento,  e  finalmente 
d''oro,  detto  così  dal  fiore  del  giglio  impresso  in 
esso,  ch''è  l'insegna  del  comune  di  Firenze,  e  dal 
detto  giglio  talora  colPaggiunta  fiorino  gigliato. 
La  bontà  del  metallo  prezioso  tutta  è  a  24  <^arati 
d'oro  fine,  de''quali  fiorini  8  pesavano  un'oncia,  e 
circa  alla  bontà  de*" fiorini  d'oro  non  è  slata  mai 
variata  ,  ma  soltanto  mutati  i  segni  o  armi  dei 
maestri  di  zecca:  nelle  monete  d'argento  questa 
bontà  fu  più  volle  cambiala  (a4).  Il  fiorino  d'  oro 


360  COSTUMI 

era  il  più  comune  col  quale  si  tenevano  le  ragìo- 
lii  dei  negozzi  e  botteghe  delle  arti  maggiori,  cioè 
lìorini,soldi  e  denari  d'oro  (a5).  Vedesi  pertanto 
l'antico  fiorino  d''oro  aver  l'impronta  di  s.  Giovanni 
Ballista  che  sia  in  piedi,  coperto  d'  una  pelliccia 
e  d'un  manto  in  alto  di  dare  la  benedizione  (a),  ed 
ha  in  mano  una  verga,  la  quale  termina  in  una  cro- 
ce con  lettere  attorno,  ma  non  sempre,SANCTUS 
JOINNES  BAPT.  Nel  rovescio  v'è  il  giglio,antìca 
impronta  della  città  di  Firenze  colla  iscrizione  at- 
torno FLORENTIA. 

g.  i8.  Per  abbreviare  la  moltiplicità  delle  mo- 
nete fiorentine  coniate  in  tempo  di  repubblica,oI- 
tre  al  fiorino  ne  mostreremo  otto  delle  più  sin- 
golari^ la  prima  delle  quali  è  quella  del  bargelli- 
no,  (b)  che  valeva  sei  denari,  battuta  in  Firenze 
nel  i3i6  da  Landò  da  Gubbio  bargello  della  re- 
pubblica fiorentina,  uomo  assai  ardito,  che  spin- 
se la  sua  sfacciataggine  e  tirannia  a  fer  batter  mo- 
neta. La  seconda,  (e)  o grosso  da  venti,fu  coniato 
in  Firenze  nel  i3i6  colfargento  delle  monete  di- 
sfatte del  bargellino,equivalentea  soldi  i  e  denari 
otto,  lo  che  sembra  corrispondere  alla  nostra  cra- 
zia.  La  terza  {d)è  il  guelfo  grosso  del  valore  di  soì- 
di 5  fatto  coniare  sotto  le  mura  di  Pisa  (a6).  La 
quarta  (e)  è  lo  scudo  d^oro  del  valore  di  sette  li- 
re, battuto  nel  i53o,  disfatto  poi  per  coniarne  le 

(a)  Ved.  tav.  LXIII,  N.   5,    5. 

(b)  Ved.  tav.   CXII,  N.  1. 

(e)  Ved.  tav.  LXXXVI,   N.  5. 

[d)  Ivi,  N.  4.  ^=' 

(e)  Ved.  tav.  LXXIV,  N.   4. 


DEI  TEMPÌ  REPUBB.  PARTE  VII.        36l 

nuove  monete  del  duca  Alessandro  e  Cosimo  I. 
La  quinta  (a)  è  il  mezzo  scudo  d''argento  del  va- 
lore di  lire  tre  e  soìdi  dieci  colle  stesse  impronte 
di  quello  d'oro  qui  sopra  nominalo,  eccettuali  i 
segui  del  maestro  di  zecca.  La  sesta  (b)  è  una 
moneta  della  grandezza  e  conio  simile  al  fiorino, 
ma  d'argento  dorato,  un  di  quei  popolini  del  va- 
lore di  due  soldi,  che  da  Decio  della  Ratta,  secon- 
do ne  scrive  il  Boccaccio,  furon  fatti  dorare,  non 
ostante  Tessere  state  poste  pene  gravissime  a  chi 
avesse  fatte  coniar  monete  (27).La  settima  ed  otta- 
va (e)  sono  due  piccole  monete,che  una  d'argen- 
to colla  testa  e  busto  di  s.  Gio.  Battista,  ed  il  gi- 
glio dall'allra  parte  senza  fiori  e  senza  lettere  at- 
torno, come  dalla  impressione  somigliante  a  quel- 
la dei  grossi,  ma  assai  più  antica.  L''altra  di  rame 
colla  lesta  di  s.  Gio.  Battista  e  lettere  attorno 
SAINCTUS  JOAiN^NES,  e  nel  rovescio  il  giglio 
senza  fiori,  e  attorno  DE  FLORE» TU. 

g.  19.  In  mezzo  alle  rivoluzioni  monetarie  di 
tutti  i  paesi  vicini,  e  mentre  la  malafede  dei  go- 
verni alterava  il  numerario  dall'una  alPalIra  estre- 
mità deir  Europa,  il  fiorino  o  zecchino  d'oro  di 
Firenze  fu  sempre  lo  stesso  e  in  peso  e  in  titolo, 
ed  anche  di  presente  porta  l'impronta  di  quello 
coniato  nel  laSa.  Yero  è  che  la  lira  di  conto,  la 
quale  altro  non  era  che  una  moneta  ideale,  non 
serbò  sempre  la  stessa  proporzione  col  fiorino  : 

(a)  Ved.   tav.  LXXIV,  N.   5.  "* 

(6)  Ved.   tav.  CXII,  N.  2. 

(e)  Ivi,  N.  3,  4.  .i    ••'.  e'*--'       '   i  «1*5»/  in) 

Si.   Tose.   Tom.  9.  S2 


36a  COSTUMI 

ebbe  in  orìgine  lo  stesso  valore,  ma  il  corso  del 
cambio  rh^ra  libero  e  variabile,  accrebbe  costan- 
leiiieute  il  prezzo  delia  moneta  d'oro  (28),  attesa 
Paiterazione  del  fino  argento  con  cui  si  battevano 
i  fiorini,  o  popolini, o  guelfi,  o  soldi  d'argento.  Se 
la  mestura  onde  componevansi  venti  di  questi,  in- 
vece di  contenere  770  grani  d*argento,  come  fa- 
ceva di  mestieri  per  equivalere  a  714  grani  d'oro, 
ne  conteneva  soli  700.  o  anche  meno,  ed  il  resto 
rame  o  altro  metallo,  Taccortezza  dei  banchieri  li 
riduceva  al  giusto  valore,  e  nel  cambio  voleva 
tanta  più  moneta  d'argento  quanta  supplisse  alla 
mancanza.  Da  questa  causa  nacquero  le  strane 
mutazioni  sofferte  dalla  lira  come  frazione  del  fio- 
rino d'oro.  Questa  lira  da  moneta  immaginaria 
passò  finalmente  ad  essere  reale  sotto  Cosimo  I, 
ed  è  divenuta  una  frazione  costante  del  fiorino 
d'oro  o  zecchino,composto  di  lire  tredici  e  un  ter- 
zo di  esse  (2.9).  Alla  fine  della  repubblica  fiorenti- 
na il  fiorino  valeva  lire  sette  fiorentine  (3o)^  e 
questa  fu  quella  famosa  moneta  che  corse  per 
lutto  il  mondo,  imitata  da  molti  pnncipi,  e  per 
solo  amor  proprio  dei  fiorentini,  creduta  la  prima 
moneta  d^oro  che  si  coniasse  in  Italia. 

g.  ao.  La  città  di  Pisa  continuò  a  battere  la 
sua  moneta  anche  nei  tempi  repubblicani,  men- 
tre io  mostro  due  monete  ad  essa  appartenenti^  la 
prima  delle  quali  ^a)  porta  da  una  parte  l'immagine 
della  SS.  Vergine  protettrice  di  quella  città  col- 
la iscrizione  PaOTEGE  VIRGO  PISAS,  e  dal- 

(a)  Ved.  lav.  XLII,  N.  4. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.  363 

Taltra  una  croce  colle  tocì  PISANI  COMMUNIS: 
la  seconda  (a)  ha  pur  da  una  parte  la  SS.  Immagine 
coiristessa  iscrizione,  e  dall'altra  si  vedono  nel- 
Tarea  le  lettere  li,  L,  cioè  Carlo  re  dei  Franchi, 
e  nel  lembo  ILA.ROLUS  REX  PISANORUM: 
LIB.  cioè  liberator.  Questi  è  Carlo  Vili  re  di 
Francia  che  nell'anno  1496  restituì  alla  libertà 
Pisa  oppressa  dalla  dominazione  de**  fiorentini (3 1). 
Lucca  pure  seguitò  a  batter  moneta,  mentre  in 
quella  ch^io  riporto  [b)  vi  si  vede  da  una  parte  il 
volto  santo  colla  iscrizione  S.  VULT.  DE  LUCA, 
e  dall  altra  vi  si  legge  CAROLUS  IMPERATOR, 
cioè  Carlo  IV  imperatore  che  nel  secolo  XIV  re- 
stituì la  libertà  alla  repubblica  lucchese  (Si),  per 
cui  si  vede  pure  nella  moneta  qui  riportala  un'^in- 
segna  colla  parola  LIBERTAS. 

g.  21.  L'anno  1 186  Arrigo  VI  concesse  a  Sie- 
na il  privilegio  di  batter  moneta  ,  ma  non  fu 
questa  che  una  conferma  di  un  dritto  che  già 
avevano  prima  (33).  Questa  città  che  da  vari  an- 
ni era  libera  cedette  a  Federigo  la  zecca,  ed  Ar- 
rigo glie  la  restituì.  Essa  pertanto  coniò  moneta 
in  grazia  della  propria  libertà  anche  prima  del  pri- 
vilegio di  Arrigo,  benché  il  facesse  per  abuso  o 
per  usurpo  che  dir  si  voglia.  La  più  antica  mone- 
ta ch'ella  abbia  (e)  a  noi  nota,  ha  nel  dritto  in 
campo  un  S,  e  intorno  SENA  VETVS,  e  nel  ro- 
Teselo  una  croce  e  air  intorno  ALF.A  ET  CIJ, 


(a)  Vcd.  lav.  XCVI,  N.  9. 
Ib)  Ivi,  N.  10. 
(e)  Ivi,  N.  12. 


364  COSTUMI 

cioè  omega  (34).  La  moneta  di  Chiusi  (a)  mostra 
nella  parte  antica  Timmagine  di  s.  Silvestro  S. 
SILVESTER  vescovo,  e  nella  parte  postica  una 
croce  col  nome  della  città  in  giro  DE  CLYSIO  : 
non  sappiamo  perchè  vi  manchi  s.  Secondiano, 
eh**  è  il  patrono  principale  della  città. 

g.  a  a.  La  zecca  d''àrezzo  èd^epoca  ipcerta^  si 
sa  però  dagli  antichi  diplomi  degrimperatori  che 
prima  del  11^6  godevano  i  vescovi  di  quella  città 
il  dritto  di  batter  moneta  (35).  Nel  laGo  vi  corre- 
va moneta  pisana^  ma  ciò  non  prova  che  in  quel 
tempo  A^rezzo  non  avesse  anco  la  propria.  Infatti 
nel  1 196  Federigo  II  concede  al  vescovo  il  privi- 
legio di  batter  moneta,  come  lo  avevano  i  di  lui 
antecessori.  La  moneta  d''argenlo  ch'io  presento  al 
lettore  {b\  ha  nella  parte  anteriore  ^immagine  di 
s.  Donato  vescovo  e  patrono  di  quella  città  colla 
iscrizione  S.  DONATVS,  e  nella  posteriore  v'  è 
la  croce  colla  voce  in  giro  DE  A.RITIO.  Per  la 
forma  del  carattere  ,  come  per  altri  indizi  mi- 
nori ,  questa  moneta  si  reputa  essere  stata  co- 
niatata  sotto  Guidone  Tarlati  di  Pietramala  che 
era  vescovo  d'^Arezzo.  II  geografo  Targioninelfar 
la  storia  della  terra  di  Casole  prossima  a  Vol- 
terra trova  descritte  in  un  codice  membranaceo 
del  secolo  XIlI  le  leghe  di  diverse  monete  ,  tra 
le  quali  nota  le  seguenti:,,  la  libbra  del  volterrano 
(  cioè  dei  grossi  volterrani  )  delle  stelle  tiene  on- 
ce dieci  e  due  terzi  d'arienlo  fine:  la  libbra  dei 

(a)  Ved.   tav.  LIV,  N.  4. 
{b)  Ved.  tav.  LXV,  N,  8, 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PASTE.  VII.  365 

piccioli  volterrani  casolesì  (  equivalenti  ad  un 
denaro)  tiene  once  una  e  un  terzo  d'ariento  fine: 
la  libbra  dei  cortonesi  (  piccioli  )  delle  lunette 
tiene  once  una  e  mezzo  d'arienlo  fine  „.  Questa 
notizia  mette  in  sicuro  la  lega  finora  ignota  delle 
monete  volterrane  e  cortonesi  ,  e  fa  sospettare 
che  in  Casole  fosse  già  una  zecca,  cred'io  de' ve- 
scovi di  Volterra,  dove  si  battesse  la  moneta  ne- 
ra de'piccioli  volterrani,  che  per  ciò  si  chiamas- 
sero cajo/ei'/,  come  a  Berignone  ed  a  Monlieri 
erano  altre  zecche  spettanti  a  Volterra,  dove  si 
bettevano  grossi  ed  altri  piccioli  volterrani  (36). 
g.  a3.  Che  in  Cortona  vi  fosse  la  zecca  lo  pro- 
vano le  due  monete  da  me  riportate,  ove  da  una 
parte  (a)  v''è  s.  Vincenzo  vescovo  patrono  della 
città,  colla  iscrizione  in  giro  S.VIiNCElVTIVS,  e 
dall'altra  una  croce,  ove  si  legge  DE  CORTONA: 
ma  non  sempre  vi  è  rappresentata  Timmigine  di 
s.  Vincenzo  (b).  Questa  città  prima  che  compa- 
risse airimpero  e  libertà  la  nobile  famiglia  Ca- 
sali non  godeva  essa  sola  il  privilegio  di  batter 
moneta,  ma  anche  molte  altre  d''Etruria.  I  vesco- 
vi di  Volterra  appena  cominciarono  ad  esercitare 
la  suprema  giurisdizione  come  giudici  degP  im- 
peratori ,  coniarono  moneta  di  rame  e  argento 
scavato  nel  territorio  di  quella  città,  ed  in  specie 
dalla  miniera  di  Monlieri.  Questo  privilegio  fu 
loro  confermalo  dalP  imperatore  Arrigo  VI  nel 
1189,  colTobbligo  di  pagargli  un  tributo  di  sei 


(a)  Ved.   lav.  LIV,  N.  5. 
(6)  Ved.   lav.  XCVI,  N.    U. 

3a- 


366  COSTUMI 

marche  d'argento  di  Colonia,  cioè  288  lire  fioren- 
tine, e  questo  dritto.fu  esercitalo  dai  vescovi  fino 
all'anno  i355(37).La  moneta  di  Volterra  avea  da 
una  parte  il  ritratto  del  vescovo  Ranuccio  con 
pianeta  (a) ,  mitrato,  tenente  il  baculo  nella  sini- 
stra,e  la  dritta  in  atto  dì  benedire,  ed  all'intorno 
EP.  RA.NVCCI5  dalPaltra  parte  vedesi  una  croce 
e  la  leggenda  D.  VVLTERR4.  Io  ne  riporto  una 
altra  (b)^  ove  in  vece  del  vescovo  Ranuccio  v**  è 
il  vescovo  san  Giusto.  Il  comune  di  Firenze  però 
nel  1296  avendo  coniato  un  nuovo  fiorino  d"'ar- 
gento  della  valuta  di  due  soldi  fiorini  piccioli  con 
iega  di  1 1  once  e  denari  14  di  buono  argento,  eoa 
Timpronta  solita  di  s.  Giovanni  Battista  da  una 
banda,  e  il  giglio  dalTalira,  proibì  la  moneta  d'ar- 
gento di  Volterra,  e  quella  di  Cortona  per  accre- 
scere maggiormente  il  corso  alla  sua  (38).  Per 
ritener  poi  la  moneta  d'uovo  nel  dominio  fiorenti- 
no, la  quale  per  esser  buona  era  per  ordinario 
trasportata  per  il  guadagno,  furon  poste  pene  e 
condannagioni  nel  ij^S  a  chi  ne  portasse  ,  o 
mandasse  fuori  più  di  5o  fiorini  d'oro  per  volta, 
ed  accresciuta  la  valuta  del  fiorino  nuovo  più  di 
quello  del  suggello  vecchio  il  cinque  per  cento. 
Né  furono  stimati  di  minor  danno  pubblico  quelli 
che  ne  ammassavano  e  tenevan  sepolta  una  quan- 
tità senza  profitto  neanche  proprio,  per  cui  folle- 
rò che  ne  potessero  esser  condannati  (39). 

g.  24  'Circa  al  1270  essendo  slata  ritrovata  una 


(a)  Ved.  lav.  XCVI,  N.   t3. 

(b)  Ved.  tuv.  LXV,  N.  "J. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.       SGj 

cava  d'^  oro  e  d''argento  nel  comune  di  Ponsano, 
luogo  lontano  quasi  un  miglio  da  Pistoia,  i  pistoie- 
si s'invogliarono  ancor  essi  di  far  coniare  monete 
a  loro  piacimento,  ed  usurpatasi  alPuso  di  quei 
tempi  la  permissione,  si  fecer  lecito  d'improntare 
nelle  monete  medesime  la  parola  LIBERTAS 
da  una  parte,  e  Teffigie  dis.  Iacopo  apostolo  loro 
protettore  daifaltra,  in  mezzo  a  scacchi  bianchi  e 
rossi,  come  si  vede  nella  moneta  da  me  riporta- 
ta (a).  Questa  usurpazione  non  fu  del  tutto  ar- 
bitraria, mentre  anche  per  V  avanti  avevano  la 
permissione,  come  ci  assicura  una  carta  del  io48 
ripoitala  dal  Fioravanti  {^o).  ove  son  nominali 
due  soldi  di  moneta  pistoiese.  Furon  battute  in 
Pistoia  della  monete  col  ritratto  del  capitano  Ca- 
slruccio  Castracani  (b\  nel  tempo  io  cui  esso  ne 
fu  possessore  (40'  Iacopo  IV  d**  appiano  ebbe 
in  feudo  Piombino  dall'imperatore  Massimiliano 
1,  con  facoltà  di  battere  moneta  d'oro  e  d''argen- 
to Tanno  1609,  ^"^'  privilegio  nel  i634fu  tolto 
agli  Appiani,  e  concesso  a  Niccolò  Lodovisi  {^1), 
Queste  sono  le  monete  che  vigevano  in  Toscana 
ai  tempi  repubblicani:  ci  duole  però  di  non  po- 
ter dare  il  valore  tlelle  mt'desinie.  come  abbiamo 
fatto  di  quelle  di  Firenze,  ma  forse  la  valuta  del- 
le monete  delle  altre  città  toscane  sarà  stata  e(|ui- 
valente  a  quella  della  repubblica  fiorentina,  men- 
tre, se  non  era  tale,  sarebbe  nata  una  gran  con- 
fusione in  commercio. 


(a)  Ved.  tav.   XXIT,  N.  r,,  6. 
(6)  Ved.  tav.  CXII,  N.   5. 


368  COSTUMI 


NOTE 

(1)  iTignotli,  Storia  della  Toscana  sino  al  principa- 
to, voi.  VII,  Saggio  terzo  ,  Del  commercio  dei  toscani. 

(2)  Ivi.  (3)  Ivi.  (4)  Ivi.  (5)  Villani  ,  Storia  fioi'enti- 
na,  lib.  XII,  cap,  54,  56.  (6)  Ved.  Storia  epoca  v,  voi. 
VII,  Avvenimenti  storici,  cap.  xxii,  §.  1.  (7)  Pignot- 
ticit.  (8)  Ivi.  (9)  Balducci,  ap.  Piguotli  cit.  (10)  Pec- 
chio,  Storia  dell'economìa  pubblica  in  Italia,  introdu- 
zione, p.  13.  (11)  Pignoni  cit.  (12)  Fanucci  ,  Storia 
dei  tre  celebri  popoli  marittimi  delTItalia,  venezia- 
ni, genovesi  e  pisani,  lib.  ih,  cap.  ii.  (13)  Ivi,  cap. 
IX.  (14)  Ivi,  cap.  X.  (15)  Ivi,  lib.  iv,  cap.  in.  (16)  Sto- 
ria di  Cortona  d'Anonimo,  cap.  iii,  p.  54.  (17)  Gia- 
chi, Saggio  di  ricerche  sullo  stato  antico  e  moderno 
di  Volterra,  voi.  il,  art.  in,  stato  economico.  (18)  Ma- 
Jespini  ,  Storia  fior.  cap.  152  .  Villani  ,  Storia  fior. 
Jib.  VI,  cap.  54.  (19)  Malespini,  Villani  e  Borghini, 
ap.  Carli,  Delle  monete  e  della  istituzione  delle  zec- 
che d'  Italia,  voi.  i,  pag.  313.  (20)  Malespini  cit. 
cap.  48.  (21)  Borghini  cit.  Discorsi  ,  part.  fi,  pag. 
135.  (22)  Carli  cit.  ap.  Zannetti,  Nuova  raccolta  del- 
le monete  e  zecche  d'  Italia  ,  voi.  i  ,  cap.  ii  ,  dellii 
moneta  dei  fiorentini.  (23)  Lami  e  Borghini^  ap.  Or- 
sini, Storia  delle  monete  della  repubblica  fiorentina, 
p.  xxxiv.  {2i)  Borghini  ^  Discorsi  cit.  part.  ii,  pag. 
185,  196,  215.  (25)  Orsini  cit.  pag.  xxvni  .  (26)  A- 
retino  ,  Storia  fior.  lib.  vni  .  (27)  Borghini  cit.  ap. 
Orsini  cit.  pag.  xxxiii  .  (28)  Sismondi  ,  Storia  delle 
repubbliche  italiane  f  voi.  ni  ,  cap.  >,xvni  .  (29)  Pi- 
gnotti  citato^  voi.  in  ,  libro  iii  ,  cap.  iv  .  (30)  Si- 
smondi  cit.  (31)  Argelati  ,  De  monelis  It^iliae  vario- 
rum  illustr.  virornm  dissert.  voi.  i,  tab.  Lxni,  num. 
VII,  vili  et  sua  explicat.  (32)  Ivi,  tab.  xxi^  num.  xix. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VII.        3^9 

(33)  Carli  cit.  voi.  i,  pag.  199  .  (34)  Ivi.  (35)  Zan- 
netti  cit.  voi.  ii,  pag.  70.  (36)  Targioni  ,  Relazioni 
di  alcuni  viaggi  fatti  in  diverse  parti  della  Toscana, 
voi.  VII,  pag.  399.  (37)  Biisching,  L'Italia  greografico- 
storico-politica,  voi.  v,  part.  i  ,  pag.  54  .  (38)  Am- 
mirato, Stor.  fìor.  voi.  il,  part.  i,  lib.  iv,  pag.  38. 
(39)  Ivi,  voi.  VI,  part.  i,  lib.  xvi,  pag.  22.  (40)  Sto- 
ria di  Pistoia,  cap.  xv.  (41)  Viani,  Della  zecca  e  del- 
le monete  di  Pistoia,  pag.  9.  (42)  Zannetti  cit.  voi. 
Il,  pag.  137^  not.  (1). 


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PARTE  OTTA.VA 

ARTI 


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iracolose  furono  le  opere  intraprese  e 
terminate  dalle  città  dTtalia  dall'anno  900  al  laoo. 
Cominciarono  da  prima  ad  intorniarsi  di  grosse 
mura,  scavando  fossati,  alzando  torri,  e  ponendo 
contro  guardie  alle  porte^  lavoro  immenso,  cui  so- 
lo un  patriottismo  disposto  ad  ogni  sacrifizio  potea 
bastare.  Le  città  marittime  edificarono  parimente 
ì  loro  porti,  i  rialti,  le  dighe,  e  le  dogane  destinale 
a  ricettare  ogni  sorta  di  mercanzie.  Appresso  mu- 
rarono pubblici  palagi  per  la  signoria,  o  magistra- 
tura municipale,  e  prigioni:  fabbricarono  altresì 
contemporaneamente  que'terapli,  la  di  cui  magni- 
ficenza e  le  colossali  proporzioni  riempiono  ancora 
di  meraviglia.  Questi  tre  secoli  di  vita  promosse- 
ro r  architettura  e  resuscitarono  tutte  le  buone 
arti(i).  Le  leggi  suntuarie  emanale  in  Toscana 
contro  il  lusso  eccessivo  degli  abbigliamenti  delle 
vestile  d'altri  oggetti  di  pompa,  dettero  ancor''esse 
un  impulso  non  piccolo  al  progresso  delle  arti,  e 
la  scuola  d'  architettura  di  Firenze  si  lasciò  ben 
presto  dietro  tutte  le  sue  rivali;  e  siccome  non 
era  vietato  ai  cittadini  di  ornare  i  loro  palazzi  di 
sculture  e  di  quadi'i,  e  di  raccogliervi  preziose  bi- 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  Vili.  87  I 

bliolecbe,  cosi  non  andò  guari  che  ingegnosissimi 
artefici,  i  quali  forse  non  saranno  mai  superali, 
rinnovarono  la  gloria  dei  pittori  e  degli  scultori  di 
Atene,  e  che  i  dotti  recarono  a  Firenze  preziosi 
manoscritti  da  ogni  parte  (a). 

§.  2.  La  florida  situazione  in  cui  si  trovava  la 
repubblica  pisana  nel  cominciare  del  secolo  duo- 
decimo, continuamente  eccitavala  ad  intraprese 
grandiose,  dimodoché  dopo  compito  il  mirabile  e- 
difizio  della  basilica  ,  non  stettero  i  pisani  ino- 
perosi, e  nell'agosto  del  Il 53  posero  mano  alla 
insigne  fabbrica  di  s.  Giovanni,  eretta  per  eser- 
citarvi i  riti  batttjsimali  col  disegno  delParchitetto 
Diotisalvi.  L^anno  in  cui  fondarono  i  pisani  que- 
sto tempio,  porta  con  se  medesimo  una  maggio- 
re celebrità  ancora,  perchè  fu  quello  in  cui  co- 
minciarono ad  inalzare  le  mura  della  r.iità,  secon- 
do i  disegni  e  la  direzione  di  Bonanno,  altro  ce- 
lebre loro  architetto  (3).  L**  esteriore  di  questo 
tem[)io  (a)  tutto  di  marmo  ^  piantalo  sopra  un 
imbasamento  di  tre  scalini  della  stessa  pietra  con 
si  bene  inlesa  elevazione,  ornato  di  due  ordini 
dì  colonne,  sormontate  da  archi  semicircolari^ da 
frontoni  e  da  statuine  termina  T  ordine  con  una 
corona  di  capricciosi  ornamenti  triangolari,  cia- 
scuno de^  quali  comprende  due  sottoposte  arca- 
te, ed  ha  una  stalu-j  sul  vertice,  ed  una  mezza  fi- 
gura nel  mezzo  del  vuoto.  Fra  un  triangolo  e  l'al- 
tro sorgono  altrettanti  tabernacoli  o  campani- 
letti,  adorni  tutti  di  fiori,  di  rabeschi  e  d'altri  si- 

(u)  Vcd.  lav.  C,  IN.  1. 


5-^2  COSTUMI 

niili  lavori  (4).  La  disposizione  delPinterno  più 
conforme  alle  regole  ed  acconcia  alPuso  religioso 
a  cui  quesf  edifizio  è  destinato  ,  non  è  priva 
di  certa  tal  qual  magnificenza  (5).  Non  dobbia- 
mo defraudare  il  dovuto  elogio  ai  pisani  per  la 
prodigiosa  celeritàdella  costruaione  di  quest'edifi- 
zio,  mentre  si  narra  essere  state  inalzate  le  co- 
lonne ed  i  pilastri,  e  sovrappostivi  gli  archi  nello 
spazio  dì  quindici  giorni,  cioè  dal  primo  ottobre 
II 56  al  i5  dello  stesso  mese.  Ella  è  questa  cosa 
veramente  maravigliosa  ,  ed  atta  a  confermare 
quanto  sia  efficace  la  volontà  degli  uomini  quan- 
do è  spinta  dalfamore  della  gloria.  Vedesi  questa 
chiesa  decorata  di  due  ordini  di  architettura,  ed 
il  primo  sodo  è  scompartito  da  dodici  grandi  ar- 
cate a  pieno  centro,  sostenute  da  ottogrossissime 
colonne  corintie  isolate.  I  capitelli  sono  in  parte 
gli  avanzi  di  antichi  edifizi,  ma  pure  alcuni  ese- 
guiti nel  tempo  della  fabbrica,  ed  imitati  per  altro 
da  ruderi  antichi,  quali  son  per  esempio  quei  che 
stanno  lateralmente  alla  porta  principale  d'ingres- 
so. Le  dimensioni  delia  fabbrica  sotìo  le  seguenti: 
il  diametro  braccia  settantasei,  la  circonferenza 
braccia  194  e  sei  settimi,  l'altezza  senza  la  statua 
braccia  94  (6). 

g.  3.  Tra  l'infinito  numero  di  torri  erette  nel 
XII  secolo,  specialmente  per  servizio  delle  cam- 
pane,- è  di  tutte  la  più  celebre  quella  di  Pisa,  a 
motivo  della  slraordinaria  inclinazione  che  la  di- 
stingue .  Yarie  sono  le  cause  alle  quali  se  ne 
attribuisce  la  mirabile  pendenza,  e  benché  tut- 
t'^ora  se  ne  disputa,  pure  non  si  apiaga  la  curiosità 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  Zy% 

degli  osservatori ,  di  sapere  se  quella  sua  posizione 
sia  per  caso  o  per  arte»  Vero  è  che  si  possono  ad- 
durre altri  esempi  di  torri  inclinale  al  pari  di 
questa,  come  ce  ne  porge  un  esempio  la  torre  di 
san  Niccola  nella  stessa  Pisa  e  quella  celebre  di 
Bologna  eretta  presso  a  poco  nelPepoca  stessa, 
oltre  quelle  dìColoniain  Germania)  di  Caerphely 
Bridg-north,  e  del  castello  di  Corse  in  Inghilterra 
ed  altrove  in  Persia;  tantoché  non  sarebbe  fuori 
di  proposilo  che  rarchitetto  avesse  voluto  avver- 
titamente dare  una  singoiar  prova  del  suo  sapere 
nell'arte  di  fabbricare.  Le  cronache  pisane  ci  di- 
cono che  due  furono  gli  architetti,  Bonanno  pi- 
sano, e  Guglielmo  d''Inspruck  .  La  tradizione  at- 
tribuisce alParchitetto  Tommaso  pisanodiscepolo 
d''A.ndrea  V  ultimo  ordine  dove  son  collocate  le 
campane,  aggiunto  circa  alla  metà  del  secolo  XIV. 
La  forma  della  torre  è  cilindrica,  ed  otto  logge 
arcuate  una  sopra  l'altra  le  girano  intorno,  so- 
stenute da  2,07  colonne  coi  loro  capitelli  ,  che 
sono  in  parte  di  antica  e  variata  scultura.  Le  i5  co- 
lonne del  prim'ordinealte  i3  braccia  e  mezzo  ap- 
poggiano al  muro,  e  le  trenta  di  ciascuno  de''suoi 
ordini  superiori  sono,  isolate  e  si  manifestano 
per  la  maggior  parte  avanzi  di  antiche  fabbriche 
illustri.  Tutta  Taltezza  dal  suolo  ond'esso  distac- 
casi fino  alla  sommità  delTultimo  piano  ,  presa 
dalla  parte  più  alta,  è  di  braccia  93  e  un  quinto. 
La  larghezza  della  muraglia  nella  sua  base  sopra 
terra  è  di  braccia  sette.  A.1  second*'ordine  braccia 
({uattro  e  un  quarto,  e  Testerna  sua  inclinazione 
di  braccia  y  e  due  terzi  (7). 

St,  Tose,  Tom.  9.  99 


374  COSTUMI 

g.  4.  L'onore  civile  e  religioso  verso  i  citladi- 
iiì  defunti,  fu  la  virtù  caratteristica  degli  antichi 
pisani.  Essi  nei  giorni  della  loro  grandezza  poli- 
tica, invece  d'inalzare  archi  e  trofei,  impiegarono 
I  conquistati  tesori  eie  proprie  loro  nazionali  ric- 
chezze neirerigere  un  magnifico  ciniitero  (a)  per 
onorare  i  loro  defunti  cittadini  :  cimitero  dive- 
nuto giustamente  una  delle  maraviglie  tra  i  monu- 
menti d'arte  e  di  religione  in  Europa  (8).  Vogliono 
i  cronisti  che  un  sì  magnanimo  concepimento  si 
risvegliasse  neiranimo  dei  pisani  sul  cadere  del 
secolo  duodecimo,  allorché  l'arcivescovo  Ubaldo 
de'^Lanfranchi  ritornando  da  una  spedizione  fatta 
dalla  repubblica  in  Sorìa,  recò  seco  entro  le  navi 
una  considerevole  quantità  di  terra  estratta  dal 
Monte  Calvario,  e  la  collocò  in  quello  spazio  di 
suolo,  dove  molti  anni  appresso  si  eresse  la  fab- 
brica del  Camposanto  ,  di  cui  attualmente  im- 
prendiamo a  ragionare.  Questo  ebbe  il  suo  prin- 
cipio nel  1278  ,  essendo  arcivescovo  Federigo 
"Visconti,  col  disegno  e  direzione  dell'insigne  scul- 
tore ed  architetto  Giovanni  pisano,  e  soli  cinque 
anni  occorsero  per  Tesecuzione  di  sì  grandioso 
lavoro;  ma  Tornamento  di  alcune  arcate,  restato 
imperfetto  a  tempo  della  fabbrica,  fu  eseguito 
nel  1464.  Nulla  può  immaginarsi  di  più  austero 
e  più  semplice  della  sua  architettura,  disse  uà 
erudito  nel  descrivere  quest'  edifizio  (9) .  La  sua 
pianta  è  di  figura  rettangolare,  ed  eccone  le  sue 
dimensioni  ;  lunghezza  totale    braccia  5-22^  lar- 

(«)  Ved.  tav.  C,  N.  1. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  5^5 

ghezza  765aUezza  ^4X3  sua  facciata  meridionale  è 
scompartita  in  44  pilastri  ad  ugual  distanza  fra 
loro,  sopra  de*  quali  voltano  43  arcate  semicirco- 
lari, e  sopra  ciascun  punto  di  riunione  degli  archi 
è  collocata  una  testa  di  {variala  figura,  il  tetto  è 
ricoperto  di  piombo. 

g.  5.  Per  due  porte  si  apre  l'ingresso  airedifi- 
zìo.  La  principale  è  ornata  al  disopra  di  un  taber- 
nacolo di  marmo  sul  far  gotico  moderno  conte- 
nente sei  statue,  fra  le  quali  la  Madonna  col  Bam- 
bino, e  lo  stesso  architetto  Giovanni  che  la  scolpì 
con  altre  figure  ,  amò  di  quivi  ritrarsi  davanti 
alla  medesima.  Non  v'è  alcuno  che  all'enlrare  in 
questo  sacro  recinto  non  sia  compreso  da  vene- 
razione e  diletto,  poiché  Tattenzione  è  rapila  da 
tante  bellezze,  resultanti  da  quelPampio  loggiato, 
dagli  ornali  dei  fineslroni  sostenuti  da  variate  e 
delicate  colonne,  dalle  memorie  d'^arte  quivi  rac- 
colte, e  dalle  pitture  singolari  che  ne  decorano  le 
pareli  (a).  La  forma  delPedifizio  è  internamente 
un  paralellogrammo,  e  racchiude  nel  mezzo  un'a- 
rea di  terra  destinala  un  tempo  a  cimitero  comu- 
ne. Quest'area  ha  ini  orno  quattro  corridori,  che 
prendono  luce  da  sessanladue  finestroni  sormon- 
tati da  archi,  26  per  ogni  lato  maggiore  e  sei  o 
cinque  per  ogni  lato  minore,  i  quali  archi  voltano 
su  capitelli  intagliati  di  66  gran  pilastri  congiunti 
di  solido  imbasamento,  e  su  ciascuno  dei  capitel- 
li, dove  gli  altri  s'incontrano,  è  situata  una  testa, 
ma  sempre  variala.  Sopra  Tindicato  irabasamento 

(a)  Ved.  tav.  CXIII,  N.  1. 


3j6  COSTUMI 

appariscono  pilastrini  intermedii  ai  pilastri  maggio- 
ri e  sottili  colonne,  sosfenenli  altri  più  piccoli  ar- 
chi  a  sesto  acuto  conforme  allo  stile  di  quelPetà. 
La  materia  è  tutta  di  marmo  bianco  con  fasce  ce- 
rulee^ di  marmo  è  altresì  il  pavimento  dei  corri- 
dori ove  sono  più  di  600  sepolture  appartenenti 
a  private  famiglie  e  corporazioni  pisane  che  ne 
cessarono  Tuso  da  oltre  mezzo  secolo,  conceden- 
dosi ora  soltanto  per  eccezione  e  riguardo  agli  uo- 
nrn'ni  distinti  per  qualche  titolo  di  merito  emi- 
nente (io). 

g»  6.  Rispetto  agli  accessori!  ornamenti  del- 
Farchilettura  degli  accennati  edifìzi  di  Pisa  può 
dirsijche  abbiano  dove  più  dove  meno  i  difetti  ilei 
loro  secolo.Yi  si  vede  una  confusa  moltitudine  dì 
ornati  a  bassorilievo,  di  piccole  e  grandi  statue, 
d''innumerabi?i  colonne,  ma  di  colore,  di  forma, 
e  di  modulo  diverse,  con  capitelli  dissimili,  alcu- 
ni de'^quali  del  migliore  stile  greco,  altri  compo- 
sti di  fogliame,  di  umane  leste  e  di  simbolici  ani- 
mali. Se  peraltro  i  pisani  pagarono  un  tributo  al 
cattivo  gusto  del  tempo  loro  nella  scelta  ed  ese- 
cuzione degli  ornamenti,  convien  riflettere  dal- 
l'^altra  parte  onde  far  loro  giustizia,  che  non  adot- 
tarono intieramente  il  genere  d"'arcliitettura  detto 
gotico,  che  regnò  in  tulto  il  mondo  nei  secoli  di 
cui  si  tratta,  e  quasi  fino  al  secolo  XV.  La  città 
di  Pisa,  ed  alcune  altre  dei  vicini  paesi  ch'ebbero 
il  buon  senso  d'imitarla,  si  preservarono  da  que- 
sta viziosa  maniera^  e  conservarono,  qual  sacro 
deposito,  gli  avanzi  del  buono  stile.  Ecco  ciò  che 
devesi  osservare  attentamente  per  formarsi  una 


DEI  TEMPI  REPUEB.  PARTE.  Vili.  3^7 

giusta  idea  del  movimento  che  sembra  apparec- 
chiato a  ricondurre  la  buona  architettura  dopo  la 
costruzione  degli  edifizi  di  Pisa,  onde  fissare  Te- 
poca  di  questa  felice  disposizione  degli  ingegni, 
e  conoscerne  esaltamenle  gli  efFetti.  Ma  troppo 
ancora  mancava  al  rinnuova mento  deirarchilet- 
tura  sparso  per  tutta  Tltalia  (ii). 

g.  7.  Prima  di  maggiormente  inoltrarci  in  que- 
st'esame deirarchitetlura  costumata  in  ten>pi  di- 
versi nella  Toscana^  diremo,  che  dal  seno  della 
ignoranza  e  della  cattiva  mescolanza  di  forme  e 
d'ornamenti  dVgni  maniera,  nacque  alPultimo  un 
nuovo  straordinario  modo  di  fabbricare.  Ormai 
stanchi  i  toscani  architetti  di  rimanere  nelh  o- 
scurità  in  cui  li  scorgemmo  avvolti,  avidamente 
abbracciarono,  in  ciò  che  riguarda  la  parte  prin- 
cipale di  questi  edifizijUna  invenzione  che  affasci- 
nò la  loro  immaginazione,  o  che  da  principio  pia- 
cevolmente sorprese  per  la  novità.  Lo  stabilimen- 
to di  questo  nuovo  genere  d''archìtettura,  in  unV- 
poca  nella  quale  i  veri  principii  erano  affatto 
dimenticali,  impedi  ohe  per  lo  spazio  di  quattro 
secoli  fosseio  richiamali  in  vigore.ll  di  lei  nome, 
sebben  improprio,  è  architettura  gotica,  come  se 
ai  goti  che  occuparono  Pltalii  nel  quinto  secolo 
attribuir  si  dovesse  il  compimento  del  gusto.  Il 
decadimento  delParchitellura  coincidendo  collo 
stabilimento  dei  goti  in  Italia,  fece  si,  cl»e  il 
metodo  di  fabbricare  d\illora  contrario  atle  r»*go- 
le  avesse  nome  di  gusto  gotico  (la^.  Quando 
poi  fu  considerata  nelPullimo  suo  periodo,  arric- 
chita fino  alla  profusione  di  ornai»enti  d^ui»  gc- 

33-» 


3^8  COSTUMI 

nere  leggero,  nuovo  e  slra  odi  nari  o,  le  fu  dato  il 
nome  di  architettura  araba  o  moresca  (a),  E 
poiché  le  forme  acute  di  cui  si  vaie  negli  archi, 
nelle  volte  e  nelle  coperture  degli  editìzi,  sono 
più  acconce  alle  contrade  settentrionali,  si  chia- 
mò dal  Vasari  e  da  altri  architettura  tedesca.  Or 
questa  incertezza  di  nomi  ci  costringe  a  chiamar- 
la^ come  da  lutti  si  fece,  architettura  gotica. 

g.  8.  L'arco  acuto  o  di  sesto  acuto  la  distingue 
principalmente  da  ogni  altro  genere  d'architettu- 
ra, ma  non  sempre.  Nel  suo  allontanamento  piut- 
tosto apparente  che  reale  dalle  regolari  propor- 
zioni si  formò  una  regola  della  varietà,  e  questo 
principio  fu  T  origine  dì  una  infinita  quantità  dì 
forme  e  di  avvicinamenti  che  riguardò  quali  bel- 
lezze. Non  saprebbesi  poi  negare  che  non  offra, 
comunque  difettosa  esser  possa,  la  molliplicìlà 
delle  minute  parti,  certe  bellezze  ne'suoi  effetti, 
ed  in  ciò  che  propriamente  risguarda  l'arte  del 
fabbricare,  non  che  aver  nulla  perduto  della  soh'- 
^ìtk  propria  dell'antica  architettuia  Tha  piuttosto 
accreseiut al  L'arco  di  sesto  acuto  ebbe  principio 
io  Italia  sicuramente  nel  nono,  decimo  e  dodice- 
simo secolo,  ma  probabilmente  anche  nel  secolo 
settimo  e  nell'  ottavo^  vale  a  dire  nei  tempi  in 
eiii  ogni  principio  di  beirarchitetlura  era  affatto 
dimenticato.  La  durata  della  fabbrica  degli  edifizi 
spesso  terminala  in  un  tempo  assai  lontano  da 
«ludlo  dei  primi  lavori,  ed  altre  simili  circostan- 
ae,  moltiplicarono  le  occasioni  di  associare  l'arco 

(fl)  Ved.  tav.  CXin,  N.   2. 


DEI  TEMPI  RÉPUBB.  PARTE  vili.  879 

acuto  colPaltro  a  mezzo  circolo,  la  qual  miscela 
ebbe  luogo  specialmente  nelle  due  epoche  estre- 
me, cioè  nella  introduzione  e  nella  cessazione 
dell'arco  acuto  (i3). 

g.  9.  Rispetto  ai  privali  edifizi,  alle  case  d'abi- 
tazione ed  ai  loro  restauri,  sembra  r.he  l'arco  di 
sesto  acuto  sia  visi  introdotto  nel  dodicesimo  se- 
colo. La  cattedrale  d'Arezzo  ci  conserva  un  bel- 
l'esempio circa  la  miscela  deirarco  acuto  colPar- 
co  a  tutto  sesto.  È  questa  una  cattedrale  delle 
più  antiche  di  Toscana  dopo  quella  di  Pisa  dei 
tempi  di  cui  parliamo.  Il  gran  voltoue  che  ne  co- 
pre la  navata  di  mezzo,  è  retto  sugli  archi  acuti 
che  si  ripetono  ad  cgni  pilastro  delle  due  pareti 
di  mezzo,  e  frattanto  tra  un  pilastro  e  l'altro  so- 
no archi  di  tutto  sesto,  e  neppur  le  finestre  se- 
guono il  gusto  gotico  o  longobardico  (a).  Dicesi 
che  non  prima  del  1218  si  pensò  alPeditìcazione 
della  cattedrale  d''A rezzo,  e  che  ne  fece  il  dise- 
gno (jueiriacopo  tedesco  per  sincope  nominato 
Lapo  (i^)-)  ^^^  "^  ({ue\  tempo  sì  occupò  nelle  ce- 
lebrì  fabbriche  d''Assisi.  Incominciata  la  fabbrica 
rimase  presto  interrotta  per  le  disgraziate  circo- 
stanze de'tempi,  finché  fu  incaricalo  di  terminarla 
Wargheritone  aretino,  che  nel  127$,  dopo  lunga 
emigrazione,  s'era  già  restituito  in  patria.  Fu  poi 
nuovamente  in'errolln  per  le  guerre  che  insorse- 
ro, né  il  buon  IVIargh  eri  Ione  potette  condiu  In  ni 
suo  termine.  Vero  è  però  che  quantunque  non  sia 
noto  il  nome  delPartetìce  che  le  delle  il  suo  compi- 

(a)  Ved.  lav.  CXIV,  N.   1.  i>:*  ' 


B80  COSTUMI 

mento,  pur  Io  ebbe  a  tempo  del  vescovo  Gugliel- 
mi no  degli  libertini,  e  senza  che  mai  dai  posteri 
architetti  ne  restasse  il  bel  disegno  di  maestro  La- 
po nella  più  piccola  parte  alterato. Questo  tempio 
s'^inalza  all'esterno  sopra  una  gradinata  di  traver- 
tino, che  tramezzala  da  un  ampio  ripiano,  e  ter- 
minata da  un  secondo  ancor  più  vasto, Io  contorna 
a  ponente  e  mezzodi.  Dalle  3  porte  situale  nella 
faccia  principale  che  ne  fanno  l'ingresso  si  gode  il 
colpo  d'occhio  di  questa  bella  mole,  che  mediante 
la  sua  considerabile  altezza  di  47  brancia;  colla 
larghezza  di  38  e  colla  lunghezza  di  circa  iia  si 
presenta  d'una  vastità  imponente.  Essa  è  formala 
dalTambulatorio  di  mezzo,  e  da  a  portici,  ossia  da 
tre  navate.  Cinque  sono  i  grandi  arconi  dei  por- 
tici corrispondenti  all'ambulatorio,  sostenuti  da 
pilastri  angolari  costruiti  a  diverse  faccette  e  por- 
zioni di  otto  colonne,  come  in  fascio,  che  tutte 
insieme  e  senza  rastremazione  vanno  formando 
dei  sostegni  alquanto  snelli  e  leggeri  conforme  il 
gusto  di  quel  tempo.  Su  i  capitelli  de'pilastri  vol- 
tano immediatamente  i  grandi  archi  semiciicolari, 
e  i  costoloni  che  intersecano  a  croce  le  volte  dei 
portici,  mentre  porzione  dei  ridetti  pilastri  corri- 
spondenti nel  grande  ambulatorio  trapassano  e 
vanno  maestosamente  a  sostenere  gli  archi  a  sesto 
acuto  della  volta  che  copre  Tambulatorio  mede- 
simo, la  cui  semplicità  e  grandiosità  di  stile  de- 
sia una  ben  grata  sensazione  in  chi  Tammira.  Isel- 
la testa  di  esso  ambulatorio  si  vede  una  spa- 
ziosa tribuna,  ed  i  portici  son  terminati  da  due 
cappe'le  (i5). 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  ZBl 

g.  IO.  Sappiamo  con  qualche  certezza  che  nel 
jT^ola  cattedrale  di  Siena  (a)  era  già  edifinata,ed 
esistono  in  oltre  delle  memorie  che  nel  1229,  e 
nel  ia36  sì  pagarono  delle  somme  agli  operai  che 
vi  lavoravano,  e  pe*'marmi  che  vi  s*"  impiegarono; 
dalle  quali  memorie  ben  si  rileva  che  nel  1245  si 
fabbricava  forse  per  accrescere  queir edifizio  o 
per  ornarlo  di  marmi  e  sculture,  e  nel  i25o  si 
inalzarono  le  pareti  più  elevate  della  fabbrica. 
Due  architetti  avevano  Topera  del  duomo,  l'uno 
Pietro  Buonamico  addimandato,  l'altro  maestro 
Arnolfino;  ed  insieme  con  loro  molti  altri  capi- 
maestri  architetti  ingegneri,finodal  1259  e  1260, 
posero  in  volta  la  chiesa,  e  frattanto  dieci  scul- 
tori a  proprie  spese  manteneva  il  comune  per 
servizio  delPopera  del  duomo.  In  quel  medesimo 
tempo  fu  fatto  il  coro  e  la  facciata  di  quella  cat^ 
tedrale  sopra  s.  Giovanni  con  alcune  altre  volte. 
Ogni  esterna  parte  di  questa  basilica  è  incrostata 
di  marmi  bianchi  e  neri,  e  questi  son  tolti  dalle 
vicine  cave;  e  dal  Gigli  si  riferisce  un  tale  abbel- 
limento all'anno  1260  in  circa.  Il  vescovo  Rinal- 
do >Ialavolli  nel  1284  pose  la  prima  pietra  alh 
facciata  di  quella  cattedrale  riguardante  lo  speda- 
le, piantala  come  il  restante  delTedifizio  sopra 
un  imbasnraento  marmoreo,  al  quale  si  ascen- 
de per  vari  scalini:  sono  negli  angoli  d*esso  ba- 
samento due  colonne  di  granito  orientale.  Questa 
facciala  fu  disegnala  pochi  anni  avanti  dal  cele- 
bre Niccolò  pisano  o  da  Pisa,  figlio  di  Pietro  no- 

ia)  Yed.  lav.  CXIV,  N.  2. 


382  COSTUMI 

taro  senese.  Lo  stile  è  d'un  bel  gotico  di  fino  la- 
voro di  vario-colorati  marmi,  con  molte  colonne, 
piraraidette,  statue,  busti  e  bassirilievi,  con  altri 
gentili  ornamenti  (i6).  Si  dice  per  tanto  che  sem- 
brando ai  governanti  soverchiamente  angusto 
questo  tempio  per  la  popolazione  urbana,  che  nel 
i3a6  giungeva  a  a5ia7  famiglie,  coraggiosamente 
pensarono  d''ingrandirlo.  Nel  i333  fu  finita  d'or- 
nar con  marmi  la  facciata,  e  nel  i35o  Duccio  co- 
minciò a  fare  il  pavimento.  Nel  i339  lavoravasi 
con  calore  alla  gran  mole,  ma  la  carestìa  del  i34o 
ed  altre  pubbliche  calamità,  che  ridussero  la  re- 
pubblica airestrema  deficenza,  e  la  mancanza  di 
popolazione  dopo  il  contagio  del  i348,  resero  im- 
possibile il  proseguimento  di  questa  grandiosa 
aggiunta,per  lochenon  si  vedono  che  le  elevazio- 
ni gigantesche,  ed  una  parte  anche  coperta  e  de- 
stinata ad  uso  di  magazzini.  La  lunghezza  attuale 
deiredifizio,  secondo  le  misure  del  Gigli,  è  dìBoo 
piedi:  dimenzione  non  tanto  imponente  quanto  la 
preziosa  sua  costruzione  (17).  Non  dee  passarsi 
sotto  silanzio  un  altro  notabile  lavoro  eseguito  in 
Firenze  da  Niccolò  Pisano,  la  chiesa  cioè  di  San- 
ta Trinità,  che  pel  suo  gusto  sì  semplice  e  puro, 
destituto  d"'incoerenli  ornamenti  la  fa  bella  di  un 
pregio  tale,  che  Michelangiolo  chiamavala  sua  da^ 
ina  favorita^  né  polea  mai  stancarsi  di  ammirar- 
la. Essa  ha  subite  alquante  moderne  variazioni, 
per  cui  senza  un  qualche  studio  non  possiamo 
formare  un  concetto  del  suo  primitivo  stato:  si 
l'avvisa  peraltro  in  essa  il  carattere  di  naturalezza 
dei  primi  passi  d'un'arte  che  non  dalla  imitazione 


DEI  TEMPI  REPIJBB.  PARTE  vfll.  38$ 

di  altre  opere,  ma  dalla  sua  propria  natura  ha 
vita  (i  8). 

|.  II.  La  cattedrale"  di  Prato  non  grande  ma 
bella  fu  condotta  a  tre  navate  sul  gotico  disegno 
di  Giovanni  pisano:  il  pergamo  sull'angolo  della 
facciata  è  di  mano  di  Donatello,  come  pure  quel- 
la porzione  di  capitello  in  bronzo  avanzato  alle 
rapine  degli  spagnuoli  nel  sacco  del  1 5 1  a  (  1 9).  Do- 
po che  Grosseto  fu  soggetta  al  dominio  di  Siena, 
potette  pacificamente  continuare  la  fabbrica  della 
grandiosa  di  lei  cattedrale,  alla  quale  impresa  fa 
dato  incomiuciamenlo  fino  dal  principio  del  seco- 
lo XIII,  come  apparisce  da  un  testamento  del 
iao8  del  conte  Ildebrandino.  Dalle  iscrizioni  su- 
perstiti alla  facciata  esterna  di  quel  duomo  rile- 
vasi,che  Parchitettura  della  stessa  facciata  fu  opera 
tlel  capomaestro  Sozo  Rustichini  di  Siena,  inco- 
minciata nel  1293, mentre  la  parte  interna  incro- 
stata essa  pure  di  marmi  sino  alla  metà,  sebbene 
ora  barbaramente  ricoperta  d'intonaco,  indica  in 
altra  lapida  ivi  murata  Tanno  1295  (ao).  La  fac- 
ciata esterna  di  questa  cattedrale  mostrasi  di  ar- 
chitettura mista  di  stile  gotico  e  romano,  come  lo 
mostra  il  disegno  che  da  me  qui  si  espone  [a). 
Della  cattedrale  di  Massa-marittima  abbiamo  no- 
tizie eh*  ella  fosse  riedificata  dalla  comunità  del 
luogo  dopo  il  1^.23,  come  lo  dà  a  conoscere  an- 
che lo  stile  architettonico.  Altre  memorie  ci  dicon 
di  più  cheTaltuale  duomo  fosse  rimasto  compito 
al  principio  del  secolo  successivo,  e  lo  mostrala 

(a)   Ved.    tav.  CXV,  N.  1. 


584  COSTUMI 

deliberazione  presa  dal  magistrato  civico  di  Massa 
nel  i3i6,  allorché  ordinava  alfoperaìo  della  cat- 
tedrale di  far  continuare  a  dipingere  le  pareti  di 
quella  chiesa.  Essa  è  tutta  costruita  di  travertino 
squadrato,  circondata  intorno  da  mezze  colonne, 
KelPinterno  è  divisa  in  tre  navate,  con  archi  di 
tutto  sesto,  sorretti  da  colonne  di  pietra  (ai).  Una 
delle  più  anlich(<  cattedrali  degne  di  ricordanza 
fabbricate  in  Toscana  dopo  il  looo  è  la  chiesa  di 
s,  Martino  in  Lucca.  Questo  gran  tempio  sebbe- 
ne avesse  il  suo  principio  neir  epoca  antece- 
dente, cioè  neir  anno  1060,  è  stato  nondimeno 
in  diversi  tempi  dell'epoca  di  cui  ora  si  ragio- 
na accresciuto  ed  abbellito,  per  cui  merita  a- 
ver  qui  luogo.  La  sua  facciala  esteriore  (a),  che 
è  a  tre  piani  con  altrettanti  ordini  di  colon- 
nette su  cui  girano  gli  archi,  delle  quali  quel- 
le al  secondo  piano  vanno  degradando  verso  i 
lati,  fu  fatta  nel  iao4  dallo  scultore  Guidetto, 
sente  di  un  gotico  ornato,  ed  é  tuttora  mancante 
del  frontone.  Gli  ornamenti  dell'atrio  sono  del 
1233^  finalmente  nel  i3o8  questa  chiesa  fu  in- 
grandita in  cima  di  altre  14  braccia  (aa). 

g.  la.  Scorso  in  rivista  il  principio  ch'ebbero 
le  più  vetuste  cattedrali  della  Toscana  nelPepoca 
di  cui  si  tratta,non  discenderemo  altrimenti  all'e- 
same delle  moltissime  chiese  che  in  quel  tempo  da 
noi  trascorso  furono  edificate,  ma  soltanto  note- 
remo ciò  che  dopo  la  loro  fondazione  in  alcune  di 
esse  vi  fu  aggiunto.Prima  di  ciò  credo  bene  di  rao- 

(a)  Ved.  tav.  LXXIX,  N.    3. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PAUTE  Vili.  385 

strare  un  esempio  deirarchitettiira  del  gusto  goti- 
co moresco  raro  in  questo  paese,ed  è  il  tempietto 
pisano  di  s.  Maria  della  Spina  (a):  havvi  peraltro 
differenza  d''età  nella  sua   costruzione.  Il  primo 
oratorio  fu  condotto  intorno  al  ia3o, poscia  dopo 
il  i3oo  si  ordinò  dal  senato  pisano  d'accrescerlo:, 
è  ignoto  peraltro  il  nome  si  del  primo  che  del  se- 
condo architetto  che  v**  ebbe  mano.  La  bella  ar- 
chitettura di  cui  va  ornato,tanto  amata  e  studiata 
ai  di  nostri,  sapeva  si  male  alla  generazione  dei 
tempi  scorsi ,  perduta  dietro   allo  stile  romano 
moderno  infettato  dal  borrominesco,  che  v^ebbe 
allora  chi  propose  di  atterrar  quel  tempio  per  far 
più  vago  il  lung-Arno  pisano.  È  questo  pìccol 
tempio  leggero  e  capace  di  sorprendere  ed  anche 
dilettare  nel  suo  genere:  guglie, balaustrate.^  cam- 
paniletti ,  tabernacoli,   corniciami ,  modanature 
sottilmente  intagliate,  rosoni,  foglie,  e  gran  pro- 
fusione di  piccole  statue  ed  altri  lavori  il  tutto 
di  tino  e  levigato  marmo,  compongono  l'esteriore 
di  questo  editizio.  Vi  lavorarono  Niccola  e  Gio- 
vanni pisani,  ma  non  da  pertulto;  cosi  varie  ope- 
re di  scultura  condotte  da  Nino  pisano  poco  dopo 
la  metà  del  secolo   XIV   ne  ornano  pure  T  in- 
terno (a3). 

g.  i3.  Ora  torniamo  a  ragionare  di  quanto  fu  ag- 
giuDtoin  quest*'epoca  alle  cattedrali  poco  sopra  de- 
scritte, e  rammenteremo  che  solamente  sul  cadere 
del  secolo  XII,  e  forse  ancora  più  tardi,  il  tambu- 
ro della  cupola  del  duomo  di  Pisa  fu  avviluppalo 

(a)  Ved.   tav.  CXIII,   N.    2.    ...  ,     ■ 

SU  Tose.    Tom.  9.  34 


r,86  Hi  COSTUMI 

da  quelle  coloiinelte  ed  ornati  che  vi  si  vedono 
tult'ora:  colpa  del  cattivo  gusto  ohe  in  que'tenipi 
con  tanto  sfoggio  ed  impegno  si  diffuse  in  Ita- 
lia (2.4).  Nel  1298  fu  aggiunta  ali*  imbasamento 
di  tutto  il  tempio  una  scalinata  alta  dal  suolo 
per  cinque  scalini^  larga  più  di  otto  braccia  la- 
teralmente e  più  di  quattordici  dinanzi  non  tan- 
to alla  facciata  occidentale,come  anche  d'intorno 
al  semicerchio  della  tribuna  maggiore  ad  Orien- 
te (25).  Le  pareli  che  lateralmente  chiudono  il 
tempio  sono  scompartite  da  dodici  altari ,  cor- 
rispondenti ad  ogni  terzo  intercolunnio*  tutti  di 
bel  marmo  lunense,  disegnati,  per  quanto  dicesì, 
dal  rinomatissimo  Buonarroti,  ed  in  bella  guisa 
scolpiti  dallo  Stagi  di  Pietrasanla^  ma  Topera  più 
pregevole  dello  Stagi  è  Saltare  di  s.  Biagio. 

g.  i4-  Correndo  Tanno  1296  nella  città  di  Fi- 
renze,ed  essendo  in'assai  tranquillo  stato.s''accor- 
darono  i  di  lei  cittadini  (a6)  di  rinnovare  la  chie- 
sa maggiore  della  città, perch'era  di  molto  goffa  e 
piccola  forma  respettivamente  alla  popolazione 
del  paese^  talché  ordinarono  ad  Arnolfo  di  Cambio 
da  Colle,  il  più  eccellente  professore  arcliitettc 
dei  suoi  tempi,  di  accrescerla  ed  ornarla  tutta  di 
marmi  coii  ligure  ed  altri  ricchi  ornamenti  (27). 
Emanò  pertanto  dal  governo  della  repubblica  il 
seguente  decreto;  ^  Si  ordina  ad  Arnolfo  cajfo 
maestro  del  nostro  comune  che  faccia  un  mo- 
dello o  disegno  della  rinnovazione  della  chiesa  di 
s>  Reparata  con  quella  più  alta  e  suntuosa  magni- 
ficenza che  inventare  non  si  possa  né  maggiore 
né  più  bella  dalTindustria  e  potere  degli  uomini, 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  SSj 

essendo  che  dappiù  savi  di  questa  città  è  stato  detto 
e  consigliato  in  pubblica  e  privata  adunanza  non 
doversi  intraprendere  le  cose  del  comune,  se  il 
concetto  non  è  di  farle  corrispondenti  ad  un 
cuore  che  vien  fatto  grandissimo  ,  perchè  com- 
posto deir  animo  di  più  cittadini  uniti  insieme 
in  un  sol  volere  (28)  „.  Ma  ebbe  A.rnolfo  Tinca- 
rico  di  erigere  questa  fabbrica  quando  era  già 
vecchio  ed  occupato  nella  costruzione  del  palaz- 
zo della  signorìa  ,  del  terzo  recinto  delle  mura 
urbane ,  della  esterna  incrostatura  di  marmi  al 
tempio  dis.  Giovanni,  dell'edifizio  grandioso  della 
chiesa  di  s.  Croce,  e  di  quante  altre  fabbriche  lo 
iplendore  dei  privati  gli  aveva  addossate  .  Egli 
aveva  vedute  le  ricche  e  belle  fabbriche  del  duo- 
mo, del  camposanto  e  del  battistero  di  Pisa,  e  si 
trovò  nella  necessità  di  superarle  in  magnificenza 
a  tenore  degli  ordini  ricevuti  dalla  sua  repubbli- 
ca. Difatli  le  elevazioni  delle  parti  laterali  ed  este- 
riori del  tempio  ci  presentano  anche  attuaimenfe 
un"*  opera  ricchissima  e  grandiosa  per  Tornato  dei 
marmi  di  diversi  colori,edi  un  disegno  veramen- 
te particolare  rispetto  al  tempo  nel  quale  fu  ese-. 
guilo  (a):  lavoro  da  paragonarsi  al  gusto  di  quei 
tedeschi,  che  dagli  antichi  italiani  eran  chiamali 
maestri  di  tarsia  ,  essendo  difatti  un  lavoro  di 
questo  genere,  il  quale,  per  quanto  dicesi,  fu  in- 
trodotto da  alcuni  alemanni  nei  secoli  decorsi  , 
come  riferisce  anche  il  Vasari  (29).  L'arco  acuto 
si  vede  impiegato  nell'interno  del  tempio  in  una 

ifiìinojuii  li 
(a)  Ved.   tav.  C,  N.  2. -jcnoJ  r'»up  it 


388  COSTUMI 

grandissima  proporzione  in  tutte  le  parti  tanto 

inferiori  che  superiori  (3o). 

§.i5.  La  fabbrica  si  può  esaminare  in  tre  parti 
divisa,  o  siano  tre  navate:  quella  di  mezzo  larga 
a8  braccia,  e  le  altre  due  laterali  braccia  i3,  non 
compresi  i  pilastri  intermedi],  i  quali  son  grossi 
braccia  4  e  mezzo^  quindi  tutta  la  larghezza  inte- 
riore resulta  di  braccia  67  e  due  soldi.  Dalla  fac- 
ciata alFultima  cappella  vi  corrono  260  braccia  e 
1 8  soldi,  compresa  la  grossezza  delle  mura  son 
braccia  160,  ed  il  totale  spazio  occupato  dal  tem- 
pio ammonta  a  braccia  quadre  aaiiS  in  circa; 
la  sua  altezza  dal  pavimento  fino  a  tutta  la  croce, 
è  di  braccia  195.  Tre  tribune  compagne,  ciascu- 
na delle  quali  contiene  cinque  cappelle,  formano 
la  superior  parte  della  croce,  pensiero  nobilissi- 
mo particolare  per  quei  tempi,  nei  quali  i  monu- 
menti deir  antichità  non  erano  più  osservati  . 
Sette  porte  ammettono  neir  interno  di  questa 
fabbrica ,  tre  nella  fronte  principale  ,  e  due  per 
ciascuno  dei  lati.  L**  assai  lungo  periodo  di  160 
anni  impiegati  nella  fabbrica  di  santa  Reparata 
dette  luogo  alla  mutazione  di  parecchi  architetti, 
chiamati  dalla  repubblica  per  succedere  a  quelli 
che  di  mano  a  mano  perivano. 

g.  16.  Ma  prima  di  dar  termine  alla  storia  del- 
la edificazione  del  duomo,  vogliamo  ragionare  su 
quelParchitettura  civile  ,  il  cui  genere  di  fabbri- 
che si  chiamerebbe  con  la  conveniente  proprietà 
V  architettura  domestica  ,  nel  qual  genere  certa- 
mente fu  dai  fiorentini  impiegato  il  sommo  degli 
architetti  di  quei  tempi,  Arnolfo  dì  Cambio;  giac- 


DEI  TEMPI  REPCBB.  PARTE  Vili.  389 

cbè  le  produzioni  di  questa  parte  dell*  arte  soiio 
senza  contradizione  le  più  numerose  in  tutti  i 
tempi  ^  mentre  son  esse  che  formano  essenzial- 
mente le  nostre  città,  ma  nello  stesso  tempo  le 
men  solide,  per  cui  cedono  più  facilmente  a  tutte 
le  cause  di  distruzione  che  il  corso  degli  anni  e 
le  vicende  degli  avvenimenti  di  continuo  condu- 
cono seco  loro^  e  certamente  oggidì  una  casa  che 
datasse  dal  secolo  IX  sarebbe  un  fenomeno  assai 
straordinario.  Non  ostante  io  ne  riporto  un  esem- 
pio nel  disegno  del  palazzo  ed  adiacente  torre  (a) 
della  famiglia  Tosinghi,  ch''era  situato  in  merca- 
to vecchio  di  Firenze  da  quella  parte  che  in  oggi 
guarda  la  loggia  del  pesce.  Sappiamo  storicamen- 
te che  questo  palazzo  fu  distrutto  nel  1248,  epo- 
ca di  quella  tanto  lacrimevole  devastazione  se- 
guita in  Firenze  di  molte  fabbriche  per  inaudito 
maltalento  e  sevizie  dei  ghibellini.  Il  disegno  da 
me  qui  esposto  fu  fatto  a  penna  e  comunicato 
dal  cav.  Antonio  Roberti  degli  Ubaldini  al  Sol- 
dini scrittore  delle  eccellenze  e  grandezze  della 
nazione  fiorentina,  dalla  quaropera  io  l'ho  tratto. 
L'altezza  di  questo  palazzo  s'ergeva  fino  a  braccia 
90,  e  quella  della  torre  a  braccia  i3o  .  Non  così 
potremo  dire  dell'  altro  genere  dei  civili  edifizi, 
voglio  dire  delle  antiche  torri  che  nel  medio  evo 
formavano  gran  parte  delle  fabbriche  di  città  ^ 
giacche  in  quei  tempi,  stante  lo  spirito  di  fazione 
e  le  intestine  guerre,  erano  talmente  esse  torri 
moltiplicale,che  nella  sola  Pisa  conta vansene,  per 

.   .1   .V\  :   V*v 

(a)  Ved.   lav.  CXV,  N.  2.       .•     ..  -     n^v   i^': 

34* 


390  COSTUMI 

quanto  si  narra,  più  di  io,ooo  (3i).  Ma  la  reci- 
proca loro  somiglianza  non  permette  di  ravvi- 
sarvi l'architetto  costruttore. 

g.  17.  Erano  esse  torri  per  ordinario  aderenti  alle 
case  di  abitazione  dei  magnati,  dei  polenti  e  dei 
facoltosi,  ove  ritiravansi  in  caso  d'essere  assaliti 
dai  loro  nemici',  e  che  Toggetto  primitivo  della 
edificazione  di  queste  torri  fosse  la  difesa  delle 
porte  delle  città  o  castelli  ben  si  rileva  dai  bassi- 
rilievi  etruschi  delle  urne  sepolcrali  di  Volter- 
ra (a),  dove  per  ordinario  sulle  porte  delle  mura 
militari  si  vede  un  recinto  di  muro  sporgente  in 
fuori  sopra  una  pianta  quadrata,  coronata  di  mer- 
li, dove  gli  assediati  a  difesa  della  porta  ch'è  in 
basso,  gettano  dardi  e  pietre  a  chi  vi  si  accosta. 
Si  vede  pertanto  che  Paso  di  queste  torri  fu  a  po- 
co a  poco  introdotto  nelPinterno  dei  paesi  abitati 
a  difesa  ed  asilo  dei  cittadini,  quando  incomin- 
ciarono le  discordie  civili,  e  ciò  pare  avvenuto 
circa  ai  tempi  posteriori  alla  editicazione  della 
villa  di  Plinio  il  giovane,  giacché  nella  minuta 
descrizione  che  altrove  ne  ho  data  in  quest'ope- 
la,  non  v'è  cenno  alcuno  di  torri,  e  frattanto  nei 
tempi  bassi  vediamo  per  lo  più  munite  di  torri  le 
case  di  qualche  considerazione,  o  i  castelli  mede- 
simi esserne  un  aggregato  di  torri  cinte  da  mu- 
ri(^).  Il  basamento  e  Talzato  per  varie  braccia  dello 
esterno  di  queste  torri  suol  esser  di  rozzo  bugna- 
to, poiché  questa  maniera  di  eseguire  le  muraglie 

(a)  Ved.  tav.  LXXX,  N.  1. 

(h)  Ved.  tav.  CXVI,  N.  2.  ^...    y^:.     o-. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  89  I 

di  fortificazioni  ha  deiraustero  e  deiriniponente. 
Come  poi  si  armassero  di  legnami  le  torri  valen- 
dosi delle  buche  e  delle  mensole  che  vi  si  vedono, 
e  come  si  adattassero  alla  muraglia  sportici  di 
legno  e  di  pietra  ad  oggetto  di  formarvi  dei  ter- 
razzi o  ballatoi ,  da'*  quali  combattere  dall'alto  di 
esse  torri  al  basso  della  strada,  non  si  può  che 
desumere  da  non  ben  concepite  narrazioni,  o  me- 
no difficilmente  dalla  forma  di  quelle  buche  e  di 
quelle  mensole  che  tuttora  nelle  antiche  torri  si 
vedono,  lo  riporto  qui  un  disegno  della  torre  dei 
signori  Girolami  Bartolommei  di  mercato  nuovo 
in  Firenze(a),e  quivi  dalPingegnosissimo  non  men 
che  intendente  sig.  A^lessandro  Romani  di  Scan- 
sano, è  stato  aggiunto  in  disegno  quel  terrazzo 
che  dicesi  esser  stato  eretto  dai  potenti  cittadini 
nelle  lor  torri  ogni  volta  che  muovevano  ocra  lo- 
ro mossa  guerra  da  qualche  loro  avversario  (3a). 
Il  più  antico  edifizio  d'architettura  domestica  di 
quest'epoca,  ch''io  conosca  in  Toscana,  è  quello 
della  celebre  fontana  senese  detta  fonte  Branda, 
costruita  nel  1193  secondo  Piscrizione  che  vi  si 
legge^  ed  eccone  la  pianta  e  V  alzato  geometri- 
co (b)  .  [n  tempo  della  repubblica  molti  edilìzi 
erano  costruiti  su  questo  gusto,  come  per  via  di 
esempio  il  palazzo  della  signoria  di  Firenze  (e)  , 
attualmente  chiamato  Palazzo  Vecchio,che  dicem- 
mo architettato  da  Arnolfo  ,  ma  presentemente 


(a)  Ved.   tav.  CXVI,  N.   1. 
(6)  Ivi,    N.  3,  4. 
(e)  ivi,  N.  5. 


Sga  COSTUMI 

neir  interno  tutto  variato  da  quel  che  fu  da  lui 

costruito. 

g.  1 8.  Mancato  di  vita  Arnolfo  prima  d*  aver 
finita  la  fabbrica  del  duomo  di  Firenze,  sembra  che 
fra  la  di  lui  morte  e  relezione  del  successore  alla 
ispezione  di  quella  fabbrica  vi  passassero  alquanti 
anni  di  riposo^ma  finalmente  fu  nominato  a  tale 
incarico  nel  i33a  Giotto  da  Yespignano,  morto 
il  quale  fu  surrogato  Taddeo  Gaddi,  ed  al  Gaddi 
Andra  Orgagna,ed  airOrgagna  Filippo  di  Lorenzo, 
l'ultimo  di  cui  si  trovi  ricordanza  fino  al  Brunel- 
leschi.  Tutti  questi  valent^uomini,  i  migliori  di 
quel  tempo,  seguitarono  senza  alterazione  il  mo- 
dello di  Arnolfo  nel  proseguimento  della  catte- 
drale (33).  Tre  facciate  ella  ebbe,  la  prima  dise- 
gnata ed  incominciata  da  Arnolfo;  la  seconda 
surrogata  con  altro  disegno  da  Giotto  nel  i334 
ma  non  compita  ,  la  terza  con  diverso  disegno 
sotto  Francesco  I  de' Medici  nel  i588,  ma  non 
piacque  e  fu  demolita.  Soltanto  nell'occasione  di 
nozze  della  principessa  Violante  di  Baviera  col 
granduca  Ferdinando  fu  provvisoriamente  dipin- 
ta, ed  è  quella  che  si  vede  tutt'ora,  quantunque 
illanguidita  nei  suoi  colori  per  modo  che  appena 
se  ne  distingue  il  disegno.  Mirabile  è  la  torre  per 
le  campane  che  sorge  isolata  accanto  alla  metro- 
politana (a)  eseguita  col  disegno  di  Giotto .  Fu 
essa  incominciata  nel  i334,  ed  elevata  con  som- 
mo e  diligente  artifizio  fino  alTaltezza  di  braccia 
144^  ricchissima  di  bei  marmi  e  di  fini  ed  eleganti 

(a)  Ved.  tav.   C,  IN.  2.  ^     ,rn  i,y 


DEI  TEMPI  HEPUBB.  PARTE  Vili.  393 

ornamenti ,  specialmente  in  genere  di  statue  e 
bassirilievì  (34). 

g.  19.  Fino  dalPanno  1417  era  elevata  la  cJiie- 
S3  e  coperta,  ricca  nelP  esterno  di  bellissimi  e 
pregevoli  marmi,  onde  contendeva  in  maestà  coi 
più  grandiosi  e  ricchi  edilìzi  del  mondo,  quando 
Filippo  di  ser  Brunellesco  Lapi,  un  di  quei  ge- 
ni privilegiati  dalla  natura  di  sublime  gusto  ed 
ingegno,  tornato  da  Roma  ricevette  Tincarico  di 
volgere  la  cupola  della  nostra  cattedrale.  Questa 
è  la  prima  cupola  doppia  che  sia  stata  elevata. 
Essa  eccede  di  alquanto  nelle  dimensioni  la  cu- 
pola di  s.  Pietro.  IVIaravigliosa  è  la  sua  sveltezza, 
non  ingombra  esteriormente  da  rinfianchi  né  da 
gradinale  come  il  Panteon  di  Roma,  né  sorretta 
da  sproni  che  in  numero  di  sedici  rinfiancano  il 
tamburo  della  cupola  vaticana,  e  si  ottenne  qui 
tutta  la  solidità  col  solo  mezzo  di  otto  costoloni 
che  la  ritengono^  accompagnandola  tino  alla  lanter- 
na: e  successi  cosi  felici  neir  arte  debbonsi  alla 
profondità  delPingegno  nel  legame  di  tutte  le  parti 
deir  insigne  suo  architetto  (35),  A  rendere  poi 
sempre  più  svelta  e  maestosa  quella  gran  mole,fu 
il  primo  de'suoi  pensieri  quello  d"*  ergerla  sopra 
d''un  tamburo  alto  venti  braccia,  ove  si  vedono 
aperte  delle  finestre  circolari  per  ogni  lato,  affin- 
chè la  fabbrica  riuscisse  più  luminosa.  A.  questa 
impresa  dettesi  mano  T  anno  142.1 ,  e  da  notizie 
autentiche  ricavasi,  che  la  cupola  ebbe  termine 
nel  gennaio  del  i434;  e  nel  i435  fu  consacrata 
la  chiesa  da  papa  Eugenio  IV.  Restava  da  farsi  la 
lanterna  per  compimento  di  una  mole  così  por- 


394  COSTUMI 

tentosa ,  alla  quale  impresa  furonvi  pure  degli 
artefici  animosi,  e  persino  una  donna  di  casa 
Gaddi,  cui  non  mancò  il  coraggio  di  prodursi  a 
concorrenza  col  celebre  Brunellesco^  al  quale  per 
altro  nel  i436  fu  dagli  operai  del  duomo  delibe- 
rato darsi  V  incarico  di  eseguire  la  lanterna  per 
compimento  di  una  mole  così  portentosa.  In  con- 
seguenza di  che  correndo  Tanno  14^7  fu  dato 
principio  a  quella  elegante  lanterna,  e  condotta 
al  suo  termine  Tanno  i456  (56).  f 

g.  ao.  Fu  negli  ultimi  anni  della  sua  vita  che 
il  Brunelleschi  fece  trasportare  e  lavorare  i  mar- 
mi della  lanterna,  ma  non  potette  vederne  ulti- 
mato il  lavoro  che  accadde  nelT  anno  1444?  ^^^ 
in  cui  la  morte  lo  tolse  dal  mondo,  dopo  aver  su- 
perati nelTirapresa  più  ardua,  può  quasi  dirsi,  gli 
uomini  di  tutte  Tetà.  Era  del  Brunelleschi  anche  il 
modello  del  coro  che  fu  provvisoriamente  eseguito 
in  legno,e  vi  stette  finché  Cosimo  de'Medici  ordinò 
che  fosse  ridotto  a  più  ricca  forma jcommettendo- 
ne  l'esecuzione  a  Baccio  d'Agnolo  che  Io  cominciò 
nel  i547  (S^).  Dobbiamo  pertanto  al  genio  incom- 
parabile del  Brunelleschi  la  cognizione  pratica 
degli  ordini  di  architettura .  Egli  fu  che  seppe 
conoscere  praticamente  la  differenza  trai  suddet- 
ti ordini,  ne  vide  le  più  costanti  e  motivale  ap- 
plicazioni, e  ricomparso  alla  luce,  e  moltiplica- 
tosi in  seguito  colT  invenzione  della  stampa  il 
libro  di  Vitruvio,  e  rese  celebri  le  profonde  dot- 
trine di  Leon  Battista  Alberti,  genio  insigne  della 
età  sua,  fu  operata  quella  prodigiosa  rivoluzione 
nelle  arti  che  le  fece  progredire  con  istantanea 


DÈI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  Vili.  SgS 

rapidità.  Fu  con  questi  sussidii  teorici,  ed  in  seno 
delle  romane  antichità  che  il  Brunelleschi  conside- 
rale le  volte  e  le  arcate,  esaminalo  il  taglio  e  la 
connessione  delle  pietre,  la  forma  e  la  disposione 
dei  mattoni,  la  parsimonia  e  la  qualità  dei  ce- 
menti si  formò  una  teorìa  profonda  e  ben  calco- 
lata, colla  quale  potette  affidarsi  al  più  difficile 
cimento  di  slanciare  la  sua  cupola  ,  di  cui  la 
stessa  antichità  non  poteva  offrirgli  un  model- 
lo (38). 

g.  ai.  Leon  Battista  A.lberli  contribuì  ancor  es- 
so moltissimo  alPavanzamento  dell'arie  architet- 
tonica, e  fu  quegli  che  mediante  una  maggiore  as- 
siduità e  buon  successo  consacrossi  alla  lettura 
ed  alla  spiegazione  delle  opere  di  Vitruvio,  il  solo 
tra  gli  antichi  architettile  di  cui  opere  siansi  con- 
servate. Sentì  allora  l'Alberti  che  il  suo  commeur 
lario  di  tal**  opera  era  l'attento  esame  degli  anti-» 
chi  edifizi,  e  andò  quindi  a  cercarli  ;  li  misurò  .  li 
disegnò  in  ogni  parte  dUtalia,  specialmente  in  Ro- 
ma, dal  qual  lavoro  attesta  d''aver  tratto  maggior 
profitto  che  non  dallo  studio  di  tutti  i  trattali^  e 
fu  su  questi  eccellenti  modelli  che  conobbe  i  veri 
principi!  delParte.  Finalmente  illuminato  da  tante 
e  sì  utili  indagini,  si  consacrò  totalmente  alla 
com|ìilazione  di  un  compiuto  trattato  di  architet- 
tura noto  sotto  il  titolo  De  re  edificatoria  stampato 
in  Firenze  nel  i4S5(39).  Cosi  per  opera  dei  sun- 
nominati due  genii  Alberti  e  Brunelleschi  fu  tro- 
vato il  vero  ins<jgnamento  delT  architettura  ,  e 
soltanto  da  quest"*  epoca  incomincia  il  suo  rina- 
scimento. Questa  singolare  rivoluzione  si  deve 


396  COSTUMI 

in  gran  pari  e,  com''io  diceva,  ai  due  nominali  som- 
fui  ingegni  nati  nella  stessa  città,  e  press'a  poco 
nello  stesso  tempo,  vale  a  dire  al  Brunelleschi 
ed  alPAlberti.  Nacque  il  primo  nel  1377:  eserci- 
tatosi da  principio  ,  e  non  senza  buon  successo 
nella  scultura,  Tabbandonò  per  darsi  totalmente 
allo  studio  deirarchiteltura.  Sembra  chei  monu- 
menti che  in  patria  colpirono  i  suoi  sguardi  Io 
persuadessero  a  tal  preferenza,  e  gli  additassero 
la  strada  ch'egli  seguì.  AlPaspetto  delle  piante  e 
delle  particolari  parti  della  chiesa  de**  santi  apo- 
stoli, di  cui  si  é  più  sopra  ragionato  (^o),  sentissi 
come  rischiarato  da  nuova  luce,  e  conobbe  fino 
d'allora  quanto  T architettura  degli  antichi  fosse 
superiore  a  quella  del  suo  secolo,  e  portatosi  per 
tre  volte  a  Roma  a  studiare  e  meditare  su  i  ruderi 
antichi,  terminò  di  persuadersi  di  questa  fonda- 
mentale verità,  che  i  maestri  dei  romani  nelle  co- 
se delle  belle  arti ,  quei  greci  che  fondarono  i 
principii  di  tutte  le  umane  istituzioni  sulle  im- 
mutabili basi  della  natura  e  della  ragione,  avean 
collocati  queMeirarchitettura  nelle  giuste  rela- 
zioni delle  colonne  colle  varie  partì  di  ciò  che 
chiamasi  l'ordine,  e  che  dal  giudizioso  uso  di  que- 
sti ordini  risultano  il  carattere  proprio  degli  editì- 
zi ,  la  loro  proporzione  ,  V  armonia  e  la  bellez- 
[za(4i). 

g.  aa.  Una  delle  prime  opere  del  Brunelleschi/ 
oveadopròlo  stile  migliorato  d'^architettura  greco- 
romana fu  la  basilica  di  san  Lorenzo  in  Firen- 
ze (a),  la  quale  non  è  senza  merito,  ma  vi  si  scor- 
ia)  Ved.   tav.   CXVII.      \^         ^;  .uy 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  VITI.  897 

gè,  secondo  ii  giudizio  di  qualche  rigoroso  osser- 
vatore, una  certa  irresoluzione,  dalla  quale  com- 
prendesi  che  i  passi  dell'  artefice  nella  nuova 
strada  eh"*  erasi  aperta  erano  ancora  timidi  (42)^6 
vari  altri  difetti  che  pur  vi  si  notano  fan  sentire 
l'influenza  del  gotico  sistema,  dal  quale  il  Bru- 
nelleschi  cercava  di  liberare  l'architettura,  e  ma- 
nifestano le  difficoltà  che  si  opponevano  al  suo 
genio  ristoratore.  Una  poi  delle  ultime  opere  di 
questo  celebre  architetto  fu  il  disegno  del  famoso 
tempio  di  s.  Spirito  parimente  di  Firenze,  dove 
scorgonsi  alcuni  difetti  nelle  minute  parti,  come 
notansi  nella  chiesa  di  san  Lorenzo.  Con  tutto 
ciò  chiaramente  si  vede  che  I'  artista  aveva  a- 
cquìstato  quando  disegnò  qaesta  composizione, 
Tuso  delle  mezze  colonne  sostituito  ai  secchi  e 
meschini  pilastri,  la  sobrietà  e  leggerezza  nel  far 
uso  e  nel  distribuire  gli  ornamenti  ,  finalmente 
una  certa  unità  di  eleganza,  congiunta  ad  un  ca- 
rattere semplice  e  robusto,  che  appunto  colpisce 
entrando  nella  chiesa  di  s.  Spirito. 

§.  a3.  Poich'ebbe  in  questi  monumenti  cerca- 
lo di  richiamare  Tarchitettura  alle  regole  di  pro- 
porzione e  di  convenienza  nella  parte  ornativa  , 
il  Brunelleschi  provò  colla  vasta  fabbrica  della 
Badìa  Fiesolana  ,  che  parimente  ben  conosceva 
Tarte  di  unire  nella  distribuzione  di  una  pianta 
la  comodità  alla  magnificenza  (a)  .  Il  Vasari  lo 
loda  specialmente  per  conio  della  intelligenza 
colla  quale  seppe  in  questa  occasione  trar  pro- 

(a)  Ved.  tav.  CXVIH. 

Si.   Tose,   Tom,  9.  )S 


398  COSTUMI 

fitto  di  un  luogo  rigorosamente  declive.  Lo  slesso 
scrittore  ci  dice  ancora  clie  il  Brunellesclii  dise- 
gnò e  diresse  le  fabbriche  di  varie  fortezze,  nelle 
quali  opere  fece  vedere  che  profondamente  co- 
nosceva la  parte  veramente  essenziale  delle  ar- 
chitetture, la  solidità.  Possiamo  formarci  un''idea 
dei  suoi  principii  a  questo  riguardo  esaminando 
il  palazi^o  dei  Pitti,  la  di  cui  facciata  (a)  fu  eret- 
ta fino  al  cornicione  del  primo  piano  dietro  i 
disegni  del  Brunelleschi  .  Osserviamo  di  passag- 
gio, come  per  lo  addietro  ho  pur  detto,  che  le 
fazioni  e  le  guerre  civili  che  danno  il  guasto  alla 
maggior  parte  delle  città,  richiedendo  che  i  pa- 
lazzi del  governo  e  quei  delle  più  ragguardevoli 
famiglie  fosser  fattilu  maniera  da  poter  sostenere 
un  primo  impeto  di  popolare  movimento,  la  ma- 
gnificenza della  civile  architettura  doveva  essere 
principalmente  riposta  nella  forza.  Tale  è  il  ca- 
rattere delFedifizio  che  stiamo  esaminando,  ed  è 
.quello  che  nella  stessa  epoca  fu  adottato  dalPar- 
chitettura  fiorentina,  e  che  in  appresso  gli  artisti 
di  quella  scuola  diflfusero  poscia  nei  diversi  paesi 
ove  furon  chiamati  a  professare  la  loro  arte  (43). 
E  questa  una  delle  più  importanti  produzioni  del 
genio  del  Brunelleschi.  Egli  bugno  tutto  il  pro- 
spetto di  quel  palazzo  ,  poiché  avea  bisogno  di 
grandiosità  e  di  fierezza,  non  che  di  energìa  co- 
lossale per  correggere  la  gravezza  etrusca  di  quel- 
le bugne  così  profuse  :  in  fatti  questo  edifizio, 
benché  rustico,  ha  del  maestoso  (44)' 

(a)  Ved.  tav.  CV,  N.  1. 


DEI  TEMPÌ  REPUBB.  PARTE  Vili.  899 

g.  24.  A  poco  a  poco  i  progressi  delP  arte  ,  e 
forse  quei  dell'  incivilimento  fecero  scomparire 
le  forme  puramente  militari  dai  privati  edifizi,  in 
particolare  da  quelli  posti  neirinlerno  della  città. 
Ma  in  Firenze?  come  si  è  detto,  le  case  delle  po- 
tenti famiglie  conservarono  uno  stile  maschio  , 
un  carattere  di  forza  ,  sembrando  dire  che  nel 
servir  d''  asilo  contro  le  fazioni  doveaii  supplire 
alla  impotenza  del  governo.  TaPè  il  palazzo  Stroz- 
zi fabbricato  sul  declinare  del  XV  secolo  da  Be- 
nedetto da  IVIaiano(a)^  terminato  poi  dal  Cronaca, 
il  quale  vi  fece  eseguire  il  magnifico  cornicione 
che  in  parte  Io  corona  (45)-  In  quel  medesimo 
temp(»  il  i>Iichelozzi  fiorentino,  il  primo  che  ap- 
profittando delle  lezioni  del  Brunelleschi  ornò  Fi- 
renze di  edifizi  di  buono  stile,  edificò  per  Cosimo 
il  vecchio  un  palazzo  a  Cafaggiuolo  situato  a  poca 
distanza  da  Firenze  (b)  sulla  strada  di  Bologna, 
il  quale  conserva  tutfora  il  carattere  di  fortezza, 
che  portavano  gli  edifizi  di  quei  tempi,  ed  ha  di 
singolare  che  alla  sicurezza  di  una  rocca  aggiun- 
ge la  vaghezza  di  una  villa  signorile  (46). 

J.  a5.  Dopo  essersi  mostrato  a  Firenze  Io  stile 
gotico  sotto  le  più  imponenti  forme  nella  fab- 
brica di  santa  Reparata  appartenente  pure  al  XIII 
secolo,  questo  straordinario  stile  incominciò  a 
perdere  qualche  cosa  del  suo  distintivo  carattere, 
e  lasciò  sperare  una  specie  di  ritorno  verso  l'arte 
antica  nella  chiesa  cattedrale  di  Siena.  Circa  poi 

(a)  Ved.  lav.  CXVI,  N.  6. 
{b)  Ivi,  N.  2. 


^OO  COSTUMI 

la  fine  del  secolo  XV  la  greco-romana  archrteC- 
lura  cominciò  a  risorgere  ,  come  si  è  detto,  per 
opera  del  Brunelleschi  e  dell'  Alberti .  I  grandi 
maestri  usciti  da  questa  scuola  rapidamente  con- 
dussero r  architettura  ali*  intiero  rinnotamen- 
to  .  Michelangiolo  attinse  negli  stessi  studi  quel 
carattere  di  romana  grandezza  eh"'  è  impronta- 
ta in  tutte  le  sue  invenzioni;  e  che  Bramante 
ancora  pu:i  docile  alle  lezioni  delf  antichità  yi 
trovò  la  grazia  ed  il  genio  che  distingue  le  sue 
opere.  I  discepoli  di  questo,  e  specialmente  An- 
tonio da  s.  Gallo,  nipote  di  Giuliano  ,  seguirona 
con  ostinata  perseveranza  Tesempìo  ed  i  precetti 
che  loro  avea  dati  (4?)  •  I^  gusto  gotico  non  era 
totalmente  distrutto,  e  si  fecero  dei  disegni  per 
le  facciate  delle  chiese  di  Firenze ,  ove  si  voleva 
conservare  l'analogìa  con  quanto  erasi  edificato 
al  di  dentro,  ma  Tunione  dei  due  stili,  cioè  il  go- 
tico antico  ed  il  moderno  greco-romano  non  si 
potetter  mai  combinare  felicemente  senza  repu- 
gnanza  del  gusta  e  della  ragione  .  Difalti  i  du« 
sommi  ingegni  Raffaello  e  Michelangiola  fecero 
dei  disegni  per  la  facciata  di  s.  Lorenzo,  senza 
che  a  nessun  dei  due  fosse  data  la  preferenza  (48). 
Ed  in  vero  il  perfezionamento  dell'arte,  che  prin- 
cipalmente consiste  nella  correzione  e  purità  de- 
gli ordinie  degli  ornamenti,  non  s'ottenne  in  To- 
scana che  da  Baldassarre  Peruzzi. 

g,  26.  „  Michelangiolo,  domanda  il  D^igin- 
court  con  altri,  affrettò  o  ritardò  quell'epoca  fe- 
lice della  intiera  restaurazione  dell'arte  nella  lun- 
ga carriera  da  lui  percorsavi  nel  XV  e  XVI  se* 


DEI  TEMPI  REPUBB,  PARTE  Vili.  4oi 

colo  ?  „  Tale  fu  la  questione  suscitata,  dacché  ad 
un'ammirazione  per  le  sue  opere  spinta  fino  al- 
Pentusiasrao  (49)  successe  una  critica,  la  quale 
talvolta  s'accosta  alla  maldicenza  (5o).  Ciò  eccede 
i  limiti  della  convenienza,  ma  frattanto  Io  stesso 
Michelangiolo  conosceva  sì  bene  i  pericoli  della 
imitazione  del  suo  stile,  per  poco  che  non  fosse 
diretta  con  intelligenza  ,  che  più  volte  fu  udito 
dire  di  coloro  che  trovava  occupati  a  disegnare 
le  sue  opere:  ^  O  quanti  quest'opere  mie  ne  vuole 
ingoffire!  (5i)  „.  SepertantonelParchitettura  non 
ha  sempre  sentito,  ed  ha  talvolta  sdegnato  quella 
misura  ,  quella  giustezza  di  proporzioni,  quella 
grandezza  che  si  ammira  in  altri  architetti  suoi 
successori;  se  per  ultimo  gli  si  può  opporre  qual- 
che emulo  che  lo  vinse,  egli  è  non  per  tanto' in-^ 
dubitata  cosa  che  l'aver  professata  V  architettura' 
per  lo  spazio  di  quasi  un  secolo  ed  in  eminente 
grado,  fu  prova  di  aver  posseduto  un  talento  pro- 
digioso e  quindi  meritevole  di  occupare  un  posto 
unico.  Frattanto  i  critici  osservatori  dell'ingres- 
so della  libreria  laurenziana  da  esso  inventato  , 
vi  trovano  molte  irregolarità,  forse  provenienti 
anche  dal  sito  ,  ma  ben  vi  ravvisano  ordini  ba- 
stardi nati  dal  capriccio  della  originalità,  e  ciò 
pure  derivar  poteva  dall'essere  state  molte  paiti 
eseguite  gran  tempo  dopo  che  Michelangiolo  ne 
ebbe  fatti  i  disegni,  e  non  sotto  i  suoi  occhi  (a). 
L'interno  della  biblioteca  dello  stesso  architetto 
è  generalmente  reputalo  un  lavoro  plausibile  ; 


(a)  Ved.  tav.  CXX,  N.    2. 

35^ 


^oa  COSTUMI 

La  sagrestia  di  s.  Lorenzo,  o  sia  la  cappella  se- 
polcrale de^Medici^detla  ancora  la  sagrestìa  nuova, 
ha  una  bella  pianta  quadrata  che  si  inalza  circo- 
larmente, ed  è  coperta  da  una  cupola  rotonda  . 
Fu  questa  ordinata  da  Leone  X  nel  iSao  a  Mi- 
chelangiolo  Buonarroti,  ma  fatta  poi  fabbricare  ed 
abbellire  da  Clemente  VII,  fu  ornata  con  pilastri 
d'ordine  corintio,  con  capitelli  intagliati  a  grot- 
tesco ^  con  trofei  e  maschere  di  mano  di  Silvio 
da  Fiesole  (Sa),  ma  non  sappiamo  se  nel  disegno 
di  Michnlangiolo  vi  fosser  pure  i  nominati  grot- 
teschi, sebbene  cose  t^li  non  erano  straniere  al 
suo  fare.  In  somma  scorgasi  nelle  opere  architet- 
toniche di  questo  celebre  artista  una  manìa  di 
far  meglio  delPordinario ,  senza  ottenerne  sem- 
pre l'intento.  Dicon  per  altro  chiaramente  i  cri- 
tici che  Michelangiolo  fu  d'^un  ingegno  stragran- 
de,^ avendo  fatto  delle  cose  mirabili  e  degne  anche 
di  essere  studiate  ,  ma  ne  fece  delle  irregola- 
ri per  modo ,  che  avrebbe  forse  giovato  alle  arti 
se  quei  suoi  lavori  non  si  fossero  neppur  vedu- 
ti (53)^  e  forse  lo  stile  goffo  e  manierato  non  sa- 
rebbe cosi  facilmente  slato  abbracciato ,  se  Mi- 
chelanglolo  non  avesse  loro  dato  in  qualche 
modo  colle  sue  del  tutto  nuove  invenzioni  l'im- 
pulso. Pure  nelle  di  lui  opere  come  architetto  si 
dee  fare  osservazione  al  carattere  di  grandioso 
nella  invenzione,  ed  alla  singolarità  nella  esecu- 
zione degli  ordini  e  specialmente  degli  ornamen- 
ti (54). 

g.  ny.  Il  principio  del  secolo  XII  può  dirsi  il 
primo  albore  del  genio  che  rinacque  in  Toscana 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  TIII.  ^o3 

pel  miglioramento  della  scultura,  ^oì  già  vedem- 
mo in  quale  slato  di  abiezione  s'era  ridotta  fra 
noi  quest'arte  circa  al  secolo  IX  (a) .  Più  tardi 
le  nascenti  repubbliche  in  Firenze,  Pisa,  Siena, 
e  Lucca,  arricchite  dal  commercio  col  Levante, 
e  cercando  di  scambievolmente  soverchiarsi  fra 
loro  in  magnificenza,  vergognaronsi  dì  adoprarvi 
quelle  antiche  e  rozze  loro  maniere  di  rappresen- 
tare in  scultura  le  umane  ligure,  ed  abbandonan- 
dole, o  almeno  allontandosene  per  quanto  pote- 
vano, si  dettero  agli  studi  dell'antico  e  della  na- 
tura ,  unico  mezzo  perchè  la  scultura  potesse 
rivivere  fra  loro.  Frattanto  siccome  la  capitale 
deirimpero  d*'Oriente  era  il  centro  dove  tendeva- 
no le  arti  di  lusso,  credettero  i  toscani  di  trovare 
un  possente  aiuto  nei  greci  che  di  là  venir  si 
facevano.  IVIa  i  greci  d'allora  non  avevano  a  vero 
dire  altro  fatto  se  non  che  andar  peggiorando,  e 
reggevano  il  credito  loro  pel  prezzo  e  lusso  delle 
materie  ,  che  sozz-imente  maneggiavano,  soste- 
nendosi anche  in  parte  in  qualche  credito  per  la 
famosa  loro  derivazione  (55)  da  Costantinopoli , 
come  ora  farebbesi  di  cosa  che  di  Parigi  ancor- 
ché di  cattivo  gusto  venisse.  In  conseguenza  essi 
greci  trasmisero  a  noi  nel  medio  evo  molti  dei 
loro  meccanici  modi  nel  trattar  la  scultura,  il  pie- 
gar dei  panni,  V  indossarli  alle  loro  figure,  ma 
non  mai  ciò  rhe  al  miglioramento  delle  arti  no- 
stre giovasse;  ne  mai  fecer  cosa  che  nelle  arti 
rinascenti  fra  noi  salisse  in  alta  fama;  nò  verun 

(a)  Ved.   tav.   XCVIII. 


4o4  COSTUMI 

loro  nome  si  trova  scritto,  né  la  lor  patria  nelle 
opere  da  loro  eseguite,  come  han  fatto  in  tutte  le 
miniature  dei  codici  membranacei  da  essi  dipinti. 
Ecco  pertanto  un  esempio  dello  stato  dell'arte  di 
scolpire  in  pietra  in  quel  tempo  nel  quale  io  dò 
principio  alPepoca  V  di  questa  mit  storia.  È  un  ar- 
chitrave (a),  situato  sulla  porta  maggiore  della 
chiesa  di  s.  Andrea  in  Pistoia,  in  cui  l'orefice,  al 
dire  del  chiarissimo  Ciampi  (56),volle  far  pompa  di 
tutto  lo  sfoggio  d'  allora ,  non  meno  che  del  suo 
sapere.Or  sebbene  i  lavori  di  esso  siano  uno  sforzo 
dell'arte  spirante  o  piuttosto  un  tentativo  per  mi- 
gliorarla in  quanto  alle  figure,  pure  ci  si  riscon- 
tra una  maestrìa  non  spregievole  negrintagli  ed 
un  qualche  saggio  di  gusto  non  affatto  infelice 
nei  cavalli.  Trattando  ora  dell'  arte  fusoria  dei 
primi  tempi  della  repubblica,  e  precisamente  del 
secolo  decimo  secondo  cadente,  è  ragione  che  di- 
ciamo esser  lavoro  di  quel  tempo  la  porta  in 
bronzo  del  duomo  di  Pisa  che  guarda  il  campa- 
nile^ opera  che  per  ora  si  giudica  di  Bonanno  pi- 
sano. Ognun  vede, come  lo  mostrano  le  iscrizioni, 
che  qui  è  la  resurrezione  di  Lazzaro  e  la  Nunzia- 
ta (b).  Per  lo  stile  dell'arte  crederebbesi  di  gre- 
co lavoro,  ma  il  carattere  italico  di  quel  tempo 
ne  scopre  l'equivoco,  e  ci  astringe  a  tenerlo  per 
un'opera  eseguita  fra  Tultima  decadenza  e  il  pri- 
llo risorgimento  dell'  arte  italica  in  genere  di 
fusoria  (57). 


(^0  Ved.   tav.    XC,  N.    2. 
ih)  Ved.   lav.   CXIX,  N.   2. 


BEI  TEMPI  ItEPUBB.  PARTE  THI.  4^^ 

§.  28.  Il  battistero  di  Pisa  ostenta  con  mag- 
giore vantaggio  nei  suoi  fastosi  monumenti  diar- 
ie i  bassirilievi  ov''è  s.  Giovanni  nel  deserto,  che 
adornano  la  porla  orientale  di  quel  tempio  ,  i 
quali  con  ragione  evidente  già  ci  dimostrano 
come  preferibile  ad  ogni  altra  in  Italia  fosse  la 
scuoia  pisana  fino  dal  XII  secolo  (a).  Nel  fram- 
mento ch'io  qui  riporto ,  e  che  si  grandemente 
diflferisce  dai  monumenti  della  tavola  XCVIII  , 
da  me  esibiti  per  mostrar  V  ultima  decadenza 
delP  arte  ,  e  questo  per  far  conoscere  uno  dei 
primi  saggi  del  di  lei  risorgimento,  si  vede  come 
si  è  ripreso  il  costume  antico  di  mostrar  qualche 
parte  del  nudo  nel  corpo  umano  ,  di  piegure  ì 
panni,  d"*  indossarli  e  dare  alle  teste  qualche  e- 
spressione .  Un  tale  avanzamento  sopra  le  altre 
scuole  d'Italia  potremo  senza  dubbio  attribuirlo 
anche  in  parte  alla  frequenza  della  conmnicazio- 
ne  che  i  pisani  conservarono  con  V  Oriente,  ed 
al  soggiorno  degli  artisti  greci  fra  loro  (58)  .  È 
anche  da  rammentare  con  plauso  il  Biduino  fon- 
ditore delle  porte  del  duomo  di  Pisa,  che  scolpì 
diversi  architravi  in  antichi  templi  di  Lucca  e  di 
Pisa*,  Enrico  scultore  di  architravi  e  capitelli  nel- 
le chiese  di  Pistoia  ,  i  quali  tutti  furono  italiani 
e  precedettero  V  epoca  del  risorgimento  avanti 
Piccola  pisano^  e  tutta  la  ragionevolezza  fa  cre- 
dere che  in  Pisa  singolarmente  inturno  al  looo 
s''istìtuisse  una  scuola  migliore,  da  cui  dovevano 
uscire  i  maestri  d'un  tanto  restauratore  (69) .  k 

(a)  Ved.  Uv.  CXIX,  N.  3. 


4o6  COSTUMI 

questo  secolo  XII  assegnau  gli  storici  delle  arti 
anche  una  vasca  battesimale  in  s.  Frediano  di 
Lucca,  ove  si  legge  e  s^interpetra  Roberto  mae- 
stro lucchese  (60).  Ma  un  artista  di  bizzarro  in- 
gegno nella  scultura  come  nelP  architettura  fu 
in  quelP  eia  Marchione  aretino  ,  come  si  vede 
nella  facciata  della  pieve  d"*  Arezzo  a  tre  ordini 
sovrapposti  di  colonne  variatissime,  che  sosten- 
gono stranissimi  capitelli  scolpiti  d**  ogni  genere 
di  animali  e  di  fantasìe  (a),  e  diverse  altre  opere 
parimente  d' Arezzo  dove  pose  veramente  a  tor- 
tura l'ingegno  per  ben  fare  (61).  Osserva  il  Cico- 
gnara  che  gli  artisti  di  questa  età  ,  quantunque 
non  avessero  ancora  preso  ad  imitare  V  antico  , 
non  ostante  capirono  fin  d^allora  come  conveniva 
adottare  un  costume  più  proprio  dell'  arte  ,  di 
quello  che  noi  presentassero  i  vestimenti  ch'aera- 
no in  uso  5  e  nelle  loro  opere  si  vede  un  misto 
singolare  di  costumanze,  e  giacco,  e  lucco,  e  tu- 
nica, e  pallio  furono  adoprati  al  solo  oggetto  di 
ottenere  più  aggradevole  risultamento.  Il  basso- 
rilievo pisano  (b)  dimostra  meglio  d'  ogni  altro 
come  gli  scultori  fin  d'^allora  cominciassero  a  sen- 
tire ciò  che  meglio  si  conviene  ai  monumenti 
di  rilievo.  Fra  le  figure  che  sono  ivi  scolpite  al- 
cune indicano  gli  abiti  antichi  toscani ,  ed  altre 
son  vestite  colle  forme  degli  abiti  d'una  data  an- 
teriore ,  quasi  romana,  onde  la  composizione  a- 
vesse  più  decoro  ,  e  si  presentasse  in  una  più 


(a)  Ved.  lav.  CXIX,  N.  4,   5. 
{b)  Ivi,  N.  3. 


DEI  TEMPI  RÈPUBB.  PAHTE.  VlIL  ^OJf 

grata  forma  alla  posterità.  Questo  era  già  un  pri- 
mo passo  che  T  arte  faceva  verso  il  suo  risorgi- 
mento, e  ponevasì  così  in  opera  l'ingegno  e  la  ri- 
flessione in  quei  monuraenli,  ove  non  rappresen- 
tandosi abiti  sacerdotali,  che  pur  serbano  qualche 
sorta  di  dignità,  eravi  bisogno  del  sussidio  delle 
antiche  forme  per  nobilitare  ogni  sorta  di  com- 
posizione .  Ma  è  tempo  ormai  di  abbandonare 
i  secoli  oscuri  al  silenzio,  e  passare  a  vedere,  di 
quanto  la  forza  degli  ingegni  dei  toscani  dei  se- 
coli XriI  e  XIV  fosse  capace .  Il  contenuto  di 
questo  seguente  paragrafo  diverrà  un  tributo  di 
sincera  e  divota  riconoscenza  ai  pisani,  cui  tutto 
debbono  le  nostre  arti,  che  per  loro  mezzo  ven- 
nero a  nuova  vita  richiamate  (6a). 

g.  ag.  Niccolò  Pisano  fu  dunque  il  primo  che 
rivoltosi  ad  esaminare  i  monumenti  preziosi  che 
stavansi  disolterrando,  e  che  giacevano  inosser- 
vati da  altri  nella  sua  patria,  dette  alle  arti  lo 
esempio  di  una  intiera  rivoluzione,  ricondusse  i 
professori  nella  vera  strada,  promosse  una  migliore 
massima,  e  mediante  i  suoi  studi  e  le  sue  opere 
introdusse  nell'arte,  e  soprattutto  nelle  teste  e 
nel  piegar  de-  panni,  lo  stile  del  buono  antico. 
Molti  sonoi  lavori  degni  di  maraviglia  di  questo 
artefice,  che  meriterebbero  particolare  esame,  so- 
pra a  tutto  l'arca  di  s.  Domenico  in  Bologna^  noi 
però  ci  contenteremo  di  esaminare  qui  i  più  ce- 
lebri esistenti  in  Toscana,  tra  i  quali  il  famoso 
pergamo  nel  Battistero  della  sua  patria,  condot- 
to a  termine  nel  1260.  É  questo  un  esagono  so- 
stenuto da  nove  colonne  di  granilo  orientale^  di- 


'4o8  COSTUMI 

modoché  sei  Io  reggono  in  ciascun  angolo,  una 
nel  centro,  e  due  sostengono  la  scala.  Tre  di  esse 
jioggiano  sul  dorso  di  alcuni  leoni,  e  le  altre  nelle 
loro  basì.  La  base  poi  della  colonna  di  mezzo,  lutti 
i  capitelli,  gli  spazi  tra  le  arcate  e  le  cornici  sono 
intagliate  e  riccamente  ornate  di  ligure  in  rilievo 
ancorché  basso  (a).  Fra  questi  bassirilievi,  Pado- 
razione  dei  magi  è  superiore  agli  altri  che  V  ac- 
compagnano per  la  saviezza  deir-ordinazione  la 
precisione  della  mossa  nelle  figure  e  lo  stile  del 
panneggiamento.  La  composizione  è  d'un  ca- 
rattere semplice,  senza  che  le  figure  festino  am- 
monticchiate, né  serve  che  alla  sola  espressione 
dell'oggetto  principale,  essendovi  tutta  V  unità 
voluta  delle  più  rigide  osservanze.  In  fine  la  so- 
brietà che  regna  in  questo  pezzo  di  scultura  po- 
trebbe farlo  appartenere  a  tempi  migliori.  Essa  è 
quella  (b)  di  tutte  le  opere  di  Niccola,  nella  quale 
piti  chiaramente  si  conosce  qual  profitto  questo 
maestro  seppe  trarre  dallo  studio  dei  monumen- 
ti antichi  conservali  anche  nella  sua  patria. e  qual 
passo  egli  fece  fare  alParte,  sforzandosi  d'imitar- 
li (63).  Nell'anno  ia66  fu  chiamato  a  Siena,  per 
eseguire  nel  duomo  un'opera  di  questo  medesi- 
mo genere,  in  cui  superò  sé  stesso.  Assai  più  ric- 
ca è  la  composizione  di  questo  pergamo  che  non 
è  quella  dell'altro  in  Pisa,  e  soprattutto  assai  lo- 
dato è  un  dei  leoni  qui  riportato  (e),  il  cui  dise- 

(a)  Ved.  tav.  CXX,  N.  1. 

(h)  Ivi. 

(e)  Ved.  tav.   CXIl,  N.  7. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^9 

gtìo  è  molto  esatto,  nobile  la  fierezza, ed  il  carat- 
tere bene  espresso,  cosicché  sembra  decorso  un 
periodo  di  tempo  assai  lungo  dallo  stato  in  cui 
iXiccolò  trovò  rart,e,a  quello  ch'ei  la  ridusse  nello 
spazio  delPetà  sua  in  questa  scultura  (^4)- 

g.  3o.  L'arte  non  fece  sotto  lo  scarpello  di 
Giovanni  tìglio  di  Andrea  da  Pisa  un  passo  pro- 
gressivo da  quello  che  fatto  aveva  per  Topera  e 
per  V  ingegno  del  padre.^  e  soprattutto  allorché  si 
scostò  dnlla  imitazione  degli  esempi  paterni,  il 
che  eseguì  il  raen  delle  volte,  ma  pur  fu  forza 
ch'ei  lo  facesse  in  alcune  circostanze.  JXel  perga- 
mo ch'ei  fece  e  compì  nei  i5oi  per  s.  Andrea  di 
Pistoia,  copiò  i  bassirilievi  della  nascita  e  del  giu- 
dizio del  pergamo  pisano,  e  fu  pago  d'imitarlo 
soltanto  negli  altri  compartimenti,  ma  in  nessu- 
no dei  bassirilievi  di  questo  monumento  giunse 
mai  a  pareggiare  Nicoola  .  Anche  nel  duomo 
patrio  Giovanni  fu  fedelissimo  imitatore  delle 
paterne  sculture  che  ricopiò  in  gran  parte  ;  ed 
ora  vedonsi  per  parapetto  alla  gallerìa  che  sopra 
la  porta  della  chiesa  fa  comunicare  tra  loro  le 
tribune  laterali  (65).  Le  migliori  opere  di  Gio- 
vanni sono  Tallar  maggiore  della  cattedrale  di 
Arezzo,  dove  lavorò  colla  emulazione  degli  scul- 
tori senesi,  che  ivi  conducevano  altre  opere  Ji 
grande  impegno,  e  la  statua  di  grandezza  natura- 
le della  Vergine  col  bambino  che  vedesi  in  Fi- 
renze (a)  al  di  sopra  della  prima  porta  laterale 
della    cattedrale  verso  mezzodì.  Mostra  questa 

(a)  Ved.   tav.   CXIX,   N.    1. 

^     '  J    i  J^         '•:",*)      .•t«'7;>j   '•ì».i'<Jf 

St,  Tose.  Tom.  9.  ^  36 


^lO  COSTUMI 

bella  statua  nel  suo  insieme  e  nello  stile  largo 
e  ben  disposto,  una  intelligenza  ed  una  facilità 
progressiva  (65).  In  Prato  lavorò  nella  cappella 
della  Madonna  della  Cintola,  ed  in  Pistoia  una 
pila  per  Tacqua  santa  (67).  In  Perugia  operò  con 
ogni  maniera  d'arte  e  con  felice  successo.  La  fon- 
tana di  piazza  eh' è  in  quella  città,  poco  fa  dal  eh. 
cav.  prof.  Vermiglioli  dottamente  illustrata  (68).^è 
fra  le  opere  più  stimabili,  ov''egli  lavorò  insieme 
con  il  di  lui  genitore  Niccola  e  Arnolfo  tìorenti- 
no.  Il  saggio  da  me  esposto  alla  tav.  CVIII,  N. 
3,  4,  delPatlante  dt  quest'opera,  mostra  a  qual 
grado  fosse  portata  la  scultura  dai  tre  nominati 
artisti. 

g.  3 1.  Nella  squola  di  scultura  istituita  da  Nic- 
cola  pisano  si  distinse  principalmente  il  già  lodato 
Giovanni  suo  tìglio  che  in  qualche  parte  si  giudi- 
ca eguale  a  lui.  Dopo  di  Giovanni  si  nomina- 
no due  altri  pisani  Andrea  e  Guglielmo  reli<»ioso 
domenicano,  il  colligiano  Arnolfo  e  Lapo  ,  molti 
scultori  senesi  e  principalmente  Agostino  ed  An- 
giolo^ in  fine  alcuni  scultori  tedeschi  mollo  stimati 
ai  loro  tempi  (69).  Se  non  si  deve  contare  un  al- 
tro pisano  Giovanni  di  Balduccio  fra  gli  allievi 
immediati  di  Niccola,  si  può  almeno  dargli  posto 
fra  quei  del  suo  figlio  Giovanni  e  riguardarlo  co- 
me appartenente  alla  squola  fondata  da  questi  due 
maestri,  la  sola  che  potesse  formare  allora  un  ar- 
tefice come  Balduccio.  Sappiamo  che  fra  le  sue 
opere  si  annoverano  alcuni  bassirilievi  in  marmo, 
i  quali  ornano  il  pulpito  di  una  chiesa  a  s.  Cas- 
siano  presso  Firenze.  Ma  è  soprattutto  per  Pese- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VUI.       4'' 

cuzione  del  mausoleo  di  s.  Pier-martire  nella  chie- 
sa di  s.Eustorgio  a  Milano,  che  il  Balduccio  ha 
meritato  dalParte  (70). 

g.  3a.  Kel  periodo  del  secolo  XIII  colPesem- 
piodi  INiccola  e  di  Giovanni  si  svegliarono  molti 
ingegni  italiani,  e  gli  scultori  furono  moltissimi, 
giacche  da  ogni  parte  accorrevano  i  giovani  per 
formarsi  alla  nascente  squola.  Alla  metà  del  pre- 
detto secolo  XIII  sessantadue  maestri  tenevano 
già  bottega  di  scultori  in  Siena:  e  se  anche  tutti 
non  erano  statuari ,  lo  erano  però  molti  di  questi, 
poiché  JNiccola  e  Giovanni  pisani, Ramo  di  Paga- 
nello,  Arnolfo  e  parecchi  altri  distinti  artisti  visi 
annoveravano.  È  ben  verisimile  che  in  ogni  co- 
spicua cillà,  dove  si  ergevano  grandiosi  editìzi,vi 
fossero  queste  corporazioni,  che  più  o  meno  so- 
nosi  poi  mantenute  colle  loro  discipline  fino  ai 
di  nostri,  in  cui  esistono  in  altra  forma  col  nome 
più  cospicuo  di  accademie.  La  corporazione,  che 
nelPetà  di  cui  parliamo  esisteva  in  Siena  sì  nu- 
merosa, pure  avea  statuti  separati  da  queide'pit- 
tori  (;'i).  Era  in  quel  tempo  in  Toscana  un  tal 
Iacopo  tedesco,  e  forse  lombardo,  il  quale  non  fu 
scolare  ma  contemporaneo  di  fìiccola,  e  Lapo  fu 
un  altro  che  annoverato  fra  i  suoi  alunni  lo  segui 
e  divise  con  luì  le  sue  fatiche  ed  i  suoi  emolu- 
menti. Arnolfo  ero  nativo  di  Colle  di  Val  d'Elsa 
e  figlio  di  un  certo  Cambio,  come  ho  detto  anche 
altrove,  e  Lapo  che  or  nominai  è  un  suo  collega 
«elio  sludio  di  piccola  pisano,  ciò  che  qui  si  ripete 
perchè  il  Vasari  confonde  questi  nomi  con  pregiu- 
dizio della  storia  dell'arte.  Vi  fu  in  quei  tempi  un 


^la  COSTUMI 

genio  vigoroso  che  pareva  esser  dotato  di  uu  ca- 
rattere originale,  ma  quando  vide  le  opere  di  que- 
sfArnoìfo,  attese  molto  ad  imitarlo,  né  imitò  lui 
solamente,  ma  per  conseguenza  anche  il  maestro 
di  Arnolfo,  quel  Niccola  prototipo  della  squola, 
che  divenne  quasi  il  modello  del  secolo.  Questi 
fu  Margheritone  pittore,  architetto,  e  scultore  del 
secolo  XIII  che  dipinse  a  tempera  e  a  fresco,  e 
scolpì  forse  più  in  legno  che  in  marmo,  tìa  prt- 
rna  teneva  la  maniera  greca,  ma  il  deposito  dì  pa- 
pa Gregorio  X  da  lui  scolpito  nella  cattedrale  di 
Arezzo  nel  12,76,  di  cui  diamo  qui  soltanto  due 
mezze  figure  (a),  attesta  com'egli  migliorò  il  suo 
stile  notabilmente  in  quesfopera.  Vi  si  vede  frat- 
tanto in  esse  una  semplicità  che  sodisfa:  pochi 
cenni  di  pieghe  non  irragionevoli ,  forme  non 
barbare,  non  esagerate,  non  di  convenzione,  ma 
desunte  dalla  imitazione  della  natura  (72).  Fu  co- 
stui di  grandissimo  ingegno  e  di  vastissime  cogni- 
zioni, assumendo  anche  la  direzione  di  molti  e- 
difizi  nella  sua  patria.  Il  merito  di  questa  scuola 
pisana  fu  singolarmente  rincominciare  ad  inten- 
dere il  bello  della  natura,  associandovi  quelle  bel- 
lezze che  derivano  dallo  studio  degli  antichi  mo- 
delli, eh'  è  quanto  dire  imparando  a  scegliere  il 
bello  della  natura  ed  a  conoscere  la  bellezza  idea- 
le: ebber  vita  da  questa  scuola  pisana,  la  senese, 
la  fiorentina  ed  altre  dltalia  (73), 

g.  33.  Che  in  Siena  avanti  che  IViccola  pisano 
vi  operasse  nel  1267,  vi  fossero  arti  liberali  eser- 
citate da  scultori,  pittori  ed  architetti  del  luogo, 
(a)  Ved.  tav.  CXXl,  N.   1, 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4*^ 

è  fuori  d''ogni  dubbio,  ma  dove  non  erano?  e  sin- 
golarmente in  Toscana.Furon  però  debolissime  le 
produzioni  di  que'tempi,  e  nessuno  si  riscosse 
prima  di  JXiccola  pisano  dairinfelice  stato  di  bar- 
bara imitazione.  Ramo  di  Pagannllo,  Uguccio  Lo- 
renzo e  Ildebrando,  i  cui  nomi  appena  conservansi 
nelle  antiche  cronache,  ugualmente  che  quel  Bar- 
larmino  da  Siena  che  accenna  P  iscrizione  di 
Fonte-Branda,  ancorché  operassero  in  Siena,  pu- 
re non  possiamo  esser  certi  se  nascessero  da  pa- 
dre e  da  madre  senesi.  Solo  sappiamo  per  antichi 
documenti,  che  Agostino  ed  Angiolo  furono  tìgli 
di  maestro  Rosso  senese,  e  che  si  unirono  con 
Giovanni  pisano  ai  lavori  della  fabbrica  del  duo- 
mo in  patria  nel  12.84.  Agostino  avea  soltanto 
quindici  anni,  sicché  quello  fu  il  suo  primo  stu- 
dio, ed  in  seguito  vi  si  associò  anche  Angiolo 
fratello  minore.  Giotto  amico  ed  ammiratore  di 
questi  giovani  scultori,  dopo  che  vide  i  loro  buo- 
ni lavori  in  Orvieto,  li  fece  conoscere  a  Piersac- 
cone  da  Pielramala,  che  si  valse  delFopera  loro 
nel  magnifico  monumento  di  Guido  Tarlati  si- 
gnore e  vescovo  d'Arezzo.  Nel  iSaj  morì  il  ve- 
scovo, e  nel  i33o  ebbe  fine  questo  monumento 
aniinirabile,  e  forse  il  più  magnifico  che  si  fosse 
fino  a  quel  tempo  veduto  dopo  il  risorgimento 
dell''arte.  Agostino  ed  Angiolo  che  ne  furono  gli 
scultori  erano  in  quel  tempo  sessagenari,  sicché 
dobbiamo  presumere  che  avessero  degli  aiuti.  La 
varietà  e  molliplicilà  dei  soggetti,  delle  funzioni 
civili,  militari  e  religiose  necessariamente  produs- 
sero moltissime  divcisilà  nelle  composizioni,  ne- 


^I^  COSTUMI 

gli  stili,  e  delfocca sione  singolarmente  al  talento 
di  questi  scultori  di  svilupparsi  in  un  vastissimo 
campo^  giacché  fecersi  attorno  al  corpo  del  vesco- 
vo sedici  storie  rappresentanti  i  fatti  più  notorii 
di  quel  prelato,  principe  ecclesiastico  e  militare, 
che  in  tempo  di  fazioni  si  batteva  alla  testa  delle 
sue  truppe  (74). 

g.  34.  Non  è  ben  dimostrato  se  Goro  senese 
fosse  fra  gli  scolari  dei  pisani  o  d'^Angiolo  o  d*'Ago- 
slino.  Se  peraltro  non  ebbe  dai  pisani  di  viva  voce 
i  precetti  delParte,  n''ebbe  almeno  gli  esempi.  Lo 
stesso  pare  avvenuto  di  quel  Landò  senese  che 
fiorì  nel  i33o,  orefice,  architetto  e  scultore,  di 
cui  le  memorie  Irovansi  alquanto  incerte,  meno 
ciò  ch^è  relativo  al  suo  primo  mestiere  poiché  fu 
orefice  di  Enrico  YII.L'oreficeria  si  coltivò  quasi 
sempre  del  pari  con  le  altre  arti  liberali,  poiché 
ove  trattavasi  di  suppellettili  preziose,  di  monete, 
di  arredi  sacri,  o  di  mense  imperiali,  egli  è  certo 
che  i  modellatori  divenivano  facilmente  secondo 
Puso  anche  orefici,  egualmente  che  per  esser 
buon  orefice  bisognava  esser  almen  mediocre  mo- 
dellatore (75).  Pietro  e  Paolo  orefici  aretini  sco- 
lari d'Angiolo  e  d''Agostino  furono  i  primi  a  lavo- 
rare di  cesello  la  famosa  testa  di  s.  Donato  vescovo 
e  protettore  della  città,  primo  lavoro  che  videsi 
con  qualche  gusto  ornato  e  smaltato.  A  maestro 
Moccio  senese  benché  mediocrissimo  scultore  si 
ascrive  il  merito  d'essere  stato  maestro  di  Piccola 
aretino,  un  dei  migliori  scultori  di  questa  elàj  ma 
siccome  non  è  il  primo  caso  che  lo  scolare  vinca 
il  merito  del  maestro,  così  npn  farà  maraviglia 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4  ^  ^ 

che  di  questo  si  parli,  tacendo  di  quello,  e  sem- 
bra naturai  cosa  ohe  Io  stesso  Niccola  si  valesse 
dei  passi  che  gli  altri  contemporanei  e  predeces- 
sori avesser  fatto  nella  carriera  dell'arte,  come 
dalle  sue  opere  apparisce.  Moltissimo  egli  eseguì 
in  plastica,  mancatogli  il  marmo:  operò  molto  in 
patria,  al  Borgo  s.  Sepolcro,  e  in  Firenze.  Due 
piccole  statue  fece  in  questa  città  poste  nel  fianco 
d^Or  s.  Michele  verso  Parte  della  lana,  sopra  la 
nicchia  contenente  la  bella  statua  di  s.  Matteo 
del  Ghiberti,  e  due  statue  di  lui  stanno  fra  quel- 
le di  Donatello  nel  campanile  del  duomo.  Ma  il 
suo  capo  d'^opera  dicesi  essere  stata  la  statua  di 
un  evangelista  sedente,  scolpita  per  esser  posta 
nella  facciata  del  duomo  a  Iato  della  porta  prin- 
cipale che  presentemente  sta  nelPinterno  della 
chiesa^  ma  ora  è  incerto  qual  fosse  di  quelle  mol- 
le che  ne  ornano  le  tribune,  mentre  anche  A.ndrea 
pisano  vi  concorse  ad  eseguirne^  e  lo  stesso  pic- 
cola può  averne  fatte  più  d'Anna. 

g.  35.  IlCicognaraci  fa  conoscere  un  bassori- 
lievo di  Niccola  aretino  eseguilo  per  la  città  d'A- 
rezzo nel  i383,  con  una  gran  donna  esprimente 
santa  Maria  della  misericordia,  che  riceve  sotto 
il  di  lei  gran  manto  i  devoti  in  piccola  dimensione, 
ed  aggiunge  ch''è  una  di  quelle  invenzioni  sugge- 
rite alla  mente  degli  artisti  dallo  spirito  religioso 
che  mostrava  la  umiltà  della  espressione  collo 
assegnare  la  piccolezza  ai  devoti  in  confronto 
della  immensità  della  potenza  e  delPaltissima  ge- 
rarchia che  attribuivano  alla  Madre  di  Dio,  e  agli 
altri  santi.  Prjiuiiche  gli  artisti  potessero  squu- 


4l6  COSTUMI 

tere  certe  goffe  abitudini,  e  filosofare  nell'  arte, 
rimmaglnazione  era  sempre  governata  e  diretta 
dalle  pratiche  della  religione,  e  singolarmente  da 
quella  specie  d'imitazione,  per  cui  non  era  per- 
messo scostarsi  ad  un  tratto  dalle  abitudini  an- 
licbe,apprezzando  i  monumenti  anteriori.  Questo 
non  potè  vincersi  che  col  progresso  di  tempo,  Cj 
non  si  giunse  anzi  mai  a  superare  per  Tintiero, 
poiché  V  elevarsi  su  i  pregiudizi  e  su  i  costumi 
dell'età  più  remote  non  fu  permesso  che  all'arti 
falte  più  grandi.  Frattanto  Parte  della  scultura  si 
diffuse  nei  principali  paesi  d'Italia,  e  diramando- 
si visibilmente  dal  suo  ceppo  originario  conser- 
vò per  lunga  età  quella  tìsonomia,  che  le  impres- 
se il  suo  primo  restitutore,  Niccola  pisano  (76). 

§.36.  Nel  secolo  XIII  si  sostenne  la  scultura  sen- 
za decadere  dall'altezza  a  cui  la  condusse  Niccolò 
pisano,  ma  nel  XIV  un  genio  più  vigoroso  la  spin- 
se più  avanti,  e  scultore  grandioso,  e  fonditore 
eccellente  riempì  il  mondo  della  sua  fama  e  delle 
sue  opere.  Un  artefice  infatti  preceduto  da  Nic- 
colò e  contemporaneo  di  Giotto  edi  Dante  dovea 
trovarsi  aperta  dinanzi  una  tal  via  da  non  cogliervi 
che  palme  di  gloria.Questi  fu  Andrea  da  Pisa  gar- 
zoncello di  Giovanni,  quand'era  giovanetto  nel 
12-99,  "^3  presto  cominciò  a  seco  associarsi  come 
maestro.  Aumentatisi  pei  fatti  scavigli  antichi 
monumenti  potette  studiare  Andrea  sulle  opere 
greche  e  romane,  ed  il  gusto  di  questo  artista  si 
perfezionò  in  modo,  che  in  breve  si  ritenue  esser 
egli  il  primo  scultore  del  suo  tempo.  Eseguì  va- 
rie statue  per  ornare  la  facciata  della  me  tropo- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  ^ly 

litana  di  Firenze,  ma  queste  andarono  quasiché 
in  perdizione  nel  demolire  che  si  fece  di  quella  già 
avanzata  faccia  della  chiesa.  La  medesima  sorte 
incontrarono  le  di  lui  sculture,  che  ornavano  il 
fonte  battesimale  di  s.  Giovanni  rimodernato,  ma 
con  barba)'o  gusto  nel  1732..  Fino  ad  Andrea  le 
opere  degli  artisti  mancavano  d'*espressione,  ma 
egli  seppe  aggiungervela  con  mirabil  successo. 
Si  prenda  ad  esame  la  graziosa  figura  della  San- 
tissima Vergine  col  putto  che  trovasi  inserita 
nel  mezzo  del  muro  che  ottura  una  delle  arcate 
della  chiesetta  del  Bigatto  (a).  Questa  scultura 
molto  servì,  non  v''ha  dubbio,  ai  suoi  allievi  per 
l'imitazione  che  se  ne  vide  posteriormente  fatta 
nelle  opere  di  Nino,  di  Arnolfo  e  di  altri,  e  scor- 
gesi  in  essa  quella  preziosità  di  esecuzione  che 
caratterizza  le  sculture  del  finire  del  secolo  XIV» 
Si  prendano  ad  esame  intanto  i  piccoli  esagoni  e- 
seguiti  in  bassirilievi  da  lui  scolpiti  nelle  facce  del 
campanile  del  duomo  di  Firenze  ,  ove  sono  rap- 
presentali i  mestieri.  Io  reco  qui  soltanto  un  di 
essi,  ov'è  una  figura  di  un  cavallo  che  corre,  di 
cui  non  si  vide  mai  cosa  tanto  bella  nelle  ante- 
riori opere  di  scultura.  Nulla  in  questa  è  obliato, 
e  lutto  serve  alla  convenienza  del  soggetto,  alla 
espressione  ed  alla  grazia  (h),  IVIa  la  circostanza 
che  maggiormente  offri  ad  Andrea  di  emergere 
al  disopra  di  ognuno  de^suoi  predecessori  fu  quel- 
la in  cui  assunse  il  lavoro  delle  porte  di  bronzo 
pel  battistero  di  s.  Giovanni  in  Firenze:  fonditore 


4l8  COSTUMI 

accellente  egli  condusse  questo  lavoro  ammira- 
bile con  una  nettezza  che  non  erasi  per  anco  ve- 
duta in  altr''opera.  Venti  sono  i  compartimenti 
ove  si  rappresentano  le  storie  di  san  Giovanni , 
e  negli  otto  quadri  da  piede  stanno  effigiate  di- 
verse virtù.  Di  non  comune  sapere  era  certamen- 
te Andrea,  che  scultore  di  gran  merito,  fonditore, 
architetto  e  ingegnere  in  ognuna  di  queste  ar- 
ti si  distinse  come  chiaro  e  singolare  ingegno 
dell'arte  sua  (77). 

g.  37.  I  senesi  ebbero  pure  un  tal  Goro  di 
Gregorio  scultore,  allievo  della  scuola  pisana,  ed 
autore  delPurna  di  s.  Gerbone  a  Massa  di  marem- 
ma, come  sta  vscritto  in  quel  monumento  ornalo 
con  5  bassirilievi  di  ricche  invenzioni, e  con  1 1  sta- 
tuette non  ignobilmente  trattate  .  Non  sappiamo 
che  questo  Goro  ponesse  il  nome  in  altre  sue 
opere,  fra  le  quali  si  addita  un**  urna  a  bassirilievi 
esistenti  in  Siena  nel  primo  chiostro  di  s.  Dome- 
nico, ed  eretta  a  Niccolò  Arringhieri  da  Casole, 
mancato  nel  i374^  ed  è  probabile  che  facesse  an- 
che il  deposito  di  messer  Gino  in  patria  circa  l'an- 
no i337  (78),  Si  attribuisce  a  Nino  pisano,  figlio 
di  Andrea,  l'invenzione  di  ridurre  il  marmo  a  tal 
perfezione  di  pulimento  da  sembrare  levigato  a 
sp*ìcchio.  Andrea  fece  dunque  rivivere  il  nome 
delPavo  Nino  in  uno  dei  suoi  figli  Tommaso  e 
Nino.  Del  primo  non  rimangono  molte  opere,  e 
soltanto  citasi  un  altare  in  s.  Francesco  di  Pisa 
di  non  troppo  bella  scultura.  Ma  Nino  che  lavo- 
rò sulle  tracce  del  padre  merita  onorevole  men- 
zione, e  sappiamo  che  gli  prestò  aiuto  nel  gran- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE.  Vili.  4^9 

dioso  lavoro  delle  porte  di  s.  Giovanni  in  Firenze: 
son  pur  lodate  le  Madonne  che  stanno  in  Pisa 
alla  chiesa  della  Spina  (a).  Nella  chiesa  di  santa 
Caterina  in  Pisa  sta  pure  di  Nino  una  Vergine  an- 
nunziata dall'angiolo  con  una  iscrizione  indicante 
Tanno  in  cui  fu  scolpita,  cioè  nel  1870  (79).  In 
questi  lavori  merita  particolare  osservazione  la 
squisitezza  colla  quale  trattò  il  marrao,facendo  che 
sembrasse  morbido  conrie  la  carne.  La  composizio- 
ne e  le  pieghe  dimostrano  la  sua  intelligenza  nel 
dare  alle  statue  vaghezza  e  dignità,  onde  il  Va- 
sari concluse  che  Nino  veramente  cominciasse  a 
cavare  le  durezze  dai  sassi,  e  riconducesseli  alla 
vivezza  delle  carni  (80). 

g.  38.  Contemporaneo  di  Nino  fu  Giovanni 
Balducci  di  Pisa  reso  celebre  per  le  occasioni  da 
farsi  conoscere  forse  più  che  per  vero  merito . 
In  Milano  si  distinse  specialmente  per  Tarca  di  s. 
Pier-martire  nella  chiesa  di  s.  Eustorgio  che  im- 
maginò ed  eseguì  con  quanto  studio  e  magnifi- 
cenza potette  (81).  Vi  fu  in  Toscana  un  uomo  tal- 
mente straordinario,  che  quasi  sdegnando  ogni 
traccia,  benché  nei  primi  anni  del  vivere  si  diri- 
gesse allo  studio  di  /Andrea  pisano.ebbe  un  carat- 
tere di  originalità  singolare.  È  costui  Andrea  Or- 
cagna,  il  quale  architetto,  scultore,  pittore,  poeta 
parve  in  quell'età  adombrare  quasi  fatidicamente 
il  genio  di  Michelangiolo,  che  da  quel  medesimo 
fertile  terreno  uscir  doveva  un  giorno  per  met- 
tere il  colmo  alPonore  delle  arli  itnliane.  Discese 

(rt)  Veci.   tav.   CXIir,   N.   2.        -— ..w,.  ** 


420  COSTUMI 

egli  da  schialla  d'oietìci  insigni,  poiché  fu  figlio 
di  quel  famoso  maestro  Cione  che  cisellò  tanta 
parte  delPaltare  d'argento  di  s.  Giovanni  a  Firen- 
ze; e  fra  i  suoi  allievi  ebbe  Forzore  di  Spinello 
aretino,  e  Leonardo  di  ser  Giovanni  fiorentino 
autore  d'insigni  lavori  nelfaltare  d'argento  di  san 
Iacopo  di  Pistoia.  Intanto  noi  dobbiamo  rendere 
conto  di  Andrea  di  Cione  che  non  tanto  forse 
dal  celebre  scultore  pisano,  ma  anche  dal  padre 
potette  avere  i  primi  rudimenti  delle  arti,  e  al- 
l'un genere  ed  all'altro  dedicarsi  a  seconda  che 
l'impelo  del  suo  talento  lo  andava  portando  (82). 
Le  famose  logge  dei  Lanzi  dalPOrcagna  eseguite, 
vennero  ornate  di  sculture  per  opera  e  per  con- 
siglio dello  slesso  architetto,  e  non  è  esagera- 
zione se  quello  si  voglia  dire  il  più  bel  portico' 
del  mondo.  Dovendo  egli  adornarle^  non  sep- 
pe adattarvi  soggetto  di  maggior  convenienza 
che  rappresentandovi  le  virlù  ,  come  quelle  che 
onorano  la  magistratura:  ma  Taltare  ed  il  taber- 
nacolo deir  Or  s.  Michele  meritano  tutta  la  no- 
stra osservazione.  Beato  costui  se  avesse  studiato 
r  antico  ,  dice  il  eultissimo  Cicogna ra  ,  mentre 
sembra  che  avrebbe  molte  palme  involale  che 
restano  ancora  a  cogliersi  dagli  altri.  Non  ispira- 
no le  sue  sculture  il  sapere  delle  gk'eche  antichità, 
ma  nulla  ostante  vi  si  vede  un  grandioso  ,  un, 
facile,  un  maestoso  che  sorprende.  Sotto  le  sue 
pieghe  poco  svelansi  le  forme  del  nudo,  ma  que-, 
sle  però  son  larghe,  sciolte  e  di  bello  stile.  Le  sue 
teste  non  sentono  il  bello  ideale,  ma  le  sue  mos- 
se non  son  ricercale  soverchiamente.  L''or  nomi- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  42-1 

nato  ricchissimo  altare  pieno  di  sculture,  d''aiigioli, 
d'ornati,  d'incrostamenti  con  pietre  dure  e  vetri 
dorati  è  di  tale  e  tanto  lavoro,  e  talmente  le  parti 
vi  sono  connesse  ,  proporzionate,  tìiiite  ,  un  tal 
complesso  in  somma  presenta  di  bellezza  e  ric- 
chezza, che  non  sarebbe  esagerazione  chiamarlo 
il  più  ricco  e  finito  lavoro  di  queir  età .  Però  non 
meritano  speciale  memoria  le  opere  di  scultura 
che  fecero  i  figli  maggiori  A^ndrea  e  Bernardo 
detto  Iacopo  di  Cione,  e  neppure,  o  appena  di  Ia- 
copo di  Pietro  scultore  che  dette  roano  ad  An- 
drea nel  fare  i  lavori  delle  virtù  che  stanno  in 
mezzo  rilievo  sopra  la  loggia  dei  Lanzi*,  né  di  quel- 
l'Alberto fiorentino  che  Francesco  Sacchetti  in- 
trodusse nelle  sue  novelle  piacevoli,  né  di  Iacopo 
da  Pistoia,  scultori  tutti  il  cui  talento  non  adegua 
quello  dei  luminari  delT  arte  (83). 

g.  39.  Dal  fin  qui  detto  è  provato  che  le  arti 
in  Toscana,  della  quale  lessiamo  la  storia,  noji 
erano  in  tanta  deiezione  ridotte,  che  si  potesse^ 
ro  dire  assolutamente  perdute,  siccome  è  piaciu- 
to di  asserire  ad  alcuno  .  quasi  non  avesser  tro- 
vato orma  di  esse,  e  quasi  fosse  stato  bisogno  ch)^ 
di  Grecia  una  seconda  volta  vi  venissero  ricon- 
dotte. Le  opere  fatte  in  Pisa,  indi  per  gli  altri 
luoghi  della  Toscana  ci  possono  confermare  che 
architetti,  scultori,  intagliatori,  pittori  di  nome 
e  di  gloria  puramente  toscana  si  avevano  sul  me- 
dio evo,  che  non  erano  privi  di  pratica  e  di  co- 
gnizioni deirarle.  Assicurata  così  quella  gloria 
che  parea  disputarsi  dai  meno  intelligenti  delle 
nostre  antichità,  abbiamo  potuto  conoscere   co- 

St,   Tose.   Tom,  0,  37 


4a2  COSTUMI 

me  le  occasioni  della  prosperità  nazionale  influi- 
rono nel  far  fiorire  queste  nrti,  e  si  riprese  la  via 
dei  primi  artisti  per  riprodurre  migliori  imita- 
zioni della  natura,  ed  in  fine  sarebbersì  più  osten- 
tali ì  pregi  della  scientifica  esecuzione  e  delle 
bellezze  convenute  e  studiale  (84)  .  In  somma 
spento  il  secolo  XV,  il  commercio  di  Firenze  che 
né  prima  né  poi  fu  si  ricco,  bastò  ad  elargire  in 
magnificenze  d'ogni  maniera,  edi  primi  commer- 
cianti che  furono  splendidissimi  mecenati.finirono 
nell'età  susseguente  col  diventare  principi  e  pon- 
tefici. Le  aiti  favorite  si  ampliarono  finalmente 
da  sé  stesse,  studiandosi  ogni  artista  di  aggiun- 
gere perfezione  ai  suoi  predecessori^  e  dalle  opere 
di  quelli  impararono  a  superarli  con  generosa  e- 
mulazione,  senza  l'orgoglio  di  soverchiarli  (85). 
g.  40.  Allorché  coi  monumenti  alla  mano  per- 
correremo le  opere  dei  primi  scultori  toscani  che 
illustrarono  questa  grand'epooa,  noi  vedremo  co- 
me giudiziosamente  trasser profitto  dairesaminare 
molte  antichità  che  si  andavano  scoprendo.  Sep- 
pe Donatello  talmente  nutrirsi  di  questo  studio, 
che  ridusse  ogni  felice  sua  imitazione  a  sembrar 
cosa  originale.  Siccome  poi  nell'epoca  prima  del- 
la scultura  risorta  conoscemmo  evidentemente 
che  jNiccola  pisano,  primo  restauratore  delTarte, 
divenne  inclusive  il  prototipo  di  ogni  altra  opera 
di  genio,  così  Donatello  ed  il  Ghiberti  furono  i 
luminari  artisti  del  secolo  XV  (86).  Nel  corso  di 
questa  e  delle  epoche  seguenti,  noi  troveremo 
che  l'arte  dello  scarpello  e  della  fonderia  si  andò 
collìvando  con  gran  successo  per  l'Italia,  e  quan- 


DEI  TEMPI  REPUB6.  PARTE  Vili.  4^^ 

lunque  i  toscani  vi  riuscissero  per  eccellenza, 
nullaostante  anche  in  Napoli,  in  Lombardia  e  negli 
stati  veneti  singolarmente  fu  esercitata  con  som- 
ma lode.  Non  può  ben  giudicarsi  chi  fosse  il  primo 
istitutore  di  Donatello  nelfarte  della  scultura,  e 
se  veramente  n'ebbe  uno.  Fra  i  suoi  contempo- 
ranei, ma  della  prima  epoca  della  scultura,  si  ram- 
menta Iacopo  della  Querce,  le  cui  opere  veggon- 
si  principalmente  in  Siena  alla  fonte  di  piazza,  e 
in  Bologna  ove  comparisce  che  nella  scioltezza 
delle  pieghe  e  nella  carnosità  dei  contorni  pro- 
cedesse oltre  ciò  ch'erasi  fatto  dalTOrcagna  e  da 
Andrea  pisano.  Ma  fra  le  sue  più  distinte  sculture 
si  annoverano  quelle  delle  lapidi  sepolcrali  in 
Lucca  nel  sepolcro  d'Ilaria  del  Carretto, e  nei  due 
stiacciati  rilievi  sulle  lapidi  sepolcrali  di  Lorenzo 
di  Federigo  Trenta  e  di  sua  moglie  (a)  scolpite 
nel  1416  (87). 

g.4  1. 1  fiesolani  da  lunghissima  età  furono  mol- 
to distinti  nelle  opere  di  scarpello,  maneggiando 
il  marmo  come  se  fosse  una  cera  molle;  e  non  è 
meraviglia  che  accorressero  in  aiuto  ai  granili 
operatori  da  più  anni  impiegati  negli  edifizi  della 
Toscana.  Limitrofi  di  Firenze,  aventi  uno  ste- 
rile territorio  e  ristretto,  dovevano  trar  partito 
dall'industria  delle  lor  mani,  e  lo  trassero  in  ef- 
fetto impiegandosi  nelle  officine  degli  scultori 
primari  in  guisa  di  squadra  tori  e  scarpeliini  che 
attendevano  agli  ornati ,  ai  fogliami  ed  agli  ac- 
cessorii  dell'arte  maestra  (88) j  ed  i  loro  lavori 

(a)  Vcd.  tav.  CXXI,  N.  4,  5,  >^ 


4^4  COSTUMI 

sono  sparsi  in  molti  luoghi  d*"  Italia  .  Non  cosi 
mediocri  furono  altri  fiesolani  nella  scultura,  ed 
in  specie  un  Andrea  da  Fiesole,  che  non  bisogna 
confondere  con  Andrea  Ferrucci  ,  il  quale  non 
era  forse  nato,  quando  quesfaltro  scolpiva  .  Di 
quelPA-ndrea  nulla  trovo  di  citato  in  Toscana, ec- 
cettuato che  in  Lucca,  ove  si  vede  un  mirabile 
suo  lavoro  nel  chiostro  di  san  Domenico.  Di  altri 
fiesolani  tratteremo  a  suo  luogo. 

§.4^*^I^  si  torni  a  Donatello, a  queiruomo  che 
fu  l'ammirazione  del  secolo.e  che  diffuse  ì  suoi  lu- 
mi anche  fuori  d*Italia»Egli  viaggiò  nella  penisola 
e  vi  sparse  tanta  luce,che  molti  de'^migliori  scultori 
presero  ad  imitarlo  come  vero  modello,  in  partico- 
lare per  rartifizio,il  gusloe  la  diligenza  ne'bassiri- 
lievi»  In  Toscana  ed  altrove  si  vedono  sue  opere, 
de''suoi  scolari  e  de''suoi  imitatori^e  può  dirsi  vera- 
mente ch'ei  fomiasse  una  scuola.  Non  fu  materia 
che  non  si  prestasse  al  suo  talento,  marmi,  metalli, 
legno  e  cretaj  tutto  trattò  con  pari  maraviglioso 
ingegno  .  La  tavola  di  marirK>  della  Nunziata  in 
santa  Croce  di  Firenze  vogliono  che  sia  una  del- 
le sue  prime  opere,  per  la  quale  venissegli  assi- 
curata fama  di  valente  neir  arte  .  Egli  è  certo 
che  questo  lavoro  è  condotto  con  amore  d' ese- 
cuzione straordinaria  ,  e  con  tale  ingenuità  di 
espressione,  che  può  dirsi  scolpito  dall'artista  per 
far  giudicare  del  vero  suo  merito.  Soggetto  degno 
di  memoria  fu  la  gara  tra  Donatello  e  Brunelle- 
sco  nella  esecuzione  di  due  Crocifissi,  Tuno  ese- 
guito dal  Donatello  ,  che  si  conserva  nella  cap- 
pella dei  Bardi  della  medesima  chiesa,  Tal  Irò  dal-j 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^5 

l'emulo  suo,  mentre  questi  la  vinse  in  quello ,  e 
fece  dire  a  Donatello  „  a  te  oBrunelleschi  è  conce- 
duto fare  deferisti,  a  me  deVontadini  (89)y.ScoIpi 
Donatello  una  Maddalena  in  legno  per  la  chiesa 
dì  s.  Giovanni,  e  la  ornò  di  grandi  e  singolari  be- 
lezze  per  la  geatilez2a  delle  forme,  riutelligenza 
nelle  parti  anatomiche,  e  Tespressione  di  dolore 
che  spira  dal  moto  e  dalla  fisonomia ,  ma  poteva 
non  portare  lo  sfacimento  di  questa  figura  fino  ad 
essere  sì  scarna  e  prossima  ad  essere  scheletro. 
Anche  nelle  figure  da  lui  variate  le  tante  volte 
del  s.  Giovanni  tenne  uno  stile  nuovo  e  singola- 
re quasi  direbbesi  di  convenzione,  figurando  un 
tal  genere  di  gioventù  mista  del  carattere  nobile 
e  gentile  con  quello  adusto,  eh**  è  proprio  di  chi 
vive  al  deserto  ed  in  penitenza.  JXe  presentiamo 
uno  (a),  eh"*  è  in  casa  Martelli,  veneratovi  come 
capo  d'opera  di  quello  scultore.  Par  molto  diffi- 
cile che  possa  immaginarsi  altro  genere  di  scul- 
tura che  meglio  corrisponda  alfoggetto  indicato. 
È  sorprendente  come  Donatello  riuscisse  in  que- 
sto soggetto  senza  aver  neir  animo  alcuna  sorta 
di  modello  che  lo  potesse  condurre  in  qualche 
maniera  attraverso  ad  una  folla  di  difficoltà  ,  le 
quali  parevano  insormontabili.  La  figura  di  S.Gior- 
gio {b)  che  conservatissima  si  vede  dal  lato  me- 
ridionale dell'Or  s.  Michele  a  Firenze,  può  dirsi 
il  modello  della  sobrietà  e  della  profondità  dello 
artista.  Lo  storico  Cicognara  non  dubita  d' asse- 


(a)  Vcd.  tav.  CXXTT,  N.  1. 
(6)  Ved.  lav.  CXXV,  N.  3. 


4^,6  COSTUMI 

rire  che  quella  statua  segnò  il  più  gran  passo  del- 
ibarle dagli  antichi  ai  moderni ,  e  non  è  maravi- 
glia se  di  quest'opera  fu  fatto  gran  caso  dai  con- 
temporanei ,  e  se  non  ha  mai  cessato  di  fissare 
l'attenzione  della  posterità  (90). 

§43- Lavorò  Donatello  per  lo  stesso  edifizio  del- 
rOrs.  Michele  anche  il  s.  Pietro  ed  ils.  Marco,  Pul- 
timode''qualiMichelangiolo  soleva  lodare  moltissi- 
mo. Non  possiamo  lasciare  dì  far  parola,  come  con 
mirabile  artifizio  egli  scolpisse  la  statua  di  Bal- 
duccio  Cherichino  posta  accanto  a  quella  di  Fran- 
cesco Soderini  nel  Iato  del  campanile  del  duomo 
che  guarda  la  piazza.  Ouesfa  statua,  della  quale 
do  un  cenno  in  rame(a),potrel)be  quasi  dirsi  non 
indegna  de^beHempi  delPantichità,visla  dal  punto 
per  cui  fu  scolpita.  Uno  degli  artifizi  di  quest'uo- 
mo ingegnosissimo  si  fu  il  lavorare  i  marmi  con- 
venientemente alla  distanza  da  cui  dovean  ve- 
dersi •  ma  questa  statua  panneggiata  magnifica- 
mente,  e  posta  a  quell'immensa  altezza  sembra 
finita  colla  massima  accuratezza,  quando  è  lavo- 
rata a  grandissimi  tocchi  di  scarpello  5  nulla  v*  è 
di  minutamente  eseguito,  le  mosse  grandiose,  le 
pieghe  amplissime,  tostile  assai  nobile, e  la  testa 
inclinata  come  se  tenesse  favella  coi  circostanti. 
Tfarrasi  difatli  che  nel  lavorare  questa  statua,  la 
quale  per  esser  calva  Donatello  solea  chiamare  lo 
Zuccone  .  dicea  talvolta  „  favella  favella,  „  tanto 
a  lui  stesso  parea  che  in  questi  tratti  magistrali 
fosse  espressa  la  vita  .  Dovrebbesi  dir  molto  del 

(a)  Yed.  tav.  CXXII,  N.   2. 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  THI.  ^2^ 

gruppo  della  Giuditta  eh'  è  posta  alle  logge  dei 
Lanzi,  ma  non  è  il  nostro  scopo  in  questo  scritto 
il  notare  per  filo  tutte  le  opere  dello  scultore 
prelodato  (91).  Questa  statua  non  fu  Catta  per  es- 
ser posta  sotto  le  logge  dei  Lanzi  ,  dove  ora  si 
vede,  ma  vi  fu  posta  nel  i5o4  dopo  essere  stata 
altrove.  Donatello  non  ebbe  mai  chi  lo  vincesse 
nei  bassìrilievi ,  come  il  Ghiberti  non  venne  mai 
superato  nei  mezzi  rilievi.  Soprattutto  in  questa 
età  sola  può  dirsi  che  riconosciutosi  da  alcuni  il 
magistrale  artifizio  con  cui  gli  antichi  nei  lavori 
del  più  dolce  rilievo  ebber  cura  di  squadrare  i 
loro  contorni  senza  sfumare  con  troppa  dolcezza 
la  parte  protuberante  sul  piano,  se  ne  valsero 
con  finissimo  accorgimento.  Fu  in  tal  modo  di 
esecuzione  che  Donatello  veramente  fece  stupire 
i  contemporanei,  e  lasciò  nei  posteri  una  vivissi- 
ma brama  di  emularlo. 

g.  44  •  1^0^*  ^^"  somma  maestrìa  trattò  in 
bronzo  P  argomento  della  Deposizione  in  uno 
dei  pergami  di  s.  Lorenzo  in  Firenze  (a).  Ivi  si 
riconosce  il  sapere  delP  antica  imitazione,  può 
anzi  dirsi  r.h'egli  in  questo  soggetto  s'avvicinasse 
all'estremo  per  la  forza  di  accumulate  espressioni, 
poiché  è  decoro  deipari ista  di  Inscinr  solamente 
conoscere  dalla  movenza  delle  figure  e  dalla  loro 
espressione  qual  elTelto  ne  dovrà  resultare  nelPos- 
servatore.  Bella  singolarmente  in  questo  bassori- 
lievo è  Pespressiune  delle  donne  in  attegijiamenlc 
di  desolazione,  lo  che  tocca  appunto  P  estremo 

(a)  Vcd.   tav.  CXXIII. 


^aS  COSTUMI 

che  abbiamo  di  sopra  notato.  I  fregi  di  questo  per- 
gamo attestano  i  molti  studi  e  la  nobile  vaghezza 
d''imitazione  deiranlico.^  che  Donatello  si  propose 
d'  eseguire  anche  ornando  i  gravissimi  soggetti 
della  Passione,  poiché  questi  son  pieni  di  piccole 
figure  di  elegantissimi  puttini,  bighe,  cavalli.  Ma 
non  debbesi  involare  una  benché  minima  parte 
di  attenzione  deir  occhio  e  del  cuore  che  tutta 
dee  penetrarsi  di  sì  serio  soggetto,  quaTè  la  Pas- 
sione del  Signore  (92).  Questo  bassorilievo  è  sin- 
golarmente ammirabile  per  rinvenzione,ma  quan- 
do Donatello  vi  lavorò  era  vecchio,  e  per  ciò  n^è 
debole  la  meccanica  esecuzione.  Bellissima  poi 
oltre  ogni  dire  é  la  danza  dei  putti  scolpita  nel- 
1'  esterno  giro  del  pergamo  di  marmo  ,  dove  si 
mostra  sulla  piazza  di  Prato  la  sacra  Cintola  del- 
la 3Iadonna  ,  non  menche  il  gruppo  dei  sei  putti 
all'  altare  della  cappella  Cavalcanti  in  santa  Cro- 
ce a  Firenze. 

g.  45.  Qualche  cosa  ci  rimane  a  dire  d''un  ce- 
lebre monumento  sepolcrale  da  lui  eretto  alla 
memoria  di  papa  Giovanni  Coscia, che  il  concilio 
di  Costanza  depose  dal  pontificato,  e  fu  posto  in 
s.  Giovanni  di  Firenze.  Questo  monumento  di 
semplice  e  nobile  esecuzione,  parte  in  bronzo  e 
parte  in  marmo  dimostra  chiaramente  come  in 
questo  genere  di  operare  si  abbandonasse  una 
certa  minutezza  che  osservasi  in  quegli  artisti 
precedenti,  elevandosi  Donatello  ad  operare  con 
sobrietà  d'invenzione  anche  a  far  cosa  onorevole 
e  distinta.  Le  tre  figure  di  tutto  tondo  se  non 
arrivano  alla  finezza  delPespressione  delle  altre 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  TlII.  ^2g 

statue  da  lui  condotte,  ciò  deve  piuttosto  ascri- 
versi alla  natura  delle  allegorie  che  ad  altra  cau- 
sa. Lo  stile  di  queste  figure  scolpite  in  marmo  è 
largo  e  facile,  è  tiene  molto  delPantico-  nel  cui 
studio  doveva  allora  esser  freschissimo-DonalelIo, 
che  non  oltrepassava  i  trentacinque  anni  di  sua 
età.  La  Speranza  e  la  Carità  soltanto  son  tutte  di 
sua  mano  ;  Michelozzo  uno  de'*  suoi  allievi  ne 
scolpi  la  Fede  che  non  riceve  alcun  torto  dalla 
vicinanza  delle  opere  del  maestro,iI  quale  ne  avrà 
forse  anche  diretto  il  modello  oltre  Tesecuzio- 
ne.  Da  Simone  fratello  di  Donato  non  ricevet- 
te la  scultura  veruno  incremento,  quantunque  la- 
vorasse con  qualche  eleganza,  come  si  vede  nei 
cancelli  alla  cappella  della  Madonna  della  Cin- 
tola in  Prato.  Maggior  profitto  fece  nell'arte 
un  certo  Giovanni  da  Pisa,  che  Donatello  seco 
forse  teneva  in  Padova  come  suo  creato,  allor- 
ché andò  a  farvi  molti  lavori  come  vi  si  veggo- 
no. Vi  fu  un  Bertoldo  fiorentino  pure  allievo 
e  creato  di  Donatello,  che  scolpi  con  somma 
lode  un  medaglione  commessogli  da  Maomet- 
to II,  per  modo  che  potrebbesegli  accordare  un 
grado  maggiore  tra  gli  artisti  del  XV  secolo.  Que- 
sto medaglione  rappresenta  Maometto  da  un  lato 
ed  un  elegantissimo  carro  trionfale  tirato  da  ca- 
valli sul  quale  sta  il  genio  della  vittoria,  e  trae 
come  incatenate  tre  donne  affatto  ignude,  che  al- 
ludono a  tre  regni  conquistati  e  sommessi.Quesle 
tre  figurine  son  toccate  con  tanto  vezzo,  che  non 
Iregiii  soggiogati,  ma  le  grazie  dir  si  potrebbero^ 
e  fanno  ben  vederci  che  non   sempre  si  misura 


43o  COSTUMI 

adeguatamente  dalPunghia  il  leone.  Uno  però  dei 
meriti  di  Bertoldo  fu  Tessere  stato  capo  o  custode 
di  quell'accaderaia,  che  a  guisa  di  squola  radunò 
Lore  nzo  il  magnifico  nel  suo  giardino.  Noi  non 
asseriremo  che  fossero  allievi  di  quel  buon  pra- 
tico, i  molli  artisti  che  frequentarono  questa  dot- 
la  società,  ma  certamente  a  lui  dovettero  essere 
molto  obbligati  tutti  quei  sommi  maestri,  come 
il  Buonarroti,  il  Rustici,ilTorrigiano,  il  Granacci, 
Baccio  da  Montelupo,  il  Contucci  e  tanti  altri 
che  formavano  allora  e  successivamente  quel  ri- 
spettabile consesso  (9B). 

g.  4<>-  A.  Nanni  di  Antonio  di  Banco  allievo  di 
Donatello  si  attribuisce  una  Vergine  Assunta  in 
cielo,  assisa  entro  uno  scudo  fatto  a  mandorla 
con  diversi  angioli, la  quale  si  vede  sulla  porta  la- 
terale del  duomo  di  Firenze  dirimpetto  alla  via  del 
Cocomero,  il  qual  lavoro  può  giustamente  ascri- 
versi tra  le  migliori  opere  del  secolo  XV,  poiché 
nei  libri  di  fabbrica  risulta  compiuto  nelP  anno 
142.1.  Questo  Nanni  d**  Antonio  di  Banco  scol- 
pì il  s.  Filippo  deirOr  s.Michele^e  4  santi  ivi  pure 
raggruppati  in  una  sola  nicchia,  opere  non  vol- 
gari e  meritevoli  di  tenerlo  fra  i  buoni  artisti 
del  suo  tempo,  ma  delle  quali  nessuna  pareggia 
la  scultura  della  mandorla  che  abbiamo  cita- 
ta .  Un  di  coloro  che  pur  seguitarono  il  fare 
di  Donatello  fu  Desiderio  da  Settignano  giovine 
di  gentile  ingegno,  e  che  delle  opere  prodotte 
nel  breve  spazio  di  vita  che  fugli  concessa, ci  la- 
scia dolenti  pel  molto  che  avrebbe  prodotto  se 
Don  fossero  stati  troncati  sì  prestamente  i  suoi 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  vili.  4^^ 

giorni.  Egli  condusse  il  marmo  con  una  singola- 
re mollezza  ed  una  pastosità  che  alle  morbide 
carni  Io  rendeva  rassomigliante.  Nelle  teste  poi 
da  esso  scolpile  risplende  una  gentil  venustà  ed 
una  finitezza  regolarissima^  oltre'di  che  inventò  i 
suoi  soggetti  con  una  grazia  infinita,  come  ne  fan- 
no fede  le  sue  sculture  in  Firenze  all'altare  del  sa- 
cramento in  s.  Lorenzo,e  l'elegantissimo  deposilo 
che  si  vede  in  s.  Croce  eseguito  per  la  morte  del 
Marsuppini  (a).  La  preziosità  della  esecuzione 
non  meno  che  la  ricchezza  delP invenzione  lo  co- 
stituiscono uno  dei  più  bei  pezzi  di  scultura  di 
questo  secolo  in  Toscana:  la  gentilezza  degli  or- 
nati è  somma.  1  mausolei  che  vi  erano  inalzati  nei 
secoli  precedenti  rimasero  molto  eclissati  da  que- 
sta eleganza  di  forme,  e  da  questa  finezza  di  la- 
voro: che  sebbene  la  parte  ornamentale  si  riten- 
ga come  un  accessorio  di  quanto  riguarda  il 
gran  genere  della  scultura,  domanda  però  un  gu- 
sto sommo  ed  una  gentilezza  squisita.  Da  esat- 
te ricerche  del  Cicognara  più  volte  lodato  ap- 
prendiamo esser  opera  di  Bernardo  di  Matteo 
Rossellino  famoso  architetto  e  scultore  il  bellis- 
simo monumento  della  beata  Villana  in  s.  Maria 
Novella  (94),scolpilo  Tanno  14^7,  e  Antonio  fra- 
tello di  Bernardo  pure  scultore  non  fu  di  minor 
merito,  riconoscendo  anche  il  Vasari  il  passo  gran- 
de che  avea  fatta  Tarte  per  opera  loro.  Il  Buonar- 
roti fu  gran  lodatore  delle  opere  di  Antonio,  e 
stettero  sempre  in  gran  pregio  per  la  grazia  delle 

(a)  Ved.  lav.  CXXIV. 


^32  COSTUMI 

teste,  la  dolcezza  dei  panneggiamenti  e  la  leggia- 
dria di  tutte  le  partì  ©v'aerano  osservali  i  precetti 
deirarte.  Ma  il  lavoro  principale  di  Antonio  sem- 
bra essere  statola  sepoltura  del  cardinale  del  Por- 
togallo a  s.  Miniato  al  Monte  presso  Firenze,  un 
dei  più  delicati  e  graziosi  lavori  che  fossero  ese- 
guiti da  scarpelli  fiorentini.  Mirabili  sono  fra  le 
altre  cose  alcuni  angioli,  nella  testa  dei  quali  si 
scorge  una  veramente  angelica  bellezza^nella  mas- 
sa della  vita  una  grazia  singoIare,e  nei  panni  che 
gli  cuoprono  una  perizia  grande  nel  rigiro  delle 
pieghe^  cose  difficilissime  a  trovarsi  nelle  opere 
di  scultura  (95). 

g.  47*  Ciò  che  peraltro  merita  singolarmente 
l'attenzione  di  chi  nelle  opere  degli  artisti  cerca  il 
progresso  delfarte,  è  il  deposito  eretto  per  opera 
del  nominato  Bernardo  di  Malico  Rossellino  in 
s.  Croce  a  Leonardo  Bruni  aretino  storico  di  gran 
rinomanza,  ove  il  Verrocchio  scolpi  nelPalto  il 
bassorilievo  della  Madonna,  di  cui  gP  inteUigentì 
fanno  gran  caso.  In  quest'opera  oltre  Tabilità  del- 
lo scarpello  non  può  farsi  a  meno  di  riconoscervi 
Ja  sobrietà  deiringegno  e  la  convenzione  delfarte^ 
è  di  sua  mano,  secondo  il  Cicognara,  il  deposito 
elegantissimo  che  si  vede  in  s.  Domenico  di  Pi- 
stoia eretto  a  Filippo  Lazzari  insigne  legista  nel 
1464.  La  fertilità  degli  ingegni  in  quest'aureo  se- 
colo è  tanto  imponente,  che  non  può  dirsi  aver  le 
arti  seguito  uno  sviluppo  regolare  e  costante.  La 
Toscana  continuò  a  vero  dire  più  d'  ogni  altra 
parte  d''Italia  a  mantenersi  nel  grado,  può  quasi 
dirsi,  d'istitutrice,  e  certamente  poi  quivi  più  che 


DEI  TEMPÌ  RtPtJBB.  PARTE  Vili.  4^^ 

in  altra  parte  di  essa  fu  copia  di  maestri  distinti 
ed  onorati.  Matteo  Civitali  di  Lurca  vuole  dal- 
rimparzialità  dello  storico  un  de''Iuoghi  i  più  di- 
stinti fra  gli  scultori  dì  questo  secolo.  Sono  le 
opere  sue  che  a  Lucca  si  vedono  così  saggiamente 
pensate  e  così  nitidamente  ed  elegantemente  e- 
seguite,  che  possono  gareggiare  colle  primarie 
pel  gusto  della  esecuzione,  e  per  l'adempimento 
dei  precetti  d'  arte .  L'  opera  la  più  cospicua 
di  questo  scultore  fu  il  mausoleo  bellissimo  di 
Pietro  da  Niceto  già  segretario  di  Niccolò  V,  e 
può  presentarsi  come  il  modello  di  questo  genere 
di  monumenti.  La  statua  di  s.  Bastiano,  posta  in- 
torno al  giro  della  cappella  del  volto  santo  in  s. 
iHartino  di  Lucca,  vien  dal  Vasari  tenuta  come  il 
capo  d'^opera  di  questo  artista,  e  da  tutti  lodata 
per  la  sua  nobile  semplicilà,intelligenza  ed  estre- 
ma pulizzìa  del  lavoro:  dicono  che  il  Perugino  la 
studiasse  nelPessere  in  Toscana  (96). 

g.  48.  Emulo  e  contemporaneo  del  Brunelle- 
sco  e  di  Donatello  seppe  il  Ghiberti  aprire  una 
via  ai  progressi  delParte  della  scultura  non  peran- 
00  tentata.  Non  sembra  peraltro  che  quest'artista 
imprendesse  lavoro  veruno  di  grande  importanza 
prima  che  il  concorso  alle  porte  di  s.  Giovanni 
di  Firenze  gli  aprisse  la  mente  e  gli  fosse  incita- 
mento ovvero  occasione  ad  una  tal'opera,  che 
segnar  doveva  la  più  grand'epoca  dell'arte  dopo 
il  suo  risorgimento  in  Italia.  Sei  furono  gii  ar- 
tisti che  vennero  a  concorso  per  ornar  queste 
porte:  Filippo  di  ser  firunellesco,  Simone  da  Col- 
le, Iacopo  della  Quercia  da  Siena.  Francesco  di 
St.  Tose,   Tom.  9.  38 


/34  COSTUMI 

ValclarnhrJna,  Niccolò  Lamberti,  e  34  giudici  lut- 
lì  artisti,  forestieri  e  paesani,  i  quali  decisero  che 
la  commissione  dar  si  dovesse  a  Lorenzo (9;). 
Egli  si  posealPopera  nel  i4o3,la  quale  riuscì  tan- 
to bene,  ch'egli  fu  successivamente  incaricato  di 
molti  altri  lavori  di  scultura  in  bronzo  in  Siena  e 
in  Firenze.  Finalmente  le  prove  ch'egli  dette  di 
un''abilità  sempre  crescente  determinarono  i  ma- 
gistrali di  Firenze,  dopo  il  compimento  delFope- 
ra  ch'egli  aveva  ottenuto  per  concorso,a  confida- 
re a  lui  Tesecuzione  della  terza  porta  del  Batti- 
stero, di  quella  cioè  ch'era  destinata  alFingresso 
principale  :  essa  è  la  più  ricca  delle  altre  tre  . 
Questa  porta  di  una  elegante  proporzione  pre- 
senta due  imposte  divise  in  dodi«:i  scompartimen- 
ti. Son  eglino  di  forma  quadrata  riempiti  da  do- 
dici bassirilievi,  i  di  cui  soggetti  tratti  dairantico 
Testamento  sono  scelti  con  discernimento  e 
composti  con  interesse;  una  cornice  formata  da 
figurine  in  piedi  e  da  busti  collocati  in  nicchie  cir- 
conda ciascuna  delle  imposte,che  sono  esse  stes- 
se racchiuse  in  una  intelaiatura  arricchita  di  fe- 
stoni, di  fogliami,  di  frutti  mescolati  con  uccelli 
ed  altri  animali.  Una  cornice  di  bronzo  come  tut- 
to il  resto  termina  graziosamente  questo  magni- 
fico insieme, da  cui  Tocchio  resta  incantato  anche 
avanti  che  Tattenzione  abbia  potuto  portarsi  al- 
Tesamedi  tutte  le  particolarità.che  fanno  di  que- 
sta porla  un  vero  capo  d'opera  di  scultura. 

g.  49.  Il  bassorilievo  qui  riportato  (a),  ch'è  un 

(a)  Ved.  tav.  CXXV,  N.  1 . 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PABTE.  Vili.  4^5 

dei  la  quadri,  rappresenta  il  ricevimento  delle  ta- 
vole della  legge.  La  scena  imponente,  come  Tav- 
venimento  ch''essa  riferisce,  è  distribuita  in  una 
giudiziosa  progressione.  Dal  seno  delle  nuvole  e 
dai  baleni  Dio  stesso  consegna  a  Mosè,  posto  sul- 
la sommità  del  iVIonte  Sinai,le  tavole  della  legge. 
Al  mezzo  il  monte  Gesuè  prosternato  sembra  in- 
dicare, per  mezzo  del  posto  in  cui  trovasi,  lo  sta- 
to intermediario  al  quale  egli  è  chiamato.  In  fine 
il  popolo  ebreo  in  una  inquieta  espettazione  oc- 
cupa la  parte  più  bassa  della  montagna.  In  questo 
numeroso  gruppo  V  agitaaione  ed  il  timore  so- 
no espresse  in  una  maniera  giusta  e  variata  con 
i  movimenti  tumultuosi  degli  uomini,  e  colle  at- 
titudini delle  donne  e  dei  fanciulli.  Queste  son 
belle  ed  offrono  una  commovente  espressione 
materna*,  i  loro  panneggiamenti  son  disposti  eoa 
grazia  e  con  dignità  (98),  e  se  ne  può  giudicare 
da  una  delle  figure  femminili  del  primo  piano  in- 
cisa in^'grande(a).  Vi  manca  talvolta  Tunità  d'a- 
zione, ma  ciò  fu  cagionato  dalla  obbligazione  ini- 
posta  alTartefice  di  solloporsi  alle  idee  di  coloro 
che  avevangli  ordinato  il  lavoro,  i  quali  vollero 
rappresentati  più  di  venti  soggetti  in  soli  dieci 
compartimenti.  Di  più  era  stato  stabilito  che  ì 
soggetti  dovevano  esser  trattati  di  rilievo,  mezzo 
rilievo,  bassorilievo  e  bassissimo  rilievo.  Per  a- 
dempire  condizioni  simili,  Lorenzo  conobbe  che 
bisognava  impiegare  tutte  le  risorse  della  prospet- 
tiva lineare,  ed  ei  lo  fece  con  tannarle  per  mezzo 

(rt)  Vcd.  tav.   CXXV,  N.  2. 


436  COSTUMI 

delle  situazioni^  delle  disposizioni  dei  gruppi  e 
della  disuguaglianza  delrilievo,come  della  propor- 
zione delle  figure,  che  nella  ordinazione  generale 
dei  suoi  bassirilievi  messe  tanta  grazia  e  tanta 
varietà,  quanta  un  abile  pittore  avrebbe  potuto 
porre  nella  composizione  di  un  quadro.  Si  può 
osservare  che  il  Ghiberti  fu  utilmente  diretto 
nella  esecuzione  della  sua  difficile  intrapresa  dai 
suoi  studi,  e  dai  suoi  primi  lavori  ch'erano  stati 
consacrati  alla  pittura  (99).  Tanta  è  la  perfezione 
e  bellezza  di  que^ie^orte,  che  allorquando  furo- 
no terminate,  il  che  accadde  nel  i^io^  Miche- 
langiolo  giudicolle  degne  di  stare  in  Paradiso, 
e  gli  furono   pagate  ventiduemila  fiorini  (100). 

g.  5o.  Il  Ghiberti  ha  fatto  prova  di  un  merito 
assai  notabile,  e  forse  ancor  più  reale  neiresecu- 
zione  di  un^altra  considerabile  opera  in  bronzo  de- 
stinata ad  ornare  la  cassa  di  san  Zanobi  vescovo 
di  Firenze,  ove  Punita  di  azione  vi  è  conservata,  li 
soggetto  n'è  s.  Zanobi  che  resuscita  un  bambino, 
e  che  gli  era  stato  confidato  in  presenza  di  sua 
madre  e  del  popolo  .  Un  vasto  campo  ha  per- 
messo al  Ghiberti  di  sviluppare  su  tre  piani  tutta 
la  sua  composizione.  Fabbriche  magnifiche  occu- 
pano il  fondo  d'una  piazza  bella  e  grande: la  posizio- 
ne loro,  quella  delle  figure  del  davanti  della  scena 
sono  indicate  in  una  maniera  sensibile  dal  pro- 
gressivo abbassamento  del  rilievo  e  dallo  impic- 
colimento  gradualo  delle  forme,  le  quali  conser- 
vano niente  di  meno  le  naturali  loro  proporzioni. 
Non  bisogna  dissimulare  per  altro  che  nei  bassi- 
rilievi  del  Ghiberti  vi  si  trovi  talvolta  delle  sec- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^7 

chezze  ed  anche  una  specie  cl'asprezza,che  urtano 
al  primo  colpo  (rocchio,  e  dì  cui  non  si  può  ren- 
der conto  che  aitiibuendole  all'eia  dell'arte  appe- 
na uscita  dall'adolescenza,  e  considerandole  co- 
me prodotti  di  una  scienza  che  si  era  saputa  a- 
cquislare,  ma  non  sapevasi  ancora  nascondere. 
Quesla  miscela  di  pregi  e  difetti  indicando  con 
precisione  il  grado  a  cui  Parte  inalzata  si  era,  ser* 
ve  a  stabilirne  alla  metà  del  decimoquinto  secolo 
la  seconda  epoca  del  rinnovamento,  la  quale  vo- 
gliamo ora  percorrere  (loi). 

g.  5i.  Tra  le  statue  che  ornano  Testeriori  pa- 
reti d''Or  s.  Michele  in  Firenze  se  ne  trovano  tre 
del  Ghiberti,  il  s.  Giovanni  Battista  ,  s.  Stefano 
e  s.  Matteo  evangelista  lutfe  tre  di  bronzo  della 
grandezza  naturale ,  V  ultima  principalmente  di 
queste  tre  figure  è  notabile  per  la  grandiosità  dello 
stile,  per  la  bella  disposizione  del  panneggiamento 
e  per  Tarmouìa  che  regna  fra  le  parti.  Se  Dona- 
tello e  Ghiberlì  debbono  a  gius  lo  titolo  esser 
riguardati  come  principali  autori  della  felice  rivo- 
luzione che  successe  allora  nella  scultura,  l'esat- 
tezza della  storia  ci  obbliga  qui  a  ripetere  che  que- 
sta non  fu  loro  opera  esclusivamente ,  e  che 
fiirono  essi  potentemente  secondati  nei  lavori  da 
una  molli!  Udine  di  abili  scultori  loro  contempora- 
nei, loro  allievi, loro  iraitatori,che  tutti  temlevano 
alla  perfezione  con  le  proprie  loro  forae,  e  dei 
quali  molti  svilupparono  anche  un  genio  libero 
ed  indipendente.  Tali  furono,oltre  i  già  mentovati, 
anche  Luca  della  Robbia,  Agostino  suo  fratello 
«  Andrea  suo  nipote,  i  quali  non  solauienle  la- 


438  COSTUMI 

vorarono  il  marmo  con  buon  successo,  ma  si  re- 
sero celebri  egualmente  per  la  invenzione  dei 
bassirilievi  in  terra  cotta,  che  ricoprivano  di  uno 
smalto  proprio  a  dare  alla  superfìce  loro  il  lustro 
e  la  durata  del  marmo  (a).  Noto  qui  che  il  bellis- 
simo fregio  di  terracotta  invetriata,  che  orna  e- 
sternanieute  il  loggiato  dell'ospedale  degli  infer- 
mi detto  il  Ceppo  a  Pistoia,  fu  fatto  circa  l'anno 
iSaS  da  Giovanni  della  Robbia  figlio  di  Andrea, 
e  può  con  fondamento  supporsi  ch^egli  sia  stato 
aiutato  dai  fratelli  Luca  e  Girolamo:  è  diviso  in 
sette  quadri  esprìmenti  le  opere  di  misericondia 
corporali  (ioa). 

§.  52,.  Bisogna  contare  fia  gli  abili  artisti  che 
possedeva  allora  la  scuola  fiorentina  Pietro  e  An- 
tonio Pollaioli,  i  quali  coltivarono  insieme,  oltre 
la  pittura,  l'orificeria,  l'incisione  delle  medaglie, 
anche  la  scultura  in  marmo  ed  in  bronzo.  Le  ar- 
genterìe dell'aitar  famoso  di  san  Giovanni  in  Fi- 
renze son  ricche  de'primi  lavori  a  cesello  di  An- 
tonio, e  lavorò  di  niello  gareggiando  con  belle  pa- 
ci ,  di  cui  Maso  Finiguerra  aveva  arricchito  la 
sagrestia  di  s.  Giovanni.  Antonio  ch'era  scolare  di 
Pietro  si  distinse  particolarraeute  per  l'arditezza 
del  disegno  e  per  una  rara  intelligenza  deli-ana- 
tomìa, essendo  stato  il  primo,  secondo  il  Vasari,  a 
studiarla  nella  dissezione  dei  corpi  umani.  Giu- 
liano da  Maiano  e  Benedetto  suo  fratello  son  me- 
ritevoli anch'essi  di  una  particolare  menzione:  il 
primo  come  buono  scultore  del  pari  che  abile  ar- 

(a)  Ved.   lav.  CXXII,  N.  3. 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PARTE  VIIL  4^9 

chitetto^il  secondo  per  aver  lavorato  con  successo 
non  solo  in  marmo,  ma  anche  in  legno,  e  princi- 
palmente in  lavori  di  tarzia.  Nel  numero  final- 
mente dei  più  felici  imitatori  di  Donatello  e  del 
Ghiberti  bisogna  collocare  àndrea  Verrocchio,  il 
qual  seguitando  le  opere  di  questi  grandi  maestri 
si  formò  uno  stile  eccellente.  S*"  egli  cede  loro 
alcune  volte  in  grazia,  gli  uguaglia  spesso  nella 
grandiosità  delle  forme  e  nella  dignità  delKazìo- 
ne,  come  Io  dimostra  il  bel  gruppo  di  s.  Tomma- 
so e  Gesù  Cristo  nella  facciata  esterna  di  Or  san 
3Iichele  (  io3).  Si  vuole  ch'*egli  contribuisse  a  ren- 
der più  facile  Tarte  della  imitazione,  mediante  il 
formare  di  getto  le  cose  naturali  ,  onde  averle 
nella  freschezza  non  alterata  dalle  lor  forme  di- 
nanzi agli  occhi  per  poterle  studiare^  come  an- 
che pretendesi  che  i  primi  ritratti  di  gesso  formati 
sul  volto  dei  defunti  fosser  per  opera  sua  (io4). 
Fu  suo  alunno  lo  scultore  Francesco  di  Simone 
fiorentino^  che  nella  chiesa  di  s.  Domenico  in  Bo- 
logna scolpi  un  bel  deposito  al  Tortagni  imolese, 
ma  viene  rimproveralo  lo  scultore  d"*  aver  pro- 
fuso eccessivo  lusso  d''intaglio. 

g.  53.  Andrea  Ferrucci  e  Mino  da  Fiesole  con- 
dussero il  marmo  con  tanta  morbidezza,  e  con 
tanto  gusto  e  sapere  inventarono,  che  le  opere 
loro  hanno  diritto  di  riputarsi  fra  le  migliori  del 
secolo.  Scolpi  Mino  un  altare  per  una  cappellina 
interna  della  Badia  di  Firenze,  la  cui  fina  elegan- 
za della  esecuzione  ,  e  la  dolcissima  semplicità 
della  composizione  ,  non  tanto  per  la  forma  e 
comportalo  arcbitelLonico  delle  tre  nicchie,  quan- 


44o  COSTUMI 

to  per  le  figure  scolpii  evi  ,  mostrano  il  sommo 
guslo  (leiraiierice  e  deiraiireo  tempo  cui  appar- 
tiene quest'  opera.  Nel  duomo  di  Fiesole  questo 
autore  fece  quelP  altarino  così  elegante  ,  ove  le 
diverse  figure  scolpitevi  son  graziose  e  morbidis- 
sime di  tal  modo,  che  marmo  non  i'u  mai  meglio 
trattato  da  toscano  scarpello.  Se  gli  scultori  più 
immaginosi  ueir  inventare,  dice  l'intelligentissi- 
mo Cicognara,  e  più  dotti  nel  comporre  avessero 
portate  ad  un  tal  grado  di  esecuzione  le  opere  lo- 
ro, forse  nulla  sarebbe  mancalo  per  giungere  al- 
l'' eccellenza  .  È  opera  di  Mino  da  Fiesole  an- 
che il  magnifico  monumento  sepolcrale  eretto  dai 
monaci  della  Badia  di  Firenze  al  marchese  Ugo, 
il  qual  fu  signore  di  questo  paese  nelP  XI  seco- 
lo(io5).Questa  senza  dubbio  è  l'opera  più  perfetta 
che  mai  venisse  dallo  scarpello  di  Mino,  essendo 
benissimo  condotta  la  statua  del  conte  Ugo  di- 
stesa sopra  la  cassa  ,  e  scolpiti  con  molta  grazia 
alcuni  putti  che  tengono  la  di  lui  arme (106).  Nel 
deposito  del  vescovo  Leonardo  Salutati  si  vede 
la  di  lui  testa  scolpila  dallo  stesso  Mino  con  tan- 
ta verità,  che  non  marmo,  ma  piuttosto  molle 
materia  direbbesi  (a).  Non  men  distinto  sculto- 
re fu  Andrea  Ferrucci  pur  di  Fiesole:  tìglio  di 
padre  scultore  ,  ed  allevato  da  scultori  tìesolarii 
incominciò  a  lavorare  di  squadratura,  poi  ad  in- 
tagliare fogliami  ed  ornati,  e  finì  per  essere  un 
graziosissimo  artista  e  disegnatore,  come  lo  mo- 
strano le  molte  cose  da  lui  scolpite,  e  che  si  ve- 

(a)  Ved.  lav.  GXXI,  N.  6. 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PARTE  vili.  44* 

dono  in  parte  nella  chiesa  di  s.  Girolamo  presso 
Fiesole.  Egli  è  un  di  quelli  artisti  nati  sul  finire 
del  secolo  XV  e  morti  nel  principio  del  XVI,  co- 
sicché partecipò  alquanto  dello  stile  che  incomin- 
ciava a  dorainare,e  fu  contemporaneo  dello  stesso 
Buonarroti.  Grandissimo  è  il  numero  di  questi  tìe- 
solani  che  si  distinsero  particolarmente  nel  gene- 
re degli  ornamenti,  i  quali  intagliarono  con  isqui- 
silo  gusto  e  leggerezza:  i  loro  nomi  e  le  opere  si 
notarono  con  parlicolar  diligenza  dal  Vasari  (107). 

§.  54.  I<o  splendore  di  cui  brillava  la  scultura 
in  Toscana  si  diffuse  ben  presto  su  tutte  le  altre 
scuole  d"'Italia,come  dicemmo.  L'impulso  (lato  dal- 
la scuola  fiorentina  alla  statuaria,  non  solamente 
si  propagò  nella  penisola,  ma  si  comunicò  anche  a 
tutte  le  branche  secondarie  della  scultura.  Il  mi- 
glioramento fecesi  sentire  anche  nella  tarsia,e  da- 
maschinerìa  sopra  i  metalli,  ed  in  molti  altri  generi 
anche  minori  d'incisione  .  Opere  della  natura  di 
quelle  che  abbiamo  finora  descritte  dovean  di  po- 
co precedere  l'invenzione  dei  medaglioni  storici, 
e  V  uso  infatti  se  ne  stabili  presso  a  poco  verso 
lo  stesso  tempo,  e  V  esecuzione  se  ne  migliorò 
seguendo  la  medesima  progressione  dalla  metà 
del  XV  secolo  ai  primi  anni  del  XVI. 

g.  55.  Ora  noi  vedremo  finalmente  comparire 
ciò  che  mancava  ancora  per  costituire  V  ultimo 
grado  del  perfezionamento  della  scultura  rinno- 
vata \  una  più  pura  scelta  di  oggetti ,  una  pro- 
fonda scienza  nella  maniera  di  eseguirli ,  ed  una 
elevazione  di  pensiero,  frutto  di  un  più  squisito 
sentimento  .  Il  tempo  ausiliare  tanto  necessario 


44jì  costumi 

pel  genio  onde  portare  al  più  alto  punto  di  perfe- 
zione le  umane  invenzioni,  avea  riserbato  dopo 
tre  secoli  di  sforzi  Tonore  a  Micbelangiolo  di  fare 
per  la  scultura  ciò  che  Raffaello  fece  in  seguito 
per  la  pittura  (i  08).  Ma  non  tutto  ad  un  tempo  il 
Buonarroti  potette  giungere  ad  esprimer  tratti 
veementi ,  a  segnare  gagliardi  contorni ,  a  sfog- 
giare in  una  pronunziata  scienza  anatomica  nelle 
sue  sculture.  Le  prime  opere  di  tal  genere  esegui- 
te da  Micbelangiolo  son  trattate  con  assai  più 
dolcezza  cbe  quelle  scolpite  posteriormente.  Tale 
è,  per  esempio,  il  bassorilievo  cbe  dal  Vasari  das- 
si  nome  di  pugna  d'Ercole  coi  centauri,  per  quan- 
to ne  di  centauri,  né  d'Ercole  vi  sieno  indizi;  ma 
piuttosto  sembra  un  giovanile  capriccio  esistente 
per  lo  addietro  in  casa  Buonarroti.  Il  Cupido  dor- 
miente da  Micbelangiolo  sotterrato  per  farlo  cre- 
dere antico,  e  del  quaPerasi  ritenuto  il  braccio  per 
provare  cbe  quella  scultura  era  opera  sua  e  non 
antica  greca,ciò  dimostra  che  lo  stile  di  quell'ope- 
ra era  castigato  e  purissimo.  Lo  stesso  merito  di 
greca  somiglianza  ha  il  Bacco  col  satiretto  ciré 
in  Galleria  di  Firenze,e  fu  opera  ch'ei  scolpì  nel 
XXIV  anno  della  età  sua .  Anche  il  suo  gruppo 
della  Pietà,  della  quale  è  in  san  Pietro  di  Roma 
r  originale  ,  si  vede  in  copia  fedele  in  una  delle 
cappelle  di  s.  Spirito,  e  consiste  nella  Madonna 
di  marmo  bianchissimo  con  Gesù  Cristo  morto 
in  grembo  alla  Madre,  e  fu  eseguita  da  P^anni  di 
Baccio  Bigio  suo  discepolo  ,  ed  è  tanto  il  veder 
questa  che  roriginale(io9),e  sembra  ritenere  an- 
cora di  quella  dolcezza  d'esecuzione  cbe  andava 


DEI  TtmWl  REPUBB.  PARTE  Vln.  ^^^3 

a  mano  a  mano  lasciando.,  a  misura  che  senlivasi 
più  sicuro  nell'  arte ,  la  quale  poi  seguendo  una 
nuova  via  l'abbandonò  quasi  del  tutto  e  vi  sostituì 
una  fierezza  di  stile  più  maschia  e  caratteristi- 
ca (no)  .  A-nche  la  statua  colossale  del  David 
eh"'  è  nella  piazza  del  granduca  non  è  dì  quella 
gagliardìa  di  stile  che  vedesi  nelle  statue  da  lui 
posteriormente  eseguite,  poich'ei  la  fece  ne'primi 
suoi  anni.  La  Vergine  col  Bambino  ch'è  nella  cap- 
pella dei  sepolcri  medicei  non  è  senza  semplicità 
atteggiata,  inclinante  il  capo  verso  del  Figlio,  la 
cui  musculatura  e  le  forme  non  sconverr  ebbero 
ad  un  Ercole  bambino. 

g.  56.  La  statua  detta  della  Vittoria,  poiché  ha 
uno  schiavo  sotto  i  piedi ,  nel  salone  di  palazzo 
vecchio  in  Firenze,  presenta  una  figura  nuda  di 
grandiose  e  rilevate  forme-  porta  impresso  mar- 
catamente il  carattere  delTartista  che  la  scolpì,  e 
può  dirsi  essere  il  vero  »ipo  del  suo  stile  distin- 
to fra  tutte  le  scuole  della  scultura  .  Questa 
figura  doveva  esser  posta  nel  gran  monumento 
sepolcrale  di  Giulio  II  che  volea  fare  eseguire  lui 
vivente.  Il  vasto  concepimento  di  questo  mauso- 
leo, proprio  della  smisurata  ambizione  di  Giulio 
II  e  del  colossale  ingegno  di  Michelangiolo,  fu 
soggetto  a  molte  vicende,  per  cui  non  ebbe  com- 
piuto effetto.  Ma  pure  uno  se  ne  vede  eretto  a 
quel  papa  nella  chiesa  di  s.  Pietro  in  Vincoli.  Iv  i 
è  pure  una  delle  principali  opere  di  Michelangio- 
lo  che  porta  in  se  chiaramente  espresso  lutto  il 
suo  fuoco,  la  sua  immaginazione,  la  sua  or  igina- 
lità:  voglio  dire  la  statua  del  Mosè  che  dicesi  non 


(J44  COSTUMI 

avere  esempio  in  tutte  le  produzioni  deir  arte 
ohe  rbanno  preceduto  presso  gli  antichf^e  que- 
sta dette  adito  a  far  conoscere  V  ascendente  del 
genio  di  Michelangiolo,  cagionando,  quasi  può  dir- 
si, una  rivoluzione  nelP  arte  e  nel  gusto .  Essa 
venne  posta  in  primo  luogo  fra  le  opere  dei  mo- 
derni, e  si  disputò  inclusive  se  venir  potesse  a 
contesa  colle  più  antiche  produzioni  dei  greci 
scarpelli  (i  1 1).  Le  Grazie  a  vero  dire  non  guida- 
rono lo  scarpello  dì  Michelangiolo ,  poiché  pare- 
vano spaventarsi  della  sua  robusta  maniera ,  ma 
nelPosservare  che  la  fina  accuratezza  conduce  tal- 
volta al  pericolo  di  piccolezza,  e  che  i  geni  grandi 
difficilmente  soffrono  la  lima  dei  piccoli  difetti 
debbonsi  riguardare  le  loro  produzioni  dal  lato 
più  favorevole,  onde  rimanga  1'  impressione  del 
bello,  e  gli  errori  spariscano  o  si  dileguino  (112). 
Quindi  è  che  lo  stile  ed  il  gusto  di  .ìlichelangiolo 
non  debbono  imitarsi  senza  moltissima  circospe- 
zione. 

g.  57.  Le  ultime  opere  del  Buonarroti  cedet- 
tero nella  parte  del  gusto  alle  prime  d'uno  stile 
assai  più  purgato,  ma  intanto  si  trovano  fra  que- 
ste seconde  alcuni  tratti  di  sublimità  ideale,  a 
cui  non  eran  giunti  i  di  lui  predecessori.  Le  fi- 
gure dei  monumenti  sepolcrali  medicei  ch''io  ri- 
porto (a),  possono  corroborare  questa  opinione. 
Or  limitandosi  al  nudo  esame  delle  statue  uni- 
camente poste  su  i  cassoni  ferali,  per  isfoggiare 
colla  magistrale  intelligenza  dei  nudi  fieramente 

(a)  Ved.  tav.  CXXII,  N.  5. 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PABTE.  Vili.  44^ 

atteggiati  e  vigorosamente  scolpiti,  non  abbiamo 
alcuna  difficoltà  in  asserire  che  quelle  figure 
principalmente  si  possono  citare  come  il  segao 
più  elevato  a  cui  fosse  giunta  in  quelFetà  Tarte 
della  scultura.  Tutta  la  scienza  anatomica,  tutte 
le  bellezze  ideali,  tutto  Io  studio  sul  torso  an- 
tico di  Belvedere  trovasi  riunito  in  quelP  er- 
culee figure  di  tal  maniera,  che  se  la  perìzia  del- 
l'' artista  pure  vi  trovasse  difetto,  non  ostante  le 
bellezze  sono  così  trionfanti  su  i  nei  che  Tocchio 
ne  rimanga  a  tal  segno  incantato  e  sorpreso  da 
non  permettere,  quasi  direbbesi,  alla  ragione  di 
far  querela  sulla  singolare  invenzione  di  quei  mo- 
numenti. La  larghezza  di  tocco  dello  scarpello,  la 
bellezza  delle  forme,  la  carnosità  di  quei  marmi, 
la  verità  colla  quale  son  risentiti  quei  muscoli 
secondo  Tuffizio  loro,  attestano  la  sicurezza  ed  il 
genio  dell'  artista  immortale.  Ma  è  gran  difetto 
d'  altronde  che  si  bei  monumenti  non  parlino 
realmente  di  per  sé  mt^desimi,  né  alla  mente,  né 
all'anima  (i  i3).  Uno  dei  citati  depositi  fu  eretto  a 
Lorenzo  de'Medici  duca  d'Urbino  nipote  di  Leone 
X,  e  padre  di  Caterina  dei  Medici,  rappresentato 
sedente  e  nelTattitudine  d^in  uomo  che  medita 
profondamente.  In  faccia  al  deposito  di  Lorenzo 
e  quel  di  Giuliano  de*  Medici  con  i  medesimi  or- 
namenti delP  altro.  Ma  troppo  lungo  sarebbe  il 
notar  qui  tutte  le  statue  ed  altre  sculture  che 
sono  state  magistralmente  eseguite  da 

Michel  più  che  mortale  angiol  diifino. 
J^ì  vedono  in  oltre  di  lui  molte  sculture  imperfette, 
poichtè  se  la  materia  indocile  del  marmo  poteva  di- 

SI.   Tose.  Tom.  0.  39 


^^6  •  COSTUMI 

niinuirsi  di  mole,  acquistando  forma  sotto  i  suoi 
colpi ,  uon  poteva  peraltro  rendersi  flessibile  e 
piegarsi  ad  altra  qualunque  modificazione  od  e- 
rnenda  come  la  creta  e  la  cera  (ii4)» 

g.  58.  Baccio  da  Montelupo,  Giuliano  da  s. 
Gallo,  Andrea  Contucci,  Benedetto  da  Rovezzano 
e  quei  molti  scultori  e  scarpellini  di  Fiesole,   dei 
quali  trattai  più  indietro,  si  trovarono  contempo- 
ranei ai  primi  anni  del  Buonarroti, ed  ognun  vede 
con  evidenza,  come  costoro  non  superassero   il 
merito  dei  più  antichi  loro  istitutori  Donatello  e 
Gliiberti.La  statua  di  s.  Giovanni  evangelista,  che 
Baccio  da  l\Iontelupo  fece  in  bronzo  per  la  facciata 
esteriore  della  chiesa  d'Or  s.  Michele  eseguita  per 
concorso,  è  fra  le  buone  che  fossero  prima  e  poi 
fatte  in  Firenze.  Giuliano  ed  Antonio  da  s.  Gal- 
lo furono  più  celebrati  per  le  loro  architetture 
che  per  le  sculture  (i  i5),e  il  pregio  di  essi  era  nel 
comporre  ornamenti.  Questo  genere  di  scultura 
d'ornati  a  piccole  figure  fu  portato  alla  maggior 
perfezione  in  Toscana  da  Benedetto  da  Rovezza- 
no, il  quale  intagliò  in  Firenze  diversi  acqua  i  e 
cammini  di  macigno  con  molta  eleganza  e  con 
leggerezza  di  tocco  e  di  trafori,  che  da    nessuno 
in  quel  genere  fu   sorpassato.  Il  Cicognara    ne 
dà  un  bel  saggio,  onde,  oltre  al  genere  di  scul- 
tura che  fu  spinto  al  maggior  grado  di  precisio- 
ne e  di  gusto  in  questa  età,  si  veda  il  lusso  ele- 
gante ch'aera  nelle  case  dei  signori  italiani,  i  quali 
adopravano  questi  ornati  anche  pertìnestre,porte 
ed  ogni  altra  parte  decloro  palazzi,  che  fosse  su- 
scettibile di  simili  abbellimenti  (i  i6).  Il  Contucci 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  44? 

da  Montesansaviiio  anteriore  a  Michelangiolo  si 
inalzò  mollo  al  disopra  di  questi  scultori. ma  ser- 
vissene  d^alcuni,  un  de' quali  fu  Maso  Boscoli 
l'autore  di  due  angioli  assai  pulitamente  scolpiti 
in  quel  sepolcro  che  A.ndrea  Ferrucci  non  potette 
(ìnire  in  s.  Maria  Novella,  e  quivi  lavorarono  va- 
ri fiesolani.  Ma  non  bisogna  confondere  il  nomi- 
nalo Boscoli  con  ahro  di  tal  nome  posteriore  a 
quello  contemporaneo  del  Vasari,  e  nativo  di 
Montepulciano,  che  fece  molti  stucchi  in  Firenze 
e  nel  jialazzo  Pitti.  Fra  i  lavori  più  distinti  che 
la  scultura  produsse  nel  principio  del  secoloXVl 
si  vedono  in  Firenze  le  slatue  di  bronzo  sulla 
porta  del  battistero  che  riguarda  verso  T Opera, 
e  queste  possono  mettersi  fra  i  lavori  più  perfet- 
ti, che  l'arte  producesse  in  tarepoca.  Furono  el- 
leno gettale  in  bronzo  da  Francesco  Rustici  con 
tal  perfezione,  che  sarebbe  ardimento  il  dire  che 
sono  state  superate  dalle  opere  posteriori.  Dal  s. 
Matteo  del  Ghiberti  a  queste  statue  di  bronzo 
vedesi  un  passo  delTarle  fatto  con  felice  succes- 
so. Le  tre  statue  del  Rustici  rappresentano  un 
levita  ed  un  fariseo  in  mezzo  ai  quali  è  s.  Gio- 
vanni. Furon  pertanto  le  tre  statue  dichiara  te 
per  opera  classica  in  tutte  Tetà,  e  cerlamenle 
possono  annoverarsi  fra  le  più  belle  della  città 
di   Firenze  (117). 

g.  59.  11  più  ardito  nell'arte  della  scultura  che 
osò  misurarsi  e  sfidare  orgogliosamente  tutti  i 
suoi  contemporanei,  cbe  trattò  con  disprezzo  le 
stesse  opere  di  Michelangiolo,  e  che  condusse  il 
maggior  numero  d*oi»ere  in  quest'arte,  fu  il  Bau- 


448  COSTUMI 

dinelli,  il  quale  si  mostrò  in  tutte  le  sue  produ- 
zioni libero diseguatore,raa  fiero inventore,sempre 
voglioso  d^imprender  opere  colossali  e  di  coglie- 
re tutte  le  occasioni  per  le  quali  eclissare  e  supe- 
rare il  merito  dei  suoi  antagonisli.il  di  lui  gruppo 
colossale-d^Ercole  e  Cacco  ch'è  in  piazza  del  Gran- 
duca per  quanti  difetti  esso  abbia,  non  è  privo  di 
grandi  bellezze.  Questo  gruppo  fu  lacerato  da  sa- 
tire mordacissime,  e  Io  stesso  successe  del  suo 
Adamo  ed  Eva,  e  del  suo  Padre  Eterno  ch^era  in 
duomo.  Fortunatamente  è  tanta  la  copia  delle 
sculture  del  Bandinelli,  che  sebben  molte  ve  ne 
abbiano  delle  trascurate  od  imperfette,  nulKo- 
s  tante  ve  ne  rimane  un  ampio  numero  per  far 
prova  della  sua  arditezza  nel  disegno,  nella  gran- 
diosità del  suo  stile  e  di  quella  fierezza,  che  si  può 
dire  venuta  iu  moda  nelle  opere  singolarmente  di 
scultura,  raentr'egli  viveva  (ii8).  Son  celebri  le 
sue  figure  a  bassorilievo  attorno  al  coro  del  duo- 
mo, ch'ei  fece  con  qualche  aiuto.  Le  bellissime 
pieghe  (a)  dei  panni  che  dai  moderni  non  furono 
superate,  fan  porre  quelle  figure  a  rilievo  bassis- 
simo tra  le  opere  più  stimate  di  Baccio.  Il  basso- 
rilievo ch''è  nella  base  di  s.  Lorenzo  merita  qui 
menzione  speciale,  poiché  il  disegno  non  è  ripro- 
vevole, e  sebbene  il  totale  non  sia  esente  d^alcuni 
difetti,non  di  meno  può  enumerarsi  tra  le  buouQ 
produzioni  del  secolo.  Il  Montorsoli  fu  in  questo 
tempo  non  solo  buono  scultore,  ma  ingegnosissi- 
mo  restauiatore,  ed  è  delle  sue  mani  il  s.  Cosimo 

(a)  Ved.  tav.   CXXII,  N.  7. 


BEI  TEQIPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  449 

della  cappella  de''principì,  come  s.Damiano  è  scol- 
pito da  Raffaello  da  Montelupo.  Furon  gentili  le 
sculture  di  Niccolò  detto  il  Tribolo  per  esigersi  egli 
molto  accostato  al  fare  di  Michelangiolo^senza  pe- 
raltro seguirne  i  difetti.Anche  Giovanni  dall'Ope- 
ra, quantunque  allievo  del  Bandihelli,  si  tenne 
in  retto  sentiero,  e  le  sue  opere  possono  citarsi 
fra  le  più  belle  della  scultura  toscana.  La  sua  sta- 
tila delParchilettura  scolpita  nel  sepolcro  del  Buo- 
narroti in  s.  Crocejche  vedesi  unita  alle  altre  due 
di  Valerio  Ceoli,  e  di  Battista  Lorenzi  dà  a  cono- 
scere lo  stato  dell'arte  dopo  la  morte  di  Miche- 
langiolo,  che  non  va  esente  da  non  pochi  difetti. 
Non  solo  Giovanni  dall'Opera,  ma  il  Sansovino 
ancora  e  Vincenzo  Rossi  6esolano  furono  artisti 
di  molto  merito,  ma  scorretti  assai  nel  dise- 
gno; e  migliore  di  questi  fu  Francesco  Ferruc- 
ci. Fra  gli  apostoli  del  Duomo  di  Firenze  il  s.  Ia- 
copo minore  e'I  s.  Filippo  sono  i  più  nobilmen- 
te e  degnamente  scolpili,  e  si  accostano  più  di 
ogni  altra  statua  alla  semplicità  del  Ghiberti,  ed 
alla  maestà  dell' antico:  essi  furono  eseguiti  da 
Giovanni  dall'Opera,  e  sembrano  queste  le  scul- 
ture in  cui  maggiormente  egli  si  distinse.  Visse 
fino  a  toccare  il  secolo  XVII,  e  si  disse  dairOpe- 
ra  per  avere  sempre  lavorato  nelle  stanze  dell'O- 
pera di  s.  Maria  del  Fiore ,  poiché  di  casato  era 
Band  ini  (i  19). 

g.  60  .  La  incisione  in  pietre  anulari  imitò 
nel  suo  caraLlere  e  seguitò  nei  suoi  progressi 
quello  della  scultura  in  grande.  In  colai  modo  le 
due  arti,  fra  tli  loio  congiunte  da  numerosi  rap- 


^5o  COSTUMI  ^ 

porti, provarono  necessariaraénte  le  TÌcende  stes- 
se uè  ci  presentano  che  una  storia  medesima  in 
monumenti  tanto  differenti  per  le  loro  dimen- 
sioni (lao).  Appartenendo  pertanto  il  lavoro  del- 
le pietre  incise  tanto  in  rilievo  che  in  incavo  assai 
strettamente  airartè  della  scultura  che  qui  si  trat- 
ta, non  possiamo  omettere  di  far  parola  dei  prin- 
cipali autori  toscani  che  in  tal  genere  meritarono 
singolare  distinzione^corae  facemmo  dei  più  rino^ 
mati  scultori  toscani.  G4i  intagliatori  in  gemme 
del  secolo  XIV  ci  lasciarono  varie  pregevoli  ope- 
re, ma  non  però  i  loro  nomi:  e  se  Scipione  Am- 
mirato (lai)  ricorda  un  Benedetto  Peruzzi  singo- 
lare intagliatore  in  pietre  dure  nel  1379,  allora 
molti  altri  potrebbero  rivivere  Xilmeno  nella  me- 
moria dei  posteri,  mediante  la  solersia  dei  patrii 
scrittori.  I  due  secoli  deciraoquinto  e  decimose- 
sto si  reser  purè  famosissimi  per  opere  d'inta- 
glio in  gemme  si  di  rilievo  che  d^iiicavo,  ed  al  pari 
della  scultura  salirono  verso  quel  grado  di  perfe- 
zione a  cui  pervennero  tutte  le  opere  di  genio 
della  Toscana. 

g.  6 1.  Poco  ci  resta  In  glittografia  che  attribuir 
si  possa  con  sicurezza  a  quel  Giovanni  fiorentino 
detto  pure  Giovanni  dalle  Corniole  che  fiori  sot- 
to il  civile  principato  di  Lorenzo  il  magnifieo,e  fu 
anzi  da  lui  stesso  fatto  ammaestrale.  V'é  sospetto 
ch''ei  come  altri  artisti  fabbricasse  intagli  e  cani- 
mei,  che  simularono  greche  e  romane  incisioni, 
e  che  indussero  in  errore  e  v''inducono  ancora  i 
più  esperti.  Tali  artisti  non  erano  simulati  e  fal- 
sificatori,ma  creatori  di  lion  inen  preziose  opere 


DEI  TEMPI  HBPUBB.  PARTE  Vili.  4^* 

che  le  antiche.  Si  può  citare  con  lode  il  famoso 
ritratto  del  celebre  predicatore  Girolamo  Sa- 
vonarola ,  inciso  sopra  una  bellissima  corniola 
del  museo  di  Firenze  (a)  ^  opera  di  questo  Gio- 
vanni che  fu  dei  più  abili  incisori  in  pietre  fino 
daiPepoca  del  rinnovamento  delParte  nel  secolo 
XVI.  Nel  contorno  vedesi  questa  leggenda  che 
prova  l'idea  esaltata  che  del  Savonarola  concepu- 
to  avevano  i  suoi  fanatici  settatori:  Hieronimus 
Ferrarlensis  ordinis  predicai  or  um^  propheta^ 
^ir  et  mari  ir  (12,2.),  Tra  i  fiorentini  crediamo  che 
specialmente  meriti  un  encomio  distinto  Giovan 
Paolo  Poggio  Poggini  emulo  di  Pompeo  figlio  di 
Leone  Leoni  aretino,  artisti  che  in  materia  d'in- 
tagli in  pietre  dure  fecero  nella  Spagna  opere  pro- 
digiose (  12,3). 

g.  62.  ^el  secolo  XV  ricominciarono  a  vedersi 
i  medaglioni  incisi  con  qualche  merito.  I  primis 
per  quanto  si  crede,  conn)arvero  al  tempo  di  papa 
Martino  V)  il  quale  regnò  dal  1417  al  i43i.Poco 
di  poi  fu  eseguito  il  ritratto  di  Francesco  Petrar- 
ca (b)^  dietro  al  medaglione  pubblicato  dal  Maz- 
zucchelli,  ed  in  questo  lavoro  noi  abbiamo  un  bel 
saggio  dell'arte  monetaria  a  nuova  gloria  risorta. 
l  lavori  di  quegli  abili  artefici  avevano  finalmente 
fissala  l'epoca  del  rinnovamento  della  scultura  ^ 
e  i  principii  riprodotti  da  essi  nelle  statue  e  nei 
bassirilicvi  si  diffusero  con  successo  fino  alle  mi- 
nori parti  di  quest'arte^  e  l'incisione  sopra  metalli 

(a)  Ved.  tav.  CXXIl,  N.   6. 
(6)  Ivi,  N.  4. 


45a  COSTUMI 

dopo  dì  aver  provato  anch''  essa  le  vicende  della 
decadenza  e  del  rinascimento,  segnò  l'epoca  del 
suo  rinnovamento,  mediante  varie  opere  eseguite 
con  perfezione  tale  che  le  rende  prossime  ai  mo- 
delli delPantichità  (ia4).In  Toscana  ove  singolar- 
mente le  arti  vennero  in  uno  stato  di  massima 
prosperità,  alla  maggior  parte  degli  artisti  nasceva 
la  volontà  di  fare  un  qualche  conio  di  metallo  , 
tantoché  vediamo  scultori  d''ogni  maniera  ed  uo- 
mini anche  d''un  nome  non  conosciuto  presentar- 
ci qualche  bel  conio  come  quello  che  vedesi  al- 
la tavola  CXX  numero  3  del  nostro  atlante  .  il 
quale  raffigura  Giovanni  de'  IVIedici  detto  delle 
Bande  nere,celebre  condottiero  di  eserciti,  inciso 
da  Francesco  da  s.  Gallo  figlio  di  Giuliano^  e  trat- 
tato con  molta  energìa  di  stile  propria  del  sogget- 
to. Nelle  medaglie  fu  in  seguito  di  tempo  assai  più 
facile  lo  scoprire  ringanno  per  la  moltiplicità  delle 
medesime,  che  sottopose  le  contrafifazìoni  a  mil- 
le vegiianti  sguardi. 

g.  63.  A  Maso  Finiguerra  viene  attribuito  il 
principio  d'intagliare  in  rame  per  cavarne  le  stam- 
pe. Costumò  quest'orefice  di  non  empier  di  niello 
i  cavi  ,  ossia  gl'intagli  prpparati  nelP  argento,  se 
prima  non  avesse  fatta  prova  delle  sue  opere.  Le 
improntò  con  terra,  e  gettatovi  sopra  zolfo  lique- 
fatto vennero  improntate  e  ripiene  di  color  ne- 
ro; ciò  fece  con  carta  umida  e  colla  medesima 
tinta,  aggravandosi  sopra  con  un  rullo  tondo,  ma 
piano  dappertutto^il  che  non  solo  faceale  apparire 
stampate,  ma  venivano  come  disegnate  a  pen- 
na (i2.5) .  Maso  Finiguerra  5  Sandro  BoLticeili , 


DEITEMPIREPUBB,  PARTE  vili.  4^^ 

Baccio  Baldiiii  e  Antonio  Pollaiuolo,  si  esercita- 
rono tutti  nelPincisione  con  fama  iringegno,  e  la 
epoca  dei  loro  lavori  è  da  verso  il  i45o  fino  al 
i483.  Le  opere  di  essi  sono  debolmente  eseguite,  e 
mostrano  Tinfanzia  dell'arte,  e  la  poca  pratica  nel 
maneggio  degli  strumenti.  //  Monte  Santo  di  Dio 
fot.  Firenze  i/^yy  è  il  primo  loro  lavoro  che  ad- 
diti una  data  sicura.  Del  Baldini  si  credono  le 
due  vignette  male  eseguite  con  bulino  inflessibi- 
le nella  edizione  rarissima  di  Dante  fatta  in  Fi- 
renze nel  1481  (ia6). 

$.  64.  Dobbiamo  essere  ormai  convinti  per 
quel  eh''  io  dissi  trattando  dell'  arte  neir  epoca 
scorsa,  cioè  che  le  opere  di  pittura  e  di  mosaico 
subirono  in  quei  tempi  varie  vicende,  ma  non 
restarono  mai  del  tutto  inoperose  in  Toscana  , 
come  a  torto  insinuar  ci  vorrebbe  il  Vasari,  ove 
si  avanza  a  dichiarare  qui  spento  affatto  il  nu- 
mero degli  artefici  nel  12.40,  quando  nacque  Ci- 
mabue,  per  dare  i  primi  lumideirarfe  della  rina- 
scente pittura.  A^llorchè  per  altro  risorse  V  Italia 
dalla  barbarie  e  dairavvilimeuto  dei  bassi  tempi, 
e  i  cittadini  riacquistarono  i  dritti  che  avean  per- 
duti, si  risvegliò  il  nobile  principio  di  emulazione 
per  la  gloria,  si  protesse  la  religione  dominante, 
e  le  arti  ritornarono  a  cingere  il  trono  di  splen- 
dore non  mai  perduto  del  tutto,  ed  a  rendere  più 
augusta  la  patria  e  più  venerato  Tallare.  i 

g.65.La  città  di  Pisa  ebbe  in  quel  tempo  raede4 
•imo  non  solo  pittori  ma  scuola  ancora  d'ogni  beU^ 
Tarle  ( 1 27),  dalla  quale  provenne  la  miniatura  del- 
VExultet  che  mostrai  ^oelf  epoca  scorsa  ( ii^^j  , 


^54  COSTUMI 

monumento  d'arie  non  rozza  afifatto.Da  quesli  umi- 
Ji  sì  ma  semplici  principii  dovette  naturalmente 
progredire  la  pittura  in  Pisa,  la  qual  mostrasi  nel 
suo  stalo  già  due  secoli  anteriore  a  Giunta.  Que- 
sli era  già  pittore  nel  laoa.  maestro  nel  laio,  e 
fu  il  primo  a  lasciare  le  forme  greche,  o  per  me- 
glio dire  a  megliorarle  (129).  La  maniera  colla 
quale  è  dipinto  un  Crocifisso  che  io  qui  ripor- 
to (a)  ,  come  osserva  il  chiarissimo  Rosini,  ma- 
nifesta segni  di  esser  della  scuola  di  Giunta,  che 
scuola  pisana  e  la  prima  della  pittura  risorta  in 
Toscana  si  potrà  dire.  Paragonalo  per  tanto  il  di- 
pinto di  questo  Crocifisso  della  scuola  di  Giunta 
con  quel  del  greco  mostrato  (b),  vi  si  ricono- 
sce il  progresso  verso  un  far  più  rotondo,  la- 
sciata r  antica  secchezza,  più  prossimo  al  vero. 
E  dipinto  sulla  tela  tirato  sulla  tavola  come  i 
più  antichi ,  e  secondo  le  osservazioni  dei  chi- 
mici, la  vernice  venne  mescolata  con  Tolio  (i3o)* 
L^antica  scuola  greca  non  ebbe  termine  a  Giun- 
ta, mostrandoci  il  soprallodato  Rosini  che  prose- 
gui dopo  quell'artista  per  vari  anni,  ed  apparisce 
da  qualche  monumento  che  una  scuola  anch^esso 
debba  aver  fondata  (i3i).  Wiuna  pittura  certa  ne 
ha  la  patria,  eccetto  un  Crocifisso  col  suo  nome 
che  si  crede  delle  prime  sue  opere  (i3a),  e  che 
il  professore  Rosini  riporta  alla  Tav.  Ili  dell*  a- 
tlante  sulla  pittura  italiana:  il  disegno  è  secco  e 
le  dita  soverchiamente  lunghe.  Vi  è  però  uno  stu- 


•  («)  Ved.  tav.  LXXXIX. 
(b)  Ved,  tav.  LXXXVIIL 


DEI  TEMPI  TfVEPUBB.  PARTE  Vili.  4'^^ 

dio  nel  nudo,  una  espressione  di  dolore  nelle  te- 
ste, un  piegar  di  panni  che  supera  d'assai  la  pra- 
tica dei  greci  contemporanei .  Il  composto  dei 
colori  è  forte,  ancorché  brovizino  nelle  carni,  il 
loro  compartimento  è  ben  variato,  il  chiaroscuro 
segnalo  pure  con  qualche  arte,  il  tutto  insieme 
non  inferiore,  se  non  in  proporzioni,  ai  Crocifissi 
con  mezze  figure  d**  intorno  che  si  ascrivono  a 
Cimabue  (133),  o  certamente  alla  di  lui  scuola, 
dove  naturalmente  usavansi  nel  dipinto  le  ma- 
niere del  caposcuola. 

g.  66.  A.lle  belle  glorie  di  Pisa  unisconsi  quel- 
le di  Siena,  che  vanta  due  noQii  di  pittori  ,  l'uno 
chiamato  Pier  di  Lino  o  Pierellino,  Paltro  Gui- 
duccio  che  fiorirono  nel  secolo  duodecimo.  Ma 
quando  si  ricercano  le  opere  loro  conviene  star- 
sene alle  induzioni,  eccettuatane  per  altro  una 
Vergine  ch'è  io  s.  Domenico  a  Pisa,  presso  la  qua- 
le si  legge  il  nome  di  Guido  senese  e  V  anno 
122 1,  e  ch'aio  qui  riporto  (a)  ,  come  saggio  delle 
prime  pitture  italiane  delP  arte  risorta  in  Sie- 
na (i34).  Ma  dalla  scuola  pisana  vuoisi  propagata 
r  arte  per  la  Toscana  in  que'primi  tempi,  quan- 
tunque non  possa  omettersi  che  ivi  come  nel  ri- 
manente d'Italia  erano  miniatori,  i  quali,  per  sé 
medesimi  trasportando  P  arte  dalle  piccole  ope- 
re alle  grandi,  disponevansi  a  dipingere  pareti  e 
tavole.  Olire  Siena  e  Pisa  avea  pure  Lucca  nel- 
l'anno 1235  un  Bonaventura  Berlinghieri  valente 
pittore  per  que**  tempi.  Anche  Deodato  Orlandi 

'I 

(fl)  Ved.  tav.   CXXVI,   N.  1 .  i 


456  COSTUMI 

lucchese  non  fu  di  minor  merito  del  Berlinghìerì, 
mentre  chi  osserva  il  quadro  da  esso  dipinto  nel 
ia88  rappresentante  il  nostro  Redentor  Crocitìs- 
so,che  sta  ad  un  altare  nella  chiesa  dei  padri  fran- 
cescani nel  territorio  lucchese  ,  lo  ravviserà  a- 
domo  d'uno  stile  per  quei  giorni  molto  lodevole 
nel  disegno,  e  che  non  lascia  a  desiderare  nelle  tinte 
assai  ben  conservate  ogni  più  leggiadra  vaghezza. 
Se  vuoisi  por  mente  alla  ricerca  de'rauscoli,  allo 
artifizio  che  fa  comparire  il  pittore  in  questo  suo 
lavoro,  si  rimarrà  di  leggeri  persuasi  che  non  la 
cede  a  Simone  bolognese,  di  cui  cent'anni  dopo 
si  ammirarono  i  più  bei  Crocifissi  che  siensi  giam- 
mai veduti  di  quel  tempo,  languidi  pur  troppo  ge- 
neralmente e  meschini  (i35).  Di  brezzo  fu  Mar- 
gheritone  scolare  de'greci  e  seguace  ancora.  Di- 
pinse in  tela,  e  fu  il  primo,  a  detta  del  Vasari,che 
trovasse  modo  onde  render  le  immagini  più  du- 
revoli e  men  soggette  a  fenditure:  restano  alcuni 
dei  suoi  Crocifissi  in  Arezzo  (i36). 

g.67.  Vuole  il  Vasari  che  Cimabue  dasse  princi- 
pio con  nuovo  metodo  di  disegnare  e  dipingere  alla 
scuola  toscana  della  pittura  (t37).  Eppure  alcuni 
fan  retrocedere  un  tal  principio  fino  a  Giunta  pisa- 
no, la  cui  scuola  fu  in  vero  la  prima  che  in  Toscana 
e  di  toscani  fosse  formata.  Altri  poi  ritardano  que- 
sto principio  fino  alle  opere  di  Giotto,  con  ciò 
intendendo  di  accennare,  non  già  il  principio  del- 
Tarte,  ma  sibbene  della  bell'arte  in  genere  di  pit- 
tura^ e  cosi  fanno  Giotto  il  restauratore  della  pit- 
tura moderna,  e  da  lui  cominciar  la  storia  della 
pittura  toscana.  Come  dai  greci  che  dipìngevano 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  Vili.  4^7 

9  Pisa  nel  principio  del  secolo  XIII  derivò  per 
mezzo  di  Giunta  la  scuola  pisana,  così  dopo  la 
metà  del  secolo  stesso  da  quei  greci  che  furon 
chiamati  a  dipingere  e  ad  insegnare  in  Firenze 
derivò  la  scuola  fiorentina  per  opera  di  Giovanni 
Cimabue«  Egli  erawssai  stimato  a  quei  giorni  per  il 
celebre  quadro  della  Beata  Vergine  da  esso  dipin- 
ta col  sacro  Infante  e  vari  angioli  attorud,  del  cui 
merito  si  può  in  qualche  modo  giudicare  dal  di- 
segno ch'io  qui  riporto  (a),  come  saggio  dell'opera 
che  dette  origine  alla  scuola  fiorentina.  Non  po- 
tette Cimabue,  d'altronde  ingegnosissimo,  piegar- 
si ad  attinger  mai  Pidea  benché  remota  della  grazia  j 
nelle  teste  femminili,  e  segnatamente  in  quella 
delle  sue  Vergini.  Se  n'eccettuiamo  questo  difetto, 
nelle  altre  parti  nessuno  potrà  negare  che  Cima- 
bue  facesse  fare  alla  pittura  un  passo  non  piccolo, 
e  n'è  prova  il  c<nifronto  delle  sue  opere  con  quel- 
le dei  contemporanei:  ed  infatti  dei  tanti  pittori 
che  operarono  in  Siena  dopo  Guido  fino  al  1280 
si  cita  egli  quadro  alcuno  che  possa  stare  a  con- 
fronto de**  suoi?  (i38)-  Frattanto  a  Giunta  (b)  ed 
a  Guido  (e)  restò  il  merito  d'essere  gli  istitutori, 
Tuno  della  scuola  pisana,  l'altro  della  senese  in 
genere  di  pittura^  imperocché  quei  due  pittori  a- 
vendo  operato  senza  contrasto  un  mezzo  secolo 
innanzi  a  Cimabue  ,  furono  i  primi  a  discostarsi, 
dalla  greca  maniera,  e  cosi  fondarono  due  scuole 
anteriori  alla  fiorentina ,  e  ciò  basti  alla  loro  glo- 

(a)  Ved.   tav.  CXXVI,  N.   2. 

ib)  Ved.  tav.  LXXXIX. 

(e)  Ved.  tav.  CXXVI,  N.  1. 

Si.  Tose.  Tom.  y.  40 


458  COSTUMI 

ria,  o  tutt'al  più  si  potrà  confermare,  come  ab- 
biamo anche  dal  chiarissimo  Rosini  della  scuola 
pisana,  che  nessuno  può  contrastarle  il  vanto  di 
avere  elevato  per  tutta  Pltalia  la  prima  face  che 
illuminò  r  universo  .  Non  avrà  per  altro  gloria 
jiìinore  Siena  per  aver  dato  in  Guido  un  pittore 
ch'emulò  Giunta, e  d'avere  aperta  una  scuola  che 
andò  per  qualche  tempo  di  pari  passo  con  quella 
di  Giotto. 

§.  68.  Innanzi  a  Giunta  credesi  essere  stato 
altro  pittore  in  Pisa,  un  Ugone  Scudario,  che  fiori- 
va nel  1169,  e  resistenza  di  quel  pittore  di  nome 
non  greco  è  ben  certa.  Il  gran  vanto ,  il  merito, 
e  la  gloria  per  dir  così  della  scuola  senese  per  i 
tempi  anleriori  alla  metà  del  secolo  XIII  tutta 
intiera  si  riunisce  in  Guido,  nel  volto  della  cup 
Vergine  si  ammira  un   tal  passo  nell'  arte,  che  il 
D'Agiacoui  t,  come  riscontra  il  professore  Rosini, 
non  teme   d"*  asserire  che  ha   maggior  grazia    e 
maggior  dignità  (iSq)  di  quella  famosa  di  Cima- 
bue  (a),  che  pur  la  dipinse  cinquantanni  dopo.  Or 
poiché  Giunta  e  Guido  sono  i  due  nomi  italiani 
che  possono  citarsi  come  autori  d''opere  certe  del- 
la prima  metà  del  secolo  XIII,  poiché  apparisce 
chiara  in  ambedue  Tintenzione  di  scostarsi  dallo 
stile  dei  greci  di  quel  tempo,  così  vengono  detti 
dal    nostro  istorico  delfarte  pittorica  „  gli  occhi 
della  nostra  pittura  (140)  „. 

g.  69.  Mentre   nelle  due   repubbliche    rivali 
della  fiorentina  moveva  i  primi  passi  la  pittura 

(a)  Ved.   lav.   CXXVI,  N.  1,  2. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  vili.  4^9 

Visoria,  lascialo  il  nome  dei  greci  cominciasi  a 
parlare  nelle  slorie  di  due  toscani  che  sembra- 
no i  più  valenli  di  quel  secolo  nel  musaico.  Fu 
Tuno  fra  Iacopo  da  Torrita  presso  Siena,  Tallro 
Andrea  Tafi  di  Firenze.  Quesfarte  da  sì  gran  tem- 
do  esercilala  in  Italia  dai  greci  maestri,  nel  prin- 
cipio del  secolo  XIII  era  come  la  pittura  in  egual 
decadenza^  e  ai  due  toscani  era  serbato  il  vanto 
di  farla  risorgere.  La  tribuna  di  s.  Giovanni  di 
Firenze  dal  Tafi  terminata  nel  laaS  mostra  che 
l'arte  del  mosaico  andava  a  quel  tempo  di  pari 
passo  colla  pittura,  oltre  di  che  il  Torrita  essendo 
presso  a  poco  un  contemporaneo  di  Guido  da  Sie- 
na, debbono,  per  la  vicinanza  delle  patrie  respet- 
live,  avere  avuti  probabilmente  gli  stessi  maestri. 
Il  Tafi,  secondo  il  Vasari,  apprese  Parte  da  un  A- 
poUonio  greco,  col  quale  dovette  continuare  i 
musaici  incominciali  dal  Torrita  nella  tribuna  di 
s.  Giovanni.  D'allora  in  poi  tutto  è  incertezza  nel-^ 
la  storia  dell'arte  pittorica  fino  ai  tempi  di  Giot- 
to, almeno  in  Toscana.  Dopo  fra  Iacopo  da  Tor- 
rita e  Andrea  Tafi  nonreslano  fino  alPanno  1260 
che  le  scuole  di  Pisa  e  di  Siena, poiché  sì  nelTuim 
che  nell'altra  è  certezza  di  maestri  e  d'opere,  ma 
nella  senese  troviamo  discepoli  certi  con  poche 
opere  ed  incerte;  nella  pisana  molte  opere  con  un 
solo  nome  d'artetìce.Fraltanto  Wiccola  Pisano,che 
può  riguardarsi  come  il  vero  restauratore  dell'ar- 
te imitando  i  greci  marmi,  dava  ne'suoi  la  nor- 
ma e  r  impulso  ai  più  famosi  pittori  di  cui  van- 
lerassi  la  nostra  Toscana  (i4^^- 

g.  70.  Esiste  ia  Siena  una  immagine  di  T^ostra 


46o  COSTUMI 

Donna  col  sacro  infante,  la  quale  sebbene  d'igno- 
to autore  pure  ci  mostra  lo  slato  della  pittura  iii 
Siena  nel  ia6o,  perchè  vi  si  trova  questo  raillesi- 
lìio.  Firenze  avea  pure  i  suoi  pittori  di  merito  a 
quel  tempo,  un  de'quali  è  un  certo  Lapo  che  fio- 
riva nel  ia58,  ma  le  sue  opere  son  perite.  Gaddo 
Gaddi  nato  nel  1289  coetaneo  ed  intimo  amico 
di  Cimabue,  seguilo  come  lui  il  magistero  dei 
greci.  Cercò  questo  pittore  di  perfezionare  il  dise- 
gno, e  fu  diligente  artefice,  ma  finché  visse  man- 
tenne sempre  la  greca  maniera:  fu  ad  un  tempo 
rausaicista  e  pittore.  Aiutando  da  giovinetto  il 
Tafi  nelle  opere  di  musaico  in^s.  Giovanni  di  Fi- 
renze riuscì  molto  migliore  di  lui,  sicché  fu  in- 
caricato di  fare  sopra  la  porta  di  s.  Maria  del  Fiore 
r  incoronazione  della  Tergine  ,  che  anco  di  pre- 
sente si  vede  (a), 

g.  71.  Mino  di  Simone  da  Siena,  l'autore  della 
famosa  Madonna,  ch'è  uno  degli  ornamenti  più 
singolari  della  sala  del  consiglio  della  senese  re« 
pubblica  del  secolo  XIII,  fece  fare  sotto  il  di 
lui  magistero  un  gran  passo  alla  pittura.  Poco 
dopo  questo  Mino,  e  probabilmente  suo  condi- 
scepolo, comincia  a  risplendere  per  meriti  e  per 
fama  Duccio  di  Bino  della  Boninsegna,  non  do- 
vendosi, a  giudizio  del  già  lodalo  Bosini  (i/Ja),  se- 
condare il  parere  del  Vasari,che  pone  Duccio  dopo 
il  Berna,  dopo  Angiolo  Gaddi,  dopo  Giottino,  do- 
po rOrcagna,  in  fine  dopo  tanti  altri,  che  usciti 
non  erano  dalla  pubertà,  quando  il  mentovato 

(a)  Ved.   tav.  CXXVII,  N.  1. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^^^ 

Duccio  pei  domenicani  di  Firenze  operava  in  com- 
petenza con  Cimabue.  Furon  pertanto  questi  due 
uomini  privilegiati,  che  cambiarono  fin  dal  i285 
l'antico  stile  della  scuola  senese,  prima  che  assai 
crescesse  la  fiorentina .  In  concorrenza  della 
scuola  senese  ,  quella  di  Pisa  progredì ,  poiché 
i  monumenti  posteriori  a  quei  che  abbiamo  di 
Giunta,  non  si  possono  attribuire  che  ai  suoi  di- 
scepoli, o  ad  altri  che  dipingendo  seguirono  le 
sue  orme. 

g.  7a.  Se  Cimabue  fu  il  ìVIichelangiolo  dì  quel- 
la sua  età,  Gioito  ne  fu  il  Raffaello.La  pittura  per 
le  sue  mani  ingentilì  talmente,  che  nò  verun  suo 
scolare,  né  altri  sino  a  Masaccio  lo  vinse  o  lo 
uguagliò,almeno  nella  grazia.Giotto  principiò  dal- 
l'imitare  il  maestro,  ma  presto  lo  superò.  La  sim- 
metrìa nel  comporre  divenne  per  lui  più  giusta, 
il  disegno  più  dolce,  il  colorito  più  morbido:  quel- 
le mani  acute,  que**  piedi  in  punta,  quegli  occhi 
spauriti  che  tenevano  ancora  del  greco  gusto, 
lutto  divenne  più  regolato  (a).  Dalla  scuola  di 
Giotto  uscirono  mirabili  allievi,  tra  i  quali  pri- 
n)eggiano,al  dir  del  Landino  commentando  il  Dan- 
te, un  Taddeo  Gaddi,  un  Masaccio,  ed  altri  ne 
rammenta  la  storia  pittorica,  come  Nello  di  Van- 
ni il  quale  compiè  le  storie  di  Giobbe  nel  Campo- 
santo di  Pisa.  Citeremo  in  oltre  Tommaso  di  La- 
po il  quale  si  fattamente  si  appropriò  la  maniera 
del  suo  maestro,  che  n'ebbe  il  nome  di  Giotli- 
lpo(i43).  Buffalmacco  pittore  anch'esso  di  tale 


(a)  Ved.  tav.  CXXVII,  Pf.  2. 


40* 


462  COSTUMI 

scuola  fu  uomo  faceto^  di  cui  presso  il  Boccaccio 
ed  il  Sacchetti  si  leggon  celie  che  il  fan  celebre 
più  che  per  le  sue  pitture.Qualche  merita  ebbe  Gio- 
vanni da  Ponte  scolare  di  Buffalmacco,  ma  non  fu 
punto  sollecito  di  accrescerlo  colla  diligenza.  Di 
costui  esiste  qualche  avanzo  di  pittura  nelle  pa- 
reti di  s.  Francesco  in  Arezzo.  Andrea  Orcaarna 
dipinse  con  Bernardo  suo  fratello  nella  cappella 
Strozzi  a  s.  Maria  Novella  di  Firenze  il  paradiso, 
e  ìtì  dirimpetto  l'inferno,  e  nel  Camposanto  di 
Pisa  la  morte  e  ""l  giudizio  furono  di  Andrea  e  Tin- 
ferno  di  Bernardo.  Dalla  scuola  che  tenne  TOr- 
cagna  sortirono  Tari  allievi  non  spregevoli.  Ai 
giotteschi  per  lo  più  avvenne  ciò  che  spesso  av- 
viene ai  seguaci  degli  uomini  grandi-,  diffidare  cioè 
d''oltrepassarli,  e  aspirar  solo  a  imitarli  con  faci- 
lità. Quindi  nei  fiorentini  e  negli  altri  che  dopo 
Giotto  fiorirono  in  quel  secolo  XIV,  Parte  non 
crebbe  quanto  poteva,  e  Giotto  comparve  sempre 
maestro  de'suoi  seguaci,  eccettuato  Stefano  fio- 
rentino, che  secondo  il  Vasari  in  ogni  parte  della 
pittura  il  dice  migliore  di  Giotto.  Questi  fu  il  pri- 
mo in  vero  a  tentar  gli  scorti  nella  pittura,  e  se 
in  ciò  non  giunse  dove  mirava,  giunse  però  a  mi- 
gliorare di  assai  la  prospettiva  nelle  fabbriche , 
l'attitudine  e  la  vivacità  nelle  teste.  Scolare  di 
Giottino  di  qualche  merito  fu  Gio.  Tossicani  di 
Arezzo  adoperato  in  Pisa  e  per  tutta  la  Toscana. 
Kel  battistero  di  Arezzo  restano  i  due  santi  Fi- 
lippo e  Giacomo  da  lui  dipinti,  ma  poi  rifatti  dal 
Vasari  per  essersi  guastati  (144). 

§.  73.  Taddeo  Gaddi  amico  intimo  di  Giotto 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^Ì 

SUO  maestro,  superollo  nel  colorito  e  nella  mor- 
bidf^zza  del  suo  dipinto.  Wel  cappellone  degli  sp3- 
gnuoli  di  s.  Maria  jN^ovella  di  Firenze  operò  a  com- 
petenza col  Memrai,ov'è  il  più  bel  lavoro  del  secolo 
XIV  (145).  Fra  i  migliori  proseliti  di  Giotto  de- 
Te  a  buon  dritto  tener  luogo  eminente  il  Masac- 
cio, resosi  celebre  specialmente  per  le  sue  pitture 
nella  cappella  Brancaccich^è  nella  chiesa  del  Car- 
mine di  Firenze,  ov'è  rappresentata  la  storia  dei 
due  principali  apostoli  dinanzi  a  Nerone:  opera  che 
sola  basta,  al  dire  del  eh.  Rosini,  per  dimostrare 
quanTera  l'ingegno  di  lui.  Studiaron  pertanto 
nell'anzidetta  cappella  quanti  furono  sommi  e 
non  sommi  artisti,  e  quanti  capitarono  a  Firenze 
in  quel  tempo  beato,  e  tutti  qualche  cosa  raccol- 
sero, e  a  ben  dipingere  condotti  furono,  esami- 
nando i  modi  tenuti  da  chi  aveva  si  ben  dipinto; 
ed  io  perciò  ne  reco  almeno  un  cenno  in  queste 
mie  tavole  (a).  Da  luì,  dice  lo  storico  della  pit- 
tura (146).  appresero  la  grandezza,  poiché  grande 
avean  Panima,Leonardo.>Iichelangioloe  il  Frate; 
i!  decoro  ed  il  costume  i  due  Ghirlandai.  Ma  non 
fu  dato  peraltro  ai  contemporanei  di  superarlo  in 
merito,  né  ai  due  Lippi,  né  al  Gozzoli,  sebben  tan- 
to variato  e  fecondo,  né  al  Rosselli,  né  ai  Polla- 
ioli, né  ai  Botticelli,  né  ai  Credi,  nò  ai  Signorelli, 
né  in  fine  al  Verrocchio  e  Pier  di  Cosimo  mea 
celebrati  per  le  opere ,  che  per  i  due  famosis- 
simi loro  discepoli  Qui  non  è  da  pretermettere 
la  notizia  che  in  questi  tempi  si  riprese  la  pra- 

(a)  Ved.  tav.  CXXVIII. 


^64  COSTUMI 

tica  già  disusala  del  dipingere  a  olio.  I\Ia  chiun- 
que, percorrendo  le  molte  parti  dltalia,  vorrà  ma- 
turamente ponderare  i  vari  meriti  delle  pitture  di 
quanti  artefici  furono  in  quei  tempi,  vedrà  le  com- 
posizioni, se  non  in  ricchezza  e  in  fecondità,  ce- 
dere per  la  semplicità  mirabile,  per  la  nobiltà^ 
pel  decoro  a  quelle  di  Masaccio  (i47)- 

g.  74  .  Tornando  a  scrivere  di  Firenze  dopo 
il  suo  Giotto,  si  trovarono  moltiplicati  ad  un  nu- 
mero prodigioso  i  pittori.  Non   molto  appresso, 
cioè  nel  i34o,si  adunarono  questi  artisti  in  una  pia 
società  che  denominarono  la  compagnia  di  s.Luca, 
la   cui  sede  stabilirono  prima  a  s.  Maria  Innova, 
indi  in  s.  Maria    Novella.  Non  però  poteva  dirsi 
accademia  di  disegno,  ma  scuola  soltanto  di  pie- 
tà cristiana,  quali  Tebbero  e  le  hanno  molte  ar- 
ti (148).  Fra  i  coetanei  di  Giotto,e  che  da  lui  non 
dipendono,  debbesi  senza  contrasto  il  primo  luo- 
go al  già  nominato  Duccio  sanese,   ingegno  pre- 
claro   fra  quanti  ne  fossero  in  quel  tempo,  e  che 
lasciò  prove  nelle  sue  opere  d'aver  potuto  fare 
esso  risorgere  Parte,  qualora  mancati  fossero  Nic- 
cola  a  Pisa,  e  Giotto  a  Firenze  (i49)-  Dopo  la 
morte  di  Cimabue,  non  ostante  i  grandi    disastri 
sofferti,  Pisa  fece  continuare  la  gran  tribuna  del- 
la sua  cattedrale,  dove   lavorarono  Vicino  pisa- 
no ,  Francesco  egualmente  da  Pisa,  Vittorio  suo 
figl  io,  ed  un  Michele  detto  anch'esso  pisano.  Che 
questi  pittori  già  operavano  quand'era  comincia- 
to il  secolo  decimoquarto,  ne    son  prova  i  monu- 
menti, per  mezzo  dei  quali  si   mostrerebbe  la  con- 
tinuazione da  Giunta   in  poi  della    scuola  pisana. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  VIIL  4^^' 

5. 75.  Frattanto  questa  scuola  migliorò  assai,  e 
tal  miglioramento  debbesi  a  Giotto.  Giovanni 
pisano,  Tamico  intimo  di  Giotto,  volle  in  età  pro- 
vetta sospendere  Tesercizio  dello  scarpello,e  dar 
di  mano  ai  pennelli,  ma  non  giunse  ad  ottenerne 
la  celebrità  che  riscossa  aveva  principalmente 
nelParchiletlura ,  come  il  Camposanto  di  Pisa  il 
dimostra.  Il  terzo  discepolo  di  Giotto  in  Roma  fu 
il  Cavallini,  così  Stefano,  il  Gaddi  e  Maso  che  fu 
detto  Giottino.  Ciò  dovette  probabilmente  avve- 
nire verso  il  i3oo,  e  fin  d''allora  i  pittori  conob- 
bero quali  e  quanti  erano  i  meriti  di  Giotto,  e  fe- 
cer  plauso  al  suo  stile,  mostrando  desiderio  di 
seguitarne  le  orme(i5o),  di  cbe  dò  appena  un 
saggio  nelle  mie  carte  (a).  Qui  non  è  improprio 
far  parola  della  famosa  immagine  deir Annunziatiti 
ta  de**  Servi,  ma  ritoccata  dal  beato  fra  Giovan- 
ni Angelico  da  Fiesole  domenicano,  speciaU 
mente  nei  volti  si  dell'una  che  delPaltra  figura, 
ove  si  trova  una  soavità  unitamente  ad  una  gra- 
zia e  modestia  tale,  che  nelle  copie  fattene  da 
Carlo  Dolci,  il  quale  tanto  somigliò  l'Angelico 
nella  purità  verginale  delle  sue  madonne,  non 
pare  che  copiando  altri  questo  pittore  sia  uscito 
dalla  sua  propria  maniera  (i5i).  Ma  i  due  suoi 
discepoli  più  cari  furono  Stefano  e  Taddeo  Gad- 
di, il  primo  è  detto  suo  nipote ,  il  secondo  fu  da 
lui  tenuto  a  battesimo .  Ma  V  uomo  che  più  a-« 
vesse  Tanima  e  1  senso  di  Giotto  e  più  che  altroi» 
la  mano,  come  esso,  pronta  ad  obbedire  airia-«^ 

(rt)  Ved.  lav.  CXXYtr,  t^J  2.  i   ^' 


/^^G  COSTUMI 

telletto  fu  Andrea  d^Ugolino  pisano^  tantoché  v'é 
questione,  come  scrite  il  Vasari  (i5a),  se**!   dise- 
gno delPantica  porta  dis.Giovamii  di  Firenze  fosse 
produzione  di  Giotto,  piuttosto  che  d"*ALndrea,e  che 
al  primo  ne  spettasse  solo  l'esecuzione  in  bronzo. 
g,  76.  Duccio  è  pittor  senese  da  me  già  ram- 
mentato,ed  ora  diremo  che  a  Mino  di  Simone  det- 
tesi tra  i  due  la  preferenza^  ma  furono  in  vero 
due  valent'  uomini.    Là  fiorì  in  quei  tempi   un 
tal  Segna  che  mori  nel  i34o,  pittore  a  torto  sco- 
nosciuto in  patria,  poiché  un  suo  quadro  dipinto 
per  Arezzo  dicesi  dal  Tizio  lavoro  egregio  (i53): 
Fullime  sue  memorie  sono  del  1327.   Scolari  del 
Segna  furo  no  Duccio  e  Minora  Duccio  è  dovuta 
gran  lode  per  un  lavoro  che  costituì  per  Siena 
un^arte  nuova,  e  che  probabilmente  dette  origi- 
ne ad  un**  altra  di    assai   maggiore  importanza. 
Trattasi  dunque  del  pavimento  famoso  del  duo- 
mo di  Siena,  lavoro  cominciato,  come  dicesi,  da 
Duccio,   a  cui  debbesi  l'invenzione  di  quei  smi- 
surati nielli,  come  il  Cicognara  li  chiama,  dove 
solcato  si  vede  il  marmo  col   ferro,  e  riempiti  i 
solchi  di  una  pece  nera,  il  che  rassomiglia  ai  di- 
segni eseguiti  con  tutto  il  maggiore  artifizio;  dal 
qual  modo  del  niellare  in  marmo  si  crede  divenuta 
per  opera  dì  Maso  Finiguerra  nel  secol  posterio- 
re  rinvenzione  del  niellare  in  argento,  e  da  que- 
sta a  vicenda  sorgesse  Parte  ancor  più  valutabile 
di  intagliare  sul  rame  e  trarne  le  stampe.  Furo- 
no questi  lavori,  a  parere  del  Romagnoli  citalo 
dal  Rosini,   praticati  nel  i3io.  Non  poche  ta- 
volette preziose  di  Duccio  si  conservano  nella 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  VlJI.  4^/ 

gallerìa  deiraccademia  di  Siena,  dalle  quali,  be- 
ne esaminate,  resulta  che  non  sono  esagerale  le 
lodi  dategli  da  poco  in  qua  (io4)-  Simone  lìlemmi 
altro  artista  senese  si  elevò  a  gran  riputazione 
per  le  sue  pitture.  Ma  venendo  a  parlare  delle 
prime  sue  opere,  ciascuno  intende  che  ormai  do- 
po Giotto  se  non  hanno  qualche  pregio  particolare 
le  piccole  tavole,  e  qualche  quadro  anche  da  al- 
tare, dove  intorno  alla  Vergine  col  divin  Figlio 
siano  diversi  santi  neloro  spartimenli,  come  a- 
■vanti  a  quel  tempo  si  usava,  meritano  piccola 
lode,  o  ninna  considerazione,  giacché  non  v'è  di 
-più  comune,  quanto  rincontrare  antiche  tavole 
con  simili  composizioni.  Le  Vergini  della  scuola 
senese  e  quelle  dipinte  in  questo  tempo  in  cui 
tanti  pittori  fiorivano,  non  contandosi  dal  12.81  al 
i33i,  in  cui  fiorirono  Mino  di  Simone  e  Duccio 
della  Boninsegna,  non  contandosi, com''io  diceva, 
dal  Romagnoli  menò  di  ^5  pittori  in  Siena,  quel- 
le Vergini  si  distinguono  dalle  infinite  altre  della 
scuola  giottesca,  per  aver  queste  un  attitudine  lo- 
ro propria,  derivante  dalla  grazia, che  il  gran  mae- 
stro seppe  infondere  nelle  sue.  Più  che  discepolo 
di  Simone  fu  suo  compagno  nei  lavori  di  qualche 
conto  Lippo  di  Memmo  fratello  della  sua  sposa,  e 
nel  dipingere  seguitò  la  sua  maniera  più  che  potè  tte, 
e  l'aiutò  nella  grand-opera  della  sala  del  consiglio 
della  repubblica  senese,  dove  Simone  dipinse  la 
presa  di  Dlonterosi.  È  quella  storia  della  più  gran- 
de importanza  per  le  bertesche,  batlifolli  e  mar- 
chine da  guerra,  che  s'adopravano  in  quel  tempo: 


/{6S  COSTUMI 

sicché  rimane  come  monumento  al  tempo  stesso 
e  di  pittura,  e  di  architettura  militare.  Un'altra 
famiglia  di  pittori  si  rese  celebre  in  Siena  verso 
quest'epoca,  ed  è  quella  dei  Lorenzetti,  un  dei 
quali  cominciò  per  vezzo  a  chiamarsi  Laurati,  e 
quindi  continuò  nelle  storie  con  quel  nome  sino 
a  noi(i55). 

g.  77.  Non  si  ristringe  a  queste  due  famiglie 
di  pittori  in  quel  tempo  i]  vanto  di  Siena,  citan-^ 
done  la  storia  varie  altre  e  non  poche.  Ed  anche 
nelle  inferiori  parti  della  pittura,  come  sarebbero 
i  lavori  di  tarsia,sappiamo  dalla  storia  senese  che 
lodar  si  fecero  i  suoi  cittadini  e  ricercare  fino  d'al- 
lora. A  Siena  dunque  si  deve  ,  se  non  P  origine^ 
il  miglioramento  almeno  di  un**  arte  compresa 
in  quella  del  disegno .  Cosi  le  vediamo  proce- 
der tutte  regolarmente ,  giovandosi  scambievol- 
mente fra  loro.  Causa  principale  deirincremento 
che  riceverono  esse  in  Italia  nel  principio  del 
secolo  XIV  ,  furono  tre  grandi  monumenti  reli- 
giosi; il  Camposanto  di  Pisa,  il  tempio  di  Orvieto, 
e  quel  di  santa  Croce  in  Firenze,  come  nell'  an- 
tecedente avevano  oflferto  le  loro  pareti  ai  primi 
pittori  italiani  la  chiesa  di  s.  Pietro  in  Grado  e  la 
gran  basilica  d'  Assisi.  Giotto  era  stato  il  primo 
ad  ornare  il  Camposanto  pisano  ed  il  tempio  di 
santa  Croce^  e  per  quello  d'Orvieto  i  primi  ad  e- 
sercitarvi  i  loro  pennelli  furono  pittori  senesi.  È 
nolo  poiché  1 -architettura  di  quel  magnifico  tempio 
fu  diretta  da'fratelii  Maitani  di  Siena ,  e  ciò  non 
dee  far  meraviglia,  quando  si  pensa  che  in  una 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^9 

città  di  SÌ  piccola  popolazione  negli  ultimi  anni  di 
Giotto  quei  che  soltanto  esercitavano  la  pittura 
non  eran  minori  di  cinquanta  (i56). 

g.  78.  Con  Buffalmacco  e  con  i  suoi  amici  che 
seco  aveano,  secondo  l'espressione  del  Vasari, 
sguazzato  ogni  cosa,  terminò  la  scuola  del  Tafi  , 
non  avendo  potuto  continuarla  quel  Giovanni 
da  Ponte  che  fu  uomo  scioperalissimo  ,  e  Buffal- 
macco per  progredire  ueiraite  dovette  seguitar 
l'orme  di  Giotto.  Ugolino  di  maestro  Vieri  senese 
iiorito  dal  i3a6  in  poi  sarebbe  un  nome  ignoto 
alla  storia  dell'arte,  senza  i  suoi  mirabili  lavori  a 
smalto  nel  famoso  reliquiario  d'Orvieto  (i57).Or 
se  Ugolino  di  Vieri  smaltò  nel  reliquiario  orvie- 
tano i  disegni  altrui,  è  un  artefice  di  gran  valore; 
ma  se  inventò  e  disegnò  anche  di  propria  mano 
quelle  storie,  merita  d'  andare  di  pari  passo  coi 
più  famosi  artisti  dei  suoi  tempi. 

§.  79.  Siccome  nelle  arti  chiamate  meccani- 
che r  oritìceiìa  era  quella  in  cui  era  necessario 
il  disegno,  Andrea  Orcagna  figlio  di  Clone  orafo 
e  cesellatore  di  grandissimo  conto  apprender  do- 
vette il  disegno  nella  bottega  del  padre ,  il  qua- 
le fece  la  maggior  parte  dell'altare  d"*  argento  di 
san  Giovanni  in  Firenze  (i58).  Ebbe  Andrea  un 
fratello  che  studiò  pure  il  disegno  sotto  al  pa- 
dre insieme  con  Andrea,  ed  entrambi  furo»  pit- 
tori, ma  il  fratello  d'Andrea,  che  Bernardo  ebbp 
nome,  fu  di  minor  merito.  I  loro  lavori  a  fresco, 
oltre  quei  del  Camposanto  di  Pisa  ,  sono  i  se- 
guenti^ quelli  almeno  che  sempre  si  vedono .  La 
cappella  degli  Strozzi  in  santa  Maria  I*Iovella  di 
St.  Tose.  Tom*  9.  41 


/J^O  COSTUMI 

Fiieiize,la  di  cui  tavola  porta  Tanno  1357;  le  pitta* 
re  di  santa  Croce  le  quali  mostrano  chiaramente 
che  né  alFuno,  né  all'altro  dei  fratelli  fu  maestro 
nessuno  artefice  allevato  ed  istrutto  coi  principii 
e  le  massime  della  scuola  giottesca.  Il  colorito  du- 
ro, il  comporre  affollato  ed  anche  una  certa  confu- 
sione, indicano  che  Tarfetice  avea  in  quel  tempo 
poca  pratica  di  comporre  e  di  tingere .  Non  così 
dir  dobbiamo  delle  sue  pitture  eseguile  nel  Cam- 
posanto di  Pisa,  di  cui  dò  un  saggio  nelle  mie  ta- 
vole (a),  rimettendo  il  lettore  alla  bella  descri- 
zione che  ne  fa  V  istoriografo  delP  arte  pittorica 
dei  dì  nostri  (iSq).  I>Ia  tacer  non  si  debbe  delle 
varie  tavole  a  tempera  eseguite  in  patria ,  molte 
delle  quali  esistono  ancora ,  e  dirò  d'  una  che  si 
conserva  nel  duomo  di  Firenze,  dov'è  Dante  Ali- 
ghieri in  abito  di  priore  della  repubblica,  mostran- 
do ai  suoi  cittadini  la  divina  commedia .  Ivi  è  la 
città  di  Firenze ,  vari  cerchi  delP  inferno  ,  ed  il 
monte  del  purgatorio^  e  la  luna  in  alto  indica  il 
paradiso,  a  cui  debbe  salire  in  visione. 

g.  80.  Discepoli  deirOrcagna  furono  Bernar- 
do Nello  di  Giovanni  Falconi  pisano,  artista  men 
che  mediocre*,  Francesco  Neri  ricordato  dal  Mor- 
rona,ed  un  Turino  Vanni  forse  pisani;  Andrea  da 
Pisa  ,  che  trovasi  notato  come  capomaestro  dei 
pittori  del  duomo  d^  Orvieto;  Tommaso  di  Marco 
fiorentino,  e  Manotto  nipote  dello  stesso  Andrea; 
Francesco  Traiani  assai  stimato  per  un  suo  qua- 
dro allegorico,  il  cui  concetto  si  è  che  in  s.  Tom- 

(a)  Ved.  tav.   CXXVII,  N.   3. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  vili.  4/1 

maso  riunissi  tutta  la  sapienza  divina,  e  che  dalla 
sua  mente  si  propagò  a  tutti  gli  scrittori  che  ven- 
ner  dopo  (i6o).  Non  meno  degne  di  ammirazione 
sono  le  opere  dei  fiorentini  e  senesi  pennelli,che 
lasciarono  dopo  la  morte  di  Giotto ,  dove  si  ma- 
nifesta una  facilità  con  che  si  componevano,  ol- 
tre un  senso  sì  squisito  del  bello  e  della  conve- 
nienza nella  rappresentanza  degli  oggetti  e  dei 
personaggi,  che  vediamo  sovente  mancare  a  quei 
maestri  l'arte  per  giungere  a  porre  in  atto  quan- 
to aveano  concepito,  ma  non  deviar  mai  dal  retto 
sentiero  ,  né  precipitare  in  esagerazioni ,  né  ten- 
dere mai  verso  quello  che  pòi  chiaraossi  stile  di 
maniera. 

§.  8 1 .  E  bei  principi!  furono  in  Taddeo  Gaddi 
fiorentino  le  storie  dipinte  nel  capitolo  dei  padri 
domenicani  in  santa  Maria  Novella,  poi  denomi- 
nato il  cappellone  degli  spagnuoli;  come  già  molte 
prove  di  valore  avea  date  Simone  Memrai  senese 
nelle  opere  eseguile  in  patria  e  fuori,  prima  d*'es- 
ser  chiamato  a  farsi  compagno  del  Gaddi  in  co- 
sì grandioso  lavoro  .  Quesf  opera  magnifica  può 
riguardarsi  come  la  più  importante  della  pittura 
italiana  dopo  quelle  di  Giotto',  anzi  possiamo  dire 
di  più  che  nessuna  ne  abbiamo  di  Giotto  dove 
all'  unità  del  pensiero  corrispondano  sì  mirabil- 
mente le  parti.  L'argomento  è  il  trionfo  della  re- 
Kgioùe  cristiana  per  opera  di  s.  Domenico  e  di  s. 
Tommaso,  ed  in  conseguenza  del  loro  ordine  . 
Pare  che  le  differenti  parti  di  esso  sieno  stole 
indicate  da  fra  Domenico  Cavalca  celebre  religio- 
so di  quel  tempo,  delle  quali  le  quattro  minori 


472.  COSTUMI 

della  volta  colla  parete  a  manca  furono  date  a 
Taddeo  ,  e  le  tre  rimanenti  nelle  pareti  resta- 
rono a  Simone.  Dopo  aver  trattato  di  quest'ope- 
ra dei  due  fiorentini  pittori  Menimi  e  Gaddi,  non 
fa  torto  alla  reputazione  loro  passando  sotto  si- 
lenzio le  altre  opere  di  minore  entità  ,  poiché 
questa  le  offusca  tutte.  Morto  il  Memmi  nel  id44, 
il  Gaddi  passò  a  Pisa,  dove  dipinse  la  tribuna  di 
s.  Francesco,  e  tornato  dipoi  a  Firenze  dettesi  ad 
istruire  discepoli,che  fecer  fiorire  immediatamen- 
te Parte,  contandosi  là  verso  quel  tempo  non  me- 
no di  cento  pittori  (i^i). 

g.  8a.  Ecco  per  tanto  quaPè  il  parere  del  eh. 
Bosini  riguardo  ai  due  mentovati  artisti  :  fu  il 
Memmì  più  ricco  e  fecondo  nel  comporre,  il  Gad- 
di più  franco  e  risoluto  neir  eseguire .  Il  primo 
più  disinvolto  e  vivace  afiidasi  alla  immaginazio- 
ne., e  riunisce  talvolta  troppo  disparate  cose  in 
un  quadro;  il  secondo  più  grave  ed  emendato  le 
separa  in  tanti  quadri  diversi  con  minore  effetto 
si,  ma  con  maggiore  convenienza.  Simone  dette 
rimpulso  al  comporre  macchinoso;  Taddeo  mirò 
principalmente  alla  perfezione  delle  figure:  il  se- 
nese sopra  ogni  cosa  cerca  la  varietà, il  fiorentino 
la  graziale  quindi  benemeriti  egualmente  dell'arte 
ambedue  più  che  verun''altro  decloro  tempi,  e  de- 
gnissimi d'esser  salutati  ed  acclamati  dopo  Giotto 
per  le  opere  ohe  rimangono  di  loro,  come  i  prin- 
cipali propagatori  della  pittura  in  Italia  (i6a). 

g.  83.  Superiore  in  merito  a  Giotto  fu  Stefa- 
no già  nato  nel  i3oi.  È  fatale  che  le  più  belle 
di  lui  opere  sian  perdute,  le  qiiali  considerando 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  47^ 

la  brevità  della  sua  vita  furon  molte  e  lodatissi- 
rae  tutte.  Chi  fosse  vago  di  conoscerne  gli  argo- 
menti ne  troverà  la  descrizione  nel  Vasari.  Fu  la 
sua  maniera,  scrive  il  Vasari  e  ripete  il  Rosini , 
di  dipingere  unitamente,  ribattendo  ai  suoi  luo- 
ghi i  lumi  e  le  ombre  delle  figure,  e  facendo  con  i 
panni ,  i  capelli,  le  barbe  ed  ogni  altra  cosa  con 
tal  morbidezza  e  diligenza,  che  aggiunse  indubi- 
tatamente alParte  molto  più  di  quello  che  innan- 
zi a  lui  non  possedeva.  Morì  nel  i356  di  consun- 
zione ,  lasciando  discepoli  che  amorevolmente 
istruiva  (i63). 

g.  84.  Si  è  veduto  come  da  un  Lorenzo  pittore 
nascessero  due  figli,  poi  allevali  nella  scuola  sene- 
se.Uno  ebbe  nome  Ambrogio,che  da  quello  del  pa- 
dre si  chiamò  dei  Lorenzetti:  il  secondo  fu  Pietro 
che  nelle  storie  s*"  indica  pressoché  sempre  col- 
Paggiunta  di  Laurati  ,  Ambrogio  per  altro  portò 
Tarte  molto  al  dì  là  di  quello  che  poi  facesse  il 
fratello  .  Venendo  dunque  a  Pietro,  il  monu- 
mento pel  quale  fino  ai  giorni  nostri  si  era  mag- 
giormente propagata  la  sua  fama,  era  la  copiosis- 
sima storia  degli  anacoreti  nel  Camposanto  di 
Pisa^  ma  varie  opere  lodevoli  aveva  egli  condot- 
te in  patria  ,  innanzi  che  fosse  a  Pisa  chiamato 
ad  ornare  in  Camposanto  la  parete  lasciata  im- 
perfetta dairOrcagna.  Molti  pregi  e  disparati  ave- 
vano i  due  fratelli ,  sicché  da  compiangersi  è  la 
perdita  dell*  opera  che  aveauo  insieme  dipinta 
a  fresco  nella  facciata  dello  spedale  con  tanto 
artificio  e  maestria,  che  meritò  d'  e&ser  copiala 
dal  Barloli.  Dopo  quella  pare  che  si  dividessero, 


474  COSTUMI 

e  ciascuno  operasse  da  sé.  Di  Pietro  citansi  va- 
rie opere  ma  perite ,  e  fra  quelle  che  rimangono 
si  notano  alcuni  quadretti  neiraccaderoia  delle 
belle  arti .  come  alcuni  altri  nei  contorni  e  ville 
di  Siena.  !\Ia  fra  tutte  le  pitture  di  Pietro,  sem- 
bra che  la  sua  coronazione  della  SS.  Vergine  pre- 
pari la  via  al  beato  Angelico.  Il  colorito  n"'è  soave, 
più  tendente  al  grottesco  che  al  tinger  forte  della 
scuola  senese.  Agevoli  riuscivano  ad  Ambrogio  le 
sue  invenzioni  e  composizioni ,  perchè  aveva  in 
gioventù  dato  alacremente  opera  alle  lettere,  co- 
me ottimamente  rilevasi  dal  prelodato  Rosini  ^ 
sicché  alla  fecondità  della  immaginazione  presta- 
vano aiuto  e  soccorso  le  notizie  acquistate  (164). 
g.  85.  Al  terrore  apportato  dal  contagio  del- 
r  anno  milletrecentocinquaata  si  attribuisce  la 
decadenza  dell'  arte  pittorica  praticata  in  To- 
scana. In  fatti  dopo  Taddeo  Gaddi,  restato  capo 
della  scuola  fiorentina  Angiolo  suo  figlio,^  il  me- 
rito della  pittura  d'  allora  era  venuto  meno^  ed 
avealo  già  notato  Taddeo  medesimo  quando  disse 
che  sebbene  valenti  uomini  si  fossero  impiegati 
in  queir  arte,  pure  era  venuta  e  veniva  tutr  ora 
mancando  .  Angiolo  datosi  olla  mercatura  poco 
attendeva  a  superare  le  difficoltà  dell'arte  pitto- 
rica^ ma  non  ostante  esso  conservò  sempre  nelle 
sue  figure  una  certa  grazia  per  cui  dai  biografi  fu 
lodato  .  La  scuola  di  Giotto  andò  decrescendo 
sotto  Angiolo ,.  e  frattanto  i  contemporanei  dei 
giotteschi .  ma  della  scuola  di  Tommaso  cogno- 
minato Giottino,  continuarono  con  molto  zelo  a 
far   fiorire   la   pittura  per  le  cure  di   Giovanni 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4?^ 

Tossicani .  Scrive  il  Lanzi  che  col  Tossiconi  s''e- 
stinse  il  ramo  migliore  dei  pittori  giotteschi.  A. 
questo  tempo  sembra  doversi  ascrivere  don  Sil- 
vestro monaco  degli  angioli  .  miniatore  distinto 
di  libri  corali.  Dopo  dì  questi  rammenta  la  storia 
un  certo  Spinello  aretino,  mediocre  artefice,  di- 
scepolo di  un  maestro  forse  più  mediocre  di  lui, 
che  fu  Iacopo  del  Casentino,  il  quale  andando  ti- 
midamente sulle  orme  di  Taddeo  Gaddi  ne  ri- 
produsse le  forme,  ma  non  l'anima.  Questo  Spi- 
nello ebbe  P  onore  nel  Camposanto  di  Pisa  di 
congiungere  i  dipinti  di  Giotto  con  quei  del  Meni- 
mi e  di  Antonio  veneziano,  e  di  esser  quindi  no- 
minato tra  coloro  che  adornano  quella  culla  della 
pittura  del  secolo  XIV  .  In  generale  osserva  il 
chiarissimo  Rosini  doversi  concludere,  che  se 
1'  opera  del  Camposanto  pisano  fu  la  migliore  di 
Spinello,  questi  fu  rarlefìce  più  inferiore  di  quan- 
ti operarono  nel  Camposanto  (t65)  .  Dal  "Vasari 
abbiamo  notizia  della  mediocre  abilità  nel  dipin- 
gere di  Cennino  d'Andrea  Cennini  più  rinomato 
come  scrittore,  benché  stasse,  com'egli  scrive  da 
se,  per  dodici  anni  sotto  il  magistero  di  Angiolo, 
e  molto  tempo  dipoi  dettò  il  Trattato  della  pit- 
tura. 

§.  86.  Fra  le  ultime  opere  della  scuola  giot- 
tesca si  contan  quelle  di  Gherardo  Stamina  giu- 
dicato dal  prelodato  Lanzi  maestro  di  gaio  stile. 
Un  altro  giottesco  fiorentino  fu  Piccola  Petri,  che 
dipinse  il  capitolo  di  s.  Francesco  in  Pisa,  dove 
lasciò  scritto  il  suo  nome,  la  patria  e  Tanno  in 
cui  U\  terminato  il  lavoro  che  fu  noi  iSgi  (i66). 


47^  COSTUMI 

È  vero  che  non  polrebbesi  paragonare  coi  mi- 
glori  giotteschi,  ina  non  sembra  che  resti  al  di 
sotto  di  veruno  dei  minori.  Tornando  allo  Star- 
nina,  se  fu  uno  dei  maestri  dell'Angelico,  questo 
è  certamente  il  suo  titolo  più  bello  di  gloria.  In 
mezzo  alle  crudeli  vicende  della  pisana  repub- 
blica negli  anni  di  cui  si  tesse  la  storia,  eirè  cosa 
mirabile  che  siasi  potuto  conservare  il  nome  di 
belle  arti  ,  non  che  incontrar  memoria  di  non 
pochi  artefici,  che  nella  sua  capitale  a  quelle  si 
dedicarono .  Eppure  non  meno  di  sette  sono  ì 
pittori  pisani  di  questo  tempo,  che  se  lasciato 
non  hanno  gran  fama ,  pur  fanno  testimonianza 
del  loro  zelo  per  continuare  almeno,  se  non  per 
mantenere  in  tiore  queirantica  scuola,  ove  in- 
nanzi che  altrove  qui  furono  accolte  e  seguite 
le  massime  dei  giotteschi ,  e  riconosciuto  che  la 
via  da  essi  tenuta  era  la  vera  :  e  questi  che  se- 
guono sono  alcuni  dei  loro  ijoitìi .  N^ello  da  Pisa, 
Giovanni  di  Niccolò  da  Pisa,  Neruccio  di  Federi- 
go,Cecco  di  Pietro,  Turino  Vanni,  Iacopo  di  Nic- 
cola  detto  il  Gera.  Ma  uno  che  non  cede  a  chic- 
chesia  tra  i  minori  giotteschi  è  Getto  di  Iacopo 
da  Pisa  (167), 

5.87.  INon  così  avvenne  della  scuola  di  Siena: 
pare  che  questa  non  degradasse  dopo  i  due  Lo- 
renzetti  ,  come  vogliono  alcuni,  se  abbiamo  ri- 
guardo alle  belle  opere  di  Taddeo  di  Bartolo  o 
Bartoli  .  Berna  o  Bernardo  fu  allievo  probabil- 
mente di  Pietro  Laurati,  le  cui  opere  si  prende- 
rebbero per  giottesche,  se  non  avessero  il  colori- 
to sì  acceso ,  tanta  n'  è  la  grazia  e  la  semplicità . 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PARTE  Vili.  477 

I  suoi  discepoli  furono  Giovanni  d'Asciano  e  Lu- 
ca di  Tommaso.  Andrea  di  Vanni  si  distinse  per 
]'  onore  ch'ei  fece  air  arte,  mentre  ne  continuò 
r  esercizio  anche  dopo  essere  slato  elevalo  dai 
suoi  cittadini  ai  primi  gradi  della  repubblica  . 
Dopo  lui  per  merito  sono  da  notarsi  e  un  Cec- 
co di  Martino  e  un  Iacopo  di  Mino  e  vari  altri 
che  mostrano  quanto  era  fiorita  la  scuola  sene— 
se,  ma  che  non  presentano  particolarità  degne  di 
menzione  per  una  storia .  Da  questi  sembra  do- 
versi eccettuare  un  tal  frate  Martino  che  lavorò 
secondo  la  maniera  del  Memmi:  al  frate  per  tanto 
e  non  al  Memmi  devesi  attribuire  la  pittura  del 
refettorio  del  convento  d''Assisi,  lo  che  deve  ser- 
vir di  prova  della  sua  perizia,  poiché  credesi  de-' 
gna  del  maestro  un**  opera  del  discepolo.  Taddeo 
di  Bartolo  lasciate  le  orme  del  padre,  da  cui  aveva 
imparato  a  dipingere,  dettesi  a  seguir  quelle  che 
gr  indicavano  le  opere  dei  grandi  maestri  della 
scuola  senese  ,  per  cui  divenne  chiarissimo  fra 
tutti  gli  artefici  di  quelPetà.  Questo  era  lo  slato 
delle  scuole  toscane,  allorché  quelle  delle  altre 
Provincie  dltalia  si  rivolsero  con  tutto Tanimo  nel- 
la seconda  metà  del  secolo  XIV  u  dar  opera  per 
concorrere  ai  progressi  d"'un''  arte,  che  in  Giotto 
aveva  avuto  un'aurora  sì  splendida.  Così  il  già 
lodato  Rosini ,  dalla  cui  pregiatissima  opera  ho 
tratte  le  fin  qui  descritte  notizie  circa  la  storia 
della  pittura  toscana  (168). 

g.  88.  Egli  prende  quindi  a  considerare  quan- 
to si  faceva  in  Firenze  ,  che  dopo  avere  nello 
sc9);^.4fiPplo.4iito  Giotto  alla  Italia,  si  preparava 


4;8  COSTUMI 

in  seguito  a  dar  3Iasaccio  all'  Europa  .  Sicché 
lasciati  da  banda  vari  pittori  di  poco  grido,  sei  ne 
rammenta  come  pittori  di  conto  che  precedettero 
Wa  saccio,  ciascun  de'quali  presero  parte  con  mag- 
giore o  minor  vanto  alla  restaurazione  della  pit- 
turo: e  furono  Lorenzo  monaco,  Dello  e  Lorenzo 
di  Ricci,  ai  quali  tenner  dietro  con  maggior  fama 
Paolo  Uccello  ,  Masolino,  e  1*  Angelico.  Fu  don 
Lorenzo  un  artefice  non  minore  di  quanti  Taveano 
preceduto  nello  scorso  secolo,  e  il  primo  che  dette 
grazia  e  convenienza  alle  figure  nel  presente.  La 
adorazione  de^Hagi  riportata  in  rame  dal  preloda- 
to Rosini,  come  pittura  di  esso  don  Lorenzo,  atte- 
sta della  di  lui  abilità.  Da  Lorenzo  scendendo  a' 
Dello  poco  può  dirsi  di  lui,  perchè  molto  tratten- 
nesi  al  servizio  di  Spagna,  prescelto  come  il  mi- 
glior pittore  d'allora.  Eppure  de'sei  pittori  accen- 
nati questo  in  merito  è  il  minore.  A  Dello  succe- 
de Lorenzo  di  Bicci  che  fu  nella  pittura  rultimo 
dei  giotteschi,  ma  nel  suo  quadro  dell'  Assunzio* 
ne  che  dipinse  in  santa  Croce  assai  commendato, 
egli  fu  il  terzo  anello  della  catena  che  da  Lorenzo 
monaco  ci  conduce  fino  a  Masaccio.  Or  venendo 
a  Paolo  Uccello  ,  nessuno  impugnerà  che  rivol- 
gendo Tanimo  il  primo  a  quel  che  negletto  ave- 
vano i  suoi  predecessori,  studiando  la  prospettiva, 
egli  non  rendesse  un  gran  servizio  airarle.  Oltre 
di  che  meglio  d'ogni  altro  egli  dipinse  gli  animali- 
ed  i  volatili  specialmente,  dal  che  ne  venne  la 
sua  denominazione  d'Uccello;  come  nei  paesi  egli 
fu  il  primo  che  si  guadagnasse  nome  di  ben  con- 
durli a  maggior  perfezione,  che  non  avean  fatto 


DEI  TEMPI  EEPLBB.  PARTE  Vili.  470 

gli  altri  pittori  innanzi  a  lui.  Per  luì  dunque  Tai- 
te  progredì  nella  prospettiva  ,  nei  paesi  e  negli 
animali.  Nelle  sue  figure  non  manca  una  certa 
maniera  di  rappresentarle  differente  da  quella 
che  usata  ne  aveano  i  giotteschi.  Tra  le  opere 
sue  principali  ricordasi  il  chiostro  di  santa  Maria 
Novella,  in  cui  lodatissìma  è  sempre  stata  Tebrie- 
tà  di  Noè,  dove  con  belPardimento  dipinse  il  pa- 
triarca in  iscorcio,  cosa  da  nessuno  tentata  prima 
di  esso:  ciò  basti  di  lui  che  morì  provetto. 

g.  89.  Più  fortunato  per  V  arte  e  di  maggior 
ingegno  dei  precedenti  fu  senza  contrasto  Ma- 
solino  da  Panicale,  che  il  chiarissimo  Rosini  pone 
in  questo  secolo,  perchè  le  opere  che  di  lui  ne 
restano  furono  circa  il  i4o5,  e  perchè  immatura- 
mente morì  contando  trentasette  anni  nel  141 5. 
Venuto  in  Firenze  dalla  sua  patria  in  Val  d'Elsa 
fu  posto  air  arte  della  orificeria,  dalla  quale  fu 
ritirato  dal  famoso  Ghiberli.  Masoliiio  fino  dai 
primi  suoi  esercizi  sotto  di  lui  dovette  accorgersi 
ilella  differenza  estrema  che  passava  fra  gli  stessi 
animali  dipinti  da  Paolo  Uccello  con  servile  di- 
ligenza, e  quei  scolpiti  da  Lorenzo  Ghiberti  con 
rara  eleganza,  e  soprattutto  del  passo  immenso 
che  fatto  avea  la  scultura  per  opera  di  Donatello, 
e  del  Ghiberli  sopra  la  pittura  ,  i  maestri  della 
quale  avean  pure  grido  e  fama  di  valentissimi.  Da 
Lorenzo  per  tanto  apprese  come  le  figure  tutte 
d'una  storia  tender  debbano  ad  un  sol  fine ,  co- 
nn"  <lebbon  esser  saviamente  disposte,  come  nei 
•volti  apparir  si  facciano  i  concetti  deironimn,i8 
come  nelle  movenze  apparisca  il  loro  molo.  Pet 


480  »  COSTUMI 

apprendere  a  colorire  si  condusse  presso  Io  Star- 
nino, che  riguardato  veniva  come  il  più  valente 
di  quella  età  ^  sicché  riunendo  un  buon  colorito 
ad  una  certa  perizia  di  disegno  ,  e  quindi  aven- 
do dal  Ghiberti  apprese  le  massime  d'una  per- 
fetta composizione,  fu  in  grado  di  comporre  assai 
meglio  degli  altri,  ma  di  tingere  con  una  certa 
forza,  ed  intender  bene  Peffetto  dell'ombra  e  dei 
lumi^  perizia  acquistata  nel  lavorar  di  rilievo.,Fu- 
rono  le  sue  prime  opere  in  Firenze  nel  Carmine, 
come  là  poi  furono  le  ultime.  Una  dì  esse  special- 
mente dov"è  s.  Pietro  che  risana  la  sorella,  è  lo- 
data molto  dal  Vasari,  ove  osserva  le  figure  fatte 
con  molta  grazia  e  dato  loro  grandezza  nella  ma- 
niera, morbidezza  ed  unione  nel  colorire,  rilievo  e 
forza  nel  disegno^  fu  quest'opera  mollo  stimata  per 
la  novità  sua  ,  come  per  Punione  e  facilità  colla 
quale  fu  condotta,  sicché  può  dirsi  con  asseve- 
ranza che  nessuno  dopo  Giotto  facesse  fare  alla 
pittura  italiana  un  sì  gran  passo^  come  il  nostro 
Wasolino  (169). 

g.90.  Condiscepolo  di  questo  sì  valente  arti- 
sta fu  il  bealo  Giovanni  /angelico  da  Fiesole  del- 
l'ordine dei  predicatori,  che  al  secolo  ebbe  il  no- 
me di  Guido  e  fu  del  iVIugelIo.  La  denominazione 
da  Fiesole  debb'esser  derivata  dal  convento  dis. 
Domenico  di  Fiesole ,  di  cui  era  figlio,  e  Io  ag- 
giunto di  beato  dalla  sua  santa  vita.  Ebbe  un  fra- 
tello religioso  com''esso  che  si  chiamò  frate  Be- 
nedetto, e  fu  come  lui  pittore,  ma  s**  ignorano  le 
sue  opere  .  Angelico  avea  venti  anni  quando  si 
fece  religioso,  e  nel  primo  tempo  di  quello  stato 


I>E1  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  4^' 

si  occupò  indefessamente  a  miniar  libri  corali . 
Sceso  da  s.  Domenico  di  Fiesole  a  s.  Marco  di 
Firenze  sparse  di  sue  pitture  le  celle  di  quel  con- 
vento, indi  eseguì  nel  Capitolo  quella  passione 
del  Redentore  in  grandi  figure,  che  ben  conser- 
vata fino  al  presente  forma  V  ammirazione  degli 
stranieri.  A.ltre  insigni  opere  di  questo  pittore  si 
vedono  in  più  luoghi,  ed  in  più  libri  se  ne  leg- 
gono gli  elogi,  e  fra  esse  trovasi  la  SS.  Nunziata 
da  me  riportata  (a),  dal  disegno  e  composizione 
della  quale  si  scorge  il  progresso  che  il  B.  Angeli- 
co aveva  fatto  in  taParte,  ma  v*é  nelle  vesti  qual- 
che ritocco  d'altro  pittore,  poiché  raffresco  in  al- 
cuni luoghi  ha  patito.  Le  grandi  e  belle  sue  pitture 
in  tanto  numero  e  sì  gran  perfezione  dovevano 
levare  naturalmente  la  sua  fama,  che  pervenuta 
finalmente  alTorecchio  del  papa  Niccolò  V,  chia- 
mollo  a  Roma.  Là  in  mezzo  ai  monumenti  della 
greca  e  della  latina  grandezza  ingrandì  anche 
essola  sua  maniera  nel  disegnare  (170)^  di  che 
fa  prova  il  quadro  di  esso  esistente  nel  Vaticano 
e  ri[)ortato  dal  eh.  Rosini  alla  tav.  LXII  delTatlante 
della  sua  storia  della  pittura,ove  egli  dice  che  nul- 
la saprebbe  uguagliare  la  disposizione  delle  figu- 
re e  la  verità  che  si  ammira  in  quelle  mosse  e  in 
quei  volti.  La  sodisfazione  del  santo  diacono  nel- 
l'elargire  ai  poveri  quanto  possedeva ,  la  fiducia 
in  chi  domanda,  e  la  rappresentanza  dei  mali  da 
che  sono  affetti  i  vecchi,  gli  attratti, gli  storpi  che 
gli  stanno  intorno,  svela  la  ra^ano  maestra,  e  il 
cieco  è  veramente  tale  (171). 

(a)  Ved.  lav.  CXXIX. 

Si,  Tose,   Tom.  i).  42 


48a  COSTUMI 

g  91,  Ora  diremo  di  Tommaso  Guidi  cogno- 
minato Masaccio,  che  fu  un  genio  delParte,  e  for- 
ma epoca  nella  pittura.  Fu  discepolo  di  Masolino 
per  due  anni,  quindi  ebbe  per  maestri  ed  amici 
il  Ghiberti ,  Donatello  e  Brunellesco ,  dal  qual 
ultimo  apprese  le  regole  della  prospettiva ,  e  la 
convenienza  delParte,  cioè  quel  senso  raro  e  squi- 
sito di  rappresentare  le  cose  come  sono  il  più  del- 
le volte,  non  come  sono  talora  e  quasi  per  ecce- 
zione. I  suoi  dipinti  son  vivi,  hanno  vere  attitu- 
dini, colorilo  vero^  rilievo,  accordo  maraviglioso 
e  semplicità  di  panneggiamenti.  Nella  storia  dei 
santi  Pietro  e  Paolo  (a)  eh''  ei  dipinse  nella  cap- 
pella Brancacci  da  noi  rammantala  (i  72),togliendo 
quanto  dovea  dall'antico,  non  è  caduto  in  quella 
secchezza  della  imitazione,  che  fa  comparir  molte 
volte  le  figure  come  statue  dipinte .  Nerone  vi  si 
mostra  come  vedevalo  il  popolo  romano  sopra  il 
soglio  imperiale,  mentre  le  altre  figure  sono  cosi 
ben  fra  loro  aggruppate  ,  cosi  ben  disposte  ,  così 
vere,  che  dimostrano  anch'oggi  la  ragione  per  cui 
hauno  Tonore  immenso  d'essere  imitate. 

g.  9^.  Fra  Filippo  Lippi  merita  nella  storia  un 
gran  nome  per  la  naturale  disposizione,  e  perizia 
nel  disegno  e  felicità  nel  comporre.  Di  lui  scrisse 
il  Lanzi  che  nelle  sue  opere  parve  un  nuovo  Ma- 
saccio^ specialmente  nelle  piccole  storie.  In  san 
Ambrogio  ed  altrove  son  tavole  con  immagini  col- 
la Vergine  e  cori  d^angioli:  volti  pieni,  leggiadri, 
sparsi  d'un  colore  e  d'una  grazia  ch'è  tutta  sua. 
Nei  vestiti  amò  un  piegar  fitto  e  simile  all'arriccia- 
(a)  Yed.  tav.    CXXVIII. 


DEI  TEMPI  RÈPUBB.  PABTE  VIIJ.  4^^ 

tura  dei  caniicij  ed  ebbe  tinte  lucidissime  sebbeu 
moderate,  e  spesso  temperate  dì  un  paonazzo  non 
ovvio  in  altri.  Dipingendo  alla  pieve  di  Prato,  in- 
trodusse nelle  grandi  storie  a  fresco  le  proporzioni 
maggiori  del  vero.  È  mirabile  come  quest**  uomo 
che  divenne  gran  maestro  in  pittura  non  sia  stato 
mai,  che  si  sappia,  scolare  di  nessuno.  Fu  dichia- 
rato in  somma  dal  celebre  scrittore  Rhuramor, do- 
po ràngelico,  il  primo  pittore  di  Firenze.  Ma  l'ul- 
tima sua  opera,  la  più  grandiosa  e  la  più  mirabile, 
fu  la  tribuna  della  cattedrale  di  Spoleto.  Emu- 
lo di  fra  Filippo  Lippi,  che  gli  era  coetaneo  ,  ma 
d"'immaginazione  della  sua  più  feconda,  fu  certa- 
mente Benozzo  Gozzolì,  discepolo  delT  A.iigelico 
assai  stimato,  ma  non  in  tanto  pregio  tenuto  quan- 
to lo  meritò  per  le  sue  pitture  eseguite  nel  Campo- 
santo di  Pisa,  e  intagliate  In  rame  colle  altre  di 
quell'emporio  di  arti.  I  precetti  del  suo  maestro 
non  che  gli  esempi  di  lui  congiunti  con  quei 
che  avea  lasciati  Masaccio  nella  tante  volte  de- 
cantala cappella  del  Carra\ne,gliaveano  insegnato 
come  distribuire  i  piani  e  i  colli  nei  paesi,  come 
popolarli  di  tigure  ,  come  porre  queste  in  azio- 
ne, come  condurre  gli  animali  a  far  loro  com- 
pagnia, come  innalzar  belle  fabbriche,  come  si- 
tuarle suflìcienlemente  in  prospettiva ,  come  in 
fine  dare  a  tutto  convenienza,  giustezza  e  digni- 
tà. Sembra  che  fra  le  prime  sue  opere,  secondo 
il  prelodalo  Vasari,  fosse  la  cappella  dei  Medici, 
ora  detta  dei  Riccardi,  ove  par  vedersi  V  imma- 
gine del  suo  secolo  nei  ritratti,  nei  vestili,  nel- 
le  bardature  dei  cavalli  ,  e  in  ogni  più  miuu- 


484  COSTUMI 

lo  costume  »  Di  Zanobi  Strozzi  condiscepolo  di 
Benozzo  nulla  rimane  di  certo.  Di  fra  Diamante 
sapjìiamo  che  fu  discepolo  del  Lippi,  eTaiutò  nel- 
le sue  opere,  ed  insegnò  i  principi!  delParte  a  Fi- 
lippino figlio  del  suo  maestro,  il  quale  poi  conse- 
gnò fatto  adulto  alla  disciplina  del  Botticelli..41es- 
sio  Baldovinelti  merita  considerazione  in  qualità 
di  maestro  di  Domenico  Ghirlandaio,  che  fu  mae- 
stro del  gran  Michelangiolo.  L''opera  sua  princi- 
pale è  la  Natività  dipinta  a  fresco  nel  chiostro 
deir  Annunziata  di  Firenze  .  Di  maggior  meri- 
to dei  già  nominati  artisti  furono  i  due  Peselli. 
Questi  sono  i  pittori  che  fecero  progredir  T  arte 
in  quel  tempo  suirArno  allo  splendore  degli  ul- 
timi raggi  di  luce  che  yì  sparse  Timmortale  An- 
gelico (173). 

g.  93.  A  questo  periodo  della  scuola  fiorenti- 
na appartengono  altri  pittori  di  minor  conto,  fra  ì 
quali  rammentala  storia  Marco  da  Montepulciano- 
discepolo  di  Farri  Spinelli;  fra  Bjtjrnardo  nvinia^ 
t or e-,La zza ro  Vasari  imitatore  e  aiuto  di  Pier  della 
Francesca*,  Lorenzo  di  Niccolò  da  Firenze;  Iacopo 
del  sellaio  che  fu  discepolo  di  fra  Filippo  Lippi^ 
e  quel  Francesco  da  Firenze  discepolo  di  fra  Lo- 
renzo monaco,  il  qual  dipinse  il  taberttacolo  po- 
sto nel  canto  che  dalla  piazza  dì  s.  Maria  Novella 
porta  in  via  della  scala;  indi  Neri  di  Bicci  e  suo 
figlio  che  mori  nel  i45f^.  (»74)' 

g.  <)4-  ^^^  venendo  alla  scuola  senese  è  qua- 
siché impossibile  far  enumerazione  di  lutti.  Ad 
ogni  ricerca  un  po'minuta  che  si  faccia  se  ne  in- 
contra qualch'uno;  ed  eccone  alcuni  di  essi;  Xn* 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  TIÌI.  ^SS 

drea  di  Giovanni  da  Siena  nuovo  nome  d'artefice 
sconosciuto  fin  qui.  Dopo  la  morie  di  Taddeo  Bar- 
toli,  e  i  primi  sag£;i  del  nipote  sursero  in  Siena 
altri  pittori.  Primo  tra  questi  perete  fu  Gregorio, 
o  Goro  di  Francesco  detto  da  Siena  discepolo  di 
Taddeo  Bartoli,  che  dicesi  aver  composte  le  sue 
figure  con  grazia,  sebben  sia  stato  secco  e  crudo 
nel  colorito.  Poi  si  nominarono  Domenico  Barto- 
li nipote  di  Taddeo,  che  dipinse  nel  pellegrinaio 
di  Siena^  il  Sassetli  che  operava  nel  1444^^^  quale 
dipinse  un  s.  Francesco  con  alcune  figure  em- 
blematiche da  potersi  vedere  anche  nelPatlante 
dell'opera  del  Bosini  sulla  pittura  italiana  (i^S). 
Ma  Pautore  che  visibilmente  poi  dette  in  qualche 
maniera  il  modello  dei  gentili  angioletti  che  ac- 
compagnarono la  maggior  parte  delle  Vergini  fu 
Ansano  di  Pietro.  Ne  fan  fede  quei  del  quadretto 
ch'essendo  Inedito  nel  privato  gabinetto  di  pré^ 
ziose  pitture  del  eh.  prof.  Rosini  Tha  poi  pubbli- 
cato nella  sua  storia  della  pittura  tom.  iii,  p.  20. 
Si  rammenta  un  Matteo  di  Gualdo  imitatore  fe- 
lice d'Ansano:  v'è  di  questa  scuola  senese  Gio- 
vanni di  Paolo,  padre  del  più  famoso  Matteo.  Egli 
è  lodato  dal  Lanzi  per  una  suificiente  intelligenza 
del  nudo,  e  per  felicità  e  fecondità  d'invenzione 
merita  d'esser  celebrato.  E  questo  suo  merito  ri- 
spetto air  arte  fu  eguagliato  da  quello  ch'ebbe 
verso  la  patria,  poiché  gli  fu  dato  di  educare  alla 
pittura  tre  figli,  un  dei  quali  Io  imitò,gli  altri  è  fa- 
ma che  lo  superassero  (176). 

g.  95.  Imitatore  di  Masaccio  nella  positura, 
nel  rilievo,  e  nel  piegare  dei  panni  piuttosto  che 

4a* 


486  COSTUMI 

nella  grazia  e  nel  coIore,fu  Andrea  del  Castagno 
nome  infame  nella  storia.  Yiveva  ai  tempi  che 
trovato  il  segreto  del  dipingere  a  olio  da  Gio- 
yanni  Van-Eycb  o  da  Bruges,  scoperta  fatta  circa 
al  i4io,comincia7a  a  diffondersi  perPItalia^e  ma- 
nifestato da  un  amico  il  segreto  al  Castagno,  que- 
sti in  contraccambio  uccise  V  amico ,  acciocché 
non  lo  manifestasse  ad  altri  (177).  Tra  gli  allievi 
di  fra  Filippo  Lippi  nominato  più  indietro  vi  fu 
Sandro  Filippi,  dall'orafo  suo  primo  maestro  co- 
gnominato Botticelli  ,  uomo  rinomato  in  quel 
tempo,  e  conosciuto  tuttavìa  nelle  quadrerìe  per 
molte  pitture  in  piccole  6gure.  I  fatti  da  lui  di- 
pinti sono  espressi  con  vivacità  e  bizzarria  per 
modo  che  fan  parere  ch^gli  di  lunga  mano  avanzi 
sé  stesso.  Questo  medesimo  si  osserva  in  altri; 
tanto  potè  in  loro  la  competenza,  la  vista  di  una 
città  solita  ad  ingrandire  le  idee  che  vi  si  portano 
altronde,  il  giudizio  di  un  pubblico  il  qual  si  ap- 
paga appena  del  buono,  perchè  ha  Tocchio  av- 
vezzo al  maraviglioso.  In  alcune  qualità  pittori- 
che Sandro  fu  vinto  dal  suo  scolare  Raffaellino 
del  Garbo,  che  nella  volta  d^una  cappella  alla 
Minerva  di  Roma  dipinse  in  tal  modo  i  cori  degli 
Angioli,  che  soli  bastano  a  confermargli  il  so- 
prannome che  lo  distingue.  A  >Ionte  Oliveto  di 
Firenze  è  una  Resurrezione  di  esso  Raffaellino 
con  figure  piccole,  ma  cosi  graziose,  così  ben  mos- 
so e  colorite  con  sì  buon  metodo,  che  appena  gli 
si  anteporrebbe  altro  maestro  delPetà  sua.  Yien 
poi  la  storia  pittorica  a  ragionare  di  Domenico 
Corradi,  dalla  professione  paterna  detto  il  Ghir- 


DEI  TEMPI  HEPUBB.  PARTE  Vili.  4^7 

landaio,  pittore  e  niusaicista  eccellente,  anzi  mi- 
glioratore di  esse  arli.  Questi  è  quel  Ghirlandaio, 
nella  cui  scuola,  o  sulle  cui  massime  fondaronsi 
non  solo  Ridolfo  del  Ghirlandaio  suo  figlio,  ma 
lo  stesso  Buonarroti,  e  i  migliori  artefici  che  ven- 
nero in  seguito^  il  primo  tra  i  fiorentini  che  per  via 
della  prospettiva  giungesse  a  dare  buona  disposi- 
zione e  profondità  alle  composizioni.Fu  anche  dei 
primi  a  tor  via  dai  vestiti  quei  gran  fregi  d'oro  che 
gli  antichi  vi  collocavano.  Celebratissimo  fra  le 
sue  opere  è  il  coro  di  s.  Maria  Novella,  ove  tìgu>:ò 
dair  una  banda  istorie  del  precursore,  dall'altra 
storie  di  Nostra  Signora,  e  in  altre  quella  strage 
degli  Innocenti  tanto  lodata  dal  Vasari.  Io  pongo 
sotto  gli  occhi  del  mio  lettore  (a)  la  Visitazione 
di  lyi.  V.,  onde  più  facilmente  s' intendalo  stile 
di  quel  maestro.  Davidde  uno  de'^suoi  fratelli  mol- 
to attese  al  musaico:  Benedetto  altro  fratello  di-, 
pinse  in  Francia  forse  più  che  in  Italia.  Bastiano 
Mainardi  loro  cognato  fu  aiuto  di  Domenico.  Bal- 
dino Baldinelli  ,  Niccolò  cieco.,  Iacopo  del  Tede- 
sco, Iacoi)o  Indaco  non  son  che  pittori  senza  no- 
me di  artisti  distinti. 

g.  96.  Di  Cosimo  Rosselli  poco  ci  resta  in  pub- 
blico nella  sua  patria  Firenze  oltre  il  miracolo  del^^ 
Sacramento  chY'  in  s.  Ambrogio^  pittura  a  fresco, 
folta  di  popolo,  nei  cui  ritraiti  è  varietà,  effetto, 
evidenza.  In  alcuni  suoi  lavori  io  aiutò  per  quanto 
dicesi  Pier  di  Cosimo,  pittore  anch'egli  di  buon 
colorito  piuttosto  che  di  buon  disegno.  Questi 

,    (^0  Ved.   lav.  CXXX,   .ìÓJkìì.ìì.»   ;'  Vi    !;*»;  *^  iJUi 


58g  COSTUMI 

due  nondimeno  son  celebri  nella  storia,  perchè 
maestri  il  primo  del  Porta,  il  secondo  di  Andrea 
del  Sarto.  Di  Piero  e  Antonio  Pollaioli  vedonsi  a 
s.  Miniato  al  Monte  le  lor  pitture:  vi  si  scopre  la 
scuola  del  Castagno,di  cui  Pietro  era  stalo  scola- 
re^ volti  austeri,  colorito  forte  e  sugoso.  Di  Anto- 
nio si  vede  un  assai  lodato  quadro  del  martirio 
di  s.  Bastiano  nella  cappella  dei  Pucci  ai  Servi  di 
Maria  di  Firenze,  reputato  dal  Lanzi  un  dei  dipinti 
migliori  del  secolo  XV:  il  colore  a  dir  vero  non  è 
ottimo,  la  composizione  peraltro  supera  la  capa- 
cita  degli  artisti  di  quei  tempi,  e  il  disegno  del 
nudo  mostra  lo  studio  ch'egli  avea  fatto  nelPana- 
tomìa:  primo  forse  fra  i  pittori  d'Italia  che  scorti- 
cando i  cadaveri  apprendesse  per  principii  la  ra- 
gione dei  muscoli.  Luca  Signorelli  fu  cortonese, 
affine  dei  Vasari  d'Arezzo,  discepolo  di  Pietro 
della  Francesca,  pittor  di  spirito  e  di  espressione; 
un  de'*primi  in  Toscana  che  disegnassero  i  corpi 
con  una  vera  intelligenza  di  anatomìa,  ancorché 
alquanto  seccamente.  Nella  sua  comunione  degli 
apostoli  dipinta  al  Gesù  in  patria  si  trova  una 
bellezza,  una  grazia,  un  tingere  che  tira  al  mo- 
derno. Don  Bartolommeo  della  Gatta  ammirasi 
per  un  s.  Girolamo  fatto  in  una  cappella  nel  duo- 
mo d*  Arezzo  e  poi  trasferito  coir  intonaco  nel- 
la sagrestìa.  Fu  abbate  nel  monastero  di  s.  Cle- 
mente in  Arezzo,  dove  esercitò  miniatura,  archi- 
tettura, pittura  e  musaico:  ebbe  scolari  Domenico 
Pepoli,  e  Matteo  Lappoli  gentiluomini  aretini, 
che  sì  avanzarono  neirarle  con  altri  esempi.  Di 
alt  ri  pittori  e  miniatori  fa  parola  la  storia,  ma 


DEI  TEMPI  REPUBB,  PARTE  vili.  4^0 

•soltanto  pei  loro  nomi,  senza  lode  né  biasimo^ 
perchè  restati  nel  numero  dei  mediocri,  in  con- 
seguenza senza  aier  luogo  in  questo  compendio. 
Mi  ristringo  dunque  ad  accennare  un  illustre 
lucchese  Paolo  Zacchia  detto  il  vecchio,  forse 
istruito  a  Firenze,  dove  lungamente  resse  scuo- 
la Pietro  Perugino ,  la  quale  ebbe  fino  da'suoi 
primordi  il  vanto  nel  disegno,  ed  il  biasimo  nei 
contorni  che  furono  alquanto  taglienti.  Gli  si  dà 
il  soprannome  di  Vecchio,  per  distinguerlo  dal- 
l'altro Zacchia  che  viceversa  fu  più  fumato  nei 
contorni,  e  più  robusto  nel  colorito,  ma  nel  di- 
segno e  in  tutto  il  rimanente  di  men  valore,  e  di 
quesli  due  pittori  si  vedon  opere  in  patria.  Molto 
s^era  fatto,  come  saviamente  osserva  il  più  volte 
lodato  Lanzi,  poiché  Parte  era  giunta  ad  imitare  il 
vero,  specialmente  nelle  teste,  alle  quali  davasi 
una  vivezza  che  ci  sorprende  anche  oggidì.  Ri-i 
maneva  però  ancora  ad  aggiungere  beltà  reale  alle 
forme,  pienezza  al  disegno,  accordo  al  colorito, 
gciollezza  al  pennello,  che  quasi  in  tutti  parea 
stentato.  Peraltro  il  disegno  di  que'tempi,  benché 
alquanto  secco,  tuttavia  puro  e  corretto,  era  un 
ottimo  educatore  per  l'avvenire  (178). 

g.  9^'.  Terminala  la  scuola  pisana  e  senese 
sulla  pittura  si  ridusse  ad  una  sola  che  fu  detta 
la  scuola  fiorentina.  Questa  non  manca  dei  som- 
mi pregi,  che  sparsamente  sì  trovano  esaminan- 
do le  eccellenti  opere  dei  pittori  italiani,  ma  frat- 
tanto il  comune  delle  sue  produzioni,  come  ben 
rileva  il  Lanzi,  non  ha  gran  merito  nel  colorilo, 
né  mollo  ne  ha  nel  panneggiato; non  è  grande  nel 


I^QO  COSTUMI 

rilievo  che  universalmente  non  coltivò  se  non 
tardi:  né  ha  gran  bellezza,  perchè  tardi  fu  provve- 
duta di  belli  originali  e  questi  dai  greci:  quindi  è 
che  solo  attese,  come  sogliono  i  naturalistica  far 
ritratti  dal  vero.  Nel  decoro,  nella  verità,  nella 
esattezza  della  storia  può  anteporsi  a  perecchie 
altre,  ed  il  suo  pregio  più  singolare  è  il  disegno. 
È  anche  lode  sua  propria,  come  il  prelodato  Lanzi 
prosegue,  Taver  prodotto  gran  numero  di  eccel- 
lenti frescanti;  professione  talmente  superiore 
all'arte  di  fyr  tavole  a  olio,  che  al  Buonarroti  que- 
sta in  paragone  di  quella  pareva  un  giuoco.  Qui 
l'erudito  Lanzi  pone  la  riflessione  che  la  scuola 
fiorentina  ha  insegnato  prima  di  tutte  a  procede- 
re scientificamente  e  per  principii.  I  due  primi 
luminari  di  questa  scuola,il  Vinci  e  il  Buonarroti, 
come  filosofi  ch^essi  erano,  indagarono  le  cause 
permanenti  e  le  stabili  leggi  della  natura,  e  per 
tal  via  fissarono  canoni,  che  i  posteri  loro  ed  an- 
che gli  estranei  han  seguiti  a  gran  prò  della  pro- 
fessione, ma  noi  non  vedemmo  che  del  primo  un 
Trattato  della  pittura^  e  solo  abbiamo  del  se- 
condo qualche  idea  delle  sue  massime  dal  Vasari 
trascritte  (  1 79). 

g.98.  Leonardo  da  Vinci  (a)nato  nella  metà  del 
secolo  XV  fu  da  natura  dotato  d'un  ingegno  sopra 
al  comune  dedito  alle  investigazioni,e  di  una  stra- 
ordinaria vivacità  di  spirito.  Sebbene  la  pittura 
fatti  avesse  gran  passi  in  Masaccio,  pure  non  erasi 
anco  liberata  del  tutto  dalla  troppo  simmetrica 

l  (a)  Ved,  lav.  CXII,  N,   6» 


DEI  TEMPI  KIEPUBB.  PAETE  Vili.  4  9? 

regolarità  della  composizione,  e  le  mancava  tut- 
tavia perfetta  intelligenza  del  chiaroscuro,  svel- 
tezza nelle  forme  e  nobiltà  maggiore  nella  espres- 
sione. Le  die  Leonardo  tal  compimento,  ed  a  lui 
certo  si  dee  la  gloria  d*'avere  aperto  in  Italia  il 
secolo  della  bella  e  sublime  pittura  (i8o).  Aveva 
appresa  quest''arte  dal  Verrocchio,  ed  in  essa  a- 
vanzò  ben  presto  il  maestro.  Per  suo  genio  par- 
ticolare fu  sempre  inlento  allo  studio  delle  mate- 
matiche, per  modo  che  attese  più  a  migliorare  le 
arti  che  a  moltiplicarne  gli  esempi.  Gettò  statue 
in  bronzo,  e  in  tale  occasione  apprese  a  dar  rihe- 
vo  alle  pitture:  le  aggiunse  anche  simmetrìa,  ve- 
nustà ed  anima,  e  per  questi  ed  altri  suoi  meriti  è 
nella  moderna  pittura  contato  il  primo.  Venuto  in 
Firenze  dipinse  un  quadretto,  dove  si  ammira  la 
faccia  della  sventurata  Medusa  (a),  la  quale,  ben- 
ché velata  dal  pallore  di  morte,  benché  spiran- 
te dalla  bocca  alito  denso  e  maligno,  tultav  ìa  i 
grandiosi  e  regolari  delineamenti,  le  lacrime  sta- 
gnanti sul  ciglio,  ed  altre  traccie  di  profondo  do- 
lore rammentano  ancora  la  bella  figlia  di  For- 
co (i8i).  Ma  il  quadro  non  è  interamente  finito  , 
come  intervenne  a  quasi  tutte  le  opere  di  Leo- 
nardo. Questa  insigne  di  lui  opera  esiste  in  Gal- 
leria di  Firenze  con  altre  che  ne  addita  il  Vasari 
raen  forti  di  scurijC  presentan  teste  piuttosto  de- 
licate che  scelte,  come  la  Maddalena  deTitti  in 
Firenze . 

g.  99. Passato  il  Vinci  a  Milanoipresso Lodovico 

(a)  Vcd.  lav.  CXXVH,  N.  4.  t  r  ^ 


^Q2  COSTUMI 

Sforza  vi  si  Iraltenne  fino  al  1499,  occupHto  in 
lavori  di  meccanica  e  d'idraulica,  di  che  fu  inlen- 
denlissimo ,  e  frattanto  fece  conoscere  la  sua 
grande  abilità  nella  musica,  sicché  poco  allora 
dipinse,  oltre  al  gran  Cenacolo,  e  là  diresse  un^ac- 
cademia  di  belle  arti,  ove  fece  allievi  degnissi- 
mi (182).  In  varie  opere  ch*'ei  condusse  a  Roma 
emulò  magnificamente  la  maniera  di  Raffaello.  Il 
suo  ritrailo  esistente  nella  R.  Galleria  di  Firenze 
supera  ogni  altro  di  quella  stanza  per  la  forza  col- 
la quale  vedesi  espresso,  mostrando  animo  nobi- 
le, affettuoso,  sagace,  vago  sempre  più  di  crescere 
«ella  imitazione  del  bello  (i83). 

§.  100.  Lo  stile  del  Vinci  benché  degnissimo 
d'imitazione  non  ebbe  seguaci  in  Firenze,  ove 
egli  non  lasciò  pittura  veruna  in  pubblico,  o  quei 
che  si  spacciaron  per  tali,  potevano  esser  del  Sa- 
lai pitlor  milanese,  o  d''altri  che  profittarono  dei 
contorni  o  schizzi  di  quel  grand'uomo:  forse  Lo- 
renzo di  Credi  ebbe  da  lui  de'precetti  nell'arie. 
Giovanni  Antonio  Solliani,  che  visse  con  Loren- 
zo 2,4  anni,  dipinse  più  lentamente  de''suoi  con- 
temporanei, operando  con  maggior  diligenza.  Po- 
chi della  scuola  gli  si  possono  paragonare  nella 
naturalezza  del  nudo,  non  meno  che  del  vestito 
e  nelle  idee  de'volti  oneste,  facili,  dolci,  grazio- 
se, come  le  descrive  il  Vasari.  Alcuni  di  essi  sco- 
lari seguirono  altri  maestri,  un  Luini,  un  Bugliar- 
dini,  se  pur  fu  suo  scolare.  Quest'ultimo  dipinse 
in  Firenze  molte  Madonne  e  Sacre  famiglie,  che 
forse  possono  ravvisarsi  dalla  sfumatezza,  dalle 
sagome  virili  che  pendono  al  tozzoj  dalle  bocche 


DEI  TEMPI  BEPL'BB.  PARTE  vili.  49^ 

talora  composte  a  mestizia,  benché  il  tema  non 
le  richiegga  (i84).  Or  considerando  la  pittura  sot- 
to un  punto  di  vista  filosofico,  Leonardo  ebbe 
cura  particolare  di  esprimere  nel  miglior  modo 
le  affezioni  deiranimo,ed  in  tafarle  dirado  fu  su- 
perato. Semplici  sono  le  sue  composizioni  e  sa- 
pientemente disposte:  il  suo  disegno  puro  e  niti- 
do non  manca  di  grandezza.  Se  avesse  studiato 
Tantico  certamente  sarebbesi  astenuto  nello  sce- 
gliere i  propri  modelli  nella  natura,  di  ricopiarne 
le  minutezze  superflue  (i85). 

g.  loi.  Michelangiolo  altro  promotore  della 
scuola  fiorentina,  ardente  rivale  del  Vinci,  fin  dai 
suoi  più  teneri  anni  dispiegò  concepimenti  più  ar- 
diti di  esso.  Trascinato  dalla  sua  indole  impetuosa 
parve  disdegnasse  i  metodi  puramente  piacevo- 
li della  imitazione  per  occuparsi  solo  dei  mezzi  più 
acconci  a  scuotere  fortemente  gli  spiriti .  Nessun 
pittore  mostrossi  più  originale  né  più  patetico  di 
lui^  bisognava  un  entusiasmo  siccome  quello  da 
cui  era  dominato,  ed  il  vigore  alquanto  aspro 
del  suo  pennello  per  ardir  di  svelare  ai  nostri  oc- 
chi lo  spaventoso  spettacolo  delP  estremo  giu- 
dizio ed  il  disfacimento  del  mondo.  Quella  mi- 
nacciosa immagine  soggioga  al  primo  vederla  l'or- 
goglioso ragionamento  dello  scettico  il  più  intrepi- 
do, lo  fa  impallidire  e  sorprendersi  del  suo  stesso 
spavento.  Abbenchè  questo  grande  artista  tengasi 
generalmente  pel  più  dotto  scultore  moderno,  pu- 
re era  anche  maggiormente  ammirabile  siccome 
pittore,  o  piuttosto  siccome  disegnatore:  tale  al- 
meno si  fu  l'opinione  dei  suoi  medesimi  contem^ 

St.  Tose.   Tom.  9.  43 


494  COSTUMI 

poranei:  egli  stesso  tenevasi  come  superiore  ad 
ogni  altro  nel  disegno  (186).  àuch''egli,  siccome 
il  Vinci,  fin  da  fanciullo  dette  prove  di  talento 
che  obbligarono  il  maestro  a  confessar  di  saper- 
ne meno  di  esso. 

g.  loa.  Era  questi  Domenico  Ghirlandaio,che 
per  gelosia  del  suo  primato  in  dipingere,  temendo 
forse  la  rara  indole  del  Buonarroti  lo  rivolse  alla 
scultura.  Ma  intanto  il  nobile  giovanetto  non 
trascurò  il  disegno  dì  cui  fece  seri  studii  nella 
cappella  di  Masaccio  al  Carmine,  e  nel  tempo 
stesso  attese  alla  anatomìa,  e  questa  scienza,  ove 
dicesi  aver  consumati  dodici  annì,formòpoi  il  suo 
carattere,  il  suo  magistero,  la  sua  gloria.  Da  tale 
studio  nacque  in  lui  quello  stile  per  cui  fu  detto 
il  Dante  delle  arti.  Michelangiolo  cercò  in  segui- 
to il  più  spinoso  del  diseguo,  e  nell'eseguirlo 
comparve  dotto  e  grandioso.  L''uomo  ch''egli  in- 
troduce nelle  sue  opere  è  di  quelle  forme  che 
Zeusi  scelse  e  rappresentò  sempre,  secondo  Quin- 
tiliano: così  è  nerboruto,  muscoloso,  robusto;  i 
suoi  scortij  le  sue  attitudini  sono  le  più  difficili, 
le  sue  espressioni  son  piene  di  vivacità  e  di  fie- 
rezza. Se  Dante  parve  ai  critici  talvolta  più  cat- 
tedratico che  poeta,  il  Buonarroti  parve  più  ana- 
tomico che  pittore^  e  una  certa  non  curanza  del- 
la bellezza  fecelo  cadere  nel  rozzo.  Il  Condivi  ed 
altri  critici  al  suo  pennello  preferiscono  il  di  lui 
scarpello.  In  genere  di  pittura  non  si  posson  citare 
molte  cose  di  Michelangiolo,poichèpoco  dipinse,e 
la  maggior  parte  delle  sue  composizioni  restaro- 
no, come  del  Vinci  dicemmo,  solo  delineate  da  Uii^ 


DEI  TEMPI    REPUBB.  PARTE  vili.  49^ 

onde  è  che  qualche  gabinetto  può  vantarsi  ricco 
de^suoi  disegni,  niuno  delle  sue  pitture  (187). 

g.io3.  Mira  col  d''arte  in  questa  linea  diconche 
fosse  il  cartone  della  guerra  di  Pisa  (a),  preparato 
per  competere  col  Vinci  nella  sala  del  palazzo 
pubblico  di  Firenze.  Aggiungono(  188)  che  il  Vinci 
stesso  gli  agevolasse  col  suo  esempio  la  strada  a 
tant'opera,  ma  confessa  insieme  che  ne  fu  vinto. 
Non  si  contentò  Michelangìolo  di  rappresentare 
la  mischia  tra  i  fiorentini  armati  e  i  loro  nemici, 
ma  fingendo  Tattacco  in  ora  che  una  parte  dei 
primi  si  bagnasse  nel  fiume  Arno,  prese  quindi 
argomento  di  figurarvi  molti  ignudi  che  uscian 
dall'acqua  e  correvano  ad  armarsi  e  a  difendersi, 
e  così  potette  produrre  i  più  nuovi  scorti,  le  più 
terribili  «losse,  il  sommo. in  una  parola,  di  quella 
eccelleaza  in  cui  è  principe.  I  due  scrittori  diar- 
ie Cellini  e  Vasari  ci  informano  del  gran  profitto 
che  trassero  dallo  studiare  il  cartone  di  Michelan- 
giolo  i  giovani  artisti  non  escluso  Baffaello.  Ma 
il  cartone  anzidetto  perì,  e  n'ebbe  mala  voce 
Baccio  3andinelli:  ma  il  fatto  non  è  provato  ab- 
bastanza. Quesfartista  disegnatore  e  scultor  gran- 
de, ma  pittore  di  pochissime  cose  che  riduconsi 
quasi  tutte  ad  un  Noè  ubriaco  e  ad  un  Limbo  dei 
ss.  Padri,  rinunziò  assai  presto  alKarle  di  colori- 
re, e  par  che  Wichelangiolo  facesse  il  medesimo. 
Ciò  nonostante  chiamato  a  Roma  da  Giulio  II, 
come  scuItore,volle  il  papa  ch'ei  dipingesse  la  vol- 
ta della  sua  cappella  .  Sono  ivi  quelle  sì  grandi 
e  si  variate  figure  dei  profeti  e  delle  sibille,  la 

((0  Y«d..uv.  av* 


496  COSTUMI 

cui  maniera,  il  Lomazzo  (189)  giudice  imparziale 
perchè  d'  altra  scuola  ,  dice  eh'  egli  giudica  la 
migliore  che  si  troTÌ  in  lutto  il  mondo. 

g.  104.  Volle  Paolo  III  che  Michelangiolo  dr- 
pingesse  nella  facciata  ch'è  di  fronte  nella  cappella 
Sistina  il  giudizio  universale  .  Fece  dunque  il 
Buonarroti  gettare  a  terra  l' intonaco  preparato 
dal  Frate,  e  fatta  Tarricciatura  a  suo  senno,  con- 
dusse Topera  in  otto  anni,  e  la  scoprì  nel  i54i. 
In  questo  immenso  quadro  potè  appagarsi  e  mo- 
strare il  valor  suo  come  volle.  Popolò  quel  luogo, 
vi  dispose  ìnnumerabìli  figure  deste  al  suono  del- 
l'estrema tromba*,  schiere  di  buoni  e  di  rei  angioli, 
di  uomini  eletti  e  di  riprovati^  altri  sorgono  dalla 
tomba,  altri  stanno,  altri  volano  al  premio,  altri 
son  tratti  al  supplizio.  Ciò  che  non  può  lodarsi  è 
che  non  tenne  modo  né  freno,  e  tanto  empiè  di 
nudità  quel  giudizio  che  fu  in  pericolo  d^aver  per- 
duta Topera.  Paolo  IV  per  decenza  del  santuario 
volea  quella  pittura  coprir  di  bianco,  e  a  gran  pe- 
na si  contentò  che  ne  fosse  corretta  la  smodata 
licenza  con  alcuni  velami  che  qua  e  là  vi  aggiun- 
se Daniele  da  Volterra  suo  scolare.  È  stato  altresì 
ripreso  d'aver  misto  insieme  sacro  e  profano,  gli 
angioli  delPA-pocalisse  e  il  barcaiolo  d"* Acheronte, 
Cristo  giudice  e^jMinosse  che  a  ciascun  dannato 
stabilisce  il  suo  cerchio.  Lo  Scannelli  nel  suo  Mi- 
crocosmo vi  ha  desiderata  maggior  varietà  di  sa- 
gome e  di  muscoli  secondo  Tetà  diverse. 

g.  io5.  Fuori  delle  due  cappelle  pontificie  in 
Roma  ninna  sua  pittura  si  vede  in  pubblico.  A. 
Firenze  per  altro  e  precisamente  nella  tribuna 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  vili.  497 

della  R.  Galleria  v*è  di  suo  un  tondo  che  si  tiene 
per  una  sacra  Famiglia  con  bassorilievo  di  figu- 
re indietro,  e  la  pittura  è  conservai issiraa,  ed  as- 
sai lodata  pel  vigor  di  tinte,  ma  è  a  tempera;  ivi 
comparisce  la  pittura  più  dotta,  ma  la  men  bella; 
il  suo  autore  sembra  fra  tutti  il  disegnatore  più 
forte,  ma  il  coloritore  più  fiacco;  v'è  anco  trascu- 
rata la  prospettiva  aerea,  in  quanto  che  son  degra- 
date le  figure  ,  ma  non  vedesi  altrettanto  della 
luce,  difetto  non  raro  in  quelPetà.  Nella  R.  Gal- 
leria di  palazzo  Pitti  vie  di  suo  un  quadro  rappre- 
sentante le  Parche,  ed  è  posto  nella  stanza  di  Gio- 
ve alla  parete  prima  numero  ii3.  Molte  pitture 
che  nei  gabinetti  si  spaccian  per  sue,  si  giudicau 
copie.  Il  Vasari  noniina  suoi  scolari  Pietro  Urbano 
pistoiese,  Antonio  Mini  fiorentino,  ed  altri  fuori 
dello  stato,  che  per  esser  poveri  di  talento  nulla 
fecero  di  memorabile.  Molte  figure  e  istorie  furono- 
disegnate  da  Michelangiolo  ed  eseguite  in  Roma  da 
fra  Sebastiano  del  Piombo,  eccellente  coloritore  e 
di  scuola  veneta.  Sappiamo  che  dopo  il  suo  tempo 
continuarono  gli  artisti  a  valersi  de'*suoidisegni.Di 
alcuni  esteri  che  imitarono  Michelangiolo  si  trova 
il  nome  in  diverse  scuole,  il  Franco,  Marco  da  Sie- 
na, il  Tibaldi.  Nella  scuola  fiorentina  se  n''ebbero 
ancor  troppi,  e  noi  notiamo  primo  il  Granacci  fio- 
rentino eccellente  nelParte.  Dopo  la  morte  del 
maestro  compiè  qualche  opera  del  defunto,  e  la- 
vorò da  sé  a  tempera  sacre  Famìglie  in  quadri  da 
stanza  .  Maggior  nome  ha  il  Ricciarelli ,  che  la 
storia  per  lo  pii\  nomina  Daniele  da  Volterra  ,  e 
lo  qualifica  poco  raen  che  pel  più  felice  fra  i  se- 

43*» 


/  g8  COSTUMI 

guaci  di  Michelangiolo.  Educato  in  Siena  dal  Pe- 
ruzzi  e  da  altri  acquistò  una  mirabile  disposizione 
ad  imitar  Michelangiolo,  il  qual  preselo  a  benvo- 
lere. Né  senza  il  Buonarroti  avria  Daniele  con- 
dotta quella  maravigliosa  Deposizione  di  croce 
alla  Trinità  de''monti,che  insieme  colla  Trasfigura- 
zione di  Raffaello  e  col  s.  Girolamo  del  Domeni- 
chino  si  computa  fra  le  migliori  tavole  di  Roma; 
ed  io  ne  dò  qui  un  contorno  unicamente  atto  a 
mostrare  quanto  vi  trionfi  il  grandioso  di  Miche- 
langiolo (a);  ma  nelT  originale  pittura  vi  si  ve- 
de un  vero  nei  nudi  che  par  natura*,  un  color 
nei  volti  e  in  tutto  il  dipinto  che  ben  si  affa  alla 
storia,  robusto  più  che  leggiadro  \  un  rilievo,  un 
accordo,  un''arte  insomma  da  pregiarsene  per  po- 
co Michelangiolo  stesso,  ove  in  quel  quadro  si 
leggesse  il  suo  nome.V'era  in  patria  un  di  lui  qua* 
dro  della  strage  degTInnocenti,  posto  ora  nella 
R.  Galleria  di  Firenze;  onore  che  dice  più  d'ogni 
elogio  (190). 

g.io6.  Baccio  della  Porta  fu  detto  un  giovane  di 
Firenze,  il  quale  vestitosi  domenicano  si  chiamò 
fra  Bartolommeo  da  s.  Marco  e  più  brevemente  H 
Frale.  Mentre  studiava  la  pittura  sotto  il  Rosselli 
s''invaghì  del  chiaroscuro  del  Vinci,  e  lo  emulò 
assiduamente.  Di  questo  primo  tempo  ha  il  princi- 
pe una  Natività  ed  una  Circoncisione  di  N.  Signo- 
re,pitture  graziosissime  simili  a  miniature.Entrato 
nel  chiostro  di  3i  anno  nel  i5oo,  stette  44  "^®" 
si  senza  toccar  pennelli.  Restituitosi  poi  alla  pit- 

(a)  Ved.   lav.  CXXXI. 


DEI  TEMPI  aEPUBB.  PARTE  Villi  499 

tura  par  che  ogni  dì  salisse  un  grado  Terso  il  mi- 
glioramento .  Lo  aiutò  a  crescere  RafFello,  che 
Tenuto  nel  i5o4  a  Firenze  peri  suoi  studi,  con- 
ciliata con  lui  amicizia  gli  fu  insieme  e  scolare  nel 
colorito  e  maestro  nella  prospettiva,  come  da  ta- 
luno s'è  credutoAlcuni  anni  appresso  ito  in  Roma 
a  vedere  le  opere  del  Buonarroti  e  del  Sanzio,  ag- 
grandì, s'io  non  erro,  la  sua  maniera,  ma  più  che 
al  concittadino  si  conformò  all'amico^  grande  in- 
sieme e  grazioso  nei  volti  e  in  tutto  il  disegno. 
Quivi  parvegl-  impiccolire  al  confronto  di  quei 
due  maggiori  luminari  dell'arte,  e  presto  si  ricon- 
dusse in  Firenze.  Le  sue  più  stimate  fatiche  so- 
no in  Toscana,che  ne  ha  varie  tavole  d'altari  ve- 
ramente preziose.  La  composizione  di  esse  è  la 
usata  in  queHempi,  che,  senza  eccettuar  Raffaello, 
si  rivide  in  ogni  scuola,  e  nelh  fiorentina  durò 
sino  ai  tempi  del  Ponlorrao:  una  Santa  Vergine 
col  divino  Infante  fra  vari  santi,  ecco  la  compo- 
sizione pili  comune,  ma  il  Frate  solea  distinguer- 
la con  maestose  architetture.  Esce  per  poco  da 
questa  composizione  il  Frate  in  quel  suo  heUissi- 
mo  quadro  a  s.  Romano  di  Lucca  ov''è  dipinta  la 
Madonna  della  ìUisericordia  (191).  Lo  aveau  pro- 
verbiato i  suoi  emuli  come  inetto  a  grandi  pro- 
porzioni, e  fu  allora  che  d'una  figura  d'un  s.  >Iar- 
co  empiè  una  gran  tavola,  che  nella  quadreria  del 
principe  si  amnn'ra  come  un  prodigio  delT  arte. 
Era  in  tavola  ,  e  portato  dai  francesi  a  Parigi 
fu  trasferito  in  tela,  e  rimesso  alPantico  suo  po- 
sto nel  palazzo  deTilti:  nelPimpasto  e  nella  sfu- 
matezza  cede  appena  ai  migliori  lombardi.  Nella 


5  0O  COSTUMI 

arte  del  piegare  è  anche  inventore,  come  lo  mo- 
stra la  pittura  a  fresco  qui  da  me  riportata  rappre- 
sentante il  Noli  me  tangere  (a),  avendo  da  lui 
appreso  gli  altri  ad  usare  quel  modello  di  legno 
che  snodasi  nelle  giunture,  e  che  serve  mirabil- 
mente per  lo  studio  delle  pieghe,  né  altri  della  sua 
scuola  le  formò  più  variale  ,  più  naturali  ,  più 
grandiose,  più  acconce  al  nudo.  Un  capo  lavoro 
delfarte  è  un  suo  quadro  in  chiaroscuro  coi  santi 
protettori  del  paese  intorno  alla  Santissima  Ver- 
gine, e  riguardasi  come  una  vera  lezione  della 
pittura.  Il  metodo  di  questo  religioso  era  disegnar 
prima  il  nudo  delle  figure,  di  poi  disporvi  i  panni 
e  formare  ,  talor  anche  a  olio  ,  un  chiaroscuro, 
che  segnasse  i  partiti  della  luce  e  deir  ombra, 
ch'erano  il  suo  grande  studio,  e  T anima  dei  suoi 
dipinti  :  preparativi  tali  mostra  il  gran  quadro 
testé  accennato. 

g.  107,  Mariotto  Albertinelli  condiscepolo  ed 
amico  di  fra  Bartolommeo  allora  Baccio  e  suo 
compagno  ne''Iavori  e  negrinteressi,fu  anche  emu- 
lo del  suo  primo  stil  giovanile,  e  in  qualche  opera 
si  appressò  al  secondo.  Sovrasta  a  tutte  ed  è  la 
più  vicina  al  suo  esemplare  la  Visitazione  che  si 
ammira  in  Galleria.  Molta  lode  trae  anco  TAlber- 
tìnelli  da'suoi  allievijtra  i  quali  è  nominato  il  Fran- 
ciabigio  fiorentino,  grande  amatore  dello  studio 
di  prospettiva.  Allievi  di  fra  Bartolommeo  e  ^1 
suo  miglior  tempo  furono  Benedetto  Cianfanini, 
Raffaele  Rustici  ed  altri.  Morto  il  Frate  ne  fu  erede 

(a)  Ved.   tav.  CXXXII. 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  5oi 

il  SUO  collega  e  scolare  fra  Paolo  da  Pistoia,  e 
cogli  ereditati  disegni  condusse  più  tavole  in  Pi- 
stoia. Passaron  poi  que'^disegni  in  Firenze  in  ma- 
no di  suor  Plautina  Nelli,  che  in  qualità  di  pit- 
trice comparisce  buona  imitatrice  del  Frale.  In  s. 
Domenico  del  Maglio  v"*  è  una  Epifanìa  sua  del 
tutto  ,  e  con  un  paese  da  far  onore  a  un  pitto- 
re, ma  nelle  figure  vi  è  un  disegno  che  sa  d'an- 
tico (192). 

g.  108.  Andrea  Vannucchi,  dal  mestiere  paterno 
detto  Andrea  del  Sarto,  è  encomiato  dal  Vasari 
come  principe  della  scuola,  per  aver  lavorato  eoa 
manco  errori  che  altro  pittor  fiorentino,  per  aver 
egli  inteso  benissimo  l'ombrcj  i  lumi  e  lo  sfuggir 
delle  cose  negli  scuri^  e  dipìnto  con  una  dolcezza 
mollo  vìva;  senzache  egli  mostrò  il  modo  di  lavo- 
rare a  fresco  con  perfetta  unione  e  senza  ritoccar 
molto  a  serco,  il  che  fa  comparire  ogni  sua  opera 
fatta  tutta  in  un  giorno.  Il  Baldinucci  lo  critica 
come  gretto  nello  inventnre ,  e  veramente  non  è 
in  lui  certa  elevatezza  d' idea  che  forma  come  i 
poeti,  così  anche  i  pittori  eroici.  Andrea  non  ebbe 
tal  dono:  modesto,  gentile,  sensibile  per  natura 
par  che  imprima  lo  stesso  carattere  ovunque  mette 
il  pennello.  Il  portico  della  Nunziata  di  Firenze  per 
lui  ridotto  ad  una  galleria  senza  prezzo  è  il  più  a- 
datto  luogo  a  giudicarne.  Que''contorni  puri  delle 
figure  gli  meritarono  il  nome  d'Andrea  senza  er- 
rori, quelle  idee  di  volti  gentili  e  che  nel  sorriso 
rammentano  spesso  la  semplicità  e  la  grazia  del 
Coreggio,  quelle  fabbriche  si  ben  condotte,  quei 
vestili  adattati  ad  ogni  condizione,  quel  piegar 


5oa  COSTUMI 

facile,  quegli  affetti  popolari  di  curiosità,  di  ma- 
raviglia, di  fiducia,  di  compassione,  di  godimento 
che  giungono  appunto  dove  giunge  il  decoro,  che 
s'intendono  a  prima  vista,  che  ricercano  soave- 
mente il  cuore  senza  turbarlo,  sou  pregi  che  me- 
glio si  sentono  di  quel  che  si  esprimano  (193). 

g.109.  Fu  Andrea  diretto  da  fanciullo  ne'suoi 
sludi  da  Giovanni  Barile  intagliatore  in  legno,  e 
pittore  ma  di  nessun  nome.  II  colorito  lo  appre- 
se da  Pier  di  Cosimo  :  del  disegnare  e  comporre 
formò  il  gusto  nei  cartoni  del  Buonarroti  e  del 
Vinci,  e  sugli  affreschi  di  Masaccio  e  del  Ghir- 
landaio, ov'eran  soggetti  più  acconci  al  suo  mite 
ingegno.  Vide  Roma,  come  s**  arguisce  dal  suo 
stile  molto  raffaellesco.e  come  parve  anche  al  Lo- 
maz/o:  ivi  considerando  a  poco  a  poco  quello  che 
aveva  veduto,  fece  tanto  proli  Ito,  che  le  opere 
sue  sono  state  tenute  in  pregio  ,  ammirate,  ed 
imitate  più  dopo  morte  che  mentre  visse.  Allo 
Scalzo  fece  in  chiaroscuro  alcune  storie  della  vi- 
ta di  san  Giovanni.  Nella  storia  del  battesimo  di 
Cristo  si  vede  il  suo  primo  stile;  i  suoi  progressi 
in  alcune  altre,  come  nella  Visitazione  fatta  al- 
quanti anni  appresso,  e  finalmente  in  altre  la  sua 
più  eccellente  e  più  grande  maniera,  come  nella 
nascita  del  Battista.  Nel  minor  chiostro  della  Nun- 
ziata vi  son  le  storie  della  Vita  di  s.  Filippo  Be- 
nizzi,  graziosissime  benché  sien  quasi  le  prime 
mosse  dell'  ingegno  d'Andrea.  Maggior  opera  nel 
luogo  stesso  è  la  Epifania  del  Signore,  e  la  nasci- 
ta di  Nostra  Donna .  Ma  più  che  ogni  altra  sua 
cosa  è  grandissima,  sopra  una  porta  del  maggior 


DEI  TEMPI  ftEPUBB.  PARTE  TUl.  5oS 

chiostro,  quella  Santa  Famiglia  in  riposo,  che  da 
un  sacco  da  grano  a  cui  appoggiasi  s.  Giuseppe, 
è  comunemente  detta  la  Madonna  del  Sacco:  pit- 
tura nobile  nella  storia  delle  arti ,  quanto  poche 
altre.  Di  non  minor  merito  della  Santa  Famigh'a 
è  il  quadro  da  me  esposto  alla  tavola  CXXXIII 
dell'atlante  di  quesfopera.  In  fine  dopo  aver  mol- 
to operato  morì  di  peste  (194)- 

§.i  IO  .  I  due  che  più  si  appressarono  a  lui  nel 
gusto  del  dipingere  furono  il  Franciabigio  eMPon- 
tormo.  Il  primo  fu  scolare  dell'  Albertinellì  per 
pochi  mesi,  poi  si  andò  formando ,  come  sembra, 
su  i  migliori  esempi  della  scuola^  ne  molti  a!  pari 
di  lui  ha  lodati  il  Vasari  nella  notomìa,  nella  prò- 
spetliva,nel  quotidiano  esercizio  di  ritrarre  il  nudo, 
e  nella  squisita  diligenza  in  ogni  lavoro.  Andrea 
col  quale  strinse  amicizia  lo  volse  al  grandioso 
stile,  e  così  divenne  il  suo  allievo,  ma  non  emu- 
lo intieramente.  Allo  Scalzo  competè  realmente 
con  Andrea,  e  vi  fece  due  storie  che  molto  non 
iscapitano  in  tal  vicinanza.  Iacopo  Carrucci  dal 
nome  della  patria  detto  il  Pontormo fu  d'ingegno 
rarissimo,  e  sin  dalle  prime  sue  opere  ammirato  da 
Raffaello  e  da  Michelangiolo.  Avea  dal  Vinci  avu- 
te poche  lezioni,  di  poi  dairAlberlinelli^come  dis- 
si, e  da  Pier  di  Cosimo  era  stato  promosso  all'ar- 
te, ed  in  fine  dettesi  scolare  ad  Andrea,  che  mos- 
so da  gelosìa  del  di  lui  talento  Io  congedò.  Ideile 
sue  opere,  come  in  quella  della  Visitazione  nel 
chiostro  dei  Servi  gareggia  in  merito  con  lui,  ma 
lo  stile  è  diverso  .  Fu  costui  alquanto  strano  di 
naturale,  facile  a  disvogliarsi  d'uno  siile  per  len- 


5o4  COSTUMI 

lame  un  altro,  spesso  con  infelice  esito,  come  av- 
venne ad  altri.  La  prima  e  corretta  nel  disegno,  e 
forse  nel  colorito  è  da  dirsi  la  più  vicina  ad  A.n- 
drea.  La  seconda  è  di  buon  disegno,  ma  di  colo- 
rito piuttosto  languido,  e  questa  servì  di  esempio 
al  Bronzino  e  ad  altri  dell'epoca  susseguente.  La 
terza  è  una  vera  imitazione  di  Alberto  Duro  . 
Tenne  Andrea  il  costume  di  Raffaello  e  di  altri 
di  queir  età ,  di  condurre  le  sue  opere  colPaiuto 
dei  pittori  pratici  del  suo  stile,  o  scolari,  o  amici 
che  fossero  ,  la  qual  notizia  non  è  inutile  a  chi 
osservando  i  suoi  quadri  vi  trova  altre  mani .  Si 
sa  che  alcune  cose  fece  finire  al  Pontormo  ,  e 
n'ebbe  in  compagnia  un  lacone,  ed  un  Domenico 
Puligo.  Costui  non  tanto  valse  in  disegnare  quan- 
to in  colorire,  dolce ,  unito,  sfumato,  non  senza 
idea  di  nascondere  i  contorni  e  disimpegnarsi 
dal  perfezionarli  *  À.  questo  indizio  è  talora  sco- 
perto in  alcune  Madonne  e  quadri  da  stanza,  or- 
dinarie sue  occupazioni,  che  verosimilmente  di- 
segnate da  Andrea  suo  intimo^  a  prima  vista  paion 
opere  di  lui  slesso  .  Dai  già  nominati  più  che  da 
altri  uscirono  le  tante  belle  copie  che  in  Firenze 
ed  altrove  spesso  fansi  passare  per  originali  :  ma 
non  par  credibile  che  Andrea  ripetesse  tante  vol- 
te si  puntualmente  le  sue  invenzioni,  o  le  ridu- 
cesse per  sé  medesimo  dalle  grandi  alle  piccole 
proporzioni .  Par  dunque  che  le  migliori  di  tali 
Madonne  fossero  almen  fatte  al  suo  studio,  e  da 
lui  ritoccate,  come  costumavano  talora  Tiziano  e 
Raffaello  medesimo  (195). 

g.  111.  11  Rosso  che  nel  chiostro  della  Nunzia- 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  5o5 

ta  competè  coi  migliori  pennelli ,  parve ,  dipin- 
gendo ivi  rAssunzione  di  N.  Donna, voler  far  cosa 
non  tanto  più  bella ,  quanto  più  grande  di  tutte 
le  altre  dei  primi  della  sua  scuola.  Dotalo  di  un 
ingegno  creatore  ricusò  di  seguire  veruno  dei 
suoi  o  degli  esteri^  e  veramente  molto  riconosce- 
si  nel  suo  stile^  teste  più  spiritose,  acconciature 
ed  ornamenti  più  bizzarri,  colorito  più  lieto,  par- 
titi di  luce  e  d'ombra  più  grandiosi,  tocco  di  pen- 
nello più  risoluto  e  più  franco,  che  non  si  era 
forse  veduto  in  Firenze  fino  a  quel  tempo.  Pare 
in  fine  ch'egli  nella  scuola  introducesse  un  certo 
spirito  che  saria  stalo  senza  eccezione,  se  non  vi 
avesse  congiunto  alle  volte  qualche  stravaganza. 
La  sua  tavola  ch''ò  iii  palazzo  Pitti  è  ben  lontana 
da  simili  tacce  .  Le  pitture  di  questo  artista  son 
rarissime  in  Italia,  poiché  passò  in  Francia  il  suo 
miglior  tempo.  Ebbe  nelle  sue  opere  vari  aiuti, 
fra  i  quali  tre  fiorentini,  Domenico  dei  Barbieri, 
Bartolommeo  Miniali  e  Luca  Panni  (196). 

g.  1  la.  Ora  passeremo  a  dire  che  Ridolfo  di  Do- 
menico Ghirlandaio  rimasto  orfano  del  padre  in 
tenera  età,  prima  da  Davidde  zio  paterno,  quindi 
dal  Frate  fu  condotto  nell'arte  tant''oltre,che  Raf- 
fael  d'Urbino  venuto  a  Firenze  ne  divenne  sti- 
matore ed  amico  insieme.  In  seguito  chiamollo  a 
Roma  per  dipinger  con  lui  nel  Vaticano,ma  Ridol- 
fo ricusò  il  partito  con  proprio  danno.  Assai  chia- 
ro si  scopre  il  suo  gusto  in  due  quadri  di  molte 
figure  e  non  grandi  trasferiti  alla  R.  Galleria  :  e- 
S[>rin»ono  due  storie  di  s.  Zanobi.  Notasi  per  tanto 
generalmente   nei  quadri  di  Ridolfo  qualche  tir 

SL   Tose,   Tom.  9.  44 


5oG  COSTUMI 

gura  così  raffaellesca  che  nulla  più,  ed  in  tutte 
appare  una  composizione,  una  vivacità  di  volti, 
una  scella  di  colori,  un'arte  di  ritrar  dal  vero ,  e 
di  migliorar  con  la  idea,  che  sembra  aver  avute 
massime  assai  conformi  a  quelle  di  Raifaello.Dopo 
la  prima  giovanezza  con  mollo  danno  delTarte  ne 
rallentò  lo  studio  per  darsi  alla  mercatura  .  Ciò 
non  ostante  sostenne  la  scuola,  e  vi  accolse  ogni 
artefice.  Di  qui  è  che  molti,  i  quali  fiorirono  ver* 
so  la  metà  del  secolo  XVI ,  o  son  rammentati 
dalla  storia  come  allievi  ,  o  come  compagni  di 
questo  pittore.  Dei  suoi  scolari  ci  dà  il  Lanzi  un 
breve  elenco*.  Michele  di  Ridolfo  che  prese  il  no- 
me da  lui  stesso ,  Mariano  da  Pescia,  Carlo  Por- 
telli da  Loro  in  Valdarno  di  sopra  ^  Antonio  del 
Ceraiolo,  Perino  del  Vaga,  e  Toto  del  Nunziata 
che  gl'inglesi  computano  fra"*  migliori  italiani  che 
dipingessero  in  quel  secolo  nella  loro  isola,  e  re» 
stano,  come  molt'altri,  quasi  ignoti  fra  001(197). 

g.  Il 3.  Mentre  Firenze  co'soli  ingegni de'suoi 
era  salita  a  tanta  gloria ,  lo  stato  coir  aiuto  spe- 
cialmente della  scuola  romana  preparava  ai  po- 
steri materia  d'istoria.  Ciò  fu  specialmente  dopo 
il  i5a7,  quando  il  sarco  di  Roma  dispersela  scuo- 
la di  Raflfaello,  ed  i  nuovi  germi  di  essa  .  Giulio 
romano  educò  a  Pescia  Benedetto  Pagni.  Di  suo 
conosciamo  un  quadro  delle  nozze  di  Cana  al- 
la collegiata ,  che  non  è  il  suo  lavoro  migliore. 
Pistoia  ebbe  da  Giovanni  Francesco  Penni,  o  sia 
dal  Fattore  un  degno  allievo ,  e  fu  un  Leonardo 
che  molto  operò  in  Napoli  ed  in  Roma,  nominato 
quivi  il  Pistoia.Si  trova  rammentato  daaJtriMala-^ 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  DO7 

lesta,  e  da  altri  Guelfo,  ora  il  di  lui  vero  nome  par 
Grazia.  Un  bel  suo  quadro,  ma  più  anche  raro  si 
ammira  nella  cappella  di  s.  Carlo  nella  cattedrale 
di  Volterra,  ove  nomina  sé  slesso  Leonardo  pi- 
stoiese. Nello  stesso  secolo  XVI  venne  da  Verona 
e  fu  aggregato  fra  i  cittadini  di  Pistoia  Sebastia- 
no Vini,  che  alla  nuova  patria  crebbe  decoro  e 
col  nome  e  con  le  pitture.  Lucca  ebbe  pure  un 
giovine  Zaccherìa  per  nome  .  Cortona  ebbe  due 
buoni  artefici,  Tuno  Francesco  Signorelli  nipote 
di  Luca  ,  che  lasciato  dal  Vasari  manifestasi  lo- 
devol  pittore  in  un  tondo  de'santi  protettori  del- 
la città,  fatto  per  la  sala  del  consiglio  nel  iSao. 
L^altro  fu  Paparello  che  servì  d'aiuto  al  Caporali 
ed  a  Giulio  romano  suoi  maestri. Borgo,detlo poi 
Città  di  S.  Sepolcro  contò,  allora  il  suo  Raffael- 
lo, comunemente  chiamalo  Raffaellino  del  Colle; 
piccol  luogo  ov'ebbe  i  natali.  Si  novera  fra  i  di- 
scepoli di  Raffaello,  ma  più  che  ad  esso  apparten- 
ne a  Giulio  romano.  A.  s.  Sepolcro  vi  son  di  lui 
vari  quadri  che  il  Lanzi  annovera  minutamente. 
Tenue  anche  scuola  a  S. Sepolcro,  onde  uscirono 
il  Gherardi,  ed  il  Vecchi  ed  altri,  alcuni  dei  quali 
forse  lo  avanzarono  in  geRÌo,non  però  lo  pareggia- 
rono in  grazia,  né  in  finitezza.  A^rezzo  ebbe  in  quei 
medesimi  anni  non  pochi  artefici ,  ma  due  senza 
più  ne  ha  lodati  il  Vasari.  Gio.  Antonio  figlio  di 
Matteo  Lappoli  fu  scolare  del  Pontormo,  ed  ami- 
co di  Perino  e  del  Rosso,  coi  quali  vivutoin  To- 
scana ed  in  Roma  n'emulò  la  maniera,  e  la  eser- 
citò in  quadri  da  stanza  più  che  in  opere  da  chiesa. 
Di  Guglielmo  da  Marcilla  lodalo  dal  Vasari  non 


5o8  COSTUMI 

faccio  parola  qui  percb''  è  estero  e  non  tosca- 
no (198), 

g.  114.  Il  luogo  ed  il  tempo  ci  avvertono  di 
parlare  della  pittura  con  vetri  variamente  colora- 
ti e  fra  lor  connessi  coi  piombi  che  ne  segnano 
risentiti  contorni.  Se  ne  vedono  molti  in  Arezzo, 
diversi  dei  quali  eseguiti  là  dal  IVIarcilla  che  ne 
era  professore  abilissimo,  di  cui  si  vedon  vetrate 
che  emulano  le  ben  composte  pitture  in  tela  ed 
in  tavola.  Nel  secolo  XY  Lorenzo  Ghiberti  bene- 
merito in  molte  arti  ampliò  ancor  questa ,  e  nel 
duomo  di  Firenze  fece  gli  occhi  della  facciata  a 
vetri  dipinti  ^  e  similmente  nella  cupola  di  quel 
tempio  magnifico  tutti  gli  occhi  furono  di  sua 
mano,  eccettuato  sol  quello  dell\4.ssunta,  esegui- 
to da  Donatello.  I  vetri  furono  lavorati  in  Firen- 
renze, chiamatovi  a  taTefifetto  un  Domenico  Livi 
nato  in  Gambassi  nel  volterrano,  che  taP  arte 
aveva  appresa  ed  esercitata  allora  in  Lucca  (199X 
Il  Pastorino  senese  apprese  questuarle  e  la  eserci- 
tò egregiamente  nella  sala  regia  del  Vaticano  su 
i  disegni  del  Vaga,  e  nel  duomo  di  Siena  (200). 

g.iiS.  Erano  le  grottesche  venute  in  moda 
dopo  IVI  orlo  dat  Feltro  e  Giovanni  da  Udine.  L^mo 
e  Tallrc  era  stato  a  Firenze  ,  e  vi  aveva  operato , 
specialmente  il  secondo,  che  alla  famiglia  medi- 
cea ornò  il  palazzo  e  la  cappella  di  s.  Lorenza 
Da  Morto  apprese  taParte  Andrea  detto  di  Cosi- 
mo perchè  già  scolare  del  Rosselli  e  cognominato 
Feltrini,  ovver  Feltrino  dal  più  noto  maestro. 
Esercitò  questa  invenzione  non  solo  in  pareti , 
ma  in  mobili  di  legno  j  in  bandiere  ,  in  drappi  da^ 


DEI  TEMPI  EEPUBB.  PARTE  TITI.  So^ 

feste;  capriccioso ,  e  quasi  caposcuola  di  un  gu- 
sto che  da  lui  ebbe  origine,  e  fu  seguitato  in  Fi- 
renze. Le  sue  fregiature  furono  più  copiose  e  più 
piene  che  le  antiche,  e  rilevate  con  alquanto  di- 
verso ordine,e  vi  adattava  oltiraameute  anche  le 
figure  .  Ebbe  compagni  un  Mariotto  ed  un  Raf- 
faello Mettidoro;  né  linch'  ei  visse  altro  artefice 
più  volentieri  di  lui  fu  adoprato  in  disegni  di  fo- 
gliature  per  broccati  o  per  tele,  ed  in  opere  di 
amena  pittura.  Valsero  anche  molto  in  grottesche 
Pier  di  Cosimo  e  'I  Bachiacca.  (aoi). 

J.116,  Fidatisi  i  senesi  di  poter  ottenere  buo- 
ne pitture  da  quei  della  loro  scuola ,  pensarono 
di  eliminarne  i  pittori  stranieri,  coir  obbligarli  a 
pagare  alcune  tasse,  nel  caso  che  dipinger  voles- 
sero in  Siena  .  Questa  misura  se  giovò  agh*  artisti 
del  paese,  che  ottennero  maggior  quantità  di  la- 
voro, non  giovò  alla  scuola,  che  non  potette  pro- 
fittare di  quel  più  che  sapevano  gli  sf ranieri/e  così 
l'arie  non  fece  progressi  in  quel  tempo,  tanto  che 
dopo  aver  gareggiato  colla  scuola  fiorentina  sul 
cadere  del  secolo  XV,  si  ridusse  a  non  aver  me- 
glio che  le  pitture  del  Capanna  con  quelle  d'altri 
artisti  di  lui  non  più  valenti,  tanto  che  quest'ar- 
te in  Siena  andò  in  decadenza  .  La  pittura  fio- 
rentina a  quei  giorni  era  ambita  a  Roma;  per  al- 
tro la  rivalità  e  le  vedute  politiche  non  la  faceaii 
desiderare  ai  senesi,  i  quali  piuttosto  vollero  chia- 
mare il  Perugino  con  alcuni  dei  suoi  scolari,  che 
vi  dimorarono  gran  tempo  in  servizio  di  due 
senesi  celebri  nella  storia  ,  cioè  il  cardinal  Fran- 
cesco Piccolomini   che  indi  a  poco  divenne  Pio 

44» 


5lO  COSTUMI 

HI,  e  Pandolfo  Pelrucci,  quello  che  per  qualche 
tempo  tiranneggiò  la  repubblica  .  Il  Piccolomini 
Tolendo  ornare  la  sagrestia  del  duomo  con  va- 
rie storie  della  vita  di  Pio  II  suo  zio,  invitò  a  Sie- 
na il  Pinturiccbio',  e  questo  ancora  trasse  da  Pe- 
rugia altri  scolari  di  Pietro,  e  lo  stesso  Raffaello 
che  dicesi  facesse  i  disegni  di  quelle  storico  tutti 
o  in  gran  parte.  II  Petrucci ,  bramando  pure  di 
abbellire  il  suo  palazzo  e  qualche  tempio,  si  val- 
se del  Signorelli,  del  Genga  e  del  Pinturicchio, 
richiamati  in  Siena  al  principio  del  secolo  XV  . 
Da  indi  innanzi  la  scuola  senese  cominciò  a  cor- 
rere verso  lo  stile  moderno:  il  disegno,  rimpasto 
dei  colori  ,  la  prospettiva  ,  tutto  si  perfezionò  in 
j)Ochi  anni.  Quattro  ingegni  vVrano  intorno  a  quel 
tempo  dispostissimi  a  qualunque  gran  riuscita,  il 
Pacchierotto,  il  Razzi,  il  Wecherino,  il  Peruzzi  ed 
i  pittori  forestieri  provocarono  i  senesi  ad  onesta 
gara. 

§.117.  Eccoci  dunque  al  buon  secolo  della  scuo- 
la senese,  ed  eccone  i  maestri  più  degni: Iacopo 
Pacchierotto  è  il  più  attaccato  di  tutti  alla  manie- 
ra di  Pietro  .  Del  suo  stile  perugiuesco  sono  in 
Siena  parecchi  quadri  da  camera  e  da  altare,  e 
specialmente  uno  assai  bello  nella  chiesa  di  s. 
Cristoforo  :  nei  suoi  quadri  comparisce  anche  ec- 
cellente compositore;  par  certo  che  studiasse  at- 
tentamente Raffaello:  tantoglisiaccosta  neirarieg- 
giare  le  figure.  Giannanlonio  Razzi ,  o  sia  il  cav. 
Sodoma,  fu^per  quanto  credesi.  di  Vercelli  in  Pie- 
monte ,  ma  venuto  in  Siena  assai  giovane  .  Si 
nolano  tra  le  sue  belle  cose  le  storie  di  s.  Bene- 


t)El  TEMPI  REPUBB.  PARTE  Vili.  5ll 

detto  che  dipinse  intorno  al  1 5oa  a  Monte  OlJvelo. 
Migliori  opere  lavorò  a  Siena,  frutto  insieme  delle 
cose  osservate  in  Roma  e  deiretà  più  matura.  La 
santa  Caterina  da  Siena  in  isvenimento,  dipinta  a 
fresco  in  una  cappella  di  s.  Domenico,  è  cosa 
raffaellesca.  Generalmente  però  è  nei  suoi  dipin- 
ti un'aria  ed  una  varietà  di  teste  che  non  imitò 
da  veruno,  ma  per  altro  avea  gran  fonchìinento  di 
disegno^  n''è  stato  lodato  il  colorito  caldo  recato  di 
Lombardia.  Nei  molti  anni  che  visse  il  Sodoma  a 
Siena  dovette  far  molti  allievi.ScoIare  del  Razzi  per 
gran  tempo  e  poi  aiuto  ed  in  fine  anche  genero 
fu  Bartolommeo  Neroni  ali  rimenti  detto  maestro 
Riccio,  che  mancati  i  primi  quattro  sostegni  del- 
la scuola  senese,  ne  resse  il  credilo  molti  anni. 
11  suo  capo  d^opera  fu  un  deposito  alle  Derelitte 
di  maniera  molto  a  quella  del  Razzi  conforme  . 
Altre  sue  pitture  vedonsi  per  la  città  ove  sembra 
imitatore  del  Vasari  nel  compartimento  delle  tin- 
te: si  sa  che  fu  ottimo  prospettivo  e  particolar- 
mente in  fatto  di  scene:  fu  architetto  del  pubbli- 
co lucchese. 

g.i  i8.  Mecherino,o  sia  Domenico  Beccafumi,si 
esercitò  da  giovinetto  a  copiar  disegni  di  buoni 
artefici,  e  in  imitare  le  tavole  di  Pietro  Perugino, 
la  cui  maniera  tenne  dapprimo^  né  intieramente 
la  spogliò  mai ,  notato  di  secchezza  anche  nelle 
opere  del  Duomo  di  Pisa  che  sono  della  sua  età 
matura.  Ito  a  Roma  e  tornato  in  patria  dopo  due 
anni  si  vide  forte  a  competere  col  Razzi  ,  e  se 
diam  fede  al  Vasari  lo  superò,ma  non  così  dicono 
a  Siena.  Sul  principio,  secondo  la  placidezza  del 


Sia  COSTUMI 

SUO  carattere,  dipingendo  dì  uno  siile  dolce,  scel- 
se in  quel  tempo  belle  arie  di  teste,  e  soprattut- 
to ripetè  molte  volte  quella  di  una  sua  favorita: 
lodasi  una  di  lui  tavola  posta  a  s.  Benedetto  degli 
Olivetani.  L''ullimo  annotatore  del  Vasari  prefe- 
risce quest'*opera  a  molte  altre  di  Mecherino ,  e 
duolsi  che  invaghitosi  poi  dell'energico  del  Buo- 
narroti deviasse  dalla  sua  prima  maniera .  E  ve- 
ramente da  che  aspirò  a  comparire  più  forte,  non 
di  rado  parve  grossolano  nelle  sagome,  trascura- 
to nelle  mani  e  nei  piedi,  rozzo  nelle  teste:  creb- 
begli  questo  difetto  in  vecchiaia  ^  intanto  che  le 
teste alloradipinte  al  Vasari  stesso  parvero  visacci. 
Lo  stile  di  Mecherino  ebbe  fine  con  lui,  perciocché 
Giorgio  da  Siena  suo  allievo  dettesi  alle  grotte- 
sche, ed  in  patria  ed  in  Roma  si  attenne  a  Giovan- 
ni  da  Udine.  II  Giannella  o  sìa  Giovanni  da  Siena 
si  distolse  presto  dalla  pittura  e  la  mutò  con  Tar- 
chitettura:  Marco  da  Pino  cognominato  anch'esso 
da  Siena  fece  un  misto  di  più  maniere:  il  Baglioni 
ed  i  cronisti  senesi  lo  dicono  educato  in  Siena 
dal  Beccafumi,  ed  il  Baldinucci  aggiunge  dal  Pe- 
ruzzi.Tutti  in  somma  convengono  che  la  sua  mas- 
giore  abilità  la  derivasse  da  Roma,  ove  da  primo 
operò  con  cartoni  or  del  Ricciarelli,  or  di  Perino 
e  se  crediamo  al  Lomazzo ,  fu  istruito  anche  dal 
Buonarroti. 

§.119.  Se  è  lecito  seguire  la  congettura  in  as- 
segnar maestri  ai  pittori  antichi  ,  volentieri  da- 
rebbesi  a  Mecherino  piuttosto  che  al  Razzi  ed  al 
Peruzzi  anco  Daniele  da  Volterra  ,  di  cui  siam 
eerti   che  nei  primi  suoi  anni  studiò  a  Siena  , 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PARTE  yiil.  5l5 

quando  i  tre  ultimi  pittori  teneano  accademia 
aperta.  Il  Peruzzi  era  tutto  di  Raffaello  :  il  Razzi 
non  amava  lo  stile  fiorentino:  solo  il  Beccafumi 
ambiva  di  esser  detto  fido  seguace  del  Buonarroti: 
Baldassarre  Peruzzi  è  uno  di  quei  moltissimi,il  cui 
inerito  non  dee  misurarsi  colla  fortuna.  Spogliato 
nel  sacco  di  Roma  d''ogni  suo  avere ,  astretto  a 
vivere  ora  in  Siena,  ora  in  Bologna,ora  in  Roma 
con  poco  soldo,  quando  incominciava  ad  esser 
conosciuto,  morì  con  sospetto  di  veleno,  e  la  sua 
morte  svelò  al  mondo  la  grandezza  di  questo  in- 
gegno meglio  che  la  sua  vita  .  Egli  per  comua 
▼one  è  contato  fra  i  migliori  architetti  dell'  età 
sua  ,  e  sarebbe  anche  tenuto  un  dei  primi  pittori 
se  avesse  colorito  come  disegnava  ,  e  fosse  stato 
uguale  a  sé  medesimo  ^  ciò  che  in  vita  sì  trava- 
gliala non  potè  sempre.  Dopo  che  il  Peruzzi  ebbe 
avuto  il  primo  avviamento  ,  non  si  sa  da  qual 
maestro  fin  dal  tempo  d**  Alessandro  VI,  passò  a 
Koma  a  perfezionarsi.  Conobbe ,  ammirò ,  imitò 
Raffaello,  specialmente  in  alcune  sacre  Famiglie. 
Molto  pure  gli  si  avvicinò  con  varie  opere  a  fre- 
sco ,  qual'è  il  giudizio  di  Paride  nel  castello  di 
Belcaro  che  tiensi  per  P  opera  sua  migliore  :  ra- 
rissimi sono  i  suoi  quadri  a  olio.  Era  maraviglioso 
in  ornare  facciate,  dipingendovi  architetture  finte 
che  paion  vere,  di  che  dette  esempi  bellissimi  in 
Siena  ed  in  Roma:  qual  fosse  Baldassarre  in  grot- 
tesche meglio  vedesi  a  Siena  che  a  Roma  .  Tal 
pittura,  ch'è  sempre  parto  d'una  mente  bizzarra, 
non  potè  dispiacere  né  a  Mecherino,  né  al  Sodo- 
ma, e  Tuno  e  faltro  vi  si  esercitò  con  successo, 


5i4  COSTUMI 

ed  il  secondo  parve  nato  per  idearle,e  ad  un  tempo 
per  eseguirle  con  ogni  facilità.  Cristoforo  Rustici 
e  Giorgio  da  Siena  v"'ebbero  pure  gran  nome^  niu» 
no  però  di  questi  uguagliò  il  Peruzzi. 

g.  lao.  Diamo  ora  qualche  notizia  de'chiari* 
scuri  lavorali  di  pietre  commesse  che  devono  la 
loro  perfezione  alla  scuola  senese,e  la  devono  in 
questo  periodo  di  tempo  che  descriviamo.Già  si  è 
detto  che  i  senesi  costruirono  in  molti  anni  un 
magnifico  Duomo.  Fra  le  più  belle  opere  d'arte 
che  vi  si  ammirano,  addito  come  unica  ed  ammi- 
iratissima  il  pavimento  della  banda  delPaltar  mag- 
giore tutto  storiato  con  fatti  del  vecchio  testa- 
mento, adattativi  a  luogo  a  luogo  fregi  e  figure 
che  servono  a  compartire  e  a  variar  con  arte  tut- 
to il  gran  piano  delle  storie.  Una  serie  d'artefici 
succedutisi  con  impegno  sempre  dì  migliorare 
quel  lavoro,  Io  portò  dopo  non  molti  anni  ad  un 
grado  che  fa  stupore.  La  stessa  qualità  delle  pie- 
tre che  si  cavano  nell'agro  senese  ha  agevolata 
l'arte  che  non  sarebbe  ugualmente  facile  in  ogni 
luogo.  Ella  nacque,  siccome  ogni  altra,da  piccoli 
e  quasi  informi  principii,  Duccio  fu  il  primo  ad 
ornare  quel  pavimento,  e  la  parte  che  ne  con- 
dusse è  tessuta  di  pietre  ove  le  figure  son  lavo- 
rate col  trapano  nelle  parti,  e  in  tutti  i  contorni^ 
secco  prodotto  dal  ooo,  ancorché  non  manchi  di 
grazia.  Quei  che  continuarono  l'opera  dopo  Duc- 
cio non  sono  ben  cogniti.  Costoro  miglioravano 
alquanto  Tarte  lavorando  le  figure  a  grafito  e  lo 
incavo  fatto  col  ferro  riempiendo  di  pece  e  di  al- 
tra mistura  nera  che  fu  quasi  Tabbozzo  del  chia^ 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  Vili.  5  l5 

roscuro.  Succede  a  questi  Matteo  di  Giovanni  e 
li  superò.  Dopo  vari  altri  comparve  il  Beccafumi, 
che  ne  prosegui  l'esecuzione  con  sempre  miglior 
metodo.  Fu  quest'opera  quasi  il  suo  passatempo 
fino  alla  vecchiaia,  e  se  lo  interruppe  per  dipin- 
gere, non  Io  abbandonò  se  non  morendo,  onde 
alcune  storie  furono  poi  terminate  da  altri,  e  si 
crede  co^suoi  cartoni.  Il  segreto  del  colorire  i 
marmi,  non  in  quella  età  ma  in  altra  più  tarda 
fu  trovalo  in  Siena,  e  il  cav.  Michelaugiolo  Vanni 
che  ne  fu  Tinventore,  volle  anco  lasciarne  memo- 
ria ai  posteri.  Eresse  al  cavalier  Francesco  suo 
padre  un  sepolcro  con  colonne  e  fregi  e  festoni 
e  putti  e  con  lo  stemma  della  famiglia,  il  lutto 
disegnato  in  gran  pezzo  di  lastra  bianca,  ma  co- 
lorita artifiziosamente  in  ogni  parte  come  richie- 
de la  natura  delle  cose,  onde  par  che  sia  un  com- 
messo di  diversi  marmi.  Credesi  che  i  colori  si 
dassero  al  marmo  con  Peslratto  di  qualche  mi- 
nerale, perchè  penetrano  molto  addentro:  tal  se- 
greto possedeva  fino  dal  1640  anche  Niccolò  Tor- 
nioli  pittore  senese  (2.02). 

' —  m  iln 

NOTE 

(1)  dismondi  ,  Compeudio  della  Storia  d'Italia  dei 
secoli  di  mezzo,  voi.  i,  cap.  i,  p.  21.  (2)  Si  sinoudi, 
Storia  delle  repubbliche  italiane ,  voi.  viii  ,  cap» 
LXin  ,  p.  247.  (3)  Cicognara  ,  Stoiia  della  Scultura, 
voi.   I,  lib.  Il,  cap.   III.  (4)  Grassi,  Descrizione  «tori- 


5l6  COSTUMI 

ca  ed  artistica  di  Pisa,  pari.  ii.  sez.  i.  (5)  Agincourf^ 
Storia  dell'arte  dimostrata  coi  monumenti,  tom.  vi, 
p.  149.  (6)  Cicognara  cit.  lib.  ii,  CHp.  ni,  pag.  190. 
(7)  Grassi  cit.  part.  il,  sez.  i.  (8)  Samuelli ,  Rifles- 
sioni sopra  i  cimiteri  cristiani  moderni,  p.  3.  (9)  Re- 
sini, Descrizione  del  Camposanto  di  Pisa.  (10)  Grassi 
cit.  voi.  Il,  sez.  I,  p.  110.  (11)  Agincourt  cit.  voi.  ti, 
Decadenza  dell'Architettura  part.  i,  p.  150.  (12)  Ivi, 
part.  Il  ,  Architettura  chiamata  gotica^  p.  184.  (13)  A- 
gincourt  cit.  p.  190,  205.  (14)  Angelucci  ,  Memorie 
storiche  per  servire  di  guida  al  forestiere  in  Arezzo. 
(15)  Ivi.  (16)  Gigli  ap.  Audot,  Italia,  tom.  i,  e  Guida 
della  città  di  Siena.  (17)  Gigli  ap.  La  Guida  di  Siena 
cit.  e  Cicognara,  Storia  della  scultura  cit.  voi.  i,  Jih. 
II,  cap.  IV.  (18)  Ridolfi  e  Tarfiui,  Notizie  e  guida  di 
Firenze,  p.  30.  (19)  Zuccagni,  Atlante  geografico  fisi- 
co-storico della  Toscana  ,  tav.  xi.  (20)  Repetti ,  Di- 
zionario geografico  fisico  storico  della  Toscana  art. 
Grosseto.  (21  Ivi,  art.  Massa.  (22)  Mpzzarosa,  Guida 
di  Lucca  p.  58.  (23)  Audot  cit.  p.  29.  (24)  Tempesti, 
Antiperistasi  pisane^  p.  27.  (25)  Grassi  cit.  parte  ii, 
sezione  i.  (26)  Agincourt  citato,  voi.  vi,  p.  119. Indice 
delle  tavole  a  p.  239.  Stor.  dell'arte,  sistema  gotico, 
part.  II.  Pollini, La  metropolitana  fior,  illustrata,  p.  9. 
(27)  Firenze  antica  e  moderna, voi. ii,  p.  38.  (28)  Ivi. 
(29)  Vasari,  ap.  FoUini,  La  metropolitana  fior,  illu- 
strata cit.  (30)  Agincourt  citato.  (31)  Agincourt  cit. 
voi.  li,  Rinnovamento  delFarchitettura  parte,  v  ,  p. 
468.  (32)  Romani  ,  Lettera  MS.  all'autore  diretta  da 
Scansano.  (33)  FoUini  ,  La  Metropolitana  fior,  illu- 
strata cit.  p.  10.  (34)  Cicognara  cit.  voi.  i,  lib.  ii, 
cap.  V.  (35)  Ivi.  (36)  Follini  cit.  (37  )  Cicognara  cit. 
voi.  I,  lib.  Il  ,  cap.  V.  (38)  Ivi.  (39)  Agincourt  cit. 
voi.  11^  pari,  in,  p.  310.  (40)  Ved.  stor.  ep.  iv,  co- 
stumi part.  vili  ,  §.  7.  (41)  Agincourt  cit.  voi.  v  , 
sommario  delle  tavole,  tav.  L  ,  N.  2.  (42)  Ivi  ,  voi. 
H,  part.  ni,  Rngionamento  deirarchilettura.  (43)  Ivi, 


DEI  TEMPI  hepubb.  parte  Vili.'  5  l  7 

p.  314.  (44)  Milizia  ,  Dizionario  delle  arti  del  dise- 
gno art.  Bruneìleschi,  (45)  Vasari ,  ap.  D'Agincourt 
cit.  voi.  Il,  part.  IV,  p.  473,  e  voi.  v,  sommario  delle 
tavole  p.  259.  (46)  Agincourt.  cit.  voi.  ii ,  p.  474. 
(47)  Ivi,  p.  351,  e  481.  (48)  Cicognara  cit.  voi.  i  , 
lib.  II,  cap.  VII.  (49)  Agiucourt  cit.  voi.  n,  part.  iv, 
p.  367.  (50)  Milizia  cit.  art.  Michelangiolo .  (51)  A- 
gincourt  cit.  p.  374.  (52)  Firenze  antica  e  moderna 
illustrata,  voi.  iv,  cap.  xxiv.  (53)  Milizia  cit.  (54)  A- 
gincourt  cit.  Architettura  tav.  lx,  N.  17,  i  8,  (55)  Ci- 
cognara cit.  voi.  I,  lib.  Ili,  cap.  II.  (56)  Ciampi^  Notizie 
inedite  della  sagrestia  pistoiese  e  de'  belli  arredi  del 
camposanto  pisano^  lav,  ii.  (57)  Ciampi  cit.  dissert.  i, 
pag.  22.  (58)  Agincourt  citalo  ,  voi.  ni.  Storia  della 
scultura  part.  t,  p.  181.  (59)  Cicognara  cit.  voi.  i,iib. 
m,  cap.  II.  (60)  Ciampi  cit.  dissert.  i,  p.  22.  (61)  Ci- 
cognara cit.  voi,  1,  lib.  TU,  cap.  ii.  (62  ì  Ivi,  lib.  ili, 
cap.  1.  (63)  Morrona,  Pisa  illustrata,  voi.  i,  p.  239 
e  voi.  Ili,  p.  4S.  (64)  Cicognara  cit>  voi.  i,  lib.  in, 
cap.  HI.  (65)  Ivi.  (66)  Agincourt  cit.  voi.  in,  p.  240. 
(67)  Cicognara  cit.  (68)  Vermiglioli  ,  Le  sculture  di 
Niccola  e  Giovanni  da  Pisa  e  di  Arnolfo  fiorentino 
che  ornano  la  fontana  maggiore  di  Perugia  descritte. 
«•e.  (69)  Agincourt  cit.  voi.  in  ,  part.  in,  pag.  238. 
(70)  Morrona  cit.  voi.  n.  tav.  ix,  p.  199.  (71)  Cicogna- 
ra cit.  voi.  1,  lib.  m,  cap.  in.  (72)  Ivi.  (73)  Gonnelli, 
Monumenti  sepolcrali  della  Toscana,  p.  81.  (74)  Ci- 
cognara cit.  voi.  i,  lib.  in,  cap.  iv.  (75)  Ivi.  (76)  Ivi, 
lib.  ni,  cap.  v.  (77)  Ivi,  lib.  iii ,  cap.  vii.  (78)  Ivi. 
(79)  Ivi.  (80)  Vasari,  Baldinucci,  Cicognara  e  Morro- 
na. (81)  Cicognara  cit.  voJ.  i,  lib.  ni,  cap.  vn.  (82)  Ivi. 
(83)  Ivi.  (84)  Ivi,  lib.  in,  cap.  vni.  (85)  Ivi,  voi.  u, 
lib.  IV  ,  cap.  I.  (86)  Ivi.  (87)  Ivi  ,  lib.  iv,  cap.  ii. 
(88)  Ivi.  (89)  Ivi.  (90)  Ivi.  (91)  Ivi.  (92)  Ivi.  (93)  Ivi, 
voi.  Il,  lib.  IV,  cap.  ni  .  (94)  Ivi.  (95)  Serie  denli 
uomini  più  illustri  nel!'  architettura,  pittura  e  scui» 
tura,  tom.  iii.  (06)  Cicognara  cit»  (97)  Vasari  ,  ap. 
St.   Tose.   Tuta.  9.  45 


5l8  COSTUMI 

Cicognara  cit.  voi.  ii  ,  lib.  iv,  cap.  IV,  pag.  85^  ììo(, 

I.  (98)  Agincourt  citato,  voi.  m,  part.  iii,  pag.  284. 
(99)  Vasari  ,  ap.  Agincourt  cit.  p.  287  .  (100)  Serie 
degli  uomini  più  illustri  cit.  tom.  1.  (101)  Agincourt 
cit.  voi.  Ili,  p.  243.  (102)  Tolomei  Guida  di  Pistoia, 
ospedale  degl'  infermi  detto  il  ceppo.  (103)  Agincourt 
cit.  p.  298.  (104)  Cicognara  cit.  voi.  ii,  lib.  iVjCap. 
v  .  (105)  Ivi  .  (106)  Serie  degli  uomini  celebri  cit. 
tom.  III.  (107)  Cicognara  cit.  (108)  Agincourt  cit.  ep. 
HI  ,  rinnovamento  della  scultura  nel  secolo  xvi  ,  p. 
314.  (109j  Firenze  antica  e  moderna  illustrata,  cit.  voi. 
VII,  cap.  xxxii.  (110)  Cicognara  cit.  voi.  il,  lib.  v, 
cap.  II.  (111)  Ivi.  (112)  Longino,  Dello  stile  sublime, 
volgarizzamento  di  Anton  Francesco  dori  lez.  xxxm. 
(113)  Borgluni,  Il  riposo,  lib.  i  ,  p.  65.  (114)  Cico- 
gnara cit.  voi.  Il,  lib.  V,  cap.  II.  (115)  Ivi  ,  lib.  v, 
cap.  III.  (116).  Ivi.  (117)  Ivi,  voi.  ii,  tavola  lxi. 
(118)  Ivi,  lib.  V,  cap.  III.  (119)  Ivi.  (120)  Agincourt 
cit.  voi.  III,  part,  IH,  p.  344.   (121)  Storia  fior.  voi. 

II,  pari.  I,  lib.  xiv.  (122)  Vasari,  Vite  dei  pittori. 
Pelli^  Saggio  storico  della  l\.  Galleria  di  Firenze^  voi. 
II,  p.  11.  (123)  Cicognara  cit.  voi.  li,  lib.  v,  cap.  vii. 
(124)  Agincourt.  cit.  voi.  m,  p.  140.  (125)  Vasari, 
ap.  Lanzi,  Storia  pittorica  dell'Italia,  voi.  i,  scuola 
fiorentina,  epoca  i.  (126)  Milizia,  Dizionario  delie  belle 
arti  del  diseguo  art.  incisione  in  rame,  e  Dechazelle, 
Studi  sulla  storia  delle  arti,  tom.   ii,  lib.   v  ,  p.   365. 

(127)  Monona,  Pisa  illustrata  cit.  voi.  i,  cap.  ii,  J.l. 

(128)  Ved.  Storia^  ep.  iv,  costumi  part.  vili,  J.  31. 
e  tav.  Lxxxviu  .  (129)  Rosini  ,  Storia  della  pittura 
italiana,  voi.  i,  epoca  prima,  cap.  i.  (130)  Ivi,  cap. 
V.  (131)  Ivi,  cap.  I.  (132j  Lanzi  cit.  voi.  i,  lib.  i, 
scuola  fiorentina.  (133)  Ivi,  voi.  i,  lib.  i,  epoca  i. 
(134;  Rosini  cit.  voi.  i,  proemio.  (135)  Trenta,  Dis- 
sertazioni sullo  slato  delParchitettura,  pittura,  ed  arti 
figurative  in  rilievo  in  Lucca  nei  bassi  tempi,  dissert. 
Il  .    Sta  nelle    memoiie  e  documenti  per  servire    alla 


T)E1  TEMPI  REPUBB.  PARTE  vili.  SlQ 

Storia  del  ducato  di  Lucca,  tom.  vili,  p.  26.  (136)  Lan- 
ti  citato,  voi.  I  ,  origini ,  e  primi  metodi  della  pit- 
tura risorta  j  scuola  fiorcntiua.  (137)  Rosirii  citato  , 
voi.  I,  cap.  I.  (138)  Ivi,  cap.  iv  .  (139)  Agincourt 
citato^  voi.  IV,  p.  354.  (140)Rosini  cit.  voi.  i,  epo- 
ca I  ,  cap.  I.  (141)  Ivi  ,  cap.  iv  .  (142)  Ivi  ,  cap.  v. 
(143)  Dechazelle,  Studi  sulla  storia  delle  arti  cit.  voi. 
Ii_,  lib.  v,  pag.  351 .  (144)  Lanzi  citalo,  voi.  r,  epoca  r. 
(145)  Ivi.  (146)  Rosini  citalo,  voi.  i  ,  introduzione. 
(147)  Ivi.  (148)  Lanzi  citato,  voi.  ij  lib.  i  ,  epoca 
1  .  (149)  Rosini  citato  ,  voi.  i  ,  epoca  i,  cap.  vn. 
(150)  Ivi^  voi.  II,  cap.  vili  .  (151)  Ivi.  (152)  Vasa- 
ri, Vita  d*  Andrea  del  Sarto,  ap.  Rosini  cit.  voi.  ii, 
cap.  VII.  (1  53)  Rosini  cit.  (1 54)  Ivi.  (1 55)  Ivi.  (1 56)  Ivi. 
(157)  Della  Valle,  ap.  Rosini  citato.  (158)  Ivi,  voi.  ii, 
cap.  XI.  (159)  Ivi.  (160)  Ivi.  (161)  Ivi, voi.  ii,  cap.  xii. 
(162)  Ivi.  (163)  Ivi.  (164)  Ivi.  (165)  Ivi,  voi.  ii^  par- 
te II,  cap.  XV.  (166)  Morrona  citato  ,  voi.  in,  pag. 
63.  (167)  Rosiui  citalo,  voi.  ni,  cap.  xv.  (168)  Ivi. 
(169)  Ivi.  (170)  Ivi,  tom.  ii  ,  parte  ii  ,  cap.  xvii . 
(171)  Ivi,  tom.  111^  cap.  t.  (172)  Ved.  ^.  73.  (173)Ro- 
sini  citato,  tom.  in,  cap.  i.  (174)  Ivi,  (175)  Ivi. 
Atlante  tav.  l.  (176)  Ivi,  tom.  iii,  cap.  i.  (177)  Lan- 
zi citato,  voi.  I,  scuola  fiorentina,  p.  64.  (178)  Ivi  , 
pag.  82.  (179)  Ivi  .  (180)  Elogi  d'uomini  illustri  to- 
scani, tom.  II  5  pag.  127.  (181)  Real  Galleria  di  Fi- 
renze illustrata,  ser.  i^  voi.  ni,  pag.  118.  (182)  Lan- 
zi citato  ,  voi.  I  ,  scuola  fiorentina  ,  ep.  ii,  p.  123. 
(183)  Amoretti  ,  Memorie  storiche  di  Leonardo  da 
Vinci,  pag.  105.  (184)  Lanzi  citato,  ep.  n  ,  pag. 
127.  (185)  Dechazelle  cit.  voi.  n,  lib.  i.  (186)  Ivi  , 
lib.  v^  pag.  368.  (187)  Lanzi  cil.  p.  133.(188)  Ma- 
riette  ,  ap.  Lanzi  citato.  (189)  Idea  del  tempio  del- 
la pittura,  pag.  47.  (190)  Lanzi  citato,  voi.  i,  pag. 
147.  (191)  Rosini,  Storia  della  pittura  italiana,  tav. 
ixxvm.  (192)  Lanzi  citalo,  p.   154.  (195)  Ivi,  p.   155. 


520  COSTUMI 

(194)  Ivi.  (195)  Ivi,  pag.  164.  (196)  Ivi,  pag.  167, 
(197)  Ivi,  pag.  169.  (198)  Ivi.  (199)  Baldinucci,  No- 
tizie de'professori  del  disegno  da  Cimabue  in  qua  ec. 
tom.  HI,  pag.  25.  (200)  Lanzi  citato,  pag.  180^ 
(201)  Ivi,  pag.  171.  (202)  Lanzi  citato,  voi.  ly 
scuola  senese  ,  epoca  u  ,  pag.  3i46« 


DEI  TEMPI  REPUBBLICANI  Sai 

PARTE     NONA 
SCIENZE 


g.  I.  [farebbe  lungo  e  noioso  il  trattare  partita- 
mente  di  tbtte  le  scienze  che  al  sorgere  delle  to- 
scane repubbliche  con  assai  profitto  studiavansi, 
ma  vantaggioso  riuscirà  uno  sguardo  gettato  in 
generale  su  i  progressi  dello  spirito  umano,  e  sul 
suo  successivo  sviluppamento  nello  studio  e  nel- 
la pratica  delle  diverse  facoltà  che  allora  furono 
coltivate.  Tre  epoche  luminose  vanta  questo  no- 
stro paese, la  prima  quando  le  arti  e  le  lettere  fio- 
rirono nell'antica  Etruria,  come  abbiamo  veduto; 
la  seconda  all'età  d'Augusto^la  terza  si  deve  nuo- 
vamente alla  Toscana,  in  cui  le  lettere  e  le  arti 
ristorate  dopo  una  lunga  barbarie,  non  solo  resero 
rquella  una  novella  Alene,  ma  la  luce  ivi  accesa 
sì  è  di  là  diffusa  sul  resto  delPEuropa,  ch"'è  in  ob- 
bligo di  riconoscerla  prima  maestra  sulla  riva 
delTArno.  Queste  tre  epoche,  che  niun  altro  po- 
polo può  vantare,  son  la  più  certa  prova  della 
naturale  fertilità  dei  toscani  ingegni. 

g.  a.  Varie  furono  le  cause  che  dopo  l'epoca 
d^ignoranza  risvegliarono  i  buoni  studi.  Primo  il 
cangiamento  di  governo  delle  città  italiane;  risorti 


52a  COSTUMI 

dalla  dura  oppressione  e  dairavvilimenfo  ih  cui 
erano  giaciuti  gli  uomini  sotto  il  governo  feudale 
e  ripresa  l'energìa  dello  spirito,cominciarono  libe- 
ramente ad  esercitarla  sopra  altri  oggetti  e  nel 
contendere  colle  armi  e  coiringegno  contro  i  lo- 
ro oppressori  fu  posta  in  azione  un'insolita  forza 
fisica  come  morale.-in  queste  scosse  politiche  lam- 
peggiarono delle  cognizioni.  II.  Le  città  italiane 
divennero  commercianti;  il  commercio  suppone 
i  viaggi,  la  comunicazione  con  lontani  paesi,  e 
perciò  l'acquisto  di  nuove  cognizioni:  la  storiaci 
mostra  in  eguaglianza  di  circostanze  i  popoli  com- 
xnercianti  più  istruiti  d^gli  altri:  anzi  il  traffico 
stesso  fu  di  non  lieve  sussidio  alle  scienze,  poi- 
ché le  navi  che  si  spedivano^a  Costantinopoli,  ad 
Alessandria  ed  altrove  coi  panni  e  drappi  di  Fi- 
renze, recavano  spesse  volte  in  ricambio  le  ope- 
re di  Omero,  e  di  Tucidide  o  di  Platone.  III.  Le 
crociate  tanto  per  una  parte  dannose  al  genere 
«mano,  per  esser  eostale  alPEuropa  sei  milioni 
di  abitatori,  furono  per  T  altra  utili,  portando 
delle  cognizioni  in  Occidente  fra  noi;  oltre  di 
rhe  quei  sacri  e  valorosi  guerrieri  che  ritorna- 
-vano  il»  Italia  erano  più  culti  per  esser  pas- 
sati da  Costantinopoli,  ov'erano  ancora  i  langui- 
di avanzi  deirantica  greca  letteratura.  IV.  I  libri 
divennero  più  comuni  per  l'invenzione  della  car- 
ta^ formata  prima  di  bambagia  poi  di  stracci  di 
lino:  i  codici  in  papiro  e  in  carta  pecora  già  rari 
e  di  un  prezzo  altissimo  per  quel  mezzo  si  molti 
plìcaronoigT  ingegni  ebbero  accesso  ai  fonti  del 
sapere^  e  le  cognizioni  universalmente  si  accreb- 


»El  TEMPI  ftEPUEB.  PAETE  iX.  5a5 

bero.  4  queste  cause  che  risvegliarono  gringegni, 
conviene  aggiungere  in  seguito  il  favore  dei  prin- 
cipi, col  quale  animando  i  coltivatori  delle  lette- 
re li  stimolarono  all'onorevole  carriera.  Riscossi 
per  tanto  gP  ingegni  toscani  dalla  ignoranza,avea- 
uo  cominciato  a  far  uso  delle  proprie  forze.  Si 
aprirono  degli  studi  in  varie  città,  alcuni  de''quaH 
maturati  ed  eretti  alla  dignità  di  privilegiate 
università  vi  trassero  una  folla  di  nazionali  e  di 
forestieri, i  quali  se  non  attingevano  a  queste  fon- 
ti la  purità  delle  dottrine,  erano  almeno  incitati 
ad  una  carriera  che  dovea  poi  ricondurli  agli 
aurei  classici  esemplari  (t). 

g.  3.  La  giurisprudenza  fu  la  prima  e  la  più 
coltivata  in  questi  studi  nascenti.  Finché  l'Italia 
fu  soggetta  ai  re  longobardi,  il  codice  loro  legale, 
da  Rotari  e  dai  successori  regi  compilato,  ne  dcK- 
vea  regolare  i  giudizi.  La  parte  d'Italia  ad  essi 
non  soggetta  seguiva  le  leggi  romane,  ma  corrot- 
te. Avevano  talora  anche  i  re  longobardi  e  gli 
imperatori  permesso  ad  alcune  città  di  usare  quel- 
la legislazione  che  a  loro  piacesse^  il  più  delle 
volte  però  né  queste,  né  quelle,  ma  l'arbitraria  vo- 
lontà del  conte  o  del  marchese  decideva  le  liti, 
onde  somma  esser  dovea  la  confusione  nella  scien- 
za legale,  perciò  dagritaliani  popoli  posti  in  liber- 
tà la  principale  e  più  necessaria  facoltà  che  do- 
vette coltivarsi  fu  la  giurisprudenza.  Tra  le  tante 
università  erette  in  Ilalin,  esisteva  nel  secolo 
XIII  in  Pisa  uno  studio  composto  di  giureconsul- 
ti e  un  collegio  di  arti.  Nel  tempo  medesimo  in 
Arezzo,  in  Siena,  in  Pistoia  esistevano  dei  simili 


ÌÈI24  COSTUMI 

Studi.  Ma  se  le  università  di  Toscana  e  pel  nume- 
ro degli  scolari  e  de'professori  cederono  alla  ce- 
lebrità di  quella  di  Bologna,  la  scienza  legale  tan- 
to coltivata  in  quella  città  dovette  a  Pisa  un  con- 
siderabile incremento  per  la  scoperta  delie  pan- 
dette. La  scienza  legale  e  la  celebre  università  di 
Bologna  durarono  a  ricevere  nuovo  lustro  dai 
professori  toscani^  ma  pochi  giunsero  in  questo 
tempo  alla  gloria  deirA.ccurzio.  La  legislazione 
ecclesiastica  ancora  ricevette  in  questi  tempi  da 
un  toscano  forma  ed  ordine.  Fu  esso  Graziano 
di  Chiusi  che  ridusse  in  miglior  forma  la  sacra 
giurisprudenza,  e  ordinò  in  un  corpo  regolare  il 
dritto  canonico^  spiegò  l'oscurità  di  alcuni  cano- 
ni, o  cercò  di  conciliarne  la  contradizione.  Pare 
che  la  Toscana  fosse  destinata  a  produrre  i  più 
illustri  canonisti:  ninno  certamente  nella  storia  di 
questa  giurisprudenza  è  stato  giudicato  maggiore 
di  Andrea  del  Mugello,nè  di  Lapo  da  Castiglfonchio, 
il  quale  per  venti  anni  in  circa  fu  professore  dello 
studio  ui  Firenze.  Tra  gli  altri  canonisti  della  To- 
scana di  que'tempi,  che  troppo  lungo  sarebbe  il 
nominarli  individualmente,  meritano  però  che  si 
accennino  due  celebri  pisani  teologi,  Tuno  Ber- 
nardo da  Pisa,  Taltro  Pandolfo  da  Pisa  detto  an- 
che Cardinale  Massa  (2). 

g.  4- 1  tempi  barbari  de'^quali  ci  occupiamo, 
vantano  dei  medici  sommamente  reputati.  La  me- 
dicina d'Italia  di  questi  oscuri  secoli  se  non  ebbe 
intieramente  origine  dalla  scuola  araba,  ne  trasse 
almeno  medicamenti  e  teorìe.  Fino  dal  secolo  no- 
no tìoriva  la  scuola  salernitana:  è  incerto  a  chi 


DEI  TEM  PI  EEFUFF.  PARTE  IX.  5a  5 

cfebba  la  sua  nascita.  Essa  godè  gran  credito:  per 
molti  secoli  sono  state  faraigliari  le  regole  di  sani- 
tà di  detta  scuala  in  barbari  versi  latini,  ben- 
ché molte  di  esse  false  e  capricciose.  Da  que- 
sti fonti  la  medicina  italiana,  e  perciò  la  tosca- 
na, ebbe  origine.  IVIolta  celebrità  e  poca  dottrina 
è  a  noi  restala  dei  medici  toscani  di  que**  tempi. 
Arezzo  può  mostrarne  molli,  e  prima  d'ogni  altro 
Faricio  monaco,  illustre  nella  medicina  fino  dal 
secolo  XII.  Verso  la  metà  del  secolo  XIII  moltis- 
simi medici  toscani  illustrarono  V  università  di 
Bologna:  poco  innanzi  a  questo  tempo  probabil- 
mente la  medicina  si  separò  dalla  chirurgia,  e  i 
suoi  professori  per  siffatta  distinzione  presero  il 
nome  di  medici  tìsici  (3).  Taddeo  Alderotti  può 
nonjinarsi  Ira  i  più  celebri  medici  toscani  di  quel- 
Tetà,  poiché  egli  in  medicina  introdusse  o  piut- 
tosto rinnovò  la  teorìa.  In  questa  scienza  della 
medicina  è  notabile  che  il  rilrovarsi  in  ogni  seco- 
lo dei  rispettabili  uomini, che  rhanno  direttamen- 
te attaccata,  ed  un  numero  anche  maggiore  che 
l'hanno  schernita,  è  una  nuova  prova  almeno  del- 
la sua  incertezza,  non  essendo  avvenuta  la  stessa 
sorte  alla  fisica,  alla  matematica  e  ad  altre  scien- 
ze, che  procedono  con  altri  metodi  nelle  loro  ri- 
cerche: ed  appunto  in  questa  età  la  medicina  ebbe 
la  disgrazia  di  trovare  per  nemico  Tuomo  più  gran- 
de che  allora  vivesse,  il  celebre  Petrarca  (4). 

g.  5.  L'astrologia,  che  arrogatasi  il  nome  di 
scienza,  ha  la  pretenzione  di  indovinare  il  futuro, 
fu  a  quel  tempo  associata  quasi  indispensabilmen~ 
te  alla  medicina,  come  nel  nostro  Panatomia^o  la 


5^6  e  0  S  t  U  M  1 

bottanica.  Si  farebbe  gran  torlo  alla  medicina  a 
confonderle  insieme,  non  avendo  altra  somiglian- 
za talora  che  negli  arditi  prognostici,^  che  i  novizi 
nell'arte  medica  ardiscono  pronunziare.X''anzietà 
d'indovinare  il  futuro  ha  tenuto  in  credito  l'astro- 
logia in  tutti  i  tempi,  e  la  fiorentina  repubblica, 
rinomata  per  la  saviezza  dei  suoi  cittadini,  fa- 
ceva anch'^essa  muover  gli  eserciti  a  norma  de- 
gli astrologi,  onde  Terrore  era  universale. 

g.  6.  La  mancanza  di  metodo  neirinvestfgare 
i  naturali  effetli  fece  progredire  così  poco  gli 
antichi  nella  scienza  della  natura.  In  vece  d'in- 
terrogarla coir  osservazione,  e  coslringerla  a  ri- 
spondere cogli  esperimenti,  pretendevano  dal  so- 
litario gabinetto  indovinarla  con  sottili  ragiona- 
menti. Per  un  lungo  tratto  di  tempo  Turaano  in- 
gegno nella  naturale  scienza  dei  secoli  fu  simile 
ad  un  viandante,  che  avendo  smarrita  la  stra- 
da senza  avvedersene,  per  quanto  cammini,  non 
giunge  mai  alla  meta.  L'unica  scienza  che  fosse 
con  qualche  profitto  coltivata  dagli  antichi  fu 
Tastronomìa,  poiché  dopo  qualche  tempo  Galileo 
fra  noi  non  si  occupò  semplicemente  nelle  astrat- 
te speculazioni  della  matematica,  ma  le  applicò 
alla  fisica  con  ottimo  successo,  ciò  ch''é  special- 
mente il  segno  del  talento  sublime  che  vede  i 
rapporti  tra  l'astratto  e  il  concreto,  e  con  ingegno- 
so metodo  sa  render  feconde  verità  astratte.  Tra 
le  tenebre  che  in  questi  secoli  coprivano  la  filo- 
sofia in  tutta  TEuropa,  la  sola  Toscana  getta  al- 
cune scintille,  le  quali  mostrano  già  il  paese  che 
do  ve  a  produrre  il  Galileo.  Nel  risorgimento  delle 


DEI  TEMPI  RÈPUBB.  PABTE  IX.        527 

Scienze  i  toscani  riacquistarono  quella  del  calen* 
dario,  giacché  in  s.  Maria  del  Fiore  ve  n*"  esiste 
uno  dove  si  distingue  con  tutta  la  precisione  l'e- 
quinozio ecclesiastico  dalPastronomico.  Il  primo 
era  quello  fissato  a'tempi  del  concilio  niceno  per 
la  celebrazione  della  pasqua  il  dì -ai  di  marzo,  co- 
me nel  calendario  si  nota,  ma  si  aggiunge  che 
r  ingresso  del  sole  in  Ariete,  ch'era  il  vero  e- 
quinozio,  avveniva  nel  dì  i8  di  giugno^  e  perchè 
non  ne  resti  alcun  dubbio  si  replica  lo  stesso 
dell'equinozio  autunnale,  mostrando  che  vi  corre 
sempre  la  differenza  di  tre  giorni,  e  lo  stesso  no- 
tasi dei  solstizi.  Ora  calcolando  Tanticipazione  de- 
gli equinozi  su  quattro  secoli  eh'  erano  scorsi 
dalla  celebrazione  del  concilio  niceno  al  tempo 
in  circa  del  calendario,  si  trova  che  esser  dovea 
appunto  dì  tre  giorni  (5). 

g.  7.  Un"'altra  non  piccola  gloria  della  Tosca- 
na è  Leonardo  Fibonacci  pisano,il  primo  introdut- 
tore deiralgebra  in  Europa.  Suo  padre  agente  dei 
pisani  nella  dogana  di  Bugia  in  Affrica,  richiamò  il 
figlio.  Esso  non  solamente  apprese  le  aritmetiche 
operazioni  praticate  ivi  dagli  arabi,  ma  ebbe  agio 
di  perfettamente  istruirsene  nei  lunghi  viaggi  che 
per  motivo  di  commercio  fece  in  Egitto,  in  Siria, 
in  Grecia  ed  altrove.  La  fabbricazione  de"  vetri  di 
figura  lenlicolare  tino  allora  ignota,  e  Tingegnoso 
artifizio  d'incaslrarveli  in  due  circoli  congiunti  ed 
atti  a  sospendersi  davanti  agli  occhi  deesi  al  fio- 
rentino Salvino  degli  Armati,  sul  di  cui  se[)olcro, 
ch'esisteva  già  in  s.  Maria  Maggiore  per  testimo- 
nianza del  3Iijjliore  e  di  altri,  l'iscrizione  lo  no- 


^28  COSTUMI 

ininava  come  inventore  degli  occhiali.  L'inveii* 
zione  risale  circa  al  ia85  (6).  L'età  di  cui  ab- 
biarao  scorso  V  istoria  scientifica  è  certamente 
un'età  d'ignoranza,  ma  nel  tempo  stesso  per  una 
bizzarra  contradizione  è  Tela  d'^alcune  delle  più 
grandi  scoperte,  poiché  a  quella  degli  occhiali  se 
ne  deve  unire  una  più  sorprendente,  quella  cioè 
dei  telescopi  che  ha  fatta  una  nuova  rivoluzione 
nel  cielo.  Mutazioni  ancor  più  grandi  son  nate 
dalla  invenzione  della  bussola,  pel  di  cui  mezzo  si 
sono  arrischiati  gli  uomini  a  nuove  navigazioni, 
non  tentabili  senza  quello  strumento^  e  la  sco- 
perta d'^Àmerica  ha  mutato  la  sorte  e  la  ricchezza 
delle  nazioni  (7). 

g.  8  .  Dove  sono  stati  degli  amanti,  vi  sono 
stati  dei  poeti,  poiché  volendo  costoro  espiimere 
ì  di  lor  sentimenti  rivestiti  dei  colori  della  imma- 
ginazione e  d*"  armonia  alle  belle,  facea  d^uopo 
lasciare  la  latina  lingua  a  quelle  straniere,e  poeta- 
re in  volgare  linguaggio:  ed  ecco  di  madre  amabile 
una  più  amabile  figlia.  La  Toscana  sopra  tutti  gli 
altri  paesi  abbondò  nel  secolo  XIII  dei  primi  col- 
tivatori delle  muse  italiane:  aj)pena  v'ha  città  o 
castello  che  non  ne  vanti  alcuno.  Folcacchiero, 
Mico,  Bartolomraeo  Baconi,  temprarono  la  rozza 
lira  in  Siena:  Gallo  o  Galletto,  Girolamo  Terma- 
gnino,  Pucciandone  Martelli  in  Pisa;  Meo  Abbrac- 
ciavacca  in  Pistoia:  il  giudice  Ubertino  in  Arezzo; 
Folgore  in  s.Gemignano:Terino  in  Castelnorenli- 
no:  ma  ninna  cillà  ha  dato  tanto  numero  di  poeti 
a  quel  tempo  quanto  Firenze.  Tutto  ciò  mostra 
quanto  le  muse  italiane  fino  dal  primo  lor  nascere 


DEI  TEMPI  REPUBB.  PABTE  IX.        Sag 

Spirassero  con  delizioso  piacere  Paura  gentile  delle 
toscane  colline. lu  bocca  di  costoro  la  volgar  poe- 
sia ancor  bambina  balbettava  rozzamente.  Dante 
la  condussealTetà  del  vigore,e  mostrò  ch'iella  pote- 
va sollevarsi  alla  di^aiità  della  madre.  Vi  sono  tanti 
altri  poeti  dopo  Dante  o  coetanei,  ma  se  si  vuol 
cercare  lo  splendore  e  la  gloria  deiritaliana  poesia, 
convien  passare  al  Petrarca.  La  viva  fantasìa  e  la 
dottrina  classica  di  Dante  e  Petrarca  avean  perfe- 
zionata la  lingua  poetica  italiana. La  prosa  era  più 
incolta,  ma  ancor  essa  dovette  il  suo  migliore  sta- 
bilimento ai  fiorentini  scrittori:  V  istorica  prosa 
cominciò  da  loro.  Lasciando  da  parte  alcune  vozie 
cronacbe.^e  fra  queste  quelle  di  Pisa  e  d'altre  città, il 
più  antico  storico  italiano  è  Ricordano  jMalespini. 
Egli  scrisse  la  storia  antica  fiorentina,  la  quale, 
quantunque  rozza  di  stile,  supera  in  eleganza  tut- 
to ciò  che  nello  stesso  secoloè  stato  scritto  istori- 
camente  in  Italia.  Un  leggiero  avanzamento  nella 
lingua  lo  moblra  la  storia  di  Dino  Compagni:  vi 
si  trova  meno  rozzezza  ed  una  certa  semplicità 
che  acquista  fede  a  ciò  di  cui  era  spettatore.  ]\el- 
lo  stile  dp.llo  storico  Giovanni  Villani  spesso  tro- 
vasi precisione,  chiarezza  e  talora  un'aurea  sem- 
plicità: ma  il  padie  del  bel  dire  italiano  è  Giovan- 
ni Boccaccio.  11  Decamerone  è  l'opera  sua  capitale: 
a  lui  si  deve  T  invenzione  dell'oliava  rima  che  si 
è  sollevata  a  nobile  sublimità  dopo  nh'è  passata  a 
costituire  il  metro  dell'epica  poesìs.  L**  applauso 
col  quale  fu  ricevuto  il  Decamerone  fece  nascere 
in  seguito  molti  imitatori  assai  disuguali  all'ori- 
ginale. Quello  che  veramente  in  Toscana,  anzi 
St.   Tose.   Tom.  0.  -iC» 


53o  COSTUMI 

uell'Italia  intiera,  cominciasse  a  levare  le  scaglie 
più  rozze  alla  Ialina  poesìa,  fu  Arrigo  da  Setti- 
mello. 

g.  9.  Se  i  tre  grandi  uomini  Dante  ,  Petrarca 
e  Boccaccio  sono  i  soli  che  il  culto  o  non  cullo 
mondo  conosca,  anche  delle  tante  loro  opere  non 
sono  uscite  dall'oblìo  che  la  divina  Commedia  di 
Dante,il  Canzoniere  del  Petrarca,  e  il  Decamerone 
del  Boccaccio^  queste  avanzandosi  a  traverso  i 
secoli  acquistarono  sempre  maggiore  splendore  , 
e  colla  stessa  progressione  caddero  le  altre  nella 
oscurità.  Son  forse  quelle  le  sole  tre  produzioni 
d'  un  merito  reale  che  ci  dia  l'epoca  che  abbiamo 
percorsa,  più  felice  pei  parti  deirimmaginazione, 
che  della  ragione  (8). 

g.  10.  A.  que**  tempi  non  mancavano  le  scuole 
di  musica,  giacché  un'accademia,  forse  la  prima  di 
questo  genere,  fondata  erasi  in  Milano  sotto  Lo- 
dovico Sforza,  e  Franchino  Gafurio  n''era  il  mae- 
stro ^  altra  se  n'era  istituita  in  Bologna  sotto  la 
direzione  di  un  professore  spagnuolo  (9) .  I  luc- 
chesi pensando  al  maggior  decoro  delle  chiese  e 
alPonesto  sollievo  de'cittadini,  presero  a  stipendio 
un  monaco  inglese  famigerato  nelParte  musicale, 
perchè  la  insegnasse  fra  loro  (10).  Ogni  restante 
della  Toscana  avrà  probabilmente  profittato  d'una 
arte  si  dilettevole,  giacché  sentimmo  anche  nelle 
epoche  anteriori  esercitala  le  musica  fra  noi ,  e 
notabilmente  perfezionata  da  Guido  Arelino.  A. 
conferma  di  ciò  si  vuole  che  oltre  al  nominato 
Guido  di  Arezzo  ,  Leonardo  da  Vinci  inventasse 
una  specie  d'arpa  a  a4  corde,  sulla  quale  cantava 


DEI  TEMPI  BEPUBB.  PARTE  IX.       53 1 

ilei  versi  improvvisi,  e  Gio.  Battista  Doni  la  lira 
da  lui  chiamata  Barberina  per  le  obbligazioni  che 
professava  ad  Urbano  Vili.  Finahnente  fabbrica- 
tori d'  organi  insigni  sono  stati  Onofrio  da  Cor- 
tona verso  il  145O3  e  Giovanni  dagli  Organi  pra- 
tese un  secolo  dopo.  Vincenzo  Galilei  e  Giovali 
Battista  Doni  son  quelli  che  di  quest''arte  hanno 
scritto  presso  di  noi,  per  lasciare  Marco  da  Gal- 
liano ed  altri  che  hanno  in  pratica  dato  dei  saggi 
eccellenti  (i  i).  Secondo  il  pensare  di  Diogene  la 
musica  fu  sempre  grata  agli  Dei  ,  ed  infatti  egli 
osserva  che  in  tutte  le  sacre  funzioni  solcasi  far 
uso  della  musica,  e  da  quesf  uso  costantemente 
osservato  ,  conclude  esser  la  melodìa  eminente- 
mente accetta  alla  divinità  .  Aggiunge  poi  a  con- 
ferma di  ciò  lo  stesso  Diogene,  che  siccome  la 
musica  era  usata  nelle  funzioni  sacre  del  gentile- 
simo colla  fiducia  di  ottener  protezione  dagli  Dei, 
cosi  era  generalmente  creduto  che  la  musica  fos- 
se loro  gratissima,e  per  la  di  lei  dolcezza  ne  com- 
movesse gli  animi ,  e  piegasseli  ad  essere  indul- 
genti con  chi  pregavali  (12).  Questa  opinione,  in- 
valsa e  ritenuta  da  secoli  e  secoli  fra  gli  uomini, 
avrà  probabilmente  data  occasione  ai  primi  cri- 
stiani di  proseguire  la  musica  nelle  sacre  loro  fun- 
zioni ,  come  anche  tutt''ora  si  pratica  .  Ma  la  più 
forte  ragione  delPuso  d'avere  accoppiata  la  musica 
alla  sacra  liturgia,  per  quanto  leggesi  negli  svolti 
volumi  ercolanesi,  fu  che  allorquando  il  nume- 
ro dei  musici  si  aumentò  considerabilmente  , 
c^uesti  suonavano  a  prezzo  componimenti  armo- 
nici (i3). 


53a  COSTUMI 


NOTE 

(1)  JLignolli,  Storia  della  Toscana  fino  al  principato, 
voi.  IV,  saggio  secondo,  pag.  98.  (2)  Ivi.  (3)  Sarti  e 
Fattorini,  De  claris.  part.  ii.  (4)  Pignotti  cit.  (5)  Ivi, 
p.  140.  (6)  Redi,  Lettera  a  Carlo  Dati,  Manni,  Degli 
occhiali  da  naso.  lVIontucla,Hist.  des  mathemat.  (7)  Pi» 
gnotti  cit.  (8)  Ivi,  voi.  IV,  p.  224.  (9)  Bossi,  Storia 
d'Italia  antica  e  moderna,  voi.  xvii,  lib.v,  cap.  xxxii» 
(10)  Mazzarosa,  Storia  di  Lucca,  voi.  il,  lib.  vi,  p. 
23.  (11)  Elogi  d'uomini  illustri  toscani,  voi.  iv,  pre- 
fazione^ pag.  XIII.  (12)  Diogene  ap.  Bianco,  Epitome 
dei  volumi  ercolanesi,  cap.  i  a  ix  .  (13)  Bianco  cife* 


E  DEL    TOMO  IX. 


olnìim:- 


TAVOLA  SINOTTICA 

DELL'EPOCA  V 

T  o  m  o    9.  ^'*' 


AVVENIMENTI  STORICI 

H^  CAPITOLO    XLI. 

rincipii  della  decadenza  della  li- 
bertà toscana        .         .         .   Pag.       5 
a.  //  Borgia  entra  in  Toscana     .         »       7 

3.  Decadenza  di  potere  nella  signoria 

di  Firenze    .         .         .         .         »       8 

4.  Presa  di  Piombino  fatta  dalle  armi 

del  Borgia    .         .         .  «lu^vv'^'^*  j^ -^  io 

5.  Pratiche  tenute  dal  Borgia  per  tm- 

padronirsi  di  Arezzo  .         .         »     11 

6.  Conquiste  del  Fitellozzo  nella  Fai 

di  Chiana       .         .         .         .         »     i3 

7.  Le  conquiste  del  Fitellozzo  passate 

ai  francesi    ,         .         .         .         w     »4 

8.  Proposizioni  di  un  nuo^o    governo 

46^» 


534 

fatte  dal  Salatati.        1        *    Pag.     i^ 
g.    ^Xarlche  di  questo  governo       .        »     17 

10.  Nuo^e  discordie  tra  i  P andatici  e 

Cancellieri    .         .         .        »         >?     18 

1 1.  Inutili  tentatiiìfi  del  go^^erno  per  re- 

primere queste  fazioni,         .         »     19 
la.  Altre  politiche  misure  a  tal  uopo.  „     ao 
i3.  JVuoi^a  riforma  di  governo  in  Pi- 
stoia        9)      22 

14.  Azioni  di  guerra  del  Melocchi  nel 

pis'oiese  .  .  .  .  55  a3 
i5.  Crudeltà  del  talentino    .         .        „     a5 

16.  //  Petrucci  discacciato  e  richiama- 

to in  Siena    .         .         .         .         n     ^7 

17.  Nuove  ostilità  tra  i pisani  e  fiorenti- 

ni .  .  .  ,  .  .  55  aS 
j  8.  /  baroni  ritornano  ai  loro  feudi.  ^  29 
19.  Morte   del  duca   di  Valentino  e  di 

Pietro  dei  Medici.         .         .         5?     ivi 
ao.  Seguito  della  guerra  di  Pisa  .         w     3i 
^i,Tentati^;i  per  deviare  VArno  da  Pi- 
sa  5j     3a 

aa.  Precari  vantaggi  dei  pisani  su  i fio- 
rentini   55     34 

a3.  Proposizioni  del  Petrucci  rigettate 

dai  fiorentini  .  .  .  »  35 
a4.  DAhiano  disfatto  dai  fiorentini,  „  36 
a 5.  I  fiorentini  levano  V assedio  da  Pisa.  39 
a6.  Carestìa  generale  in  Italia  .  »  4  ' 
*Lj,  Lega  tra  i  senesi ,  lucchesi  e  geno- 
vesi a  favore  dei  pisani  .  55  42- 
a8.  Massimiliano  domanda  5oo,ooo  du- 


535 
cali  al  fiorentini   .        :        .  Pag.    44 
§.  29.  La  repubblica  pisana  prossima  alla 

sua  caduta  .        .        .        .        w    45 
3o.  Origine  della  milizia  detta  V  ordi- 
nanza     59      4^ 

Zi,  Risposta  dei  fiorentini  fatta  al  re 

Lodovico       .         .         .         .         »    47 

Sa.  Offerte  fatte  dai  fiorentini  ai  re  di 

Spagna  e  di  Francia     .         .         j?    49 

33.  Comunicazioni  tra  Genova  e  Pisa 

chiuse  dai  fiorentini     .         .         »  5o 

34.  Calamità  di  Pisa    .        .         .         »  5a 

35.  Sua  resa  ai  fiorentini      .         .         w  53 

36.  Volontario  esilio  di  varie  famiglie 

pisane »     55 

37.  Primo   esempio   d^  infeudazione  in 

Piombino      -,        .         .         .         »     56 
Note M    5; 

.10       ,.    .v.ì:i.ov         capitolo  XLII. 

J.    I.  Sdegno  del  papa  Giuliano  II  contro 

Pier  Soderini       .         .         .         w     ^i 
a.  Scoperta  di  una  congiura  contro  il 

Soderini        .         .         .         .         »     63 

3.  Egli  arringa  in  sua  difesa       .         „     64 

4.  Pandolfo  P et r ucci  ligio  al  papa,    „     66 

5.  Dedizione  di  Montepulciano  alla  re- 

pubblica fiorentina  ,  e  morte  del 

P  et  r  ucci       .         .         .         .         5»     67 

6.  Interdetto  dal  papa  mandato  a  varie        .^ 

città  toscane.        .         .        .        »    69 


J.    7.  Sinistri  effetti  di  qUesf  interdetto,  P.     ji 
8*  Morte  di  Iacopo  IV  signore  di  Piom- 
bino        M     72. 

9.  Vittoria  dei  francesi  sopra  la  lega 
pontificia      ,         .        .         .        »     73 

10.  Arringa  di  Giuliano  dei  Medici  alla 

dieta  per  ritornare  in  patria.      „     74 

1 1.  Riflessióni  del  Soderini  sullo  stato 

della  famiglia  medicea.  .  ^  76 
12. 1  fiorentini  acconsentono  al  ritorno 

dei  Medici  •  .  •  .  „  79 
i3.  Dedizione  de'' pistoiesi  alla  legaspa- 

gnuola  .  .  .  .  ,  w  ivi 
1^.  Sacco  di  Prato  .  .  .  «  80 
i5.  Dilapidazione  usata  dagli  spagnuo- 

li .         .         .         .         .         .59     8a 

i    16.  Spavento  di  Firenze  per  il  sacco  di 

^  Prato  .         .         .         .         .         «84 

17.  Deposizione  del  Soderini.         .         „     85 

18.  Variazione  del  governo  fiorentino.  „  86 
1^.  I  Medici  in  Firenze.  .  .  •»  88 
ao.  Consiglio  formato  in  Firenze  da''Me- 

)  dici       .         ...         .         5?     90 

Q.1.  Conseguenze  del  ritorno  dei  Medici 

in  Firenze    .         ,         .         .         w     9^ 
ì;  aa.  Morte  di  Giulio  II  e  suo  carattere.,,     93 
a3.  Congiura  contro  Giuliano  e  Lorenzo 

dei  Medici  scoperta  .  .  w  95 
a4.  Elezione  di  Giovanni  dei  Medici  al 

papato  col  nome  di  Leone  X.         „     ivi 
.    a5.  Dimostrazioni  di  gioia  della  Tosca^ 
na  per  la  di  lui  esaltazione.^  e  mal' 


537 
umore  dì  Slena     ,        ,        .   Pag.     97 
5.  a6.  Maneggi  dì  Leone  X per  ingrandir 

la  sua  famiglia     .         .         .         55     99 

27.  Magnifico  ingresso  di  Leone  Xin  Fi- 
renze    .  .  .  .  .  w   100 

2,8.  Signorìa  di  Siena  conferita  al  (Vesco- 
vo di  Arezzo         .         .         .         j?  loa 

29*  Dissensioni  tra  i  Panciatici  e  Can^ 

cellieri  represse    .         .         .         »     ivi 

3o.  Morte  di  Giuliano  del  Medici  .         55   io4 

3i.  Fatti  d''arme  tra  Lorenzo  de"* Medici 

e  H  duca  d'^Urbino         .          .         „   io5 

Sa.  Congiura  d'' Alfonso  Petruccl  contro 

Il  papa »  1 06 

33.  Amhascerìanegata  a  Lorenzo  de'' Me- 

dici nel  suo  ritorno  In  patria,       »   108 

34.  Morte  di  Lorenzo     .         .         ;         ,>    ivi 

35.  //  cardinal  Giulio  dei  Medici  man- 

dato dal  papa  a  governare  Firen- 
ze  „  110 

56.  Esibizioni  dé^toscani  a  Carlo  F  crea- 
to Imperatore        .         .         .         »   1 1 1 
37.  Doni  del  lucchesi  a  Carlo  V    >        w  n* 
Z%,  Morte  di  Leone  X    .         .         .         w  ii3 

39.  Cause  ed  effetti  di  questa  m.orte,    »  1 14 

40.  Slmìdazioni  del  cardinale  Giulio  dei 

Medici  per  sostenersi  nel  primato 

di  Firenze    .         .         .         .         »  11 5 

41.  Congiura  scoperta  contro  di  esso,   „  117 
4a.  Origine  di  sconvolgimenti    civili  in 

Lucca  .         :         ;        .        .         m  nB 
43.  Assassinio  del  gonfaloniere  di  Luc^     * 


538 

CflT.        :        .        .        ^        .   Pag.  119 
J.  44.  Conseguenze  di  questo  fatto     ,        «  i^t 

45.  Punizione  dei  rei  di  questo  operato.  laS 

46.  Carattere  e  morte  di  papa  Adriano,^  ia5 

47.  Elezione  del  cardinal  Giulio  al  pa- 

pato.^ col  nome  di  Clemente  FU,  „  127 

48.  Simulazione  di  Clemente  FU  rela- 

tiva al  governo  fiorentino     .         »  «29 

49.  //  cardinale  Passerini  mandato  da 

Clemente  a  governare  la  repubbli- 
ca fiorentina,        ,        .         .         ,5  i3o 

50.  Il  duca  d'Albani  in  Toscana   ,         jj  i3 1 
5i.  /  P andatici  e  Cancellieri  di  Pistoia 

y,  in  contesa      ,         ,         .         .         m  i3a 

52.  Giovanni  de'' Medici  ferito  alla  gt^er* 

ra  di  Lombardia  .         .         .         „     ivi 

53.  Magnanimità  di  Francesco  MinutoU 

di  Lucca       .         .        .        .        „  i34 

54.  Discredito  di  Clemente  FU  presso  i 

fiorentini      .         .         .         .         m  i35 

55.  Timori  dei  principi  italiani  per  Vin- 
1  grandimento  dell'imperatore  in  /- 

s  talia      .        .  "^     .        .         .        w    ivi 

f.  !56.  Fittoria  dei  senesi  sopra  al  papa  ed 

i  fiorentini    ,         ,        .         .         >j  i37 

57.  //  Faticano  saccheggiato  dai  colon^ 

nesi       .;...„  i39 

58.  /  senesi  ricuperano  s^ari  deHoro  ca^ 

stelli „  140 

59.  Tentativi  del  Borbone  per  entrare  in 

8^  Toscana        .        .        .        .        „  i4a 

60.  Trattati  di  Clemente  FU  col  Borho- 


539 
ne.         :         :         !         »         .   Pag.  143 

g.  61.  Sollevazione  del  popolo  di  Firenze.„  1^5 

62.  Amnistìa  tra  queste  due  parti,         „  i^y 

63.  Conseguenze  della  suddetta  solle^^a- 

zione     .         .         .         .         .         j5  148 
6^.  Sacco  di  Roma        .         ,         .         j?  i5i 

65.  Ambizione  di  Clemente  VII  a  favo- 

re  della  di  lui  famiglia         .         «  i5a 

66.  Sdegno  dello  Strozzi  contro  Clemen- 

te FU ,         .         .         .         •         „  i53 

67.  Volontaria  partenza  dei  due  giova- 

ni Medici  da  Firenze    ,         .         ,,155 

68.  Gioia  popolare  per  la  creduta  ricu- 

perazione della  libertà  fiorentina.  167 
Note „  i58 

CAPITOLO  XLIII. 

g.     \.  Flagelli  della  peste  in  Firenze.       „  i65 
a.  Provvedimenti   inutili   dei  lucchesi 
e  pistoiesi  per  evitare  questo  fila- 
gello      .         .         .         .         .         5>  i65 

3.  Rigori  del  Bartolini  per  reprimere  i 

tumulti  in  Pistoia         .         .         >?  ivi 

4.  Fatto  vituperoso  successo  in  Siena.  166 

5.  Lega  d^ Italia  contro  V imperatore.  „  167 

6.  Prove  dì  capacità  per  ottenere  gli  uf- 

fici della  repubblica     .         .         j?   i68 

7.  Governo  fiorentino  diviso  in  due  fa- 

zioni      »,  170 

8.  Demolizione   degli  stemmi  medicei 

operata  da  Dante  da  Castiglione 


54o 

e  suoi  colleghi      .        .        .   Pag.  lyi 
§.    ^.  Politica  religiosa  del  Capponi,        „  lya 

10.  ammissione  deWappello,         .         „  174 

1 1.  Metodo  m.esso  in  opera  per  riscuo- 

tere le  tasse',         .         ,         .         55  ^75 
la.  Deposizione  del  Capponi  dal  gonfa- 

lonierato       ,         .         ,         .         w  17^ 
i3.  Istituzione  della  guardia  urbana,^  e 

Jortificazioni  di  Firenze      .         »  178 
14.  Sinistri  effetti  della  fiducia  dei  fio- 
rentini <>^erso  il  re  di  Francia,      „     ivi 
l(  iB,  Intenzioni  deW  imperatore   svelate 

aW Alamanni  da  Andrea  Boria.  „  180 

1^.  Assedio  di  Napoli  .         .         .         ?,  181 

?.  :  17.  Chiusi  presa  dei  Pirro  Colonna.      „  i83 

Note  .         t »     iti 

CAPITOLO  XLIV. 

g.     I.  Imminente  pericolo  della  fiorentina 

repubblica    .         .         .         .         >?   i85 
-a.  Milizie  di  Carlo  V  adunate  sul  ter- 
ritorio fiorentino  .         .         .         55   187 

3.  Ambascerìa  de""  fiorentini  a  Carlo  F.  188 

4.  Discorso  del  gonfaloniere  Carducci 

al  popolo  fiorentino      .         .         »   189 

5.  Ordinamento  delle   milizie  fiorenti- 

"^ „   190 

6.  Capitani  di  esse        .         .         .         ??   191 

7.  Approssimazione  dei  nemici  a  Fi- 

renze      M   193 

8.  Operazioni  dei  fiorentini  per  la  loro 


54 1 
difesa  .         .         .         .         .   Pag.  194 
9.  Speranza  delle  truppe  estere  di  sac- 
cheggiare Firenze         .         .         r   198 

10.  DOranges  ai  confini  della  Toscana.y,   199 

11.  Presa  di  Cortona  e  di  Cast iglion  fio- 

rentino  „  aoi 

la.  Vari  altri  paesi  caduti  in  mano  de- 

gVimperiali  .  .  .  .  „  202. 
ih.  Distruzione  di  ogni  cultura  intorno 

Firenze,,  ed  imprestito  domandato 

da  Clemente  ai  lucchesi  ,  »  204. 
14.  Forze  militari  dei  fiorentini  .  „  ao6 
i5.  Fatti  d^arme  del  Ferrucci       .         ^  207 

16.  Sortita  defiorentini  contro  gVimpe- 

riali        „ 

17.  Gioia  dei  fiorentini  per  la  morte  del 

Moroni „ 

18.  I  fiorentini  abbandonati  dai  loro  al- 

leati     ,         ,         .         .         .         j?  212. 

19.  Assassinio  di  Baccio  Tonti      .         w  2i3 

20.  E  sterminio  della  fazione  cancelliera,  21 5 

2 1 .  Principio  deWassedio  di  Firenze.   ^  ^  1 6 

22.  Soccorsi  negati  ai  fiorentini  dal  co- 

lonnello Fabbroni,         .  .         »  217 

23.  //  Baglioni  eletto  capitano  generale 

dei  fiorentini,         .         .         .         »?  219 

24.  Fermezza  dei  fiorentini  per  la  loro 

difesa   .         .         .         .         .         ,?  2,21 
26.  Sortite  de  fiorentini  contro  gVimpe- 
riali        M  222 

a6.  Fatti  d?arme  delV  assedio  di  Firen^ 

ze »  a»4 

St,  Tose,  Tom.  9.  47 


209 


211 


54a 

a8. 
29. 
3o. 

3i. 

3lL. 

33. 
34. 

35. 
36. 

Note 


Distruzione  della  citta  della  d'*  Arez- 
zo :  partenza  del    Ferrucci  per 
Volterra  e  saccheggio  d'^Empoli.V. 
Assedio  di  Volterra        .         .         9, 
//  Ferrucci  a  Pisa  .         .         .         „ 
S.  Marcello  saccheggiato  dal  Fer- 
rucci   .        .         .         .         .         » 
Tradimento  del  Baglioni,         ,        », 
Morte  del  principe  d'Oranges .         ^ 
Morte  del  Ferrucci  e  disfatta  della 
di  lui  armata        .         .         .         „ 
Costernazione  dei  fiorentini  per  tale 
infortunio     ....»? 
//  Baglioni  deposto  dal  comando.     „ 
Capitolazione  chiesta  dai  fiorentini 
agVimperiali         ...» 


226 
227 
229 

23 1 
232 
234 

236 

237 
238 

240 

24^ 


COSTUMI 


PARTE    I. 


ALIMENTI  ED  AGRICOLTURA. 


g.    I.  Lusso  nel  vitto  in  principio 

di 

que- 

sf  epoca 

. 

.a45 

2.  Come  e  da  chi  fossero  coltivate  le 

terre  di  Toscana  . 

«246 

3.  Aspetto  della  campagna  , 

«  ^47 

'     4-  Abitazioni  rurali     . 

»  ^48 

5.  Carestìa  deli'ò^Q  e  47     . 

»  249 

Note  ...... 

„  25o 

^?> 


PARTE  II. 

VESTIARIO. 

§,    I.  Del  f^estiario  toscano  in  principio 

delle  repubbliche  .         .         .    Pag.  aSi 
a.  Monumenti  di  tal  {bestiario       .         „  25a 

3.  Lusso  eccessivo  introdotto  nelle  ve- 

sti 5j     ivi 

4.  Monumenti  di  questo  lusso      .         „  a54 
^,  Leggi  per  raffrenarlo       .         .         „  a55 

6.  Leggi  suntuarie  dello  statuto  di  Voi- 

terra „  257 

7.  Persone  eccettuate  da  questa  pram- 

matica  .....         „  a58 
i,  Vantaggi  di  queste  leggi,         .         55^59 
9.  Foggiajrancese  negli  abiti  introdot- 
ta in  Firenze         .         .         .         „  2,60 
\o.  Vesti  dei  coloni         .         •         .         5»  2.61 
II.  Lusso  del  svestire  conservato  in  Sie- 
na.       •....„     ivi 
la.  Costumi  nel  vestiario  alla  fine  della 

repubblica    .         .         .         .  ,      w  a6a 
i3.  Altra  foggia  di  vestire  in  quel  tem- 
po  n  a64 

14.  Vesti  dei  cavalieri  e  militari  .         „  a66 
Note »  Ì67 


544 


PARTE    III. 


USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI. 

g.    1.  Carettere  dei  toscani        .        .  Pag.  a68 

a.  Economìa  nel  vitto  .         .         .  „  aG^ 

3.  Delle  nozze       .         »         .         .  „  a70 

4.  Particolarità  di  esse  in  Volterra.  „  a7a 

5.  Begolamento  per  le  nozze        .  „  a7Ì 

6.  f/jo  di  far  la  corte  alle  donne  .  »  a  74 

7.  Z)ei  cicisbei        .         .         .         .  „  a75 

8.  Oi'dinamento  della  milizia        .  »  a  76 

9.  De/  carroccio  e  delle  masnade.  »  ^77 
IO.  Uso  delle  armatura  .  .  .  „  a79 
\i.  Delle  macchine  da  guerra  .  „  ivi 
la.  Di  altre  macchine  belliche  .  „  a8o 
i3.  Del  cannone  .^fucile  e  trabocchetti,  »  a8i 
1^.  Degli  armeggiatori ,  .  .  »  a8a 
i5.  Z>e/  giuoco  del  ponte  di  Pisa  .  „  a83 

16.  Del  giuoco  del  calcio  di  Firenze.    »  a85 

1 7.  Del  pugillato  in  Siena 

1 8.  Dei  giuochi  di  Volterra 

19.  Dei  funerali 
ao.  Z>/  quei  di  Volterra . 


iTo^e 


a86 
289 
ivi 
291 
aga 


PARTE    IT. 

LINGUA  E  LETTERE. 
g.    I.  Risorgimento  della  lingua  italiana.  „  a94 


545 

J.    a.  Suoi  progressi .        .         .         .   Pag.  294 
^' Formazioni  di  {^ari  dialetti      .         53  29  5 

4.  Origine  dello  scelto  volgare   italia- 

no .         .         .         .         .         .         „  296 

5.  Suo  incremento  sotto  Dante    .         „  297 

6.  Pregi  deW idioma  toscano       .         „     ivi 

7.  Della  scrittura         .         .         .         „  298 

8.  Introduzione  della  stampa  in  tosca- 

na   ,,299 

9.  Protezione  accordata  alle  lettere.  „  3oo 
Note 


IVI 


PARTE  V. 

RELIGIONE. 


g.    1.  Del  primo  (Vescovo  di  Firenze.        „  3oa 
a.  Pace  tra  la  chiesa  e  fimpero  .         »  3o3 

3,  Concilio  tenuto  in  Pisa  daW  antipa- 

pa Vittore  III  >»  3o4 

4.  Dei  cavalieri  templari  e  spedalieri.n  3oS 


5.  /  toscani  alla  crociata     . 

„  3o6 

6.  Disciplina  ecclesiastica  . 

w  307 

7.  Potestà  temporale  dei  vescovi 

„  3o8 

8.  Origine  del   monastero   detto 

degli 

Angioli .... 

»  3o9 

9.  Delle  cattedrali  di  Toscana 

.        .  3ii 

10.  Ignoranza  della  religione  nel 

popo- 

lo 

„  3ia 

1 1 .  Origine  dei  servi  di  Maria 

.        »3i3 

1  a.  Vegli  Olivetani* 

.        »3i4 

i3.  Dei  Gesuati      .         .         • 

.        „3.5 

47' 

646 

g.  i4.  Origine  della  congregazione  di  s.  Gi- 
rolamo di  Fiesole,        ,         .   Pag.  3i6 
i5.  Vegli  Scopetini        .         .         .         „     ivi 

16.  Degli  Zoccolanti    .         .         .        „     ivi 

17.  Della  compagnia  della  Misericordia,  317 

18.  Sconfitta  degli  eretici  in  Firenze.  ,,  3i8 

19.  Soppressione  deW  ordine  dei    tem- 

pl(^ri „  319 

ao.  Abusi  degli  inquisitori  ecclesiastici,  3ao 
s.1.  Del  giubbileo  .  .  .  .  w  32i 
aa.  Rilassatezza  de'^costumi  dopo  la  pe- 
ste del  1348 .  .  .  .  „  3a2 
a3.  Concilio  tenuto  in  Pisa  nel  i4o9-  w  3a3 
a4.  Traslazione  del  medesimo  a  Siena.„  3a4 
a5.  Concilio  di  Firenze  del  1439  .  „  ivi 
a6.  Articoli  di  quel  concilio  ,  ,  „  3a5 
37.  Scioglimento  di  esso  ,  ,  „  3a6 
a8.  Conciliabolo  di  Basilea  .  ,  „  3a7 
a9.  Concilio  fiorentino  terminato  a  Ro- 
ma         „  3a8 

3o.  Scisma  di  Costantinopoli        ,        „  35'.9 
Si.  Elezione  di  Enea  Sihio  Piccolomi- 

ni  al  pontificato  ,        .         .         „  33o 
3 a.  Conciliabolo  aperto  in  Pisa  neWan- 

no  ib II         ,         ,         .         .         „     ivi 

33.  Tre  toscani  eletti  consecutivamente 

al  papato      .        .         .         .         „  33a 

34.  Devozione  dei  toscani      -„        .        „  333 
Note,        ......        ,,     ivi 


547 


PARTE  TI. 


LEGISLAZIONE  E  GOVERNO. 


I.  Degli  statuti  delle  repubbliche  tosca- 
ne   Pag.  335 

a.  Loro  varietà     .         .         .         .         >?     ivi 
3.  Degli  statuti  fiorentino  e  lucchese.  ^  336 


/}.  Leggi  contenute  negli  statuti  .         9 

5.  Quali  siano  queste  leggi  .         .         , 

6.  Leggi  suntuarie  ed  altre .         .         . 

7.  Falso  regolamento  delle  imposizio 

ni  ,         .         .         .         .         .         ! 

8.  Nuove  regole  su  tali  imposizioni. 


Note 


337 
338 
339 

340 
341 
343 


PARTE  VII. 


COMìVIERCIO  ,  NAVIGAZIONE  E  MONETA. 


g.    I.  Popolazione  fiorentina  dii^ìsa  in  ar- 
ti, 
a.  Dei  lanifi  e  li  fiorentini 

3.  Dei  lavori  di  seta     . 

4.  Dell'arte  di  filare  Toro 

5.  Dei  cambisti     . 

6.  DegV imprestiti 

7.  Lucro  dei  fiorentini  nel  commercio.^  35o 

8.  Commercio  marittimo  dei  fiorentini.  35 1 

9.  Loro  marina    .        .         .         .        >»  35a 
10.  Loro  commerciale  ricchezza  .        ,,353 


344 

345 
347 

ivi 

348 
349 


54S 

g.  1 1.  Osservazioni  sul  loro  commercio.  P.  354 
la.  Commercio  marittimo  dei  pisani.  „  355 
i3.  Arte  della  seta  in  Lucca.  .  „  ivi 
i4.  Fabbriche  di  panni  in    varie  parti 

della  Toscana       .         .         .        „  356 

1 5.  Commercio  di  Pisa ,  Cortona  e  Vol- 

terra      „  357 

16.  Bel  fiorino  d^oro  ,  .  .  ,,358 
ij.  Suo  peso  e  forma  .  .  .  „  359 
18.  Varietà  delle  monete  fiorentine.  ,>  5 60 
i^.  Loro  alterazione  .  .  .  „  36£ 
ao.  Monete  pisane  e  lucchesi.  .  ^  36a 
ai.  Senesi  e  chiusine      .         .         ,         ^363 

aa.  Aretine ^  364 

a3.  Cortonesi  e  di  Volterra  .  .  ,,365 
a4.  Della  moneta  pistoiose  e  piombine- 

se ^366 

^ote ,,368 

PARTE  Vili. 

ARTI. 

g.     I.  Principio  del  risorgimento  delle  bel- 
le arti ^^3^0 

a.  Chiesa  di  s.  Giovanni  di  Pisa  .         ,,371 

3.  Del  campanile  di  Pisa     .         .         „  37a 

4.  Epoche  della  costruzione  del  campo- 

santo di  Pisa         .         .         .         5j  374 

5.  Sua  descrizione        .         .         .         ,,375 

6.  Epoca  del  rinnovellamento  deW  ar- 

..     chitettura     .         .         .         .         ^  Z^^ 


549 

j.  DelV architettura  gotica  .        .  Pag.  377 

8.  DeWarco  acuto        .         .         .         »  3 78 

9.  Architettura  della  cattedrale  d?  A^ 

rezzo n  379 

10.  Di  quella  di  Siena  e  di  santa  Trini- 

tà di  Firenze        .        .        .        w  38i 

1 1.  Costruzioni  delle  cattedrali  di  Pra- 

to^ Grosseto^Massa  marittima  e  s. 
Martino  di  Lucca.        .         .         ,,383 

la.  Esempio  deWarchitettura  gotico-mo- 
resca     yy  384 

i3.  Aggiunte  al  duomo  pisano      .         „  385 

14.  Ordinazione  per  la  fabbrica  del  duo- 
mo di  Firenze      ,         .         .         „  386 

i5.  Sua  descrizione        .         .         .         ,,388 

16.  DeWarchitettura  domestica    .        „    ivi 

1 7.  Delle  torri        .         .         .         ,         „  390 

18.  Della  Jacciata  del  duomo  e  del  cam- 

panile di  Firenze.         .         .         „  Sga 

19.  Della  cupola  e  sua  lanterna  .  »  3 93 
ao.  Progressi  deWarchitettura  .  >»  394 
%i.  Autori  di  tali  progressi  .  .  m  39$ 
aa.  Tempio  di  s.  Lorenzo  e  santa  Croce.  396 
a3.  Della  Badia  fiesolana  e  del  palazzo 

Pitti M  397 

a4.  Del  palazzo  Strozzi  e  della  villa  di 

Cafaggiolo    .         .        .         .         ,,399 

^,^.  Risorgimento  deWarchitettura  gre- 
co-romana   .         .         .         .         «ivi 

a6.  Dello  stile  architettonico  di  Miche- 

l angiolo         ....         9  \qo 

a7.  Principii  della  scultura  nel  secolo 


55o 

Xn Pag.  4oa 

J.  a8.  Velia  scuola  pisana,         .         .         „  4^5 

29.  Risorgimento  della  scultura  per  o- 

pera  di  Niccolò  pisano         ,         »  4^7 

30.  Sculture  di  Gioi^anni  pisano  .  ,,  4^9 
3i.  P^ ari  allievi  delle  scuola  pisana,  n  ^lo 
3a.  Origine  delle  accademie  di  disegno,^  4  *  * 

33.  Scultori  senesi,        ,        ,         .         »  4^* 

34.  DeWorificerìa  ,        .         .         .         »  4*4 

35.  Propagazione  della  scultura  di  To" 

scana »  4i5 

36.  Velie  sculture  di  Andrea  pisano,    »  4*^ 

37.  Baffmamento  di  quest'arte       ,         »  4*^ 

38.  DelV  Or  cagna    .         .         .         ,         >j  4*9 

39.  Artisti  toscani  del  medio  e<^o  ,         „  4ai 

40.  Luminari  della  scultura  del  secolo 

XF „42a 

^\,  Scultori Jìesolani  .  .  .  »  4a3 
4'i.  Sculture  di  Vonatello  ,  .  »  424 
43.  Altre  sue  opere  .  .  .  „  4a6 
44-  *^"^  arte  fusoria      ,        ,        ,        »  4a^i 

45.  Suoi  seguaci    .         ,         .         .         „  4^8 

46.  Altri  seguaci  di  quest'' artefice,  „  43o 
47-  Opere  di  Matteo  C imitali  .         .         »  43a 

48.  La^^ori  del  Ghiberti  .         .         .         »  433 

49.  Velie  porte  del  battistero  di  Firen- 

^e w  434 

50.  Progresso  deW arte  fusoria  ,  „  436 
5i.  Labori  di  Giovanni  ed  Andrea  della 

Robbia „  437 

f^  5a.  Imitatori  di  Vonatello  e  del  Ghiberti,  438 
53.  Opere  di  Mino  da  Fiesole  e  del  Fer- 


55i 

rucci Pag.  439 

2»  54.  Progresso  della  tarsia  e  della  da- 

maschinerìa .         .        .         .         »  44  ' 

55.  Della  scultura  di  Michel  angiolo,    „     ivi 

56.  Altre  sue  sculture    .        .        .        „  44^ 

57.  Meriti  di  esse  .         .        .         .         »  444 

58.  Sculture  del  Rustici        .         .         „  44^ 

59.  Del  Bandinelli  e  di  altri  scultori.  »  44? 

60.  Incisione  delle  pietre  dure        .         »  449 

61.  Delle  gemme    .         ,        ,        .         „  t^bo 

62.  Delle  med<tglie,         •         .         .         »  4^* 

63.  Origine  della  incisione  in  rame,       „  4^2i 
64-  Giudizi  sul  risorgimento  della  pit- 
tura        M  4^^ 

65.  Scuola  della  pittura  in  Pisa  w     ivi 

66.  La  stessa  in  Siena  ed  in  altre  città 

toscane,        •         ,         .        .         „  4^^ 

67.  Origine   della  scuola  fiorentina  in 

pittura to  456 

68.  Meriti  della  scuola  senese  .  »  4^^ 
Q^.  Risorgimento  del  mosaico  .  ^  ivi 
'jQ.  Opere  di  taC arte  ,  .  ,  »  4^9 
71.  Autori  del  risorgimento  della  scuola 

senese  .,,,.„  ^60 
72..  Dei  giotteschi  ,  ,  ,  ,  »?  4^* 
yZ.  Celebrità  delle  pitture  di  Masaccio.  462 
74.  Origine  della  compagnia  di  s.  Luca,  4^4 
y^.  Altri  seguaci  di  Giotto     .         .         »  4^5 

76.  Opere  di  vari  artisti  senesi      ,         „  4^^ 

77.  Progresso  della  scuola  senese  e  fio- 

rentina ,'^v^%<^W^sò.  i^n         .         „  (J68 

78.  Smalti  di  Ugolino  di  Vierh  '  .         «  4^9 


f>5a 

J.    79,  Pitture  di  Andrea  Or  cagna  .   Pag.  4^9 

80.  Suoi  discepoli         .         .         .         w  47^ 

81.  Pitture  del  cappellone  detto  degli 

spagnuoli  di  Firenze   •         .         «  47' 
8a.  Meriti  del  Memmie  del  Gaddi,      w  47* 

83.  Di  Stefano  fiorentino     .         :         «ivi 

84.  Pitture  di  Ambrogio  e  Pietro  Lo- 

renzetti         .         .         .         .         w  47^ 

85.  Decadenza  della  scuola  giottesca.  <»  474 

86.  Suo  fine         .         .         ,         .         „  47^ 

87.  Proseguimento  della  scuola  senese.  476 

88.  Pittori  anteriori  a  Masaccio,         jj  477 

89.  Pitture  di  Masolino       .         .         w  479 

90.  Opere  del  beato  Angelico       .         »>  4^^ 

9 1 .  Valenzia  di  Masaccio  nella  pittura.  4  8a 
9^.  Z>e/  Lippi  e  d^altri  pittori      .         „     ivi 

93.  Altri  artisti  di  minor  m.erito.         w  4^4 

94.  Pittori  della  scuola  senese    .         »     ivi 

95.  Meriti  del  Ghirlandaio  e  di  altri 

pittori w  485 

^    96.  Di  vari  altri  artisti        .         .        „  487 

97.  Scuola  fiorentina  .         .         .         »  489 

98.  Di  Leonardo  da  Vinci  .         .        „  490 

99.  Di  lui  passaggio  in  Milano  .  «491 
100.  Suo  stile  .  .  .  .  w  492- 
loi.  Di  Michelangiolo  .  .  .  ??  498 
loa.  Sua  dottrina  neW anatomìa  .  ??  494 
io3.  Suo  cartone  .  .  .  .  ^  495 
104.  Suo  giudizio  universale.  .  «49^ 
io5.  Di  Daniele  da  Volterra.  .  „  ivi 
106.  Opere  di  fra  Bartolommeo  da  san 

Marco  .....        ^  49^ 


§.  107-  Suoi  seguaci  .        .        : 
io8.  DI  Andrea  del  Sarto 
109.  Sue  opere  e  si^a  morte   . 
II  a.  Suoi  seguaci  . 
III.  Stile  del  Rosso  fiorentino 
1 1  a.  Di  Ridolfo  Ghirlandaio  e  suoi  com 
pugni    .... 

1 1 3.  Di  vari  altri  pittori  toscani 

114.  Delle  pitture  in  vetro     . 

1 1 5.  Delle  pitture  in  grottesco 

116.  Pietro  perugino  ed  il  Pinturicchio 

pittori  in  Siena 
1 1  y.  Maestri  della  scuola  senese 

1 18.  Altri  maestri  di  tale  scuola 

119.  Opere  del  Peruzzi , 

120.  Della  pittura  in  marmo  . 
Note 

PARTE  IX. 

SCIENZE. 

§.    I.  Stato  delle  scienze  in  Toscana,         „  5ai 
a.   Motivi  del  risorgimento  delle  scien- 
ze  ?j  ivi 

3.  Della  giurisprudenza       .        .         55  ^2.3 

4.  Della  medicina         .         .         .         >?  5a4 

5.  DeW astrologia        .         .         .        „  5a5 

6.  DeWastronomia  ed  altre  scienze  fi- 

siche        w  ^2,6 

7.  DelValgehra      .         .         »        ;  w  5^7 

8.  Della  poesia  e  della  storia      .  «  ^^^ 
.y/.   Tose.    Tom.  9.  '^^ 


■ag. 

5oo 

55 

5oi 

55 

5oa 

55 

5o3 

••5 

5o4 

55 

5o5 

55 

5o6 

55 

5o8 

53 

Ilio 

ivi 

55 

509 

55 

5io 

55 

5ii 

55 

Sia 

5» 

5i4 

55 

5i5 

.S54 

g.    9.  Celebrità  di  Dante^  Petrarca  e  Boc- 
caccio   Pag.  53o 

IO.  Della  musica   .         .         .         .        „    ivi 
^o'e •        .         «  53a 


tv. 


STORIA 

DELLA 


COMPILATA 


eU^'  "   ' 


DAL    CAV. 

FRANCESCO  INGHIRAMI 


TOMO   10. 


POLIGRAFIA  FIESOLANA 

DAI    TOEGIII    DELL^AUTOAI 


1843 


#^  /     #^.,     :i%^:w    ms^ 


II 


V^V^i^ 


Oi  51 


STORIA 


DELLA 


DALL* Aimo  1  530  AL   1737   DOPO   G.    CR. 


IDII  VSmiPI  GHISIDItCllIt 


AiaOTB 


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EPOCA     VI. 


è'  !•  iN  t^Ha  repubblica  di  Firenze  la  casa  Medici, 
mediante  il  traffico,  siccome  narra  la  storia,  acqui- 
state aveva  tante  ricchezze,  e  per  le  opere  gran- 
diose fatte  in  vantaggio  del  pubblico  s'  era  tal- 
mente distinta,  che  si  conciliò  nella  mente  del 
popolo  ridea  di  principe,  sicché  nel  i53i  fu  creato 
capo  della  repubblica  di  Firenze  Alessandro  dei 
Medici,  a  cui  fu  data  per  isposa  Margherita  figlia 
naturale  di  Carlo  V.  Mancata  ad  Alessandro  la 
prole,  Cosimo  della  stessa  famiglia,  sebbene  di 
un  ramo  diverso ,  ma  discendente  da  Cosimo  il 
vecchio  ,  ne  fu  il  successore  col  titolo  di  duca  e 
capo  della  repubblica  fiorentina  con  il  suo  terri- 
torio, finché  nel  1669  dal  sommo  pontefice  Pio  V 
(u  dichiarato  granduca^  titolo  inseguito  accordato 
alla  casa  Medici  come  sovrana  di  Firenze,  e  ra- 
tificato nel  iSyy  dall'imperatore  Massimiliano  II. 
Il  dominio  che  Cosimo  I  ottenne  sulla  Toscana 
estendevasi  a  quanto  eragic»  appartenuto  alla  cadu- 
ta liberta  fiorentina.  Come  poi  si  dilatassero  i  suoi 


^--  -■■  GEOGRAFIA 

confini,  come  altri  territori  al  fiorentino  si  unis- 
sero, come  si  vedesser  sorgere  nuove  città  e  su- 
bir variazioni,  procureremo  colla  maggior  brevità 
possibile  d*  informarne  il  lettore  quanto  meglio 
il  potremo.  La  carta  della  Toscana  ai  tempi  dei 
Medici,  da  me  tratta  dalla  celebre  opera  delle  fa- 
miglie italiane  del  sig.  conte  Litta,  ed  esposta  nel- 
l'atlante di  quesfopera  (a)^  ben  ci  dimostra  qua! 
fosse  il  suo  stato  sotto  iì  primitivo  comando  di 
questa  real  casa ,  e  come  il  medesimo  fosse  di- 
viso. 

g.  a.  Lo  stato  fiorentino ,  nura.  i,  sotto  il  re- 
gno di  Cosimo  I  aveva  sette  onorevoli,  città  forti 
per  natura  e  ben  munite ,  le  quali  erano  Pisa , 
VolteiTa,  Arezzo,  Pistoia  ,  Cortona ,  Borgo  san 
Sepolcro  e  Firenze  stessa ,  la  quale  aveva  ed  ha 
tutt^ora  due  fortissimi  castelli  fatti,  più  per  freno 
del  popolo,  che  per  difesa  di  gente  straniera.  la 
diversi  altri  luoghi  di  frontiera  vi  erano  tredici 
altre  foltezze  munite  e  custodite  in  tempo  di  bi- 
sogno, cioè  Empoli,  Prato,  Livorno,  Montecarlo, 
s.  Casciano,  s.  Geraignano,  Colle,  Montepulcia- 
no, Poggibonsi,  Broglio  ,  Fivizzano,  Scarperia  e 
Castro  Caro  in  Romagna ,  estendendosi  il  domi- 
nio di  Firenze  in  buona  parte  di  quella  provincia. 
Oltre  a  tante  città  e  luoghi  forti,  trovavasi  in  esso 
stato  un  numero  iniinito  di  torri  e  castelli  mura- 
tii,  e  popoli  di  campagna  tutti  divisi  sotto  ministri 
di  giustizia  in  potesterìe,  vicarìe  e  capitanati^  ma 
il  capo  principale  dello  stato  era  Firenze,  'imob  li 


■''"'la)  Ved.    tav.   CXXXIV. 


DEI  TEMPI  MEDICEI.  7 

g.  3.  Lo  slato  senese,  num.  a,  conquistato  da 
Cosimo  I,  ed  aggiunto  al  dominio  fiorentino  nel 
i557  ,  unitamente  al  marchesato  di  Gastiglion 
della  Pescaia,  num.  3,  ed  all'isola  del  Giglio,  nuni. 
4,  per  i  quali  acquisti  fu  riconosciuto  comune- 
mente col  titolo  di  granduca  di  Toscana  ,  pos- 
sedeva centotrentasei  luoghi ,  fra  città  ,  castelli 
e  terre  murate,  che  tutti  avevano  i  loro  ufficiali 
di  giustizia,  ed  eran  divisi  in  ventisei  poteste- 
rie ,  in  oUo  capitanati  ,  ed  il  resto  vicariati.  Le 
città  che  vi  si  trovavano  erano  Montalcino,Pien- 
za  ,  Massa  ,  Grosseto ,  Sovana  e  Chiusi.  Vi  erano 
in  oltre  nove  fortezze  d*  importanza,  cioè  IVIonte- 
reggioni,  iVIontepescali,  Rocca  di  Yald''Orcia,  Lu- 
cignano,  Sarleano,  Monticelli,  Casole,  Radicofani 
e  Falcou  Pellegrino  fondato  in  cima  di  un  mon- 
te. Ma  la  capitale  di  questo  slato  era  Siena,  dalla 
quale  dipendeva  il  governo  ed  i  suoi  reggimenti 
co''iiiagislrati  e  consigli  (i).  Il  principato  di  Piom- 
bino, num.  5,  lungo  la  costa  del  senese  lo  ricevet- 
te Cosimo  I  nel  i548  in  feudo  dall'impero,  ma  lo 
riteune  solo  dal  maggio  al  luglio  delPanno  stesso, 
poiché  ben  tosto  ne  furono  rinvestiti  gli  Appiani, 
quiudi  nel  i625  i  Lodovisi  e  nel  1745  i  Buon- 
compagni,  e  comprendeva  in  terra  ferma  Popu- 
loiiia  ,  Suvereto  ,  Scarlino  ,  Boriano  e  Follo- 
nica (2).  L"*  isola  pure  delPElba  ,  num.  6,  faceva 
parie  di  questo  principato^  ma  Portoferraio  per 
aniiuenza  di  Carlo  V  fu  distaccato  dalla  signoria 
degli  Appiani  unitamente  ad  una  parte  dol  suo 
territorio  che  formò  poi  la  conmnilà  di  quel- 
la leira,  e  fu  couicgualo  al  grauduca.  Otl cauto 


g  GEOGRAFIA 

che  ebbe  Cosimo  Tindicalo  possesso  nelPisola  del- 
TElba  vi  costruì  una  piazza  forte,  ed  il  luogo  es- 
sendo buono  e  dilettevole  vi  furono  fabbricate 
delle  case  e  delle  chiese,  dandovi  ricetto  ad  ogni 
sorta  di  persone  perchè  fosse  popolata  .  Questa 
terra,  sebbene  sia  detta  Portoferraio,  fu  intitolata 
Cosima  o  Cosimina  (3),  e  fu  poi  dichiarata  città 
da  Ferdinando  II  dei  Medici  nel  i6a5.  Per  sicu- 
rezza dei  marinari,  e  per  guardia  e  difesa  di  que-p 
sta  terra  e  del  porlo  vi  fece  costruire  in  cima  di 
due  monti  due  castelli  fortissimi,  chiamati  uno 
la  Stella,  Paltro  il  Falcone;  ed  attorno  all'isola  vi 
fece  molte  terre  per  guardia  e  difesa  della  mari- 
na(4). 

g.  4. Osservando  la  citata  carta  geografica  dalia 
parte  del  dominio  senese  s'incontrano  i  Presidii, 
num.  7,  vale  a  dire  quel  territorio  occupato  dagli 
spagnuoli  per  trattato  del  1 557,  e  ritenuto  da''me- 
desimi  solto  il  nome  di  reali  presidii  toscani.  Or- 
betello,  Telamone  e  Portercole  furono  allora  per 
questa  cagione  esclusi  con  il  loro  territorio  dal 
granducato,  e  fu  allora  che  Orbetello  capo  luogo 
di  quei  presidii,  divenuto  la  residenza  del  general 
comando  di  essi  prese  il  nome  di  città.  Da  quel- 
r  epoca  in  poi  fu  distinto  il  territorio  fiorentino 
dal  senese  ,  qualificando  il  primo  col  nome  di 
stato  vecchio  ed  il  secondo  di  stato  nuovo.  Il  ter- 
ritorio pure  di  Pisa,  num.  8,  presa  dai  fiorentini 
neiranno  1609,  di  Pistoia,  num.  9,  assoggettata 
dai  medesimi  nel  i33i,di  Volterra,  num.  io,  pre- 
sa dalle  armi  imperiali  nel  1629,  di  Arezzo,  num. 
II j  comprato  dai  fiorentini  nel  1336,  ed  il  mar- 


DEI  TEMPI  MEDICEL  9 

chesato  di  santa  Maria,  nura.  la,  in  accomandigia 
de'fiorenlini  nel  iSga  si  trovavano  tutti  uniti  sotto 
il  dominio  del  granduca  Cosimo  I:  a  questi  ter- 
ritori eran  pure  uniti  quei  della  Romagna  fioren- 
tina, num.  i3,  del  Mugello,  num.  14,  del  Casen- 
tino, num.  i5,  tolto  ai  conti  Guidi  nel  i44o  5  ^* 
Livorno,  num.  16  ,  comprato  dai  fiorentini  e  di 
Pietrasanta,  num.  17  conquistata  dai  medesimi 
nel  1484  (5).  r  nomi  di  alcuni  di  questi  territori 
sono  giunti  fino  a  noi,  mentre  anche  al  presen- 
te si  dice  il  Mugello ,  il  Casentino,  la  RoraagUvi 
toscana  ec. 

g.  5.Per  ordine  di  Cosimo  I  fu  fabbricala  nel 
i565  la  Terra  del  Sole,  detta  anche  talvolta C/V^à 
del Sole^non  molto  lungi  da  !VIodigliana,per  guar- 
nir meglio  i  confini  del  suo  stato  dalla  parte  di 
Romagna:  la  fortificò  poi  nel  iSjo  ,  insieme  con 
Pistoia  e  la  fortezza  di  s.  Martino  in  Mugello  da 
esso  fatto  edificare  nel  1569,  sospettando  di  qual- 
che rivolta  dei  senesi  (6).  Nel  i565  fece  altresì 
edificare  la  fortezza  detta  il  Sasso  di  Simone  , 
non  mollo  lungi  dal  castello  di  Bagno  nella  Valle 
Traspennina  (7) .  Sotto  il  suo  regno  ,  cioè  nel 
i56i,  la  terra  di  Montepulciano  fu  eretta  in  ve- 
scovado e  soggetta  immediatamente  alla  santa 
sede  per  le  cure  del  cardinale  Giovanni  Ricci 
Poliziano  (8).  Acquistò  altresì  Cosimo  nella  Lu- 
nigiana  dai  marchesi  Malaspina  Tex-feudo  di  Fi- 
lattiera  (9). 

^.  g,  6.  Il  di  lui  figlio  Francesco  I  acquistò  nella 
Lunigiana  i  paesi  di  Lusolo  e  di  Rico,  e  quattro 
anni  dopo  il  castello  di  GroppolijFerdinandQ^^gi^ 


to  GEOGRAFIA 

i6o4  e  iSo6  dagli  Orsini  le  conlee  diPiliglianoe 
di  Sorano,  e  sotto  il  suo  regno  Colle  di  Val  d'El- 
sa divenne  città:  ai  tempi  di  questo  granduca  fu 
edificato  nelP  Elba  il  porto  Lungone.  Cosimo  II 
accrebbe  al  granducato  la  contea  di  Scansano  a- 
cquistata  nel  i6  io  dal  duca  Alessandro  Sforza  con- 
te di  santa  Fiora,  e  nel  1616  comprò  la  contea  di 
Castellottieri  dal  conte  Sinolfo  di  Flaminio  Ottieri. 
Finalmente  acquistò  dai  marchesi  Malaspìna  Tex- 
feudo  di  Terrarossa  in  Lunigiana,  e  sotto  il  di  lui 
regno,  cioè  nel  1622,  s.  Miniato  fu  eretto  in  vesco- 
vado col  titolo  di  città,  resasi  ultimamente  celebre 
per  aver  dato  i  natali  all'illustre  famiglia  dei  Bo- 
naparte  (io). 

g.  7.Ferdinando  II  unì  al  granducato  la  contea 
di  santa  Fiora  ottenuta  dal  conte  Mario  Sforza  duca 
di  Segni.  Uni  pure  al  suo  stato  peracquisto  onero- 
so fatto  da  Filippo  IV  re  di  Spagna  il  territorio 
di  Pontremoli.  Mentre  egli  comandava  ai  toscani^ 
la  terra  di  Prato  fu  eretta  a  vescovado  nel  i653. 
Sul  principio  del  secolo  XVIII  Pimperatore  dette 
il  titolo  di  altezza  reale  al  granduca  Cosimo  III, 
e  Tesempio  delPimperatore  fu  imitato  dalla  corte 
pontificia  e  di  Francia.  Fino  dal  1726  il  vescovo 
di  Lucca  fu  dichiarato  arcivescovo,  e  nonostante 
da  secoli  innanzi  godeva  degli  onori  addetti  a  que- 
st'alto grado  come  del  pallio  e  di  farsi  precedere 
dalla  croce;  quantunque  però  semplice  Tescovo 
non  fu  mai  soggetto  ad  alcun  metropolitano,  ma 
solo  al  papa  (11).  Sotto  il  regno  di  Giangastone, 
cioè  nel  172,7,  fu  inalzata  la  terra  di  Pescia  al 
grado  di  vescovadojC  dichiarata  città  (i a).  Vediamo 


DEI  TEMPI  MEDICEI.  j  i 

pertanto  che  tutte  le  città  ,  terre  e  castelli  furono 
assoggettati  ai  nominati  sovrani,  e  che  per  i  de- 
scritti acquisti  vennero  ad  esser  estesi  i  confini 
della  Toscana  più  di  quello  che  furono  ai  tempi 
repubbh'cani,  per  conoscere  i  quali  io  rimando  il 
lettore  alla  tav.  CXXXV  delP  atlante  di  questa 
opera,  e  frattanto  io  chiuderò  il  trattalo  geogra- 
fico colla  relazione  del  bagno  di  Moutione  che  fu 
celebre  ai  tempi  medicei. 

g.  8.  Questo  bagno  presso  la  città  d'Arezzo  sul 
torrente  Castro  un  miglio  distante  a  maestro  di 
questa  città  è  di  recente  costruzione,  destinalo 
a  raccogliere  le  acque  medicinali  acidule  e  fred- 
de, le  quali  sgorgano  per  trasudamento  insieme 
col  gas  da  varie  fenditure  fra  gli  strati  di  uno  schi- 
sto  coperto  da  marna  cerulea  ,  nella  di  cui  su- 
perficie appariscono  in  tempi  asciutti  delle  ef- 
florescenze saline.  Le  memorie  storiche  relative 
alla  sorgente  acidula  di  Monlione  non  vanno  più 
oltre  del  secolo  XVI .  Ne  parla  il  celebre  Andrea 
Cesalpino  nel  suo  trattato  De  metallicis ^  dov''è 
paragonata  ad  un  fortissimo  aceto,  usata  dai  vil- 
lici deir.ìgro  aretino  in  luogo  di  vino,  dopo  aver- 
la allungata  con  acqua  pura.  L''uso  di  questi  ba- 
gni si  è  trovato  da  qualche  tempo  proficuo  in  vari 
casi  di  malattie  cutanee,  di  piaghe  croniche  e  di 
dolori  artritici .  Esso  bagno  è  situtato  in  luogo 
d''aria  costantemente  salubre,  in  favorevole  posi- 
zione, nel  centro  di  una  bellissima  vallata,  ed  ac- 
cessibile in  ogni  lato  (i3).  Ma  più  estese  notizie 
di  queste  acque  termali  aretine  si  hanno  dall'eru- 
dito signor  Fabbroui  (i4)' 


il  GEOGRAFIA  DEI  TEMPI  MEDICEI. 


NOTE 

(I)  JL  edeli,  Relazione  di  Firenze,  ap.  Alberi  ,  Rela- 
zioni degli  ambasciatori  veneti  ,  voi.  i,  ser.  ii .  pag. 
323  .  (2)  Santi  ^  Viaggio  terzo  per  le  due  provincie 
senesi,  voi. Ili,  cap.  xvi.  (3)  Fedeli  cit.  ap.  Alberi  cil. 
voi.  i^  ser.  II,  p.  358.  (4)  Ivi.  (5)  Lilla,  Nota  della  fa- 
miglia Medici,  la  carta  geografica  della  Toscana.  (6jBu- 
sching  ,  \J  Italia  geografico-slorico-polilica  ,  voi.  iv, 
parte  ii^  pag.  99.  (7)  Lilla  cit.  (8)  Cantini,  Lettere  a 
diversi  illustri  soggetti  sopra  alcune  terre  e  castella  di 
Toscana,  lettera  18.   (9)  Buschiug  cil.  (10)  Lilla  cil. 

(II)  Mazzarosa  ,  Guida  del  forestiere  per  la  città  di 
Lucca  (12)  Busching  cit.  (13)  Repetti,  Dizionario  geo- 
grafico fisico  storico  della  Toscana,  articolo  7J/ort/fO«c. 
(14)  Storia  dell'  acqua  acidula  minerale  di  Monlione 
presso  Arezzo. 


\'\m  m. 


AVVENIMENTI  STORICI 

EPOCA     VI. 


(&iiip]l![f DILD  IPMSDt®^ 


■o— . 


An.  1530  di  Q,  Cr, 

T  ' 

§.  I.  J-i    esaltazione  della  famiglia  fiorentina  dei 

Medici  al  trono  della  Toscana  sulle  rovine  della 
repubblica  di  Firenze,  ebbe  luogo  fino  da  quando 
la  città  dopo  lungo  assedio,  sottomessa  alle  armi 
coalizzate  imperiali  e  pontificie,  si  trovò  astretta  a 
prendere  quelle  forme  di  reggimento  che  al  me- 
diceo pontefice  Clemente  VII  piacque  di  dar- 
le (i).  E  questo  fu  che  Alessandro  de'lVIedlci,  poi- 
ché si  dice  che  da  lui  traesse  l'origine  (a),  fosse 
principe  della  repubblica:  superiorità  che  passò  con 
più  esteso  dominio  nella  famiglia  discendente  dal 
celebre  Cosimo  il  seniore,  e  vi  si  mantenne  fino 
all'estinzione  di  quel  ramo,  di  che  vogliamo  qui 
ragionare. 

5.  2.  Contenevan  pertanto  le  condizioni  della 
capitolazione  di  Firenze  (3),  stipulate  il  dì  la  del 
mese  d' agosto  dell'anno  i53o(4),  che  la  forma 
Si.   Tose,  Tom.  10.  2 


1^  AVVENIMENTI   STORICI  JnASZO» 

del  governo  fiorenlinostabUir  si  dovesse  dalla  ce- 
sarea maestà  di  Carlo  V  in  quattro  raesi  di  tem- 
po, sempre  intendendosi  olia  fosse  al  popolo  con- 
servala la  libertà:  che  fosse  accordata  una  gene- 
rale amnistìa,  senza  riserve  né  per  una  parte,  né 
per  l'altra,  colla  restituzione  de''  beni  confiscati: 
che  l'esercito  degli  assedianti  uscisse  dal  dominio 
della  repubblica:  che  la  città  si  obbligasse  di  pagar 
le  spese  delTesercito  (ino  alla  somma  di  80000  scu- 
di in  più  rate,  e  cosi  congedarlo:  che  fossero  dati 
ostaggi  dalla  città  per  sicurezza  della  esecuzione 
de'patti  lino  al  numero  di  5o:  che  Pisa,  Voi  terra  e  le 
rocche  e  fortezze  loro,  come  anche  quelle  di  Livor- 
no ed  altre  terre  e  fortificazioni  clferano  alPobbe- 
dienza  dei  fiorentini,  allora  fossero  date  in  potere 
del  governo,che  stabilir  doveasi  da  sua  Maestà:  che 
qualunque  cittadino  di  che  grado  o  condizione  si 
fosse,  volendo,  potesse  andaread  abitare  a  Roma, 
o  in  qualsivoglia  luogo  liberamente ,  e  senza  es- 
ser molestato  in  conto  alcuno,  sia  nella  roba,  sia 
nella  persona:  che  tutto  il  dominio  e  terre  dal  feli- 
cissimo esercito  acijuistate  dovessero  tornare  in 
potere  della  città  di  Firenze:  che  tanto  il  papa 
quanto  i  suoi  parenti, amici  e  aderenti  dimenticar 
dovessero  e  perdonare  tutte  le  ingiurie  in  qua- 
lunque modo;  ed  usar  dovessero  seco  loro  come 
buoni  cittadini  e  fratelli,  e  sua  Santità  mostrato 
avrebbe,  come  ha  mostrato  sempre  ogni  affezione, 
pietà  e  clemenza  verso  la  sua  patria  e  i  di  lei  cit- 
tadini (5). 

g.  3.  Dall'altra  parte  promessero  sua  Santità 
e  sua  Maestà  l'osservanza  del  soprascritto, obbli- 


jtnA5òO.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  I.  l5 

gandosi  don  Ferrante  Gonzaga  generale  delle  ar- 
mi imperiali  in  suo  proprio  nome  privato  di  fare 
e  procurare  coireffello  che  sua  Maestà  ratificato 
avrebbe  nel  tempo  di  due  mesi  quella  capitola- 
zione; e  Barlolommeo  Valori  commissario  apo- 
stolico promise  anch'*  egli  in  suo  proprio  nome 
che  sua  Santità  ratificato  avrebbe  in  detto  tempo 
quanto  qui  fu  promesso:  che  finalmente  a  tutti  i 
sudditi  di  sua  Santità  e  di  sua  Maestà  sì  dovea 
fare  una  remissione  generale  di  tulle  le  pene  in 
che  fossero  incorsi  per  conio  di  disobbedienza 
delPessere  stati  al  servizio  della  città  di  Firenze 
nella  passata  guerra,  e  sarebbersi  restituiti  a  cia- 
scuno i  beni  e  la  respettiva  lor  patria  (6).  Per 
parte  della  repubblica  fiorentina  furon  firmati 
questi  capitoli  dal  gonfaloniere  Carducci,  e  da 
tutti  quei  di  balìa  (7).  Così  terminò  quell'assedio 
che  incominciato  il  di  2,9  settembre  del  1629  , 
sotto  la  condotta  del  principe  d""  Oranges  per  la 
parte  degli  assedianti,  e  sotto  quella  di  Malate- 
sta  Baglioni  per  la  parte  degli  assediati,  avea  du- 
rato fino  al  di  12  d'agosto  del  i53o  (8),  traendo 
seco  squallida  carestia  (9)  ed  estrema  penuria  di 
contanti,  per  esser  (fuella  guerra  costala  alla  re- 
pubblica un  milione  e  duecentomila  ducati  (io), 
mentre  al  pontefice  Clemente  VII,  che  insieme 
con  rimporatore  Carlo  V  l'avea  promossa  e  so- 
stenuta, produsse  l'esaltazione  della  privata  casa 
de''lVIedici,  alla  quale  egli  ajjparteneva ,  sulle  ro- 
vine della  libertà  di  sua  patria  (11). 
I  g.  4'  Ritiratesi  pertanto  le  truppe  imperiali 
dal  dominio  fiorentino,  la  città  rimase  a  disposizio- 


l6  AVVENIMENTI  STORICI  -^«.1530» 

ne  del  ponletìce,il  quale  costituì  per  capo  del  go- 
verno Baccio  Valori,  col  carattere  di  rappresen- 
tante la  sua  persona,  mentre  Alessandro  de'^Me- 
dici,  destinato  al  governo  di  Firenze,  era  in  quel 
tempo  in  Fiandra  alla  corte  di  Carlo  V  (12).  Narrasi 
che  i  capitani  della  milizia  italiana  convertirono  in 
uso  proprio  gran  parte  dei  denari  co'quali  pagare  si 
doveva  Tesercito,  e  ritiraronsi  con  essi  in  Firenze, 
talché  la  milizia  restata  senza  capi  e  senza  risorse 
n'andò  in  varie  parti  dispersa  a'danni  di  questo  ' 
paese,  mentre  T  esercito  degli  spagnuoli  e  tede- 
schi pagato  del  tutto,  e  lasciate  vacue  le  terre  del 
dominio  fiorentino  se  n'andò  in  quel  di  Siena  ad 
effetto  di  riordinare  quella  repubblica.  Malatesta 
Baglìoni  comandante  della  milizia  fiorentina  tor- 
nò nelPagosto  a  Perugia  sua  patria,  lasciando  li- 
bera la  città  in  arbitrio  del  pontefice  (i3),  col 
quale  avea  fatto  uno  speciale  segreto  accordo 
senza  fintervento  delfimperatore,  per  cui  fu  re- 
putato un  traditore,  imputandogli  ciascuno  la  per- 
dita de'beni ,  delle  battaglie  e  della  libertà  di  Fi- 
renze (i4). 

g.  5.  Nel  dì  ao  agosto  fu  dal  Valori  occupata 
la  piazza  del  palazzo  con  alcuni  soldati  corsi  (i 5). 
Una  delle  prime  operazioni  di  quel  magistrato,  la 
quale  stava  apparentemente  a  salvare  la  libertà  re- 
pubblicana, fu  di  adunare  a  parlamento  i  fiorentini 
a  suono  di  campana  (  e  ben  dovea  esser  l'ultimo 
quel  suono,  poiché  v^era  Tistruzione  di  Roma  di 
romperla  appena  avea  servito  a  questa  convoca- 
zione )  (16),  ma  non  vi  concorse  gran  numero  di 
persorie.  A.llora  la  signorìa  presentatasi  alla  rin- 


JÌn.i530.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  I.  I7 

ghiera  del  palazzo  arringò  al  popolo  per  bocca  di 
Silvestro  A-ldobrandini  ,  e  domandò  se  piaceva 
„  che  si  creassero  dodici  uomini,  i  quali  avessero 
tanta  autorità  e  balìa  soli,  quanta  n'  avea  lutto 
insieme  lo  stesso  popolo  di  Firenze?  „  alla  qual 
domanda  fu  afiferraativamente  risposto  sì  si^  con 
esclamare  palle  palle^  Medici  Medici  (17).  In 
tale  adunanza  fu  dunque  eletta  una  balìa  di  do- 
dici gentiluomini  tutti  peraltro  aderenti  al  ponte- 
fice e  a^lledici  (18),  alla  quale  conferita  di  fatto 
l'autorità  tutta  della  repubblica,  fu  commessa  la 
riforma  del  governo  (19). 

g.  6.  La  balìa,  legittimamente  eletta  dal  popo- 
lo con  forme  repubblicane,  governò  solo  Firenze 
per  più  mesi  in  suo  proprio  nome,  e  non  già  in 
Dome  de''i\Iedici,  né  di  Carlo  V,  né  del  pontefice, 
quantunque  da  questo  venissero  segrete  istru- 
zioni per  la  somma  delle  decisioni  degli  affari, che 
in  questa  guisa  comparivano  staccati  dalla  capito- 
lazione segnata  dal  Valori  a  nome  del  papa,  e  dal 
marchese  del  Vasto  3  nome  delP  imperatore.  1- 
"vean  difatto  promesso  i  due  prelodati  sovrani  li- 
bertà ed  amnistìa,  ma  la  repubblica  o  suoi  rap- 
presentanti erano  autorizzati  con  ogni  diritto  a 
non  seguire  quei  patti ,  e  punire  i  suoi  cittadini 
senza  che  la  capitolazione  lo  potesse  impedire(2o). 
Ed  affinché  apparisse  la  balìa  rappresenlar  vie- 
niaggiormente  la  repubblica  ,  ad  essa  fu  sug- 
gerito che  abolito  il  magistrato  di  libertà  e  di  pa- 
ce (21),  ella  formasse  un  corpo  assai  più  nume- 
roso depositario  della  sovranità  (22)  .  I  fioren- 
tini hanno  mostrato  d'intendere  che  non  si  dava 

2^ 


^g  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.   1550.' 

libertà  sotto  il  governo  de']VIedici,il  quale  eglino 
chiamarono  giogo  di  servitù,  ed  a  ben  prendere 
la  cosa,  essi  intendevano  per  libertà  lo  stato  e 
governo  democratico  che  avevano, e  singolarmen- 
te la  libera  elezione  dei  loro  magistrati  (aS).  Nel- 
l'ottobre una  balìa  fu  eletta  di  centocinquanta 
cittadini  che  pur  s'aerano  mostrati  devoli  della  fa- 
miglia medicea  (24)- 1^^  simulazione  allora  giunse 
a  farvi  inserire  Raifaelle  Girolami  ultimo  gon- 
faloniere, il  quale  s"'  era  distinto  nel  governo  re- 
pubblicano ,  permettendogli  di  proseguire  nel- 
l'uffizio per  tutto  il  mese  d'  agosto  ,  mancato  il 
quale  indarno  si  lusingarono  i  fiorentini  che  si 
dovesse  tornare  agli  antichi  ordini  di  elezio- 
ne (26). 

g.  7.  Stabilita  che  fu  la  balìa  scrissero  una  let- 
tera al  papa,  nella  quale  a  nome  della  repubblica 
dicevano,che  perriconoscenzade''fanti  e  grandi  be- 
nefizi sì  spirituali  che  tempora  li  ricevuti  dalPilIu- 
stre  casa  de'Medici.creavano  Alessandro  de'Medici 
come  capo  della  balìa, e  lo  abilitavano  che  potesse, 
non  ostante  qualunque  obiezione,  esercitare  tutti 
gli  uffici,  eziandio  il  supremo,  cioè  quello  dei  si- 
gnori in  un  tempo  medesimo ,  e  render  partito  a 
suo  piacimento  in  tutti.  !VIa  importando  soprattut- 
to che  Tesercilo  imperiale  partisse  dal  dominio  fio- 
rentino, pensarono  con  Giovanni  Corsi,  per  Io 
addietro  già  fatto  gonfaloniere  per  ordine  del  papa, 
di  porre  un  balzello  per  ritrarne  quella  somma  alla 
quale  erasi  obbligata  la  repubblica.  Di  fatto  posta 
la  mira  sopra  100  cittadini  de'  più  potenti  ed  a- 
manti  della  libertà,  li  tassarono  in  mille  scudi  per 


jÌn.1530,  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  I.  I^ 

ciascheduno,  e  rosi  contribuita  agli  spagnuoli  e 
tedeschi  la  dovuta  somma,  come  superiormente 
s'è  detto^  restò  libero  Io  stato  dalle  loro  continue 
ruberìe.  Compostesi  in  una  miglior  forma  le  cose, 
cominciò  a  ripopolarsi  Firenze  da  tutti  quei  cit- 
tadini che  o  per  neutralità  o  per  amore  alla  casa 
Medici  avevano  abbandonala  del  tutto  la  patria. 
Rimasti  i  fiorentini  in  tal  maniera  più  liberi  ri- 
presero animo  ed  assoldarono  duemila  lanzi  per 
sicurtà  loro:  ordinò  dipoi  la  balìa  per  evitare  ogni 
tumulto  che  la  gioventù  ripresi  gli  abiti  cittadine- 
schi deponesse  le  armi  (a6). 

g.  8.  Da  quel  momento  divenuta  potente  la 
fazione  de"*  palleschi ,  fu  posta  da  banda  l'usata 
moderazione.  Le  due  principali  condizioni  dello 
accordo,  cioè  amnistìa  e  libertà,  nel  governo  fu- 
ron  tosto  violate:  coloro  che  s'  erano  dichiarati 
amici  del  libero  reggimento,  o  perirono  sul  palco 
e  nelle  prigioni,  o  scampati  colla  fuga  perdettero  le 
loro  sostanze  che  furon  date  al  fisco.  I  disordini,  le 
proscrizioni,  le  sentenze  di  morte  che  apparvero 
in  quel  momento  furon  tali,  che  impietosirono 
lo  stesso  Valori  ,  il  quale  procurò  P  evasione  di 
non  pochi  degli  oppressi.  Il  padre  Benedetto  da 
Foiano  predicatore  nel  passato  assedio  traspor- 
tato a  Roma  fu  fatto  perire  (27),  e  nell'ottobre  fu 
mozzata  la  testa  a  Francesco  Carducci,  a  Bernar- 
do da  Castiglione  ed  a  Iacopo  Gherardi,  e  poco 
dopo  a  Luigi  Soderini,  e  a  Giovanni  Battista  Cel 
scoperti  già  o  addebitali  di  tener  pratiche  col  ne- 
mico.Disponeva  lutto  ciò  Baccio  Valori  come  luo^ 
gotenente  del  papa;  da  cui  tutte  queste  commis- 


AO  AVVENIMENTI  STORICI  An»i  530. 

sioni  si  partivano  (a8).  Ma  probabilmente  colla 
morte  di  soli  sei  individui  si  volle  incuter  timor 
nel  resto  de'^partigiani.  Il  numero  però  degli  esuli, 
dei  confinali  e  chiusi  nelle  prigioni  o  fortezze 
di  Pisa  e  di  Volterra  fu  grande,  e  fra  questi  l'ulti- 
mo gonfaloniere  fu  chiuso  nella  rocca  di  Volterra, 
indi  trasportato  in  quella  di  Pisa,  dove  si  trovò 
morto.  Furono  altresì  confinati  in  varie  città  della 
Italia  più  di  4o  giovani  della  milizia  fiorentina,  e 
poco  dopo  100  di  quei  ch^ebber  parte  nel  passato 
governo.  In  sì  aspra  guisa  furono  infranti  i  san- 
ti patti  della  giurata  amnistìa. 

§.  9.  Non  pertanto  qualche  piccolo  dissapore 
per  tali  sciagure  nacque  fra  queMella  balìa  contro 
a  Baccio,  volendo  alcuni  governare  più  a  modo 
di  repubblica,  ed  altri  ridurre  ogni  cosa  sotto  il 
dispotismo  de"'  Medici,  Le  querele  furon  portate 
fino  al  pontefice,  il  quale  mosso  da  tali  cose  ri- 
chiamò da  quel  governo  il  Valori,  e  vi  mandò  Fra 
Niccolò  della  Magna  arcivescovo  di  Capua,  unita- 
mente ad  Alessandro  Vitelli  amicissimo  del  papa. 
Fu  data  al  Vitelli  la  guardia  della  città,  e  furon 
licenziali  i  lanzi  per  esser  di  troppa  spesa.  L**  ar- 
civescovo andò  a  risedere  nel  palazzo  de^Medici, 
e  cominciò  a  governar  lo  stato  assieme  coi  citta- 
dini, ponendo  il  tutto  in  calma-,  imperocché  era 
questi  un  uomo  accorto,  sperimentato  e  pronto 
d'ingegno,  onde  sodisfacendo  a  tutti  acquietò  cia- 
scheduno, insinuando  universalmente  raffezione 
alla  casa  de'Medici:  anzi  operò  in  maniera  che  la 
balìa  elesse  due  ambasciatori  airimperatore,richie- 
dendolo  che  volesse  in  ultimo  fissare  la  nuova 


Èf/l.lWO.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  I.  21 

forma  del  governo,  ed  inviasse  alla  repubblica 
Alessandro  de'Medici^  volendo  così  il  papa  che  i 
cittadini  chiedessero  loro  stessi  a  cesare  il  suo 
nipote  per  capo  e  proposto  del  governo.  Furono 
eletti  Palla  Rucellai  e  Francesco  Valori,  i  quali 
portaronsi  alla  città  di  Bruselles,  ore  trovavasi 
l'imperatore  assieme  con  Alessandro.  Ammessi 
costoro  air  udienza  Palla,  Rucellai  espose  umil- 
mente le  passale  contese  e  l'ingiustizia  del  po- 
polo fiorentino,  non  tanto  contro  la  casa  de'Me- 
dici  e  loro  amici,  quanto  contro  sua  Maestà ,  e 
chiese  di  lutto  supplichevol  perdono:  poscia  pre- 
gollo  per  commissione  de'cittadini  a  voler  deter- 
minar la  forma  della  repubblica  secondo  gli  accordi 
fatti,  rimettendo  il  tulio  alla  sua  imperiai  volon- 
tà^ soprattutto  mostrossi  desideroso  a  nome  del 
popolo  di  avere  in  Firenze  al  governo  della  re- 
pubblica Alessandro  de'  Medici  suo  genero,  col 
»  qual  mezzo  sperava  la  città  di  vivere  quietamen- 
te, e  mantener  la  giustizia  e  la  pace  (29). 

g.  10.  Intanto  Clemente  pure  ambiva  che  Io 
stato  fiorentino  venisse  totalmente  sotto  la  pote- 
stà di  Alessandro,  ma  non  voleva  parere  che  da 
lui  si  partisse  questa  deliberazione^  perciò  richiese 
a  Tari  cittadini  de^iù  potenti  e  considerati  nella 
repubblica,  che  scrivessero  il  parer  loro  circa  alla 
riforma  della  città.  Ben  sapevan  essi  qual  fosse  la 
intenzione  del  pontefice-,  non  volevan  peraltro  di- 
mostrarsi  tanto  apertamente  suoi  fautori  per  non 
attrarsi  l'indignazione  del  pubblico.  Pure  scrisse- 
ro alcuni,  fra  i  quali  furono  Luigi  Guicciardini  e 
Filippo  Strozzi^  consigliando  il  papa  nou  solo  a 


■aa  àvvEmMENTi  STORICI  Alt.  1530. 

tenere  in  Firenze  uno  de^suoi  parenti,  ma  di  far- 
lo principe  assoluto  e  padrone  d''ogni  cosa.  A.de- 
rendo  il  nontedce  alla  risoluzione  presa  dai  più 
polenti  della  repubblica,  supplicò  per  lettera  lo 
imperatore  a  voler  determinare  sollecilarflenle  la 
nuova  forma  del  governo,  e  guarentire  in  essa  il 
suo  nipote  Alessandro^  movendolo  a  cercare  pron- 
tamente da  cesare  questa  risoluzione  anche  una 
impresa  che  tentò  il  cardinale  Ippolito  (3o). 

g.  II.  Fa  d'uopo  qui  Pavvertire,  che  dopo  la 
morte  di  Lorenzo  de'^Medici  duca  dX^rbino,  nes- 
suno era  stato  ancor  destinato  a  rappresentare  in 
Firenze  la  grandezza  di  quella  casa,  a  mantener- 
vi la  consuetudine  d'una  fazione,  ed  a  tenere  in 
freno  gli  amatori  della  libertà.  Pare  che  Clemente 
non  amasse  di  chianrnre  alcun  discendente  di  Lo- 
renzo fratello  del  primo  CosimO;  talché  rivolse  il 
pensiero  ai  soli  maschi  restati  del  suo  ramo,  cioè 
Ippolito  ed  Alessandro,  assoggettatosi  a  molti 
rimproveri,  perchè  d'ambedue  si  diceva  incerta 
l'origine.  Stando  Ippolito  a  Roma  presso  il  ponte- 
fice, fu  spedito  nel  i5a4  a  Firenze,  dove  la  repub- 
blica reggendosi  a  parte  de'3Iedici  derogò  alle  con- 
suete leggi  sulla  nascita  e  suIPetà,  e  lo  abilitò  ad 
ogni  magistratura,  sebben  fosse  d"*  età  infantile 
mentre  rappresentava  la  famiglia  de'Medici,  per  lo 
che  nulla  poteasi  discutere  dalla  repubblica  sen- 
za consultare  questo  fanciullo.  Terminate  le  scia- 
gure della  prigionìa  del  pontefice,  Ippolito  andò 
a  Roma,  e  quivi  nel  iBaS  fu  sul  punto  di  strin- 
gere un  matrimonio  or  con  Isabella  Colonna  a 
lui  proposta  dal  papa  perchè  assai  ricca,  or  eoa 


Jn.i  530.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  I.  2.% 

Giulia  Gonzaga  amata  da  lui.  In  questo  mentre 
infermatosi  gravemente  il  pontetìce  fu  dai  parti- 
giani de'iM edici  persuaso  della  imperi anza  che  vi 
fosse  uno  della  sua  casa  nel  sacro  collegio;  e  fu 
pregato  d''allontanare  da  Ippolito  ogni  pensiere  di 
nozze,  nominandolo  cardinale  (3i).  II  giovine  di 
malavoglia  tì  acconsentì,  mentr^era  bello  della 
persona,  pieno  di  grazia,  d''ingegno  e  di  cultura  di 
spirito,  dedito  alle  amene  lettere,  alla  musica,  al- 
la caccia,  ai  cavalli,  circondato  da  una  corte  di 
trecento  persone  tutte   eulte  e  di  varie  nazioni 
pei   modo  che  in  sua  casa  parlavansi  circa  venti 
diverse  lingue  (3a).  X  tal  proposito  narrasi,  che 
ripreso  di  soverchia  dissipazione  alimentando  gen- 
te senza  frutto,  argutamente  rispose ,  non  esser 
lui  che  aveva  bisogno  di  loro  ,  ma  bensì  loro  di 
lui  (33).  Amava  la  società,  dilettavasi  della  mili- 
zia, volentieri  accoglieva  presso  di  se  gli  uominf 
celebri  in  ogni  sorla  d'arti  e  di  scienze  (34).  Era 
egli  peraltro  bizzarro  ne'suoi  costumi,  andando 
sempre  coperlo  d''aimi,  come  si  vede  tuttora  nei 
suoi  ritratti  (35),  e  quasi  sdegnasse  la  porpora  in- 
dossavala  soltanto  alPoccasione  di  presentarsi  in 
concistoro.  Compiacevasi  di  comparire  in  pubbli- 
co seguito  da  etiopi ,  da  numidi,  da  sagittari  tar- 
tari e  da  turclii ,  la  cui  varietà  di  volti,  di  costu- 
mi e  di  vesti  formava   una  schiera  notabile  (36): 
magnidco  e  liberale  emulava  Lorenzo  e  Leone.  Il 
lustro  di  non  poche  di  tali  qualilà  gettavan  om- 
bra sopra  d'Alessandro  che  non  ne  possedeva  nes^ 
suna,  e  Io  inorgoglivano  sino  a  pretender  d'esseri 
re  luì  preferito  nella   primazìa  toscana  ,  poi  che 


ft4  AVVENIMENTI  STORICI  An*  1530. 

abbandouavasi  alle  tentazioni  di  vana  gloria,  non 
meno  che  a-passatempi  e  ai  piaceri. 

g.  la.  Alessandro  de'Medici  tenevasi  figlio  di 
Lorenzo,non  senza  peraltro  qualche  cospetto  che 
lo  fosse  di  Giulio^  poi  giunto  al  pontificato  col 
nome  di  Clemente  settimo  (Sj).  Ebbe  Alessandro 
nel  i5aa  da  Carlo  V  col    titolo  di  ducato  Civita 
di  Penna  in  Abruzzo  con  altri  feudi.  Fu  tenera- 
mente amalo  da  Clemente  in   preferenza  d'Ippo- 
lito^ e  spedito  nel  su(»  quindicesim*anno  a  domi- 
nare anch'esso  in  Firenze,  da  dove  fu  scacciato 
air  occasione  che  il  pontefice  fu  prigioniere  in 
Roma,  né  vi  tornò  finché  pel  trattato  di  Barcello- 
na conchiuso  nel  1629,  non  vi  potette  avere  sta- 
bile il  piede  con  più  grandezza  di  prima^  di  che  si 
dolsero   indarno  i  fiorentini  con  ambasciate  al- 
l'imperatore, adducendo  non  esser  ciò  conciliabi- 
le cogli  ordini  civili  della  lor  patria,  poiché  quante 
volte  i  IVIedici  erano  stati   riammessi  nel  di  lei 
seno  col  patto  di  vivere  come  privati  cittadini 
della  repubblica ,    avevano   altrettanto    abusato 
della  indulgenza  seco  loro  usata.  Era  Alessandro 
pien  d'attitudine  al  governo,  pronto,  perspicace 
e  di  consiglio,  ma  dissipato,  libertino,  ed  impru- 
dente, né  formar  ci  potremo  una  buona  opinione 
del  di  lui  cuore,  se  riflettiamo  ai   bandi,  confi- 
sche, decapitazioni  e  misure  tali  prese  nel   tem- 
po  del   suo    governo  ,   facendo   sollecitamente 
scomparire  ogni  ombra  di  statuti  e  di  libertà  nel- 
la sua  patria. Amava  i  giuochi  giovanili  ed  in  quelli 
era  affabile,  in  amore  non  soffriva  rivali,  né  usava 
riguardf:  ma  la  di  lui  attività  nel  governo  riten- 


'^«.1550.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  I.  aB? 

uesi  a  poco  a  poco  tino  a  non  intervenire  altri- 
menti ai  consigli,  poiché  si  era  dato  ad  una  bassa 
dissolutezza  che  lo  condusse  a  cattivo  fine  (38), 


■come  a  suo  luogo  diremo. 


NOTE 

(1)  Adriani  ,  Storia  dei  suoi  tempi,  lib.   i,  cap.  i. 

(2)  Litta^  Nota  della  famiglia  Medici,  tav.  xi.  (3)  Var- 
chi ,  Storia  fiorentina  ,  lib.  xi,  pag.  428.  (4)  Guic- 
ciardini ,  Storia  d'  Italia,  lib.  xi  ,  pag.  428.  Traci, 
lat.  edit.  Pisis  de  libertate  Fiorentiae  in  append. 
documenlor.  pag.  99,  nuin.  10.  (5)  Estratto  dei  ca- 
pitoli dell*  accordo  originale  riportato  dal  Varchi  , 
Stor.  Cor.  cit.  (6)  Estratto  clt.  ed  Anunirato,  Storia 
fior.  toin.  X,  parte,  ii,  lib.  xxx.  (>)  Rastrelli,  Storia 
d'Alessandro  de'Medici  primo  duca  di  Firenze  scritta 
e  corredata  d'inediti  documenti,  voi.  i,  lib.  ni,  p.  66. 
(8)  Cantini,  Legislazione  toscana,  voi,  l,  illustrazio- 
ne ,  pag.  32  .  (9)  Varchi  cit.  pag.  430.  (10)  Bossi  , 
Storia  d'Italia  antica  e  moderna,  voi.  xvui  ,  lib.  v, 
cap.  XXXV,  5.  I.  (11)  Litta  cit.  tav.  x.  (12)  Galluz- 
zi.  Storia  del  grandticato  di  Toscana,  voi.  i  ,  §.  111 
della  introduzione.  (13)  Guicciardini  cit. lib. xx,  cap.i. 
(14)  Rastrelli  cit.  lib.  ni,  p.  68.  (Io)  Varchi  cit.  lib. 
XI,  an.  l330.  (16)  Bernardo  Segni,  Storia  fior,  lib.v, 
p.  129.  (17)  Varchi  cit.  (18)  ivi,  lib.  x,  xi.  Segni, 
Stona  cit.  lib.  in.  Segur,  Storia  universale,  lotn.  166 
continuazione,  toni,  tu,  lib.  ix,  cap.  vi  ,  pag.  183. 
(19)  Pignotti,  Storia  della  Toscana  sino  al  principato, 
voi.  IX,  lib.  v,  cap.  vili.  (20)  Sismondi,  Ilisloire  dej 
repnhl.  ifalitniKs  du  moyenage  ,  voi.  xv  ,  eh.  122. 
(21)  Kastrelli  cit.  voi.   i,  lib.   m,  p..  67.  (22)  V^^ 

St.  Tose.   Tom.  10.  $ 


a6  AVVENIMENTI  STORICI 

cit.  lib.  XII,  p.  317.  Cambi,  Cronica  fior.  voi.  xxiil, 
pag.  81  .  (23)  Spannagel  ,  iXotizie  della  vera  libertà 
fior,  parte  iij  cap.  xx  ,  §.  10.  (24)  Varchi  e  Cambi 
citati  .  (25)  Pigaotti  cit.  voi.  ix  ,  lib.  v  ,  cap.  vni  . 
(26)  Rastrelli  cit.  voi.  i,  lib.  iii,  p.  68.  (27)  Varchi 
cit.  ap.  Pigaotti  cit.  voi.  ix,  lib.  v,  cap.  vii.  (28)  Ra- 
strelli cit.  pag.  69.  (29)  Ivi,  pag.  70.  (30)  Ivi,  p.  71. 
(31)  Litta  cit.  tav.  x.  (32)  Jovii,  Elog.  card.  Ippol. 
Varchi  cit.  lib.  xv,  e  Pignotti  cit.  lib.  v,  cap.  vin . 
(33)  Bianchini,  Dei  granduchi  della  real  casa  fVledici^ 
p.  xir.  (34)  Pignotti  cit.  (35)  Inghirami,  L'imperiale 
e  reale  palazzo  de'Pilli  descritto,  p.  44,  e  Litta  cit, 
(36)  Pignotti  cit.  (37)  Cellini,  Vita  disc  stesso,  lib. 
I,  cap.  xvin.  (3S)  Litta  cit.  tav.  xi. 


DEI   TEMPI   MEDICEI.  1'] 


(QiiipiiiDiLo  an^ 


An,   1530  di  G.    Cr. 


,1, 


.1  moto  vivissimo  delle  armi  vicino  a  Luc- 
ca, allorquando  cadde  Firenze  in  mano  de'suoi 
aggressori,  faceva  temere  a  quella  città,  che  seb- 
ben  fosse  di  parte  amica,  poteva  mettere  a  re- 
pentaglio la  sua  libertà,  sapendosi  bene  che  la 
legge  del  più  forte  è  l'utile  e  non  la  ragione,o  al- 
men  poteva  esporre  il  paese  a  dei  danni.  Final- 
mente caduta  Firenze  e  riposti  i  fiorentini  sotto 
il  mediceo  giogo  più  grave  di  quel  di  prima,  e 
non  essendo  perciò  più  necessarie  le  straniere 
soldatesche,  se  ne  partirono  poco  dopo,  e  libera- 
rono anche  Lucca  da  gravi  sollecitudini  (i). 

§.  2.  Eppure  quelle  sollecitudini  tali  poi  non 
erano  a  petto  a  quelle  che  dovean  tormentar 
Lucca  per  gravi  disordini.  Ciò  nacque  da  una  di- 
scordia intestina  prolungata  pel  corso  d'^un  anno, 
di  che  son  per  dar  breve  contezza.  Erano  a  Lucca 
i  grandi  da  qualche  tempo  in  mala  vista  della  mol- 
titudine^ per  essersi  a  poco  a  poco  impadrom'tì 
del  potere,  perpetuandoselo  fra  loro  in  ogni  rin- 
novarsi del  governo.  Forse  la  caduta  dei  Poggi, 
che  o  per  amore  o  per  interesse  sostenevano  i 
plebei, fu  M  momento  in  cui  quel  naturai  genio  del 


Ì8  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.    1530. 

forte  per  dominar  sul  debole  sr  spiegò  liberamen- 
te. Ali''invidia  pel  grado  si  univa  contro  i  grandi 
una  certa  stizza  pel  possesso  degl'impieghi  lucro- 
si, che  solo  volean  per  essi.  La  superbia  del  co- 
mandare accresciuta  allora  dalla  ignoranza  di 
quella  classe,  che  tutta  era  data  ai  negozi,  e  di- 
spregiava non  che  ignorava  le  arti  buone,  era  uà 
altro  molivo  e  non  de^iù  piccoli  di  dfsgusto.Que- 
sti  dispiaceri  venivano  anche  fomentati  dai  mot- 
teggi di  molti  fiorentini,  che  per  isfuggire  le  stret- 
tezze d^un  assedio  s''eranorefugiali  in  Lucca.  Essi 
che  amavano  un  governo  largo,  non  potevano  ap- 
provare quel  di  Lucca,  il  quale  avea  molto  del- 
Faristocratico.  Scherzavano  i  fiorentini  sul  conta 
di  que'nobili,  che  nominavano  i  signori  del  cer- 
chiolino.  Diverse  altre  cose,  quantunque  casuali, 
inasprivano  il  popolo  contro  di  loro.  Lagnavasi 
egli  del  caro  vivere,  lagnavasi  del  poco  o  niun 
lavoro  iieirarle  della  seta,  allora  gran  sorgente  di 
ricchezze  in  Lucca,  e  pigliavasela  coi  governatori, 
sebbene  non  vi  avessero  colpa,  essendo  il  caro  e 
la  inazione  conseguenze  naturali  deliVltima  pro- 
pinqua guerra.  Ma  questo  malaiMnio  de*  singoli 
della  plebe  verso  i  grandi  sarebbe  rimasto  eerta- 
mente inoperóso,  perchè  disunito,  se  non  gli  si 
fosse  offerto  un  centro,  intorno  a  cui  molte  vo- 
lontà concorsero.  Questo  punto  di  riunione  ai 
malcontenti  soraministrollasenza  volerlo  il  gover- 
no stesso  (a).  Or  siccome  quanto  son  per  narrare 
circa  quesf  avvenimento  spelta  air  anno  i53i, 
così  ne  ditferisco  la  narrazione  dopo  quelli  che 
interessarono  la  Toscana  intorno  l'anno  i5io...- 


^«.    1530.        DEI  TEMPI  MEDICEI    GAP,  11.  29 

§.  3.  Temevano  anche  i  senesi  che  terminata 
la  guerra  di  Firenze  dovessero  i  di  lei  aggressori 
voltar  le  armi  contro  di  Sifena  per  formare  della 
Toscana  un  intiero  principato.  Perciò  udita  la 
mutazione  dello  stato  di  Firenze,  non  mancaro- 
no di  spedire  i  loro  ambasciatori  a  rallegrarsi  col 
nuovo  duca  Alessandro  de^Medici,  e  a  tareffetto 
deputarono  Ambrogio  Nuti  filosofo,  il  conte  Buou- 
signori,  e  per  sodisfare  alla  convenienza  con  don 
Ferrante  messer  Lodovico  Sergardi.  Mentre  il 
campo  imperiale  trovavasi  tuttavìa  intorno  a  Fi- 
renze, da'generali  era  slato  spedilo  a  Siena  un 
agente  dell'imperatore  chiamato  donLopes  di  So- 
ria,  per  trattare  Taccordo  tra  quei  che  governa- 
vano la  città  e  i  fuorusciti.Era  costui  molto  accor-- 
to  e  sagace,  e  presto  penetrò  gli  animi  dei  citta- 
dini. E  sebben  dasse  alle  speranze  loro  non  altro 
che  buone  parole,  in  segreto  poi  s'adoprava  per 
rimettere  in  patria  e  nel  governo  i  fuorusciti.  Si 
ritrovava  intanto  colPesercito  don  Ferrante  nel 
Valdarno  di  sopra,  dubbioso  se  portar  si  dovesse 
nel  regno  di  iVapoli,  o  passare  nello  stato  di  SieA 
na,  per  lo  che  il  papa  continuamente  lo  stimolava? 
a  protegger  la  causa  dei  fuorusciti  e  rimetterli  iieN 
lo  sialo.  II  generale  conoscendo  esser  tale  anche 
la  mente  di  sua  Maestà-s'indussea  condcscendere, 
e  molto  più  perchè  dai  fuorusciti  medesimi  gli 
vennero  offerti  quindicimila  scudi  da  pagarglisi 
in  più  rate  (3). 

g.  4.  Ma  prima  eh"  ei  passasse  dal  Valdarno 
allo  stalo  senese  ,  avvicinatosi  colT  esei'cito  alla 
città  d'Arezzo  ,  accaddero  dei  falli  che  mi  senn* 


So  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1530, 

brano  degni  di  memoria  .  Avevano  mandalo  gli 
aretini  fino  dal  maggio  del  i53o  un  oratore  in 
Augusta  all'imperatore  per  deliberare  della  loro 
città,  e  per  intendere  qual  fosse  il  voler  di  Carlo  j 
e  tornato  alla  fine  di  luglio  riferi  esser  volontà 
di  cesare  che  la  città  ritornasse  sotto  il  governo 
e  reggimento  di  Clemente  pontefice,  ovver  della 
illustre  casa  dei  Medici  .  Mancato  in  quel  tempo 
il  principe  d'Oranges,  mediatore  valevole  tra  Tira- 
pero  e  gli  aretini,  altri  di  loro  osservar  volevano 
la  deliberazione  di  cesare ,  altri  voleano  differire 
e  deliberare  della  città  alla  fine  della  guerra,  altri 
finalmente  combattendo  gettarsi  a  disposizione  del- 
la fortuna.  Radunati  pertanto  un  buon  numero  dei 
più  assennati  traVil ladini  al  palazzo  della  città,  fu 
concluso  di  confidarsi  a  sua  Santità  ed  alla  casa 
de\Medici.  Ma  un  partito  non  meno  polente  osta- 
va, inculcando  che  si  differisse  quell'ambasciata 
alla  venuta  del  conte  Rosso,  il  quale  dovea  tor- 
nare diìll'esercito. 

g.  5.  Tornati  gli  ostaggi  ed  il  conte  dopo  aver 
fermato  l'accordo  Ira  i  fiorentini  e  l'esercito ,  fu 
ordinato  nell'agosto  del  i53o  un  consiglio  pub- 
blico per  decretare  sulla  sorte  della  città.  Accadde 
in  quel  mentre  che  un  aretino, più  arrogante  che 
valoroso,  entrato  con  altri  in  casa  del  Signorotto 
da  Montacuto  disse  non  esser  conveniente  che  si 
parlasse  d^accordo,  ma  piuttosto  aspettar  Teserci- 
to  intorno  alla  città  e  combatter  con  esso.  Fu  ri- 
preso il  parlar  di  costui  dal  Signorotto,  mostran- 
do che  non  si  dovea  né  potea  ostare  alla  volontà 
dell'imperatore.  Oppostosi  a  ciò  l'audace  aretiao  fa 


jin.i*SZO,  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  3l 

dal  Sìgnorolto  d^un  pugnale  ferito  nel  petto  y  e 
dai  cittadini  astanti  spinto  fuori  di  casa.  Fermatosi 
il  ferito  per  via,  gridava  che  per  difesa  della  libertà 
era  stato  dal  Signorotto  ferito.  Si  levò  allora  tra 
la  plebe  un  gran  rumore  per  Taccaduto  ,  corsero 
molti  al  palazzo  del  Signorotto  forzandone  le  por- 
le,e  combattendo  per  modo  che  il  Signorotto  coi 
suoi  celaronsi  in  una  stanza  terrena.  Per  quieta- 
re il  tumulto  i  priori  della  città  mandarono  a 
quella  volta  lo  stendardo  del  pubblico,  e  fu  quel 
segno  talmente  riverito  che  la  maggior  parte  del 
popolo  si  discostò  dal  palazzo  del  Monlacuto  per 
seguirlo  ,  e  fu  concesso  inclusive  al  Signorotto 
d^unirsi  illeso  coi  suoi  alla  plebe,  e  cosi  fu  libero, 
mentre  gridavasi  eh'  era  egli  pure  persona  del 
pubblico. 

g.  6.  Adunato  quindi  il  consìglio  della  repub- 
blica già  intimato,  ed  in  quello  esposte  molte  opi- 
nioni, fu  poi  di  grande  autorità  una  lettera  spe- 
dita da  Carlo  V  agraretini,il  tenore  della  quale  era 
^che  render  dovessero  obbedienza  a  sua  Santità, 
dalla  quale  non  mancherebbesi  di  loro  concedere 
tutti  i  favori  nel  capitolare,  accordando  loro  patti 
e  privilegi  onorevoli  e  ragionevoli  „.  Fu  dunque 
risoluto  in  consiglio  distare  a  tenor  della  lettera 
ed  eleggere  quattro  oratori  da  spedirsi  a  Clemen- 
te VII,  parliti  i  quali  ebbero  la  notizia  gli  aretini 
che  l'esercito  d'intorno  a  Firenze  s^era  allontanalo, 
e  veniva  per  il  Valdarno,  come  dicevasi  (4),  a'dan- 
ni  degli  aretini^  lo  che  fece  nascere  gran  sospetto 
e  confusione.  Non  si  astennero  di  scrivere  una 
lettera  di  lamento  alfimperatore  sotto  il  dì  ai  di 


3^  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1530. 

setlembre,  mostrandogli  essere  ingiusto,  che  vi- 
vendo sotto  Tombra  sua  dovean  viver  sicuri  e  non 
essere  offesi  da  chi  sperar  doveano  ogni  loro  difesa. 
Frattanto  deliberarono  fra  loro  di  far  quelle  prov- 
visioni che  si  richiedevano,  secondo  le  loro  forze, 
pel  salvamento  della  città  .  Crearono  altri  citta- 
dini per  rispezione  della  guerra,  i  quali  elessero 
per  loro  comandante  il  Signorotto  da  Montacuto^ 
e  fatli  nuovi  capitani ,  pagate  nuove  fanterìe  ,  e 
ordinate  le  guardie  intorno  alla  città,  aspetlavan 
di  vedere  quel  che  Tesercito  facesse.Arrivato  que- 
sfesercito  nel  contado  d'Arezzo  nel  mese  di  set- 
tembre, alloggiò  parte  a  Quarata  castello  tre  mi- 
glia vicino  ad  Arezzo,  parte  in  altri  borghi  con 
grave  danno  di  quel  paese.  Era  non  ostante  per- 
messo dagli  aretini  Pingresso  nella  città  ai  soldati 
delPesercito ,  non  altrimenti  che  a  soldati  amici 
sarebbesi  convenuto.  Gli  spagnuoli  per  altro,  mes- 
sisi una  mattina  in  ordinanza ,  vennero  intorno 
alla  città  con  molta  artiglieria,  e  si  posero  appres- 
so intorno  alle  mura  fra  la  porta  ora  delta  di  s. 
Clemente  e  quella  di  s.  Loretino  (5). 

g.  7.  In  questo  mentre  don  Ferrante,  capitano 
allora  deiresercito  cesareo  pontificio,  era  venuto 
a  parlare  al  Signorotto  ed  a''cittadini  deputati  per 
la  guerra  fuori  della  terra, e  domandava  Tentrala 
nella  città  con  alquanti  cavalli  quasi  per  diporto. 
Ma  il  popolo  sospettando  degli  spagnuoli  postisi 
attorno  alle  mura  ,  ancorché  non  mostrassero  di 
voler  combattere  ,  cominciò  per  quel  sospetto 
a  sparare  artiglierìe  contro  di  essi,  di  modoché  gli 
spagnuoli  si  misero  in  fuga,  e  lasciate  le  loro  arti- 


^/1.1530.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  II.  33 

glierje  tornarono  ai  propri  alloggiamenti.  Frat- 
tanto gli  oratori  essendosi  presentati  ai  piedi  del 
pontefice  e  raccomandata  la  loro  città,  furono  da 
sua  Santità  benignamente  accolli,  e  quanto  al  ca- 
pitolare furono  rimessi  a  Firenze  con  buone  spe- 
ranze. Tornati  costoro  in  patria  con  breve  del 
pontelice  in  data  del  settembre  del  i53o,  oveleg- 
gevasi  Ja  remissione  accordala  ,  ed  il  gradimento 
della  Santità  sua  di  quella  missione,  fu  dagli  are- 
tini spedita  una  commissione  di  quattro  cittadini 
a  Firenze,  con  autorità  che  capitolassero,  conve- 
nissero e  iirmassero  fra  gli  aretini  ed  i  fiorentini 
concordemente  colla  volontà  di  Clemente  ponte- 
fice. Venne  quindi  in  Arezzo  nelPottobre  messer 
Giovanni  della  Stufa  cittadino  fiorentino  e  nun- 
zio di  sua  Santità,  il  quale  dagli  aretini  fu  onora- 
tamente ricevuto,  e  datogli  il  possesso  della  città 
per  i  signori  fiorentini  secondo  la  capitolazione, 
e  cosi  la  città  pervenne  sotto  il  loro  dominio  (6). 

g.  8.  Allora  don  Ferrante  Gonzaga  gen(u*a- 
le  delle  armi  combinate  di  Carlo  V  e  Clemente 
r\ll,  si  diresse  verso  lo  stato  senese  ,  spingendo 
r  esercito  alla  volta  di  Lucignano  della  Val  di 
Chiana  ,  e  facendo  intendere  a  quei  terrazzani 
che  alloggicir  voleva  le  sue  truppe  nella  lor  terra 
gli  fu  data  la  negativa.  Gli  spagnuoli  allora  s''ac- 
costarono  alle  mura  e  loro  dettero  un  gagliardo 
assalto,  ma  gli  uomini  della  terra  valorosamente' 
difendendosi  con  le  armi  alla  mano  di  nulla  te- 
mevano, se  non  che  di  notte  all'impensata  gli 
spagnuoli  penetrali  da  una  finestra  che  n^dle  mu'^ 
ra  trovarono,  fu  da  essi  la  terra  occupata. e  [ìosta 

Si.   Tose.   Tom,  10.  4 


34  AVVENIMENTI  STORICI  ^/t.1530. 

a  sacco,  ma  senza  spargimento  di  sangue .  Preso 
Lucignano  ,  fece  intendere  don  Ferrante  ai  go- 
vernatori della  repubblica,che  per  comandamento 
di  cesare  avea  fatta  una  tal  mossa  ,  e  voleva  al- 
loggiare Pesercito  nel  dominio  senese,  e  perciò 
ordinassero  patenti  alle  terre  e  paesi  acciò  ri- 
cevessero i  soldati ,  altrimenti  non  si  dolessero 
se  fosser  per  nascere  inconvenienti,  e  per  la  sua 
residenza  disegnava  la  città  di  Fienza  :  ricercava 
in  oltre  che  gli  spedissero  cittadini  per  negoziare 
con  essi  e  stabilire  il  nuovo  modello  del  reggi- 
mento della  città,  e  che  i  fuorusciti  ribelli  per  cau- 
sa di  stato  venissero  rimessi,  e  restituita  loro  la 
patria,  la  roba  e  lo  stato^  e  li  esortava  alla  solle- 
citudine, promettendo  loro  che  accordate  le  cose 
della  citta,  ritirato  avrebbe  Tesercito  dal  dominio 
senese.  Era  grave  confusione  per  la  città,  essendo 
alcuni  d**  opinione  che  s"  aderisse  e  si  cercasse  la 
quiete,  ed  altri  pensando  che  don  Ferrante  ope- 
rasse d''arbilrio,  ed  a  sola  insinuazione  di  chi  vo- 
lea  novità  per  opera  dei  fuoruscili.  Don  Ferrante 
fece  intendere  in  oltre  per  parte  dell'imperatore  al 
duca  d'A-inaltì,  comandante  delle  armi  senesi,  che 
non  impedisse  le  di  lui  risoluzioni,ed  apportatore 
di  tale  avviso  fu  don  Lopes,  a  cui  rispose  il  duca 
essere  al  servizio  della  repubblica,  né  volersi  colle 
cose  del  governo  impacciare.  Suggeriva  per  altro 
agii  officiali  di  balia  Tobbedienza,  ed  essi  spedirono 
commissari  per  le  terre,  a  ciò  ricevessero  gli  spa- 
gnuoli  che  di  già  da  per  loro  stessi  eransene  di 
molte  impadroniti  (7). 

g.  9.  A  Rosia  ed  a  Torri  v''andarono  due  com- 


;<//». 1530.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  35 

pagaie  di  spagnuoli,  e  perchè  non  ricevean  solle- 
citamente le  vettovaglie  a  loro  grado,  si  posero  a 
predare  tutte  le  messi  tino  alle  porte  della  città, 
non  perdonando  a  quei  cittadini  nei  quali  abbat- 
tevansi,  e  facendoli  prigionieri.  Era  la  metà  del 
mese  d**  ottobre  quando  gli  spagnuoli  entrarono 
nel  dominio  senese,  sicché  trovando  i  grani  non 
peranco  trasportali  lutti  nella  città, e  i  vini  tutta- 
vìa nelle  tina^  si  dettero  a  rifinir  tutto,  lo  che  fu 
di  grave  danno  ai  cittadini  pei  sostentamento  deU 
Tanno  futuro.  In  tal  cirrosi anza  le  truppe  imperiali 
fecero  molto  guasto  anche  nel  territorio  di  Mon- 
tepulciano, per  la  qual  cosa  molte  famiglie  cad- 
dero in  povertà,  alcune  per  laperdita,ed  altre  per 
la  devastazione  de**  loro  beni  (8).  Agli  ambasciai' 
lori,  venuti  a  don  Ferrante  per  parte  della  repub- 
blica, manifestò  esser  mente  dell'imperatore,  che 
tulli  i  fuorusciti  ritornassero  alla  lor  patria,  e  che 
loro  fossero  restituiti  i  beni,  e  quindi  si  ciccasse  un 
modello  di  reggimento  a  sodisfazione  universale 
della  città,  conforme  avea  già  loro  signifi*  alo  don 
Lopes.  A.  ciò  fu  dai  senesi  di  balia  risposto^che  non 
aveano  autorità  tanto  estesa  per  adempire  quan- 
to si  domandava,  ma  che  sarebbesi  adunato  a  lai 
uopo  il  sen«'ìto.  Prima  peraltro  delTadilnanza giu- 
dicarono opf>orluuo  deputare  un  consiglio  di  ri- 
chiesta di  venti  per  ciascun  monte  in  casa  dei 
cardinale  di  Siena  ,  dove  fosse  intervenuta  sua 
signoria  revt^rendissima,  e  il  duca  d^Àmalfi^  per 
consultare  sulla  domanda  che  venia  fatta  e  sulla 
.  risoluzione  da  prendersi.  Il  cardinale  e  tutta  la  con- 
.  sulta  fecer  manifestamente  vedere  come  ridon- 


36  AVVEISIIMENTI    STORICI  ^«.1530/ 

dava  in  biasimo  di  tutta  la  città  il  tener  banditi 
tanti  cittadini,  eia  taccia  che  riportavano  i  senesi 
per  le  antecedenti  novità  occorse^  le  quali  altro 
scopo  in  sostanza  non  ebbero  che  toglier  la  roba 
alla  fazione  dei  nove,  per  ciò  detti  noveschi.  Sic- 
ché determinò  il  congresso  che  per  utile  e  quie- 
te universale  del  dominio  senese,  già  tutto  ormai 
caduto  nelle  mani  degli  spagnuoli,  acconsentirsi 
dovesse,  che  tutti  i  cittadini  fuorusciti  per  cose 
statutarie  tornassero  a  beneplacito  nella  lor  pa- 
tria ed  al  possesso  de''loro  beni.  Benché  vi  fosse 
qualche  contrario  a  tal  parere,  pure  la  maggior 
parte  d*?i  congregati  convennero  in  approvare 
quella  proposizione.  Sicché  il  17  d^ottobre  s\iduuò 
il  consiglio  generale,  ove  rimase  stabilito  che  i 
npveschi  tornassero  in  città  a  beneplacito,  colla 
restituzione  dei  beni  e  degli  onori  (9)  .  Questa 
determinazione  fu  tosto  mandata  a  don  Ferrante 
che  se  ne  mostrò  sodisfatto,  ma  domandò  inoltre 
che  si  dasse  principio  al  modello  del  nuovo  reg^- 
gimento  della  repubblica,  e  che  gli  fosser  man- 
dati ambasciatori  con  ampie  facoltà  per  Pultima- 
zione  deir  affare.  Occorse  in  questo  tempo,  ehft 
agli  li  di  novembre  ad  un  ora  di  notte  un  ter- 
remoto gagliardissimo,  dei  maggiori  che  da  mol- 
to tempo  indietro  si  fossero  sentiti^  scosse  con 
tanto  rumore  la  terra  e  le  case  che  parve  tutta  la 
città  esser  per  subissare^  ma  poi  fu  più  il  timore 
che  ì\  danno  (:o). 

g.io.  A.Tea  don  Lopes  fatto  cassare  la  guardia  for- 
mata da'soldati  del  dominio  senese,  della  quale  era 
Bartolommeo  Toni  il  capitano,  e  ripose  in  luogo 


uin.iÓ^O»  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  Zy 

di  quelli  200  fanti  spagnuoli,  alla  qual  mutazione 
acconsentì  la  balia,  con  mostrare  a  don  Lopes  che 
avrebber  dependuto  dai  comandi  del  supremo  pa- 
lazzo. Furon  per  tanto  eletti  i  cittadini  per  la  ri- 
forma del  governo,  i  quali  convennero:  che  tutti  i 
ribelli, confinati  e  fuorusciti  per  conto  di  materie  di 
stato  fossero  rimessi  e  potessero  a  lor  beneplacito 
ritornare  alla  città  colla  restituzione  dei  beni:  che 
Tordine  dei  nove  tornasse  nel  reggimento  e  restas- 
se quadripartito  coll'orJine  seguente^  cioè,  che  il 
primo  luogo  dovesse  essere  occupato  dal  popolo, 
11  secondo  dai  gentiluomini^  il  terzo  dai  riforma- 
tori, il  quarto  dalla  fazione  dei  novescbi:  che  il  nu- 
mero degli  ufficiali  di  balìa  dovess'esser  di  venti 
alla  ragione  di  5  per  monte,  dove  intervenire  vi 
potesse  il  capitano  del  popolo  da  continuare  un 
anno:  che  tulle  le  forze  delle  armi  della  città  e 
dominio  restar  dovessero  in  mano  del    duca  di 
Amalfi  come  capitano  genprale  della  repubblica: 
che  i  beni  detti  la  Marsiliana,  Stachìlagi,  Scer- 
penna,  Montaoufo,  Montargentario  e  Tricosto,  dei 
quali  luoghi  erane  già  padrone  Pandolfo  Petruc- 
cì  ,  spettassero  al  comune  di  Siena  .  Gli  articoli 
così  stabiliti  furono  rimessi  al  generale  delP  ìm- 
peralore.ìl  quale  comunicatili  ai  principali  capi  dei 
Tìoveschi,  nVbbe  il  parer  loro,che  per  quiete  della 
città   sarebbe  stato  bene  Tassentarne  il  duca  di 
Amalfi  sospetto  di  parzialità  per  essere  egli  del- 
l'* ordine    [lopolare  .  Partì  in  effetto  da   Siena  il 
duca  d**  Amalfi  per  ordine  di  Carlo  V,  ed   il  suo 
posto  fu  occupato  da  don  Lopes  di  Sorìa.,  come 

4* 


38  AVVENIMENTI  STORICI  Ali.    1530, 

uomo  (li  sua  Maestà  che  vi  rimase  con  un  capita- 
no di  400  soldati  spagimoli  (ii). 

g.  1 1.  In  lai  forma  consolidato  il  governo  della 
repubblica,  i  cittadini  delPordine  de'*nove  comin- 
ciarono a  ritornare  con  tanta  baldanza  che  ben 
mostrarono  suppriorità  sopra  gli  altri,  e  particolar- 
mente messer  Francesco  Pelrucci,  che  fece  Ten- 
Irata  in  patria  con  molto    splendore,  accompa- 
gnato da  gran  moltitudine  di    citladini,  e  visita- 
to non  come  privato,  ma  come  principe  del  pae- 
se. I  noveschi  molto  diversamente  dalP  interno 
comparivano  esternamente  con  parole  umani  e 
cortesi,e  particolarmente  il  Petrucci,  protestando- 
si che  desiderava  la   quiete  della  città,  essendo 
contento  di  goder  la  patria  e  le  avite  sostanze, 
e  nel  resto  essere  uguale  agli  allri^  ma  segreta- 
mente operava  il  contrario.  Chiedevano  essi  no- 
vesrhi,  trovandosi  disarmati,  che  oa  lutti  gli  altri 
si  togliessero  le  armi,  o  a  loro  pure  si  concedes- 
sero. Don  Lopes  senza  più  oltre  considerare  ciò 
che  resultarne  poteva  ,  propose  loro  che  se  ne 
volevano  le  provvedessero.  A-Uora  i  noveschi  fe- 
cer  venire  da  Firenze  molte  varietà  di  armi  che 
passarono  in  mezzo  alla  città  acciò  fosser  vedute 
da  tutti.Una  tal  dimostrazione  assaidispiacque  non 
solo  ai  popolari  e  ai  riformatori,  ma  inclusive  ai 
più  minuti  mercenari. pubblicamente  gridando  una 
tal  procedura  essere  per  produrre  a  danno  della 
pubblica  quiete  sollecite  sedizioni.  Si  schermiva 
don  Lopes  con  dire  che  era  giovevole  averla  cit- 
tà ben  provveduta  d'armi.  Il  capitano  Giovanni 


^/1.1530.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  3^ 

Balt.  Borghesi  fu  quegli  che  spedi  da  Firenze  le 
armi  richieste  ,  e  insieme  con  esse  venne  egli 
pure  eoa  molti  armati ,  disegnando  i  noveschi, 
mediante  il  di  lui  soccorso  e  colle  armi  alla  ma- 
no, d'impadronirsi  dello  slato,  ed  abbassar  Torgo- 
glio  dei  popolari  e  dei  riformatori.  Già  teneauo 
i  noveschi  in  diverse  parti  della  città  le  guardie, 
e  premunìvansi  per  mezzo  di  spìe  d'indagare  gli 
andamenti  degli  avversari  5  e  nel  regolamento 
delie  milizie  si  riferivano  intieramente  al  capita- 
no Borghesi  .  assistiti  dal  consiglio  di  don  Lo- 
pes.  Tali  andamenti  recarono  grave  sospetto  nei 
popolari  e  negli  amici  loro,  e  deposto  ogni  timore 
si  ristrinsero  tulli  i  capi  in  casa  di  messer  Mario 
Bandini  per  consultare  sopra  le  provvisioni  delle 
itrmi  e  de'soldati,  e  deputarono  due  accreditati 
cittadini  acciò  tenessero  in  fede  la  plebe  e  T  ani- 
massero alla  difesa  (la). 

g.  12.  Era  venutoli  tempo  della  elezione  del- 
la nuova  balìa  destinato  pel  di  i5  di  dicemhre, 
e  adunato  il  consiglio,  benché  non  senza  sospet- 
to di  ciascuna  delle  parli,  si  elessero  4  t>er  monte, 
popolo,  gentiluomini,  riformatone  noveschi. L'or- 
dine di  questi  ultimi  si  era  provveduto  d'armi  e 
di  milizie,  come  s'è  detto,  sicché  determinarono 
di  porre  a  rumore  la  città,  della  quale  occupavano 
i  posti  più  ragguardevoli.  Non  minori  eran  le  ra- 
dunate che  facevano  i  popolari  in  lutti  i  terzi  e 
contrade  .  Condotta  dunque  la  città  in  si  ma- 
nifesto pericolo,  disegnarono  i  popolari  di  levar 
rumore  sol  per  vedere  come  i  noveschi  trovava n- 
si    bene   armati  ed  assistiti  du  milizie,  e  nello 


If^O  AVVESIMÉRTI  STORICI  [^n,   1530. 

Stesso  tempo  far  prova  inclusive  di  lor  medesimi 
e  degli  amici^  e  così  dato  ordine  che  dopo  cena 
tutti  si  trovassero  ai  luoghi  destinati,  ed  essendo 
giunta  già  Torà,  alle  quattro  della  notte  penetrato- 
si dai  noveschi  roi'dine  della  sollevazione  corse- 
ro frettolosi  a  tutte  le  case  del  loro  partito ,  gri- 
dando aW  arme  air  arme  perchè  son  pronti  i 
nemici.  Queste  voci  furono  cagione  che  più  pre- 
sto i  popolari  ed  i  riformatori  sallasser  fuori  ,  e 
facendosene  nuovi,  domandavano  ciò  che  fosse 
queiriraprovviso  rumore.  Volea  sapere  anche  don 
Lopes  d'onde  tal  sussurro  nascesse,  ma  dalle  con- 
fuse ed  ambigue  risposte  ottenute  nulla  potette 
saperne ,  sicché  ordinò  che  tutti  posasser  le  ar- 
mi e  nessun  si  movesse  sotto  pena  della  indi- 
gnazione di  sua  Maestà  imperiale  ,  ma  in  quel 
momento  non  fu  obbedito.  Gli  armati  delfuno  e 
deir  altro  partito  fingendosi  ignari  sulP  origine 
delTaccaduto  si  visitarono  scambievolmente  per 
conoscere  i  preparativi  delTaltacco,  e  salutatisi  a 
vicenda  finsero  di  tornarsene  tranquilli  alle  case 
loro,  quasi  che  l'accaduto  non  fosse  stato  che  un 
falso  allarme  (i3). 

g.  i3.  Il  capitano  Borghesi  vide  sulP  istante 
che  Poste  nemica  era  situata  in  maniera  che  po- 
tè vasi  facilmente  porre  in  mezzo  de'suoi,  é  farne 
completa  strage.  Ma  il  Petrucci  e"l  Pini  di  cuore 
più  mansueti  non  vollero  acconsentire,  stimando 
esser  bastante  Io  stare  sulle  difese,  ed  in  tal  gui- 
sa vincere  senza  spargimento  di  sangue.  Vedendo 
il  Borghesi  essergli  tolta  di  mano  la  vittoria,  dis- 
se in  collera:  „  voi  non  volete  vincere^  e  v^espo- 


^Jln.i'iZO.         DElTEMPlMEDICElCAP.il.  4* 

nele  a  capitar  male  ,  ed  io  non  mi  ci  voglio  tro- 
vare ,  5,  e  in  così  dire  partì  con  molti  dei  suoi 
amici  alla  volta  di  Firenze  ,  né  mai  più  capitò  in 
Siena.  Cagionò  disturbo  la  partenza  di  quel  capi- 
tano alTordine  dei  nove  non  solo  per  essere  egli 
valente  d'^ingegno  e  reputazione,  ma  per  la  priva- 
zione di  molli  soldati  veterani  che  avea  condotti 
e  che  tutti  se  n'andarono,  e  così  fu  sopita  quella 
si  mal  preparata  sollevazione  (i^). 

§.  14.  Il  generale  don  Ferrante  Gonzaga,  cre- 
dendo avere  accomodate  le  cose  di  Siena, inviò 
Fesercito  fuori  del  dominio,  e  fu  detto  che  i  no- 
veschi  gli  sborsaron  parte  di  quella  somma  che 
avean  convenuto  di  dargli.  Avea  già  la  maggior 
parte  delT  esercito  passato  il  ponte  a  Vallano  , 
quando  bisognò  che  tornasse  indietro  per  un  im- 
provviso accidente.  Levatosi  nella  città  di  Siena 
un  impetuoso  vento  fece  cadere  alcune  impan- 
nate di  carta  in  una  strada  detta  il  chiasso  lar- 
go, le  quali  cagionarono  perquotendo  in  terra  un 
fracasso  assai  grande^  e  per  sì  lieve  cagione  e  pet 
le  voci  degli  artigiani  e  pel  fuggire  d'  alcuni  ,  si 
suscilò  un  gran  tumulto  per  la  città,  giacché  stan- 
do lutti  in  un  contìnuo  sospetto,  ciascuna  delle 
parti  vegliava  provveduta  ed  armata.  II  primo  a 
saltar  fuori  a  quello  strepito  fu  Bartolommeo  Pe- 
Irucci,  e  tosto  venne  alle  mani  con  Francesco 
Tommasi,  che  allora  teneva  la  parte  popolare  ben- 
ché fosse  delPordine  dei  nove.  Per  tale  acci<lente 
lutto  il  popolo  prese  le  armi  ed  animosamente 
venne  al  cimento.  In  tutte  le  parti  della  città  si 
battevano  i  due  partiti ,  ma  soccombevano  i  n<^ 


4S(  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1530. 

veschi,sicchè  venula  loro  addosso  numerosa  squa- 
dra di  popolari  si  posero  in  fuga.  Fu  per  allro  re- 
plìcataraente  fatto  intendere  a  messer  Francesco 
Pelrucci  che  accorresse  colle  sue  genti  a  soccor- 
rerli, ma  ei  non  volle  in  conto  alcuno  lasciare  il 
posto  che  occupava,  o  fosse  perch'avea  promesso 
a  don  Lopes  che  per  esso  mai  sarebbesi  venuto 
alle  mani,  o  perchè  vedeva  il  partito  dei  popolani 
troppo  bene  assistito  dalla  plebe,  pensò  a  rinchiu- 
dersi in  casa.  Già  il  partito  dei  popolari  volea  por 
mano  alle  uccisioni,  e  molto  più  volentieri  nella 
roba  dei  noveschi,  quando  alcuni  cittadini  de*più 
autorevoli  faltiglisi  incontro  frenarono  alquanto 
la  furia  del  popolo,  perciocché  mostrarono  che  il 
Petrucci  avea  deposte  le  armi,  le  quali  avea  tolte 
non  per  offendere  alcuno  ,  ma  per  difender  sé 
stesso,  e  che  bastava  aver  vinto.  Fu  difficile  a  fre- 
nare si  arrabbiata  moltitudine  sitibonda  di  sangue^ 
ma  più  ancora  della  roba  altrui.  !VIa  pure  da  alcuni 
cittadini  rimaser  calmati  gli  animi  dei  capi,  che  sì 
contentarono  per  fruito  della  vittoria  spogliar 
tutto  r  ordine  dei  nove  di  quelle  armi  che  con 
tanto  fasto  e  tanta  baldanza  avean  fatto  venire  di 
Firenze  (i5). 

g.  i5.  Tali  furono  le  cagioni  che  astrinsero 
don  Ferrante  a  tornare  colPesercito  nel  dominio 
senese  (i6),  perchè  ragguagliato  da  don  Lopes  del 
fatto  seguito,  e  significatogli  essere  i  popolari  ar- 
mati e  vittoriosi,  ed  i  noveschi  sbaragliati  e  pri- 
vati delle  armi ,  non  rimaneva  per  essi  bastante 
sicurezza  per  tenerli  salvi.  L**  esercito  cesareo  a 
tale  avviso  voltò  subito  indietro,  e  don  Ferrante 


^n.i530.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  II.  4^ 

con  tutta  la  corte  si  appressò  alla  città  e  fermossi 
a  Cuna.  Appena  giunlovi  fece  intendere,  sotto  la 
disgrazia  dell'imperatore,  che  si  gastigassero  colo- 
ro che  erano  stati  Torigine  del  tumulto,  e  volea 
che  si  restituissero  le  armi  e  la  roba  ch'era  stata 
tolta  ai  noveschi,  domandando  che  si  trovassero 
maniere  acciò  tutti  i  cittadini  potessero  vivere 
pacificamente.  All'arrivo  di  don  Ferrante  a  Cuna 
la  maggior  parte  dei  principali  noveschì  usciron 
da  Siena  e  colà  si  portarono,  dolendosi  di  ciò  che 
era  accaduto,  dimostrando  essere  stati  innocenti, 
e  rhe  per  non  aver  voluto  combattere, loro  erano 
state  tolte  le  armi,  la  roba ,  e  ad  alcuni  la  vita . 
Don  Lopes  intanto  dissimulando  dimostrava,  che 
i  popolari  avessero  ragione,  ma  uscito  dalla  città 
si  portò  anch'egli  aCuna,e  parlando  con  don  Fer- 
rante l'informò  altrimenti,  descrivendo  i  popolari 
inquieti,  sediziosi  ed  anelanti  del  sangue  e  della 
roba  de'^cittadini  più  qualificati  ed  innocenti  affer- 
mava non  essere  onore  né  d'esso,  né  molto  meno 
di  sua  Maestà  imperiale  il  comportarli  e  lasciarli 
impuniti  ^  e  si  dichiarò  non  voler  più  tornare  in 
Siena  se  non  vedeva  maggior  sicurtà  che  pel  pas- 
sato. Il  generale  don  Ferrante  fece  allora  inten- 
dere che  se  non  convenivano  i  senesi  in  quello 
ch'ei  progettava,  comandalo  avrebbe  che  T  eser- 
cito si  accostasse  alle  mura  della  città (17).  ^'^i^** 
g.  16 .  Gli  ulBciali  della  balia  di  Siena  manÀ' 
darono  ambasciatori  con  doni  a  Cuna,  acciò  mo^' 
strassero  al  comandante  imperiale  non  essersi 
fatta  novità  nessuna,  e  se  la  città  era  venuta  alle 
mani,  i  uovescbi  n'erano  stali  la  c;iusa  perchè  pri- 


^  rrJkTVENIMENTI  STORICI  ^/l.1530. 

mi  avean  suscitata  la  sollevazione ,  ma  che  non 
di  meno  era  stato  loro  perdonato  e  solamente  tol- 
te loro  le  armi,  e  mantenuti  nel  reggimento  della 
repubblica,  e  volendo  poteano  tornare  nella  città 
e  dimorarvi  con  sicurezza,  purché  si  fossero  di- 
mostrati uguali  agli  altri  e  non  superiori,  poiché 
protestavano  i  senesi  di  non  volere  una  tal  su- 
periorità tollerare.  Don  Ferrante  ormai  preve- 
nuto in  contrario  dai  noveschi  a  da  don  Lopes 
non  volle  ascoltar  giustitìcazioni  e  discolpe  dalla 
parte  dei  popolari,  e  congedando  gli  ambasciatori 
con  pungenti  parole  e  minacce  ,  se  ne  risentì 
Mario  Bandini  figlio  d*"  una  sorella  del  cardinal 
Piccolomini  ,  residente  allora  per  ambasciatore 
delia  repubblica  presso  rimperalore,ed  in  presen- 
za di  don  Ferrante  ebbe  il  coraggio  d"*  incolpar 
don  Lopes  dell'accaduto.  Il  Gonzaga  udita  l'au- 
dacia del  Bandini  ritennelo  in  forze  con  Achille 
Salvi  detto  il  Mattana  andato  col  Bandini  a  Cu- 
na .Intesa  a  Siena  la  cattura  del  Bandini  e  del 
Salvi,  s'armò  la  moltitudine  per  ordine  del  senato 
e  della  balia  ,  e  fece  intendere  a  don  Ferrante 
che  volesse  lasciare  in  libertà  i  ritenuti  cittadini, 
perchè  nulla  più  sperar  poteva  dalia  cit(à,essendo 
tutti  risoluti  di  mantenere  le  condizioni  e  la  for- 
ma del  governo  già  stabilita  e  nulla  più.  Don  Fer- 
rante veduta  l'intrepidezza  della  città  lascici  sol- 
dati in  balia  di  sé  stessi  perchè  depredassero  e 
devastassero  quanto  volevano  a  grado  loro  per  le 
campagne,  e  minacciava  inclusive  di  venir  colTe- 
serciio  sotto  le  mura  per  darle  il  guasto.  I  gover- 
natori della  città  nulla  temevano,  anche  perché 


^«.1531.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  II.  4^ 

sapevano  che  da  cesare  non  aveva  tale  autorità  , 
e  che  in  breve  doveva  partire  per  V  Austria  mi- 
nacciata dai  turchi"  e  seppero  intanto  che  il  mur- 
chese  del  Vasto  venir  doveva  al  comando  in  luo- 
go di  don  Ferrante.  La  prossima  venuta  di  quel 
marchese  pose  ardire  nella  truppa  senese  per  mo- 
do, che  i  soldati  spagnuoli  si  ridussero  a  tale  che 
dal  timore  pochi  ne  uscivano  a  foraggiare.  Al 
Bandirli  riuscì  di  t'uggire  dalla  torre  di  Cuna  e 
tornarsene  in  Siena,  e  don  Ferrajite  intesa  la  fu- 
ga del  Band  ini,  recatasela  a  vergogna,  per  coprire 
un  tal  disordine  licenziò  anche  il  Salvi,  Pub- 
blicata finalmente  la  venuta  del  marchese  del  Va- 
sto e  la  partenza  di  don  Ferrante  per  ordine  su- 
premo, la  città  ne  provò  gran  contento,  ed  allora 
cessarono  i  discorsi  circa  la  sicurezza  dei  nove- 
schi  (i8). 

g.  17.  Ora  tornando  alie  cose  di  Lucca,  per 
cui  si  disse  essersi  palesati  colà  de'  malconten- 
ti (19),  è  da  dire,  che  reclamavasi  nel  senato  di 
quella  città  sugli  abusi  introdotti  nell'arte  della 
seta,  per  cui  fu  data  cura  il  i3  gennaio  del  i53i 
ad  alcuni  cittadini  di  suggerire  i  modi  per  toglier- 
li di  mezzo.  Il  metodo  che  non  molto  dopo  fu  pro- 
posto e  sancito  versava  intorno  a  proibizioni  e 
restrizioni,  che  alteravano  le  consuetudini  ed  in- 
ceppavano la  minuta  industria.  Ma  potrebbe  so- 
spettarsi che  il  vero  oggel  to  della  legge  fosse  stato 
rutilila  di  molli  che  avean  parte  nel  governo,  e 
non  già  la  pubblica  prosperità^  giacché  sappiamo 
come  allora  i  der.arosi  esercitavano  la  mercatura 
inlorno  alle  cose  di  sela.  Ora  con  quei  nuovi  or- 

Sl.   Tose,  Tom,  10.  5 


46  AVVEDIMENTI  STORICI  j4n.    153l\ 

dilli  essi  venivano  a  scemare  la  concorrenza  in- 
terna, a  concenlrare  quel  Iraflìco  pressoché  nelle 
inani  loro.ed  a  farsi  a  poco  a  poco  padroni  di  tutto 
quel  lavorio.  Che  che  sia  di  ciò  non  era  quello  il 
momento  da  toccare  un  tasto  sì  delicato.  Simili 
leggi  son  tollerate  quando  i  popoli  son  quieti,  vi- 
vono agiatamente  e  non  han  l'abito  di  sindacare 
le  azioni  di  chi  li  regge.  Infatti  appena  T accen- 
nata provvisione  fu  nota,  che  la  serie  numerosis- 
sima dei  tessitori  di  seta  uscì  fuori  in  lamenti  e 
in  imprecazioni,  fn  mezzo  a  questa  conciliazione 
d''animi  arriva  il  dì  ultimo  d'aprile,  quando  in 
luogo  di  cantare  e  festeggiare  Tentrata  del  mese 
rìdente,  com''era  \a  consuetudine,  vidersi  adunali 
più  di  aoo  tessitori  tutti  variamente  armati,  che 
procedendo  in  ordine  militare,  a  cassa  battente,  e 
sotto  la  insegua  d'un  drappo  nero  stracciato^  vagò 
per  la  città  e  nei  contorni.  I  governanti  lucche- 
si, lungi  dal  fare  di  quella  sommossa  il  dovuto 
conto,  scherzarono  col  chiamarla  risoluzione  de- 
gli straccioni  per  quelPinsegna  lacera  che  avea- 
110,  ed  anche  per  la  qualità  delle  persone.  Il  giorno 
seguente  una  folla  di  questi  artieri,  ch^eran  mol- 
tiisimi  per  esservi  allora  in  Lucca  oltre  a  tremila 
telai  in  azione,  si  unì  la  mattina  dopo  nei  chiostri 
del  convento  di  s.  Francesco  per  discorrer  del 
modo  di  levarsi  il  carico  dell'odiata  legge.  Un  cer- 
to Matteo  Yannelli  tessitore  anch'esso,  uomo  lo- 
quace ed  accorto,  propose  il  domandarsi  ai  signori 
che  fossero  almen  temperati  quei  capitoli  in  cui 
essi  vedevano  l'estrema  loro  rovina.  Il  gonfalonie- 
re ch'era  Martino  Cenami  accolse  benignameale  ia 


"Ari,    1 531 .        I>E1  TEMPI  MEDICEI  CAP.  II.  4? 

supplica,  e  promise  d''assisterla  presso  il  senato, 
ma  riprese  la  turba  del  fallo  movimento,  che 
dava  a  sospeltaredi  voler  per  forza  quello  che  do- 
veasi  cercare  per  grazia.  Le  ullime  parole  del  gon- 
faloniere ruminate  dopo  dai  tessitori,  li  misero 
in  molto  timore  circa  Toperato,  e  perciò  pensaro- 
no ch'era  bene  ingrossare  il  numero  dei  malcon- 
tenti quanto  potevasi  affine  di  mettersi  al  coperto 
dal  rigore  della  giustizia.  l?fel  di  seguente  che  fu 
il  a  di  maggio  si  accrebbe  il  numero  della  molti- 
tudine ammulinata,  a  pacificar  la  quale  si  mandò 
dal  governo  una  deputazione  di  qviattro  onorati 
cittadini  con  assicurare  della  grazia  e  prometter 
perdono.  Insisteva  il  Minutoli,  un  de'  quattro, 
perchè  quella  turba  manifestasse  alla  libera  i  suoi 
desìderii ,  e  confidasse  nel  senato  che  avrebbe 
consolati  tulli  senza  tener  conto  alcuno  degli  er- 
rori commessi.  Si  udì  un  frastuono  di  mille  voci 
chiedendo  chi  una  cosa  e  chi  un'altra,  ma  in  fine 
la  calma  parve  ristabilita,  per  aver  saputo  quei 
quattro  ottimi  cittadini  ispirar  la  fiducia  nella 
moltitudine,  sicché  ognuno  tornossene  alla  pro- 
pria casa.  Convocato  il  consiglio  maggiore  nello 
slesso  giorno  vi  fu  cassata  la  legge  ricusata,  e  fu 
assicurato  un  pieno  perdono  agli  attori  dei  fatto 
motivo  (20), 

g.  18.  I  tessitori  posavano  a  quesfatto,  se  non 
che  alcuni  qgiati  popolani  s'ingegnarono  di  far  lo- 
ro vedere  quanto  fosse  incerta  la  fede  del  senato. 
M  Svanito  il  timore,  essi  dicevano,  che  ha  fatto 
cosi  operare  quel  corpo  composto  di  nobili  nemici 
foslri,  si  vendicherà  a  mille  doppi  della  strappala 


48  AVVENIMENTI    STORICI  jin.    153K 

condiscendenza.  Chiedete  ora  che  pofete  sempre 
farvi  valere:  chiedete  che  vi  si  allarghi  il  governo, 
procacciale  che  motti  del  popolo  segganonei  con- 
sigli, e  allora  la  causa  vostra  non  pericolerà  giam- 
mai. „  Era  Tambizione  propria  e  non  lo  zelo  de'sc'- 
taìoliche  stimolava  quei  popolani  a  porre  in  campo 
una  tal  domanda,  ma  la  malizia  non  fu  scoperta. 
Piacque  il  pensiero  agli  aiiigiani,  e  piacque  an- 
che al  volgo  in  generale.  Ogni  di  la  cosa  prendeva 
più  piede,  e  s''andò  tanto  innanzi  che  il  aS  dello 
stesso  maggio  fii  forzata  Tautorità  per  reffelto  di 
un  popolar  tumulto  a  convenire  nei  seguenti  ca- 
pitoli; si  accresca  il  numero  dei  senatori  da  no- 
vanta a  cento  venti:  non  più  di  tre  per  famiglia 
ed  arme  possano  insieme  trovarsi  in  consiglio: 
nessuno  abbia  oltre  a  due  offici.  Per  lo  stesso  ia- 
pulso  i  trenta  nuovi  senatori  si  presero  tra  le 
creature  del  popolo:  un  nuovo  perdono  fu  ban- 
dito e  si  sperò  tranquillità.  Ma  invano  spera  vasi, 
giacché  le  impunità  sviluppano  le  discordie,  noa 
le  frenano  pel  disprezzo  in  cui  cade  la  giustizia. 
I  più  audaci  fra  la  plebaglia,  e  specialmente  i  gio- 
vani cominciarono  a  fare  il  piacer  loro  senza  verun 
ritegno,  e  dalle  bravale  presto  si  passò  alle  ferite 
ed  agli  omicidii.  La  corte  stessa  che  a  tali  violen- 
ze voleasi  opporre,  fu  attaccata  da  que'ribaldicbe 
ammazzarono  pai^cchi  famigli.Più  volte  si  sussur- 
rò ed  a  vicenda  si  perdonò,  poiché  la  paura  e  fa 
fazion  popolare  avean  preso  il  disopra.  Anzi  usci 
fuori  un  general  perdono  che  sanava  ogni  scel- 
leratezza: e  si  giunse  fino  a  minacciar  di  multa 
coloro  che  disapprovavano  sì  bestiale  indulgenzav 


"An.    1531.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  ir.  49 

È  vero  che  poco  dopo,  vale  a  dire  nelPagosto,  ve- 
dendo esser  necessario  un  freno  a  tanto  disordi- 
ne, i  senatori  convennero  che  si  vietasse  di  por- 
tar armi  e  si  assoldassero  a  guardia  del  palazzo 
cento  fanti.  Ma  il  male  era  troppo  inoltrato  per 
isperare  che  la  volontà  del  governo  sarebbe  ri- 
spettala, e  così  fu  revocato  il  divieto  delle  armi, 
e  Tammissione  de"'cento  fanti  sospesa  e  poi  riti- 
rata. Se  allora  crescesse  sempre  più  la  baldanza 
dei  sediziosi  non  è  da  domandare.  Si  chiese  e  si 
ottenne  che  il  consiglio  dei  36  fosse  esteso  a  5^, 
e  che  le  borse  dei  collegi  fossero  arse  dopo  Pe- 
strazione  di  quello  delPultimo  bimestre  delPanno, 
facendo  nel  seguito  nuova  imborsazione:  che  si 
concedesse  un  egual  perdono  per  ogni  delitto 
lanche  per  quello  di  lesa  maestà:  ciò  accadde  il 
-  3o  d'Agosto.  A  di  26  di  settembre  si  vollero  altre 
concessioni  che  favorivano  un  governo  largo, 
cioè  che  non  più  di  cinque  cittadini  d''un  arme  o 
d'  una  consorterìa  potessero  essere  imborsati 
anziani  in  uno  stesso  comizio,  da  durare  lim- 
iborsazione  per  tre  anni*,  che  i  senatori  stessero 
'in  carica  un  anno  e  vacassero  per  Tallro,  e 
parimente  che  in  ogni  ofiicio  di  onore  fosse 
sempre  qualcuno  dell'arte  minore.  E  per  avere 
più  facilmente  il  piacer  loro  avevano  i  sediziosi 
trovalo  questo  modo  d'^andare  in  folla  armati  di 
buoni  pugnali  nella  corte  del  palazzo,  quando  il 
consiglio  stava  convocalo:  con  lutto  ciò  nuova- 
mente si  venne  ai  perdoni.  >Ia  quello  che  risve- 
gliava Pira  in  vece  della  compassione  è  ch<*  il  so- 


5o  AVTENIMENTI  STORIOI  jin.i5^i, 

lo  delitto  non  condonato  in  questo  perdono  si  fu 
l'uccisione  falla  di  un  tal  plebeo  caro  alla  fazione 
popolare. 

g.  19.  A  calmare  i  lumulli  ostinati  che  or  più 
or  raen  caldi  continuamente  regnavano,  una  spe- 
ranza tuttavìa  era  in  molliche  la  religione  esser 
ne  dovesse  un  mezzo  efficace.  Si  volle  dunque 
provar  questa  via  per  ottener  la  pace  desiderata. 
Con  un  generale  digiuno  fu  fatta  una  processio- 
ne devotissima,  portando  in  giro  con  gran  pompa 
e  corpi  di  santi  ed  immagini  molto  venerate,men- 
ire  i  sacri  oratori  predicavano  dai  pergami  pace, 
unione  e  carità.  L'augusta  cerimonia  e  que^santi 
ragionamenti  mitigarono  gli  sdegni,  ma  non  gli 
Tinsero,  perchè  troppo  era  indurato  il  cuore  dei 
sediziosi.  JXon  ostante  siccome  la  maggior  parte 
del  popolo  non  sentiva  più  con  essi  per  esser  ri- 
buttata da  tante  scelleratezze,  andavasi  più  a  ri- 
lento nelTusar  violenze  e  soperchierìe.  Parve  che 
TI  riuscisserojgiacche  entrati  in  carica  Tanno  dopo 
i  nuovi  senatori  giuraronsi  pace  scambievole.  In 
quei  giorni  di  speciale  espiazione  che  precede  la 
Pasqua  molli  e  molti  di  que''cittadini  detter  segni 
di  compunzione,  e  l'armonìa  durò  senz'alterazio- 
ne fino  alla  metà  della  domenica  in  ^/to,  giorno 
in  cui  fu  sempre  solilo  di  festeggiarsi  dai  lucchesi 
la  libertà  loro  concessa  da  Carlo  IV.  Era  il  solen- 
ne sacrifizio  di  quella  festa  già  celebrato,  già  la 
processione  cominciava  ad  uscir  fuori  della  chie- 
sa, quando  un  tal  giovine  dei  peggiori  tra  i  sedi- 
ziosi, che  stava  là  fuori,  vedendo  a  caso  tra  la 


Alt.    1531.         DEITEMPIMEDICEICAP.il.  5r 

folla  un  camaiorese  sospetto  alla  sua  parte,  grida 
al  traditore^  e  gii  si  avventa  coirarme  nuda  per 
dargli  (ai). 

g.  20.  Nasce  subito  un  gran  bisbiglio,  e  tutta 
la  città  si  solleva  e  ridestansi  i  sopiti  sdegni.  II  dì 
seguente  convocato  il  senato  ordina  che  si  posi- 
no le  armi  e  si  arrestino  i  rei^ma  il  comando  non 
fu  rispettalo.  Fu  insultato  Martino  Bonvisi  per- 
chè sospetto  d'erigersi  in  tiranno  di  Lucca  e  sep- 
pe difendersi,  e  dagli  amici  protetto  si  rifugiò  ad 
una  sua  villa  detta  Monte  s.  Quirico.  Era  la  città 
in  grave  disordine  quando  per  sedarla  furon  chia- 
mali a  consiglio  i  capi  delle  famiglie.  Il  gonfalo- 
niere della  repubblica  Gio.  Battista  Nobili  suggerì 
rigore  contro  i  rei,  poiché  la  clemenza  usata  era 
stala  nociva.  Il  Micheli  disse  lo  stesso  chieden- 
do che  si  armasse  la  giustizia  onde  i  rei  fosser 
puniti.  Piacque  ai  buoni  il  partito  da  prendersi,  e 
furono  armali  paesani  e  stranieri.  Intanto  la  turba 
insorta  commetteva  le  più  enormi  sciagure,  ma 
aperte  le  porte^agli  armati  che  eran  fuori,  capita- 
nati dal  Buonvisi,  ed  unitisi  con  quei  di  dentro  dfl 
loro  partito,  batterono  i  sediziosi  in  tal  modo  che 
li  costrinsero  ad  una  precipitosa  fuga:  coii  per 
loro  mezzo  fu  dissipato  il  tumulto.  Molli  dei  capi 
furono  o  decapitati  o  in  altra  guisa  puniti,  e  cosi 
terminò  quella  ribellione  (aa).  I  lucchesi  che  tino 
da  secoli  antichi  hanno  sempre  passala  buona  ar^ 
monia  co'^senesi,  spedirono  a  Siena  un  loro  am- 
basciatore clre^pose  il  felice  successo  della  di  lui 
repubblica  per  averne  scacciali  alcuni  turbatori 
della  pace  di  quella  ciltà,  e  cosi  aver  ricuperala 


Sa  ATVENIMENTI   STORICI  Jn,    1531. 

Tanlica  libertà,  sirchè  domandavano  che  in  Sie- 
na e  suo  dominio  non  venissero  ricellati  gli  esuli 
dichiarali  dalla  medesima  repubblica  (a3). 

g.  ai.  Clemente  Yll  che  riponeva  ogni  fidu- 
cia nello  zelo  dei  caporali  dtella  fazione  trion- 
fante di  Firenze,  per  rispetto  alle  sodisfazioni, 
ben  si  avvisava  che  questi  non  sarebbero  poi  u- 
gualmente  proclivi  ad  eseguire  i  suoi  ulteriori  di- 
segni ed  a  mutare  la  costituzione  della  loro  patria 
per  darla  in  assoluta  signoria  ad  uno  dei  suoi  ni- 
poti. Egli  aveva  perciò  mandato  Alessandro  dei 
Medici  in  Germania  ed  in  Fiandra  alla  corte  di 
Carlo  V,  per  sollecitare  Timperatore  a  regolare  il 
governo  di  Firenze  a  norma  delle  facoltà  conferi- 
tegli dalla  capitolazione.  Sebbene  Pimperatore  a- 
vesse  promessa  in  isposa  ad  Alessandro  una  sua 
figliuola  naturale  ,  egli  non  sodisfacea  tuttavia 
alP  impazienza  del  papa  (a4)-  Sollecitato  adun- 
que dal  pontefice  Alessandro  de"*  Medici  per  so- 
spetto d'Ippolito,  entrò  in  Toscana  e  si  ritirò  per 
tema  di  peste  nella  città  di  Prato  (a5).  Ai  3  di  lu- 
glio dell'anno  i53i  giunse  in  Firenze  il  ministro 
napoletano  Muscettola  ambasciatore  e  commis- 
sario cesareo  colla  bolla  del  decreto  imperiale 
sulla  sorte  di  Firenze,  e  subitamente  portossi  a 
Prato  in  traccia  del  nuovo  principe.  Dopo  due 
giorni  fece  magnifico  ingresso  in  Firenze  Ales- 
sandro dei  Medici  {a)  sulla  sera,  accompagnato  da 
graii  numero  di  cittadini  usciti  dalla  città  perin- 


(a)  Ved.  lav.  CXXXVI,  N.  1.  y:?i:y  %nm 


:^rt.    1531.  DElTEMPlMEDIcfelCAP.il.  53 

contrarlo,  e  recalosi  al  palazzo  de'  Medici  fu  vi- 
sitato dalle  più  distinte  persone. 

g.  2 2. La  mattina  seguente,che  fu  il  dì  ^  di  lu- 
glio delPanno  stesso,si  portò  in  formalità  al  palazzo 
del  pubblico  in  compagnia  del  commissariò  im- 
periale e  del  nunzio  apostolico,  con  gran  seguito 
di  cittadini  e  moltitudine  di  popolo  che  gridava 
palle ^  Medici^  <^Wa.  La  signorìa  che  insieme  coi 
magistrali  aspetlavalo  nella  gran  sala  che  è  detta 
dei  aoo,  andò  loro  incontro  fnioalla  scala.  Salito 
quindi  il  IVIusceltola  in  una  elevala  residenza,  do- 
ve aveva  .alla  dritta  il  duca,  alla  sinistra  il  gonfa- 
loniere ed  altri  assistenti  all'intorno,  e  colla  bolla 
imperiale  spiegata  in  mano  (2,6)  ad  alta  voce  co- 
municò alla  signorìa  ed  alla  balìa  Peditto  delTim- 
peratore  dato  in  Augusta  nelP  ottobre  del  iSSo, 
col  quale  rimetteva  i  fiorentini  nel  possedimen- 
to degli  antichi  loro  privilegi  a  patio  che  rico- 
noscessero per  capo  della  repubblica  Alessandro 
de'' Medici  coi  discendenti  maschi  primogeniti,  e 
in  mancanza  di  sua  linea  quella  di  Lorenzo  fra- 
tello di  Cosimo  I,  ch'era  il  maschio  più  prossimo 
delfagnazione  (27).  Sembrava  che  il  decreto  di 
Augusta  non  sovvertisse  intieramente  lo  stalo^ 
perciocché  apparentemente  esso  conservava  tut- 
tavia la  libertà  e  la  forma  repubblicana  dello  sia- 
lo. L''editto  imperiale  non  accordava  alla  casa  Me- 
dici altre  prerogative  che  quelle  ond'essa  godeva 
avanti  al  14^75  trasmutandole  in  diritti,  ed  assi- 
curava al  duca  Alessandro  20,000  fiorini  d'oro  ài 
provvisione,  in  vece  di  lasciare  in  di  lui  arbilria 
tutte  Tenlrale  dello  slato. 


5(J  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.153V. 

5.  a3.  Ma  Clemenle  Yll  non  si  accontentava 
di  questa  limitata  autorità,  e  non  erano  del  tut- 
to sicuri  i  ministri  del  di  lui  sdegno.   Sapevano 
costoro  d'essere  odiali  a  morte,   non  già  da  una 
fazione,  ma  da  tutti  i  loro  concittadini,  e  temeva- 
no di  esser  di  bel  nuovo  cacciati  da  Firenze  alla 
morte  del  papa,  o  quando  accadesse  la  prima  ri- 
voluzione d'Italia  (a8).  Il  Guinciardinij  interrogato 
di  ciò  da  Clemente  VII,  rispose  non  esser  possi- 
bile che  il  governo  acquistasse  mai  Taffetto  po- 
polare^ che  altro  mezzo  non  gli  rimaneva  per  mi- 
norare Todio  pubblico  che  quello  di  accrescere 
il  numero  degli  odiati,  chiamando  molta  gente  a 
parte  del   governo^  e  che  si  doveva  porre   cura 
non  tanto  ad  accattarsi  dei  partigiani  (ra  gli  uo- 
mini ricchi  e  versati  nelle  pubbliche  faccende, 
quanto  a  renderli  odiosi  a  tutto  il  popolo;  affinchè 
non  meno  che  il  governo  e  i  di  lui  primi  ministri, 
costoro  si  persuades^iero  non  esservi  per  loro  sal- 
vezza che  nel  mantenimento  della  casa  dei  Me- 
dici (29). 

g.  24*  Dopo  letta  la  dichiarazione  o  diploma  , 
ed  accettata  con  giuramento  da  lutti,  si  fecero 
snccessivamente  fuochi  ed  altri  segni  di  giubbilo 
per  rintiera  città.  Ma  perciocché,  tanto  in  esso  di- 
ploma quanto  nella  conciono  del  Muscettola  non 
s'udì  mai  il  nome  di  libertà  per  concerto  fatto  col 
papa, perciò  si  guardavano  Fun  Taltro  in  volto  i  fio- 
rentini: molti  v"'erano  ai  quali  cadeau  lacrime  di 
allegrezza  perchè  scorgeano  trovato  un  ripiego 
per  quietare  e  frenare  le  discordie  di  quel  popolo 
stato  sempre  involto  in  gare  e  sedizioni  in  addie- 


'j#/l.l531.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  55 

tro;  ma  i  più  spargeano  lacrime  di  rabbia,  al  mi- 
rare in  quel  di  spenta  l'antica  loro  libertà  (So). 

5.  25.  È  da  cercare  se  dalPenunziato  diploma 
imperiale  rilevisi  qual  forma  prendesse  allora  il 
governo  di  Firenze,  vale  a  dire  se  feudo  dell'im- 
pero lo  stalo  della  repubblica  ,  e  se  Alessandro 
vassallo  e  feudatario  ne  rimanesse,  e  con  quale 
autorità  disponesse  Carlo  dell'  una  e  dell'*  altro  . 
Dir  si  potrà  primieramente  che  al  Medici  mancan- 
do il  titolo  di  duca  di  Firenze  ,  e  soltanto  aven- 
do ottenuto  quel  di  amministratore  perpetuo  ed 
ereditario  ,  senza  partecipazione  delP  util  domi- 
nio perpetuo  ,  era  in  un  grado  più  elevato  dei 
vicari  imperiali  ordinari  e  temporaiii,  o  a  vita,. 
Pure  la  condizione  d""  Alessandro  ondeggiava  Ira 
il  principato  ed  il  semplice  vicariato ,  vale  a  dire 
era  egli  più  che  vicario  ordinario  e  cumulativo,  e 
raen  che  principe  e  duca  feudatario  (3i).  Ciò  ri- 
levasi ancora  dalPaver  pronunziato  per  decreto  il 
commissario  imperiale  Muscettola  che  la  repubbli- 
ca dovesse  accettare  per  capo  e  proposto  in  tutti 
gli  uffizi  Alessandro  de'Medici,  ed  assegnargli  per 
patto  20,000  fiorini  alPanno,  perchè  mediante  il 
di  lui  consiglio  ed  autorità  si  mantenesse  inlatta 
e  sicura  la  repubblica  ed  a  buon  fine  fosse  direU* 
la  (32.),  la  qual  sorte  di  assegnamento  o  di  salario 
fatto  ai  vicari  delPimpero  ha  molti  esempi  (3^). 

g.  26.  Nel  conferire  Carlo  V  ad  Alessandro  la 
investitura  del  primato  nella  repubblica  fiorenti- 
na, operò  da  sujieriore  in  questo  stato,  dimostran- 
dolo il  tenore  di  lutto  il  suo  decreto,come  altresì 
da  sottoposti  ad  esso  imperatore  agirono  Alessan* 


56  AVVENIMENTI  STORICI  u4n.i5ìi\ 

dro,Ia  città  ed  il  popolo  di  Firenze.  Da  varie  chia- 
rissime espressioni  risulta  infatti  essersi  offeso 
Carlo  come  imperatore  perchè  i  fiorentini  aveano 
prese  le  armi  contro  rimpero,per  cui  trattavali  co- 
me ribelli,  e  dolersi  ancora  che  essi  in  presenza  o 
vicinanza  della  sua  persona  avean  chiuse  ostilmen- 
te le  porte  della  città  alTesercìto  suo,e  loro  lo  reca 
pure  a  colpa .  In  fatti  nessuno  imperatore  avea 
mai  rinunziato  al  jus  Intradae  (3/}),  né  per  sé  in. 
Firenze  ,  né  pei  suoi  eserciti.  Né  potea  Carlo  in 
più  chiara  maniera  che  nella  seguente  manifestar- 
si persuaso  dei  suoi  diritti  sulla  città ,  dove  così 
fassi  a  dire  nel  suo  diploma.  „  Ci  fu  lecito  de  ju- 
re  per  le  cause  sopra  narrate  e  per  le  molte  altre 
legittime  ragioni  privar  la  repubblica  di  tutti  quei 
privilegi  che  già  ottennero  i  suoi  antichi  dagPim- 
peratori  romani  e  re,  e  dal  sacro  romano  impero, 
e  di  disporre  a  nostro  arbitrio  di  tutto  il  suo  do- 
minio e  slato,  come  devoluto  a  noi  ed  alP  impe- 
ro(35)„.Contenevano  lai  privilegi  alla  repubblica 
fiorentina  dal  sacro  romano  impero  concessi  le 
regalie,  le  immunità,  libertà  e  potestà  che  i  fio- 
rentini avevano  dentro  e  fuori  delle  mura  della 
città  ,  come  resulta  dalle  conferme  ratificatele 
dallo  stesso  Carlo  V,  da  Massimiliano  imperato- 
re (36),  da  Ruperlo  Paladino  e  da  altri  (37).  J^è 
Carli)  Y  poteva  dar  segno  più  manifesto  di  domi- 
ilio  sulla  città  di  Firenze,che  mediante  la  dichia- 
razione espressa  nel  suo  diploma  dopo  il  perdono 
e  dopo  la  restituzione  dei  privilegi  ove  dice:  „  ri- 
ceviamo nella  grazia  ,  difesa,  prolezione  e  salva- 
guardia nostra  e  delTimpero  romano  la  repubblica 


!<fn.i531.  DElTEMPIMEDICEICAP.il.  5y 

insieme  col  governo  che  qui  sotto  istituiremo;  „ 
ed  è  pur  noto  che  uno  dei  potissimi  efletli  del 
dominio  ,  anzi  Teffetto  della  maestà  .  sì  è  di  pro- 
teggere, difendere  e  serbar  salvi  i  sudditi. 

§.  ^7  E  notabile  che  riducendo  Carlo  V  au- 
torità e  maestrato  di  Firenze  in  uno  o  pochi, 
spogliò  è  vero  la  mollitudine  dell'autorità  del 
governo  ,  ma  non  già  della  libertà  ,  e  molto 
meno  spoglionne  la  città  (38),  talché  stringendo 
in  tal  guisa  Tamministrazione  in  uno  o  in  pochi, 
non  contraffece,  né  mancò  pienamente  alla  riser- 
va convenula  nella  capitolazione  che  s'intendesse 
sempre  salva  la  libertà  (39),  sebbene  da  vari  sto- 
rici se  gli  rechi  un  tale  addebito  (4o)  ;  e  che 
Ja  mente  di  cesare  fosse  aliena  dall'  abolire  in 
tutto  la  libertà  repubblicana  di  Firenze  ben  lo 
additano  queste  parole  del  diploma  imperiale  ; 
^  la  perpetua  libertà,  pace,  quiete  e  tranquillità 
di  essa  repubblica  „  essere  stale  le  cagioni  finali 
di  quella  riforma.  E  poco  dopo  vi  si  legge  altre- 
sì „  desiderando  noi  che  sia  ben  provveduta  la 
salute,  la  libertà  e  la  quiete  della  repubblica  de- 
cretiamo ec.  „  e  qui  nuovamente  si  ammettono 
i  privilegi,  nei  quali  la  liberta  consisteva  (4i). 
e  di  più  soggiunge  che  stimò  esser  questa  l'u- 
nica via  di  salvar  la  libertà ,  mentre  avrebl)ela 
nello  stalo  popolare  perduta,  per  l'affetto  alle  fa- 
zioni ed  alla  ribellione  „  afline  ,  son  parole  del 
diploma,  che  la  somma  delle  cose  non  torni  alla 
popolar  fazione,  e  non  possa  correre  il  rischio  di 
essere  oppressa  la  libertà  ed  il  dominio  della  re- 
pubblica (4^)  w 

Si.   Tose.   Tom.  10.  6 


58  AVVEJ^IMENTI  STORICI  u4/t.153l\ 

g.  28.  Per  questo  diploma  cesare  in  effetto  non 
donò  in  feudo  ad  Alessandro  dei  Medici  la  ciltà  e 
lo  slato  di  Firenze,  poiché  non  glie  ne  concedet- 
te punto  rutile  dominio,  né  la  giurisdizione  tota- 
le privativa  ^  ed  in  parte  lasciò  in  piedi  V  essere 
deir  aristocrazìa  e  P autorità  dei  magistrati,  dei 
quali  Alessandro  far  doveva  le  prime  parti  ed  es- 
serne il  capo.  D'altronde  la  repubblica  di  Firenz.e 
dal  giorno  che  il  diploma  già  detto  ebbe  forza  di 
legge,  si  potette  considerare  un  vicariato  dell'im- 
pero, ma  di  specie  diversa  dall'  antica  in  ciò  che 
per  lo  innanzi  non  fosse  più  in  di  lei  arbitrio  la 
elezione  del  vicario  imperiale,  come  per  l' addie- 
tro era  slato. 

g.  29.  Frattanto  il  duca  Alessandro  il  giorno 
dopo  la  pubblicazione  delTindicato  diploma  par- 
ti da  Firenze  impaziente  d''  essere  a  Roma  ,  dove 
altresì  anziosamenle  lo  attendeva  il  pontefice,  e 
vi  si  trattenne  fino  al  terminar  dell'ottobre  del 
i53i  (4*3).  In  questo  frattempo,  cioè  nell'agosto, 
s'eran  fatte  leggi  in  Firenze  sulle  monete.  IN'ello 
slesso  tempo  si  raffermò  la  medesima  balla  co!- 
rautorità  stessa  per  un  anno,  o  per  quel  tanto  più 
che  si  pensasse  a  deliberare  in  contrario,  o  a  prov- 
vedere al! rimenti.  Terminato  ch'ebbero  i  sedici 
gonfalonieri  delle  compagnie  del  popolo  i  loro 
uffizi,  lo  che  venne  a  capo  il  di  8  di  settembre  di 
queir  anno  corrente  ,  fu  decretato  che  non  sì 
facessero  mai  più,  sostituendo  loro  i  dodici  buo- 
nomini,  ed  in  certo  caso  dovesse  agire  il  magi- 
strato dei  dodici  procuratori  (44)- 

g.  3o.  IXou  eia  minore  di  quel  di  Firenze   lo 


'^n.   1531.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  11.  5^ 

scompiglio  per  dissensioni  della  repubblica  di  Sie- 
na ,  dove  gravava  Tesercitc  delf  imperatore  col 
prelesto  di  ricondurvi  1'  ordine  e  la  tranquillità 
che  molti  desideravano.  La  penuria  di  vettovaglie 
cominciava  a  rattristare  la  città,  e  nel  tempo  che 
le  rovine  ed  i  disastri  sofferti  dalle  terre  e  donn'- 
nio  di  quella  repubblica  erano  innumerabili,  ed  i 
malcontenti  esclamavano  esser  dolorosa  posizio- 
ne il  vedere  che  per  causa  di    pochi   andasse  in 
rovina  Tuniversale,  era  per  ciò  necessario  di  ve- 
nire a  concordato  con  don  Ferrante  generale  del- 
l'imperatore, e  così  dar  fine  a  tante  miserie.  Men- 
tre tali  negoziati  si  preponevano,  il  marchese  del 
Vasto,  eletto  al  comando  di  Siena  in  luogo  di  don 
Ferrante  (4^)^  appena  giunto  in  quella  città  e  ri- 
cevuti gli  ambasciatori  degli  otto  sopra  la  guerra, 
dichiarò  che   il  di  lui  arrivo  sarebbe  stato   per 
quiete  universale  della  citlà,  liberandola  inclusi-, 
ve  dai  danni  che  Tesercito  le  cagionava,  ogni  qual 
•volta  preso  avessero  una  miglior  forma  per  go- 
vernare pacificamente  la  città,  perchè  taP  era  la 
volontà  dell'imperatore,  ed  in  questo  dire  presen- 
tò le  lettere  di  sua  cesarea  Maestà.  Quindi  spe- 
dì per  tutte  le  terre  dov'erano  spagnuoli  allog- 
giali, con  ordine  rigoroso,  acciò  non  cagionassero 
danno  alcuno,  e  taluni  dei  più  insolenti  ne  fece 
punire  colla  morie.  Allora  si  tenner  di  nuovo  al- 
tri   congressi    e  conferenze  per  lo  stabilimento 
dei  noveschi,  dolenti  delle  crudelià  verso  di  loro 
praticale  ,  pregando  il  marchese  che  si  conten- 
tasse di  assicurarli  della  vita  e  della  roba,  ed  egli 
j^ivoraise  loro  di  renderli  contenti  (46). 


60  AVVENIMENTI  STORICI  j^n.i53Ì, 

g.  3 1.  Frattanto  il  marchese  del  Vasto  con- 
cinse  in  Siena  col  cardinale  Piccofomini  e  cogli 
otto  di  guerra  tutto  il  modello  del  reggimento 
governatrvo,e  riformarono  frattanto  Tarticolo  che 
destinava  don  Lopes  alla  guardia  di  Siena^  quindi 
ordinarono  che  l'uomo  deirimperatore  ed  il  go- 
vernatore delle  armi  eleggere  si  dovesse  dal  se- 
nato. A.vean  fatta  istanza  i  senesi  che  don  Lopes 
ne  fosse  rimosso  come  parziale  ai  noveschi ,  per 
eui  sarebbero  insorti  perntciosi  tumulti .  A.  taf 
domanda  cesare  cortesemente  annur,  e  promise 
che  in  suo  luogo  ne  avrebbe  mandato  un  altra 
con  5oo  soldati  per  guardia  deHa  città,  oriifnando 
che  le  genti  d'arme  allora  stabilite  in  Siena  par- 
tissero, abbandonandone  fnclusive  il  territorio  di 
dominio  senese  iv'fetto  Tesercito,  e  che  a  pubblica 
sicurezza  il  consiglio  eleggesse  sessanta  cttladim 
alla  ragione  di  quindici  per  monte:  d''allora  in  poi 
stabilita  la  guardia  pel  cardinale  e  per  Tamba-- 
sciatore  imperiale  cessata  fosse  V  autorità  degli 
otto  della  balìa  cb^  era  allora  in  attività  .  Di  più 
decretavasi  che  ogni  fuoruscito  cessando  d''esser 
considerato  come  tale,  potesse  liberanvenle  dimo- 
rai'e  in  patria  o  dove  più  gli  piacesse. 

g.  3a.  Rimasero  dal  general  consiglio  i  soprad- 
detti con allrt  capitoli  approvati^ma  con  limitazione 
che  a  quel  magistrato  s^aspettasse  reiezione  della 
balìa,  e  che  in  luogo  dì  don  Lopes  venisse  chiun- 
que ad  eccezione  di  don  Luigi  Gonzaga,  e  che 
scrivesser  lettere  a  nome  del  senato  per  l'accetta- 
zione dei  capitoli,  colla  limitazione  che  sopra  e 
non  altrimenti,  né  in  altro   modo  airoralore  ce-^ 


^/1.1531.  DEITEMPIMEDlCElCAP.il.  Ql 

sareo,  al  cardinale  d'Osimo  e  a  don  Pietro  della 
Queva,  ed  al  ÌVJuscettola.  Venne  infatti  approvato 
che  in  Siena  dimorar  dovesse  don  Pietro  della 
Queva,  e  fu  scelto  a  comandar  la  guardia  della  cit- 
tà il  duca  don  Alfonso  Piccolomini  d'Amalfi  ben 
accetto  altre  volte  ancora.  Approvò  il  marchese 
del  Vasto  una  simile  scella,  e  promise  ai  noveschi 
Tinipegno  del  duca  a  mantenerla  ciità  in  quiete  e 
la  lor  sicurezza,  ed  allora  fu  che  don  Lopes  passò 
a  Roma. 

§.  33.  I  noveschi  simularono  sodisfazione,  ma 
si  partirono  molti  dalla  citta,  men  che  quelli  i 
quali  ambivano  di  oliare  alle  magistrature.  Quie- 
tato il  tutto  Tautorità  degli  otto  spirò  e  ritornò  in 
piedi  il  magistrato  di  balìa  già  eletto  nel  gennaio 
dell'anno  antecedente.Fu  pertanto  imputata  la  de- 
putazione degli  otto  d'aver  venduto  a  vii  prezzo  i 
possessi  della  repubblica  per  supplire  alle  spese, 
oltre  ai  gravami  che  s'imponevano.  Vero  è  che  la 
rovina  e  disastri  cagionati  dalPesercito  imperinle 
allo  stato  per  la  lunga  dimora  tutto  veniva  agli 
otto  attribuito,  e  mollo  più  sì  accresceva  Todio 
contro  di  essi  per  le  potesterie.roccbe,  castellanìe, 
e  vicariati,  di  che  s'aerano  loro  stessi  impadroniti. 
Finalmente  dopo  d'avere  il  marchese  del  Vasto 
accomodate  come  potette  le  cose  del  governo  di 
Siena,  evacuarono  compiutamente  le  truppe  im- 
periali, avviatesi  alla  volta  di  Lombardia  tino  dal 
di  10  aprile,  e  pochi  giorni  dopo  giunse  in  Siena 
don  Pietro  di  Queva  oratore  cesareo,  e  in  primo 
luogo  die  bando  ai  forestieri  che  Irovavansi  per  la 
ciltó^  quindi  ai  cittadini   tulli,  ancorché  privile-' 

6* 


6a  AVVENIMENTI  STORICI  '^/i.15JÌr 

giati,  proibì  !*uso  delle  armi.  Gli  ufficiali  di  balìa 
resero  grazie  a  cesare  delia  recuperata  unione 
per  di  lui  mezzo,  e  ne  scrissero  al  duca  AJessa»- 
dro  ÌD  Firenze  e  ad  altri  loro  vicini. 

g.  34.  Entrò  in  Siena  A.lfonso  Piccolomiiii  du- 
ca di  Amalfi  nel  mese  di  giugno  (47)  con  incon- 
tro universale  della  plebe  e  con  pubblica  appro- 
vazione, ma  egli  non  ne  abusò  che  ben  potea 
farlo  con  agio  come  principe  della  città,  uè  i  no- 
veschi  medesimi,  né  i  gentiluomini  avrebbero  in 
ciò  discordalo,  per  ottenere  una  volta  la  quiete 
della  città  (48).  Le  deliberazioni  del  i53i  (49)  sta- 
bilirono cbe  alla  terra  di  Saturnia  e  suoi  abitanti 
si  concedessero  nuovi  privilegi  ed  esenzioni^ che 
al  Sasso  impor  si  dovesse  con  moderazione  (5o)^ 
che  al  Piccolomini  duca  d'Amalfi  ed  alla  sua  fa- 
miglia e  discendenza  si  accordassero  onori, privi- 
legi, ed  esenzioni-,  cbe  air  imperatore  s** inviasse- 
ro lettere  significandogli  una  pronta  obbedienza 
della  città,  e  partecipandogli  la  quiete  e  la  pace 
che  allora  godeva  (5i). 

g,  35.  Dopo  che  l'imperatore  ebbe  stabilito  A.- 
iessandro  al  governo  di  Firenze,con  esfremo  con- 
tento di  papa  Clemente  VII,i  pistoiesi  per  applau- 
dire alla  consolazione  di  quel  pontefice  si  ralle- 
grarono seco  lui  per  mezzo  d''ambascialori  del  van- 
taggio ricevuto  dalla  sua  famiglia^  lo  che  fu  tanto 
grato  alla  Santità  sua  che  nel  breve  responsivo 
prega  l'Altissimo  di  concedergli  occasione  di  poter 
loro  dimostrare  cogli  effetti  la  sua  paterna  bene- 
volenza a  Pistoia^  la  quale  dice  aver  sempre  ama- 
to grandemente,  e  perciò  molto  più  amarla  nel- 


1^/1.1531.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  6^ 

Pavvenire  (Sa).  Volterra  pure  deliberò  di  manda- 
re due  ambasciatori  al  papa,  e  questi  furono  Ago- 
stino di  Persio  Falconcini,  e  Giovanni  Marchi 
ambedue  yoUenani,  i  quali  esponessero  a  sua  San- 
tità che  il  popolo  volterrano  sarebbe  suddito  della 
famiglia  medicea  e  di  Alessandro  suo  nipote.  Il 
pontefice  fece  loro  un  breve  il  quale  passò  alla 
comunità  di  Yollerra,  e  così  quella  città  come  X- 
rezzo  e  Cortona  sì  posero  sotto  il  governo  del 
duca  Alessandro  (53).  I  montepulcianesi  sempre 
attaccati  alla  medicea  famiglia  di  buon  animo  ob- 
bedirono al  loro  duca  (54).  I  poggibonsesi  ancora 
fui'on  de''primi  a  prestare  obbedienza  e  sommis- 
sione al  duca  Alessandro,  con  dimoslrozioni  non 
equivoche  di  giubbilo  e  di  contentezza  (55).  Gli 
uomini  di  Massa  dettero  anch''essi  tutte  le  dimo- 
strazioni di  sudditanza  e  di  sincero  rispetto  e  at- 
taccamento al  duca  prelodato  (5o). 

g.  36.  Prima  che  Pistoia  si  assoggettasse  al 
duca  Alessandro,  principiarono  a  ri[)ullulare  i  so- 
liti dissapori  tra  le  fazioni  panciatica  e  cancelliera, 
poiché  la  prima  col  caldo  di  casa  Medici  si  era 
messa  in  capo  non  solo  di  tener  fuori  di  città  la 
parte  cancelliera,  ma  di  vederla  anche  tutta  di- 
strutta. Fra  tanti  casi  occorsi  successe  che  certi 
soldati  di  Alessandro  Vitelli  avendo  tollo  de''bac- 
celli  ad  un  servitore  del  capitano  Soarfantoni, 
col  quale  erano  a  pranzo  due  giovani  della  fami- 
glia Brunozzi,  furono  detti  soldati  da  questi  ulti- 
timi  assai  maltrattati  di  parole  e  fieramente  per- 
cossi. Questo  successo  fece  infuriare  talmente  il 
-"Vitelli ,  che  subilo  radunala  la  sua  gente  si  pose 


g^  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.153l. 

in  cerca  dei  deliquenli,  e  trovato  a  casoAnsideo 
Brunozzi  di  parie  panciatica,  si  dolse  fortemente 
seco  deiraffronto  ricevuto  da^suoi  Brunozzi,  e  ri- 
chiedendolo di  far  sì  che  gli  fossero  consegnati  i 
delinquenli,si  adirò  talmente  Ànzideo  che  messe 
mano  alla  spada,  e  se  a  caso  non  giungeva  Atto 
Bracciolini,  restava  forse  morto  il  Vitelli,  quando 
dal  Bracciolini  fu  ucciso  Ausideo.  Allora  si  solle- 
vò tutta  la  parte  panciatica,  e  presa  la  difesa  del 
Vitelli,  il  quale  dubitando  di  maggiore  scompigliò, 
pose  sotto  al  palazzo  de""  priori  aoo  soldati  bene 
armati,  per  servirsi  delPopera  loro  in  ogni  caso 
di  novità,  e  così  tenendo  lutto  in  timore  venne 
ad  impedire  Tesecuzione  d'ogni  malanno  (57). 

g.  37.  Il  papa,  benché  disponesse  ed  ordinasse 
egli  medesimo  ogni  cosa,  volle  ancoia  che  i  cit- 
tadini fiorentini  che  allora  governavano,  si  addos- 
sassero soli  P  incarico  del  nuovo  cambiamento. 
Mandò  il  suo  divisamento  già  fatto  da  Roma , 
ma  ne  commise  Tesecuzione  a  Bartolommeo  Va- 
lori, al  Guicciardini ,  a  Francesco  Vettori,  a  Fi- 
lippo de'^Nerli  ed  a  Filippo  Strozzi.  Sapendo  lo 
Strozzi  d''essere  in  sospetto  e  segretamente  odiato 
da  Clemente  VII  voleva  rimettersi  in  grazia  , 
eseguendo  i  di  lui  cenni  con  maggiore  zelo  che 
tutti  gli  altri  (58).  Questi  fidali  ministri  del  pa- 
pa co.^trinseio  in  certo  qual  modo  la  balìa  a  crea- 
re il  4  d'aprile  iSSa  una  consulta  di  12.  cittadini 
incaricati  della  riformagione  del  governo  dello 
stato  e  della  città  di  Firenze,-  dello  stato  e  della 
città  dissero,  conciossiachè  d'allora  in  poi  si  ces- 
sò di  pronunziare  il  nome  di  repubblica.  Fu  pre- 


jén.1ù3i.         DEI  tEMPI  MEDICEI  GAP.  U.  G5 

fisso  alla  consulla  il  lerniine  di  un  mese  per  com- 
pire il  lavoro  ;  ma  perchè  tutto  era  stato  pre- 
parato dal  papa,  il  lavoro  fu  pubblicato  ancora 
più  presto.  La  nuova  costituzione  venne  promul- 
gata il  27  d'aprile  del  i532.  La  riforraagione  abo- 
liva Tuffizio  del  gonfaloniere  di  giustizia  e  il  col- 
legio della  signorìa,  e  vietava  per  sempre  il  ri- 
stabilimento di  tal  magistrato  cb'erasi  con  tanta 
gloria  mantenuto  per  aSo  anni  circa.  Dichiarava 
Alessandro  de'Medici  capo  e  principe  dello  stato, 
col  titolo  di  doge  o  sia  duca  della  repubblica  fio- 
rentina, trasmissibile  in  perpetuo  ai  di  lui  discen- 
denti per  ordine  di  primogenitura.  Creava  due 
consigli  composti  di  consiglieri,  eletti  a  vita  per 
dividere  col  duca  le  cure  del  governo.  Uno  di 
questi  consigli,  chiamato  dei  200,  comprendeva 
tutti  i  cittadini  della  grande  balìa,  e  quasi  un  cen- 
tinaio d'altre  persone, delle  quali  al  novello  duca 
riservala  era  la  nomina;  l'altro,  detto  fi  senato^ 
doveva  esser  composto  di  48  membri,  eletti  fra  i 
lioo  delTalIro  consiglio,  che  avessero  passati  i  36 
anni.  Quattro  consiglieri  eletti  ogni  tre  mesi  ogni 
volta  da  un  quarto  «lei  senato  dovean  tener  luo- 
go della  signorìa  nelle  onorifiche  funzioni;  Puffi- 
zio  del  gonfaloniere  o  per  meglio  dire  tutta  la 
maestà  della  repubblica  era  nel  doge  o  nel  luogo- 
tenente do  lui  riposta.  Il  doge  solo  o  il  di  lui  luo- 
gotenente potevano  far  proposte  ai  consigli  ,  e 
ninna  provvidenza  di  questi  poteva  aver  forza  di 
legge  senza  il  formale  assentimento  di  quelli  I 
OIRiovi  consigli  non  dettero  un  solo  esempio  di  H-* 
bero  eCi  indipendente  animo,  percigccliè  nou  fuf* 


^f  AVVEMMEINTI  STORICI  ^/2.153i\ 

vi  una  sola  proposta  del  principe  che  non  foss»? 
con  servile  sollecitudine  assentitii  (59).  Dietro  la 
promulgazione  di  questa  nuova  costituzione  fu 
dato  ad  Alessandro  il  grado  di  signore,  di  duca  e 
di  assoluto  principe,  con  pubblica  solennità,  fra 
gli  e^^Wfit  del  popolo  e  col  rimbombo  delle  arliglie- 
rie,le  quali  senza  palle  ferivano  il  cuore  di  chiun- 
que deplorava  la  perdita  dell'antica  libertà.  Così 
fecero  gli  antichi  romani,  allorché  la  loro  signo- 
ria passò  in  mano  di  Cesare  e  di  Augusto*,  e  ad 
imitazione  di  questi  anche  i  tìorentini  si  andaro- 
no accomodando  al  giogo  imposto  ad  essi  dalPal- 
trui  violenza  (60). 

g.  38.  Propostasi  da  cesare  una  lega  difensiva 
delle  potenze  d'Italia,  fu  stipulala  il  di  -i^  febbraio 
del  i53a,  e  principalmente  contro  le  sinistre  in- 
tenzioni della  Francia.  IMa  in  essa  lega  non  furo- 
no apertamente  nominati  i  fiorentini  per  rispetto 
di  non  turbare  il  commercio  loro  nel  reame  di 
Fì'ancia,  se  non  nel  modo  cliVrano  stati  nominati 
nella  lega  di  Cugnac.  Fu  esjyresso  il  numero  della 
gente  che  dovesse  ognun  di  loro  contribuire  e 
con  che  quantità  dì  denaro  ciascun  mese^  e  tra 
gli  altri  il  pontefice  si  designava  che  pagasse  per 
sé  e  per  i  fiorentini  per  20000^  i  senesi  per  aooo, 
ed  i  lucchesi  per  1000(61). 

g.  09.  L'ingrandimento  procurato  dal  papa  ad 
Alessandro  suo  nipote  colla  depressione  della  re- 
pubblica fiorentina  non  pareva  a  lui  durevole.  Per 
bene  assicurarla  avea  ben  già  ricavata  parola  da 
cesare  che  sarebbe  data  in  moglie  ad  Alessandro 
Margherita  figlia  naturale  di  esso  augustOjla  quale 


jinASÒ^.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  II.  67  ' 

appunto  in  quest'anno  essendo  in  età  di  anni  do- 
dici fu  mandata  da  Carlo  suo  padre  a  Napoli  per 
essere  educata  dalla  moglie  di  don  Francesco  di 
Toledo  viceré,  e  passando  per  Firenze  vi  si  fermò 
per  otto  giorni  onorata  con  assai  feste  e  tripudii. 
Glorioso  era  per  la  casa  de'Medici  questo  paren- 
tado; ma  uno  più  cospicuo  ne  maneggiava  infanto 
Tindefesso  pontefice  con  istudiarsidi  dare  in  mo- 
glie ad  àrrico  secondo  genito  del  re  Francesco  I, 
e  duca  d'Orleans  Caterina  figlia  di  Lorenzo  de'Me- 
dici già  duca  d'Urbino.  Oltre  al  grande  onore  che 
si  accresceva  con  questi  due  sì  ragguardevoli  ma- 
trimoni alla  famiglia  sua,  considerava  il  papa  di 
fortificare  talmente  coir  appoggio  di  si  possenti 
monarchi  lo  slato  del  duca  Alessandro  che  non 
potesse  mai  pericolare.  Affine  dunque  d'effettuar 
quest'insigne  negoziato,  determinò  di  passare  fino 
a  ^Mzza,  e  secondo  il  concerto  fatto  di  abboccarsi 
ivi  col  re  cristianissimo,  palliando  tal  viaggio  con 
dire  di  voler  trattare  del  bene  della  cristianità,  e 
di  i)orre  in  buona  via  il  re  d'Inghilterra.  Mandata 
pertanto  innanzi  la  nipote  Caterina  a  T^izza  si  mos- 
se da  Roma  nel  dì  9  settembre,  e  andò  ad  imbar- 
carsi a  porto  pisano  sulle  galee  di  Francia  e  di 
Andrea  Doria,  e  di  là  porlossi  [ler  vedute  poli- 
tiche non  altrimenti  a  Nizza,  ma  sibbene  a  IVIarsi- 
lia,  dove  nel  ly  ottobre  del  i533  si  celebrarono 
con  somma  pompa  le  nozzedi  Caterina  de'i>Iedit;i, 
per  la  di  cui  dote  si  obbligò  il  i)ontelicedi  pagaie 
centomila  scudi  d'oro  in  contanti,  oltre  alla  ces- 
sione degli  siali  posseduti  in  Francia  dalla  madie 


^8  AVVENIMENTI    STORICI  ^/l.1535. 

di  Galerina,  i  quali  rendeano  circa  diecimila  du- 
cali d'oro  Tanno  (62). 

g.  40.  Alessandro  de'Medicifu  tale  quaTesser 
doveva  un  prìncipe  posto  sul  trono  da  straniere 
soldatesche  contro  il  volere  di  tutti  i  suoi  con- 
cittadini, dopo  una  guerra  che  avea  mandata  ia 
assoluta  rovina  ed  umiliala  la  sua  patria.  Sospet- 
tando di  tutti,e  sforzandosi  di  ottenere  col  terro- 
re ciò  che  sperare  non  poteva  dairamore,  si  cinse 
di  stranieri  soldati  (63),  capitano  de' quali  creò 
Alessandro  Vitelli  di  Città  di  Castello,  perchè  sa- 
peva che  il  Vitelli  odiava]  fiorentini  e  lo  stato  po- 
polare a  cagione  del  supplizio  di  Paolo  Vitelli  suo 
padre.  Afforzò  in  riva  d'Arno  un  bastione  che  po- 
teva servirgli  di  rifugio  in  caso  di  sollevazione  del 
popolo^  ma  non  credendosi  con  ciò  abbastanza  si- 
curo, il  primo  giugno  del  i534  fece  porre  i  fon- 
damenti di  una  fortezza  nel  luogo  incui  trovavasi 
la  porta  di  Faenza,  e  vi  si  adoprò  con  tanta  pre- 
mura che  prima  del  finire  deiraono  fu  messa  in 
istato  di  dil'esa.  Alessandro  assecondò  con  aceihi 
rigori  la  provvisione  dei  commissari  per  disarma- 
re i  cittadini,  condannando  a  morte  e  alla  confi- 
sca dei  beni  coloro  nelle  di  cui  case  si  trova- 
vano ai  mi-,  e  nello  stesso  tempo  arruolò  un*  or- 
dinanza o  milizia  di  sudditi  della  repubblica,  ar- 
mandola ed  accordandole  privilegi  onde  tenere  a 
freno  gli  antichi  sovrani  col  timore  dei  loro  an- 
tichi vassalli  (64). 

g.  ^i.  jNulla  era  salvo  dalla  libiJineed  avidità 
delle  soldatesche  d"  Alessandro^  e  non  eravi  oi- 


-^rt.1534.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  II.  69 

traggio,pel  quale  i  citladini  chiedessero  giustizia, 
che  venisse  mai  punito  in  verun  soKlato  o  in  ve- 
runo officiale  o  gregario  valletto  della  casa  del 
duca:  parea  ch'egh*  si  proponesse  d''umiliare  sem- 
pre i  suoi  compalriolti.  Quasi  tutti  coloro  che  gli 
si  erano  mostrati  più  affezionati  furono  Tun  do- 
po r  altro  da  lui  offesi:  i  capi  di  quelle  illustri 
famiglie  che  avevano  capitanata  la  fazione  de'Me- 
dici,  e  che  in  tempo  dell'assedio  avean  portate  le 
armi  contro  la  loro  patria,di  bel  nuovo  abbando- 
nala aveano  quella  patria  in  cui  più  non  potevaii 
vivere  sotto  il  giogo  del  tiranno  da  loro  mede- 
simi esaltato.  Francesco  Guicciardini  mandato  da 
Clemente  VII  governatore  a  Bologna  non  prova- 
va ancora  il  dolore  di  obbedire  là  dove  aveva  co- 
mandalo: ma  Bartolorameo  Valori,  sebbene  fosse 
governatore  della  Romagna  in  nome  del  papa, non 
si  poteva  dar  pace  della  parte  avuta  nella  rivolu- 
zione, e  della  schiavitù  in  cui  egli  medesimo  erasi 
ridotto.  Filippo  Strozzi  malgrado  tutti  i  suoi  sfor- 
zi per  accattarsi  la  benevolenza  del  duca,  sapeva 
che  Alessandro  era  geloso  delle  smodate  sue  ric- 
chezze e  sempre  desideroso  di  offenderlo^  [)erciò 
in  occasione  del  matrimonio  di  Caterina  de'Me- 
dici  col  duca  d'Orleans,  celebratosi  nel  i533,  re- 
cossi alla  corte  di  Francia,  e  nei  susseguente  an- 
no vi  chiamò  pure  la  sua  famiglia.  Tutti  i  cardi- 
nali fiorentini  che  in  allora  eran  quattro,  si  era-^ 
no  uniti  ai  nemici  di  Alessandro^  ma  di  lutti  il 
più  caldo  era  Ippolito  de*Medi(  i,  di  lui  cugino,  il 
qual«  riguardandosi  come  più  onoratamente  nato 
di  Alessandro  e  di  età  maggiore  non  sapeva  darsi 
Si.   Tose.  Tom,  10.  / 


^O  AVVEMMENTI  STORICI  Ail,   1534. 

pace  che  si  fossero  concedute  ad  un  illegittimo 
giovine  quelle  pierogative,di  cui  avea  egli  stesso 
goduto  alcun  tempo,  ed  alle  quali  credeva  di  aver 
maggior  diritto,  essendo  amato  da^suoi  concitta- 
dini (65). 

g.  4a.  La  pace  durava  tuttavìa  tra  Francesco  I 
e  Carlo  V.e  Clemente  Vii  alleandosi  colla  Francia 
non  si  era  perciò  dichiarato  contro  Timperatore, 
dal  quale  conoscevasi  dipendente:  il  matrimonio 
del  suo  prediletto  Alessandro  colla  figlia  naturai^ 
di  Carlo  V,  sebhene  pattuito  da  gran  tempo,  non 
sì  eseguiva  a  motivo  della  tenera  età  dì  Marghe- 
rita d*  A.ustria,  ed  il  papa  non  voleva  esporsi  a 
fnrlo  rompere,  sapendo  che  Alessandro  non  sa- 
rebbe spalleggiato  per  nulla  da  Caterina  che  l'o- 
diava come  r  odiavano  tutti  i  di  lui  congiunti. 
Ma  più  Alessandro  aveva  nemici  e  più  Clemente 
gli  si  affezionava^  rallegravasi  vedendo  per  mezzo 
di  questo  giovane  compiuti  i  propri  desiderii,  lo 
ammaestrava,  approvava  lutti  gli  atti  del  governo 
di  lui,e  lo  copriva  col  manto  della  sua  protezione, 
la  qual  si  vedeva  dovergli  in  breve  mancare,  per- 
ciocché nel  giugno  del  i534  Clemente  VII  era 
stato  collo  da  lenta  febbre,  della  quale  morì  il 
a5  dì  settembre  dello  stess'anno,  lasciando  il  suo 
prediletto  senza  sostegno  fra  i  tanti  nemici  da  lui 
procacciatisi  (66).  Immenso  era  il  numero  degli 
sbanditi  ed  esuli  liorenlìni^  e  quando  Clemente 
intimò  al  duca  di  Ferrara  di  cacciarli  dagli  stati 
estensi,  eransene  trovati  in  quella  sola  provincia 
più  di  3oo  (67).  Il  partilo  loro  si  rese  ancora  più 
formidabile  dopo  la  morte  del  papa.  Paolo  III  far- 


C^n.1534.       deitempimediceicap.it.  yi 

nese  che  gli  succedette,  prese  a  favoreggiare  tatti 
ì  nemici  di  Clemente  e  della  memoria  di  lui,  e 
con  ciò  inanimò  i  cardinali  fiorentini  a  dichia- 
rarsi più  apertamente. 

§.  43.  Il  cardinale  Ippolito  de''lVIedici  aspirava 
alla  gloria  di  restituirti  la  libertà  alla  sua  patria. 
Gli  Strozzi  ch'aerano  i  più  ricchi  privali  d''Europa, 
i  Valori,  i  Ridolfi,  iSalviati  che  nel]''ulfima  guer- 
ra s''era  no  dichiarati  tutti  per  la  fazione  dei  Me- 
dici eransi  adunali  in  Roma  per  balzare  dal  tro- 
no il  tiranno.  Tutti  gli  altri  fuorusciti  avendoli 
raggiunti,  vennero  formando  Ira  loro  una  specie 
di  governo,e  spedirono  in  Ispagna  alPimperatoi^ 
tre  de'principali  cittadini  di  Firenze,  per  impetra- 
re ch*ei  cessasse  di  proteggere  un  principe,  le  di 
cui  crudeltà,  dissolutezze  e  perfidia  non  potevano 
paragonarsi  che  a  quelle  di  un  Falaride  o  di  quei 
pochi  altri  famosi  mostri  deirantichità,  e  per  in- 
vocare l'osservanza  della  capitolazione  di  Firen- 
ze (68).  Carlo  V  maravigliato  delle  orribili  ingiu- 
stizie, delle  atroci  crudeltà,  degli  assassinii,  degli 
imprigionamenti  che  udiva  imputarsi  ad  Alessan- 
dro, promise  di  esaminare  i  di  lui  portamenti  do- 
po il  ritorno  dalla  sua  intrapresa  di  Tunisi.  In- 
fatti ritornato  Carlo  da  quella  impresa  e  riposan- 
dosi in  Napoli  dalle  fatiche  sostenute,  i  fuoruscili 
fiorentini  niandarongli  il  cardinale  Ippolito  dei 
Medici  per  persuaderlo;  ma  Alessandro  avea  di 
già  provveduto  a  sbrigarsi  del  suo  rivale.  Il  car- 
dinale giunto  ad  Itri,  in  sulla  strada  da  Roma  a 
Tfapoli,  fu  avvelenato  il  giorno  io  agosto  dal  suo 
coppiere,  e  mori  dopo  tredici  ore  di  atroci  lor- 


^a  AVVENIMENTI  STORICI  ^rt.153S. 

menti,  e  morirono  all'indomani  vitlime  dello 
stesso  veleno  Dante  da  Castiglione  e  Berlinghiero 
Berlinghieri  rhe  Io  accompagnavano:  ma  i  tenta- 
tivi fatti  dal  duca  più  volte  per  assassinare  Filip- 
po Strozzi  tornarono  a  vuoto,  e  furono  egual- 
mente scoperte  le  insidie  che  Alessandro  tendeva 
agli  altri  suoi  nemici  (69).  La  morte  d'Ippolito  li- 
berando Alessandro  dal  suo  più  temuto  nemico 
aggiugneva  non  pertanto  una  nuova  macchia  alla 
di  lui  riputazione:  infami  erano  i  di  lui  costumi, 
turpi  tutte  le  abitudini,  e  perchè  ogni  parte  d'Eu- 
ropa era  piena  per  di  lui  colpa  di  gente  ad  esso 
nemica,  questi  delitti  venivano  dovunque  predi- 
cati'(70). 

g,  44-  Era  stata  promessa  at  duca  la  figlia  del- 
l'imperatore; ma  essa  non  gli  era  per  anco  stata 
data,  e  dacché  questo  parentado  non  era  più  il  pe- 
fjno  deir  alleanza  della  chiesa,  si  poteva  temere 
che  Giìrio  V  non  coglie.«»se  di  buon  grado  un  plau- 
sibile prelesto  di  rompere  la  fidanza,  e  di  dare  lo 
stato  ad  un  altro»  Ma  Carlo  nutriva  un  inveterato 
odio  contro  le  repubbliche  ,  e  contro  le  pretese 
de''popoli  alla  libertà;  diffidava  principalmente  dei 
fiorentini^  che  sapeva  da  tanto  tempo  addetti  alla 
Francia  ,  colla  quale  stava  per  ricominciare  la 
guerra;  ed  Alessandro  affidato  a  questa  parzialità 
recossi  a  Napoli,  onde  perorare  in  persona  la  pro- 
pria causa  alla  corte  dell'imperatore  (71).  Il  duca 
avea  sapulo  trarre  di  nuovo  al  suo  partito  Barto- 
lomnieo  Valori  e  lo  condusse  con  se  a  Napoli^ 
unitamente  con  Francesco  Guicciardini,  Roberlo 
Acciaiuoli  e  Matteo  Strozzi.  Anche  i  caporali  degli 


:///l.1535.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  II.  7^ 

esiliati  si  erano  in  quel  tempo  recati  a  !!^apoli,  e 
tra  gli  altri  yi  si  trovavano  Filippo  Strozzi  co'suoi 
figliuoli ,  i  cardin,Tli  Salviafi  e  Ridolfi  ed  i  loro 
fratelli  lutti  prossimi  parenti  di  coloro  che  tene- 
vano le  parli  del  duca.  La  città  e  la  corte  erano 
piene  di  fiorentini  dei  due  partiti,  e  quel  che  sta- 
vano per  la  libertà  della  lor  patria  sembravano 
favorevolmente  accolli  dai  ministri  delP  impera- 
tore. I  capi  degl'esiliati  furono  invitati  a  proporre 
in  iscritto  le  loro  accuse,  e  Filippo  Parenti  e  do- 
po di  lui  lo  storico  Nardi  lo  fecero  con  molta  for- 
za, dando  circostanziate  prove  dei  tanti  delitti  di 
A^lessandro,  e  delle  spaventose  estorsioni  colle 
quali  riduceva  la  Toscana  agli  estremi  .  France- 
sco Guicciardini  prese  a  confutare  queste  scrit- 
ture articolo  per  articolo,  ed  accrebbe  in  tal  guisa 
verso  di  sé  Podio  popolare,  del  quale  già  si  lagna- 
va :  finalmente  Pimperatore  pronunziò  in  febbraio 
dei  i536  la  invocala  sentenza.  Tutti  gli  esiliati 
e  fuorusciti  fiorentini  dovevancr ,  secondo  il  re- 
scritto imperiale,  esser  richiamati  in  patria,  rimes- 
si nel  possedimento  dei  loro  beni  e  guarentiti 
nelle  persone;  ma  non  era  cangiala  in  alcun  pun- 
to la  costituzione  dello  stato,  né  si  accordava  al 
popolo  per  la   propria  guarenzia  verun  privilcf 

gl0(72).  ^^ 

?.  $5.  In  alTora  lutti  i  fuoruscili  fiorentini  ^ 
sebben  molti  fossero  già  aggravati  dalla  miseria'^ 
si  riunirono  per  rigettare  un  lodo  che  tende- 
va soltanto  a  salvare  le  persone  ,  e  sacrificava 
la  patria.  La  loro  risposta  cominciava  con  que- 
ste parole:  „non  siamo  qui  venuti  per  chiedere 

T 


y.^  AVVENIMENTI  STORICI  'Ari,    1535. 

alla  imperiale  vostra  Maestà  soMo  quali  condizioni 
dobbiamo  servire  il  duca  Alessandro^  né  per  otte- 
nere i!  di  lui  perdono,  dopo  avere  volontariamen- 
te con  giustizia  e  secondo  il  dover  nostro  adope- 
rato per  mantenere  o  ricuperare  la  libertà  della 
nostra  patria ,  Non  Pabbiamo  invocata  per  ritor- 
nare schiavi  in  una  città  dalla  quale  siamo  usciti 
poc'anzi  liberi ,  né  per  riavere  i  nostri  beni;  ma 
jsiamo  ricorsi  alPimperiale  vostra  Maestà,  affidati 
alla  di  lei  bontà  e  giustizia,  affinchè  si  degnasse  di 
restituirci  quelPintiera  e  verace  libertà,  che  i  suoi 
ministri  si  obbligarono  in  di  lei  nome  a  conser- 
varci col  trattato  del  i53o. .»  Altra  cosa  non  sap- 
j)iamo  dunque  rispondere  al  decreto  che  ci  fu  ri- 
messo per  parte  di  vostra  Maestà  ,  se  non  che 
siamotulti  determinati  di  vivere  e  di  morire  liberi 
quali  siamo  nati,  e  che  nuovamente  supplichiamo 
Tostra  Maestà  di  sottrarre  questa  nostra  sventu- 
rata città  al  giogo  crudele  che  Topprime...  (73)». 
Questa  richiesta  offese  di  modo  cesare  che  stanco 
dalle  udienze.^  e  mal  soddisfatto  delTodio  dei  fio- 
rentini contro  il  ducaj  confermò  la  data  sentenza 
di  pace  e  di  dominio  nella  casa  dei  Medici^  ed 
una  mattina  venendo  nella  pubblica  sala  ov''  era 
grandissima  corte,  avendo  al  fianco  Alessandro, 
disse  eon  voce  che  da  tutti  poteva  essere  intesa  ,^ 
andate  duca  a  vedere  la  vostra  moglie  Margheri- 
ta d^Austria  ^  I  fuorusciti  avendo  udita  la  risolu- 
zione dell'imperatore,e  vedutolo  ormai  del  partito 
d''Alessandro,  confusi  e  sbigottiti  il  più  presto  che 
poterono  partirono  e  se  ne  andarono  verso  Roma, 
volendo  piuttosto  ostinatamente  vivere  misera- 


^/t.    1535.         IiElTEMPIMEDICElCAP.il.  ^5 

bili  nell'esilio,  che  in  pace  sotto  il  governo  della 
casa  Medici  (74). 

?.  4^.  Cessate  per  sìmil  maniera  le  contese, 
e  riuscito  il  tutto  ad  onore  di  Alessandro,  si  peno- 
so ad  effettuare  il  già  contralto  sposalizio.  La 
sera  dunque  del  29  febbraio  i536  dette  il  duca 
l''aneIIo  a  Margherita  d**  Austria  figlia  naturale  di 
cesare;  e  fu  nella  medesima  sera  fatto  uno  splen- 
didissimo convito, al  quale  si  trovarono  gli  sposi, 
riraperatore  e  tutti  i  primari  della  corte:  ne'giorni 
susseguenti  fu  fatta  una  giostra,  nella  quale  Carlo 
V  corse  pure  armato  alla  moresca  ,  e  dipoi  ma- 
scheratosi danzò  ad  un  brillante  festino  con  nobi- 
lissime donne,  dimettendo  in  simili  feste  alquanto 
della  imperiale  gravità.  Dopo  alcuni  giorni  sapu- 
tosi dal  duca  che  cesare  partiva  prestamente  da 
Napoli,e  che  sarebbe  passato  per  Firenze,  chiesta 
licenza  prevenne  di  alcuni  giorni  la  partenza  di 
Carlo  V.  Tornato  che  fu  il  duca  a  Firenze,  la  pri- 
ma cosa  che  ordinò  fu  di  lavorare  gagliardamente 
alPedificazione  drlla  fortezza.  Siccome  poi  i  suoi 
nemici  avean  detto  ch''egli  non  voleva  alcun  gen- 
tiluomo presso  di  sé,  per  dimostrare  che  ciò  era 
stata  una  calunnia,  creò  suol  gentiluomini  cinque 
giovani  fiorentini,  e  fece  loro  lasciar  Tabito  civile 
e  mettersi  la  cappa  e  la  spada  (75). 

§.  47-  Cesare  a  dì  5  d''aprile  dello  stesso  anno 
partì  da  Napoli  con  6000  spagnuoli  e  looo  caval- 
line giunto  a  Roma  Irattennesi  ivi  alquanti  giorni. 
I  senesi  che  volevano  mantener  pace  ed  unione 
con  Alessandro  dei  Medici ,  per  essere  a  Siena 
molto  vicino,  e  perchè  tanto  esso  quanto  loro  me- 


5^0  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.   \  535/ 

desimi  erano  aderenti  alla  fazione  imperiale,  per 
confermarsi  maggiormente  della  di  lui  volontà  gM 
spedirono  a  Roma  ambasciatori.  Capitoli  di  più 
stretta  amicizia  stipularonsi  tra  essi  senesi  ed  i 
perugini  e  Giacomo  d'^Appiano  signore  di  Piom- 
bino. Sentendo  poi  che  P  imperatore  transitanda 
per  ritalia  sarebbe  passato  per  Siena,  gli  prepa- 
rarono magnifici  onori  e  segm  di  giubbilo,  e  sta- 
bilirono che  la  balìa  collegialmente  dovesse  an- 
dare a  Tis-itare  rìmperatore  e  gli  domandasse  che 
tra  essa  ed  il  duca  dei  Medici  s'interponesse,  ac- 
ciò passasse  buona  intelligenza  ed  amicizia  tradì 
loro.  Partito  adunque  T imperatore  da  Roma  en- 
trò in  Siena,  ove  dicesi  che  tra  gli  altri  compo- 
nenti la  pompa  di  tal  ingresso  ,  v^  erano  centa 
fanciulli  minori  degli  anni  dieci  tutti  nobili  e  ve- 
stiti di  bianco.  Alla  veduta  dell'imperatore  i  fan- 
ciulli si  fecero  avanti,  gridando  come  il  resto  del 
popolo  im//ero,/m^ero,einginocchiaronsi.Uno  di 
essi  di  vago  aspetto  per  nome  Pomponio  di  mes. 
Bartolommeo  Carli  Piccoloraini^  corse  per  abbrac- 
ciare un  piede  delPimperatore  ,  ma  per  la  picca- 
lezza  della  statura,  non  potendo  tanfalto  arrivare, 
abbracciò  la  gamba  del  cavallo  ^  e  da  quelP  atto 
commosso  cesare  lo  prese  nelle  braccia  e  lo  baciò 
nella  fronte.  Nella  soglia  e  nella  porta  della  città 
si  presentò  avanti  a  cesare  messer  Giunta  Ber- 
Hnghieri  priore  della  signorìa,  e  dimostrandogli 
Tallegrezza  della  città  in  ricevere  dentro  le  di  lei 
mura  un  personaggio  sì  alto  e  sì  potente  gli  pre- 
sentò le  chiavi  delle  pubbliche  porte  ,  cui  disse 
Fimperatore  che  godeva  ritrovarsi  in  una  ciltà'da 


'jin.  1535.       deitempimediceicap.it.  yy 

esso  somalamente  amata,  e  che  le  chiavi  slavano 
ben  custodite  in  mano  dei  propri  cittadini  (76). 

J,  48.  Dopo  aver  visitata  la  città  parli  P  im- 
peratore, e  dirigendosi  verso  Firenze  alloggiò  alla 
Certosa,monastero  poco  distante  da  questa  città. 
Il  giorno  dopo  che  fu  il  primo  di  maggio  fece  so- 
lenne entrala  per  la  porta  a  s.  Pier  Gattolini. 
Andarono  ad  incontrarlo  il  duca  Alessandro  con 
tutto  il  senato  e  numero  infinito  di  cittadini  a  ca- 
vallo,tutti  con  veste  lunga  di  raso  paonazzo,  e  con 
berrette  ornate  d''oro  e  pennacchi  bianchi  in  testa: 
eranvi  in  sulla  porta  varie  artiglierìe  che  per  più 
volte  airarrivo  di  sua  Maestà  si  spararono,  a  que- 
ste le  fortezze  risposero,  e  tutte  le  campane  della 
città  cominciarono  a  suonare  .  Dentro  la  porla 
eravi  il  luogotenente  del  duca  ,  i  consiglieri  e 
lutti  i  magistrati  della  città:  quivi  pure  24  S^o^^'-^i 
nobili  fiorentini,  vestiti  similmente  di  raso  pao- 
nazzo e  calze  e  giubboni  rossi,  attendevano  con 
un  baldacchino  di  ricco  broccato  T  imperatore  . 
Giunto  cesare  fu  ricevuto  da  questi,e  posto  sotto 
al  baldacchino  entrò  nella  città:  allora  il  duca  uni- 
tamente col  suo  luogotenente  prese  le  chiavi  del- 
la cillà,  presentolle  a  cesare:  egli  le  accettò,  ma 
subito  graziosamente  le  rese.  La  funzione  riusci 
essai  graziosa  essendovi  venuto  lutto  il  elei o  in 
abito  festivo  ad  incontrarlo^  ed  a  piedi  con  simLl 
pompa  ed  in  mezzo  dei  comuni  applausi  si  avviò 
cesare  verso  il  duomo:  erano  tutte  le  strade  ornale 
d'archi,«li  sialue  e  d'iscrizioni  denotanti  le  impre- 
se, le  glorie  e  le  virtù  dell'imperatore:  can  questo 
apparato  giunto  al  duomo  fu  ricevuto  da  Andrea 


78  AVVENIMENTI    STORICI  Jn,,    1535. 

Buontlelmonti  arcivescovo,  e  portatosi  air  altare 
si  mise  ad  orare  sotto  un  cortinaggio  di  velluto 
paonazzo  ivi  a  tale  efTelto  preparato  5  e  poiché 
ebbe  fatta  orazione  uscì  di  chiesa,  e  rimontato  a 
eavallo  se  ne  andò  ad  alloggiare  al  palazzo  dei 
Medici.  Nei  sette  giorni  che  cesare  si  trattenne  a 
Firenze  il  duca  Alessandro  permesse  ai  cittadini 
di  portare  pubblicamente  le  armi,  non  temendo 
alcuna  sollevazione,  mediante  l'armata  imperiale 
che  lo  scortava,  pretendendo  con  ciò  far  vedere 
a!  suocero  che  non  eran  vere  le  imputazioni  da- 
teci dai  ribelli  (77). 

g.  49.  Scorsi  quei  giorni  Carlo  con  Alessandro 
trasferissi  a  Pistoia,  dove  fu  ricevuto  da  tutto  il 
popolo  con  grande  onore  ed  allegrezza.  Allora 
il  supremo  magistrato  della  città  si  assentò  dal 
suo  palazzo,  e  prese  in  esso  riposo  quest'impera- 
tore, e  i  nobili  di  sua  corte  furono  dalla  prima 
Dobiltà  ricevuti  e  serviti.  Volevano  entrare  in  Pi- 
stoia anche  i  soldati  che  seco  aveva,  ma  i  cittadi- 
ni negato  a  quelli  costantemente  Pingresso,  se- 
guitarono il  loro  viaggio  verso  la  città  di  Lucca, 
dove  dopo  la  dimora  in  Pistoia  di  duenoltiedun 
giorno  si  trasferì  quel  monarca  (78).  Entralo  Io 
imperatore  in  Lucca  vi  fu  ricevuto  in  modo  trion- 
fale, e  con  tutti  i  contrassegni  di  devota  filiale 
suggezione.  Niente  fu  omesso  nei  quattro  giorni 
che  vi  dimorò  per  guadagnarsi  l'affezione  sua  (79), 
Di  qui  passato  per  vai  di  Magra,  e  Pontremoli,  e 
varcato  TAppenninose  ne  andò  in  Piemonte  (80). 

g.  5o.  Alessandro  dopo  ch'ebbe  accompagnato 
Carlo  V  ai  confini  della  Toscana  tornò  in  Firenze 


^n.i535.  DElTEMPlMEDICEICAP.il.  70 

per  ivi  prepararle  nozze  con  Margherita  d''Auslria 
sua  sposa.  Questa  i5  giorni  dopo  la  partenza  di 
Carlo  V  arrivò  in  Firenze  accompagnala  dalla 
viceregina  di  Napoli,  e  da  molli  baroni  e  signori 
mandati  con  lei  per  ordine  e  commissione  di  suo 
padre.  Giunta  al  Poggio  a  Caiano  andarono  a  rì- 
sconfrarla  molti  nobili  fiorentini  col  duca  Ales- 
sandro, e  colla  medesima  compagnia  arrivata  alla 
città  fu  ricevuta  sotto  un  ricchissimo  baldacchino 
portato  a  vicenda  da  40  giovani  de'*primi  della  città 
vestiti  di  raso  cremisi  gallonati  d'oro  .e  in  mezzo 
ad  un  infinito  numero  di  doppieri  acoesi  fu  con- 
dotta ad  alloggiare  nelle  case  di  Ottaviano  de\\Ie- 
dici.  Le  feste  consuete  si  raddoppiarono,  ed  il  duca 
il  giorno  dopo  vestito  pomposamente  andò  con  i 
suoi  consiglieri  e  con  tutlo  il  senato  a  prender 
la  sposa  col  di  lei  corteggio.  In  simile  occasione 
il  duca  per  segno  di  clemenza  pubblicò  un  bando, 
col  quale  rimetteva  tulli  i  fuoruscili  del  i53o,  ma 
pochi  ritornarono  alla  patria^  polche  sdegnali  al 
sommo  non  accettarono  quel  benefizio,  tratti 
dalle  speranze  di  Filippo  Strozzi  che  a  molti  dava 
ricetto,  e  sovvenivali  di  denaro  (81). 

g.  5 1.  Libero  Alessandro  per  simil  guisa  da 
ogni  molestia,  attendeva  a  darsi  bel  tempo,  cor- 
rendo senza  ritegno  ove  le  sue  passioni  lo  tra- 
sportavano^ al  che  Pampia  comodità  ed  i  consigli 
dei  giovanaslri  suoi  compagni  ve  lo  spingevano 
iDaggiormente.  Tra  gli  scellerati  ministri  delle 
sue  infamità  leneva  il  posto  principale  Lorenzo 
de*>Iedici,  detto  volgarmenle  Lorenzino  o  Loren- 


80  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1535. 

zaccio.  Questi  era  cugino  del  duca,  primogenito 
del  ramo  cadetto  della  casa  medicea,  e  chiamato 
dal  rescritto  imperiale  a  successore  di  Alessandro, 
qualora  questi  morisse  senza  tìgli.  Lorenzino  che 
sarebbe  stato  meritevole  di  stima  pel  suo  raro 
ingegno  e  per  l'amore  delle  lettere,  se  i  suoi  co- 
stumi e  Tiudole  sua  non  fossero  stati  infami,  era 
vissuto  nei  piaceri,  ed  avea  servito  da  vile  adula- 
tore al  duca  A-Iessandro  nei  di  lui  illeciti  amori. 
Egli  aveva  aiutato  il  duca  a  sedurre  varie  nobili 
donne,  e  spesso  l'accomodava  della  propria  casa 
attigua  a  quella  del  duca  in  via  Larga  per  quei 
disonesti  abboccamenti:  egli  trasse  il  duca  nelle 
insidie  a  questo  modo  (82). 

g.  5a. Dettegli  dapriixia  speranza  che  avrebbegli 
condottala  consorte  di  Leonardo  Ginori.  sorella 
di  sua  madre,  ma  di  questa  assai  più  giovane.  La 
bellezza  della  dama  avea  già  da  lungo  tempo  fe- 
rito d''amore  il  duca,  ma  la  di  lei  virtù  era  stata 
salda  ad  ogni  sedizione.  Dopo  cena  del  giorno 
della  Epifanìa,  giorno  in  cui  cominciava  il  carne-i 
vale,  Lorenzino  avvisò  il  duca,  che  se  voleva 
trovarsi  in  sua  casa  affatto  solo,  ed  osservare  il 
più  alto  segreto,  vi  troverebbe  sua  zia  Caterina 
Ginori.  Alessandro  accettò  l'abboccamento,  allon- 
tanò tutte  le  sue  guardie,  si  tolse  di  vista  a  tutti 
coloro  che  potevano  osservarlo,  ed  entrò  senza 
che  nessuno  il  vedesse  nella  casa  di  Lorenzo.  Egli 
era  affaticato  e  voleva  riposare^  prima  di  adagiar- 
si in  letto  si  discinse  la  spada,  e  Lorenzino  pren- 
dendogliela di  mano  per  metterla  dal  capezzale 


An,    1537.  DElTEMPlMEDICElCAP.il.  8l 

del  Jetto,  ne  ravvolse  il  cinturino  intorno  all'elsa 
in  maniera  che  non  fosse  facile  il  poterla  sguai- 
nare. Poscia  Lorenzino  uscì  dicendo  al  duca  di 
riposarsi  intanto  ch''egli  andava  in  cerca  della  zia, 
e  lo  chiuse  sotto  chiave.  Tornò  un  istante  dopo 
con  un  sicario  chiamato  per  soprannome  Scoron- 
conoolo  che  egli  aveva  preventivamente  apposta- 
to, dicendogli  di  volersi  servir  di  lui  per  isbri- 
garsi  di  un  ragguardevole  personaggio  di  corte 
che  non  nominò*,  conciossiachè  Lorenzino  era 
pervenuto  sino  al  punto  della  esecuzione  della 
trama,  senza  manifestarla  a  nessuno  (83).  En- 
trando pel  primo  nella  camera  Lorenzino  disse  al 
duca  „  signore  dormile?,,  e  nel  punto  stesso  lo 
trafisse  da  parte  a  parte  con  uno  stocco  che  a- 
veva  in  pugno.  Alessandro,  quantunque  mortal- 
mente ferito,  avventossi  contro  il  suo  uccisore, 
ma  Lorenzino  per  impedirgli  di  gridare  nelPatto 
di  dirgli  „  signore  non  abbiate  paura  „  gli  cacciò 
due  dita  in  bocca.  Alessandro  lo  morse  rabbio- 
so con  quanto  aveva  di  forza,  ruotolandosi  sul 
letto  con  Lorenzino  cui  teneva  strettamente  ab- 
bracciato. Scoronconcolo  non  potendo  ferire  Tu- 
no  senza  pericolo  di  ferire  anche  l'altro  si  sforza*' 
va  di  trovare  Alessandro  tra  le  gambe  di  Loren- 
zino mentre  si  battevano;  ma  non  feriva  che  le 
coltrici.  Air  ullimo  si  ricordò  di  avere  un  col- 
tello in  tasca,  e  cacciatolo  nella  gola  del  duca, 
tanto  vel  dimenò  che  Tuccise  (84),lo  che  accadde 
nel  gennaio  del  iSSj. 

a     g.  53.  Loienzino  era  ben  sicuro  che  pcrquan* 

Ito  si  gridasse  nelle  sue  stanze,  non  si  accoste- 

SU    Tose.   Tom.   10.  8 


82  AVVENIMENTI  STORICI  An»  1537. 

rebbe  nessuno  a  chiederne  la  cagione,  essendo  i 
suoi  servitori  a  ciò  accostumali.  Nessuno  era  con- 
sapevole delPatlentato^  onde  egli  aveva  più  ore 
di  tempo  nelle  quali  per  certo  nessuno  avrebbe 
fatto  inchiesta  del  duca,  né  avvertita  la  di  lui 
mancanza.  Ora  d^altro  più  non  si  trattava  che  di 
raccogliere  i  frutti  della  trama  da  lui  condotta 
a  fine  con  tanta  destrezza  e  cosi  segretamente. 
Ma  Lorenzino  colla  precedente  sua  vita  aveva 
eccitato  la  diffidenza  di  tutte  le  persone  dabbene^ 
non  aveva  amici  cui  chieder  consiglio  o  assisten- 
za^ non  aveva  partigiani^  non  aveva  mai  dato  in- 
dizio dì  quello  zelo  di  libertà  cui  ostentò  in  ap- 
presso, e  che  forse  nou  era  altro  che  la  maschera 
dell'eroismo.  Sebbene  egli  fosse  il  primo  dei  !VIe- 
dici  a  succedere  nel  principato,  niuuo  a  lui  pen- 
sava, o  perchè  non  dubitavasi  che  Alessandro  gio- 
vane, robusto  e  di  fresco  ammogliato  nou  dovesse 
aver  prole,  o  perchè  non  si  credeva  la  signorìa  ab- 
bastanza solidamente  stabilita,  per  supporre  che 
la  successione  fosse  per  passare  in  un  ramo  lon- 
tano. Egli  era  turbato  d'animo  dal  pensiero  del- 
l'azione commessa,  dal  timore  di  Scoronconcolo 
suo  complice,  e  forse  ancora  dal  dolore  che  sen- 
tiva nella  mano  fieramente  morsicata  da  Alessan- 
dro. Altronde  egli  suppose  distrutto  il  presente 
governo  dalla  morte  del  tiranno,  il  quale  non  a- 
veva  figliuoli  né  fratelli  pronti  a  succedergli;  egli 
stesso  era  il  più  prossimo  erede,  e  non  poteva 
nemmeno  prevedere  a  qual  persona  il  partito  dei 
Medici  potesse  conferire  l'autorità  monarchica. 
Ad  altro  dunque  più  non  pensò  che  a  porsi  egli 


% 


af/t.    1537.        DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  li.  83 

Stesso  in  salvo  nei  primi  momenti  di  effervescen- 
za, ed  a  raccozzare  i  fuorusciti  che  dovevano  rac- 
cogliere il  frutto  del  suo  ardimento. 

5.  54.  Chiuse  la  porta  della  sua  camera  e  ne 
portò  seco  la  chiave^  poi  fattosi  dare  un  ordine 
perchè  gli  si  aprissero  le  porte  della  città  e  gli  si 
somministrassero  cavalli  di  posta  sotto  pretesto 
che  aveva  avuto  avviso  della  malattia  di  suo  fra- 
tello in  villa,  partì  subito  alla  volta  di  Bologna  e 
di  là  per  Venezia  con  Scoronconcolo  (85).  Lo- 
reniino  raccontò  a  Salvestro  AMobrandini  a  Bo- 
logna ed  a  Filippo  Strozzi  a  Venezia  di  aver  dato 
morte  al  tiranno.  Il  primo  non  volle  credergli^ 
l'altro  rimase  lungamente  dubbioso,  ed  alPultimo 
dandogli  fede  lo  chiamò  il  Bruto  di  Firenze,  e  gli 
promise  che  idue  suoi  figliuoli  sposerebbero  le  due 
sorelle  di  Lorenzino.  Ad  ogni  modo  la  dissimula- 
zione del  nuovo  Bruto  che  venne  in  allora  celebra- 
ta dai  poeti  e  dagli  oratori  d'Italia,  non  ebbe  i  fe- 
lici risullamenli  di  quella  del  primo.  Il  senato 
che  era  stato  creato  per  assecondare  Alessandro 
non  aveva  nessun  motivo  d'esser  contento  del 
duca^  ma  quanto  più  violenta  e  crudele  era  stata 
la  rivoluzione  per  cui  il  duca  era  stato  inalzato  al 
trono,  tanto  più  chi  vi  aveva  contribuito  teme- 
va il  ritorno  e  le  vendette  degli  esuli.  11  cardinal 
Cibo  principal  ministro  d'^Alessandro  fu  il  primo 
»l  essere  informato  che  il  duca  non  si  trovava 
nelle  consuete  stanze,  che  quella  notte  non  s''era 
veduto  tornare,  e  che  non  sapevasi  dove  si  trovas- 
se. La  subila  partenza  di  Lorenzino,  della  quale 
ebbe  poco  dopo  notizia,  gli  fece  sospettare  Tacca- 


84  AVVENIMENTI  STORIA  An.    1537. 

duto',  ma  egli  temette  che  il  popolo  il  quale,  ben- 
ché fosse  disarmalo  e  intimidito  dalla  fortezza  e- 
retta  dal  duca,  nutriva  tant'odio  verso  i  Medici  e 
verso  tutti  i  lorc»  ministri^  non  si  levasse  a  tunml- 
to  appena  che  fosse  appalesata  la  morte  del  duca. 
Perciò  fece  dire  a  tutti  i  cortigiani  che  venivano 
al  palazzo,  che  il  duca  si  riposava  ancora  perchè 
avea  vegliato  tutta  la  notte.  Nello  stesso  tempo 
mandò  un  corriere  ad  Alessandro  Vitelli,  coman- 
dante della  guardia,  per  richiederlo  pi*emurosa- 
raente  di  tornare  senza  indugio  con  tutti  i  soldati 
che  potrebbe  adunare,  perciocché  Lorenzino  ave- 
va scelta  per  l'esecuzione  del  suo  progetto  la  cir- 
costanza in  cui  il  Vitelli  erasi  recato  a  Città  di 
Castello.  Ilcardinale  fece  pure  avvisare  tutti  i  co- 
mandanti e  tutti  i  capitani  delP  ordinanza  di  te- 
nersi pronti,  e  non  fu  se  non  che  nella  notte  del 
7  v-ìirS  gennaio  ch^egli  prese  coraggio  di  fare  aprire 

-  tocitninente  le  stanze  di  Lorenzino,  ove  trovò  il 
duca  giacente  nel  proprio  sangue  (86).  Veduto  il 

4)arbaro  caso  piansero  amaramente  la  miseria  del 
loro  padrone^  lo  involsero  pertanto  in  un  tappeto, 
e  celatamente  lo  portarono  in  s.  Giovanni,  poi 
nella  sagrestia  vecchia  di  s.  Lorenzo  ove  in  urfa 
cassa  lo  serrarono  (87). 

g.  55.  Lorenzino  de' Medici  avea  bensì  fatto 
dar  notizia  della  morte  del  duca  ad  alcuni  repub- 
blicani fiorentini,  ma  o  questi  non  Tavevauo  cre- 
duta, o  non  avevano  osato  propagare  quel  perico- 
loso segreto.  E  appena  cominciava  questo  segreto 
a  divulgarsi  tra  "*!  popolo,  si  vide  giungere  per  le 
poste  Alessandro  Vitelli  il  lunedi  mattina  8  di 


'An,    1537.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    II.  85 

gennaio,  e  tutti  i  luoghi  forti  della  città  qò.  i  capi 
strada  principali  guarnirsi  di  soldati  e  di  artiglie- 
rìa. La  difficoltà  di  trar  vantaggio  da  un  avveni- 
mento di  cui  lutti  si  rallegravano,  ma  di  cui  nessu- 
no osava  tenersi  sicuro,  andava  di  mano  in  mano 
crescendo  (88).  Dopo  Tuccisione  del  duca  Ales- 
sandro si  ritirò  Margherita  già  duchessa  col  tesoro 
nella  cittadella,  ma  ricevette  l'ordine  dal  di  lei 
padre  che,dopo  aver  consegnala  la  fortezza  a  don 
Giovanni  di  Luna,  partisse  con  tutta  la  roba  e  si 
recasse  ad  abitare  in  Siena  (89):  di  là  passò  a  Prato 
quindi  a  Pisa.  Cosimo  de"*  Medici  fece  ogni  sua 
pratica  per  ottenerla  in  sposa,  ma  premendo  piii 
a  cesare  il  papa  che  Cosimo,  glie  la  negò  e  la  dette 
ad  Ottavio  figlio  di  Pier  Luigi  Farnese  nipote  di 
Paolo  III  (90). 


NOTE 

(0  iVlazzarosa,  Storia  di  Lacca,  voi.  11,  lib.  vr^  p.54. 
(2)  Ivi  ,  pag.  55.  (3)  Pecci,  Continuazione  delle  me- 
morie storico-critiche  della  città  di  Siena  parte  iii  , 
an.  1530,  p.  36.  (4j  Ved.  §.  3.(5)  Racconto  a*Ano- 
Tìimo  autore  de' fatti  della  città  d'  Arezzo  deli*  anno 
1529-1530.  Sta  nella  relazione  di  Giovanni  Rondi- 
nelli  sopra  lo  stato  antico  e  moderno  della  città  di 
Arezzo,  pag.  228.  (6)  Ivi.  (7;  Pecci  citato.  (8)  Can- 
tini ,  Lettere  a  diversi  illustri  soggetti  sopra  alcune 
terre  e  castella  di  Toscana,  letter.  xxvrn.  (0)  Ved.  le 
deliberazioni  del  consiglio  del  diciassette  ottobre  1530 
a  pag.  127  e  134  ,  dove  si  leggono  tulle  le  capitola- 

8'* 


8g  AVVENIMENTI   STORICI 

zioni  di  quella  storia  riportata  dal  Pecci,Contintia?ione 
delle  memorie  storico-critiche  di  Siena  fino  all'  anno 
1552,  part.  in,  pag.  35-39.  (10)Pecci  cit.  (11)Ved. 
le  deliberazioni  di  balia  del  23  novembre  1530  a  p. 
185,  ap.  Pecci  cit.  p.  42.  (12)  Pecci  citato  ,  p.  44, 
45.  (13)  Ivi  ,  pag.  48.  (14)  Ivi.  (15)  Ivi.  (16)  Ved. 
Je  deliberazioni  di  balìa  del  2  gennaio  1531  ,  a  pag. 

4,  5,  8,  apparisce  Ravviso  dato  da  Don  Lopes  a  Don 
Ferrante  della  sollevazione  di  Siena  contro  i  novescht 
accaduta,  ap.  Pecci  citato.  (17)Pecci  citato.  (18)  Ivi. 
(19)  Ved. 5.  2.  (20)  Mazznrosa  citato,  voi.  11,  pag.  56. 
(21)  Ivi.  (22)  Ivi.  (23)  Pecci  cit.  part.  in  ,  pag.  60. 
(24)  Sismondi^  Storia  delle  repubbliche  italiane,  voi. 
XVI,  cap.  cxxii,  pag.  75.  (25)  Gicciaporcì^  Compen- 
dio della  storia  fior.  lib.  i,  p.  98.  (26)  Spannagel  , 
Notizie  della  vera  libertà  fiorentina.  (27)  Litta,  Nota 
della  famiglia  Medici  e  dei  primi  tempi  della  repub- 
blica di  Firenze,  tav.  xi.  (28)  Sismondi  cit.  voi.  xvi, 
cap.  cxxii,  pag.  76.  (29)  Lettera  di  Francesco  Guic- 
ciardini a  Niccolò  di  Schoraberg  arcivescovo  di  Capua 
del  13  gennaio  1532  con  una  scrittura  intorno  al  go- 
verno di  Firenze.  Lettere  de'principi  ,  tom.  111,  foK 
VITI,  sq.  (30)  ^(uratori^  Annali  d'  Italia  ,  an.  1531, 
(31)  Spaniìagel  cit.  part.  n,  cap.  xxi,  5«  "137.  (32)  Se- 
gni ,  Stor.  fior.  lib.  v.  (33)  Spannagel  cit.  ^.  139. 
(34)  Ivi,  §.  7.  (35)  Ivi,  5.  9.  (36)  Guicciardini,  Sto- 
ria d'Italia^  lib.  vili,  au.  1509  e  lib.  xv,  an.  1523. 
(37)  Spannagel  eit.  ^.  28.  (38)  Hobbes  ,  Tractat.  de 
imper.  e.  x^  §.  8.  (39)  Spannagel  cit.  cap.  xxi,  §.  58. 
(40)  Guicciardini  citato,  lib.  xx  ed  Ammirato,  Slor. 
fior.  lib.  XXX,  e  Varchi,  lib.    xu.  (41)  Spannagel  cit. 

5.  60.  (42)  Ivi,  §.  61.  (43)  Varchi  citato.  (44)  Ivi. 
(45)  Ved.  §.  16.  (46)  Malavolti,  Storia  di  Siena  an. 
1531  .  (47)  Ne^  libri  delle  deliberazioni  di  balia  di 
quel  tempo.  (48)  Sismondi  citato  ^  voi.  15,  e  16. 
(49)  Deliberazione  del  consiglio  di  balia  del  6  giugno 
1531,  p.  115.   (50)  Ivi,  p.  133,  137.  (51)  Pecci  cit. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  It  87 

part.  liTjp.  57.  (52)  Fioravanti,  Memorie  sloriche  della 
città  di  Pistoia  cap.  xxxi.  (53)  Giovannelli,  Storia  di 
Voi  terra,  pag.  45.  (54)  Cantini,  Lettere  a  diversi  il- 
lustri soggetti  sopra  alcune  terre  e  castelli  di  Tosca- 
na cit.  letter.  xviii.  (55)  Ivi,  letter.  v.  (56)  Ivi,  letter. 
XX.  (57)  Fioravanti  citato,  cap.  xxxi.  (58)  Varchi^ 
Storie  fiorentine,  lib.  xn,  pag.  367  .  Bernar.  Segni  ^ 
Stor.  fior.  lib.  v,  p.  149,  e  Nerli  lib.  xi,  pag.  260. 
(59)  Varchi  cit.  lib.  xii^  p.  374 ^  lib.  xiii  ,  pag.  12. 
Gambi  cit.  voi.  xxiii,  p.  114.  Segni  cit. lib.  v,  pag. 
50  e  Nerli,  lib.  xi,  pag.  262,  268.  (60)  Muratori,  An- 
nali d'Italia  cit.  an.  1532  (61  )  Guicciardini,  cit.  lib» 
xxn,  cap.  II.  (62)  Muratori  cit.  an.  1533.  (63)  Litta 
cit.  tav.  XI.  (64)  Varchi  cit.  voi.  v,  lib.  xni,  p.  5. 
XIV,  pag.  85,  e  Cambi  citalo^  voi.  xxiii  ,  pag.  137, 

(65)  Sismondi  citato,  voi.   xvi^   cap.   cxxii,  pag.   81. 

(66)  Ammirato,  Storie  fior.  cit.  lib.  xxxi  ,  e  Paul, 
lovii,  lib.  xxxii.  (67)  Varchi  cit.  lib.  xiv,  pag.  80. 
(68)  Paul. lovii  cit.  lib.  xxxiv,  ed  Ammirato  cit.  lib. 
XXXI.  (69)  Varchi  citato,    lib.  xiv  ,   e  Segni  lib.   vili. 

(70)  Sismondi  citato,  voi.  xvi,  cap.  cxxii,  pag.   184. 

(71)  Varchi  citato,  lib.  xiv.  (72)  Varchi  ,  Ammira- 
to, e  Segni,  ap.  Sismondi  citato.  (73)  Varchi  citato, 
lib.  XIV.  (74)  Rastrelli  ,  Storia  di  Alessandro  de'Me- 
dici  primo  duca  di  Firenze,  voi.  iij  p.  184.  (75)  Ivi^ 
pag.  145.  (76)  Pecci  ,  Memorie  citate,  voi.  in  ,  pag. 
85.  (77)  Rastrelli  citato  ,  pag.  187  .  (78)  Fioravanti 
cit.  cap.  XXXI.  (79)  Mazzarosa  cit.  voi.  11,  lib.  vii,  p. 
75.  (80)  Pecci  citato,  pag.  91.  (81)  Rastrelli  citato  J^ 
voi.  II,  lib.  VI,  p.  190.  (82)  Sismondi  cit.  voi.  xvi, 
cap.  cxxn,  pag.  88.  (83)  Ivi,  pag.  89.  (84)  Varchi  , 
Segui  ,  Nerli  ,  Adriani  ed  Ammirato  ,  ap.  Sismondi 
citato.  (85)  Varclii  ,  ap.  Sismondi    citato  ,  pag.   90. 

(86)  Adriani,  Storia  dei  suoi  tempi,  lib.  i,  pag.   12. 

(87)  Rastrelli  citato,  voi.  n,  lih.  vi,  pag.  204.  (88)  Si- 
smondi cit.  (89)  Pecci,  Memorie  storiche  di  Siena  cit. 
p.  96.  (90)  Muratori,  Annali  d'Italia  cit.  an.   1538. 


88  AVVENIMENTI  STORICI 


(BÌ^IPJI^(D]LD    milt^ 


o- 


An,   1537  di  G.  Cr, 

g.  I.  J_ja  città  di  Firenze  agitala  per  quattro  se- 
coli da  interne  rivoluzioni  senza  aver  mai  potuto 
stabilire  una  forma  di  governo  permanente  e 
tranquilla,  ridotta  tìnalmente  sotto  Passoluto  po- 
tere di  un  solo,  si  riposava  stanca  da  tanti  trava- 
gli, quando  la  violenta  morte  del  duca  Alessan- 
dro la  ridusse  in  nuove  calaniitàje  risvegliò  negli 
spiriti  ambiziosi  la  sedizione  ed  il  tumulto  (i). 
Frattanto  i  quarantotto  senatori  si  adunarono  nel 
palazzo  dei  Medici  sotto  la  presidenza  del  cardi- 
nal Cibo.  Uno  dei  senalorijche  fu  Domenico  Cani- 
giani,  propose  di  deferire  la  dignità  a  Giulio  figlio 
naturale  di  Alessandro  ancor  fanciullo  di  tre  anni^ 
Francesco  Guicciardini  propose  per  capo  della  re- 
pubblica Cosimo  figliuolo  di  Giovanni  Pillustre 
capitano  delle  bande  nere.Questo  giovinetto  igno- 
rando ciò  che  accadeva,  trovavasi  allora  nella  villa 
di  Trebbio  in  Mugello,  lontana  i5  miglia  da  Fi- 
renze^ ma  Palla  Rucellai  si  oppose  sdegnosamen- 
te a  queste  due  proposte.  „  Poiché  la  provvidenza, 
diss'egli,  ci  ha  liberati  da  un  odioso  tiranno,  con- 
solidiamo questa  libertà  che  il-  cielo  ci  dona,  e 
rendiamo  alla  repubblica  Tantico  stato.  Soprat- 


\AnASZl,  DEI  TEMPI  MEDICEI     CAP.  III.  89 

tutto  non  adottiamo  veruna  risoluzione,  mentre 
tanti  nobiii  cittadini  esiliati  o  fuorusciti,  i  quali 
hanno  i  medesimi  dritti  di  noi  a  determinare  le 
sorti  della  patria  comune,  si  trovano  lontani  (vl)  „. 
La  maggior  parte  dei  senatori  stavano  per  Topi- 
nìone  delRucellai,  ma  tremavano  tuttavìa  dinan- 
zi a  quattro  ohe  avevano  avuta  tanta  parte  nel- 
rullirao  governo,  e  questi  qualtro,nh^erano  Fran- 
cesco Vettori,  il  Guicciardini,Roberto  Acciaiuoli 
e  Matteo  Stro2zi  credevano  di  non  potersi  con 
altro  mezzo  salvare  dall'odio  dei  loro  concittadini, 
che  creando  un  nuovo  prìncipe  \n  luogo  di  quello 
ch''era  perito.  Rappresentarono  essi  ai  senatori 
tutto  ciò  che  i  consigli  avevano  da  temere  dal  po- 
polo sdegnato  e  dalle  vendette  degli  esiliati^  e 
non  potendo  indurli  ad  una  più  precisa  risolu- 
zione li  persuasero  almeno  a  deferire  per  tre  gior- 
ni piena  autorità  al  cardinal  Cibo,  il  quale  essen- 
do tiglio  d'una  sorella  di  Leone  X  poteva  essere 
riguardato  qual  rappresentante  della  casa  Medici, 
benché  non  fosse  fiorentino.  Ma  questa  risoluzio- 
ne non  bastava  a  raccontentare  il  Guicciardini 
ed  i  complici  di  lui.  Sapevano  essi  che  la  fazione 
repubblicana  teneva  dal  canto  suo  segrete  adu- 
nanze, onde  riputavano  che  una  più  lunga  irriso- 
luzione poteva  rovinare  la  loro  fazione.  Si  rac- 
colsero perciò  di  notte  in  segreta  consulta,  cui 
furono  presenti  oltre  i  quattro  capi  del  paitito,  il 
cardinal  Cibo,  Alt^ssandro  Vitelli  comandante 
della  gujrdia,  ed  il  giovine  Cosimo  de'Medicì  che 
sollecitameute  era  giunto  da  Trebbio  per  coglie- 


^O  AVVENIMENTI  STORICI  -^/lJ537« 

re  la  propizia  occasioDe  che  gli  veniva  offerta  dal- 
la fori  una  (3). 

g.  a .  In  quella  consulla  fermarono  di  adu- 
nare nuovamente  alPìndomani  maltinail  senato, 
e  di  persuaderlo  ad  eleggere  Cosimo  de**  Medici, 
non  in  qualità  di  duca,  ma  come  capo  e  governa- 
tore della  repubblica  fiorentina  con  limitati  poteri, 
adoprando,  ove  il  bisogno  lo  richiedesse ,  la  for- 
za per  indurvi  i  senatori .  In  fatti  mentre  questi 
slavano  ancora  dubbiosi  se  dovessero  acceltare 
quelle  proposte  che  Francesco  Guicciardini  avea 
scritte,  Alessandro  Valori  che  avea  fatto  erapire 
tutta  la  via  di  soldati,  fece  gridare  altamente  da 
essi  wa  //  duca  ed  i  Medici  l  e  dare  avviso  ai 
senatori  di  affrettarsi  perchè  più  non  si  potevano 
tenere  a  freno  le  soldatesche. In  tal  guisa  fu  vin- 
ta relezione  di  Cosimo  I  con  gran  maggioran- 
za di  suffragi.  Cosimo  de'lMedici  tìglio  di  Giovan- 
ni, eh'  era  egli  medesimo  pronipote  di  Lorenzo 
fratello  del  vecchio  Cosimo  ,  avea  concetto  di 
lentezza  e  timidità.  Il  Guicciardini  che  aveva  a- 
vuta  la  principal  parte  neir  elezione  di  lui  si  te- 
neva per  certo  di  poter  governare  questo  giovine 
inesperto  ,  il  quale,  secondo  che  supponeva  il 
Guicciardini,  non  era  inclinato  ad  altro  che  alla 
caccia  ed  alla  pesra.  Aveva  il  Guicciardini  fatto 
ridurre  a  dodicimila  scudi  la  provvisione  annuale 
del  duca,  poiché  credevasi  diventato  egli  stesso 
il  vero  sovrano  di  Firenze.  Ma  niun  giovine  sep- 
pe meglio  deludere  P  universale  espettazione 
quanto  Cosimo  de'  Medici.  Sotto  il  taciturno  e 


'jin,i5òl,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  HI.  91 

modesto  aspetto  egli  covava  la  più  sospettosa 
gelosìa  del  potere,  la  più  smisurala  ambizione,  ed 
in  un  tempo  la  più  cupa  dissimulazione.  Colui  che 
lutti  speravanodi  poter  goveruare^non  ebbe  presso 
di  sé  alcun  fidato  e  non  volle  ricevere  consigli  da 
veruno.  I  tre  cardinali  fiorentini  Salviati,  Ridolfi 
e  Gaddi  quando  ebbero  avviso  di  questa  elezione 
partirono  da  Roma  alla  volta  di  Firenze  con  due- 
mila uomini  di  truppe  levate  a  loro  spese.  Barto- 
lommeo  Valori  che  aveva  abbandonato  il  duca 
Alessandro  nel  ritorno  da  Napoli,  e  che  da  quel 
tempo  erasi  unito  agli  esiliati,  accompagnava  i  car- 
dinali con  moltissimi  fuorusciti. Dal  canto  suoFi- 
lippo  Strozzi  da  Venezia  recatosi  a  Bologna  vi 
assoldava  truppe.  Il  menomo  insulto  poteva  basta- 
re a  rovesciare  il  nuovo  governo  5  ma  perchè  i 
6gliuoli  dello  Strozzi  eransi  acconciati  al  servizio 
del  re  di  Francia,  perchè  gli  esuli  speravano  di 
già  aiuti  da  quella  corte,  i  generali  delPimperalore 
si  affrettarono  ili  dare  assistenza  a  Cosimo,  facen- 
do passare  in  Toscana  duemila  spagnuoli  in  allo- 
ra sbarcati  a  Lerici.  Cosimo  frattanto  avea  man- 
dato ai  cardinali  le  più  rispettose  proteste  dello 
invito  di  rientrare  senz'  armi  nella  loro  patria , 
accertandoli  del  suo  desiderio  di  conformarsi  in 
ogni  cosa  alla  loro  volontà.  Il  cardinale  Salvia- 
ti riconosciuto  dagli  altri  prelati  e  da  tutti  gli 
esuli  per  loro  rapo  era  fratello  della  madre  di  Co- 
simo ,  e  questa  stretta  parentela  pareva  che  do- 
vesse agevolare  le  negoziazioni  (4). 

g.  3.  Gli  esiliati  acconsenlirono  ad  accomiatare 
le  loro  truppe.entrarono  in  Firenze  con  doppio  sai- 


92.  ATVEJflMENTI  STORICI  ^/2.1537. 

vacondoUo  di  Cosimo  dei  Medici  fidi  Alessaudro 
Vitelli-,  ma  presto  s'accorsero  d'essere  stati  ingan- 
nati. Imperciocché  le  truppe  spagnuole,  le  quali 
secondo  le  promesse  di  Cosimo  dovevano  essere 
rimandate  nello  stesso  tempo  che  le  loro,  si  an- 
davano in  vece  sempre  più  avvicinando  a  Firenze^ 
la  cittadella  era  stata  occupata  per  sorpresa  da 
Alessandro  Vitelli,  ed  era  guardala  a  nome  dello 
imperatore^  non  si  concedevano  loro  le  condi- 
zioni promesse,  ed  in  fine  il  Vitelli  cominciava  a 
farli  minacciare  da^suoi  soldati.  Per  queste  cose 
tutfi  si  ritirarono  di  bel  nuovo  precipitosamente 
il  primo  febbraio,  dopo  la  breve  dimora  in  Firen- 
ze di  nove  giorni.  E  perchè  il  cardinale  Salvìati, 
credendo  di  non  aver  che  temere  dal  nipote,  era 
rimasto  solo  in  città  ,  Alessandro  Vitelli  fece 
accerchiare  la  di  lui  casa  da'  suoi  soldati,  e  mi- 
nacciandolo di  farlo  in  brani  lo  costrinse  a  fug- 
gire (5). 

g.  4-  L'imprudenza  ed  i  replicati  falli  di  colo- 
ro che  gli  esiliati  avevano  riconosciuto  per  loro 
capi,  perchè  erano  i  soli  del  partito  che  fossero 
abbastanza  ricchi  da  far  la  guerra  col  loro  pecu- 
lio, contribuivano  a  consolidare  il  governo  di  Co- 
simo I.  Cotal  governo  acquistò  maggiore  sta- 
bilità per  la  venuta  di  Ferdinando  di  Silva,  conte 
di  Sifonte,  ambasciatore  dell'imperatore,  il  quale 
in  un"'  adunanza  del  senato  produsse  una  bolla 
imperiale,  colla  quale  Cosimo  de^  Medici  veniva 
dichiarato  legiltimo  successore  di  Alessandro  nel 
principato  di  Firenze,  mentre  Lorenzino,  il  fratel- 
lo di  lui  e  tutti  i  discendenti  di  Pier  Francesco  dei 


^/1.1537.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IH.  ^3 

Medici  reslavan  per  sempre  privali  del  Joro  di- 
ritto alTeredità  a  motivo  della  uccisione  delPul- 
timo  principe.  Fra  le  altre  cose  nelle  fortezze  di 
Firenze  e  di  Livorno  fu  mandata  guarnigione  im- 
periale.enon  prima  del  i543  furon  esse  restitui- 
te al  duca  di  Toscana. 

g.  5.  Dopo  questa  protezione  dichiarata  di  Car- 
lo V  per  il  nuovo  governo,  pareva  che  si  doves- 
se viver  quieti  in  Firenze,  ma  i  fuorusciti  infesta- 
vano sempre  le  frontiere  del  dominio  con  pic- 
cole sorprese  e  tentativi  particolarmente  al  Borgo 
s.Sepolcro,Sestino  ed  altri  luoghi^  al  che  però  tro- 
varono, per  la  vigilanza  di  Cosimo,  sempre  degPo- 
stacoli.Confidarono  moltocostoro  ne'pisloiesi,  poi- 
ché la  parte  cancelliera  sempre  in  opposizione  alla 
panciatica  teneva  corrispondenza  con  i  fuorusci- 
ti, talmenlechè  avendo  essi  ottenuto  degl'aiuti  in 
denaro  dalla  Francia, vollero  fare  un  tentativocolla 
viva  forza,  essendo  lor  capo  Filippo  Strozzi,  il  più 
ricco  e  potente  fra  loro  uniti  colla  parte  cancelliera 
di  Pistoia.  Si  riunirono  in  Bologna,  e  speravano  di 
sorprender  Prato  ,  ma  la  vigilanza  di  Cosimo  e 
ile'suoi  ministri  fece  andare  a  vuoto  il  loro  pro- 
getto, onde  andarono  a  fortificarsi  a  Montemur- 
lo  (6).  Cosimo  dei  Medici  aveva  ancor"'esso  al  suo 
servigio  una  grossa  schiera  di  veterani  spagnuoli 
e  tedeschi,  mandatigli  dalPimperalore  per  mante- 
nere la  di  lui  autorità,  ma  più  ancora  per  assicu- 
rarsi della  di  lui  obbedienza.  Egli  aveva  io  oltre 
suflicienti  truppe  italiane  per  farsi  rispettare^  pu- 
re tìnse  di  aver  gran  paura,  richiamò  in  citta  tut- 
te le  sue  truppe  spagnuole,  e  non  provvide  ad  air 

Si,  Tose.  Tom,  10.  9 


94  àVVENIMESTl    STORICI  uén.^5^1. 

tro  che  alla  difesa  .  Con  questo  simulalo  terrore 
ingannò  tanto  bene  gli  esiliati,che  Filippo  Strozzi, 
Bartolonimeo  Valori  e  gli  altri  andarono  ad  al- 
loggiarsi come  in  piena  pace  nella  casa  dei  Nerli 
a  Monlemurlo,  che  inaddielro  avea  servito  di 
rocca,  ma  che  ormai  non  aveva  di  fortezza  che  il 
nome  ,  nel  menare  che  Pietro  Strozzi  con  poche 
centinaia  d'  uomini  slava  a  pie  del  colle  ,  e  che 
Tarmata,  trattenuta  da  dirotte  piogge,  trovavasi 
tuttavia  distante  quattro  miglia  {7). 

g.  6.  Cosimo  de''i>Iedici  approfiUò  accortamen- 
te della  baldanza  che  aveva  saputo  ispirare  ai  suoi 
nemici:  nella  notte  del  3 1  luglio  fece  uscire  tutta 
la  sua  armata  sotto  gli  ordini  di  Alessandro  Vi- 
telli ,  e  la  mandò  senza  far  alto  a  Montemurlo. 
Pietro  Strozzi  avea  divisa  la  piccola  sua  truppa 
per  tendere  un'imboscata  ad  una  debole  squadra 
di  cavalleria,  colla  quale  avea  combattuto  nel  pre- 
cedente giorno.  Sandrino  Filicaia ,  capitano  dei 
soldati  appiattati,  attonito  nel  vedersi  passare  in- 
nanzi un'intiera  armata  in  vece  di  uno  squadrone, 
non  usci  d'  agguato  e  non  potette  fare  avvertito 
Pietro  Strozzi  5  questi  fu  colto  alla  sprovveduta 
nel  suo  quartiere  ,  la  sua  truppa  sgominala  ,  ed 
egli  medesimo  fatto  prigioniere  ,  ma  senza  esser 
conosciuto  ^  onde  trovò  in  appresso  il  modo  di 
fuggire  attraversando  a  nuoto  un  piccolo  tiume(8). 
Giunto  a  Filippo  Strozzi  1'  avviso  che  suo  tiglio 
era  stato  ucciso  o  fatto  prigioniere,  egli  si  smarrì, 
e  sebbene  fosse  ancora  in  tempo  di  scampare  , 
aspettò  di  essere  assedialo  da  A.lessandro  Vitelli. 
Questi  giunto  sotto  l'antica  rocca  di  Montemur- 


An.    \bll.        DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  111.  gS 

lo,  che  gli  esiliali  avevano  asserragliata  alla  me- 
glio, la  fece  assaltare  e  dar  fuoco  alla  porla.  Do- 
po una  sanguinosa  pugna  che  durò  più  di  due  ore, 
gli  assalitori  penetrarono  da  ogni  parte  nella  for- 
tezza, e  gli  esiliati  si  arresero  prigionieri  ai  soldati 
italiani  ospagnuoli  ch^rano  i  primi  a  prenderli, me- 
no che  Caccia  Altovili,  il  quale  ristretto  nel  pub- 
blico palazzo  di  IVIontemurlo,  piuttosto  che  arren- 
dersi vi  appiccò  il  fuoco  e  perì  tra  le  fiamme  (9). 
Per  tal  modo  Filippo  Strozzi,  che  fino  allora  era 
stato  creduto  il  più  felice  privalo  cittadino  d'Italia, 
siccome  era  ancora  il  più  ricco  ,  si  arrese  allo 
slesso  Vitelli.  A.vendo  poi  questi  avviso  che  l'ar- 
mata di  Capino  e  del  priore  Salviati  avvicinavasi, 
ed  era  arrivata  a  Fabbrica,  poco  distante  da  Monte- 
mudo,  egli  non  volle  aspettarla  ed  esporre  al  ci- 
mento di  una  nuova  pugna  i  molli  prigionieri  che 
nvea  fatti.  Rientrò  in  Firenze  il  primo  giorno  di 
agosto  colla  sua  vittoriosa  truppa  ,  conducendo 
prigionieri  nella  loro  patria  per  lo  meno  un  cit- 
tadino di  ognuna  delle  più  illustri  famiglie  del- 
l'antica repubblica;  intanto  Tarmata  degli  esiliati 
informata  della  sventura  dei  suoi  capi,  si  ritirava 
a  precipizio  oltre  gli  Appennini  (io).  In  conse- 
guenza di  questa  vittoria  i  pistoiesi  mandarono 
ambasciatori  a  Cosimo  per  dimostrare  il  contento 
che  provava  la  città  loro  in  aver  per  sovrano  un 
personaggio,  com''essi  dicevano,  così  distinto,chc 
da  padre  amorevole  l'avrebbe  governati  (11).  La 
medesima  dichiarazione  di  volersi  soltomellere 
al  nuovo  imperio  di  Cosimo^  fu  per  via  di  amba» 


96  AVVENIMENTI  STORICI  j4n,Hò7. 

sciatori  dichiarata  da  molte  città  e  paesi  dello 
slato  fiorentino. 

g.  7.CosimoI(a)avea  voluto  vedere  luttii  pri- 
gionieri nello  stesso  giorno  in  cui  erano  entrati 
in  Firenze,  ed  avea  seco  loro  parlato  con  appa- 
rente moderazione  (la).  I  prigioni  principali  dili- 
gentemente si  esaminarono,  chiedendo  loro  che 
intendevano  di  fare,  quali  pratiche  avevano  tenute 
ed  in  che  cosa  speravano,  ed  in  loro  non  si  trovò 
se  non  animo  di  rinnovare  stalo  alla  città,e  che  da 
tutti  quelli  che  partivano  di  Firenze  erano  tutto- 
giorno  confortati  a  venirvi,  ove  sarebbero  aiutati 
dal  popolo  e  favoriti  5  ma  non  già  bene  conveni- 
vano fra  loiN3  circa  la  forma  del  governo,  traendo 
ciascuno  di  essi  il  partito  ai  propri  vanlaggì.  Né 
alcuno  VI  aveva  che  al  bene  universale  della  città 
riguardasse, desiderando  ciascuno  di  aver  lo  slato 
in  mano  per  servirsene  con  danno  degli  altri  a 
propria  grandezza  ,  essendo  pieni  di  animosità  e 
voglia  grandissima  di  vendicarsi  (i3). 

g.  8.  Il  tribunale  degli  otto  avendone  ricom- 
prali alcuni  dai  soldatiV  fecelì  porre  alla  tortura, 
ed  in  appresso  decapitare  sulla  piazza  della  signo- 
ria^ altri  ne  furono  mandati  nelle  carceri  di  varie 
città  della  Toscana,  ove  in  breve  perirono 5  altri 
per  preghiere  di  amici  o  di  parenti,  che  aveano 
men  colpa,  furono  liberati,  fra  i  quali  Lorenzo  di 
Francesco  Valori,  volendo  il  principe  farne  grazia 
a  Roberto  Pucci,  di  cui  egli  era  il  nipote.  Rima* 

^^    (a)  Ved.  tav.   CXXXVI,  N.  2, 


^/t.ISS*?.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  97 

neva  soltanto  Filippo  Strozzi,  che  dopo  diciotto 
mesi  non  ostante  la  prolezione  del  papa  e  di  va'ri 
cardinali, fu  fatto  segretamente  morire  in  Firenze 
nella  sua  carcere,  sebbene  i  fuorusciti  spargesser 
voce  che  si  fosse  ucciso,perchèdava  cosi  alla  loro 
parte  maggiore  splendore(i4).Lorenzino  de'Medi- 
ci  non  si  trovava  cogli  esiliali  che  si  inoltrarono 
fino  a  Montemurlo  contro  Cosimo:  egli  non  igno- 
rava d'esser  perseguitato  dal  duca  di  Firenze  e 
dall'imperatore  ad  un  tempo,  e  che  la  sua  vita  era 
dovunque  in  pericolo.  Perciò  da  Venezia,  dove  si 
era  da  principio  riparato  ,  andò  in  Turchia,  di  là 
tornò  in  Francia ,  ma  non  facendosi  conoscere , 
e  sempre  stando  in  guardia  contro  le  insidie,  poi 
ritornò  a  Venezia,  ove  alP  ultimo  fu  assassinato 
nel  i547  col  suo  zio  Soderini  per  ordine  di  Cosi- 
mo (i5). 

§.  9.  Quantunque  Cosimo  pochi  giorni  dopo 
la  riportata  vittoria  ricevesse  le  congratulazioni 
dalle  comunità  del  dominio  e  le  proteste  della 
loro  obbedienza,  pure  non  era  ben  contento,  per- 
che vedendosi  privo  del  possesso  delle  più  inìpor- 
tanti  fortezze  dello  stato  ,  comprendeva  di  non 
essere  un  principe  libero,  come  bramava ,  ma  le- 
gato alla  volontà  delP  imperatore  e  dei  suoi  mi- 
nistri. Pensò  egli  pertanto  seriamente  a  liberarsi 
da  questi  vincoli  che  troppo  erano  odiosi  al  suo 
spirito  vivace  e  intraprendente,  e  per  tale  oggetto 
.spedi  in  qualità  di  suo  ambasciatore  straorrlina- 
«rio  a  Carlo  V  Averardo  Serrislori  colPincarico  di 
domandare  forninlmenle  la  restituzione  delle  for- 
tezze^e  laratiiica  dell'  alto  del  conte  di  Sifontes. 

9^* 


98  ATVENlMENTl  STORICI  ^/i.1537. 

Eseguì  il  Serristoii  la  sua  commissione,  e  Tim- 
peratore  volendo  dare  a  Cosimo  con  qualche 
fatto  un  sicuro  attestato  del  suo  favore  per  esso, 
ratificò  senza  difficoltà  V  atto  del  conte  di  Sifon- 
les  con  suo  diploma  del  dì  So  settembre  del  me- 
desimo anno  1Ò37  dato  in  Monza  (18).  Il  Serri- 
slori  vedendo  che  non  era  possibile  ottenere  la 
restituzione  delle  fortezze  ,  oggetto  il  più  im- 
portante della  sua  missione,  domandò  allora  in 
conseguenza  delle  istruzioni  avute  ,  che  almeno 
di  quella  di  Firenze  l'osse  levalo  il  comando  al 
Vitelli,  il  quale  per  la  sua  baldanza  non  meritava 
la  slima  né  la  confidenza  di  Cosimo»  La  domanda 
essendo  stala  favorevolmente  accolta,  fu  dimesso 
il  Vitelli,  a  cui  in  ricompensa  del  servizio  presta- 
to venne  dato  un  feudo  nel  regno  di  JXapoli,  e  fu 
surrogato  ad  esso  don  Lopes  Url&do  di  Mendozza. 
Ricevè  Cosimo  con  giubbilo  il  diploma  cesareo 
che  rese  nolo  al  pubblico  con  un  editto  del  dì  16 
ottobre  del  i537,  e  cominciò  allora  ad  usare  del 
titolo  di  duca  e  d'eccellenza.  Si  applicò  intanto  a 
ristabilire  la  quiete  interna  dello  stato,  ed  a  tale 
effetto  fece  passare  un  distaccamento  di  soldati 
spagnuoli  al  Borgo  s.  Sepolcro  e  nelValdarno  in- 
feriore per  tenere  in  freno  i  facinorosi  di  quelle 
terre,  che  non  cessavano  di  commettere  dei  di- 
sordini. Obbligò  i  pistoiesi  ,  che  continuavano  a 
trucidarsi  ,  a  depositare  le  armi,  e  convenne  coi 
governi  limitrofi  la  scambievole  restituzione  dei 
delinquenti  ,  il  qual  provvedimento  fu  trovato 
ottimo   per  diminuire  il  numero    dei    malfatto- 

ri(>7).  ..,:.■... 


Jn.i5Z8.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  99 

g.  IO.  Siccome  seguitava  sempre  la  guerra  in 
Piemonte  tra  griraperiali  ed  i  fraucesi,così  questa 
faceva  temere  in  Firenze^che  avanzandosi  essi  di 
più  potessero  inoli  rarsi  anche  in  Toscana,  che  i 
fuorusciti  coIPaiutoloro  di  nuovo  si  riunissero  in 
truppa  e  facessero  qualclie  tentativo.  Cosimo  a  lali 
notizie  non  tardò  un  momento  a  porsi  in  grado 
di  resistere  a  qualunque  attacco,  giacché  aprì  un 
imprestilo  al  principio  volontario  e  poi  forzato  , 
per  accumulare  delle  somme  di  denaro  onde  sup- 
plire ai  preparativi  di  una  guerra^  restaurò  le  for- 
tificazioni di  Firenze  già  fatte,  e  ne  fece  delle 
nuove  fuori  di  porta  a  s.  Niccolò^  ordinò  l'aumen- 
to delle  truppe,  richiamò  dal  Borgo  s.  Sepolcro  i 
soldati  spagnuoli,  e  li  fece  accampare  nel  pian  di 
Pisa  (i.S).  Fece  quindi  restaurare  la  fortezza  di  s. 
Miniato,  e  vi  stabilì  una  guarnigione  per  tenere 
in  freno  la  città  .  Fece  fabbricare  le  fortezze  di 
iPistoia  e  d"*  Arezzo  ,  essendovi  sempre  in  quei 
paesi  molti  semi  di  discordia,  ed  anche  per  es- 
sere quelli  i  primi  esposti  ad  una  invasione  ne- 
mica (19).  Nel  cavare  i  fondamenti  di  quella  di 
Arezzo  furono  trovati  bellissimi  antichi  bronzi , 
tra  i  quali  è  la  famosa  Chimera  etrusca  della  H. 
Galleria  di  Firenze.  Alle  fazioni  dei  guelli  e  ghi- 
bellini eran  pur  troppo  subentrate  in  Italia  quelle 
degrimperiali  e  dei  francesi,  onde  Cosimo  costret- 
to ad  adattarsi  antepose  di  riconoscere  per  propri 
grinteressi  di  Carlo  V,  eh'  era  signore  di  Napoli 
e  di  Miiano.piullosloche  di  accumularli  con  quel- 
li della  corte  di  Francia,  ove  regnava  Caterina  dei 
Medici,  la  quale  come  ultima  erede  del  ramo  di 


100  AVVENIMENTI  STORICI  w^/2.1538. 

Lorenzo  il  magniQco,  tacciava  Cosimo  di  usurpa- 
tore dei  suoi  diritti  alla  signorìa  di  Firenze,  e  lar- 
gamente soccorreva  i  fuorusciti .  Questo  politico 
sistema  impegnò  dunque  Cosimo  a  prender  parte 
in  tutti  gli  avvenimenti  che  potevano  risguardar 
Carlo  V  nelle  cose  d'Italia,  e  fu  sempre  pronto  a 
sovvenirlo  e  con  denaro  e  con  milizie ,  e  ciò  che 
più  imporla  impiegò  in  favore  della  parte  impe- 
riale in  Italia  i  suoi  non  volgari  talenti  nelle  cose 
di  stato  (io). 

g.ii.Ora  vedremo  come  Cosimo  s''ìnlroduces- 
se  a  guerreggiare  coi  senesi  per  impadronirsi  del 
loro  stato.  Le  scintille  di  libertà  che  rimanevano 
tuttavìa  sparse  in  Toscana  si  andavano  a  poco  a 
poco  spengendo.La  repubblica  d'Arezzo  ch'era  ri- 
sorta in  tempo  deirassedìo  di  Firenze  non  avea  du- 
ralo lungo  tempo.  Poich'ebbero  pasciuto  Tarmata 
imperiale  per  tutto  il  tempo  dell'assedio  di  Firen- 
ze, poich'ebber  fatti  i  più  grandi  sforzi  a  prò  degli 
imperiali,  gli  aretini  furono  assalili  ancor  essi  dai 
loro  vittoriosi  alleati,  e  nel  i5So  vennero  forzati 
a  tornare  sotto  il  dominio  dei  fiorentisii.  Il  conte 
Rosso  di  Bevignano  ,  il  quale  avea  avuta  tanta 
parte  nella  sollevazione  d'  Arezzo  contro  la  re- 
pubblica fiorentina,  e  così  vigorosamente  aveva 
aiutati  Clemente  VII  ed  i  Medici,  venne  arrestato 
nello  stato  pontificio ,  dato  nelle  mani  del  duca 
Alessandro  ed  appiccato  (ai).  La  repubblica  di 
Lucca  sollecitava  la  cupidigia  e  V  ambizione  del 
nuovo  duca  di  Firenze^  egli  la  costrinse  ad  uscire 
dalPoscuro  di  lei  riposo  ond'  ella  godeva,  coglien- 
do tuUe.  le  QQca.sjoni  di  offendere  il  di  lei  gover- 


^/l.1538.        DEITEMPIMEDICElCiP.nl.  lOI 

no  per  trarla  in  una  guerra  ,  colla  speranza  di 
terminarla  mercé  la  conquista  dì  quel  piccolo  sla- 
to. Più  volte  s'era  venuto  alle  mani  tra  i  conla- 
dini dei  due  domiiiii,  e  la  gelosìa  e  P  odio  di  vi- 
cinato scoppiarono  airuitirao  fra  di  loro  così  fie- 
ramente, che  mai  non  erano  stati  tanto  inveleniti 
gli  animi  finché  era  durata  la  repubblica  fiorenti- 
na .  Ma  i  lucchesi  conoscendo  la  loro  debolezza 
avevano  riposta  ogni  speranza  nella  protezione 
dell'imperatore  ,  ed  accattandosi  con  rasrguarde- 
voli  somme  di  denaro  ilifensori  nel  di  lui  <:onsi- 
glio,  in  tal  guisa  evitarono  un  assalto  cui  proba- 
bilmente avrebbero  dovuto  soggiacere  (22). 

g.  i^.  Furono  più  fortunati  i  disegni  di  Cosi- 
mo I  sopra  la  repubblica  di  Siena.  L"*  astuzia  ,  la 
dissimulazione  e  la  costanza  del  duca  trionfarono 
di  questa  città  indebolita  da  una  lunga  anarchìa, 
e  più  ancora  dalla  contraria  fortuna  dei  francesi, 
i  quali  traendo  la  repubblica  di  Siena  nel  lo- 
ro partito,  la  rovinarono  coi  medesimi  loro  soc- 
corsi ,  come  avean  già  rovinati  i  fiorentini  ab- 
bandonandoli .  Sebbene  la  repubblica  dì  Siena 
fosse  da  graa  tempo  addetta  alla  parte  imperia- 
le, in  forza  del  trattato  di  Gambray  ,  ella  aveva, 
come  tutti  gli  altri  slati  d'Italia,  perduta  la  sua 
indipendenza.  Carlo  V  la  lasciava  in  preda,  senza 
rammarico,  a  tutti  grinconvenientideiranarchia, 
purch''ella  desse  buone  guarentigie  della  costante 
sua  devozione  al  partito  imperiale  .  Altronde  la 
corte  favoreggiava  in  ogni  cosa  Taristocrazìa,  e  la 
repubblica  di  Siena  in  vece  d'^essere  agitata  come 
nel  precedente  secolo  dalle  tumultuose  passioni 


102  AVVENIMENTI    STORICI  jàn.i53S, 

del  popolo,  eralo  allora  dalle  non  meno  acerbe 
e  sanguinose  conlese  delle  grandi  famiglie. 

g.  i3.  Alfonso  Piccoloraini  duca  d- Amalfi  di- 
scendente da  un  nipote  di  Pio  II ,  era  stato  pre- 
scelto col  favore  delT  imperatore  nel  maggio  del 
i538  a  capo  della  repubblica  di  Siena  (aS).  D^al- 
lofa  in  poi  il  Piccolomini  era  stato  il  principale 
ministro  di  Carlo  V  appo  i  senesi  ;  ma  perchè 
era  egli  medesimo  poco  capace  di  governare , 
r,eggevasi  al  tutto  secondo  i  consigli  di  un  Giu- 
lio Salvi  e  di  sei  fratelli  di  costui  ,  la  di  cui  fa- 
miglia si  era  sollevata  ad  un  cotal  grado  di  po- 
tenza e  di  arroganza,  che  sprezzava  tutte  le  leggi 
e  tiranneggiava  non  tanto  le  sostanze  quanto  le 
mogli  e  le  figliuole  dei  cittadini.  I  senesi  dole-* 
vansi  di  ciò  all'imperatore  che  ritornava  dalla  sua 
impresa  d'Algeri*,  e  Cosimo  dei  Medici  avvalorava 
queste  doglianze,  denunziando  a  Carlo  V  un  trat- 
tato eh'  egli  pretendeva  d'^avere  scoperto  tra  Giu- 
lio Salvi  ed  il  signore  di  Montluc,  in  allora  se- 
gretario deir  ambasciatore  del  re  di  Francia  a 
Roma.  Per  questo  trattato  doveasi  dare  Port'Er- 
cole  in  mano  deTrancesi,  che  di  quei  tempi  erano 
in  procinto  di  ricominciare  la  guerra  contro  l'im- 
peratore, e  introdurli  da  quel  porto  in  Toscana, 
tranne  la  repubblica  di  Siena  in  alleanza  con  loro, 
e  dare  alla  Francia  P  opportunità  di  riacquistare 
la  perduta  potenza  in  Italia  (24).  lEffettivamente 
i  francesi  andavano  in  cerca  d'una  occasione  di 
rinnovare  qualche  negoziazione  coli'  Italia ,  e  di 
ricuperarvi  la  perduta  considerazione  ,  e  V  impe- 
ratore si  adoprava  con  eguale  zelo  a  precluder 


^/|.1538.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  103 

loro  Ogni  comunicazione  con  quei  piccoli  slati . 
Carlo  V  incaricò  pertanto  il  Granvella  di  rifor- 
mare il  governo  di  Siena  ^  questi  recossi  nella 
città  colla  guardia  tedesca  di  Cosimo  dei  Medici, 
e  dette  il  governo  ad  una  balìa  o  stretta  oligar- 
chia di  quaranta  cittadini  ,  Irentadue  dei  quali 
Tennero  eletti  da  ognuno  dei  ino  nli.  eh'  è  a  dire 
ordini  dei  cittadini,  ed  otto  dello  slesso  Granvel- 
la .  Presidente  dei  tribunali  doveva  essere  un 
suddito  dell'  imperatore  da  nominarsi  ogni  tre 
anni  dal  senato  di  Milano  o  da  quello  di  JNapo- 
li  (25).  Siena  era  scontenta  assai  di  questa  rifor- 
ma dello  stato  *,  e  senza  le  truppe  che  Cosimo  I 
aveva  ai  confini  ella  non  avrebbe  tardalo  a  squo- 
tere  il  giogo  (a6). 

g.  14.  Già  dicemmo  negata  da  cesare  a  Cosimo 
dei  Medici  la  figlia  Margherita  per  darla  ad  Ot- 
t.iviano  Farnese.  Premendo  non  di  meno  di  te- 
nerselo amico  ,  r  avea  ,  come  abbiamo  veduto  , 
nell'anno  addietro  confermato  signore  e  duca  di 
Firenze  .  Cosimo  che  non  avea  potuto  ottenere 
dal  re  Pautorità  sopra  le  cittadelle  di  Firenze  e  di 
Livorno,  lasciò  ancora  alTelezione  di  lui  il  desti- 
nargli una  moglie.  Dall'  augusto  fu  dunque  pre- 
scelfa  donna  Eleonora  figlia  di  don  Pietro  di  To- 
ledo viceré  di  Napoli.  Mandò  il  duca  Cosimo  a 
prenderla,  ed  intanto  si  occupò  a  visitare  per- 
sonalmente le  città  e  terre  del  suo  stato,  onde 
riparare  ove  occorresse  ai  disastri,  togliere  abusi 
e  ristabilirvi  un  ordine  confacente  alle  massime 
ed  interessi  d(d  nuovo  governo.  Restaurò  le  for- 
tezze e  le  mura  castellane  ove  il   bisogno  lo  li- 


I04  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1539. 

chiedeva,  riordinò  grinleressi  propri  e  quei  delle 
comunilà,  dette  miglior  forma  e  più  giustizia  alle 
imposizioni.  Pisa  fissò  le  sue  cure  in  modo  specia- 
le, ove  si  occupò  della  sanità  delle  sue  campagne, 
istituendo  a  taFuopo  un  magistrato,  che  incom- 
besse unicamente  a  questa  importantissima  cura. 
Visitò  le  colline  di  Volterra,  ed  in  tìne  tornato 
a  Pisa  ivi  attese  la  sua  jsposa,  la  quale  giunta  il 
dì  aa  di  marzo  del  i539  a  Livorno,  la  condusse 
con  gran  pompa  a  Firenze,  dove  suntuosamenle 
furono  celebrate  le  sue  nozze  (27).  iNel  cortile  del 
palazzo  mediceo,  poi  detto  dei  Riccardi,  furono 
eseguiti  brillanti  spettacoli,  ove  le  belle  arti  fio- 
rentine dettero,  come  dice  il  Vasari,  gran  prove 
di  loro  gusto  e  valore  .  In  piazza  di  s.  Marco  fu 
inalzata  su  di  una  gran  base  la  statua  di  Giovan- 
ni dei  Medici  padre  del  duca  Cosimo  ,  la  quale 
formò  r  ammirazione  degrintendenti. 

g.  i5.  L''allegrezza  nata  da  sì  fausta  circostan- 
za venne  alquanto  disturbata  da  sanguinosi  tu- 
multi che  accaddero  in  Pistoia  per  cagione  della 
famiglia  dei  Cancellieri,  la  quale  osservando  quel- 
la città  priva  del  consueto  presidio  dei  soldati , 
ch'erano  stati  chiamati  a  Firenze  per  mantenere 
il  buon  ordine  nella  occasione  delle  feste,  tornò 
di  nuovo  con  violenza  a  praticare  le  più  grandi 
ostilità  contro  i  Panciatici,  e  molti  dei  loro  ade- 
renti furono  miseramente  trucidati  (2,8).  La  dili- 
genza e  Tattività  di  BartolommeoLanfreJini,  che 
allora  in  Pistoia  pel  duca  Cosimo  esercitava  la 
carica  di  commissario,  troncarono  i  progressi  di 
quel  fuoco  rivoluzionario  col  far  venire  da  Pescia 


Alt.    1539.       DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  I05 

una  truppa  di  soldati  ivi  presidiali  dal  duca  Co- 
simo per  difesa  (29).  Ma  cura  dì  questa  più  grave 
fu  pel  duca  la  carestìa  di  quell'anno  che  trava- 
gliava tutta  ritalia.Egli  vedendo  bene  il  pericolo, 
che  il  popolo  angustiato  dalla  fame  e  subordinato 
dai  nemici  della  sua  grandezza  facesse  dei  movi- 
menti ,  pensò  tosto  a  prevenire  qualunque  di- 
sordine ,  con  provvedere  dei  grani  dalla  Sicilia 
e  da  Napoli ,  per  mantenere  V  abbondanza  nello 
stato  a  fronte  della  mancanza  quasi  totale  di  quel 
genere.  La  parentela  di  fresco  contralta  col  vice- 
rè  di  Napoli  per  questa  parte  gli  fu  di  gran  gio- 
vamento, per  Taltra  gli  suscitò  Tinimicizia  di  quei 
ch'erano  avversari  del  viceré.  Il  marchese  del  Va- 
sto, quel  d'Anguillara  ,  Giovanni  di  Luna  ed  il 
cardinal  Cibo  si  unirono  a  dargli  molestia  in  tut- 
to ciò  che  poteva  permettere  il  ministero  di  cia- 
scuno. Più  che  altro  lo  molestò  Taddebito  che  gli 
venne  imputato  d''aver  voluto  avvelenare  il  gio- 
vinetto Giulio  figlio  naturale  delP  estinto  Ales- 
sandro, che  per  natura  doveasi  tenere  come  ri- 
vale di  Cosimo  ,  e  per  tale  riguardavasi  e  fo- 
menlavasi  dal  cardinale  Cibo  .  [nformato  di  ciò 
r  imperatore  fece  si  ohe  il  porporato  si  ritirasse 
da  Firenze  ,  poiché  il  duca  fu  riconosciuto  per 
privato  processo  immune  daqueiraddebito.il  pa- 
pa non  era  favorevole  a  Cosimo,  specialmente  a 
cagione  del  contratto  matrimonio  con  altra  che 
sua  nipote.  Furono  pertanto  poste  nuove  decime 
sopra  gli  ecclesiastici  del  dominio  toscano  spet- 
tante al  duca,  quantunque  non  fosser  pagate  le 

antecedenti  per  la  penuria  sofferta,  e  l,ejr),t,o,,.|*{VQr 
Si.   Tose,  Tom,  IÒ.  10 


I06  AVVENIMENTI    STORICI  ^/j.    1539. 

lo  III  di  trarre  a  sé  la  decisione  dì  speciali  que- 
slioni  tra  madama  d'Austria  e  Cosimo  ppr  Tere- 
dità  d'Alessandro^  ma  informato  di  ciò  Carlo  V 
accettò  d'  esserne  il  compromesso  per  ambe  le 
parti. 

g.  i6.  Il  papa  avendo  guerra  coi  perugini  per 
un  aumento  fallo  loro  al  prezzo  del  sale,  non  man- 
cò di  trovar  questioni  anche  su  questo  particolare 
con  Cosimo-,  ma  la  di  lui  prudenza  seppe  superar 
lutto.  Per  far  maggiormente  risplendere  la  sua  di- 
gnità passò  ad  abitare  nel  palazzo  di  residenza 
della  estinta  repubblica,  lasciando  il  suo  antico,e 
la  duchessa  aggiunse  al  fasto  della  nuova  abita- 
zione, degli  orti  pensili  deliziosissimi.  In  quel  pa- 
lazzo nel  dì  3  d^aprile  dette  alla  luce  una  figlia 
crebbe  nome  Maria,  il  battesimo  della  quale  volle 
Cosimo  che  fosse  celebrato  colla  più  gran  magni- 
ficenza (3o).  Il  papa  oltre  il  permettere  a  Roma 
tutte  le  ingiurie  dei  fuorusciti  contro  le  armi  di 
Cosimo,  aveva,  non  ostante  le  calamità  dei  tempi, 
imposto  al  dominio  fiorentino  altre  due  decime, 
cosicché  in  sei  anni  erano  già  quattro,  vessando 
con  censure  e  interdetti  i  particolari  per  l'esazio- 
ne. Tollerò  lutto  il  duna  fino  a  raccolta,  e  allora 
dichiarò  che  qualora  sua  Santità  promettesse  di 
noii  imporre  più  decime,  e  per  quelle  già  imposte 
dichiarasse  commissario  un  suddito  fiorentino, 
avrebbe  presfato  tutto  il  braccio,  ma  in  caso  di- 
verso egli  non  voleva  che  si  andasse  più  innanzi. 
Fulminò  il  papa  un  interdetto  contro  lo  stato  ed 
il  duca  (3i).  Vedendo  però  che  queste  armi  spi- 
rituali non  spaveutavanojsi  rivolse  alle  temporali, 


^«.1541.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  lO;' 

e  dopo  avere  assoggettata  Perugia,  fece  passare  le 
sue  armi  nel  cortonese,  ove  avendo  Alessandro 
Vitelli,  che  le  conduceva,  trovata  più  resistenza 
che  non  credeva,  e  sapendo  che  Carlo  V  avrebbe 
preso  interesse  in  quest'affare  sene  tornò  indie- 
tro (32.). 

g.  17.  Cosimo  intanto  espose  il  pericolo  di 
Pion»bino,che  tenutoda  un  impotente  feudatario, 
sul  quale  il  papa  aveva  anche  delle  mire,  come  il 
re  dì  Francia,  era  minacciato  dai  turchi,  onde 
chiedeva  di  poterlo  riunire  al  dominio  di  Firenze, 
ed  esibiva  una  somma.  La  proposizione  non  fu 
rigettata,  lasciando  che  a  tempo  più  opportuno  se 
ne  trattasse  direttamente  (33).  Ogni  cura  peno- 
sa tacque  in  Lucca  nell'anno  i54i,  allorché  sop- 
pesi che  le  due  supreme  potestà,  il  papa  e  Tim- 
peratore,  avean  fermato  di  abboccarsi  insieme  in 
questa  città.  Arrivò  nel  di  8  di  settembre  papa 
Paolo  e  nel  dì  io  vi  fece  la  sua  entrala  anche 
Carlo,  ed  al  corteggio  di  sua  Maestà  si  trovarono 
i  duchi  di  Ferrara  e  di  Firenze.  Si  trattò  in  que- 
sta città  un  concilio  onde  porre  a  freno  la  nuor 
va  eresia  di  Lutero,  e  a  far  argine  con  una  le*- 
ga  alla  soverchiante  potenza  turchesca.  Cesa- 
re partì  da  Lucca  alla  volta  della  Spezia  per  la 
sua  male  augurata  impresa  d' Algeri,  ed  il  papa 
indi  a  poco  restituissi  a  Roma  (34).  Si  dice  che 
incamminatosi  alla  volta  di  Pistoia  ebbe  seco  nu- 
merosa truppa  di  soldati,  che  bramavano  di  en- 
trare in  quella  città,  ina  quanto  di  buon  grado 
erano  i  pistoiesi  per  ricevere  il  santo  Podre,  al- 
trettanto di  malanimo  avrebbero  accettato  entro 


I08  AVVENIMENTI  STORICI  -rf/2.t541. 

le  loro  mura  la  di  lui  soldatesca,  sicché  lo  slesso 
papa  si  astenne  di  entrare  in  quella  città  e  prese 
la  via  di  Bologna  (35). 

g.  18.  Tornato  a  Firenze  il  duca  Cosimo,  e  la 
duchessa  Eleonora  essendo  nuovamente  incinta, 
volle  portHrsi  in  compagnia  del  suo  sposo  nel  Ca- 
sentino airAlvernia  per  visitare  quel  santuario  e 
pregare  s.  Francesco,  del  quale  era  essa  devota, 
per  ottenere  un  figlio  maschio,  che  succedendo 
al  padre  assicurasse  la  quiete  della  Toscana.  Que- 
sti principi  passarono  per  andare  a  quell'alpestre 
luogo  da  Prato-Yecchio,  e  nel  ritorno  presero  la 
strada  d^Arezzo,  dove  si  trattennero  due  giorni. 
Gli  aretini  riceverono  i  loro  sovrani  con  dimo- 
strazioni di  rispettoso  attaccamento, e  dettero  di- 
verse splendide  feste.  Le  preghiere  di  questi  prin- 
cipi furono  esaudite  da  Dio,  poiché  nel  26  marzo 
dei  i54i  la  duchessa  Eleonora  partorì  un  maschio, 
del  che  anche  Carlo  V  n'ebbe  gran  contento,  ed 
accettò  di  tenerlo  a  battesimo  ed  ebbe  il  nome  di 
Francesco.  La  funzione  battesimale  ad  oggetto  di 
prepararla  con  magnificenze  non  ebbe  luogo  che 
quattro  mesi  dopo  il  parto,  sicché  la  madre  col 
real  genitore  vi  potettero  assistere  personalmen- 
te (36j. 

g.  19.  IXelPessere  il  duca  a  Lucca  per  corteg- 
giare Pimperatore  avvenne  che,trovandovisi  per  la 
stessa  causa  il  duca  di  Ferrara,  Cosimo,o  non  be- 
ne istruito  nel  sostenere  la  sua  rappresentanza,  o 
forse  avendo  riguardo  alTetà.^trascurò  che  l'estense 
gli  guadygnasse  la  precedenza.  Passò  questo  suc- 
cesso tranquillamente  come  non  avvertito, ma  in 


^rt.1541.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  109 

Roma  nella  occasione  della  festività  del  Natale 
nel  solenne  intervento  dei  ministri  de'prìucipi  ot- 
tenne il  duca  di  Ferrara  che  il  suo  ambasciatore 
precedesse  a  quello  di  Firenze.  Sorpreso  Cosimo 
da  questa  innovazione  impegnò  il  ministro  impe- 
riale e  lo  stesso  Granvella  a  suo  favore,dimostran- 
do  quanto  Pestense  era  inferiore  di  dignità,  per- 
chè avea  servito  da  generale  la  repubblica  di  Fi- 
renze, e.  perchè  essendo  feudatario  non  poteva 
pareggiarsi  ad  un  principe  libero  ed  indipendente. 
Dopo  varie  dimostrazioni  non  credette  il  papa  per 
così  lieve  causa  irritarsi  il  duca,  e  revocò  Tatto  a 
favore  di  Ferrara.  Ciò  non  ostante  rimase  per  tal 
causa  in  questi  due  principi  una  reciproca  animo- 
sità^ e  mentre  Tltalia  rideva  di  questa  gara,  le  fu- 
neste nuove  della  disfatta  di  Carlo  V  in  Affrica 
richiamarono  l'attenzione  di  tutti,  e  sbigottirono 
universalmente  il  partito  imperiale.  Il  furore  dei 
venti  e  la  tempesta  avendo  disperse  ed  ingoiate 
molte  delle  sue  navi,  appena  potette  giungere 
salvo  in  Ispagna  con  qualche  avanzo  della  sua 
formidabile  flotta.  Molte  di  queste  navi  giunsero 
alla  rada  di  Livorno,  e  Cosimo  non  mancò  di  far 
sovvenire  quegli  infelici,  de'quali  molli  perirono 
in  porto  per  ì  sofferti  disagi  (^y).  Anche  in  To- 
scana accaddero  altri  malori,  poiché  spaventosi 
terremoti  fecer  cadere  molti  edifìzi.  ove  perirono 
centinaia  di  persone,  massimamente  nella  teriadi 
Scorpena  in  lutto  il  iVIugello,  con  risentirsene  Fi- 
renze, Pisa,  Volterra,  Lucca  ed  allri  luoghi  (38). 
g.  20. 1  francesi  volean  servirsi  della  occasio- 
ne delle  sciagure  sofferte  da  Carlo  V  per  muover- 
lo* 


no  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1542. 

gli  guerra.  Non  riuscì  peraltro  ai  ministri  impe- 
riali in  Roma  di  persuadere  il  papa  a  dichiararsi 
per  rimperatore ,  mentre  ciò  avrebbe  differita  la 
guerra,  ma  egli  si  protestò  di  tenersi  neutrale,  e 
di  accettare  soltanto  le  parli  di  mediatore:  occul- 
tamente però  egli  desiderava  che  avesse  luogo 
questa  guerra,  lusingandosi,  che  le  potenze  tro- 
verebbersi  così  obbligate  a  ricorrere  a  lui,  e  facen- 
do una  nuova  divisione  di  stati  profitterebbe  di 
qualche  acquisto  pel  suo  nipote.  Le  mire  del  pa- 
pa si  rivolgevano  specialmente  sopra  Siena ,  la 
quale  era  sempre  in  turbolenze  interne,  e  si  di- 
videva in  partiti  francese  ed  imperiale,ma  i  mini- 
stri deirimpeiatore  unitamente  al  duca  le  costi- 
tuirono un  governo  più  stabile  e  più  stretto:  una 
guarnigione  di  aoo  soldati  somministrali  da  Co- 
simo dovea  sostenere  le  nuove  disposizioni,  ed  il 
conte  Sfondrado  commissario  dell'imperatore  do- 
veva invigilare  alla  quiete  e  al  buon  ordine.  Così 
fece  un  trattato  colla  repubblica  di  Siena  il  io 
di  marzo  che  doveva  durare  i5  anni.  L^  oggetto 
principale  di  esso  era  una  confederazione  tra"'] 
duca  ed  il  nuovo  governo  senese  per  la  comu- 
ne difesa.  Assicuralo  in  tal  guisa  lo  stato  di  Sie- 
na, tuttavìa  non  lasciavano  il  papa  edi  fuorusciti 
di  dare  dei  disturbi  a  Cosimo  e  airimperatore,  fa- 
cendo sempre  dei  tentativi  sostenuti  dal  papa,  il 
quale  abbracciava  sempre  più  le  piccole  occasioni 
di  fare  scoppiare  il  suo  mal  talento  contro  di 
Cosimo  (39). 

g.  21.  Dopo  la  sconfitta  di  Carlo  V  in  Algeri 
Francesco  I  gli  dichiarò  nuovamente  la  guerra,  ed 


An»    1543.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  m.  Ili 

aveva  sollevalo  in  Germania  il  duca  Cleves.  Soli- 
mano s^era  obbligato  di  marciare  con  200,000  uo- 
mini in  Ungheria,  e  Barbarossa,  allora  bei  di  Al- 
geri, unì  la  sua  flotta  all'armata  navale  di  Francia: 
il  duca  provvedeva  con  ogni  maturità  alla  propria 
difesa.  I  fuorusciti  fiorentini  avean  dato  per  punto 
di  riunione  la  Mirandola,  e  Pietro  Strozzi  per  ope- 
ra di  certi  suoi  masnadieri  aveva  avuto  l'ardire  di 
sorprendere  Marano  piccolo  porto  posto  sul  capo 
d'Istria  appartenente  a  Ferdinando  re  deVoraani. 
Ma  essendo  scacciato  dagli  stati  veneti  erasi  an- 
ch''egli  riunito  alla  Mirandola.  La  sorte  dopo  va- 
rie vicende  si  mostrò  favorevole  a  Carlo,  che  pen- 
sò di  scendere  nuovamente  in  Italia.  Sentendo 
ch'ei  fermavasi  in  Genova,  Cosimo  si  portò  ad  in- 
contrarlo colla  duchessa,  e  furono  accolti  con 
molla  parzialità.  Cesare  volle  che  Cosimo  interve- 
nisse ai  consigli  che  si  tennero  davanti  a  lui  so- 
pra gli  affari  d'Italia,  unitamente  al  marchese  del 
Vasto  e  a  don  Ferrante  Gonzaga  (40).  Tra  i  con- 
sigli che  si  tennero,  sì  trattò  anche  dei  mezzi  per 
difendere  il  littorale  toscano  dall'armata  di  Bar- 
barossa, e  garantire  gli  stati  di  Siena  e  Piombino 
dalle  sorprese  dei  francesi  e  del  papa.  Cosimo  si 
adoprò  tanto,  che  l'imperatore  intento  a  raccoglier 
moneta  si  lasciò  indurre  a  rimettergli  nelle  mani 
le  cittadelle  di  Firenze  e  di  Livorno,  con  che  egli 
pagasse  aoo,ooo  scudi  d''oro(4i),  e  s'incaricasse 
della  difesa  del  littorale  di  Piombino.  11  duca 
accompagnò  Pimperatoie  fino  a  Milano,  e  conti- 
nuando questi  il  viaggio  a  Bassetto,  castello  fra 
Cremona  e  Parma,  cercò  uu  abboccameDtQ.  qqH 


lia  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l,   1543. 

papa,  che  avrebbe  voluto  fissare  in  Bologna  il  con- 
cilio destinato  da  cesare  a  Trento.  Carlo  V  dubi- 
tando che  Sfondrado  non  se  Tintendesse  col  pa- 
pa lo  revocò  dalle  ingerenze  di  Siena  e  lo  impiegò 
alla  sua  corte,  passando  in  sua  vece  a  Siena  doa 
Giovanni  di  Luna  (4a). 

g.  aa.  Tornato  Cosimo  a  Firenze  prese  pos- 
sesso della  fortezza,  da  dove  ne  uscirono  le  trup- 
pe spagnuole,  e  per  procuratore  prese  possesso 
delle  fortezze  di  Pisa  e  Livorno,il  che  finalmente 
lo  rese  principe  indipendente.  Si  applicò  egli  poi 
alla  difesa  del  littorale  di  Piombino,  ed  invigilò 
sopra  la  condotta  dei  senesi,  de'^quali  si  conosce- 
va ormai  troppo  vacillante  la  sede.  Percorreva  già 
la  voce  dell'imminente  arrivo  di  Barbarossa  alle 
coste  dì  Toscana,  quando  il  duca  spedì  a  Campi- 
glia  Otto  da  Montauto  con  un  distaccamento,  e 
ordinò  che  si  riunissero  in  detto  luogo  le  bande 
circonvicine  in  numero  di  4ooo-  ^ra  TA^ppiano 
principe  di  Piombino  uomo  debole  e  trascu- 
rato, posto  in  diffidenze  col  duca  dal  cardinale 
Salviati  suo  cognato,  e  dubitando  che  sotto  pre- 
testo di  soccorrerlo  attentasse  Cosimo  di  occu- 
pargli la  piazza^  ricusò  di  ammettervi  le  truppe 
ducali,  fintantoché  il  timore  dei  turchi  e  Timmi- 
nente  pericolo  non  lo  consigliarono  diversamen- 
te. Era  sprovvisto  di  denaro,  di  munizione  e  di 
gente,  e  di  tutto  fu  necessità  sovvenirlo:  fu  intra- 
preso il  risarcimento  delle  fortificazioni  della  piaz- 
za, ma  fu  ben  tosto  interrotto  dallo  spavento  che 
suscitò  l'arrivo  della  flotta  all'* imboccatura  del 
canale.  Tutti  gli  abitanti  abbandonarono  la  piaz- 


^/t.1543.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  IlS 

sa  e  volentieri  li  avrebbe  seguiti  TAppiano,  se  la 
vergogna  e  le  rimostranze  del  duca  non  l'avesse- 
ro ritenuto.  Frattanto  con  5oo  donne  rimaste 
nella  terra  sì  rinchiuse  nella  fortezza  piangendo 
e  implorando  la  pietà  del  cielo,  mentre  i  soldati 
del  duca  si  occupavano  a  far  dei  ripari.  Il  libeccio 
impedi  alla  flotta  d'imboccare  il  canale,  e  Barba- 
rossa  essendosi  postato  nelT  Elba  a  Portofer- 
raio,  spedì  a  domandare  al  principe  di  Piombino 
il  figlio  del  giudeo  suo  favorito,  promettendo- 
gli di  non  apportargli  alcun  danno,  qualora  gli 
fosse  consegnato  costui.  Per  non  mostrar  timore 
in  questa  occasione,di  concerto  cogli  ufliziali  del 
duca  dair  Appiano  fu  replicato  a  Barbarossa,  che 
non  essendo  il  giudeo  in  quella  piazza  sarebbe 
stalo  ritrovato  per  dare  a  suo  padre  il  comodo  di 
riscattarlo.  Avendo  poi  la  flotta  indirizzato  il  suo 
corso  verso  la  Corsica,  il  littorale  toscano  restò 
libero  da  questo  spavento,  e  potette  il  duca  più 
tranquillamente  attendere  alla  fortificazione  di 
Piombino,  lasciandovi  il  Montaulo  con  presidio 
di  3oo  soldati  (43). 

g.  2.3.  Scampalo  questo  pericolo  Cosimo  non 
noancò  di  guarnire  nuovamente  il  littorale  fino  a 
Pielrasanta,  e  di  tenere  in  Pisa  un  numero  com- 
petente di  fanti  e  di  cavalli  per  esser  pronti  ad 
ogni  tentativo  di  sbarchi.  Per  provvedere  a  qua- 
lunque caso  che  accader  potesse,  riunì  molte  delle 
sue  milizie  a  Volterra,  costituendo  quella  città 
come  piazza  d'^arme  per  esser  comoda  ad  accorrere 
in  qualunque  luogo  della  Maremma  che  fosse  at- 
taccata, lu  mozzo  a  tanti  travagli  la  duchessa  il 


Il4  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.    1544. 

di  JA9  selterabre  gli  partorì  un  secondo  maschio,e 
fu  scoperta  una  congiura  orditagli  contro  da  Giu- 
liano Buonaccorsi,  che  colTaiulo  di  un  suo  servi- 
tore meditavadi  ucciderlo  mentre  da  Firenze 
passava  alla  villa  del  Poggio  (44)- 

g.  a4.  Nella  guerra  ch^erasi  riaccesa  tra  la  Fran- 
cia e  l'impero,  Pietro  Strozzi  e  Leone  priore  di 
Capua  suo  fratello,  sempre  bramosi  di  vendicare 
il  loro  padre  Filippo  e  di  balzare  di  seggio  Cosi- 
mo I,  faceano  ricerca  d'un  luogo  in  Toscana,  in 
cui  potessero  unire  i  soldati  che  loro  dava  la 
Francia  ai  malcontenti,  sempre  pronti  ad  asse- 
condarli. Lo  stato  di  Siena  sembrava  ad  essi  più 
d''ogni  altro  opportuno  a  farvi  approdare  le  loro 
forze,  ed  essendosi  Francesco  I  collegato  col  tur- 
co a**  danni  di  Carlo  V,  la  flotta  francese  unita 
ogni  anno  a  quella  del  famoso  pirata  Barbarossa 
assalì  più  volte  i  porti  dello  stato  senese^  tanto- 
ché alPultimo  dopo  aver  riscattalo  il  giudeo  che 
era  presso  Appiano  signore  di  Piombino,  il  Bar- 
barossa occupò  nel  i544  Telamone  e  Portercole, 
ed  assediò  Orbetello  che  non  potè  ottenere,  es- 
sendo slato  ben  presidiato  dai  senesi. Questi  era- 
no atterriti  vedendo  i  turchi  sbarcare  sulle  loro 
coste^  pure  riuscivano  ad  essi  ancora  più  sospetti 
gli  aiuti  offerti  da  Cosimo  L  Fra  tali  sospetti  e  ti- 
mori vissero  i  senesi  fino  alla  sottoscrizione  del 
trattato  di  Crespi,  fermato  il  18  settembre  i544, 
col  quale  per  poco  tempo  si  ristabilì  la  pace  tra 
la  Francia  e  l'impero  (45). 

g.  a5.  Fatta  la  pace,  don  Giovanni  di  Luna 
•continuò  a  stare  in  Siena  con  una  piccola  guar- 


^«.1545.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    III.  Il5 

nìgione  spagnuola  solto  colore  di  tener  quieta  la 
città,  ma  in  fatto  per  mantenerla  dipendente  dal 
partito  imperiale.  Carlo  V  mai  non  mandava  da- 
naro ai  suoi  soldati,  ed  in  tempo  di  pace  Jascia- 
vali  vivere  a  discrezione  nelle  provincie  suddite 
o  alleate  ,  le  quali  perciò  non  soffrivano  meno 
della  crudele  avidità  degli  spagnuoli,di  quello  ch« 
soffrisse  un  paese  nemico  in  tempo  di  guerra  (46). 
Il  malcontento  cagionato  dalle  ruberie  degli  spa- 
gnuoli  era  di  già  pervenuto  alP  estremo ,  e  vi  si 
aggiungeva  la  gelosìa  del  costante  favore  che  don 
Giovanni  di  Luna,  di  conserva  con  Cosimo,  pre- 
stava air  aristocrazia  .  Volevano  questi  due  che 
ogni  potere  fosse  affidato  ai  nobili  ed  al  monte 
dei  nove,  che  quasi  colla  nobiltà  si  confondeva  ^ 
e  facevano  degli  altri  ordini  quello  spregio  che 
si  fa  dai  borghesi  nelle  monarchie  .  La  cosa  andò 
tant'ollre,  che  il  popolo  si  sollevò  a  tumulto  il  dì 
6  febbraio  i545;  trenta  gentiluomini  alP  incirca 
furono  uccisi,  e  gli  altri  cercarono  rifugio  in  pa- 
lazzo presso  don  Giovanni  di  Luna.  Cosiuio  I,  che 
teneva  le  sue  truppe  apparecchiate  ai  confini  per 
approfittare  di  questo  tumulto,  voleva  che  don 
Giovanni  le  lasciasse  entrare  in  città  .  Ma  questi 
o  non  antivide  quello  che  dovea  succedere,  o 
non  seppe  risolversi  a  tanto:  lasciò  licenziare  la 
propria  guarnigione  spagnuola,  ed  alP  ultimo  fu 
costretto  ad  uscire  egli  medesimo  di  Siena  con 
un  centinaio  di  coloro  ch«  appartenevano  alPari- 
fclocrazia.  Tutto  il  monte  dei  nove  fu  allora  pri- 
vato d'ogni  partecipazione  al  governo  (47)*  1 
g.aG.Cosimo  frai  tanto  non  cessava  di  far  cono- 


Il6  AVVENIMENTI  STORICI  ^rt.15  45. 

soere  airimperatore  la  diffidenza  «  debolezza  del- 
TAppiano  signore  di  Piombino .  e  di  instare  acciò 
ne  fosse  fatta  a  lui  la  cessione.  La  diffidenza  ,  lo 
interesse  e  la  gelosìa  delfingrandimenlodi  Cosi- 
mo tennero  sempre  sospeso  questo  trattato,  che 
gli  spagnuoli  non  vollero  mai  intraprendere  con 
impegno:  ma  essendosi  TAppiano  gravemente  am- 
malato, pensò  don  Giovanni  di  Luna  di  assicurar- 
si di  quello  stato  a  nome  delPiraperatore  per  con- 
servarlo al  figlio  pupillo, e  nel  caso  che  la  vedova 
avesse  resistilo,  chiese  ol  duca  le  forze  necessarie 
per  obbligarla,  standosi  egli  postato  sul  dominio 
seneseaMonterotoudoperaspettarnerevento(48). 
Morto  TAppiano  si  prestò  giuramento  di  fedeltà  al 
di  lui  tìglio  ed  all'imperatore.  Non  mancò  Cosimo 
di  rappresentare  qual  pericolo  poteva  apportare 
alla  Toscana  tutla  il  lasciare  un  porto  così  im- 
portante nelle  mani  di  una  donna  e  di  un* fan- 
ciullo, tanto  più  che  vi  erano  un  fratello  ed  un  cu- 
gino del  duca  morto  che  aspiravano  a  quel  prin- 
cipato, e  che  potè  vano  produrre  dei  disordini.  Ac- 
colse Timperatore  queste  dimostrazioni,e  nel  mese 
di  novembre  fu  introdotta  guarnigione  spagnuola 
in  Piombino  e  ne  fu  preso  possesso  a  nome  di  esso 
imperatore,  per  lo  che  Cosimo  somministrò  gente, 
danari  e  vettovaglie  :  fu  poscia  dato  un  equiva- 
lente al  pupillo  Appiano  (49). 

g.  27.  Continuando  il  papa  nel  suo  sdegno  con- 
tro Cosimo  abbracciava  ogni  occasione  che  gli 
si  presentava  per  dimostrarglielo .  Fin  dalP  anno 
precedente  fu  astretto  il  duca  a  scacciare  i  frati 
di  s.  Marco,  perchè  predicavano  delle  massime 


jin,i5i5,       DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  II 7 

contro  il  governo.  Per  non  fare  una  guerra  aper- 
ta col  papa  fu  obbligato  a  rimetterli,  ma  cessò  di 
fare  le  elemosine  che  prima  loro  faceva,  l  frati 
di  s.  Marco  ricorsero  contro  Cosimo  al  ponlelice, 
il  quale  irritato  si  lagnò  di  quel  principe  in  pieno 
concistoro,  e  fece  porre  in  Castel  sant'Angelo  un 
certo  Babbi  da  Volterra  segretario  della  lega/ione 
fiorentina,  né  lo  distolsero  da  ciò  le  premure  ed 
anche  le  minacce  delP  ambasciatore  imperiale  . 
Cesare  era  occupato  nella  guerra  contro  i  lute- 
rani di  Germania,  che  avean  fatta  una  lega,  i  capi 
della  quale  erano  Telettore  di  Sassonia,  ed  il  lan- 
gravio d'Assia.  Essendo  questa  in  apparenza  una 
guerra  di  religione,  il  papa  doveva  avervi  parte  , 
ed  a  questo  effetto  si  facevano  a  Roma  delle  trat- 
tative .  Fu  questa  una  favorevole  occasione  per 
Cosimo,  giacché  l'imperatore  fece  sapere  al  pon- 
tefice, che  se  non  raddolciva  le  sue  maniere  pres- 
so il  duca  ,  egli  poteva  gettarsi  dal  partito  dei 
protestanti,  come  con  molto  calore  n"  era  richie- 
sto. Aveva  intanto  Cosimo  scritta  una  lettera  cir- 
colare a  molti  cardinali,  giustificandosi  degh*  adde- 
biti appostigli  dalla  corte  di  Roma.  L'^insinuazione 
dell'imperatore  e  la  lettera  di  Cosimo  produssero 
il  desiato  effetto,  poiché  il  papd  scrisse  un  breve 
amorevole  al  duca,  pregandolo  d'  esortare  colfe- 
sempio  suo  i  sudditi  a  fare  elemosiiie  ai  frati  ^  e 
fu  posto  in  libertà  il  segretario  Babbi  .  Avendo 
pertanto  Timperalore  bisogno  d^aiuti  perla  guer- 
ra contro  i  protestanti,  ne  domandò  al  duca  Co- 
simo, che  gli  spedi  Ridolfo  Baglioni  con  25o  ca- 
valli ,  ma  quanto  al  sussidio  in  denaro  non  fu 
ò't.   Tose*   Tom,   10.  11 


Il8  AVVENIMENTI  STORICI  Jn,^S^Q. 

sollecito  a  darne:  al  contrario  pressava  egli  sem- 
pre per  r  esecuzione  della  promessa  di  dargli  il 
possesso  di  Piombino.  L""  imperatore  astretto  dal 
bisogno  di  denaro  spedì  a  Firenze  don  France- 
sco di  Toledo,  il  quale  dette  al  duca  il  toson  di 
uro  (5o),  e  gli  presentò  una  obbligazione  di  sua 
Maestà,  in  cui  gli  prometteva  nel  termine  di  nove- 
mesi  d'investirlo  e  dargli  il  possesso  di  Piombino' 
e  dello  stato  .  In  corrispondenza  di  ciò  Cosimo 
gli  prestò  aooyooo  scudi,  ma  incaricò  il  Toledo  di 
insistere  presso  Timperalore  acciò  vegliasse  sulla 
critica  situazione  della  repubblica  di  Siena. 

g.  a8.  Fu  incaricato  don  Ferrante  Gonzaga  di 
prender  cura  delle  cosede'senesi,  i  quali  erano  in 
istato  di  ribellione  e  volevano  opporsi  a  qualunque 
sistema  si  volesse  porvi,  mentre  il  popolo  brama- 
va di  governarsi  a  suo  talento,  e  fu  stabilito  cbe  si 
desse  T  incarico  al  duca  Cosimo  di  tenerli  a  do- 
vere (5i).  Tutto  Pandamento  degli  affari  esigeva 
che  Cosimo  stesse  bene  oculato,  procurando  sem- 
pre di  tener  sé  ed  il  suo  stato  preparati  alla  dife- 
sa in  qualunque  evento  cbe  accader  potesse.  Nel- 
la lusinga  pertanto  di  giungere  una  volta  al  de- 
siato possesso  di  Piombino ,  edificò  un  arsenale 
in  Pisa,  e  fatti  venire  manifattori  da  Genova  e  da 
Venezia,  fece  costruire  due  galee  per  guardare  il 
litlorale  :  accrebbe  ancora  il  numero  delle  sue 
milizie,  e  sollecitò  le  fortificazioni  di  Pisa  (5a). 

g.  2,9.  Mentre  in  Toscana  più  non  rimaneva 
quasi  orma  deirantica  libertà,  e  che  tutta  Tltalia 
avea  perduta  Tindipendenza  ed  era  priva  d*  ogni 
speranza  di  straniero  soccorso ,  un  gonfaloniere 


i4n.i546.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  II9 

di  Lucca  formò  l'audace  disegno  di  richiamare  in 
vita  tutte  quelle  antiche  repubbliche,  di  unirle  in 
lega  e  di  squolere  il  giogo  dell'imperatore  in  al- 
lora trattenuto  in  A^lemagna  dalla  lega  di  Smal- 
calde,  schivando  tuttavìa  d'  assoggettarsi  a  quel 
della  Francia,  e  dì  riconquistare  ad  un  tempo  la 
indipendenza  delP  Italia  ,  la  libertà  politica  dei 
cittadini  e  la  libertà  religiosa,  di  cui  Lucca  s''era 
invogliata  dopo  le   predicazioni  della    riforma  . 
Francesco  Burlaraacchi.  autore  di  questo  disegno, 
era  uno  dei  tre  commissari  deirordinanza,  o  sia 
milizia  del  territorio  di  Lucca .  Egli  aveva  sotto 
il  suo  comando  circa  1400  uomini,  e  poteva  ar- 
ruolarne altri  600  senza  dar  sospetto  .  Secondo 
fusata  pratica  d'ogni  anno,egIi  divisava  di  passar- 
li a   rassegna  sotto  le  mura  di  Lucca,  e  qualora  le 
porle  della  città  fossero  state  chiuse  dopo  la  ras- 
segna, voleva  sotto  finto  pretesto  far  valicare  dal- 
la sua  truppa  il  Monte  di  s.  Giuliano,  e  condurla 
a  sorprender  Pisa  che  avea  poca  guarnigione,  ed 
ove  il  comandante  della  rocca  era  seco  lui  d''ac- 
cordo:  restituita  in  tal  modo  ai  pisani  quella  li- 
bertà per  la  quale  aveano  combattuto  quaranta 
anni  prima  con  tanto  valore,-  voleva  unirli  a'suoi 
lucchesi  per  muovere  insieme  contro  Firenze,  ed 
approfittare  delTuniversale  malcontento  dei  po- 
poli per  dilatare  ovunque  la  rivoluzione. Un^altra 
parte  dell'ordinanza  doveva  incamminarsi  verso 
Pescia  e  Pistoia,  ove  mercè  dello  spirilo  di  fazio- 
ne il  popolo  era  ancora  guerriero.  Arezzo  che  di 
fresco  avea  mostrato  il  suo  desiderio  di  libertà,  e 
Siena  che  temeva  il  ri^entinienlodeirimperalore, 


120  AVVENIMENTI  STORICI  Jn,    1546. 

e  varie  alfre  città  dltalia  dovevano  entrare  nella 
nuova  [ega,  la  quale  ad  ogni  città  avrebbe  garan- 
tita la  respettiva  libertà,  e  tutti  i  necessari  mez- 
zi di  resistenza.  I  due  fratelli  Strozzi  avean  pro- 
messo per  tale  impresa  3o,ooo  scudi  in  contanti, 
i  soccorsi  della  Francia  e  V  attiva  cooperazione 
degli  esiliati  fiorentini^  ma  indussero  il  Burlamac- 
chi  a  dift'erire  V  esecuzione  del  suo  disegno  per 
aver  tempo  di  conoscere  i  resultamenti  della 
guerra  incominciata  dalPimperatore  contro  i  pro- 
testanti della  Germania ,  ed  intanto  un  lucche- 
se, che  i  congiurati  volevano  ammettere  a  parte 
della  trama,  si  portò  a  Firenze  a  darne  avviso  al 
duca  Cosimo  I.  Il  Burlamacchi  era  allora  gonfa- 
loniere,  e  sebbene  la  sua  carica  non  potesse  sot- 
♦rerlo  al  gastigo  meritato  per  aver  formata  quella 
tant'ardita  impresa  senza  l'assenso  della  sua  pa- 
tria, egli  avrebbe  ancora  avulo  tempo  di  fuggire 
quando  seppe  che  il  suo  disegno  era  slato  rive- 
lato a  Cosimo,  se  le  generose  cure  eh''  egli  volle 
prendere  per  alcuni  fuorusciti  senesi,  che  temeva 
dì  aver  compromessi  ,  e  che  lo  denunziarono  ai 
consigli  di  Lucca,  non  l'avessero  trattenuto,  co- 
sicché venne  preso.  Cosimo  I  persuase  T  impera- 
tore a  farsi  consegnare  Tardito  cittadino  che  avea 
Yoluto  sollevare  tutta  Pltalìa:  ai  lucchesi  non  ba- 
stò Panimo  di  ricusarlo;  edilBurlamacchi  fu  tra- 
dotto a  IVIilano.  posto  alla  tortura,  poi  condanna- 
to alTestremo  supplizio  (5B) .  Fu  cura  dei  padri 
d'informar  bene  di  questo  fatto  i  potentati  prin- 
cipali, per  far  chiara  la  mente  dei  medesimi  sulla 
rettitudine  loro,  del  che  tutti  rimasero  persuasi^ 


1<#/I.1547.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  111.  121 

vista  la  peculiare  diligenza  messa  neir  impadro- 
nirsi del  Burlamacchi,  quantunque  rivestito  della 
prima  dignità  dello  stato  (54). 

§.  3o.  Nel  i547  fuvvi  la  congiura  del  Fiesco 
che  inimico  del  Doria  voleva  ucciderlo,  e  ridurre 
Genova  sotto  la  divozione  del  re  di  Francia ,  e 
torla  da  quella  delPimperatore:  Cosimo  spedì  de- 
gli aiuti  al  Doria  e  fu  spenta  la  congiura,  annul- 
lò pure  colla  sua  diligenza  la  lega  che  il  papa  pro- 
curò di  fare  col  re  di  Francia  ed  i  veneziani  con- 
tro r  imperatore  .  Vi  fu  nel  tempo  stesso  una 
sollevazione  in  Napoli,  ed  il  duca  Cosimo  richie- 
sto di  soccorso  dal  viceré  Toledo  suo  suocero , 
subito  preparò  molte  truppe;  ma  i  sollevati  inti- 
moriti da  lanli  preparativi  si  dissiparono  (55) . 
Riconosciutosi  poi  da  Cosimo  che  la  privazione 
degli  onori  ed  uffici  pubblici  fatta  a^istoiesi  avea 
cagionata  la  spopolazione  di  quella  città  e  la  man- 
canza dei  traffici  e  la  diminuzione  delle  gabelle, 
stimò  suo  vantagsjio  e  di  quei  cittadini  rimettere 
Pistoia  nello  stato  primiero.  \  uiTefifetto  fece  sten- 
dere il  3o  marzo  i547  a  favore  dei  pistoiesi  la  con- 
cessione perpetua  di  tutti  gli  onori  ed  uffici  pub- 
blici, e  mandando  a  quella  città  la  carta  munitji 
della  di  lui  suprema  autorità,  furon  subito  formate 
le  borse  dei  soliti  magistrati,  ed  in  esse  imborsati 
tutti  i  nomi  delle  persone  d^gne  di  quelle  premi- 
nenze ed  onori^  e  immediatamente  con  giubbilo 
universale  seguì  l'estrazione  «lei  soggetti  (56). 

g.  3i.  Fino  dal  mese  di  giugno  era  scorso  il 
tempo  in  cui  Carlo  V  si  era  obbligato  d'investir 
Cosimo  di  Piombino,  e  neppure  tre  mesi  dopo  *e 

II'» 


laa  ATTENIMENTI  STORICI  jin.lSil^ 

ne  vedeva  l'esecuzio  ne,  onde  ne  porlo  le  sue  do- 
glianze alla  corte  imperiale  ,  la  quale  trovando 
giusti  i  suoi  reclami  si  accinse  a  trattare  colla 
vedova  delPA-ppiano  per  la  cessione,  ma  essa  sem- 
pre vi  si  oppose.  In  fine  le  fu  assegnato  un  ter- 
mine di  ao  giorni  per  dichiarare  il  compenso  che 
voleva,efudato  ordine  a  don  Diego  diLuna  castel- 
lano di  Piombino  di  farla  sloggiare.!  senesi  intanto 
ricusavano  di  sottomettersi  ai  decreti  imperiali, 
talmentechè  Cosimo  d'ivccordo  eon  don  Ferrante 
Gonzaga  pensarono  di  ridurla  colle  armi.  Ma  An- 
drea Landucci  ambasciatore  dei  senesi  a  Firenze 
li  persuase  a  sottomettersi  di  buona  voglia  alPim- 
peratore,  e  fu  spedito  da  Firenze  a  Siena  Angio- 
lo Niccolini  per  concertare  nel  consiglio  Taccet- 
tazione  di  una  guarnigione  di  4oo  spagnuoli  ,  e 
di  rimettere  Tordine  dei  nove  a  partecipale  delle 
magistrature  {^y\ 

g.  5a.  L''imperatore  temeva  che  il  malcontento 
che  ogni  giorno  vedevasi  andar  crescendo  non 
ispingesse  la  repubblica  seneiie  a  cercare  un  più 
leale  protettore,  e  ad  aprire  le  sue  porte  ai  fran- 
cesi,, i  quali  in  tal  modo  avrebbero  posseduto  un 
importantissimo  presidio  nel  bel  mezzo  dell*  Ita- 
lia: perciò  malgrado  la  ripugnanza  dei  senesi  ri- 
solvette di  porre  nuovamente  nella  loro  città  una 
guarnigione  spagnuola  coi  medesimi  diritti  di 
quella  di  don  Giovanni  di  Lima  da  loro  cacciala^ 
Ne  affidò  il  comando  a  quel  don  Diego  Hurtado 
di  Mendozza  :  la  guardia  spagnuola  entrò  in  Sie- 
na il  29  seMembre  i547.  Il  Mendozza  ch'era  nel- 
lo stesso  tempo  ambasciatore  a  Roma,  e  che  di  là 


Idfn.    1548.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  Ili,  ia5 

tendeva  le  fila  delle  trame  e  degP  intrighi  degli 
spagnuoli,  fu  troppo  contento  d'avere  in  vicinan- 
za e  sotto  i  suoi  ordini  una  forte  città,  onde  re- 
coàsi  a  Siena  il  20  d'ottobre. 

g.  33.  Jtel  1548  il  Mendozza  fece  entrare  in 
Siena  altre  truppe,  disarmò  i  cittadini  e  mutò  il 
governo  in  maniera  da  renderlo  affatto  dipenden- 
te dai  suoi  voleri  ,  Il  4  ^'  novembre  delT  anno 
slesso  vi  creò  una  nuova  balia  di  4o  membri,  ao 
dei  quali  furono  eletti  dall'antico  sennto  e  20  da 
lui  medesimo.La  suprema  potestà  nella  repubblica 
"venne  conferita  a  questa  balìa,  ma  per  mezzo  di 
essa  vi  comandava  tanto  dispoticamente  T  impe- 
ratore che  polelle  offrir  Siena  al  [vapa  Paolo  III 
in  vece  di  Parma  e  Piacenza,  come  se  avesse  pie- 
no diritto  di  disporne  (58).  Per  essere  ancora  più 
certo  della  obbedienza  di  questa  repubblica  il 
Mendozza  ottenne  ordini  dairimperatoi^e  di  fab- 
.bricare  in  Siena  una  rocca,  malgrado  la  ostinata 
ed  unaniuìe  opposizione  di  tut»i  gli  ordini  di  cit- 
tadini. Gli  spagnuoli  si  comportavano  con  tanta 
insolenza,  ed  era  cosi  diffìcile  l'ottenere  giustizia 
dei  furti,  degli  omicidii,  degli  oltraggi  d'ogni  sorta 
di  cui  si  rendevano  colpevoli,  che  i  cittadini  li 
vedevano  con  sommo  terrore  assicurarsi  sempre 
più  il  possedimento  della  loro  città.  Lo  storico 
Mala  volti  fu  egli  stesso  mandato  oratore  a  Carlo 
V,  per  supplicarlo  di  desistere  da  un''impresa  che 
angosciava  alPestremo  i  senesi.  Riuscirono  vane 
le  di  lui  preghiere,  ma  cosi  vasto  era  il  disegno 
adottato  dal  Mendozza  per  l'erezione  della  rocc«|' 
e  co^i  ragguardevoli  spese  richiedeva,  che  le  ope« 


ia4  AVVENIMENTI    STORICI  urf/t.1 548. 

re  cominciate  non  bastarono  a  coprire  i  soldati 
che  doveano  difenderle  ,  quando  sopraggiunse  il 
pericolo  (59). 

g.  34.  Tutti  i  principali  sovrani  erano  esausti 
di  denaro  e  stanchi  della  guerra.  Continuavan  per 
altro  le  stesse  dispule  tra  il  papa  e  T  imperatore 
tanto  rispetto  al  concilio  da  tenersi,  quanto  per 
Taffare  di  Piacenza.  I  preparativi  d'Anna  grandiosa 
flotta  in  Provenza  facevan  credere  indubitala  la  sor- 
presa da  farsi  a  Piombino^dal  che  Cosimo  prese  ar- 
gomento di  ripetere  le  sue  istanze  all'imperatore 
per  esserne  messo  al  possesso,  come  tante  volte 
gli  era  stato  promesso  da  Cado  .  Spedì  dunque 
Cosimo  alla  vedova  del  principe  di  Piombino  un 
segretario  per  sentire  il  compenso  eh'  ella  volea 
per  farla  uscire  da  Piombino,  ma  essa  tenne  fer- 
mo, e  si  convenne  per  allora  d'incaricar  Cosimo 
perla  difesa  dell'Elba  e  di  fortificare  Portoferraio, 
colTobbligo  però  di  restituirlo  ad  ogni  richiesta 
deirimperatore,al  che  il  duca  di  malavoglia  accon- 
senti e  cominciò  subilo  a  far  nuove  fortificazioni 
e  ristabilire  quelle  che  già  vi  erano  .  Restarono 
sorpresi  i  genovesi  dalla  novità  di  questo  succes- 
so .  perchè  prevenuti  dallo  spirilo  ambizioso  ed 
intraprendente  del  duca  prevedevano,  che  dive- 
nuto padrone  dell'Elba  polea  facilmente  diven- 
tarlo di  Corsica,  e  dominare  le  coste  di  Toscana 
e  della  Liguria  .  La  signora  di    Piombino  li  fo- 
mentava maggiormente  questi    sospetti  e  li  ani- 
mava ad  impedire  a  qualunque  rischio  l'erezione 
di  questa  nuova  fortezza. Risolverono  perciò,senza 
che  vi  aderisse  manifestamente  il  Doria^di  spedire 


^/t.1548.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  111.  laS 

ie  loro  galere  airEIba,e  impedirne  colla  violenza  la 
fortificazione.  Informato  il  duca  di  questi  disegni 
reclamò  al  Doria  perchè  prevenisse  questo  allen- 
tato, e  richiamò  a  Piombino  ed  a  Campiglia  le 
bande  per  averle  pronte  nel  caso  d"*  essere  attac- 
cato. Frenò  il  Doria  Tirapelo  dei  genovesi,  i  quali 
però  non  lasciarono  di  portare  le  loro  lagnanze 
alPìmperatore.Sedati  questi  rumori  Cosimo  si  por- 
tò alP  Elba  per  visitare  la  fabbrica  ed  incoraggire 
colla  sua  presenza  Pimpresa.  Saputosi  ciò  dall'im- 
peratore, si  risolvette  finalmente  di  dare  a  Cosimo 
rinliero  possesso  di  quello  stato,  il  che  avvenne 
il  4  maggio  del  i548.  Nel  riceverlo  si  obbligò  di 
restituirlo  a  qualunque  richiesta  dell'imperatore, 
qualora  per  altro  veniss''egli  rimborsato  delle  som- 
me ad  esso  prestate.  Furono  perciò  introdotte  in 
Piombino  le  sue  milizie  e  confidato  a  Girolamo  de- 
gli A.lbizi  il  governo  di  quella  piazza.  Giunto  al 
termine  dei  suoi  desideri  proseguì  con  vigore  la 
•fortificazione  di  Porloferraio,  tanto  più  che  gli  ces- 
savano tutti  gli  ostacoli  che  fin  allora  gli  aveva 
frapposti  la  vedova  per  mezzo  degli  abitanti  del- 
risola  (60). 

g.  35.  La  vedova  Appiano  trasferitasi  a  Geno- 
va determinò  di  mandare  all'imperatore  il  figlio, 
eh"*  era  prossimo  ad  uscire  dalPelà  pupillare,accioc- 
rhè  potesse  colla  viva  voce  rimuovere  Tanimo  di 
-cesare.  Assistilo  questi  dai  genovesi  e  dal  confes- 
feoredi  CarloV  venne  il  pentimento  all'imperatore, 
è  dette  ordine  che  fosse  da  Cosimo  restituito  al- 
TAppiano  lo  stato  dì  Piombino.  Malgrado  tulli  i 
lamenti  di  Cosimo,  dovelt'egli  restituirlo  il  a4  ài 


ia6  AVVENIMENTI    STORICI  .AnAS49, 

luglio,  restandogli  però  tuttavìa  Pincarico  della 
fortificazione  deirElba.  Credette  bene  Cosimo  di 
dissimulare  quest'offesa,  ed  aderì  alla  buona  vo- 
lontà del  papa  di  riunirsi  seco  in  amicizia,  ren- 
dendosi così  meno  dipendente  dagli  spagnuoli  e 
agevolandosi  il  mezzo,  occorrendo,  di  riunirsi  an- 
cora ai  francesi.  Carlo  V  trovandosi  già  vecchio 
pensò  di  fissare  la  successione  al  trono  nel  prin- 
cipe Filippo  suo  figlio,  e  perciò  lo  mandò  nelle 
Fiandre.  Passando  per  Genova  Cosimo  spedì  a 
complimentarlo  don  Francesco  suo  primogenito, 
non  volendo  egli  esporsi  al  malanimo  dei  geno- 
vesi. Si  lusingava  il  papa  della  restituzione  di 
Piacenza,  e  Cosimo  sperava  il  possesso  di  Piombi- 
no, ma  grintrighi  dei  ministri  imperiali  tenevano 
in  diffidenza  Timperatore,  e  trattenevano  sempre 
il  duca  con  vane  lusinghe,  ond'  egli  dichiarò  9 
don  Diego  di  Mendozza,  commissario  deirimpera- 
tore  in  Siena,  di  non  volere  più  prestar  fede  alle 
obbligazioni  e  promesse,  né  disastrare  le  sue  finan- 
ze per  uno  stato  che  vedeva  di  non  potere  otte- 
nere, e  che  in  avvenire  non  avrebbe  più  pagata  la 
guarnigione  di  Piombino.  Il  malcontento  che  il 
papa  e'I  duca  avevano  delPiraperatore/ece  siche 
si  stabilirono  altri  preliminari  per  unirsi  in  stretta 
e  sincera  corrispondenza.  Il  duca  sperava  che 
stando  unito  al  cardinale  Farnese  potrebbe  facil> 
mente  condurlo  ad  ottenere  un  papa  a  suo  raodo^ 
vedendosi  già  che  Paolo  III  s'incamminava  verso 
^il  suo  fine.  Proponeva  questi  il  matrimonio  del 
primogenito  del  duca  Ottavio  con  donna  Lucrezia 
terza  figlia  di  Cosimo.  Con  questo  raatrimoniq 


^/t.    1549.        DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  111.  l%y 

egli  sperava  d "'altronde  d'^elevare  al  papato  il  car- 
dinale di  Burgos  fratello  del  viceré  e  zio  della  du- 
chessa. Anche  il  cardinale  di  Bellay  esagerando  a 
Cosimo  i  vantaggi  dell'unione  colla  casa  di  Fran- 
cia propose  una  delle  figlie  del  re  al  principe  don 
Francesco.  La  tenera  età  del  figlio  dilazionò  la 
precisa  risposta,  ed  intanto  partecipò  a  Carlo  V 
questi  trattati,  sottoponendoli  alla  sua  decisione. 
I  ministri  deirimperatore  esorlarono  il  duca  alla 
pazienza,  ed  a  non  impegnarsi  ancora  nei  matri- 
moni proposti  dal  papa  e  dal  re  di  Francia  (6i). 
Dopo  una  breve  malattìa  cessò  in  quest'anno  i549 
di  vivere  Paolo  III  dell'  età  di  circa  82,  anni  , 
guadagnatasi  forse  da  lui  colla  temperatura  del 
vitto  (6a). 

g.  36.  Molti  furono  a  vero  dire  i  partiti  nella 
elezione  del  nuovo  pontefice  a  cagione  special- 
mente dei  diversi  interessi  della  corte  di  Francia 
e  dell'imperatore.  Cosimo  però  coiramicizia  del 
cardinal  Farnese,  che  avea  molti  voli  a  sua  di- 
sposizione, ebbe  grande  inlluenza  in  essa,  la  quale, 
dopo  molte  pratiche  e  maneggi,  li  8  di  febbraio 
del  i55o  cadde  nella  persona  del  cardinale  Gio- 
vanni di  DIoule,  che  prese  il  nome  di  Giulio  III. 
Questo  cardinale  era  del  Monte  s.  Savino  distret- 
to di  Arezzo,  e  nella  elezione  di  Cosimo  si  era 
astenuto  dall'unirsi  agli  altri  fiorentini  per  contra- 
stargli il  priucipalo^  an/>i  in  progresso  l'aveva  a- 
morevolmente  servilo  in  diversi  affari  alla  corte 
di  Roma. Cosimo  fu  allegrissimo  quanto  per  esser 
egli  suo  suddito,  come  anche  suo  amico,  e  perciò 
volle  che  in  Firenze  si  facessero  le  stesse  fcslc  che 


ia8  AVVENIMENTI   STORICI  An,i5i9» 

furon  fatte  per  Leone  X  e  per  Clemente  VII.  Il 
nuovo  papa  si  obbligò  di  convocare  il  concilio  in 
Trento  come  desiderava  Timperatore^  ordinò  la 
restituzione  di  Parma  al  Farnese  e  lo  confermò 
nella  dignità  di  gonfaloniere  della  Chiesa,e  restia 
lui  gli  stati  al  Colonna  ed  al  Boglioni. 

g.  37.  Il  Mediterraneo  era  minacciato  dalla 
squadra  deiraffrìcano  Dragut  che  predò  alcuni  le- 
gni del  duca  oel  canale  di  Piombino,  per  cui  rei- 
terò le  sue  domande  in  vano,  ottenendo  soltanto 
vaghe  promesse.  Stanco  il  duca  di  queste,  ordinò 
ai  suoi  ministri  che  non  facessero  più  menzione 
di  tale  affare  abbandonandolo  al  caso.  Vedendo 
anche  la  contrarietà  dei  ministri  imperiali  verso 
^i  lui.  e  la  loro  falsa  politica  in  ordine  agli  affari 
di  Parma,  ed  al  malumore  di  Siena  per  l'erezione 
della  cittadella,e  specialmente  pel  violento  proce- 
dere del  >Iendozza,pensò  di  vincere  colPindifferen- 
za  Tanimo  di  cesare,  riconoscendosi  necessario 
al  partito  imperiale,  nel  caso  che  insorgesse  la 
guerra  in  Italia.  In  occasione  che  la  regina  Cate- 
rina di  Francia  avea  partorito  un  maschio,  spedì 
con  grande  apparato  in  carattere  d*'ambasciatore 
Luigi  Capponi  cognato  di  Pietro  Strozzi  ch'era  in 
Francia  generale  delle  fanterie  italiane,  col  quale 
Cosimo  sì  riconciliò  dimenticando  il  passalo,  as- 
sicurandolo esso  che  più  non  turberebbe  la  tran- 
quillità della  Toscana.  Produssero  queste  dimo- 
strazioni Telfetto  desiderato  da  Cosimo,  poiché 
conoscendo  gì*  imperiali  di  qual  danno  sarebbe 
stata  in  simili  circostanze  T  alienazione  del  duca, 
si  valsero  dell'opera  del  papa  per  richiamarla 


j^/1.1549.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  I29 

al  loro  partito,  avendo  sapulo  le  accoglienze  e  le 
offerte  fatte  al  suo  ambasciatore  in  Francia.  Il 
punto  più  difficile  era  la  tante  volte  delusa  pro- 
messa di  Piombino.  Avevano  il  Doria,  il  Gonzaga 
ed  il  Mendozza  progettato  a  Carlo,  ohe  potendo,se- 
cando  le  ordinanze  di  Spagna,  riprendere  il  feu- 
do, proponesse  all'Appiano  un  compenso,  e  dopo 
assicurata  la  quiete  della  Germania  trasportasse 
le  sue  forze  in  Italia,  con  impadronirsi  di  Geno- 
va, Parma,  Siena,  e  Piombino,  e  con  ciò  formare 
un  nuovo  stato  al  principe  Filippo.  Acconsentiva 
l'Appiano  di  cedere  lo  stato  di  Piombino,  ma  Co- 
simo fece  comprendere  alla  corte,  che  restituen- 
dogli le  somme  imprestategli  non  si  adempiva  al- 
Tobbligazione  fattagli  dairimperatore,al  quale  non 
potette  in  questa  occasione  mancare  presso  al 
mondo  la  taccia  di  fraudolento  ,  e  che  non  si 
lusingassero  di  occupare  Portoferraio,  per  valer- 
sene contro  di  lui,  perch^gli  o  lo  avrebbe  soste- 
nuto colle  armi,  o  costretto  dalla  forza  a  restituir- 
lo, ne  avrebbespianate  le  fortificazioni  e  riempito 
il  porto.  Finalmente  dichiarò  che  siccome  Tim- 
peralore  credeva  più  a'suoi  nemici  che  a  lui.  così 
egli  per  Tavvenire  avrebbe  confidato  meno  in  sua 
Maestà  che  nei  di  lei  nemici.  Giulio  III  insinuò 
al  duca  che  Talienarsi  dal  partilo  cesareo  avrebbe 
potuto  portare  la  sua  rovina,  onde  avesse  dissi- 
mulato qualunque  dispiacere,  ed  offri  interporsi 
con  sua  Maestà,  per  farlo  devenire  a  qualunque 
più  decoroso  accomodamento  per  Piombino  (6^)- 
Cosimo  intanto  ordinò  la  demolizione  delle  mura 
e  torri  della  terra  di  Poggibonsi,  e  forse  per  ti* 
St.   Tose.   Tom,  10.  12 


l3o  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.1551. 

more  che  un  giorno  o  l'altro  avendo  rolla  la  pace 
coi  senesi,  non  avessero  questi  ad  impadronirsi 
ói  un  luogo  fortificato  e  capace  di  far  resisten- 
za (64). 

g.  38,  Vedendo  Cosimo  inevitabile  la  guerra 
d'Italia  procurava  di  sostenere  la  sua  neutralità, 
mostrando  però  di  tenersi  unito  al  partito  delPim- 
peralore  e  del  papa,  dando  air  uno  ed  alPaltro 
consigli  e  denari.  L"" imperatore  preoccupato  dal 
progetto  di  lasciare  maggiori  grandezze  al  prin-, 
ripe  Filippo,  aveva  abbandonato  il  sistema  di  mo- 
derazione che  pareva  essersi  proposto,  e  pensava 
a  far  nuove  conquiste  egovernare  dispoticamente. 
I  tentativi  fatti  in  Germania  avean  promosso  un 
gran  partito  contro  di  lui:  in  Italia,  Siena  oppressa 
a  cagione  della  cittadella- Piombino  occupato  sot- 
to pretesto  di  difenderlo;  i  Farnesi  spogliati  di 
Piacenza  e  combattuti  in  Parma 5  Genova  in  pro- 
cinto di  perdere  la  sua  libertà^  e  finalmente  il  du- 
ca di  Firenze  disgustato  per  Taffare  di  Piombino, 
tutto  ciò  produceva  un  generale  malcontento  in 
Italia  che  segretamente  era  favorito  dai  francesi, 
i  quali  procuravano  delle  sollevazioni  contro  gli 
imperiali ,  per  potere  più  facilmente  tentare  l,a 
conquista  del  ducato  di  Milano  e  del  regno  di 
Napoli.  Cosimo  in  queste  circostanze,  tenendosi 
però  sempre  unito  al  partito  imperiale,  credette 
necessario  di  premunirsi  per  qualunque  caso,  e 
perciò  si  fornì  di  molto  denaro,  accrebbe  le  for- 
tificazioni di  frontiera  e  della  marina,  ed  eresse 
una  nuova  fortezza  sul  colledi  s.  Miniato  che  so- 
vrasta a  Firenze  [65). 


Jn.iò52.        DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  IDI 

g.  39.  l^on  vi  fu  slato  d'Italia  più  chela  repub- 
blica di  Siena  costante  nella  sua  devozione  da 
primo  alPantico  partito  ghibellino,  poi  quando 
questo  nome  cominciava  ad  es&er  dimenticato 
al  partilo  imperiale, e  nelTodio  contro  la  Fiancia. 
Tutte  le  fazioni  che  avean  combattuto  per  la  su- 
prema autorità  nella  repubblica  ed  a  vicenda  se 
nVrano  insignoriti,  avean  professato  le  stesse  af- 
fezioni^  ma  l'avarizia  spagnuola  e  la  perfidia  del 
Mendozza  trionfarono  alla  fine  degli  antichi  affetti; 
cosicché  nel  i55a  quando  si  riaccese  la  guerra  in 
Piemonte  ed  in  Germania  tra  Carlo  V  ed  Enrico 
II,  i  senesi  si  volsero  alla  Francia  ed  implorarono 
il  di  lei  aiuto  per  sottrarsi  alla  dura  tirannìa  che 
li  aggravava  (66).  Il  duca  di  Firenze  che  invigi- 
lava sempre  sulle  cose  di  Siena,  scoprì  la  corri- 
spondenza dei  senesi  coi  francesi.  Egli  aveva  ra- 
gione d'essere  scontento  del  3Iendozza  e  del  go- 
verno di  Spagna,  imperciocché  ben  si  avvedeva, 
che  in  vece  d'esser  trattato  qual  principe  indipen- 
dente, si  tentava  di  farlo  scendere  ogni  di  più  alla 
condizione  di  vassallo  dell'*  imperatore.  Temeva 
pertanto  la  consolidazione  del  dominio  spagnuolo 
in  Siena,  quasi  quanto  la  signorìa  dei  francesi.  >Ia 
ad  ogni  modo  il  suo  principale  interesse  era  sem- 
pre quel  di  tenere  a  freno  i  malconlenli  fiorenti- 
ni e  di  conservare  la  propria  signoria  a  dispetto 
dell'odio  de**  suoi  sudditi.  Perciò  a  fronte  delle 
mortificazioni  che  gli  toccava  a  sopportare  per 
parie  delP  imperatore  o  dei  ministri  imperiali, 
Tk)n  lasciava  di  conservarsi  loro  fedele.  Per  que- 
sta cagione  egli  offri  subito  poderosi  aiuti  a  don 


l3a  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1 S52. 

Diego  IVIendozza^  ma  questi  più  geloso  del  duca 
che  timoroso  del  comune  inimico  ricusò  di  rice- 
vere le  truppe  di  Cosimo  in  Siena.  Intanto 
furon  fatte  delle  proposizioni  dagl'imperiali  a  Co- 
simo, affine  di  determinarlo  a  stipulare  un  trat- 
tato che  lo  ponesse  ai  coperto  da  qualunque  in- 
sulto iÌQì  francesi  tanto  per  mare  che  per  terra, 
specialmente  in  un  tempo  in  cui  le  disgrazie  del- 
l'imperatore avevano  sollevata  lltalia  contro  di 
lui  (67). 

g.  40.11  capitano  Moretto  calabrese  sentendo 
che  griraperiali  dopo  aver  presi  alcuni  paesi  del 
terijtorio  senese  venivano  alla  volta  di  Fienza, 
fece  mettere  in  ordine  la  sua  compagnia,  e  fatta 
far  fagotto  quasi  a  tutta  la  popolazione  di  quella 
terra,  se  n''andarono  alla  volta  di  Montalcino,  la- 
sciando però  che  gli  abitanti  si  rifugiassero  dove 
più  loro  piai  èva. Grirapeiiali  giunti  aPienzae  tro- 
vatala vuota  presero  parte  di  quei  villani,  e  raes- 
sero  a  sacco  quanto  di  meglio  vi  era  restalo.  Quei 
ài  Fabbrica  sapendo  che  grimperiali  erano  entrati 
in  Pienza  senza  combattere  si  arresero,  come  pur 
loro  si  arrese  il  castello  di  Chiusura.  Lasciata  in 
Pienza  una  guardia  di  tedeschi,  andarono  ad  as- 
sediare il  castello  di  Monticchiello,  che  loro  si 
arrese  dopo  alcuni  giorni  e  dopo  aver  battagliato 
per  più  ore.  In  questo  mentre  s'  impadronirono 
di  S.  Quirico  e  devastarono  molto  territorio  se- 
nese (68).  Troppo  lungo  sarebbe  e  tedioso  pel  mio 
lettore  il  narrar  qui  le  vicende  dei  paesi  apparte- 
nenti allo  stato  senese,  mentre  ora  eran  sog- 
giogati dagrimperiali  e  difesi  dagli  spagnuoli,  ed 


^«.1552.         DEI  TEMPI   3IEDICE1  GAP.  III.  l33 

ora  da  questi  e  difesi  dai  Crancesi  per  i  senesi.  Chi 
desiderasse  la  relazione  distesa  di  quanto  qui 
accenno  può  leggerlo  nel  foni,  ii  delParchivio  sto- 
rico italiano. 

g.  41.  Un  grosso  assembramento  erasi  forma- 
to nei  conla<li  di  Castro  e  di  Pitigliano.  sotto  il 
comando  di  Niccolò  Orsini,  che  s'era  condotto  ai 
servigi  della  Francia^  e  due  fuorusciti  senesi  E- 
nra  Piccolominij  ed  Amerigo  Amerighi  entrarono 
nello  stato  senese  con  una  truppa  di  malcontenti, 
la  quale  attraversando  il  territorio  della  repub- 
blica S'ingrossò  fino  al  numero  di  circa  3ooo.  Il 
Piccolomini  aflacciossi  la  sera  del  22  luglio  del 
i552  alle  porte  di  Siena  ^rUlanùo  libertà.  II  po- 
polo sebbene  disarmato  si  sollevò;  eranvi  soltan- 
to in  città  400  spagnuoli  sotto  gli  ordini  di  don 
Giovanni  Franzesi, essendo  statigli  altri  mandati 
ad  Orbetello,  ed  in  altri  porti  della  Mareumia, 
ed  il  Mendozza  trovavasi  a  Roma.  I  senesi  apri- 
rono le  porte  al  Piccolomini,  e  scacciati  subita- 
mente gli  spagnuoli  dal  convento  di  s.  Domenico 
dove  s'  erano  fortificati,  V  inseguirono  fino  alla 
rocca,  che  il  Mendozza  per  avarìzia  aveva  lasciala 
male  armata  e  nial  provveduta  di  vellovaglie.  Co- 
simo deWIedici  mandò  premurosamente  soccorsi 
agli  spagnuoli.  ma  in  seguilo  temendo  di  tirarsi 
adflosso  le  armi  della  Francia,  mentre  Carlo  V 
gagliardamente  guerreggiato  da  Maurizio  di  Sas- 
sonia non  sembrava  in  istalo  di  assecondarlo, 
richiamò  le  sue  truppe  e  si  fece  mediatore  di  uuti 
capitolazione,  in  forza  della  quale  la  fortezza  inal- 
zata a  porla  di  Camullia  fu  il  3  agosto  del   i55jt' 


l34  AVTENIMENTI  STORICI  ^w.1552. 

data  iu  mano  ai  senesi  che  la  demolirono,  e  la 
guarnigione  spagnuola  si  ritirò  a  Firenze  (69). 

§4^  •  L'eccessiva  gioia  dei  senesi  per  tale  e- 
Tento  fece  subilo  loro  scordare  le  promesse,  e  do- 
po evacuata  la  cittadella  dagli  spagnuoli  il  popo- 
lo, accorsovi  tumultuariamente,  v'introdusse  i 
francesi.  Lansac  ambasciatore  francese  in  pubbli- 
ca forma,  colla  signorìa  accompagnala  dal  clero  e 
dai  magistrati  della  città, presentatosi  con  maesto- 
so discorso  all'ingresso  della  cittadella  fece  cono- 
scere che  il  suo  re  non  aveva  avuta  altra  inten- 
zione, se  non  di  liberarli  dagli  aggravi  imposti  lo- 
ro già  da  molli  anni  dall'imperatore  per  semplice 
atto  di  umanità,  levandoli  dalla  tirannide  come 
principe  giusto  e  prode,  e  in  nome  di  S.  M.  resti- 
tuiva quella  cittadella  per  demolirla,  ed  offriva  le 
sue  forze  per  conservare  la  libertà.  Protestò  la 
repubblica  tutta  la  sua  gratitudine  a  sua  Maestà  e 
gli  giurò  quella  fede  che  avea  conservata  (in  allo- 
ra alTimperatore.  Il  duca  Cosimo  ciò  nonostante 
dissijnulò  e  dette  anche  Fui  timo  compimento  al 
trattato  col  re  di  Francia,  ma  colla  protesta  che 
non  s'intendesse  dovere  il  duca  alienarsi  dall'a- 
micizia delPiraperalore ,  o  di  far  cosa  contro  di 
esso:  che  se  sua  Maestà  si  tenesse  offeso  di  questo 
trattato,  e  dasse  al  duca  motivo  di  ritirarsi  dalla 
sua  amicizia,  il  re  lo  riceverebbe  sotto  la  sua 
protezione  come  amico  e  confederato  contro  di 
lui,  facendosi  all'occasione  un  trattato  speciale, 
e  che  il  re  obbligava  la  sua  parola  di  tenere  occul- 
ta questa  convenzione  finché  non  fossero  di  con- 
certo a  volerla  pubblicare.  Intanto  era  giunto  a 


AnAS^l.         DEI  TEMPI   MEDICEI  CIP.  Ilf.  l3» 

Yillach  il  duca  d'AIva  col  rinforzo  di  danari  e  di 
genti  traspollale  dalla  Spagna.  Questo  ministro 
possedeva  egualmente  la  slima  di  cesare  e  quel- 
la di  Filippo  (70). 

g.  43.  Giunto  a  Genova,  Cosimo  lo  avea  fatto 
prevenire  su  tutti  i  disordini  d^  Italia, onde  scuo- 
tendo l'animo  di  Carlo  dal  letargo  in  cui  lo  tene- 
ya  il  vescovo  d^  Arras  gli  fece  vedere  necessa- 
ria l'attività  e  la  confidenza  negli  amici,  fra  i 
quali  dimostrò  il  duca  che  bisognava  dare  qualche 
sodisfazione,  specialmente  nelPaffare  di  Piombi- 
no. Fu  perciò  ordinato  a  don  Diego  Mendozza. che 
non  potendo  egli  difendere  Piombino  e  quello 
stato  dalla  flotta  turca  e  da  quella  del  principe  di 
Salerno,  ne  mettesse  immediatamente  in  posses- 
so il  duca  Cosimo,  a  condizione  ch'ei  dichiarasse 
tenerlo  in  deposilo  a  nome  di  sua  .Maestà,  notan- 
do esaltamente  le  spese  che  si  farebbero  a  que- 
sfefifetto  per  restituirlo  ad  ogni  richiesta.  Quan- 
tunque sembrasse  ardua  la  condizione,  pure  Co- 
simo P  accedo  ,  sul  riflesso  che  avendone  già 
l'Appiano  accordata  alT  imperatore  la  permuta  , 
potrebbe  facilitarsi  il  partito,  ed  il  12  agosto  ne 
prese  il  possesso  Otto  da  Montauto  colle  sue 
truppe  .  Non  mancò  per  altro  di  rappresentare 
che  le  forlilicazioni  da  imprendersi  richiedevano 
una  buona  spesa,  e  mal  volentieri  ei  si  assogget- 
tava a  disputarne  il  rimborso(7i).Frattanto,per  il 
governo  di  Siena,  con  intervento  degli  agenti  del 
re  fu  determinato  quante  terre  si  dovean  tenere 
durante  la  guerra  ,  e  furon  i6  cioè  MontalrinOfj, 
Monticchiello,  Chiusi,  Sarleauo,  Radicofani,  So- 


l36  AVVEDIMENTI  STORICI  ^^t.  1 552. 

vana,  Lucignano  di  Val  dì  Chiana  ,  Pori''  Ercole , 
iMontereggioni ,  Casole ,  Monlepesrali  ,  Massa  , 
Monteritondo,  Gavorrano,  Grosseto  e  Caparbio. 
Furono  subito  spediti  tre  messi  dalla  r<^pubblica 
a  tutte  le  terre  del  dominio  che  non  volevano  più 
tenere,  imponendo  a  tutti  i  potestà  e  vicari  che 
facesser  precetto  agli  abitanti  di  quelle  terre  , 
onde  nello  spazio  di  i5  giorni  dalla  notificazione 
avessero  sgombrali  tutti  i  viveri  e  robe  che  do- 
veano  portare  in  qua!  più  lor  piaceva  dei  i^  no- 
mininati  paesi,  sotto  pena  di  perdere  il  tutto  (72). 
g.  44*  Enrico  II  colse  premurosamente  Tocca- 
sione  che  venivagli  offerta  di  mandare  le  sue  ar- 
mate nel  cuore  delPItalia,  e  di  approfittare  dello 
universale  malcontento  per  indurre  i  popoli    a 
squotere  il  giogo  della  corte  di  Spagna  .  Mandò 
subito  ai  senesi  alcuni  gentiluomini  francesi   per 
dirigerli,  soldati  per  difenderli,  e  soccorsi  d''ogni 
maniera.  Il  duca  di  Termini,  in  addietro  governa- 
tore di  Parma,  venne  P  undici  di  agosto  a  stare 
in  Siena,  ed  in  breve  fu  stipulato  un  trattalo  tra 
la  repubblica  ed  il  re  di  Francia  (73) .  Cosimo  l 
slava  in  gran  timore  vedendosi  i  francesi  alle 
porte.  Ei  non  credeva  tuttavìa  le  circoslanze  fa- 
vorevoli per  discacciarli  a  forza  aperta,  onde  pro- 
mise di  starsi  neutrale,  ed  Enrico  II  si  obbligò  a 
rispettare  la  di  lui  neutralità.  Intanto  egli  si  sfor- 
za va  d''indurre  Carlo  V  nella  persuasione  che  colla 
pazienza  e  coIPaccorlezza  giugnerebbe  ai  suoi  fini. 
Ma  il  2  d^agosto  rim[)eratore  avea  sotloscrìtta  la 
pace  religiosa  a  Passavia ,   e  trovandosi  per  tal 
modo  liberato  da  Maurizio  di  Sassonia,  eh'' era  il 


^U.1553.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  iBj 

SUO  più  temuto  nemico,  risclvelledi  punire  i  se- 
nesi di  quella  rivoluzione,  cifegli  riguardava  per 
sé  disonorevole,  ed  ordinò  a  don  Petro  di  Toledo 
viceré  di  Napoli  e  suocero  di  Cosimo  I  di  recarsi 
per  mare  a  Livorno,  colle  forze  di  cui  poteva  di- 
sporre (74). 

g.  45»  Il  vecchio  vìcerè,ch'*era  uno  dei  più  cru- 
deli ed  avari  fra  quei  ministri  di  Carlo  V  che  a- 
vean  reso  cotanto  odioso  in  Italia  il  nome  dello 
imperatore,  non  ehhe  tempo  di  meritare  le  male- 
dizioni deHoscani,  come  avea  riportale  quelle  dei 
napoletani.  Giunto  in  Firenze  in  sul  cominciare 
del  i555,  tutto  giulivo  ed  assorto  intieramente 
nei  piaceri  di  un  recente  matrimonio ,  che  mal 
conveniva  alla  sua  vecchiaia,  vi  mori  nel  susse- 
guente febbraio  (75).  Cosimo  I,  cui  Carlo  V  vole- 
va affidare  il  comando  di  quella  impresa  lo  ricusò. 
Don  Garzia  di  Toledo  figlio  del  viceré  n'  ebbe 
perciò  Tincarico.  Aveva  don  Garzia  un'armata  di 
6000  spagnuoli  e  di  aooo  tedeschi  condotti  in 
Toscana  da  don  Petro  suo  padre,  e  di  8000  ilalia- 
DÌ  raccolti  nella  provincia  di  Val  di  Chiana  da 
Ascanio  della  Cornia  nipote  del  papa  .  Con  tale 
esercito  don  Garzia  entrò  nel  senese,  prese  Luci- 
gnano,  Montefollonica  e  Pienza.  Castiglione  della 
Pescaia  fu  preso  dagli  agenti  del  duca  di  Termini. 
Asinalunga  e  Torrila  furon  terre  perdute  dai  se- 
nesi. Gli  spagnuoli  essendosi  impadroniti  di  Mon- 
ticchiello  se  n'andarono  alla  volta  di  IVIonlalcino. 
Don  Garzia  guastò  quasi  tutto  il  territorio  della 
repubblica  senese ,  e  pose  V  assedio  a  Monlalci- 
no  (76),  dove  preso  dagli  assediali  il  di  lui  segre- 


l38  ÀVYÉNlMENTI  STORICI  ^«.1553. 

tarlo  e  condotto  a  Siena  per  paura  dei  tormenti 
rivelò  com''era  tessuta  dal  duca  Cosimo,principe  dì 
fina  polilica,una  congiura  contro  quella  città.Vera 
o  falsa  che  fosse  una  tal  confessione,  certo  è  che 
costò  la  vita  ad  alcuni  di  quei  cittadini  ,  fece  re- 
stare in  disgrazia  dei  francesi  esso  Cosimo,  quan- 
do nello  stesso  tempo  si  lamentava  forte  di  lui 
l'imperatore  perchè  volesse  tenersi  neutrale,  anzi 
era  in  sospetto  di  veder  volentieri  in  Siena  i 
francesi,  tuttoché  non  avesse  lasciate  di  sommi- 
nistrare artiglierìe,  danari  ed  altri  aiuti  al  campo 
imperiale  (77)  .  Ma  frattanto  i  francesi  avevano 
invocata  Passistenza  della  flotta  turca,  che  quasi 
ogni  anno  veniva  a  saccheggiare  le  coste  degli 
stati  delP  imperatore  in  Italia ,  e  che  ogni  anno 
pure  rendeva  inefficace  la  propria  assistenza  colla 
sua  lentezza  a  trovarsi  al  luogo  concertato  e  col- 
la sua  prontezza  a  ritirarsi  .  La  di  lei  comparsa 
sulle  coste  del  regno  di  Napoli  costrinse  non  per 
tanto  don  Garzìa  di  Toledo  a  levar  f  assedio  di 
Montalcinoj  ed  a  ricondurre  il  suo  esercito  nella 
Italia  meridionale  (78). 

g.  4^-  Il  progetto  deirarmata  gallo-turca  co- 
mandata dal  corsaro  Dragut  era  di  far  capo  alle 
spiagge  senesi,  espugnare  Orbetello,  sorprendere 
Piombino  e  TElba^e  poi  far  la  conquista  della  Cor- 
sica per  così  rinchiudere  il  duca  Cosimo  nel  centro 
dell'Italia,  e  rendere  inutili  le  sue  forze:  si  assicu-» 
rava  in  questa  guisa  il  dominio  di  Siena,  tron- 
cava la  strada  ai  soccorsi  del  regno  e  della  Lom- 
bardia, e  divenuta  padrona  delf  Elba  dominava 
senza  contrasto  tutta  la  costa  d'Italia.  Acquistan- 


-^n.1553.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  111.  189 

do  in  questa  maniera  il  re  di  Francia  la  più  im- 
portante parte  dell'Italia,  si  facilitava  i  mezzi  per 
contrastare  all'  imperatore  il  possesso  del  regno 
di  Napoli  e  del  milanese.  Non  restò  nascosto  alla 
avvedutezza  di  Cosimo  il  progetto,  ma  vedeva  be- 
ne esser  necessario  che  i  nemici  potessero  ese- 
guirlo in  tutte  le  sue  parti  per  renderlo  utile  . 
Perciò  egli  pensò  alla  difesa  in  tutto  quel  ch'era 
in  suo  potere,  e  specialmente  fortificò  ed  accreb- 
be le  guarnigioni  di  Piombino  e  Porto/erraio  ,  e 
prese  tutte  le  misure  convenevoli  (79).  La  flotta 
gallo-turca  in  fatti  dopo  aver  danneggiata  la  co- 
sta della  Sicilia  e  Sardegna,  giunse  al  fine  alpi- 
sola  deirElba.  Qui  Dragut  portatosi  in  Lungone 
distaccò  una  parie  dei  suoi  legni  per  depredare  la 
Pianosa,  la  quale  fece  una  gran  resistenza  ,  ma 
alla  fine  si  arrese,  ed  i  turchi  vi  fecero  aoo  schia- 
vi, non  avendovene  trovati  di  più.  Dopo  Timpre- 
sa  di  Pianosa  giunto  altro  distaccamento  dell'ar- 
mala,  Dragut  s"*  incamminò  verso  Portoferraio  e 
Tattaccò,  dopo  aver  depredato  Gapoliveri.  In  una 
sortita  però  fatta  dalle  guarnigioni  del  duca,  vide 
Dragut  le  forze  tanto  in  uomini  che  in  artiglieria 
dal  duca  ivi  lasciate,  il  che  V  indusse  ad  abban- 
donare una  tale  impresa  ^  sicché  dopo  aver  de- 
predali tulli  gli  altri  paesi  dell'isola  rimbarcò  le 
sue  truppe  senza  neppure  tentare  Piombino,  e  si 
rivolse  air  isola  di  Corsica,  abbandonando  l'Elba 
dopo  esserci  stalo  dieci  giorni.  Conci uìslarono  fa- 
cilmente la  Corsica,  ma  sapendo  i  francesi  chela 
flotta  turca  dovea  tornarsene  in  Levante  (80),  e 
che  il  duca  patlrone  dell'  Elba  e  di  Piombino .,||«» 


l40  AVVENIMENTI  STORICI  w^/e.1ò53. 

vrebbe  potuto  far  facilmente  dei  soccorsi  ai  ge- 
novesi per  recuperare  la  Corsica  ,  per  mezzo  del 
papa  domandarono  una  tregua  per  sei  mesi,  onde 
potere  con  qualche  probabilità  di  successo  favo- 
revole devenire  ad  una  solida  pace  ,  ma  Cosimo 
temendo  qualche  inganno ,  con  diversi  pretesti 
non  volle  acconsentirvi  (8i). 

g.  47-  Il  duca  abbandonato  in  giugno  dagli 
spaguuoli  si  trova?a  in  grande  impaccio  .  Ricu- 
sando dì  partirsi  apertamente  dalla  neutralità  , 
egli  aveva  offeso  fortemente  l'imperatore  ^  e  tut- 
tavia offesi  aveva  ancor  più  i  senesi  ed  il  re  di 
Francia  .  Imperciocché  solto  la  maschera  della 
neutralità  avea  dati  soccorsi  di  ogni  sorta  ai  loro 
nemici^  erasi  insignorito  di  Lucignano,  una  delle 
piazze  conquistale  s  opra  di  loro,  ed  alP  ultimo 
avea  per  mezzo  del  suo  ambasciatore  ordita  in 
Siena  una  trama  la  quale  scoperta  costò  la  vita  a 
Giulio  Salvi  che  n'era  capo  ed  a  molti  di  lui  com- 
plici. Cosimo  vedendosi  minacciato  dai  francesi, 
.  dai  senesi  e  dagli  esiliati  fiorentini  ch'erano  ve- 
nuti a  Siena,  si  affrettò  di  trattare  la  pace  che  si 
concbiuse  in  giugno  del  i553.  Lucignano  fu  re- 
stituito ai  senesi  con  tutte  le  conquiste  fatte  nel 
loro  territorio ,  e  questi  promisero  di  non  rice- 
vere nel  loro  dominio  i  nemici  del  duca  (82).  Ma 
Cosimo  ben  altro  si  proponeva  che  di  religiosa- 
mente osservare  il  trattato  di  pace^  egli  non  po- 
teva reggersi  in  trono  a  dispetto  delfodio  di  tutti 
i  suoi  sudditi ,  senza  essere  spalleggiato  da  stra- 
niera potenza;  ond«*  gli  era  impossibile  di  starsi 
neutrale  tra  la  Francia  e  l' impero  ,  Al  servigio 


1/^/2.1553.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  Iir.  ì^i 

della  Francia  egli  vedeva  ricolmo  di  onorificenze 
Pietro  Strozzi,  figliuolo  di  quel  Fili[)j)o  eh'  era 
perito  nelle  sue  prigioni.  Pietro  favoreggiato  dal- 
la regina  Caterina  dei  Medici  sua  cugina  gernja- 
na,  andava  non  per  tanto  assai  più  debitore  di 
tanta  fortuna  al  proprio  valore  ed  al  singolare 
suo  ingegno^  egli  era  maresciallo  di  Francia,  e 
luogotenente  del  re  in  Italia,  e  non  aveva  altro 
più  ardente  desiderio  che  quello  di  halzar  Cosi- 
mo dal  trono.  Il  duca  non  poteva  fare  a  meno 
di  non  seguire  il  contrario  partito  e  di  non  as- 
secondare l'imperatore  ^  e  benché  fosse  stato  più 
volle  ingannato  dai  ministri  di  Carlo  V,  benché 
fosse  stato  strascinato  in  enormi  spese  per  la  di- 
tesa di  Piombino,  datogli  e  ritoltogli  poi  da  que- 
sto monarca  senza  verun  compenso  .  benché  te- 
messe di  venir  trattato  in  egual  modo,  quando 
riuscisse  a  conquistare  Siena  a  proi)rie  spese  , 
risolse  nulladimeno  d'^entrare  in  guerra,  e  di  so- 
stenerne tulio  il  peso  (83). 

§.  48.  I  senesi  vivevan  sicuri  pel  trattato  fatto 
con  Cosimo  I,  ed  improvidi  ad  esempio  dei  fran- 
cesi loro  alleati  e  loro  ospiti,  non  pensavano  ad 
altro  che  a  godersi  il  presente  senza  apprestare  4 
mezzi  di  difesa  per  P  avvenire.  Intanto  Cosimo 
faceva  severamente  custodire  i  suoi  confini  onde 
nessuno  potesse  dare  ai  senesi  notizia  dei  suoi, 
apparecchi,  per  cui  furon  chiuse  per  quattro  gior- 
ni le  porte  di  Firenze  ,  Pisa,  Arezzo  e  Volterra  ., 
Assoldò  quindi  nuove  genti  e  distribuì  la  sua  ar- 
mata in  tre  parti:  una  dalla  parte  di  Maiemma 
per  attaccare  Groàselo,  Casli^jlion  della  Pescaia 

Si.  Tose.  Tom.  10.  13 


l42  ATVENIMEKTI  STORICI  "Jn.i    554. 

e  Dlassa:  la  seconda  dovea  scorrere  la  Val  di  Chia- 
na e  tentare  la  sorpresa  di  Chiusi,  Pienza  eMon- 
lalcino:  siccome  poi  non  prendeva  mai  egli  slesso 
;i  capitanare  le  sue  truppe,  cosi  nominò  supremo 
comantiante  della  terza,  per  appostarsi  sotto  Sie- 
na ,  Gian  Giacomo  Medici  o  Medichino,  dappri- 
ma noto  sotto  il  nome  di  castellano  di  Musso, 
ndi  marchese  di  Marignano.  Dette  poi  ordine  ad 
ogni  schiera  della  sua  armata  di  trovarsi  il  26 
,;ennaio  del  i554  a  Pcggibonsi ,  ultimo  castello 
dello  stato  fiorentino  sulla  strada  di  Siena  (84). 

g.  49.  Il  <^i  2.7  gennaio  di  quelf  anno  il  terri-» 
torio  senese  doveva  essere  assalito  ad  un  tempo 
da  ogni  parte  ^  ma  le  dirotte  piogge  che  caddero 
nella  notte  precedente  sospesero  tutte  le  opera- 
zioni, ad  eccezione  di  quella  del  marchese  di  Ma- 
rignano.  Essendosi  questi  partito  da  Poggibonsi 
due  ore  prima  di  notte  con  4ooo  fanti  e  3oo  ca- 
valleggieri,  arrivò  senza  esser  conosciuto  fino  al- 
la porta  di  Siena  detta  Camuliia,  e  prese  d''assalto 
il  bastione  destinato  a  difenderla,  chVra  stalo  la- 
sciato in  piedi  quando  il  popolo  scacciando  gli 
spagnuoli  aveva  spianata  la  fortezza  eretta  da  don 
Diego  di  Mendozza.Il  cardinale  di  Ferrara,don  Ip- 
polito d^Este,che  risedeva  in  Siena  in  nome  del  re 
(ii  Francia,  erasi  lasciato  ingannare  dalle  carezze 
e  dalle  adulazioni  di  Cosimo  I,  e  credendo  di  uoa 
dover  nulla  temere  da  lui,  traeva  la  vita  in  con- 
tinue feste .  Appena  seppe  che  fu  sorpresa  porta 
Camuliia ,  i  senesi  potettero  traltenerlo  a  stento 
in  città.  Siccome  questi  opposero  una  vigorosa 
resistenza  al  Marignano,  e  gli  vietarono  di  entrare 


^/1.1554.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  l4" 

in  cìtlà,  il  cardinale  di  Ferrara  si  rincorò  ,  e  su- 
bito dopo  Pietro  Strozzi,  che  in  allora  visitava 
Grosseto  ,  Massa  .  Portercole  e  le  altre  fortezza' 
della  Maremma,  rientrò  in  Siena  e  la  pose  in  mi- 
gliore stato  di  difesa.  Il  Marignano  credette  cosa 
imprudente  T  ergere  le  batterìe  contro  le  mura 
di  Siena,  guernite  di  buona  artiglierìa  e  difesa  da 
numerosa  guarnigione,  e  giudicò  più  conveniente 
di  bloccare  la  città  .  Le  raccolte  del  precedente 
anno  erano  slate  distrutte  dalla  guerra  ,  e  sem- 
brava facile  il  distruggere  altresì  quelle  delT  in- 
cominciato anno.  La  città  sorpresa  da  inaspettato 
attacco  non  avea  potuto  fare  grandi  approvvigio- 
namenti, ed  il  Marignano  colTespugnare  mano  a 
mano  le  castella  che  signoreggiavano  tutte  le  stra- 
de che  couducevano  e  Siena,  lusingavasi  d'impe- 
dire che  vi  si  recassero  vettovaglie  da  esteri  pae- 
si (85). 

g.  5o .  Le  truppe  spagnuole  e  tedesche  che 
dall'imperatore  erano  slate  promesse  a  Cosimo  I 
giunsero  le  une  dopo  le  altre,  poiché  fu  incomin- 
ciata la  guerra,a  talché  Tarmala  sotto  Siena  ascese 
a  ajooo  fanti  e  looo  cavalieri .  DalP  altro  canto 
arrivarono  pure  a  Pietro  Strozzi  o  per  mare  o  a 
traverso  allo  stato  romano  truppe  francesi  o  al 
soldo  della  Francia  ^  ma  queste  eran  sempre  in 
minor  numero  di  quelle  che  giungevano  al  Ma- 
rignano ,  onde  questi  a  seconda  del  suo  divisa- 
mento  potette  dar  principio  alla  espugnazione  del- 
le castella  del  territorio  senese  .  Il  primo  che 
prese  fu  Laiuola,  i  di  cui  abitatori  si  arresero  a 
discrezione  dopo  di  essersi  valorosamente  difesi. 


l44  AVVENIME?fTl  STORICI  Ali.    1554. 

II  Malignano  11  fece  appiccare  quasi  tiìlti ,  di- 
chiarando che  tratterebbe  in  siniil  guisa  coloro 
che  aspetterebbero  in  una  bicocca  il  primo  colpo 
delle  sue  artiglierìe.  IVIa  questa  barbarie  non  ebbe 
altro  resultato  che  quello  di  accrescere  gli  orrori 
della  guerra^  i  contadini  senesi  con  una  costanza 
degna  di  miglior  sorte  mostraronsi  sempre  irre- 
movibili nella  loro  fedeltà  verso  la  patria ,  qua- 
lunque si  fosse  il  governo  della  medesima.  Tor- 
rita,  Asinalunga,  la  Tolfa,  Scopeto  e  la  Chiocciola 
opposero  la  medesima  resistenza,e  furono  trattate 
con  pari  atrocilà  (86) 

g.  5i.  Dal  canto  loro  i  senesi  ebbero  alcuni 
vantaggi  che  sostennero  la  loro  costanza.  In  sul 
declinare  di  marzo  il  Marignano  avea  mandato 
il  suo  generale  di  fanteria  Ascanio  della  Cernia 
con  Ridolfo  Baglioni  a  Chiusi,  che ,  secondo  la 
promessa  di  alcuni  traditori, doveva  essergli  con- 
segnata, sennonché  costoro  eh''  egli  credeva  di 
aver  sedotti  lo  avevano  ingannato,  poiché  quelli 
ch'erano  alla  guardia  di  Chiusi  gli  tesero  uiiMin- 
boscala  di  qua  dalla  Montellese  per  dove  passar 
dovevano  le  di  lui  truppe.  Ascanio  e  Ridolfo  che 
accompagnavan  i  soldati  vedendosi  circondati  da 
ogni  parte  e  non  esservi  più  scampo, si  disposero 
a  combattere.  Il  primo  a  muoversi  fu  il  Baglioni 
che  stava  sopra  un  poggio  detto  Poggio  Venere, 
ma  al  primo  attacco  fu  ucciso  da  trearchibusate; 
i  suoi  si  perdettero  d''animo,  e  non  combatterono 
che  per  riavere  il  corpo  del  loro  generale,  per  il 
quale  molti  vi  perderono  la  vita  e  quella  dei  loro 
cavalli.  L'  infanteria  dei  chiuàiai  combattè  con 


'Jn.IÒ^i,         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    in.  l45 

tanfordine  e  valore  che  i  nemici  fuggir  non  po- 
tettero da  veruna  banda  ,  e  ne  restarono  uccisi 
circa  noo  e  più  di  looo  fatti  prigionieri.  Ascanio 
della  Cornia  si  difese  con  gran  valore,  ma  essen- 
dogli morto  sotto  il  cavallo,  non  trovò  scampo  e 
restò  fra  i  prigionieri.  Il  corpo  di  Ridolfo  Baglioni 
fu  portato  a  Sarteano,  ed  A  Scanio  fu  condotto  a 
Siena  (87),  e  cosi  restò  distrutta  raraiala  di  que- 
sti due  capitani  che  ascendeva  a  più  di  4000  uo- 
mini (88). 

g.  5 a.  Il  castello  di  Laterina  compreso  nel 
contado  fiorentino  fu  pur  saccheggiato  dai  senesi 
dal  dispiacere  di  non  avere  potuto  occupare  la 
rocca,  il  presidio  della  quale  si  difese  con  molto 
vigore,  ed  obbligò  gli  aggressori  a  ritirarsi  (89). ì>Ia 
Cosimo  I  somministrava  premurosamente  altro 
danaro  per  fare  nuove  leve  di  soldati  e  riparare  a 
una  tal  perdila.PoichVbbe  ricevuti  alcuni  rinforzi, 
il  IMarignano  continuò  Passedio  e  Tincendio  flelle 
terre  murate  dello  stato  di  Siena.  Prese  successi- 
vamente i  castelli  di  I«elcaro,  Lecceto,  IVIonistero, 
Vitignano,  Ancaiano  e  Mormoraia.  Ogni  terra  gli 
costò  ostinate  pugne,  ed  ogni  terra  fu  trattata  con 
egual  barbarie;  parte  degli  abitanti  fu  mandata  al 
supplizio;  tutte  le  messi  immature  furono  mietute, 
e  guaste  tutte  le  campagne.  Estrema  era  la  deso- 
lazione del  territorio  senese^  tardi  e  insufficienti 
erano  gli  aiuti  della  Francia,  e  la  sorte  della  guer- 
ra che  nello  stesso  tempo  Irattavasi  in  Fiandra  era 
contraria  ad  Enrico  lì.  Nondimeno  le  speranze  dei 
senesi  e  quelle  dello  Strozzi  venivano  ravvivate 
dall'odio  universale,  che  i  tìoreotini  portavano 

i3* 


l46  AVVEJflMENTI    STORICT  "^jin.    f554. 

alla  casa  dei  Medici .  Ovunque  due  fiorentini  si 
scontrassero  fuori  del  dominio  di  Cosimo,  ricono- 
scevansi  tosto  per  le  imprecazioni  che  scagliavano 
contro  di  lui.  Coloro  che  per  cagione  del  traffico 
trovavansi  a  Roma,  a  Lione,  a  Parigi,  si  tassa- 
vano per  mandare  a  Pietro  Strozzi  onde  aiutarlo 
a  squotere  il  giogo  che  opprimeva  la  loro  pa- 
tria (90). 

g.  53.  Sa|>endo  Pietro  che  si  adunavano  alla 
Mirandola  alcune  schiere  francesi  per  soccon'ere 
Siena,  egli  risolse  di  aprir  loro  la  via.  Uscì  il  dì 
Il  di  giugno  da  Siena  con  3ooo  fanti  e  3oo  ca- 
"valli,  passò  TArno  a  Pontedra,  ed  avanzatosi  per 
la  macchia  di  Cerbaia  verso  lo  stalo  di  Lucca, 
attraversò  quel  territoria.  Colà  infatti  ricevette i 
promessigli  rinforzi  di  truppe  che  avean  tenuta  la 
strada  di  Pontremoli  ,  ma  la  flotta  francese  che 
nello  stesso  tempo  dovea  giungere  a  Viareggio 
non  comparve;  essa  fu  ritardata  pili  di  40  giorni^ 
ed  il  gran  priore  Leone  Strozzi,  fratello  di  Pielra^ 
che  stava  aspettandola  coI^  due  galere,  fu  ucciso 
presso  Scarlino. Due  giorni  dopo  la  morte  del  gran 
priore  Biagio  (ì\  Montluc,  mandato  da  Enrico  II 
ad  assumere  il  comando  di  Siena,  venne  a  sbarca- 
re a  Scarlino  con  dieci  compagnie  francesi  e  coi 
tedeschi  di  Giorgio  Ruckrod,  che  di  là  passarono 
a  Siena.  Più  non  potendo  la  spedizione  del  mare- 
sciallo Strozzi  ottenere  quelPesito  chVgli  ne  a- 
vea  sperato  quando  avea  creduto  di  tener  solo  la 
campagna  e  ^ì  assediar  Firenze  coli'  aiuto  delle 
truppe  che  dovevano  essergli  condotte  dalla  flot- 
ta, egli  ripassò  l'Arno  colla  medesima  rapidità  e 


jin.ISSi*         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  t^y 

felicità  con  cui  Tavea  guadato  la  prima  volta,  e 
ricondusse  la  sua  armata  a  Casole  nello  stato  di 
Siena  (91). 

g.  54-  r'^on  pertanto  la  spedizione  dello  Stroz- 
zi aveva  sparso  il  terrore  in  tutti  i  partigiani  del 
duca  in  Toscana,  e  parea  promettere  i  più  felici 
risullaraenti.il  Marìgnano  che  lo  avea  seguito  con 
Tarmata  preso  da  panico  terrore  erasi  ritirato  a 
Pescia.  Si  mosse  a  quella  volta  lo  Strozzi,ma  il  mar- 
chese prese  la  fuga  e  si  ridusse  in  salvo  a  Pistoia^ 
lo  che  dette  campo  allo  Strozzi  d' insignorirsi  di 
Pescia,  Castel  Fiorentino,  Massa,  Montecarlo, 
Buggiano  ,  Montevetoli  ed  altri  luoghi  di  Val  di 
I^ievole.  I  castelli  di  Montecatini  e  di  Montecarlo 
avean  ricevuto  guarnigione  francese,  e  1'  ultimo 
sostenne  non  molto  dopo  un  assedio  di  più  mesi^ 
finalmente  V  allontanamento  di  due  armate  in 
tempo  della  raccolta  avrebbe  data  opportunità 
agli  abitanti  di  Siena  di  far  grossi  approvisiona- 
menti  di  vettovaglie,  se  avessero  saputo  approtìt- 
tarne,  ma  la  terra  in  queiranno  era  slata  sterile, 
altronde  la  guerra  aveva  impedito  ai  contadini  di 
lavorare  e  di  seminare  i  campi  intorno  alla  città, 
ed  i  senesi  o  non  fecero  bastanti  sforzi,  o  non  eb- 
bero il  tempo  necessario,  ne'quindici  giorni  che 
le  vie  furono  ajierte,  per  importare  da  più  lonta» 
ne  parti  i  loro  afiprovvisiouamenli  (92).  Forse  per 
tal  mancanza  di  vettovaglie  il  cav.  de**  Donati  il 
aS  febbraio  i554  cacciò  dalla  porta  di  Camullia 
di  Siena  circa  4oo  bocche  inutili  fra  donne  e  putti 
tutti  dirottamente  piangendo,  cosa  veramente  di 
gran  compassione.  Furon  raccolte  da  certi  spa- 


j^g  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1554, 

gnuolì  e  condotte  airosservanza,  ove  fu  loro  data 
UQ  poco  di  paìie.  Il  giorno  coglievano  deirerbe, 
le  cuocevano  e  se  le  mangiavano^  a  talché  facevano 
maravigliare  molta  gente  di  tal  cortesia  fatta  (93). 
Perché  vennero  di  poi  meno  allo  Strozzi  le  spe- 
ranze di  ricevere  altri  maggiori  rinforzi  di  fran- 
cesi e  di  turchi  a  lui  promessi  dalla  corte  di 
Francia,  e  perchè  udì  pervenuto  a  Pisa  don  Gio- 
vanni di  Luna  con  4<>oo  fanti  italiani ,  2000  te- 
deschi ,  e  4000  cavalli  spediti  da  Milano  in  soc- 
corso del  duca  Cosimo,  se  ne  tornò  verso  Siena. 
Ebbe  poi  lo  Strozzi  a  patti  il  castello  di  Marciano, 
ed  a  forza  d'armi  quel  di  Foiano  con  trovare  in 
ambedue  gran  copia  di  grano  che  servi  di  buon 
ristoro  alPesercito  suo.  In  questo  mentre  giun- 
sero ad  unirsi  col  marchese  di  IVIarignano  3ooo 
fanti  assoldati  da  Camniillo  Colonna  in  Roma  e 
3oo  uomini  d''  arme  inviati  dal  regno  di  Napoli  : 
con  che  il  duca  di  Firenze  fu  di  parere  che  si  ve- 
nisse a  battaglia,  con  tuttoché  di  contrario  sen- 
timento fosse  lo  slesso  marchese  con  altri  uffi- 
ciali (94)- 

J.  55.  A  Vincenzo  dei  Nobili  ch^era  a  liberare 
la  Val  di  Chiana  per  parte  di  Cosimo  I,  fu  ordi- 
nato che  retrocedesse,  e  senza  mettere  tempo  in 
mezzo  voltò  indietro, e  passando  sotto  Lucignano 
arrivò  la  sera  presso  al  poggio  di  santa  Cecilia  ♦ 
Erano  alla  guardia  di  quel  luogo  una  banda  di 
soldati  francesi  con  molti  contadini  che  vi  si  era- 
no ritirati  con  le  loro  famiglie  per  sicurtà.  Mandò 
un  trombetto  il  signore  a  domandare  il  castello: 
il  capo  dei  soldati  chiese  tempo  due  ore  a  risol- 


i^n.1554.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  III.  i49 

versi,  al  quale  fu  risposto  che  non  usava  dare  sì 
lungo  tempo  al  nemico.  Per  il  che  con  prestezza 
fece  indirizzare  un  cannone  di  verso  la  parte  più 
debole,  ed  in  due  colpi  fece  tal  breccia  che  agia- 
tamente potevasi  entrare  nel  castello.  Fu  poi  cosa 
mirabile  che  dietro  alFuitirao  tiro  delTarliglieiìa 
e  per  la  medesima  apertura ,  e  quasi  al  pari  del 
colpo  della  palla  i  soldati  entrarono  dentro.  Ivi 
scorrendo  dappertutto  trovarono  che  i  soldati 
nemici  per  1'  altra  parte  del  castello  se  n"*  era- 
no usciti  fuori  e  salvatisi  tutti  ,  né  in  quel  luo- 
go vi  erano  rimasti  altri  che  villani,  i  quali  tutti 
vi  furono  tagliati  a  pezzi ,  e  le  donne  che  si  tro- 
varono in  quel  luogo,  per  ordine  del  signore,  fu- 
rono tutte  messe  in  una  chiesa  e  salvato  loro  l'o- 
nore 5  ed  i  contadini  tagliati  a  pezzi  e  spogliati 
furon  strascinati  sulla  piazza  e  messi  in  un  monte 
per  abbruciarli  .  La  terra  fu  messa  a  sacco  da 
quegli  spagnuoli,  e  fecesi  gran  bottino  di  grani  , 
olio  e  carni  salate  .  Le  donne  furono  cavate  di 
chiesa  e  dal  signore  fatte  accompagnare  fuori  del 
castello ,  con  ordine  che  se  ne  andassero  sicure 
in  quella  parte  che  più  loro  piaceva.  Fu  cosa  mol- 
to pietosa  il  vedere  nel  passar  le  donne  per  la 
piazza  dove  era  il  monte  dei  morti,  tutte  scapi- 
gliate gettarsi  sopra  quei  cadaveri,  e  ciascuna  di 
esse  con  lamenti,  grida  ed  urli  che  ne  andavano 
alle  stelle,  cercava  di  riconoscere  il  padre  ed  il 
marito,  fratello  ed  il  figliuolo  ed  altre  Tamico  ed 
il  parente  (9$). 

g.  5G.  Era  già  la  manina  avanzala  del  dì  a  di 
agosto,  quando  il  marchese  di  Malignano  scopri 


l5o  AVYENIMEJITI  STORICI  ^«.1554. 

che  Pietro  Strozzi  si  era  da  Marciano  messo  in 
cammino  per  ritirarsi  a  Lucignano  oppure  a  Fo- 
iano.  Mandò  un  corpo  di  cavallerìa  a  pizzicarlo,  ed 
allora  fu  che  lo  Strozzi  vedendo  di  non  potere 
schivare  con  onore  la  battaglia,  mise  in  ordinan- 
za le  sue  genti  e  si  affrontò  col  nemico.  Ma  quella 
non  fu  propriamente  battaglia,  perciocché  essen- 
do generale  della  cavallerìa  francese  il  giovinetto 
Lodovico  conte  della  Mirandola,  il  suo  luogote- 
nente Lodovico  Borgonuovo ,  chiamato  Righetto 
dal  Campana  che  reggeva  la  truppa,  oppure  por- 
tava lo  stendardo  di  esso  generale,  appena  urtato 
dalJA  cavallerìa  nemica  prese  vergognosamente 
Ja  fuga,lasciando  senza  difesa  le  fanterìe.  Lo  Stroz- 
zi videsi  tosto  perduto,  e  tuttoché  restringesse 
i  battaglioni  ad  un  fosso,  pure  non  potette  im- 
pedire che  non  fossero  in  breve  tempo  sloggiati 
dall'artiglieria  e  cavallerìa  nemica,  andando  tutti 
appresso  in  rotta,  e  restando  trucidati  chi  non 
godeva  il  privilegio  d'aver  buone  gambe.  Secondo 
gli  scrittori  fiorentini  quasi  4000  dell'*  esercito 
francese  rimasero  estinti  sul  campo.  Copioso  fu  il 
numero  dei  prigionieri,  e  ben  100  bandiere  gua- 
dagnate furon  portate  per  trofeo  a  Firenze  .  Più 
di  2.00  feriti  furono  portati  negli  spedali  di  Arezzo 
e  moltissimi  nei  conventi,  e  raccolti  dai  cittadini 
nelle  lor  case,  alla  cura  dei  quali  furon  deputati 
tre  medici  della  fraternità,  e  provveduti  di  ciò  che 
loro  occorreva  (96).  Erano  corsi  molto  prima  a 
questo  spettacolo  moltissimi  fiorentini,  parte  fuo- 
rusciti e  parte  pel  solo  desiderio  d**  acquistare  la 
libertà  della  patria .  Sette  di  essi  rimasti  prigio- 


"An,     1555.       DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  III.  l5l 

nieri  ebbero  poi  reciso  il  capojed  il  duca  Cosimo, 
confiscati  i  beni  di  chiunque  avea  prese  le  armi 
contro  di  lui  o  tenute  corrispondenze  coi  ne- 
mici, mirabilmente  ingrassò  il  suo  patrimonio  e 
fisco.  E  ben  fu  questa  vittoria  che  fini  di  assicu- 
rare la  signorìa  di  esso  Cosimo ,  e  gli  accrebbe 
reputazione  tale  ,  che  giunse  come  vedremo  ad 
unire  anche  Siena  al  suo  dominio  .  Salvossi  lo 
Strozzi  ferito  in  due  luoghi  a  I^ucignano  e  quindi 
a  Monlalcino.  Fu  Lucignano  in  appresso  vilmen- 
te ceduto  da  Allo  Conti  agli  imperiali,  dove  si 
conservava  gran  copia  di  vettovaglie.  Parimente 
ricuperò  il  duca  tutte  le  castella  per  lo  innanzi 
perdute  in  Val  di  fievole-,  dopo  di  che  il  marche- 
sedi  Marignano  voltò  tutte  le  sue  forze  contro  il 
distretto  di  Siena,  conquistando  Montereggioni  , 
Murlo,  Casole  ed  altre  castella  ,  con  che  venne 
maggiormente  a  stringersi  Tassedio  o  per  dir  me- 
glio il  blocco  di  Siena .  Pietro  Strozzi  a  cui  non 
piaceva  di  star  quivi  rinchiuso,  uscitone  la  notte 
del  di  1  1  ottobre  si  ridusse  a  Porlercole  dove  at- 
tese a  fortificare  quella  piazza  (97). 

g.  57.  ;Nel  mese  di  marzo  del  i555  morì  Ili 
Roma  il  toscano  pontefice  Giulio  III,  e  fu  eletto 
in  sua  vece  il  di  9  d'aprile  Marcello  Cervini  se- 
nese, il  quale  do[)0  2.4  giorni  di  papato  cessò  di 
vivere.  A<i  esso  succedette  il  a3  maggio  il  cardi- 
nal CaraO'a  napoletano ,  che  assunse  il  nome  di 
Paolo  IV. 

g.  58.  Per  tutto  il  verno  prosegui  il  blocco  di 
Siena  fallo  dalle  armi  imperiali  sotto  il  comando 
del  Uari^nauo,  e  già  cominciava  quel  popolo  a 


l5a  AVVEMMENTI  STORICI  ^.1555. 

peuuriare  di  tulio  il  bisognevole  pel  vitto,  con 
anteporre  nondimeno  la  libertà  a  qualsivoglia 
pntiniento.  Fu  presa  la  risoluzione  di  s(;aricare  la 
città  non  solo  dalle  bocche  inutili  ,  ma  di  parte 
ancora  della  guarnigione  superflua.  Fu  più  di  una 
volta  tentalo  questo  ripiego  ,  ed  infelicemente 
quasi  sempre.  I  soldati  che  ne  uscirono  ebbero  a 
comprarsi  il  passaggio  colla  punta  delle  spade,  e 
la  maggior  parte  vi  restò  svenala  o  prigioniera, e 
le  donne  ed  i  fanciulli  costretti  a  ritornare  nella 
città.  Tale  in  questa  occasione  fu  la  crudeltà  del 
marchese,  che  quanti  si  arrischiarono  a  portar 
vettovaglie  airafflitta  patria  tutti  li  fece  appendere 
per  la  gola,  e  quanti  osarono  di  uscire  dalla  città, 
o  di  sua  mano  o  per  mano  altrui  li  uccideva  . 
Perchè  poi  da  Firenze  venivano  spesse  lettere  di 
fuoco,  che  il  sollecitavano  a  tìnir  quella  impresa, 
tentò  egli  l'uso  delPartiglierìa,  lo  che  nulla  giovò 
per  la  gagliarda  difesa  e  per  le  molte  precauzioni 
prese  dai  francesi  .  Ma  ciò  che  non  potè  fare  il 
cannone  lo  fece  la  fame  cresciuta  a  tal  se«no,che 
la  povera  gente  era  ridesta  a  tener  per  regalo  i  cibi 
più  schifi.  Per  tanfo  si  cominciò  a  trattare  di  capi- 
tolare e  di  rendere  la  città  all'imperatore  con  patti 
onorevoli  del  presidio  francese.  Dopo  gran  dibatti- 
mento fu  conclusa  il  a  aprile  la  capitolazione,  ma 
differita  nella  esecuzione  per  alquanti  giorni,  nei 
quali  tentarono!  senesi  inutilmente  le  raccoman- 
dazioni e  la  mediazione  del  novello  papa  Marcel- 
lo, sicché  nel  di  ai  dVsso  mese  uscirono  di  Siena 
i  francesi  con  tulli  gli  onori  militari  (98).  L'im- 
peratore prese  di  nuovo  in  fede  e  proiezione  sua 


An*    1555.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  111.  i55 

là  repubblica  di  Siena,  promise  di  conservarle  la 
libertà  ed  i  consueti  magistrati  ,  di  perdonare  a 
tutti  coloro  che  si  erano  adoperati  coniro  di  lui, 
di  non  fabbricarvi  fortezze,  di  pagare  egli  stesso 
la  guarnigione  che  terrebbe  in  citlà  per  la  di  lui 
sicurezza,  e  di  permellere  a  tulli  coloro  che  vo- 
lessero lasciare  la  palria  di  ritirarsi  liberamente 
coi  loro  beni  e  famiglie  in  quella  parte  dello  slato 
sen' se  che  non  era  sottoposto  (99)-  Rimasero  in 
mano  dei  francesi  Chiusi ,  Grosseto  ,  Porfercole 
e  Montalcino,  dove  in  quest'ultimo  si  ritirarono 
quei  senesi  ,  ai  quali  non  piacque  di  star  sotto 
agli  imperiali,  e  con  quella  forma  dì  governo  che 
si  dovea  prescrivere  alla  lor  patria  dal  medesimo 
cesare.  Quivi  i  senesi  crearono  il  senato,  elessero 
un  supremo  magistrato  composto  di  quattro  sog- 
getti, ai  quali  dettero  il  governo  con  tutta  P  au- 
torità, e  così  formarono  una  nuova  repubblica  in 
Montalcino,  appellandola  di  Siena  (100). 

§.  59.  Fu  preso  dal  marchese  di  ìMarignano  a 
nome  di  sua  Maestà  il  possesso  di  Siena,  e  posto 
ivi  presidio  di  tedeschi  e  sp-Jgnuoli  .  Colà  tosto 
comparve  tanto  pane  e  grascia  che  potette  non 
solo  sfamarsi  t'Uto  il  popolo,  ma  anche  provveder- 
sene a  buon  mercato  per  1'  avvenire.  Quivi  po- 
scia il  duca  Cosimo,  ad  oggetto  di  riordinare  il 
governo,  vi  mandò  col  titolo  (Panibasciatore  ,  ma 
in  effetto  col  carattere  di  suo  luogotenente  e  di 
governatore  Angiolo  Niccolini  di  lui  segretario  e 
consigliere  di  slato.  Giunto  in  Siena  distrusse  lo 
antico  sistema  di  governo,  elesse  20  cittadini  re- 
putati generalmente  del  partito  imperiale,  ai  qua- 
Sl.   Tose.   Tom.   10.  li 


l54  ATt ESIMENTI    STORICI  urf/t.ISSS. 

li  dando  il  titolo  di  balia  conferì  tutta  l'autorità 
che  avevano  avuta  in  avanti  i  magistrati.  Dopo 
pochi  giorni  si  adunarono  e  fec^iro  diverse  dispo- 
sizioni suggerite  e  volute  dal  P^iccolini  ,  fra  le 
quali  quella  di  sopprimere  gli  otto  della  guerra, 
ch'era  un  magistrato  di  grande  autorità,  e  Taltra 
di  ordinare  ai  cittadini  che  senza  alcuna  dilazio- 
ne deponessero  le  armi ,  e  qualunque  sorta  di 
munizione  .  Quest'ultima  determinazione  fu  ri- 
guardata come  un  ordine  che  offendesse  le  capi- 
tolazioni e  contrario  a  quella  libertà  che  con  esse 
veniva  promesso  di  conservare ,  e  perciò  molti 
cittadini  abbandonaron  la  patria,  talché  il  governo 
si  trovò  astretto  a  proibire  d'emigrare  dalla  città 
sotto  pena  della  confisca  di  tutti  i  beni. 

g.  60.  In  seguito  il  nuovo  governo  richiamò 
tutti  gli  emigrati  ,  e  quei  che  non  tornarono  ,  i 
quali  furono  la  maggior  parte,  vennero  dichia- 
rati ribelli,  ed  i  loro  beni  caddero  in  potere  del 
fisco  (loi).  Da  li  a  non  molto  aj-rivò  don  Fran- 
cesco di  Toledo  dichiax'ato  dalP  augusto  signor 
re  per  governatore  d**  essa  città.  Anzi  nel  i555 
r  imperatore  dette  V  investitura  di  Siena  al  re 
Filippo  suo  figliuolo,  lo  che  ad  esso  duca  oltre- 
modo dispiacque  per  aver  servito  Toro  e  le  genti 
sue  a  fare  il  boccone  ad  altri  ;  perchè  se  dianzi 
temeva  dei  francesi,  cominciò  del  pari  a  paven- 
tare degli  spagnuoli, vicini  ordinariamente  inquie- 
ti, e  gente  non  mai  sazia  d'acquistare  stati  e  do- 
niinii.  Riuscì  poscia  al  marchese  di  Marignano 
di  sottomettere  Porlercole  con  altri  luoghi,  colpo 
che  sconcertò  sommamente  gli  affari  dei  francesi 


;^/l.1555.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  ITI,  iSÒ* 

in  Toscana,  e  servì  a  screditare  Pietro  Strozzi 
alla  corte  del  re  cristianissimo ,  dalla  quale  con 
raro  esempio  avea  ricevuto  il  titolo  e  bastone  di 
maresciallo.  Pietro  Strozzi  fuggendo  sopra  una 
galera  se  n'andò  a  Civitavecchia,  e  di  28  fuorusciti 
di  Siena  presi  in  Portercole,  i  principali  condotti 
a  Firenze  perdettero  la  testa  (102).  Dopo  Tespu- 
gnazione  di  Portercole  il  marchese  di  IVIarignano 
lasciò  il  comando  dell'armata  a  Chiappino  Vitelli, 
perchè  trovandosi  molto  infermo  voleva  tornare 
alla  sua  patria  a  curarsi,  ma  in  breve  tempo  se  ne 
morì  (io3). 


NOTE 


(1)  Vfaliuzzi,  Storia  del  granducato  dì  Toscana,  voi. 
1,  lib.  1,  pag.  59.  (2)  Varchi  ,  Storia  fiorentina,  lib. 
XV,  e  Segni,  Storia  iiorentina  ,  lib.  vi».  (3)  Adria- 
ni^ Storia  dei  suoi  tempi  ,  lib.  i  ,  pag.  18  .  (4)  Si- 
smoiidi,  Storia  delle  repubbliche  italiane^  voi.  xvi  , 
cap.  cxxii,  pag.  97.  (5)  Varchi  e  Nerli,  ap.  Sismoo- 
di  cit.  (G)  Cicciaporci  ,  Compendio  della  storia  fio- 
rcntioa,  png.  113.  (1)  Paul.  Jovii,  lib.  xxxyii,  pag, 
411  ,  Adriani  cit.  lib.  i  ,  pag.  55,  e  Segni  cit.  lib. 
vili  ,  pag.  228  .  (fi)  Paul.  Jovii  cit.  e  Adriaci  cit. 
(9)  Litta,  Nola  della  famiglia  (VI edici  e  dei  primi  tem- 
pi della  Repubblica  di  Firenze,  tav.  xili  .  (10>  Ner- 
li cit.  lib,  xw  ,  pag.  301  .  (11)  Fioravanti,  Memorie 
storiche  di  Pistoia,  cap.  xxxi  .  fi  2)  Sismondi  cit. 
^ol.  XVI,  cap.  cxxn,  pag.  103.  (13)  Adriani  ci!,  voi. 
Ìl#  lib.  II,  p.  111.  (14)  Lilla  cit.  tav.  xii.  0^)  l'auL. 


l5()  AVVENIMENTI  STORICI 

Jovii  cit.  lib.  XXXVIII,  pag.  396, e  Segni  cit.  lib.  xn, 
pag.  315.  (16)  Adriani,  ap.  Cantini,  Vita  di  Co- 
simo dei  Medici  primo  granduca  di  Toscana  ,  cap, 
V.  (17)  Ammirato,  ap.  Cantini  cit.  p.  75.  (18)  Can- 
tini cit.  (19)  Cicciaporci  cit.  lib.  ii^  cap.  i.  (20)  Lit-^ 
ta  cit.  tav.  xiii  .  (21)  Varchi  cit.  voi.  v,  lib.  xiii  , 
pag.  17.  (22)  Sismondi  cit.  voi.  xvi^  cap.  cxxii^  p. 
110.  (23)  Ma  la  voi  ti  ,  Storia  di  Siena  ,  pari,  iii  ,  libé 
vili,  pag.  140.  (24)  Adriani  cit.  lib.  in,  pag.  133-, 
134,  ap.  Sismondi  cit.  pag.  112.  (25)  Malavolti  cii. 
part.  Ili,  lib,  vili  ,  pag.  142  .  (26)  Adriani  cit.  lib. 
Ili,  pag.  1&5,  elib.  iv,  pag.  208.  (27)  Muratori,  An- 
nali d^Italia,  an.  1539.  (28)  Salvi,  Storia  di  Pistoia, 
voi.  IH,  pag.  169.  (29)  Adriani  citato  ,  voi.  i  ,  lib. 
H,  pag.  1G8  .  (30)  Cicciaporci  cit.  (51)  Guidotti  , 
Compendio  della  storia  toscana  ,  voi.  i  ,  cap.  xix  • 
(32)  Cicciaporci  citato,  lib.  ii,  pag.  16.  (33)  Guidotti 
cit.  (34)  Mazzarosa,  Storia  di  Lucca,  vol.ii,  lib.  vii, 
p.  78.  (35)  Fioravanti  cit.  cap.  xxxii.  (36)  Cantini  , 
Vita  di  Cosimo  I  cit.  cap.  vii.  (37)  Galluzzi  cit.  voi. 
I,  lib.i,  eap.  IH.  (38)  Muratori  cit.  an,  1S42.  (39)  Cic- 
ciaporci cit.  lib.  II,  p.  118.  (40)  Guidotti  cit.  voi.  i, 
cap.  XX.  (41)  Muratori  cit.  an.1543.  (42)  Pecei,  Memo- 
rie storico-critiche  di  Siena  pag.  135.  (43j  Césaretti, 
Storia  del  principato  di  Piombino,  voi.  ii,  cap.  vi. 
(44)  Galluzzi  cit,  voi.  i,  lib.  i  ,  cap.  iv.  (45)  PauL 
3ovii,  lib.  XLV,  e  Malavolti  cit.  pai  t.  in  ,  lib.  vili  ,. 
pag.  143,  (46)  Adriani  cit.  lib.  v^  p.  293.(47)  Ma- 
lavolti cit.  part.  Ili,  lib.  viii,  pag.  144,  145,ed  Am- 
mirato, Storia  fiorentina,  lib.  xxxiii  .  (48)  Césaretti 
citato,  voi.  II  ,  cap.  vi.  (49)  Cicciaporci  eit.  lib.  ir, 
pag.  121  .  (50)  Litta  cit.  tav.  xm  .  (SI)  Cicciapor- 
ci cit.  lib.  Il  ,  pag.  124  .  (52)  Galluzzi  cit.  voi.  i, 
lib.  I,  cap.  V.  (53)  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  cxxii, 
pag.  117.  (54)  Mazzarosa  cit.  voi.  ii,  lib.  vii,  pag. 
83.  (55)  Cicciaporci  cit.  lib.  il,  pag.  1 2S.  (56)  Fio- 
ravanti cit.  cap.  xxxii.  (57)  Galluzzi  cit.  voi.  i,  lib. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  HI.  l57 

I,  cap.  V.  (58)  Malavolti  cit.  part.  in  ,  lib.  ix,  pag, 
146,  147,  ed  Ammirato  cit.  lib.  xxxiii  ,  pag.  481  . 
(59)  Adriani  cit.  lib.  vili  ,  pag.  515-63,  e  Segni  cit. 
lib.  xiii  5  pag.  339.  (60)  Galluzzi  cit.  voi.  i,  lib. 
1,  cap.  ?i.  (61)  Guidotti  cit.  voi.  ii,  cap.  i.  (62)  iVIii- 
ratori  cit.  an.  1549.  (63)  Guidotti  cit.  (64)  Cantini, 
Lettere  a  diversi  illustri  soggetti  sopra  alcune  terre  e 
castella  Ai  Toscana  ,  littera  v  .  (65)  Cicciaporci  cit. 
]ib.  II,  pag.  132.  (66)  Adriani  cit.  lib.  ix,  pag.  590 
e  Malavolti  cit.  part.  in,  lib.  iv,  pag.  152.  (67)  Si- 
smondi  cit.  voi.  XVI,  cap.  cxxii,  pag.  120, e  Ciccia- 
porci  cit.  pag.  133  .  (68)  Sozzini  ^  Il  successo  delle 
rivoluzioni  della  città  di  Siena,  ap.  L'Archivio  sto- 
rico italiano^  voi.  ii,  pag.  160.  (69)  Adriani  cit.  lib. 
IX,  pag.  593,  Ammiralo  cit.  lìb.  xxxin,  pag.  489,  e 
Malavolti  cit.  part.  in,  lib.  ix,  pag.  152  .  (70)  Gui- 
dotti cit.  voi.  11,  cap.  11.  (71)  Ivi.  (72)  Sozzini  cit. 
ap.  L'Archivio  storico  cit.  voi.  ii,  pag.  171.  (73)  A- 
driani  cit.  lib.  ix  ,  pag.  625  e  Lettere  dei  senesi  ad 
Enrico  II  del  dì  5  agosto  .  (74)  Malavolti  cit.  part. 
Ili,  lib.  x,  pag.  i56  e  Segni  cit.  lib.  xiii.  (75)  Am- 
mirato, ap.  Sismondi  cit.  voi.  xvi^  cap.  cxxii^  pag. 
124.  (76)  Malavolti  cit.  part.  ni,  lib.  v,  pag.  156. 
(77)  Muratori  cit.  an.  1553  .  (78)  Adriani  cit.  ap. 
Sismondi  cit.  voi.  xvi,  cap.  cxxii,  p.  124.  (79)  Gal- 
luzzi cit.  voi.  Il,  lib.  II,  cap.  II.  (80)  Cesaretti  cit. 
voi.  Il,  cap.  vili.  (81)  Cicciaporci  cit.  p.  140.  (82)  Ma- 
lavolti cit.  part.  in,  lib.  x,  p.  161.  (83)  Adriani  ed 
Ammirato  ap.  Sismondi  cit.  voi.  xvi,  rap.  cxxii,  p. 
126.  (84)  Sismondi  cit.  (85)  Malavolti  ed  Ammirato, 
ap.  Sismondi  cit.  p.  128.  (86)  Adriani  cit.  lib.  x. 
(87)  Boninsegni  ,  Lettera  sulla  vittoria  riportata  dai 
senesi  e  francesi  sotto  Chiusi,  ap.  L'Archivio  storico 
italiano  cit.  voi.  il,  p.  592.  (88)  Malavolti  cit.  part. 
m,  lib.  X,  p.  163.  (89)  Cantini  cit.  lettera  1 1 .  (90)  Se- 
gni cit.  lib.  xiv  ,  pag.  366.  (91)  Ammirato  cit.  lib. 
xxiiv.  (92)  Sismondi  cit.   voi.    \vi,  cap.  rxxn,   pag. 

.4- 


l58  AVVENIMENTI    STORICI 

132.  (93)  Sozzini,  II  successo  delle  rivoluzioni  della 
città  di  Siena,  ap.  L'Archivio  cit.  voi.  ii,  pag.  375  . 
(94)  Muratori  cit.  an.  1554.  (95)Roffia,  Racconti  del- 
le principali  fazioni  della  guerra  di  Siena,  ap.  L'Ar- 
chivio cit.  voi.  Il,  p.  550.  (90)  Notizie  della  vittoria 
dei  Medici  presso  Marciano,  ap.  L'Archivio  cit.  voi. 
II,  p.  588.  (97)  Muratori  cit.  an.  1554.  (9S>  Ivi,  an. 
1555.  (99)  Sismondi  cit.  voi.  xvr,  cap.  cxxii,  p.  136. 
(100)  Cantini,  Vita  di  Cosimo  I  cit.  p.  294.  (lOt)  Ivi, 
pag.  296.  (102>Muralori  cit.  an,  1555.  (103)  Ciccia- 
porci  cit.   pag.  144. 


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DEI    TEMPI    MEDICEI.  iSq 


<Biiipa3©]t©  ìTf^ 


o- 


Jn.  1555  di  G,  Cr. 

g.  1.  I^e  il  duca  Cosimo  provò  molta  allegrezza 
per  r  acquisto  di  Portercole,  non  gli  mancarono 
deMispiaceii  per  altre  parli, poiché  in  quest'ii»tesso 
anno  tornò  nel  rnar  toscano  V  armata  turca  co- 
mandata dal  solito  ammiraglio  Dragut ,  il  quale 
sbarcato  alle  spiagge  di  Populonia  messe  in  (erra 
gran  gente:  quei  del  paese  ritiraronsi  nella  rocca 
la  quale  fu  combattuta.  La  metà  però  di  delta  ar- 
mala scese  al  porto  vecchio  di  Piombino*,  ma  sic- 
come dentro  la  città  vi  era  un  buon  presidio 
comandato  da  Chiappino  Vitelli,  cosi  fatta  una 
buona  sortita  ed  incontratisi  con  i  turchi  ne  am- 
mazzarono 6no  a  400;  il  resto  incalzato  cercò  con 
tanta  furia  d^imbarcarsi,  che  imbrogliandosi  Tun 
Taltro  annegarcnsi  non  pochi  prima  di  giungere 
alle  loro  galere.  Partiti  da  Piombino  si  tratten- 
nero 16  giorni  a  Lungone,  e  fecero  nuovamente 
delle  scorrerìe  per  tutta  Pisola^  ma  veduto  che  il 
trattenersi  nell'Elba  era  sen^a  frutto,  presero  ri- 
soluzione di  salpare  dal  porlo  di  Lungone  e  ri« 
tornare  in  Corsica  (i).  » 


l60  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1555. 

5.  a.  La  repubblica  di  Moulalcino  con  55oo 
reclute  disastrava  la  Val  di  Chiana  dopo  il  ritiro 
delle  truppe  imperiali,ed  iiiquielava  specialmente 
il  duca,  il  quale  ben  vedeva  che  tutte  queste  di- 
sgrazie provenivano  dalla  vanità  del  duca  d'Alva, 
che  avea  richiamate  le  truppe  in  Piemonte.  Do- 
mandò Cosimo  dei  rinforzi,  per  ottenere  i  quali 
fece  ancora  dare  le  soddisfazioni  che  desiderava 
Carlo  V  dai  sen'^si,  ma  con  lutto  che  la  corte  im- 
periale molto  applaudisse  all'operato  da  Cosimo, 
pure  i  rinforzi  non  giungevano.  I  ribelli  fiorenti- 
ni refugiati  in  Roma  prendevano  coraggio  dalla 
nimistà  che  il  papa  portava  a  Cosimo,  e  dalla  di 
lui  ambizione  come  anche  dalla  parzialità  che  di- 
mostrava ai  francesi ,  giacché  desiderando  viva- 
mente Paolo  IV  d'ingrandire  la  sua  famiglia,  si 
lusingava  di  potere  ottenere  il  senese  per  essi. 
Carlo  V  frattanto  essendo  sempre  più  indebolito 
dalle  sue  infermità,  ed  imbarazzato  in  tanti  spi- 
nosi affari,  alf  applicazione  dei  quali  era  già  da 
qual'^he  anno  inabile,  prese  la  risoluzione  dì  ri- 
nunziare tutto  al  re  Filippo  suo  figlio, che  già  alla 
occasione  del  di  lui  matrimonio  colia  regina  Ilaria 
d'Inghilterra  lo  avea  dichiarato  re  di  Napoli  e  duca 
di  Milano.  Eseguì  Carlo  questa  rinunzia  in  Bru- 
selles  il  a5  ottobre,  riservandosi  soltanto  per  sé  la 
Spagna.Trovc  Cosimo  in  Filippo  una  più  facile  cor- 
rispondenza per  la  stima  ch*egli  aveva  di  lui,  ed 
infatti  ottenne  subito  una  sovvenzione  di  100.000 
ducati  per  le  spese  della  guerra  di  Siena,  ed  un 
soccorso  di  vettovaglie  dalla  Sicilia  e  da  Napoli, 
essendovi  in  Toscana  una  fierissima  carestìa; con 


'jénA  555.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  l6l 

questi  aiuti  egli  potette  rinforzare  le  piazze  più 
vicine  allo  stato  del  papa,  acciocché  i  ribelli  ed 
i  francesi  non  potessero  avere  dei  soccorsi  da 
quella  parte.  In  Siena  essendo  morto  don  Fran- 
cesco di  Toledo,  fu  sostituito  dal  re  Filippo  in 
quel  governo  il  cardinale  di  Mendozza  detto  co- 
munemente di  Burgos  ,  il  quale  seguitando  le  in- 
sinuazioni di  Cosimo  non  tralasciò  verun  mezzo 
di  dolcezza  e  di  autorità  per  mantenervi  la  quie- 
te e  farvi  esercitare  la  giustizia.  La  fiacchezza  e 
la  povertà  dei  repubblicani  di  IVIontalcino  avreb- 
bero da  per  sé  stesse  terminata  la  guerra  ,  se  il 
furore  del  papa  rinvigorito  ogni  giorno  più  dai 
francesi  non  avesse  somministrato  alimento  per 
questo  fuoco  (a). 

5.  3.  Non  ostante  il  contegno  ossequioso  te- 
nuto da  Cosimo  ed  anche  dalPambasciatore  del 
re  Filippo  verso  del  papa,  e  per  quanto  paresse 
questi  in  principio  raddolcito,  pure  la  di  lui  am- 
bizione e  de'suoi  nipoti  istigati  dai  ribelli,  cerca- 
va di  togliere  a  Filippo  il  regno  di  INapoli.  I  fran- 
cesi offrirono  la  loro  alleanza  al  papa  per  questa 
impresa,  ed  i  cardinali  di  Lorena  e  di  Tournon 
furono  incaricali  di  stabilire  un  trattato  col  sud^ 
detto,  il  quale  fu  segnato  il  i5  di  dicembre,  con 
gran  segretezza  per  non  dar  tempo  a  Filippo  ed 
a  Cosimo  di  fortificarsi.  Le  condizioni  furono,  che 
il  re  di  Francia  avrebbe  mandato  in  Italia  dodici- 
mila fanti  e  cinqu«'n»ila  cavalli^  il  papa  si  obbligava 
di  contribuire  con  10000  fanti  e  1000  cavalli  per 
cominciare  la  guerra  nel  regno  o  in  Toscana  se- 
condo che  si  giudicasse  a  proposilo:  che  il  secoa- 


l6a  AVVENIMENTI   STOfRTCI  AtlAbS^^ 

dogenito  del  re  di  Francia  sarebbe  investito  derl 
regno  di  Napoli,dal  quale  però  doveva  smembrar- 
sene una  porzione  per  accrescersi  allo  stato  ec- 
clesiastico, ed  un'altra  per  darla  in  piena  sovra- 
nità ai  Caraffa;  si  stabiliva  il  censo  da  pagarsi  alla 
camera  apostolica,  la  tutela  del  re  pupillo,  ed 
altre  condizioni  riguardanti  l'utilità  della  Chiesa 
ed  il  supremo  dominio,  che  il  re  riserbava  sopra 
quel  regno.  Fu  tenuto  segreto  il  trattato  anche 
per  aver  tempo  di  far  venire  la  flotta  dei  turchi, 
talmente  che  il  papa  pel  desiderio  di  far  grandi  i 
suoi  nipoti  divenne  alleato  dei  lurchi.  PietroStroz- 
zi  fu  nominato  direttore  di  quest'impresale  ven- 
ne segretamente  a  Roma  per  concertarne  il  pia- 
no, e  fu  accolto  dal  papa  coi  maggiori  segni  di 
agevolezza  (3).  Corteggiato  lo  Strozzi  dai  fuoru- 
sciti di  Firenze,  vigilava  alla  sua  sicurezza,  perchè 
temeva  delle  insidie  di  Cosimo.  Incaricato  di  vi- 
silare  le  fortificazioni  dello  stato  ecclesiastico,  si 
abboccò  alle  frontiere  con  Soubise,  e  confortò  i 
senesi  di  ^lontalcino  a  sostenersi,  facendo  loro 
sperar  prossimo  il  momento  di  ricuperare  la 
patria .  Insospettito  Cosimo  da  queste  pratiche 
pensò  alla  sicurezza  delle  sue  frontiere,  e  a  prose- 
guire la  guerra  particolarmente  nella  Val  di  Chia- 
na, dove  fu  espugnato  Sarteano,  luogo  forte  e  di- 
feso da  400  francesi,  e  il  castello  di  Celona  dove 
erano  a  difenderlo  aoo  di  essi  (4). 

g.  4-  Andato  Filippo  al  possesso  degli  stati  ce-  \ 
dutigli  dal  padre,  vide  ben  presto  ch'era  impossibi- 
le il  sostenerli  senza  le  forze  e  i  sussidii  della  Spa- 
gna*, perciò  faceva  delle  forti   rappresentanze  al 


^R.    1556.        DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  iGS 

padre,  ma  i  ministrigli  opponeTano  sempre  degli 
ostacoli^  per  lo  che  egli  prese  ardilaaiente    la  ri- 
soluzione di  presentarsi  al  padre,  e  dì  pregarlo   o 
a  cedergli  anco  il  regnodi  Spagna,©  a  riprendersi 
ciò  ch'egli  aveva  ceduto.  Vinto  Carlo  V  dalla  te- 
nerezza paterna, il  di  i6  di  gennaio  fece  la  rinun- 
zia dei  regni  di  Spagna  e  di  Sicilia,  e  si  rinchiuse 
in  un  chiostro.  Desiderava  Filippo  di  dar  princi- 
pio al  suo  governo  con  qualche  tranquillità,  per- 
ciò essendosi  fatte  dai  francesi  delle  proposizio- 
ni di  tregua  da  continuare  per  cinque  anni,  Fi- 
lippo le  abbracciò  subilo  e  nel  marzo  fu  pubbli- 
cala a  Bruselles.  Diverse  contestazioni  nacquero 
in  Italia  e    specialmente  nello   stato  senese  per 
parte  dei  francesi  per  l'esecuzione  della  tregua  ; 
ma  finalmente  furono  superati  gli  ostacoli,  e  il  dì 
14  di  maggio  fu  stabilito  tra  il  cardinale  di  Bur- 
gos  come  luogotenente    deirimperatore  e  del  re 
di  Spagna,  ed  il  generale  Sowbise  come  luogote- 
nente del  re  di  Francia  Tesecuzionealle  seguenti 
condizioni  relativamente  alla  Toscana,  cioè,  che 
lutto  rimanesse  nello  stato  in  cui  era  quattro  gior- 
ni prima  della  soscrizione^che  tanto  i  senesi  che 
quei  di  Monlalcino  potessero  andare  ovunque  e 
tornare  liberamente,  possedere  e  mercanteggiare, 
pagando  le  consuete  gabelle,e  finalmente  che  nin- 
na delle  parti  potesse  impedire  transito,  imporre 
nuove  gravezze  e  molestie,  ma  tutto  fosse  libero 
a  forma  delle  capitolazioni.  Prima  però  di  questa 
capitolazione  i   francesi  di  Monlalcino,  nella  per- 
plessità in  cui  erano  delle  condizioni  della  tregua, 
tentarono  con  ogni  maggiore  sforzo  di  occupare 


l64  AVVENIMENTI  STORICI  An,i556, 

dei  villaggi  e  castelli  circonvicini  per  trovarsene 
in  possesso  alla  pubblicazione  della  medesima. 
Anche  il  duca  Cosimo  non  mancò  di  fir  lo  stes- 
so con  più  vantaggio,  poiché  dalla  parte  di  Val  di 
Chiana  e  da  quella  della  Maremma  fece  muove- 
re le  sue  truppe  per  occupare  tutti  quei  luoghi 
che  fu  possibile,  e  vi  stabilì  presidio  per  con- 
servarne il  possesso.  Il  maresciallo  Strozzi  do- 
po aver  visitate  le  fortificazioni  dello  stato  eccle- 
siastico e  quelle  della  repubblica  di  Monlalcino, 
disegnò  di  portarsi  col  legalo  alla  corte  del  papa 
per  avvalorare  colla  presenza  e  colTintrigo  la  di 
lui  commissione^  con  esso  partirono  i  principali 
ribelli  di  Firenze  (5). 

g.  5.  Il  duca  Cosimo  da  un  tal  procedere 
non  poteva  rilevare  qual  sistema  gli  convenisse 
adottare  per  la  sicurezza  del  proprio  slato,  giac- 
ché udiva  per  ogni  parte  che  si  sarebbe  rotta  la 
tregua,  e  che  la  Toscana  sarebbe  divenuta  il  tea*» 
tro  della  guerra:  i  segreti  avvisi,  le  lettere  inter-» 
cette,  le  macchinazioni  che  si  scoprivano,  l'ardire 
e  la  baldanza  de'suoi  ribelli,  e  finalmente  le  pub- 
bliche voci  contribuivano  a  confermarlo  in  que- 
sto timore.  Esausto  di  danari  e  di  forze  non 
vedeva  come  poter  far  argine  a  questo  torrente, 
tanto  più  che  il  re  di  Spagna,  trovandosi  nella 
stessa  sua  situazione,  era  impotente  a  soccorrer- 
lo. Inutili  furon  perciò  tutte  le  istanze  di  Cosimo 
per  esser  rimborsato  delle  spese  fatte  nella  guer- 
ra di  Siena,  poiché  in  compensazione  gli  erano 
ofiferti  degli  ampli  dominii  in  America  e  dei  ca- 
lcati d"'interessi  sulle  miniere.  „  Voi  non  sapete  di- 


Jn.i556.     DEI  -Tempi  medicei  cap.  ir.  i65 

cea  Ruigomez  all'ambasciatore  di  Cosimo,  le  no- 
stre miserie.  Se  vi  fosse  dato  in  cura  un  amma- 
lato e  non  avessi  le  medicine  necessarie  alla  sua 
salute,  che  partito  prendereste?  Tale   appunto  è 
la  situazione  degli  stati  rinunziati  al  re  dalFim- 
peratore.  „Ia  Siena  e  in  quella  parte  di  dominio 
tenuto  dagli  spagnuoli  le  truppe  erano   ammuli- 
nate  per  mancanza  di  paghe,  e  i  popoli  costretti 
a  emigrare  per  non  avere  di  che  vivere.  Il  migliore 
espediente  che  il  duca  potesse  immaginare  in  così 
pericolose  circostanze,  fu  di   tenersi   neutrale  in 
apparenza,  senza  però  sprovvedersi  della   neces- 
saria difesa,  e  tentare  ogni  mezzo  per  guadagnar- 
si la  confidenza  del  papa  e  dei   Caraffa.   Fortificò 
intanto  le  sue  frontiere,  e  particolarmente  dalla 
parte  della  Romagna,  aumentando  a  Castrocaro 
quelle  fortificazioni  che  già  vi  aveva  fatte  fino  dal 
1649^  reclutò  in  Germania  cinquemila  tedeschi^ 
e  pose  in  grado  le  milizie  del  suo  domìnio  da  es-" 
ser  pronte  a  qualunque  occorrenza  (6). 

g.  6.  L-  arte  del  Gianfigliazzi  ambasciatore  di 
Cosimo  che  aveva  mostrato  con  tanta  verità  di  se- 
condare le  vedute  del  papa,  la  speranza  dei  Ca-^- 
raffa  d'inìparentarsi  col  duca,  el  riilesso  che  le 
di  lui  forze  avrebbero  potuto  certamente  distur- 
bare rimpresa  di  INapoli,  indussero  il  pontefice  a 
fare  a  Cosimo  delle  dimostrazioni  di  buona  corriw 
spondenza  che  furono  contraccambiate.  Tali  ap- 
p.irena.e  di  buona  volontà  sebbene  lusingassero  il 
duca,  non  però  lo  assicuravano,  essendo  certo  del 
malanimo  che  nutrivano  i  francesi  contro  diesso^ 
e  ne  vedeva  le  riprove  incontrastabili  nella  effeM: 
Si.  Tose.  Tom,  10.  15 


l66  AVVENIMENTI    STORICI  ^rt.lD5(5. 

luazione  della  tregua^  poiché  fino  dal  25  maggio 
essendo  siali  spediti  i  commissari  opportuni  per 
lare  i  ronfronti  delle  prove  dei  possessi,  e  deve- 
iiire  a  slabilire  i  confini  dei  dominiì  imperiale  e 
e  francese  a  forma  del  franato,  fu  per  parie  dei 
francesi  e  del  magistrato  di  Monlalcino  con  vari 
pretesti  differita  e  sciolta  insensibilmente  ogni 
pratica  di  accomodamento.  Oltre  l'ambiguità  dei 
possessi  s''interponeva  ancora  Postacolo  delle  que- 
rele d'innovazioni  che  si  producevano  da  ambe- 
due le  parli.  Non  soffiiva  il  cardinale  di  Burgos 
che  il  magistrato  di  MoDtalcino  esercitasse  piena- 
mente le  prerogative  e  i  dritti  di  sovranità,  de- 
nominandosi repubblica  senese,  e  battendo  mo- 
neta; e  perciò  il  iZ  giugno  la  balia  di  Siena  fece 
un  decreto,  in  cui  dicbiarò  rei  di  ribellione  e  in- 
corsi nella  pena  di  contiscazione  tutti  coloro  che 
in  dispregio  della  pubblica  Maestà  esercitassero 
prerogative,  diritti  e  autorità  sotto  tìnto  nome 
della  repubblica  di  Siena:  soltanto  la  debolezza 
di  ambedue  le  parti  manteneva  la  tranquillità. 
Tutte  le  apparenze  facevano  temere  la  rottura 
della  tregua:  sapevasi  però  che  tanto  il  re  di  Fran- 
cia quanto  il  re  di  Spagna  erano  esausti  di  forze 
e  di  danaro.  Il  duca  Cosimo  informato  dei  ma- 
neggi dei  francesi  non  dubitava  che  si  dovesse 
veuue  ad  una  nuova  guerra,  ma  essendosi  inlro- 
dulto  qualche  discor^o  di  pace,  si  seguitò  anche 
col  papa  a  dissimulare,  facendosi  eziandio  con  lui 
delle  projjosizioni,  e  l'ambasciatore  cesareo  mar- 
chese di  Soria  ottenne  tìnalmente  di  ritirarsi  a 
Siena.  Già  era  arrivalo  un  w^Vi/ft  idi  ,gu^i;0UÌ a 

.0!"  .jtto'T   .:)iVt  se 


./^/1.1556.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  167 

Civitavecchia,  e  si  aspettava  un  altro  rinforzo  di 
Francia  col  ritorno  del  legato  e  dello  Strozzi  (7). 
5.  7.  L'imperatore  Carlo  V  avendo  rinunzia- 
to la  corona  imperiale  a  Filippo  suo  figlio,  li    17 
settembre  s'imbarcò  in  Zelanda  per  andare  a  na- 
scondersi nel  suo  ritiro  in  Estremadura^  non  po- 
tè lasciare  altrimenti  al  figlio  la  corona  imperiale, 
perchè  il  fratello  ed  i  nipoti    non  vi  acoonsenti- 
rono,ma  però  avendogli  dato  il  vicarìatodelPimpe- 
ro  quanto  a  Milano,  Piacenza,  Siena  e  Piombino, 
non  mancò  di  assicurargli  coi  diritti  dell'impero  il 
possesso  di  questi  stati.  Siccome  poi  il  re  amava 
Cosimo,  così  per  le  sue  indisposizioni  dettando 
nel  1548  in  Augusta  dei  riconli  per  Filippo  suo 
figlio,  per  intelligenza  degli  affari  di  governo  si 
espresse  in  tal  guisa.  „  II  duca  di  Firenze  dopoché 
io  Tho  stabilito  in  quello  stalo,  si  è  mostralo  sem- 
pre affezionato  a   me  e  ai  miei  interessi,  e  spe- 
ro che  continuerà  ancora  con  voi  in  questa  ami- 
cizia ,  perchè  hu  già    ricevuto  da  me    tanti  fa- 
vori, perchè  così  facendo  sarà  il    suo  vantaggio 
per  le  pretenzioni  che  hanno  i  francesi  contro  il 
suo  stato.  È  da  considerarsi  ancora  Tessere  egli 
congiunto  colla  casa    di  Toledo  ,  e  perciò  sarà 
bene  che  voi  procuriate  di  mantenerlo  in  questa 
buona  volontà,  e  prestiate  favore  a  lutti  i  suoi 
interessi,  perchè  oltre  di  ciò  egli  è  di  buon  sen- 
so e  di  giudizio,  e  tiene  il  suo  stato  in  buon  or- 
dine e  ben  munito   in  parte  che  molto  importa 
per  la  sua  situazione  „.  - 

g.  8.  Dopo  cir  eran  tornati  di  Francia  il  car- 
dinal Caraffa  e  lo  Strozzi,  e  con  essi  i  principali 


l68  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.1556. 

ribelli  di  Firenze,  si  riassunsero  immedialainente 
i  trattali  di  macchinazioni  e  congiure  contro  Io 
stalo  e  la  persona  del  duca.  Si  vantò  la  poderosa 
spedizione  dei  francesi  in  Italia,  e  si  asseriva  co- 
stantemente da  tutti  essere  indirizzata  contro  la 
Toscana:  il  re  avea  scritto  alla  repubblica  di  Mon- 
talcino  che  pensava  di  poter  sodisfare  pienamen- 
te al  di  lei  desirlerio  mediante  il  favore  del  papa. 
Si  scoprirono  delle  intelligenze  per  sorprendere 
Montepulciano  e  Cortona,  e  una  congiura  ordita 
in  Roma  da  Pietro  Strozzi  di  avvelenar  Cosimo 
con  tutti  i  figli  per  me^zo  di  un  suo  familiare; 
si  asserivano  depositati  dodicimila  ducati  per 
questo  effetto,  e  promesso  un  vescovado  al  tìglio 
delPavveleKiatore.  Il  sospetto  e  le  circostanze  fa- 
cevano che  alcuni  rivelando,  per  avidità,  delle 
congiure  non  mai  architettate,  erano  facilmente 
creduli  che  molti  innocenti  fossero  tenuti  per 
complici  delle  già  provate,  e  che  non  potendosi 
facilmente  distinguere  il  vero  dal  falso,  la  diffiden- 
73  si  estendesse  suU*  universale;  si  erano  perciò 
resi  difficili  i  passi  alle  frontiere,  ed  il  transitare 
da  uno  stato  all\Tltro  era  ogni  volta  soggetto  ad 
un  processo.  Ciò  avvenne  più  facilmente  nello 
stato  di  Siena,  dove  essendosi  formate  tre  giuri- 
sdizioni, erano  tulle  in  timore  Puna  delTaltra.  I 
senesi  conoscevano  ormai  che  la  loro  situazione 
era  tale,  che  il  re  Filippo  non  potea  più  disporre 
liberamente  di  quella  città  senza  il  condenso  del 
duca,  il  quale  ambiva  di  averli  soggetti;  per  evi- 
tar questo  giogo  credettero  espediente  di  spargere 
la  diffidenza  tra  il  duca  e  il  cardinale  di  Bur^ 


^«.1556.        DEITEMPIMEDlCElCAP.lv.  169 

gos  in  modo  che  il  re  pure  giunse  a  temere  della 
ambizione  di  Cosimo.  Gustava  il  cardinale  le  insi- 
nuzioni  della  balia  che  pascolavano  la  sua  vanità, 
riflettendo  che  per  durare  lungo  tempo  in  quel 
governo  era  necessario  Pallontanar  Cosimo  dal 
possesso  di  Siena.  Quindi  è  che  non  si  ometteva 
di  mostrare  al  re, che  essendo  in  potere  del  duca 
le  migliori  terre  di  quel  dominio,  restava  la  capi- 
tale in  un  perpetuo  essedio,  ed  il  duca  e  non  sua 
Maestà  era  il  vero  sovrano  di  quello  stata*  che  i 
senesi  nel  domandare  la  cittadella  avevano  avu- 
to il  riflesso  di  non  restare  oppressi  dalle  di  lui 
forze,  e  finalmente  che  «e  non  si  restituisse  quel- 
la terra  alla  capitale,  in  breve  tempo  sua  xMae- 
stà  la  vedrebbe  ridotta  un  mucchio  di  sassi.  Con 
tali    sentimenti  s'  intraprendevano  di   continuo 
con  i  ministri  ducali  controversie  di  gurisdizione, 
si  proponevano   contese  tra  i  popoli  delle  fron- 
tiere ,  si  conunetlevano  delle  ruberìe  e  degli  as- 
sassinamenti. Rimproverava  il  duca  al  cardinale  la 
sua  leggerezza,e  minacciava  di  trattare  ostilmente 
i  senesi  se  ?ion  avessero  mutato  contegno^  nondi- 
meno tralasciavano  di  dargli  delle  continue  ripro- 
ve del  loro  malanimo.  Tutto  ciò  era  un  ostacolo 
ai  disegni  concepiti  dal  duca  d'impadronirsi  delle 
piazze  francesi   allorché  si  dichiarasse   rotta  la 
tregua  (8).  • 

g.  9 .  Avea  Cosimo  preparato  in  Grosseto  e 
in  Monfalcino  una  congiura  composta  di  persone 
malcontente  del  governo  francese,  ad  oggetto  di 
tener  vivo  in  quelle  piazze  un  complotto  di  per- 
sone ardite.che  alla  rottura  della  tregua  protìttaa- 

i5^ 


1^0  AVVENIMENTI  STORICI  -^«.1556. 

do  della  debolezza  del  presidio  v''inlroducessero 
]e  sue  milizie.  Rivelato  il  trattato  dal  cardinale 
alla  balia,  e  da  alcuni  individui  della  medesima 
ai  repubblicani  di  Montalcino.fu  fatto  uno  scem- 
pio dei  congiurati.  Si  aggiunse  a  tutto  ciò  l'impru- 
denza del  cardinale,  il  quale  fu  causa  che  poco 
mancasse  a  rompersi  da  ambe  le  parti  la  tregua^ 
poiché  un  francese  domestico  dei  cardinal  Caraf- 
fa portandosi  a  Firenze  per  rivelare  al  duca  una 
congiura  ordita  dallo  Strozzi  contro  la  sua  vita, 
arrestato  alla  porta  di  Siena  e  trovategli  lettere 
credenziali  per  Cosimo,  pensando  il  cardinale  di 
scoprire  qualche  trattato  che  il  duca  avesse  con  i 
francesi  a  danno  del  re,  fece  ritener  costui  e  tor- 
mentarlo per  estrarne  il  segreto.  Ciò  produsse 
che  il  duca  si  reputò  oltraggiato  dal  cardinale,ed  i 
francesi  di  Montalciuo  dichiararono  violate  le  ca- 
pitolazioni della  tregua.  Al  ritorno  dello  Strozzi 
dalla  corte  aveva  il  re  chiamato  Soubise  e  sosti- 
tuito al  governo  di  quelle  piazze  !>Iontluc  guasco- 
ne inquieto  e  turbolento,  e  singolarmente  nemi- 
co del  duca  a  motivo  di  tutlo  ciò  ch''era  successo 
iielPassedio  e  dedizione  di  Siena.  Costui  informa- 
to deirarresto  del  suo  nazionale  cominciò  a  scor- 
rere nelle  terre  dei  senesi,  uccidendo  e  predando 
senza  ritegno,  colPinsolente  dichiarazione  di  vo- 
lere impiccare  quanti  sudditi  del  re  Filippo  ca- 
dessero in  suo  potere.  Fu  perciò  rilasciato  il  fran- 
cese, si  mandarono  dalla  balia  deputati  per  ac- 
quietarlo,e  si  fecero  delle  giustificaziowi,ma  lutto 
essendo  stato  inutile,  fu  necessario  che  Cosimo 
interponesse  Paulorità  dei  Caraffa  per  sedare  que- 


-^«.1556.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  I7I 

Sto  principio  di  nuova  guerra.  Tanti  travagli  piut- 
tosto che  sgomentare  il  duca  accrescevano  vigore 
alla  sua  attività  e  vigilanza,  poiché  avendo  visi- 
tate personalmente  tutte  le  fortezze  del  suo  sta- 
to,e  singolarmente  quelle  delle  frontiere,  dispose 
le  sue  milizie  per  la  difesa,  aspellando  già  d^es- 
sere  attaccato  dai  francesi  (9). 

g.  IO.  Martino  Bernardini  essendo  gonfalonie- 
re di  Lucca  nell'ultimo  bimestre  del  i556  pro- 
pose in  senato  una  legge,  la  quale  tendeva  visi- 
bilmente a  restringere  il  governo,  e  dopo  essere 
lungamente  dibattuta  fu  vinta  in  tìne  con  decre- 
to del  consiglio,  e  si  chiamò  mari iniana  dal  nome 
di  chi  la  propose,  ad  esempio  degli  antichi  roma- 
xìi  (io).  Era  la  proposta  legge  del  seguente  te- 
nore. „  Chiunque  sia  nato  in  Lucca  da  padre  fo- 
restiero non  potrà  far  parte  del  governo  da  qui 
innanzi  esso  e  la  sua  posterità,  benché  alcuno  di 
loro  fosse  intervenuto  in  senato.  Così  sarà  dei 
fjgli  dei  contadini,  colla  differenza  che  quei  tra 
loro  i  quali  godono  presentemente  di  tali  onori  se- 
guitino ad  averli  insieme  coi  fratelli,  e  li  trasmet- 
lino  alla  propria  discendenza^  salva  nelP  uno  e 
nell'altro  caso  una  special  grazia  del  senato,,.  Per 
tal  modo  restò  affatto  esclusoli  popolo  dal  gover- 
no della  repubblica  lucchese. che  avanti  la  servitù 
pisana,  e  dopo  aver  ricuperata  la  libertà  ammini- 
strò in  comune  coi  nobili  e  più  potenti,  senza  pe- 
rò convocarsi  il  medesimo  in  generale  e  in  defi- 
nito pailamento  (11). 

g.  II.  Calaron  frattanto  in  Italia  i  francesi  in 
aiuto  del  papa  sotto  il  comando  del  duca  <li  Gui- 


Ija  AVVEKIMEKTI  STORICI  An,i5Sl. 

sa,  il  quale  per  discendere  da  una  donna  della 
casad'Angiò  aveva  delle  prelenzioni  sul  regno  di 
Kapoli,  e  1  Caraffa  non  più  pensando  alla  propo- 
sta pace  Io  fecero  passare  nell'Abruzzo,  ove  se- 
guirono diverse  azioni  con  gli  spagnuoli.  Il  duca 
Cosimo  quantunque  avesse  ricevuto  dal  papa  del- 
le proteste  d'amicizia  e  delle  promesse,  che  nes- 
suna ostilità  gli  sarebbe  stata  praticata,  volle  ac- 
crescere le  fortificazioni  delle  piazze  situate   sul 
contine  dello   slato,  e  specialmente  la  città  di 
Cortona,   ch*'era   una  delle  più  importanti  e  più 
esposte  ad  essere  attaccata.  Ordinò  per  tanto  in 
quella  città  dei  grandissimi  lavori,  per  eseguire  i 
quali  essendo  indispensabile  una  grave  spesa,  che 
in  quel  momento  il  suo  erario  non  poteva  sop- 
portare, aumentò  nel  territorio  cortonese  il  prez- 
zo del  sale,  rinforzò  dappertutto  le  guarnigioni, 
e  prese  al  suo  soldo  cinquemila  tedeschi  d'infan- 
teria, e  5oo  di  cavalleria  sotto  il  comando  di  Gio. 
Battista  d''Arco,  i  quali  furono  distribuiti  in  Prato, 
Pistoia,  Arezzo  e  Lucignano,  non  per  gettarsi  a 
sostenere  le  gare  d"'alcune  delle  potenze  bellige- 
ranti, ma  per  esser  preparato  a  qualunque  mossa 
ostile  che  contro  i  suoi  stati  fosse  accaduta  (114)^ 
talché    r  esercito  francese  in  Toscana  non  era 
più  da  temersi.  Frattanto  i  francesi  di  Montalci- 
no  rifornite  le  guarnigioni  delle  loro  terre  con 
gente  mandata  da  Roma,  di  furto  presero  lusdi- 
no  (1 3),  castello  che  si  teneva  dal  governo  di  Sie- 
na, oltre  aver  tentato  più  d'una  volta  d'attaccare 
de'^forti  e  delle  castella  presidiate  dal  duca,  ma 
con  loro  danno.  Tentarono  in  oltre  i  medesimi  di 


^«.1557.  DEI  TEMPI    MEDICEI  CAP.  ir.  173 

fare  insorgere  de'  tumulti  in  Siena,  ove  regnava 
molto  malcontento  per  causa  della  prepotenza, 
delParbitrio  e  del  tirannico  governo  del  cardinale 
Burgos,  il  quale,  non  conlento  di  disporre  a  suo 
capriccio  di  tutti  gli  affari, proibì  l'adunanze  delie 
confraternite  laicali,  delle  accademie  letterarie,  e 
delle  conversazioni  private  (i4).  Malgrado  i  cat- 
tivi uffici  che  il  cardinale  governatore  di  Siena 
avea  praiicati  contro  il  duca  presso  il  re  Filippo, 
Cosimo  principe  di  somma  prudenza  e  di  cauta 
politica  se  ne  slava  neutrale,  conservando  buona 
armonìa  e  confidenza  anche  col  papa,  ma  senza 
voler  entrare  nelle  sue  gare.  E  neppure  egli  la- 
sciava di  esortarlo  alla  pace,  nel  qual  len)po  si 
dava  a  conoscere  il  più  unito  agPinleressi  del  re 
di  Spagna,  per  la  speranza  di  cavargli  di  mano 
Siena  (i5),  come  vedremo. 

g.  la.  Il  re  Filippo  annoiato  da  una  guerra  che 
aveagli  recata  inquietudine,  e  tanto  disastro,  e 
tanto  dispendio,  amava  di  dargli  fine  conveniente 
al  suo  onore,  e  senza  pregiudicare  al  suo  interesse 
e  alla  sua  gloria.  Considerò  egli  che  quel  gran 
fuoco  ardeva  per  le  mire  ambiziose  dei  Caraffa  che 
volevano  assicurarsi  uno  stato  in  Italia  con  so- 
vrana autorilà,e  che  poteva  forse  estinguersi  e  sta- 
bilirsi la  pace,  la  quale  conosceva  esser  necessa- 
ria non  meno  ai  suoi  suddili  che  alla  quiete  del 
suo  spirilo,  con  aderire  ai  loro  desideri,  abbrac- 
ciando il  progetto  del  papa  inviatogli  in  tempo 
della  tregua;  stabilì  di  cedere  la  città  di  Siena 
colle  sue  appartenenze  a  don  Giovanni  di  quella 
famiglia,  e  ordinò  al  duca  d'Alva  che  facesse  pre- 


jy^  AVVENIMENTI  STORICI  j4n.ibS7. 

senti  al  pontefice  queste  sue«Ielerminazioni.  Quel 
ministro  spagnuolo  che  aveva  molta  propensione 
pel  duca  Cosimo,  sapendo  quanto  ad  esso  sareb- 
be stato  dispiacente  che  lo  stalo  di  Siena  fosse 
passato  in  dominio  della  famiglia  Caraffa,  avvi- 
sollo  delle  determinazioni  del  re  Filippo,  prima 
di  comunicarle  al  pontefice,  affinchè  facesse  quelle 
pratiche  necessarie  per  impedirne  Tesecuzione. 
Quanto  sdegnasse  il  duca  Cosimo  un  tale  avviso 
è  ben  facile  immaginarlo,  vedendo  dissipati  sen- 
za alcuna  favorevole  conseguenza  tanti  tesori,sa- 
crificttta  la  vita  di  tanti  valorosi  soldati,  e  Ji  venute 
iniilili  tante  fatiche  e  superati  vanamente  tanti 
pericoli,  e  molto  più  era  dolente  considerando 
che  per  far  la  pace  si  prendesse  un  partilo  il  quale 
esponeva  il  suo  stato  eia  sua  tranquillità  a  molte 
inquietudinf^onde  stimando  opportuno  di  far  sen- 
tire i  suoi  lamenti  al  re  Filippo,  spedì  ad  esso  don 
Luigi  di  Toledo,  fratello  della  duchessa  Eleonora 
sua  moglie,  colla  commissione  di  esporgli  le  sue 
doglianze  e  di  mostrargli  i  molti  dritti  che  aveva 
acquistati  sopra  lo  stato  di  Siena,  e  perchè  gli 
rappresentasse,  che  non  era  secondo  le  regole  di 
una  buona  politica  cedere  ad  una  famiglia  per 
interesse  e  per  inclinazione  apertamente  contra- 
ria alla  corona  di  Spagna  lo  stato  di  Siena,  ov''era- 
no  diversi  porli  sul  mare  toscano,  da''quali  facil- 
mente si  poteva  passare  nel  regno  di  Napoli,  il  di 
cui  possesso  era  ottimo  per  tenere  in  suggezione 
la  corte  di  Roma  (i6).  Né  tralasciò  Cosimo  molte 
astuzie  politiche  per  più  facilmente  indurre  il  re 
catlolico  a  condiscendere  alle  sue  domande,  e  co- 


1,#/1.1557.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  17$ 

noscenJo  quanto  a  quel  monarca  era  necessaria  la 
sua  alleanza,  credè  ben  fallo  di  mostrarsi  inclinalo 
ad  unirsi  col  re  di  Francia^al  qual  passo  era  solle- 
cilato  dal  papa  con  promesse  di  considerabili  van- 
taggi, dal  quale  essendogli  offerta  per  sposa  del 
suo  primogenito  principe  Francesco  una  figlia 
legitlima  del  re  cristianissimo,  accettò  egli  di 
entrare  in  questo  trattato,  non  già  con  animo  di 
condurlo  a  buon  fine,  ma  al  solo  oggetto  di  far 
teijiereal  re  Filippo  la  per<lita  della  sua  alleanza, 
e  per  tal  motivo  spedi  a  Roma  iK^uo  consigliere 
di  slato  Giovan  Battista  Rica sotT  vescovo  di  Cor- 
tona, ove  era  slato  inviato  dalla  corte  di  Francia 
pel  medesimo  oggetto  Carlo  di  Marigliac  arcive.* 
scovo  di  Vienna  nel  Deltìnato  (17).  i 

g.  i3.  Il  re  Filippo  che  vedeva  la  necessità  di 
avere  laderenia  del  duca  Cosimo  perchè  serviva 
di  baloardo  alla  sicurezza  degli  stali  che  posse- 
deva in  Italia,  conobbe  Timportanza  di  non  irri- 
tarlo, ailiuchè  non  avesse  a  collegarsi  coi  francesi 
e  col  papa,e  perciò  venne  nella  determinazione  di 
dargli  in  feudo  la  città  e  sialo  di  Siena,  sperando 
con  ciò  di  tenerlo  legalo  alla  sua  devozione.  Don 
Giovanni  di  Figheroa  comandante  della  fortezza 
di  Milano  fu  il  minislro  deputalo  dal  re  caltolico 
a  procedere  all'  alto  di  questa  concessione  con 
sue  lettere  del  17  marzo  i557,  e  venne  istruito 
delle  condizioni  che  dovea  stabilire,  le  quali  por- 
tavano ohe  si  desse  a  Cosimo  V  investitura  di 
quelloslalo,  e  si  comprendessero  nelPalto  i  di  lui 
disccndenli  macchi  nali  da  legittimo  matrimonio, 
osseivalo  sempre  V  ordine  della   priiaogcuilura, 


1^6  AVVE^ìlMENTI  STORICI  An.    1557. 

colla  riserva  a  favore  della  corle  di  Spagna  delle 
piazze  e  porti  d'  Orbetello  ,  di  Telamone,  di 
Portercole,  di  Santo  Stefano,  e  le  dipendenze 
di  Monte-argentario,  i  quali  paesi  formarono  uà 
piccolo  stato  o  provincia  dipendente  sotto  nome 
di  stato  dei  Presidii.  Da  questo  tempo  in  poi  a  spe- 
se del  regno  si  mandarono  milizie  spagnuole  per 
ben  presidiarle,  e  da  Napoli  si  prosegui  a  man- 
darvi un  auditore  per  amministrare  giustizia  a 
quegli  abitanti,  i  quali  però  vivevano  secondo  gli 
statuti  e  costumi  dei  senesi  loro  vicini,  e  perciò 
quel  ministro  ritenne  il  nome  di  coadiutore  dei 
Presidii  di  Toscana.  La  separazione  di  questa  pro- 
vincia dal  rimanente  delT  Etruria  privò  lo  stato 
di  Siena  dell'antica  comunicazione  col  maree  del 
trafficone  contribuì  a  perpetuare  quello  spavento- 
so stato  di  desolazione  cui  trovasi  ridotta  la  Ma- 
remma senese  (i  8).  Fu  poi  stabilito  che  al  duca  ol- 
tre Io  stato  senese  si  concedesse  in  libera  proprie- 
tà la  tenuta  della  Marsiliana,  e  collo  stesso  titolo 
di  feudo  la  piazza  di  Portoferraio  con  due  miglia 
di  territorio,  e  ch'egli  dovesse  restituire  tutto  il  ri- 
manente delPisola  delPElba,  come  ancora  reuun- 
ziare  a  molti  crediti  che  aveva  colla  corona  di 
Spagna,  creati  per  causa  della  guerra,  e  per  le  for- 
tificazioni fatte  a  Piombino,ed  ai  dritti  che  aveva 
sopra  quella  piazza,  dovendola  medesima  tornare 
liberamente  in  dominio  della  casa  d''Appiano5  ^^^ 
fosse  tenuto  a  somministrare  soccorsi  di  muni- 
zioni da  guerra  o  da  bocca  e  uomini  ancora  per 
la  difesa  di  tutti  i  luoghi,  e  dare  ogni  aiuto  nel 
caso  che  quelli  fossero  assediali,  e  contribuire 


'AnAhbl,          DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  I77 

ad  una  porzione  delle  spese  necessarie  perdifen- 
derli^che  restasse  stabilita  finalmente  tra'l  re  cat- 
tolico e  il  duca  una  lega  perpetua,  coll'obbligo  di 
aiutarsi  scanibievolraente.  Accettò  il  duca  Cosi- 
mo queste  condizioni,  e  nel  giorno  tre  di  luglio 
in  Firenze  nel  palazzo  ducale  ne  venne  stipulato 
l'alto  alla  presenza  di  tre  consiglieri  del  re  Filip- 
po ed  all'uditore  consigliere  e  segretario  di  Cosi- 
mo (19).  Contemporaneamente  alla  celebrazione 
di  questo  contratto  seguì  l'atto  della  investitura, 
al  quale  furono  testimoni  Bernardo  Minerbetti 
vescovo  d'^Arezzo,  Ugolino  Grifoni  maestro  ge- 
nerale dei  cavalieri  d'Altopascio,  Cibo  marchese 
di  Massa,  don  Luigi  di  Toledo  e  Cbiappino  Vi- 
telli (20). 

g.  !<{•  Quantunque  Io  stalo  di  Siena  in  quel 
tempo  desolato  per  causa  di  tante  sciagure,  e  vuo- 
to della  maggior  parte  de**  suoi  abitanti,  che  per 
fuggire  le  funeste  conseguenze  di  una  guerra,  da 
cui  erano  nati  deVrudeli  partiti,  aveauo  sotfaltro 
cielo  più  tranquillo  stabilita  la  loro  dimora,  appe- 
na rendesse  5oooo  ducati,  con  tutto  ciò  il  duca 
Cosimo  acquistò  molto,  e  divenne  un  principe 
assai  potente  da  non  temere  alcuna  forza  italiana. 
Egli  giunse  al  conseguimento  di  un  tale  acquisto 
per  mezzo  della  prudenza  e  della  più  cauta  poli- 
tica, avendo  sapulo  n^A  tempo  stesso  deludere  il 
goverao  spagnuolo  troppo  timido,  la  corte  di  Ro4»" 
ma  non  mollo  avveduta  ,  e  il  governo  francese 
soverchiamente  credulo.  Il  sacrifizio  di  tre  mil- 
lionidi  scudi  d'oro  occorsi  nella  guerra-non  tan- 
to pel   mautenimenlo  delle  sue  truppe,  quanto  di 

Si,   Tose,   Tom.  10.  16 


1^8  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1557. 

quelle  inviate  da  Carlo  V  ,  era  ben  leggiero  in 
confronto  della  grandezza  in  cui  costituivalo  il 
dominio  di  Siena,  e  di  quei  vantaggi  che  sperava 
di  trarre  da  quello  stato.  Tutta  l'Italia  ammirava 
la  sua  accortezza,  e  più  stupiva  come  egli  avesse 
potuto  reggere  al  peso  di  tante  grandiose  spese, 
che  avrebbero  disastrato  il  più  ricco  moni^rca.  So- 
no da  notarsi  i  mezzi  de''quali  si  prevalse  per  non 
mancar  di  denaro,  e  per  sodisfare  felicemente  ai 
suoi  impegni.  Ricorse  qualche  volta  alle  imposi- 
zioni sopra  ai  sudditi,  e  la  più  gravosa  fu  quella 
che  ordinò  colla  legge  del  ai  gennaio  i556,  che 
fu  chiamata  a  perdita  (ai),  perchè  quantunque 
avesse  il  carattere  d''imprestito,  era  tolta  ai  con- 
tribuenti la  speranza  della  restituzione^  e  perchè 
fosse  più  mite,  fu  data  la  facoltà  a  quelli  che  do- 
vevano sopportarla  di  compensar  la  somma  che 
dovevano  pagare  con  due  terzi  di  crediti,che  ave- 
vano avanti  a  quel  tempo  creati  collo  stato:  co- 
me fosse  regolata  tale  imposizione  dalla  legge 
non  apparisce,  ma  da  alcune  ricordanze  sappia- 
mo che  fu  arbitrariamente  distribuita  e  fatta  po- 
sare sopra  quelli  che  secondo  la  comune  opinione 
erano  più  facoltosi.  Questa  maniera  d^imporre  pa- 
re che  fosse  immaginata  all'oggetto  di  far  soppor- 
tare i  pesi  dello  slato  ancora  a  quei  ricchi,che  per 
non  aver  possesso  di  stabili  si  ridono  dei  pubblici 
bisogni,  quantunque  abbiano  profittato  per  mezzo 
delle  usure  e  delle  urgenze  de''possidentÌ5che  sono 
doppiamente  aggravati,  e  pagano  le  gravezze  an- 
cora per  quelli  che  godono  della  maggior  parte  del 
loro  paliimonio.  Per  mezzo  di  questa  ijnposizione 


C^/l.1557.  DElTEMPIMEDICElCAP.lv.  I79 

raccolse  il  duca  120000  scudi  d'*oro,  o  come  altri 
vogliono  aoo,ooo  (aa),  somma  ,  come  ognun  ve- 
de, molto  tenue  in  confronto  dei  bisogni  grandi 
della  guerra,  per  supplire  ai  quali  caricò  i  sudditi 
di  altri  straordinari  tributi .  Aumentò  la  gabella 
ideila  carne  ^  introdusse  quella  del  macinato;  ob- 
bligò alcune  comunità  a  somministrare  in  tem- 
po deir  assedio  di  Siena  i  foraggi  per  la  caval- 
lerìa ,  e  le  vettovaglie  per  la  infanteria,  e  oltre 
a  tutto  ciò  nel  dì  -io  luglio  i554  prese  ad  impre- 
stito da  alcuni  negozianti  di  Venezia  la  somma 
di  scudi  4*^000,  e  nel  20  d'aprile  i5S5  trentami- 
'la  dai  genovesi,  alla  restituzione  della  qual  som- 
ma si  obbligò  ancora  la  duchessa  Eleonora  sua 
moglie,  e  dai  medesimi  ebbe  di  nuovo  la  som- 
-nia  di  20000  scudi  nel  dì  6  di  giugno  dello  stesso 
anno.  Nel  4  maggio  i555  raccolse  dai  negozianti 
lanaioli  fiorentini  per  mezzo  dei  consoli  delParte 
della  lana  col  medesimo  titolo  d'^imprestito  scu- 
di 4oooOj  e  nel  3o  luglio  scudi  26000  dalParte 
della  seta  (23);  molti  cittadini  privati  gli  sommi- 
nistrarono delle  somme,  e  molte  ne  ottenne  colla 
vendita  dei  beni  degli  emigrati^  caduti  in  potere 
del  fisco,  le  quali  in  alcune  ricordanze  degli  av- 
venimenti di  quei  tempo  si  legge,  che  ammonta- 
rono alla  cospicua  somma  di  iSoooo  scudi  d''oro, 
non  compresi  quelli  che  furono  donati  al  mar- 
chese di  Marignano,  e  ad  altri  soggetti  che  meri- 
tarono le  sovrane  beneficenze  (24). 

g.  iD.  Di  più  a  questi  imprestiti  ed  imposizioni 
nel  1 556  introdusse  Cosimo  in  Firenze  un  lotto  on- 
de procurare  al  pubblico  erario  con  tal  mezzo  una 


l80  AVVENIMENTI  STORICI  ^/2.1557. 

altra  risorsa:  si  formò  per  questo  pubblico  giuoco 
una  società  tra  il  duca  e  diversi  mercanti^  il  ca- 
pitale consisteva  in  danari  che  si  sborsavano  dal 
duca,  e  in  gioie  che  si  depositavano  dai  mercanti. 
Produsse  un  tal  progetto,  del  qjiale  fu  autore  Bar- 
tolommeo  Concini,  ne)  suo  principio  Teffelto  de- 
siderato, perchè  vi  sono  memorie  dalle  quali  re- 
sulta che  le  prime  otto  estrazioni  recarono  un 
utile  agl'interessati  di  scudi  3oooo.  Nel  1 667 con 
legge  del  i  giugno  (26)  fu  stabilita  a  questo  lot- 
to una  dote  certa  sopra  le  rendite  del  fisco,  per 
dargli  almeno  in  apparenza  un  maggior  credito, 
per  l'oggetto  di  richiamare  al  medesimo  uu  buon 
numero  di  ricorrenti  .  Quest'  espediente  di  far 
danari,  essendo  una  imposizione  volontaria  noa 
era  odiosa,  ne  recava  vessazione  a  quelli  che  la 
sopportavano.Adempi  religiosamente  il  duca  Cosi- 
mo alle  condizioni  che  stabilì  coi  creditori,  e  fu 
sempre  puntuale  a  pagare  i  suoi  debiti  alle  fissate 
scadenze:  questo  certamente  fu  uno  dei  motivi 
per  i  quali  con  tanta  facilità  trovò  sempre  denari 
nelle  sue  urgenze  (26). 

g.  ifi.  L'atto  di  cessione  della  città  e  stalo  di 
Siena  incontrò  perla  sua  esecuzione  qualche  dif- 
ficoltà suscitata  dal  cardinale  di  Burgos,  ma  final- 
mente avendo  il  duca  Cosimo  colia  sua  pruden- 
za e  savio  contegno  tutto  superato,  il  dì  19  lu- 
glio per  mezzo  di  don  Luigi  di  Toledo  ne  ricevè  da 
don  Giovanni  di  Figheroa  la  consegna,  e  ne  pre- 
se il  formale  possesso  (27).  Deputò  il  consigliere 
di  stato  Angiolo  Niccoliui  suo  luogotenente  e  go- 
vernatore generale  con  amplissima  facoltà.  Fede- 


'Jn*iBSl.         DElTEMPlMEDICEICAP.lv.  l8l 

rigo  da  Moutaufo  ebbe  la  guardia  della  fortezza 
e  il  comaado  delle  truppe,  e  Noferi  Camuiani  di 
Arezzo  fu  eletto  capitano  di  giustizia:  le  comuni- 
tà e  i  feudatari  prestarono  il  giuramento  di  fedel- 
tà al  duca  o  in  Firenze  o  in  Siena  al  suo  luo- 
gotenente.I  senesi  dissimularono  la  loro  tristezza, 
e  con  alti  di  ossequio  deputarono  ambasciatori 
a  Cosimo  per  dimostrargli  T  allegrezza  che  pro- 
vavano per   esser  ridotti  alla   di  lui  obbedien- 
za (28).  Il  duca  in  contraccambio  non  risparmiò 
traili  di  generosità  col  far  donare  ai  bisognosi  di 
Siena  cospicue    somme  ,  col  compartire   molte 
grazie,  col  riguardare  con  indiiferenza  i  contrari 
al  suo  parlilo,  e  con  alleviare  con  i  magnanimi 
tratti    di  sua  clemenza  le  miserie   e   le  disgra- 
zie di    quegli  abitatori  ,  i  quali  sollevarono  al- 
quanto Tinterno  loro  rammarico,e  cominciarono 
a  rassegnarsi  pacatamente  alla  loro  sorte.  Furono 
senza  dilazione  (issati  i   contini  dello  stato  con 
quella  porzione  ch'erasi  riserbata  il  re  cattolico, 
la  quale    venne  detta  Stato  dei  Presidii^  e  fu 
restituito  formalmente  Piombino  colle   sue  ap- 
partenenze alla  casa  d""  Appiano.  Il  duca  Cosimo 
ricordevole  della  costante  fedeltà  de''suoì  sudditi 
di  provincia   e  dei  molli  disastri  da  essi  sofferti 
nel  corso  della  guerra,  volle  dar  loro  un  attestato 
della  sua  riconoscenza,  con  ammettere  alla  citta- 
dinanza fiorentina  58  famiglie  del  distretto  a  ele- 
zione dei  magistrali  comunitativi  delle  respettive 
lor  patrie,  abilitandone  gP  individui  a  poter  go- 
dere di  tutti  gli  onori  della  città  dì  Firenze,  niu- 
no  escluso  né  eccettualo  (29). 

i6* 


l82  AVVENIMENTI  STORICI  ^Al.1557« 

g.  17.  Per  quanto  generalmente  i  senesi  di- 
mostrassero di  esser  contenti  del  cambiaraento 
del  loro  governo,  pure  regnavano  le  discordie 
per  i  partiti  nati  nel  tempo  della  guerra,  e  queste 
cagionavano  delle  inquietudini  ai  ministri  del  du- 
ca,e  recavano  delle  disgrazie  alle  private  famiglie 
perchè  erano  cause  di  continue  risse  ed  omicidii. 
Tali  disordini  conveniva  impedirli,  né  poteva  più 
facilmente  ottenersi  Fintento  che  colla  proibizio- 
ne delle  armi.  Venne  preso  pertanto  questo  prov- 
vedimento, come  ci  assicura  la  legge  del  29  luglio 
di  quelPanno,  la  quale  fu  la  prima  che  in  nome 
del  duca  Cosimo  fosse  in  Siena  pubblicala  (3o). 
Portò  senza  dilazione  di  tempo  il  duca  Cosimo 
le  sue  considerazioni  sopra  i  disordini  delP  eco- 
nomia pubblica  e  privala  di  quello  stato,ed  ordinò 
al  IXiccolini  che  progettasse  dei  provvedimenti 
per  riparare  a  quel  gravissimo  inconveniente.  Ri- 
chiamò gli  emigrati,  promettendo  perdono  e  si- 
curezza a  tutti  senza  eccettuare  alcuno,  e  questa 
disposizione  in  pochi  giorni  fece  tornare  in  quella 
città  circa  3  4ooo  cittadini  (3i),  i  quali  potevano 
tornarvi  e  ricevere  le  possessioni  perdute,  e  sen- 
za alcuna  noia  o  gabella  portarvi  cose  da  vive- 
re (3a). 

g.  18.  Qual  fosse  la  sorpresa  della  corte  dì 
Roma  allorché  inlese  la  presa  di  Siena  a  favore 
del  duca  Cosimo,  è  più  facile  immaginarla  che 
dirla:  videro  i  Caraffa  perduta  ogni  speranza  d'a- 
ver quella  città  e  quello  stalo,  e  videro  cresciuta 
la  potenza  d*un  principe  che  temevano  moltissi- 
mo per  la   sua  politica.  Accresceva  le  loro  angu- 


'Jn.^Ò^l,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    ir.  lS3 

stie  il  duca  di  Guisa,che  malcontento  di  essì,per- 
chè  non  avevano  adempiute  tante  promesse  fatte, 
non  voleva  di  nuovo  inoltrarsi  verso  il  regno  di 
^Napoli  per  continuare  la  guerra  in  quelle  parti 
e  ricuperare  le  molte  terre  che  il  duca  d'^àlva  a- 
veva  ad  essi  tolte,  per  la  qual  cosa  furono  obbli- 
gati di  spedire  alla  corte  di  Francia  il  marescial- 
lo Strozzi  per  dimostrare  al  re  cristianissimo  la 
necessità   nella  quale  il  papa  si  trovava  d''esser 
soccorso,  e  quanto  era  importante  che  il  duca  di 
Guisa  proseguisse  le  sue   marce  per  troncare  la 
strada  ai  rapidi  progressi  del  duca  d'^Llva.  Il  du- 
ca Cosimo  che  amava  grandemente  di  vedere  air 
lontanato  dalla    Toscana  il  fuoco  della  guerra  , 
non  lasciò  indietro  per  mezzo  del  suo  ambascia- 
tore Giantìgliazzi  parole  e  mezzi  per  indurre  il 
pontefice  a  pacificarsi  col  re  Filippo,  ed  ottenne 
d''esserne  il  mediatore^  ma  quando  era  per  conclu- 
dere il  desiderato  accomodamento,  essendo  tor- 
nato in  Francia  Pietro  Strozzi  con  ordine  al  du- 
ca di  Guisa  che  continuasse  Poslilità  e  desse  aiuto 
al  pontefice,  i  Caraffa  ruppero  qualunque  trattato, 
sperando  col  proseguimento  della  guerra  d'otte- 
nere notabili  vantaggi.  Passaron  dunque  i  fran- 
cesi a  Tivoli,  e  il  duca  d'^Llva  «''inoltrò  in  quelle 
parti  per  impedire  che  s'avanzassero,ma  prima  che 
fra  le  due  armate  seguisse  alcuna  azione,  furono  il 
duca  di  Guisa  e  Pietro  Strozzi  richiamati  in  Fran- 
cia colle  truppe,  le  quali  erano  a  quel  monarca  ne- 
cessarie per  i  progressi  vittoriosi  del  re  Filippo, 
il  di  cui  esercito  essendosi  avanzato  a  s.  Quinti- 
no nella  Piccaidia.  aveva  battuta  e  dispersa  Tar- 


l84  AVVENIMENTI   STORICI  An,   1557, 

mata  del  conneslabile  di  Francia,  che  noQ  era 
minore  di  aSooo  combattenti  (33). 

g.  19.  Per  questi  felici  avvenimenti  del  re  cat- 
tolico non  sapendo  il  papa  ed  i  suoi  nipoti  come 
potersi  difendere  dalle  forze  del  duca  d'  Alva,  il 
quale  protìltando  della  circostanza  si  avanzava  ra- 
pidamente e  minacciava  Roma,  essendo  giunto  a 
Valmonlone,  si  determinaro,  di  nuovo  consij^liati 
dal  Ginntìgliazzi  in  nome  del  suo  principe  e  dal- 
l'' ambasciatore  di  Venezia,  di  venire  a  qualche 
accordo.  [  cardinali  Caraffa,  Santatìoia  e  Vitelli 
furono  i  deputali  dal  papa  a  Iratlar  la  pace  col 
duca  d'Alva,  ed  in  Cavi,  luogo  prossimo  a  Paliano 
traGenazzano  e  Paleslrina,  fu  conclusa  nel  dì  14 
di  settembre  con  reuunziare  il  papa  alla  lega  con- 
tro il  re  Filippo,  e  promettere  di  mantenersi  neu- 
trale ,  e  perdonare  a  qualunque  persona  che  in 
quella  guerra  avesse  prese  le  armi  contro  la  chie- 
sa (34).  La  conclusione  di  questa  pace  e  la  partenza 
dell'esercito  francese  dalP Italia  allontanò  il  pe- 
ricolo della  guerra  in  Toscana^  ed  il  duca  Cosimo 
n'esternò  la  sua  contentezza  con  varie  dimostra- 
zioni di  giubbilo.  IVIa  tanta  letizia  del  duca  venne 
diminuita  da  un  terribile  avvenimento  che  ap- 
portò ai  suoi  sudditi  considerabili  pregiudizi .  Le 
piogge  cadute  in  Mugello  e  nel  Casentino  nel 
mese  di  settembre  furono  cosi  precipitose,  che 
desolando  quelle  campagne  costernarono  ancora 
la  capitale.  L'Arno  ingrossato  dai  torrenti  che  in 
esso  si  gettano  da  quella  parte,  spingeva  con  tan- 
ta violenza  le  sue  acque,  che  superate  le  rive  , 
rotti  i  ripari  e  franati  gli  argini  ,  abbattè  case  , 


Jrf/l.1557.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  l85 

rovinò  mulini ,  inondò  e  devastò  le  campagne  a 
sé  adiacenti,  e  con  tale  impeto  percosse  il  ponte 
a  santa  Trinità  che  rovesciollo.  Trovando  quin- 
di argine  al  suo  corso  nei  rottami  di  esso,  d'un 
subito  allagò  tutta  Firenze,  ed  in  alcuni  punti  di 
essa  l'acqua  giunse  air  altezza  di  undici  braccia. 
I  danni  arrecati  da  questa  inondazione  furono 
grandi  ,  alcuni  abitanti  perirono,  le  vettovaglie 
che  trovavansi  nelle  cantine  e  nei  magazzini  fu- 
rono perdute,  le  fondamenta  delle  case  soffriro- 
no, Tinsalubrità  dell-  aria  cagionata  dal  fango  di 
cui  era  ripiena  la  città  minacciava  i  desolati  wbi- 
lanti ,  che  afflitti  da  penosa  carestìa  piangevano 
la  loro  sventura  .  Il  duca  però  commosso  da  sì 
penoso  accidente  nulla  omesse  per  soccorrere  a- 
gfimponenti  bisogni  dei  suoi  sudditi,  e  nel  mi- 
glior modo  che  potè  provvide  alla  loro  salute  ed 
alla  loro  miseria  (35). 

g.ao.LMmperatore  Carlo  V  e  Filippo  II  suo  figlio 
avean  coltivala  l'amicizia  del  duca  di  Ferrara,  che 
per  essersi  legato  coi  francesi  senza  nessun  moti- 
vo plausibile,  Filippo  ne  fu  oltremodo  sdegnato, 
ed  incaricò  il  duca  Cosimo  di  muovergli  guerra  , 
contribuendo  nelle  forze  a  norma  dei  trattati  . 
anche  la  repubblica  di  Lucca  fu  dal  re  incaricala 
di  assistere  quella  impresa  con  viveri  ed  altre 
provvisioni  necessarie,  e  si  dette  il  comando  ad 
Ottavio  Farnese,  ma  Cosimo  operò  in  modo  che 
il  duca  di  Ferrara  non  fosse  totalmente  oppresso 
per  non  ingrandir  troppo  la  potenza  spagnuola  ia 
Italia.  Sperando  di  calmare  colla  dilazione  lo  sde- 
gno del  re  Filippo  ,  maneggiò  cosi  bene  la  cosa, 


l86  AVVENIMENTI  STORICI  jétl.iSyj, 

che  indi  a  poco  il  duca  di  Ferrara  raancante  di 
mezzi  per  sostenersi  ebbe  ricorso  allo  slesso  Co- 
simo, perchè  lo  liberasse  dal  pericolo  in  cui  si 
trovava^  ed  in  contraccambio  di  lai  benefizio  gli 
offrì  il  malriraonio  da  contrarsi  tra  il  suo  figlio 
ereditario  e  la  figlia  di  Cosimo ,  e  la  sua  media- 
zione coi  francesi,  acciò  con  qualche  ricompen- 
sa gli  cedessero  la  piazza  della  sedicente  repub- 
blica di  Montalcino  ,  nella  quale  si  aumentava 
sempre  il  malcontento  pel  rigore  in  cui  la  lene- 
vano  i  francesi,  per  lo  che  molti  se  ne  ritornaro- 
no sudditi  del  duca  in  Siena  ,  ed  altri  andarono 
vagando  per  l'Italia.  I  francesi  volevano  assoluta- 
mente soggiogarli,  e  perciò  con  vari  pretesti  tol- 
sero a  quel  magistrato  T  amminislrazioue  delle 
pubbliche  rendite ,  e  fu  loro  ordin&to  di  trasfe- 
rirsi da  Monlalcino  a  Grosseto  (36).  Cosimo  ac- 
cettò questo  partito,  tanto  più  che  sapeva  essere 
il  re  di  Francia  in  necessità  di  trar  profitto  dalla 
piazza  di  Monlalcino  per  continuare  la  guerra  in 
Piccardia,  e  valevolmente  interponendosi  presso 
il  re  concluse  la  pace  tra  1  duca  di  Ferrara  e  la 
Spagna  ,  giovando  in  un  tempo  a  sé  ed  agli  al- 
tri (37) .  Se  Cosimo  fu  lieto  di  aver  condotto  a 
buon  fine  l'impegno  di  cui  ora  parlammo,  fu  per 
altro  assai  dolente  per  la  morte  di  donna  Maria 
di  lui  figlia  primogenita.  Vogliono  alcuni  ch'egli 
stesso  ne  procurasse  la  morte  dandole  veleno  , 
non  essendo  riuscito  a  distoglierla  da  certi  amo* 
ri  segreti  che  la  rendevano  ritrosa  a  maritarsi  col 
principe  ereditario  di  Ferrara  ,  come  esso  avea 
stabilito,  ma  sebben  Cosimo  si  servisse  facilmente 


^/t.l558.  DEI  TEMPI  MEDICEI  C4P.  ir.  I  87 

di  questo  mezzo  per  spenger  qualche  suo  nemico, 
molti  scrillori  però  Io  giustificano,  né  a  lui  danno 
incolpazione  di  sì  nefando  eccesso  (38). 

g.  21.  Entrò  Tanno  i558,  e  grande  spavento 
recò  air  Italia  la  notizia,  che  una  numerosa  ar- 
mata navale  di  turchi  tornava  di  nuovo  alle  ri- 
chieste dei  francesi  ad  infestar   questi  mari .  II 
duca  Cosimo  temendo  che  potessero  essere  at- 
taccate le  piazze  della  Maremma  ,  mal  guardate 
dagli  spagnuoli^  pensò  alla  difesa  delle  medesime*, 
e  per  tsle  oggetto  spedì  ai  Presidii  Chiappino  Vi- 
telli, ed  a  Portoferraio  Gabrio  Sab  elioni.  In  tale 
occasione  anche  il  re  Filippo  fece  fare  delle  for- 
tificazioni ,    specialmente  in  Portercole ,  ove  fu 
eretta  una  fortezza  ,  ch''ebbe  il  nome  di  Monte- 
Filippo  (39).  Vennero  di  fatto   i  turchi  nei  primi 
di  giugno  in  Italia  ,  e  dopo  aver  recati  notabili 
danni  nella  Puglia  passarono  in  Corsica,  e  di  poi  | 
ad  Antibo,  ove  unitisi  colle  galee  di  Francia  dan-:» 
neggiavano  V  isole  Maiorca  e  Minorca,  e  di  poi  > 
minacciando  Nizza  e  Savona  carichi  di  prede  tor- 
narono in  Levante.  Nessun  danno  recarono  alle 
piazze  del  duca  Cosimo,  forse  perchè  il  monarca 
ottomanno,  ricordevole  del  trattato  stabilito  con  y 
esso  nell'anno  antecedente,  volle  esser  fedele > 
alle  sue  promesse.  f 

g.aa.  La  morte  della  principessa  Maria  non  fece  . 
diminuire  nel  duca  di  Ferrara  il  desiderio  d'  u-  * 
nirsi  in  parentela  col  duca  Cosimo,  e  dette  or-!> 
dine  al  conte  Ercole  Tassoni  ,  il  quale  era  sem-ji 
pre  in  Firenze^che  introducesse  il  trattalo,  perchè  1 
fo&se  accordata  in  isposa  la  principessa  L  ucrezi*« 


i^8>  avve:«imenti  STORICI  ^/i.l558, 

terzogenita  al  prìncipe  don  A^lfonso  suo  figlio  ere- 
ditario di  Ferrara.  Amava  T  estense  di  stabilire 
questa  unione,  perchè  sperava  con  tale  alleanza 
di  rendersi  considerabile  alla  corte  del  re  catto- 
lico, e  più  temuto  in  Italia.  Aderì  il  duca  Cosimo 
a  tali  richieste,  e  venuto  in  Firenze  lo  sposo  nel 
dì  22  di  giugno  fu  celebrato  con  feste  di  gioia 
lo  strumento  degli  sponsali  ,  concordata  la  dote 
in  somma  di  scudi  200,000,  e  fissata  la  condizio- 
ne di  effettuare  il  matrimonio  nelPanno  seguen- 
te (4o)  .  Giunsero  in  questo  tempo  in  Toscana 
i5oo  spagnuoli  sotto  il  comando  di  don  Sancio 
di  Leiva  ,  per  passare  in  Piemonte  ,  ed  il  duca 
Cosimo  che  desiderava  d''estendere  nella  Marem- 
ma il  suo  dominio,  e  di  ristringere  quello  del  go- 
verno di  Montalcino,  procurò  che  ad  essi,  prima 
di  proseguire  la  loro  marcia,  desse  ordine  il  re 
Filippo  di  assaltare  Grosseto,  Telamone  e  Casti- 
glione della  Pescaia,  che  erano  allora  tre  piazze 
di  non  poca  importanza.  Due  valorosi  uffizialidel 
duca  ,  cioè  Chiappino  Vitelli  e  Simone  Rosser- 
mini  si  unirono  col  comandante  spagnuolo  per 
dirigere  gli  attacchi  e  combattimenti:  senza  re- 
sistenza entrarono  in  Telamone  ,  e  con  pochi 
colpi  d' artiglierìa  occuparono  Castiglione  della 
Pescaia  abbandonato  dalla  piccola  guarnigione 
incapace  di  difendersi .  Sarebbe  caduto  ancora 
Grosseto,  se  gli  spagnuoli  non  avessero  ricusato 
di  cimentarsi  air  attacco,  ma  credendo  essi  che 
quella  piazza  fosse  ben  munita  di  gente  e  di  ar- 
tiglieria, non  fu  possibile  al  Rossermini  di  per- 
suaderli a  tentarne  racquislo,ed  avendo  don  San- 


jin. 1558.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  1S9 

ciò  lasciate  le  conquistale  piazze  con  un  sufficente 
presidio,  proseguì  il  suo  vidggio  in  Piemonte  (4  i). 

§.  2.0.  La  terra  di  Castiglione  delia  Pescaia  e 
risola  del  Giglio  nel  mare  di  Toscana  erano  luo- 
ghi non  compresi  nel  dominio  senese,  ed  appar- 
tenevano in  piena  sovranità  a  don  Indico  di  don 
Alfonso  Piccolomini ,  marchese  di  Capislrano  e 
duca  d''Amalfi,il  quale  avemlo  avanti  a  quei  tempo 
parlato  a  don  Francesco  Pacecco  di  farne  vendi- 
ta al  duca  Cosimo,  che  non  restò  effettuata  per- 
chè i  francesi  occuparono  nel  corso  della  guerra 
Castiglione,  quanto  l'isola  del  Giglio,  furono  con 
titolo  di  vendita  per  il  prezzo  di  scudi  3o,ooo  tra- 
sferite nel  pieno  dominio  «Iella  duchessa  Eleono- 
ra moglie  del  duca  Cosimo  ,  ed  in  Napoli  ne  fu 
celebrato  Tatto  col  patto  di  pagarne  la  convenuta 
somma,  quando  il  Piccolomini  avesse  trovalo  da 
rivestirla  in  tante  castella  nel  regno  di  Napoli, 
a  favore  di  donna  Sìlvia  sua  moglie  (42.).  La  guer- 
ra ch'erasi  alquanto  allontanatvi  dall'Italia,  arde- 
va furiosamente  alle  frontiere  della  Fiandra,  ed 
i  francesi,  dopo  la  rotta  di  san  Quintino  essendo 
rinforzati  ,  avevano  espugnato  Calais,  ed  erano 
passati  all'assedio  di  Tionville,  che  presero  mal- 
grado la  più  vigorosa  resistenza,  colla  perdita  per 
altro  del  maresciallo  Pietro  Stiozzi,  il  quale  es- 
sendo stalo  ferito  da  un  colpo  di  fucile  nel  petto 
nel  giorno  2v.  di  giugno  terminò  di  vivere,  e  colla 
sua  morte  restò  libero  il  duca  Cosimo  dal  mag- 
gior nemico  che  avesse.  Tanti  progressi  dei  fran- 
cesi facendo  temere  ai  principi  italiani  che  il  fuo- 
co delle  ostilità  potesse  accendersi  di  nuovo  an- 

St.   Tose.  Tom.  10.  17 


190  AVVEDIMENTI  STORICI  ^«.1558. 

Cora  in  Italia,  stavano  armati  e  sul  piede  di  guerra, 
e  per  questo  motivo  il  duca  Cosimo  aggravato 
da  tante  spese,  per  supplire  alle  medesime  ricorse 
ad  un  imprestito  forzato,  che  volle  esigere  da  al- 
cuni ciitadini  di  nota  opulenza,  e  dette  ad  essi 
per  le  somme  contribuite  il  frutto  del  dodici  per 
cento,  ed  in  oltre  V  impiego  d*  uffiziale  di  mon- 

te  (45). 

g.  a4'  No"  pochi  ecclesiastici  erano  ritenuti 
nelle  carceri  di  Firenze,  il  delitto  dei  quali  con- 
veniva che  fosse  esaminato  e  punito  dalle  facoltà 
della  Chiesa  ,  ed  essendo  assente  V  arcivescovo 
ijon  v^era  alcuno  che  volesse  addossarsi  quello 
incarico  tanto  impegnoso  e  delicato.  Premeva  al 
duca  che  fosse  deciso  il  destino  di  questi  disgra- 
ziati ,  ed  aveva  da  molto  tempo  ordinato  al  suo 
ambasciatore  in  Roma  Bongianni  Gianfiglìazzi, 
che  per  tale  oggetto  ottenesse  un  delegalo  apo- 
stolico, ma  non  venne  eseguita  la  sua  commis- 
sione perchè  dai  Carall'a  fu  a  quel  ministro  impe- 
dito di  presentarsi  al  papa,  non  permettendo  essi 
che  alcuno  potesse  parlargli,  (bvse  per  timore  che 
gli  venissero  rivelati  i  loro  delitti  e  le  loro  estor- 
sioni, che  si  facevano  lecito  anche  in  Toscana  di 
pretendere  ed  esigere  dai  luoghi  pii,  ed  in  specie 
dagli  spedali  di  santa  Maria  Kuova  e  degli  Inno- 
centi di  Firenze,  delle  insolite  e  non  convenevoli 
gravezze.  Di  questo  procedere  dei  Caraffa  fu  mol- 
to dispiacente  il  duca  Cosimoe,  ne  scrisse  al  pon- 
tefice, il  quale  a  tale  avviso  aderì  senza  difficoltà 
alle  di  lui  domande,  e  fatto  a  sé  chiamare  il  Gian- 
tìgliazzi  fu  da  esso  pienamente  informato  della 


^«.1558.  DEI  TE31PI  MEDICEI  GAP.  IV.  19I 

condotta  morale  e  politica  dei  suoi  nipoti^  i  quali 
da  quel  momento  perdettero  la  sua  grazia  e  la 
sua  benevolenza  ,  né  volle  che  più  comparissero 
alla  sua  presenza  (44)* 

g.  25.  Infierì  quest'anno  la  morte  sulle  teste 
coronate ,  poiché  mancò  di  vita  Isabella  sorella 
di  Carlo  V  ,  stata  regina  di  Portogallo  e  poi  di 
Francia  .  Dopo  alcuni  mesi  terminò  pure  i  suoi 
giorni  il  prelodato  Carlo  V  di  lei  fratello,dopo  aver 
fntte  celebrare  le  sue  esequie  negli  ultimi  giorni 
di  sua  vita  nel  monastero  del  suo  ritiro  in  Fspa- 
gna  (45).  II  duca  Cosimo  inviò  due  ambasciatori, 
cioè  Lorenzo  dei  Medici  e  Giovanni  Strozzi  alla 
corte  di  Ferdinando  suo  fratello  per  condolersi 
della  morte  di  quel  monarca ,  e  per  rallegrarsi 
della  sua  elevazione  alla  dignità  imperiale,  rinun- 
zìatagli  dal  defonto  imperatore,  ed  approvata  da- 
gli elettori  adunati  in  Francfort  .  Ordinò  al  Me- 
dici che  a  quella  corte  si  fermasse  nella  qualità 
di  suo  ambasciatore  residente.  Per  adempire  agli 
stessi  uflìci  dì  condoglianza  spedì  il  duca  Chiap- 
pino Vitelli  al  re  Filippo  ,  e  confermò  a  quella 
corte  per  suo  ambasciatore  ordinario  il  vescovo 
Bernardelto  Minerbetti  (46). 

g.  aG.  Oltre  a  tanti  all'ari  e  tante  cure,  atten- 
deva il  duca  Cosimo  ancora  alle  cose  interne 
dello  stato,  poiché  premuroso  di  sempre  più  mi- 
gliorare Pagro  pisano  ,  si  accinse  alla  difficile  e 
dispendiosa  im[)resa  di  levare  le  acque  slagnanti 
nei  contorni  di  Slanio,  edi  asciugare  quei  paduli 
per  rendere  migliore  Paria  e  capaci  di  esser  col- 
tivati i  terreni.  Questa  impresa  fu  applaudila  gè- 


19»  ATVEISIMENTI  STORICI  ^«.1559. 

neralmente,  ed  il  popolo  di  Pisa,  che  ne  risentiva 
il  maggior  vantaggio,  inviò  al  duca  una  deputa- 
zione a  protestargli  i  sentimenti  della  sua  grati- 
tudine. Il  duca  fece  in  oltre  terminare  la  muraglia 
già  incominciata  nel  i556  nella  villa  di  Poggio  a 
Caiano,  ch'esiste  tuttora  per  chiudervi  la  caccia 
degli  animali  ,  ma  con  poco  plauso,  essendo  le 
pubbliche  finanze  in  qualche  disordine  (47). 

§.  27.  Stanchi  non  meno  il  re  di  Francia  che 
il  re  cattolico  d'Anna  guerra  che  aveva  ad  essi  re- 
cati tanti  disastri,  amavano  ambedue  di  venire  a 
qualche  accomodamento,  onde  rendere  alPEuro- 
pa  quella  tranquillità  che  aveva  da  molto  tempo 
perduta.  Dopo  diverse  pratiche  tìnalmente  nel  3  a- 
prile  fu  stipulata  la  pace  fra  essi  monarchi  nel  ca- 
stello di  Cambray,  alla  quale  dappertutto  fu  fatto 
plauso  con  dimostrazione  di  giubbilo  (4S).  IVIolte 
furono  le  condizioni  ivi  stabilite,  fra  le  quali  quel- 
le che  riguardarono  la  Toscana  furono,  che  il  re 
cristianissimo  avrebbe  ritirale  le  sue  truppe,  le 
quali  aveva  in  Montalcino  ed  in  altre  terre  della 
provincia  senese  che  in  quelle  piazze  s**  erano 
refugiate,  e  rinuoziava  a  qualunque  diritto  che 
aver  potesse  sopra  le  medesime .  Restò  conve- 
nuto ancora  che  i  senesi  emigrati  volendo  tor- 
uare  alla  patria  fossero  ricevuti,  senza  che  il  go- 
verno di  Siena  potesse  recare  loro  alcuna  molestia, 
quantunque  in  quella  guerra  avessero  militato  in 
favore  della  Francia,  e  che  fossero  ad  essi  resti- 
tuiti liberamente  i  beni,  se  il  fisco  ne  avesse  occu- 
pati ,  e  fu  convenuto  che  il  duca  di  Firenze  per 
questi  articoli,  che  mollo  gPinteressavano^doves^ 


'rf/n.1559.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  IQS 

se  ratificare  quel  trattalo  .  In  conseguenza   di 
questa  pace  seguì  il  matrimonio  di  Elisabetta  fi- 
glia d"*  Enrico  II  re  di  Francia  col  re  cattolico,  e 
l'altro  di  Margherita  sorella  del  medesimo  con 
Emanuelle  Filiberto  duca  di  Savoia.  Grandi  fu- 
rono le  feste  di  gioia  che  si  celebrarono  in  Firen- 
ze alla  notizia  della  pace.  Il  duca  Cosimo  vedeva 
che  i  suoi  stati  restavano  senza  truppe  straniere, 
state  fino  a  quel  tempo  motivo  di  tanto  dispen- 
dio alle  sue  finanze ,  e  vedeva  ancora  di  restare 
assicuralo  del  possesso  dello  stato  di  Siena^  volle 
pertanto  un  tale  avvenimento  solennizzare  con 
pubbliche  dimostrazioni  di  giubbilo.  Tali  atti  di 
allegrezza  fecersi  anche  in  Siena,  in  Pisa,  in  A- 
rezzo,  in  Pistoia  e  in  altre  terre  dello  stato  (49). 
g.  a8.  I  senesi  di  JVIontalcino  che  volevano 
ad  ogni  modo  sottrarsi  alla  suggezione  di  Cosimo, 
spedirono  ambasciatori  alle  corti  di  Francia  e  di 
Spagna  con  istruzione  di  sottomettersi  al  re  Fl- 
lippo.come  pure  spedirono  al  papa,  ma  questi  avea 
già  mollo  cambiato  di  sentimento,  e  non  amava 
che  la  pace  e  la  giustizia,  e  non  volle  imbarazzarsi 
in  cosa  veruna;  non  ostante  che  essi  senesi  faces- 
sero tali  pratiche  per  non  assoggettarsi  a  Cosi- 
ino,   pure  egli  adoprava  ogni  mezzo  di  dolcezza 
per  vincerli.  Essendo  però  venute  preciso  ordine 
ai  francesi  di  evacuare  tutte  le  piazze,  ed  avendo 
Cosimo  portato  a  Buonconvento  seimila  uomini, 
eglino  ricorsero  finalmente  a  lui,e  si  sottomessero 
al  governo  di  Siena  .  ^eiratto  che  si  conveniva 
tra  i  commissari  francesi  e  spagnuoli  T  evacua- 
zione delle  piazze ,  né  fu  rilardata  V  esecuzione 

17* 


194  AVVEDIMENTI    STORICI  jén.i^^^» 

per  la  morte  di  EnricoII, che  accadde  il  di  io  di 
luglio.  Niuna  variazione  però  apportò  quest'acci- 
dente,  giacché  Francesco  II,  che  succedette  al 
trono  di  Francia,  ordinò  che  fosse  eseguito  il  trat- 
tato. La  repubblica  di  Montalcino  finalmente  spe- 
dì ambasciatori  a  Firenze,  sottomettendosi  e  giu- 
rando fedeltà  al  re  Filippo  ed  a  Cosimo  (5o).  Nel 
di  3i  luglio  fu  stipulato  in  Firenze  Patto  della 
sommissione,  e  Giovanni  Guevara,  ministro  spa- 
gnuolo,  nel  dì  4  d"'agosto  per  i  diritti  che  il  re 
Fih'ppo  aveva  sopra  quella  città,  usò  la  formalità 
di  darne  in  nome  di  quel  monarca  il  possesso  al 
duca  Cosimo,  che  per  esso  fu  ricevuto  dal  gover- 
natore di  Siena  Angelo  Niccolini  .  I  soldati  del 
duca  entrarono  in  quella  piazza  di  presidio,e  Fran- 
cesco da  Montauto  n'ebbe  il  comando  .  Simone 
Rossermini  fu  spedito  ad  occupare  Grosseto,  e 
Goro  da  Fucecchio  la  fortezza  di  Radicofani(5i). 
Veuner  di  poi  alT  obbedienza  di  Cosimo  anche 
Chiusi^  Montepescali,  e  Buriano,  il  quale  appar- 
tenendo air  Appiano  gli  fu  subito  restituito.  La 
difesa  che  i  senesi  fecero  della  loro  libertà  è  uno 
dei  fatti  onorevolissimi  della  storia  d'Italia^  basti 
il  dire  che  le  donne  senesi  guidate  da  Laudamia 
Forteguerri  ,  e  da  Faustina  Piccolomini  pugna- 
rono per  la  patria,  ma  la  caduta  della  loro  repub- 
blica è  altresì  Pepoca  all'Italia  più  funesta,  poiché 
ebbe  principio  la  decadenza  dei  nobili  sentimen- 
ti (5a).  Coìl'acquisto  delle  terre  or  nominate  il 
duca  Cosimo  divenne  sovrano  di  tutto  lo  stato  se- 
nese, ad  eccezione  di  Sovana,  occupata  dal  conte 
di  Pitigliano,  il  quale  repugnando  a  restituirla  fu- 


jin*^^^9,         deitempimediceicap.it.  iqS 

rono  perciò  fatte  pubbliche  e  formali  proteste  .  I 
senesi  ch'erano  io  Roma  e  nelle  altre  parli  d'Ita- 
lia si  sottomisero  al  duca  personalmente  o  per 
lettera,  e  quei  che  tornarono  a  Siena  ebbero  da 
quel  goveiTio una  graziosa  accoglienza  e  una  com- 
piuta soddisfazione  di  quanto  era  stato  loro  pro- 
messo. Si  fecero  in  Siena  ed  in  Firenze  delle  pub- 
bliche dimostrazioni  di  gioia,  e  Cosimo  in  mezzo 
alle  congratulazioni  si  compiacque  d'  essere  di- 
venuto prìncipe  di  così  esleso  dominio  (53). 

g.  29.  Il  duca  Cosimo  dopo  la  dedizione  di 
Monlalcino  volle  sodisfare  pienamente  a  chi  Io 
aveva  servito  ed  assistifo  nella  guerra,  come  fu 
del  conte  di  Bagno  e  degli  liberti,  ai  quali  erano 
stati  tolti  dei  feudi  violentemente  dai  Caraffa,  e 
da  Giulio  HI,  ed  ai  quali  il  duca  dette  forza  suf- 
ficiente per  riacquistare  ì  loro  possessi,  come  fe- 
cero essi  in  parte  quando  giunse  la  notìzia  della 
morie  del  papa  Paolo  IV  seguita  il  18  d'  ago- 
sto. Cosimo  vedeva  bene  d"*  essere  un  vassal- 
lo di  Filippo  II,  il  quale  era  divenuto  ormai 
dispotico  in  Italia,  non  avendoci  più  competitori, 
onde  comprendeva  essergli  necessario  un  appog- 
gio, e  credette  che  Tunirsi  col  pontefice,  e  Tacco^ 
munare  i  suoi  interessi  con  quelli  della  Chiesa 
potesse  in  qualche  maniera  obbligar  Filippo  a 
sempre  valutare  la  di  lui  amicizia.  Per  far  ciò  era 
necessario  che  si  eleggesse  in  pontefice  persona 
a  lui  benaffetta,  e  pose  la  mira  sopra  al  cardinale 
Giovanni  Angelo  de"*  Medici  milanese  e  fratello 
del  marchese  di  Marignano.  Diversi  furono  i  para- 
tili  nel  conclave  che  durarono  per  4  mesi:  ma 


196  AVVENIMENTI  STORICI  ^/t  J  550   . 

fu  il  25  di  dicembre  eletto  papa  il  cardinale  or 
Boniinato,  il  quale  assunse  il  nuovo  nome  di  Pio 
IV^.  A^pplaudì  Roma  a  tale  elezione,  e  fu  encomia- 
to Cosimo  di  averla  procurata.  Il  nuovo  papa  die 
principio  al  suo  pontificalo  con  alti  di  clemenza 
e  magnanimità  e  sommamente  grati  a  Cosimo: 
delle  subito  il  cappello  cardinalizio  al  di  lui  figlio 
Giovanni  deVìIedici,  e  volle  donargli  la  sua  propria 
casa  e  giardino,  e  tenerlo  per  figlio  (54). 

g.  3o.  Tanta  allegrezza  venne  disturbala  nel 
duca  Cosimo  dalla  necessità  di  punire  colla  pena 
di  morie  alcuni  dei  più  nobili  cittadini  di  Firen- 
ze, per  causa  d'una  congiura  da  essi  contro  la  sua 
vita  tramata.  Pandolfo  Pucci,  sebben  egli  e  la  sua 
famiglia  fossero  stati  beneficali  da  Cosimo,  avea 
congiurato  con  altri  cittadini  di  ucciderlo,  essen- 
dosi il  dello  Pandolfo  assicurato  della  protezione 
dei  Farnesi,  dai  quali  aveva  anche  ricevute  delle 
armi  a  questo  fine.  N'ebbe  però  contezza  Cosimo, 
il  quale  potette  penetrare  che  al  cardinale  asso- 
cia vasi  Oitavio  di  lui  fratello  duca  di  Parma.  A. 
tal  notizia  il  duca  fece  arrestare  quei  congiurati 
che  gli  erano  noli,  e  gli  altri  riiiraronsi  a  Venezia, 
ed  in  Francia.  Lorenzo  Corboli  segretario  del  ma- 
gistrato degli  Olio  incaricato  dal  duca  compilò 
un  esatto  processo,  il  quale  per  alcuni  riguardi 
politici  non  voHe  Cosimo  che  fosse  pubblicato, 
perchè  oltre  ai  Farnesi,  dai  deposti  degli  arresta- 
ti si  venne  in  cognizione  ch^  erano  interessati 
in  quella  trama  altri  personaggi  di  grande  impor- 
tanza e  dignità,  che  non  conveniva  portarli  alla 
notizia  del  pubblico.,!  delinquenti  arrestali  pa- 


^«.1560.        DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IT.  1,97 

garono  il  fio  di  tanta  scelleratezza  colla   mor- 
te (55). 

J.  3i.  L'alleanza  e  stretta  unione  tra  'I  papa 
e  Cosimo  principiò  con  una  reciproca  emulazio- 
ne di  grazie,  onori  e  compiacenze.  Infatti  il  papa 
domandò  grazia  e  perdono  per  tanti  fuorusciti,  ed 
i  primi  a  goderne  furono  il  cardinale  Strozzi  fra- 
tello del  maresciallo,  e  Giuliano  de\>Iedici  fratello 
di  Lorenzino  uccisore  di  Alessandro,  e  molti  al- 
tri. Il  duca  parimente  s''interpose  presso  il  papa 
per  i  principali  baroni  romani  a  lui  benaffetti. 
Prima  di  spedire  il  figlio  a  Roma  per  ivi  prende- 
re il  cappello  cardinalizio  volle  fare  accompagna- 
re a  Ferrara  dal  principe  Francesco  ereditario  di 
Toscana,  dal  suo  zio  materno  don  Luigi  di  To- 
ledo e  da  molli  altri  baroni,  donna  Lucrezia  figlia 
di  Cosimo,  e  fidanzata  sposa  del  duca  di  Ferrara, 
la  quale  arrivò  in  detta  città  il  i5  di  febbraio,  e 
fu  ricevuta  con  gran  magnifìcen^a,  propria  della 
casa  d'*Este.  Partì  poi  nel  seguente  marzo  per  Ro- 
ma il  cardinale  Giovanni  con  una  corte  magnifi- 
ca, dove  fu  ricevuto  con  grandi  onori,  ed  allog- 
giato nel  palazzo  pontificio.  Egli  non  aveva  che 
i5  anni,  e  non  ostante  il  papa  gli  conferì  Farci  ve- 
scovado di  Pisa  (56). 

g.  3a.  Gli  eccessi  e  le  contravvenzioni  com- 
messe dal  conte  Piccola  da  Pitigliano  nello  sta- 
lo ecclesiastico,  e  che  vedemmo  già  non  aver,  vo- 
luto cedere  a  Cosimo  la  città  di  Sovana,  lo  avean 
condotto  ad  essere  arrestato  a  Roma  in  Castello, 
e  suo  padre  imploiando  in  tale  occasione  d^esser 
rimesso  al  possesso  dello  slato  e  dei  beni,  fu  dal 


198  AVVENIMENTI   STOKICI  Jn^iSGO, 

papa  eletto  il  duca  di  Palliano  per  arbitro  di  tut- 
te le  vertenze  fra  loro.  La  rettitudine  di  questo 
giudice  obbligò  il  padre  a  rinunziare  al  figlio  gli 
stati. ma  il  conte  INiccola  fu  astretto  a  domandargli 
perdono,  ed  a  passargli  gli  alimenti,  e  a  costituire 
le  doti  per  le  sue  figlie.  Disprezzatore  delle  leg- 
gi divine  ed  umane  Niccola  opprimeva  i  popoli 
colle  violenze,  eli  offendeva  col  mal  esempio  del- 
le sue  scelleratezze.  Datosi  in  preda  a  concubine 
giudee,  in  ossequio  di  esse  calpestava  la  religio- 
ne e  allontanava  dal  suo  stato  quelli  che  lo  am- 
monivano. Insidiando  Ponore  della  nuora,  il  suo 
figlio  Alessandro  non  potendo  soggiacere  all'  ol- 
traggio, determinò  di  aramazzarlo,  e  ricorse  a  Co- 
simo per  consiglio  ed  aiuto.  Non  approvò  il  duca 
che  il  conte  Alessandro  eseguisse  da  per  sé  stes- 
so cosi  disperata  risoluzione,  ma  bensì  assumen- 
do sopra  di  sé  V  incarico  di  vendicarlo,  delibe- 
rò di  frjr  morire  il  conte  Niccola  per  altre  mani. 
Scoperse  il  conte  Niccola  quelle  trame  che  gli  si 
tendevano,  e  fatto  arrestare  il  figlio  pose  Cosimo 
nella  necessità  di  fargli  la  guerra  per  non  lascia- 
re il  conte  Alessandro  in  balia  del  suo  crudo  fu- 
rore. Spedì  il  papa  il  Serbelloni  a  Pitigliano  per 
estinguere  questo  fuoco,  tanto  più  che  colla  fuga 
erasi  il  conte  Alessandro  posto  in  salvo ,  e  gli 
parlò  altamente  a  nome  del  papa  per  la  restitu- 
zione di  Sovana,  che  fu  costretto  do^o  varie  ter- 
giversazioni a  consegnarla  libera  a  Chiappino  Vi- 
telli generale  di  Cosimo,  e  di  promettere  al  papa 
grazia  e  sicurezza  pel  figlio  Alessandro  (57). 
g.  S3.  Ricuperata  Sovana,  ritirò  il  duca  tutte 


;L/rt.1560.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  I99 

le  genti  di  guerra  da  quei  confini,  e  riservò  a  più 
favorevole  occasione  la  vendetta  particolare  col 
conte,  dando  luogo  a  ciascuno  di  ammirare  in  tal 
atto  la  sua  moderazione  (58).  Le  sue  cure  si  rivol- 
sero tutte  a  persuadere  il  papa  ad  intimare  un 
concilio  generale  .  Dubbioso  però  egli  e  timido 
per  sì  grave  impresa,  che  pure  desiderava  di  fare, 
ma  ne  temeva  gli  ostacoli,  richiese  il  duca  Cosi- 
mo di  portarsi  a  Roma,  per  trattare  di  quesrafifa- 
re.  Fu  da  Cosimo  accettato  Tinvito,  tanto  più 
ch'egli  disponevasi  di  recarsi  a  Siena  perregolare 
quel  governo.  Verso  la  fine  d'ottobre  si  parti  da 
Firenze  colla  duchessa,  col  principe  Francesco,  col 
cardinale  Giovanni  e  con  don  Garzìa  suo  terzo- 
genito: si  fermò  soli  tre  giorni  in  Siena,  ove  la- 
sciò il  principe  Francesco  al  governo  di  quello 
stato,  e  s'incamminò  verso  Roma, e  colla  duches- 
sa i  due  altri  figli,  ed  un  numeroso  seguito  di 
gentlluomiui  fiorentini  e  senesi  che  vollero  ac- 
compagnarlo. Il  5  di  novembre  fece  il  suo  ingres- 
so in  Roma,  ed  accompagnato  dai  cardinali  che  si 
|)ortarono  ad  incontrarlo  fu  condotto  al  palazzo 
pontificio,  dove  alloggiò,  ed  il  papa  lo  ricevette 
ia  pieno  concistoro.  Tutti  i  fiorentini  residenti  ia 
Roma  fecero  gran  corteggio  al  duca  che  trovò 
molta  compiacenza  di  vedersi  onorato  da'*  que'me- 
desimi,che  tanto  avevano  cospirato  contro  di  lui^ 
gli  adulti  a  cavallo  uniformemente  vestiti,  ed  ì 
giovani  in  numero  di  quaranta  in  costume  di  pag- 
gi. Sulla  sera  e  collo  slesso  treno  fece  il  suo  in- 
gresso la  duchessa,  ricevuta  essa  pure  dal  papa  in 


aOO  AVVENIMENTI  STORICI  jinAb60. 

presenza  di  molti  cardinali  nella  sala  di  Costan- 
tino (59). 

g.  34.  Dopo  lutti  gli  uffici  di  accoglienza  e  di 
amorevolezza  il  papa  e  Cosimo  si  applicarono  a 
concertare  i  mezzi  d''effettuare  il  concilio:  T  ade- 
renza e  gli  slimoli  del  re  Filippo  favorirono  Tim- 
presa,  cosicché  il  papa  restò  animato  ad  eseguirla, 
e  se  ne  fece  finalmente  la  pubblicazione.  Si  trat- 
tenne Cosimo  a  Roma  fino  alla  fine  di  dicembre, 
ed  il  papa  solennemente  regalò  al  cardinale  Gio- 
vanni il  suo  palazzo  e  giardino^  donò  alla  duchessa 
i  beni  dell*  Altoviti,  e  destinò  don  Garzia  coman- 
dante delle  galere  pontificie.  II  duca  fu  regalato 
di  tanti  monumenti  antichi,  che  abbisognarono 
quattro  barche  per  trasportarli  a  Livorno  (60). 
jNon  ebbero  qui  fine  le  beneficenze  di  Pio  IV  a 
favore  della  casa  di  Toscana,  poiché  per  la  stima 
che  ne  aveva,  volle  che  risedesse  alla  corte  di  Co- 
simo un  nunzio  apostolico  colle  slesse  preroga- 
tive che  hanno  quelli  i  quali  risiedono  alle  corti 
dei  re,  ed  inviò  a  Firenze  con  tal  carattere  mon- 
signor Giovanni  Campeggio  vescovo  di  Bolo- 
gna (61). 

g.  35.  Lo  stabilimento  della  nunziatura  in 
Firenze  recò  gelosia  ai  principi  italiani,  i  qua- 
li olire  al  dispiacere  di  vedere  trattato  dal  pa- 
pa il  duca  Cosimo  con  tanta  distinzione, comincia- 
rono a  temere  che  tanto  il  pontefice  quanto  il  duca 
pensassero  di  concludere  qualche  lega  per  inde- 
bolire la  potenza  spagnuola  in  Italiane  togliere  al 
re  Filippo  lo  stalo  di  Milano;  tali  voci  quanlun- 


Jn.IBGQ.        DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  aoi 

que  false  e  prive  d'  ogni  fondamento  dì  verìlà, 
iiiessero  in  sospetto  ti  re  cattolico  e  fu  assai  dif- 
ficile il  rimuoverlo  dai  concepiti  suoi  timori.  II 
pontefice,  dopo  aver  persuaso  quel  monarca  che 
le  distinzioni  le  quali  usava  al  duca  Cosimo  e  la 
stretta  corrispondenza  che  aveva  con  esso^nasce- 
vano  non  da  politici  motivi  diretti  a  spogliare  alcun 
principe  italiano  de''suoi  stati,  uè  alterare  la  bi- 
lancia del  potere  ,  ma  soltanto  da  quella  stima 
grandissima  che  di  lui  avea  concepita,  volle  ten- 
tare d'indurre  la  principessa  Maiia  figlia  legitti- 
ma di  Carlo  V  e  sorella  del  medesimo  re  catto- 
lico, vedova  del  principe  Giovanni  di  Portogallo 
da  cui  aveva  avuto  un  tìglio,  che  fu  di  poi  re  Se- 
bastiano, a  sposare  don  Francesco  primogenito 
di  Cosimo,  e  principe  ereditario  di  Toscana,  con- 
siderando che  quella  principessa  perla  regia  con- 
dizione e  per  le  sue  cospicue  ricchezze  avrebbe 
recato  alla  casa  de'.Medici  sommo  onore  e  grande 
utilità.  Ordinò  al  suo  nunzio  residente  alia  corte 
di  Spagna,  ch'era  allora  il  vescovo  di  Tenacina, 
ove  la  principessa  Maria  dopo  la  morte  del  ma- 
rito erasi  ritirata,  a  muover  pratica  per  trattare 
quel  matrimonio,  e  perchè  alla  conclusione  di 
questo  trattato  per  parte  della  principessa  oppo- 
nevasi  Tinferior  condizione  del  pi  incipe  France- 
sco, propose  lo  stesso  pontefice  di  dare  al  duca 
Cosimo  il  titolo  di  re  di  Toscana  (G2)^  ilqual  |>ro- 
gelto  poteva  eftettuarsi  con  molta  facilità,se  non 
si  fosse  opposta  U  corte  di  Sj)agna.  II  re  FiIipi>o 
rln»  voleva  essere  in  Italia  il  principe  più  grande 
l.inlo  nella  dignità  che  nella  potenza, non  era  pos- 
Sl.   Toic,   Tom.   10.  18 


a02  A-VVENIMERTI  STORICI  w^/a.15Ó0." 

sibile  che  rinunziasse  ad  alcuna  di  qu^^sle  preini- 
iienze,  la  prima  delle  quali  veniva  a  perdere,  se 
avesse  permesso  che  al  duca  Cosimo  fosse  stato 
conferito  il  titolo  di  re.  Questa  opposizione  ob- 
bligò il  pontefice  a  desistere  dalPinlrapreso  trat- 
tato,e  abbandonare  il  progetto  d'^arricchire  il  duca 
Cosimo  della  dignità  reale,  ben  conoscendo  non 
esser  conveniente  di  procedere  ad  un  atto  che 
avrebbe  irritato  il  re  cattolico,  il  favor  del  quale 
era  allora  necessario  per  non  incontrare  per 
quella  parte  ostacoli  all'apertura  del  concilio  di 
Trento,  che  già  si  meditava  d'^intiuiare  (63). 

g.  36.  Lltalia  godeva  tranquillità,  e  gli  affari 
del  concilio  s^incaraminavano  prosperamente^  le 
turbolenze  di  Francia  parevano  acquietarsi.  Re- 
gnava Tallegria  specialmente  nella  corte  e    città 
di  Ferrara,  dove  Alfonso  II  duca  nel  di  a  del  mese 
di  marzo  dette  al  suo  popolo  ed  alla  copiosa  fo- 
resterìa che  v^intervenue  un  mirabile  divertimen- 
to con  un  torneo  si  magnitico  e  d''invenzione  sì 
rara^  chiamato  il  castello  di  Gorgoferusa,  ed  ono- 
rato dalla  presenza  di  Guglielmo  duca  di  Man- 
tova, che  riscosse  T  ammirazione  d*  ognuno.  E 
perciocché  nella  promozione  fatta  dal  papa  nel 
di  a6  di  febbraio  ,  anche  a  don  Luigi  d"'Este  fra- 
tello del  duca  e  vescovo  di  Ferrara  fu  conferita 
la  sacra  porpora,  si  tenne  corte  bandita   per  tre 
giorni  in  quella  città,  e  poscia  nel  di  27  di  marzo 
fu  ivi  dato  anche  un  altro  più  suntuoso  spettaco- 
lo intitolato  il  monie  di  Feronia,  a  cui  interven- 
ne don  Francesco  de''3Iedicì  principe  di  Firenze. 
Si  vaghe  furono  le   invenzioni  di  quei  pubblici 


1*^/1.1500.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  2.o3 

giuochi,  SÌ  grande  la  magnificenza  degli  abili  del 
corteggio,  e  lale  la  copia  degli  strutnenLi  musicali 
o  guerrieri  e  delle  macchine,  e  le  decorazioni  del 
campo,  che  di  sommo  piacere  e  stupore  restò  pre- 
sa tutta  la  folla  degli  spettatori,  e  ne  corse  la  fa- 
ma per  tutta  Italia  (S/j).  Ma  l'allegrezza  si  cangiò 
presto  in  duolo,  poiché  nel  21  di  aprile  fu  rapita 
da  morte  Lucrezia  de'Medici  duchessa  di  Ferra- 
ra figlia  del  duca  Cosimo.  Scioltosi  questo  vinco- 
lo d'unione  e  di  amorevolezza  tra  le  case  Medici 
e  d'Este,  ricominciarono  fra  loro  If  antiche  gare 
di  precedenza,  e  Topinione  ch'aera  invalsa  che 
Cosimo  dovesse  avere  dal  papa  il  litolodi  re, 
mosse  la  gelosia  di  tutti  i  principi  d'Italia,  e  si  uni- 
rono a  contrastargli  la  precedenza.  Vedendo  Co- 
simo le  cai  live  conseguenze  che  potevano  nasce- 
re da  questa  gara,  interpose  ^autorità  del  papa  , 
che  accettò  volenlieri  quest''incarico,  e  scrivendo 
un  breve  esorlolli  a  desistere  da  questa  emula- 
zione che  avrebbe  potuto  produrre  degli  sconcerti, 
e  a  portare  nel  termine  di  due  mesi  avanti  di  lui 
le  loro  scambievoli  ragioni  (65). 

g.  37.  Ritornato  per  tanto  il  duca  Cosimo  da 
Roma  nei  suoi  stali,  prima  di  portarsi  a  Siena 
volle  visitare  la  Val  di  Chiana,e  provvedere  ai  bi- 
sogni di  quella  provincia.  Trasferitosi  indi  a  Sie- 
na,col  consiglio  ed  opera  del  governatore  Niccoli- 
ni  stabili  il  governo  di  quel  dominio  con  univer- 
sale approvazione:  fece  anche  ridurre  in  miglior 
forma  la  fortezza,  e  dopo  un  mese  di  soggiorno 
in  quella  città  andò  a  visitare  la  Marenuna  per 
osiiervare  con  esallezza  riufelice  situazione  e  i 


204  ATVENIMENTI  STORICI  Jn.il>60, 

bisogni  di  quella  provincia.  Fermatosi  a  Grosseto 
ordinò  quivi  delle  fortitìcazioni  e  fabbriche  di  mu- 
lini, non  mancando  di  dare  buoni  provvedimenti 
per  la  riduzione  e  miglioramento  di  quelPafflitto 
paese.  A.  Castiglione  della  Pescaia  stabili  una  forma 
di  governo  per  quel  marchesato,  e  costeggiando 
la  marina  ordinò  l'erezione  di  varie  torri  per  di- 
fesa di  quella  costa  degli  abitanti  dalle  incursio- 
ni dei  pirati  turcheschi.  A  Massa  ordinò  le  neces- 
sarie disposizioni  per  il  buon  trattamento  di  cir- 
ca trecento  coIoni,che  dalla  Lombardia  e  dal  Friuli 
erano  venuti  per  coltivare  e  popolare  quelle  cam- 
pagne: bensì  gli  doleva  che  il  feudo  di  Piombina, 
dopoché  nel  i557era  ritornatasotto  Pobbedienza 
d'IacopoVI  d'Appiano,  fosse  così  mal  provvisto  e 
in  tal  disordine,  che  essendo  assalito  improvvisa- 
mente avrebbero  potuto  i  turchi  con  tutta  faci- 
lità impadronirsene.  A  Livorno  provvide  con  nuo- 
ve foi'liticazioni  alla  maggior  sicurezza  di  quello 
scalo,  e  a  sanare  rìnsakibrità  di  quel  clima  colla 
direzione  delle  acque.  Questo  viaggio  fu  corona- 
to con  solenne  ingresso  fatto  in  Pisa  li  9  di  marzo 
dal  cardinale  Giovanni  come  nuovo  arcivescovo 
di  quella  chiesa.  In  <?ssa  città  deliberò  Cosimo  di 
prendersi  riposo  di  tanti  disagi ,  e  incoraggire 
colla  sua  presenza  la  fabbricazione  delle  galere, 
poiché  di  cinque  che  ne  avea,  due  erano  restate 
preda  dei  turchi  alle  Gerbe,  e  altre  due  si  erano 
perdute  nella  spiaggia  di  Corsica  {6G). 

g.  38.  Aveva  intenzione  Cosimo  di  far  viaggia- 
re nelle  principali  corti  di  Europa  il  suo  primo- 
gemto  Francesco  per  renderla  capace  a  regnare 


'Jn.i560,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IV.  ao5 

dopo  di  lui^  come  n'era  consigliato  anche  dal  du- 
ca d'Alva,  e  di  mandarlo  specialmente  alla  corte 
di  Spagna*,  si  aggiunse  a  ciò  il  carattere  del  prin- 
cipe che  mal  soffriva  la  soggezione  paterna,  che 
anzi  Cosimo  fu  avvertilo  che  egli  avea  fatto  pen- 
siero di  scappare  in  Ispagna.  Dissimulò  il  duca  e 
risolvette  finalmente  di  farlo  viaggiare,  ma  volle 
che  incominciasse  da  andare  alla  corte  di  Roma, 
come  fece  il  dì  a  di  novembre.  Fu  con  grandi  o- 
nori  accolto  dal  papa,  il  quale  fecegli  donodi  una 
maestosa  colonna  di  granilo  orientale,  che  tutto- 
ra si  vede  nella  piazza  di  s.  Trinità,  fattavi  erige- 
re da  Cosimo  per  eternar  la  memoria  ch^egli  ri- 
cevette in  quella  piazza  la  nuova  che  le  sue  trup- 
pe avean  vìnta  la  battaglia  di  Monte  Murlo,  in 
conseguenza  della  quale  divenne  signore  di  Sie- 
na (67).  Mandò  quindi  il  papa  ad  Eleonora  du- 
chessa moglie  del  duca  Cosimo  una  bolla  ponti- 
ficia, colla  quale  donavale  tutti  gli  spogli  delle 
abbazzie,  monasteri  e  benefizi  di  Toscana,  fino 
allora  slati  sempre  di  dritto  dei  pontefici,  a  con- 
dizione che  si  valesse  del  prodotto  in  opere  pie 
a  sua  elezione^  lo  che  fu  eseguito  da  quella  prin- 
cipessa, la  quale  non  solamente  in  Firenze  ma 
in  varie  parti  dello  stato  lasciò  eterni  monumenti 
di  sua  pietà.  Gli  spogli  degli  ecclesiastici  benefi- 
ziati che  morivano  in  Toscana  appartenevano 
fino  da''tempi  antichi  alla  corte  di  Roma,  dai  col- 
lettori della  quale  veniva  eseguita  la  esazione 
dei  medesimi,  non  senza  frequenti  controversie 
fra  essi  colleltorì,  e  gli  eredi  degli  ecclesiastici 
defonli  (G8). 


ao6  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1 552# 

g.  39.  II  giorno  18  di  gennaio  del  iSGa  si  ria- 
prì il  congresso  del  concilio  di  Trento,  dove  con- 
corsero gli  ambasciatori  di  tutti  i  principi  catto- 
lici :  vi  furono  molti  imbarazzi  a  cagione  delle 
precedenze,  ma  ad  istigazione  del  pontefice  fu  il 
tutto  sedato.  L'imperatore  avendo  dimostrato  di 
dare  in  matrimonio  un''arciduchessa  sua  figlia  al 
principe  Francesco,  ed  il  papa  sollecitando  che 
se  n'introducesse  il  trattalo,  volle  Cosimo  che  il 
re  Filippo  ne  fosse  1'  unico  mediatore.  Accettò  il 
re  di  buon  animo  l'incarico,  onde  il  duca  solleci- 
tò il  principe  Francesco  a  portarsi  alla  corte  di 
Spagna,  dove  giunto  fu  amorevolmente  e  deco- 
rosamente trattato.  Trovandosi  per  caso  a  Madrid 
anche  il  giovine  prinripe  di  Parma  Alessandro 
Farnese,  nacque  tra  essi  due  la  solita  gara  di  pre- 
cedenza, talmentechè  la  corte  fu  obbligata  ad  e- 
vitare  che  si  trovassero  più  insieme.  Frattanto  il 
duca  Cosimo  si  occupava  nella  visita  delle  sue 
coste  marittime  e  degli  stabilimenti  di  marina, 
e  trovando  ch^era  troppo  dispendioso  per  lui  il 
mantenere  sei  galere,  immaginò  di  creare  un  or- 
dine militare  per  avere  lo  stesso  intento  e  mol- 
to diminuirne  la  spesa. 

g.  4^-  Due  par  che  fossero  in  sostanza  le 
principali  cagioni  che  mossero  quel  principe  a 
tale  determinazione:  una  per  favorire  il  commer- 
cio di  Livorno  che  già  per  le  di  lui  premure  fa- 
ceasi  florido  e  di  grande  importanza,  Taltra  per 
togliere  le  famiglie  più  potenti  della  Toscana  dnl- 
Tesercizio  della  mercatura,  ed  impedir  loro  con 
questo  mezzo  Taumento  della  loro  ricchezza^  e 


jin. Ì5Ò2,       DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  2O7 

per  conseguenza  della  loro  potenza.  I  corsari  tur- 
chi infeslavan  difatli  a  quei  tempi  con  grave 
danno  il  commercio  del  Mediterraneo.  Oltre  di 
che  il  lit forale  toscano  e  quello  dello  stalo  eccle- 
siastico eran  continuamente  minacciali  da  quei 
crudeli  oltomannì.  D'altronde  il  duca  sapeva  che 
avea  sempre  in  Toscana  de''potenti  nemici  invi- 
diosi del  suo  inalza  mento  e  della  sua  gloria,  di- 
sposti a  profittare  d''ogni  circostanza  per  far  na- 
scer dei  torbidi,  e  mediante  le  loro  ricchezze 
rovesciare  il  governo.  Quindi  è  che  il  duca  istituì 
un  ordine  nobile  di  cavah'eri  militari,  che  obbli- 
gava i  suoi  membri  airesercizio  della  navigazio- 
ne e  delle  armi  contro  i  turchi  nemici  della  cri- 
stianità,  i  quali  membri  dovean  fondare  delle 
commende  per  assicurare  in  perpetuo  T  onore 
della  croce  militare,  e  dover  far  loro  tenere  come 
incompatibile  l'esercizio  della  mercatura  con  quel- 
lo della  nuova  equestre  e  nobile  dignità,  lo  che 
veniva  ad  impedire  V  ingrandimento  delle  loro 
ricchezze.  Il  papa  annuì  a  questo  nuovo  stabili- 
mento con  un  breve  del  primo  ottobre  delPanno 
i56i  (69),  dove  è  dichiarato  che  l'ordine  dovesse 
istituirsi  sotto  la  regola  di  s.  Benedel  to:  che  il  duca 
ne  fosse  il  primo  gran  maestro,  e  che  una  tal  di- 
gnità passasse  ne'di  lui  successori:  che  i  cavalieri 
fossero  insigniti  della  croce  e  d'IPabilo  militare, 
e  che  Tordine  dovesse  appellarsi  di  s.  Stefano  pa- 
pa e  martire,  ad  onore  di  quel  santo  in  memoria 
della  segnalata  vittoria  riportata  nel  giorno  delia 
sua  festa  nelle  battaglio  di  Montemurlo  e  Scan- 
nagallo,  per  cui  restò  assicurato.  Fu  per  tanto fpr- 


ao8  AVVENIMENTI    STORICI  w^rt  .1  562. 

niato  un  pingue  patrimonio  al  nuovo  ordine  col- 
Taggregazione  al  medesimo  di  alcune  badìe,  e  più 
benefizi  enclesiastici,  a  cui  di  poi  dal  granduca 
Ferdinando  I  furono  uniti  i  beni  delPospitale  dei 
cavalieri  d"'à.ltopascio,e  nel  novembre  ne  fu  pub- 
blicata formalmente  V  istituzione  (70)  :  in  Pisa 
città  vicina  al  mare  ebbe  Tordine  la  sua  residen- 
za .  Fu  ivi  eretta  pe'  suoi  cavalieri  una  chiesa 
conventuale  con  clero  numeroso  di  cappellani 
che  vestono  di  bianco,  con  mozzelta  e  roccetlo 
canonicale^  a  cui  presiede  con  titolo  di  priore  un 
sacerdote  cavaliere  che  ha  privilegio  di  pontifi- 
care (71). 

g.  4i'  La  sodisfazione  di  Cosimo  fu  turbala  in 
quel  tempo  da  un  tristo  accidente  avvenutogli^ 
imperciocché  essendo  andati  alla  caccia  il  cardi- 
nale Giovanni  secondogenito  del  dura  d'  anni 
J9.  e  don  Garzia  suo  fratello  a  lui  minore  ,  ed 
essendo  da  loro  stata  uccisa  una  tìera  nella  Ma- 
remma, e  contendendosi  fra  di  loro  circa  al  vanto 
di  chi  Pavesse  ammazzata,  don  Garzia  trasportato 
da  inconsiderata  passione  ferì  sì  fattamente  il  fra- 
tello cardinale  che  l"*  uccise  .  Il  padre  fremè  di 
collera  contro  il  delinquente  figlio,  il  quale  tutto 
piangente  e  pentito  era  ricorso  dalla  madre,  ed 
a  lei  s'  era  raccomandato  affinchè  gì'  impetrasse 
il  perdono  presso  l'irato  padre:  mentre  ella,  as- 
sicurata dal  marito  che  gli  perdonerebbe  qualo- 
la  ricorresse  umiliato  e  pentito,  lo  presentò  alle 
sue  ginocchia,  il  collerico  padre  lanciandosi  senza 
misericordia  sopra  il  male  avveduto  figliuolo  lo 
trapassò  con  un  pugnale,  dicendogli  che  dovea 


Jn.i^62,          DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  200 

reputarsi  fortunato  di  perdere  una  vita^della  quale 
era  indegno,  per  le  mani  di  chi  glie  Tavea  data  (72)^ 
ed  egli  cadde  morto  avanti  a**  suoi  piedi,  non  a- 
"vendo  più  che  sedici  anni,  ma  era  di  spirito  sU" 
blime,  di  singolare  vaghezza  e  di  grande  espelta- 
zione:  poco  dopo,  trafitta  dal  dolore  per  la  perdi- 
ta di  due  sì  cari  figli,  morì  anche  la  madre  (73).  Ma 
questo  fatto  s'impugna  con  calde  ragioni  da  mo- 
derni storici  (74).  Restarono  a  Cosimo  altri  due 
figli  oltre  il  primogenito  ,  don  Ferdinando  e  don 
Pietro.  Ottenne  egli  dal  papa  che  don  Ferdinando 
fosse  promosso  al  cardinalato,  benché  di  soli  i3 
anni,  e  che  passassero  in  lui  tutti  i  benefizi  che 
il  cardinale  don  Giovanni  possedeva.il  cardinale 
Alessandrino,  che  fu  poscia  Pio  V,  non  volle  a 
cagione  delPetà  sottoscrivere  alla  bolla  di  questa 
promozione  (75). 

g.  4^  •  Il  popolo  di  Pitigliano  stanco  di  toK 
lerare  ulteriormente  il  tirannico  governo  del 
conte  iXiccoIa,  profittando  della  circostanza  che 
quegli  era  in  Sorano,  proruppe  in  aperta  ribel- 
Jioae  ,  e  impossessatosi  della  fortezza  chiamò 
in  suo  soccorso  Inghilesco  Calefati  comandante 
di  Sovana,  dichiarando  di  sottomettersi  al  duca 
Cosimo  di  luì  signore.  Accettò  T invito  il  Calefa- 
ti, e  distaccalo  dalla  legione  che  comandava  un 
corpo  di  dugento  uomini  marciò  in  soccorso  dei 
sollevati,  e  dietro  ad  esso  ancora  il  generale  Vi- 
telli, che  allora  liovavasi  a  Celona  (7G),  corse 
con  maggior  numero  di  truppa  a  quella  volta  per 
favorire  la  rivolu?ione  e  togliere  al  conte  Nircola 
la  possibilità  di  tornare  colla  forza  aldoiniuio  cU 


aio  AVVENIMENTI    STORICI  L^/i.1562. 

quel  paese.  I  sollevati  frattanto  supplicarono  il 
duca  Cosimo  ad  accettare  la  loro  obbedienza^  in* 
viarono  a  Pisa,  ove  quel  principe  di  nuovo  s'era 
trasferito,  una  deputazione  per  fargli  presentare 
Tatto  della  loro  sommissione.  Accettò  il  duca 
graziosamente  quesfofferta,  e  spedi  a  Pitigliano 
Francesco  Vinta  volterrano  a  prenderne  il  pos- 
sesso, il  quale,  eseguita  ch'ebbe  la  sua  commis- 
sione e  lasciato  in  quel  luogo  per  giusdicente 
Annibale  Fabbrini,  tornò  in  Firenze  alle  sue  in- 
combenze (77).  Il  conte  Niccola  ricorse  alTani- 
basciatore  di  Francia  e  a  quello  di  Spagna  re- 
sidenti in  Roma  ,  ma  il  duca  Cosimo  acquistò 
l'uno  e  Taltro  col  rendere  al  conte  Giovanni  Fran- 
cesco padre  dell'  espulso  conte  Niccola  quello 
slato,  quantunque  la  restituzione  fosse  accompa- 
gnata da  una  convenzione  che  obbligava  il  con- 
te ad  un"*  annua  recognizione  in  segno  di  vassal- 
laggio, come  ancora  a  non  potere  alienare  alcuna 
porzione  di  que)  dominio ,  il  quale  restava  sta- 
bilito che  alla  estinzione  della  di  lui  linea  do- 
vesse incorporarsi  allo  stato  senese  (78). 

g.4S't*e  disgrazie  di  famiglia  che  Cosimo  dovette 
sostenere  gli  fecero  desiderare  il  sollecito  ritorno 
dalla  Spagna  del  principe  Francesco,  ed  il  diluì 
accasamento  colla  arciduchessa  (V  Austria  .  Le 
trattative  si  prolungavano,  ma  non  impedirono  il 
ritorno  del  principe,  che  Cosimo  con  impazienza 
attendeva.  Frattanto  egli  stavasene  in  Pisa  a  porre 
in  buon  ordine  la  marina,  ed  a  sollecitare  Tedifi- 
cazione  delle  galere,  intanto  che  vedeva  con  com- 
piacenza sorgere  il  nuovo  ordine  militare  di  sauto 


^/t.1562.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  211 

Stefano,  e  che  la  nobillà  toscana  concorreva  di 
buon  animo  per  restarne  insignita.  Per  esercitare 
i  nuovi  cavalieri  nella  marina,  donò  all'ordine 
due  galere  armate  e  fornite  di  equipaggio  e  di 
ciurma,  e  ne  nominò  ammiraglio  Giulio  de'i>Jedici 
tìglio  naturale  di  Alessandro  (79).  Animato  il  du- 
ca Cosimo  dall'esito  felice  della  spedizione  fatta 
contro  i  turchi,  fece  costruire  un  maggior  nume- 
ro di  galere,arruolò  molta  gente  capace  al  servizio 
del  mare,  e  in  breve  tempo  si  trovò  in  grado  di 
tentare  qualunque  impresa  marittima  (80).  Non 
ostante  tali  preparativi,  i  corsari  vennero  nelle 
maremme  di  Campiglia,  e  derubarono  il  castello 
di  Castagneto*,  Pisola  delPEIba,  e  le  altre  vici- 
ne furono  pure  saccheggiate  da  loro  (81).  Anche 
il  concilio  di  Trento,  per  opera  speciale  del  cai- 
dinale  di  Lorena,  conducevasi  al  desiato  fine,  ed 
infatti  restò  conchiuso  nel  di  4  dicembre  (82). 

g.  44-  I^  ^^^^  Cosimo  procurava  ogni  mezzo 
di  effettuare  il  meditato  matrimonio  del  figlio  . 
Ad  oggetto  per  tanto  di  facilitarne  la  conclusione 
promise  alla  corte  imperiale  di  cedere  il  governo 
della  Toscana  ad  esso  suo  figlio,  poiché  V  impe- 
ratore Ferdinando  I,  che  mancò  di  vita  in  quello 
anno,  non  acconsentiva  che  una  sua  figlia  si  spo- 
sasse ad  un  principe  cadetto.  Il  duca  Cosimo  a 
questa  obiezione  della  corte  di  Yienna  non  fece 
alcuna  opposizione,  e  vide  che  cedendo  il  gover- 
no al  figlio  aprivagli  la  via  d'  apprendere  sotto 
la  sua  direzione  la  scienza  di  ben  governare  (83). 
Fu  proceduto  pertanto  all'atto  della  cessione,  che 
dal  duca  fu  segnata  in  Pisa  nel  giorno  primo  di 


ai  2  AVVE7«1MEKTI  STORICI  ^/l.1564. 

maggio  ,  col  quale  rinunziò  il  governo  e  V  am- 
ministrazione dello  stato  a  favore  del  suo  primo- 
genito principe  Francesco,  come  ancora  tutte  le 
rendite,  acciò  potesse  sostenere  la  dignità  di  prin- 
cipe governante.  Questa  cessione  fu  limitata  da 
■varie  condizioni  che  sono  le  seguenti  :  si  riservò 
Cosimo  di  lui  genitore  il  titolo  di  duca,  la  suprema 
potestà,ed  il  governo  e  le  rendite  del  marchesato  di 
Castiglione  della  Pescaia:  parimente  reiezione  del- 
Tammiraglio  delle  galere,  del  capitano  generale  di 
armata,  degli  uffiziali  subalterni  e  del  governatore 
di  Siena:  la  proprietà  ed  il  frutto  di  tutti  i  beni 
allodiali,  e  tutte  le  rendite  dello  stato  di  Siena, 
detratti  gli  oneri,  le  miniere  di  Pietrasanta  e  tutte 
l'entrate  di  quel  capitanato:  Tuso  di  tutti  palaz- 
zi, ville  ,  la  sua  mobilia  preziosa  e  vari  crediti  e 
capitali  di  mercatura  dentro  e  fuori  del  dominio: 
stabilì  che  il  principe  non  potesse  rinmovere 
castellani  e  comandanti  di  truppe  ,  né  elegger- 
ne dei  nuovi  senza  il  suo  consenso:  gli  proibì 
dì  alienare,  infeudare  ed  ipotecare  verun  castel- 
lo ,  o  parte  di  giurisdizione  del  dominio  ,  come 
ancora  veruna  gabella  e  rendita  del  medesimo: 
lo  gravò  di  proseguire  a  sue  spese  la  fabbrica 
del  palazzo  Pitti  e  quella  dei  tredici  magistrati, 
appellati  gli  uffici,  e  di  pagare  annualmente  una 
cospicua  pensione  al  cardinale  Ferdinando  suo  fra- 
tello. Il  di  lui  potere  fu  esteso  solamente  alla  facol- 
tà di  governare,  d''amministrare,  far  leggi,  rinno- 
var ministri,  finattantochè  il  duca  Cosimo  cedente 
fosse  slato  di  ciò  conlento  e  non  avesse  voluto 
prendere  di  nuovo  le    redini  del  governo  .  Fu 


wrf/1.1564.         DEI  T£MPI  MEDICEI  CAP.    IV.  2l3 

partecipato  quest'atto  alle  corti  amiche  di  Roma, 
Spaglia,  Francia  e  Vienna,  e  Bartolomraeo  Con- 
cini recò  da  Pisa  al  principe  Francesco,  ch"'era  in 
Firenze,  Patto  della  concessione  ed  una  lettera 
del  senato.  Assunse  il  principe  Francesco  il  go- 
verno dello  stato  il  di  1 1  di  giugno,  giorno  nata- 
lalizio  di  Cosimo,  e  questi  si  ritirò  in  campagna. 
II  Concini  fu  destinato  per  ministro  di  comuni- 
cazione fra  il  padre  ed  il  figlio.  Francesco,  edu- 
cato da  una  madre  spagnuola,  ed  istruito  nella 
corte  del  re  Filippo,  e  dal  duca  d'Alva,  potea  dir- 
si un  vero  spagnuolo.  A-veva  egli  una  particolare 
inclinazione  per  le  scienze  e  belle  arti,  e  special- 
mente per  la  chimica  (84). 

g.  45.  Era  già  stato  segnato  nel  maggio  prece- 
dente un  trattato  fra  il  re  Filippo  e  Cosimo,  per 
difendersi  dai  barbareschi  che  infestavano  il  Me- 
diterraneo, col  quale  il  duca  Cosimo  si  obbligava 
di  unire  alla  flotta  spagnuola  dieci  galere  bene 
equipaggiate,  il  comando  delle  quali  fu  dato  al  si- 
gnore di  Piombino.  Dovette  dunque  il  principe 
Francesco  dar  principio  al  suo  governo  colla  ese- 
cuzione di  questo  trattato  (85).  Nacque  in  quel 
mentre  una  sollevazione  in  Corsica  ,  capo  della 
quale  era  Sampiero  Ornano,  per  P  aspro  gover- 
no dei  genovesi  ai  quali  i  corsi  erano  soggetti  . 
Tenner  costoro  delle  corrispondenze  segrete  con 
Cosimo,  domandandogli  soccorsi,  ed  olìerendosi 
di  assoggettarsi  a  lui,  ma  non  ostante  che  egli 
forse  volentieri  avesse  prestato  orecchio  a  tali 
proposizioni,  pur  sapendo  che  il  re  Filippo  e  gli 
altri  sovrani  non  avrebbero  volentieri  veduto  il 

Si.  Tose,   Tom,  10.  1^ 


ai4  AVVENIMENTI  STORICI  w^/t.1565. 

SUO  ingrandimento,  resistette  sempre  alle  reite- 
rate istanze  dei  corsi  (86). 

g.  46.  Erano  già  due  anni  che  si  procrastina- 
vano le  trattative  del  matrimonio  delParciduches- 
sa  Giovanna  col  principe  Francesco,  e  la  morte 
deirimperator  Ferdinando  accaduta  dette  un  giu- 
sto pretesto  ad  una  nuova  proroga.  Massimiliano 
II  gli  succedette,  e  Cosimo  nel  passargli  gli  uffici 
dovuti  rinnovò  le  sue  istanze  pel  matrimonio  del 
figlio,  ed  offrì  le  sue  forze  per  valersene  contro 
il  Vaivoda  di  Transilvania,  che  già  si  era  mosso 
a  danno  deirUngherìa.  Anche  il  re  Filippo  inter- 
pose contemporaneamente  i  suoi  uffici,  e  Pimpe- 
ratore  promise  di  ultimare  prontamente  il  trat- 
tato ,  incaricando  V  ambasciatore  di  notificarlo 
come  per  concluso,  astenendosi  dal  pubblicarlo 
attese  le  circostanze  del  lutto,  e  fissò  che  si  do- 
vessero effettuare  in  Trento  tanto  queste  nozze 
che  quelle  della  sua  primogenita  col  principe  di 
Ferrara,  dopo  compito  Tanno  della  morte  di  Fer- 
dinando (87).  Si  applicarono  intanto  il  duca  Co- 
simo ed  il  principe  Francesco  a  dare  alla  flotta 
spagnuola  dei  soccorsi  per  Pisola  di  Malta  attac- 
cala da  Solimano,  e  riuscì  a  Cosimo,  coi  consigli 
del  quale  tutto  si  faceva,  d'iutrudurre  delle  forze 
in  queir  isola  senza  esporsi  a  combattere  con 
quelle  dei  turchi ,  ch^  erano  assai  superiori  agli 
spagnuoli^  per  lo  che  Malta  fu  in  istato  di  resiste- 
re ad  un  assedio  dei  più  vigorosi  (88)  .  Parendo 
poi  al  duca  essere  i  confini  del  suo  stato  mal  si- 
curi dalla  parte  della  Romagna,  pensò  di  fabbricare 
nel  piano  di  Castrocaro  vicino  a  Forlì  una  nuova 


jin,1565,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  2l5 

terra ,  la  quale  fu  poi  chiamata  Terra  del  Sole. 
perchè  mentre  si  celebrava  il  divino  ufficio,  e  si 
piantava  la  prima  pietra,  essendo  il  tempo  tutto 
nuvoloso  ,  solo  nel  circuito  di  quel  disegno  si 
scoperse  il  sole,  e  slimandosi  che  ciò  non  fosse 
senza  il  favore  del  cielo,  per  questo  la  Terra  del 
Sole  fu  nominata  (89). 

g.  47*  Il  matrimonio  stabilito  fra  '1  principe 
Francesco,  e  Tarciduchessa  Giovanna  d** Austria 
incoraggi  il  pontefice  a  far  nuovi  progetti  per  ac- 
crescere la  dignità  di  Cosimo  con  dargli  un  titolo 
superiore  a  quello  di  duca  ,  e  a  taP  effetto  s"*  im- 
maginò di  formare  della  Toscana  un  arciducato  a 
similitudine  di  quello  deirAustria.  Non  rigettò  il 
duca  Cosimo  questo  pensiero  del  papa,  ma  pre- 
vedendo che  Pefifeltuazione,  senza  renderne  in- 
tesa la  corte  di  Vienna,  poteva  essere  alla  mede- 
sima dispiacente,  volle  informarne  l'imperatore, 
dichiarandosi  di  non  accettare  questa  grazia,  nei 
caso  che  non  fosse  stata  di  suo  pieno  gradimen- 
to. L'imperatore  avendo  comunicata  Tintenzione 
del  papa  ai  suoi  fratelli  ed  al  suo  consiglio,  trovò 
delle  insuperabili  opposizioni,  senonchè  il  Zasìo, 
consigliere  molto  accreditalo  dell'imperatore,  vo- 
lendo favorire  il  papa  e  Cosimo,  propose  che  ad 
esempio  della  Moscovia  il  sovrano  della  Toscana, 
avendo  riuniti  sotto  di  sé  molli  ducali  ,  polea 
nominarsi  Granduca  :  che  tale  appellazione  lo 
rendeva  maggiore  dogli  altri  principi  italiani,  e 
non  avea  gli  slessi  ostacoli  che  quello  del  titolo 
d'arciduca, riservalo  soltanto  ai  principi  della  rasa 
d'Austria.  Consigliò  pertanto  di  mandare  persona 


ai 6  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1565. 

di  riguardo  a  trattare  quest'affare  a  Vienna  collo 
slesso  imperatore. 

g.  48.  Fu  accettato  da  Cosimo  il  consiglio  rfel 
Zasio,  e  dal  papa  fu  dislesa  una  bolla  ,  la  quale 
spiegava,  cbe  quando  più  stali  si  conducevano 
all'obbedienza  d'un  solo  sovrano,  questi  a  forma 
degli  esempi  doveva  essere  accresciuto  di  titoli 
e  di  prerogative  5  la  qual  cosa  verificandosi  nel 
duca  Cosimo  per  Tacquisto  dello  stalo  di  Siena, 
concedeva  perciò  ad  esso  il  titolo  di  granduca  di 
Toscana,  e  le  prerogative  annesse  al  medesimo; 
e  consegnata  una  tal  bolla  a  Bartolommeo  Con- 
cini, fu  inviato  a  Vienna  coirìncarico  d^oltenere 
da  cesare  il  consenso  che  fosse  pubblicato.  Aderì 
rimperatore  alle  istanze  del  pontefice,  ed  avendo 
acconsentito  airaccrescimento del  titolo  a  favore 
del  duca  Cosimo,  il  Concini  ritornò  in  Italia,  raa 
la  bolla  non  potette  pubblicarsi,  poiché  essendo  il 
pontefice  stato  sorpreso  da  fiera  malattìa  cessò  di 
vivere,  e  per  tal  motivo  restarono  per  allora  senza 
effetto  tante  premure  fino  a  quel  momento  prati- 
cate (9o).Era  Cosimo  nella  sua  maggior  conlentez- 
za,vedendodi venirgli  nuora  un^arciduchessad''A.U' 
stria,  e  già  s'erano  spediti  a  Trento  i  procuratori, 
tanto  del  prìncipe  Francesco  quanto  dell'Estense, 
per  ricevere  le  spose  dopo  la  dazione  delTanello; 
ma  rinnovandosi  le  solite  dispute  di  precedenza, 
fu  dall'  imperatore  ordinalo  che  ogni  principe 
sposasse  nel  proprio  stato  .  Partì  adunque  da 
Trento  T  arciduchessa  Giovanna  e  si  diresse  alia 
volta  di  iVIanlova  per  visitare  la  duchessa  Eleo- 
nora sua  sorella  .  ove  fu  accolta  e  molto  fesleg- 


^Al.1565.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  217 

giata.  Posso  quindi  a  Bologna,  dove  fu  incontrata 
a  nome  dello  sposo  dal  marchese  di  Massa  ,  dai 
vescovi  di  Volterra  e  di  Arezzo,  e  da  Bernardello 
dei  Medici,  seguiti  da  dodici  gentiluomini  fioren- 
tini .  Da  Bologna  proseguì  il  suo  viaggio  per  la 
Toscana  ,  e  giunta  ai  confini  fu  inconliala  dal 
cardinal  Ferdinando  suo  cognato, e  dal  cardinale 
PJiccolini  con  i5o  guardie  a  cavallo: arrivò  al  Pog- 
gio a  Calano,  luogo  destinatole  per  suo  alloggio  , 
dove  il  cardinale  Sforza  e  don  Luigi  di  Toledo  fu- 
rono a  riceverla  (91).  Passati  quindi  a  Firenze  e 
giunti  alla  porta  della  città  la  sposa  ricevette  dalle 
mani  di  Cosimo  la  corona,  e  quindi  seduta  sopra 
un  riccamente  bardato  cavallo,  sotto  un  magni- 
fico baldacchino  sorretto  da  5o  scelti  giovani  no- 
bili, si  avviò  alla  cattedrale,  e  quindi  al  palazzo 
della  residenza  del  principe,  trapassando  per  stra- 
de ornate  con  la  possibile  splendidezza  ed  ele-4 
ganza,  corteggiata  da  numeroso  seguito  di  clero^» 
di  nobiltà  e  di  milizie,  tra  le  acclamazioni  di  fol- 
tissimo popolo  (92).  Dopo  una  tal  ceremonia  con 
solennissime  feste  di  maschere  ,  conviti,  balli  , 
giuochi  di  cavalli,  cacce  di  fiere  salvaliche,ed  ap- 
parati di  statue  e  pitture,  furono  magnificamente 
celebrate  le  loro  nozze  (93). 

g.  49.Tanta  allegrezza  restò  granifemenle  tur- 
bata dalla  trista  notizia  della  morte  del  sommo 
pontefice  Pio  IV  che  seguì  il  dì  9  dicembre  del- 
l'' anno  i566.  Il  duca  Cosimo  aveva  in  quel  pon- 
tefice un  vero  amico,  e  provò  delia  di  lui  morte  un 
gran  dolore.  Il  santo  cardinale  Carlo  Borromeo 
che  trovavasi  alla  corte  di  Firenze  per  assistere 


«il 8  ATVENIMENTI  STORICI  ^«.1565. 

in  nome  del  pontefice  alle  nozze  del  principe 
Francesco,  inlesa  una  tal  nuova  ,  senza  perder 
tempo  volò  a  Roma,  dopo  aver  consultato  il  duca 
Cosimo  sopra  il  futuro  conclave,  dal  quale  si  vuo- 
le che  fosse  consigliato  a  procurare,  che  non  ve- 
nissero promossi  al  papato  il  cardinale  Farnese 
e  di  Ferrara,  e  Morone,  come  contrari  al  suo  in- 
grandimento, e  invidiosi  della  sua  fortuna,  e  si 
volle  di  più  che  lo  pregasse  a  far  cadere  relezio- 
ne nel  cardinal  Ricci  di  j>IontepuIciano,creatura  di 
Giulio  III  e  aderente  alla  casa  Medici.  Vogliono 
alcuni. che  il  duca  Cosimo  proponesse  per  nuovo 
papa,  al  santo  cardinale  Rorromeo,  il  cardinale  An- 
giolo i^iccolini.Era  ben  difficile  che  la  scelta  cades- 
se in  uno  di  questi  due  soggetti^  troppo  pubblica 
e  palese  era  la  loro  amicizia  pel  duca  Cosimo,  ed  i 
suoi  emuli  fecer  di  lutto  perchè  altro  soggetto  al 
papato  fosse  promosso,  e  reiezione  cadde  nel  car- 
dinal Michele  Ghisilieri^dettoil  cardinale  ^/e^ja/z- 
drinOf  che  fu  assunto  al  pontificato  il  7  di  gennaio 
del  i566,  ed  in  ossequio  del  suo  antecessore  pre- 
se il  nome  di  Pio  V  (94).  Sebbene  questa  elezione 
non  piacesse  a  Cosimo,  pure  fu  contento  di  avere 
esclusi  quelli  che  più  aveva  da  temere,  e  procurò 
sollecilamente  di  cattivarsi  l'animo  di  questo  nuo- 
vo pontefice,  il  quale,  facendo  grande  stima  di  Co- 
simo, e  conoscendo  quanto  la  di  lui  amicizia  po- 
teva essergli  vantaggiosa,  dichiarò  subito  che  non 
voleva  essere  inferiore  a  Pio  IV  neiramorevolez- 
za  e  parzialità  verso  di  essoj  e  che  lo  avrebbe 
trovato  compiacente  in  tutto  ciò  che  avesse  po- 
tuto fare  con  buona  coscenza.  Il  papa  ebbe  pre* 


An.  1  566.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  a  1 9 

sto  occasione  di  speriraeutare  la  condiscendenza 
di  Cosimo  a  suo  riguardo.  Pietro  Carnesecchì  fio- 
rentino di  famiglia  ragguardevole  era  caduto  ne- 
gli errori  dei  nuovi  settari.  Aveva  egli  seguitata 
la  fortuna  dei  IVIedici  ,  e  in  diverse  occasioni  ser- 
vito Clemente  VII  ed  altri  prìncipi  di  casa  Me- 
dici. Processato  più  volte  dalPinquisizione  di  Ro- 
ma gli  era  sempre  riuscito  di  sottrarsi  da  ogni 
molestia  \  ma  continuando  pieno  di  fanatismo 
le  antiche  corrispondenze  coi  settari,  Pio  V  Io 
considerò  come  uno  dei  capi  di  essi  :  credette 
per  ciò  cosa  della  massima  importanza  il  togliere 
di  mezzo  un  uomo  sì  pernicioso,  onder  lo  richiese 
a  Cosimo,  e  spedì  a  tale  oggetto  a  Firenze  il  mae- 
stro del  sacro  palazzo  .  Stava  il  duca  su  di  ciò 
in  gran  perplessità,  ma  vincendo  finalmente  in 
lui  il  desiderio  di  mostrarsi  zelante  della  religio- 
ne, e  guadagnarsi  la  benevol'^nza  del  papa,  fece 
consegnare  il  Carnesecchi,  che  sperava  poi  in  se- 
guilo di  far  liberare  \  ma  sostenendo  egli  negli 
esami  costantemente  le  sue  erronee  opinioni,  fu 
condannato  all'ultimo  supplizio,  nò  le  preghiere 
di  Cosimo  potettero  ammollire  il  papa,  che  però 
gli  avrebbe  perdonato  se  rilratlaYasi,ma  egli  sOr 
slenne  tino  agli  ultimi  momenti  il  suo  fanatismo, 
onde  fu  decapitato  ed  abbruciato  il  3  d'  ottobre 
del  i567  (95). 

g.  5o.  Cosimo  dopo  avere  rinunziato  il  gover- 
no si  dette  in  braccio  ad  un  dolce  riposo.  La  cac- 
cia, la  pesca,  le  coltivazioni,  le  fabbriche,  le  im- 
prese di  mercatura  e  la  marina  erano  i  soli  og- 
getti delle  sue  occupazioni.  II  suo  conlegno  col 


aaO  AVVEDIMENTI  STORICI  ^«.1566. 

tìglio  era  amorevole  e  da  privato,  ma  laleda  non 
indebolire  il  dovuto  filiale  rispetto.  Operava  nel 
duca  l'amor  paterno  e  il  desiderio  della  scambie- 
vole corrispondenza.  Ma  Cosimo  inclinato  allo 
amore  per  sensibilità  e  per  temperamento,  dopo 
la  morie  della  duchessa  non  potette  lungo  tempo 
sostenersi  senza  gustare  di  questa  passione:  giu- 
dicò degna  per  tanto  de'suoi  affetti  Eleonora  de- 
gli K\hÌ7ì  d'una  delle  ragguardevoli  famiglie  di  Fi- 
renze ,  dotala  di  rara  bellezza  e  vivacità,  la  quale, 
annuente  il  padre,  eragli  compagna  anco  nelle  vil- 
leggiature. Temette  il  principe  Francesco  che  il 
duca  potesse  inclinare  a  sposarla;  e  fu  conferma- 
to in  questo  sospetto  anche  da  un  cameriere  del 
duca  nominato  Sforza  41meni,  da  cui  fu  stimolato 
inclusive  a  far  qualche  rimprovero  di  questo  a- 
more  al  padre;  lo  che  avendo  egli  eseguito  pro- 
dusse in  Cosimo  una  si  forte  alterazione,  che 
uccise  colle  proprie  mani  il  suddetto  Sforza.  Con- 
tinuò non  pertanto  i  suoi  amori,  e  ritiratosi  con 
Eleonora  in  campagna  n'  ebbe  un  tìglio  che  si 
chiamò  don  Giovanni.  Nato  questo  tìglio,  cessò 
Tamore  di  Cosimo  per  1*  Albizi,  e  costituitole  un 
ragguardevole  patrimonio  la  dette  in  sposa  a  Car- 
lo Panciatici  (96). 

g.  5i.  INon  molto  dissimili  da  quelle  del  padre 
erano  le  inclinazioni  del  figlio  suo  F'rancesco,  per- 
chè fino  dal  i563  giunta  in  Firenze  Bianca  Cap- 
pello, gentil  donna  veneziana  delle  più  ragguar- 
devoli famiglie,fuggita  da  Venezia  col  suo  amante 
Pietro  Bonaventuri  fiorentino,  e  ricorsi  ambe- 
due alla  protezione  del  principe  per  salvarsi  dal- 


^/t.1566.         DEITEMPlMEDlCElCAP.lv.  2ai 

le  indagini  e  persecuzioni  dei  parenti  della  Bian- 
ca, non  lardò  il  principe  ad  invaghirsi  di  essa  ed 
a  tenere  con  lei  occulta  corrispondenza,  andan- 
do a  trovarla  di  notte  e  con  molla  cautela ,  fino 
a  che  non  fossero  efifettuati  i  suoi  sponsali  con  la 
arciduchessa,  dopo  i  quali  la  di  luì  passione  per 
Bianca  non  ebbe  più  alcun  ritegno.  Nominò  suo 
guardaroba  il  Bonavenluri,  ed  alloggiò  magnifica- 
mente l'amala, il  che  dette  molto  da  dire  al  pubbli- 
co, egli  alienò  in  gran  parte  Tamore  del  popolo. 
Contribuì  molto  a  confermare  il  principe  in  que- 
sta passione  il  carattere  dell'  arciduchessa  ,  la 
quale,  quantunque  non  fosse  di  mediocre  bellez- 
za, non  pertanto  i  suoi  modi  austeri  e  T  amore 
suo  malinconico,  contratto  in  forza  di  una  rigida 
educazione,  non  potevano  ispirare  amore  per  lei 
al  prìncipe  .  Egli  non  mancava  a  ciò  ch"'era  di 
dovere  verso  di  essa,  ma  il  suo  cuore  era  rivolto 
alla  Bianca,  del  che  l'arciduchessa  bene  spesso  si 
dolse  anche  con  Cosimo,  il  quale  non  lasciava 
di  consigliar  lei  ad  esercitar  prudenza  e  di  am- 
monire il  figlio,  ma  non  fu  ciò  di  alcun  profitto. 
Il  progresso  degli  avvenimenti  dimostrerà,  che 
questa  passione  finch'  ebbe  vita  fu  sempre  la 
sorgente  delle dissenzìoni  della  famiglia. In  breve 
i  due  amanti  divenuti  lo  scopo  degli  osservatori, 
divennero  ancora  la  favola  dell'Italia.  Le  arti  della 
Bianca,  e  la  debolezza  del  prìncipe  furono  1'  ar- 
gomento delle  conversazioni,  ed  il  soggetto  delle 
novelle^  produssero  il  discredito  del  suo  governo, 
il  che  finalmente  fu  causa  d'una  congiura  contro 
la  sua  persona  (97). 


aaa  avvenimenti  storici  ^/t.1ò67. 

g.  5a.  Entrò  Tanno  i567,  ed  i fiorentini, come 
tutti  i  popoli  della  Toscana, godettero  d''una  som- 
ma tranquillità,che  diveniva  dal  ben  regolalo  go- 
verno e  dal  favore  grande  che  il  duca  dimostrò 
alle  arti  ed  al  commercio,  a  vantaggio  del  quale 
provvide  in  quel  tempo  alTedifizio  del  vetriolo  nei 
territorio  di  !\Ionterotondo,e  somministrò  ragguar- 
devoli somme  ad  alcuni  fiorentini  ,  perchè  esten- 
dessero la  fabbricazione  dei  drappi  di  seta,  e  dei 
panni  lini,  ed  operò  che  in  Livorno  si  aprissero 
de'banchi  di  commercio. In  questo  tempo  Tarcive- 
scovo  di  Firenze,  Antonio  A.Itovili,  che  per  esser 
figlio  di  Bindo  era  stato  dichiarato  ribelle,  e  come 
tale  condannato^dopola  morte  del  padre  si  applicò 
a  ritornare  nella  grazia  del  duca  per  poter  venire  a 
reggere  personalmente  la  sua  chiesa.  Dopo  tante 
pratiche  ottenne  col  mezzo  del  cardinale  de'Me- 
dici  il  perdono,  e  ritornò  al  suo  gregge.  11  duca 
Cosimo  fu  ben  contento  del  di  lui  ritorno,  e  la 
diocesi  fiorentina  vide  terminare  quei  disordi- 
ni, che  per  la  lontananza  del  pastore,  la  discordia 
ed  il  vizio   introdussero  fra  gli  ecclesiastici  (98). 

g.  53.  Volendo  i  corsi  sottrarsi  dalla  sugge- 
zione  dei  genovesi  si  ribellarono,  ed  offrirono  di 
nuovo  di  darsi  a  Cosimo,  e  se  egli  ritìutavali  al 
re  di  Francia,  e  ricusando  ancor  questo  volevan 
piuttosto  chiamare  i  turchi  che  rimaner  soggetti 
ai  genovesi.  Non  era  in  vero  Cosimo  alieno  dal 
far  tale  acquisto ,  ma  prima  volle  scoprire  T  a- 
nimo  del  re  Filippo.  Prese  tempo  per  altro  pri- 
ma di  rispondere  ai  corsi,  ed  intanto  dimostrò  a 
quel  monarca  la  sua   utilità    neir  accettare  un 


Jn.iÒQl.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  1^3 

tale  invito:  che  ormai  non  polevan  più  i  genove- 
si ricuperarla,  e  che  per  conseguenza  se  il  re  di 
Francia  Facesse  accettata,  o  se  vi  fosser  chiamali 
i  turchi  dovea  ben  comprendere  qual  danno  sa- 
rebbene  ridondato  all''  Italia .  Non  ostante  però 
queste  rimostranze  del  duca,  il  re  Filippo,  pre- 
venuto già  dai  genovesi,  e  risoluto  di  non  re- 
cedere dal  trattato  di  Firenze  del  i557,  in  cui 
avea  posti  i  confini  alla  grandezza  deWIedici,  ri- 
cusò di  dare  la  sua  approvazione,  facendo  vedere 
a  Cosimo  che  non  peranco  poteva  dirsi  perduta 
quell'isola  per  i  genovesi.  Kel  caso  però  eh**  essi 
non  avessero  pensalo  seriamente  a  riparare  lo 
sconcerto,  avrebbe  pre venule  le  conseguenze,  e 
allora  non  avrebb'egli  trovala  persona  più  atta 
del  duca  e  più  confidente  per  custodire  quell'isola 
dalle  invasioni.  Rispose  dunque  Cosimo  nelTapri- 
U  ai  dodici  del  consiglio  di  Corsica,  che  non  po- 
teva con  suo  dispiacere  annuire  alla  loro  richiesta, 
poiché  imperiose  circostanze,  anche  per  il  loro 
meglio  glie  lo  impedivano.  L**  esilo  poi  fu  che 
finalmente  le  divisioni  nate  fra  loro  ristabilirono 
la  quiete  in  quelP  isola,  e  il  dominio  dei  genove- 
si (99)'  Un  avvenimento  funesto  accaduto  nel 
febbraio  del  i568  troncò  il  corso  a  molle  opera- 
zioni che  a  benefizio  dello  stalo  intraprender  vo- 
leva il  magnifico  Cosimo,e  gettò  i  suoi  sudditi  nel 
più  vivo  dolore.  Nel  giorno  28  del  medesimo  me- 
se fu  esso  duca  percosso  da  un  colpo  d''apoplessia, 
per  cui  rei>lò  offeso  in  tutta  la  parte  sinistra  del 
suo  corpo.  Ristabilito  che  fu  si  occupò  a  favorire 
le  scienze  e  le  lettere  (loo).  1 


aa4  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.1568. 

g.  54.  Il  duca  di  Ferrara  insuperabile  nell'aui- 
mosa  emulazione  della  casa  Medici,  per  la  con- 
troversia di  precedenza, con  i  mali  uffici  alle  corti, 
procurava  a  Cosimo  continue  molestie ,  perciò 
si  applicò  esso  seriamente  a  porvi  un  termine  con 
decoro.  Essendo  egli  al  possesso  della  precedenza, 
per  dichiarazione  dei  pontefici  Paolo  III  e  Pio  IV, 
di  Carlo  V  e  Ferdinando  I  imperatori,  non  am- 
metteva trattalo,  e  le  mire  delPEslense  tendeva- 
no a  rimuovere  da  Roma  il  giudizio  e  trasferirlo 
alla  dieta  imperiale.  Dappertutto  si  pubblicavano 
scritti  che  producevano  amarezza  ed  animosità 
fra  le  parti,  ed  un  così  sterile  argomento  fu  pa- 
scolo di  tutti  i  giureconsulti  e  giuspubblicisti 
del  secolo.  La  leggerezza  di  queste  controversie 
non  solo  irritava  i  litiganti,  ma  si  trasfondeva  nei 
popoli,  e  già  essendo  insorte  alcune  dispute  di 
confini  fra  "'1  dominio  di  Firenze  e  la  Garfagnana, 
si  azzuffarono  alle  frontiere  a  segno  che  fu  neces- 
sario sedarne  i  tumulti  colle  milizie.  L'imperato- 
re si  lusingava  di  ridurle  a  concordia  con  vari 
progetti  di  accomodamento,  ma  inutilmente.  Di- 
mostrava cesare  indebolita  la  sua  benevolenza 
verso  Cosimo,  ed  aveva  impegnata  la  sua  parziali- 
tà per  TEstense.  Le  querele  deirarciduchessa  Gio- 
vanna, soverchiamente  gelosa  del  marito,  produ- 
cevano neiranimo  delPimperatore  qualche  ama- 
rezza. Si  sparse  anche  voce  in  Italia  che  essendo 
il  duca  di  Ferrara  impossibilitato  ad  aver  prole, 
aveva  offerto  airimperatore  d'istituire  erede  uni- 
versale un  arciduca  suo  tìglio:  pensò  anche  Cosi- 
mo a  prevenire  la  casa  iVIedici  da  un  simil  perico- 


^«.1568.        DEITEMPIMEDICEIC.iP.lv.  2^5 

lo,  poiché  vedendo  che  il  priocipe  reggente  non 
aveva  ancora  figli  maschi,  e  temendo  che  la  poca 
intelligenza  fra  esso  e  Tarciducbcssa  non  progiu- 
dicasse alla  successione,  stabilì  il  matrimonio  tra 
don  Pietro  suo  terzo  genito  e  donna  Eleonora 
figlia  di  don  Garzìa  di  Toledo  ('oi)* 

§.  55  .Si  rinnovò  frattanto  in  Francia  da  Carlo 
IX  la  guerra  contro  gli  ugonotti,  ed  i  principi  ita- 
liani furono  richiesti  di  soccorsi.  11  duca  Cosimo 
somministrò  centomila  ducati,  ed  il  papa  delibe- 
rò di  mandare  un  soccorso  di  gente  a  tutte  sue 
spese,  e  richiese  Cosimo  a  volere  inviare  anche 
esso  delle  truppe  per  una  causa  cosi  pia,  ed  egli 
promise  di  unire  alle  truppe  ecclesiastiche  mille 
fanli  e  duecento  cavalli  (102). 

g.  56.  Ritornata  pertanto  la  causa  delle  pre- 
cedenze a  Roma,  ed  essendo  ormai  la  cosa  ridot- 
ta a  punto  d'onore,  e  l'imperatore  dimostrando  il 
suo  impegno  e  la  sua  parzialità  per  T  Estense  • 
non  lasciò  Cosimo  anche  per  queslo  di  profittare 
delPafifelto  e  confidenza  del  papa  onde  assicurarsi 
di  un  favorevole  successo.  Pio  V  annoialo  d'una 
discussione  che  poteva  apportare  delle  disgustose 
conj>eguenze,s  i  determinò  di  darijli  fine  con  eleva- 
re il  duca  Cosimo  atl  una  maggiore  dignità,  alTm- 
chè  senza  alcun  contrasto  potesse  avere  sopra 

lEstense  il  diitlo  di  precedenza.  Avendo  consi-, 
derato  quanto  esso  Cosimo  aveva  operalo  a  van-. 

taggio  della  Chiesa,  le  di  lui  premure  per  l'intima- 
zione del  concilio  di  Trento,  i  soccorsi  da  esso 
somministrati  al  gran  maestro  di  iMalla  [«er  di- 
fend'^rsi  dai  turchi,  al  re  di  Francia  per  sosleuei^ 
SL  Tose,  Tom.   10.  20 


^2.6  AVVENIMENTI    STORICI  ^rt.Ì569. 

la  guerra  contro  gli  ugouolti,  e  difendere  la  reli- 
gione cattolica,  il  rispello  per  i  sommi  pontefici, 
la  di  lui  manifesta  protezione  a  favore  degli  ec- 
clesiastici, la  di  lui  pietà  e  prudenza,  e  tante  altre 
ammirabili  virtù,  di  suo  motuproprio,  senza  dar- 
ne alcuno  avviso  alla  corte  di  Vienna,  il  di  a4 
d''agosto  del  1669  lo  dichiarò  granduca  di  Tosca- 
na, e  ordinò  che  distesa  la  bolla  fosse  in  quella 
dehneata  la  corona  reale,  della  quale  lo  decorava, 
che  per  non  incontrar  diflicollà  alle  corti  di  Fran- 
cia ,  di  Spagna  e  di  Vienna  venne  stabilito  che 
fosse  difl'erente  dalla  corona  che  usavano  quei 
monarclii,e  fu  fatta  simile  a  quella  degli  antichi  re, 
rìoe  radiala,  con  in  fronte  un  giglio  rosso  ch''è  la 
insegna  della  repubblica  fiorentina.  La  bolla  fu  se- 
gnala il  di  i6  agoato  di  quelTauno,  e  nei  primi 
giorni  del  futuro  dicembre  il  papa  la  trasmesse 
a  Cosimo  per  mezzo  di  Michele  Bonelli  suo  ni- 
pote di  sorella  accompagnato  da  due  nobili  ro- 
iiiani(io3). 

g.57.  Il  duna  Cosimo  fece  ricevere  quest'iii- 
vialo  pontificio  ai  confini  di  Siena  da  alcuni  suoi 
gentiluomini,  a  s.  C.isciano  venne  incontrato  da 
altri  signori  fiorentini,e  fuori  della  porta  di  Firenze 
erano  a  riceverlo  il  principe  Francesco  reggente 
dello  stato,  il  cardinale  Ferdinando,  e  don  Pietro 
suoi  fratelli.^  oltre  gran  numero  di  popolo  d'ogni 
condÌ2.ione  (104).  Lo  sparo  delP  artiglierìa  an- 
nunziò ringresso  delPinviato  del  papa  in  Firenze, 
ed  una  banda  di  militari  strumenti  accompagnò 
il  nobile  convoglio  al  Palazzo  Vecchio,  destinato 
ad  esso  inviato  per  sua  abitazione.  ISei  giorni  buc- 


Jin.^569.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  ^27 

cessivi  ebber  luogo  le  visite  di  formalità,  e  il  dì  i3 
del  mese  di  dicembre  nella  gran  sala  di  iietlo  Pa- 
lazzo Vecchio  fu  eseguita  la  solenne  ambasciata, 
e  la  pubblicazione  della  bolla.  Ricevetle  Cosimo 
rambasciatore  del  papa  sotto  il  Irono^  avea  d^apr- 
presso  i  6gli  e  di  poi  il  nunzio  pontificio  e  gii 
ambasciatori  residenti  della  corte  di  Ferrara  e 
della  corte  di  Lucca^dopo  di  essi  veniva  il  senato 
fiorentino,  dipoi  i  magistrati  della  città,  i  cava- 
lieri di  s.  Stefano,  e  tìnalmente  la  nobiltà  e  citta- 
dinanza. Presentò  il  Bonelli  la  bolla  pontiiicia  al 
duca  Cosimo,  dal  quale  essendo  stata  consegnata 
a  Bartolomrneo  Concini  suo  segretario  fu  da  que- 
sti letta  pubblicamente,  Lo  strepito  delTartiglie- 
ria,  i  lieti  evviva  del  popolo  per  la  città,  e  i  ge- 
nerosi doni  coi  quali  Cosimo  riconobbe  tutta  la 
sua  corte,  le  molte  grazie  che  furono  compartite 
ai  sudditi,  le  splendide  elemosine  colle  quali  v«n- 
ne  soccorsala  classe  degl'indigenti,  la  liberazione 
dalle  carceri  di  quelli  ch'erano  ritenuti  per  debi- 
to, le  pubbliche  feste  di  gioia,  tutto  contribuì  a 
render  quel  giorno  di  sommo  giubbilo  e  memo- 
rabile alla  Toscana  .  Partecipò  Cosimo  questa 
sua  dignità  a  tutte  le  corti  per  essere  ricono- 
sciuto e  trattato  nella  qualità  di  granduca  ^  e 
quasi  dappertutto  incontrò  delle  opposizioni  e 
degli  ostacoli.  Il  re  di  Spagna  Filippo  II  disse 
di  non  poter  procedere  ad  alcun  atto,  senza 
prima  ascoltare  il  suo  Consiglio.  La  corte  di  Fran- 
cia replicò  che  prima  volea  considerare  la  bolla 
pontificia,  e  l'imperatore  rispose  che  avrebbe  avu- 
to dei  riguardi  alia  [)iu:eaJLeKv«;b?.avea  colla  casa 


2a8  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1569. 

Medici.  La  corte  dTnghillena  lo  riconobbe  senza 
opposizione:  tra  i  principi  d'Italia  negarono  di  ri- 
conoscerlo i  soli  duchi  di  Ferrara  e  di  Mantova, 
il  primo  de'quali  mosse  ancora  delle  pratiche  alle 
corti  di  Vienna,  di  Spagna  e  di  Francia  per  impe- 
gnar quei  monarchi  a  perseverare  nella  negativa. 
L'imperatore  riguardò  in  quesfatto  lesa  la  -sua 
autorità,  ed  avendo  dichiarato  apertamente  di  non 
voler  riconoscere  in  Cosimo  questa  nuova  digni- 
tà, impegnò  la  corte  di  Spagna  a  seguire  il  suo 
esempio.  Queste  opposizioni  non  apprezzate  dai 
papa,  ch"'era  fermo  nelle  sue  deliberazioni,  e  da 
Cosimo  riguardate  colla  massima  indifferenza,non 
arrestarono  in  esso  l'esercizio  del  nuovo  suo  ti- 
tolo che  usò  in  tutti  gli  atti  pubblici,  esigè  il  trat- 
tamento d'altezza  serenissima  in  luogo  di  eccel- 
lenza illustrìssima  che  prima  aveva,  e  s'alzarono 
per  la  città  e  per  lo  stalo  le  armi  medicee  colla 
corona  reale  (io5). 

g.  58.  Terminate  le  feste  di  gioia  f.Tlle  per 
questo  avvenimento,  s'occupò  il  granduca  a  dare 
nuovi  attestati  delle  sue  premure  a  vantaggio  dei 
sudditi.  Tutti  gli  atti  notariali  in  Toscana  fino  da 
tempi  più  antichi  dopo  celebrati  venivano  conse- 
gnati dalnotaro  a  coloro  cui  appartenevano,  e  li 
registrava  in  un  libro  appellato  protocollo  che  re- 
stava presso  di  esso,  e  dopo  la  sua  morte  passava 
a'suoi  eredi.  Questo  sistema  produceva  dei  gran- 
di inconvenienti  per  la  perdita  che  bene  spesso  ac- 
cadeva di  detti  atti,  poiché  passando  il  protocollo 
da  una  famiglia  in  un'altra,  riducevasi  difficile  e 
spesse  volte  impossibile  di  ritrovarla  a  quei  che 


''Jn.^569.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IT.  229 

bisogno  avevano  d'estrar  la  copia  di  qualche  atto 
in  quel  registro.  Questo  male  era  slato  conosciu- 
to da  molti,  e  i  più  saggi  usarono  di  porre  negli 
archivi  ecclesiastici  i  loro  documenti  per  la  sicu- 
rezza della  loro  conservazione,  e  questa  è  la  ca- 
gione per  cui  gli  archivi  de'nostri  vescovadi,  delle 
nostre  abbazìe  e  de''nostri  monasteri  son  tanto 
abbondanti  di  scritture  che  non  interessano  i  loro 
patrimoni,  e  che  unicamente  appartengono  a  pri- 
vate fan1iglie(io6). 

g.  59.  Vide  Cosimo  V  importanza  di  stabilire 
un  luogo  dove  si  avessero  a  depositare  gli  atli  dei 
notai,  e  con  legge  del  3o  gennaio  i56i  (107)  ordi- 
nò che  venissero  consegnati  ai  ministri  dei  tri- 
bunali, e  che  da  essi  fossero  conservati.  Questa 
disposizione  riparò  in  qualche  parte  ai  disordini, 
ma  non  fu  capace  di  toglierli  affatto,  per  lo  che 
quel  principe  considerò  che  Punico  mezzo  effica- 
ce di  ottenere  la  sicura  perpetua  conservazione 
degli  atti  notariali  era  un  archivio  destinato  a  cu- 
stodirli, e  con  legge  dei  14  dicembre  1669  ne  co- 
mandò Terezione,  che  venne  senza  ritardo  ese- 
guita in  Firenze  sopra  la  magnifica  chiesa  di  s. 
Michele  in  Orto:  obbligò  tutti  i  notari  a  deposi- 
tarvi gli  originali  dei  loro  atti,  e  creò  un  magistra- 
to a  cui  ne  dette  la  soprintendenza  e  direzione. 
Quest'archivio  detto  dei  contratti  aperto  a  tutti 
è  de'più  belli   d'Italia:  in  esso  conservansi,non 
solamente  i  registri  appellati  protocolli  di  tutti 
gli  alti  notariali  celebrali  dal  giorno  che  fu  eretto, 
ma  ancora  quei  de'secolì  antecedenti,   fra*  quali 
sono  alcuni  del  secolo  decimo  terzo.  Grandissimo 


aSo  AVVENIMEI?T1   STORTCÌ  Jn,^570. 

fu  il  bene  che  fece  questo  stabilimento,  poicbè 
vennero  impediti  quei  gravissimi  danni  che  per 
lo  smarrimento  dei  documenti,  con  molta  fre- 
quenza sofferti  avevano  in  passato  le  private  fa* 
niiglie  (io8). 

g.  60.  Venuto  il  febbraio  del  1570,  Cosimo 
deliberò  di  andare  a  Roma  a  baciare  i  piedi  al 
papa,  e  ringraziarlo  di  un  così  altodono,e  offrirgli 
in  vece  ogni  suo  sapere  e  potere.  Il  dì  9  di  detto 
mese  parli  il  granduca  da  Firenze  seguito  dalla 
miglior  parte  della  nobiltà  fiorentina.  Fu  incon- 
tralo a  nome  del  pontefice  ai  confini  dai  suoi  ni* 
poli  con  gran  corteggio.  In  Roma  poi  fu  ricevuto 
da  tutta  la  corte  con  molto  onore  e  dalla  nazione 
toscana  che  vi  era  in  gran  numero,  e  arrivato  do- 
ve lo  attendeva  il  pontefice,  cioè  nella  sala  dei 
re,  fu  da  due  cardinali  presentatogli  ai  piedi,  al 
cospetto  degli  altri  cardinali  venutivi  a  concisto- 
ro. Fu  ricevuto  con  tanto  onore,  quanto  si  possa 
desiderare,  e  adagiato  nel  palazzo  del  papa  vi  di- 
morò qualche  giorno,  ricevendo  le  accoglienze  dei 
cardinali,  baroni  ed  altri  gran  personaggi.  Discorse 
«ol  pontefice  delle  cose  del  mondo,  e  delP  essere 
nel  quale  si  trovava  la  cristianità,  e  specialmente 
lo  confortò  a  mantenersi  amico  il  re  cattolico, 
dal  quale  più  che  da  altro  principe  poteva  la  re- 
ligione e  lo  stato  della  chiesa  essere  mantenuto 
grande  e  onorato,  e  ristringersi  seco  in  verace  a- 
micizia  r  una  e  Taltra  parte  utile  ed  onorevole. 
Consultate  poscia  molte  cose  a  benefizio  univer- 
sale, volle  il  pontefice  che  solennemente  in  cap- 
pella prendesse  le  insegne  della  sua  preminenza 


'Jn.iSlO.          DEITElVlPlMEDICElCAP.lv.  a3 1 

in  mezzo  dei  divini  uffici,  presenti  i  cardinali, 
di  mano  propria  gli  pose  in  capo  una  corona  rea- 
le, e  gli  dette  in  mano  lo  scettro  e  quindi  lo  be- 
nedisse (109).  In  tal  maniera  lo  pose  in  pieno 
possesso  della  sua  dignità,  non  ostante  che  Tam- 
basciatore  imperiale  esponesse  che  TEtruria  ap- 
parteneva di  drillo  a  cesare  Massimiliano  II,  e 
al  re  caltolico:  che  il  duca  di  Firenze  non  posse- 
deva Siena  che  come  feudatario  di  Carlo  V.  Lo 
ambasciatore  protestava  direttamente  contro  la 
ammissione  dello  scettro  e  degli  ornamenti  reali 
dati  a  Cosimo,  e  chiedeva  che  un  tal  reclamo  fos- 
se Ietto  davanti  ai  cardinali  adunati  in  concisto- 
ro (  Mo).  Il  papa  rispose  che  ciò  faceva  perchè  sa- 
peva di  poterlo  fare  legittimamente,  e  quanto  si 
conveniva  in  quel  luogo.  D'allora  in  poi  tutto  andò 
a  seconda  del  volere  di  Cosimo.  A.  questa  coro- 
nazione non  intervennero  ambasciatori  di  princi- 
pi, chi  per  un  conto  e  chi  per  un  altro,  scusan- 
dosi tutti  colla  prolesta  di  non  voler  far  cosa  che 
fosse  contro  la  volontà  di  cesare  (i  11). 

g.  61.  Trattenendosi  Cosimo  in  Roma,  non 
furono  sola  sua  cura  le  pompe  ed  i  titoli,  ma  si 
applicò  a  promuovere  una  impresa  da  proporsi  dal 
papa  a  tutti  i  principi  delPEuropa^ed  era  di  por- 
re un  argine  alla  forza  formidabile  dei  turchi  che 
tenevano  in  apprensione  runiversale,e  che  si  era- 
no già  impossessati  delP  isola  di  Cipro.  Abbracciò 
subito  il  papa  il  piano  fatto  dal  granduca  per 
questa  impresa.,  e  ne  cominciò  il  trattato  col  re 
di  Spagna  e  colla  repubblica  di  Venezia,  ai  quali 
più  che  ad  ogni  altro  doveva  ciò  importare.  Dopo 


aSa  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1570. 

tutto  questo  determinò  di  tornare  nei  suoi  stati, 
e  partito  da  Roma  il  di  i3  marzo  prese  il  cam- 
mino verso  Siena,  visitò  Monlalcino,  dove  avea 
ordinate  delle  forlificazioni,e  finahnente  il  dì  1 7  di 
marzo  si  ridusse  in  Siena,  dove  fu  accolto  da  tutti 
con  molto  giubbilo,  e  di  qui  si  restituì  a  Firen- 
ze incontrato  soltanto  dal  figlio  e  dalln  nuora  . 
Non  volle  nessun  apparato  di  pompa  e  di  ricevi- 
mento solenne  per  non  irritare  maggiormente  Io 
imperatore  che  stima  vasi  ingiuriato  sì  da  lui  che 
dal  papa  (tia). 

g.  62.  Erano  già  passati  due  anni  che  Cosimo 
avea  contratta  una  confidente  amicizia  con  Cam- 
milla  d'Antonio  Martelli  dotala  d'una  straordinaria 
bellezza,  e  dalla  quale  nel  29  maggio  i568  aveva 
avuta  una  figlia,  a  cui  era  stato  dato  il  nome  di 
Virginia.  Questa  nel  i5S5  fu  sposata  a  don  Ce- 
sare d'Este  duca  di  Ferrara  ,  e  morì  duchessa  di 
Modena  nel  i6i5(ii3).  Ora  nell'aprir  Cosimo  a 
Pio  V  la  sua  coscenza,  fu  dal  medesimo  obbligato 
a  sanare  col  matrimonio  una  condotta  indegna 
d'un  principe  cattolico.  Ritornato  in  Firenze,sen- 
za  partecipare  al  tìglio  la  sua  risoluzione,  il  dì  29 
marzo  sposò  nel  suo  palazzo  dei  Pitti  alla  pre- 
senza del  parroco  la  Cammilla  Martelli,  pubblican- 
do per  sua  figlia  Virginia.  Dispiacque  molto  al 
prìncipe  reggente  una  tal  nuova,  ma  pure  dissi- 
mulò, tanto  più  che  per  non  offendere  Tarcidu- 
chessa  avea  Cosimo  dichiarato  che  la  Cbmmilla 
non  dovesse  assumere  né  autorità,  né  titolo,  né 
prerogative  di  granduchessa:;  e  per  maggior  prova 
di  ciò  egli  ritirossi  tosto  eoa  essa  in  campagna, 


^n.1570.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  a33 

licenziando  la  corte,  e  riducendosi  a  vivere  pri- 
valamente  (ii4)-  Questo  matrimonio  non  arrecò 
a  Cosimo  quella  tranquillità  che  andava  cercan- 
do, poiché  oltre  avere  incontrali  spiacenlissimi 
rimproveri  per  parte  dell'imperatore,  non  trovò 
corrispondenza  nella  sua  compagna,  la  quale  per 
la  sua  età  giovanile  non  sentiva  affetto  per  il 
vecchio  che  Taveva  elevala  a  più  splendida  e  feli- 
ce condizione  (ii5).  In  quest'anno  i570Ì  lucchesi 
riacquistarono  per  sentenza  il  monte  di  Gragno. 
Lucca  fu  sgravata  da  una  correspettivilà  in  dana- 
ro verso  i  barghigiani  di  scudi  i3o  d'oro  alPan- 
no  .  Una  tal  sentenza  non  dovette  riuscir  grave 
a  Cosimo  per  la  poca  importanza  della  questione 
rispetto  a  lui  (i  i6). 

g.  63.  NelPautunno  del  lÒyi  incominciò  il  du- 
ca Cosimo  ad  essere  cagionoso,  e  nelPenlrare  del- 
Pinverno  andava  perdendo  la  sua  naturale  robu- 
stezza. Egli  si  tratteneva  a  Pisa  non  tanto  per 
indisposizione  di  salute,  quanto  per  sollecitare  la 
fabbrica  debile  galere  che  servir  dovevano  per  il 
pontefice.  Al  porto  di  Livorno,  per  sicurtà  delle 
galere  e  delle  barche  che  vi  si  fermavano,  imprese 
a  fondare  il  molo  con  molla  spesa  facendovici  con- 
durre gran  quantità  di  pietre  quadre  di  smisurata 
grandezza  per  resistere  alla  furia  delle  onde(i  17). 
Cosimo  per  la  morte  del  papa,  accaduta  nel  mer- 
zodel  1572,  fu  nuovamente  involto  nelle  pratiche 
del  conclave  per  avere  un  papa  che  gli  fosse  fa- 
Torevole,corae  i  due  precedenti.Gli  riuscì  pertanto 
di  far  avere  Pesclusiva  al  cardinal  Farnese  suo  ca- 
pitale nemico,  ed  avendo  potuto  riunire  i  due  par- 


a34  iVVENIÌIENTl  STORICI  JnJ512. 

liti  del  cardinali,  creature  di  Pio  IV  e  di  Pio  V, 
venne  eletto  concordemente  il  di  3  di  maggio  in 
pontefice  il  cardinale  Bonconipagni  col  nome  di 
Gregorio  XIII.  delezione  di  questo  pontefice  in- 
coraggi Pimperatore  a  rinnovare  le  sue  proteste 
contro  il  granduca,  ma  quel  savio  pontefice  in- 
vece di  disprezzare  Toperato  del  suo  antecessore, 
accordò  al  granduca  il  trattamento  dovutogli,  e 
gli  dimostrò  la  sua  propensione  e  parzialità.  In-p 
irodusse  per  mezzo  de*'suoi  nunzi  delle  amiche- 
voli pratiche  alla  corte  di  cesare  e  del  re  cattoli- 
co ,  che  restarono  sospese  per  la  morte  che  non 
molto  dopo  tolse  dal  mondo  il  granduca,  ma  che 
furon  ri()rese  da  Francesco  suo  figlio  come  ve- 
dremo (ii  8). 

g.  64.  In  tutto  il  rimanente  delTanno  i573  non 
occorse  in  Toscana  alcuna  cosa  d'importanza 
poiché  l'affare  della  precedenza  e  del  titolo  segui- 
tava sempre  senza  alcuna  precisione^  imperocché 
rimperatore  e  il  re  di  Spagna  secondando  le  occa- 
sioni sembravano  ora  aderire  all'istanza  del  papa 
e  di  Cosimo,  ed  ora  gli  intrighi  del  duca  di  Ferrara 
li  allontanava  .  Soltanto  il  feudo  di  Pitigliano 
porgeva  delle  inquietudini,  ma  essendo  cosa  di 
poco  rilievo  Cosimo  defini  la  disputa  colTappro- 
vazione  del  re  di  Spagna  (119). 

g.  65.  Per  quanto  il  granduca  Cosimo  avesse 
sul  finire  delPanno  iSja  superata  in  Pisa  per 
mezzo  di  lunga  cura  una  grave  malattia,  derivala 
da  un  assalto  apopletico,  ed  avesse  fatto  sperare 
d*esser  tornato  a  godere  della  prima  sanità,  cad- 
de dopo  breve  tempo  di  nuovo,  forse  per  gli  stra- 


"Jn'JSll*  DEI  tEMPI  MEDICEI  GAP.  IV.  aàS 

pazzi  della  caccia  e  per  la  soverchia  applicazione, 
nella  sfessa  infermità:  ricorse  al  medesimo  me- 
dicamento, dal  quale  non  avendo  rliralto  mol- 
to giovamento,  si  porlo  per  consiglio  dei  medici 
ai  bagni  di  s.  Casciano  nello  stato  senese,  i  quali 
non  avendo  arrestali  i  progressi  della  malattia  , 
era  dalla  medesima  sempre  più  aggravato,  e  final- 
mente nel  giorno  ai  d""  aprile  nel  palazzo  di  sua 
residenza  detto  dei  Pitti  cessò  di  vivere  in  età  di 
54  anni  con  dolore  della  corte  e  del  popolo.  Il  suo 
cadavere  con  abito  e  corona  reale  fu  esposto  per 
due  giorni  alla  visla  del  popcdo  in  una  sala  pa- 
rala a  lutto  del  suo  palazzo  di  residenza.  Il  terzo 
giorno  dopo  la  sua  morte  fu  dai    cavalieri  di  s. 
Stefano  accompagnato,  e  dai  religiosi  minori  os- 
servanti fu  portato  alla  chiesa  di  s.  Lorenzo,  do- 
v'ebbe sepoltura.  Nel  giorno   17  maggio  furono 
celebrate  solennemente  le  di  lui  esequie  colTin- 
terventodi  tutte  le  persone  qualificale.  Altre  ese- 
quie gli  vennero  fatte  in  molle  chiese  di  Firenze, 
e  nelle  principali  di  tutte  le  città  e  terre  del  gran- 
ducato (  120). 

^.66.  Dal  1537  al  1569  pubblicò  29  editti  con- 
tro i  ribelli  tutti  spiranti  furore  .  La  confisca  e- 
stendevasi  fino  ai  beni  pervenuti  o  acquistati 
dagli  ascendenti  dei  rei  dopo  commesso  il  delit- 
to. Dal  i537  al  i563  avea  pubblicalo  Cosimo  43 
editti  per  togliere  ai  fiorentini  ogni  mezzo  di 
squolere  il  giogo,  coi  quali  furono  molli[)licati  i 
bargelli,  determinate  le  prigioni  di  rilegazione  ed 
istituito  un  magistrato  di  vigilanza.  Ivi  si  legge  che 
era  condannalo  al  taglio  della  mano  chi  si  tro- 


a56  AVVENIMENTI    STORICI  AnA^ll» 

vava  per  le  vie  di  Firenze  da  sera  a  maltina,  e  si 
permetteva  di  uccidere  chiunque  usciva  di  casa 
o  di  bottega  in  momento  di  tumulto.  Tali  editti 
manifestano  in  quali  condizioni  era  il  paese,  giac- 
ché non  si  pubblicano  che  quando  è  necessario. 
3Xel  i54o  molti  fiorentini  erano  condannati  a 
morte  in  contumacia  per  delitto  di  stato.  Fu  odio- 
sissimo ai  suoi  concittadini  ,  ma  non  si  può  dire 
lo  slesso  degli  altri  toscani,  i  quali  anzi  con  grave 
fallo  politico  trattali  come  schiavi  dairaniica  re- 
pubblica,  vedevano  di  miglior  occhio  un  uomo 
che  avea  loro  slesa  una  mano  benefica  .  Tali  fu- 
rono i  mezzi  che  Cosimo  impiegò  per  fondare  e 
consolidare  il  principato,  sedare  le  dissensioni,  e 
lasciare  ai  suoi  discendenti  un  popolo  mansue- 
to (121).  Domati  i  ribelli,  spenti  i  traditori,  umi- 
liati i  rivoltosi  ed  estinti  i  debiti  contratti  coi 
mercatanti  di  Fiandra  e  di  Genova  ascendenti 
ad  un  milione  di  ducati  ,  ed  afforzatosi  per  tal 
modo  nel  governo  del  dominio  che  gli  era  stato 
dato  ,  e  di  quello  che  si  era  conquistato  ,  pose 
mente  a  mantenerseli  ed  a  migliorarli.  Con  sif- 
fatti intendimenti  avea  risarciti  tulli  gli  antichi 
forti  di  Toscana,  e  guarnita  di  torri  la  marina  e 
tutti  i  luoghi  avea  provveduti  di  viveri,  di  arti- 
glierìa e  di  provvisioni,  come  se  fosse  imminente 
la  guerra.  A.lla  morte  di  Cosimo  ninna  città  del 
dominio  mancava  di  fortificazioni,  e  Firenze  ave- 
va già  due  fortezze. Le  forze  di  terra  ascendevano  a 
06000  uouìini  e  quelle  di  mare  a  16  galere,  otto 
delle  quali  armate,  quattro  da  armarsi  facilmente, 
e  quattro  api)artencnti  alla  religione  di  s.  Stefa- 


ì 


'AnASl2,  t»El  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IT.  nZj 

no  (122).  La  sua  politica  in  tempi  cosi  dìflkoili  fu 
ammirabile,  e  seppe  rendersi  assoluto  con  tutto 
che  paresse  dipendente,  e  l'unione  di  lui  fatta  coi 
tre  ultimi  pontefici  gli  dette  una  preponderanza 
tale,  che  obbligò  i  più  grandi  sovrani  d'Europa  ad 
avergli  molti  riguardi,  e  bene  spesso  ad  avere  a 
lui  ricorso  in  differenti  circostanze,  taulo  per  gli 
affari  politici  quanto  per  la  guerra.  Gli  uomini  di 
lettere,  gli  eccellenti  artisti  formavano  la  sua  do- 
mestica conversazione,  ed  il  suo  genio  fece  rina- 
scere in  Firenze  la  letteratura  e  le  arti.  Era  Co- 
simo di  temperamento  collerico,  ma  giusto,  e  se 
fu  talvolta  crudele  conviene  anche  attribuirlo  ai 
tempi  e  ad  esser  egli  stalo  il  primo  dominatore 
d'una  repubblica  (ia3)  .  E  se  versogli  estremi 
suoi  anni  non  avesse  con  atti  d**  incontinenza  e 
di  crudeltà  in  qualche  parte  adombrala  la  chia- 
rezza delle  sue  virtù,  pochissimi  principi  dei  più 
lodati  secoli  si  sarebber  con  lui  potuti  paragona- 
re (124)*  I^  regno  di  questo  principe  si  rese  me- 
morabile alla  Toscana^  tanto  per  le  grandi  vicen- 
de alle  quali  fu  sottoposta  ,  quanto  perchè,  dopo 
tanti  mali,  s**  inalzò  ad  un  punto  di  grandezza  e 
di  splendore  da  risvegliare  l'ammirazione  e  Tin- 
vidia  degli  altri  principi  d'Italia  (i25). 

g.  67.  Lo  stesso  giorno  in  cui  il  granduca  Co- 
simo manx:ò  di  vita,  la  sua  sposa  Cammilla  Martelli 
per  ordine  del  successore  nel  granducato  fu  ob- 
bligata, contro  sua  voglia,  a  trasferirsi  nel  njona- 
stero  delle  Murale  di  Firenze,  ed  aggiunse  alPaf- 
lliziune  che  aveva  per  causa  della  morte  del  ma- 

Sl,   Tose,  Tom,  10.  ,  ..  .     ,,  ,  21  ,,. 


238  ÌVVEIMME??TI    STORICI  ^/I.1572. 

rito  quella  della  perdila  della  libertà  ,  di  che  fu 
doleiilissinia,  quantunque  mitigata  fosse  da  molte 
dimostrazioni  di  onore  ,  posciachè  oltre  cinque 
donne  di  servizio  ,  altrettante  dame  le  vennero 
date  in  sua  compagnia.  Dopo  cinque  mesi  di  con- 
tinuo pianlo  il  gianduca  Francesco  fecegli  offrire 
il  cambio  col  monastero  di  santa  IVIonaca  ,  ove 
essa  Cammilla  era  slata  educala,  che  T  accettò 
Tolentieri,  e  nel  quale  passò  la  sua  vita  vedovi- 
le (126). 

g.68.  Supersliti  a  Cosimo  rimasero  in  famiglia 
tre  figli  legittimi.^  cioè  il  principe  Francesco,  don 
Ferdinando  e  don  Pietro  con  i  due  naturali  don 
Giovanni  e  donna  Yirginia.  Colle  ultime  sue  di- 
sposizioni testamentarie  Cosimo  provvide  al  con- 
veniente trattamento  di  tutti  ,  e  perciò  al  cardi- 
nale don  Ferdinando  lasciò  una  rendita  di  5oooo 
ducali  alPanno  ,  ed  altrettanti  ne  assegnò  a  don 
Pietro,  che  nell'età  di  anni  venti  già  trovavasi  pa- 
dre di  un  tìglio  per  nome  Cosimo  avuto  da  Eleo- 
nora di  Toledo  sua  consorte.  Raccomandò  alla 
tutela  di  Francesco  don  Giovanni  durante  l'età 
minore  di  esso,  a  cui  costituì  aoooo  ducati  di  ren- 
dita alFanno,  e  lasciò  un  fondo  di  140000  ducati 
alla  Martelli,  e  7000  di  rendita  annua,  con  tutte 
le  gioie  e  tulli  i  beni  mobili  di  cui  Taveva  fatta 
padrona, a  condizione  che  alla  morte  di  lei  fossero 
devoluti  alla  figlia  Virginia,  alla  cura  della  quale 
unicamente  la  raccomandava  (127).  Trovò  il  gran- 
duca Francesco  nella  eredità  delPestinto  genitore 
la  somma  di  scudi  800000  di  denaro  effettivo  , 
una  quantità  di  gioie  del  valore  di  178902  scudi, 


^«.1572.  DEI   TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  aSg 

moltissimi  argenli  lavorati ,  e  uon  pochi  capitali 
iinpiegali  nel  commercio  (ia8). 

g.  69.  Dagli  antenati  di  Gosìino  le  lettere  e  le 
scienze  erano  slate  fatte  risorgere  nella  Toscana, 
traendole  dalle  tenebre  della  ignoranza ,  ma  du- 
rante il  governo  di  lui  furono  coltivate  con  tanto 
fervore  che  pervennero  alla  perfezione .  Poeti , 
oratori  e  storici  che  scrissero  in  quel  tempo  ed 
anche  per  commissione  dello  stesso  Cosimo  lo  im- 
mortalarono, e  gran  quantità  di  libri  intitolarono 
a  nome  di  luì.  Zelante  Cosimo  del  progresso  delle 
lettere  e  delle  scienze  fondò  l'Accademia  fioren- 
tina ,  restaurò  lo  studio  in  Pisa,  aprendovi  una 
Sapienza  con  quaranta  posti  gratuiti  per  incorag- 
gimento  dei  poveri  studiosi,  protesse  l'Università 
di  Siena,  e  dette  professori  dottissimi  a  quella  di 
Firenze  .  Col  disegno  del  Buonarroti  fabbricò  la 
librerìa  di  s.  Lorenzo,  che  poi  terminala  dalPAm- 
mannato  e  ripiena  di  preziosi  codici  di  antichi 
scrittori  aprì  al  pubblico.  Formò  in  Firenze  ed  in 
Pisa  un  giardino  bottanico,  cui  fece  presedere  il 
celeberrimo  Andrea  Cesalpino:  protesse  la  nautica, 
raslronomia  e  l'agricoltura.  In  una  parola  le  let- 
tere e  le  scienze  trovarono  in  lui  un  fervoroso 
fautore,  ed  i  dotti  uno  splendido  ed  intelligente 
mecenate  (12,9). 

g.  70.  Valentissimi  e  sommi  artisti  vivevano  al 
tempo  di  Cosimo,  cosicché  fu  peresso  agevol  cosa 
appagare  quella  passione  che  sentiva  vivissima 
di  proteggere  le  arti,  commettendo  a  questi  delle 
opere,  le  quali  mentre  aumentavano  splendore  e 
bellezza  alla  città,  eternassero  la  memoria  della 


0.^0  AVVEDIMENTI  STORICI  Ari  Abolir 

protezione  che  egli  accordava  alle  arti  ed  atte- 
stassero all'età  future,  come  a  buon  dritto  questi 
artisti,  che  la  Toscana  allora  fortunatamente  il- 
lustrava, ottenuto  avessero  tanta  celebrità.  Sol- 
lecito Cosimo  dì  mostrarsi  quafera  amantissimo 
delle  belle  cose ,  faceva  erigere  a  Giorgio  Vasari 
aretino  scultore,  pittore  ed  architetto  le  scale 
e  la  fonte  del  cortile  del  palazzo  ducale ,  a  lui 
faceva  dipingere  il  gran  salone  di  esso,  dove 
r  artista  rappresentò  le  imprese  gloriose  della 
guerra  di  Siena,  e  col  disegno  e  la  direzione  di 
lui  fabbricava  il  grandioso  palazzo  dei  tredici  ma- 
gistrati ,  (  g^li  ufBzi  ) ,  e  le  logge  della  pescherìa 
in  mercato  vecchio  .  A  Bernardo  Tasso  faceva 
inalzare  il  magnifico  loggiato  di  mercato  nuovo  5 
alPAmmannato  affidava  la  costruzione  del  bellis- 
simo ponte  a  s.  Trinità  ,  e  V  ingrandimento  del 
palazzo  che  avea  comprato  da  Luca  Pitti  ,  e  nel 
quale  trasferì  la  sua  residenza  ,  ed  al  Fancelli  e 
ad  altri  scultori  commetteva  T  abbellimento  del 
famoso  giardino  di  Boboli  con  statue  d''ogni  ge- 
nere. Al  Bandinelli  faceva  inalzare  il  coro  nella 
cattedrale  di  Firenze;  la  base  storiala  nella  piaz- 
za di  s.  Lorenzo,  sulla  quale  dovea  collocarsi  la 
statua  di  Giovanni  dei  Medici  di  lui  padre,  e  or- 
dinava la  fabbricazione  dei  palazzo  ducale  in  Pi- 
sa .  A  Benvenuto  Cellini  faceva  scolpire  varie 
statue  per  adornare  la  piazza  granducale,  ed  altri 
luoghi  della  città,  tra  le  quali  ècelebre  quella  del 
Perseo,  statua  in  bronzo  collocata  sotto  le  logge 
dei  Lanzi.  Opere  pur  di  bronzo  furono  la  fontana 
che  fece  inalzare  nella  piazza  e  l'acquedotto  per 


'JnA512,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IV.  S^f^l 

condurvi  1'  acqua ,  la  fabbrica  deirarchìvio  sulla 
loggia  di  Or  s.  Michele  per  conservarvi  con  raag- 
gìor  sicurezza  i  contratti ,  i  testamenti  e  quanto 
dipende  dai  rogiti  dei  notari.  Allo  stesso  Cosimo 
si  deve  ancora  la  fabbricazione  del  lunghissimo 
corridore  che  dal  palazzo  Pitti  conduce  alpalazio 
Vecchio,rinnaIzamento  delle  colonne  nelle  piazze 
di  santa  Trinità  e  di  s.  Felice  ,  e  finalmente  la 
fabbricazione  di  molte  chiese  e  conventi,  cose 
tutte  che  tanto  dignitosamente  abbellirono  la  cit- 
tà.Onde  però  le  belle  arti  non  decadessero,e  tutti 
potessero  occuparsene,  Cosimo  fondò  PA-ccademia 
del  disegno,  che  avendo  per  padre  e  maestro  Mi- 
chelangiolo  ben  presto  dette  alla  luce  artisti  ed 
opere  degne  di  tanto  direttore  (i3o). 


NOTE 

(1)  ijesarctti,  Storia  del  principato  di  Piombino  voi. 
II,  cap.  vili.  (2)  Galluzzi  ,  Storia  del  granducato  di 
Toscana^  voi.  ii,  lib.  ii,  cap.  v.  (3)  Cicciaporci,  Com- 
pendio della  storia  fiorentina  ,  p.  1  40  .  (4)  Galluzzi 
cit.  (5)  Ivi,  cap.  VI.  (6)  Ivi.  (7)  Ivi.  (8)  Ivi.  (9)  Ivi. 
f10)  Mazzarosa,  Storia  di  Lucca,  voi.  ii  ,  lib.  vii,  p. 
87.  (11)  Beverini,  Memorie  cronologiche  della  città  di 
Lucca  cavate  dagli  annali  ,  an.  1556.  (12)  Cantini, 
Vita  di  Cosimo  I,  p.  318.  (13)  Adriani,  Storia  dei 
suoi  tempii  voi.  v,  lib.  xiv^  p.  215.  (14)  Pecci,  Me- 
morie storico-critiche  di  Siena,  voi. IV,  p.290.  (15)  Mu- 
ratori, Annali  d'Italia  ,  an.  1557.  (16)  Pecci  cit.  p. 
298.  (n)  Cantini  cit.  p.  321.  (18)  Sismondi^  Storia 

ai* 


a42.  AVVENIMENTI    STORICI 

delle  repubbliche  italiane,  voi.  xvi^  cap.  Cxxil,  p.  1SS. 

(19)  Cantini,  Legislazione  toscana  ,   voi.  in,   p.    223. 

(20)  Cantini,  Vita  di  Cosimo  cit.  p.  325.  (21)  Canti- 
ni, Legislazione  cit.  p.  132.  (22)Gallnzzì  cit.  ap.  Can- 
tini, Vita  di  Cosimo  Icit.  p.  324,  (23)  Deliberazioni 
dei  consoli  dell'arte  della  lana  e  della  seta.  (24)  Can- 
tini, Vita  di  Cosimo  cit.  p.  325.  (25)  Ivi.  {26)  Ivi,  p. 
326.  (27)  Libro  della  deliberazione  della  balìa  di  Siena 
del  19  luglio  an.  iiu  (28)  Ammirato,  Storia  fiorentina, 
supplemento  al  libro  xxxiv.  (29)  Adriani  cit.  voi.  v, 
]ib.  XV,  pag.  234.  (30)  Cantini,  Legislazione  cit.  vol# 
III,  p.  112.  (31)  Cantini,  Vita  di  Cosimo  I  cit.  p.  330. 
(32)  Adriani  cit.  p.  232.  (33)  Cantini^  Vita  cit.  p. 
331.  (34)  Manente,  Storia  d'Orvieto,  p.  332.  Adriani 
cit.  ap.  Cantini^  Vita  cit.  pag.  332  .  (35)  Ferrini^ 
Compendio  di  storia  della  Toscana  ,  ep.  v  ,  5»  '^^  » 
(36)  Cicciaporci  cit.  lib.ii,  p.l62.  (37) Guidetti,  Com- 
pendio della  storia  di  Toscana, voi. ii,  cap.  i,  e  Ferrini 
cit.  §.  14.  (38)  Ferrini  cit.  J.  13.  (39)  Adriani,  Cini 
e  Pecci,  ap.  Cantini  cit.  p.  341.  (40)  Adriani  cit.  ap. 
Cantini  cit.  p.  342.  (41)  Adriani  cit.  ap.  Cantini  cit. 
p.  343.  (42)  Cantini  cit.  p.  345.  (43)  Cantini,  Legi- 
slazione cit.  p.  235.  (44)  Cini,  ap.  Cantini,  Vita  cit, 
p.  347.  (45)  Muratori  cit.  an.  1558.  (46)  Notizie  iel- 
rerarie  ed  istoriche  intorno  agli  uomini  illustri  del- 
Faccademia  fior.  part.  ì,  p.  81.  (47)  Cantini  cit.  p. 
349.  (48)  Spannagel^  Notizie  della  vera  libertà  fioren- 
tina, parte  il,  cap.  xxiv^  §.  3.  (49)  Cantini  cit.  p.  352. 
(50)  Cicciaporci  cit.  lib.ii,  p.  168.  (51)  Cantini  cit.  p. 
353.  (52)  Litta,  Nota  della  famiglia  dei  Medici  e  del 
principio  della  repubblica  fior.  tav.  xiii  .  (53)  Gal- 
luzzi  cit.  voi.  II  ,  cap.  vili  .  (54)  Cicciaporci  cit.  p. 
170.  (55)  Galluzzi  cit.  voi.  ii,  lib.  iii,  cap.  i.  (56)  Ivi. 

(57)  Ammirato  cit.  voi.  xi,  parte  i,  lib.  xxxiy^  p.  250. 

(58)  Galluzzi  cit.  (59)  Alberi,  Relazioni  degli  amba- 
sciatori veneti,  ser.  ii^  voi.  i,  p.  371,not.  1.  (60)  Gal- 
luzzi cit.  (61)  Muratori  cit.  an.  1560.  (62)  Cini^  ap. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IV.  ^4^ 

Cantini  cil.  p.367.  (63)  Cantini  eli.  (64)Muralori  cit. 
an.i561.{65)  Cicciaporci  lib.  n,  cit.  p.  173.  (66j  GhI- 
luzzi  cit.  voi.  HI,  lib.  Ili,  cap.  ii.  (67)  Firenze  antica  e 
moderna  illustrata,  voi.  vii,  cap.  xxii.  (68)  Cantini 
cit.  p.  394.  (69)  Cantini,  LegisIazionecit.voI.lv,  p. 
304.  (70)  Cini^  ap.  Cantini,  Vita  cit.  p.  451  .(71)  Can- 
tini cit.  (72)  Istoire  universeile  ,  liv.  xxiv  ,  eh.  ii. 
(73)  Mecatti,  Storia  cronologica  della  città  di  Firenze, 
part.ii,  an.  1562.  (74)  Botta,  Hist.  ap.  Artaud,  V  u- 
nivers  pittoresque.  Europe,  voi.  ii  ,  Italie  ,  p.  265. 
(75)  Cicciaporci  cit.  p.  175.  (76)  Cini,  ap.  Cantini 
cit.  (77)  Galluzzi  cit.  (78)  Cini,  ap.  Cantini  cit.  p. 
412.  (79)  Galluzzi  cit.  lib.  in,  cap.  iii.  (SO)  Cantini 
cit.  p.  432.  (81)  Adriani  cit.  voi.  vi,  lib.  xvii,  pag. 
249.  (82)  Cicciaporci  cit.  p.  \n6.  (83)  Cantini,  Legi- 
slazione cit.  voi.  v,  pag.  105.  (84)  Cantini  ,  Vita 
cit.  pag.  440,  e  Cicciaporci  cit.  pag.  117.  (85)  Cic- 
ciaporci cit.  (86)  Galluzzi  cit.  (87)  Cicciaporci  cit. 
p.  178.  (8S)  Ivi.  (89)  Mecatti  cit.  part.  ii,  an.  1565. 
(90)  Cantini  cil.  p.  443.  (91)  Ivi,  p.  4.48.  (92)  Fer- 
rini cit.  ep.  v  ,  §.  19.  (93)  Muratori  cit,  an.  1565. 
(94)  Cantini  cit.  p.  452.  (95)  Cicciaporci  cit.  p.  182. 
(96)  Galluzzi  cil.  lib.  ni,  cap.  iv.  (97)  Ivi.  (98)  Can- 
tini cit.  p.461.  (99)  Cicciaporci  cit.  p.  184.  (lOO)Gio- 
vanniFeiro  de  Rotari,  Teatro  delle  imprese. (101  )  Gui- 
detti cit.  voi.  II,  cap.  VII.  (102)  Cicciaporci  cit.  lib. 
II,  p.  185.(103)  Diario  MS.  delle  cose  di  quel  tempo. 
Cini, Vita  di  Cosimo  de'Medici  primo  granduca  di  To- 
scana, lib.  VII,  p.  483.  (104)  Diario  cit.  (i05)  Cantini, 
Vita  di  Cosimo  cit.  p.469.  (106)  Ivi.  (107)  Cantini,  Le- 
gislazione cit.  voi.  IV,  p.  263.  (108)  Cantini,  Vita  cit. 
p.  470.  (109)  Adriani  cit.  voi.  vii,  lib.  xx,  p.  261. 
(110)  Artaud  cit.  tom.  ii,  pag.  259.  (111)  Adriani  cil. 
(112)  Cicciaporci  cit.  p.  189.  (113)  Cantini  cit.  p. 
474.  (114)  Cicciaporci  cit.  (115)  Ferrini  cit.  J.  21  . 
(116)  Mazzarosa  cil.  voi.  ii,  lib.  vn,  p.  91.  (117)  Mc- 
calli  cil.  an.  1571.   (118)  Cantini  cil.  p.  484,  e  Cic- 


a44  AVVENIMENTI  STORICI 

ciaporci  cit.  p.  191.  (119)  Galluzzi  cit.  lib.  iii^  cap. 
vili.  (120)  Cantini  cit.  p.  493.  (121)  Lilla  cit.  lav.xiii. 
(122)  Ferrini  cit.  ep.  v,  J.  22  .  (123)  Cicciaporci  cil. 
lib.  II,  p.  193.  (124)  Ammirato  cil.  voi.  xi^  parte  ii, 
lib.  XXV,  p.  358.  (125)  Cicciaporci  cit.  lib.  ii,  p.  193. 
(126)  Cantini  cit.  p.  494  .  (127)  Ferrini  cil.  J.  22  . 
(128)  Mercati  ,  Spogli  di  scrittori  nell'archivio  delle 
reali  possessioni,  ap.  Cantini  cit.  p.  496.  (129)  Fer- 
rini cit.  §.  23.  (130)  Ivi,  J.  24. 


DEI    TEMPI    MEDICEI.  2.^5 


(Bii]PItS(D}LI>    T9 


•0- 


Jn.  1572  di  G,  Cr. 

J.  I.  J-ia  morie  del  granduca  Cosimo  non  produsse 
una  sensibile  mutazione  nel  sistema  della  Tosca- 
na, perchè  il  successore  Francesco  (a)  già  assuefat- 
to al  governo,  non  variò  cosa  alcuna  del  ministero 
e  della  costituzione.  Pacifico  fu  il  suo  islallamento 
sul  trono,  per  cui  venne  riconosciuto  dal  senato 
e  dagli  altri  magistrati  di  Firenze  per  legittimo 
erede  del  granducato  ,  e  pel  nuovo  sovrano  dei 
popoli  dì  Toscana  (i).  Egli  fu  fedele  esecutore 
delle  ullime  disposizioni  di  suo  padre  a  riguardo 
dei  fratelli  e  di  tutti  gli  altri  in  esse  considerati, 
eccetto  la  Gammilla  Martelli  ,  verso  la  quale  si 
portò  aspramente,  malgrado  delle  preghiere  di  tan- 
ti che  intercedevano  per  lei.  Nel  principio  del  suo 
governo  pose  ogni  studio  per  soddisfare  in  lutto 
ai  desideri  de'suoi  fratelli  cardinale  Ferdinando  e 
don  Pietro^  ma  di  breve  durala  fu  la  buona  ar- 
monia tra  essi,  ed  in  poco  d*ora  da  lui  si  aliena- 
rono (i).A.manle  Francesco  della  quiete,  non  avea 

(a)  Ved.  lav.  CXXXVl,  N.  3. 


a46  AVVENIMENTI  STORICI  AnA^12, 

coraggio  di  mantenere  la  politica  del  padre,  onde 
si  gettò  inlieranienle  nelle  braccia  della  casa  di 
A-uslria.  Infatti  Tinap oratore  incominciò  a  raddol- 
cire seco  lui  i  modi,  e  Tambasciator  fiorentino  ebbe 
la  precedenza  come  oratore  delia  repubblica  fio- 
rentina. Frattanto  il  1 3  maggio  morì  Carlo  IX  re 
di  Francia,  e  la  successione  si  aprì  in  favore  di 
Enrico  re  di  Polonia,  il  quale  traversando  gli  stati 
austriaci,  dove  fu  accollo  favorevolmente  dalPira- 
peralore  5  fermossi  a  Venezia  per  passar  poi  in 
Francia.  Ivi  concorsero  tutti  i  principi  d**  Italia 
ad  ossequiarlo,  ed  il  solo  granduca  vi  mandò  un 
ambasciatore  (3). 

g.  a.  L''Estense  prese  occasione  da  questo  trat- 
to d'irreverenza  per  screditarlo  nel  di  lui  animo, 
e  finì  di  convincere  la  corte  di  Francia  dei  segni 
non  equivoci  manifestati  già  della  sua  alienazio- 
ne dalla  medesima.  Sebben  ques^atto  gli  conci- 
liasse la  stiaia  degli  spagnuoli  ,  fu  però  causa 
della  mala  intelligenza  ch'ebbe  in  progresso  con 
^nricoIII.e  della  indignazione  mostratagli  dipoi 
dalla  regina  sua  madre  .  Il  duca  di  Ferrara  però 
non  ottenne  per  questo  dal  re  alcun  vantaggio,  ma 
al  contrario  essendo  spinto  dalla  di  lui  ambizione 
a  brigare  d**  esser  posto  sul  trono  di  Polonia,  si 
rese  dispiacevole  a  tutta  la  corte  di  quel  monar- 
.ca  .  Ciò  non  ostante  volle  insolentire  contro  il 
granduca,  fomentando  discordie,  zuffe  e  prede  ai 
confini  della  Garfagnana  tra  i  sudditi  suoi  ed  i 
,toscani,  e  giunse  perfino  al  segno  d'inviare  genti 
di  guerra  ai  confini,  tenendo  in  carcere ,  e  stra- 
ziando con  tormenti,  i  sudditi  toscani  arrestati . 


^/i.1572.     DEI  TEMPI  medìcei  cip.  T.  2.^y 

Vi  volle  dunque  tutta  rautcìrilà  del  re  Filippo  e 
dei  suoi  ministri  per  indurre  il  granduca  a  dissi- 
mulare su  queste  violenze  senza  venire  alle  vie 
di  fattu  :  allri  pensieri  però  dovevano  occupare  i 
principi  italiani. 

g.  3.  Una  flotta  turca,  composta  di  3^0  basti- 
menti venendo  dal  Zante  e  passando  alla  volta  di 
Barberia.avea  sparso  dappertutto  lo  spavento.  Don 
Giovanni  d'Austria  era  tornato  colla  flotta  in  Si- 
cilia, ma  le  sue  forze  non  vi  pofeano  competere: 
lìnalmente  i  turchi  ripresero  la  Goletta  e  Tunisi. 
Più  d'ogni  altro  temeva  il  granduca  che  fossero 
per  voltarsi  verso  il  mare  di  Toscana,  e  tentare 
Tacquislo  dell'  Elba  e  l'espugnazione  di  Porto- 
ferraio;  lo  induceva  facilmente  in  questo  timore 
la  certezza  delfodio  che  portavano  i  turchi  al  na- 
scente ordine  di  s.  Stefano,  dalle  di  cui  galere  la 
loro  nazióne  àyea  sofferti  più  volte  de^  sensibili 
oltraggi.  In  conseguenza  di  ciò  temendo  il  gran- 
duca Francesco  d'esser  sorj>reso  dai  turchi,  por- 
tatosi all'Elba  procurò  che  la  piazza  di  Porlofer- 
raio fosse  premunita  delToccorrente  per  sostenere 
un  assedio.  Cessò  quasi  subito  <|uesto  timore  per 
il  ritorno  della  flotta  turca  in  Levante:  nondime- 
no il  granduca  si  compiacque  di  quel  soggiorno 
che  gli  presentò  foccasione  di  abboccarsi  con  don 
Giovanni  d*  Austria.  Passava  egli  pel  canale  «li 
Piombino  alla  volta  di  Spagna,  e  il  granduca  si 
mosse  dal  porto  colle  galere  per  incontrarlo. 
\olle  don  Giovanni  salire  sulla  capitana  di  s. 
Stefano  a  visitare  il  granduca,  e  tutti  scesero  a 
Vada,  dove  &i  trovò  puie  lagranduchesba.  e  don- 


a48  AVVESIMESTI  STORICI  ^«.1572. 

na  Isabella  col  restante  della  corte.  Fu  don  Gio- 
vanni trattato  niaguilicamente  :  il  granduca  gli 
raccoiuaudò  i  suoi  interessi  presso  il  re  Filippo, 
e  lo  pregò  di  oprare  in  modo  con  sua  Maestà  che 
don  Pietro  de'Medici  suo  fratello  fosse  ricevuto 
convenientemente  alla  corte  di  Spagna, ed  impie- 
gato decorosamente  dal  re  al  suo  servizio.  La  mi- 
ra speciale  del  principe  Francesco  era  di  allon- 
tanare dal  suo  stalo  i  fratelli,de*qualila  frequente 
contradizione  offendeva  non  poco  la  sua  sovra- 
nità. Mal  soffriva  il  cardinale  di  vedere  alteralo  il 
sistema  politico  del  padre,  disapprovava  palese- 
mente il  soverchio  rigore  di  Francesco  verso 
Cammilla  Martelli,  e  la  sua  servile  compiacenza 
per  la  Bianca  Cappello,  esortando  alla  pazienza  la 
granduchessa.  Stanco  finalmente  di  dissimulare, 
e  pieno  di  rancore  si  ritirò  nel  decembre  a  Roma, 
con  animo  di  stabilirvisi.  La  fierezza  e  lo  spirito 
d'indipendenza  che  dimostrava  don  Pietro  pone- 
vano anche  in  maggiore  agitazione  il  granduca, 
tanto  più  che  la  di  lui  giovine  età  lo  rendeva  in- 
capace di  dissimulare,  e  le  sue  relazioni  colla  più 
dissoluta  gioventù  del  paese  gli  facevano  com- 
mettere degli  insulti  e  proteggere  delle  violenze. 
Francesco  procurò  di  distrarre  un  contegno  così 
irregolare  coirinsiuuargli  di  viaggiare  in  Italia. 
Bianca  ^  cui  la  presenza  di  questi  principi  era  in- 
comoda, fonientava  queste  divisioni  ,  sperando 
così  che  dovesse  prender  sempre  più  vigore  il 
suo  domìnio  sull'animo  del  granduca  (4). 

g.  4-  Mostrarono  però  le  circostanze  e  gli  av- 
venimenti quanto  fosse  necessaria  tra  i  fratelli 


^/t.1572.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  fL^^' 

l'unione  per  la  comune  sicurezza,  e  quanto  il  car- 
dinale Ferdinando  fosse  di  animo  generoso  e  si 
interessasse  per  il  bene  della  famiglia.  Egli  fu  il 
primo  che  avesse  notizia  della  congiura  ordita  da 
Orazio  di  Pandolfo  Pucci,  e  che  posponendo  ogni 
privato  rancore  volle  dare  a!  granduca  la  più  sin- 
cera riprova  di  amor  fraterno  con  prevenirlo.  Ora- 
zio Pucci  per  vendicare  la  violenta  morte  di  Pan- 
dolfo suo  padre,  decapitato  nel  i56o  per  ordine 
di  Cosimo,  e  per  ridonare  la  libertà  ai  tìorentini, 
si  pose  alla  testa  di  una  congiura.  L''opinione  del 
popolo  era  favorevole  al  principato,  e  perciò  come 
tentativo  inutile  si  abbandonò   l'impresa;  fu  però 
il  Pucci  decapitato,  e  i  compagni  inseguiti  (5)  . 
Circa  10  cittadini    lutti    giovani  furono  trovati 
complici    o  consapevoli  di  questa  congiura,  e  il 
fisco  ebbe  occasione  di  molto  arricchirsi.  Il  re- 
tratto delle  confiscazioni  fu   calcolato  non    esser 
minore  di    3ooooo  ducati,  e  la  legge  polverina 
così  chiamata  dal  suo  autore  Iacopo  Polverini,  fu 
per  la  prima  volta  posta  in  esecuzion  e  senza  pietà. 
La  severità  inesorabile  del  granduca  e  Tingordigia 
dei  suoi   ministri   fiscali    commossero  a  sdegno 
tutta  la  città,  che  considerando  questo  complotto 
piuttosto  una  leggerezza  giovanile,  che    un  alto 
maturamente  premeditalo  contro  la    tranquillità 
dello  stato,  avrebbe  desiderato  nel  principe  mag- 
giore equità   e  moderazione.  Era  sensibile  sj)el- 
lacolo  agli  occhi  di  tulli  il  vedere  le  principali  fa» 
miglie  della  città  infamate ,  e  grinnocenli  figli 
dei  delinquenti  condannali    ad  una  perpetuo  n»i- 
seria.  jGiò  accrebbe  da  vantaggio  la    dilfidenia  Ira 
St.  Tose.  Tom,  10.  22 


a5o  ATVEIVIMENTI  STORICI  AflA^ll, 

ij  principe  ed  i  sudditi,  e  rese  più  odioso  il  go- 
verno di  Francesco  (6).  Il  malcontento  era  uni- 
versale, i  delittieranofrequenti,ed  il  rigore  delle 
leggi  non  bastava  a  raffrenarli:  tutto  era  disordine 
e  nella  stessa  corte  furono  commesse  atrocità  da 
inorridire  ia  udirle  (7). 

g.  5.  Ristrettosi  Francesco  tra  i  pochi  suoi 
contìdenti  prosegui  a  promuovere  ciò  che  po- 
teva contribuire  alla  sua  grandezza.  La  risoluzio- 
ne della  controversia  del  titolo  era  quella  che  gli 
stava  più  a  cuore.  In  questo  mentre  l'imperatore 
affidò  alla  prudenza  di  Francesco  il  ristabilire  con 
dignità  dell'impero  la  concordia  tra  i  conti  di  Piti- 
gliano,  e  il  consolidare  per  quella  parte  la  sicurtà 
deiritalia,di  che  il  papa  e  il  re  di  Spagna  si  mostra- 
vano tanto  gelosi.  A-vea  Francesco  più  d'ogni  al- 
tro principe  interesse  in  questa  pendenza,  poiché 
aven<lo  scoperta  la  leggerezza  del  conte  Orso  in 
un  trattato  di  consegnare  agli  spagnuolì  la  roc- 
ca di  Pitigliano,  temeva  che  le  forze  della  monar- 
chia imponesser  troppo  alla  libertà  di  Toscana. 
Gli  stessi  popoli  non  volevano  assoggettarsi  alla 
Spagna,  e  preferendo  il  granduca  ad  ogni  altro 
principe,  secondavano  in  ciò  le  di  lui  particolari 
vedute.  Pendeva  al  consiglio  im[)eriale  la  causa 
del  petitorio  ammesso  ad  istanza  del  conte  Orso, 
ma  in  questo  intervallo  dovendo  darsi  esecuzio- 
ne alla  sentenza  del  possessorio  ed  al  bando,  ac- 
consentiva l'imperatore  che  Pitigliano  si  tenesse 
in  deposito  dal  granduca  per  rilasciarlo  poi  a  chi 
di  ragione.  Conveniva  però  alimentare  il  conte 
Orso  e  la  sua  famiglia  dei  fruiti  del  feudo,  e  si 


L^ 


^/l.1572.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  25 1 

attendeva  sopra  di  ciò  Tapprovazioiie  imperiale, 
allorché  il  dello  conle ,  vedendosi  ormai  privo 
delfappoggio  del  granduca,  disprezzalo  e  deriso 
dai  vassalli,  e  colPimminenle  sentenza  del  peti- 
torio  che  lo  avrebbe  privalo  di  lutto,  caduto  in 
disperazione  fu  sorpreso  da  frenesìa.  La  matti- 
na de'i4  ollobre  essendo  fuori  diPiligliano  colla 
conlessa  sua  moglie  Tuccise  di  pugnalale,  e  il  po- 
polo sollevalosi  per  quest'eccesso,  dubitando  di 
maggiori  sconcerti,  lo  discacciò  di  poi  dalla  terra 
e  s"'impadroni  della  rocca.  Questo  molo  dei  piti- 
glianesi  fu  secondato  dalle  vicine  milizie  del  gran- 
duca, e''l  conte  Orso  portatosi  a  Firenze  per  giu- 
stificarsi, fu  sempre  rigettalo  dalla  presenza  del 
granduca,  e  il  2.  marzo  seguente  avendo  questio- 
ne con  Prospero  Colonna  generale  delle  armi,  fu 
ucciso  dai  suoi  soldati.  Il  granduca  ritenendo  per 
sé  la  rocca,  rimesse  in  PitiglianoNiccoIa  con  nerre 
condizioni,  fra  le  quali  si  fu  che  anche  la  rocca  di 
Sorano  si  tenesse  a  sua  devozione,  e  che  egli  non 
potesse  devenire  a  veruna  esecuzione  di  sangue 
contro  i  vassalli.  Restò  dissipata  in  tal  guisa  ogni 
causa  di  perturbazione  da  quella  parte,  e  gli  spa- 
gnuoli  non  si  opposero  a  veruna  di  queste  deter- 
minazioni (8). 

g.  6.  Vi  fu  in  questo  tempo  gran  timore  di 
guerra  in  Italia  per  la  furiosa  rivoluzione  di  Ge- 
nova a  cagione  delle  intestine  discordie  tra  i  no- 
bili vecchi  ed  i  nobili  nuovi:  queste  dissenzioni 
interessarono  tulli  i  principi.  Don  Giovanni  d'^A.u- 
stria  venendo  da  Cartagena  per  portarsi  a  Napoli 
colia  sua  llolla,  fermossi  alla  Spezia,  ed  avendo 


a5a  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1672. 

delle  frequenti  conferenze  con  i  capi  dei  nobili 
vecchi,  venne  il  sospetto  ch'egli  a  loro  si  unisse 
e  volesse  colle  sue  forze  farsi  uno  stato.  Questa 
supposizione  messe  timore  ai  nuovi,  ed  anche 
gelosia  alle  corti:  i  nuovi  si  dichiararono  di  darsi 
piuttosto  alla  Francia,  e  si  offersero  anche  al  gran- 
duca, ma  egli  mantennesi  neutrale  dopo  aver  riu- 
nite le  sue  bande  a  quelle  frontiere,  col  ripartirle 
fra  Pisa,  Pietrasanta  e  la  Lunigiana.  In  caso  di 
sconvolgimento  e  di  guerra  volle  anch'^esso  ritrar- 
ne qualche  profitto  col  recuperare  per  forza  Sar- 
zana  e  Sarzanello  appartenuti  già  alla  repubbli- 
ca di  Firenze  »  Gli  stessi  popolani  gli  offrirono 
questa  piazza  in  pegno,  per  ricevere  da  esso  dei 
soccorsi  di  denaro  e  di  vettovaglie,  e  gli  esibiro- 
no ancora  liberamente,  volendo,  unire  le  sue  forze 
con  essi  per  la  distruzione  dei  nobili  vecchi  (9). 
Gli  aiuti  peraltro  che  Francesco  procurava  coi 
nuovi,  sconcertarono  intieramente  i  disegni  di 
don  Giovanni  d'Austria:  il  papa  mandovvi  un  le- 
gato e  procuravasi  di  formare  una  costituzione 
di  reciproca  sodisfazione.  La  maniera  d^agire  del 
granduca  gli  procurò  riiiimicizia  di  don  Giovanni, 
che  gli  fece  contrario  il  ministro  spagnuolo,  taU 
mente  che,  non  ostante  le  forti  e  replicate  istan- 
ze fatte  da  Francesco  per  il  titolo,  niente  ottener 
si  poteva,  e  lutto  si  trattava  conia  solita  lentezza, 
onde  fu  astretto  di  rivolgersi  intieramente  allo 
imperatore,  col  quale  erasi  fatto  anche  recente- 
mente dei  meriti,  e  per  non  esser  concorso  al  re- 
gno di  Polonia,  come  n'era  richiesto  e  per  avergli 
svelalo  tutti  i  maneggi  del  duca  di  Ferrara  pel 


Jn.iÒll,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  203 

suddetto  regno,  e  per  aver  messo  in  opera  lutti 
i  mezzi  acciocché  la  scelta  cadesse  o  sopra  lo  sles- 
so imperatore,  o  sopra  un  arciduca.  Volendo  per- 
tanto Massimiliano  II  diiDOstrare  a  Francesco  la 
sua  gratitudine,  determinossi  alla  fine  di  compia- 
cerlo del  titolo  di  granduca  di  Toscana,  ma  con- 
venne però  maneggiarsi  mollo  per  le  formule  del 
diploma,  onde  non  offendere  né  il  papa  che  so- 
steneva esser  ciò  di  suo  dritto,  attesa  la  bolla  di 
Pio  V,  né  il  re  di  Spagna  pei  dritti  che  aver  po- 
tesse relativamente  al  ducato  di  Siena,  e  per  non 
alterar  punto  circa  al  cerimoniale  i  privilegi  degli 
arciduchi  ed  elettori.  Fu  facil  cosa  ottener  poi 
dall'imperatore  tutta  la  compiacenza  in  occasio- 
ne appunto  del  felice  successo  della  sua  elezione 
iu  re  di  Polonia^  e  Pambasciatore  per  non  incon- 
trare opposizioni,  procurò  di  concertare  la  forma 
del  diploma  prima  che  si  pubblicasse  il  decreto. 
Dichiarò  in  esso  l'imperatore  di  avere  esaltato  il 
duca  di  P'irenze  e  di  Siena  al  grado  di  granduca 
di  Toscana,  e  in  conseguenza  tutte  le  città,  terre, 
castelli  e  territorii  di  questa  provincia  esistenti 
sotto  la  sua  obbedienza  dovessero  formare  uno 
stalo,  che  avesse  titolo  e  prerogative  di  grandu- 
cato (io). 

g.  7.  Siccome  questo  titolo  doveva  esser  an- 
nesso alla  sovranità,  perciò  il  godimento  del  me- 
«lesimo,  e  il  passaggio  nei  suoi  successori  fu  .re- 
golato secondo  Tordine  dì  successione  della  casa 
Medici,  stabilito  dal  lodo  di  Carlo  V.  Le  preroga- 
tive del  nuovo  grado  restarono  colla  dichiarazione- 
delia  superiorità  del  granduca  agli  altri  ducbi^ 


a54  AVTENIMENTI  STORICI  Jll.l  51^ 

quantunque  avessero  concessioni  di  preminenze 
quasi  come  granduchi^  e  siccome  non  fu  lasciata  ri- 
serva delle  ragioni,  se  non  a  chi  pretendesse  do- 
minio, perciò  pare  die  restasse  svelta  dalla  radice 
la  controversia  di  precedenza  (ii))  passatempo 
diplomatico,  che  per  trentacinque  anni  aveva  an- 
noiato tutti  i  gabinetti  d'Europa  (li).  Nonsi  trat- 
tò di  feudalità  o  soggezione  colP  impero,  né  si 
fece  menzione  degli  atti  di  Carlo  V  e  de'suoi  an- 
tecessori, ma  bensì  Timperatore  pronunciò  la  sua 
sentenza,  la  qua!  fu  data  allambasciatore  fioren- 
tino 5,  con  riserva  però  che  tal  concessione  non 
dovesse  punto  alle  ragioni  della  cesarea  maestà,  o 
del  sacro  romano  imperio  o  di  qualunque  altro 
pregiudicare  „  (i3).  Trasmesso  a  Firenze  il  diplo- 
ma imperiale  fu  convocato  il  i3  febbraio  del  iSj^ 
il  senato  dei  quaranf  otto,  e  quivi  il  granduca 
corteggiato  dal  nunzio  e  dai  grandi  che  formava- 
no la  sua  corte,  lo  fece  leggere  e  di  poi  pubbli- 
care per  la  città.  Non  mancò  il  senato  e  la  corte 
delle  pubbliche  congratulazioni,  e  si  fecero  per 
la  città  le  dimostrazioni  di  gioia  e  pubblici  ren- 
dimenti di  grazie.  Gli  adulatori  e  i  poeti  non 
trascurarono  i  loro  uffici,ed  il  segno  del  Capricor- 
no ascendente  del  granduca  Cosimo,  e  da  esso 
usato  per  sua  principale  impresa,  fu  dichiarato 
apportatore  di  felici  avvenimenti  anche  al  gran- 
duca Francesco  (i4)- 

g.  8.  Malgrado  la  letizia  del  granduca  per  gli 
onori  e  ambascerìe  di  congratulazione,  parca  che 
la  morte  di  Cosimo  fosse  per  la  Toscana  un'  e- 
poca  fatale  e dLcalamità.,La  maggior  autorità  dei 


^Al.1576.  DEI    TEMPI  MEDICEI    CAP.  Y.  255 

ministri,  la  durezza  del  principe  e  la  diifidenza 
insorla  fra  esso  e  i  sudditi  avea  prodotto  un  mal- 
contento universale.  La  giustizia  criminale  diret- 
ta in  forma  da  spaventare  gV  innocenti  egual- 
mente che  i  rei,  dava  ai  potenti  la  lusinga  di  elu- 
derla con  facilità  (i5).  Quindi  è  che  le  risse,  le 
prepotenze  e  gli  assassinamenti  crebbero  a  di- 
smisura, in  modo  che  si  contarono  dalla  morte  di 
Cosimo  in  i8  mesi  nella  sola  Firenze  186  casi  di 
morti  e  feriti  per  aggressione.  Questo  male  si  co- 
raunicòrapidamente  nella  provincia,  e  specialmen- 
te nella  parte  superiore  del  dominio  di  Firenze, 
dimodoché  ben  presto  si  videro  le  provincie  di 
Romagna,  Casentino  e  Mugello  esposte  alle  de- 
predazioni dei  facinorosi.  A  misura  che  le  leggi  e  la 
severità  de^tribunali  infierivano  contro  costoro,  si 
accrescevano  le  masnade,  le  quali  venivano  poi  as- 
soldate da'feudatari  che  erano  in  quelle  provincie 
e  nelle  finitime  dello  slato  ecclesiastico,  per  nuo- 
cersi scamhievolmente,essendo  sempre  in  gara  tra 
loro.  Le  forze  ordinarie  della  giustizia  non  erano 
sufilcienti  per  assicurar  le  campagne  e  difendere 
i  villaggi  dagli  assalti  e  dalle  depredazioni  ,  e  in 
conseguenza  fu  necessario  riunire  le  bande  in 
quelle  provincie,  e  concertare  col  presidente  di 
Romagna  e  col  governatore  di  Perugia  il  modo 
di  riunire  le  forze  ecclesiastiche  con  quelle  di 
Toscana  por  estirpare  questi  facinorosi  (iG). 

g.  9.  La  peste  che  spopolava  la  Lombardi»^' 
minacciava  anche  la  Toscana,  e  spargeva  lo  spa- 
vento ed  il  terrore.  Una  moltitudine  di  cavallette 
egrilli  devastavala  messe  nella  Maremma  senese, 


a56  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1576. 

e  gli  aggravi  imposti  per  estinguere  colesti  insetti 
raddoppiavano  il  danno  de'popoli.  Le  violenze  e  le 
comandate  per  fabbricare  con  tanto  dispendio  le 
delizie  di  Pratolino  irritavano  gragricoltorì,  e  di- 
stratìvanli  dalle  opere  utili  della  coltivazione,  e  di- 
sastravano i  bestiami.  Il  processo  della  congiura 
sempre  sussisteva ,  e  di  tempo   in  tempo  atlri- 
stavasi  Firenze  con  supplìzi. Finalmente  tutto  era 
desolazione,  né  la  famiglia  regnante  ne  fu  esente 
nel   suo  domestico  (17).    La  poca  moralità  del 
granduca   Francesco    faceva    passare  tristissimi 
giorni  alla  tradita  sua  consorte^  la  scostumatazza 
di  Pietro  dava  animo  alla  sua  moglie  di  condurre 
una  vita  non  troppo  savia,  e  la  mancanza  di  spiri- 
to dell'Orsini  rendeva  una  infelice  la  buona  Isa- 
bella de'^Medici,  die  per  le  sue  rare  doti  formava 
Tammirazione  di  tutti.  Mentre  si  male  vivevasi  in 
quella  corte,  don  Pietro,  che  per  compiacere  uni- 
camente al  suo  fratello  Francesco  era  tornalo  di 
Spagna  e  si  era  presa  in  sposa  donna  Eleonora 
di  Toledo,  talmente  trascurava  la  sua  compagna, 
eh''  ella  quasi  incoraggila  dalla  dissolutezza  del 
marito  si  die  sconsigliatamente  ad  una   vita  non 
troppo  lodevole.  Pietro  per  altro  tutto  permetten- 
do a  sé,  nulla  tollerando  nella  moglie,  senza  pri- 
ma corregger  sé  stesso  acremente  rimproveravala, 
e  della  sua  condotta  moveva  reclami  al  fratello  di 
lei.  Nulla  per  altro  ottenendo  coi  suoi  rimproveri, 
perché  seguitava  il  suo  mal  esempio,  e  debole 
appoggio  trovando  nel  fratel  di  Eleonora,  persi- 
stendo essa  nei  suoi  capricci,  Pietro  arse  final- 
mente di  rabbia,  e  scagliatosi  sopra  di  lei  la  tratìs- 


Jn.iBlQ.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    V.  sS^ 

se  nel  proprio  letto  la  notte  del  dì  1 1  luglio  essen- 
do in  Cafaggiolo  (a)  antica  villa  dei  Medici  (18). 

g.  10.  Francesco  che  ben  sapeva  come  i  cit- 
tadini odiavano  la  corte,  per  non  accender  viepiù 
i  malcontenti,  fece  correr  voce  che  Eleonora  fosse 
morta  per  un  colpo  di  apoplessìa,  e  per  un  mo- 
mento un  eccesso  così  atroce  rimase  segreto.  Ma 
indi  a  poco  incontrando  la  detta  sorte  la  misera 
Isabella,  tutte  furono  palesi  le  reità  della  corte, 
che  a  causa  di  queste  quasi  vergognavasi  di  com- 
parire in  pubblico.  Giordano  Orsini  marito  di  don- 
na Isabella  dei  Medici,  uomo  geloso  e  incresce- 
Tole,  mal  soffriva  che  la  sua  moglie  si  attraesse  gli 
'Sguardi  e  la  stima  di  tutti,  merco  Io  spirito  e  '1 
brio  con  cui  rallegrava  le  conversazioni  e  gli  al- 
itri  pregi  che  la  rendevano  singolare,  sicché  fa- 
lcala martire  per  i  rimproveri.  Ma  era  impossibi- 
le ad  Isabella  raffrenare  ciò  che  proveniva  da 
animo  nobile  ed  elevato,  e  la  bassezza  d**  animo 
dell'Orsini  non  reggeva  a  sopportarlo,  per  lo  che 
accecato  questi  dalla  gelosia  che  gli  straziava 
Tanima,  infierì  contro  Isabella,e  seguendo  l'esem- 
pio del  sanguinario  cognato  la  uccise  (19).  L'av- 
-tìso  che  il  granduca  ne  partecipò  alle  corti  con- 
teneva le  circostanze  che  questa  infelice  nel 
lavarsi  la  testa,  sopraggiunta  da  un  accidente  cad- 
de in  grembo  alle  sue  damigelle,  e  fu  sorpresa 
dalla  morte  senza  aver  tempo  di  darle  verun  soc- 
corso. Nell'agosto  susseguente  mori  anche  il  pic- 
colo Cosimo  figlio  di  don  Pietro  unico  maschio 
nella  famiglia,  ov'era  appoggiata  tutta  la  succesy 

(rt)  Vcd.  tav.  ex  VI,  N.   2,  -^ 


!i5S  AVVEJJIMENTI  STOEICl  w^/i.1576. 

sìoae  della  casa  Medici.  Di  qui  si  accrebbe  il  de» 
siderio  al  granduca  di  aver  6gli,  giaccbè  consi- 
derava che  il  cardinale  e  don  Pietro  sarebbero 
divenuti  i  successori  nel  granducato,  mentre  sua 
moglie  non  partoriva  che  femmine  (20). 

g.  II.  La  debolezza  di  Francesco  riguardo  alla 
Fdanca  Cappello  cresceva  ogni  giorno  di  più*  Tale 
poi  si  era  la  di  lui  tristezza  per  la  mancanza  in 
cui  trovavasi  di  prole  maschile,  che  bene  spesso 
faceva  alla  Bianca  qualche  rimprovero  della  di  lei 
sterilità,  dicendole  che  avrebbe  pur  provato  della 
consolazione  nei  figli  naturali,  non  potendo  aver- 
ne dei  legittimi.  Deliberò  ella  pertanto  di  fingersi 
incinta,  e  mise  in  opera  per  ciò  tutto  quello  che 
la  finzione  più  raffinata  potea  suggerirle.  Arrivato 
a  giorno  del  supposto  parto  il  di  29  agosto,  nel 
momento  che  il  granduca  si  ritirò  presso  Taurora 
al  riposo,  e  lasciolla  in  custodia  dei  cortigiani 
suoi  più  fedeli ,  fu  facile  alTaccorta  femmina  di 
impiegare  altrove  T opera  di  costoro,  per  rimuo- 
verli dalla  sua  presenza.  Intanto  rimasta  sola  con 
alcune  donne  di  sua  confidenza,  potette  produr- 
re con  i  consueti  apparali,  e  supporre  per  suo  un 
figlio  maschio  nato  nella  sera  antecedente  da  una 
femmina  vile,  e  furtivamente  trasferito  in  sua  ca- 
sa dentro  un  liuto,  affinchè  nessuno  potesse  aver 
sospetto.  Dopo  le  opportune  concertate  disposi- 
zioni si  richiamarono  i  cortigiani,  e  ne  fu  avvisato 
il  granduca  che  si  riempi  tutto  di  giubilo:  il  fan- 
ciullo fu  nominalo  don  Antonio,  e  il  granduca 
gli  fece  porre  il  suo  slesso  casato,  e  lo  pubblicò 
immediatamente  per  suo.  L'orditura  di  questo  in- 


^/1.1576.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  T.  nSg 

ganno  costò  alla  Bianca  ed  ai  di  lei  complici  molte 
scelleratezze,  poiché  primieramente  fu  prezzolalo 
da  tre  donne  il  loro  feto  per  valersene  alTocca- 
sìone,  ed  esse  disposte  in  tre  remote  parti  di  Fi- 
renze senza  che  Funa  avesse  notizia  delPallra:  di 
esse  una  sola  lo  produsse  maschio,  e  questi  fu 
don  Antonio.  Le  donne  che  a  tal  monupolio  eb- 
ber  parte  furono  alcune  fatte  morire  segretamen- 
te, altre  salvatesi  colla  fuga  fuori  del  granducato. 
Una  governante  bolognese  che  avea  la  Bianca 
diresse  tutto  questo  artifizio  ,  ed  essendo  poi  ca- 
duta un  anno  dopo  in  sospetto  di  essa  fu  riman- 
data a  Bologna,  ma  per  la  strada  le  fu  fatta  tirare 
un'archibusata,  che  la  feri  mortalmente.  Potette 
non  di  meno  arrivare  a  Bologna,  dove  esaminata 
confessò  il  lulto,  e  disse  che  aveva  conosciutoli 
suo  feritore  essere  stato  un  soldato  di  Firenze  e 
sicario  della  Bianca  Quest'esame  fu  mandato  a 
Roma  al  cardinale  de'Medici  che  lo  inasprì  mag- 
gioimenle  contro  il  fratello  (ai). 

5.  12.  II  granduca  viveva  in  buona  fede,  e 
costituì  al  fanciullo  un  ampio  patrimonio.  Ma  non 
mancarono  al  principe  forti  rimproveri  dalPim- 
peratore  per  il  trattamento  che  riceveva  Parcidu- 
cliessa,  e  spedi  espressamente  un  gentiluomo  a 
Firenze^  commosso  dai  giusti  risentimenti  della 
medesima:  ma  più  di  tutto  ne  imponeva  al  grani» 
duca  la  dichiarvita  amicizia  delTanriduca  Ferdi- 
nando, il  quale  ai  rimproveri  univa  le  minacce,  e 
lo  screditava  per  tulle  la  Germania  per  il  più 
inumano  e  maligno  principe  della  tt*rra.  La  morte 
dell'imperatore  accaduta  il  dì  lad'jjltobre  richia- 


26o  AVVENIMENTI  STORIOl  -/rfn.1576; 

mando  gli  arciduchi  a  maggiori  pensieri  sospese 
questi  domestici  dissapori.  Ridolfo  II  fu  nomina- 
to nuovo  imperatore,  e  dimostrò  subito  la  sua 
parzialità  per  la  casa  Medici.  Due  importanti  af- 
fari del  granduca  pendevano  presso  l'imperatore 
alla  morte  di  Massimiliano  II-,  Tuno  era  il  giusti- 
ficarsi contro  le  querele  portate  dalla  granduches- 
sa^ Tallro  il  rendere  attive  e  corroborare  col  pos- 
sesso tante  prerogative  concesse  per  diploma  e 
decreti  imperiali.  Quanto  al  primo^  fu  uno  dei  più 
premurosi  pensieri  di  Ridolfo  il  procurare  di  to- 
gliere di  mezzo  ai  coniugi  ogni  dissenzione  do- 
mestica, e  rendersi  benaffetta  la  casa  de^Medici, 
all'oggetto  di  valersi  de'suoi  aiuti  nell'occorrenza. 
Cagione  apparente  delle  discordie  era  il  punto 
economico  delP  annuo  assegnamento  promesso 
alla  granduchessa,  la  quale  come  dedita  al  fasto 
ed  alla  generosità  non  lo  trovava  sufficiente  per 
l'adempimento  delle  sue  voglie.  Contraeva  perciò 
dei  debiti,  impegnava  gioie  ed  argenti,  ed  obbli- 
gava il  marito  a  sodisfare  per  lei,  il  che  egli  fa 
tendo  con  parte  anche  del  di  lei  assegnamento, 
vie  più  l'irritava,  prorompendo  essa  per  questo 
a  rimproverargli  la  sua  avarizia,  nel  tempo  ch'^egli 
profondeva  con  tanta  elargita  per  sodisfare  ad  una. 
vile  seduttrice.  L'imperatore  esortò  il  granduca 
d'esser  più  umano  e  condiscendente  verso  la  mo- 
glie,lo  pregò  a  pagarne  i  debiti,  e  provvedere  co- 
sì al  proprio  decoro.  Non  lasciò  il  principe  di  giu- 
stificarsi presso  cesare,  cosi  mostrogli  lo  stato  e- 
conomico,  i  disordini  e  la  troppa  liberalità  della 
moglie,  aggiungendo  che  il  trattamento  che  rice- 


^;ì.1577.       dei  tempi  medicei  cap.  V.  a6i 

veva  dalla  sua  casa  non  avea  da  invidiare  la  sor- 
te delle  altre  sorelle.  Arrivò  pertanto  Toccasione 
di  soddisfare  con  dignità  al  desiderio  delTimpe- 
ratore,  pdichè  il  dì  ao  di  maggio  la  gran  luchessa 
dette  alla  luce  un  maschio  che  tanto  era  deside- 
rato per  la  successione  della  Toscana  (22). 

g.  i3.  Fu  inesprimibile  il  giubbilo  di  France- 
sco a  questo  avvenimento,  per  cui  delle  alla  gran- 
duchessa tutti  i  segni  di  riconciliazione  e  di  con- 
tentezza. Anche  Bianca  dovette  cedere  ai  riguardi, 
e  vivere  ritirala  per  qualche  tempo  fuori  di  Fi- 
renze. Fu  annunziata  alle  corti  la  nascita  di  que* 
slo  principe,  e  il  re  di  Spagna  accettò  volentieri 
l'istanza  di  tenerlo  al  sacro  foule^  e  a  tale  effetto 
spedi  a  Firenze  don  Antonio ^iMendozza.  perchè 
lo  rappresentasse  nella  cerimonia,  la  quale  fu  ese- 
guita con  tutto  il  fasto  e  magniticenza.  Fu  il  prin- 
cipe denominato  Filippo  in  segno  di  ossequio  a 
quel  re  e  di  attaccamento  alla  corona  di  Spagna. 
Ciò  servì  di  slimolo  al  granduca  di  rislringersi 
maggiormente  in  amistà  ed  interessi  colle  case 
d'Austria,  che  ben  lo  meritavano  le  parziali  dimo- 
strazioni fattegli  dall'imperatore  con  metterlo  al 
possesso  delle  prerogative  concessegli  da  Massi- 
miliano suo  padre  già  defunto,  ad  onta  dei  recla- 
mi di  quei  princijji,  che  reputavano  lesa  con  que- 
sta innovazione  la  loro  dignità  (a3). 

g.  14.  Tante  vicende  che  tenevano  agitala  la 
corte  e  lo  stato  non  aveano  per  buona  sorte  fatto 
obliare  intieramente  al  granduca  gli  antichi  con- 
cetti del  padre.  L'accrescimento  del  porto  di  Li- 
vorno, lo  stabilimento  di  tulli  i  comodi  necessari 

Si.   Tose.  Tom.   10.  23 


nG'J.  AVVENIMENTI  STORICI  uin.^511', 

per  allrarre  da  ogni  parie  la  popolazione  di  una 
nuova  città,  era  uno  dei  principali  pensieri  di 
Cosimo,  che  morte  interruppe  nel  suo  principio. 
Livorno  era  uno  scalo  con  un  porlo  naturale  e 
sicuro,  ma  cosi  angjislo  che  non  ammetteva  Tiu- 
gresso  se  non  a  pochi  e  piccoli  legni.  Appartene- 
va in  antico  alla  repubblica  di  Pisa,  alla  quale  ì 
genovesi  gelosi  del  suo  commercio  l'avean  tolto 
per  conquista  unitamenle  con  porto  pisano,  che 
demolirono  dai  fondamenti.  Dopo  che  Pisa  fu  ri- 
dotta alla  obbedienza  dei  tiorentini  conobbe  lare- 
pubblica  di  Firenze  quanto  quel  posto,  ritenuto 
tti^ltavia  dai  genovesi,  potessefar  comodo  alla  sua 
«lei^atui  a,e  pensò  di  ricuperarlo:  fu  dunque  acqui- 
stato idai  medesimi  a  titolo  di  compra  Tanno  14^1^ 
pel  prezzo  di  centomila  fiorini  [2,^^):o\lve  al  comodo 
del  dominio  fu  reputalo  a  proposito  per  ricavarne 
ancora  la  difesa,  e  perciò  la  repubblica  vi  fabbri- 
cò una  rocca  ed  un  fanale  che  indicasse  il  porto 
alle  navi,  e  disegnava  diattrarvi  la  popolazione  e 
il  commercio,  se  non  lo  avessero  impedito  le  in- 
terne sue  rivoluzioni  e  tante  vicende  che  la  con- 
dussero a  perdere  la  libertà.  L'injportanza  di  quel 
sito  e  la  sicurezza  di  quella  rocca  furono  cono- 
sciute ancora  da  Carlo  V,  allorché  per  assicurarsi 
della  devozione  del  duca  Alessandro  e  di  quella  di 
Cosimo,  riservandosi  il  possesso  delle  piazze  forti 
del  dominio  di  Firenze,  considerò  fra  queste  an- 
che Livorno  (aS). 

g.  iS.Eiano  intorno  alla  rocca  poche  case  di 
abitatori  per  la  maggior  parte  condannati,  alimen- 
tati dal  mare  e  lusingati  dalla  mercatura,  ma  con- 


jin.i51S.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  263 

tiuuamente  insidiali  e  distrutti  dalla  insalubrità  di 
quel  clima:  le  acque  stagnanti  ne  ricoprivano  il 
littorale  non  solo,  ma  tutta  la  contigua  pianura, 
e  in  conseguenza  ne  rendevano  impraticabile  e 
troppo  pericolosa  la  campagna.  Il  granduca  Co- 
simo avendo  reso  salubre  il  clima  pisano,  dispe- 
rò peraltro  quasi  di  un  ugual  successo  per  quel 
di  Livorno,  e  perciò  slabili  in  Pisa  l'emporio  del- 
la mercatura,  e  quivi  chiamò  i  portoghesi,  i  greci, 
e  le  altre  commercianti  nazioni.  Nondimeno  ac- 
crebbe Livorno  di  nuove  fortiQcazioni,  e  procurò 
dei  comodi  agli  abitatori  e  ai  mercanti,  e  non  tra- 
scurò diligenze  per  risanare  quelle  campagne.  La 
comunicazione  con  Portoferraio  rese  anche  più 
necessario  quel  porlo,  ed  il  concorso  delle  navi 
mercantili  fuori  della  espettatìva  persuase  Cosi- 
mo che  si  potevano  vincere  coir  arte  i  difetti 
della  natura.  Il  primo  suo  pensiero  fu  di  amplia- 
re il  porto  e  renderlo  capace  di  maggior  numero 
di  navi,  ma  il  suo  successore  Francesco  giudicò 
più  espediente  di  preparare  prima  dei  comodi  per 
gli  abitatori,  e  procurare  la  loro  sicurezza  col  fab- 
bricarvi una  nuova  città.  Prima  dunque  di  ese- 
guire le  operazioni  incominciate  dal  padre  con  la 
direzione  dell'  Ammannalo,  incaricò  Tarchitetto 
Iiuontalenti  di  disegnare  la  pianta  della  nuova 
città  e  delle  sue  forliticazioni.  Apposti  sul  luogo 
i  contrassegni  del  suo  circondario  fu  intimato  ai 
proprietari  di  quelle  terre  ivi  comprese  che  com- 
parissero a  venderle  secondo  le  stime.  Fu  eretto 
un  uffizio  per  la  fabbrica,  e  fatti  gli  opportuni 
provvedimeali  di  operanti  e  di  materiali,  li  28 


a64  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1578. 

di  marzo  i557  fu  gettata  da  un  prelato  la  prima 
pietra  alla  presenza  di  numerosi  celi  ecclesiiìslici, 
laicali, e  militari,allo  sparo  (rarliglierìa  e  moschet- 
leria,  e  quella  pietra  fu  coronata  con  medaglie  e 
iscrizioni  allusive  alle  gesta  del  regnante  gran- 
duca. L"* architetto  Buontalenli  con  astrolabi!  e 
oriuolì  credette  di  esplorare  nel  cielo  (  o  cecità 
di  que'tempi!  )  il  momento  più  felice  per  cosi  so- 
lenne cerimonia,  e  trovatolo  alle  ore  sedici  e  due 
terzi,  il  prelato  obbedì  esattamente  alla  sua  inti- 
mazione. Stabilì  di  poi  il  granduca  gli  assegna- 
menti sopra  diverse  sue  rendite  per  il  prosegui- 
mento di  questa  fabbrica,  i  di  cui  progressi  però 
durante  la  vita  sua  non  furono  molto  felici  (26). 
§.  16.  Per  agire  in  conseguenza  e  provvedere 
alla  popolazione  della  nuova  ritlà,  il  granduca  te- 
nuto aveva  contemporaneamente  un  trattalo  a 
Costanlinopoji  per  ottenere  il  rislabilimento  e  il 
possesso  degli  antichi  privilegi  della  nazione  fio- 
rentina in  Levante.  Fino  dal  1479  risedeva  alla 
Porta  Oltomanna  un  Bailo  per  la  repubblica,  al 
quale  incombeva  P  invigilare  alla  conservazio- 
ne dei  privilegi  e  indirizzare  la  mercatura  dei  na- 
zionali. In  certi  tempi  si  erano  coniale  in  Pera 
fino  in  ventidue  case  fiorentine,  che  tutte  pro- 
movevano con  la  mercatura  il  lanificio  della  cit- 
tà, e  l'esito  delle  principali  manifatture.  Credette 
il  granduca  che  il  ristabilire  il  Bailo  potesse  ri- 
svegliare l'antico  commercio,  e  attrarre  in  Livor- 
no copiosa  popolazione  di  greci  e  di  ebrei  levan- 
tini per  formare  un  emporio;  si  opponeva  peral- 
tro al  successo  di  questa  pratica  priucipalmente 


Jn.i  578.         DÉl  TEMPI  MEDICEI  GAP.  V.  265 

il  corso  delle  galere  di  s.  Stefano  a  danno  dei 
turchi,  al  che  il  granduca  non  voleva  in  modo  al- 
cuno renunziare.  Per  non  contradire  alPistitulo 
di  queirordine  eretto  da  suo  padre  con  tanta  glo- 
ria e  con  tanto  dispendio,  per  rimuovere  la  con- 
tradizioue  d'avere  col  turco  nettempo  medesimo 
la  pace  e  la  guerra,  s'immaginò  il  compenso  che 
le  galere  di  s.  Stefano  si  considerassero  come  au- 
siliarie del  papa  e  del  re  di  Spagna,  e  che  tutti 
quei  legni  che  dalle  coste  di  Levante  salissero  a 
Ponente,  con  patente  del  Bailo  fiorentino  resi- 
dente alla  Porta,  dovessero  essere  immuni  dalle 
medesime.  Il  granduca  dovette  il  primo  supplica- 
re il  gran  Signore  della  conferma  dei  privilegi,  ed 
esporre  a  Dlekmet  bascià  le  condizioni  dei  me- 
desimi, siccome  fece  con  sua  lettera  dei  19  di 
aprile  1577. 11  bascià  Mekmet  rese  conto  al  gran 
Signore  di  queste  sue  domande,  il  quale  gli  ordi- 
nò che  venendo  Pambasciatore  e  il  Bailo  dei  fio- 
rentini gli  si  confermassero  i  privilegi  secondo  la 
domanda  che  ne  facevano.  IVIa  poi  le  suggestioni 
dei  ministri  di  Venezia  e  di  Francia,  temendo  che 
i  fiorentini  si  appropriassero  il  commercio  di  Le- 
vante, fecero  conoscere  la  doppiezza  del  grandu- 
ca riguardo  alle  galere  che  tuttavìa  agivano  con- 
tro i  turchi^  cosicché  fu  rimandalo  il  Bailo,  ed  il 
gran  Signore  gli  fece  notificare,  che  se  non  si  to- 
glievano le  galere,  mai  vi  sarebbe  pace  fra  di  lo- 
ro. Così  finirono  e  Tambasceria  spedita  e  'le  spe- 
ranze del  granduca  di  stabilire  un  commercio 
esteso  in  Levante  a  vantaggio  del  porto  di  Li- 
voruo. 


a66  ATVENIMENTI   STORICI  w^rt.157S. 

g.  17.  Il  commercio  tosnano  non  restò  perciò 
annichilito,  poiché  quanto  si  perdeva  per  la  parte 
di  Levante,  si  acquistava  colla  corrispondenza  che 
ogni  giorno  più  cresceva  con  gli  spagnuoli,  poiché 
era  già  stato  spedito  dstl  granduca  don  Pietro  dei 
Medici  di  lui  fratello  per  servire  sua  Maestà,  e 
meritarsi  qualche  distintivo  o  luminoso  incarico. 
Giunto  a  Madrid  fu  ricevuto  con  grandi   onorifi- 
cenze e  distinzione  dai  ministri  e  dai  grandi,  ed 
accolto  dal  re  con  molta  amorevolezza,  ed  avve- 
nuta la  nascita  di  un  infante  egli  ebbe  Tonorifi- 
cenza,  solita  darsi  al  più  degno,  di  presentarlo  al 
fonte  battesimale.  Dichiarò  il  re  che  voleasi  vale- 
re della  sua  persona,  sempre  che  ci  fosse  stata 
occasione  o  per  terra  o  per  mare,  la  quale  .per 
ora  mancando  conveniva  perciò  aspettarla.  INon 
tardò  per  altro  don  Pietro  a  far  conoscere  an- 
che in  Madrid  il  suo  spirito  d"'indipendenza,  ed  il 
suo  libertinaggio  :  odiava  Prospero  Colonna  che 
il  granduca  avea  seco  inviato  come  suo  maggior- 
domo, con  istruzioni  di  guidarlo,  sì  nella  condotta 
domestica  che  nella  pubblica:  prodigo  alTercesso 
disastrava  la  sua  economìa,  e  colle  più  abominevo- 
li dissolutezze  cimentava  la  propria  riputazione  e 
la  tolleranza  del  re,  che  non  mancò  di  farlo  segre- 
tamente ammonire.  La  crapula  e  gli  altri  disordini 
produssero  malattie  tali  da  porlo  in  pericolo  della 
vita;  cosicché  il  granduca  e  per  questa  ragione  e 
per  la  sua  estrema  prodigalità  lo  richiamò  a  Fi- 
renze anche  per  consìglio  del  cardinale,  il  quale 
desiderava  il  di  lui  ritorno,  poiché  essendo  morta 
la  granduchessa  al  iodi  aprile  la  presenza  di  don 


'JnASlS.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.V.  aGj 

Pietro  poteva  esser  utile  per  impedire  il  temuto 
matrimonio  del  granduca  colla  Bianca  Cappello, 
g.  1 8. Era  sì  virtuosa  la  granduchessa  regina  Gio- 
vanna, che  vestita  per  Io  più  assai  positivamente, 
accompagnava  nelle  processioni  il  SS.  Sacramen- 
to a  piedi  scalzi,  ed  ogni  sabato  portavasi  alla  SS. 
Tfunziata.  Gli  vennero  i  dolori  del  parto,  e  mal 
presentatosi  il  feto  videsi  essa  madre  mortale, 
onde  chiamato  a  sé  il  granduca  dì  lei  consorte, 
dichiarando  che  al  suo  male  non  c*era  rimedia, 
lo  abbracciò  ,  avvertendolo  di  vivere  più  cri- 
stia  namente  ,  e  raccomandandogli  la  prole  e  la 
corte  a  lei  spettante^  abbracciando  quindi  i  fi- 
gli, eh*  erano  Eleonora  ,  Anna  ,  Maria  e  don  Fi- 
lippo unico  maschio  ,  e  protestandosi  affeziona- 
ta al  marito,  in  dir  tali  cose  morì.  Il  giorno  dopo 
fu  portata  nel  salone  reale  del  palazzo  in  abito  di 
regina,  dove  concorsero  a  vederla  tutii  con  mol- 
te lacrime,  e  di  là  fu  portata  a  s.  Lorenzo.  II  i8 
aprile  si  celebrarono  le  di  lei  esequie  in  detta 
chiesa  con  gran  magnificenza,  ove  oltre  il  clero 
ed  altri  religiosi  vi  era  dietro  il  granduca  con 
berretta  alla  civile,  con  il  velo  fino  al  petto,  colla 
veste  che  strascinava  tre  braccia  ,  ma  egli  non 
mostrava  quella  mestizia  che  alla  repubblica  si 
conveniva  per  sì  gran  perdita.  Anzi  non  senza 
srande  scandalo  di  tutta  la  città,  trovandosi  la 
Bianca  a  veder  tali  esequie  in  casa  di  Simone 
Conti,  quando  le  fu  dinanzi  la  salutò  cavandosi 
la  ben*etla,  dimodoché  osservato,  da  tutti  fu  bia- 
simato. Non  solo  questo,  ma  appena  fatte  le  ce- 


a68  AVVENIMENTI    STORICI  JnASlS» 

rimonie  entrato  in  carrozza  si  fece  condurre  dove 
era  quella  donna  seduttrice  (2.7). 

g.19.  Il  granduca  si  allontanò  dalla  capitale 
nella  quale  il  popolo  non  lasciava  di  dar  lode  alla 
granduchessa,  e  d^infaraar  lui  con  invettive  e  li- 
belli. Il  cardinale  Ferdinando  dolente  molto  della 
morte  della  cognata,  e  per  Tamore  che  le  porta- 
va e  per  le  conseguenze  che  ne  prevedeva,  fece 
di  lutto  per  allontanare  il  granduca  dalla  Cap- 
pello .  Siccome  esso  era  all'  Elba  ,  così  il  car- 
dinale avea  disegnato  di  sorprenderlo  in  Porto- 
ferraio  per  abboccarsi  seco  liberamente,  e  lonta- 
no da  colei,  per  indurlo  finalmente  a  fare  uno 
sforzo,  e  consentire  ad  altro  matrimonio  più  con- 
veniente .  Ma  ciò  non  essendo  stato  permesso, 
supplì  il  cardinale  colla  spedizione  di  un  segre- 
tario suo  confidente,  il  quale  raggiunto  il  gran- 
duca a  Seravezza,  lo  trovò  alieno  intieramente 
dalTaccettare  nuove  proposizioni,  e  disposto  in 
apparenza  a  vivere  in  quella  libertà  in  cui  si  tro- 
vava. Siffatto  contegno  del  granduca  esacerbò  tal- 
mente Panimo  del  cardinale,  che  questa  fu  Tepo- 
ca  della  più  fiera  discordia  fra  loro,  e  da  questo 
momento  il  cardinale  cominciò  a  procedere  alla 
corte  di  Roma  con  prinnipii  propri  e  separati  da 
quelli  del  fratello,  talmente  che  il  partito  dei 
Medici  nel  sacro  collegio  si  andava  dividendo  tra 
lui  e  il  granduca  (28). 

5.20.  Era  Francescoindolente  a  qualunque  ri- 
sentimento della  regina  di  FranciajC  meno  curava 
le  contradizioni  e  lo  sdegno  del  cardinale,  che 


AnASl^,  DEI  TE3IPI  MEDICEI  CAP.  T.  2.69 

anzi  senza  riguardo  della  sua  quiete  e  del  pro- 
prio onore,  e  senza  temere  la  disapprovazione 
e  l'odio  universale  dei  sudditi  si  era  in  tìne  al)- 
bandonalo  alla  sua  passione.  Pochi  sono  gli  esem- 
pi di  una  debolezza  simile  alla  sua,  e  di  una  don- 
na così  artifiziosa  ed  ardita  come  la  Bianca;  essa 
"vivente  ancora  il  Bonaventuri  di  lei  marito  lo 
aveva  fatto  giurare  davanti  a  una  sacra  immagine 
di  prenderla  per  moglie,  quando  fosse  avvenuto 
che  ambedue  restassero  liberi  .  Il  Bonaventuri 
divenne  ardito  per  la  protezione  della  corle,  ed 
essendosi  avvicinato  a  Cassandra  Ricci  vedova 
Bonsjianni  fu  dai  parenti  fatto  uccidere  .  L**  atto 
del  giuramento  nel  corso  di  circa  otto  anni  piut- 
tosto che  nauseare  il  granduca  Francesco  e  disgu- 
starlo della  medesima,  impegnò  maggiormente 
il  suo  amore  a  segno  che  lino  le  offese  eran  prese 
per  gentilezze  e  tratti  di  spirito.  Dopo  ch^  egli 
ebbe  pubblicato  per  suo  don  Antonio  ,  essd  non 
ebbe  ribrezzo  ad  informarlo  della  vera  storia  del 
òuo  nascimento-  e  ciò  non  solamente  non  pregiu- 
dicò all'amore  per  lei  e  pel  fanciullo,  chf^  anzi  ad 
onta  di  quanto  era  successo  determinò  di  confer- 
mar sempre  più  l'opinione  del  pubblico  che  fosse 
suo  figlio,  e  comprargli  un  principato  nel  regno 
pel  prezzo  di  duecentomila  ducati.  La  morte  del- 
la granducbessa  lo  pose  finalmente  al  cimento  di 
adempire  le  promesse:  gli  ubimi  avvertimenti 
della  medesima  lo  avevano  toccato,  e  la  rittessio- 
ne  di  avvilirsi  nel  cospetto  del  pubblico  e  di  tut- 
ti i  principi  lo  sgomentava.  Grandi  furono  le  agi- 
tazioni del  suo  spirito  e  tiero  il  combattimento 


3^70  AVTENIIklENTl  STOHICI  ^«.1578. 

fra  la  passione  e  Tenore^  chiamò  in  soccorso  la 
teologìa  perchè  lo  calmasse,  e  implorò  Taiuto  del 
cielo  perchè  Io  assistesse  in  questa  risoluzione. 
Confidò  a  un  ecclesiastico  dei  più  savi  qualificali 
della  città  i  contrasti  del  cuore,  gli  narrò  grim- 
pegni  contratti  con  quella  donna,  e  gli  espose  la 
passione  che  lo  trasportava  a  sposarla  (29). 

g.  ai.  Rimostrò  il  prudente  teologo  alPaiflit- 
to  granduca  quanto  le  leggi  della  Chiesa  e  quelle 
deironore  aborrissero  un  tal  matrimonio,  e  si  op- 
ponessero per  renderlo  invalido  5  quanto  fosse 
turpe  il  sostener  don  Antonio  per  proprio  figlio, 
e  quanto  niaP  esempio  avrebbe  dato  al  pubblico 
col  dichiarar  sua  moglie  una  donna  sì  diflamata. 
Tanloloconvinse  colle  ragioni  che  in  quell'istante 
ed  alla  sua  presenza  fece  voto  a  Dio  di  non  la  spo- 
sare altrimenti^  accettò  il  propostogli  rimedio  d"'al- 
lontanarsi  da  lei,  e  significatagli  questa  sua  delibe- 
razione partì  alla  volta  dell'isola  delPElba,  ed  alla 
-visila  del  suo  stato  .  Le  opposte  ragioni  peraltro 
colle  quali  un  confidente  della  Bianca  tentava 
persuadere  il  principe ,  siccome  secondavano  le 
sue  inclinazioni,  cosi  riuscirono  facilmente  ad  in- 
durvelo:  con  esse  gli  artifizi  della  Bianca  fecero 
sul  di  lui  cuore  gli  ultimi  tentativi^  essa  non  la- 
sciò mai  di  perseguitarlo  con  le  sue  lettere,  nelle 
quali  ora  rammentava  le  sue  promesse,or  mostra- 
vasi  rassegnata  al  di  lui  volere,  affettava  poi  di- 
sperazione, e  minacciava  inclusive  darsi  la  morte. 
Finalmente  mosse  il  suo  equipaggio  per  allonta- 
narsi dalla  Toscana,  quando  il  granduca  persuaso 
dal  di  lei  confidente  ed  intenerito  da  tante  sue 


'jin.^  578.       BEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  T.  2/1 

dimostrazioni  si  lasciò  vincere,  e  gli  promesse  di 
contentarla  .  Era   troppo  recente  la  morte  della 
granduchessa,  né  conveniva  per  verun  titolo  ef- 
fettuar subilo  il  matrimonio^  ma  perchè  la  dila- 
zione   poneva    la  Bianca   in  nuovi    pericoli  ,  fu 
stabilito  di  farlo   segretamente,  e  senza  che  po- 
tesse pervenire  a  notizia   del  pubblico,  con  ani- 
mo poi  di  pubblicarlo  solennemente  dopo  passa  to 
Tanno  del  lutto.  Il  5  di  giugno,  cioè  roen  di  due 
mesi  dalla  morte  dell' arciduchessa  Giovanna,  fu 
eseguita  in  palazzo  la  dazione  deiranello  davanti 
all'altare,  cui  assistè  in  luogo  di  parroco  il  frate 
confessore,  delegato  dalParcivescovo  per  questo 
effetto  .  Il  vescovado  di  Chiusi  fu  poi  la  sua  ri- 
compensa ,  e  la  Bianca  fu  sempre  a  lui  grata  ed 
alla  sua  famiglia  di  così  segnalalo  servizio.  Igno- 
rò il  pubblico     questo  successo  ,  e  sebbene   la 
Bianca    trasferisse  la  sua  abitazione  in  palazzo 
Pitti,  il  pretesto  della  custodia  delle    principesse 
tolse  il  sospetto  del  matrimonio  .  Restò  occulto 
anche  td  cardinal  Ferdinando,  il  quale  si  dava  inu- 
tilmente il  pensiero  di  operare  che  da  varie  corti 
si  proponessero  a  suo  fratello  nuovi  parliti.  Ridol- 
fo li  avrebbe  desiderato  di  unirlo  colla  Gglia  del- 
l'arciduca Carlo,  ma  egli  resistendo  a  qualunque 
proposizione,  replicava  di  aver  ancor  tempo  a  de- 
terminarsi ^  bensì  andava    immaginando  i  modi 
rome  coonestare  presso  il  pubblico  il  matrimonio 
colla  Cappello,  per  non  ricevere  dai  principi  qual- 
che torto  neiratto  della  pubblicazione.  La  casa  di 
Austria  era  quella  che  l'obbligava   a  maggiori  ri- 
guardi; nou  solo  a  motivo  della  prole  della  dcfun- 


^72  àVVESIMEJ^Tl   STORICI  ^n.1578. 

ta  Giovanna,  come  ancora  perchè  da  essa  sperava 
ormai  tulio  Pappoggio  ed  il  sostegno  delle  onori- 
ficenze controverseli  dalla  casa  (li  Savola.  Avea 
sperimentata  la  Gerezza  ed  i  risentimenti  delPar- 
cidnca  Ferdinando,  e  giudicò  del  suo  principale 
interesse  il  guadagnarsi  la  sua  buona  amicizia  e 
corrispondenza  (3o). 

g.  aa.  Il  desiderio  della  vendetta  ,  passione 
predominante  negli  spiriti  deboli,  preoccupò  tal- 
mente l'animodi  Francesco.^  che  deliberò  d'estin- 
guere in  qualunque  modo  i  suoi  ribelli  e  quei 
che  avean  congiurato  contro  la  sua  persona,  ad 
onta  che  si  fossero  refugiati  e  protetti  dalla  re- 
gina di  Francia  .  Il  granduca  avea  incaricato  un 
certo  Curzio  Picchena  da  Colle  ,  segretario  del 
suo  ambasciatore  a  Parigi  di  sbrigarlo  dei  più  rag- 
guardevoli tra  gli  esiliati  toscani,  che  tuttavìa  si 
trovavano  alla  corte  di  Caterina  dei  Medici  ;  a 
quest^Kjpo  lo  avea  provveduto  di  sotiili  veleni. 
Egli  avea  mandati  in  oltre  alcuni  sicari  italiani 
creduti  i  migliori  di  tutti  gli  altri.  Il  granduca  pro- 
mise un  premio  di  4ooo  ducati  per  ogni  omicidio, 
oltre  il  rifacimento  di  tutte  le  spese  che  sareb- 
bero occorse.  Bernardo  Girolami  cadde  pel  primo 
vittima  di  questa  trama  ^  la  di  lui  morte  atterrì 
in  modo  tutti  gli  altri  esuli  fiorentini,  che  questi 
per  salvarsi  si  dispersero  per  le  provincie  della 
P'rancia  e  dell'  Inghilterra;  ma  in  ogni  luogo  fu- 
rono inseguiti  dai  sicari  di  don  Francesco,  e  tutti 
coloro  che  avean  recata  qualche  molestia  al  gran- 
duca perirono  (3  i). 

g.  a3.  In  questo  tempo  il  duca  d'Este  non  la- 


^/I.1579.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  V.  aja 

sciava  mai  occasione  d'inquietare  la  casa  Medici: 
procurò  di  sollevare  gli  abitanti  di  Borgo  di  Val 
di  Taro,  principato  ai  confini  del  territorio  di  Pia- 
cenza, e  se  ne  impadronì^  per  cui  Francesco,  pre- 
sidiando d^ordine  delPimperatore  le  terre  di  Bar- 
di e  Compiano,  incontrò  nuovi  contrasti  col  duca 
di  Parma.  La  guerra  di  Fiandra  impegnò  il  gran- 
duca ad  un  imprestito  di  400000  ducali,  ed  il  re 
Filippo  accettò  al  suo  servizio  don  Giovanni  del 
figlio  naturale  di  Cosimo,  e  dichiarò  don  Pietro 
generale  della  fanterìa  italiana  (Sa). 

g.  a4.  Restava  tuttavia  ignoto  a  ciascuno  il  ma- 
trimonio del  granduca  colla  Bianca  Cappello,  ed  i 
fratelli,  sebben  temessero  che  potesse  succedere, 
pure  non  aveano  alcun  motivo  da  crederlo  di  già 
effettuato.  Nondimeno  cresceva  ogni  giorno  più 
nel  cardinale  la  mala  contentezza  contro  il  fra- 
tello 5  e  non  mancavano  ministri  ,  che  consul- 
tando più  r  interesse  che  il  dovere  loro  ,  pro- 
curavano di  alimentarla  con  nuovi  supposti.  Portò 
il  caso  che  il  cardinale  dovette  trasportarsi  a  Fi- 
renze e  verificare  da  sé  med^imo  lutti  i  sospetti. 
I  disordini  de!  granduca,  la  sua  vita  irregolare, 
le  villeggiature  e  le  cacce  gli  cagionarono  una 
malattìa  di  febbre,  non  senza  qualche  timore  di 
tonseguenze  sinistre.  Corse  da  Roma  il  cardinale 
a  visitare  il  fratello,  e  restò  gravemente  sorpreso 
allorché  vide  la  Bianca  assisterlo  continuamente, 
ed  escludere  ogni  altro  dalla  sua  presenza:  ei  si 
credette  in  dovere  di  Uicstrare  al  medesimo  non 
convenirgli  punto  in  tali  circostanze  l'assistenza 
di  quella  donna,  e'I  grave  pregiudizio  che  ne  de- 
Sl.  Tose,  Tom,  10.  24 


274  AVVENIMENTI    STORICI  ^rt.1579. 

rivava  alla  sua  coscienza  ed  a!  decoro  .  Dovei  te 
finalraenle  Francesco  confessare  al  fratello  il 
contrailo  matrimonio  ,  e  scusando  la  violenza 
della  passione,  le  promesse,  e  la  sua  debolezza  , 
rivelare  le  agitazioni  interne  che  lo  alfllggevaiio. 
Dissimulò  per  allora  Ferdinando  Testremo  dolore 
concepito  per  questo  accidente,  ma  poi  ritiratosi 
e  confidato  il  successo  ad  un  segretario  suo  con- 
fidente, non  polè  trattenerle  lacrime.  Con  questa 
amarezza, subito  che  lo  permesse  T indisposizione 
del  granduca,  si  ritirò  a  Roma ,  con  animo  di  vi- 
vere perpetuamente  in  quella  città,  e  non  veder 
più  il  fratello,  uè  i  di  lui  cortigiani. 

§.  25.  Il  granduca  ristabilito  in  salute  pensò 
a  render  pubblico  il  suo  matrimonio,  e  prima  di 
tutto  ne  fece  la  confidenza  a  Filippo  ,  cui  seppe 
così  ben  persuadere,  sostenendo  T  inganno  della 
Bianca,  con  rappresentare  per  suo  il  figlio  ch'ella 
suppose  aver  partorito  colla  speranza  di  averne 
altri  ,  onde  appoggiare  la  successione  della  sua 
casa,  che  Filippo  replicò  graziosamente  alla  par- 
tecipazione fattagli ,  ed  approvò  il  matrimonio. 
Prima  però  di  annunziarlo  alle  altre  corti  ne  avea 
fatta  parte  alla  repubblica  di  Venezia,  inviandovi 
con  nobile  e  [)omposo  corteggio  il  conte  Mario 
Sforza  di  Santa  Fiora  ,  che  fu  apportatore  di  una 
lettera  del  granduca  al  doge  ,  nella  quale  egli 
vanta  vasi  della  sua  inclinazione  di  preferire  l'al- 
leanza di  quella  repubblica  a  qualsivoglia  altra 
di  Europa,  e  diceva  elicerà  venuto  nella  determi- 
nazione di  sposare  la  Bi^mca  Cappello  ,  reputan- 
dola come  figlia  di  quella  repubblica.  Straordi- 


jin.iÒ^d.       DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  r.  276 

narie  e  grandiose  furono  le  acco:;lienze  che  la  re- 
pubblica fece  allo  Sforza,  e  volle  dare  al  granduca 
le  più  certe  prove  di  gradimento  e  di  buona  cor- 
rispondenza nelTudienza  formale  data  in  collegio 
dal  doge  e  dalla  signorìa  allo  Sforza.  Fu  proclamala 
a  pieni  voti  in  Pregadila  Bianca  Cappello,,  vera  e 
partìcolar  figliuola  della  repubblica,  per  corrispon- 
dere alla  stima  che  ha  mostralo  il  granduca  tener 
di  noi  in  questa  prudenlissima  risoluzione  „.  Fu 
annunzialo  al  pubblico  in  Venezia  quell'atto  col 
suono  di  tutte  le  campane  e  collo  sparo  dell'ar- 
tiglierìa.  Ripartì  lo  Sforza  da  Venezia  carico  dì 
onori  e  regali ,  e  portò  alla  Bianca  il  diploma  di 
figliuolanza.  Per  corrispondere  il  granduca  inviò 
a  ringraziare  la  repubblica  il  suo  fratello  natu- 
rale don  Giovanni,  benché  di  soli  anni  dodici. 

g.  26.  All'  arrivo  del  giovanetto  in  Venezia  si 
rinnovarono  le  feste  e  le  onorificenze.  Se  ne  ritor- 
nò eglia  Firenze,  e  la  repubblica  deputò  due  am- 
basciatori nei  senatori  Tiepolo  e  Michieli,  per  por- 
re in  possesso  la  Bianca  delle  prerogative  che  le 
convenivano,  come  figlia  di  s.  Marco,  ed  assistere 
alla  formalità  delle  nozze.  È  soverchio  il  narrare 
minutamente  le  onorificenze  impartite  loro  dalla 
magnificenza  del  granduca  pel  contento  che  ne 
avea  :  furono  essi  magnificamente  alloggiali  nel 
palazzo  dei  Pitti.  Si  fissò  poi  il  giorno  la  d'otto- 
bre la  gran  funzione  per  V  incoronazione  della 
Bianca,  e  furono  rinnovali  solenni  sponsali  ,  il 
che  tutto  si  esegui  con  la  maggiore  splendidezza 
nella  cappella  del  palazzo, da  dove  quasi  Irionfal- 
raenle  la  nuova  granduchessa  fu  condotta  alla 


HyG  AVVENIMENTI  STORICI  AnA'ol9, 

nieli'opolilana,  seguitata  dallo  sposo,  dagli  aniba- 
srialori  e  da  tutta  la  nuova  comitiva,  ed  in  mezzo 
ad  una  indicibile  affluenza  di  popolo  concorso  per 
godere  di  questa  allegrezza.  Assistettero  al  solen- 
n«^  divino  officio  gli  sposi,  dopo  di  che  collo  stes- 
so treno  se  ne  ritornarono  al  palazzo.  Sulla  fine 
d'ottobre  ripartirono  gli  ambasciatori  con  tutti  ì 
parenti  della  Cappello,  ricolmi  di  onorificenze  e 
regali.  Restò  soltanto  Vittorio  Cappello,  con  ani- 
mo di  stabilire  in  Firenze  la  sua  dimora ,  ed  il 
granduca  assegnò  ad  esso  una  pensione  perpetua 
da  passare  nella  sua  linea  mascolina,  e  costituì 
una  dote  per  la  sua  figlia.  Fissò  anche  una  dote 
alla  granduchessa  di  looooo  ducati  da  collocarsi 
sulla  zecca  di  Venezia.  È  opinione  che  questa  ce- 
remonia,  ambascerìe,  feste,  regali  ec.  non  costas- 
sero al  granduca  meno  di  3ooooo  ducali.  Il  solo 
cardinale  Ferdinando  non  seppe  dissimulare  la 
sua  disapprovazione,  scusandosi  con  diversi  pre- 
testi d'intervenirvi,  e  mandò  soltanto  un  suo  gen- 
tiluomo a  complimentare  gli  ambasciatori  (S3)  . 
Pareva  a  lui  che  con  tali  sponsali  avesse  il  gran- 
duca Francesco  adombrato  il  nobilissimo  suo  pa- 
rentado, degno  ormai  d'esser  congiunto  con  mo- 
narchi e  signori  di  altissimo  rango;  che  però  era 
fama  eh''  egli  ad  altro  non  pensasse  che  a  torsi 
davanti  agli  occhi  questo  disonore,  con  farle  dar 
veleno^  di  che  avvisala  Bianca,  viveva  guardinga 
e  pensava  continuamente  al  modo  di  farlo  incap- 
pare in  quei  medesimi  lacci  che  andava  a  lei  ten- 
dendo (34). 

g.  2,7.  Le  leve  fatte  in  Italia  sotto  il  comando 


Jn.^  5S0,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  2.yy 

di  don  Pietro  per  servizio  del  re  Filippo,  e  la 
stretta  relazione  di  Francesco  con  questo  mo- 
narca, destarono  sempre  più  T  invidia  degli  altri 
principi  italiani  verso  la  casa  Medici,  e  segnata- 
mente della  corte  di  Francia  irritata  per  vedersi 
posposta  nelPalleanza,  malgrado  le  sue  pompose 
offerte  al  granduca  .  Le  gare  di  precedenza  del 
duca  di  Savoia  e  di  Ferrara  furono  pure  soste- 
nute dal  re  di  Francia,  e  posposto  nelle  formule 
d'etichetta  T ambasciatore  di  Firenze.  Non  può 
abbastanza  descriversi  quanto  questo  colpo  fosse 
sensibile  al  granduca,  che  richiamò  il  detto  am- 
basciatore da  quella  corte  (35).  La  successione  dì 
casa  Medici  appoggiavasi  soltanto  nel  principe  don 
Filippo,  la  di  cui  debole  costituzione  faceane  pre- 
veder prossima  la  mancanza  .  La  Bianca  con  si- 
mulate gravidanze  ed  aborti  teneva  vìva  nel  gran- 
duca la  speranza  di  successione,  ma  non  ingan- 
nava però  il  cardinale  ,  che  conosceva  i  dì  lei 
artifizi .  Desiderava  questi  che  don  Pietro  si  am- 
mogliasse, e  gli  proponeva  diversi  partiti  in  Italia, 
e  lo  stesso  granduca  n'  era  desideroso.  La  gran- 
duchessa ormai  pervenuta  al  compimento  de'^suoi 
desideri!  ambiva  di  guadagnarsi  P  amicizia  del 
cardinale,  e  diventar  essalo  strumento  della  riu- 
nione dei  fratelli,  i  quali  davansi  in  ogni  occasio- 
ne dei  contrassegni  del  mutuo  loro  esacerbamen- 
to .  Il  cardinale  splendido  di  sua  natura  si  era 
disastrato  nella  sua  economìa  :  domandò  quindi 
al  granduca  un''  anticipazione  sopra  i  suoi  asse- 
gnamenti, che  gli  fu  assolutamente  dal  fratello 
piegata.  Bianca  s'impegnò  d'ottenergliela,  ed  es- 


fiyS  AVVENIMENTI  STORICI  uitlASSO, 

senclovi  riuscita,  fu  questa  Tepoca  di  un''appareii- 
te  riconciliazione  fra  loro,  che  poi  obbligò  il  car- 
dinale ad  andare  a  Firenze  per  dissipare  colla 
sua  presenza  tutti  quei  sospetti  che  tenevano  gli 
animi  loro  alienati  e  divisi  .  Uno  degli  oggetti 
principali  della  riconciliazione  fra  loro  si  era  il 
riunire  i  due  partiti  medicei  in  Roma  alT  occa- 
sione del  conclave,  dove  gli  Estensi  ed  i  Farnesi 
potevano  mediante  le  divisioni  dei  Medici  avere 
una  superiorità .  Un  piano  formato  dal  cardinale 
dei  Medici  di  separare  il  cardinale  d*"  Este  dal 
Farnese  ebbe  il  suo  effetto,  ed  il  Medici  e  l'Esten- 
se fecero  una  sincera  amicizia  ed  unione  d''inte- 
ressi  (36). 

g.  ll8.  Non  ostante  le  gare  ch^esistevano  Ira  i 
principi  italiani,  si  godeva  quiete  in  Italia, dovu- 
ta ali"  impotenza  dei  principi  oltramontani ,  ed 
avrebbe  questa  continuato,  se  delle  calamità  non 
fosser  venute  ad  opprimerla.  La  peste  che  avea  di 
già  fatte  molte  stragi  a  Venezia  e  nella  Lombardia 
si  era  propagata  nella  riviera  di  Genova,  ed  aven- 
do infestate  le  coste  della  Provenza  si  avanzava 
nelPinterno  della  Francia.  Colle  pia  grandi  cau- 
tele potettero  i  principi  ed  il  granduca  special- 
mente liberare  dalP  infezione  il  paese  ,  ma  non 
mancò  altro  malore,  che  fu  una  epidemìa  deno- 
minata il  male  del  castrone,  che  produceva  gran 
dolore  di  capo  e  continue  vigilie.  Nel  luglio  ne  fu 
attaccata  Firenze,  e  tuttoché  per  T  ordinario  il 
male  non  fosse  mortale,  pure  fra  la  plebe,mancan- 
le  di  aiutijfece  della  strage.  Anche  il  granduca  ne 
fu  attaccato ,  ma  dopo  quattro  giorni  ne  rimase 


Àn.ISSO.  DEI  TE3IPI  MEDICEI  CAP.  V.  Hy^ 

libero:  ci  si  unì  ancora  la  carestìa  a  cagione  di  due 
anni  consecutivi  di  scarse  raccolte  in  Toscana,  il 
che  faceva  temere  di  una  rivoluzione  nel  popolo, 
essendo  lutti  malcontenti  del  governo  e  dei  mi- 
nistri che  in  tempi  così  calamitosi  usavano  di  un 
rigore  eccessivo  nella  riscossione  dei  dazi. Nacque 
ancora  nel  ministero  una  rivoluzione,  e  furono  al- 
riraprovviso  sbalzati  dalla  corte  sotto  differenti 
pretesti  i  più  intimi  confidenti  del  granduca,  che 
erano  Francesco  Iacopo  Salviati ,  Mario  Sforza 
e  Pandolfo  Bardi .  Si  credette  che  ciò  avvenisse 
per  opera  di  Vittorio  Cappello  ,  che  solo  voleva 
dominare  in  corte  (37). 

g.  2,9.  Il  popolo  si  maravigliò  fortemente  di  ve- 
dere nell'autunno  venire  in  Firenze  per  la  villeg- 
giatura il  cardinal  Ferdinando  de'DIedìci,  ed  esser 
ricevuto  colla  più  grande  amorevolezza  tanto  dal 
granduca  quanto  dalla  granduchessa,  ed  egli  stes- 
so contraccambiare  anche  colla  cognata  ed  i  suoi 
parenti  lutti  i  tratti  di  buona  relazione  e  di  offi- 
ciosità.Persuasi  il  granduca  e  la  Bianca  della  since- 
ra riconciliazione  del  cardinale  gli  comunicarono 
scambievolmente  i  loro  interessi  ed  i  più  impor- 
tanti affari  dello  slato,  e  gli  dettero  intiera  libertà 
di  proporre  lutto  ciò  che  credesse  conveniente 
alla  comune  grandezza.  Uno  dei  primi  pensieri 
did  cardinale  fu  di  mettere  in  considerazione  al 
fratello  a  quanto  debol  sostegno  fosse  appoggiata 
la  successione  della  famiglia,  e  quanto  perciò  fos- 
se necessario  il  richiamare  don  Pietro  dal  Porto- 
gallo, ch'era  già  conquistato,  e  stabilirlo  in  To- 
scana cou  un  decente  accasamento.   Fu  dunque 


a80  AVVENIMENTI  STORICI  ^<1.1  580. 

richiamato^  e  gli  fu  proposta  per  moglie  la  sorel- 
la del  duca  d''Urbino,  ma  egli  ricusò  di  maritarsi, 
edafiche  di  ritornare  in  Toscana,  fintantoché  il 
re  non  gli  avesse  fissata  una  carica  permanente 
«  di  sua  convenienza.  Tutti  i  più  rilevanti  affari 
del  granduca  passavano  sotto  l'esame  del  cardi- 
nale, il  quale,  godendo  della  stima  ed  amore  uni- 
versale, faceva  sperare  che  il  fratello  avrebbe  pro- 
fittato de*'suoi  lumi.  Alla  metà  di  dicembre  egli 
se  ne  tornò  a  Roma  regalato  magnificamente  dal 
granduca  e  dalla  Bianca,  lasciando  gran  desiderio 
di  sé  in  Firenz*?.  La  Bianca  continuò  a  coltivare 
la  di  lui  amicizia  e  ad  obbligarselo  con  cordiali 
espressioni  (38). 

g.  3o.  Attese  le  infestazioni  dei  banditi,  dalle 
masnade  dei  quali  erano  travagliate  tutte  le  fron- 
tiere della  Toscana  con  lo  stato  ecclesiastico,  fu 
richiesto  il  granduca  di  prestare  soccorso  al  papa 
contro  di  essi,  e  promise  che  non  avrebbe  dato  loro 
sicurtà  nel  suo  stato  ^  ma  non  volle  concorrere 
alla  esecuzione  da  farsi  in  quello  della  Chiesa,  e 
sfilò  dei  cordoni  di  truppe  ai  confini  per  im- 
pedir loro  l'ingresso  nel  granducato.  Dava  però 
a  Francesco  più  pensiere  il  progetto  del  papa 
d^impossessarsi  del  feudo  di  Pitigllano,  apparte- 
nente al  conte  Niccola  Orsini,  col  pretesto  che 
questi  dava  ricetto  ai  masnadieri  dello  stato  ec- 
clesiastico. Il  cardinale  Ferdinando  consapevole 
di  ciò  pensò  di  prevenire  il  papa  con  uno  strat- 
tagemma. Avvertì  Alessandro  Orsini  figlio  del  so- 
praddetto Niccola  conte  di  PitiglJano  di  quello  si 
trattava;  e  lo  consigliò  a  discacciare  il  padre  dal 


JnA5S0,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  2.8 1 

feudo:  fu  accettato  il  partito  che  piacque  anche  al 
granduca,  il  quale  mandò  delle  truppe  a  Sovana 
per  accorrere  in  ogni  evento:  riuscì  facilmente  al 
6glio  di  scacciare  il  padre  dal  feudo,  e  di  prender- 
ne il  governo,  e  il  granduca  accettando  i  reclami 
del  padre  e  del  6glio  divenne  Tarbitro  dei  loro 
interessi.  Non  fu  difficile  il  persuadere  Niccola  a 
rinunziare  al  feudo  col  riceverne  una  conveniente 
pensione  da  pagarsi  dal  granduca  e  dal  tìglio,  e 
Alessandro  cede  liberamente  a  Francesco  le  due 
fortezze  di  Piligliano  e  Sorano,col  riceverne  una 
ragguardevole  somma.  Entrato  il  granduca  in  pos- 
sesso di  quelle  fortezze  fece  demolire  quella  di 
Pitigliano,  e  fortificò  Taltra  di  Sorano  (39). 

g.  3i.  A-nche  la  città  del  Borgo  s.  Sepolcro 
cadde  in  potere  del  granduca  di  Toscana.  Erano 
da  quaranl'anui  che  questa  terra  col  consenso 
dei  cardinali  era  stata  impegnata  al  duca  di  Fi- 
renze per  una  buona  somma  di  denari,  alla  con- 
dizione che  se  nel  termine  di  18  anni  la  Chiesa 
avesse  fatta  la  restituzione  del  denaro  sarebbe 
restituita  dal  duca  la  terra,  altrimenti  passato 
questo  termine  s'intendesse  che  quel  luogo  fos- 
se decaduto  liberamente  al  duca,  né  la  Chiesa 
per  nessuna  ragione  potesse  ridomandarlo.  Es- 
sendo per  tanto  ricuperate  dai  ministri  ecclesia- 
tici  molte  castella  e  terre,  occupate  da  vari  prin- 
cipi potenti  in  vigore  di  un  breve  poutiiicio,  pre- 
tendevano perciò  i  delti  ministri  di  ricuperare  s. 
Sepolcro.  Il  granduca  per  non  prender  brighe 
colla  corte  di  Roma,  soffriva  di  restituirlo,  pur- 
ché al  pagamento  del  debito  che  la  Chiesa  aveva 


aSa  AVVENIMENTI  STORIOl  JnAbSO. 

con  lui,  gli  fossero  rifatte  le  spese  da  esso  fatte 
per  forfitìcarlo.  Siccome  queste  spese  passavano 
i  Irecentomila  scudi,  cosi  il  pontefice  stava  forte 
in  rivolere  la  terra,  ma  trovato  il  granduca  più 
forte  di  lui.s'incominciò  fra  i  confinanti  della  Chie- 
sa e  del  granduca  a  pigliare  le  armi,  e  ogni  di  se- 
guivano incursioni  e  ammazzamenti  tra  Tuna  e 
l'altra  parte.  Finalmente  stando  il  granduca  fer- 
mo nel  suo  proposito  gli  fu  rilasciato  il  Borgo  s. 
Sepolcro,  e  così  finirono  le  risse  fra  que^opoli  e 
le  brighe  tra  le  corti  di  Roma  e  di  Toscana  (4o). 
§.  3a  .  Ritornato  a  Roma  il  cardinale  Fer- 
dinando si  unì  al  suo  volere  anche  il  cardinale 
Gonzaga  ,  onde  il  partilo  farnese  infievolivasi 
sempre  più,  e  quel  dei  Medici  diveniva  potente. 
Il  re  di  Spagna  mandò  in  quesl"*  anno  al  grandu- 
ca il  tosone,  e  dette  a  Ferdinando  la  protettola 
di  Spagna  a  Roma,  per  aver  essi  accomodati  gli 
affari  giurisdizionali  tra  il  papa  e  il  detto  monar- 
ca. Divenuto  Vittorio  Cappello  scialacquatore  e 
prepotente  alla  corte,  non  solo  s''era  reso  odioso  a 
tutto  Firenze,  ma  finalmente  cominciò  a  dispia- 
cere anche  al  granduca  e  alla  sorella,  i  quali  lo 
costrinsero  a  ritornarsene  a  Venezia,  ed  al  Ser- 
guidi,  ch'era  con  Vittorio  sempre  in  opposizione, 
restò  appoggiata  la  principale  direzione  del  go- 
verno e  del  gabinetto  .  Il  granduca  pareva  or- 
mai stanco  degl'affari  e  si  occupava  n  ei  passatempi, 
scorrendo  le  sue  ville,  e  facendo  ricevimenti  ai 
principi  forestieri,  come  succedette  per  farciduca 
Massimiliano,  desiderando  egli  di  non  trascurare 
alcuna  occasione  di  cattivarsi  l'animo  della  casa 


Jn.IBSO.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  V.  a83 

d'Austria,  tanto  più  che  presto  dovea  riunirsi  in 
Germania  la  dieta,  ed  esaminare  la  precedenza  tra 
lui  e  il  ducadi  Savoia. La  stretta  amicizia  e  benevo- 
lenza che  tino  dai  tempi  di  Cosimo  teneva  unita 
alla  casa  Medici  quella  degli  Sforza  di  s.  Fiora, 
faceva  che  il  granduca  stimasse  come  propri  gli 
interessi  di  quella  famiglia,  e  cooperasse  con  tutta 
l'autorità  al  di  lei  avanzamento.  A  tal  eflfetto  per 
renderla  polente  alla  corte  di  Roma  aveva  mari- 
tala la  conlessa  Costanza  Sforza  a  Iacopo  Buou- 
compagni^  avea  ricolmalo  Mario  Sforza  di  onori, 
di  cariche  e  di  slipentli,  ed  il  cardinale  di  lui  fra- 
tello riconosceva  dalle  opere  e  dalTautorità  della 
casa  Medici  la  protettorìa  della  corona  di  Spa- 
gna. Il  granduca  Francesco  per  raaggiormenle  ri- 
stringere quest'  alleanza  avea  promesso  al  gio- 
vane marchese  Sforza  di  dargli  in  isposa  donna 
Virginia  sua  sorella,  tiglia  naturale  di  Cosimo  e 
della  Cammilla  Martelli,  essendosi  a  quesfeffet- 
to  il  cardinale  obbligato  di  lasciarlo  erede  di  tutte 
le  sue  facoltà. 

§.  33.  Il  conte  Mario  per  un  certo  dispiacere 
avuto  con  Vittorio  Cappello,  tenendosi  mal  sodi- 
sfallo del  granduca  e  della  Bianca,  dette  da  per 
sé  stesso  il  motivo  della  sua  decadenza  dal  i'avore 
della  corte,  e  il  cardinale  Sforza,  non  avendo  nel 
It'Stamenlo  neppur  fatta  menzione  del  marchese 
suo  nipote,  mancò  alla  parola  e  agli  appuntamenti 
presi  per  la  conclusione  del  parentado.  Ma  lut- 
to ciò  non  Taviebbe  interrotto  se  gli  sforzeschi, 
appena  morto  il  o3rdinale,non  avessero  tacitamen- 
te operalo  col  papa  per  mezzo  del  Buoncompa- 


•i84  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.15S0. 

gni  che  conferisse  il  cappello  cardinalizio  al  mar- 
chese, il  quale  scordatosi  delTinipegno  contralto 
colla  Virginia,  non  ebbe  riguardo  di  doniondarlo 
egli  stesso.  Maggiore  prudenza  usò  il  pontefice, 
ilquale  disapprovando  questo  contegno  rigettò 
le  loro  istanze  per  non  far  torto  al  granduca.  Non 
seppe  Francesco  dissimulare  tanta  mancanza  di 
rispetto  alla  sua  persona,  e  ben  lo  dimostrò  in 
occasione  che  gli  sforzeschi  vedendosi  rigettati 
dal  papa  tentarono  di  prevenire  il  suo  sdegno 
con  fare  istanza  che  si  effettuassero  speditamen- 
te le  nozze:  replicò  loro,  il  granduca  che  Cosimo 
avea  con  uno  scritto  di  sua  mano  ordinato,  che 
donna  Virginia  non  potesse  sposarsi  se  non  com- 
piti i  17  anni,  e  che  non  avendone  finiti  tredici 
vi  era  tempo  a  risolversi.  Ma  insistendo  essi  sul 
trattato  già  stabilito,  il  granduca  entrato  in  furore 
li  rimproverò  aspramente  del  loro  falso  procedere 
e  lì  rigettò  dalla  sua  presenza  .  Essi  si  allontana- 
rono da  Firenze  di  mala  grazia ,  e  il  granduca 
licenziò  Mario  Sforza  dal  carico  che  teneva  di 
generale  della  sua  infanterìa  .  Questo  accidente 
commosse  Iacopo  Buoncompagni  e  lo  stesso  papa 
Gregorio  XIII  contro  la  casa  Medici  in  forma  che 
non  ebbe  riguardo  veruno  a  dichiarare  la  sua  par- 
zialità (4i). 

g.  34.  Mentre  tutti  i  principi  godevano  della 
pace  e  tranquillità  che  loro  offriva  Tltalia,  Fran- 
cesco granduca  di  Toscana  perdette  V  alleanza 
della  repubblica  di  Venezia  ,  per  lo  che  ebbe  ad 
incontrare  innumerevoli  sollecitudini.  Le  galere 
di  s.  Stefano  inseguendo  le  navi  dei  turchi  potè- 


^/2.1582.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    V.  a85 

rono  depredarne  alcune  in  quelle  acque  medesi- 
me, nelle  quali  la  repubblica  veneziana  avea  loro 
promesso  sicurezza,  di  che  offesasi  quella  repub- 
blica mosse  lamenti  al  granduca,  domandando- 
gli sodisfacimentodei  danni.  A-lle  ripetute  inchie- 
ste dei  venezianiricusatosi  Francesco,  uè  valendo 
a  rimuoverlo  dalla  sua  ostinazione  la  mediazione 
del  pontefice  ed  i  suggerimenti  del  re  di  Spagna, 
la  repubblica  veneziana  si  alienò  totalmente  da 
lui,  e  dichiaratasi  nemica,  non  lasciò  sfuggire  oc- 
casione per  farlo  pentire  di  così  oltraggioso  rifiu- 
to (42). 

g.  35.  Ebbe  frattanto  il  granduca  altri  dispiaceri 
in  famiglia,  e  gli  fu  oltremodo  sensibile  quello  di 
perdere  il  suo  maschio  don  Filippo,  che  cessò  di 
vivere  il  dì  29  marzo.  Di  gran  dolore  fu  a  lui  que- 
sta perdita,  come  anche  al  cardinale,  ma  non  volle 
che  si  facesse  alcuna  dimostrazione  di  lutto  e  di 
condoglianza.  Temevasi  che  dietro  una  tal  perdita 
non  venisse  I-estinzione  della  famiglia  Medici.  La 
Bianca  ancoressaera  afllitla  per  lasuainfecondità,e 
già  studiava  i  mezzi  per  far  cadere  la  successione 
nel  supposto  suo  figlio  don  Antonio.  Se  ne  inso- 
spettì il  cardinale, tanto  più  che  vedeva  ogni  gior- 
no crescere  le  premure  del  granduca  verso  di 
quello.  Non  era  lontano  il  cardinale  di  sacrifica- 
re al  bene  della  famiglia  (piella  grandezza  che 
aveva  nello  stato  ecclesiastico,  ma  volle  prima 
che  si  teolasse  di  persuadere  don  Pietro  a  nuo- 
vamente accasarsi.  Vane  però  furono  le  premure 
dei  fratelli  ,  giacché  la  vita  di  libertinaggio  che 
conduceva  lo  teneva  lontano  dal  sottoporli  a  nuo- 
St,  Tose,  Tom,  10.  25 


a86  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1  Ò82.' 

vi  vincoli,  né  lo  movevano  le  istanze  del  re  Fi- 
lippo, se  non  che  in  seguito  lusingato  da  esso  di 
una  carica  permanente  e  convenevole,  finalmen- 
te s'^indusse  a  dargli  parola  di  nuovamente  pren- 
der moglie  (43)'  Arrivato  frattanto  in  Italia  il 
conte  d'Olivarez.spedito  dal  re  di  Spagna  alla  di- 
rezione degli  affari  d' Italia,  portò  i  dispacci  per 
investire  il  cardinale  dei  Medici  della  protettorìa 
di  quella  corte.  Non  ostante  tutte  le  accoglienze 
ed  officiosità  fatte  dai  Medici  a  questo  ministro , 
egli  si  tenne  con  essi  loro  in  una  maniera  così 
misteriosa,  che  produsse  una  tal  mala  intelligenza, 
che  in  seguito  fece  nascere  una  intiera  aliena- 
zione della  casa  de'Medici  dalla  corte  di  Spagna. 
Si  vide  perciò  il  granduca  obbligalo  a  stringersi 
maggiormente  col  papa,  e  così  stabilire  in  Roma 
più  fondatamente  il  partito  e  l'autorità  della  sua 
casa.  Si  agitavano  intanto  alla  corte  imperiale  ed 
alla  dieta  gli  affari  di  precedenza,  e  specialmente 
fra  '1  duca  di  Savoia  ed  il  granduca,  e  sebbene  il 
voto  della  dieta  fosse  per  il  duca  di  Savoia,  l'im- 
peratore non  volle  fare  alcun  cambiamento  nel- 
l'etichetta. 

g.  36.  Forti  querele  seguirono  in  questo  tem- 
po tra'l  granduca  e  la  repubblica  di  Venezia,  che 
poi  degenerarono  in  aperta  rottura.  Motivo  di 
questo  fu  un  trattato  segreto  tra  '1  doge  Niccolò 
da  Ponte  ed  il  duca  di  Ferrara,  il  quale  chieden- 
do che  la  repubblica  gli  accordasse  i  titoli  di  al- 
tezza e  di  serenissimo,  propose  il  matrimonio  di 
don  Cesare  d^Este  erede  presuntivo  di  tutti  i  suoi 
stati  con  una  nipote  del  doge,  a  condizione  però 


w^/2.1582.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  T.  287 

che  fosse  adottata  per  6glia  della  repubblica,  co- 
m''erasi  fatto  per  la  Bianca.  Per  quanto  il  trattato 
fosse  occulto,  e  nulla  di  ciò  fossesi  comunicato  al 
senato,Yenne  nonostante  a  notizia  di  Bianca,che  ne 
fece  risentimento  alla  repubblica, non  solo  per  sé, 
ma  anche  per  il  granduca.  La  maniera  forte  colla 
quale  ella  fece  dal  segretario  del  medesimo  espor- 
re le  sue  lagnanze,  inaspri  gli  animi  dei  senatori, 
già  prima  maldisposti  perla  negativa  della  preda 
fatta  dalle  galere  di  s.  Stefano  in  Levante.  Man- 
dò finalmente  la  repubblica  un  segretario  a  Fi» 
renze  per  assicurare  il  granduca  della  di  lei  igno- 
ranza quanto  al  trattato  del  matrimonio,  e  nel 
tempo  slesso  domandare  la  restituzione  della 
preda,  e  pregarlo  a  desistere  dal  mandare  le  galere 
in  corso  verso  PArcipelago  ed  i  luoghi  di  suo  do- 
minio .  Espose  il  segretario  al  granduca  la  sua 
commissione  con  molta  destrezza,  ma  in  vano^per 
lo  chela  repubblica  interpose  la  mediazione  del 
papa  e  del  re  di  Spagna,  ma  il  granduca  rispose  al 
papa  cbe  non  si  aspettava  di  esser  ripreso  da  sua 
Sanlità  perchè  perseguitava  il  lurco^edal  re  che 
lo  schiamazzo  de'veneziani  non  tendeva  ad  altro 
che  a  farsi  una  privativa  del  commercio  di  Le- 
vante (44)' 

g.  37.  In  conseguenza  delle  pratiche  del  car* 
dinal  Ferdinando  ,  fu  stabilito  il  matrimonio  di 
donna  Virginia,  figlia  di  Cosimo  e  di  Gammilla 
Martelli,  con  don  Cesare  d'  Este,  ed  il  granduca 
provò  grande  allegrezza  per  tale  avvenimento,  che 
preparava  V  estinzione  della  rivalità  tra  le  duo 
famiglie:  inollrossi  anche  un  altro  trattalo  di  don^ 


a88  AYTENIMENTI  STORICI  jén.158$, 

na  Eleonora  col  principe  di  i\Iantova,che  scioglie- 
ira  la  lega  dei  principi  lombardi  contro  il  granduca. 
Vedendo  il  papa  ormai  bene  stabilita  la  potenza 
ed  autorità  della  famiglia  Medici ,  e  conoscendo- 
si prossimo  al  suo  fine,  risolvè  di  secondarla  per 
lasciarla  favorevole  dopo  la  sua  morte  a  Iacopo 
ed  ai  nipoti,  A  quest'oggetto  nella  promozione 
che  fece  nel  dicembre  al  cardinalato  ,  incluse 
molti  di  quei  soggetti  che  il  granduca  desiderava, 
tra  i  quali  erano  Alessandro  de'lVIedici  arcivesco- 
vo di  Firenze  ed  Antonio  IVIaria  Salviati.  Al  coni- 
pimenlo  dei  desideri  di  Francesco  e  del  cardinale 
mancava  solo  il  ritorno  di  don  Pietro  dei  Medici 
dalla  corte  di  Spagna,  e  la  sua  determinazione 
per  accasarsi.  Piegatosi  contro  sua  voglia  a  que- 
sto passo  per  le  dimostrazioni  del  re  Filippo  , 
volle  una  dilazione  di  quattro  anni ,  giacché  Io 
permetteva  la  sua  età ,  e  lo  esigeva  il  disastro 
della  sua  economìa.  Questo  ritardo  era  consen- 
tito dal  granduca  e  dalla  Bianca  ^  ma  dispiaceva 
al  cardinale,  che  non  mancava  di  persuaderlo  ad 
accelerare  questo  passo .  Era  finita  la  guerra  del 
Portogallo,  ed  il  re  di  Spagna  memore  della  pro- 
messa data  ,  nominò  esso  don  Pietro  generale 
della  infanterìa  con  seimila  ducali  d'  appunta- 
mento in  tempo  di  pace  ,  e  dodicimila  in  tem- 
po di  guerra  ,  con  libertà  di  trattenersi  presso  i 
suoi  fratelli,  come  desiderava  (45).  Fu  in  questo 
anno  che  Francesco  istituì  il  consolato  di  Messi- 
na per  secondare  il  commercio  colla  Sicilia.  Ten- 
tò d'introdurre  in  Toscana  la  manifattura  delle 
porcellane  ,  ma  non  vi  riuscì.  Fu  più  fortunato 


^«.1583.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  V.  289 

neirarte  del  commesso  in  pietra  dura  ,  che  giun- 
se a  poco  a  poco  ad  allissima  perfezione.  Gli  abi- 
tanti di  Montecatini  gli  donarono  i  loro  bagni: 
vi  fece  dei  regolamenti,  ma  il  loro  risorgimento 
devesi  nel  1784  ai  monaci  della  badìa  di  Firen- 
ze (46). 

§.  38.  Il  principe  di  Mantova  si  portò  a  Firenze 
a  visitare  la  principessa  figlia  di  Francesco.Eleono- 
ra  sua  sposa,  ove  ricevette  grandi  onori  e  feste,  e 
di  poi  il  cardinal  Ferdinando  e  don  Giovanni  dei 
Medici  con  fastoso  e  numeroso  seguito  accompa- 
gnarono la  sposa  a  Mantova,  dove  arrivati  alla  line 
d''aprilesi  fecero  le  nozze.  Reslava  al  granduca  lo 
importante  pensiero  di  procurare  la  successione 
nella  famiglia,  quando  appunto  ai  primi  di  luglio 
giunse  in  Firenze  don  Pietro  che  fu  accolto  con 
tutte  le  dimostrazioni  di  amorevolezza,  tanto  dal 
granduca  quanto  dalla  Bianca.Cominciarono  però 
ben  presto  tra  loro  i  dissapori,  poiché  don  Pie- 
tro avendo  condotto  seco  di  Spagna  una  sua  fa- 
vorita, e  volendo  che  fosse  ammessa  alla  corte, 
gli  f'i  ciò  negalo^  per  lo  che  restò  egli  fortemente 
inasprito,e  minacciò  di  tornarsene  subito  in  Spa- 
gna :  sollecitato  a  prender  moglie  addusse  la  scu- 
sa dei  suoi  debiti .  Pagò  questi  il  granduca  riella 
somma  di  aoo,ooo  scudi,  da  rivalersene  però  sulle 
sue  entrale,  e  credeva  di  aver  con  ciò  tolte  le 
difficoltà^  ma  richiesto  di  nuovo  a  dichiararsi  circa 
il  matrimonio,  disse  di  non  voler  moglie  tinche 
non  si  fossero  rese  libere  le  sue  entrate.  Rimase 
però  esacerbalo  l'animo  del  granduca, e  si  accreb- 
bero sempre  più  le  discordie  domestiche.  La  nia- 


aa- 


S.QO  AYVEMMEXTl  STORICI  ^/1.1584. 

lignilà  di  alcuni  ministri  e  la  debolezza  del  gran- 
duca lenevan  vive  queste  dissenzioni ,  le  quali 
estendevansi  anche  al  canlinale,  con  tutto  che 
questi  per   prudenza  dissimulasse  (47)« 

g.  59.  Tranquilla  era  l'Ualia  a  quest'epoca,  e 
la  Toscana  specialmente:  solo  pendevano  le  que- 
rele e  la  mala  intelligenza  colla  repubblica  di 
Venezia,  ma  l'una  e  Tallra  parte  parean  disposte 
ad  un  accomodamento:  si  tenner  però  delle  pra- 
tiche ma  senza  buon  esito.  Siccome  il  mar  To- 
scano era  infestato  dai  corsari,  così  il  granduca 
fece  porre  in  ordine  quattro  galere  e  le  mandò  a 
Civitavecchia,  dove  arrivò  dalla  Sicilia  ì>Iarco  An- 
tonio Colonna  con  dieci  galere,  e  oltre  a  quelle 
del  granduca  ve  ne  trovò  altre  quattro  della  reli- 
gione di  iVIalta,e  due  napoletane.  Con  queste  ga- 
lere il  Colonna  si  pose  a  cercare  il  governatore 
d'Algeri  che  scorreva  i  nostri  mari;  ma  per  quan- 
te diligenze  egli  usasse,  non  lo  potette  mai  rinve- 
nire, e  solo  imbattendosi  in  due  brigantini  in- 
contanente li  prese.  Le  galere  del  granduca  e  di 
Malta  restarono  a  Livorno  ed  il  Colonna  passò  a 
Barcellona,  e  di  li  per  terra  a  Medina  Celi  ,  ove 
morì  compianto  da  tutta  l'Italia,  essendo  egli  il 
più  valoroso  e  liberal  cavaliere  ch'ella  avesse  in 
quel  tempo  (48). 

g .  ^o .  T  gesuiti,  desiderosi  di  accrescere  le 
cose  della  religione  dalle  parti  del  Giappone,  pro- 
curarono di  far  venire  di  là  in  Italia  una  compa- 
gnia di  giovani  nobili,  colla  speranza  che  vedendo 
essi  la  felicità  dei  paesi  posseduti  dai  cristiani, 
e  la  bontà  e  civiltà  dei  costumi  prendessero  buon 


^71.1585.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  29 1 

concetto  della  religione  cristiana,  per  facilitar  così 
la  di  lei  propagazione.  A.ccon)pagna  ti  pertanto  dai 
gesuiti  giunsero  que''giapponesi  a  Lìvorno,e  furon 
fatti  ricevere  dal  granduca  con  molle  accoglienze: 
eguale  onore  ebbero  passando  da  Livorno  a  Pi- 
sa, e  ila  Firenze  a  Siena.  Giunti  a  Roma  furono 
accolli  dal  papa,  ed  ascoltati  in  pieno  concistoro, 
ed  essi  a  nome  dei  loro  regi  gli  prestarono  ob- 
bedienza. i>Ia  il  pontelice  Gregorio  ,  dimorando 
ancora  essi  ambasciatori  in  Roma  ,  si  ammalò  il 
di  9  aprile,  e  fu  si  potente  il  suo  male  che  il  gior- 
no seguente  se  ne  morì.  Dopo  dodici  giorni  adu- 
nato il  già  conclave  si  rinnovarono  le  solite  gare 
dei  Farnesi  e  dei  Medici.  Ma  essendosi  molto  a- 
doprato  il  cardinal  Ferdinando  fu  eletto  pontefice 
il  cardinale  Felice  Peretti  da  Montalto  dell'or- 
dine dei  minori  conventuali  ,  il  quale  assunse  il 
nome  di  Sisto  V.  A.Ila  sua  coronazione  e  posses- 
so onorò  gli  ambasciatori  giapponesi, e  donò  loro, 
oltre  varie  reliquie ,  tremila  scudi  per  maggior 
comodo  del  loro  viaggio(49).  Il  granduca  mandò 
diversi  soggetti  a  complimentare  il  nuovo  papa,e 
fuvvi  spedito  anche  don  Pietro,  il  quale  ad  istan- 
za del  granduca  e  del  cardinale  fu  esortato  dal 
papa  a  prender  moglie:  in  questa  occasione  il  car- 
dinale e  don  Pietrosi  comunicarono  i  loro  senti- 
menti e  la  mala  sodisfazione  che  ambedue  ave- 
vano del  granduca.  '' 
J. 41.  liia  ormai  nota  la  mala  intelligenza  che 
passava  tra  il  granduca  ed  i  fratelli,  fomentata 
da'maligni  ministri  e  dalla  Bianca, che  fingendosi 
benevola  verso  i  suoi  cognati  alienava  |;>erò  seni- 


agii  AVVENIMENTI  STORICI  Art*  1 585. 

pre  Tanimo  del  granduca  da  essi,  e  procurava  di 
allontanare  il  nuovo  matrimonio  di  don  Pietro. 
L^'amicizia  del  papa  per  la  casa  Medici,  combinata 
colla  benevolenza  del  re  Filippo,  compiva  intiera- 
mente i  desideri  politici  del  granduca,  che  non 
interessandosi  nelle  discordie  di  Francia,nèaven» 
do  di  chi  temere  in  Italia,  più  non  curava  di  me- 
scolarsi nel  vortice  politico  dell'Europa.  Si  stava 
egli  nella  continua  solitudine  di  Pratolino,  dove 
avendo  accumulato  con  grave  dispendio  ciò  che 
sapeva  immaginare  il  gusto  del  secolo  di  delizie 
e  di  comodi ,  si  rendeva  invisibile  ai  sudditi ,  e 
rare  volte  accessibile  al  ministro.  L"*  ozio  e  la 
morbidezza  facilitavano  alla  granduchessa  V  ef- 
fetto dei  suoi  artifizi,  ed  accrescevano  forza  alle 
passioni  del  granduca  contro  i  fratelli.  Già  pa- 
reva che  tutte  le  loro  mire  tendessero  ad  in- 
grandire don  Antonio,  cui  Francesco,  oltre  ad 
aver  costituito  in  beni  stabili  un  patrimonio  di 
sessantamila  scudi  di  rendita  ,  comprali  feudi  e 
beni  fiscali  nel  regno,  preparava  espressamente 
una  villa  di  delizie  alla  3Iagia,ed  un  palazzo  nel- 
la capitale.  Si  erano  trasferite  alla  nuova  galleria 
le  officine  del  casino,  per  fabbricar  quivi  una  ma- 
gnifica abitazione  per  don  Antonio,  ormai  riverito 
dai  popoli  e  considerato  per  la  persona  più  rispet- 
tabile dopo  il  sovrano.  Tutto  ciò  non  faceva  che 
disgustale  i  fratelli,  e  i  mali  trattamenti  che  sof- 
friva don  Pietro  lo  fecero  finalmente  risolvere  ài 
tornare  in  Ispagna,  dove  diceva  di  voler  andare 
a  trattar  da  sé  stesso  un  matrimonio,  e  che  alla 
prima  occasione  del  passaggio  delle  galere  spa- 


^n.1585.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  298 

gnuole  avrebbe  effettuato  il  suo  viaggio,  del  che 
la  Bianca  ebbe  molta  sodisfazione.  Poco  dopo  pe- 
rò che  don  Pietro  avea  manifestata  questa  riso- 
luzione,si  sparse  la  voce  che  la  granduchessa  aveva 
abortito  alla  villa  di  Cerreto  ,  voce  che  fu  autenti- 
cata dallo  slesso  granduca^  laonde  don  Pietro  egual- 
mente che  il  cardinale  sospettarono  che  non  si 
tramasse  qualche  nuovo  artitìzio,  per  lo  che  sotto 
vari  pretesti  pensò  don  P  ietro  di  trattenersi  in 
Firenze.  Fu  intanto  nel  febbraio  effettuato  il  ma- 
trimonio di  donna  Virginia  sorella  del  granduca, 
e  figlia  di  Cammilla  Martelli  con  don  Cesare  rfj 
Este,  e  venne  celebrato  con  molta  magnificen- 
za (5o). 

g.  ^^.  Cresceva  sempre  più  la  voce  dello  gra- 
vidanza della  granduchessa,  ed  insieme  V  alten- 
zione  e  la  vigilanza  di  don  Pietro  e  del  cardinal 
Ferdinando,  timorosi  di  una  nuova  supposizione. 
Don  Pietro  però  non  potendo  più  resistere  alle 
persecuzioni  ed  agPinsulti  che  riceveva  dal  fratello 
granduca,  volle  effettuare  il  suo  viaggio  a  Madrid, 
ed  alla  fine  di  luglio  partì  da  Firenze,  e  giunto  in 
Spagna  si  applicò  subito  ad  introdurre  vari  trat- 
tati di  matrimonio,  in  forma  però  da  non  devenir 
mai  alla  conclusione  di  alcuno.  Per  compimento 
della  felicità  del  granduca  non  mancava  che  la 
successione,  ed  egli  la  teneva  per  certy.  Il  corpo 
della  granduchessa  aveva  presa  tal  forma  ,  che 
agli  occhi  di  tutti  compariva  gravida  ^  essa  però 
dichiarava  sinceramente  al  cardinale  dei  Medici 
di  creiler  vane  queste  speranze  ,  ma  bisingava 
il  graniluca  e  lasciava  gli  altri  nella  incertezza  . 


^94  AVTESIMENTI    STORICI  JnASSl. 

Giunto  il  mese  di  dicembre,in  cui  secondo  il  cal- 
colo dovea  vedersi  il  frutto  della  contrastala  gra- 
vidanza, si  disciolse  questa  con  una  colica  venuta 
alla  granduchessa,  non  senza  grave  pericolo  della 
sua  vita,  e  cosi  dileguossi  ogni  lusinga  di  succes- 
sione .  Conobbe  il  granduca  la  vanità  delle  sue 
speranze,  e  sì  convinse  Bnalmente  di  avere  oltre- 
passalo i  limili  del  suo  risentimento  contro  il 
fratello ,  e  per  mezzo  della  granduchessa  stessa, 
del  cardinale  di  Firenze  e  del  suo  segretario  in 
Roma,  volle  assicurare  del  suo  afifelto  il  cardina- 
le ,  e  procurare  di  acquistar  la  sua  confidenza  , 
obbligandolo  a  venire  a  passare  la  villeggiatura 
seco  lui,  per  contestargli  in  persona  le  più  indu- 
bitate prove  della  sua  amorevolezza. 

g.  43.  Tutte  queste  circostanze  fecero  che  il 
granduca  riconoscesse  sempre  più  i  veri  meriti 
del  cardinale  suo  fratello,  e  lo  considerasse  pel 
più  valido  appoggio  della  sua  famiglia .  Dette  in 
questo  tempo  Francesco  una  gran  prova  di  mo- 
derazione e  di  attaccamento  per  la  casa  d^A^ustria, 
Morto  il  re  di  Polonia,  Stefano  Batlori,  n^olti  fu- 
rono i  concorrenti  a  quel  regno,  e  tra  gli  altri  il 
principe  di  Svezia  e  Tarciduca  Massimiliano.  Fu 
dunque  da  alcuni  magnati  di  quel  regno,  da  quelli 
specialmente  che  più  influenza  aver  potevano  nella 
elezione,  pregato  il  granduca  a  concorrere  anche 
esso,  sicuro  del  più  valido  appoggio.  Diverse  ri- 
flessioni determinarono  il  granduca  a  ricusare  as- 
solulamenle  quest'invito;  ma  nel  tempo  stesso 
li  pregava  a  rivolgere  tutte  le  buone  disposizioni 
che  per  lui  dimostravano,  in  favore  delParciduca 


j4n.i5Sl.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  V.  29? 

Massimiliano,  come  infatti  seguì,  avendo  impe- 
gnato anche  il  papa  ad  impiegare  tulte  le  sue  pre- 
mure in  favore  del  predetto  arciduca.  A.  seconda 
della  parola  data  ,  giunse  in  Firenze  ai  primi  di 
ottobre  il  cardinale  Ferdinando,  dove  fu  accolto 
colla  maggiore  amorevolezza  e  cordialità  dal  gran- 
duca e  dalla  granduchessa,  coi  quali  parli  subito 
pel  Poggio  a  Calano,  dove  in  quella  stagione  so- 
levan  farsi  le  cacce,  ed  unitamente  a  loro  il  car- 
dinale di  Firenze  ch'era  il  punto  di  unione  della 
famiglia  (5i). 

g.  44'  Quivi  ebbe  luogo  un  celebre  avveni- 
mento, i  cui  particolari  sono  involti  nelle  tenebre, 
cioè  la  morte  improvvisa  di  Bianca,  preceduta  di 
poche  ore  da  quella  del  granduca  suo  consorte . 
Narrano  che  Bianca  al  Poggio  a  Calano  avesse 
preparata  una  torta  avvelenata  al  cognato  car- 
dinale, e  che  mentre  schermivasi  di  assaggiarla 
il  granduca  la  gustasse.  Bianca  non  fu  pronta  ad 
impedirlo,  e  si  avvelenò  essa  pure  ,  quando  vide 
il  marito  perduto.  Aggiungono  poi  che  il  cardi- 
nale furibondo  per  questo  terribile  caso,  si  pones- 
se sulla  porta  della  stanza  per  impedire  ogni  soc- 
corso ai  due  coniugi  che  miseramente  morirono 
tra  gli  spasimi.  Non  si  può  affermare  la  verità  di 
lutto  ciò  ,  ma  non  si  può  neppure  ammettere 
r  opinione  di  coloro  che  nella  famiglia  Medici 
trovano  sempre  naturali  le  morti  di  più  persone 
in  un  punto.  Ciò  che  v'ha  di  certo  si  è,  che  il  cardi- 
nale non  volle  che  il  cadavere  di  Bianca  fosse  posto 
nei  sepolcri  della  famiglia  ,  cosicché  involto  in  un 
lenzuolo  fu  gettalo  nel  carnaio  di  s.  Lorenzo,  se- 


296  AVVENIMENTI  STORICI  -^rt.1587. 

poltura  comune  della  plebe.  Yolle  altresì  che  fos- 
sero cancellati  tutti  gli  stemmi  Cappello,  eri- 
fiutandole  il  titolo  di  granduchessa  la  chiamava 
pessima  Bianca.  Questa  donna  ancor  giovanetla 
fu  desiderata  in  matrimonio  per  un  secondo  tìne, 
il  che  accade  per  ordinario  alle  giovani  ricche  : 
fu  ingannala,  sedotta  e  rapita  da  un  avventurie- 
Te  fiorentino  .  Da  sposa  fu  tratta  a  calpestare  i 
doveri  coniugali,  e  divenuta  a  poco  a  poco  donna 
iniqua,  fece  pagar  ben  caro  a  quel  principe,  che 
non  seppe  reprimere  una  passione,  d'averla  stra- 
scinata sulle  vie  deirempietà  (Sa). 

g.  45.  Il  granduca  Francesco  mori  d'  anni  47, 
avendo  regnato  dieci  anni  sotto  la  direzione  del 
padre,  e  i3  dopo  di  esso.  Non  lasciò  altri  figli  che 
donna  IVIaria,  la  quale  trovavasi  in  età  d'anni  la, 
ed  Eleonora  già  divenuta  duchessa  di  Mantova: 
restava  ancora  don  Antonio  reputato  comune- 
mente suo  tìglio,  e  con  esso  educavansi  ancora 
Virginio  Orsini  duca  di  Bracciano,  e  donna  Eleo- 
nora sua  sorella  già  figlia  di  Paolo  Giordano  Or-  . 
sini,  e  di  donna  Isabella  dei  Medici  (53).  A.ì  suoi 
tempi  turbarono  la  Toscana  gli  assassini,  i  ma- 
snadieri, i  bravi,  per  cui  ad  ogni  tratto  incendi  e 
archibusate  a  tradimento,  ma  questi  mali  aveva- 
no antiche  origini  ed  erano  oggidì  comuni  a  tutta 
ritalia  (54). 

g.  46.  Mancando  a  Francesco  I  i  talenti  dei 
granduca  suo  padre  per  farsi  rispettare  dagli  altri 
principi  dTtalia  e  dalle  alte  corti  d'  Europa,  onde 
vedevasi  riguardato  da  essi  non  altrimenti  che 
.un  feudatario  della  Toscana,  pensò  a  distinguersi 


'Jin.^5S*J,         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  V.  297 

da  loro  per  lusso,  per  magnificenza  e  ricchezze. 
Con  questo  intendimento  cominciando  il  suo  go- 
verno, perpetuò  tutti  i  dazzi  ordinari  e  straordinari 
imposti  da  suo  padre ,  e  depauperando  i  sudditi 
assicurò  a  sé  un**  annua  rendita  di  un  1,200,000 
scudi,  de'quali  Soo.ooo  annualmente gTavanzava- 
110.  Alia  gravezza  delle  imposizioni  unendosi  un 
eccessivo  rigore  nel  riscuoterle,  i  sudditi  che  per 
lui  languivano  lo  esecravano  ,  né  ceto  alcuno  di 
persone  poteva  chiamarsi  contento ,  essendo  le 
caricbe  venali,  la  giustizia  parziale ,  i  consiglieri 
interessati,  il  principe  prevenuto  sempre  dalla 
volontà  di  Bianca  allora  sua  favorita  .  Variate 
alquanto  le  cose  alla  nascita  di  Filippo,  Fran- 
cesco dettesi  a  provvedere  in  qualche  modo  ai 
danni  cagionali  ai  sudditi,  incoraggiando  la  cul- 
tura dei  terreni,  a  cui  si  erano  rivolti,  non  essen- 
do rimasta  loro  altra  via  per  industriarsi,  atteso 
lo  scadimento  totale  del  commercio  .  A.niinato 
coH'esempio  suo  questo  ramo  d'  industria,  Fran- 
cesco tentò,  sebbene  infruttuosamente,  la  colti- 
vazione delle  canne  di  zucchero  a  Campiglia,  in- 
trodusse la  pesca  dei  tonni  a  Portoferraio  con 
sonmio  vantaggio  di  questi  isolani  ,  e  si  occupò 
della  escavazione  delle  miniere,  e  particolarmente 
di  quella  del  rame  a  Montecatini.  Alle  lettere  ed 
alle  scienze  sull'esempio  de^suoi  maggiori  non  ne-- 
gò  la  sua  prolezione  Francesco,che  anzi  divenuto, 
valente  in  esse  perle  premure  di  fra  Ignazio  Do», 
nati  e  del  Danti  che  gli  furono  maestri,  le  inco-, 
raggi  e  ne  procurò  T  avanzamento,  e  sotto  gli) 
auspici  di  lui  nel  1 582  il  Grazini,cognomÌDalo  La-^ 
St.   Tose,   Tom.   10.  23 


298  AVVENIMENTI  STORICI  ^/Z.1587«. 

sca,  fondò  lA^ccademia  della  crusca.  Artisti  di  som- 
mo pregio  fiorirono  al  tempo  di  Franceso,  e  da  lui 
furono  protetti  ed  animati.  AIl'Ammannato  archi- 
letlo fece  disegnare  la  costosa  villa  di  Pratolino  che 
ora  più  non  esiste  ,  ed  il  palazzo  dove  abitano 
le  reali  guardie  presso  la  chiesa  di  san  Marco*,  al 
Buontalenti  parimente  architetto,  ad  Alessandro 
Allori,  e  Bernardino  Poccelli  pittori,  ed  a  Giovan- 
ni Bologna  scultore  ,  e  ad  altri  non  mancarono 
commissioni  per  parte  del  granduca  Francesco, 
sotto  il  cui  governo  quest^ultimo  scolpì  ed  eresse 
sotto  la  loggia  delTOrcagna  (  dei  Lanzi  )  il  tanto 
ammirato  gruppo  delle  Sabine .  Finalmente  per 
lasciare  una  memoria  perenne  della  protezio- 
ne ch'egli  accordava  alle  arti  ed  artisti,  nel  i58o 
trovandosi  possessore  di  molte  statue,  pitture,  ed 
oggetti  d'antichità  pregevolissimi,  ridusse  a  galle- 
ria il  corridore  del  palazzo  de"  1 3  magistrati  (uflìzi), 
ornandolo  con  tutto  ciò  che  avea  di  belle  arti  (55), 


NOTE 


(1)  iXalluzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana, 'vfctJ* 
IV,  iib.  iv^  cap.  1.  (2)  Ferrini,  Compendio  di  storia* 
della  Toscana^  epoca  v,  J.  26.  (3)  Guidetti^  Compen- 
dio della  storia  di  Toscana,  voi.  11,  cap.  ix.  (4)  Gal- 
luzzi  cit.  (5)  Litta  ,  Nota  della  famiglia  di  casa  Me- 
dici, tav.  XIII.  (6)  Gailuzzi  cit.  (7)  Ferrini  cit.  ep. 
V  ,  §.  27.  (8)  Gailuzzi  cit.  (9)  Ivi.  (IO)  Ivi.  (11)  Ivi. 
(12)  Litta  cit.  tav.  xxx.  (13)  Spannagel,  Notizie  della 
vera  libertà  fiorentina,  parte  11,  cap.  xxiv  ,  5*  ^^^* 
i  .9t    .IWfV    .OlOii.    .io 


DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  V.  299 

(14)  Galluzzi  cit.  (15)  Guidoni  cil.  voi.  Il  ,  cap.  x. 
(16)  Galluz?i  cit.  voi.  iv,  lib.  iv  ,  cap.  Ii.  (17)  Cic- 
ciaporci,  Compendio  della  storia  fiorentina  _,  lib.  ii^ 
p.  19:.  (18)  Ferrini  cit.  ep.  v,  J.  28.  (19)  Ivi.  (20)  Gal- 
luzzi cit.  (21)  Ivi  .  (22)  Ciacciaporci  cit.  lib.  li,  p. 
200.  (23)  Galluzzi  cit.  (24)  Ved.  Storia,  ep.  v.  Geo- 
grafia, §.  23,  e  Avvenimenti  storici,  cap.  xxxii,  §.  23. 
(25)  Galluzzi  cit.  cap.  in.  (26)  Ivi.  (2:)  Cronica  del- 
la città  di  Firenze  dall'anno  1548  al  1652  ap.  Mor- 
bjo,  Storia  dei  municipii  italiani  articolo  Firenze, ediz. 
Milano  1838  .  (2S)  Galluzzi  cit.  (29)  Ivi  .  (30)  Ivi  . 
(31)  Galluzzi,  ap.  Sismondi,  Storia  delle  repubbliche 
italiane,  voi.  xvi^  cap.  xxiii,  p.  183.  (32)  Guidotti 
cit.  voi.  II,  cap.  X.  (33)  Galluzzi  cit.  voi.  iv,  lib.  iv, 
cap.  IV.  (34)  Mecritti,  Storia  cronologica  della  città  di 
Firenze,©  sia  annali  della  Toscana^  parte  ii,  an.  1579. 
(35)  Guidoni  cit.  voi.  Il  ,  cap.  x.  (36)  Gallu/.zi  cil. 
(37)  Cicciaporci  cit.  lib.  n,  p.  207.  (38)  Galluzzi  cit. 
voi.  IV,  lib.  IV,  cap.  V.  (39)  Cicciaporci  cit.  p.  208. 
(40)  Mecatti  cit.  an.  1587.  (41)  Galluzzi  cit.  (42)  Fer- 
rini cit.  ep.  Vj  J.  32.  (43)  Cicciaporci  cit,  lib.  ii,  p. 
211.  (44)  Ivi,  p.  212.  (45)  Guidotti  cit.  voi.  ii,  cap. 
x^  e  Cicciaporci  cit.  lib.  ii ,  cap.  ii.  (46)  Litta  cit. 
lav.  XIII.  (4"?)  Galluzzi  cit.  voi.  iv,  lib.  iv,  cap.  vii. 
(48)  Mecatti  cit.  an.1584.  (49)  Ivi,  an.  1585.  (50)  Gal- 
luzzi cit.  (51)  Ivi^  cap.  vili.  (52)  Litta  cil.  (53)  Cic- 
ciaporci cit.  lib.  11^  p.  220.  (54)  Lilla  cit.  (55)  Fer- 


rini  cit.  ep.  v,  5*  ^^< 


3oo  AVVENIMENTI    STORICI 


(QiilPIVI^ILD    TII9 


Jn.   1587  di  G.  Cr. 

g.  1.  xxl  granduca  Francesca  successe  ai  trcHK^ 
il  porporato  suo  fratello  Ferdinando,  e  fu  il  pri- 
mo a  far  risorgere  la  nazione  toscana  dal Poppres- 
sione  in  cui  aveva  essa  gemuto  per  s  essa  afa  n  ni. 
Ai  a5  del  mese  d^ottobre  adunatosi  nella  grant 
sala  del  palazzo  ducale  il  senato  ed  il  consiglio 
dei  aoo  ,  prestarono  a  Ferdinando  il  solenne 
giuramento  di  obbedienza,  ed  ìt  popolo  animata 
dalla  speranza  di  cambiar  sorte  con  trasporti  di 
gioia  Io  salutò  granduca  della  Toscana.  Ferdinan- 
do segnalò  il  principio  del  suo  governo  con  alti 
di  clemenza,  perdonando  ai  ministri  di  Francesca 
le  ingiurie  fatte  alla  sua  persona.  A  don  sintonia 
de'Medici  conservò  il  trattamento  e  le  onoritìcenze 
a  lui  concesse  da  Francesco.  Alla  Cammilla  Mar- 
telli permisedi  alternare  il  suo  ritiro  in  monastero 
colla  dimora  in  campagna,  e  le  assegnò  a  questa 
effetto  una  villa^  VoJle  ancora  richiamare  dalla 
Spagna  don  Pietro,  e  dopo  una  gratuita  rimessa 
di  denari,  inviòle  g.ilere  a  Barcellona  a  riceverle 
Si  rese  benevoli  i  principi  d' Italia ,  acccudaada 


'-^/l.1  5à7*       DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  TI.  3oi 

loro  i  titoli  che  pretendevano.  Quando  egli  salì 
sul  trono  di  Toscana  aveva  87  anni  :  detestava 
Ferdinando  nel  suo  cuore  la  politica  ligia  del 
suo  fratello  Francesco  verso  la  corte  di  Spagna, 
e  perciò  si  studiava  di  farsi  indipendente^  ed  a 
quest''oggetto  procurò  di  più  strettamente  unirsi 
coi  principi  italiani.  Ferdinando  era  stato  sempre 
in  corrispondenza  colla  regina  di  Francia  Cate- 
rina de'Medici,  onde  questa  gli  offrì  tutto  il  suo 
potere  per  la  grandezza  e  splendore  della  casa 
Medici.  Egli  riteneva  sempre  le  insegne  cardina- 
lizie, cosa  che  faceva  molto  pensare  ai  politici, 
credendo  che  forse  avesse  in  animo  di  dive- 
nir papa.  Si  annunziò  egli  subito  inclinato  alPti^ 
manità  ed  alla  dolcezza  ,  e  secondo  il  costume 
prese  per  insegna  uno  sciame  di  api  col  re,  qual 
comunemente  credesi  mancare  delP  aculeo  ,  col 
molto  maìestate  tantum.  Con  molti  atti  di  com- 
piacenza e  d''affabililà  sì  acquistò  Pamore  dei  sud^ 
diti:  fece  fare  suntuose  ese(|uie  al  granduca  Fran- 
cesco, 0  Pietro  da  Barga  eloquentissimo  oratore 
ne  recitò  l'orazione  funebre.  Erano  tutti  inatten- 
zione di  vedere  quali  sarebbero  state  le  sue  de- 
terminazioni circa  Paccasarsi.  Gli  fu  subito  pro- 
posta una  figlia  dell'arciduca  Carlo,  ma  egli  seppe 
schermirsene,  non  volendo  far  nuovi  legami  che 
lo  mettessero  maggiormente  nella  dipendenza 
della  Spagna  ,  e  desiderava  piuttosto  far  nuove 
alleanze  (1). 

g.  a.  Deciso  Ferdinando  di  scostarsi  dalla  poli- 
tica di  suo  fratello,  presiò  orecchio  al  trattalo  di 
matrimonio  statogli  proposto.  Caterina  regina  di 

a6'^      ^ 


Boa  ATVErflMENTl  STORICI  ^rt.1588. 

Francia  avea  con  ispeciale  affezione  etiucafa  pres- 
so di  sé  la  nipote  Cristina  figlia  di  Carlo  duca  di 
Lorena.  Fec'ella  dunque  proporre  il  nialriraonio  dì 
essa  al  granduca,  e  per  quanto  egli  ci  fosse  incli- 
nato, il  timore  di  offendere  così  presto  la  corte 
di  Spagna ,  facendo  un  alleanza  colla  Francia,  Io 
ritenne  dal  dichiararsi,  e  solo  ne  tenne  aperto  il 
trattato  col  mezzo  di  Orazio  Rucellai   suo  mag- 
giordomo ,  persona  ben  accetta  alla  regina.  Si  a- 
speltava  presto  di  ritorno  dalla  Spagna  don  Pie- 
tro, il  quale  voleva  pure  il  granduca  che  si  acca- 
sasse per  assicurare  la  successione.  Giunse  egli 
finalmente  nelfagosto  a  Firenze,  e  convenne  col 
granduca  di  sollecitare  con  premura  al  loro  acca- 
samento. A.veva  dì  già  la  regina  Caterina  offerto, 
a  riguardo  del  matrimonio  proposto  al  granduca  la 
cessione  delle  sue  ragioni  su  ì  beni  de''3Iedicì,  ed 
oltre  a  ciò  600,000  scudi.  Per  adescare  maggior- 
mente il  granduca  gli  fu  offerto  anche  in  compra  il 
feudo  di  Snluzzo,  ch'era  già  minacciato  dal  duca  dì 
Savoia.  Spedi  Ferdinando  Orazio  Rucellai,  affin- 
chè conducesse  a  termine  il  trattato  matrimonia- 
le ,  ricevesse  dalla  regina  la  cessione  delle  ra- 
gioni su  i  beni  di  Toscana,  ed   introducesse  il 
trattalo  di  compra  del  suddetto  feudo^ma  il  rluca  di 
Savoia  prevenne  quest'ultima  parte  della  commis- 
sione, invadendo  il  detto  feudo  con  i  segreti  aiuti 
degli  spngnuoli .  Arrivato  il  Rucellai  alla  corte 
di  Francia  si  concluse  il  matrimonio,  e  frattanto 
il  granduca  restituì  formalmente  il  cappello  car- 
dinalizio, ed  ottenne  da  Sisto  V  la  facoltà  di  po- 
terlo trasferire.a  monsignor  Francesco  del  >Ionte. 


jin»i589.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  3o3 

La  condotta  del  granduca  era  di  sommo  malcon- 
tento e  di  gelosìa  alla  Spagna,  la  quale  non  po- 
lca soffrir  di  vederlo  compire  tutti  i  suoi  desideri 
senza  alcuna  dipendenza  ,  e  volle  dargli  delle 
prove  della  sua  diffidenza,  aumentando  improvvi- 
samente le  guarnigioni  spagnuole  in  Piombino-e 
nei  prpsidii  senesi,  k  Madrid  il  re  dichiarò  subito 
stabiliti  gli  sponsali  di  don  Pietro  con  donna  Bea- 
trice di  Meneses  figlia  del  duca  di  Villareale.  uno 
dei  principali  personaggi  del  Portogallo,  e  fece 
ciò  perchè  sapeva  che  questo  matrimonionon  era 
di  piena  sodisfazione  del  granduca:  ma  egli  dissi- 
mulò ed  anzi  dimostrò  al  re  Fili|>po  di  uniformarsi 
di  buon  animo  alle  sue  determinazioni,  ed  osten- 
tò un  estremo  desiderio  di  veder  quanto  prima 
la  sposa  di  don  Pietro  in  Firenze  per  combinare 
colle  proprie  le  nozze  di  suo  fratello  (2). 

§.  3.  La  morte  della  regina  Caterina  accaduta 
il  dì 6  gennaio  portò  un  ritardo  alla  conclusione  del 
trattato  matrimoniale  riguardo  al  granduca.  A.vea 
essa  già  falla  la  cessione  «Ielle  sue  ragioni  su  i  beni 
della  Toscana  e  di  Roma,  e  nel  testamento  oltre 
legati  di  sup|)elletlili  che  lasciò  alla  principessa 
Cristina,  dichiarò  ancora  che  dovessero  passare 
in  lei  le  ragioni  che  le  competevano  sopra  il  duca- 
to dUrbino,  e  delle  (pioli^  in  vigore  delTinvesli- 
fura  data  da  leeone  \  a  Lorenzo  de**  Medici  suo 
pa<ire.  poteva  disporne  anche  per  Pultima  volontà. 
Enrico  III  ralitìcando  il  lestamento  della  madr« 
ne  approvò  le  disposizioni,  e  consolò  la  principessa 
Cristina  con  incaricarsi  egli  stesso  di  sollecitare 
la  conclusione  del  matrimonio.  Vinti  linalmente 


5o4  AVVEDIMENTI   StOlllCl  Jn,i5B0i 

tulli  gli  ostacoli  che  segretamente  dagli  spagnuoli 
si  facevano  nascere,  si  venne  all'atto  degli  spon- 
sali, che  nel  febbraio  furono  stipulati.  Carlo  tìglio 
naturale  di  Carlo  IX  e  gran  priore  di  Francia  fu 
procuratore  del  granduca  per  la  dazione  dello 
anello  ,  ed  il  cardinal  Gondi  vescovo  di  Parigi 
fu  il  ministro  della  sacra  cerimonia.  Partitasi  h 
sposa  da  Parigi  con  la  duchessa  di  Brunswik  sua 
zia  e  con  numeroso  stuolo  di  nobili  di  lei  seguaci 
giunse  a  ^larsilia ,  dove  P  attendeva  don  Pietro 
colle  galere  e  colla  corte  destinatale  dal  granduca. 
"Era  quella  marittima  città  in  qualche  sconvolgi- 
mento per  le  turbolenze  che  allora  vigevano  in 
Francia,  per  cui  ordinò  Ferdinando  che  la  sposa 
non  vi  entrasse,  ma  i  consoli  ed  il  popolo  andaro- 
no in  folla  ad  incontrarla,  e  Tobbligarono  ad  en- 
trare nella  loro  città,  dove  ricevette  grandissimi 
onori,  fino  a  volersi  que''marsiliesi  dare  a  lei  ed 
ai  Medici  come  sudditi  obbedienti.  La  principes- 
sa e  don  Pietro  a  tale  offerta  non  vollero  dare 
una  risposta  determinala,  né  rigeli aroRo  in  tutto 
Pofferta^  frattanto  il  vescovo  e  il  castellano  si  por- 
tarono colla  regale  sposa  a  Firenze  .  Da  l>Jarsili/i 
si  trasferi  Cristina  a  Genova,  e  di  là  a  Livorno 
per  recarsi  a  Pisa  ove  trattennesi  per  tre  giorni. 
In  fine  giunse  al  Poggio  a  Caiano  dove  il  gran- 
duca privatamente  P  attendeva  per  far  con  essa 
il  pubblico  ingresso  nella  capitale  :  ingresso  che 
fu  eseguito  nel  3o  aprile  colle  stesse  cerimonie 
praticate  con  Giovanna  d'  Austria,  ma  con  più 
fastoso  corteggio  e  magnificenza  di  apparato.  Le 
feste  date  in  tal  circostanza  durarono  un  mese 


;/f/l.1589.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VI.  3o5 

intiero,  e  furono  veramente  singolari  sì  per  la  va- 
rietà che  per  l'invenzione  e  pel  gran  concorso  dei 
forestieri  in  Firenze. 

g.  4-  Nulla  più  ormai  desiderava  il  granduca 
se  non  Teffettuazione  del  matrimonio  di  don  Pie- 
tro colla  Meneses,  ma  la  poca  volontà  che  questi 
ne  aveva,  ed  il  malcontento  che  la  corte  di  Spa- 
gna nutriva  contro  il  granduca  facevan  trovare 
mille  pretesti  per  differirlo.  Malgrado  Topposizio- 
ne  del  fratello,  volle  don  Pieiro  assolutamente 
tornare  in  Spagna,  lusingalo  da  quei  ministri  di 
grandi  promozioni.  II  granduca  glie  ne  dette  final- 
mente la  permissione,  anche  perchè  potesse  por- 
tar egli  le  sue  giustificazioni  per  il  matrimonio 
contratto  con  la  principessa  di  Lorena,  cosa  che 
il  ministero  di  Spagna  non  poteva  perdonargli  ed 
avevalo  messo  in  gran  diflidenza.  Volle  quel  mi- 
nistro inclu!»ive  tentar  d'incuter  timore  al  grandu- 
ca Fenlinando,  accostando  delle  truppe  alle  fron- 
tiere del  granducato,  ed  una  rivoluzione  accaduta 
in  Piombino  glie  ne  somministrò  il  pretesto.  In 
tutte  le  occasioni  peraltro  palesavasi  ogni  ora  più 
Podio  degli  sp.ignuoli  contro  Ferdinando,  per  lo 
che  fu  egli  obbligato  ed  invigilare  alla  custo<lia 
delle  sue  piazze,  ed  a  tenersi  provvisto  di  buone 
truppe.  Ma  ciò  non  turbava  punto  la  sua  domesti- 
ca quiete  e  felicità,  e  la  consolazione  che  gli  re- 
cavano gl'indubitati  segni  di  fecondità  nella  gran- 
duchessa. Buon  padre  di  famiglia  divideva  il  suo 
amore  fra  la  consorte  e  le  due  nipoti,  donna  Eleo- 
nora Orsini,  e  donna  Maria  figlia  del  granduca 


So6  AVVEN1MEJ?TI    STORICI  L^/l.1589*^ 

Francesco,  alle  quali  pensava  di  procurar  loro  un 
conveniente  accasamenfo. 

g.  5.  Godeva  egli  Tamore  del  popolo  che  sapca 
guadagnarsi  con  atti  incessanti  di  beneficenza,co- 
nie  dimostrò  particolarmente  in  occasione  della 
penuria  di  grani  e  della  inondazione  delPArno 
accaduta  alla  fine  di  quest\inno  iSSg,  esponendo 
anche  a  pericolo  la  propria  vita  per  sovvenire  i 
suoi  sudditi:  tanto  era  raffeftoche  avea  per  loro. 
Il  pensiero  d'ingrandire  e  nobilitare  il  porlo  di 
Livorno  per  Tinteresse  e  la  sicurezza  della  To- 
scana era  ereditario  nella  casa  Medici.  Ammira- 
tore Ferdinando  delle  idee  grandiose  del  padre  e 
tutto  intento  a  porle  in  esecuzione,  ebbe  fra  i 
primi  pensieri  del  suo  governo  quello  di  effettua- 
re il  disegno  di  Cosimo  deir  accrescimento  del 
porto  a  Livorno,  e  di  richiamare  a  Pisa  la  merca- 
tura. Nulla  egli  trascurò  che  potesse  condurlo  al 
desiato  fine,  ed  egli  stesso  pertossi  a  Livorno  per 
dar  princìpio  ad  un  porto  d"'  una  città,  e  ad  una 
fortezza,  nel  che  in  gran  parte  riuscì.  Grande  fu 
il  concorso  dei  mercanti  ai  quali  vennero  accor- 
date tutte  Tesenzioni,  comodi  e  facilità.  Quelli 
poi  che  molto  contribuirono  in  principio  airin- 
grandimento  e  popolazione  di  Livorno  si  furono 
i  provenzali,  i  quab*,  mentre  le  altre  provincie  di 
Francia  ardevano  di  guerra,  mantennero  il  com- 
mercio della  costa,  e  per  la  diffidenza  che  aveva- 
no col  duca  di  Savoia  e  coi  genovesi  Livorno  era 
loro  opportunìssimo  per  la  mercatura.  Molti  an- 
cora di  essi  frequentavano  quel  porto  per  Taffetto 


1^/1.1590.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  3o7 

che  aveano  pel  granduca  o  per  la  speranza  dei 
soccorsi,  onde  salvare  la  loro  patria,  che  insidiata 
dal  duca  di  Savoia,  ed  assalita  dagli  ugonotti  era 
vicina  a  soccombere  e  diventar  preda  del  più 
potente  (3). 

g.  G.  Ucciso  Enrico  III  nel  i589,  il  granduca 
Ferdinando  abbracciò  con  calore  le  parti  del  re 
di  JNavarra,  che  la  lega  cattolica  non  volea  rico- 
noscere come  re  di  Francia,  perchè  ugonotto.  Fi- 
lippo II  si  avvide  che  mediante  una  tal  condotta 
del  granduca  i  soccorsi  pecuniari  di  casa  Medici 
gli  andavano  a  mancare,  onde  nel  1590  segreta- 
mente gli  mosse  contro  un  Piccolomini  duca  di 
Monle-Marciano  con  una  masnada  di  facinorosi^ 
ma  riuscito  a  Ferdinando  di  farlo  prendere  lo  fé-» 
ce  subilo  appiccare  (4).  i 

g.  7.11  motivo  per  cui  fu  appiccato  è  il  se^. 
guenle.  Siccome  questo  Piccolomini,  per  nome 
Alfonso,  era  nobile  senese  e  signore  di  castella 
e  di  altri  beni  di  fortuna,  dai  quali  ricavava  grosse 
entrate,  così  fino  da  giovanetto  cominciò  a  darsi 
al  mal  fare,  a  compiacersi  dVsser  capo  di  masna- 
dieri, a  gloriarsi  d'avere  molte  nimicizie,  e  sapersi 
da  tutte  bravamente  e  con  ingegno  riguardare  e 
difendersi^  per  il  che  facendo  ammazzare  or  que- 
sto or  quello,  fu  necessitato,  per  timore  dell  a 
giustizia,  ritirarsi  ad  un  suo  grosso  castello  vici- 
no ad  Ancona  ,  ove  quivi  dimorò  qualche  tempo. 
Non  potendo  il  di  lui  genio  facinoroso  e  sangui- 
nario slare  cosi  ozioso  dentro  un  castello,  balzò 
in  campagna  con  3oo  uomini  al  tempo  di  papa 
Gregorio  XIV,  e  nella  Marca  con  diverse  specie 


3o8  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1590, 

di  crudeltà  ammazzò  molli  uomini  e  donne,  pre« 
dando  e  storpiando  bestiami,  abbruciando  cas» 
e  biade.  Passò  quindi  nella  campagna  di  Roma 
facendo  ristesso,  ove  dimorò  più  mesi  sempre  in 
campagna,  svaligiando  ed  uccidendo  i  passeggieri^ 
uè  furon  buone  le  diligenze  che  da  Roma  si  fe- 
cero per  rimediarvi,  perchè  egli  stando  sugl'avvi- 
si, e  come  pratichissimo  di  quelle  campagne,  se 
sentiva  che  le  genti  che  venivano  per  combatter- 
lo fossero  in  numero  superiore  al  suo  e  da  non 
potergli  resistere,  si  ritirava  in  luoghi  sicuri,  e  se 
il  contrario,  li  aspettava  in  luoghi  vantaggiosi,  e 
così  li  obbligava  tornarsene  a  Roma  senza  far 
nulla,  ovvero  con  qualche  perdila  di  loro.  Onde 
per  minor  male  e  per  levar  questa  peste  d''intor- 
no  a  Roma  il  pontefice  per  opera  del  signor  Ia- 
copo, richiesto  dal  cardinale  Ferdinando  de'iVIe- 
dici,  rindusse  a  ribenedirlo,  ma  però  con  queste 
parole:  il  cardinale  dei  Medici  mi  le</ò  di  su  le 
forche  un  uomo^il  quale  una  volta  si  farà  im-* 
piccare. 

g.  8.  Alfonso  così  ribeuedetto  passeggiò  alcu- 
ni giorni  per  Roma  con  grand^indegnità,  quanto 
alTuniversale.del  pontefice^  ma  stimolato  esso  dal 
suo  genio  inquieto,  non  contento  di  viversi  cosi 
civilmente  riprese  la  mala  vita,  e  raccolto  buon 
numero  de^suoi  uomini  ritornò  in  campagna,  e  ri- 
cominciò a  far  molto  male,  e  toccando  con  gli 
suoi  Io  stato  fiorentino,  sempre  predando  e  fa- 
cendo dimostrazioni  di  nemico  piuttosto  che  di 
suddito,  obbligò  il  granduca  Ferdinando  a  spedir- 
gli dietro  il  sig.  Cammillo  del  Monte  con  loo  ca- 


Jn.^B90,         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VI.  809 

valli  e  mille  fanti,  con  facoltà  concessagli  dal  pon- 
tefice (li  poter  seguitarlo  anche  dentro  Io  stato 
della  Chiesa  da  per  lutto  e  fino  a  dieci  miglia  vi- 
cino alle  porte  di  Roma  :  così  andando  il  detto 
signor  Gammillo  lo  combattè  ,  dissipando  ed 
uccidendo  la  ra'jggior  parte  de*  suoi .  Alfonso 
però  con  alcuni  se  ne  scappò ,  e  non  potendo 
esso  ritirarsi  tra  i  veneziani,  né  tra  alJri  principi 
d''ltalia,  essendo  da  lutti  ributtato  come  nemico 
comune  e  pubblico  guastatore  di  strade,  e  non 
essendo  abile  di  resistere  a  tanta  forza,  ridotto 
con  due  soli  compagni  si  travestì  in  abito  di  pe- 
coraio e  capitò  a  casa  d'un  contadino  tra  la  Ro- 
magna e  lo  stato  fiorentino;  ma  ivi  riconosciuto  fu 
data  notizia  del  suo  arrivo  a  chi  guidava  la  gente 
di  S.  A.,  ove  subito  fu  spedita  una  buona  squadra 
di  soldati,  da*'quali  si  lasciò  vilmente  arrestare,  e 
condotto  a  Firenze  fu  tenuto  alcuni  giorni  in 
prigione.  Quindi  esaminato  più  volte,  confessò 
senza  tormenti  tutto  quello  che  attestava  la  pub- 
blica fama,  e  confermò  essere  stale  per  opera  sua 
uccise  più  di  3oo  persone.  Il  dì  i5  marzo  del  i5So 
fu  condotto  in  cap[)ella,  e  dal  bargello  gli  fu  no- 
tificata la  sentenza  di  morte,  del  che  non  si  al- 
If^rò,  conoscendo  di  meritarla.  Fu  lasciato  senza 
manette  e  ceppi  ai  piedi,  ed  approssimatasi  l'ora 
dell'esecuzione  si  confessò  e  comunicò  senza  farsi 
di  ciò  pregare,  e  la  mattina  del  dì  16  del  detto 
mese  circa  alle  ora  i3  fu  impiccato^  così  stette 
fino  alle  22  ore,  e  dopo  levato,  e  condotto  nel 
tempio  ivi  lo  seppellirono.  Il  castello  che  aveva 
vicino  ad  Ancona  andò  in  potere  della  Chiesa  e 
Si.  Tose,  Tom,  10.  27 


3 10  AVVENIMENTI  STORICI  ^rt.1 590. 

gli  altri  suoi  beni  dello  stato  senese  andarono  al 
fisco  del  granduca  con  ogni  resto  del  suo  avere, 
con  il  che  fu  alimentata  eJ  educala  una  di  lui 
figlia  pargoletta  rimasta  sola,  che  per  ordine  dì 
S.  A.  S.  fu  messa  nel  monastero  delle  Giurate  di 
Firenze  (5). 

g.  9.  Altra  molestia  recarono  gli  spagnuoli  al 
granduca  con  arrestargli  parte  delle  navi  inglesi 
ed  olandesi  che  portavano  grano  a  Livorno,  fatto 
da  lui  provvedere  con  immensa  profusione  di  da- 
naro per  sollevare  i  popoli  da  una  carestìa  la  più 
crudele.  Potè  ciò  non  ostante  sovvenire  non  solo 
i  suoi  sudditi,  ma  anche  quelli  del  re  di  Spagna  in 
Italia,  e  parte  dello  stalo  ecclesiastico  che  soffriva 
la  stessa  penuria.  Siffatta  beneticenza  ,  per  cui 
impiegò  più  d**  un  millione  di  scudi  gli  conciliò 
sempre  più  Tamore  dpi  sudditi  e  1*  ammirazione 
degli  altri  (6).  La  trama  della  corte  di  Spagna 
tesa  al  granduca  lo  determinò  a  manifestarsi  con 
franchezza  l'amico  del  re  di  Na varrà,  e  si  fu  in 
allora  che  presidiò  le  rocche  di  Provenza,  onde 
non  cadessero  nelle  mani  degli  spagnuoli,  o  della 
casa  di  Savoia,  che  indusse  il  duca  di  Lorena  suo 
suocero  a  rinunziare  ai  disegni  sul  regno  di  Fran- 
cia, e  che  finalmente  prese  a  petto  e  diresse  la 
riconciliazione  del  re  di  Navarra  colla  Chiesa.  I 
principi  della  lega  cattolica  s'irritarono  talmen- 
te contro  di  lui,  che  si  trattò  di  spogliarlo  del 
dominio  di  Siena,  e  di  scomunicarlo  come  fauto- 
re degli  ugonotti,  ma  Clemente  Vili  sordo  alle 
mormorazioni  di  tante  corti  piegò  ai  consigli  ed 
alle  istanze  di  Ferdinando,  ed  Enrico  IV  fu  rice- 


^/t.    1590.    DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  TI.  3ll 

VLito  nel  grembo  della  chiesa  cattolica.  Questo 
aflfiire  condotto  a  termine  con  tanta  gloria  dal 
granduca  fu  un  fatto  per  lui  assai  onorevole.  jVe 
venne  in  seguito  la  pace  d''Europa  col  trattato  di 
Vervins,  nel  quale  Enrico  si  lasciò  regolare  dai 
buoni  consigli  di  Ferdinando,  e  dovendo  poi  sce- 
gliere una  sposa  offrì  per  gratitudine  la  mano  ad 
una  nipote  del  granduca  (7). 

§.  IO.  Vedea  Ferdinando  che  la  sua  impresa 
dell'ingrandimento  del  porto  di  Livorno  avanzava 
felicemente,  ma  spogliavasi  Pisa  di  tutte  le  fami- 
glie commercianti  per  andare  a  stabilirsi  nella 
citlà  nascente,  il  cui  soggiorno  presentava  loro 
maggiori  vantaggi  (8).  Ebbe  frattanto  la  consola- 
zione di  esser  padre  di  un  tìglio,  che  chiamò  Co- 
simo, natogli  il  di  I  a  maggio  del  1090  ed  indici- 
bile fu  Tallegrezza  in  Toscana,  l  sudditi  ne  avreb- 
bero anche  date  delle  pubbliche  dimostrazioni, 
se  il  granduca,  attese  le  circostanze  della  carestia 
e  della  miseria  che  seco  traeva,  non  Tavesse  im- 
pedito, ed  egli  stesso  volle  convertire  in  opere 
di  beneficenza  quella  somma  che  solevasi  profon- 
dere in  feste  in  occasione  della  nascita  dei  pri- 
mogeniti. Istituì  ancora  una  fondazione  di  doti  a 
favore  di  povere  zittelle,  ad  oggetto  di  perpetua- 
re tra  i  suoi  popoli  la  memoria  di  questo  succes- 
so (9).  Ai  27  d'^ago.sto  delPanno  presente  cessò 
di  vivere  Sisto  V,' e  fu  il  5  dicembre  eletto  il  car- 
dinale Sfondrali  milanese  che  prese  il  nome  di 
Gregorio  XIV.  Il  granduc:a  avea  fallo  il  possibile 
per  escluderlo,  perchè  essendosi  sempre  dimo- 
strato uemico  della  casa  di  Mantova  non  poteva 


3l2  AVVENIMENTI    STORICT  j4n.i59i» 

piacere  ai  Gonzaghi.  Gli  spa^uoli  trionfanti  si 
accinsero  subito  ad  impegnarlo  a  favore  della 
Jega.  ed  a  perseguitare  il  partito  del  re  di  Ka- 
\arra  (  i  o). 

g.  1  i.Infieriva  crudelmente  la  carestìa  per  tutta 
l''Italia  e  specialmente  in  Roma.  Il  granduca  che 
con  i  copiosi  trasporti  venuti  dairingbillerra  e  da 
Dansica  avea  riempiti  di  grani  i  magazzini  di  Li- 
Torno,  dopo  aver  bene  assicuralo  il  sostentamene 
to  ai  suoi  sudditi,  potette  somministrarne  gran 
quantità  al  popolo  romano,  e  ad  altre  città  che  a 
lui  ricorrevano.  IVIaggiori  ancora  sarebbero  stati 
i  suoi  benefici,  se  gli  spagnuoli,  i  marsiliesi  e  il 
duca  di  Savoia  non  gli  avessero  arrestato  urta 
parte  delle  provvisioni  che  venivano  di  Ponente. 
Questo  stile  e  maniera  di  procedere  lo  fece  risol- 
vere  a  provvedere  in  qualche  maniera  ad  una  mag- 
gior sicurezza  dei  trasporti,  e  a  prendere  una  parte 
attiva  negli  affari  della  Provenza.  Il  re  di  Spagna, 
col  pretesto  di  ricevere  dal  granduca  una  prova 
sincera  ch'ei  non  avesse  idea  di  sostenere  il  re  di 
Kavarra,  chiese  che  gli  fosse  ceduto  il  castello  e 
risola  d"'Iff.  Il  granduca  restò  colpito  da  questa 
domanda,  ma  si  schermì  coraggiosamente  con  re- 
plicare che  le  imputazioni  dategli  per  parzialitò 
•verso  il  re  di  Navarra,  erano  invenzioni  de'suoi 
nemici,  e  che  avendo  egli  giurato  di  ritenere  in 
custodia  quel  forte  per  un  re  cattolico  delia  Fran- 
cia, avrebbe  mancato  al  suo  giuramento  ceden- 
dolo: quantunque  mitigasse  un  tal  rifiuta  con 
dichiarazioni  di  sommissioni  e  promesse  di  ul- 
teriori prove  pel  servizio  di  S.  Maeatàj  Filippa 


Un,i59^'  t»El  TEMPI  MEDICEI  e AP.  VI.  3l3 

restò  molto  sdegnalo^  e  i  ministri  per  spaventarlo 
pubblicarono  delle  minacce  di  guerra,  accompa- 
gnate da  dei  preparativi  (u). 

g.  12.  Il  papa  luoocen^.o  IX  avendo  ricono- 
sciuto dai  buoni  uffici  e  maneggio  del  granduca 
la  sua  esaltazione  al  soglio  pontificio,  gli  mostrò 
la  sua  gratitudine  ed  offri  Topera  sua  e  la  sua  me- 
diazione per  riconciliarlo  col  redi  Spagna,  il  qua- 
le con  dei  pretesti  andava  sempre  più  riunendo 
truppe  in  Orbetello  e  nelle  vicinanze,  ed  era 
voce  universale  che  si  dovesse  muover  guerra 
contro  la  Toscana.  Il  granduca  per  ciò  aveva  au- 
mentate le  sue  guarnigioni  in  Grosseto,  in  So- 
vana,  ed  avea  ben  guarnite  le  fortificazioni.  La 
cosa  però  che  più  rincresceva  al  medesimo  era  il 
vedere  l'alienazione  del  fratello  don  Pietro,  che 
istigato  dai  ministri  della  corte  di  Spagna  agiva 
come  nemico,  e  si  era  nuovamente  ingolfato  in 
una  enorme  quantità  di  debiti,  talmente- he  il 
granduca  ormai  desiderava  di  disimpegnarlo  dal 
fissato  matrimonio  colla  I>Ieneses,  tanto  più  che 
avendo  egli  successione,  avrebbe  voluto  piutto- 
sto far  di  don  Pietro  un  cardinale  per  sostenere 
gli  affari  di  casa  Medici  a  Roma,  e  per  distaccarlo 
dalla  corte  di  Spagna.  Si  andava  trattando  colla 
mediazione  del  pontefice  un  accomodamento  col 
re  di  Spagna,  ma  la  morte  del  pipa  accaduta  il 
So  dicembre  inipedi  questa  operazione. 

g.  i3.  Al  conclave  del  iSga  fu  eletto  papa  col 
nome  di  Clemente  YIII  il  cardinale  Ippolito  AI- 
dobrandini, oriundo  fiorentino, ma  nato  nello  slato 
ecclesiastico.  La  sua  molta  dotti i;ja  lo  rendeva 

=7" 


3l4  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1592. 

stimabile  al  sacro  collegio,  ed  i  servigi  resi  alla 
casa  d'Austria  Io  facevano  accetto  al  re  Filippo, 
ed  i!  granduca  credette  di  trovare  in  lui  un  ami- 
co, e  cercò  subito  di  cattivarselo.  Previde  in  esso 
il  pacificatore  delle  turbolenze  di  Francia;  quindi 
è  che  procurò  di  seco  unirsi  in  affare  cosi  rile- 
vante. Roma  fu  provvista  abbondevolmente  di 
grani  dal  granduca;  e  siccome  dalPautorità  e  dal- 
le inclinazioni  del  papa  dovean  dipendere  la  ri- 
conciliazione della  Francia,  la  sicurezza  d'Italia 
e  l'ingrandimento  o  depressione  degli  spagnuoli, 
divenne  Roma  il  teatro  della  più  artificiosa  e  fina 
politica.  Le  turbolenze  dell'Europa  e  le  calamità 
particolari  della  Toscana  ricbiedevano  tutta  Pat- 
tenzione  del  granduca:  volle  egli  avere  un  consì- 
glio privato  composto  del  cav.  Rellisario  Vinta,  di 
monsignor  dal  Pozzo  arcivescovo  di  Pisa,  di  mon- 
signor Pietro  Usimbardi  vescovo  di  Arezzo,  e  di 
Lorenzo  Usimbardi  fratello  del  vescovo,  e  questi 
fu  il  più  grande  esecutore  delle  imprese  di  Fer- 
dinando a  benefizio  della  Toscana.  Quattro  anni 
consecutivi  di  penuria  avean  prodotto  in  Tosca- 
Ita  le  più  gravi  calamità,  e  i  grani  fatti  venire  da 
lontani  paesi  avevano  in  gran  parte  rimediato  alla 
carestia  col  vuotare  Perario:  ma  in  alcuni  luoghi 
dello  slato  la  miseria  e  la  fame  affliggevano  più 
che  altrove  gli  abitanti,  e  ne  succedevano  epide- 
mie, mortalità  ed  un  generale  sbigottimento,  I 
provvedimenti  e  le  beneficenze  di  Ferdinando 
non  potevano  riparare  a  tanti  mali,  ma  la  gran- 
dezza del  suo  animo  gli  suggerì  un  mezzodì  trar 
profitto  anche  dalle  disgrazie  .  L'  asciugamento 


^/|.1592.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  3l5 

delle  paludi  della  Chiana,  eia  riduzione  della  Ma- 
remma senese,  ed  il  promuovere  la  coltivazione 
in  quelle  parli,  ove  pareva  più  abbandonata,  fu 
una  risoluzione  del  granduca  nata  ed  effettuala 
nel  colmo  delle  disgrazie.  Un''impresa  così  grande 
e  dispendiosa  forma  una'epoca  memorabile  in  To- 
scana per  Pagricollura  e  per  la  comune  prosperi- 
tà. Nel  tempo  stesso  che  si  disseccavano  le  Chia- 
ne e  si  risanavano  i  territori  di  Fucecchio  e  di  Pi- 
stoia, si  voltava  la  foce  d'Arno  e  si  fabbricavano 
quei  grandiosi  acquidotli  che  insieme  colle  acque 
portavano  la  salubrità  a  Pisa.  Livorno  si  riempi- 
va di  abitatori  inglesi,  olandesi  e  provenzali,  che 
vi  si  stabilivano  pel  commercio^  e  Ferdinando  da 
sé  slesso  percorreva  i  suoi  slati  per  animare  e 
sollecitart*  le  operazioni  (i a). 

§.  14.  La  politica  e  gl'intrighi  delle  corti  non 
erano  il  più  piccolo  pensiero  del  granduca.  Il  mi- 
nistero di  Spagna  era  quello  che  più  Io  travaglia- 
va, poich'*esso  non  trascurava  alcuna  occasione  di 
renderlo  sospetto  al  re,  e  giunse  (ino  ad  inimicargli 
il  proprio  fratello,  che  immerso  in  nuovi  debiti  ed 
imbarazzi  promoveva  delle  pretensioni  contro  il 
granduca  per  avere  la  metà  della  successione  del 
granduca  Francesco.  Tali  pretensioni  furon  pe- 
raltro ribattute  da  Ferdinando,  dimostrando  aver 
lui  pagato  per  i  suoi  disordini  assai  più  di  quel- 
lo ch'^egli  esigere  potesse.  Non  gli  riuscì  mai  per 
altro  di  far  comprendere  al  di  lui  fratello  don 
Pietro,  che  le  istigazioni  del  nunistero  di  Spagna 
eran  quelle  c'ie  lo  facevano  agire  contro  di  esso, 
ed  in  pregiudizio  della  sua  propria  famiglia,  set" 


3l6  ATTESIMENTI  STORICI  jin^ISdii 

vendosene  per  agente  della  loro  ambizione.  Vide 
finalmente  il  granduca  essere  inutile  qualunque 
rappresentanza  alla  corte  di  Spagna,  che  nudriva 
r  ambizione  di  prei'alersi  delle  discordie  della 
Francia  per  impossessarsi  di  alcune  provincie,  e 
divenir  Parbitro  delPIlalia.  Credette  perciò  egli 
bene  di  legarsi  sempre  più  col  re  di  Navarra  e  di 
somministrargli  degli  aiuli  :  conveniva  peraltro 
che  il  re  divenisse  cattolico,  per  non  aver  con- 
trario il  papa  e  tulli  i  cattolici  di  Francia ,  to- 
gliendo con  ciò  anche  un  pretesto  di  più  al  re  di 
Spagna  per  farsi  un  maggior  partito.  Diverse  fu- 
rono le  pratiche  per  giungere  a  questo  fine,  ed  il 
papa  avea  di  ciò  gran  desiderio,  ma  non  osava 
di  farlo  apparire  stante  la  soggezione  in  cui  vi- 
veva degli  spagnuoli.  Si  risolvette  finalmente  il 
re  di  Navarra  di  divenir  cattolico,  e  fattosi  prima 
bene  istruire  nei  dommi,  compì  Patto  della  sua 
cattolizzazione  il  dì  2,5  di  luglio  iSqS  con  gran- 
dissimo piacere  del  granduca,  a  cui  ne  dette  su- 
bito parte,come  pure  a  tutti  quelli  del  suo  partito, 
g.i  5.  Tratta  vasi  ora  col  papa  acciò  assolvesse  e 
ricevesse  nel  grembo  della  chiesa  il  redi  Navarra^ 
ma  essendo  Clemente  dominato  dagli  spagnuo- 
li non  sapeva  decidersi  tuttoché  lo  desiderasse. 
Frattanto  gli  spagnuoli  consapevoli  delle  segrete 
corrispondenze  che  il  granduca  teneva  col  re  di 
Wavarra,  vollero  intimorirlo  con  apparati  di  guer- 
ra, facendo  a  bella  posta  delle  spedizioni  di  trup- 
pe a  Portercole,  come  pure  dei  preparativi  a 
Milano  pel  ricevimento  di  don  Pietro  come  duca 
di  Siena,  e  comandante  di  questa  impresa.  jNoa 


Aa.  159  4.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  3l7 

ostante  che  il  granduca  non  credesse  che  tutto 
ciò  andar  potesse  ad  eft'etto.pure  nontrascurò  di 
prepararsi  a  qualunque  evento  rinforzandosi:  pre- 
se delle  disposizioni  di  difesa  e  fece  una  nume- 
rosa leva  di  truppe  in  Germania.  Produssero  Tef- 
feflo  questi  preparativi  del  granduca,  poiché  gli 
spagnuoli  cominciarono  a  temere  per  loro  slessi, 
e  fecero  domandare  al  granduca  spiegazione  di 
questi  armamenti,  al  che  rispose  ch'essi  non  ave- 
vano pef  oggetto  che  la  propria  sicurezza,  sa- 
pendo specialmente  le  iattanze  del  suo  fratello 
don  Pietro,  che  minacciava  di  far  vive  colla  for- 
za le  sue  prelenzioni.  Cominciarono  essi  ad  ad- 
dolcirsi almeno  in  apparenza,  e  a  non  pressare 
la  corte  di  Roma  con  tanto  impegno  per  gli  affari 
di  don  Pietro,  il  quale  volea  che  il  papa  li  giu- 
dicasse arbitrariamente,  al  che  il  granduca  oppo- 
nevasi,  sapendo  che  Tarbitrio  sarebbe  stato  degli 
spagnuoli  e  non  del  papa,  e  perchè  trattandosi  di 
pretensioni  nel  granducato,  il  foro  di  questo  era 
il  giudice  competente.  Nonostante  permesse  poi 
il  granduca  che  impcpa  ne  fosse  giudice  puramen- 
te di  ragione  e  non  (ji  arbitrio,  e  dopo  vari  con- 
trasti, finalmente  coti  dispiacere  degli  spagnuoli, 
il  papa  accettò  il  compromesso  De  iure  tantum 
Don  già  ad  arbitrandum^  lo  che  non  accomoda- 
va a  don  Pietro,  poco  lusingandosi  della  giustixia 
delle  sue  ragioni.  Il  gr.mduca  intanto  spedì  dei 
soccorsi  a  Cesare,  ed  al  [>rincipe  di  Transilvania 
contro  il  turco,  strinse  maggiormente  la  sua  se- 
greta intelligenza  con  Enrico,  e  promosse  con 
impegno  la  di  lui  riconciliazione  colla  Chiesa  ro- 


3l8  AVVENIMENTI  STORI.:i  w^/Z.1595. 

Piana  per  le  nuove  diffeienze  insorte  col  suo 
consiglio,  e  diresse  le  pratiche  tutte  per  Teffetlua- 
zione  della  medesima  (i3). 

§.  ìG.  Seguitavano  a  Roma  le  stesse  pratiche 
relativamente  al  re  di  Francia,  senz'alcan  effetto 
per  buona  parte  delPanno  iSgò  ,  quando  final- 
mente il  papa  acconsenti  di  ricevere  Pambascia- 
tore  di  Enrico  IV  nella  persona  di  monsignor 
IXavy  du  Peron  vescovo  di  Evreux  per  trattar  seco 
della  maniera  di  riconciliazione  del  re  di  Navarra, 
la  quale  dopo  vari  trattati  ebbe  un  felice  termine, 
poiché  il  dì  8  di  settembre  fu  solennemente  di- 
chiarato Enrico  IV  re  di  Francia  e  di  Navarra,  ri- 
conciliatosi colla  Chiesa  cattolica.  Questo  avve- 
nimento apportò  molto  contento  a  tutta  V  Italia 
e  specialmente  al  granduca,  il  quale  n*"  era  stato 
il  promotore  ed  avea  diretto  il  re  co''suoi  consigli. 
Prudente  il  granduca  in  tutte  le  sue  operazioni, 
e  guidato  da  savio  consiglio,  nulla  trascurava  per 
il  bene  del  suo  stato  :  Livorno  era  uno  dei  più 
favoriti  suoi  oggetti  .  La  facilità  ed  i  comodi  che 
vi  trovavano  tutte  le  nazioni  indistiutameute  , 
-fecero  che  divenisse  questo  non  solo  il  più  fre- 
quentato porto  d"Ilalia,ma  che  molti  inglesi,  olan- 
desi ed  altri  di  differenti  nazioni  del  Nord  vi  si 
stabilissero,  e  con  le  loro  corrispondenze  vi  for- 
massero un  florido  commercio.  Opponevasì  an- 
cora Ferdinando  con  coraggio  ed  ardire  alP  alte- 
rigia spagnuola  ,  che  pretendeva  signoreggiare 
V  Italia  intiera.  La  granduchessa  era  lo  specchio 
della  pietà,  ed  avoa  felicitato  il  granduca  con  una 
nou  più  dubbiosa  successione,  poiché  lo  avea  ^ià 


:^/l.1595.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  TI.  3l9 

fatto  padre  di  due  maschi  ed  una  femmina.  Suc- 
cesse anche  in  quest'anno  la  carestìa,  ma  non 
lasciò  Ferdinando  incrudelire  questo  flagello  so- 
pra i  suoi  popoli,  facendo  venir  grano  dall'Olanda 
e  da  Danzica  (i4)*  Neiroltobre  di  questo  mede- 
simo anno  seguì  un  terribile  incendio  in  Pisa  , 
ove  distrusse  il  magnifico  tempio  fabbricato  fia 
dal  io63  dagli  antichi  pisani  con  marmi  traspor- 
tali dal  Levante  e  dalla  Sicilia.  Ferdinando  donò 
i2,,ooo  scudi,  concesse  una  imposizione  di  4O5O00 
scudi  in  dieci  anni,  colla  guai  somma  unita  alle 
rendite  per  V  escavazione  dei  marmi  al  Giglio  ed 
alPEIba,  fu  restituito  il  tempio  al  suo  antico  splen- 
dore .  La  munificenza  del  granduca  contribuì  a 
sì  magnifica  opera  della  riparazione  della  cbiesa^^ 
e  nello  stesso  tempo  ai  bei  monumenti  d'arie  ivi 
distrutti  sostituì  non  volgari  abbellimenti  (i5). 

g.  1 7.  I  ministri  della  corte  di  Spagna,  mal  sof- 
frendo che  il  granduca  non  volesse  vivere  ligio 
di  quella  corte,  dirigevano  sempre  i  loro  maneggi 
politici  contro  di  lui,  perciò  lutti  i  confinanti  del- 
lo stato  papale  erano  istigati  a  molestarlo.  11  ra- 
sciugamento delle  Chiane  fu  anche  un  motivo  di 
conleslazione  colla  corte  di  Roma.  A  lutto  ciò  per 
altro  colla  sua  prudenza  e  vigilanza  rimediava,e  nel 
suo  ministro  Usinibardi  riponeva  la  propria  fiducia 
per  gli  affari  interni,  ed  egli  seriamenle  occupa- 
vasi  di  conlrapporre  alla  corte  di  Spagna  un  com- 
petitore in  Italia,  e  questo  credelle  di  trovarlo 
in  Enrico  IV.  11  granduca  per  altro  pensò  a  dissi- 
mulare cogli  spagnuoli,  ed  all'occasione  che    il 


3aO  AVTEJilMENTI  STORICI  w^/t.1595. 

cardinale  Alberto  d*"  Austria  già  destinalo  gover- 
iialore  delle  Fiandre  si  tratteneva  in  Genova  , 
spedi  a  lui  ambasciatori  alP  oggetto  di  dichiara- 
re ad  esso  ch'ei  non  lasciava  d'esser  sempre  il  più 
costante  e  leale  amico  del  re  di  Spagna  ,  e  che 
solo  perii  bene  della  Chiesa  e  dell'universale  avea 
gradila  la  riconciliazione  d''Enrico  lY  con  la  san- 
ta sede.  Stavagli  però  a  cuore  di  contrabbilan- 
ciare in  Italia  la  potenza  spagnuola,  e  per  ciò  te- 
meva sempre  che  il  marchesato  di  Saluzzo  restasse 
nelle  mani  del  duca  di  Savoia,  tutto  aderente  della 
Spagna,e  che  Marsilia  si  assoggettasse  a  questa^  al 
quaPeffelto  faceansi  continue  pratiche  anche  col 
tiranno  Casan  che  allora  la  governava,  il  qual  ve- 
dendo d''esser  troppo  debole  per  se  slesso,  avea 
già  introdotto  in  essa  guarnigione  spagnuola  ,  e 
non  era  ignoto  al  granduca  che  si  concertava  di 
sorprendere  il  castello  d' Iff".  Vide  egli  pertanto 
che  non  eravi  più  tempo  da  perdere  in  negoziati, 
e  che  lasola  morte  del  tiranno  di  Marsilia  avrebbe 
fatto  cangiare  aspetto  alle  cose.  Se  la  intese  per 
ciò  col  duca  di  Guisa  mandandogli  denari  ed  as- 
sassini ,  e  fu  concertata  la  cosa  in  maniera  che 
tenne  ucciso  per  tradimento  Casan  ,  e  ad  un  se- 
gno dato,  accostatosi  alle  porte  di  Marsilia  il 
duca  di  Guisa  .  vi  fu  egli  introdotto  colle  sue 
genti  tra  le  acclamazioni  dt  Fis^a  il  re  di  Fran- 
cia e  fuora  gli  ^pagnuoli.  Fu  scacciata  la  guar- 
nigione spagnuola^  che  in  confusione  s''imbarcò 
su  le  galere  del  Doria  eh**  erano  nel  porlo,  so- 
pra le  quali  furono  sparati  imprudentemente  raol- 


An.i596,          DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  TI.  321 

ti  tiri  di  cannone  nel  loro  passaggio  dal  castello 
d"*  Iff ,  il  che  dispacque  molto  al  granduca  che 
mandò  poi  a  scusarsi  col  Doria   medesimo  (16). 

§.  18  .Tnsidiavasi  continuamente  dai  nemici 
di  Ferdinando  al  di  lui  onore  alla  corte  di  Spagna, 
rendendolo  sospetto  non  solo  a  quel  re ,  ma  an- 
che per  una  immaginata  congiura  alle  repubbli- 
che di  Genova  e  di  Lucca.  Aveva  il  Doria  di  Ge- 
nova un  segretario  lucchese, che  mercanteggiando 
in  Firenze  era  divenuto  accetto  non  solo  a  Fran- 
cesco ma  anche  a  Ferdinando  .  I  lucchesi  na- 
turalmente timidi  e  sospettosi  odiavano  costui 
perchè  credevano  che  rivelasse  i  loro  affari  al 
granduca, e  facendo  causa  comune  col  Doria  pen- 
sarono col  sacrifizio  di  questo  sventurato  di  ar- 
chitettare contro  il  granduca  una  ingiuria  che  lo 
pungesse,  senza  dargli  luogo  di  poterla  correg- 
gere. Essendo  il  segretario  anzidetto  a  Genova, 
i  lucchesi  fecero  istanza  a  quella  repubblica  di 
averlo  nelle  loro  forze,  dimostrando  d'essere  as- 
sicurati, che  costui  era  tenuto  colà  dal  granduca 
per  insidiare  la  di  lei  libertà,  non  meno  che  per 
tradire  la  propria  patria  .  È  facile  immaginarsi 
quanto  allarmasse  i  genovesi  così  inaspettala  no- 
tizia, e  quanto  offendesse  il  granduca  la  pubbli- 
cazione di  essa:  ma  pure  dopo  molti  esami  e  ri- 
icerche  essendo  il  segretario  ritrovalo  innocente, 
si  giustificò  in  quella  parte  la  falsità  dell'accusa  ; 
ma  nondimeno  fu  consegnalo  ai  lucchesi.  Sicco- 
me poi  quei  iimi«li  repubblicani  aveano  impru- 
dentemente  notificato  questo  fatto  al  papa    ed 

Si.  Tose.  Tom.  IQ.  28 


32à  AVVENIMENTI  STORICI  -^/Z.1596. 

{jirimpeialore,  volle  il  granduca  esigere  dai  me- 
desimi che  il  segretario  del  doge  si  depositasse 
nelle  forze  dell'  uno  o  dell*  altro  di  questi  prin- 
cipi, affinchè  se  ne  ritraesse  senza  fraude  o  vio- 
lenza la  verità ,  e  le  loro  calunniose  imputazioni 
restassero  presso  al  pubblico  annichilite  e  smen- 
tite (17). 

g.  19.  Il  Doria  implacabil  nemico  di  Ferdinan- 
do volea  far  dichiarar  la  guerra  a  lui  dalla  Spagna, 
ma  le  forze  della  uionarchia  distratte  in  tante 
parti,  ed  il  timore  di  accendere  la  guerra  in  Ita- 
lia fecero  abbandonare  questo  progetto,  come  pur 
quello  di  fabbricare  una  fortezza  a  Lungone,  onde 
tenere  in  suggezione  Portoferraio  e  le  coste  di 
Toscana,  il  che  di  poi  si  esegui  sotto  Filippo  III. 
Tante  molestie  facevano  desiderare  al  granduca 
una  pace  universale,  il  che  non  men  di  lui  desi- 
derava il  papa,  il  quale  spedi  in  Francia,ad  ogget- 
to d^introdurne  il  trattato,  il  cardinale  Alessan- 
dro dei  Medici  agnato  del  granduca  ed  arcive- 
scovo di  Firenze,  dai  talenti  del  quale  ciascuuo 
si  riprometteva  un  felice  successo.  Questi  passan- 
do per  gli  stati  di  Savoia  ebbe  il  dispiacere  di 
vedersi  esaminalo  minutamente  il  di  lui  equipag- 
gio, pel  timore  che  avea  quel  duca  che  Ferdi- 
nando Tavesse  incaricato  di  portare  ad  Enrico  IV 
delle  casse  di  denaro  .  Tal'  era  la  diffidenza  dei 
principi  italiani  fra  loro,  e  questi  accidenti,  che 
non  facevano  se  non  maggiormente  inasprirli  , 
rendevano  sempre  più  desiderabile  la  pace.  I  pror 
gressi  dei  turchi  in  Ungheria  sbigottivano  F  uni- 


;^/2.1597.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VI.  32^ 

versale,  e  rendevano  maggiormente  odioso  il  re 
dì  Spagna,  per  avere  abbandonata  la  casa  d'Au- 
stria alla  discrezione  di  quei  barbari  (i8). 

g.  20.  Il  forte  d'Iff  conosciuto  di  tanta  impor-i 
tanza.  ambito  dagli  spagnuoli,  dal  duca  di  Savoin 
e  dai  marsiliesi,  conlava  il  granduca  di  ritenerlo  in 
pegno  dei  suoi  crediti  colla  Francia.  Il  coman- 
dante Bausset  nelTammettervi  il  presidio  toscano 
si  era  riservato  il  comando  e  la  custodia  del  for- 
te per  pochi  francesi,  e  il  granduca  non.  potevi 
contravvenire  a  tale  capitolazione.  Occorrendo  a 
don  Pietro  di  Toledo  di  passare  colle  galere  di 
Spagna,  Bausset,  a  cui  era  stato  comandato  di  ri- 
cevere Tartnata  spagnwola,  prima  di  eseguire  que- 
liti ordini  del  granduca  volle  parteciparli  al  duca 
di  Guisa,  che  d''accordo  coi  consoli  di  Marsilia  gli 
ordinò  di  trattare  ostilmente  le  galere  di  Spagna, 
e  di  qui  ebber  origine  le  diQìdenze  fra  il  granduca 
e  il  duca  di  Guisa,  i  marsiliesi  e  i  fiorentini.  Si 
ricorse  al  re,  che  favorendo  le  ragioni  di  Baus- 
set prese  delle  deboli  risoluzioni.  Si  giunse  sd  ar- 
restare nello  stesso  porlo  d'Iff,  d'ordine  del  ca- 
stellano francese,  venduto  al  sentimento  dei  mar- 
siliesi, alcune  navi  cariche  di  grani  per  Livorno,  e 
lentamente  sì  disponevano  ì  mezzi  per  scacciare 
dallo  scoglio  i  toscani-,  ma  questi  ne  discacciarono 
i  francesi,  che  furono  tutti  condotti  coi  loro  ba- 
slimenli  a  ìMarsilia.  Il  Rinuccini  inalberò  sulla 
torre  la  bandiera  di  Francia,  con  Pacclamazione 
ViVa  //  re.  Queste»  fallo  produsse  gran  rumore  in 
Marsilia,  e  si  cominciarono  le  ostilità  fra  i  marr 
siliesi  ed  ì  toscani.  Il  granduca  spedi  don  Già** 


324  AYTENIMENTI  STORICI  ^/i.1597. 

vanni  de'IVTedici  con  5  galere,  diverse  navi  cariche 
di  truppe,  munizioni  e  materiale  da  fabbricare  per 
la  fortificazione  delPisola  di  Pomegues.  Si  sve- 
gliarono in  tale  occasione  due  partiti  alla  corte 
di  Francia,  uno  contro  e  faltro  in  favore  del  gran- 
duca: l'animo  del  re  era  combattuto  dalla  natu- 
rale sua  generosità,  dalla  riconoscenza  ed  ami- 
cizia che  professava  per  il  granduca  (19). 

§.21.  Consapevole  Ferdinando  dell'odio  che 
ì  ministri  spagnuoli  avevano  contro  di  lui,  e  del- 
le occulte  macchinazioni  degli  altri  suoi  avversari, 
istruito  dalPesempio  di  don  Cesare,  pensò  ad  ac- 
crescere le  sue  bande  e  a  guarnire  di  artiglierìe  e 
di  munizioni  le  fortezze  della  frontiera.  Profittan- 
do i  suoi  nemici  dell'età  cadente  del  re  di  Spagna 
e  delfambizione  del  papi»  progettarono  d^invadere 
la  Toscana  colle  truppe  papali  5  al  quaP  oggetto 
dopo  la  presa  di  Ferrara  sotto  varii  pretesti  non 
furono  licenziate.  Avvertito  di  ciò  il  granduca 
nulla  omesse  per  la  più  valorosa  difesa,  non  o- 
stante  che  il  papa  lo  assicurasse  del  suo  amore  e 
protezione,  nel  tempo  però  che  si  spedivano  cor- 
rieri a  iVIadrid  per  sollecitare  quel  re  a  profittare 
della  occasione.  In  tali  circostanze  prese  il  gran- 
duca la  risoluzione  di  scrivere  in  Francia  a  Vil- 
leroi  ministro  del  re,  e  di  esporgli  Io  stato  suo 
pericoloso  e  le  trame  che  ordivansi  a  sua  rovina. 
Si  commosse  il  re  a  siffatta  notizia ,  ed  ordinò  ai 
governatori  di  Provenza  e  di  Lìnguadoca,  che  ai| 
ogni  richiesta  di  Ferdinando  gli  somministrasse- 
ro tutte  quelle  truppe  che  potevana^  e  fece  dichia- 
rare al  papa  che  avrebbe  difeso   il  granduca  con 


'^nAbO")»  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.   VI.  BaS 

tutte  le  sue  forze  contro  chiunque.  Fu  spedito 
monsignor  d'Ossat  vescovo  di  Rennes  a  trattare 
col  granduca  una  stabile  riconciliazione  tra  i  pro- 
venzali ed  il  presidio  toscano  di  Poraegues.  Trovò 
quel  vescovo  maggior  facilità  di  quel  che  si  atten- 
deva rispetto  a  que'forti,  poiché  il  granduca  offrì 
spontaneamente  senza  contrasto  la  restituzione  di 
essi,  che  il  re  non  ardiva  di  domandare.  Oltre  poi 
al  trattalo  che  il  vescovo  firmò  il  i  di  maggio  rela- 
tivamente ai  suddetti  forti,  segnò  ancora  una  ob- 
bligazione segreta  riguardo  ai  crediti  contratti  dal 
granduca  col  re  per  le  somme  imprestategli  ,  le 
quali  trovaronsi  ascendere  a  un  millione  cento- 
seltantaqualtromila  centottantasette  scudi  d'oro, 
e  fu  con  venuto  di  ritirarle  a  centomila  scudi  Tanno. 
Finito  quest'affare  si  ristrinse  una  stabile  amici- 
zia tra  il  re  ed  il  granduca,  e  mai  cessava  il  primo 
di  confessare  a  lutti  la  sua  riconoscenza  verso  il 
secondo,  e  Palta  stima  che  faceva  dei  suoi  avver- 
timenti (20). 

g.  aa.  ?fella  pace  tra  la  Francia  e  la  Spagna 
segnala  a  Vervins  il  a  di  maggio  fu  onorevolmente 
compreso  anche  il  granduca,  ma  l'affare  del  mar- 
chesato di  Sai  uzzo  restò  compromesso  nel  papa, 
il  che  molto  dispiacque  a  Ferdinando,  il  quale 
avrebbe  voluto  che  il  re  di  Francia  se  uè  fosse  re- 
so padrone.  Non  fu  per  altro  di  gran  consolazione 
quella  pace.poichè  ben  comproridevasich''era  piut- 
tosto una  tregua  cagionata  dalla  stanchezza  ed 
impotenza  d^ambe  le  parli.  L'Italia  ancora  era  in 
gran  disordine  di  finanze,  meno  la  Toscana,  dove^ 
la  vigilanza  di  Ferdinando  allontanava  i  ppricoli, 

28* 


32.6  ATVE^^IMENTl    STORICI  ^/I.t597*, 

e  la  mercalura  sempre  florida  produceva  immen- 
si vantaggi  (ai).  Il  porto  di  Livorno  era  il  sola 
nel  Mediterraneo  cbe  fosse  aperto  a  qualunque 
nazione^  quivi  concorrevano  gl'inglesi,  i  francesi, 
gli  olandesi,  gli  spagnuoli  e  gli  ebrei  sbalzati  dalla 
Spagna  e  dal  Portogallo,  trovandovi  un  asilo  di 
quiete  e  di  sicurezza,  vi  a  veano  trasferito  il  coiomer- 
cio, perpetua  sorgente  delle  ricchezze.  Sorgevano 
da  quelle  paludi  nuove  abitazioni,  e  i  malcontenti 
degli  altri  stati  venivano  ad  incorporarsi  in  questa 
nuova  popolazione,  cresceva  Tal  ti  vita,  il  vigore, 
le  arti,  e  sorgeva  un  emporio  dove  prima  non  era 
che  orrore  e  desolazione  (aa). 

g.  aS.Ilre  Filippo  dopo  lunga  e  penosa  malat- 
tìa passò  all'altra  vita  il  dì  i3  settembre,  ed  il  suo 
figlio  Filippo  III  si  maritò  coH'arciduchessa  Mar- 
gherita figlia  delParciduea  Carlo  di  Gratz.  In  tale 
occasione  don  Pietro  angustiato  per  non  poter 
supplire  al  dispendio,  cui  lo  richiamava  la  circo- 
stanza, si  umiliò  alla  generosità  del  fratello,  dal 
quale  ottenne  in  fine  un  imprestito  di  dodicimila 
scudi  a  suo  beneplacito  ,  e  gli  avanzò  Tanticipa- 
zione  di  due  annate,  a  condizione  di  sollecitare 
la  decisione  del  papa  (a3).  Quest''atto  però  di  con- 
discendenza del  granduca  piuttosto  che  eccita- 
re esso  don  Pietro  alla  gratitudine,  risvegliò  in 
lui  maggiore  avidità,  poiché  ebbe  P  ardimento 
di  domandare  trecentomila  scudi  per  prezzo  e 
renunzia  di  qualunque  sua  pretenzione.  Il  re  ac- 
compagnò questa  istanza,  e  Tambasciatore  spa- 
gnuoloebbe  ordine  di  promuoverne  l'accettazione: 
fu  fatta  altresì  a  Ferdinando  da  parte  del  re  altra 


^/l.1597.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  3a7' 

istanza,  d^accordare  cioè  donna  Maria  in  moglie 
al  duca  di  Braganza,  ma  egli  rifiatò  ambedue  que- 
ste richiesfe^  il  che  rese  maggiormente  aliena  da 
lui  la  corte  di  Spagna,  la  quale  per  comprovargli 
la  sua  indignazione  gli  sospese  V  investitura  di 
Siena,  6no  a  che  non  avess'^egU  sodisfatto  a  don 
Pietro  (24)- 

g.  ;ì/{'  Enrico  IV  richiamò  il  duca  di  Luxeni- 
bourg  dalla  corte  di  Roma,  ove  risedeva  come 
ambasciatore,  e  gli  fece  succedere  il  signore  di 
Sillery.  Due  importanti  commissioni  ebbe  questi 
dal  suo  re  ,  una  di  promuovere  presso  il  papa 
le  sue  ragioni  per  il  marchesato  di  Saluzzo,  Tal- 
fra  dello  scioglimento  del  matrimonio  di  lui  con 
Wagherita  di  Valois.  Questa  causa  tratlavasi  alla 
Sorbona,  ma  doveva  egualmente  essere  esaminata 
ed  approvata  dal  papa.  Tutta  la  Francia  deside- 
rava che  il  re  avesse  legittima  successione,  non 
avendo  egli  figli  che  da  Gabriella  d'Esetres  sua 
favorita,  di  cui  era  estremamente  appassionato. 
La  stessa  regina  l^largherita  avrebbe  secondato  il 
voto  della  nazione,  se  non  1'  avesse  trattenuta  il 
pensiero  di  dover  forse  cedere  il  suo  luogo  alla 
rivale  Gabriella.  Ma  succeduta  poi  opportunamen- 
te la  morte  di  questa,  potette  in  tal  guisa  il  re, 
tolto  ogni  ostacolo,  determinarsi  ad  un  matrimo- 
nio di  sua  convenienia  e  sodisfazione.  Frattanto 
molti  partitigli  si  pro[>onevano,  ma  egli  ricordarw 
(Josi  delPaniicizia  del  granduca, ed  anche  di  un''3n4 
tica  promessa  fattagli,  si  dichiarò  di  volere  spo-* 
sere  la  principessa  Maria  (iglia  del  granduca  Fran- 
cesco  e  dell''  arciduchessa  Giovanna  d*  Austria. 


3a8  ATVENIMENTI  STORICI  u4n.^59l. 

Dette  perciò  conimissione  al  signore  di  Sillery 
d''entrare  in  questo  trattato,  che  fu  di  buon  ani- 
mo ammesso  dal  granduca.  Desiderava  però  questi 
che  si  trattasse  con  segretesiza,  per  non  porre  gli 
spagnuoli  in  grado  di  procurare  di  dislorlo:  man- 
dò perciò  sotto  altri  pretesti  in  Francia  il  canonico 
Baccio  Giovannìni,  perchè  di  tutto  ei  trattasse  col 
Villeroi,  che  era  a  ciò  dal  re  incaricato,  ma  sem- 
pre con  segretezza,  tanto  più  che  il  granduca  non 
voleva  che  ciò  fosse  noto,  finché  dal  papa  non  si 
emanasse  la  sentenza  di  scioglimento  del  matri- 
monio. Arrivalo  il  Giovannini  alla  corte  di  Fran- 
cia trovò  che  si  parlava  di  questo  matrimonio  co- 
me ormai  concluso,  e  che  già  cominciavano  gli 
intrighi  dei  nemici  del  granduca  unitamente  al 
duca  di  Savoia,  che  seppe  guadagnare  madamigel- 
la d"'Entragues  divenuta  la  favorita  d''Enrico  dopo 
la  morte  di  Gabriella.  Nacquero  da  primo  alcune 
difficoltà  rispetto  alla  dote,  volendo  il  re  un  mil- 
lione  e  mezzo  d'oro,  ma  riuscì  poi  al  duca  di  Sul- 
ly  di  ridurlo  a  contentarsi  della  somma  di  seicen- 
tomila scudi  d'oro  (a5)' 

g.  a5.  Intanto  nelle  guerre  che  i  cristiani  aveano 
co'turchi;  cinque  galere  del  granduca  di  Tosca- 
na^ le  quali  comandate  da  Virginio  Orsini  corseg- 
giavano nei  mari  di  Levante,  trovarono  vantaggi 
grandissimi.  Arrivate  queste  una  notte  all'isola  di 
Chio  o  Scio,  sbarcarono  3oo  nominici  quali  va- 
lorosamente assalirono  quella  città.  Tale  fu  lo 
spavento  degli  abitanti,  che  tutto  abbandonatosi 
rifugiarono  al  monte,  sulla  opinione  che  un  nuvo- 
lo di  cristiani  fosse  venuto  a  visitarli.  IVIa  fatto 


^«.1600.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  Vr.  829 

giorno  scorgendo  che  si  trattava  di  sole  poche 
galere,  con  gran  furia  scesero  contro  gli  occupa- 
tori  della  città,  de**  quali,  perchè  a  cagione  del 
mare  burrascoso  stentarono  a  rimbarcarsi,  tra  uc- 
cisi e  prigioni  ve  ne  restarono  più  di  cento  col 
loro  colonnello  (26). 

g.  a6. 11  dì  primo  marzo  del  1600  furono  sot- 
toscritte le  condizioni  del  matrimonio  con  Enri- 
co e  Maria  de'Medici,  e  fu  incaricato  Tambascia- 
tore  Sillery  di  portarsi  a  Firenze  per  celebrarne 
islrumento  colle  consuete  formalità.  Il  re  volle 
attestare  al  granduca  la  sua  sodisfazione  con  let- 
tera scritta  di  sua  mano  in  data  de''9  marzo,  nel^ 
Tatto  che  autorizzava  il  prelodato  Sillery  all'ese-^ 
guimento  del  contratto.  Non  ostante  che  questo 
matrimonio  dispiacesse  grandemente  al  papa,  pu- 
re riuscì  alla  destrezza  di  Sillery  non  solo  di  far- 
gliene approvare  e  lodare  ,  scrivendo  a  questo 
effetto  al  granduca, ma  di  ordinare  altresì  al  car- 
dinale Aldobrandini  che  intervenisse  alle  nozze 
come  legalo  pontificio.  Dopo  ciò  Sillery  unita- 
mente al  signore  d'Alincourt  si  portarono  a  Firen- 
ze per  eseguire  la  sua  commissione.  Vi  giunsero 
essi  il  di  22  d'aprile,  e  furono  ricevuti  nel  palaz- 
zo Pitti.  Il  dì  a5  dello  stesso  mese  reslò  celebralo 
ristrumento  colle  dovute  solennità,  e  il  grandu- 
ca si  obbligò  di  far  condurre  a  sue  spese  fino  a 
Warsilia  la  sposa  colla  dovuta  dignità  ed  onori- 
ficenza. Il  dì  3o d'aprile  ne  foce  la  solenne  pubbli- 
cazione in  Firenze  al  palazzo  Pilli,  slniido  la  re- 
gina sposa  assisa  sotto  il  trono,  ed  il  granduca 
dopo  la  pubblicazione  fu  il  primo  a  baciar  la  ve^» 


33o  AVVENIMENTI    STORICI  ^/1.1600, 

ste  di  sua  nipote  come  regina  di  Francia,  e  dopo 
di  lui  la  granduchessa  e  tutti  i  circostanti  per  or- 
dine. Ne  seguirono  poi  le  feste  e  gli  spettacoli, 
ed  intanto  si  concertò  con  Sillery  tutto  Toccor- 
rente  per  trasferire  la  sposa  nel  mese  di  maggio  a 
Marsilia,  e  si  fecero  i  più  suntuosi  e  grandiosi 
preparativi  perla  celebrazione  delle  nozze,  ma  le 
circostanze  del  re  e  i  successivi  avvenimenti  ne 
fecero  differire  Tesecuzione  fino  al  settembre  (27)^ 
g.  27.  Dopo  la  pubblicazione  di  questo  matri- 
monio fatta  in  Firenze,  nel  giorno  5  d''oltobre  fu 
sposata  questa  principessa  a  nome  del  re  da)  si- 
gnore di  Bellegard  suo  ambasciatore,  eseguendo 
le  funzioni  della  chiesa  il  cardinal  Pietro  A.ldo- 
brandiui  nipote  del  papa,  qua  spedito  apposta  con 
titolo  di  legato.  In  magnifici  sollazzi  si  spesero  poi 
i  seguenti  giorni,  finché  nel  dì  i3  di  esso  mese  la 
regina  accompagnata  da  Cristina  di  Lorena  gran- 
duchessa sua  zia,  da  Eleonora  duchessa  di  Man- 
tova sua  sorella  maggiore,  da  Virginio  Orsini  duca 
di  Bracciano,  si  portò  a  Livorno.  Quivi  imbarcata 
sulle  galere  del  granduca,  seguite  da  una  della 
Francia,  cinque  del  papa,  e  cinque  di  Malta  con 
gran  numero  di  altri  legni ,  ed  un  equipaggio  di 
diecimila  persone  approdò  a  Marsilia  nel  3  di  no- 
vembre, e  passata  di  poi  a  Lione  quivi  aspettò  il 
re  affaccendato  nella  guerra  col  duca  di  Savoia. 
Giunto  egli  nella  stessa  città  nel  nono  giorno,  la 
regina  bene  istruita  dal  saggio  suo  zio  granduca 
se  Pingiuocchiò  davanti.  La  sollevò  il  re  con  ab- 
bracciarla e  baciarla^  e  perciocché  il  cardinale  AI- 
dobrandini  a  cagione  della  guen'a  suddetta  era 


:^nA60i.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  TI.  33 1 

ito  a  Sciambery,  fu  chiamato  colà  ed  assistè  alla 
solennità  di  quelle  nozze  che  furono  benedette 
da  Dio,  con  avere  la  regina  da  li  a  dieci  mesi  par- 
torito al  re  un  delijno  che  fu  poi  Lodovico  XIII 
re  di  Francia  (28). 

g.  a8.  Fu  sentito  con  dispiacere  questo  ma- 
trimonio da  tutte  le  corti,  e  specialmente  dall'im- 
peratore e  dalia  corte  di  Spagna,  ma  la  condizio- 
ne politica  d'Italia  non  cambiò,  poiché  il  trattato 
di  Lione  fatto  da  Enrico  IV  colla  casa  di  Savoia 
per  gli  affari  del  marchesato  di  Saluzzo,  gli  tolse 
una  comunicazione  colla  Penisola,  sicché  tutte  le 
cure  di  Ferdinando  per  contra[)porre  ai  re  di  Spa- 
gna un  competitore  che  loro  impedisse  di  oppri- 
mere l'Italia  andarono  a  Tuoto.  Dovette  allora  il 
granduca  nuovamente  rivolgersi  alla  corte  di  Ma- 
drid che  aveva  inasprito,  e  dare  un  pegno  della 
sua  commissione,  somministrare  le  sue  galere  per 
la  spedizione  d''Algeri,  e  mandare  soccorsi  alPim- 
peratore  Ferdinando  per  1'  impresa  di  Canissa 
contro  il  turco  (29).  Dovette  pur  cattivarsi  la  be- 
nevolenza de'suoi  nemici  coll'arresto  del  falso  re 
Sebastiano  di  Portogallo.  Lo  aveano  fermato  i 
veneziani  e  chiuso  lo  tennero  nelle  carceri  per 
Ire  anni,  finalmente  mossi  dal  rumore  che  face- 
vasene  in  Portogallo  da  coloro  che  lo  credevano 
il  vero  re  scampalo  dalla  famosa  battaglia  d'Af- 
frica, com'ei  diceva,  lo  rilasciarono  col  bandirlo 
dai  loro  stati.  Egli  travestito  da  frate  domenicano 
venne  iu  Toscana  per  imbarcarsi  a  Livorno^  e  di 
là  p;r  mare  condursi  a  Lisbona:^  ma  scoperto 
venne  per  ordine  jlel.|jrauduca  Ferdinando  arre- 


33a  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.^6Ò^. 

stalo  ed  inviato  a  Napoli,  dove  come  un  impo- 
store fu  ignominiosamente  sopra  un  asinelio  con- 
dotto per  le  piazze  e  strade,  e  poi  condannato  al 
remo  (3o). 

g.  ag.  Per  Tunione  tra  Ferdinando  ed  Enri- 
co IV  avvenuta  pel  matrimonio ,  gli  spagnuoli 
concepirono  un  odio  implacabile  contro  il  gran- 
duca, e  trattarono  di  unirsi  col  papa  per  oppri- 
merlo^ ma  il  re  di  Francia  si  dichiarò  di  volerlo 
soccorrerete  gli  promesseassistenza,  dicendo  „  Li 
miei  amici  che  hanno  soccorso  me,  non  debbono 
avere  alcun  dubbio  che  io  non  soccorra  loro^  e  il 
granduca  ne  sia  pur  sicuro,  purché  io  sia  a  tempo 
a  poterlo  fare  „  Tali  furono  le  sue  espressioni  col 
Vinta  speditogli  da  Ferdinando,suggerendogli  dei 
precetti  di  guerra  per  la  difesa  del  suo  padrone, 
e  Io  esortò  a  far  provvista  di  artiglierìa  e  di  un 
bravo  generale.  Intanto  fu  stimato  espediente  di 
far  dichiarare  a  nome  di  sua  iVIaestà  alla  corte  di 
Roma  ed  a  quella  di  Spagna,  che  qualora  non  si 
recedesse  dai  preparativi  di  guerra,  e  si  facesse 
uso  delle  armi  contro  alcuno  dei  compresi  nella 
pace  di  Vervins,  s''intendesse  rotto  il  trattato,  e 
cominciasse  nuovamente  la  guerra.  Furono  pub- 
blicate alle  respettJve  corti  queste  dichiarazioni^ 
ma  gli  spagnuoli  d'Italia  vedendo  Enrico  IV  rin- 
chiuso di  là  dai  monti,  più  non  temevano  il  suo 
valore,  e  baldanzosi  per  vedersi  omai  gli  arbitri  di 
quel  bel  paese  ne  disprezzavano  i  principi,  e  mi- 
nacciavano d''opprimerli.O  conveniva  umiliarsi  al- 
la discrezione  del  re.  o  vendere  la  propria  libertà, 
accettando  soldo  da  quella  corona^  ciò  non  ostan- 


^rt. 1601.  DEI  TEMPI  MEDICEI  C.4P.  VI.  533 

te  non  furono  questi  che  tentativi  {ler  far  paura, 
mentre  si  videro  sfilare  le  milizie  di  Fuentes  por 
passare  in  Fiandra  e  in  Croazia,  e  il  papa  dispose 
le  proprie  per  soccorrere  Ferdinando  d*"  Austria 
contro  i  turchi  {3i). 

5.  3o.  Non  vide  il  granduca  adempiti  a  pieno 
quei  desideri  ch'ei  concepì  alPoccasione  del  ma- 
trimonio della  nipote  col  re  di  Francia,  poiché 
ben  presto  sorsero  delle  discordie  domestiche,na- 
le  principalmente  per  la  debolezza  della  regina 
verso  la  sua  favorita  Eleonora  ed  il  Conjnno,  i 
quali  due  essendosi  innamorati  e  promessi  di  spo- 
sarsi, la  dominavano  d'accordo  e  le  mettevano  in 
diffidenza  .non  solo  i  ministri  francesi,  ma  ancora  il 
Giovannini  segretario  del  granduca.  Aumentava- 
I40  di  più  le  discordie  le  gelosie  della  regina  ri- 
spetto al  re,  e  Pindiscretezza  di  questo,  il  quale 
non  ostante  che  paresse  sodisfatto  di  essa  e  con- 
lento di  vederla  incinta,  continuava  non  solo  a 
frequentare  la  Entragues,  ma  volle  che  la  regina 
la  trattasse  e  slessea  tavola  seco.  Il  granduca  era 
molto  dolente  di  tutto  questo,  ma  lusingavasi  che 
la  nascita  del  delfino  avrebbe  potuto  variare  le 
circostanze.  Nacque  questi  il  27  di  settembre,  e 
spedi  il  granduca  una  solenne  ambasciata  per 
congratularsene  e  presentare  dei  donativi.  Stu- 
diossi  l'ambasciatore  di  rimettere  il  Giovannini 
nella  grazia  del  re  e  della  regina,  ma  Pambizione 
e  gl'intrighi  del  Concino  fecero  esser  di  poca  du- 
rata quest'  accomodamento.  Il  re  avea  richiesti 
per  compare  al  battesimo  del  delfino  i!  papa  e? 
Ferdinando,  e  per  commare  la  duchessa  di  Man-' 
St.  Tose.  Tom.  10.  29 


334  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.1601. 

tova^  mail  granduca  ricusò  di  esserlo,  adducendo 
j)er  motivo  la  dispozione  del  concilio  che  proibiva 
l'elezione  di  due  compari:  la  ragione  vera  però 
del  rifiuto  si  era,  che  non  voleva  maggiormente 
dispiacere  alla  corte  di  Spagna,  giacche  nella  pa- 
ce di  Lione  Tltalia  era  stala  assolutamente  ab- 
bandonata dai  francesi,  e  reslava  inlieramenle 
sotto  rinlluenza  spaglinola.  Di  più  ciò  accadde  in 
un  momento  in  cui  Ferdinando  avea  delle  spe- 
ranze di  potersi  riconciliare  col  re  di  Spagna,  poi- 
ché essendogli  già  riuscito  di  riunirsi  col  papa,  si 
era  questi  impegnato  d'interporre  la  sua  media- 
zione presso  quella  corte  per  res'ituirlo  nella  sua 
primiera  confidenza,  e  Ferdinando  obbligato  di 
somministrare  degli  aiuti  per  la  spedizione  che 
si  preparava  in  soccorso  dell"  imperatore.  Non 
ostante  tutto  questo,  ed  i  meriti  del  granduca  col- 
la casa  dWustria,  gli  fu  dichiaralo  che  il  re  Filip- 
po non  si  riconciliava  con  lui,  se  prima  non  dava 
piena  sodisfazione  a  don  Pietro,  per  cui  esso  re 
era  impegnalissimo  fino  a  dire,  eh'  egli  non  avea 
minore  interesse  pel  di  lui  affare  col  granduca 
che  per  la  gueira  di  Fiandra.  Ferdinando  però 
sem[)re  fermo  replicò  eh»?  si  lasciasse  uscire  la 
sentenza  del  papa^  e  che  in  seguito  avrebbe  fatto 
ciò  che  Tamore  fraterno  gli  avesse  suggerito  (3a). 

g.3i.  Somma  pace  gode  vasi  nell'anno  presente 
in  Italia, sennonché  nella  Garfagnana,  contigua  ai 
lucchesi,  per  liti  private  dei  confinanti,  si  venne 
alle  armi.  Era  essa  stata  posseduta  per  qualche 
tempo  da  chi  signoreggiava  in  Lucca,  poi  nell'an- 
no 14^9  pa^sò  sotto  il  dominio  degli  Estensi.  A.u- 


^/1.1602.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  VI.  335 

corchè  fossero  succedute  chiare  convenzioni  tra 
i  duchi  di  Ferrara  ed  i  lucchesi  per  quelle  ter- 
re, pure  non  si  era  mai  spento  in  questi  ultimi 
il  desiderio  di  ricuperarle  .  Trovato  il  pretesto 
suddetto  couiinciarono  le  ostilità  e  i  saccheggi. 
Fecero  quanta  resistenza  poterono  i  garfagnani, 
gente  valorosa,  finché  da  Cesare  duca  di  Modena 
fu  spedito  in  loro  aiuto  il  marchese  Ippolito  Ben- 
tivoglio  suo  generale  con  alquante  migliaia  di 
soldati  lombardi,  i  quali  a  più  doppi  compensaro- 
no i  danni  soiTertì,  col  mettere  a  sacco  non  poche 
terre  lucchesi.  Quindi  imprese  il  Bentivoglio  l'as- 
sedio della  forte  terra  di  Castiglione,  che  avrebbe 
forse  ceduto  se  i  lucchesi,  con  ricorrere  al  conte 
di  Fuentes  governatore  di  Milano,  non  Tavesser 
mosso  a  spedire  colà  il  marchese  Pirro  Malvezzi^ 
che  fece  deporre  le  armi  e  rimise  al  tribunale  ce- 
sareo quella  controversia  (33). 

g.  3a.  L''oggetlo  poi  degli  spagnucli  in  questa 
occasione  era  di  far  perder  la  pazienza  al  grandu- 
ca^ e  porlo  al  cimento  d^impegnarsi  scopertamen- 
te alla  difesa  di  don  Cesare,  imputarlo  per  tal  cau- 
sa come  autoredi  una  nuova  guerra,  e  farsi  perciò 
un  drillo  di  opprimerlo.  Fu  necessario  che  il 
granduca  soccorresse  segretamente  il  cognato, 
ma  si  mostrasse  in  apparenza  neutrale,  interpo- 
nesse degli  uffici  per  la  quiete  comune,  ma  ciò 
non  fu  sufficiente  per  esimerlo  da  nuove  molestie 
che  gli  suscitarono  in  Lunigiana.  Questa  provin- 
cia, infeudata  nel  ino  a  Obizzo  Malaspina  dal- 
l'imperatore Enrico  V, avrebbe  formato  un  pria- 


336  AVVENIMENTI  STOIIICI  JnA602. 

cipato  assai  ragguardevole,  se  il  feudo  non  fosse 
stato  divisibile  in  infinito:  di  questa  divisione  è 
naturale  che  dovessero  approfittare  i  circonvicini 
e  specialmente  la  repubblica  di  Firenze,  che  non 
trascurava  occasione  di  estendere  il  suo  dominio^ 
ed  infatti  vi  aveva  acquistato  già  due  territori, 
ed  i  granduchi,  proseguendo  la  stessa  massima  , 
comprarono  parimente  altri  feudi  con  animo  di 
dilatare  insensibilmente  la  giurisdizione,  e  ricu- 
perando Sarzana  formare  una  delle  più  impor- 
tanti Provincie  del  granducato.  Se  si  toglie  il  ter- 
ritorio di  Pontremoli, sottoposto  allora  al  governo 
di  Milano,  gli  antichi  acquisti  della  repubblica 
liorentina,  il  ducato  di  Massa,  Sarzana,  e  altre 
appartenenze  dei  genovesi,  ciò  che  allora  si  com- 
prendeva sotto  nome  di  feudo,  era  diviso  in  27 
giurisdizioni^  di  'queste  tre  appacteoevana  in 
proprio  al  granduca  5  otto  erano  vincolate  co» 
esso  per  mezzo  di  accomandigia^  altre  otta  ade- 
rivano per  simili  cause  alla  Spagna,  e  otto  si  te- 
nevano indipendenti  inclinando  e  servendo  a 
quella  parte  che  poteva  piti  sostenerle.  I  grandu- 
chi Cosimo  e  Francesco,  combinando  a  loro  van- 
taggio le  aderenze  proprie  con  quelle  di  Spagna 
avevano  esercitato  pacificamente  la  loro  autorità 
in  quella  provincia,  ma  le  difiidenze  insorte  con 
Ferdinando  interruppero  questo  sistema,  e  i  go- 
Tcrnatori  dì  Pontremoli,  fomentati  e  protetti  dal 
governa  di  Milano,  sparsero  la  discordia  e  le  ini- 
micizie, e  promossero  le  ostilità  fra  i  feudatari  II 
pretesto  di  estinguere  (questo  fuaqa  sommiai^tra- 


!^«.1603.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VI.  SoJ 

va  il  titolo  per  Tiisurpazione,  e  non  si  lardò  a 
spogliare  del  feudo  eoa  formalità  di  ^iiistiaia  qual- 
ch''uno  dei  più  renitenti  (34). 

g.  33.  Pareva  che  tulti  gli  avvenimenti  con- 
tribuissero a  favorire  Tambizione  degli  spagnuoli, 
e  loro  porgessero  roccas'one  di  dilatare  le  proprie 
conquiste.  j>el  mese  di  giugno  essendo  venuto  a 
morte  il  principe  di  Piombino,  rultimo  delia  ca- 
*sa  appiano,  il  granduca  Ferdinando  domandò  al- 
rimperalore  il  dominio  di  questo  feudo,  che  Io 
riguardava  come  urrantica  appartenenza  alla  città 
di  Pisa,  i  di  cui  dritti  spettavano  allora  a  Firen- 
ze. L'imperatore  inviò  dei  commissari  per  dar 
giudizio  di  questo  affare,  ma  glìspagnuoli  li  cac- 
ciarono con  disprezzo  (35)^  il  che  fece  facilmente 
comprendere  che  anche  la  corte  di  Spagna  avea 
delle  pretensioni  sopra  di  esso  feudo,  e  il  gran- 
duca perciò  desistè  anco  dal  far  nuove  istanze 
per  rinvestitura  delPElba,  chiesta  già  da  lui  in 
feudo  tino  dal  1694  nel  caso  di  devoluzione, 
tanto  più  che  furono  contemporaneamente  dal  vi- 
ceré di  Napoli  spedite  ad  essa  delle  navi  con  ma- 
teriali per  fabbricare  un  porto  ed  una  fortezza  a 
Lungone  per  assicurare  al  re  il  possesso  dell'iso- 
la, ed  aver  forze  bastanti  da  contrapporre  a  quelle 
che  il  granduca  t<'neva  a  Portoferraio  (36). 

§.  34.  I  lucchesi  tornaron  di  nuovo  a  muover 
guerra  alla  Garfagnana  del  duca  di  Modena,  col 
mettere  a  sacco  un  buon  tratto  di  qu<d  territorio. 
Però  fu  forzato  il  duca  a  rispedire  colà  il  marche- 
se Benlivoglio  con  forze  maggiori  delPanno  pre- 
ce lente.  Indussero  i  lucchesi  il   vile  comandante 


33S  ATVENIMENTl  STORICI  ^/i.1603. 

delia  forte  terra  di  Palleroso  a  renderla,  spoglia- 
rono altari  e  chiese,  portaron  vìa  6n  le  campane, 
e  lasciaron  la  terra  in  balia  delle  fiamme.  Per 
rifarsi  di  quest'insulto  il  Bentivogliosi  spinse  nel 
lucchese,  vi  fece  di  granfii  prede,  conducendo  via 
i5oo  para  di  bestie.  Quindi  imprese  di  nuovo  lo 
assedio  di  Castiglione,  terra  ben  munita  di  arti- 
glierìe,e  di  milleduecento  scelti  soldati.Furono  ivi 
atterrate  dalle  artiglierìe  di  Modena  molte  case,  e 
massimamente  un  alto  campanile  ,  dalla  cui  cima 
con  due  cannoni  veniva  inferito  gran  danno  al  cam- 
po del  Bentivoglio.  Impadronironsi  ancora  i  rao- 
danesi  a  for^a  di  armi  di  un  fornito  fabbricato  dei 
Jucchesì  sopra  una  collina,  da  dove  poi  col  pian- 
tarvi alcune  bombarde  ,  bersagliavano  le  mura . 
Ora  i  lucchesi,  allorché  videro  sì  male  incammi- 
nati i  loro  affari  tornarono  al  solito  giuoco,  fa- 
cendo muover  di  nuovo  il  conte  di  Fuentes,  il 
quale  spedito  a  Modena  il  marchese  Malvezzi  ot- 
tenne che  si  posassero  le  armi,  e  che  il  senato  di 
Milano  conoscesse  la  civile  controversia  in  forma 
giudìciale:  questo  era  quello  a  cui  miravano  essi 
lucchesi.  Furono  appresso  esaminate  da  quel  se- 
nato le  rancide  loro  pretensioni  sopra  la  Garfa- 
gnana,  e  fu  deciso  in  favore  del  duca  di  Modena, 
con  dichiarare  che  ostava  la  precisione  alle  peti- 
zioni dei  lucchesi,  i  quali  non  contenti  portarono 
Ja  causa  al  tribunale  di  cesare  (37). 

g.35.  Vedendosi  Ferdinando  circondato  quasi  da 
tutte  le  partidalle  forze  di  Spagna. ad  oggettodi  pre- 
venire Toppressione,  cercò  nuovamente  di  ricon- 
ciliarsi con  quella  corte,  e  progettare  a  don  Pietro 


;^/t.1604.  DEI   TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  33() 

nuove  condizioni  per  un  arcomorìamento.  Questi 
per  altro  negò  di  trattare  coi  ministri  di  Ferdinando 
dicendo  di  avere  rimesse  del  tutto  le  pretensio- 
ni al  re,  e  che  perciò  con  esso  diretlamente  dovea 
stabilirsi  P  accordo.  Già  i  minislri  del  re  erano 
determinati  di  non  accettare  la  sentenza  del  papa, 
e  s''ìnsinuava  a  questo  a  Roma  che  rinunziasse  al 
compromesso.  Vennesi  ora  a  scoprire  che  la  re- 
gina di  Spagna  avrebbe  voluto  collocare  un^arci- 
duchessa  sua  sorella  in  matrimonio  col  principe 
Cosimo  primogenito  di  Ferdinando,  e  ciò  poteva 

.  esser  il  mezzo  della  riconciliazione:  non  dispia- 
ceva a  Ferdinando  questo  partito,  ma  non  volle 
mostrarsene  desideroso  ,  per  non  assoggettarsi 
intieramente  alParbitrio  del  re.  11  granduca  fece 
delle  forti  rappresentanze  alT  imperatore  ,  acciò 
non  si  lasciasse  usurpare  i  dritti  che  T  impero  a- 
veva  nella  Lunigiana  e  sulTElba.  Queste  rimo- 
strazioni,  siccome  irritarono  f  imperatore  contro 

*  la  corte  di  Spagna,  così  obbliga ron  questa  a  pro- 
cedere con  maggior  cautela.  Restava  però  sempre 
nel  suo  pieno  vigore  Pimpegno  del  re  Filippo  per 
don  Pietro,  quando  Pinaspetlala  morte  di  questo 
troncò  affatto  ogni  trattato. 

g.  36.  Lasciò  don  Pietro  molli  figli  naturali , 
ma  nelle  sue  lettere  scritte  al  re  ed  al  granduca 
prima  di  morire  non  riconosceva  per  suoi  che 
due  maschi  e  tre  f'Miimine  avuti  da  dunna  Anto- 
nia Caravaial,  quella  medesima  ch'egli  avea  con- 
dotta in  Italia  vivente  il  granduca  p'raucesco  . 
Avea  egli  nel  iSgS  prima  di  partire  per  Roma 
fallo  testamento  con  grandiose  disposizioni,  ma 


34o  AVVENIMENTI  STORICI  ^/?.1604/ 

tutte  appoggiate  alla  pretensione  di  sette  milioni 
che  avea  contro  al  granduca.  Essendo  egli  morto 
senza  figli  legittimi.  Ferdinando  in  virtù  del  fide- 
commesso  indotto  dal  granduca  Cosimo  entrò  li- 
beramente al  possesso  dei  suoi  boni .  Offerì  però 
egli  protezione  e  mantenimento  ai  di  lui  figli,  raa 
solo  a  quei  che  esso  don  Pietro  avea  riconosciu- 
ti per  tali,  dichiarando  di  far  ciò  a  titolo  di  pietà 
e  col  suo  proprio  erario, lasciando  che  ilCorregi- 
dor  di  Madrid  disponesse  secondo  gli  ordini  di 
giustizia  di  ciò  che  restava  delP  eredità  di  don 
Pietro,  nella  quale  egli  non  avea  voluto  ingerirsi, 
attesi  i  700,000  scudi  di  debito,  che  don  Pietro 
avea  in  Italia  e  quasi  altrettanti  in  Spagna.  Per 
dileguare  qualunque  ostacolo  che  in  tal  circo- 
stanza nascer  potesse,  da  impedire  ancora  la  ri- 
conciliazione sua  con  quella  corona,  vi  spedì  un 
ambasciatore  ,  il  quale  appena  là  arrivato  vide 
un  repentino  cangiamento  di  quella  corte,  trovan- 
dola tutta  disposta  a  favorire  il  granduca  ,  e  a 
restituirgli  P  amicizia  e  confidenza  :  furon  man- 
dati i  figli  di  don  Pietro  a  Firenze, e  fu  promessa, 
a  Ferdinando  rinvestitura  di  Siena,  ed  introdotto 
dal  confessore  della  regina  il  trattato  di  matri- 
monio del  principe  Cosimo  con  un'arciduchessa, 
e  tolto  al  granduca  ogni  motivo  di  più  temere 
della  indignazione  del  re  (38). 

^.  07.  La  debolezza  di  Enrico  IV  perlaEntra- 
gues  divenuta  marchesa  di  Vernevvil.il  contegno 
suo  poco  prudente  secondato  e  sostenuto  ancora 
dai  suoi  cattivi  consiglieri,  erano  la  cagione  dei 
disturbi  della  regina.  Si  sperava  che  la  nascita  di 


^/1.1604.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  TI.  34 1 

un  delfino  avrebbe  conciliato  Tamore  del  re  ,  ed 
infalli  egli  le  diede  poi  in  questa  occasione  molle 
dimostrazioni  d*  affetto ,  le  quali  però  non  fecero 
che  irritare  maggiormente  la  marchesa,  che  avea 
anch'essa  partorito  al  re  un  figlio  maschio,  e  l'ob- 
bligazione di  futuro  matrimonio  che  gli  avea  e- 
storta,  lusingava  ì  suoi  desideri,  che  la  nascita 
del  delfino  rendeva  ora  delusi.  Per  ciò  ella  giunse 
a  tale  sdegno,  che  andava  dicendo  pubblicamente 
esser  essa  la  vera  moglie  del  re,  e  la  Medici  la  con- 
cubina. La  regina  poi  con  i  suoi  rimproveri  benché 
giusti,  alienava  sempre  più  il  re,  il  quale  continua- 
va ad  amare  perdutamente  la  Vernewil.  Rincre- 
scevano mollo  al  granduca  queste  domestiche  di- 
scordie, il  quale  avrebbe  voluto  che  la  regina  si 
occupasse  piuttosto  negli  affari  di  stato,  che  per- 
dersi in  querele  donnesche,  e  desistesse  dalT  of- 
fendere i  francesi  chiamandoli  traditori ,  e  dallo 
irritarli  col  non  volere  neppure  apprendere  la 
loro  lingua  .  Vedeva  però  Ferdinando  eh'  erano 
inutili  tutte  le  sue  insinuazioni,  finché  il  Concino 
e  la  Eleonora  fossero  in  discordia  col  suo  segre- 
tario Giovannini,  e  consigliassero  essi  la  regina, 
ponendo  così  del  malumore  e  delle  discordie.  Vi 
erano  poi  continuamente  delle  querele  Ira'l  gran- 
duca ed  i  ministri  del  re,  perchè  non  si  pagavano 
i  credili  di  esso  granduca ,  non  ostante  le  obbli- 
gazioni firmale  dal  re  e  registrale  dal  parlamen- 
to (39). 

g.  38.  Tulio  ciò  cagionava  tra  Enrico  IV  ed 
il  granduca  del  raffreddamento^  il  quale  tanto  più 
, crebbe  in  Enrico   quando   seppe  la  perfetta  ri- 


542.  A.VVENIMESTI  STORICI  JnAQOSé 

conciliazione  di  Ferdinando  col  re  di  Spagna  ,  il 
quale  mandò  i  figli  di  don  Pielro  a  Firenze  per  un 
suo  genliluomo  ,  che  portò  anche  V  investitura 
di  Siena,  e  contestò  il  gradimento  delP  assoluta 
remissione  di  sua  altezza  nel  re  pel  matrimonio 
del  principe  Cosimo  .  Per  V  erezione  della  for- 
tezza di  Lungone,  che  il  granduca  credette  uà 
freno  per  Porfoferraio  e  Livorno,  il  papa  un  bloc- 
co per  Civitavecchia  ed  i  genovesi  una  mira  sulla 
Corsica,  si  fecero  delle  rimostranze,  alle  quali  la 
corte  di  Spagna  non  dette  orecchio .  Altro  non 
potette  rilrarne  il  granduca  che  una  verbale  pro- 
messa di  non  esser  quella  fortezza  eretta  a  danno 
dei  suoi  porti  .  La  Lunigiana  intanto  che  dovea 
reputarsi  soggetta  alla  camera  di  Milano,  Fuentes 
colle  sue  truppe  ne  usurpò  il  dominio,  e  dilatò 
colla  violenza  le  conquiste  della  Spagna  nel  centro 
deiritalia.  Le  rappresentanze  dell'imperatore  e  del- 
la dieta  elettorale  fecer  desister  la  Spagna  da  que- 
ste intraprese.  In  taPepoca  mori  il  papa  Clemente 
Vili,  e  gli  successe  Alessandro  dei  Medici  detto 
comunemente  il  cardinale  di  Firenze,  che  prese  il 
nome  di  Leone  XI,  ma  isuoi  incomodi  e  la  sua  età 
decrepila  non  gli  dettero  che  ventisette  giorni  di 
vita,  e  dopo  dodici  giorni  cadde  l'elezione  sul  car- 
dinale Borghese.  Questi  benché  nato  in  Roma, 
era  originario  di  Siena, da  dove  il  padre  suo  si  era 
partito  per  esercitare  l'avvocatura  sotto  la  prote- 
zione dei  Caraffa:  in  tal  professione  avea  servito 
ancora  la  casa  Medici ,  e  perciò  il  granduca  avea 
protetto  sempre  questa  famiglia.  Elevato  alla  cat- 
tedra di  s.  Pietro  assunse  il  nome  di  Paolo  V,  ed 


l^n.1607.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VL  343 

il  pubblico  applaudì  alla  sua  elezione,  sperando 
cbe  il  suo  ponliticalo  sarebbe  più  dolce  di  quello 
di  Clemente  Vili  (4o). 

g.  39.  À.nzioso  il  granduca  di  promuovere  sem- 
pre più  il  suo  commercio  e  di  esercitare  la  sua 
marina,  immaginava  delle  intraprese  :  una  solle- 
vazione nata  in  Soria  glie  ne  dette  Topportunità. 
Credette  egli  che  per  fare  una  potente  diversione 
ai  turchi  che  minacciavano  continuamente  Tltalia 
e  l'Ungheria  ,  convenisse  prestare  aiuti  ai  solle- 
vati, ma  non  potendo  colle  sue  forze  dargliene  dei 
ragguardevoli,  pensò  di  risvegliare  Tantico  fervo- 
re delle  crociate,  e  di  animare  il  papa  ed  il  re  di 
Si)agna  a  promuovere  la  conquista  di  Gerusalem- 
me. Incoraggiato  il  granduca  dal  consentimento 
del  papa  e  della  corledi  Spagna,  arruolò  la  crociata, 
ed  aflidanJone  iì  comando  al  marchese  del  Monte, 
allestita  la  flotta  ,  fece  la  prima  spedizione  .  Non 
troppo  felice  riusci  il  primo  tentativo  dei  crociati, 
poicliè  direttisi  sconsigliatamente  a  Cipro  scon- 
trarono i  turchi  in  tanto  maggior  numero,  che  ve- 
nuti a  zufl'a  con  essi  ed  avuta  la  peggio,  camparo- 
no dalTeccidio  colia  fuga.  Ferdinando  aflidatosi 
nell'antico  valore  dei  nostri  non  abbandonò  per 
questo  il  conceputo  disegno  ,  e  riordinata  solle- 
citamente la  flotta  e  postovi  alla  testali  cavaliere 
Inghiranii,  mio  antenato  ,  V  avviò  a  sorprendere 
llonu.  Fu  forte  la  resistenza  che  i  turchi  opposero, 
ma  tanto  fu  l'impeto  dei  toscani  fatto  contro  di 
essi,  che  dopo  aver  sostenuto  valorosamente  aspro 
conflitto,  il  forte  fu  espugnato  ,  lo  cillà  [.resa  e 
Saccheggiala,  e  i5oo  dei  saraceni  caddero  schiavi 


544  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1607. 

dei  nostri  crociati.  All'annunzio  di  (anta  perdila 
un  esercito  di  morì  moveva  alla  volta  di  Bona  per 
ricuperarla,  e  la  crociata  dei  nostri  non  valeva  a 
resister  loro  per  la  disparità  delle  forze.  Obbligata 
pertanto  ad  abbandonare  il  castello,  e  diroccatolo 
in  parte,  lo  lasciò  e  lornossene  a  Livorno  vittorio- 
sa. Quasi  inorgogliti  i  toscani  per  V  ottenuta  vit- 
toria sopra  i  turchi,  con  maggiore  ardore  si  appa- 
recchiarono ad  una  nuova  spedizione,  e  sotto  la 
condona  del  marchese  Guadagni  fecero  vela  per 
il  Levante.  Avvenne  frattanto  nelPArcipelago  una 
battaglia  navale  Ira  i  saraceni  ed  i  nostri  la  più 
sanguinosa.  Si  combattè  valorosamente  da  ambe 
le  parti,  e  prevalendo  in  fine  la  forza  della  flotta 
granducale,  questa  riportò  segnalata  vittoria.  Cad- 
dero in  mano  dei  crociati  toscani  nove  vascelli  , 
ne'quali  trovarono  tante  gioie  da  formare  la  som- 
ma di  due  milioni  di  scudi,  e  tra  settecento  schia- 
vi fatti.essendovi  alcuni  personaggi  ragguardevoli, 
il  loro  riscatto  aumentò  la  ricca  preda  (41). 

g.  40'  Volle  il  granduca  che  questa  spedizione 
fosse  falta  sotto  il  nome  del  principe  suo  primo- 
genito per  animarlo  alle  imprese  di  mare  .  Era 
stato  intanto  trattato  e  concluso  il  matrimonio  di 
esso  principe  coll'arciduchessa  Maddalena  d'Au- 
stria, figlia  delParciduca  Carlo  di  Gralz,  e  sorella 
della  regina  dì  Spagna  e  delParciduca  Ferdinando 
che  fu  poi  imperatore.  Fu  molto  soddisfatto  Fer- 
dinando di  aver  fissato  questo  matrimonio ,  coL 
quale  assicurava  sempre  più  la  sua  unione  colla  fa^ 
miglia  d'Austria,  dimodoché  non  si  riguardava  egli 
più  unito  che  colla  Spagna,  coltivando  soltanto  Ta- 


An.   1608.    DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  TI.  345 

micizia  degli  altri  sovrani  quanto  era  bastante  per 
non  farseli  nemici.Questo  malrioionio  ed  il  conte- 
gno del  granduca  accrebbero  i  sospetti  della  corte 
dì  Francia,  che  vennero  anche  aumentati  dalla 
pronta  risoluzione  di  don  Giovanni  de'Medici  di  la- 
sciare il  servizio  di  quel  re,  la  cui  debolezza  e  le 
gare  femminili  di  quella  corte,  oltre  le  prepotenze 
e  la  mala  condotta  del  Concino,  fecero  prendere 
questa  risoluzione  a  don  Giovanni,  il  quale  andò 
poi  al  servizio  dei  veneziani .  Riuscì  frattanto  a 
Ferdinando,  mediante  la  buona  intelligenza  col- 
la Spagna ,  d'  esser  messo  al  possesso  del  feudo 
di  Piligliano  che  ritenevano  gli  Orsini  ,  ai  quali 
in  ricompensa  fu  data  in  feudo  e  con  titolo  di 
marchesato  la  terra  di  ìVlonlesansavino,  una  villa 
vicino  a  Firenze,  una  entrata  di  diecimila  scudi 
annui,  e  furono  pagali  i  loro  debiti.  Quest'acqui- 
sto, siccome  assicurava  la  quiete  del  successore 
ed  estendeva  i  limiti  del  granducato,  rallegrò  Ta- 
nimo  di  Ferdinando^  tutto  intento  a  procurare  al 
medesimo  ogni  grandezza  (4a). 

g.  4 1 .  Era  giunto  il  tempo  prefisso  per  l'adem- 
pimento degli  sponsali  del  principe  Cosimo  giun- 
to alPetà  di  18  anni,  e  fu  per  procura  nel  settem- 
bre sposata  l'arciduchessa  in  Gratz,  e  li  if.a  dello 
stesso  mese  si  pose  in  viaggio  per  lllalia,  accom- 
pagnata dalParclduca  Massimiliano  Ernesto  suo 
fratello,  e  da  numeroso  seguito  di  nobiltà  di  Ger- 
mania. Giunta  alla  spiaggia  di  Ravenna  fu  ricevuta 
da  don  Antonio  de\>Jedici  e  dal  marchese  Salviati 
con  lutti  i  fastosi  equipaggi  di  corte.  Entrala  in 
Toscana  fu  incontrata  dallo  sposo ,  col  quale  andò 

Si,  Tote,  Tom,  10.  30 


346  AVVENIMENTI  STORIO!  w^n.  1609*, 

alla  villa  di  Castello,  dove  trovati  il  granduca  e  ; 
la  granduchessa  vi  si  trattennero  fino  a  che  non 
fu  disposto  il  solenne  ingresso  nella  città:  il  di 
18  di  ottobre  fu  questo  eseguito  colla  più  gran 
magnificenza  e  con  un  concorso  indicibile  di  per- 
sonaggi distinti  che  godettero  in  seguito  delle  ma- 
gnifiche feste  prolungate  per  molli  giorni. 

g.  4^. Tutte  queste  allegrezze  si  convertirono 
in  lutto,  giacché  la  salute  del  granduca  comincia- 
va da  qualche  tempo  a  vacillare,  e  la  sua  macchina 
corpulenta  e  piena  di  umori  gli  produceva  delle 
frequenti  malattìe.  Manifestatasi  in  lui  la  idropisia, 
fu  obbligato  a  porsi  in  letto,  e  in  questa  infermità 
visse  fino  al  giorno  sette  di  febbraio  del  1609, 
nel  quale  sopraggiunta  una  colica  ebbe  a  cedere 
alla  t'orza  del  male  nell'età  di  anni  58,  avendone 
regnati  ai.  Tra  i  principi  della  casa  siedici  fu  il 
primo  che  fosse  universamente  compianto,  ed  i; 
sudditi  toscani  con  lacrime  di  sincero  dolore  ram- 
mentarono per  lungo  tempo  il  nome  e  il  buon  go- 
verno del  perduto  loro  sovrano^  ed  a  ragione, 
poiché  egli  colla  bontà  avea  fatto  dimenticare  le 
tirannie  dei  suoiantecessori,coIla  generosità  ver- 
so i  miseri  aveva  tolta  la  rimembranza  delT  ava- 
rìzia degli  altri,  il  suo  rigore  alternato  colla  cle- 
menza rendeva  soave  il  giogo  delle  sue  leggi,  e 
la  saggezza  di  lui  corrisposta  dalla  probità  della 
granduchessa  avea  fatto  scordare  le  dissolutezze 
di  Francesco  e  gP  intrighi  di  Bianca.  Ferdinan- 
do 1(^)5  inlento  a  beneficare  i  suoi  sudditi  men-* 

(e)  Ved.  tav.  CXXXVI,  N.  4. 


^«.1609.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  TI.  o^y 

tre  viveva,  non  dimenticò  di  soccorrere  alle  stret- 
tezze dei  più  infelici,  disponendo  a  favor  di  loro 
quanto  a  lui  sarebbe  stato  dovuto,  ordinando 
cioè  che  i  5oooo  scudi  soliti  spendersi  nei  fune- 
rali dei  suoi  antecessori  non  fossero  spesi  nel  suo, 
ma  destinati  ad  aumentare  quel  fondo  che  avea 
già  costituito  per  dotare  le  povere  fanciulle, 
acciocché  il  numero  delle  beneficate  aumentas- 
se (43).  Fu  stimato  in  qualità  di  sovrano  nel  mo- 
do stesso  che  per  lo  innanzi  era  stato  onorato 
come  cardinale.  Chiamato  un  giorno  da  Sisto  V 
per  fargli  una  riprensione,  gli  comparve  davanti 
con  una  corazza  di  ferro  sotto  Pabito  cardinali- 
zio,e  neiringinocchiarglisi  fece  in  modo  che  il  papa 
ia  vedesse.  9,  Che  abito  è  quello,  disse  il  pontefi- 
ce ».  Beatissimo  padre,  rispose  Ferdinando,  questo 
rosso  è  fabito  di  cardinale,e  quesl''altro,  soggiun- 
se battendosi  sulla  corazza,  è  Pabito  di  prìncipe 
italiano  „  Ah  cardinale,  cardinale,  vi  farò  cascar 
dalla  lesta  il  cappello  rosso,  diceagli  il  papa  ^  e 
Ferdinando  prontamente  rispose  „  se  la  Santità 
vostra  mi  toglie  di  testa  il  cappello  dì  feltro,  io  me 
ne   porrò  in  capo  uno  di  ferro  (44)  >»• 

g.  43.  La  principessa  sua  sposa,  alla  quale  fu 
Jasciato  il  vedovile,  secondo  i  patti  matrimoniali, 
e  più  un  legato  di  settemila  scudi  annui,  dettegli 
una  numerosa  posterità,  ma  diversi  dei  suoi  figli 
morirono  in  età  puerile.  Quei  che  gli  sopravvis- 
sero furono  Cosimo  che  fu  suo  successore  al  tro- 
no; Carlo  che  pervenne  agli  onori  delia  porpora; 
Francesco  principe  di  Capislrano  che  mori  nel 
i6i5;  CattÙQd  che  sposò  Ferdinando  Gonzaga 


348  ATVENIMESTI  STORICI  u^rt.1609. 

duca  di  Mantova,  e  Claudia  che  fu  maritata  a  Fe- 
derigo Ubaldo  della  Rovere  duca  d'Urbino,  ed  in 
seconde  nozze  a  Leopoldo  arciduca  d"'A.ustria  (4^)« 
g.  44'  S^  S'»  antecessori  di  Ferdinando  nel 
governo  della  Toscana  nieritaron  biasimo  per  la 
condotta  immorale,  e  per  il  governo  tirannico,  e 
solo  ottennero  lode  per  aver  protette  le  lettere 
e  le  arti,  Ferdinando  I  ebbe  dritto  a  somma  lode 
per  la  probità  dei  costumi,  per  la  moderazione  nel 
governare,  e  non  ebbe  eguali  nella  splendidezza, 
nel  proleggere  le  lettere,  e  nel  favorire  le  arti. 
Dotto  com''egli  era,  amò  le  scienze  e  protesse  i 
letterati,  splendido  per  carattere,  non  vi  fu  una 
tra  le  arti  belle  che  da  lui  non  fosse  protetta;  e 
perfino  la  musica  tanto  avanzò  ai  tempi  di  lui, che 
per  la  prima  volta  sotto!  suoi  auspici  rappresen- 
taronsi  drammi  in  musica  nel  teatro  italiano,  ed 
il  primo  saggio  ne  fu  dato  nel  nuovo  teatro  co- 
struito sopra  gli  uffizi  in  occasione  delle  nozze 
chVgli  celebrò  colla  principessa  Cristina.  Ferdi- 
nando fu  parco  nel  suo  privato,  ma  niuno  lo  su» 
però  nella  splendidezza,  nel  soccorrere  gli  amieì^ 
nel  beneticare  i  popoli,  premiare  artisti,  eriger  fab- 
briche e  favorirete  arti.  In  gioventù,  mentre  alie- 
nalo dal  fratello  Francesco  conduceva  sua  vita  in 
Roma,  splendidissimo  tra  tutti  i  suoi  col  leghi  car- 
dinali, fatta  erigere  la  grandiosa  villa  medicea  sul 
colle  Pinciano,  acquistava  a  carissimo  prezzo  og- 
getti di  belle  arti  e  di  ogni  genere  per  adornarla. 
Allora  ei  fece  sua  la  Venere  detta  dei  Medici,  la 
famiglia  della  Niobe,  i  lottatori,  V  ernìafrodito, 
Tarrotino^con  molte  altre  statue  e  teste  scolpite  da 


Art.  1609.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  349 

antichi  valenti  scarpelli,  le  quali  tutte  trasportate 
poi  in  Firenze  e  collocate  nella  pubblica  R.  Galle- 
ria,ne  formano  rornamento  più  bello.  Richiaman- 
do quindi  artisti  da  ogni  paese  per  maggiormente 
abbellirla  di  straniere  manifatture,  procurava  ai 
nostri  il  mezzo  d^'struirsi  in  ciò  eh""  era  loro  in- 
cognito. Amatore  degli  artisti  commetteva  poi  al 
Bonialenti  la  edificazione  della  fortezza  di  Bel- 
vedere, correndo  fanno  1590(46). 

§.  45.  Nel'  1604  col  disegno  di  suo  fratello,  na- 
to da  Eleonora  degli  Albizi,  architetto  militare, 
eresse  in  s.  Lorenzo  la  ricchissima  cappella  dei 
principi,  della  quale  gettossi  la,  prima  pietra  fin 
dal  1604  ;  con  intenzione  peraltro  fin  d**  allora 
di  trasportarvi  il  santo  sepolcro  di  Gerusalem- 
me, come  infatti  si  tentò,  ma  invano,  colla  cro- 
ciata del  1607,  e  fondò  lo  spedale  dei  convale^ 
scenti  nel  1592.  AIP  Ambrogiana  fabbricò  una 
villa  e  ordinò  al  Bonialenti  di  alzarne  un"*  al- 
tra ad  Artiniino.  A  Giovan  Bologna  fece  erigere 
la  statua  equestre  di  bronzo  di  Cosimo  I  suo  pa- 
dre nella  piazza  granducale.  Al  Nigelti  Matteo  fe- 
ce scolpire  a  sue  spese  il  gran  dossale  d'argento 
che  vedesi  alTaitare  della  SS.  Annunziata  nella 
chiesa  de'Servi  di  Maria.  In  Pisa  ristabili  le  fiere 
ed  i  mercati,  ed  accrebbe  i  comodi  e  gli  ornamenti 
della  città.  Per  lui  difatti  sì  eressero  vari  edifizi 
per  Teducazioue  della  gioventù, fra  i  quali  si  am- 
mira quel  grandioso  collegio  che  tutt'ora  mantie- 
ne il  nome  del  suo  fondatore.  Per  lui  fu  inalzata 
dal  Bontalenli  la  loggia  de"'banchi  e  de'mercanli. 
Per  esso  fu  edificato  il  palazzo  di  residenza  dei 

30'» 


35o  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1609., 

principi  della  Toscana,"  per  esso  cominciaronsi  a 
costruire  quegli  utilissimi  acquidotti  che  portano 
a  Pisa  le  salubri  e  limpide  acque  dalla  sorgente  di 
Asciano,  terminati  poi  dal  suo  figlio  Cosimo  li. 
Restaurò  il  Duomo  incendiato  nel  1696,  ed  i  la- 
vacri dei  celebri  bagni  di  s.  Giuliano;  ed  animò 
l'arcivescovo  dei  Pozzo  a  fondare  il  collegio  Pu- 
teano.  I  pisani  per  gratitudine  gli  fecero  scolpire 
un  gruppo  di  4  statue  rappresentante  la  città  di 
Pisa  in  forma  di  donna  con  due  vaghissimi  putii, 
in  atto  d'esser  sollevati  dal  suo  benefattore:  grup- 
po che  trovasi  alzato  lungo  Tarno  ove  sbocca  la 
strada  di  s.  I^Iaria  (47). 

§.  4<>.  In  Siena  fece  rivivere  l'Università  che 
languiva  corredandola  di  35  cattedre  coperte  da 
celebratissimi  professori;  a  Grosseto  condusse  a 
termine  le  mura  castellane  incominciate  dal  suo 
fratello  Francesco,  e  con  mille  altre  splendidis- 
sime operazioni  si  meritò  la  preferenza  su  tutti  i 
suoi  predecessori  nel  favore  accordato  alle  arti, 
agli  artisti,  alle  lettere  ed  ai  buoni  studi  (48).  A.- 
questo  granduca  si  debbono  gli  statuti  deirordi- 
ne  di  s.  Stefano  fatti  nel  1590;  ad  esso  pure  si 
debbe  la  riforma  fatta  nel  i588  de'magistrati  di 
Siena  per  adattarli  agli  ordinamenti  del  princi- 
pato, e  a  benefizio  di  quella  nobiltà  rimasta  ozio- 
sa dopo  la  perdila  della  libertà;  istituì  nel  1691 
una  compagnia  d'uomini  d'armi  come  suo  padre 
aveagià  fatto  in  Firenze.  La  sua  corte  era  la  sede 
della  pace,  della  cortesia  e  della  ilarità  (49). 


DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VI.  35 1 


NOTE 


(1)  vTalIuzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana,  voi. 
Yj  llb.  V,  cap.  I.  (2)  Ivi.  (3)  Ivi^  cap.  ii.  (4)  Litta, 
Nota  della  famìglia  Medici  e  de'primi  tempi  della  re- 
pubblica di  Firenze,  tav.  xv.  (5)  Morbio,  Storia  dei 
municipi  italiani,  Cronica  di  Firenze  dal  1540  al  1652. 
(6)  Gicciaporci  ,  Compendio  della  storia  fiorentina  , 
lib.  II,  pag.  229.  (7)  Litta  cit.  (8)  Grassi,  Descrizio- 
ne storica,  e  artistica  di  Pisa  parte  storica,  p.  243. 
(9)  Ferrini,  Compendio  di  storia  della  Toscana,,  epo- 
ca v,  J.  37.  (10)  Guidotti  ,  Compendio  della  storia 
di  Toscana,  voi.  ii,  cap.  xi.  (11)  Ivi.  (12)  Gicciapor- 
ci cit.  p.  239.  (13)  Ivi,  e  Guidotti  cit.  voi.  ii,  cap. 
XI.  (14)  Galluzzi  cit.  (15}  Grassi,  Descrizione  isteri- 
ca e  artistica  di  Pisa  ,  part.  artist.  sez.  i,  pag.  35. 
(16)  Gicciaporci  cit.  p.  24.0.  (17)  GaJiuzzi  cit.  lib.  v, 
cap.  VI.  (18)  Ivi.  (19)  Guidotti  cit.  voi.  ii,  cap.  xii. 
(20)  Gicciaporci  cit.  p.  245  .  (21)  Ivi.  (22)  Galluzzi 
cit.  lib.  \,  cap.  vili.  (23)  Guidotti  cit.  voi.  il,  cap. 
x:i.  (24)  Gicciaporci  cit.  p.  247.  (25)  Galluzzi  citato. 
(20)  Muratori,  Annali  d'Italia  an.  1599.  (27)  Giccia- 
porci cit.  pag.  249.  (23)  Muratori  citalo,  ann.  1600. 
(29)  Litta  cit.  tav.  xv.  (30)  Muratori  cit.  an.  1602. 
(31)  Guidotti  cit.  (32)  Gicciaporci  cit.  lib.  ii  ,  pag. 
254.  (33)  Muratori  tit.  ann.  1602.  (34)  Galluzzi  cit. 
voi.  VI,  lib.  V,  cap.  X.  (35)  Arlaud,  L'univers  pitto- 
resque,  Europe,  Italie,  tom.  ii,  p.  274.  (36)  Galluzzi 
cit.  (37)  Muratori  citalo^  ann.  1603.  (3S)  Gicciaporci 
cit.  p.  257.  (39)  Ivi,  p.  259.  (40)  Galluzzi  cit.  lib. 
T,  cap.  XI.  (41  )  Ferrini  cit.  ep.  v,  J.  42.  (42) Galluzzi 
cit.  lib.  v,  cap.  xil.  (43)  Ferrini  cit.  J.  43.  (44)  Ar- 


352  AVVENIMENTI    STORICI 

taud  cit.  p.  275.  (45)  Histoire  universelle  depuis  le 
commencement  du  moude  jusq'a  presenta  Hist.  mo- 
derne, tom.  LUI,  sect.  x,  eh.  xi.  (46)  Ferrini  citato 
ep.  V,  J.  44.  (47)  Grassi  cit.  parte  storica  p.  242. 
(48)  Ferrini  cit.  (49)  Lilla  cit.  tav.  xv. 


DEI   TEMPI   MEDICEI.  353 


(QiilPlSDlLD   Tllt^ 


Jn.  1609  di  G.  Cr.  ^ 

|.  I.  Sodisfatti  tutti  gli  uffici  ch'*esi'gevano  i  glo- 
riosi meriti  di  Ferdinando  verso  la  famiglia  e  Io 
stato,  e  quelli  che  non  poteva  contenere  Taraor 
sincero  che  nutrivano  i  popoli  per  un  principe 
così  benetìco,  il  giovine  Cosimo  II  assunse  tran- 
quillamente il  governo  del  granducato.  Non  avea 
la  natura  somministrato  a  questo  principe  i  subii- 
mi  talenti  e  gli  eroici  sentimenti  del  padre,  e  la 
educazione  forse  troppo  placida  e  uniforme  non 
aveva  sviluppato  bastantemente  quelli  che  già  gli 
erano  toccati  in  sorte,  ma  era  peraltro  animato 
dagli  esempi  e  dalie  insinuazioni  materne  ad  imi- 
tare esattamente  le  azioni  di  Ferdinando.  La  gran- 
duchessa Cristina  sua  madre  istruita  dal  marito 
nel  maneggio  degli  affari,  intraprese  a  dirigere  il 
figlio  unitamente  al  consiglio  lasciatogli  da  Ferdi- 
nando. Il  Vinta,  in  cui  erano  depositati  tutti  i  sen- 
timenti e  i  connetti  di  Ferdinando,  procurò  che 
nulla  si  variasse  in  questa  occasione  del  sistema 
politico  del  gabinetto.  Non  vi  fu  alterazione  nel 
iQÌnistero,e  si  adempirono  religiosamente  le  dispo- 


354  AVVENIMENTI  STOEICI  ^/4.1609. 

sizioni  di  Ferdinando,  e  la  granducbessa  Crisliua 
entrò  al  possesso  della  giurisdizione  e  rendite  di 
Montepulciano  e  Pietrasanla  .  Per  conciliarsi  lo 
amore  dell'universale  s**  esercitarono  verso  i  mi- 
nistri ed  i  popoli  nuovi  atti  di  beneficenza,  e  non 
si  omesse  d'invigilare  a  tutto  ciò  che  poteva  con- 
tribuire alla  conservazione  ed  accrescimento  del- 
la libertà,  della  quiete  e  della  prosperità  dello  sta- 
to. Una  massima  venerazione  per  tutto  ciò  che 
procedeva  da  Ferdinando,  un  fondo  di  probità,  di 
giustizia  e  di  beneficenza  dimostrato  nei  suoi  prin- 
cipii  fecero  sperare  al  pubblico  un  governo  no» 
dissimile  dalPantecedente  (i). 

g.  a.  A.  rendere  memorabile  Tinalzamento  di 
Cosimo  II  contribuì  il  celebre  Galileo  Galilei  a- 
stronorao,  allorché  scoprendo  i  quattro  satelliti  di 
Giove  dette  loro  il  nome  di  stelle  medicee,  mer- 
cè la  protezione  che  ad  esso  accordava  il  granduca, 
avendolo  richiamalo  da  Padova  e  nominalo  suo 
primo  filosofo  e  matematico.  A.d  accrescer  poi  lo 
splendore  della  sua  corte,  e  a  distinguerlo  sopra 
gli  altri  principi  d'Italia  nel  potere,  il  Sofì  di  Per- 
sia inviò  a  lui  un'ambasciata  per  impegnarlo  a 
fare  una  lega  contro  il  turco,  ed  il  fratello  del 
gran  signore  invocò  la  protezione  di  Cosimo  on- 
de salvar  la  vita  in  Firenze,  ove  fidando  in  lui  si 
era  condotto  (a).  La  preponderanza  che  aveva 
acquistata  nell'Italia  il  duca  di  Savoia,  unito  an- 
cora per  mezzo  di  matrimoni  colla  casa  di  Man- 
tova e  con  quella  di  Modena,  obbligò  il  nuovo 
granduca  per  assicurarsi  la  quiete  a  procurare  di 
allearsi  con  lui.  A.  quest^  oggetto  promesse  col 


^/t.1610.        DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  VII.  355 

mezzo  della  reglua  Maria  un  trattato  di  matrimo* 
uio  di  una  sua  sorella  col  primogenito  di  lui,  ma 
il  duca  di  Savoia  ambiva  pel  suo  figlio  maggiori 
alleanze.  Svanito  pertanto  un  tal  diseguo  pensò 
Cosimo  d'imparentarsi  col  duca  d'Urbino,  e  nel, 
mese  di  marzo  fu  concluso  il  matrimonio  tra  Hi 
principe  Federigo  unico  maschio  di  Francesco 
Maria,  secondo  duca  d'^Urbino,  e  la  principessa 
Claudia  sorella  del  granduca,  da  ratificarsi  subito^ 
che  fosser  giunti  alPelà  legittima  (3).  > 

g.  3.  Pareva  ormai  imminente  la  rottura  di 
guerra  tra  la  Francia  e  la  Spagna,  non  ostante  che 
tanto  Filippo  III  quanto  Enrico  IV  non  la  desi- 
derassero. Yoleala  però  lulla  la  nazione  francese^ 
ed  il  ministro  e  favorito  del  re,  Sully,  capo  e  pro^ 
lettore  degli  ugonotti,  era  quegli  che  sollecitava 
il  monarca  ad  intraprenderla.  La  regina  però  che 
trattava  la  riconciliazione,  malgrado  le  contrarie 
insinuazioni  di  Suliy,  persuase  il  granduca  di  of- 
frirsi in  mediatore  per  trattare  un  doppio  paren- 
tado tra  i  primogeniti  dell'una  e  dell'altra  corte. 
Scompose  questa  trattativa  Timprovviso  assassi- 
nio del  re  Enrico,  che  scorrendo  in  carrozza  per 
le  vie  di  Parigi  fu  assalito  da  un  empio,  il  quale 
salilo  sulla  staffa  gli  avventò  due  colpi  di  coltel- 
lo^ che  avendogli  tagliata  l'arteria  polmonaria  lo 
privò  della  vita.Non  ostante  si  seguitarono  le  pra- 
tiche per  mezzo  del  granduca  che  ne  stahiliii 
preliminari  (4)- 

g.  4-  La  regina  che  senza  alcuna  opposizione 
prese  la  reggenza  del  regno,  si  mantenne  negli 
istessi  sentimenti  riguaji;dpai,U:^^^t.Q,^§i,4Hf  ff]^ 


356  AVVENIMENTI  STORICI  jétl.   1611^ 

trimoni .  Dichiaratasi  questa  di  voler  conservare 
la  pace  colla  Francia  ,  e  di  continuare  la  pratica 
del  doppio  matrimonio,  il  granduca  Cosimo  II 
rinnovò  le  sue  commissioni  ai  due  plenipotenzia- 
ri, perchè  conducessero  ad  un  felice  termine  il 
trattato,  come  in  fatti  seguì,  poiché  non  ostante 
alcune  difficoltà  fatte  nascere  dagli  intrighi  del 
duca  di  Savoia,  e  dalla  leggereasza  della  reggente, 
finalmente  nelPaprile  fu  stabilito  il  cambio  delle 
due  primogenite,  e  di  più  una  lega  difensiva  tra 
le  due  corone  per  dieci  anni  ,  coir  obbligo  che 
Tuna  difendesse  Tallra  con  6000  fanti  e  laoo  ca- 
rallì,  e  finalmente  che  la  reggente  s''interponesse 
acciò  il  duca  di  Savoia  deponesse  le  armi .  Per 
quanto  Cosimo  si  occupasse  seriamente  dei  gran- 
di affari  d'Europa  per  conservare  la  di  lei  pacey 
non  trascurava  però  quei  del  suo  stato ,  parteci*-- 
pando  colla  madre  e  colla  consorte  le  cure  del 
governo  .  Volle  anch'*  egli  procurare  al  porto  di 
Livorno  maggiori  comodi  ed  una  più  sicura  sta- 
zione alle  navi,  ristringendo  la  troppa  estensione 
d'acqua  di  esso  con  una  forte  muraglia  a  calcina, 
atta  a  resistere  a  qualunque  colpo  di  mare,  e  si- 
tuata in  forma  da  rigettare  1"  aliga  marina ,  onde 
conservare  la  salubrità  al  porto,  ed  impedire  che 
le  fortificazioni  restassero  in  secco  .  Questa  mu- 
raglia ebbe  Fultima  sua  perfezione  dalParchitetto 
Giov.  Francesco  Cantagallina,  ed  ha  ritenuto  e 
ritiene  tuttora  la  denominazione  di  molo  Cosi- 
mo (5). 

g.5.La  prosperità  della  marcatura,  il  concorso 
non  preveduto  degP  inglesi  e  degli  olandesi  in 


'Jin.^6^^,       dei  tempi  medicei  gap.  vn.  357 

questo  porto  esigevano  la  più  vigilante  attenzio- 
ne del  granduca  per  accrescerne  i  comodi. Già  vi 
sì  erano  propagale  le  arti,  vi  abbondava  tutto  ciò 
che  poteva  esser  necessario  per  la  marina,  ed  in 
fine  si  vedeva  un  emporio  nascente,  che  sorgen- 
do dalle  paludi, e  vincendo  colTarte  e  colla  popo- 
lazione gli  ostacoli  della  situazione  e  del  clima, 
promettevano  alla  Toscana  una  maggior  grandez- 
za. Per  secondare  sempre  [iù  il  naturale  accresci- 
mento di  questa  città  nascente,  parve  a  Cosimo 
II  che  per  popolarne  le  adiacenti  campagne  fosse 
oppoiluna  l'occasione  della  espulsione  dei  more- 
schi dai  regni  di  Spagna.  Cosimo  si  determinò  di 
attirare  tino  in  tremila  questi  infelici  sulle  cam- 
pagne livornesi  colle  loro  famiglie,  lusingandosi, 
che  gente  avvezza  ad  un  governo  aspro,  ed  eser- 
citata nella  coltivazione,  sarebbe  stata  utilissima 
per  fertilizzare  le  vicinanze  della  nuova  città.  Ma 
dopo  avere  esperimentata  la  ferocia  di  costoro , 
lo  spirito  d'indipendenza,  eia  loro  poca  attitudi- 
ne alla  coltivazione,  fu  costretto  non  solo  a  de- 
sistere dalla  intrapresa ,  raa  anche  a  far  traspor- 
tare sulle  coste  d""  Affrica  quei  che  già  s^  erano 
mostrati  inca[)aci  di  assoggettarsi  all'  obbedienza 
delle  leggi  toscane  (6). 

g.  6.  t'issato,  come  s*è  detlodisopra.il  doppio 
matrimonio  tra  le  corti  di  Spagna  e  di  Francia, 
desiderava  Cosimo  di  maritare  la  principessa  Ca- 
terina sua  sorella  al  prii)cii)e  di  Piemonte,  poiché 
l'unione  cosi  ihdla  casa  con  (|uella  di  Savoia  a- 
vrebbe  fatta  Tepoca  della  grandezza  diebse,  e  can4' 
giato  il  sistema  politico  dell' Italia  ,  ma  V  altiero 
Si,   Tose.   Tom,  10.  31 


358  AVVENIMENTI  STORiCl  ^/2.1612. 

Carlo  Emanuele  non  poleva  indursi  a  trattare 
con  chi  aveva  operato,  che  la  reggente  di  Francia 
si  ritirasse  dalla  promessa  fatta  da  Enrico  IV  di 
maritare  la  primogenita  di  Francia  al  principe  di 
Piemonte  .  In  pari  tempo  il  conte  di  Salsbury 
njosse  repentinamente  la  pratica  di  dare  ad  En- 
rico principe  di  Galles  la  prelodata  Caterina  dei 
Medici  (7).  Il  trattato  n''era  quasi  stabilito,  per- 
chè Cosimo  ne  avea  datala  sua  parola,  ma  la  corte 
di  Roma  vi  si  oppose  animosamente.  Morì  oppor- 
tunamente d'una  febbre  epidemica  il  principe  di 
Galles,per  cui  Cosimo  si  tirò  d'imbarazzo  con  mag- 
gior dignità  (8).  Il  granduca  ebbe  in  questa  occa- 
sione a  superare  molti  ostacoli  dal  lato  degli  ugo- 
notti e  dei  protestanti,  i  quali  nel  parentado  delle 
due  dinastìe  di  Francia  e  di  Spagna  prevedevano 
un'alleanza  tendente  al  loro  esterminio.  Seguì  del 
resto  questo  principe  nel  suo  politico  contegno 
le  massime  di  famiglia,consistenti  nell'obbedienza 
ai  voleri  della  corte  di  Spagna,  cosicché  in  vigo- 
re della  famosa  capitolazione  di  Siena  del  iSS^ 
non  potette  negare  un  corpo  di  milizie  in  sussi- 
dio dei  governatori  spagnuoli  in  Milano  (9). 

g.  7.  Davasi  Cosimo  ogni  premura  per  con- 
servare la  pace  in  Italia,  allorché  questa  si  alterò 
per  la  morte  accaduta  di  vaiolo  del  duca  di  Man- 
tova e  del  suo  tiglio  ,  rimanendo  soltanto  una 
piccola  tìglia^  per  lo  che  la  successione  dello  stato 
si  devoleva  al  cardinale  Ferdinando  fratello  del 
duca  defunto,  che  porlossi  immediatamente  da 
Roma  a  Mantova  per  prenderne  il  possesso  .  Il 
duca  di  Savoia  pretese  che  il  feudo  di  ^Monferrato 


jinA6i  2.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  vìl.  359 

dovesse  appartenere  alla  piccola  arciduchessa  ÌVIa- 
ria,  e  si  preparò  a  sostenerlo  colle  armi.  Il  gran- 
duca Cosimo  promise  di  soccorrere  il  cardinale 
colle  sue  forze,  mentre  faceva  degli  uffici  e  delle 
premure  alla  Francia  ed  ai  veneziani  per  procu- 
rare la  conservazione  delia  pace  .  k\ea  dì  già 
ideato  il  duca  di  Savoia  di  far  la  conquista  del 
Monferrato,  il  che  esegui  neiraprile,  occupando 
con  tutte  le  sue  forze  gran  parte  di  quel  feudo  . 
Questo  passo  offese  Timperatore,  oltraggiò  la  cor- 
te di  Francia,  ed  ingelosì  quella  della  Spagna.  Il 
papa  spedi  un  nunzio,  la  repubblica  veneta  soni- 
minislrò  un  soccorso  di  danari,  ed  il  granduca  si 
accinse  a  mantener  la  promessa  con  soccorso  di 
truppe.  Si  unirono  immediatamente  a  Prato  aooo 
fanti  e  3oo  cavalli,  per  portarsi  per  terra  nel  man- 
tovano sotto  il  comando  del  principe  don  Fran- 
cesco. Fu  chiesto  il  passo  per  la  parte  di  Bolo- 
gna al  papa,  ma  egli  lo  negò,  per  cui  il  granduca 
si  rivolse  al  duca  di  Mantova.  Saputo  che  ancor 
egli  aveagli  data  una  negativa  si  determinò  di 
riunire  in  Prato  altri  8000  uomini  con  V  oggetto 
d'introdurli  nello  stalo  di  Modena  per  forza.  In- 
trapresa la  marcia ,  costeggiò  i  confini  del  bolo- 
gnese con  animo  di  avanzarsi  verso  monte  Tor- 
tori,  dove  stavano  trincerate  le  genti  delPEstense. 
Fu  facile  ai  soldati  toscani  di  superare  i  passi  ed 
impadronirsi  di  quel  castello,  perchè  i  modanesi 
senza  difendersi  abbandonavano  i  loro  posti  e  da- 
vansi  alla  fuga.  Guadagnato  così  il  passo  alTeser- 
cilo  toscano  si  avanzò  verso  la  Ghiara,  «love  com- 
parve un  segretario  del  principe  Alfonso  ,  scu- 


3f>0  ATVEXIMENTI  STORICI  ^/1.1612. 

sando  le  replicate  negative,  ed  incolpando  la  mala 
volontà  ed  aiiifizio  del  governatore  di  Milano  , 
talché  dalle  ostilità  si  passò  alle  cortesìe,  e  don 
Francesco  fu  complimentato  e  servito  dai  com- 
missari per  taTeffelto.  Giunto  pertanto  sul  man- 
tovano trovò  inutile  questa  spedizione,  perchè  il 
principe  d*A-Scoli  colle  forze  del  re  Filippo  pres- 
sava il  duca  di  Savoia  a  restituire  le  piazze  del 
Monferrato  (io).  Conclusa  così  la  pace  tra'i  duca 
di  Savoia  e  quello  di  Mantova,  richiamò  il  gran- 
duca in  Toscana  le  sue  milizie  ,  e  passate  da  Pi- 
stoia, parte  furono  licenziate,  e  parte  spedite  alla 
volta  della  montagna  di  quella  città,  e  la  cavalle- 
ria fu  mandala  verso  la  città  di  Pescia  per  guardar 
quei  jiosti,  sino  a  tanto  che  restassero  aggiustate 
le  differenze  che  erano  insorte  tra  la  repubblica 
di  Lucca  ed  il  duca  di  Modena  (ii). 

g.  8.  Durava  il  rumore  tra  i  lucchesi  e  i  po- 
poli della  Garfagnana  sudditi  di  Modena  di  là 
dalPàppenino  per  cagione  della  passala  guerra  del 
i6oa.  Insorsero  nel  giugno  fra  particolari  persone 
delle  offese  ai  confini,  e  queste  ser\' irono  di  pre- 
testo a  quella  repubblica  per  assalir  di  nuovo  nel 
mese  seguente  con  alcune  migliaia  di  armati  la 
Gaifagnnna.  Perchè  non  si  aspettavano  i  garfagnini 
una  tale  soverchieria,  facile  fu  ai  lucchesi  d''impos- 
sessarsi  delle  terre  di  Gaseio,  Monte  Altissimo, 
Monterolondo  e  Marigliana.Occupato  ancora  Mon- 
teperpli  vi  fabbricarono  un  forle,e  commisero  sac- 
cheggi e  violenze  indicibili.Fecero  quella  resistenza 
che  poterono  i  valorosi  garfagnini  a  :>i  impetuoso 
torrente,  tinche  il  duca  Cesare  irritato  da  sì  ia- 


'JnA&\2é  DEI  TEMPI  MEDICEI  e  AP.  TU.  36 1 

quieti  vicini,  spedì  colà  il  principe  alfonso  suo 
primogenito  col  principe  Luigi  altro  suo  figlio,  ge- 
nerale dei  veneziani,  e  con  alquante  migliaia  dì 
fanli  e  cavalli,  comandati  dal  marchese  Ippolito 
Benlivoglio  suo  generale.^ e  ben  provveduti  di  ar- 
tiglierie e  munizioni.  Allora  cambiò  aspello  la  guer- 
ra, e  i  lucchesi  d'assalitori  divennero  assaliti  con 
danno  gravissimo  delle  loro  terre.  Si  passano  qui 
sotto  silenzio  varie  azioni  sanguinose  succedute 
in  quelle  parti,  per  dir  solamente  che  il  Benlivo- 
glio imprese  Tassedio  di  Castiglione,  terra  e  for- 
tezza dei  lucchesi  che  inconn'nciò  a  provare  il 
furore  delle  artiglierie,  ma  sostenuta  con  vigore 
da  I200  soldati  che  vi  erano  di  presidio.  Tenta- 
rono in  vano  i  lucchesi  di  darle  soccorso,e  intanto 
sempre  più  continuarono  gli  approcci,  e  fu  formata 
la  breccia.  Già  si  disponevano  le  milizie  ducali  a 
dare  un  generale  assalto.,  quando  colà  sopraggiun- 
se il  conte  Baldassarre  Biglia  per  parte  del  gover- 
natore diMilano^  imperciocché  veggendoi  lucchesi 
male  incamminati  i  loro  affari  ricorsero  alla  solita 
ancora  della  [)rotezione  di  Spagna,  e  mossero  1*1- 
noiosa  ad  inviare  esso  Biglia  a  ÌVIodena  per  ismor- 
zare  quelPincendio.  Perchè  il  duca  stava  saldo  in 
pretendere  il  rifacimento  dei  danni  inferiti  dagl'in- 
giusti  aggressori  e  le  spese  dell'armamento  da  lui 
fatto,  nulla  si  concluse,  laonde  il  Biglia  per  timore, 
che  intanto  Castiglione  fosse  preso,  colà  si  portò, 
e  con  pretesti  di  far  rendere  quella  fortezza,  ot- 
tenuta licenza  d'entrarvi,  allorché  vide  pronti 
all'assalto  i  ducheschi,  fece  esporre  le  bandiere  di 
Spngna  sulle  mura,  e  inlimare  agli  assedianti  ch«* 


5(?a  AVVENIMENTI    STORICI  ^M.1612. 

egli  teneva  quella  piazza  a  nome  del  re  cattolico. 
Tal'era  in  questi  tempi  la  riverenza  e  paura  della 
potenza  spagnuola,che  cessarono  le  offese,  con  es- 
sersi poi  stabilito, che i  lucchesi,  al  paese  dei  quali 
anche  dopo  le  interrotte  offese  di  Castiglione  fu 
recata  una  desolazione,  fossero  i  primi  a  disarma- 
re^ dopo  di  che  anche  il  duca  richiamò  in  Lombar- 
dia le  sue  milizie   (la). 

g.  9.  Intanto  le  galere  del  granduca  scorrevano 
continuamente  il  Mediterraneo  e  facevano  sempre 
delle  imprese,  ed  era  tutt^ora  ammiraglio  dell'or- 
dine di  s.  Stefano  il  marchese  Iacopo  Inghirami 
di  Volterra  uomo  valorosissimo.  Nel  mese  di  mag- 
gio egli  attaccò,  prese  e  distrusse  la  fortezza  di 
A-climan  in  Caramania  situata  dirimpetto  a  Cipro; 
predò  due  galere  capitane  della  guardia  di  Ci- 
pro, e  condusse  a  Livorno  vari  altri  piccoli  legni 
carichi  di  merci.Tutto  ciò  risvegliava  nei  cavalieri 
e  nelle  milizie  il  valore  e  il  desiderio  di  nuove 
imprese,  e  teneva  in  attività  la  marina  ed  .incu- 
teva timore  nei  turchi.  Anco  la  mercatura  godeva 
di  questi  vantaggi,  e  tutto  parea  che  sotto  il  re- 
gno di  Cosimo  contribuisse  a  render  felici  i  popoli 
del  granducato.  La  famiglia  regnante  godeva  pure 
lo  stesso  grado  di  prosperità,  poiché  il  terzo  ma- 
schio nato  in  quest"'annoil  9  di  maggio  assicurava 
la  successione:)  e  la  concordia  ed  il  rispetto  riu- 
nivano lutti  al  volere  del  sovrano  (i3).  Da  questi 
e  da  altri  avvenimenti  felici  lusingato  Taraor  pro- 
prio di  Cosimo  I£  ne  avveniva,  che  ei  non  medi- 
tasse che  imprese  grandiose,  e  trascurasse  il  go- 
verno dei  suoi  popoli,  lasciando  dirigere  gli  aifari 


^.1612.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VII.  363 

al  consiglio,  alla  madre  ed  alla  moglie.  Fintanto- 
ché il  dotto  ed  integerrimo  consiglier  Vinta  fu  in 
vita,  la  trascuratezza  del  principe  fu  compensata 
dalla  prudenza  e  dal  consiglio  di  lui,  ma  quand'egli 
mancò  ai  vivi,  la  somma  degli  aft'ari  passò  in  un 
certo  Gioii  benaffetto  alla  granduchessa,  ma  privo 
dei  talenti  e  della  probità  del  Vinta,  e  solo  esperto 
nell'intrigo^  tali  misure  furono  prese  che  la  stima 
del  principe  andò  a  diminuire,  e  la  corte  si  acqui- 
stò il  biasimo  dei  sudditi.  Questa  fu  Tepoca  della 
decadenza  della  casa  Medici,  la  quale  non  ritornò 
mai  più  al  suo  antico  sidendore. 

g.  IO.  Avvenne  in  questo  frattempo  che  l'emir 
Faccardino,  principe  assoluto  della  Sorìa,  avendo 
contratta  corrispondenza  col  granduca  Ferdinan- 
do I  nel  1606  per  la  ribellione  del  suo  stato,  si 
determinò  dopo  la  sconfitta  di  Grampuiat  di  por- 
tarsi in  Toscana  onde  godere  la  sua  quiete.  Mon- 
tato adunque  sopra  un  vascello  olandese  fece 
pure  imbarcare  in  ali  ri  due  legni  francesi  la  più 
favorita  delle  sue  mogli  con  una  figlia  ed  altri  di 
suo  seguito,  e  sbarcò  a  Livorno.  L'arrivo  di  que- 
sto personaggio  risvegliò  in  tutti  la  meraviglia,  e 
Coiimo  gli  fece  tutti  gli  onori  dovuti  al  suo  rango. 
Mentre  Temir  Faccardino  interveniva  col  grandu- 
ca alle  cacce  ed  alle  feste  di  corte,  si  mostrò  de- 
sideroso di  gloria  parlando  volentieri  di  guerra. 
Ciò  dette  luogo  a  Cosimo  di  concertare  seco  lui 
delle  imprese  da  eseguirsi  per  l'acquisto  di  ter- 
ra santa,  per  la  qual  cosa  il  gr.ìnducu  stabili  di 
fare  ogni  ufiìcio  col  papa  e  col  re  di  S,»agna  per 
avere  dei  soccorsi.  Filippo  Ili  si  mos^lrò  ben  di- 


364  ATVEWmENTI    STORICI  ^Al.l6l4V. 

sposto  di  allestire  una  flotta  per  il  Levante,  e  lo 
avrebbe  eseguito,  se  non  e;lie  Pavessero  impedito 
ì  rumori  di  Monlefeltro.  Fra  le  altre  conquiste 
che  nieditavasi,  vi  fu  quella  da  Giovanni  de'lVIe- 
dici  con  Ferdinando  I  già  concepita, di  trasportare 
il  santo  sepolcro  a  Firenze,  e  collocarlo  nella  fa- 
mosa cappella  medicea  di  s.  Lorenzo,  che  già  si 
ornava  con  tanto  dispendio  (i4)'  Cosimo  spedì 
fino  in  Soria  le  sue  galere  sotto  il  comando  dello 
ammiraglio  Inghirami,  che  doveva  imbarcare  la 
sacra  reliquia  e  trasportarla  in  Toscana^  ma  sic- 
come erasi  affidata  questa  impresa  ad  un  bascià, 
e  questo  dovendo  servirsi  delfopera  d''altre  per- 
sone, fu  scoperto  il  tutto,  e  le  galere  del  gran- 
duca dovettero  prender  la  fuga.  Cosimo  allora  ve- 
dendo di  non  potere  effettuare  il  concepito  dise- 
gno volse  il  pensiero  ad  altro  oggetto,  e  risolvette 
di  proseguire  la  cappella  di  san  Lorenzo,  desti- 
nandola a  servire  per  i  sepolcri  dei  granduchi  e 
principi  della  famiglia  (i5). 

g.  1 1.  Il  principe  don  Francesco  fratello  del 
granduca,  e  da  lui  estremamente  amato,  sorpreso 
da  una  febbre  ardente  cessò  di  vivere  nel  17  di 
maggio  di  quesf  anno  con  indicibile  dolore  di 
Cosimo  II ,  il  quale,  comecché  di  complessione 
gracile,  magro  e  soggetto  ad  unVstrema  debo- 
lezza di  stomaco  ed  afflitto  di  continuo  dalle quar- 
lane,per  questo  avvenimento  fu  assalito  da  febbre  e 
vomito  tale,  che  per  molti  giorni  fece  temere  della 
sua  vita.  Scampò  egli  la  morte,  ma  non  ricuperò 
la  salute,  e  visse  di  poi  sempre  infermo.  Fu  in 
questo  tempo  terminata  in  Firenze  la  statua  eque- 


^rt.16l4.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  VII.  36£r 

Sire  colossale  rappresentante  Enrico  IV,  già  or- 
dinata dal  granduca  Ferdinando  al  famoso  sculto- 
re Gian  Bologna.  ]Niuno  di  questi  tre  visse  tanto 
da  veder  compita  quest'opera,  la  quale  restò  poi 
perfezionata  per  le  premure  di  Cosimo  11,  e  col 
lavoro  di  Pietro  Tacca.  Fu  per  tanto  trasportata 
a  Parigi,  e  situala  dagli  artefici  fiorentini  sulla 
base  da  lungo  tempo  in  quella  città  preparata. 
Grande  poi  si  fu  Tallegrezza,  che  in  tal  circostan- 
za si  mostrò  dal  popolo,  ammirando  tutti  la  ma- 
gnificenza dell'opera,  la  somiglianza  dell'originale, 
e  la  generosità  del  granduca  nel  fare  un  tal  dono. 
La  regina,  perchè  restasse  alla  posterità  la  me- 
moria del  donatore,  fece  fare  una  iscrizione  in 
carta  pecora,  contenente  la  storia  del  dono  e  dei 
donanti, la  quale  fu  inserita  nel  ventre  del  caval- 
lo su  cui  posava  il  colosso  di  Enrico  IV,  e  quia- 
di  pubblicalo  colle  slampe  (iG).  ' 
g.  la.  Peri  dissapori  che  fervevano  frale  due 
corti  di  Savoia  e  di  Spagna,  quest''ultima  s'ina- 
sprì talmente,  che  dette  ordine  al  marchese  della 
Inoiosa, governatore  di  IVIilano,  d^entrare  colle  ar- 
mi in  Piemonte^  s'impadroni  questi  di  alcune  ter- 
re nel  territorio  d'Asti,  e  i  savoiardi  entrati  nel 
milanese  ne  acquistarono  alcune  di  questo  stato; 
per  lo  che  fu  richiesto  il  granduca  dalTInoiosa 
del  soccorso  accordato  nella  così  detta  capitola- 
zione di  Siena  dei  tre  di  luglio  i557  con  Filippo 
II,  ch'era  di  4000  fanti  e  400  cavalli,  ma  per  la 
difljcolta  dei  passi  furono  spediti  soltanto  due- 
mila uomini,  ed  il  resto  fu  convenuto  che  si 
•odisfacesse  in  denaro  .  Nacquer  pure  delle  di-. 


0(y6  AVVENIMENTI  STORICI  jin. Ì6i6. 

scordie  tra  la  repubblicìi  di  Venezia  e  Timpera- 
tore  Ferdinando  I  a  cagione  delle  piraterìe  degli 
schiavoni  sotto  la  protezione  della  casa  d'  Au- 
stria. Le  diverse  interpetrazioni  del  trattalo  d'A- 
sti avean  rinnovato  le  precedenti  dispute  sopra 
il  Monferrato  (17). 

g.  i3.  Intanto  fu  stabilito  il  matrimonio  del- 
la principessa  Claudia  terza  sorella  del  grandu- 
ca col  duca  d"*  Urbino  ,  e  quello  della  seconda 
principessa  Caterina  col  duca  di  Mantova,  riser- 
bandonsi  la  principessa  Eleonora  primogenita  per 
il  re  Filippo,  il  quale  mostrava  qualche  inclina- 
zione a  riprender  moglie.  Un  tanto  conlento  fu 
aumenlato  per  la  vittoria  riportata  dalTammira- 
glioInghirami,il  quale  sorprese  presso  Negroponte 
la  capitana  di  Metelin,  e  un'altra  galera  turchesca, 
che  da  Alessandria  portavano  il  tributo  a  Costan- 
tinopoli. L'importare  della  preda  fu  reputalo  oltre- 
passare il  millione  di  scudi^  si  fecero  36o  schiavi, 
e  si  liberarono  4^0  cristiani  che  languivano  fra 
le  catene.  Fu  glorioso  il  trionfo  ed  insieme  tene- 
ro spettacolo  il  vedere  in  Firenze  quei  recuperati 
cristiani  ornati  di  corone  di  fiori  e  di  alloro,  rive- 
stiti delle  spoglie  dei  turchi,  spiegando  le  loro 
bandiere  passeggiare  con  cerimonia  per  la  città, 
e  portarsi  ai  piedi  di  Cosimo  per  riconoscere  da 
esso  la  loro  salvezza.  L'ammiraglio  passò  in  mezzo 
alle  pubbliche  acclamazioni,  e  ricevè  dal  grandu- 
ca i  premi  meritati  del  suo  valore  (18). 

g.  14.  Ebb'effetto  il  matrimonio  della  princi- 
pessa Caterina  nel  carnevale  del  1617,  e  fu  ac- 
compagnata a  Mantova  dal  principe  Carlo  che 


jin.iQM.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  TÌl  867 

avea  già  il  cappello  cardinalizio  fino  dall'  anno 
precedente.  IVIa  furono  di  corta  durala  le  alle- 
grezze di  questi  sponsali,  poiché  il  re  di  Francia 
stanco  dal  giogo  del  Concino,  che  aveva  accom- 
pagnala in  Francia  Maria  dei  Medici,  e  col  di  lei 
favore  erasi  inalzato  ad  esser  conosciuto  col  no- 
me di  maresciallo  d'Ancre,  fu  fatto  uccidere  dal 
re.  La  regina  Maria  dopo  aver  sofferte  tutte  lea- 
marezze  di  un  popolo  irritato  contro  di  essa,  cadde 
dal  suo  potere  nel  massimo  avvilimento,  essendo 
stata  fatta  murare  dal  tìglio  nel  suo  appartamento 
senza  che  potesse  veder  nessuno.  Il  granduca 
spedi  a  Parigi  monsignore  Bonciani  arcivescovo 
di  Pisa  per  addolcire  Tanimo  di  Luigi  XIII  verso 
sua  madre,  che  poi  Io  stesso  popolo  compiangeva, 
conoscendo  r,he  ì  suoi  sbagli  furono  effetto  di 
debolezza  per  Tascendente  preso  sopra  di  lei  dal 
Concino  e  dalla  di  lui  moglie,  che  tìnì  sopra  un 
palco:  ma  che  in  sostanza  era  interessata  per  il 
bene  della  Francia .  Potette  la  regina  ottenere 
alquanto  sollievo  ritirandosi  aBlois,  ma  Tarcive- 
scovo  fu  consigliato  a  non  affaticarsi  altrimenti 
per  la  medesima.  Frattanto  il  granduca  si  valse 
di  tutto  il  favore  che  godeva  alla  corte  di  Spa- 
gna per  indurre  Filippo  a  paciQcarsi,  ed  il  6  di 
settembre  fu  stabilito  a  Madrid  il  nuovo  trattato 
fra  la  Spagna  e  la  Francia  che  aveva  presa  parie 
nelle  querele  del  duca  di  Savoia.  Aveva  la  mo- 
glie del  Concino  collocalo  in  Firenze  suL  monte 
di  Pietà  un  fondo  di  200,000  scudi^e  quasi  altret- 
tanta somma  su  i  monti  di  Roma.  La  condanna 
del  parlamento  contro  di  lei  e  del  suo  marito  ag- 


368  AVVENIMENTI    STORICI  ^^.1617* 

giudicava  tulli  i  loro  beni  al  fisco  ,  non  esclusi 
quelli  esistenti  fuori  del  regno,  come  fruito  di 
rapina  e  fraudi  commesse  in  danno  del  re.  Fu  per- 
ciò spedilo  a  Firenze  il  segretario  d'ambasciata  di 
Roma  per  ripetere  questo  capitale.  Non  credet- 
tero i  giureconsulti  tgscani  che  il  granduca  do- 
vesse subito  condiscendere  a  tal  domanda,  per  la 
regola  di  ragione  che  i  beni  dei  deliquenfi  noQ 
appartengonoal  fisco  di  chi  condanna,  ma  di  quel- 
lo nel  cui  territorio  si  trovano  già  collocali.  Ag- 
giungasi, che  essendo  i  Concini  nativi  del  gran- 
ducato., dove  aveano  l'ereditario  loro  patrimonio, 
non  doveasi  quivi  procedere  all'incorporo  dei  lo- 
ro beni  senza  nuova  cognizione  di  causa  ,  non 
potendo  ricevere  verun  effetto  la  sentenza  del  tri- 
bunale di  Francia.  Questa  risposta  non  piacque  al 
re  Luigi,  che  per  dare  al  granduca  più  chiare  pro- 
ve del  suo  sdegno  gli  negò  un  atto  di  giustizia 
reclamato  dai  toscani  per  V  arresto  di  certe 
navi  (19) 

g.  i5.  La  replicata  spedizione  che  il  re  avea 
fatta  a  Firenze  di  un  segretario  di  finanze  per  do- 
mandare nuovamente  i  denari  della  moglie  del 
maresciallo  Concino,  e  la  seconda  negativa  che 
ne  avea  riportata  forse  aveano  maggiormente  ir- 
ritato Tanimo  suo^  ma  un'inconsiderata  risoluzio- 
ne dette  il  colmo  ai  segni  manifesti  del  suo  fu- 
rore, ed  ecco  in  qual  modo:  fino  dal  tempo  della 
reggenza  risedeva  a  quella  corte  pel  granduca  Mat- 
teo Bartolini  parente  ed  amico  del  GonciuO;  o  sia 
maresciallo  d'Ancre.  Il  ministro  Luines  non  po- 
teva tollerare  di  veder  comparire  ancora  impune- 


jinJ^iS.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VII.  Z6^ 

mente  alla  corte  un  parente  del  Concino,  e  quan- 
tunque egli  si  contenesse  nei  limili  della  più  gran 
prudenza,  s^imraaginarono  delle  calunnie,  inven- 
tando dispacci  intercellati  e  corrispondenze  colla 
regina.  Successe  poi  che  per  rappresaglia  i  nego- 
zianti di  Livorno  domandarono  T  arresto  di  4 
navi  provenzali,  e'I  granduca  vi  aderì:  onde  chia- 
malo il  Barlolini  avanfi  al  consiglio,  dopo  essere 
stato  presente  ad  una  invettiva  contro  al  gran- 
duca, gli  fu  inlimato  di  partire  in  tre  giorni  dalla 
capitale,  ed  in  due  settimane  dal  regno.  Partì  il 
Bartolini  e  si  portò  presso  il  duca  di  Lorena  ,  il 
quale  interpose  la  sua  mediazione^  si  ripresero  le 
antiche  amichevoli  corrispondenze,  col  mandare 
il  granduca  a  Parigi  altro  ministro  nella  persona 
del  cavalier  Guidi,  e  fu  fissata  la  reciproca  resti- 
tuzione delle  prede  (20). 

g.  16.  Eran  molto  dolenti,  T  Italia  e'I  gran*. 
duca  specialmente,  che  malgrado  le  apparenze  di 
pace  si  nutrissero  fra  lutti  i  principi  delle  dispo- 
sizioni alla  guerra.  Molle  n"*  erano  le  private  ra- 
gioni ,  ma  una  delle  maggiori  si  fu,  rh*'  essendo 
prossimo  alla  morte  P  imperatore  Mallias  ,  i  ne- 
mici della  casa  d'Austria  si  disponevano  a  con- 
trostare tal  dignità  a  Ferdinando,  che  dovea  suc- 
cedergli .  Si  credette  in  dovere  il  granduca  di 
somministrargli  dei  soccorsi,  non  solo  in  denaro, 
ma  di  spedirgli  ancora  un  reggimento  di  cavalleria 
da  restare  presso  di  lui.  Queste  dimostrazioni  ap-^ 
portarono  ai  granduca  molli  contrassegni  di  he-' 
nevolenza  dal  re  di  Spagna  e  dalla  casa  imperiale, 
ma  posero  gra»i  gelosia  nei  loro  nemici, e  special*- 

Ò7.   Tose,  Tom.   10.  32 


SjO  AVVENIMENTI  STORICI  ^/t.1619. 

mente  nella  Francia,  dove  il  re,  fomentato  da  Lui- 
nes  nel  timore  e  nella  diffidenza,  odiava  il  fratello, 
disprezzava  la  moglie,e  perseguitava  la  madie, che 
essendosi  procuiata  degli  aderenti  nei  nemici  di 
Luines,  avea  già  determinata  ^evasione  daBlois, 
ch''ebbe  il  suo  elTello,  poiché  coi  maneggi  e  de- 
nari delTabate  Rucellai  si  ritirò  in  Anguleme.  Il 
j>apa  ed  il  re  di  Spagna  si  fecero  mediatori  tra 
la  madre  ed  il  figlio,  e  finalmente  dopo  diversi 
trattali ,  col  mezzo  del  cardinale  della  Rochefo- 
cault  fu  concluso  un  accomodamento,  col  quale 
la  regina  fu  assicurata  della  sua  libertà  e  del  ri- 
torno alla  corte.  Diffidava  però  sempre  questa  di 
ritornarvi,  ma  finalmente  il  Bartolini,  ritornato  a 
Parigi  per  dar  soddisfazione  al  granduca ,  unito 
con  monsignor  Richelieu  vescovo  di  Lucon,  fa- 
vorito dalla  regina,  fecero  risolvere  questa  a  tor- 
narci, il  che  ella  fece  nell'anno  susseguente,  e  si 
riunì  sinceramente  col  figlio.  Luines  e  Richelieu 
si  confederarono,  e  questi  due  deboli  regnanti 
serviron  sempre  airambizione  ed  agl'interessi  dei 
due  favoriti  (iti). 

§.  17.  Il  granduca  che  cercava  sempre  la  tran- 
quillità pascevasi  dei  trionfi  della  sue  galere  ,  le 
quali  colle  frequenti  loro  vittorie  contro  i  turchi 
lo  rendevano  glorioso  per  tutto  il  Levante.  Dal 
iSjotìnoal  16 19  si  calcolava  che  le  galere  to- 
scane avessero  fatti  schiavi  più  di  loooo  turchi  e 
liberati  più  di  6000  cristiani .  Le  prede  avevano 
arricchito  il  tesoro  dell'ordine  ,  quello  dei  parti- 
colari, e  risvegliato  il  coraggio  della  nazione,  per 
cui  la  valenzia  deirammira-dio  Inshirami  Fineo- 


jin. 1&20,         DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  Tir.  871 

raggiava  alle  imprese.  La  marina  costava  annual- 
mente alI''ordine  iSoooo  ducati,  e  questo  dispen^ 
dio  doveva  ritirarsi  dalle  sue  entrale  ordinarie  e 
dai  profitti  de!  corso,  laonde  si  facevano  ogni  anno 
delle  spedizioni  ,  si  saccheggiavano  dei  castel- 
li e  dei  villaggi,  e  si  predavano  dei  legni.  L'  età  e 
r  infermità  non  permettevano  alT  Inghirami  di 
montar  sulla  squadra,  e  per  ciò  restandosene  al 
suo  governo  di  Livorno  spediva  sulle  galere  Giu- 
lio da  IVIontauto,  ch'egli  aveva  istruito  e  formato 
esattamente  per  questo  comando.  Il  nuovo  am- 
miraglio segnalò  la  prima  sua  spedizione  con  una 
insigne  vittoria,  col  sorprendere  nel  mare  di  Si- 
cilia un  bertone  turchesco  denominato  il  bravo 
d''Algerì,  di  ventun  pezzi  di  cannone,  e  guarnito 
da  centolrenlasetle  turchi  .  Incoraggito  l'ammi- 
raglio da  tal  successo,  proseguendo  il  corso  ver- 
so Levante,  e  dopo  aver  predati  via  facendo  altri 
piccoli  Ipgnì  ,  voleva  sorprendere  la  fortezza  di 
Sliatta,  ma  fu  prevenuto  dalPinconlro  di  una  ga- 
lera turca  di  ventiquattro  banchi  con  più  di  due- 
cento turchi  e  duecentovenli  cristiani  a  remo  . 
Combattuta  valorosamente  dai  toscani  restò  soc- 
comberne ,  e  ""l  desiderio  di  conservar  quesla 
preda  fece  abbandonare  il  pensiero  di  assaltar  la 
fortezza.  Oltre  il  valore  considerabile  di  tale  a- 
cquisto  si  trovarono  fra  V  equipaggio  dei  perso- 
naggi turchi  di  qualità,  c\\*i  transitavano  come 
passeggieri  per  l'Arcipelago.  La  pietà  del  gran- 
duca restò  assai  soddisfatta  n«d  vedersi  compurire 
dayanli  duecentododici  cristiani  liberati  dalle 
catene,  ed  essendovene  più  di  cento  spagnuoli 


37*  AVYESIME^JTl  STORICI  Jn.i620. 

furono  ben  provvedali  di  vetfovaglie  e  restii uili 
alle  loro  fnmiglie.  Questo  trionfo  fu  solennizzato 
con  onore  del  Monlaulo,  ed  il  granduca  si  com- 
piacque di  vedere  un  ordine  fondato  dai  suoi 
iDaggiori  divenire  ogni  giorno  più  il  terrore  dei 
turchi,  e  rendersi  tanto  utile  per  la  difesa  dei  le- 
gni cristiani  nel  Mediterraneo  (22^). 

§.  i8.  Il  granduca  vedendo  le  conseguenze 
che  avrebbe  portate  la  preponderanza  del  duca  di 
Savoia  in  Italia ,  della  quale  volea  farsi  assoluto 
re  ,  mediante  il  favore  ed  i  servigi  prestati  al- 
l'imperatore Ferdinando  II,  procurò  di  distornar- 
ne 1'  effettuazione  ,  e  nello  slesso  tempo  si  ma- 
neggiò di  conseguii'^  per  sé  il  vacante  feudo  di 
Piombino,  Ma  essendo  questo  stato  promesso  alla 
Spagna  dalPimperalore,  senza  il  consenso  di  quel 
re  non  potea  darsi  al  medesimo:  fu  però  immagi- 
nato dagfimperiali,  per  non  perdere  i  denari  ohe 
offriva  per  quello  il  granduca,  di  esibirgli  V  Elba 
in  pegno  per  la  somma  di  Sooooo  ducali,  ma  Co- 
simo non  volle  fare  un  tale  sborso  nel  dubbio  di 
ottener  Piombino  in  proprietà  .  Trattossi  anco 
di  un  matrimonio  d**  una  principessa  di  Toscana 
colPimperalore,  ma  gli  ostacoli  frapposti  dal  re 
di  Spagna  fecero  svanire  anche  questa  progetta 
Fraltaulo  la  riunione  tra  'l  re  di  Francia  e  la  ma- 
dre metteva  in  grado  quella  corte  di  raffrenare 
gli  ugonotti  ,  e  di  dar  suggezione  ai  pralestanti 
di  Germania,  il  che  era  vantaggioso  agl'interessi 
doirimperatore  Ferdinando,  ed  alla  quiete  dlta- 
lia  che  pareva  Taclllaute  (al). 

g.  i^.  La  morie  del  pontefice  Paolo  Y  acca- 


AnA^l\*  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  YIT.  BjS 

duta  il  a8  di  gennaio  del  i6ai  richiamò  la  vigi- 
lanza del  granduca  agli  affari  del  couclave^ove  fu 
spedito  subito  il  cardinale  suofralello.il  nipote  del 
papa,  gli  spagnuoli  ed  il  granduca  aveano  riuniti  i 
loro  interessi  per  la  nuova  elezione.  Il  partito  del 
cardinale  di  Savoia  e  de'francesi  era  ben  ristretto, 
onde  convennero  presto  e  concordemente  nella 
elezione,  la  quale  cadde  il  dì  9  febbraio  nel  car- 
dinale Lodovisi  bolognese,  e  fu  molto  applaudita. 
Prese  questi  il  nome  di  Gregorio  XV  e  fu  assai 
accetto  a  Firenze,  essendosi  mostrato  in  altro 
tempo  ben  affetto  alla  casa  Medici  .  Non  ebbe 
tempo  il  ministro  toscano  d'insinuarsi  nel  di  lui 
favore,  perchè  n'era  distratto  dalPinfelice  stato  del 
granduca,  le  di  cui  infermità  tenevano  sospesi  gli 
animi  dei  popoli  della  Toscana.  Il  rigore  della  sta- 
gione, trovandolo  indebolito  dalle  malattie  e  dalle 
medicine,  gli  produsse  un  attacco  di  petto,  di  cui 
morì  il  di  2,8  di  febbraio.  Fu  universalmente  de- 
plorato perchè  da  lutti  sinceramente  amato,  co- 
me il  più  benefico  dei  sovrani  della  casa  .ìledici. 
Fu  rapito  ai  sudditi  in  età  di  trentadue  anni,  do- 
po un  regno  dì  dodici  (24)- 

g.  20.  Era  Cosimo  li  (a)  di  elevato  ingegno,  li- 
berale e  benigno,  ma  sì  mal  fornito  di  sanità,  ch^ 
quasi  sempre  fece  alla  lotta  colle  infermità;  laonde 
nulla  gustando  della  sua  grandezza  invidiava  la 
condizione  dei  privati  sani  (25).  Egli  come  tulli 
i  suoi  antecessori,  amò  d'incoraggire  le  arti ,  oc- 
cupando per  quanto  potette   gli  artisti  del  suo 

ifl)  Ved.   lav.  CXXXVI,  N.  5.  '     '*^  .  ' 

3a* 


374  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.i&2Ì. 

tempo  neireriger  fabbriche,  innalzar  monumenti 
e  abbellir  gli  edifizi  che  a  lui  appartenevano.  Tra 
gli  architetti  del  suo  tempo  si  disMnscro  Matteo 
lìigetli  e  Giulio  Parigi,  ai  quali  commise  la  con- 
tinuazione del  grandioso  palazzo  Pilli,  e  della  real 
cappella  di  s.  Lorenzo,  e  la  fabbricazione  della 
loggia  del  grano.  Fioriron  pure  tra  gli  scullori  il 
Francavilla,  il  Fancelli  e  Pietro  Tacca  degno  al- 
lievo di  Gio.  Bologna,  a  cui  affidò  il  lavoro  del 
superbo  monumento  eretto  nel  molo  di  Livorno 
in  onore  di  Ferdinando  I ,  ed  il  Cigoli ,  il  Passi- 
guano  y  Cristofano  A.llori  ed  il  Rosselli  pittori 
celebri,  ed  il  Callotta  incisore  sommo,  tulli  ebber 
commissioni  da  Cosimo  II,  mercè  di  cui  sono  ri- 
maste le  opere  splendide  di  questi  artisti  ad  au- 
mentar le  bellezze  della  Toscana  .  Con  disposi- 
zione testaraentria  fatta  nell'anno  i6i5  a  eausa 
di  malattia,  Cosimo  aumentò  le  doli  lasciate  da 
Ferdinando  alle  povere  fanciulle,  assegnò  i  fondi 
per  proseguire  le  regie  fabbriche,  costituì  ai  figli 
cadetti  un*  annua  rendita  di  quarantamila  scudi 
per  ciascheduno,  fissò  le  doti  alle  sue  figlie  e  fece 
un  legato  di  trentamila  scudi  annui  alla  princi- 
pessa sua  moglie  ,  a  cui  lasciò  altresì  il  governo 
di  Colle  e  di  s.  Miniato  colle  rendite  annesse , 
ascendenti  a  loooo  ducati  (26). 


NOTE 

(1)  vJalluzzi,  Storia  del  granducato  dì  Toscana,  voi. 
vi^  lib.  VI,  cap.  I.  (2)  Lilla,  Nota  delia  famiglia  Me- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  VH.  Zy^ 

dici  e  de'primi  tempi  della  repubblica  fiorentina  tav. 
XV.  (3)  Cicciaporci  ,  Compendio  della  storia  fioren- 
tina, lib.  II,  p.  266.  (4)  Guidotti  ,  Compendio  della 
storia  di  Toscana,  voi.  n  ,  cap.  xiii.  (5)  Cicciaporci 
cit.  p.  269.  (6)  Galluzzi  cit.  lib.  vi^  cap.  li.  (7)  Cic- 
ciaporci cit.  p.  270.  (8)  Guidotti  cit.  voi.  ii,  cap.  xiii. 
(9)  Lilla  cit.  (10)  Galluzzi  cit.  lib.  vi,  cap.  ni.  (11)  Fio- 
ravanti, Memorie  sloriclie  della  città  di  Pistoia,  cap. 
xxxiv  .  (12)  Muratori  ,  Annali  d'  Italia,  an.  1613  . 
(13)  Cicciaporci  cit.  p.  272.  (14)  Galluzzi  cit.  (15)  Fi- 
renze antica  e  moderna  illustrata,  voi.  iv,  cap.  xxiv. 
(16)  Galluzzi  cit.  (17)  Cicciaporci  cit.  p.  276.  (18)  Gal- 
luzzi cit.  lib. vi,  cap. iv.  (19)  Guidotti  cit.  voi.  II,  cap. 
x:v.  (20)  Ivi,  e  Cicciaporci  cit.  p.  280.  (21)  Cicciapor- 
ci cit.  p.281 .  (22)  Galluzzi  cit.  lib.  vi,  cap.v.  (23)  Cic- 
ciaporci cit.  p.  282.  (24)  Ivi.  p.  285.(25)  Muratori  cit. 
an.  1621 .  (26)  Ferrini,  Compendio  di  storia  della  To- 
scana^ epoca  v,  J.  48,  49.  ' 


376  AVVENIMENTI   STORICI 


(Q£i.IPIISDILD   Timi. 


•0- 


Jit.  1621  di  G.  Cr, 

g.  I.  jfxlla  morte  di  Cosimo  II  era  assai  nume- 
rosa la  casa  Medici,  poiché  restavano  i  due  suoi 
fratelli,  il  cardinale  Carlo  ed  il  principe  don  Lo- 
renzo, e  le  principesse  Claudia  e  Maddalena:  vi- 
vevano tutt'ora  don  Giovanni  figlio  di  Cosimo  I, 
e  don  A.ntonio  già  supposto  figlio  del  granduca 
Francesco  .  Cosimo  II  lasciò  5  figli ,  cioè  Ferdi- 
nando, successore  nel  granducato  in  età  di  dieci 
anni,  Giov.  Carlo  Maltias,  Francesco,  Leopoldo 
e  due  femmine,  Margherita  ed  Anna,  la  prima  del- 
le quali  era  promessa  ad  OdoardoFarnese  disegna- 
to successore  nel  ducato  di  Parma.  Presso  a  morte 
nominò  Cosimo  la  reggenza  durante  la  minorità 
del  figlio  ,  composta  della  madre  granduchessa 
Cristina  e  della  moglie  arciduchessa  Maddalena, 
che  furono  nominate  tutrici  e  reggenti  col  pieno 
esercizio  della  sovranità,  ma  col  parere  di  un  con- 
siglio di  quattro  soggetti,  incaricato  di  consultare 
sopra  a  tutti  gli  affari. 

g.  a.Si  lasciava  in  piena  libertà  delle  tutrici  Tam- 
mettere  i  principi  del  sangue  in  questo  consiglio, 


jin.i62i.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  Vili.  877 

ma  sì  ordinava  che  mai  potessero  avere  il  voto  de- 
cisivo;furono  però  totalmente  esclusi  nel  caso  che 
avesser  preso  servizio  o  stipendio  da  qualche  prin- 
cipe^ e  questa  dichiarazione  è  sufficente  a  giusti- 
ficare, che  il  testatore  non  aveain  animo  di  fargli 
torto,  ma  di  lasciare  nella  piena  libertà  il  cardi- 
nale di  avvantaggiarsi  alla  corte  di  Roma,  e  don 
Lorenzo  di  accettare  qualche  carica  ragguardevo- 
le alla  corte  di  Spagna  o  di  Francia.  Stabilì  un 
metodo  per  il  consiglio ,  e  dichiarò  lo  stipendio 
dei  consiglieri  nella  somma  di  duemila  scudi.  Do- 
vevano servire  a  questo  consiglio  due  segretari 
supremi,  ciascuno  con  stipendio  di  milleduecenlo 
scudi,  assegnando  a  uno  gli  affari  esteri,  alTaltro 
quei  del  governo  interno  del  granducato  .  Pre- 
scrisse che  i  consiglieri  ed  i  segretari  dovessero 
necessariamente  esser  sudditi ,  ed  ordinò  di  più 
che  per  fa v venire  non  si  ammettessero  gli  esteri 
a  veruna  carica  e  dignità  dello  stato  ,  e  neppure 
ai  servizi  della  corte,  sotto  pena  alle  tulrici  dì  de- 
cadere dalla  tutela.  Proibì  espressamente  che  si 
ammettessero  in  Firenze  ambasciatori  residenti 
di  altri  principi,  e  singolarmente  deirimperalore, 
e  dei  re  di  Spagna  e  di  Francia,  anziché  dichiarò 
sotto  la  stessa  pena  non  doversi  ricevere  dalle  In- 
trici per  abitare  e  rifugiarsi  in  Toscana  alcun 
principe,  ancorché  fosse  dello  stesso  lor  sangue. 
Non  restò  perduta  di  mira  tra  le  sue  disposizioni 
anche  la  coscienza  dei  pupilli,  perché  ordinò  che 
non  si  ammettessero  in  corte  altri  confessori  che 
zoccolanti.  Raccomandò  Posservanza  e  conserva- 
tone delle  leggi)  la  giusta  distribuzione  delle  ca* 


5;8  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1621. 

richt^,  e  la  continuazione  di  quei  riguardi  che  i 
suoi  antenati  avevano  esercitato  sempre  verso  la 
nobiltà.  Chiuse  il  suo  tesoro  achiunque,  proiben- 
do imprestiti,  imprese  mercantili  e  spese  straor- 
dinarie, volendo  che  solo  si  aprisse  per  dotare  le 
principesse,  e  sovvenire  alle  pubbliche  calamità 
dei  suoi  popoli.  Qualunque  contravvenxione  im- 
portava il  decadere  dalla  tutela  ,  e  qualunque 
consiglio  direttamente  contrario  a  queste  dispo- 
sizioni privava  i  consiglieri  del  loro  rango.  Il  se-, 
nato  di  Firenze  doveva  esser  cognitore  di  queste 
contravvenzioni,  ma  un  giudice  cosi  destituito  di 
autorità  non  potea  certamente  imporre  a  chi  eser- 
citava gli  atti  di  supremo  legislatore  (i). 

g.  3.  Tostochè  si  pubblicarono  iu  senato  que- 
ste disposizioni,  si  pubblicò  anche  la  scelta  dei 
soggetti  perii  consiglio,che  le  tutrici  dichiararono 
come  fatta  dallo  stesso  granduca.  Siccome  Ferdi- 
nando! era  stato  ben  consigliato  e  servito  da  un 
arcivescovo  di  Pisa  ,  fu  adottata  in  progresso  la 
massima  che  tutti  gli  arcivescovi  di  Pisa  doves- 
sero consigliare*,  e  perciò  fu  eletto  monsignor 
Medici  che  allora  occupava  tal  dignità.  Il  conte 
Orso  Delci,  che  avea  riseduto  tanto  tempo  come 
ambasciatore  alla  corte  di  Spagna,  fu  il  secondo 
consigliere  della  reggenza,  il  terzo  PauJitore  Nic- 
colò dell' Antella,  il  quarto  il  marchese  Fabbrizio 
Colloredo,  a  cui  successe  il  marchese  Gio.  Fran- 
cesco del  Monte  generale  comandante  delle  mili- 
zie, la  di  cui  famiglia,  atteso  il  trattato  di  acco- 
mandigia  pel  feudo  di  Monte  s.  Maria,era  reputata 
per  suddita.Il  Picchena  ed  il  Gioii  furono  nominali 


jin.\62i.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  Vili.  879 

come  segretari  della  reggenza,  assegnando  al  pri- 
mo il  dipartimento  degli  affari  esteri,ed  al  secondo 
i  negozi  riguardanti  il  governo  del  granducato. 
Ambedue  indipendenti  fra  loro  do^eano  parteci- 
pare tutte  le  occorrenze  direttamente  al  consiglio 
ed  alle  tutrici^  prevalse  in  tale  occasione  Tintrigo 
del  Gioii,  il  quale,  protìtlando  della  debolezza  del- 
le tulrici  e  del  favore  che  godeva  presso  di  esse, 
potette  dolcemente  escludere  il  Picchena  dalTau- 
torità  e  dalla  opinione,  e  farsi  Tarbitro  della  reg- 
genza. 

§.  4.  Cominciò  subito  il  nuovo  governo  a  di- 
venir pesante  ai  popoli  per  mezzo  d"'inopportuni 
sconvolgimenti,  poiché  s'intrapresero  delle  rifor- 
me le  meno  necessarie,  e  si  trascurarono  quelle 
che  più  interessavano,  e  che  erano  ordinate  dal 
testatore.  Si  lasciò  sussìstere  tutto  ciò  che  serviva 
al  fasto  inutile  delle  tutrici  o  favoriva  Tialeresse 
dei  consiglieri,  s^interruppero  le  fabbriche.benchè 
dotale  e  ordinate  proseguirsi  dal  granduca  Cosi- 
mo. GTintrighi,  le  vendette,  e  le  prepotenze  eb« 
bero  subilo  luogo  dove  l'autorità  era  distribuita 
fra  tanti,  e  si  videro  in  breve  gli  antichi  ministri 
e  servilori  dei  granduchi  essere  sbalzati  dalle  lo- 
ro cariche  per  cedere  il  posto  ai  favoriti  del  nuo- 
vo governo.  I  frali  s"*  insinuarono  nel  favore  e 
neiramininislrazione  del  governo.  La  vanità  tra- 
sformata con  titoli  di  pietà  e  di  convenienza  ac- 
crebbe  la  profusione  alla  corte,  e  ciò  impedi  non 
solo  Taccrescimento  d«il  tesoro  speralo  dal  testa- 
tore, ma  fu  causa  che  anche  quello  restasse  esau- 
rito uei  corso  di  breve  tempo,  li  gianduca  Fer* 


38o  AVVESIMEKTl    STOHICI  An.  1621. 

dinando.  allorché  nel  1692  fece  il  suo  leslamento, 
sperava  che  si  polessero  avanzare  ogni  anno 
Soooo  scudi.  Alla  morte  di  Cosimo  II  le  circo- 
stanze non  erano  variate,  ma  bensì  variarono  gli 
affetti  (2). 

g.  5.  Poco  dopo  la  morte  del  granduca  Cosimo, 
cessò  di  vivere  don  Antonio  de'iVIedici,  il  quale, 
contuttoché  si  sapesse  la  sua  nascita,  pure  fu  sem- 
pre riguardato  come  figlio  del  granduca  Francesco, 
e  sotto  questo  titolo  seq;>pre  onorato.  Il  granduca 
Ferdinando,  troppo  delicato  per  non  offendere 
la  memoria  di  suo  fratello,  sebben  fosse  giuridi- 
camente assicurato  di  tutte  le  circostanze  che 
accompagnarono  la  nascita  di  don  Antonio,  pen- 
sò di  lasciarlo  nel  libero  godimento  dei  beni  che 
possedeva,  purch''egli  facesse  un  ampia  renunzia 
della  proprietà,  e  professasse  nelPordine  di  Malfa, 
avendogli  perciò  conferito  il  priorato  di  Pisa.  La 
delizia,  i  piaceri  e  la  conversazione  erano  il  suo 
continuato  esercìzio,  del  quale  partecipava. assai 
volentieri  la  gioventù  di  Firenze.  Tali  accidenti 
però  non  i/npedirono  che  si  effettuassero  le  noz- 
ze della  principessa  Claudia  col  principe  d'^Urbino, 
tantopiù  che  il  vecchio  duca,  anzioso  di  veder 
propagala  la  sua  famiglia,  ne  ripeteva  con  premu- 
ra le  istanze.  Eseguite  in  Firenze  le  cerimonie  de- 
gli sponsali  con  quel  riguardo  ch''esigevano  le  cir- 
costanze del  lutto,  fu  accompagnata  dal  cardinal 
de^lledici  la  sposa  ad  Urbino,  dove  lutti  mostra- 
rono la  più  grand 'allegrezza  per  questo  paren- 
tado ed  alleanza,che  riunendo  grinteressi  di  que- 
sti due  stati  limitrofi,  poteva  esser  molto  utile 


1^/1.1621.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  Vili.  38 1 

nelle  frequeiili  dissenzioni  che  nascevano  tra  i 
principi  italiani  (3). 

g.  6.  Don  Giovanni  dei  Medici,  il  quale,  do- 
po il  suo  ritorno  dalla  cori  e  di  Francia  ,  re- 
stò sempre  al  servizio  della  repubblica  di  Vene- 
zìa,  terminata  la  guerra  nel  Friuli  s^era  ritirato  a 
Murano,  dove  conduceva  una  vita  tranquilla  e 
filosofica,  visitato  frequentemente  dai  principali 
signori  di  quella  repubblica,  de'quali  s''era  acqui- 
stato la  stima  e  T  amicizia.  Con  esso  era  ancora 
Livia  Vernazza  genovese*^da  lui  sposata  fino  dal 
i6  iG.  dopo  aver  fatto  dichiarar  nullo  il  di  lei  ma- 
trimonio con  Battista  Granara,  Sorpreso  ora  da 
una  febbre  maligna  cessò  di  vivere  il  dì  19  di  luglio 
con  dispiacere  di  tutti.  Il  senato  gli  decretò  le 
pubbliche  esequie,  e  le  sue  lodi  furono  oelebrale 
da  tuUi  quelli  che  ne  conoscevano  il  merito.  Re- 
stò di  lui  un  figlio  per  nome  Francesco,  e  la  Li- 
via gravida  d'otto  mesi.  Le  reggenti  spedirono  a 
Venezia  un  gentiluomo  afiine  di  far  pervenire  a 
Firenze  la  madre  ed  il  figlio.  Giunti  che  furono, 
si  pensò  di  render  la  Livia  alTanlico  marito. stato 
lin  allora  guardato  col  pretesto  di  assiemargli  la 
vita,  e  salvarlo  dalle  ricerche  di  don  Giovanni,  e 
posto  ora  in  libertà  ed  indotto  a  reclamare  i  pri- 
mi suoi  diritti  su  di  e:>sa,  dodtandaudo  la  ritratta- 
zione della  prima  sentenza  della  curia  a  Genova, 
il  che  fu  fatto,  venendo  dichiarato  valido  il  primo 
suo  matrimonio,  e  spurio  perciò  il  figlio  di  don 
Giovanni.  Essa  però  di  poi  per  le  persecuzioni 
e  le  indiscretezze  usategli  fini  miseramente  i  suoi 
giorni  senza  giungere  all'ultima  vecchiezza.. \nche 
St»   Tose.   Tom,   1Q.  33 


382  AVVENIMENTI  STORICI  j4n.i622, 

il  tìglio  divenne  disperato  e  feroce  per  le  sue  ca- 
lamità, e  i  propri  errori  gli  fecero  condurre  una 
vita  agitata  e  meschina  (4). 

g.  7.  La  generale  contradizione  d*  interessi,  ed 
il  totale  scompaginamento  del   sistema  politico  in 
Europa  con  gli  antecedenti  trattati,  rendeva  diffi- 
cile la  conservazione  della  pace  in  Italia,   ed  inu- 
tili perciò  tutte  le  premure   delle  granduchesse 
reggenti  a  questo  fine,  tanto  più  che  la  loro  debo- 
lezza toglieva  ad  essa  molta  deiropinione  che  Co- 
simo II  aveva  saputo  conservare.  Pendeano  tra 
la  corte  di  Francia  e  quella  di  Toscana  delle  ver- 
tenze di  aooooo  scudi  di  pertinenza  della  moglie 
del  maresciallo  d'Ancrè  esistente  in  Firenze.  Le 
reggenti  chiesero,o  di  compensare  la  somma  dei 
120000  scudi  fissata  da  Cosimo  col  re  Luigi  XIII 
cogli  antichi  credili  della  casa  Medici  contratti  fino 
dai  tempi  di  Enrico  IV,  o  che  sidassero  ad  esse  pre- 
cedentemente sicurezze  maggiori  pel  pagamento 
de''medesimi.  Paive  ingiusta  ai  ministri  francesi 
questa  domanda,  e  non  solo  rigettaroula  con  a^ 
sprezza,  ma  di  più  dichiararono  ora  recisa  la  con- 
venzione tra  Cosimo  e  il  re,  e  insisterono  sopra 
tutta  la  somma,  e  non  vollero  più  rilasciare  gli 
ottantamila  scudi  liberi  al  fisco.  Poco  mancò  che 
non  si  venisse  per  questo  ad  un''aperla  rottura, 
se  la  morte  di  Luines,  a  cui  doveasi  quella  somma, 
non   avesse  opportunamente   sospese  le  conse- 
guenze di  questo  impegno.  Ammessa  in  progresso 
al  consiglio  la  regina  Mariane  oltre  alle  gioie  delia 
marescialla  d'^Ancrè  donatele  dal  re  Luigi,  anche    . 
questi  denari  spedì  essa  a  Firenze  per  transigere 


if/1.1623.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    Vili.  ,  385 

privatamente  sulla  restituzione  de^nedesimi,  e  si 
contentò  che  glie  ne  fossero  sborzati  looooo  in 
cornante,  e  per  Tallra  metà  gli  furono  assegnati 
tanti  crediti  di  quelli  contratti  con  Enrico  IV.  La 
casa  Medici  però  non  potette  più  ricuperare  la 
confidenza  della  corte  di  Francia,  il  perchè  la  reg- 
genza credette  necessario  di  promuovere  presso 
il  papa  una  lega  di  principi  italiani  per  potere  co- 
sì garantire  i  propri  stati;  ma  ciò  non  potette  ef- 
fettuarsi, perchè  la  repubblica  di  Venezia  non  vo- 
lea  comprendervi  la  Spagna,  ed  il  papa  non  volea 
concluderla  senza  di  essa,  per  non  attirarsi  Podio 
di  quella  corte  (5). 

g.  8.  Accadde  in  quel  mentre  la  morte  improv- 
visa del  principe  ereditario  di  Urbino,  cagionata- 
gli dal  suo  vivere  estremamente  depravato  e  dai 
continui  suoi  strapazzi,  per  lo  che  restò  vedova  la 
principessa  Claudia  di  Toscana  con  unica  figlia  in 
età  di  diciannove  mesi,  denominala  Vittoria.  Gli 
interessi  che  la  casa  Medici  poteva  avere,  tanto 
su  ciò  che  concerneva  la  vedova,  quanto  su  i  di- 
ritti chele  competevano  sopra  quel  ducato,  esige- 
vano che  si  venisse  ad  una  qualche  dichiarazione 
vivente  il  vecchio  duca  Francesco  Maria.  Fu  per- 
tanto spedito  ad  Urbino  il  principe  don  Lorenzo 
unitamente  al  consiglier  Gioii  per  ricondurre  in 
Toscana  la  principessa  vedova  e  la  figlia,  e  nello 
slesso  tempo  trattare  col  duca  degli  scambievoli 
interessi.  Fattagli  conoscere  la  necessità  di  prov- 
veder presto  e  decorosamente  alla  sorte  di  sua 
nipote,  per  non  lasciarla  alPevento  dopo  la  sua 
morie,  che  era  non  molto  lontana,  attesa  la  sua 


584  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1624. 

decrepilezza,  rìsolvelle  di  proporla  in  malrimonio 
al  granduca,  e  il  Gioii,  munito  già  delle  opportu- 
ne facoltà,  concluse  il  trattato,  e  la  dote  assegnata 
alla  principessa  fu  l'intiera  eredità  della  casa  di 
Urbino:  fatto  questo  si  trasferirono  in  Toscan.ì 
la  madre  e  la  6glia.  Per  timore  poi  che  dal  papa 
si  potesse  mettere  qualche  ostacolo»  questo  con- 
certato, si  effettuò  tutto  colla  massima  sollecitu- 
dine, e  non  si  tardò  a  partecipare  alle  corti  il 
concluso  matrimonio,  e  ad  intraprendere  a  Roma 
il  trattato  di  liquidazione  della  eredità  (6). 

J.  9.  La  morte  di  Gregorio  XV,  seguita  dalla 
elezione  di  Urbano  Vili  Barberini,  variò  i  senti- 
menti della  corte  di  Roma  sul  trattato  matrimo- 
niale del  granduca,  non  andando  a  genio  alla  cor- 
te di  Roma  Taccennato  matrimonio.  Nondimeno 
niostrossi  compiacente  il  papa,ed  accettò  di  deve- 
nire ad  una  liquidazione  colla  casa  d'Urbino,  on- 
de separare  con  giustizia  gP  interessi  della  santa 
sede  e  della  granduchessa  erede,  e  perciò  furona 
spediti  dalla  reggenza  di  Toscana  a  Roma  il  Gioii, 
ed  il  Vettori.  Incomìnciossi  pertanto  a  trattare,  sì 
intorno  ai  beni  giurisdizionali,  che  agli  allodiali, 
ma  inlauto  il  papa  operò  in  maniera  che  il  cadente 
duca  d''Urbino  facesse  una  dichiarazione,  in  cui  af- 
fermasseche gli  stati  tutti  da  lui  posseduti  alla  sua 
morte  tornavano  alla  sede  apostolica:  mandò  in  ol- 
tre inaspettatamente  delle  truppe  a  quei  confini, 
dal  che  intimorite  le  granduchesse  e  i  consiglieri, 
rappresentarono  a  sua  sanlità,che  ninno  sarebhesi 
opposto  al  possesso  chVgli  dovea  prendere  dello 
stalo  d'Urbino  alla  morte  del  duca:  non  ostante  il 


AnA&lA.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  TlTl.  385 

papa  iion  volle  sotto  alcuni  pretesti  ritirare  le  sue 
truppe,  per  Io  che  anche  la  Toscana  fu  astretta  a 
guarnire  i  suoi  confini  ilalla  parte  delT  Umbria. 
Profittò  peraltro  il  papa  della  debolezza  e  dello 
spavento  della  reggenza  .  facendo  in  modo  che 
il  granduca  e  le  tulrici  ratificassero  la  dichiara- 
zione del  duca  d'Urbino,  e  rinunziassero  però  ad 
ogni  ragione  che  potesse  loro  competere  su  quel- 
lo slato,  il  che  fu  fatto  nel  novembre,  ed  Urbano 
Vili  promise  ogni  facilità  per  la  liquidazione  de- 
gli allodiali.  Non  per  questo  lasciò  egli  di  tener 
pronte  le  truppe,  e  d'inquietare  il  vecchio  duca 
con  nuove  istanze  di  cessioni,  di  consegne,  di: 
scritture,  di  contrassegni  di  fortezze  e  di  giura- 
menti dei  popoli.  Finalmente  un  siffatto  proce- 
dere mosse  tutte  le  corti,  e  specialmente  quella 
di  Spagna,  a  veder  di  por  fine  a  questo  affare,  che 
avrebbe  forse  alP  ultimo  potuto  perturbare  la 
quiete  deir  Italia:  per  lo  che  il  papa  per  timore  di 
sinistri  successi  affietlossi  di  venire  alla  liquida- 
zione degli  allodiali,  nella  quale  volle  egli  però 
fare  da  giudice  e  parle^  cosicché  l'accordo  che  il 
granduca,  e  la  reggenza  credette  bene  di  ratifica- 
re fu  loro  assai  vantaggioso  ,  poiché  molto  ri- 
stretta venne  ad  esser  la  somma  degli  allodiali 
per  l'erede,  e  di  più  restava  questa  come  persona 
privata  soggetta  ad  un  gran  numero  di  questioni 
e  liligi,  e  a  dover  competere  con  i  particolari  di 
quel  ducato,  e  perdere  assai  (7). 

g.  IO.  Il  duca  di  Savoia  però  senz'allri  riflessi 
volea  fare  delle  conquiste  sulla  repubblica  di  Ge- 
nova o  sul  milanese,  e  perciò  il  duca  di  Feria 


386  AVVENIMENTI    STORICI  jin.i625. 

domandò  alle  reggenti  il  sussidio  a  norma  del 
trattato  del  1 557- Avrebbero  esse  ben  volentieri 
sacrificato  una  somraa,qualora  un  tale  sforzo  aves- 
se prodotto  un  acquisto,  ma  l'orgoglio  d''01ivarez, 
detto  il  conte  duca,  primo  ministro  di  Filippo  IV 
re  di  Spagna,  e  il  contegno  di  questa  corte  nel- 
Taffare  di  Urbino,  avevano  esacerbato  gli  animi 
delle  granduchesse  e  del  ministero.  Essendo  mor- 
to il  principe  Filiberto  di  Savoia  generale  di  ma- 
re, le  tutrici  domandarono  quella  carica  pel  prin- 
cipe don  Lorenzo ,  ma  il  conte  duca  sdegnato 
colla  casa  Medici  per  Tindolenza  con  la  quale  era 
stata  ricevuta  la  proposizione  di  maritare  una  sua 
figlia  unica  a  un  fratello  del  granduca,  opposesi 
a  qualunque  progresso  di  essa  casa.  Cercavano  le 
reggenti  di  allontanare  da  sé  don  Lorenzo,  perchè 
scopertamente  disapprovava  il  loro  contegno,  ed 
esagerava  Pingiuria  che  arrecavasi  alla  casa  l^e- 
dici,col  ratificare  il  concordato  di  Urbino.  Fu  an- 
che trattato  di  maritarlo  colla  figlia  primogenita 
del  duca  della  Mirandola,  ma  anche  questo  non 
ebbe  effetto.  Fu  però  concluso  il  matrimonio  della 
principessa  Claudia  colParciduca  Leopoldo  d'In- 
spruck,  il  che  rendeva  sempre  più  vincolata  la 
famiglia  de^Medici  colla  casa  d'Austria.  Avendo  il 
duca  di  Savoia  invasi  gli  stati  della  repubblica  di 
Genova  ed  attaccato  il  milanese,  dovettero  le  tu- 
trici dare  i  soccorsi  in  truppe  e  in  denari ,  ed 
anche  un  imprestilo  (8). 

§.  1 1.  Non  furono  però  di  lunga  durata  i  trion- 
fi del  duca  di  Savoia,  perchè  i  soccorsi  venuti  di 
Spagna  e  quei  del  duca  di  Feria  Pobbligarono  ben 


jin.i626,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  vili.  887 

presto  a  ritirarsi  nel  suo  dominio.  Perciò  rimase 
la  Toscana  libera  dal  peso  dei  soccorsi,e  credette 
che  ormai  dovesse  restare  assicurata  la  tranquillità 
dell'Italia:  ma  le  occasioni  di  disturbar  la  quiete 
di  questo  bel  paese  nascevano  troppo  frequenle- 
meiife  per  potersene  lusin^^are,  ed  infatti  la  morte 
del  duca  Ferdinando  di  Mantova  produsse  nuovi 
imbarazzi  alle  tutrici.  Gli  succedette  il  di  lui  fra- 
tello Vincenzo  li  malsano  e  senza  speranza  di 
prole.  La  duchessa  vedova  Caterina  dei  Medici 
elesse  di  ritornare  in  Toscana  in  seno  alla  sua  fa- 
miglia, e  fu  dal  granduca  suo  nipote  accolta  colla 
maggior  benevolenza  ed  amore  ,  e  per  collocarla 
convenientemente  al  suo  grado  le  destinò  il  go- 
verno della  ciità  è  stato  di  Siena,  assegnandole  un 
consiglio  perla  sua  direzione.  Essa  fu  la  prima 
del  sangue  mediceo,  a  cui  fosse  appoggiato  il  go- 
verno di  quello  stato,  dove  ebbe  luogo  di  eserci- 
tare le  molte  virtù  che  la  rendevano  insigne.  Ma 
r  inforlunio  dei  sanesi  volle  che  fosse  breve  la 
durata  del  suo  governo,  poiché  assalita  dal  vaiuo- 
lo  cessò  di  vivere  il  ly  di  aprile  del  i6i^  (9). 

5.  12.  Per  quanto  grandi  fossero  le  premure 
che  in  Toscana  davansi  le  reggenti  ed  il  loro 
consiglio  per  soddisfare  alle  corti ,  ed  ai  propri 
sudditi,  affine  di  promuovere  le  prosperità  e  man- 
tener la  quiele  del  gran-Iucato,  nondimeno  Topi- 
nione  di  debolezza  e  di  pusillanimilà  impressa 
generalmente  dal  concordalo  d^  Urbino  rendea 
l'attuai  governo  spregevole  e  odioso,  e  ciascuno 
desiderava  che  il  granduca  giungesse  airetà  sta-^ 
bilita  per  assumere  le  redini  del  governo.  Egli 


388  AVVENIMENTI  STORICI  jin.162l, 

fino  dal  1624  ^vea  compiti  14  anni,  dopo  i  quali  a 
forma  del  testamento  del  padre  doveva  essere 
ammesso  alla  iirma  e  cognizione  degli  affari  ,  per 
dirigerli  poi  intieramente  compiti  che  ne  avesse 
18.  Il  cardinale  di  Richelieu  avrebbe  desideralo 
d'unire  gl'interessi  del  granducato  con  quei  della 
Francia,  ma  impedivano  ciò  le  obbligazioni  per- 
petue del  granduca  colla  corona  di  Spagna  ,  e  la 
debolezza  della  reggenza.  In  questo  slato  di  cose 
le  tutrici  ed  i  consiglieri  non  crederono  di  trovar 
un  migliore  appoggio  che  nell'imperatore,  il  qua- 
le avendo  vinto  il  palatino  ed  i  ribelli,  era  dive- 
nuto assai  potente  in  Germania  ,  ed  in  grado  di 
prendere  anco  interesse  negli  affari  d""  Italia .  La 
morte  del  duca  Vincenzo  di  Mantova  gli  sommi- 
nistrò Toccasione  di  farsi  Tarbitro  della  tranquil- 
lità di  questa  provincia  (io). 

§.  i3.  Gli  anni  nei  quali  le  tutrici  e  reggenti 
di  Ferdinando  tennero  il  governo  della  Toscana, 
furono  assai  tristi  per  esse  e  funesti  peri  sudditi. 
I  riguardi  ingiusti  che  da  esse  usavansi  colla  no- 
biltà ,  le  concessioni  accordate  ai  cittadini  del 
primo  ordine  per  non  comparire  rigorose  nel  loro 
governo,  tanta  baldanza  fecer  nascere  in  questi, 
che  impunemente  contravvenendo  alle  leggi  or- 
dinavano (li  opprimere  la  plebe,  la  quale  eccitata 
alla  vendetta  era  facile  a  commetter  delitti  senza 
che  il  rigore  delle  leggi  valesse  ad  impedirli.  Ad 
acquistare  un'idea  dei  disordini  che  avvenivano 
sotto  il  governo  della  reggenza,  e  del  modo  inde- 
gno col  quale  amministravasi  la  giustizia  ,  basti 
por  mente  al  fatto  orribile  della  Veronica  Cibo, 


An.i  627.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  "Vili.  389 

fiìoglie  del  duca  Iacopo  Salviati .  Questi  non  po- 
tendo amare  sua  moglie, che  per  i  difetti  personali 
gli  era  anzi  molesta,  con  poca  lode  avea  rivolto 
i  suoi  affetti  ad  una  certa  Caterina  Canacci,  la 
quale,  per  esser  dotata  di  tutte  le  buone  qualità, 
era  stata  da  lui  reputata  degna  della  sua  amicizia 
e  dei  suo  amore.  Veronica  punta  da  gelosìa  giurò 
vendetta  contro  la  sua  rivale ,  e  trovato  il  modo 
di  sfogare  Podio  suo  nella  morte  di  lei ,  chiama 
sicari  da  Massa  sua  patria,  trae  al  suo  partilo  un 
figliastro  della  Canacci  col  danaro,  commette  loro 
Passassinio  di  quella  infelice,  ed  a  meglio  sazziare 
la  sete  che  avea  del  sangue  di  lei,  ordina  che  le  re- 
cidessero la  testa,  e  glie  la  recassero.  Come  Pebbe 
nelle  sue  mani,  benché  tuttavìa  calda,  senza  pro- 
varne ribrezzo,col  cuore  chiuso  ad  ogni  sentimen-- 
io  di  umanità,  ne  fece  un  involto,  ed  al  marito  la 
presentò,  come  un  dono  che  venissegli  da  mano 
gradita.  Eccesso  così  spietato,  delitto  sì  nero  che 
destava  orrore  in  ognuno  che  lo  udisse,  fu  punito 
dal  governo  colla  persecuzione  degli  assassini,  e 
la  Veronica  Cibo  rea  di  tutto  questo,  a  causa  àeì- 
le  introdotte  parzialità  nei  nobili;  non  ricevè  al- 
cuna molestia  (ii). 


WOTE 

(1)  Vlnlluzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana,  voi. 
VII,  lib.  VI,  cap.  vi.  (2)  Ivi  .  (3)  Ivi .  (4)  Cicciapor- 


390  AVVENIMENTI    STORICI 

ci,  Compendio  della  storia  fiorentina  ,  lib.   il      pag 
285  .  (5)  Ivi  ,  pa^.  286.  (6)  Ivi.  (7)  Ivi  ,  pag.   288  ! 
(8)  Ivi.  (9)  Galluzzi  cit.  lib.  vi  ,  cap.  vii  .  (10)  Cic- 
ciaporci  cit.  pag.  293  .   (11)  Ferrini  ,  Compendio  di 
storia  della  Toscana,  epoca  v^  J.   50. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  89 1 


(Bii1P33<DILD   US. 


Jn.  1627  di  G.  Cr, 

§.  I .  J-i   odio  ed  il  disprezzo  universalmente  con- 
Iralto  per  il  governo  della  re^^genza  ,  facevano  sì 
che  lutti  gli  occhi  fossero  rivolli  su  Ferdinando  li, 
il  quale  era  prossimo  a  compire  l'età  slabilila  per 
intraprendere  la  direzione  degli  affari.  Le  tutrici 
uon  avevano  mancato  di  educarlo  conveniente- 
mente al  suo  rango,  e  d' ispirargli  le  massime  e 
le  cognizioni  più  alle  a  formare  un  ottimo  prin- 
cipe. La  corte  di  Toscana,  così  abbondante  d'uo- 
mini insigni,poteYa  ispirare  al  principe  il  desiderio 
ed  il  gusto  per  istruirsi;  e  le  lezioni  deiriiumor- 
tal  Galileo,  che  risplendeva  per  le  sue  scoperte, 
molto  lo  diletlavano  nella  sua  giovinezza.  Prima 
di  assumere  egli  le  redini  del  governo  volle  intra- 
prendere un  viaggio  per  visitare  la  corte  di  Roma 
e  quella  dell'imperatore  suo  zio,  affine  di  conoscere 
precisamente  da  vicino  la  prima,  che  tanto  influi- 
va sul  sistema  politico  del  granducato.  Scelse  per 
suo  compagno  il  principe  Gio.  Carlo  suo  secondo 
fialello.  Temè  la  corte  di  iioma  che  il  granduca, 
il  quale  in  animo  disapprovava  il  coucurdalu  fallo 


392.  AVVENIMENTI  STORICI  AllA^Ti . 

già  pel  ducato  d'' Urbino,  portandosi  a  Casleldu- 
rante  risvegliasse  nel  vecchio  duca  ottuagena- 
rio il  pentimento  di  quanto  avea  stipulato  in  pre- 
giudizio di  sua  nipote.  Furon  per  altro  persuase 
le  tulrici  d''impegnare  il  granduca,  andando  a  Lo- 
reto, a  non  passare  per  quel  luogo.  Per  evitare  la 
etichetta  di  precedenza,  porlossi  a  Roma  inco- 
gnito, e  fu  incontrato  semplicemente  ai  contini 
dal  governatore  di  Viterbo.  Nonostante  incontrò 
qualche  dispiacere  coi  Barberini  nipoti  del  papa, 
ch'ebbero  Tinsolenza  di  veder  competere  con  lui. 
Il  pontefice  usò  seco  tutta  T  amorevolezza  e  ri- 
guardo possibile  5  avendolo  alloggiato  contigua- 
mente al  proprio  quartiere  e  onorato  di  qualche 
sorpresa.  Il  granduca  Ferdinando  pertanto,  dopo 
«ver  pascolato  il  suo  spirito  sulle  rovine  e  sul- 
le rarità  dell'antica  capitale  del  mondo,  parti  da 
lioraa  alla  volta  di  Vienna  ad  oggetto  d**  inchi- 
nare l'imperatore  suo  zio.  La  parzialità  di  Ferdi- 
nando II  per  il  granduca,  e  la  dimestichezza  colla^ 
quale  seco  viveva,  gli  prestò  facile  occasione  di 
parlare  a  lui  degli  affari  d''ltalia,  e  specialmente 
di  quei  di  Mantova,  procurando  di  mitigare  l'indi- 
gnazione di  esso  contro  il  duca  di  Nivers,  il  quale 
non  aveva  altro  torto  che  quello  d*"  asser  nato 
fiancese,  ma  era  però  esso  il  vero  e  legittimo  suc- 
cessore al  ducato  di  Mantova.  Procurò  ancora 
per  mezzo  dell'imperatrice  di  disporlo  ad  ascol- 
tare delle  proposizioni,  per  risparcniare  una  guerra 
all'Italia.  Si  tenner  per  tanto  delle  conferenze  coi 
ministri,  e  si  riprodusse  Pantico  prog^elto  di  Fer- 
dinando I,  di  permutare  il  Monferrato  col  ere- 


^/|.1627.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.   IX.  SgS 

nionese.  11  duca  di  Nivers  prolungava  per  altro  le 
pratiche,  lusingato  dalla  Francia  di  valido  soc- 
corso, subilo  che  il  re  Luigi  avesse  espugnala  la 
Rocc«?lla,  che  si  assediava  con  tutte  le  forze  del 
regno  (i). 

g.  a.  Vedendo  il  granduca  Ferdinando  II  la  inri- 
possibilità  di  terminare  con  un  trattato  tutte  que- 
ste pendenze,  tornossene  in  Italia  e  giunse  in  Fi- 
renze il  di  la  di  luglio,  ed  il  i4  prese  il  posses- 
so degli  stati  con  le  consuete  formalità.  Ritenne 
nondimeno  lo  stesso  consiglio,  e  le  due  grandu- 
chesse proseguirono  ad  avere  influenza  nella  riso- 
luzione degli  atfari  tìnch'esse  vissero.  Per  un  esem- 
pio quindi,  forse  unico  nel  mondo,  e  originato 
dal  sincero  amore  che  avea  per  la  di  lui  famiglia, 
divise  la  sovranità  con  i  suoi  fratelli.  Volle  che  si 
eftett nasse  immediatamente  il  matrimonio  della 
principessa  Margherita  sua  sorella  col  duca  di  Par- 
ma Odoardo  Farnese,  ed  in  questa  guisa  restarono 
estinte  le  antiche  gare,  che  per  tanti  anni  erano 
slate  tra  le  due  famiglie,  cioè  Medici  e  Farnese. 
Tanto  il  granduca  Ferdinando  che  il  duca  Odoar- 
do mal  soffrivano  il  gravoso  giogo  degli  spagnuoli, 
e  specialmente  il  primo,  il  quale  pel  trattato  del 
i557  era  sempre  obbligato  a  dar  dei  soccorsi  al 
governatore  di  Milano,  senza  potere  sperar  mai 
alcuno  ingrandimento  o  vantaggio  qualunque  per 
la  sua  famìglia.  Infatti  avendo  il  dura  di  IHivers 
dato  principio  alle  ostilità  nel  cremonese,  furono 
da  don  Gonzalo  governatore  di  Milano  doman- 
dati a  Ferdinando  i  soliti  sussi<lii,maegli  dichiarò 
di  non  essere  ora  obbligalo,  perchè  la  guerra  non 

St.  2'osc.  Tom,   10.  '  34 


$94  AVVENIMENTI    STORICI  An.  162f. 

era  difensiva,  essendo  stati  gli  spagnuoli  i  primi 
aggressori  del  lìlonferralo  (a). 

g.  3.  Dichiarò  il  re  di  Francia  a  tutti  i  principi  di 
Italia  di  non  aver  allr''oggelto  le  sue  ostilità  che  la 
difesa  del  duca  di  Mantova.  Tutti  i  principi  veglia- 
vano a  difendere  i  loro  slati  dalle  calamità  della 
guerra,  ed  il  granduca  avea  rinforzate  con  nuove 
truppe  le  sue  frontiere^procuravansi  de'grani  dalla 
Francia  e  dal  Levante,  e  intanto  si  spedivano  dei 
ministri  alle  corti  per  procurare  !a  pace.  Malgra- 
do le  sollecitazioni  della  corte  di  Francia,  il  gran- 
duca si  attenne  al  trattato  di  Firenze  del  1657; 
ma  se  le  granduchesse  non  avessero  raffrenato  Io 
impeto  suo,  per  i  dispiaceri  che  riceveva  conti- 
nuamente dagli  spagnuoli ,  si  sarebbe  collegato 
col  re  Luigi.  La  venuta  dei  tedeschi  in  Italia  avea 
rinforzati  i  francesi,  e  gli  spagnuoli  diffidando  dei 
savoiardi  s' ingrossavano  egualmente  sotto  la  di- 
rezione del  marchese  Spinola,  ch'era  già  il  terro- 
re della  Fiandra.  Credeva  il  granduca  che  qual- 
che umiliazione  del  duca  di  INivers  e  ol  Pi  m  perai  ore 
potesse  facilitare  un  trattato.  Ma  confidando  egli 
nelle  promesse  del  re  Luigi  non  voleva  umiliarsi, 
ne  consegnar  Mantova  ai  tedeschi  (3).  Il  vacante 
feudo  di  Piombino  era  sempre  stalo  P  oggetto 
principale  dei  desideri  della  casa  Medici ,  non 
solo  perchè  il  dominio  di  quella  spiaggia  era  neces- 
sario per  assicurare  la  quiete  del  granducato,  ma; 
ancora  perchè  la  sovranità  delPElba^  oltre  al  pro- 
fitto della  vena  del  ferro,  avrebbe  prodotto  ai  to- 
scani una  maggior  facilità  alla  loro  navigazione  e 
commercio.  In  questa  vacanza  Ferdinando  avea 


^«.1628.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  ^95 

profittato  della  debolezza  e  delle  circostanze  del- 
Pimperatore  MaUias  per  averoe  V  investitura,  si- 
mile a  quella  del  feudo  di  Siena ,  e  colla  condi- 
zione di  subiufeudarlo  a  chi  avrebbe  dichiarato 
Piuaperatore.  F^e  tutrici.  perduta  ogni  speranza  di 
acquistar  quel  feudo  per  investitura  o  per  comprif, 
si  fecero  prevenire  dalP  imperatore  sul  soggetto 
da  nominarsi  e  sulTimportare  del  laudemio.  Que- 
sto fu  determinato  nella  somma  di  5oooo  fiorini, 
ed  il  feudo  fu  dato  a  don  Bellisario  Appiano  a- 
gnalo  degli  estinti  principi  di  Piombino,  il  quale 
ne  prese  rinvestitura  nel  gennaio  del  1626.  Grave 
fu  la  sorpresa  delle  reggenti ,  allorché  videro  il 
vicerèdi  Napoli  prendere  il  possesso  di  Piombino  e 
dell'Elba  a  nome  del  re,  togliere  al  granduca  lo 
appalto,  e  venderlo  ad  un  genovese;  per  la  qual 
cosa  Ferdinando  II  si  dichiarò  sciolto  da  ogni  ob- 
bligazione col  re  di  Spagna,  colP  imperatore  e 
cogli  Appiani  relativamente  a  Piombino  (4). 

g.  4-  Fino  dal  gennaio  delTanno  scorso  fu  fatta 
in  Lucca  per  arruolo  la  seguente  provvisione  pel 
dritto  di  governare.  Questo  dritto,  salva  una  gra- 
zia del  potere  supremo,  dovea  risedere  in  quelle 
famiglie  che  al  presente  ne  avevano  il  possesso, 
o  che  l'avessero  avuto  fin  dalla  legge  martiniana. 
Sarebbero  perciò  notati  in  un  libro  (  che  si  disse 
libro  d"'oro  )  col  distintivo  della  propria  arme  i 
nomi  tulli  di  coloro  che  e.sercilarono  quel  drillo 
negli  ultimi  seltanf  anni,  e  che  l'esercitavano 
nelPatto,  e  dei  loro  maschi  legittimi  e  naturali  ; 
ai  quali  nomi  si  aggiungessero  di  mano  in  mano 
quei  dei  figli  che  nascevano  e  dei  discendenti  in* 


396  AVVENIMENTI  STORICI  ^w.1628i- 

perpetuo  .  Si  volle  dare  una  ragione  deli'  aver 
fatta  questa  le^'ge,  col  dire  che  era  per  impedire 
che  s'^inlroducesse  qualch'  uno  nelle  altrui  fami- 
glie con  nomi  falsi  e  persone  supposte  .  Ma  la 
vera  ragione  stava  nel  volersi  quelle  famiglie,  che 
allora  moderavano  lo  stato  lucchese,  perpetuare 
il  comando  .^  a  somiglianza  di  ciò  che  operalo  si 
era  nelle  due  repubbliche  di  Venezia  e  di  Geno- 
va, passale  a  poco  a  poco  da  un  governo  largo,  e 
perciò  democratico,  ad  uno  stretto,  vale  a  dire 
aristocratico.  Dobbiamo  credere  che  nello  spazio 
degli  ultimi  anni,  dopo  la  rivoluzione  degli  strac- 
cioni, gli  scelti  a  comandare  saranno  stati  presi 
dalla  sfeia  dei  grandi.  Siane  una  prova  che  questa 
legge,  per  quanto  si  sa,  non  generò  in  Lucca  un  pub- 
blico scontento,  com*  era  accaduto  di  quella  del 
i556.  Quanti  fossero  i  ceppi  delle  famiglie  scritte 
nel  libro  d**  oro  ,  come  partecipi  del  dritto  di  go- 
vernare, si  rileva  dal  detto  libro  che  tuttora  con- 
servasi neir  archivio  di  quello  stato,  e  furono  in 
numero  di  aa4  con  armi  tutte  diverse,  e  aia  se  si 
riguardi  soltanto  alla  varietà  dei  cognomi  (5). 

g.  5,  Scese  in  Italia  tutte  le  truppe  i"r;jncesi, 
ed  il  duca  di  Nivers  attaccando  il  duca  di  Milano 
dalla  parte  del  cremonese  ,  fu  dagli  spagnuoli) 
intimato  al  granduca  di  Toscana  il  consueto  soc- 
corso ,  eh""  egli  spedì,  facendo  però  considerare 
alTimperatore  ed  al  re  Filippo  di  Spagna  eh*  era 
ciò  un  puro  tratto  di  parzialità  non  compreso  nel- 
le condizioni  del  trattalo  ,  ma  unicamente  fatto 
per  servire  ad  essi  .  Rappresentò  poi  al  cardi- 
nale Richelieu  generalissimo  delle  armate   fran- 


^/2.1630.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  897 

cesi,  che  il  soddisfare  aIi''onore  ed  alla  fede  di  un 
trattato  non  poteva  dispiacere  a  sua  Maestà,  con- 
tro cui  non  sarebbero  state  mai  rivolle  le  sue 
armi.  1  francesi  fecero  nel  Piemonte  dei  progressi 
tali  che  ridussero  Carlo  Emanuele  a  morire  di 
dolore^  ed  i  tedeschi  entrati  in  Mantova  raddop- 
piavano i  maliche  vi  cagionava  la  peste  orientale, 
e  dettero  il  sacco  a  quella  infelice  città  per  tre 
giorni.  Il  duca  di  Nivers  avendo  ottenuto  per  gra- 
zia dal  vincitore  di  potersene  andare  ramingo 
fuori  del  suo  dominio,  si  ridusse  a  mendicare  dalla 
pietà  della  repubblica  veneta  uno  scarso  sovveni- 
inento  perla  sua  sussistenza  (6).  Tali  flagelli  non 
potevano  afjjiggere  la  Lombardia,  senza  comuni- 
carsi anche  al  granducato. 

g.  6.  Non  era  più  in  Toscana  fino  dalla  morte 
di  Cosimo  II  quella  prosperità  che  fioriva  senza 
di  lui.  GPinglesi  e  gli  olandesi  eransi  ormai  impa- 
droniti del  commercio  di  Spagna  e  del  Portogallo, 
che  essi  medesimiintraprendevano.  Le  loro  mani- 
fatture avean  rese  inutili  quelle  dTtalia,e  perciò  in 
Toscana  languivano  gli  antichi  esercizi  e  le  arti. 
Il  porto  di  Livorno  popolavasi  di  nazioni  stranie- 
re per  farvi  un  commercio,  che  i  toscani  non  po- 
tevano più  esercitare  direttamente.  La  reggenza 
con  degli  inutili  sforzi  sosteneva  le  arti  e  gli  an^ 
tichi  esercizi,  ma  impoveriva  cosi  il  principe  e  la 
nazione,  e  si  moltiplicavano  i  miserabili  a  carico 
del  pubblico  erario  poco  fa  disperso  per  gli  spa- 
gnuoli.  Aggiungevasi  a  tutto  questo  la  scarsezza 
delle  raccolte,  per  la  quale  la  reggenza  ed  il  gran- 
duca soffrirono  dispendi  gravissimi,  avendo  dovuto 

34* 


398  iVVEMìIENTl  STORICI  w^/2.1630. 

provvedere  i  viveri  dal  Levante,  i  quali  non  es- 
sendo sufficenti,  frovaronsi  i  popoli  a  soffrire  anco 
quei  mali  che  produce  la  fame  ed  il  cibo  insalu- 
bre, e  perciò  le  febbri  e  le  petecchie  infestavano  il 
granducato.  Ma  non  tinirono  qui  le  sciagure,  poi- 
ché, malgrado  le  precauzioni  prese,  affacciossi  an- 
cora alle  frontiere  della  Toscana  per  la  parie  di 
Bologna  la  peste,  che  avea  già  devastatala  Lom- 
bardia e  si  diffuse  poi  insensibilmente  anche  nel- 
la città.  Per  non  isbigottire  maggiormente  il  pubbli- 
co faceasicredere,che  non  la  peste.mai  soliti  effetti 
epidemici  della  fame  eran  quelli  che  affliggevano 
l'umanità.  Il  granduca  a  misura  che  crescevano  i 
mali, crescendo  in  lui  Pardente  desidei^o  di  soccor- 
rere i  suoi  popoli  afflitti,  incaricò  sei  del  senato 
acciò  s^informassero  delPinfelice  stalo  della  città, 
gli  ponessero  davanti  agli  occhi  il  dettaglio  delle 
miserie,  e  gli  suggerissero  i  rimedi  necessari.  Si 
assegnarono  i5oooo  scudi  per  sovvenimento  del- 
le arti  della  lana  e  della  seta  .  S'  intrapresero  a 
s[)ese  pubbliche  delle  fabbriche  e  delle  coltiva- 
zioni 5  ed  affinchè  gli  abitatori  della  campagna 
fossero  anch'"  essi  soccorsi ,  furono  deputati  tre 
visitatori  pel  contado  e  distrello  di  Firenze  ,  i 
quali  dovessero  visitare  detlagliataraenlegli  abi- 
tanti, segnare  ai  più  bisognosi  quella  quantità  di 
grasce  che  potesse  esser  loro  necessaria ,  e  invi- 
gilare ancora  che  si  facessero  le  consuete  semen- 
te. Malgrado  però  tutti  questi  provvedimenti  per 
impedire  il  progresso  del  contagio, dilatossi  que- 
sto nella  città:  per  lo  che  fu  necessario  formare 
dei  lazzeretti,  stabilir  luoghi  per  le  quarantine, 


Jn.i630.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  899 

ed  erigere  nei  più  popolali  rioni  dei  magazzini  di 
viveri.  Il  dì  primo  d'agosto  apparvero  i  segni  ma- 
nifesti della  pestilenza, che  poi  nell'autunno  in- 
crudeli maggiormente*  ma  placatasi  nel  solstizio  di 
inverno  fu  in  progresso  ordinata  una  general  qua- 
rantina, per  cui  ciascuno  rinchiuso  nella  propria 
casa  dovesse  far  prova  della  sua  salute.  Il  granduca 
al  cominciare  della  pestilenza  vide  bene  che  assen- 
tandosi egli  avrebbe  cagionalo  ne'^sudditi  il  colmo 
della  desolazione.-  riliratosì  con  tuli  a  la  famiglia 
nella  fortezza  di  Belvedere,  non  potette  conlenersi 
in  quelle  anguslie.dove  non  giungevano  i  lamenti 
ed  i  clamori  degrinfelici:  desiderava  di  soccorrerli 
da  per  sé  stesso,  ed  animando  anche  i  suoi  fratelli 
a  far  lo  stesso,  espose  la  propria  vita  ai  pericoli, 
scorrendo  con  essi  a  piedi  ed  a  cavallo  tutta  la 
città  ,  prestando  aiuti  e  soccorsi ,  ed  ascoltando 
i  mali,  i  bisogni,  e  le  preghiere  di  ciascuno.  Ciò 
forma  il  più  luminoso  punto  d*  istoria  di  Ferdi- 
nando li .  Perirono  per  tal  contagio  in  quattro 
mesi  nella  città  69-^0  abitanti,  e  dileguate  le  ma- 
lattie non  cessarono  però  i  fastidi  e  le  vessazioni, 
g.  7.  Gli  uffiziali  di  sanità  supponendo  che  la 
peste  come  la  guerra  dovesse  eguagliare  tutte  le 
giurisdizioni  ed  i  ranghi,  astrinsero  gli  ecclesiasti- 
ci alla  osservanza  di  quelle  leggi  che  tendevano 
alla  coinune  conservazione.  La  pietà  pubblica  che 
avca  provvisto  a  tutte  le  necessita  di  quei  frati  che 
professavano  la  mendicità,  credette  di  meritarsi 
qualche  compensazione  dai  monaci  i  più  facoltosi, 
e  persuasa,  che  mentre  il  principe  ed  i  privali  of- 
livano  i  loro  edilizi  in  vantaggio  del  pubblico, 


400  AVVENIMENTI   STORICI  ^«.1630. 

anche  i  monaci  dovessero  cedere  i  loro  monasteri 
per  le  purghe,  impiegò  le  esortazioni  e  le  istanze 
per  indurli  a  questa  condescendenza.  Tale  atten- 
tato qualificandoli  a  Roma  per  empi  violatori 
della  immunità  ecclesiastica,  fu  riguardato  con  or- 
rore, e  furono  dichiarati  incorsi  nella  scomunica. 
La  clemenza  di  sua  Santità  moderò  subito  questo 
rigore,  ordinando  air  arcivescovo  di  ribenedirli, 
con  imporli  però  una  salutare  penitenza  che  pur- 
gasse questo  misfatto.  A^ngusliati  in  tal  guisa  i 
fiorentini  ,e  irritati  di  vedere  conculcate  così  inde- 
gnamente le  leggi  deirumanìtà,  non  sapean  sotto- 
mettersi a  tale  assoluzione,  sembrando  loro  ingiu- 
sta la  causa  per  cui  venivano  dichiarati  incorsi  nella 
scomunica.  Gli  ufficiali  della  sanità  vollero  che  si 
ascoltassero  le  loro  ragioni,  ma  rigettando  papa 
Urbano  come  incompetente  qualunque  giustifica- 
zione, dovettero  gli  ufficiali  domandare  pubblica- 
mente perdono  d'  avere  esercitato  degli  atti  di 
umanità.  Fu  forza  restituire  ai  monaci  le  somme 
da  essi  contribuite,  e  Roma  bramò  che  agli  eccle- 
siastici fosse  dovuta  qualunque  assistenza  a  spese 
dei  laici  (7). 

g.  8.11  pestifero  flagello  dilatandosi  a  poco  a 
poco  penetrò  per  la  via  di  Firenze  fino  in  Lucca, 
nel  cui  territorio  si  manifestò  nelPottobre  del 
i63o,  e  v'imperversò  fino  quasi  al  termine  delPan- 
no  i63i,  mietendo  moltissime  vite  in  città  e  non 
poche  in  campagna*,  perciocché  si  calcola  che  in 
Lucca  su  a4ooo  abitanti,  diecimila  soccombessero 
al  malore,  e  quindicimila  nel  contado.  Pure  le 
provvidenze  prese  dai  moderatori  del  governo  in 


^rt.i630.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^' 

quella  occasione  ,  appena  potrebbero  sperarsi  a- 
desso  maggiori.  Non  si  guardava  a  spese  per  medi- 
cine, per  medici  e  chirurgi,  anzi  essendone  morii 
assai,  se  ne  fece  venire  da  Bologna  deTamigerati, 
ricompensandoli  a  giornata  largamente.  Ogni 
commercio,  ogni  adunanza  era  sotto  gravi  pene 
inibita;  niuno  potea  nemmeno  uscir  di  casa  in 
città  dal  capo  di  famiglia  in  fuori.  A.  tutto  era 
provvisto  pel  sostentamento  di  que'^confìnati,  e 
singolarmente  dei  poveri.  S'impediva  con  minac- 
ce foni  che  le  cose  infette  fossero  portate  attor- 
no o  trafugale^  ma  il  contagio  potette  nonostante 
sfogar  su  molli  la  sua  rabbia.  La  somma  che  costo 
questa  calamità  all'erario  della  repubblica  di  Luc- 
ca fu  di  scudi  centomila,  impiegati  santamente  e 
saggiamente  a  soccorrere  la  umanità  languente,  A 
minorare  la  propagazione  del  contagio,  a  solleva^ 
re  la  povertà  nei  suoi  tuguri  (8). 

g.  9.  A.nche  a    Pistoia   cominciò  Tanno   i63o 
col  timore  della  pesteiquindi  èche  i  pistoiesi  fatti 
solleciti  dal  minacciante  flagello  ordinarono  mu- 
nirsi le  porte  della  città  ,  onde  rimuoverne  i  pas- 
seggeri sprovvisti  dei  debili  recapiti  di  sanità.  In 
questo  mentre  inoltrandovisi  la  miseria  e  la  fame^ 
i  patimenti  dei  poveri  per  molti  lati  crescevano;, 
per  lo  che  fu  arrestato  tutto  il  grano  e  denaro  dei 
luoghi  pii  per  sollevare  gPincomodi  degli  affamati,  > 
e  proibito  ai  poveri  l'ingresso  in  città,  ma  non, 
mancò  il  provvedimento  di  un  comodo  spedale: 
fuori  delle  porte,  che  a  spese  del  civico  spedalej 
del  Ceppo  si  curassero.  E  polche  il  contagio  in 
varie  parti  circonviciue  infieriva,  ne  fa  impedita 


4oa  AVVENIMENTI  STORICI  ^/1.1630. 

la  comunicazione  colla  città,  e  tolto  con  essa  il 
commercio,  senza  eccettuarne  Firenze,  ove  il 
male  a  vero  dire  più  fieramente  imperversava.  Si 
posero  dai  pistoiesi  inclusive  le  guardie  a  lutti  i 
passi  della  montagna  e  di  lutto  il  territorio  pi- 
stoiese. Furon  serrate  nella  città  quasi  tutte  le 
porte,  e  s' inibirono  le  feste  sacre  e  profane  e  le 
adunanze  d'ogni  genere,  essendo  stala  levata  in- 
clusive Tacqua  santa  dalle  chiese.  E  per  ottenere 
una  esatta  obbedienza  da  lutti,  furono  alle  porte 
della  città  inalzate  le  forche  per  gasligare  i  con- 
travventori. Pe''contadini  e  terrazzani  si  aprirono 
lazzeretti  con  medicine,  medici,  e  chirurgi  fuori 
di  Pistoia,  e  pei  poveri  che  non  dovevano  pas- 
seggiare per  la  città  furono  aperte  case  di  asilo, 
dove  ne  furono  ricevuti  fino  in  400  forniti  d'ogni 
bisognevole.  Restando  poi  verso  il  i63a  estinto 
affatto  ogni  male,  furono  tutte  le  robe  del  lazze- 
retto date  alle  fiamme  {9).  Altre  città  della  To- 
scana furon  tocche  da  quel  flagello,  i  cui  danni 
cagionati  ove  s''eslese,  troppo  lungo  e  noioso  sa- 
rebbe il  notare. 

g.  10.  Siccome  nella  Toscana  tulio  era  de- 
solazione e  miseria,  così  Ferdinando  per  tal  ca- 
gione dovette  lasciar  prender  possesso  al  papa 
del  ducato  d'Urbino  alla  morte  del  vecchio  duca, 
che  seguì  il  dì  a8  d'^aprile.  Urbano  Vili  fastoso  di 
tale  acquisto  facilitò  al  granduca  il  conseguimen-^^ 
to  degli  allodiali,  purché  non  gli  contradicesse  il 
possesso  della  giurisdizione.  Restò  peraltro  in- 
gannata respettativa  della  casa  Medici  riguardo 
alla  ricchezza  di  questa   eredità,  poiché  sebben 


^/l.1631.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^3 

fosse  abbondante  quanto  alla  preziosa  mobilia  ed 
alla  copia  del  denaro,  fu  poi  scarsa  di  allodiali, 
per  esser  questi  assai  questionabili,  e  perchè  molti 
ritornavano  alla  comunità,  ed  a  chi  aveva  sopra 
di  essi  il  dominio  diretto.  Ciò  che  ora  molto  al- 
terava Tanirao  di  Ferdinando  si  erano  i  nuovi 
successi  della  corte  di  Francia  tutta  sconvolta 
dagrintrighi  del  cardinale  Richelieu.  Sapeva  be- 
ne quanto  questo  cardinale  odiasse  la  casa  IVIedici, 
molto  più  che  credeva  il  granduca  legato  di  trop- 
po colla  corte  d'Austria,  ma  ciò  non  era  che  sul 
timore  che  avea  Ferdinando  degli  spagnuoli,  i 
quali  circondavano  colle  loro  forze  il  suo  stato, 
poiché  ninno  più  di  lui  mal  soffriva  la  preponde- 
ranza su  di  essi  in  Italia.  Essendo  al  cardinale 
Richelieu  di  forte  ostacolo  ad  alimentare  la  pro- 
pria ambizione  la  presenza  alla  corte  della  regi- 
na madre  del  re,  tanto  si  adoperò  che  potette  ar- 
restare quella  sventurata  principessa  nel  palazzo 
reale  di  Compiegne,  da  dove  egli  voleva  che  si  tra- 
sferisse in  Toscana  presso  il  granduca  ,  ma  ella 
non  volle  mai  acconsentirvi.  Ferdinando  II  era 
estremamente  aiflilto  per  gli  scompigli  della  famì- 
glia reale  di  Francia,  e  assai  dolente  di  dover 
mostrare  un  contegno  indiflferente  in  affare  così 
importante  per  non  dar  luogo  a  nuovi  sospetti, 
tanto  più  che  questi  ogni  giorno  crescevano  a  ca- 
gione dei  soccorsi  dovuti  mandare  a  Milano,  e 
molto  più  dal  sentirsi  che  V  arciduchessa  gran- 
duchessa volea  portarsi  presso  l'imperatore  suo 
fratello,  il  che  messe  in  apprensione  la  corte  di 
Francia  contro  il  granduca,  temendo  in  questa 


4o4  AVVENIMENTI    STORICI  ^/l.i631. 

occasione  dì  una  manifesla  dichiarazione  di  esso 
per  la  casa  d'àuslria,  e  di  qualche  occulto  trat- 
talo (io). 

g.  1 1,  Parti  neirotlobre  la  granduchessa  ma- 
dre di  Ferdinando  II,  e  prese  in  sua  compagnia  il 
principe  Matlias  e  Francesco  terzo  e  quartoge- 
nilo  con  animo  di  presentarli  al  fratello  ,  e  di 
esercitarli  nella  guerra  contro  Gustavo.  Arrivata 
in  Passavia  fu  sorpresa  da  una  violente  pleuritide, 
per  la  quale  dopo  tre  giorni  di  malattia  cessò  di 
vivere  il  dì  primo  di  novembre.  Grande  fu  il  do- 
lore dei  due  principi  e  di  tutto  il  seguito  per 
così  inopinalo  accidente  ,  come  ancora  del  gran- 
duca che  molto  la  rispettava  ed  amava  .  Mattias 
e  Francesco  non  sapean  che  risoluzione  prendere, 
tin  tanto  che  il  granduca  ordinò  loro  di  continua-r 
re  il  viaggio  per  ossequiare  l'imperatore, e  con- 
dolersi con  lui  di  questa  perdita. 

§.  12.  Saputosi  dal  granduca  che  la  regina  Ma- 
ria di  Francia  era  ritenuta  a  Compiegne ,  spedì 
subito  a  Parigi  il  cavaliere  Gio.  Battista  Gondi 
con  istruzione  d''interporsi  nelle  discordie  tra  ma- 
dre e  figlio ,  tanto  quanto  piacesse  al  re  ed  al 
cardinale,  e  soprattutto  di  giustificare  a  quella 
corte  la  sua  condotta  riguardo  agli  spagnuoli . 
Giunto  il  Gondi  a  Lione  gli  fu  intimato  per  par- 
te del  re  che  non  proseguisse  il  suo  viaggio,  e  se 
ne  ritornasse  in  Toscana ,  volendo  che  V  unico 
mediatore  tra  esso  e  la  madre  fosse  il  reciproco 
loro  affetto  .  avendo  per  altro  il  Gondi  rappre- 
sentato che  altri  affari  riguardanti  il  granduca  Io 
obbligavano  a  parlare  col  cardinale,  gli  fu  accor- 


jin.iSSi»  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  ^oS 

dato  l'accesso  in  tempo  appunto  eh'  era  arrivato 
alla  corte  T  annunzio  della  morte  della  grandu- 
chessa. Espose  il  Gondi  ai  cardinale  lo  stato  del 
granduca,  e  si  sforzò  di  convincerlo,  che  niuno 
più  di  esso  granduca  dovea  desiderare  che  i  fran- 
cesi ponessero  piede  io  Italia  per  liberarsi  dalla 
oppressione  degli  spagnuoli  ,  ma  nessuno  però 
^ra  più  di  lui  vincolato  con  essi,  i  quali  circon- 
davano con  le  loro  forze  il  granducato.  Rimase 
appagato  il  cardinale  a  queste  dimostrazioni,  e 
compati  la  situazione  del  granduca.  Lasciò  per- 
tanto che  il  Gondi  si  tratleuesse  alla  corte,  pur- 
ché non  s*  ingerisse  negli  all'ari  della  regina ,  e 
credette  meglio  di  tenere  il  granduca  e  la  sua 
cotìtidenza  per  valersene  ali"  occasione  ,  e  tianto 
più  bi  confermò  in  questa  risoluzione,  quanto  che 
restò  assicurato  dei  cattivi  trattamenti  che  rice- 
veva dagli  spagnuoli  (i  i  )• 

g.  i3.  Desiderava  il  granduca  di  ammogliare 
il  principe  Gio.  Carlo  suo  fralellocon  donna  An- 
na Caraffa  di  Stigliano  unica  erede  di  quella  casa, 
e  che  riuniva  in  sé  i  diritti  di  successione  al  feu- 
do di  Sabbioncta  ,  e  tutte  quelle  ragioni  che  po- 
levau  competere  sopra  a  Piombino  alla  seconda 
sorella  dell'ultimo  principe  .  Tutto  era  stabilito 
colla  mediazione  del  duca  di  Parma,  ma  essendo 
per  altro  necessario  Tassenso  del  re  di  Spagna,  tro# 
vò  il  granduca  contro  ogni  sua  espetlativa  de- 
gli ostacoli  in  quel  ministero,  il  quale  and>iva  di 
impadronirsi  egli  di  Sabbionela.  Propose  il  gran- 
duca per  questa  piazza  una  compensazione,  ma 
ciò  non  appagava  il  d  Olivarcz  primo  niiuislio  di 

Si,  Tose.  Tom.  IQ.  35 


4o6  AVVENIMENTI  STORICI  jén.i6Si> 

Filippo  IV,  perchè  già  pensava  di  maniere  que- 
sta ricca  erede  ad  un  suo  parente.  Tale  repulsa 
alienò  sempre  più  ]''animo  del  granduca  dalia  corte 
di  Spagna,  dalla  soggezione  però  della  quale  non 
v'era  maniera  di  sottrarsi.  Tutti  stupivano  in  ve- 
dere che  il  conte  duca  trascurava  i  principi  ita- 
liani in  un  tempo  nel  quale  i  francesi  già  padroni 
del  Piemonte  minacciavano  il  milanese  e  la  re- 
pubblica di  Venezia  •,  ed  il  papa  di  concerto  coi  me- 
desimi meditava  il  piano  di  escludere  affatto  la 
casa  d^Austria  dal  dominio  dTtalia. 

g.  14.  Il  re  di  Svezia  avea  già  fatto  dei  pro- 
gressi in  Germania,  le  forze  dell'imperatore  eran 
ridotte  agli  estrerai,  ed  il  suo  erario  esaurito.  Egli 
avea  già  spedito  in  Italia  un  ambasciatore  per  do- 
mandare non  solo  dei  soccorsi,  ma  per  promuo- 
vere ancora  una  lega  onde  impedire  a  Guatavo 
almeno  Tingresso  in  Italia.  Questa  lega  era  stata 
trattala  da  Ferdinando  col  papa,  ma  gP  interessi 
dei  principi  italiani  erano  in  tal  guisa  opposti  fra 
loro,  ch'era  impossibile  il  combiuarli.il  granduca 
però  volle  distinguersi  dagli  altri  ,  e  fece  air  im- 
peratore un  donativo  di  centomila  fiorini  e  di 
una  quantità  di  moschetti,  d'armature  e  munizio- 
ni. Per  dar  poi  una  maggior  prova  dei  suo  attac- 
camento a  cesare,  volle  che  i  di  lui  fratelli  Mat- 
tias  e  Francesco  ritornassero  in  Germania  per 
militare  come  volontari  sotto  il  famoso  generale 
Waistein .  Queste  dimostrazioni  del  granduca 
verso  la  casa  d'Austria  irritarono  la  corte  di  Fran- 
cia, essendoché  gP  interessi  di  Luigi  XHI  erano 
ormai  congiunti  con  quelli  del  re  Gustavo,  e  rim- 


5f/?.1631.         DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    IX.  4^7 

peratore  favoriva  manifeslamente  il  duca  d'Or- 
leans, che  già  moveva  le  armi  contro  il  fratello. 
Non  poteva  però  non  dispiacere  alla  code  di  Fran- 
cia qualunque  assistenza  data  allo  imperatore,  ed 
il  cardinale  Richelieu  rinnovò  le  minacce  (12). 

J.  i5.  La  morte  del  re  Gustavo  Adolfo  di 
Sveeia  variò  non  poco  le  circostanze .  Ciò  sicco- 
me animò  gli  austrìaci  a  riprender  lena  per  repri- 
mere i  protestanti  ed  i  francesi,  cosi  gli  spagnuoli 
risoluti  di  muovere  ormai  nuova  guerra  in  Italia 
per  discacciar  le  truppe  francesi  dal  Piemonte  e 
dal  ìlonferralo,  si  rivolsero  al  granduca  per  avere 
dei  soccorsi,  offrendo  al  principe  Giovan  Carlo 
il  generalato  di  mare,  ed  una  pensione  ecclesia- 
stica al  principe  Leopoldo  ultimo  dei  fratelli  del 
granduca  .  Voleano  che  questi  s**  impegnasse  di 
mantenere  per  due  anni  nel  milanese  a  tutte  sue 
spese  seimila  uomini,  come  pure  di  far  servire  le 
sue  forze  marittime  a  sua  Maestà  cattolica.  IVIa  il 
granduca  accettando  con  dimostrazione  di  osse- 
quio le  grazie  fatte  ai  suoi  fratelli,  ricusò  di  sot- 
tomettersi al  gravoso  mantenimento  di  seimila 
fanti,  adducendo  per  giusti  pretesti  la  neutralità 
promessa  ai  francesi,  e  le  gravi  spese  sofferte  nel- 
le passate  calamità,  e  quelle  ch''erano  imminenti 
per  i  nuovi  mali  che  sopraggiungevano  al  grandu- 
cato (i  3). 

g.  16.  La  Toscana  era  ridotta  uno  spettacolo 
di  miseria  e  di  compassione;  la  peste,  che  per 
trascuratezza  degli  spurghi ,  avea  ripullulato  in 
Livorno  si  spargeva  ormai  nelPinferno.  Volterra 
era  restata  quasi  che  spopolata ,  Lucca ,  Pisa  e 


4o8  AVVEINIMENTI  STORia  w^/l.1635. 

Pistoia  erano  infette,  e  la  capitale  sì  trovò  insen- 
sibilmente in  una  recidiva  più  6era  e  sternn'na- 
Irice  del  primo  assalto.  Lo  spavento  del  male  e  '1 
timore  dei  rimedi,  non  meno  violenti  di  quello, 
invasero  la  città,  e  la  morte  dei  principali  ne  ac- 
crebbe la  confusione.  I  tanti  provvedimenti  del 
granduca  e  dei  magistrati  anzi  che  apportare  un 
sollievo  ,  confondevano  maggiormente  V  ordine 
della  società,  e  producevano  un  maggiore  scom- 
piglio. I  passi  erano  chiusi  dappertutto,  il  com- 
mercio era  interdetto,  e  la  sfrenata  licenza  era 
succeduta  al  buon  ordine  ed  alla  sicurezza. 

g.  17.  Fra  tante  calamità  Urbano  Vili  intimò 
al  Galileo  di  portarsi  a  Roma  per  giustificare  da- 
vanti al  tribunale  del  sant'uffizio  alcune  dottrine 
di  fisica  che  da  lui  s'insegnavano  (14).  Fu  fatto 
credere  a  quel  pontefice  che  il  Galileo  V  avesse 
mostrato  nei  suoi  dialoghi  sotto  il  finto  nome  di 
Simplicio,  lo  che  non  poteva  essere  in  conto  ve- 
runo. Quest'  opera  pubblicala  a  Roma  colle  do- 
vute permissioni  fu  una  delle  armi  principali,  delle 
quali  servironsi  i  nemici  del  creatore  della  filo- 
sofìa sperimentale.  Ferdinando  fece  ogni  sforzo 
per  proteggere,  com'  era  costume  dei  Medici ,  il 
suo  maestro  Galileo,  mail  Cicli  ministro  infedele 
del  principe  procurò  di  tradirlo.  AlPepoca  della  se- 
conda invasione  de'francesi  a  Roma  sotto  Timpero 
di  Napoleorte  dicesi  che  fosse  trovato  il  manoscrit- 
to originale  del  suo  processo  negli  archivi  del  san- 
t'uffizio, unitamente  al  quale  v''er3n  molte  lettere 
autografe  di  vari  amici  che  raccomandavano  quei 
venerando  vecchia,  e  fra  queste  una  ve  n'era  det> 


^It.t633.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4^9 

nipote  di  Michelangiolo.  Il  suddetto  volume,  che 
era  ben  grosso,  conteneva  in  ultimo  i  diversi  in- 
terrogatorii  subiti  dal  prevenuto,  le  sue  risposte.,  i 
giudizi  della  congregazione,e  finalmente  tulio  quel 
che  accadde  per  quest'affare  fino  alla  morte  del  Ga- 
lileo. Vi  si  legge  inclusive  che  l'ordine  che  egli  ebbe 
di  portarsi  a  Roma  era  accompagnato  dalle  minac- 
ce, che  se  Gahleo  non  vi  si  portava  bonariamente 
vi  sarebbe  stalo  trasferito  forzatamente  legalo  con 
funi  e  ferri:  anche  i  IVIedici  ebbero  su  di  ciò  minac- 
cianti  avvertenze.  Si  rileva  in  sostanza  che  que- 
staffare  toccava  la  politica  più  chelareligione.il 
granduca  opeiava  in  fatti  per  modo  che  fosse  sal- 
vato il  suo  maestro  a  qualunque  costo.  Galileo  fu 
condannato  alla  prigionia  per  un  tempo  da  de- 
terminarsi in  seguito,  ma  non  subì  né  tortura,  né 
corda  come  solean  soffrire  quei  miseri  che  cadeano 
in  mano  di  quel  rigoroso  tribunale  ^  anzi  egli  fu 
trattato  con  qualche  dolcezza  ,  poich**  ebbe  per 
carcere  il  palazzo  detto  la  Villa  Medici ,  e  che 
egli  slesso  chiamava  delizioso.  In  fine  gli  fu  fatto 
giurare  ch''egli  avrebbe  creduto  d''alIora  in  poi  che 
la  terra  non  girasse  ;  ma  v'è  chi  dice  che  dopo 
questo  forzato  giuramento  Galileo  soggiungesse: 
„  ma  pure  la  terra  gira  „:  e  ciò  proverebbe  che  si 
voleva  soltanto  una  dichiarazione  anticipata,  dopo 
la  quale  si  lasciava  dire  al  Galileo  quel  che  aves- 
se voluto  (i5).  Dopo  non  poche  dolorose  umilia- 
zioni sofferte  in  Roma  ritornò  a  Firenze^  ma  tan- 
to danno  la  salute  di  lui  avea  sofferto,  che  per- 
duta quindi  anche  la  vista  visse  il  rimanente  dei 
suoi  giorni  ritirato  in  campagna,  ed  al  gianduca 

35* 


4  IO  AVVENIMENTI    STOIIICI  jén.163é» 

Ferdinando  non  rimase  che  il  conforto  di  rive- 
derlo e  di  poterlo  assistere  fino  che  visse  (16). 

g.  18.  Angustiavano  ancora  il  grand».ìca  gli  af- 
fari della  regina  Maria  di  Francia,  la  quale  ritira- 
tasi inFiandrarisTegliava  la  compassione  di  tultf 
i  buoni,  ed  ercilaTa  i  nemici  del  re  Luigi  contro 
di  esso,  il  che  recava  molto  timore  al  cardinale- 
di  Richelieu,  e  a  quest'oggetto  insisteva  presso 
il  cav.  Gondi,  acciò  stimolasse  il  granduca  a  vo- 
ler persuaderla  di  rifugiarsi  in  Toscana.  Anche  \e 
nuove  pretenzioni  di  Vittorio  Amadeo  duca  d» 
Savoia  davangli  nuove  inquieludini(  1 7).  Gli  scon- 
volgimenti della  Lorena,  e  le  disgrazie  di  quella 
famiglia  dettero  occasione  al  granduca  di  dimo- 
strare quanto  egli  pregiasse  i  vincoli  delP  amicizia- 
e  della  parentela,  con  accogliere  in  Tos(!ana  qaei 
principi  e  sollevarli  dai  loro  infortuni.  Persegui- 
tati dai  francesi  potettero  il  duca  e  la  duchessa 
sua  sposa  fuggire  sotto  mentito  abito  da  Nancy 
dov'erano  ritenuti,  ed  uscire  da  quei  luogbi  dove 
potevano  essere  scoperti  dalle  guardie  francesi, 
ed  entrati  in  Italia  dopo  molte  fatiche  e  d-isagi, 
furono,  convenientemente  al  loro  rango,  soccorsi 
dal  duca  di  Savoia,  e  di  poi  scortali  sino  ai  con- 
fini del  milanese.  Dopo  un  breve  riposo  in  Mila- 
no fu  loro  procurato  dai  ministri  di  Spagna  rim- 
barco sulle  galere  di  Napoli,  le  quali  vennero 
felicemente  a  Livorno.  Incamminatosi  poi  verso 
Firenze,  il  granduca  con  tutta  la  sua  corte  ed  i 
principali  della  nobiltà  di  Firenze  si  portarono  a 
riceverli  otto  miglia  in  distanza  dalla  città.  Tene- 
rissimo fu  l'incontro,  ed  indicibili  le  dimostra- 


:^Ai.1634.  DEI  TEMFI  MEDICEI  CAP.  IX.  ^11 

zioni  date  loro  di  compassione,  di  amorevolezza, 
di  cordialità  e  di  stima  (  1 8). 

g.  19.  Occupa  vasi  la  corte  di  Toscana  della 
presenza  dei  nuovi  ospiti,  e  ciascun  de^rincipi 
della  medesima  faceva  a  gara  neiresercizio  di  que- 
gli alti  che  richiedea  la  commiserazione  àe\  de- 
plorabile loro  slato  e  la  propria  generosità.  La 
granduchessa  Cristina  apprendeva  per  massioia 
consolazione  in  tanti  disastri  il  poterli  servire  ed 
assistere  personalmente,  e  si  faceva  un  sollievo  di 
piangere  con  i  medesimi.  Essa  poiché  risquoteva 
dal  granduca  tutto  ^ossequio  e  la  deferenza,  e  non 
aveva  mai  desistito  dal  dare  la  principal  direzione 
alla  casa  ed  al  governo,  credè  di  trovare  il  com- 
})imenlo  de'suoi  desideri  nel  vedere  effettuar  le 
nozze  del  granduca  con  la  principessa  d'Urbino. 
Era  essa  ormai  giunta  alPetà  nubile,  e  poteva  fa- 
re sjìcrare  a  Cristina  di  vedere  prima  di  morire 
assicurata  la  successione.  Pervenuta  all'età  di  tre- 
dici anni  questa  principessa  faceva  sperare  la  più 
grande  inclinazione  perla  virtù,  sebben  però  non 
si  mostrasse  dotata  dei  più  rari  talenti.  Il  grandu- 
ca volle  sodisfarla  e  si  celebrò  il  matrimonio  il 
primo  di  agosto;  ma  fu  creduto  bene  per  le  circo»- 
stanze  attuali  di  fare  lo  sposali/io  privatamente 
nel  palazzo  Pitti  colPassistenza  soltanto  della  fa- 
»niglia  e  dei  loro  ospiti.  Madama  Cristina  trovò 
conforto  nel  vedere  compita  un^ opera  (ulta  sna, 
perchè  da  essa  era  stata  inmiaginata  e  condotta 
alla  perfezione.  Questo  contento  Cn  ben  presto 
interrotto  dalP  avviso  della  morte  del  principe 
Francesco  accaduta  in  Germania  nelTassedio  di 


4ia  AVVENIMENTI    STORICI  ^/t.l634. 

Ralisbona  pel  contagio  ch'era  entralo  nelTeser-» 
cito  (19).  I  felici  successi,  promettendo  alla  casa 
d'Austria  il  ristabilimento  della  sua  grandezza,  fa- 
cean  temere  a  Richelieu  che  la  forza  dovesse  finaU 
mente  accelerare  il  ritorno  della  regina  IVIaria:  de- 
siderava egli  perciò  di  allontanarla  dalle  Fiandre, 
e  a  quest'oggetto  fece  sì  che  ilGondi  ministro  del 
granduca  la  persuadesse  ad  accettare  T  invito  di 
Ferdinando  di  ritirarsi  a  Firenze.  Trovolla  il  Gon- 
di  molto  perplessa  a  determinarsi,  poiché  alcune 
ragioni  la  slimolavano  a  far  questo  passo,  ed  al- 
tre la  ritenevano.  In  fine  senza  ricusare  le  offerte 
di  Ferdinando  si  riserbò  a  profittarne  in  circo- 
stanze più  disperate  (ìlo). 

g.  ao.  Nel  tempo  che  una  manifesta  dichiara- 
zione e  gli  sforzi  dei  preparativi  annunziavano 
una  guerra  imminente,  grandi  premure  venivano 
fatte  da  Filippo  IV  e  da  Luigi  Xlll  per  guadagnare 
Fanimo  dei  principi  italiani.  II  ministro  di  Spagna 
si  pentiva  di  aver  posto  in  diffidenza  il  granduca, 
e  cercò  di  addolcirne  le  amarezze,  rimettendo  in 
campo  l'offerta  del  generalato  di  mare  al  principe 
Giovan  Carlo;  si  assegnò  una  pensione  ecclesia- 
stica di  ventiquattromila  scudi  al  principe  Leo- 
poldo, e  per  sodisfare  al  granduca,  gli  fu  esibita  la 
vendita  di  Pontremoli (ai).  Facevansia  Ferdinan- 
do varie  altre  generose  offerte  onde  si  decidesse 
e  movesse  dalla  sua  neutralità',  ma  egli  volle  te- 
nersi sempre  in  questa  coll'una  e  con  l'altra  po- 
tenza, e  in  vece  di  profittare  per  la  propria  fami- 
glia cercar  piuttosto  il  bene  generale  della  Italia. 
A  quest'oggetto  egli  proponeva  una  lega  di  cui 


^/I.1635.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4»^ 

fosse  capo  il  pontefice,  e  in  essa  concorressero  i 
veneziani,  il  duca  di  Savoia,  Genova  e  Parma  per 
opporsi  ai  francesi  egualmente  che  agli  spagnuoli, 
nel  caso  che  si  tentasse  d'alterare  i  domini!  dTta- 
lia.  Questa  però  non  potè  concludersi  a  cagione 
delle  difficoltà  interposte  dal  papa  e  dal  duca  di 
Savoia;  per  lo  che  il  granduca  prese  la  risoluzio- 
ne di  diportarsi  in  maniera  da  rendersi  bene  af- 
fetti gli  spagnuoli,  senza  dar  ombra  ai  francesi, 
essendo  che  gli  armamenti  dei  primi  nei  Preàidii 
toscani,  e  le  nuove  fortificazioni  che  si  erigevano 
in  Piombino  lo  intimorivano  più  delle  forze  lonta- 
ne degli  altri.  Dette  per  ciò  occultamente  dei  soc- 
corsi alla  flotta  dì  Spagna  e  agli  armamenti  dei 
Presidi)  di  Toscana,  e  si  promossero  tacitamente 
dei  nuovi  imprestiti  dal  monte  di  pietà  di  Firen- 
ze a  quella  corona  (aa).  Ferdinando  II  ciò  fece 
perchè  i  francesi  lusingavano,  ma  gli  spagnuoli  of- 
frivano e  quindi  adempivano  le  loro  promesse. 
Filippo  IV  senza  esserne  richiesto, conferita  pro- 
tettorìa  di  Spagna  al  cardinale  deMIedici,  e  gli  ac- 
cordò il  trattamento  di  altezza  fino  allora  contra- 
stalo ai  cadetti  della  famiglia.  Questa  spontanea 
dimostrazione  obbligava  il  granduca  a  non  impe-: 
gnarsi  con  i  francesi,  ma  non  lo  risolveva  a  vin- 
colarsi di  più  cogli  spagnuoli  (a3). 

^.ai.  Mentre  dappertutto  ardeva  la  guerra,  dif-^ 
ficilmenle  poteva  il  granduca  sostenere  il  suo  ca- 
rattere di  pacificatore  e  di  unicamente  inleres-' 
»ato  per  il  bene  d'Italia.  Fu  perciò  necessario  i^  ' 
provvedere  alla  propria  difesa,  e  tener  guarnite' 
le  marine  di  Livorno  e  di  Pisa  di  ragguardevole 


^l4  AVVENIMENTI  STOftlCI  ^«.1636. 

quantità  di  truppe,  per  garantirsi  di  qualche  ina- 
spettata violenza  della  truppa  francese.  Anche  li 
dubhia  fede  di  papa  Urbano  Tobbligava  a  non  tra- 
scurare le  cautele  opportune  per  salvare  le  fron- 
tiere da  qualche  sorpresa.  Vergognavasi  il  grandu- 
ca delle  umiliazioni  alle  quali  Io  avevano  assog- 
gettato la  reggenza  ed  il  consiglio^  considerava 
quanto  debole  e  vile  fosse  stata  la  renunziaal  du- 
cato d'Urbino,  e  sdegnando  il  giogo  servile  in  cui 
Io  avevano  fìn^allora  tenuto  Cristina  e  i  ministri, 
era  già  risoluto  di  svincolarsi  da  qualunque  ri- 
guardo, allorché  il  caso  gli  somministrasse  Tocca- 
sione  di  prendere  per  sé  stesso  liberamente  le  re- 
dini del  governo.  La  granduchessa  Cristina^  mon- 
signor Medici  arcivescovo  di  Pisa,  il  conte  Orso 
d''Elci  ed  il  Gioii  formavano  un  consiglio  perma- 
nente che  dirigeva  qualunque  determinazione  del 
granduca.  Egli  di  maP  animo  soffriva  una  servitù 
che  conveniva  si  poco  al  suo  carattere  fervido,  il- 
luminato e  superiore  a  qualunque  bassezza  ed 
umiliazione. 

g.  aa.  La  morte  deir  arcivescovo  di  Pisa  ac- 
caduta nel  gennaio  del  i6S6  cominciò  a  scio- 
gliere questo  consiglio,  il  quale  si  estiuse  poi  to- 
talmente con  quella  del  conte  Orso  d''Elci,  che 
accadde  il  i5  settembre.  Per  rendere  più  libero  e 
sciolto  il  granduca  da  ogni  riguardo  neiresercizio 
del  suo  governo  vi  concorse  quasi  nel  tempo  stes- 
so anco  la  morte  di  ìVIadama  Cristina.  Questa  in- 
debolita dai  dispiaceri  privati  e  dalPetà  di  ^a  an- 
ni stava  alla  villa  di  Castello  per  isfuggire  il  rigore 
del  clima  della  città,  allorché  sorpresa  da  una  re« 


.^/1.1636.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  4*5 

sipola  nella  testa,  dopo  due  giorni  di  malattìa  cessò 
dì  vivere  il  ao  dicembre.  La  perdita  di  questa 
principessa  fu  sensibile  al  granduca  e  a  lutti  della 
casa  Medici,  per  il  riflesso  che  dettava  loro  la  gra- 
titudine .  Un  attacco  cordiale  ed  amorevole  allo 
stato  ed  alla  casa  avea  sempre  occupata  la  sua  at- 
tenzione; e  se  qualche  abuso  s*era  insinuato  ÌQ 
tempo  del  suo  governo  è  più  effetto  di  debolezza 
che  di  negligenza.  Arricchita  da  Ferdinando  I  di 
un  appannaggio  assai  ragguardevole,  ebbe  luogo 
di  esercitare  molti  atlidi  beneGcenza,che  gli  gua- 
dagnarono il  cuore  del  pubblico.  Una  pietà  rego- 
lata dalle  idee  di  quel  secolo  gl'ispirò  la  passione 
di  fondare  dei  conventi,  e  molliplicare  nel  gran- 
ducato i  frati  e  le  monache,  e  gli  ecclesiastici  da 
lei  sempre  favoriti  eprotelli  facilmente  poterono 
abusare  di  questa  pietà  per  influire  sopra  al  go- 
verno. Pare  che  i  duchi  di  Lorena  prevedessero 
questa  morte,  poiché  al  principio  di  novembre  si 
erano  già  allontanati  dalla  Toscana  per  ritirarsi  a 
Vienna,  dove  li  invitava  l'imperatore,  e  dove  per 
i  prosperi  successi  della  casa  d'Austria  era  più  fa- 
cile il  cooperare  alla  ricuperazione  della  Lore- 
na (a4).  L'opinione  che  s**  era  acquistata  Ferdi- 
nando di  principe  illuminato,  virtuoso  e  magnani- 
mo accrebbesi  per  le  premure  da  lui  impiegate 
per  salvare  il  duca  di  Parma  suo  cognato  dalle 
forze  degli  spagnuoli  e  dagli  ordini  di  Urbano  VIIL 
Fattosi  il  granduca  mediatore  tra  il  redi  Spagna  e 
il  duca  di  Parma  ottenne  tìnalmente  che  questi 
firmasse  un  trattalo,  lo  che  non  fece  il  Farnese 
se  noa  ridotto  air  eilremilà  ,  non  avendo  pid 


'4l6  AVVENIMENTI    STORICI  ^/f.l637. 

viveri  e  disperando  affatto  del  soccorso  france- 
se (2,5), 

§.  aS.Per  quanto  questo  trattato  si  eseguisse  da 
ambe  le  parli  nei  punti  più  essenziali,  pure  nate 
delle  vertenze  fra  loro s''inasprirono  maggiormente, 
cosicché  fu  necessario  lulto  l'impegno  e  J^  opera 
del  granduca  per  impedire  che  non  si  venisse 
a  nuova  rottura.  A  quest''oggt:lto  in  occasione  di 
dar  egli  in  questo  tempo  effetto  solenne  alle  noz- 
ze colla  principessa  Vittoria  d**  Uibino  di  casa 
della  Rovere,  già  privatamente  sposata,  determi- 
nò d*  invitare  a  Firenze  per  assistere  alle  mede- 
sime il  duca  di  Parma,  che  in  fatto  venne,  e  Fer- 
dinando potette  in  quella  circostanza  ammansire 
la  di  lui  collera  contro  i  ministri  di  Spagna,  e 
ridurlo  ad  un  contegno   più  ragionevole  (a6). 

g.  24*  Doveasi  per  necessità  in  Firenze  ripa- 
rare al  grave  dispendio  sofferto  dal  monte  di  pietà 
nelle  antecedenti  disavventure ,  ascendente  alla 
feomma  di  800,000  ducati.  Il  senato  ne  avea  pro- 
posti i  mezzi,  fra  i  quali  fu  quello  di  accrescere 
la  gabella  della  macina,  e  nel  mese  di  aprile  fu 
ordinato  con  pubblico  bando  quest'aumento.  Co- 
simo l  con  legge  del  j5òa  e  i553  per  supplire 
alle  spese  della  guerra  di  Siena  avea  stabilita 
questa  imposizione  che  feriva  indistintamente 
gli  ecclesiastici  ed  i  secolari,  ed  a  tal  novità  non 
si  oppose  mai  la  corte  di  Roma.  11  supremo  do- 
minio che  hanno  tutti  i  principi  sulle  acque  dei 
loro  stati ,  li  autorizza  ad  imporre  sopra  V  uso 
delle  medesime  quel  prezzo^che  sembra  loro  pro^ 
porziouato  alla  convenienza,  propria  alle  forze  dei 


w^rt.  1637.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4' 7 

sudditi.  Questo  incontrastabile  principio  di  dritto 
pubblico,  non  controverso  a  Cosimo  l  ,  indusse 
Ferdinando  II  ad  esercitarlo  liberamente  con  ac- 
crescerne rimposizione.  Ciò  fu  una  nuova  ragio- 
ne di  disgusto  tra  le  corti  di  Roma  e  di  To- 
scana ,  poiché  il  nunzio  pontifìcio  minacciò  la 
scomunica  agli  esecutori  di  questa  legge,  ed  essi 
la  lasciarono  dormire.  menUe  Ferdinando  que- 
stionava con  Roma  intorno  al  dritto  di  tassazio- 
ne, e  per  mezzo  dei  primi  canonisti  di  Francia  e 
di  Spagna  giustificava  con  le  ragioni  la  sua  con- 
dotta (27). 

§.  2S.  àrdeva  la  guerra  da  ogni  parte  tra  la  casa 
d'Austria  ed  i  francesi,  i  quali  avendo  conquistato 
Pinarolo  e  Casale  minacciavano  una  variazione 
di  dominii  d'Italia,  aggiungendosi  di  più  la  morte 
di  Vittorio  Amadeo  duca  di  Savoia,  la  quale  ob- 
bligò perciò  il  granduca  Ferdinando,  e  ''ì  duca  di 
Parma  a  pensare  seriamente  alle  circostanze  at- 
tuali, poiché  se  la  duchessa  vedova  avesse  cedu- 
te le  forze  del  Piemonte  ai  francesi,  avrebbe  ad 
essi  facilitala  Peffettuazione  dei  loro  disegni.  Il 
papa  parlava  sempre  di  pace,  ma  non  con  grande 
impegno,  perchè  dalla  guerra  sperava  degli  avanza- 
menti pei  suoi  nipoti,  succedendo  delle  variazioni 
in  Italia.  Le  sue  mire  erano  dirette  alla  Toscana 
edagli  stati  del  Farnese.,  e  quelle  dei  suoi  nipoti 
in  modo  speciale  all'acquisto  del  ducato  di  Castro 
e  di  Ronciglione^  laonde  tanto  il  granduca  che  il 
prelodato  Farnese  si  collegarono  maggiormen- 
te insieme  per  opporsi  ai  loro  disegni  e  progeU 
li  (a8).  i? 

Ò7.  Tose.   Tom.  10.  3G 


4l8  AVVEINMENTI  STORIOl  ^«.1638. 

g.a6.  La  nuova  legge  fatta  da  Ferdinando  sul- 
Taumento  della  gabella  del  macinato  diventò  più 
seria,  poiché  il  papa  venne  alle  vie  di  fatto:  s'in- 
tentò un  processo  in  Roma  senz^ascoltare  le  ragio- 
ni e  ledifesedelgranduca,e  si  minacciò  Pinterdedo. 
Fu  in  oltre  devoluto  alla  camera  apostolica  il  feudo 
di  Castel  di  Rio,  che  gli  àlidosi  possedevano  da 
tempo  immemorabile,  e  con  tutlo  che  il  grandu- 
ca facesse  preventivamente  levare  da  quel  ca- 
stello la  sua  bandiera,  e  dichiarasse  alla  corte  di 
Roma  che  era  inutile  il  procedere  colle  armi ,  e 
poiché  ninno  pensava  di  fare  opposizione  a  sua 
Santità,  non  ostante  si  videro  comparir  nuove 
truppe  dalla  parte  di  Città  di  Castello,  erigere 
fortificazioni  e  trasportare  artiglierie^  cosicché  il 
granduca  temendo  di  una  sorpresa  al  Borgo  San 
Sepolcro,  spedì  tutte  le  sue  bande  sopra  la  frou- 
tiera,e  fortificò  la  città  del  Borgo.  L''ambasciatore 
però  di  Spagna  a  Roma  dichiarò  che  se  sua  Santità 
avesse  commesse  delle  ostilità  contro  al  grandu- 
ca, sarebb'egli  stato  obbligato  a  prestare  a  questo 
i  soccorsi  a  forma  del  trattato  del  i557,  e  muo- 
versi dalla  parte  del  regno  per  attaccare  lo  stato 
ecclesiastico.  Questa  dichiarazione  intimorì  il  pa- 
pa ed  i  Barberini,  che  ritirarono  le  truppe  da  Città 
di  Castello,  e  non  si  parlò  altrimenti  della  impo- 
sizione per  gli  ecclesiastici  sulle  macine  (29). 

g.  27.  In  mezzo  a  tante  inquietudioi  non  era- 
si perduta  in  Toscana  la  speranza  di  conseguire 
la  tranquillità,  mentre  i  Barberini,  in  occasione 
di  trasferire  a  Roma  due  sorelle  del  papa,  mona- 
che in  Firenze,  esercitando  verso  il  granduca  de- 


^/l.1639.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4^9 

gli  alti  di  ossequio,  aprirono  la  strada  a  trattare 
di  una  perfetta  riconciliazione.  Un  frate  scalzo  fu 
il  ministro  incaricato  di  questa  pratica  :  in  tale 
intervallo  di  quiete  il  granduca  godette  la  com- 
pagnia della  duchessa  di  Parma  sua  sorella,  e  si 
rallegrò  della  speranza  di  prole  che  gli  annunzia- 
va la  sua  moglie.  Ma  una  tal  quiete  cangiò  aspetto, 
poiché  tornato  il  frate  da  Roma  con  proposizioni 
inattendibili  e  rigettate  dal  granduca,  i  Barberini 
e5er<Mtarono  di  nuovo  la  loro  arroganza,  ed  il 
papa,  minacciando  interdetti ,  intraprese  tosto  a 
violare  le  condizioni  del  concordato  di  Urbino  . 
Persuaso  Ferdinando  della  sicurezza  della  propria 
coscienza  attendeva  con  animo  intrepido  i  colpi 
del  furore  di  Urbano  Vili,  non  senza  procurare 
ogni  mezzo  per  reprimere  Torgoglio  degli  eccle- 
siastici, poiché  fece  demolire  una  carcere  che  il 
nunzio  aveva  ardito  di  erigere  in  casa  jiropria.  La 
prelesa  immunità  ecclesiastica  impediva  T  eser- 
cizio della  giustizia,  ed  in  occasione  di  un  atroce 
assassinio  commesso  in  città  furono  estratti  vio- 
lentemente dalla  chiesa  i  sicari.  Raddoppiavano  le 
animosità  e  gl'insulti,  e  P  orgoglio  della  corte  di 
Roma  divenne  l'oggetto  della  pubblica  detesta- 
zione (3  o). 

g.  V.8.  L'orgoglio  dei  Barberini  s'aera  ormai  V€^ 
so  insoffribile  a  tutte  le  corti  che  attendevano  il 
momento  di  poterli  umiliare.  Questo  sentimento 
comune  a  tutti  i  principi  delTItalia  avea  fallo  ri- 
flfoìvere  il  granduca  a  proteggere  la  repubblica 
di  Lucca,  la  di  cui  piccolezza  non  era  sfuggita 
agli  attentati  della  corte  di  Roma.  Era  proibito  a 


4^0  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1640. 

qualsivoglia  cittadino  o  suddito  di  Lucca  V  uso 
delle  armi  sotto  gravissime  pene.  Era  vescovo  di 
quella  città  il  cardinal  F'ranciotti  cittadino  della 
medesima  ,  il  quale  come  cardinale  e  vescovo 
reputandosi  superiore  alle  leggi  della  sua  pa- 
tria ,  armando  i  propri  domestici  li  poneva  in 
grado  di  soverchiare  gli  altri  sudditi  inermi.  La 
repubblica  domandò  in  grazia  al  cardinale  che 
impedisse  questo  disordine,  ma  nulla  ottenne  (3 1). 
Risolvette  allora  di  far  ricorso  al  pontefice,  in- 
viandovi per  tal  motivo  un  deputato,  il  quale  dopo 
lunghe  dispui azioni  fu  scaccialo  da  Roma:  soprac- 
che  i  lucchesi,  come  per  vendicarsi,  condannaro- 
no due  fratelli  del  vescovo  ,  ch'erano  in  Lucca  , 
per  certi  delitti ,  di  cui  erano  accusati  e  privati 
pur  anco  delle  magistrature  .  Il  papa  allora  fece 
sequestrare  tutti  i  beni  dei  lucchesi  in  Roma,  e 
pubblicò  che  egli  manderebbe  a  Lucca  un  com- 
missario per  esaminar  la  cosa  e  per  interdire  la 
repubblica  se  non  si  sottometteva.  Ora  la  diocesi 
di  Lucca  comprendendo  una  parte  del  territorio 
granducale,  la  corte  di  Toscana  s'interessò  per  i 
lucchesi.  Il  commissario  del  pontefice  non  ardì 
entrare  nel  territorio  lucchese,  e  si  contentò  di 
scagliare  dalla  Torretta  un  innocente  scomunica 
contro  la  repubblica  il  29  di  marzo  1640  (Sa). 

§.  ag.JVIa  quello  che  più  occupava  l'animo  del 
granduca  era  la  flotta  francese  che  veleggiava  nel 
Mediterraneo,  non  senza  timore  che  macchinasse 
qualche  sorpresa  nel  regno  di  Napoli  o  su  i  porti 
spagnuoli  dello  stato  di  Siena  .  Questa  flotta  fu 
nceyuta  a  Livorno»  ed  il  granduca  per  mantenere 


Jn. Ì6i0.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4»  l 

queir  apparenza  di  neutralità  che  aiFettava  di 
professare  per  la  Francia  ,  non  mancò  di  sovve- 
nirla di  viveri,  e  di  facilitarle  il  riattamento  (33). 
Maggior  dispiacere  arrecarono  a  Ferdinando  II 
le  disposizioni  ostili  del  papa,  poiché  si  manife- 
starono con  dei  vigorosi  armamenti  sotto  la  di- 
rezione e  condotta  di  don  Taddeo  Barberini  di  lui 
nipote  e  generale  di  santa  chiesa,  che  già  già  mi- 
nacciavano gli  stati  di  Parma  e  Piacenza.  Viter- 
bo era  la  piazza  d^  arme  verso  cui  sfidavano  le 
soldatesche  papali,  e  questa  vicinanza  obbligò  il 
granduca  a  riunire  sulle  frontiere  dello  stato  di 
Siena  un  corpo  di  6000  uomini^  un  egual  nume- 
ro di  truppa  più  regolata  ed  esercitata  distribuì 
in  quartieri  fra  Pisa,  Prato  e  Mugello,  e  pose  in 
ordine  per  servire  in  qualsivoglia  occorrenza  un 
corpo  di  i5oo  cavalli.  Tale  armamento  fatto  con 
celerità  non  mancò  di  porre  i  Barberini  in  sospet- 
to, e  perciò  il  pontefice  protestava  di  non  avere 
altra  mira  che  di  farsi  obbedire  da  un  suo  vassallo, 
e  di  render  giustizia  ai  creditori  del  duca  oolPen- 
tratadi  Castro.  Queste  novità  ofifendevanoglispa- 
gnuoli,i  quali, naturalmente  gelosi  di  vedere  armati 
principi  italiani,  soffrivano  anco  il  danno  di  non 
poterne  ricevere  dei  rilevanti  soccorsi.  In  Firen- 
ze un  questore  di  Milano  domandava  danari  e 
soccorsi  con  oflTrire  Pontremoli  in  vendita,  men- 
tre un  altro  ministro  del  viceré  di  Napoli  colla 
stessa  domanda  offriva  i  porli  di  Siena.  Pressalo 
il  granduca  a  risolvere  rigettò  le  proposizioni  dei 
ministri  spagnuoli ,  dileguò  con  autentici  docu- 
menti ogni  loro  sospetto  ,  e  sottoponendo  alla 

3C* 


42.2,  AVVENIMENTI  STORICI  ^/t.1642. 

loro  considerazione  la  necessità  di  conservare 
sé  stesso  e  difendere  i  propri  stati,  si  disimpegnò 
intieramente  dal  somministrare  qualunque  soc- 
corso (34). 

g.  00.  Il  timore  d**  uno  sconvolgimento  politi- 
co in  Italia  fece  pensare  seriamente  ad  una  lega 
italica  5  che  dopo  molti  ostacoli  e  difficoltà  fu 
conclusa  in  Venezia  il  di  3i  agosto  del  1^42.  tra 
il  granduca  di  Toscana,  la  repubblica  di  Venezia 
ed  il  duca  di  Modena^  ed  il  giorno  dopo  fu  segna- 
to un  articolo  segreto,  in  cui  si  obbligarono  di 
assistere  il  duca  di  Parma  con  lutti  quei  mezzi 
che  fossero  creduti  di  comune  consenso  più  con- 
venienti (35).  Questa  lega  dovea  durare  10  anni, 
e  si  dava  luogo  a  tulli  gli  altri  principi  italiani  di 
esservi  ricevuti,  accettandone  le  condizioni.  LT- 
talia  era  impaziente  di  vedere  lo  sviluppo  di  que- 
sto nodo  ,  e  M  granduca  festeggiava  intanto  in 
Firenze  la  nascita  del  suo  primogenito,  poiché 
dopo  due  parti  infelici,  la  granduchessa  Vittoria 
avea  dato  alla  luce  il  di  14  agosto  un  successore 
alia  corona.  La  straordinaria  letizia  che  il  gran- 
duca ed  i  popoli  dimostrarono  per  questo  avve- 
nimento non  impedì  per  altro  i  preparativi  di 
guerra,  che  facevansi  a  favore  del  Farnese  di  lui 
cognato.  Si  riunì  V  esercito  in  numero  di  8000 
fanti  e  1000  cavalli  per  farlo  marciare  ai  confini, 
ed  in  tale  occasione  Cortona  fu  luogo  di  deposito 
o  piazza  d'arme  delle  soldatesche  necessarie  alla 
guerra, e  ricevette  numeroso  presidio  sotto  il  prin- 
cipe don  Mattias  fratello  del  granduca,  ed  il  mar- 
qh^sq  l^pre^ZQ  dei  Medici.  Fu  anche  posta  in  stato 


AnA&i2,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  ^'JL^ 

di  difesa   ed   ebbe  chiuse  a   terrapieno  le  por- 
te (36). 

g.  3i.  A  Roma  combattevano  fra  loro  per  mez- 
zo di  sgherri  il  vescovo  di  Lamego  ed  il  marche- 
se de  Los  Velez  ambasciatore  di  Spagna  ,  perchè 
non  poteva  soffrire  che  questo  vescovo  passeg- 
giasse per  la  città  di  Roma  con  treno  di  ambascia- 
tore, e  lo  precedeva  con  armi  per  assalirlo.  Roma 
rimase  sconcertata  non  solo  per  tali  scaramucce, 
ma  perchè  il  papa  e  tutta  la  corte  temevano  che  al 
duca  di  Parma  si  unissero  anco  le  truppe  che  il 
granduca  teneva  ai  confini,  e  tanto  era  fra  loro 

10  spavento,  che  pareagli  d\iverli  alle  porle  della 
città,  per  cui  il  pontefice  si  ritirò  nel  Vaticano. 

11  duca  di  Parma  domandò  il  passo  delle  sue  trup- 
pe armate  per  il  granducato  onde  proseguire  la 
loro  marcia  per  la  romagna  papale.  Entrato  nel 
granducato  a  Galeata  e  passato  pel  Casentino  ad 
Arezzo,  si  portò  di  nuovo,  spalleggiato  ai  confini 
dalPesercito  granducale,  nello  stato  ecclesiastico 
verso  Perugia,  dove  occupò  Città  della  Pieve,  ed 
\^\  stabilì  di  riposare  le  sue  genti.  Assicurato  poi 
che  il  granduca  non  volea  riunir  seco  le  forze  a 
danno  dello  stato  ecclesiastico,  parendogli  troppo 
difficile  il  prendere  posto  nello  stato  di  Castro,  ri- 
solvette di  fortificarsi  in  quelle  parti,  sostenendo 
Città  della  Pieve  e  Castiglione  del  Lago  per  at- 
ten(l<Te  un  soccorso  di  4ooo  fanti  e  5oo  cavalli, 
che  il  principe  Francesco  suo  fratello  dovea  cou- 
durgli  da  Parma  per  la  Toscana.  Quest**  affare  si 
mise  in  negoziati  tra  i  Barberini  nipoti  del  pa- 


4^4  AVVENIMENTI  STORICI  An.\6A2. 

pa,  i  ministri  della  Francia  e  del  granduca,  cioè 
in  quella  via  che  appunto  giovava  ai  primi  per 
guadagnar  tempo  e  fortificarsi .  L'ozio  intanto  e 
la  voce  di  un  vicino  aggiustamento  ispirò  la  di- 
serzione ai  soldati  del  duca  di  Parma, e  quanto  più 
gli  altri  crescevano  di  forze  e  si  sminuiva  la 
paura,  tanto  più  egli  andavasi  di  giorno  in  gior- 
no indebolendo.  Ciò  nonostante  si  formò  una  ca- 
pitolazione e  parve  accordato  il  deposito  di  Castro. 
Si  venne  anche  a  qualche  sospensione  di  armi  ^ 
ma  il  duca  in  fine  si  trovò  burlato  da  chi  ne  sapea 
più  di  lui  in  questo  mestiere,  poiché  fu  ridotto 
in  istrettezza  di  foraggi  e  di  viveri  sotto  la  stagio- 
ne d'inverno,  per  cui  prese  la  risoluzione  di  tor- 
narsene indietro,  lagnandosi  fortemente  del  gran- 
duca cognato,  che  a  riserva  di  un  tenue  aiuto  di 
denaro ,  con  sole  parole  avealo  ampiamente  as- 
sistito (3;). 

g.  3a.  Il  duca  Farnese  traversò  la  Toscana 
e  colla  sua  cavallerìa,  indebolita  e  sbandata  per 
più  di  un  terzo,  per  la  montagna  di  Pistoia  si 
condusse  nello  sfato  di  Modena  burlato  e  diffa- 
mato dai  Barberini,  e  deriso  dai  preti  rome  sco- 
municato. A.  Roma  si  pubblicò  che  la  rottura  di 
questo  trattato  derivava  dalla  mancanza  di  fede 
del  duca.  Ma  intanto  si  riunivano  gli  eserciti,  il 
che  obbligò  il  granduca  a  piantare  il  campo  a 
Pienza  per  essere  in  grado  di  guardare  tutta  quel- 
la frontiera  dalle  invasioni.  Questa  mutazione  di 
scena  somministrò  ai  curiosi  materia  di  ridere,  ri- 
tletlendo  che  Pastuzia  dei  Barberini  avea  saputo 


^/t.1643.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  42.5 

correggere  rinconsiderato  ardire  del  Farnese ,  e 
come  la  lega  con  forze  sì  ragguardevoli  si  stesse 
spettatrice  indolente  di  questo  insulto  (38). 

5.  33.  Per  gli  arlitizi  coi  quali  erano  stati 
sonoramente  beffati  dai  Barberini  e  dai  loro  mi- 
nistri nel  precedente  trattato  di  concordia  ,  sta- 
vano con  gli  animi  assai  alterali  i  collegati,  cioè 
la  veneta  repubblica,  il  granduca,  il  duca  di  Mo- 
dena, e  maggiornìenle  il  duca  di  Parma,  il  quale 
trovavasi  più  che  mai  inviluppato  con  soldate- 
sche sopra  le  sue  forze,  e  senza  quei  mezzi  che 
occorrono  per  cominciare  e  proseguire  il  trop- 
po dispendioso  impegno  delle  guerre  (39).  De- 
terminate adunque  le  forze  della  lega  in  18000 
fanti  e  2700  cavalli ,  fu  stabilito  formarsi  due  e- 
sercili  ,  uno  in  Lombardia  sotto  il  comando  di 
chi  sarebbe  concordato  fra  la  repubblica  e''l  duca 
di  Modena,  e  V  altro  in  Toscana  sotto  gli  ordini 
del  granduca  ,  ed  agire  ambedue  contro  lo  stato 
ecclesiastico  nelTistesso  giorno.  Ciascuno  di  que- 
sti eserciti  doveva  inalberare  lo  stendardo  della 
lega,  in  cui  erano  delineate  le  armi  dei  principi 
collegati,  col  motto  Pro  hono  pacis .  La  pubbli- 
cazione di  questo  trattato  fu  preceduta  dai  fatti , 
giacché  la  repubblica,  occupate  le  rive  del  Pò,  in- 
cominciò ad  estendere  le  sue  conquiste  pel  Po-- 
lesine:  il  duca  di  Parma  non  potendo  più  conte-: 
nere  nei  suoi  stati  P  esercito  si  avanzò  nel  fer- 
rarese ,  occupando  con  facilità  il  lìondeno  e  la 
Stellata ,  nei  quali  posti  si  fortificò  iu  modo  da 
ritrarne  comodamente  dai  paesi  circonvicini  la 
sussistenza  per  le  sue  truppa»  11  Qardiaak  àoto*. 


426  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.1643. 

Ilio  Barberini,  in  cui  era  riunito  il  governo  delle 
tre  legazioni  ,  avendo  cangiata  la  porpora  nello 
usbergo,  riuniva  Tesercito  nel  bolognese,  mentre 
il  papa,  preparandosi  un  quartiere  in  Castel  san- 
f  Angelo,  godeva  di  aver  nipoti  cosi  guerrieri ,  e 
che  ormai  stasse  in  suo  potere  il  bene  ed  il  male 
dell'Italia.  Il  duca  di  Modena  stanco  ormai  d''ogni 
indugio  s'inoltrò  nel  ferrarese  prendendo  posto 
in  vicinanza  della  Stellata,  per  attendere  unita- 
mente col  duca  di  Parma,  che  dopo  essersi  la  re- 
pubblica dì  Venezia  impossessata  di  tutto  il  Po- 
lesine si  unissero  in  un  sol  corpo  tutte  queste 
forze  per  inoltrarsi  con  più  vigorosa  operazione 
nello  stalo  ecclesiastico  (4o). 

g.  34*  Anche  Ferdinando  II  non  tardò  arouo« 
versi  secondo  il  eoncertato ,  poiché  avendo  fino 
dal  5  di  giugno  mosso  da  Firenze  il  traino  del- 
Tartiglierìa  e  di  tutto  l'equipaggio  da  guerra  se  ne 
partì  colla  sua  corte  verso  la  Val  di  Chiana  ,  ove 
dovea  riunirsi  tutto  Tesercito.  Firenze,  ove  dopo 
un  secolo  di  tranquillità  era  estinta  ogni  idea 
della  guerra,  accompagnò  con  voti  di  un  felice 
successo  il  suo  principe,  e  molti  della  nobiltà  Io 
seguitarono  volontariamente  aH'irapresa.La  gran- 
duchessa restò  al  governo  del  granducato  e  della 
famiglia  ,  mentre  il  principe  Gio.  Carlo  assisteva 
al  granduca  ,  Maltias  comandava  alP  esercito,  e 
Leopoldo  governava  lo  stato  di  Siena  .  Sì  fece 
presso  Montepulciano  la  rassegna  generale  dì  tut- 
to Tesercito  che  si  trovò  esser  composto  di  otto 
reggimenti  di  fanterìa,  parte  di  leva  e  parte  delle 
bande  ordinarie  del  granduca,  di  un  reggimento 


^n.Ui43.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP,  IX.  4^7 

tedesco  e  di  sedici  compagnie  di  cavallerìa,  quat- 
tro delie  quali  erano  corazze  levate  in  Germania, 
di  un  reggimento  di  dragoni  e  5o  pezzi  di  arti- 
glierìa .  Il  generale  marchese  del  Borro  coman- 
dava tulio  r  esercito  come  luogotenente  del 
principe  Mattia.?  che  n'aera  generalissimo.  Aduna- 
tosi pertanto  dai  capi  dell'  esercito  il  consiglio 
di  guerra,  fu  risoluto  d'  inoltrarsi  nello  stato  ec- 
clesiastico in  due  divisioni.  Riconosciuto  di  poi 
più  espediente  il  riunirsi,  fu  proceduto  alla  espu- 
gnazione di  Città  della  Pieve  nel  domìnio  eccle- 
siastico, lontana  tre  miglia  dai  confini  del  gran- 
ducato .  Indirizzato  il  cannone  contro  la  piazza 
dopo  pochi  colpi  cominciò  la  citta  a  parlamentare, 
e  ne  furono  nel  giorno  stesso  concordate  le  capi- 
tolazioni. Il  granduca  si  mosse  da  Chiusi  per 
vedere  questa  nuova  conquista,  e  la  ritirala  del 
presidio  che  disarmato  e  senza  insegne  e  tam- 
buri fu  convolato  ad  Orvieto.  Un  principio  così 
forlunato  annunziava  i  successi  felici  di  questa 
campagna  ,  ed  incoraggiva  i  toscani  alT  impresa: 
le  invasioni  però  dei  papalini  nel  modanese  e  le 
tergiversazioni  del  duca  di  Parma  sconcertarono 
i  primi  disegni  dei  collegali  ^  ma  nondimeno  il 
granduca  volle  che  si  proseguisse  con  ogni  rigore 
l'impresa. 

g.  X5.  Assicurata  pertanlo  con  valido  presidio 
e  nuove  fortificazioni  Città  de  ila  Pieve,  fu  intra- 
preso Tassedio  di  (^astiglion  del  Lago.  Questa  città 
posta  in  una  penisola  sul  lago  di  Perugia  presidia- 
ta da  òooo  soldati,  forliticala  e  guarnita  d'artiglie- 
rìa ,  era  guardala  dal  duca  della  Cernia  signore 


428  AVVENIMENTI  STORICI  u^/2.164J. 

della  medesima.  La  situazione  isolata  della  piazza 
ne  impediva  l'accesso,  e  le  trincere  piantale  sulla 
lingua  che  V  univa  alla  terra  V  assicuravano  da 
qualunque  sorpresa  da  quella  parie.  Altri  castelli 
posti  come  in  anfiteatro  di  una  quasi  simile  situa- 
zione rendevano  facile  ai  papalini  il  soccorso  e 
la  ritirata ,  tanto  più  che  avendo  sul  lago  una 
flottiglia  di  piccole  barche  ripiene  di  armali  po- 
teano  infestare  il  nemico  nel  preparare  gli  ap- 
procci. Col  favore  della  notte  il  generale  ilei  Bor- 
ro fece  agire  la  truppa  nell'acqua,  dove  aprendosi 
per  mezzo  di  fascinate  la  strada  potette  guada- 
gnare tre  posti  importanti  per  piantarvi  le  arti- 
glierìe ed  astringere  la  piazza  a  capitolare  .  Fu 
incontrala  nei  difensori  una  resistenza  non  ordi- 
naria, per  la  speranza  che  aveano  di  un  pronto 
soccorso,  ma  dopo  che  per  quattro  giorni  la  piaz- 
za battuta  dairartiglieria  non  era  più  in  grado  di 
riparare  gPassalti.vedendo  di  non  avere  una  ritira- 
ta si  arresero  a  condizionionorcvoli.il  duca  della 
Cornia  consegnando  tutti  i  luoghi  di  sua  giuri- 
sdizione si  sottopose  alla  protezione  della  lega,  e 
ciò  fu  causa  che  il  papa  lo  dichiarasse  ribelle  e 
decaduto  dal  feudo  (41).  Il  granduca  bramoso  di 
veder  l'esito  di  questo  assedio  stava  nella  terraz- 
za o  spaldo  posto  fuori  della  porta  di  s.  Dome- 
nico detta  la  Carbonaia  in  Cortona  ad  osservarne 
da  lungi  gli  andamenti  (4a)  con  un  buon  telesco- 
pio. 

g.  36.  T  toscani  si  gloriavano  di  questo  suc- 
cesso non  tanto  per  la  difficoltà  delP  impresa  , 
quanto  ancora  perche  nelPatto  della    dedizione 


^fl.1643.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  4^9 

si  trovava  ìq  distanza  di  quattro  miglia  il  soc- 
corso papale  in  numero  di  diecimila  fanti  e  due- 
mila cavalli.  L'  acquisto  di  Castiglione  siccome 
somministrò  i  mezzi  di  armare  una  flottiglia  sul 
lago,  cosi  facilitò  ai  toscani  il  dominio  del  lago 
medesimo,  e  l'occupazione  di  molti  castelli  si- 
tuati su  quella  sponda,  e  specialmente  di  Passi- 
gnano,  che  apriva  la  strada  per  inoltrarsi  a  Peru- 
gia .  I  presidii  necessari  per  conservare  queste 
conquiste  snervarono  T  esercito  del  granduca;  la 
repubblica  non  spediva  il  rinforzo  promesso:  non 
potendo  il  duca  di  Modena  contenersi  nei  puri 
limiti  della  difesa  distraeva  di  troppo  le  forze 
della  lega,  che  dovendo  agire  con  due  soli  coipi, 
leslava  indebolila  per  sostenere  le  operazioni  di 
un  terzo  .  Si  reclutarono  in  gran  fretta  nuove 
truppe  in  Toscana,  e  per  occupare  i  papalini  an- 
cora sul  mare,  il  granduca  spedi  sei  galeie  per 
danneggiare  le  coste  dello  stalo  ecclesiastico,  ed 
impedire  nei  porti  del  papa  l'ingresso  delle  vet^i 
tovaglie  e  delle  provvisioni  da  guerra  (43).  ^^ 

g.  37.  Proseguivano  nondimeno  i  toscani  le 
loro  conquiste  nel  perugino,  e  sugli  occhi  del- 
l' esercito  pontilicio,  che  avvicinatosi  non  ardi<^ 
va  venire  a  battaglia,  abbruciavano  dei  castelli  e 
depredavano  quelle  campagne.  11  primo  saggio  di 
valore  di  questo  esercito  fu  il  tentare  con  un 
distaccamento  di  tremila  fanti  e  mille  cavaUi  la 
recuperazione  di  Città  della  Pieve,  ma  trovandovi 
acci^escìute  le  forti ticazioni,  e  dando  tempo  al 
soccorso  ne  furono  respinti  con  qualche  perdila, 
esseudovene  rimasti  80  morti  e  12.9  iei'iii.  I)q|»9 

Si,    Tose.  Tom,  10.  37 


4^0  AVVENIMENTI     STORICI  ^n.1645. 

questi  successi  gli  eserciti  del  perugino  si  slava- 
no quasi  a  fronte  senza  operare  ,  se  non  che  con 
vari  distaccamenti  si  contrastavano  l' acquisto  o 
la  recuperazione  di  quelle  piccole  terre.  Inaspri- 
vausi  con  tutto  ciò  le  ostilità  fra  il  papa  e  '1  gran- 
duca^ in  Toscana  gli  ecclesiastici  tumultuavano 
ed  offendevano  il  principe  con  sediziose  proposi- 
zioni 5  il  vescovo  di  Montepulciano  dichiarò  ex 
cathedra  che  questa  guerra  era  ingiusta,  e  che 
niun  principe  secolare  poteva  mai  aver  ragione 
di  muover  le  armi  contro  il  pontefice  ;  i  frati  ne 
facevano  argomento  delle  loro  controversie  ,  ed 
il  granduca  fu  in  necessità  di  esiliare  dallo  stato 
tutti  quegli  ecclesiastici  che  non  erano  sudditi . 
Si  sequestrarono  le  rendite  chei  Barberini  e  quei 
del  loro  partito  avevano  in  Toscana,  e  lo  stesso 
sequestro  fu  imposto  a  tutte  le  commende  di 
Malta,  per  avere  quell'ordine  spedito  le  sue  gale- 
re in  soccorso  del  pontefice  ,  ed  aver  commesso 
delle  ostilità  contro  i  toscani.  Gli  altri  principi 
della  lega  si  contennero  in  conformità,  uè  fu  ri- 
sparmiato atto  di  rigore  contro  i  più  sediziosi  ;44)* 
g.  38.  A.lle  Chiane  fu  fatto  un  congresso  d*'iu- 
gegneri,  e  fu  atterrato  colle  mine  T  antico  muro 
fabbricato  dai  romani  per  impedire  alla  Chiana 
di  sgorgare  nel  Tevere  e  rispiugerla  neir  A.rno . 
L'opinione  che  i  romani  ed  i  fiorentini  avevano, 
che  le  inondazioni  delle  loro  città  procedessero 
da  queste  acque,  era  il  motivo  per  cui  sempre 
aveano  procurato  di  spingersele  contro  scambie- 
volmente. Roma  la  più  potente  avea  fabbricato 
questo  riparo,  che  Clemente  Vili  più  timoroso 


j#/|.1643.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4^1 

degli  altri  ayeva  accresciulo  notabilmente.  I  to- 
scani demolirono  per  35  braccia  di  questo  muro, 
e  crederono  di  rivolgere  verso  Roma  una  maggior 
copia  di  acque.  A  Roma  intanto  si  strepitava,  ed 
il  papa  piangendo  mostrava  desiderio  della  pace, 
poiché  i  milioni  di  Sisto  V  si  dissipavano,  e  si  ag- 
gravava il  pubblico  con  nuove  imposizioni  ^  per 
la  qual  cosa  fu  eletto  un  plenipotenziario  che 
trattasse  colla  lega  a  nome  del  pontelice.il  gran- 
duca rigettò  ogni  trattato,e  con  rinforzo  di  nuove 
milizie,  formando  una  divisione  che  scorresse  nel- 
rUmbrìa,  avanzò  le  sue  conquiste  6n  presso  a  Città 
di  Castello,  anche  nel  perugino  stanco  il  principe 
Mattias  di  quella  inazione  determinò  di  muoversi 
per  trarre  Tiinimico  a  battaglia;  ma  essendosi  di- 
poi distaccato  dall'esercito  dei  Barberini  un  corpo 
di  tremila  fanti  e  milleduecento  cavalli  con  quat- 
tro pezzi  di  cannone,  onde  tentare  qualche  sor- 
presa alle  frontiere  del  granducato,  fu  inseguito 
dal  principe  Mattias,  che  lo  raggiunse  presso  al 
castello  di  >Iongiovino.  Quivi  benché  i  papalini 
si  fossero  fortificati  con  vantaggio  sulla  collina , 
fu  risoluto  di  atticcarli,  e  ciò  si  eseguì  con  tanto 
vigore.che  furono  astretti  a  rinchiudersi  nel  castel- 
lo. Superate  facilmente  dai  toscani  quelle  deboli 
fortificazioni,  ed  entrati  per  forza  nella  terra  fece- 
ro tutti  prigionieri  e  guadagnarono  V  artiglieria. 
Più  di  mille  restarono  morti  nelPazione,©  si  con- 
tarono fra  i  prigionieri  il  maestro  di  campo  ge- 
nerale F.  Vincenzo  della  Marra ,  dieci  uffiziali  di 
stato  maggiore  e  diciotto  capitani.  Grandi  furono 
le  allegrezze  nel  campo  toscano,  ed  i  prigionieri 


43a  AVVEJ?IMEKT1    STORICI  An.  1643. 

e  le  insegne  si  trasferirono  trionfalmente  a  Fi- 
renze. Dopo  così  segnalala  vittoria  le  armi  del 
granduca  non  trovarono  più  opposizione  nel  pe- 
rugino, e  conquistate  tutte  quelle  terre  circon- 
vicine si  approssimò  Tesercito  dei  fiorentini  ver- 
so Perugia ,  e  si  accampò  in  distanza  da  quella 
città  (45). 

g.  39.  Una  vittoria  così  segnalata  portava  in 
conseguenza  di  occuparsi  dei  mezzi  per  ritrarne 
lutto  il  profitto^  r  esercito  dei  Barberini  stava- 
si  accampato  sotto  la  fortezza  di  Perugia,  e  quella 
città  era  fortificata  e  guarnita  abbondantemente, 
I  presidii  aveano  svernato  Tesercito  del  principe 
Mattias,  il  quale  non  si  reputava  abbastanza  forte 
per  intraprendere  un  assedio  cosi  importante  e 
pericoloso.  Il  blocco  fu  reputato  Toperazione  me- 
no azzardosa, quantunque  la  più  lunga  e  di  un  esito 
più  incerto.perchè  dava  tempo  alParrivo  de'soccor- 
si  promessi  dalla  repubblica.  Postato  a  taTeffetto 
Tesercito  fra  Perugia,  Assisi  e  Todi,  depredò  tutte 
le  terre  circonvicine,  dalle  quali  ritra.-se  un  bot- 
tino molto  considerabile,  e  demoliti  tutti  i  mu- 
lini sul  Tevere,  .sgomentò  i  perugini,  cbe  sebben 
confortati  dalla  presenza  del  cardinale  Barberino, 
fecero  però  temere  di  qualche  tumulto.  I  Barbe- 
rini intanto  per  indebolire  Tesercito  toscano  for- 
marono tre  corpi,obbligando  cosi  il  principe  Mat- 
tias a  tenere  unite  tutte  le  sue  forze  sparse  per 
ri'mbria,  ad  oggetto  di  resistere  ai  loro  attac- 
chi (46)*  Trovandosi  così  impegnate  le  milizie  di 
Toscana,  venne  in  mente  al  cardinale  Antonio  di 
tentare  un  bel  colpo.  Fec'  egli  impi^ovvisanienlft 


Jin,i6i3.  DEI  TEMPI  MEDICEI  e AP.  IX.  4^5 

sul    principio  di  ottobre  marciare  il  signore  di 
Valenze  dal   bolognese  per  la  via  delia  Porretta 
alla  volta  di  Pistoia,  con  disegno  di  sorprendere 
quella  città  sprovveduta  di  presidio.  Con  quattro- 
mila fanti  e  mille  cavalli  andò  egli  a  dar  la  scalata 
a  Pistoia  (47)»  Gli  abitanti  pistoiesi  colle  muni- 
zioni ed  artiglierìe    speditegli  da  Firenze  e   da 
Prato  presero  le  armi,  e  formarono  un  corpo  di 
quattro  compagnie^  onde  difendere  la  propria  pa- 
tria .  La  notte  del  due  ottobre  col  favore  dell'o- 
scurità e  della  nebbia  tentarono  l'assalto,  ed  ap- 
poggiarono le  scale  alle  mura,  ma  dopo  tre  ore  di 
ostinato  combattimento  coi  cittadini,  dovettero 
i    popolani  ritirarsi  agli  alloggiamenti,  lasciando 
morti  più  di  3oo  di  loro.  Depredarono  però  nel 
giorno  dopo  le  campagne  circonvicine  e  ripresero 
la  strada  della  montagna.sfogando  su  quelli  inermi 
abitatori  tulio  il  furore  ed  il  dispetto  concepito  pel 
sinistro  successo.  In  Firenze  però  attesa  la  vici- 
nanza e  Tinaspeltato  ardire  dei  nemici  si  sparse 
Tallarme,  eil  principe  ÌVIattias  accorse  dal  campo 
per  suggerire  gli  opportuni  provvedimenti  .  Fu 
però  risoluto  di  non  diminuire  Pesercito  del  pe- 
rugino, si  provvide  Pistoia  e  Prato  di  presidio  e 
di  artiglierìa,  e  si  levò  nella  città  e  contorni  di 
Firenze  un  nuovo  corpo  di  milizia  di  quindici- 
mila uomini  per  guardare  il  Mugello,  ed  impedire 
una  nuova  discesa  del  nemico  dal  bolognese.  Il 
papa,  temendo  che  i  toscani  s'impadronissero  di 
Perugia,  si  raccomandava  alla  corte  di  Francia, 
rammentando  la  generosità  di  Pipino  e  di  Carlo 
Magno  verso  la  sede  apostolica.  Ma  dopo  (he  il 

5  7* 


454  AVVENIMENTI  STOTIICI  ^y4n.1(y4$, 

caHinal  Bighi  a^eva  a  nome  del  re  di  Francia 
indotto  i  collegati  a  determinare  un  congresso  a 
Venezia,  ed  a  nominare  i  loro  plenipotenziari,  il 
cardinale  Barberino  vi  interpose  degli  ostacoli. 
Onesti  aveva  in  animo  di  fare  una  insigne  diver- 
sione in  Toscana. per  alloggiar  quivi  nel  prossimo 
inverno  le  truppe*  e  sebbene  fosse  andato  in  sini- 
stro Tassalto  di  Pistoia,  e  poco  avesse  proliJtato 
un  altro  attacco  per  la  parte  del  Borgo  s.  SepoF- 
cro  e  di  Angbiari,  teneva  per  certo  di  potersi 
introdurre  nello  stato  di  Siena  con  espugnare 
Pitigliano.  Un  nuovo  movimento  fatto  dal  duca 
di  Modena  nel  bolognese,  aveva  assicuralo  Pi- 
,  stoia  ed  il  Mugello  da  nuove  incursioni,  e  dato 
ilttogo  al  principe  iVIattias  di  ricuperare  ciò  che  i 
nemici  tenevano  sulle  frontiere  5  ma  nondimeiK> 
il  maggior  peso  della  guerra  toccava  al  granduca. 
il  quale  e  per  offendere  e  per  difendersi  teneva 
in  azione  aaooo  combattenti,  numero  superiore 
alle  sue  forze,  ed  inferiore  a  quello  che  la  repub- 
blica di  Venezia,  tanta  maggior  potenza,  faceva 
operare  nella  Lombardia  (4^). 

J.  40.  Successe  pertanto  I'  assedio  di  PitigHa- 
110,  controia  qual  piazza  si  erano  mossi  da  Accpja- 
pendente  quattromila  fanti  e  seicento  cavalli  . 
L'espugnazione  di  quella  terra  avrebbe  assicurato 
ai  papalini  il  piantare  i  quartieri  d'inverno  nel 
granducato,  e  perciò  con  assai  sollecitudine  sen- 
za diminuire  V  esercito  del  perugino  vi  fu  man- 
dato un  corpo  di  tremila  uomini  per  soccorrerlo. 
Durò  quell'assedio  8  giorni,  ma  finalmente  aven- 
do i  toscani  tiratoi  nemici  a  battaglia  li  disfecero, 


L^/2.1643.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4?^ 

lasriandone  morii  duecento  sul  campo,  con  farne 
prigionieri  più  di  seicento,  e  con  guadagnare  otto 
pezzi  di  cannone,  il  bagaglio  e  tutto  ciò  che  avean 
preparato  per  quell'assedio.  Dopo  questa  sconiìtta 
cessarono  affatto  le  invasioni  dei  papalini  nel 
granducato  (49). 

§.  4i'  1^  redi  Francia  si  sforzava  di  ricon- 
ciliare il  papa  con  i  principi  della  lega,  ma  senza 
alcuna  riuscita,  allorché  finalmente  una  completa 
sconfitta  ch'ebbero  i  papalini  al  Lago  Scuro,  fece 
che  i  Barberini  di  buona  fede  venissero  ad  un 
trattato,  che  fu  segnalo  a  Venezia  il  3:  di  marzo 
-del  iG'j/}.  Consisteva  questo  in  due  strumenti 
sepai'ati  tra  loro,  uno  tra  *1  pontefice  e  '1  re  di 
Francia,  nel  quale  sua  Santità  ad  intercessione 
di  quel  re  assolveva  il  duca  di  Parma  dalle  sco- 
muniche, e  si  obbligava  di  restituirgli  gli  stali  <li 
Castro  in  termine  di  sessanta  giorni,  con  che  il 
iluca  restituisse  la  Stellata  ed  il  Bondeno  con- 
quiì»tati  nella  guerra,  e  che  ciascuno  di  loro  re- 
stasse nei  loro  primieri  diritti  in  cui  erano  avanli 
la  guerra.  L'altro  strumento  era  tra  il  papa  ed  i 
collegali,  nel  quale  non  solo  si  ripeteva  e  con- 
fermava ciò  che  nelTaltro  era  slato  detto,  ma  si 
determinava  il  tempo  ed  il  modo  delle  restitu- 
zioni delle  confluiste  fatte  nello  stato  ecclesia- 
stico, e  la  demolizione  delle  fortificazioni  fattevi 
durante  la  guerra.  Fu  pubblicalo  con  molta  for- 
malità in  Firenze  questo  tiatt.ito  il  primo  dì  mag- 
gio, e  si  fecero  pubblici  ringr.'»ziamenli  alP  Altis- 
simo, fuochi  di  gioia,  e  feste  alla  corte  e  nella 
milizia.  Nacquero  però  <Iegli  ostacoli  nelT  esccu- 


43G  iVVENIÌIENTI  STORICI  w^/1.1644. 

zioiie  di  esso,  che  fecero  per  qualche  tempo  so- 
spenderlo. Un  motivo  di  sospensione  era  insorto 
per  parte  della  Toscana  sulTarticolo  concernente 
le  Chiane,  pretendendo  i  Barberini  che  si  riedifi- 
casse il  muro  già  demolito  nella  forma  in  cui  era 
avanti  la  mossa  delle  armi;  ma  siccome  il  trattato 
dichiarava  che  le  cose  fossero  rimesse  nei  termi- 
ni espressi  nelle  antiche  capitolazioni,  dimostrava 
il  granduca  che  Taccrescimento  del  muro  fatto  da 
Clemente  YIII  sulla  Chiana  era  slata  una  violen- 
ta di  quel  pontefice,non  mai  approvata  da  veruna 
transazione  per  la  parte  del  granducato.  I  Barberi- 
ni vedevano  il  papa  languente  e  vicino  a  morte  , 
e  desiderando   di  prevenire   le    conseguenze   di 
questi  nuovi  contrasti  procurarono  di  acquietare 
il  granduca  con  rimettere  la  differenza  delle  Chia- 
ne ad  una  visita  da  farsi  sul  luogo  dai  deputati 
dell'una  e  delP altra  parte,  e  tentarono  di  stac- 
carlo dairunione  con  la  repubblica  per  mezzo  di 
offerte  le  più  lusinghiere.  Molte  furono  le  dichia- 
razioni dei  Barberini  di  servitù  e  di  attaccamento 
per  la  casa  Medici,  per  meritarsi  l'amicizia  e  la 
confidenza  del  granduca,  a  cui  proposero  una  lega 
difensiva  con  la  sede  apostolica  ,  ed  ogni  soddi- 
sfazione per   la   parte  del  papa.  Oltre  il  promo- 
verf'  i  diritti  della  santa  sede  presso  la  repubblica, 
avrebbero  desiderato  che  egli  s'incaricasse  di  per- 
suaderei! Farnese  di  render  loro  di  buona  voglia 
lo  stato  di  Castro  (5o).  Appena  che  fu  pubblica, 
dappertutto  la  pace,  cessò  di  vivere  Urbano  Vili 
il  di  2,9  di  luglio  dopo  ai  anno  di  pontificato, 
g.  42..  I  cardinali  sue  creature  erano  in  gran 


!ifrt.1644.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  \X.  4^7 

numero,  e  per  ciò  credettero  questi  di  avere  Ja 
maggiore  influenza  nel  conclave:  si  ostinarono 
essi  in  voler  papa  il  cardinal  Sacchetti  di  senti- 
menti non  dissimili  dal  predecessore:  ma  i  ma- 
neggi del  cardinale  de''ÌVIedici  condotti  da!  grandu- 
ca procurarono  a  quello  fesclusiva  della  Spagna. 
Vedendo  perciò  i  Barberini  preclusa  la  strada  al 
Sacchetti,  si  unirono  tutti,dopo  però  molli  intrighi 
e  maneggi,  nel  cardinale  Gio.  Battista  Panfili  di 
anni  71,  le  di  cui  virtù  incontravano  il  genio  di 
ognuno,  ed  era  molto  accetto  alla  Spagna  ed  al 
granduca.  Assunse  egli  il  nome  dTnnocenzoX,  e 
Ferdinando  II  fu  molto  soddisfatto  di  questa  ele- 
zione, tanto  pel  suo  interesse  politico,  quanto  per 
aver  egli  superati  lutti  i  maneggi  dei  Barberi- 
ni nel  conclave .  Innocenzo  ne  dimostrò  molta 
gratitudine  al  suo  ministro,  e  per  darne  subito 
una  prova  convincente  ,  dette  immediatamente 
il  cappello  cardinalizio  al  principe  Gio.  Carlo  fra- 
tello del  granduca.  I  Barberini  temendo  d"*  essere 
oppressi,  tentarono  di  riunirsi  a)  papa,  proponen- 
do il  matrimonio  di  don  Cammillo  Pantilì  suo 
nipote  colla  figlia  di  don  Taddeo  Barberini,  con 
promessa  di  grandissima  dote  e  regali  ^  ma  la  di 
lui  madre  donna  Olimpia  Maidalchini  cognata  del 
papa  e  donna  scaltra  ed  intelligente,  volle  che  il 
suo  figlio  fosse  cardinale,  come  infatti  fti  procla- 
mato unitamente  al  principe  don  Carlo  (5i).  ♦ 
g.  43.  Temevano  i  Barberini  delle  conseguen- 
ze assai  funeste  per  loro  alla  alienazione  del  papa 
da  essi  e  dalla  buona  intelligenza  rh'  egli  avea 
col  granduca:  desideravano  perciò  di  porsi  sotto  la 


4-^^  AVVENIMENTI  STORICI  'j4n.1Si5, 

protezione  della  Spagna,  ed  a  taPeffetto  offerivano 
di  acquistare  nel  regno  una  quantità  di  feudi,  e 
di  mantenere  per  un  anno  5ooo  uomini  al  servi- 
zio di  essa  corona.  Il  timore  d'insospettir  la  lega, 
e  di  perder  la  confidenza  del  granduca  fece  risol- 
vere gli  spagnuoli  a  rinunziare  a  quelle  offerte. 
Nacquero  frattanto  delle  discordie  tra  i  france- 
si ed  il  pontefice,  il  quale  mostrava  parzialità 
per  la  lega,  avendo  creati  alcuni  cardinali  ade- 
renti alla  Spagna  ed  alla  casa  dei  Medici,  e  ri- 
cusato di  far  cardinale  il  frate  Mazzarino  fratello 
del  cardinal  Mazzarino  ministro  di  Francia.  One- 
sti andamenti  del  papa  erano  dalla  Francia  at- 
tribuiti tutti  ai  consigli  del  granduca,  del  che 
altamente  ed  apertamente  lagnavasi  la  corte  di 
Francia.  Il  granduca,  per  evitare  i  sospetti  che  i 
francesi  nutrivano  contro  di  lui  per  la  corrispon- 
denza che  aveva  col  pontefice,  richiamò  da  Roma 
ì  due  cardinali  Medici,  ma  la  parzialità  del  papa 
per  esso  rendevasi  ognor  più  manifesta  ,  avendo 
egli  accettato  tenere  al  fonte  battesimale  il  tìglio 
primogenito  di  Ferdinando  II,  ed  a  quest'  effetto 
spedi  a  Firenze  il  cardinale  Lodovisi  con  carat- 
tere di  legato.  La  ceremonia  fu  eseguita  col  mas- 
simo fasto,  ed  il  principe  fu  nominato  Cosimo  In- 
nocenzo (5a). 

g.  44-  Frattanto  Innocenzo  X  astringeva  con 
Ogni  vigore,  imponendo  anche  delle  multe,  i  Bar- 
berini al  rendimento  di  conti,  al  quale  essi  ricu- 
savansi^  dicendo  di  esserne  stati  esentati  da  Ur- 
bano Vili.  Dall'altro  canto  in  Provenza  s'allestiva 
lina  flotta ,  e  dicevasi  pubblicamente  esser  essa 


^n.1645.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  4^9 

deslioata  contro  le  marine  del  papa  e  della  To- 
scana. Credette  il  granduca  di  prevenire  per  qua- 
lunque caso  Tarrivo  di  questa  flotta,  fortificando 
Livorno  e  Portoferraio,  ed  avanzando  lungo  la 
marina  un  corpo  di  diecimila  uomini.  Anche  gli 
spagnuoli  temevano  molto  pei  loro  presidii  dello 
sfato  di  Siena, ed  a  quest'oggetto  era  stato  invia- 
to a  Firenze  un  ministro,  perchè  li  ofl'risse  ia 
-vendita  al  granduca  per  qualtrocentomila  scudi, 
oppure  P  impegnasse  a  dare  dei  validi  soccorsi 
per  difenderli.  Ricusò  il  granduca  1*  uno  e  l'altro 
progetto  5  il  primo  perchè  niun  vantaggio  gli  a- 
vrehbe  ora  recato  questa  compra ,  potendo  essi 
venire  assaliti  egualmente^  Taltro  perchè  V  espo- 
neva ad  una  dichiarata  rottura  colla  Francia,  ol- 
tre ad  un  dispendio  superiore  alle  sue  forze .  I 
Barberini  intanto  costcetti  dalle  multe  e  dalla 
sentenza  prossima  ad  emanarsi ,  non  potettero 
attendere  l'esito  di  questi  preparativi  della  Fran- 
cia ,  e  fuggirono  da  Roma.  Parli  ia  flotta  dalla 
Provenza,  e  giunse  nei  mare  di  Toscana  nel  prin- 
cipio di  maggio  (53). 

§.  4^*  E^u  prevenuto  però  Tarrivo  della  flotta 
da  quello  dell' ambasciatore  Bentivoglio  spedilo 
dal  Mazzarino  al  granduca  per  trattar  seco  lui,  ed 
assicurarlo  che  la  flotta  non  gli  avrebbe  arrecata 
molestia,  qualora  non  avesse  preso  interesse  per 
gli  spagnuoli  :  06*11  anche  al  granduca  la  stessa 
armata  nei  caso  che  volesse  unire  le  sue  forze 
con  essa  per  far  delle  conquiste  sopra  di  loro.  Se 
poi  avea  del  ritegno  a  dichiararsi  manifestamene 
contro  la  Spagna,  potea  starsene  in  una    sciupo- 


440  AYVENIMENTI  STORICI  u4n.1645. 

Iosa  neutralità,  non  dando  alla  Spagna  neppure  i 
soccorsi  fìssati  nei  precedenti  trattati.  Conveniva 
al  granduca  racceltarequest''ultimo  partito,  e  per 
ciò  gli  undici  maggio  fu  segnato  il  trattato  di  neu- 
tralità, che  fu  anche  partecipato  ai  ministri  di 
Spagna,  i  quali  ne  risentirono  lutto  il  dispiacere, 
ma  erano  necessitali  a  dissimularlo  per  timore 
che  il  granduca  non  si  desse  interamente  ai  fran- 
cesi. Si  avanzò  frattanto  la  flotta,  e  si  rese  facil- 
mente padrona  di  Telamone  e  della  torre  di  Porto 
a.  Stefano,  e  pose  Tassedio  per  terra  e  per  mare 
ad  Orbetello.  11  granduca  distribuì  le  sue  truppe 
lungo  i  confini ,  e  fece  Grosseto  piazza  d*  arme. 
Orbetello  però  si  difese  valorosamente  ,  il  che 
dritte  il  tempo  al  viceré  di  IXapoli  di  riunire  la 
flotta  spagnuola,  che  si  diresse  poi  verso  le  coste 
uiarittime  di  Siena  ^  ed  incontratasi  colla  flotta 
francese  seguì  tra  esse  un  conflitto,  il  quale  seb- 
bene non  fosse  decisivo ,  pure  la  flotta  francese 
fu  obbligata  a  disunirsi  e  cedere  al  vento  ;  anche 
Orbetello  difendendosi  già  da  due  mesi  e  mezzo, 
e  la  raararia  facendo  strage  degli  assedianti,  do- 
vettero i  francesi  allontanarsene.  Questo  succes- 
so umiliando  i  francesi  dette  coraggio  agli  spa- 
guuoli,  e  pose  in  imbarazzo  il  granduca,  a  cui  la 
casa  d''à.ustria  non  sapea  perdonare  di  aver  con- 
disceso al  trattato  di  neutralità  colla  Francia.  Se  i 
grandiosi  preparativi  che  si  rinnovavano  in  Fran-^ 
eia  non  avessero  incusso  timore,  gli  spagnuoli  ; 
avrebbero  proceduto  colla  forza  verso  il  gran- 
duca. Questo  medesimo  timore  prevalse  neifani- 
mo  del  papa ,  il  quale  dopo  di  aver  Lenlato  inn- 


^«.1645.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  44* 

tilmente  di  far  recedere  il  granduca  dalla  neutra- 
lità, proponendogli  una  nuova  confederazione, 
nella  quale  roraprendevansi  gli  spagnuoli,  pensò 
anch'egli  ad  esser  più  compiacente  coi  francesi , 
istigato  anche  a  ciò  da  donna  Olimpia  guadagnata 
dall'oro  dei  Barberini.  Dichiarò  pertanto  esso  pon« 
telice  il  di  18  settembre  che  si  logliessero  i  se- 
questri agli  effetti  e  robe  dei  Barberini  ,  che  si 
restituissero  loro  tutte  le  cariche  subito  che  si 
fossero  portati  ad  Avignone,  luogo  destinato  per 
loro  dimora,  e  che  si  continuassero  civilmente  i 
rendimenti  dei  conti  ,  condonando  loro  qualun- 
que criminalità  (54). 

g.  46.  Mentre  al  congresso  di  IVIuusler  si  di- 
scutevano gli  affari  dell'Europa  per  venire  ad  una 
pace  generale  ,  non  si  tralasciavano  però  gli  ar- 
mamenti. 11  granduca  avrebbe  inclinato  a  dichia- 
rarsi apertamente  per  i  francesi,  se  non  lo  avesse 
agitato  il  timore  degli  spagnuoli,  i  quali  sdegnati 
della  sua  neutralità  cominciavano  a  molestarlo  ed 
a  minacciarlo  di  togliergli  il  feudo  di  Siena.  Una 
flotta  maggiore  della  precedente  mossesi  dalle 
coste  della  Provenza  con  truppe  da  sbarco  in  gran 
copia.  Gli  spagnuoli  rinforzavano  le  loro  piazze 
dello  stato  di  Sieua,  ed  il  granduca  per  regola  di 
buon  governo  riunì  le  truppe  per  avanzarle  ai 
contini,  ed  accrescere  i  Presidii  di  Livorno  e  di 
Portoferraio.  Ma  la  llotta  francese  approdò  diret- 
tamente airElba,e  poste  delle  truppe  a  terra  intra- 
presero queste  Tassedio  di  Porto  Lungone,  e  pro- 
seguendo la  flotta  il  suo  cammino,  arrestatasi  nel 
canale  di  Piombino  poserassedio  a  quella  piazza, 

òl.    To$c.   Tom,    10.  3» 


442-  AVVEDIMENTI  STORICI  ^/I.1645. 

la  quale  dopo  quattro  giorni  si  arrese.  Era  stato 
prevenuto  il  granduca  dai  comandanti  francesi  di 
queste  operazioni  nelPatto  di  offrirgli  nuovamen- 
te le  forze  del  re,  e  di  domandargli  V  osservanza 
della  neutralità  ed  il  comodo  delle  vettovaglie  . 
Gli  spagnuoli,  sebbene  si  lusingassero  che  Lungo- 
ne avrebbe  resistito,  concepirono  però  un  grande 
spavento  per  le  conseguenze  che  la  perdita  di 
quella  piazza  potea  cagionare  al  regno  di  Napoli. 
Erano  essi  assai  sdegnati  contro  il  granduca, per- 
chè permettendo  egli  ai  francesi  la  libera  contrat- 
tazione dei  viveri,  la  comoda  ritirata  in  Livorno  e 
Porloferraio,  facilitava  cosi  i  loro  disegni.  Anche 
Lungone  dopo  un  mese  d''assedio,  il  29  ottobre  si 
arrese  allearmi  francesi,dopo  di  che  lasciando  nelle 
due  piazze  conquistate  delle  forti  guarnigioni,  la 
flotta  si  rivolse  verso  Provenza  (55).  Per  quanto  le 
pratiche  tenute  dalla  corte  di  Francia  col  granduca 
fossero  occulte,  accrescevano  non  per  tanto  i  so- 
spetti degli  spagnuoli  verso  di  esso,  mentre  sup- 
ponevano in  lui  una  segreta  obbedienza  con  quel- 
la corte  per  acquistare  da  esso,  terminata  la  guer- 
ra, TElba  e  Piombino.  Oltre  i  continui  dispendi 
per  presidiare  le  fortezze,  e  per  mantener  truppe 
a  difesa  dello  stato,  si  accrebbero  in  Ferdinando 
quelli  per  procurare  dei  grani  allo  stato ,  per  la 
penuria  dei  viveri  cagionata  dalle  scarse  raccol- 
te (56). 

§.  47.  Con  quella  prudenza  medesima  ,  colla 
quale  il  granduca  Ferdinando  riparava  ai  disastri 
economici  dello  stato  ,  manteneva  la  neutralità 
per  evitare  la  guerra.  I  francesi  eran  grati  alla 


-r^n.1647.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  44^  1 

sua  buona  volontà,  e  tenevanlo  per  confidente  . 
Gli  spagnuoli  tuttoché  irritati  si  astenevano  però 
dairoflenderlo,  per  timore  che  si  dichiarasse  con- 
tro di  loro.  11  pontefice  poi  aveva  cambiato  incli- 
nazione e  conlegno,  ed  il  partito  barberino  avea 
ripreso  possanza,  e  ritornavasi  ad  agire  dispetto- 
samente v«fso  il  granduca.  Non  ostante  tutte  le 
precauzioni  si  temeva  sempre  per  la  Toscana  che 
non  potesse  tenersi  illesa  nelle  turbolenze  d'Ita- 
lia: i  tumulti  della  Sicilia  e  di  Napoli,  la  guerra 
di  Lumbardìai)  la  recente  dichiarazione  del  duca 
di  Modena  a  favore  della  Francia  ,  le  flotte  fran- 
cesi e  spagnuole  che  scorrevano  il  Mediterraneo, 
obbligavano  tutte  queste  circostanze  il  granduca 
ad  una  somma  vigilanza. Speravasi  nelle  pratiche 
dei  congressi  della  Wesfalia  ,  ma  il  trattato  se- 
gnato poi  a  Munster  ed  a  Osuabruck ,  fissati  gli 
affari  della  Germania,  lasciò  accesa  la  guerra  tra 
la  Francia  e  la  Spagna^  e  perciò  temevasi  comu- 
nemente che  gli  spagnuoli  ed  i  francesi  liberati 
da  ogni  imbarazzo  nella  Germania  avrebbero  por- 
tato il  fuoco  della  guerra  in  Italia. 

g.  48.  In  questo  tempo  al  granduca  dispiacque 
di  perdere  don  Lorenzo  de'Medici  figlio  di  Ferdi- 
nando I,  che  afllitto  per  lungo  tempo  dalle  malat- 
tie, mentre  con  i  soccorsi  dell'arte  medica  tentava? 
di  ricuperar  la  salute,  apprestatagli  dalla  fonderìa 
per  errore  una  medicina  venefica, cessò  di  vivere 
il  dì  i5  di  novembre.  Universale  fu  il  rammarico 
che  cagionò  un  cosi  strano  accidente,  e  mollo  fu: 
compianta  la  perdita  di  un  principe,  che  sebbener 
avesse  consumato  la  vita  con  qualche  disordine, 


444  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1648. 

si  era  però  dimostrato  sempre  liberale  e  benefico. 
Il  pingue  appannaggio  costituitoefli  dal  granduca 
suo  padre,  aumentatosi  ancora  per  i  beni  perve- 
nutigli alla  morte  di  don  Giovanni  dei  Medici,era 
stato  sempre  da  esso  impiegato  per  promuovere 
le  belle  arti,  e  render  utile  alla  patria  i  migliori 
ingegni  dei  suoi  cittadini.  L''ozio  in  cui  lo  costi- 
tuiva la  nascita  ,  o  la  naturale  avversione  alle 
cose  del  governo,  ed  il  disgusto  concepitone  per 
esse,restato  escluso  dalla  reggenza  nel  testamento 
di  Cosimo  II.  lo  avevano  essuefatto  ad  una  vita 
per  lo  più  ritirata  dalla  città,  ma  condita  di  pia- 
ceri, e  resa  brillante  dallo  spirito  e  dal  genio  di 
quelli  che  lo  corteggiavano.  Ma  interessi  di  stv^to 
assai  rilevanti  richiamando  V  applicazione  del 
granduca,  gli  fecero  ben  presto  obliare  la  perdita 
di  questo  principe  (67). 

g.  49.  Morto  il  duca  Odoardo  ed  il  cardinal 
Farnese,  la  corte  di  Roma  lasciò  ogni  riguardo 
per  quella  famiglia,  e  desiderava  sempre  d'impa- 
dronirsi dello  slato  di  Castro,  mentre  il  granduca 
avea  rivolto  Panimo  alla  lusinga  di  acquistar  Pon- 
tremoli  dagli  spagnuoli,  per  cui  procurava  di  non 
esaurire  il  suo  erario  in  altre  spese.  È  dunque  da 
sapere  che  Pontreraoli,  terra  principale  della  Lu- 
nigiana,  dopo  essere  slata  sotto  il  domìnio  di  di- 
versi padroni ,  era  finalmente  governata  da  un 
ministro  spagnuolo  subordinato  al  governatore  di 
Milano.  Vedeva  la  corte  di  Spagna  esserle  del  tut- 
to a  carico  ed  inutile  un  dominio  cosi  staccato  dai 
propri  stati,  e  poselo  perciò  in  ^endila.Non  ostante 
che  si  reputasse  esso  un  acquisto  molto  vantag- 


An.  1649.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    IX.  44^ 

gioso  alla  Toscana,  pure  T  esorbitante  richiesta 
in  principio  di  un  milione  e  mezzo  di  ducati  avea 
ritirato  il  granduca  dairaccuilirvi.il  governatore 
di  Milano  la  vendè  ai  genovesi  per  duecentomila 
pezze ,  previa  però  la  ratifica  del  re  ,  ma  questa 
ratifica  fu  tenuta  sospesa  ,  finché  poi  essendosi 
rinnovata  la  buona  armonìa  col  granduca ,  sti- 
mò don  Luigi  de  Haro  molto  più  conveniente 
il  vender  Pontreraoli  ad  esso.  Accettò  Ferdinando 
il  trattato,  e  venne  fissato  il  prezzo,  dopo  varie 
discussioni ,  nella  somma  di  5oo,ooo  soudi^  dei 
quali  sole  400,000  pezze  dovevano  efTettivamen- 
te  pagarsi  nelTatto  del  possesso  ,  e  pel  resto  si 
accettarono  tanti  crediti  che  il  granduca  aveya  in 
Ispagna,  e  che  reputava  già  inesigibili.  I  pontre» 
raolesi  furono  assai  contenti  di  star  soggetti  al 
granduca  piuttosto  che  ai  genovesi.  Il  medesimo 
granduca  ancora  fu  oltreraodo  lieto  di  quest'  a- 
cquisto  e  della  parzialità  dimostratagli  dalla  cor- 
te di  Spagna  ,  alla  quale  per  riconoscenza  offrì 
tutta  r  opera  sua  e  la  persona  dei  principi  suoi 
fratelli.  Spedì  poi  un  prezioso  regalo  al  ministro 
don  Luigi  de  Haro,  in  segno  di  gratitudine  della 
sua  mediazione.  Segni  non  minori  di  riconoscenj- 
za  avea  dati  il  granduca  alla  flotta  spagnuola  co- 
mandata da  don  Giovanni  d"*  Austria  ,  sommini- 
strando vettovaglie  e  provvisioni  da  guerra  alla 
occasione  d'intrapr»^ndere  Passedio  di  Piombino  e 
Lungone,  le  quali  piazze  in  poco  più  d"*  un  mese 
dovettero  arrendersi.  Cessò  in  tal  guisa  il  domi- 
nio dei  francesi  in  Italia ,  ed  il  granduca  ne  ri- 
portò grandi  elogi  per  essersi  saputo  con  tanta 

38* 


446  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.^(^5i . 

prudenza   destreggiare  Ira    essi  e  gli   spagnuo- 
Ij  (58). 

g.  5o.  L**  aspetto  della  provincia  di  Lunigiana 
risvegliò  nel  granduca  maggiore  stimolo  d'  ambi- 
zione e  desiderio  d''ingrandimento.  L''acquisto  di 
Pontremoli,  riunito  alle  molte  giurisdizioni  che 
la  repubblica  ed  i  suoi  genitori  aveano  accre- 
sciuto al  loro  dominio,  sembrava  che  facilitasse  i 
iiìezzi  per  conseguirne  delle  altre.  La  discordia 
di  questi  marchesi  e  la  rivalità  della  repubbb'ca 
di  Genova  lo  inìpegnarono  ad  accettare  leofl'erle 
di  alcuni,  e  ad  impedire  le  violenti  rivoluzioni 
di  altri.  Nel  feudo  di  Tregginna  essendosi  ribel- 
lati i  sudditi  al  loro  marchese  per  darsi  al  gran- 
duca, egli  v"'  introdusse  presidio  col  pretesto  di 
stabilirvi  la  quiete.  DalTaltra  parte  un  figlio  del 
marchese  di  Fosdinuovo  avendo  attentato  con- 
tro la  vita  del  padre,  si  trattava  di  piivarlo  della 
successione  per  potere  alienare  quel  feudo  alla 
repubblica  ^  perciò  mentre  i  genovesi  facevano 
ogni  sforzo  per  proteggere  alla  corte  imperiale  le 
juetensioni  del  padre,  il  granduca  assisteva  vali- 
damente legiustiticazioni  del  tiglio,  ed  accendevasi 
ogni  giorno  più  la  rivalità  tra  le  due  potenze  per 
estendere  il  dom'nio  in  quella  provincia  (59). 

g.  5i.  Le  marine  di  Livorno  offrirono  in  que- 
sto tempo  uno  spettacolo  che,  sebbene  guerriero, 
interessava  non  meno  la  curiosità  delPuniversa- 
le.  Due  navi  da  guerra  inglesi,  convolando  4  va- 
scelli mercantili  di  lor  nazione  con  ricchissimo  ca- 
rico, si  erano  refugiati  a  Livorno.  Due  giorni  dopo 
sopraggiunsero  alla  spiaggia   i4  navi  da  guerra 


-.^Al.1651.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  44^ 

olandesi,  che  entrate  in  appetito  della  ricchezza 
del  carico  degringlesi,  domandarono  al  granduca 
che  li  licenziasse  dal  porto  con  animo  di  com- 
batterli al  mare.  Così  ingiusta  domanda  incontrò 
nel  principe  quella  resistenza  che  richiedeva  la 
naturale  sua  rettitudine  ed  il  riflesso  della  libertà 
e  sicurezza  del  porto  :  ma  nondimeno  V  audacia 
delTammiraglio  olandese  essendo  giunta  al  segno 
di  minacciare  la  violenza  ,  fu  necessario  di  met- 
tersi in  grado  di  far  valere  la  protezione  della 
piazza.  Introdotti  per  tanto  nel  molo  i  vascelli  in- 
glesi,e  scaricate  le  loro  mercanzìe,si  munirono  le 
fortezze  e  la  bocca  slessa  del  porto  per  resistere 
alla  violenza  degli  olandesi.  Essa  non  fu  impiega- 
la altrimenti  ,  ma  si  messero  in  campo  diversi 
j)arliti,  tutti  tendenti  al  danno  dei  vascelli  inglesi, 
ed  il  granduca  condusse  in  lungo  la  pratica,  tan- 
toché Gormwel  e  gli  stati  d'Olanda  restassero  av- 
visati di  questo  disordine.  Fu  poi,  per  soddisfare 
al  granduca,  permutato  dagli  stati  l'ammiraglio 
della  loro  flotta  ,  ed  agli  inglesi  fu  inviato  dal 
parlamento  un  rinforzo  ;  corseggiarono  però  le 
armate  in  vicinanza  di  Livorno,  tenendo  come 
bloccata  la  piazza,  non  senza  grave  danno  del 
commercio  della  medesima.  Ma  allorché  le  due 
parti  si  credettero  eguali  di  forze  risolverono  di 
cimentarsi,  ed  allargatesi  dal  porto  verso  T  Elba 
attaccarono  presso  Lungone  una  cruda  ballaglia 
che  durò  quallr'  ore,  in  cui  gP  inglesi  rimasero 
soccombenti  e  viperderono  cinque  vascelli  e  4^0 
uomini  del  loro  equipaggio.  Peri  degli  olande- 
bi  una  sola  nave  e  circa  oeulociuquanla   uomi«. 


AVVENIMENTI  STORICI  -^/1.1652. 

ni  deirequipaggio',  il  loro  ammiraglio  Vangalen 
gravemente  ferito  mori  di  poi  a  Livorno,  dove 
era  stato  portato  a  curarsi  (60). 

g.  5a.  Ferdinando,  come  tutti  gli  altri  prin- 
cipi italiani,  era  intento  a  dirigere  le  operazioni 
del  cardinale  Carlo  dei  Medici  suo  zio  e  dec^^no 
del  sacro  collegio,  per  aver  ancor  egli  parte  nel 
futuro  conclave,  giacché  a  ragione  delTetà  decre- 
pita e  delle  infermità  del  pontefice  si  temeva 
della  dì  lui  vita.  Lo  stesso  cardinale  come  pro- 
tettore della  corona  di  Spagna  dovè  ancora  ese- 
guire le  intenzioni  di  quel  re  affida  te  segretamente 
al  granducaje  a  tale  oggetto  gli  si  dette  in  soccor- 
so il  cardinale  Gio.  Carlo  col  carattere  di  con- 
protettore di  quella  monarchia.  Seguita  la  morte 
d'Innocenzo  X  il  dì  7  di  gennaio  del  i655  ,  si 
adunarono  i  cardinali  in  conclave,e  grandi  furono 
in  principio  i  dibattimenti  per  la  discordanza 
delle  volontà,  cagionata  dalle  pratiche  tenute  pa- 
lesemente prima  della  morte  di  detto  papa.  Stan- 
chi finalmente  della  lunghezza  e  disagi  del  con- 
clave,  cominciò  il  cardinal  Barberini  a  trattare  coi 
cardinali  dei  .\Iedici,  ed  in  fine  si  venne  a  propor- 
re il  cardinale  Chigi  di  Siena,  in  cui  apparivano 
molti  meriti  di  talento  e  di  virtù,  esperienza  negli 
afl'ari  ed  una  parti  colar  destrezza  per  cattivarsi 
1'  amore  delT  universale .  Fu  pubblicata  la  sua 
elezione  il  dì  7  di  aprile ,  ed  assunse  il  nome  di 
Alessandro  VII.  Dette  egli  dimostrazione  di  ^'ra- 
titudine  ai  cardinali  dei  Medici ,  riconoscendoli 
come  i  promotori  della  sua  esaltazione,  e  special- 
mente il  cardinale  Gio.  Carlo.  Credette  tutta  la 


u^rt.1655.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  TX.  449^^ 

casa  iVIedicI  d'aver  trovato  in  Alessandro  un  papa 
a  sé  favorevolissimo ,  come  lo  era  stato  Pio  V , 
ma  s'^ingannò,  poiché  si  Irovò  a  soffrire  per  parte 
di  lui  qualche  disgusto  (6i). 

g.  53.  Imperversava  la  peste  in  Napoli,  Roma 
e  Genova ,  per  cui  non  si  potette  impedire  che 
non  si  dilatasse  lungo  la  costa  del  mare  e  fino  ai 
confini  del  granducato  .  Quivi  Ferdinando  ed  il; 
principe  IVIallias  governatore  di  Siena  presero  le 
più  savie  e  fi^rti  misure,  togliendo  qualunque  siasi 
comunicazione,  il  che  preservò  tutto  lo  stato  da 
questo  disastro.  I  Barberini   sotto  il  papa  Ales- 
sandro YIl  furono  reintegrati  nella  grazia  del  re 
di  Spagna  e  del  granduca  di  Toscana  ,  che  li  ri- 
cevè amichevolmente.  Il  primogenito  di  Ferdi- 
nando li,   cui  erasi  imposto  il  nome  di  Cosimo,' 
trovossi  sotto  la  direzione  d''un  aio  più  atto  a' 
formare  un  ecclesiastico  che  un  buon  principe  ,s 
e  gli  fu  ispirala  piuttosto  delP  avversione  per  la' 
buona  filosofia  (6a). 

g.  54.  Dopo  tanti  disastri ,  dai  quali  era  stata 
la  Toscana  cosi  lungamente  afflitta,  godevasi  ora 
quiete  e  tranquillità  ,  e  di  questa  si  profittò  per 
l"* avanzamento  delle  scienze  e  delle  arti .  Emulo> 
Ferdinando  della  gloria  di  Cosimo  il  vecchio  et 
di  Lorenzo  il  magnifico,  avea  fin  dal   j638  rias-» 
sunta  sul  loro  esempio  V  Accademia  Platonica  . 
Sulle  tracce  di  Bacone  e  del  Galileo  sorgeva  inrf 
Italia  uno  spirito  ardente  di  perfezionare  le  cogni-> 
zioni,  squolere  l'antico  giogo,  ritrovare  la  verità 
e  vincere  gli  errori:  il  comunicare  i  sentimenti  e. 
le  idee  fu  creduto  il  più  cflicace  mezzo  per  ooiw»* 


45o  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.i651 , 

seguirne  T intento,  e  perciò  si  formarono  delle 
assemblee  dirette  unicamente  allo  scopo  di  per- 
fezionarsi.  Molte  di  queste  adunanze  erano  già 
stabilite  in  Firenze,  ed  avea  ciascuna  un  diverso 
oggetto  per  acquistarsi  gloria  o  nella  letteratura, 
o  nelle  scienze,  o  nelle  arti^  l'emulazione  le  so- 
steneva ,  lo  spìrito  corrente  le  animava,  ed  il 
principe  le  proteggeva.  La  nobiltà  e  le  persone 
qualificate  vi  si  occupavano  con  piacere,  poiché 
per  mezzo  di  esse  facilmente  si  combinavano  i 
passatempi  ed  il  divertimento.  Qualunque  fosse 
r  istituto  deir  accademia  della  Crusca  relativa- 
mente alla  perfezione  della  lingua  patria,  produ- 
ceva nondimeno  quelP  adunanza  dei  necessari 
esercizi  di  spirito:  con  questi  era  combinato  an- 
cora il  piacere,  poiché  facevasi  un  banchetto  pe- 
riodico ,  denominato  da  quelli  accademici  con 
antico  vocabolo  stra{>lzzo  ^  cui  interveniva  or- 
dinariamente alcuno  dei  principi,  i  più  qualificati 
personaggi  della  città,  e  gli  uomini  di  lettere.  La 
necessità  di  animare  i  trattenimenti  colla  novità 
esercitava  tanto  gFingegni,  quanto  gl'intorpidis- 
se  l'uniformità  e  la  frequenza  di  essi.  Lo  stesso 
facevano  tutte  le  altre  accademie,  e  nel  tempo 
medesimo  che  si  perfezionavano  le  idee  si  addol- 
civano ancora  i  costumi  (63). 

g.  55.  A.  compimento  della  gloria  di  Ferdi- 
nando mancava  solo  che  il  principe  Cosimo  suo 
unico  figlio  giunto  all'età  di  sedici  anni  venisse 
ad  avere  una  educazione  liberale ,  onde  imitare, 
le  virtù  ed  il  nobile  genio  del  padre.  Il  carattere 
della  granduchessa  era  però  così  opposto  a  quel- 


Jn.165S.  DEI  TEMPI  niEOlCEI  CAP.  IX.  4^1 

Io  di  Ferdinando,  ohe  tra  loro  la  pace  non  ebbe 
lunga  durata.  Nato  che  fu  Cosimo,  i  due  regnanti 
si  separarono  ^  e  per  il  volgere  di  diciotto  anni 
mantennero  tra  loro  il  divorzio,  fi  piccolo  Cosi- 
mo crebbe  educato  ai  difetti  della  raadre,e  ninna 
delle  virtù  del  suo  padre  apprese,  perchè  distolto 
da  mille  altre  cure  trascurava  involontariamente 
la  educazione  del  figlio.  Questa  incuria,  onde 
Ferdinando  abbandonava  il  tìglio  Cosimo  alla  to- 
tale direzione  della  non  lodevole  madre  ,  e  di 
quelli  che  con  cuore  non  puro  e  con  mente  pre- 
giudicata intorno  a  lei  si  aggiravano  ,  fu  causa 
di  non  pochi  disgusti  per  il  granduca,  e  di  danni 
incalcolabili  per  la  Toscana  (64)-  Si  accorse  tardi 
il  granduca  d'  aver  troppo  confidato  nelP  amo- 
re della  madre  ,  e  credette  di  poter  correggere 
i  difetti  del  figlio  col  maritarlo  sollecitamente  . 
La  scarsità  dei  partiti  non  offriva  in  quel  mo' 
mento  che  una  principessa  di  Sassonia,  o  una  fi- 
glia del  secondo  letto  del  duca  d'Orleans.  Si  tro- 
varono degli  ostacoli  per  la  principessa  di  Sasso- 
nia, i  quali  non  credette  il  granduca  di  dover  far 
forza  per  superarli.e  rivolse  le  sue  mire  alla  primo- 
genita del  duca  Gastone  d'Orleans,  secondogenito 
di  Enrico  IV  e  di  Maria  dei  Medici.  Incerta  però 
ancora  la  pace  tra  la  Francia  eia  Spagna,  ambiva 
il  duca  d'Orleans  di  porre  la  sua  figlia  sul  trono 
di  Francia,  qualora  nella  pace  da  concludersi  non 
fosse  fissato  ili  dare  al  re  Pinfanta  di  Spagna.  La 
parzialità  del  cardinal  Mazzarino  pel  granduca  fa- 
ceva a  questo  sperare  non  difiicile  l'esecuzione  del 
suo  progetto^  ed  infatti  appena  conclusa  la  pace  gè- 


45à  AVVENIMENTI  STOHICl  ^/Z.1658. 

nerale  nel  congresso  dei  Pirenei,  di  cui  sì  rallegrò 
l'Italia  tutta,  ove  fu  compreso  anche  Ferdinando 
li ,  il  Mazzarino  si  applicò  a  contentare  il  gran- 
duca, trattando  il  matrimonio  tra  la  primogenita 
del  duca  d'Orleans  ed  il  di  lui  figlio  Cosimo .  La 
inaspettata  morte  del  duca  ne  facilitò  la  conclu- 
sione, poiché  restando  la  dì  luì  figlia  sotto  la  spe- 
ciale tutela  del  re  ,  più  facilmente  poteano  to- 
gliersi gli  ostacoli  che  si  fosser  frapposti.  Il  resi- 
dente del  granduca  a  Parigi  trattava  quest'atfare 
col  cardinal  Mazzarino,  di  cui  era  confidente.  Que- 
sto residente  era  Tabate  Pietro  Bonzi  fiorentino 
d'origine,  ch''ess€ndoin  favore  alla  corte  di  Fran- 
cia ebbe  per  di  lei  mezzo  il  cappello  cardinalizia. 
Molte  difficoltà  si  frapposero  per  impedire  il  de- 
siato coniugio  ,  ma  il  3Iazzarino  per  servire  il 
granduca  tutte  le  superò,  e  dichiarò  al  Bonzi  il 
matrimonio  come  concluso,  significandogli  di  più 
che  reputando  il  re  questa  cugina  come  una  so- 
rella, voleva  dimostrarle  un  particolare  affetto  , 
dotandola  del  suo  erario.  Margherita  Luisa  prin- 
cipessa d'Orleans  destinata  sposa  del  principe 
Cosimo  di  Toscana  era  dotata  di  rara  bellezza,  e 
di  straordinaria  vivacità.  Educata  dal  padre  con 
idea  dì  collocarla  sul  trono  di  Francia,  Taveva  as- 
suefatta a  poco  a  poco  a  tutti  quegli  esercizi  che 
più  piacevano  al  re  ,  ispirandole  avversione  per 
la  gravità  spagnuola  ed  italiana  (65). 

g.  56.  Fu  di  gran  contento  alla  corte  di  To- 
scana il  sentirsi  concluso  un  tal  matrimonio,  nel 
tempo  che  tuttora  gioiva  per  la  nascita  di  un  se- 
condogenito al   granduca,  che  dopo  diciotto  anni 


;^rt.1661.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^^ 

di  separazione,  riunitosi  colla  moglie  ebbe  questo 
nuovo  figlio,  a  cui  fu  poslo  il  nome  di  Francesco 
Maria.  Questa  doppia  allegrezza  rimase  disturbata 
dalla  morte  seguita  quasi  repentinamente  del 
cardinal  Mazzarino,  per  lo  che  la  duchessa  d'Or- 
leans ,  e  gli  emuli  della  casa  Medici  tentarono 
di  ritirare  il  re  dalla  parola  data,  ma  esso  tenne 
fermo,  e  finalmente  il  di  i8  d'aprile  fu  esegui- 
ta nella  cappella  del  Louvre  la  ceremonia  dello 
sposalizio,  avendo  avuta  il  duca  di  Guisa  la  pro- 
cura dal  principe  di  Toscana,  ed  il  vescovo  Bonsi 
esercitò  le  funzioni  di  parroco.  Fu  di  gran  sod- 
disfazione pel  granduca  l'alleanza  con  Luigi  XIV, 
che  dopo  la  pace  dei  Pirenei  parea  che  acquistasse 
una  preponderanza  in  Europa.  Grandi  perciò  fu- 
rono i  segni  di  letizia  all'annunzio  degli  eseguiti 
sponsali,  ch'eran  fissati  dover  seguire  in  Marsilia. 
Il  principe  Maltias  fratello  del  granduca  fu  in- 
oombenzalo  di  portarsi  in  quel  porto,  con  nove 
galere  messe  nella  più  gran  magnificenza,  ad  in- 
contrare la  sposa  con  un  seguilo  numeroso  della 
piincipal  nobiltà  della  Toscana.  Non  di  minore 
magnificenza  furono  i  preparativi  ordinati  in  Mar- 
^ilìa  da  Luigi  XIV  per  il  ricevimento  del  principe 
Matliss  e  *uo  segnilo^  e  finalmente  imbarcatasi  la 
principessa  sopra  la  galera  capitana  il  di  9  di  giu- 
gno, arrivò  lutto  il  convoglio  in  Livorno  il  di  la. 
Kicevula  quivi  dalla  duchessa  di  Parma,  e  da  tre 
suoi  figli,  ed  essendo  per  ogni  dove  preparale  le 
feste,  archi  trionfali  ec.  prosegui  il  suo  viaggio  per 
Pisa,  ed  alPAmbrogiana,  villa  della  corte,  si  trova- 
rono a  riceverla  il  principe  Cosimo  e  la  grandu- 
òt.  Tose.   Tom,   10.  i'J 


454  ATVETNIMENTl  STORICI  ^/i.1662. 

chessa,e  poscia  a  Signa  fu  incontrata  dallo  stesso 
granduca,  dal  cardinale  Giovan  Carlo  e  principe 
Leopoldo,  ed  entrarono  insieme  nella  capitale 
privatamente  ,  rimettendosi  ad  altro  tempo  T  in- 
gresso formale.  Molti  princij)i  italiani  concorsero 
in  Firenze  agli  spettacoli  e  feste  date  in  questa 
occasione.  Luigi  XIV  mostrò  al  granduca  tutto 
il  suo  gradimento  per  le  tante  dimostrazioni  fatte 
in  tale  occasione: egli  aveva  anche  una  particolare 
slima  per  Ferdinando,  e  gradiva  i  suoi  consigli  so- 
pra gli  affari  d^Iialia:  fu  in  questo  tempo  cbe  una 
rottura  nata  tra  ^1  papa  e  Luigi  XIV  dette  luogo 
ad  una  mediazione  del  granduca  (66). 

§.  67.  Nel  trattato  di  pace  dei  Pirenei  essendo 
stato  escluso  il  papa,  ne  avvenne  che  egli  pro- 
cedette tosto  alla  inoamerazione  di  Castro  (67). 
Luigi  XIV  spedi  il  marchese  di  Crecquj  a  Koma 
per  agire  amichevolmente^  ma  essendo  accaduto 
UQ  disgustoso  accidente  a  questo  suo  ambascia-* 
lore,  minacciò  di  porre  l'Italia  a  soqquadro  (68). 
Richiesto  il  granduca  tanto  dal  re  di  Francia  quau- 
to  dal  pontetìce  della  sua  mediazione  ,  vi  pose 
tutto  lo  studio,e  passando  di  Firenze  il  marchese 
di  Crecquy  ebbe  col  granduca  molti  colloqui,  ia 
seguilo  dei  quali  fu  tenuto  un  congresso  con  uQ 
plenipolenziaVio  del  pontetìce  a  Ponte  Bonviciuo 
su  i  contini  della  Francia,  ma  nulla  si  concluse, 
attesa  i**  ostinazione  del  papa  e  dei  suoi  nipoti  . 
Pareva  però  impossibile  tanto  al  re  di  Francia 
quanto  al  granduca,  che  sua  Santità  solo  volesse 
cimentare  il  suo  stalo  contro  una  potenza  delle 
maggiori  d^Europa .  Si  procurò  pertanto  di  fare 


L#/l.1rt63.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^5 

fnlendere  al  sacro  collegio  la  necessità  di  consi- 
gliare il  papa  ad  accomodarsi  .  Queste  insinua- 
zioni ebbero  il  loro  effetto,  e  fu  tenuto  un  con- 
gresso a  Pisa  dai  plenipolenziari  d*ambe  le  parti 
in  presenza  del  granduca,  che  ne  dirigeva  le  ope- 
razioni .  Si  pervenne  finalmente  a  stabilire  un 
trattato,  nel  quale  accordavasila  disincamerazio- 
ne  di  Castro,  dei  compensi  al  duca  di  Modena 
per  le  valli  di  Comacchio ,  e  le  soddisfazioni  da 
darsi  al  re  f»er  gì'  insulti  sofferti  dal  suo  amba- 
sciatore a  Roma:  così  questa  pendenza  fu  termi- 
nata con  grande  onore  del  granduca,  che  seppe 
conciliare  sì  difficili  pratiche,ed  allontauiire  il  fla- 
gello della  guerra  che  minacciava  Tllalia  (69). 

g.  58.  Ben  presto,  dopo  il  termine  delle  feste 
ed  allegrezze  celebrate  in  Firenze  per  gli  spon- 
sali del  principe  Cosimo,  dettesi  a  scoprire  P  ani- 
mo inquieto  ed  il  malcontento  della  principessa 
sposa,  la  quale  avea  disposto  segretamente  del 
suo  cuore  a  favore  di  un  principe,  che  per  esser 
privo  di  stati  e  di  un  appannaggio  competente, 
non  era  in  grado  di  farle  sj)erare  la  sua  roano  . 
Era  questi  Carlo  di  Lorena  che  fu  poi  il  celebre 
duca  Carlo  V,  il  difensore  della  Germania  ed  il 
terrore  dei  lunhi.  Astretta  a  sottomettersi  alla 
volontà  del  re  ed  allontanarsi  dall'oggetto  che 
amava,  portò  in  Toscana  il  rancore,  la  tristezza 
ed  il  malumore,  che  suol  produrre  un  sacrifizio 
di  questa  sorte.  Appena  giunta  a  p'irenze  mostrò 
subito  un'avversione  al  paese,  un  disprezzo  per 
gli  abitanti,  ed  un  totale  abborrimento  per  gli 
Usi  ilaliaoi  .  Per  quanto  lo  sposo  si  inojttrasse 


456  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1663, 

acceso  di  amore  per  lei,  il  suo  carattere  non  era 
tale  da  farle  scordare  la  prima  6amma:  resa  sem- 
pre più  audace  ed  intollerante,  crescevano  i  suoi 
capricci  (70). 

g.  59.  All''  occasione  del  passaggio  del  mar- 
chese di  Crecquy  da  Firenze,  ebbe  questi  ordine 
dal  re,  già  informato  dal  granduca  delle  strava- 
ganze della  principessa,  di  farle  sentire  la  sua  di- 
sapprovazione, e  di  togliere  ogni  speranza  di  as- 
sistenza e  protezione  se  non  ritornasse  nei  suoi 
doveri.  Ciò  non  fece  che  mnggiormente  inasprire 
quell'animo  fiero,  poiché  sostenuta  in  quelle  stra- 
vaganze dalle  persone  di  suo  servizio  ,  dava  in 
continui  eccessi:  arrivò  essa  al  segno,  essendosi 
scoperta  incinta,  di  fare  ogni  tentativo  per  abor- 
tire, ma  fortunatamente  il  dì  9  agosto  dette  alla 
luce  un  tìglio  maschio,  il  che  apjiorlò  grandissima 
consolazione  a  tutta  la  famiglia.  Questo  felice  av- 
venimento fece  accrescere  il  desiderio  di  ristabi- 
lire la  pace  e  tranquillità,  e  siccome  tanto  Luigi 
XIV  quanto  il  granduca  Ferdinando  erano  per- 
suasi che  il  principale  impulso  alle  stranezze  del- 
la principessa  provenisse  dalle  donne  francesi 
che  avea  condotte  seco,  fu  convenuto  di  riman- 
darle e  rimpiazzarle  con  italiane.  Questo  colpo 
ferì  maggiormente  il  cuore  della  principessa,  che 
empi  la  corte  di  Francia  dei  suoi  lamenti,  insi* 
stendo  di  volersene  (ornare  nella  sua  patria,  ed 
aumentando  ogni  giorno  più  gli  insulti  e  le  of- 
fese al  granduca  ed  al  marito.  Luigi  XIV  det-» 
te  commissione  al  signor  d"*  A.ubeville  di  por- 
tarsi, in  Firenze,  trovandosi  già  esso  in  Lomhar-s 


w#ft.1664.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^7 

dia,  ad  oggetto  di  far  rientrare  nei  suoi  doveri  la 
principessa^  ina  lutto  riuscì  inutile,  cosicché  fu 
obbligato  il  granduca,  sempre  col  consenso  dello 
stesso  re,  a  tenerla  più  ristretta,  ed  a  separarla  dal 
marito,  cui  fece  intanto  viaggiare  per  la  Lombar- 
dia,onde  render  meno  pubblica  e  clamorosa  questa 
nuova  dissensione  e  separazione  (71). 

5.  60.  In  occasione  di  trovarsi  in  Italia  il  mar- 
chese di  Crecquy  per  gli  affari  col  papa,  ebbe 
nuovamente  commissione  da  Luigi  XIV  di  far 
tutte  le  prove  per  ridurre  al  dovere  la  principes- 
sa sposa,  la  quale  era  ostinata  in  voler  tornare  in 
Francia.  Le  spedi  ancora  madama  du  Deffautche 
aveva  avuta  gran  parte  nella  sua  educazione,  ma 
non  riuscì  né  a  lei  né  ad  altri  di  raffrenarla,  per 
lo  che  il  granduca  fu  costretto  finalmente  di  ve- 
nire, col  consenso  del  re,  alle  vie  del  rigore .  La 
contino  per  tanto  nella  villa  del  Poggio  aCaiano, 
facendola  severamente  osservare,senza  che  alcu- 
no potesse  averne  V  accesso.  Si  credette  che  la 
solitudine  e  le  buone  esortazioni  di  persone  di 
pietà,  di  spirito  e  di  dottrina  potessero  ricondurla 
ai  suoi  doveri,  ma  essa  mostrò  grande  ostinazio- 
ne e  pertinacia  per  molti  mesi.  Finalmente  quan- 
do meno  si  aspettava, la  sera  del  di  6  novembre 
partita  dal  Poggio  a  Caiano  e  portatasi  a  Firenze, 
gettossi  nelle  braccia  del  suocero  e  del  marito  , 
e  mostrossi  talmente  pentita  e  confusa, che  risve- 
glio in  essi  il  più  tenero  amore  e  !a  più  viva  alle- 
grezza, e  poi  si  videro  i  frutti  di  «juesla  riunione 
nella  nascita  di  una  principessa  (72). 


458  AVVEPflMENTI  STORICI  ^/2.1666, 

g.  6i.  Fino  dal  gennaio  del  i()63  era  niorfo 
d^àpoplessia  il  cardinale  Gio.  Carlo  Medici  nella 
•villa  di  Castello.  I  disordinigli  avevano  abbie- 
-viata  la  vita,e  le  inconsiderate  profusioni  avean 
totalmente  dispersa  tutta  la  sua  economìa  :  il  genio 
elevato,  i  suoi  tratti  liberi  e  disinvolti,  Tumore  al- 
legro e  brillante,  Tinclinazione  ai  pi-ìceri,  e  la  pro- 
digalità lo  facevano  stimare  ed  amare  universal- 
mente da  tutti^  più  atto  a  trattare  gli  affari  che  a 
sostenere  il  carattere  cardinalizio,  era  molto  ac- 
cetto al  granduca  suo  fratello,  che  si  valeva  del 
di  lui  aiuto  nel  governo  del  granducato.  Odioso 
alla  granduchessa  sua  cognata  era  accetto  alla 
principessa  sposa,  che  in  varie  occasioni  riceve- 
va in  buon  animo  i  di  lui  consigli.  Questa  perdita 
fu  sensibile  al  granduca  ed  agli  altri  principi,  ed 
attesa  la  decrepitezza  e  le  infermità  del  cardinal 
Carlo  si  conobbe  la  necessità  di  avere  un  nuovo 
cappello  nella  famiglia.  Era  incerto  il  granduca  a 
quale  deiduefratelh*  che  restavano  dovesse  procu- 
rare il  cardinalato,poirhè  sebbene  la  consuetudine 
della  famiglia  portasse  di  collocarla  nel  secondo- 
genito, dì  conseguenza  il  principe  Maltias  avesse 
un  certo  diritto  di  esser  preferito  al  principe  Leo- 
})oldo,  considerava  però  che  il  primo  più  esperto 
negli  afl'ari  di  guerra  che  in  quei  della  corte  di 
Roma ,  avrebbe  dovuto  per  il  miglior  servizio  e 
vantaggio  comune  cedere  quesfonore  al  secon- 
do, che  parevagli  più  disposto  per  sostenere  que- 
sto carattere.  Geloso  però  di  non  alterare  la  con- 
cordia dei  due  fratelli,  procurò  che  il  principe 


jin.i6Q6.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  IX.  4^9 

Maltias  fosse  invitato  dalla  corte  di  Spagna,  per 
occupare  uno  dei  più  qualificati  governi  della 
monarchia.  (73). 

g.  62.  Un  nuovo  genere  di  vessazione,  ignoto 
da  più  secoli  in  Italia,  insorgeva  dalla  Germania, 
consistente  nelle  contribuzioni  domandate  dallo 
imperatore  a  tutti  i  feudatari.  Il  conte  Piccolomi- 
ui  di  Siena  fu  il  primo  che,  col  titolo  di  commis- 
sario incaricato  di  questa  esazione,  scorresse  per 
le  corti  d''Italiaa  domandare  dei  soccorsi.  Il  gran- 
duca procurò  di  sostenere  Tindipendenza  del  do- 
minio di  Firenze  e  la  feudalità  di  Siena  colla  co- 
rona di  Spagna  ,  e  la  povertà  di  quei  feudi  che 
rilevavano  direttamente  daiPimpero:  pure  dichiarò 
esso  al  Piccolominiche  quanto  egli  credevasi  lon- 
tano dallobbligo  di  contribuire  a  titolo  di  feuda- 
lità, altrettanto  era  disposto  a  somministrare  gra- 
tuitamente all^  imperatore  quei  servizi  che  pote- 
va per  servirsene  contro  il  turco.  Fece  infatti 
trasportare  a  Trieste  una  considerabile  quantità 
di  polvere  e  di  munizione,  e  spedi  le  sue  quattro 
galere  per  danneggiare  le  coste  dei  turchi,  ed  ob- 
bligarli ad  una  diversione.  L'opportunità  del  soc- 
corso, e  la  pace  di  poi  stabilita  tra  Pimperatore 
ed  il  turco,  disimpegnarono  il  granduca  da  nuove 
richieste. 

g.  63.  Essendo  in  breve  tempo  morti  zio  e  ni- 
pote cardinali  Medici,  rendevasi  necessario  un 
rim|>iazzo  in  delta  casa.  Tutti  e  due  i  fratelli  del 
granduca,  ì\Iattias  e  Leopoldo,  ambivano  questa 
dignità,  e  Ferdinando  temendo  di  mostrare  par- 
zialità e  cosi  alterare  la  buona  doniesl  ica  armonia, 


46o  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1667. 

si  astenne  dal  dichiararsi,  lasciando  che  il  tempo 
accomodasse  questa  cornpetenza, operando  intan- 
to che  della  miglior  parte  delle  rendite  ecclesia- 
stiche che  godevano  i  due  cardinali  defunti,  fosse 
invf'slito  il  suo  secondogenito  Francesco  Maria  . 
Fu  sensibile  però  al  granduca,che  appunto  «n  que- 
sto tempo,  cioè  il  -ìa  maggio,  accadesse  la  morte 
di  Alessandro,  e  aprisse  così  il  conclave  senza 
che  vi  fosse  un  cardinale  della  sui  famiglia.  Fu 
questa  tuttavìa  l'occasione  in  cui  potette  provare 
la  sincerità  della  riconciliazione  dei  Barberini 
con  lui.  poiché  unito  il  loro  partito  cogli  aderenti 
di  S[)agna  e  di  esso  granduca  e  coi  cardinali  del- 
lo squadrone,  pottero  dar  leggi  al  conclave,  e  ob- 
bligare i  Ghigi  e  i  francesi  ad  accettare  per  pon- 
tefice il  cardinale  Rospigliosi  di  Pistoia,  che  fu 
eletto  il  di  20  di  giugno,  e  prese  il  nome  di  Cle- 
mente IX.  Fu  eccessiva  l'allegrezza  del  granduca 
per  questa  elezione,  e  ne  dimostrò  il  suo  contento 
ai  parenti  del  papa,  dandone  egli  il  primo  Tavviso 
al  bali  Rospigliosi  fratello  di  sua  Santità,  e  ricol- 
mando quella  famiglia  di  onorificenze  e  di  do- 
nativi. Il  nuovo  pontefice  perciò  glie  ne  mostrò 
tutta  la  sua  gratitudine,  e  senza  esserne  richiesto 
disegnò  subito  di  nominare  cardinale  uno  di  casa 
Medici.  Era  ben  nota  a  Clemente  IX  la  compe- 
tenza dei  due  fratelli,  onde  domandò  al  granduca 
che  risolvesse  egli  a  qual  dei  due  dovesse  confe- 
rire il  cappello.  Prese  questi  tempo  a  risolvere 
anche  a  cagione  dei  gravi  incomodi  che  soffriva  il 
principe  Mattias.  Non  fu  molto  lunga  la  dilazione, 
poiché  essendosi  questi  di  più  aggravalo,  dovè  fi- 


j4n,i667.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4^1 

naìniente  cedere  alla  forza  del  male, e  morì  il  dì  1 1 
di  ottobre.  Siffatto  accidente  sollecitò  la  promo- 
zione del  principe  Leopoldo  al  cardinalato ,  che 
fu  pubblicata  in  concistoro  il  dì  la  di  dicembre. 
Questa  esaltazione  portò  V  ultimo  crollo  alP  ac- 
cademia del  Cimento  .  Ebbe  per  altro  anche  a 
Roma  il  principe  Leopoldo  il  suo  genio  per  le 
scienze'  protesse  gli  uomini  di  talento,  e  ten- 
ne sempre  corrispondenza  coi  principali  letterati 
d^Europa,  senza  trascurare  gli  obblighi  della  sua 
nuova  dignità  ,  e  P  esercizio  delle  virtit  morali 
e  della  cristiana  pietà,  di  cui  dette  sempre  indu- 
bitate riprove  colla  più  rigorosa  esemplarità  (74^- 
§.  6^.  Il  rispetto  e  Tamore  che  avea  egli  verso  il 
granduca  faceva  sì,  ch'ei  nulla  trascurasse  di  tut- 
to ciò  che  poteva  esser  di  vantaggio  al  medesimo 
ed  alla  sua  famiglia. Compiangeva  di  cuore  lo  stato 
infelice  del  principe  Cosimo,  sempre  tormentalo 
dalle  stranezze  della  moglie,  essendo  essa  rica- 
duta nflle  solile  stravaganze.  Tutta  la  prudenza 
opportunamente  adoprata  fece  che  per  qualche 
mese  si  mantenesse  un'intelligenza  almeno  appa- 
rente tra  i  due  coniugi ,  finché  scopertesi  nella 
principessa  delle  vili  passioni, fino  a  tentare  essa  di 
fuggire  con  un  francese  vile  di  nascita  e  merce- 
nario di  professione, convenne  tornar  nuovamen- 
te al  rigore  per  osservarla  con  maggior  vigilanza. 
Ciò  non  fece  che  di  più  inasprirla  ed  invogliarla 
a  fuggire,  fino  a  segno  »li  meditare  di  intruppar- 
si con  una  compagni»  di  zingani.Tal'era  la  sua  fre- 
nesìa che  di  nuovo  tentò  di  sconciarsi,  essendo  già 
incinta  di  quattro  raesi^per  lo  che  bisognò guar.w 


46a  AVTENIMENTI  STORICI  Jn.i&Ql. 

<larla  colla  massima  altenzione  e  vigilanza.  Ve- 
dendosi essa  con  ciò  preclusa  ogni  strada,  risol- 
vette di  morire  di  fame^  ma  finalmente  cedendo 
il  furore  al  bisogno, dette  luogo  a  quei  lenitivi  che 
la  prudenza  e  le  dolci  maniere  di  Ferdinando 
seppero  opportunamente  ap|)licare,  onde  riraet- 
terld  in  calma  e  condurre  a  felice  termine  il  par- 
to, il  che  avvenne,  avendodataalla  luce  una  prin- 
cipessa che  fu  nominata  À.nna  Maria  Luisa.  Dopo 
questa  nascita  per  non  esporre  il  principe  Cosi- 
mo a  nuovi  disturbi,  pensò  Ferdinando  di  fargli 
intraprendere  un  viaggio  più  lungo,  ed  infatti  ri- 
solvette il  prelodato  principe  nel  mese  di  ottobre 
di  portarsi  a  vedere  i  paesi  bassi,  e  partitosi  da 
Firenze  fermossi  a  Inspruck,  accoltovi  dalParci- 
ducbessa  sua  zia.  Di  li  indirizzandosi  per  augusta 
aìVIagonza  s'imbarcò  sul  Reno  con  intenzione  di 
giungere  in  Olanda,  seguitando  il  corso  del  fiume. 
Sebbene  egli  viaggiasse  con  carattere  d'incognito, 
riscosse  dagli  elettori  e  dai  principi  onorevoli  ac- 
coglienze. Visitate  cosi  tutte  le  città  poste  sulla 
riva  del  Reno. giunse  finalmente  in  Olanda ,  e  fer- 
matosi in  Amsterdam  alloggiò  presso  il  Fercni 
ricchissimo  negoziante  fiorentino.  L"*  opinione 
acquistatasi  da  Ferdinando  II  in  queste  provincia 
di  prolettore  degli  artisti  e  de' letterati,  mosse  i 
più  ragguardevoli  ingegni  di  esse  a  tributare  al 
principe  Cosimo  un  omaggio,  che  dimostrasse  la 
stima  che  avevano  del  padre  e  di  tutta  la  casa 
Medici.  Preferendo  il  principe  questo  genere  di 
gloria  ad  ogni  altro,  si  prefisse  anch'egli  di  corri- 
spondere egualmente  con  essi;  e  perciò  ricusan- 


w^/1.1668.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  IX.  4^3 

do  la  servitù  dei  ministri,  che  i  borgomastri  della 
citta  e  gli  stali  aveano  a  lui  destinati  per  suo 
trattenimento,  volle  esser  servilo  unicamente  dal 
celebre  INiccoIò  Heinsio  e  dallo  stampatore  Pie- 
tro Bleau,  che  mai  si  distaccò  da'suoi  tìancbi.  Non 
potette  nondimeno  sfuggire  qualch^  una  delle 
molte  dimostrazioni  preparategli  ilalla  repubblica, 
volendosi  mostrar  grata  per  gli  ottimi  Irallamenti 
che  riceveva   a  Livorno (75). 

g.  65.  Dopo  un  mese  di  dimora  in  Amsterdam 
passò  Cosimo  colTHeinsio  a  Leida,  dove  trovossi 
corteggiato  dai  primari  professori  di  quell'inclita 
università,  i  quali  avevano  incaricatoli  Gronovio 
di  complimentarlo  con  una  eloquentissima  ora- 
zione. Si  trasferì  quin<li  in  Amburgo,  dove  trovò 
la  regina  Cristina  di  Svezia,  con  cui  potè  conver- 
sare ed  ammirarne  lo  spirito.  Di  qui  trasferendosi 
rapidamente  a  Firenze,  i  primi  di  maggio  ebbe  il 
contento  di  restituirsi  in  seno  alla  propria  fami- 
glia. I  gentiluomini  che  lo  accompagnarono  era- 
no tutti  personaggi  di  molto  spirilo  e  pratici  delle 
corti,  e  in  Olanda  fu  raggiunto  da  Paolo  Falco- 
nieri e  Lorenzo  >lugalotti,  che  Io  seguitarono  poi 
nel  reslo  del  viaggio,  il  granduca,  la  granduches- 
sa ed  il  cardinal  Leopoldo  rallegraronsi  tutti  del 
di  lui  rilorno,ed  ai)pbudirouo  molto  al  contegno 
da  lui  tenuto  nel  viaggio:  sola  fu  a  raltrislaisene 
grandemente  la  consorte,  che  lo  rigettò  dalla  sua 
presenza,  e  continuando  nelle  solile  irregolarità 
accrebbe  a  lui  le  amarezze  che  gli  angustiavano 
lo  spirito.  Slimolato  pertanto  dal  padre  risoUe  in- 
sieme col  coule  lYla^alutli  e  Paolo  Falcouicii  di 


464  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.1669. 

scorrere  la  Spagna,  il  Portogallo,  ringhillerra  e 
la  Francia  per  visitare  quelle  corti.  Da  per  tutto 
fu  ricevuto  con  estrema  cordialità,  e  con  lattigli 
onori  dovuti  al  suo  rangOjCd  in  specie  llnghilter- 
la  per  il  favore  accordato  dai  iVIedici  agPinglesi 
in  Livorno.  Posto  piede  nel  regno  di  Francia^ 
ebbe  per  parte  del  re  le  più  alte  distinzioni,  ed  il 
duca  di  Guisa  fu  destinato  per  suo  trattenilore. 
Trovò  nei  principi  del  sangue  e  nei  primari  mi- 
nistri un  orgoglio  che  non  si  era  manifestato  in 
veruna  delle  altre  corti.  Fu  tale  l'opinione  per 
altro  che  lasciò  del  suo  carattere,che  si  fece  cono- 
scere immeritevole  dei  disprezzi  che  gli  usava  la 
sposa.  Da  Parigi  passò  a  Lione  per  imbarcarsi  a 
Marsilia,  di  dove  le  galere  toscane  lo  ricondusse- 
ro a  Livorno  nel  febbraio  del  1670  (76).  Accolto 
teneramente  dai  genitori  trovò  ancora  più  tolle- 
ianza  nella  consorte,  e  lusingandosi  di  vivere  in 
progresso  tranquillamente^  intraprese  di  buon  ani- 
mo, per  voler  del  padre,  a  trattare  gli  affari  del 
governo. 

g.  66.  Clemente  IX,  che  brevemente  avea  re- 
gnato, cessò  di  vivere  nel  dì  9  dicembre  1669  con 
rammarico  universale,  essendo  egli  stato  un  pon- 
tetjce  pieno  di  virtù  e  d'esemplarità.  Nel  suo  pon- 
titjcato  procurò  la  sospensione  delle  ostilità  tra 
i  principi  cristiani ,  e  col  suo  esempio  stabilì  la 
moderazione  del  nipotismo,  lasciando  i  suoi  senza 
ricchezze  e  senza  potente  appoggio  dei  principi. 
Le  molte  pratiche  e  le  varie  fazioni  facevano  anda- 
re in  lungo  il  nuovo  conclave,  allorché  la  sagacita 
e  prudenza  del  cardinal  Leopoldo  de'Medici  seppe 


!^/t.1670.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^5 

con  destrezza  disporre  le  cose,  che  in  fine  a  sua 
istigazione  venne,  dopo  circa  4  mesi  di  conclave,- 
elelto  papa  il  cardinale  Altieri,  tuMochè  ottuage^ 
nario,  che  assunse  il  nome  di  Clemente  X.  Fu 
di  grandissimo  piacere  del  granduca  questa  ele- 
zione, perchè  riconosceva  nel  nuovo  papa  tutte 
le  inclinazioni  alla  quiete,  e  godette  delPinfluen- 
za  che  il  cardinale  suo  fratello  vi  aveva  avuta,  il 
quale  ollremodo  poi  onorato  dal  pontefice  fer- 
mossi  in  Roma ,  non  ostante  che  le  circostanze 
di  famiglia  esigessero  ch'egli  se  ne  ritornasse  in 
Firenze,  a  cagione  specialmente  del  notabile  de- 
terioranienlo  del  fratello  granduca.  Era  questo 
di  un  gracile  temperamento,  ed  avea  nella  sua 
gioventù  sotferte  molte  malattie,  che  indeboliro- 
no di  assai  la  sua  macchina.  Attaccato  finalmente 
dall  idrope  tenne  gli  animi  alquanto  sospesi  tra 
la  lusinga  e -1  timore,  ma  un  colpo  apoplelioo  so- 
pravvenne a  troncargli  la  vita  li  24  «lìaggio  1670 
in  età  d*anni  Sg,  avendone  regnali  40i  lasciando 
due  figli  maschi.  Cosimo  successore  e  Francese  o 
Maria  (77).  '  ^ 

g.  67.  Il  carattere  di  Ferdinando  fu  dolce,  moi^ 
deralo  e  facile  ad  usare  clemenza,  benché,  uni«^ 
formandosi  alla  costumanza  degli  altri  principi 
d*  Italia  ,  tenesse  alla  sua  corte  una  squadra  di 
bravi,detli  lance  spezzate,  per  difendersi  da  quelli 
che  con  armi  eguali  insidiavanlo.  Avea  Ferdinan- 
«lo  II  (a)  saputo  variare  i  costumi  della  nazione,  e 
addolcirli,  estinguendo  rorgoglìo  e  la  diffidenza. 

-ia)  Ved.  tav.  CXXXVf,  1N..6.  '« 

Si,  Tose,  Tom,  1Q.  40 


466  AVVENIMENTI    STORICI  Jn,i6l0. 

Una  necessaria  economia  lo  aveva  astretto  a  de- 
porre il  fasto  degli  antecessori,  ed  il  genio  e  la 
iilosoliagPispiravano  il  desiderio  di  avere  nei  suoi 
cittadini  degli  amici  ossequiosi  e  non  degli  schia- 
l'i.  L'afTabilità,  la  polizzìa  ed  il  gusto  brillavano 
dappertutto^  ed  una  decente  galanterìa  sostituita 
all'antica  rusticità  e  gelosìa,dando  luogo  alle  dame 
nei  passatempi,  ispirava  il  brio  e  stimolava  gli 
spiriti.  La  corte  non  era  più  il  teatro  orgoglioso 
che  umilia  ed  irrita  i  non  facoltosi,  e  si  fa  ammi- 
rare dagli  stolidi,  ma  un  congresso  di  personag- 
gi meritevoli  di  stare  al  confronto  di  un  principe 
il  più  dotto,  ed  il  più  illuminato  del  secolo:  per 
brillare  alla  corte  medicea  più  non  valeva  la  pro- 
fusione delle  sostanze,  ma  erano  unicamente  ap- 
prezzate le  qualità  dello  spirilo.  Il  patriottismo, 
il  desiderio  di  perfezionarsi  tanto  nella  persona 
di  Ferdinando,  quanto  negli  altri  due  Leopoldo  e 
3Ialtias,  e  le  ricerche  ardenti  della  verità  prepa- 
ravano la  gloria  del  secondo  secolo  mediceo,  che 
neiristoria  delle  cognizioni  umane  dovea  non  es- 
ser punto  inferiore  a  quello  di  Cosimo  e  Lorenzo 
il  Magnifico  (7^).  Le  circostanze  difficili  dei  tem- 
pi, i  malori  e  le  guerre  non  gli  concessero  di  far 
risorgere  la  Toscana  da  quell'  abbattimento  nel 
quale  era  caduta  sotto  la  reggenza  ,  come  forse 
avrebbe  fatto,  se  dal  cielo  gli  fosse  stata  concessa 
vita  più  lunga,  onde  i  sudditi  non  Io  compiansero 
universalmente.  La  fama  che  Ferdinando  II  s'era 
acquistata  per  tutta  Europa  di  sue  rare  virlù,eter- 
nò  il  di  lui  nome, e  nella  perdita  di  lui  mancò  agli 
infelici  un  liberale  sovvenitore,ai  grandi  genii  un 

0j>  e. 


jÌ'n.i6Ì0,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  IX.  4^7 

generoso  Mecenate  ,  ed  alle  scienze  e<l  arti  un 
dolio  promotore  (79). 

§.  68.  Accordandosi  dalla  corte  di  Toscana 
lutto  quanto  il  favore  alle  diverse  regole  dei  clau- 
strali, che  qua  s''annidarono  fino  dal  tempo  in  cui 
le  resrsenti  lasciate  da  Cosimo  II  amministrava- 
Ilo  le  cose  del  governo,  trovavasi  ora  un  numero 
considerevole  di  conventi  popolati  da  numerose 
famiglie.  Diverso  dalla  pubblica  istruzione  essen- 
do il  fine  della  maggior  parte  di  esse  ,  un"*  altra 
ne  venne  in  Firenze  nel  1628,  e  fu  la  congrega- 
zione degli  Scolopii  fondata  In  Roma  da  s.  (Giu- 
seppe Calasanzio.  Questi  Scolopii,  trionfanti  della 
guerra  che  Tinvidia  avea  saputo  muover  loro,  con 
quello  zelo  che  sempre  li  distinse  nelPinsegnare, 
si  dettero  al  disimpegno  del  loro  ufficio  con  molto 
plauso  e  pubblica  soddisfazione,  che  mai  decad- 
dero, ed  al  presente  pure  recano  vantaggio  gran- 
de in  Toscana  ,  polendo  ciascuno  approfittare 
delle  lezioni  loro  gratuite  .  Alle  belle  arti  non 
mancò  incoraggimento  nel  governo  di  Ferdinan- 
do II;  ed  il  Tacca  scultore, Giovanni  da  S.Giovan- 
ni e  Pietro  da  Cortona  pittori,  e  Stefano  della 
Bella  incisore,che  fiorirono  in  quel  tempo,  ebbero 
la  protezione  del  granduca  e  ragguardevoli  com- 
missioni. Intanto  che  il  cardinale  Carlo  dei  Me- 
dici, fratello  del  granduca,  a  sue  spese  conduceva 
al  termine  la  chiesa  dei  santi  Michele  e  Gaetano, 
Paltro  fratello  cardinale  Leopoldo  regitlava  alla 
pubblica  Galleria  la  collezione  dei  ritratti  dei  più 
celebri  pittori  ,  faceva  per  essa  la  raccolta  dei 
cammei,  aumentava  quella  delle  medaglie  e  Tar- 


468  -     àVVENlMENTl  STORICI  jénA6lO. 

ricchiva  pure  di  una  collezione  di  disegni  dei  pri- 
mi studi  dagli  scolari  greci  tino  al  tempo  di  Raf- 
faello. Con  tutto  ciò,  più  per  le  circostanze  dei 
tempi  che  per  la  mancanza  di  buon  volere  di 
Ferdinando  U  ,  la  Toscana  non  era  felice  ,  le 
gravezze  erano  insopportabili,  e  malgrado  ch*'egli 
cercasse  di  rinvigorire  il  commercio  ,  aprendo 
negoziazioni  con  la  Russia,  coi  turchi  e  con  altre 
nazioni,  V  industria  languiva  e  rendeva  i  sudditi 
malcontenti  (80). 


NOTE 

(1)  vluidotli  j  Compendio  delta  storia  di  Toscana, 
tom.  II,  lib.  XIV,  pag.  209.  Cicciaporci,  Compendio 
della  storia  fiorentina  ,   lib.  11  ,   cap.  v  ,    pag.   295  i 

(2)  Cicciaporci  cit.  (3)  Gnidotti  cit.  (4)  Gatiuzzi,  Sto- 
ria del  granducato  di  Toscana  ,  tom.  vii,  lib.  vi, 
cap.  viH.  (5)  Mazzarosa  ,  Storia  di  Lucca  ,  tom.  !r  , 
lib.  VII,  pag.  101.  (6)  Guidoni  cit.  (1)  Galluzxicit. 
(8)  iMazzarosa  cit.  (9)  Fioravanti  ,  Memorie  sloriche 
della  città  dì  Pistoia,  cap.  xxxrv,  pag.  45t.  (10)  Cic- 
ciaporci cit.  pag.  302.  (11)  Ivi.  (12)  Ivi  .  (13)  Wr. 
(14)  Ivi.  (15)  Artaud,  L*Dnivers  piltoresque  ^  Ita!i«, 
pag.  290  -  (16)  Ferrini  ,  Compendio  di  storia  della 
Toscana,  ep.  iv,  §.53.  (17)  Cicciaporci  cit.  (18)  Ivi. 
(19)  Galluzzi  cit.  lib.  vi  ,  cap.  x  .  (20)  Cicciaporci 
cit.  (21)  Guidetti  cit.  (22)  Galluzzi  cit.  lib.  vi,  cap. 
X  .  (23)  Guidoni  cit.  pag.  216.  (24)  Galluzzi  cit. 
(25)  Guidoni  cit.  (26)  Cicciaporci  cit.  (27)  Galluzzi 
cit.  (28)  Cicciaporci  cit.  (29)  Ivi.  (30)  Galluzzi  cit. 
(31)  Ivi  .  (32}  Leo  ,  Storia  degli  stati  italiani  ,  tom» 


DEI    TEMPI    MEDICEI  CiP.  IX.  4^9 

IJ,  lib.  XII,  pag.  457.  (33)  Galluzzi  cit.  !ib.  vii,  cap. 
1.  (34)  Ivi,  cap.  II  .  (35)  Ciociaporci  cit.  pag.  314  . 
(36)  Storia  di  Cortona,  cap.  iv.  (37)  Muratori,  An- 
nali d'Italia,  an.  1642.  (38j  Galluzzi  cit.  lib.  vii, 
cap.  Il  .  (39)  Muratori  cit.  an.  1643.  (40)  Galluzzi 
cit.  lib.  VII,  cap.  III.  (41)  Ivi.  (42)  Storia  di  Corto- 
na cit.  (43)  Galluzzi  cit.  (44)  Ivi  ,  lib.  vii,  cap.  iii. 
(45)  Ivi  .  (46)  Ivi  .  (47)  Muratori  cil.  anno  1643  . 
(48)  Galluzzi  cit.  (49)  Ivi,  lib.  vii,  cap.  ni.  (50)  Ivi. 
(51)  Cicciaporci  cit.  lib.  ii,  cap.  v.  (52)  Ivi.  (i3)  Ivi. 
(54)  Galluzzi  cit.  lib.  vii,  cap,  iv.  (55)  Ivi,  cap.  v. 
(56)  Cicciaporci  cit.  lib.  ii,  cap.  v.  (57)  Galluzzi  cit. 
lib.  VII  ,  cap.  V  .  (58)  Cicciaporci  cit.  (59)  Galluzzi 
cit.  lib.  VII  ,  cap.  VI.  (60)  Ivi.  (61)  Cicciaporci  cit. 
(62)  Guidetti  cit.  voi.  u,  cap.  xv.  (63)  Galluzzi  cit. 
iib.  VII  5  cap.  VII.  (64)  Ferrini  cit.  epoca  v  ,  §.  54  . 
(65)  Cicciaporci  cit.  (66)  Galluzzi  cit.  (67)  Cicciapor- 
ci cit.  (68)  Litta  ,  Nota  della  casa  Medici  j  lav.  xvi. 
(69)  Cicciaporci  cit.  (70)  Guidotti  cit.  (71)  Galluzzi 
cit.  lib.  VII,  cap.  vili.  (72)  Cicciaporci  cit.  ("^3)  Gal- 
luzzi cit.  (74)  Cicciaporci  cit.  (75)  Galluzzi  cit.  lib. 
VII  ,  cap.  IX  .  (76)  Guidotti  cit.  voi.  ii  ,  cap.  xvi  . 
(77)  Cicciaporci  cit.  (78)  Galluzzi  cit.  lib.  vi  ,  cap. 
VI.  (79)  Ferrini  cit.  ep.  v,  §.  58.  (80)  Ivi,  §.  59. 


4o* 


4^0  ATVENIMEIVTI    STORICI 


(BiilPSlIKDILD   2, 


jin.  1670  di  G.  Cr. 

g.  1.  »3enza  ostacolo  alcuno  successe  Cosimo  IH 
al  trono  della  Toscana,  ed  ai  sudditi,  che  erano 
addolorali  per  la  perdila  del  di  lui  padre,  non  ri- 
maneva altro  conforto  che  la  speranza  di  ritro- 
vare nel  figlio  un  degno  successore;  ma  s'ingan- 
narono, perchè  nei  primi  anni  del  suo  governo, 
egli  si  mostrò  generoso  verso  i  popoli,  docile  co- 
gli amici  del  padre,  e  deferente  dai  savi  consigli 
del  cardinale  Leopoldo  suo  zio.  Fra  i  primi  suoi 
pensieri  fu  quello  di  onorare  con  grandiosi  fune- 
rali la  memoria  del  padre,  di  cui  encomiò  i  fatti 
egregi  Luigi  Ruscellai.  La  prosperità  di  cui  go- 
deva la  famiglia  Medici  ,  mercè  la  potenza  del 
cardinale  Leopoldo,  e  I9  sicurtà  in  cui  s'  appog- 
giava Cosimo  per  la  successione  del  principe 
Ferdinando  suo  primogenito,  fecero  siche  il  nuo- 
vo granduca  ben  presto  cambiò  gli  usati  modi,  e 
slimolato  dall'orgoglio,  dall'ambizione  e  dalla  va- 
nità disprezzò  la  giusta  economìa  paterna  ,  ed 
adottò  il  fasto  e  la  magnificenza  con  gravissimo 
disastro  dei  sudditi .  Educato  presso  una   madre 


jin.^QlO,  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  f\yi 

pregiudicala  e  higolla  ,  aflorniafa  da  persone  a 
cui  non  spetlaTa  d*  ingerirsi  in  affari  di  governo, 
e  mollo  meno  di  occuparsi  della  educazione  dì 
un  principe ,  il  granduca  Cosimo  professava  un 
bigollismo  mal*  inteso,  e  mentre  per  una  parie 
ostentava  religione,  per  Paltra  raoslravasi  di  sen- 
timenti affatto  opposti  alla  morale  evangelica  . 
Frullo  dei  viaggi  da  esso  fatti  fu  T  aumento  del- 
Torgoglio  e  della  vanità,  e  mancando  dei  talenti 
del  padre,  mentre  era  superbo,  era  poi  anche  vile. 
Accoppiando  in  se  bigoltismo  e  cattivo  cuore,  or- 
goglio e  viltà,  ne  avvenne  che  il  governo  non  fu 
buono,  e  la  Toscana  ebbe  a  riguardarlo  come  il 
suo  oppressore  (  i). 

g.   a.    Frattanto  lo  stato  della  Toscana  era 
tranquillissimo,  perchè  le  grandi  potenze  ad  al- 
tro non  attendevano  che  a  stare  in  guardia  Tuna 
dell*  altra  ,    temendo   sempre    I'  ingrandimento 
di  Luigi  XIV,  monarca  ambizioso  ed  intrapren- 
dente, onde  i  principi  d'Italia,    benché  diffidenti 
e  divisi  fra  di  loro,  erano  però  tulli  in  quiete,  (n 
mezzo  a  tanta  calma  Cosimo  III  ebbe  ai  24  *^* 
maggio  del  1671  un  altro  principe,  a  cui  in  me- 
moria deiravo  materno  fu  imposto  il  nome  di 
Giovan  Gastonp(2).Duravanotullavia  le  discordie 
traM  granduca  e  la  granduchessa,  le  stravaganze 
della  quale,  e  le  pretensioni  di  voler  essere  anche 
essa  a  parte  del  governo,  irritarono  sempre  più 
Tanimo  di  Cosimo,  il  quale  stimolato  ancora  dal- 
la granduchessa  madre  cominciò  a  procedere  con 
la  moglie  con  autorità  e  rigore.  Ved^^ndoiu  oltre 
che  perla  nascita  del  secondo  princi^iC  poleva  or- 


47^  AVVEIJIMEJITI    STOniCI  ^/t.1671. 

mai  credere  assicurata  la  successione  della  fami- 
glia, moslravasi  anco  disposto  alla  separazione. 
Questa  disposizione  d''animo  di  Cosimo  verso  la 
granduchessa  non  fece  che  sempre  più  irritarla;  e 
risoluta  di  non  più  competere  col  marito,  ricorse  a 
degli  artitìzi  per  sottrarsi  dalla  di  lui  soggezione 
e  ritornare  in  Francia:  finse  delle  malattie  al  pet- 
to, e  fu  necessario  far  venire  un  chirurgo  da  Pa- 
rigi  per   visitarla .    Costui  ritrovandola    sana  di 
corpo,  quanto  inferma  di  spirito,  non  si  lasciò  se- 
durre dalle  di  lei  insinuazioni  di  prescriverle  di 
portarsi  a  certi  bagni  in  Francia.  Vedendosi  essa 
preclusa  ogni  strada, proruppe  in  maggiori  lagnan- 
ze di  pretesi  cattivi  trattamenti  ricevuti  dal  gran- 
duca,e  ne  riempi  tutta  la  corte.  Sapeva  però  essa 
dissimilare  a  tempo,  ed  un  giorno  ohe  il  gran- 
duca la  visitava,  mostrandosi  straordinariamente 
tranquilla,  gli  domandò  di  potersi  portare  a  Prato 
per  sodisfare  a  certa  sua  devozione,  e  di  fermarsi 
a  pranzo  al  Poggio  a  Calano,  ma  scesa  a  quella 
villa  dichiarò  di  volersene  starla  lontana  dal  ma- 
rito, dalla  famiglia,  e  dalla  capitale  finché  il  cielo 
e  il  re  di  Francia  non  le  avean  destinato  un  sog- 
giorno più  quieto. 

g.  3.  Non  credette  il  granduca  Cosimo  III  di 
dover  subito  aderire,  e  soltanto  le  fece  intendere 
che  riflettesse  meglio  ai  suoi  doveri.  Anche  il  re 
di  Francia  trovando  irreprensibile  il  contegno 
del  granduca  verso  di  lei,  la  consigliò  a  rientrare 
nei  propri  doveri,  inviando  il  vescovo  di  Marsilia 
e  la  marchesa  di  Deft'ans  acciò  le  togliessero  ogni 
speranza  di  ritornare  in  Francia  e  di  ottenere  il 


;Ar.1672.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.X.  ^yZ 

patrocinio  di  lui,  e  le  rammentassero  anzi  i  doveri 
che  le  imponevano  le  leggi  divine  e  le  umane^ 
ma  non  fu  possibile  di  distorta  dal  suo  progetto 
di  tornare  in  Francia  uè  con  promesse  né  con 
minacce.  Allora  dichiarò  al  granduca  che  si  senli- 
,va  ispirata  da  Dio  a  professare  vita  religiosa,  e 
terminare  i  suoi  giorni  in  uno  spedale  negli  eser- 
cizi di  pietà.  Fu  dunque  stabilito  tra  Cosimo  e  ""I 
re  che  si  scegliesse  di  concerto  colla  medesima 
un  convento  nelle  vicinanze  di  Parigi,  e  fu  quel 
di  Montmartre,  dove  era  badessa  madama  di  Gui- 
sa, ed  ella  si  obbligò  di  non  uscir  mai  più  da  esso 
senza  licenza  espressa  del  re.  Prometteva  in  oltre 
di  non  tenere  presso  di  sé  altre  persone  che  le 
approvate  dalla  badessa.  Dalfaltra  parte  il  gran- 
duca si  obbh'gò  a  pagarle  annualmente  ottanta- 
mila lire  di  Francia  pel  suo  mantenimento, come 
pure  di  supplire  a  tutte  le  spese  per  la  fabbrica 
del  suo  quartiere  in  convento  e  pel  suo  ingresso 
in  esso,  e  di  farla  servire  ed  accompagnare  tino  a 
Qlarsilia,  con  gran  dispiacere  e  rammarico  dei  fio- 
rentini, avendo  essa  con  artifizio  dato  a  credere 
che  il  marito  e  la  suocera  erano  quelli  che  Tob- 
bligavano  a  ritirarsi.  Il  pubblico  si  persuadeva  di 
questo,  confrontando  il  carattere  duro  e  fiero  del 
marito  e  della  suocera,  con  la  piacevolezza,  popo- 
larità, e  generosità  della  moglie.  Giunse  in  effet- 
to al  destinato  ritiro  di  Montmartre  nel  luglio 
del  1675,  e  seppe  ben  presto  cattivarsi  Tanimo  di 
tutti  ì  principi  del  sangue  e  del  re  slesso,  che  di 
g^à  incolpava  altamente  la  coudotta  del  graudu* 


474  AVVENIMENTI  STORICI  ^/l.1675. 

ca,  ed  essa  godeva  in  Montmartre  di  lulte  le  fa-» 
cilità  che  bramava  (3). 

J.  4.  Eslremamente  ingelosito  ed  inquietato  dal 
procedere  della  moglie  il  granduca,  molto  ne  sof- 
friva,lanto  più  che  sapeva  bene  essere  alla  corte  di 
Francia  deriso  come  uomo  ruvido,  ed  oltremodó 
geloso.  Questo  stato  d**  inquietudine  rendevalo 
sommamente  fiero,  e  non  ad  altro  pensava  che 
alla  vanità,  mettendo  la  corte  in  un  lusso  estre- 
mo; per  lo  che  dovea  bene  spesso  accrescere  le  im- 
posizioni che  faceva  esigere  con  tutto  il  rigore,  il 
che  gii  alienava  Tamore  dei  sudditi.  Gran  disgra- 
zia fu  per  la  Toscana  anche  la  perdita  del  cardi- 
nale Leopoldo,  i  suggerimenti  del  quale  non  po- 
co raffrenavano  il  carattere  fiero  ed  orgoglioso  di 
Cosimo.  Restarono  privi  gli  eruditi  del  loro  IVIe- 
cenate  e  i  poveri  del  loro  protettore.  La  di  lui 
morte  può  contarsi  per  Tepoca  della  decadenza 
delle  scienze  e  delle  arti  in  Toscana,  e  forse  an- 
che di  quella  della  casa  Medici,  e  del  granducato. 
Ritornato  Leopoldo  da  Roma  procurò  di  spogliarsi 
insensibilmente  di  qualunque  influenza  nel  go- 
verno del  granducato,  ed  abbandonandosi  unica- 
mente al  suo  genio  viveva  lontano  dagli  affari,  ed 
occupavasi  nelle  corrispondenze  letterarie  e  nel- 
Tacquisto  di  lutto  ciò  che  di  più  raro  potevano 
somministrare  le  belle  arti.  A  questi  virtuosi  e- 
sercizi  univa  quelli  di  una  solida  pietà,  poiché 
promosso  nell'anno  1676  agli  ordini  sacri  eserci- 
tava le  funzioni  e  i  doveri  con  molta  edificia^'one 
dei  pubblico.  Inclinato  alle  beneficenze  spargeva 


jÌiU   1676.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  Xi  4?^ 

con  profusione  a  favore  degrinfelici  dei  soccorsi 
opportuni.  Compianse  l'Europa  infiera  la  morte  di 
un  personaggio,  che  al  possesso  delle  scienze  le 
più  sublimi  univa  Tesercizio  delle  virtù  (4). 

g.  5.  Godevasi  frattanto  in  Toscana  d*una  in- 
vidiabile tranquillità,  poiché  le  potenze  oltramon- 
tane erano  in  continua  guena,  e  rilalia  n'era 
soltanto  spettatrice,  non  avendo  ormai  più  alcu- 
na induenza  colle  grandi  potenze,  e  restandole 
solo  di  obbedire  al  più  forte.  In  conseguenza  di 
ciò  il  gabinetto  di  Cosimo  III  si  occupava  soltanto 
di  vanità  e  d'inutili  corrispondenze  ,  tanto  più 
che  dopo  la  morte  del  cardinal  Leopoldo  non  avea 
neppure  alcuna  influenza  in  Roma,  né  partito  da 
fare  agire  in  conclave.  Nonostante  che  decrepilo 
pure  inaspettatamente  mancò  di  vita  il  2^2.  di  lu- 
glio Clemente  X.  Regnavano  sempre  in  conclave 
gli  stessi  partiti,  ma  essendosi  fatto  più  numeroso 
quello  degl'indipendenti,  potettero  scegliere  un 
soggetto  che  non  avesse  relazione  con  nessuna 
corte.  Finalmente  mossi  da  lume  superiore  con- 
corsero tutti  nel  ai  settembre  all' elezione  di 
chi  sopra  gli  altri  meritava,  ma  non  avea  mai  de- 
siderato di  maneggiar  le  chiavi  di  Pietro.  Questi 
fu  il  cardinal  Benedetto  Odescalchi  comasco  nato 
nel  1611,  il  quale  fece  per  umiltà  quanta  resisten- 
za potette  alla  rivoluzione  dei  sacri  elettori.  Prese 
egli  il  nome  di  Innocenzo  XI,  e  fu  generalmente 
applaudita  la  di  lui  elezione.  Non  tardò  il  buon 
pouteGce  a  comprovar  co'fatti  T  espetlazione  co*: 
muno  delle  sue  singolari  virtù  (5).  ^ 

g.  6.  Pareva  ormai  alle  potenze  belligeranti  es- 


47^  AVVENIMENTI    STORICI  ^/1.1676. 

sere  di  comune  interesse  il  deporre  le  armi,  uni- 
co mezzo  perla  Francia  di  assicurare  le  sue  con- 
quiste,  e  per  la  Spagna  di  frenar  T  ambizione  di^ 
Luigi  XIV  :  sicché  designata    Wimega  per  luogo- 
dei  congresso,  ivi  fu  trattata  la  pace.  Mosso  da 
vanità  volle  Cosimo  esser  nominato  a  quel  con- 
gresso, e    mostrò  desiderio  di  accrescere  la  sua 
potenza^  ma  temendo  poi  di  non    dispiacere  alle 
altre  potenze,  non  ebbe  animo  di  farne  trattare, 
malgrado  gì'  impulsi  dei  ministri  impellali,  che 
davangli  fondate  speranze  per  ottenere  il  suo  de- 
siderio. La  Spagna  offriva  i  porti  dello  stato  di 
Siena  e  l'Elba^  la  Francia  prometteva  ragguarde- 
voli acquisti,  e  Pimperalore  offriva  qualunque  fa- 
vore per  aver  soccorsi^  ma  Cosimo  occupando  i 
suoi  ministri  in  ascetiche  corrispondenze,  piutto- 
sto che  in  serie  trattative,  lasciò  sfuggire  Tocca- 
sione  la  più  opportuna   per  render  felici  i  suoi 
sudditi,  ed  ampliare  i  suoi  dominii.  II  timore  che 
avea  Cosimo  della  Francia  e  delle  altre  potenze 
lo  rendeva  pusillanime, e  non  sapeva  pascolare  il 
suo  orgoglio,  ne  farsi  distinguere  alle  corti  che 
colTossequio  verso  i  monarchi  e  con  doni  prezio- 
si, ambiva  d'essere  reputato  uomo  di   lettere  e 
filosofo,  e  perciò  teneva  corrispondenza  con  i  per- 
sonaggi i  più  accreditati,  dell'Europa,  facendoli 
amici  col  mezzo  di  donativi,  e  accordando  loro 
protezione^  e  spendeva  somme  considerevoli  per 
mantenersi  quel  nome  di  letterato,  che  gli  era 
stabilito  non  tanto  dal  merito,  quanto  dall'adula- 
zione (6). 

g.  7.  L'intemperanza  cagionava  a  Cosimo  vari 


AnA611,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  477 

incomodi,  ed  il  Redi  suo  protomedico  gli  prescris- 
se di  passeggiare  per  prevenirne  dei  peggiori.  Pao- 
lo Falconieri  uomo  di  genio  della  corte  di  Ferdi- 
nando consigliò  al  granduca  di  far  questo  eser- 
cizio perla  gallerìa,  e  gli  fece  nascere  il  desiderio 
di  ornarla  complelaiiienle,  riunendo  in  quel  luogo 
quanto  di  più  raro  possedeva  la  casa  Medici.  Que- 
sto progetto  che  lusingava  la  sua  ambizione  fu 
abbracciato  da  Cosimo  IH,  ed  eseguito  col  mas- 
simo buon  gusto.  Furono  trasportate  da  Roma  in 
Firenze  le  più  belle  statue  cbe  ornavano  la  villa 
dei  Medici,  fra  le  quali  la  Venere  medicea,  credula 
antico  oggetto  di  adorazione  nel  tempio  di  Guido 
in  Caria,  e  con  essa  i  lottatori,  il  villano  che  ar- 
rota il  coltello,  e  molte  altre  statue,  che  formano 
adesso  il  più  belPornamento  della  Galleria  di  Fi- 
renze. Raccolse  da  ogni  parte  gemme  intagliate, 
pitture  rare  dall'Olanda  e  dalla  Fiandra,  medaglie, 
e  quanto  vi  era  di  più  perfetto  nelle  ville  e  nei 
palazzi  della  casa  Medici,  e  tutto  riunì  nella  detta 
galleria  a  decoro  ed  ornamento  della  capitale  dei 
suoi  slati.  Il  Redi  profittò  di  questa  circostanza 
|>er  insinuare  al  grauduca  Tistituzione  d'un  mu- 
seo di  storia  naturale.  Il  granduca  consenti  a  fa- 
re eseguire  questo  secondo  progetto,  e  mediante 
la  corrispondenza  che  aveva  con  i  filosoli  e  con 
i  letterati  i  più  celebri,  ed  il  buon  gusto  del  Redi, 
riuscì  a  completare  un  museo  insigne  per  la  va- 
rietà e  stimabile  per  il  prezzo,  se  si  abbia  riguar- 
do al  tempo  in  cui  fu  fatto  (7).  Cosimo  III  procu- 
rilo intanto  che  il  dì  lui  tìglio  Ferdinando  fosse  i- 
struitu  ed  educato  da  uomini  eccellenti  come  il 
6t.   Tose.   Tom.   10.  41 


47^  AVVENIMENTI  STORICI  u4nA61S, 

Viviani,  il  Lorenzini,  il  Redi  ed  il  Tforis.  Fioriva- 
no in  quel  tempo  le  lettere,  e  piuttosto  che  Tac- 
cademia  del  Cimento  fece  risorgere  quella  della 
Crusca,  per  dare  alla  luce  un  nuovo  vocabolario. 
Con  tutto  ciò  risquoteva  Cosimo  Tapplauso  delle 
nazioni,  e  godeva  Topinioue  di  degno  successore 
di  Ferdinando  II,  ma  in  questo  trionfo  si  getta- 
vano insensibilmente  i  semi  della  ignoranza  (8). 
g.  8.  Mentre  Cosimo  III  proteggeva  le  arti  e 
le  scienze  in  Toscana ,  e  pascolava  con  ciò  la 
sua  vanità  al  di  fuori,  era  egli  internamente  sem- 
pre inquieto  ed  afflitto  per  la  cattiva  condotta 
della  granduchessa  in  Francia,  la  quale  oramai 
non  avea  più  alcun  ritegno,  scioltasi  affatto  da 
tutti  i  legami  del  monastero^  che  da  sé  stessa  era- 
si imposti.  Ciò  che  anche  più  rincresceva  a  Co- 
simo si  era,  che  la  corte  di  Francia  valutava  come 
leggerezze  giovanili  le  stravaganze  di  essa,  e  che 
egli  era  riguardato  come  un  geloso,  inquieto  e 
stravagante.  Ma  alla  fine  dopo  forti  rappresentan- 
ze di  esso,  e  molti  disordini  della  moglie,  essen- 
do ancora  mancali  alcuni  dei  ministri  che  la  pro- 
teggevano, prese  il  re  la  risoluzione  di  proibire  ad 
essa  di  andare  a  corte,  ed  ordinò  che  dovesse  in 
ogni  modo  adattarsi  e  sottomettersi  alle  regole 
del  monastero.  È  ben  facile  Timmaginare  qual  di- 
spetto ciò  dovette  produrre  nelPanimo  della  gran- 
duchessa: essa  volentieri  sarebbesi  data  ad  ogni 
stranezza,  qualora  creduto  avesse  che  poteva  es- 
serle utile:  ma  vedendo  bene^che  i  mezzi  violenti 
non  avrebbero  potuto  condurla  al  suo  6ne,  ricor- 
se ai  soliti  artlfizijC  mostrandosi  pentita  volle  ten- 


/^/I.1678.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  X.  479 

lare  di  riunirsi  al  marito,  il  quale  come  che  uo- 
mo intemperante  e  soggetto  a  molle  infermità, 
rifletteva  seco  slessa  che  non  poteva  aver  lunga 
Tita,  e  che  trovandosi  essa  alla  morte  di  lui  in 
Toscana,  avrebbe  potuto  prendere  così  le  redini 
del  governo,  e  dominare  assolutamente.  La  me- 
diazione del  pontefice  per  questa  riunione  parve 
a  lei  più  opportuna.  Per  mezzo  dunque  del  nun- 
zio Io  pregò  volere  in  ciò  intromettersi,  ma  Cosi- 
mo bene  istruito  dalP  esperienza  ed  esacerbato 
dalle  diffamazioni  ch''essa  avea  fatte  di  lui,  della 
suocera  e  della  Toscana,  non  credè  di  dover  ce- 
dere ad  alcuna  insinuazione,e  fece  rispondere  che 
soltanto  una  lunga  irreprensibile  condotta  di  lei 
nel  monastero,  la  quale  provasse  il  suo  penti- 
mento, avrebbe  potuto  determinarlo  a  farla  tor- 
nare presso  di  lui  (9). 

g.  9,  Le  risoluzioni  del  granduca  posero  fine, 
alle  simulazioni  della  granduchessa,  la  quale  prese 
coi  mezzi  i  più  stravaganti  a  dimostrare  il  suodi- 
spetlo,  facendo  fino  appiccare  il  fuoco  al  mona- 
stero, per  aver  poi  un  pretesto  di  non  più  stare 
ritirata  in  convento.  Ma  estintosi  V  incendio  ,  e 
riuscito  vano  per  ciò  siffatto  tentativo,  dopoave-^ 
re  scritta  una  lettera  al  granduca  piena  d'iodio  e 
disprezzo,  si  dette  ad  una  vita  scandalosa,  ed  ebbe 
anche  il  coraggio  di  domandare  un  aumento  di 
pensione  al  medesimo,  ch''essendole  negata  ri- 
prese a  diffamarlo,  rappresentandolo  come  uno 
stravagante,  un  geloso  ed  un  avaro.  Fece  ciò  gran 
colpo  nelTanimo  del  re,  che  rideva  alle  strava-- 
ganze  delia  granduchessa,  e  formalizza  vasi  dei 


48o  AVVENIMENTI   STORICI  jén,168U 

granduca,  dicendo  che  ogni  qual  volta  egli  aveva 
allontanata  la  moglie,  ed  aveva  anche  ricusato  di 
riprenderla,  era  cosa  ridicola  che  ei  prendesse 
premura  in  lutto  ciò  che  la  riguardava,  dovendo 
affatto  spogliarsi  d^ìgni  interesse  per  lei,  come  lo 
avea  fatto  nelPaccordarle  la  separazione,  L''acerbo 
dolore  provato  dal  granduca  per  questi  sentimen- 
ti del  re,  unito  alla  vita  sedentaria  ed  intempe- 
rante, gli  produsse  una  fiera  malattìa  di  trabocco 
di  bile,  alla  quale  facea  temere  che  non  potesse 
resistere.  Quest'accidente  fece  concepire  speranza 
alla  granduchessa  di  poter  ritornare  in  Toscana 
e  dirigere  nel  governo  il  principe  Ferdinando  suo 
figlio,  dopo  la  morte  del  padre»  contando  essa  so- 
pra Taniore  che  le  dimostrava  il  detto  principe,  il 
quale  non  ostante  le  proibizioni  del  padre,  teneva 
ijna  segreta  corrispondenza  con  lei.  Non  si  guar- 
dava essa  da  far  noti  questi  suoi  disegni  anche 
al  ministro  Gondi,  e  non  attendeva  che  Tavviso 
della  morte  del  granduca,  per  portarsi  subito  in 
Toscana ,  ma  riuscì  tutto  ciò  vano,  poiché  dopo 
lunga  convalescenza  egli  ricuperò  la  salute  (io), 
g.  IO.  Risaputisi  da  Cosimo  tutti  i  progetti  da 
effettuarsi  alla  sua  morte,  spiegò  un  carattere  fie- 
ro, vendicandosi  di  tutti  quelli  che  aveauo  avuta 
corrispondenza  colla  granduchessa,  e  secondate 
le  sue  mire.  Questa  maniera  crudele  di  agire  gli 
alienò  Tanimo  dei  sudditi,  e  cominciò  a  sentirne 
gli  effetti  nel  proprio  suo  figlio,  il  quale  superala 
l'età  pupillare,  volle  squotere  il  giogo  della  indi- 
pendenza, ed  abbandonandosi  alle  proprie  inclina- 
zioni giunse  a  disprezzare  le  ammonizioni  paterne,il 


^/1.1681.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  4^1 

che  delle  grandissimo  cordoglio  al  granduca.  Que- 
sti, sebbene  vano  e  crudele,era  ancora  pusillanime 
e  bigotto,  il  che  cagionò  che  potessero  sopra  di  luì 
persone  affettanti  pietà,  e  vestissero  ipocrisìa  quei 
ministri  che  volevano  incontrare  la  sua  grazia. 
Per  lo  contrario  il  di  lui  fratello  Francesco  IMa- 
ria,  che  poi  fu  cardinale  ,  unito  al  principe  Fer- 
dinando suo  nipote  facevano  trionfare  il  brio,  la 
franchezza  ed  il  libertinaggio.  La  vita  scandalosa 
che  seguitava  a  condurre  la  granduchessa  a  Pari- 
gi, tormentava  fortemente  Cosimo,  il  quale  minac- 
ciò di  togliere  ad  essa  la  pensione,  ma  il  re  gli 
i'ece  conoscere  che  non  P  avrebbe  permesso,  e 
frattanto  era  egli  in  Francia  disprezzato  e  diffa- 
mato per  uomo  stravagante,  geloso  ed  avaro.  An- 
che il  Gondi  suo  ministro  trovavasi  talmente  ves- 
sato da**mali  trattamenti  della  granduchessa,  che 
il  granduca  pensò  a  richiamarlo  in  Toscana,  per 
non  tenerlo  esposto  forse  a  maggiori  pericoli (i  i). 
g.  1 1.  Oltre  all'essere  il  granduca  sì  vivamente 
angustiato  per  le  turbolenze  domestiche,  lo  era 
ancora  per  l'aspetto  infelice  delPItalia,  giacche  il 
trattalo  di  Mmega  non  aveva  altrimenti  effetto, 
e  la  guerra  tra  la  Francia  e  la  Spngna  prendeva 
una  piega  da  far  temere  per  Pllalia  tutta,  poiché 
ciascuna  delle  potenze  belligeranti  faceva  vigoro- 
se premure  per  collegarsi  coi  principi  italiani.  Il 
granduca  non  era  meno  istigato  degli  altri  per  le 
pretensioni  della  Spagna,  acciò  almeno  sommini- 
strasse quello  che  tiri  dilPanno  i557  era  stato 
stipulato,  che  dovesse  contribuire,  né  trovavasi 
meno  inviluppato  pel  timore  d^ncorrere  con  ciò 

4i* 


482  AVVENIMENTI    STORICI  ^/l.1682. 

neirindignazione  del  re  di  Francia,  ch'era  ormai 
divenuto  potentissimo:  fu  perciò  dal  governo  to- 
scano stabilita  la  massima  fondamentale  di  neutra* 
lità,  e  fu  evitata  ogni  minima  parzialità  con  qual- 
sivoglia potenza.  Stabilita  per  tanto  la  massima, 
che  ciascuno  pensasse  a  sé  stesso,  applicò  il  gran- 
duca tutto  Tanimo  a  fortificare  Livorno,  e  provve- 
derlo di  tutto  ciò  ch'era  necessario  per  garantirsi 
da  qualunque  attacco  (la). 

g.  la.  La  guerra  che  i  turchi  dichiararono  al- 
rimperalore,  messe  in  timore  tutta  P Italia  ,  e  fu 
talmente  fortunata  per  loro,  che  posero  l'assedio 
a  Vienna.  Non  ostante  che  il  granduca  avesse  ri- 
cusato di  dare  dei  soccorsi  in  denaro,  avea  però 
offerto  di  unire  quattro  sue  galere  alle  altre,  per 
fare  una  diversione  in  Levante,  e  spedì  pronta- 
mente a  Trieste  un  donativo  di  munizioni  da 
guerra,  e  rinnovò  il  progetto  della  riunione  delle 
galere,  che  non  essendo  allora  accettato,  lo  fu 
però  nell'anno  seguente  ad  istanza  del  papa,  poi- 
ché si  unirono  quattro  galere  toscane  alla  flotta 
veneziana  con  altri  bastimenti  da  trasporto  con 
truppe,  che  produssero  l'acquisto  di  santa  Maura, 
e  della  Prevera,  il  che  fece  molto  onore  al  gran- 
duca. Se  questa  felice  campagna  contro  i  turchi 
procurò  per  una  parte  del  contento  alPItalia,  re- 
stava essa  però  non  poco  intimorita  dalle  armi 
vittoriose  di  Luigi  XI Y,  che  facendo  dei  notabili 
progressi  avea  fatto  già  bombardar  Genova  ,  il 
che  dava  da  temer  molto  per  Livorno  5  perciò 
il  granduca  si  affaticava  di  far  giungere  continua- 
mente al  re  atti  di  sua  sommissione,  fino  a  farlo 


^/t.1684.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  T.  4^^ 

arbitro  di  fissar  egli  per  i  suoi  figli  i  matrimoni 
che  più  gli  piacevano.  Desiderava  Cosimo  dì  pron- 
tamente accasare  il  principe  Ferdinando^  scor- 
gendo in  lui  un  soverchio  fervore  d'*elà  giovanile, 
ed  un  desiderio  di  viaggiare,  dal  che  ne  temeva 
delle  triste  conseguenze:  riusci  per  tanto  a  Co- 
simo con  forti  ragioni  di  persuadere  il  medesi- 
mo a  prestarsi  ai  suoi  desideri.  Diverse  erano  le 
principesse  che  polean  convenire  alla  casa  Medi- 
ci, e  Luigi  XIV  di  buona  voglia  si  accinse  a  trat- 
tare per  Ferdinando  un  conveniente  matrimonio. 
Fu  intrapreso  il  trattato  rolPinfanta  di  Portogallo, 
del  quale  poteva  anche  essere  un  giorno  la  so- 
vrana, ma  le  pretensioni  di  questa  fecero  che  ne 
fosse  dimesso  il  pensiero,  volendosi  fra  le  altre 
cose,  che  il  principe  Ferdinando  andasse  a  sta- 
bilirsi in  Portogallo,  e  che  in  caso  che  la  mede- 
sima ne  divenisse  sovrana,  la  Toscana  fosse  a 
quel  regno  riunita.  Mai  volle  Ferdinando  piegarsi 
a  tali  condizioni,  né  il  granduca  poteva  accordare 
che  il  suo  primogenito  risedesse  lungi  dalla  To- 
scana, tanto  più  che  il  principe  Francesco  era  di 
già  cardinale,  ed  esso  granduca  avea  intenzione 
di  stradare  per  la  via  ecclesiastica  anche  il  prin- 
cipe Giovan  Gastone.  Per  tanto  dopo  molte  prati- 
che colla  corte  di  Portogallo  vedendosi  difficile 
r  effetto  ,  con  adeguate  condizioni  restò  sciolto 
qualunque  impegno,  e  s'intrapresero  per  mezzo 
del  re  di  Francia  de'trattati  colla  principessa  Vio- 
lante di  Baviera  (:3). 

J.  1 3.  Questa  principessa,  figlia  delP  elettore 
Ferdinando  di  Baviera,  era  sorella  della  delfina  di 


484  AVVENIMENTI    STORICI  ^/1.1687. 

Francia,  onde  oltre  il  portar  Palleanza  delle  prin- 
cipali famiglie  d'*Europa,  rinnovava  ancora  nella 
casa  Medici  la  stretta  unione  col  sangue  Borbo- 
nico; fu  però  con  gravi  diifioollà,  e  solo  ad  isti- 
gazione di  Luigi  XIV  che  il  principe  Ferdinando 
finalmente  si  adattasse  a  maritarsi,  dopo  sciolto 
il  trattato  colPinfanta  di  Portogallo,  poiché  desi- 
derava egli  di  godere  ancora  per  qualche  tempo 
la  sua  libertà,  e  convenne  che  il  padre  gli  accor- 
dasse di  fare  prima  un  viaggio  per  la  Lombardia 
e  lo  stalo  veneto.  Furono  intanto  condotte  al  suo 
termine  le  pratiche,  ed  accordate  al  principe  di 
Toscana  le  slesse  convenienze  eh'  erano  state 
conseguite  dal  delfino  di  Francia.  Fu  stipulato 
che  la  principessa  sarebbe  accompagnata  ai  confi- 
ni della  Baviera,  dove  avrebbe  dovuto  trovarsi  la 
corte  desfinatalp  dal  granduca,  essendosi  special- 
mente convenuto,  che  nessuna  persona  delPan- 
tica  sua  corte  seguitar  la  potesse.  Cosimo  dette 
parte  al  senato,  secondo  il  costume,  dello  stabi- 
lito matrimonio,  al  che  il  medesimo  corrispose 
colle  debite  formalità  d'ossequio  e  congratulazio- 
ne, ed  oiTiì  un  donativo  di  duecentomila  scudi. 
Il  marchese  Filippo  Corsini,  consigliere  di  stalo 
e  cacciatore  maggiore  del  granduca,  fu  spedito  a 
Monaco  con  carattere  d'ambasciatore  straordina- 
rio ,  unitamente  a  4  gentiluomini  di  cort^*  ,  ed 
altra  nobile  comitiva.  Il  principe  Federigo  GuglieU 
mo  di  Neoburgo  fece  le  parti  di  procuratore  pel 
principe  di  Toscana  per  la  dazione  delPanello.  Ri- 
cevette il  Corsini  grandi  onori,  e  in  questa  occa- 
sione furono  fatte  in  Monaco  grandiosissime  fé* 


An.i6S8.  DEI  TE'WPT  MEDICEI  CAP.  X.  4^5 

ste.  Alla  line  di  novembre  partì  la  principessa,  eu 
a  Mitlewalt  ritrovò  la  corte  destinatale  dal  gran- 
duca, colla  quale  prosegui  il  viaggio  pel  Tirolo, 
e  dappertutto  fu  ricevuta  con  onore  straordinario. 
Giunta  in  Bologna  fu  incontrata  dal  principe  Gio- 
van  Gastone,  che  poi  Taccompagnò:  finalmente  il 
dìa7  dicembre  entrò  nel  granducalo,e  a  san  Piero 
a  Sieve  fu  accolla  dal  principe  sposo,  che  la  con- 
dusse alla  villa  di  Pratolino,  dove  si  portarono 
il  granduca  ed  il  cardinale  de'']VIedici,  ed  in  seguito 
entrò  segretamente  in  Firenze,  per  far  poi,  ri- 
posata che  fosse,il  solenne  ingresso  nella  città ''i^). 
g.  i4  Era  solita  la  casa  Medici,  fin  dai  tempi 
di  Cosimo  I,  di  manifestare  in  occasione  di  nozze 
tutto  il  fasto  e  la  sua  grandezz3.  Cosimo  III  che 
superava  in  fatto  di  vanirà  lutti  i  suoi  antecesso- 
ri, non  solo  volle  eguagliarli,  ma  vincerli  ancora 
nella  varietà  e  nel  ^usto  delle  feste  e  degli  spet- 
tacoli. Eseguissi  dunque  la  consueta  cerimonia 
del  ricevimento  e  della  incoronazione  solita  farsi 
alla  porta,  che  a  tareffetto  aprivasi  di  nuovo  nel- 
le mura  della  città  ,  dove  interveniva  il  granduca 
seguitato  dalla  sua  corte  e  da  tutti  gli  ordini  del- 
lo  stato.  Era  qui  schierata  una  numerosa  milizia 
ed  eretto  un  teatro  archilei  tato  in  vaga  forma, 
in  cui  risaltavano,  alla  vista  di  tutti,  gli  emblemi 
esprimenti  i  fatti  più  gloriosi  delle  due  case  di 
Baviera  e  de^Medici.  In  testa  di  questo  teatro  era 
eretta  una  cappella  riccamente  adorna,  nella  qua- 
le doveva  eseguirsi  la  cerimonia  della  incorona- 
zione. Ebbero  in  essa  luogo  tutti  i  principi  della 
famiglili,  i  vescovi  ed  il  senato,  e  il  granduca  im- 


486  AVVEN1ME]XTI  STORICI  An.i6S9. 

pose  solennemeute  sul  capo  della  sposa  la  co- 
rona granducale,  con  cui  era  stalo  incoronato 
a  Roma  Cosimo  I  dal  santo  pontefice  Pio  V.  Ese- 
guita questa  funzione,che  fu  annunziata  al  popolo 
collo  sparo  delle  artiglierie  e  le  saWe  della  mili- 
zia, entrò  la  numerosa  comitiva  schierala  per  ordi- 
ne nella  città,  facendo  corona  alla  principessa  spo- 
sa assisa  sopra  una  sedia  ornala  di  gemme,  e  sotto 
un  baldacchino  portalo  da  una  compagnia  de'più 
belile  nobili  giovani  della  Toscana  in  vaga  foggia 
vestiti.  Chiudeva  finalmente  la  pompa  il  senato  a 
cavallo,  le  milizie  e  le  carrozze  e  gli  equipaggi,  e 
s^inoltrarono  verso  la  metropolitana  per  fare  il 
solito  rendimento  di  grazie,  e  di  là  passarono  al 
palazzo  Pilli  in  mezzo  agli  applausi  del  popolo, 
e  della  nobiltà  ivi  concorsa:  ne  seguitarono  poi  i 
banchetti  e  i  tratlenimenti  d'ogni  genere,  al  che 
si  preslava  anche  la  circostanza  del  carnevale,  e 
gran  concorso  vi  fu  di  forestieri  richiamati  dai 
divertimenti  e  dalla  magnificenza  di  Cosimo  III. 
g.  i5.  Il  granduca,  oltre  a  trovarsi  in  una  sca- 
brosa situazione  per  conservarsi  neutrale  con  la 
Francia  e  la  casa  d*" Austria,  era  anche  agitato  dallo 
spirito  d"'indipendenza  che  aveva  sviluppatoli  suo 
tìglio  Ferdinando.Condannava  questi  apertamente 
il  contegno  del  padre^  disprezzava  e  conculcava 
senza  riguardo  le  di  lui  leggi-,  e  godendo  dell'aura 
popolare  e  della  pubblica  estimazione  per  la  sua 
familiare  cortesìa ,  lo  teneva  in  perpetuo  timore 
di  suscitare  qualche  novità  nello  stato.  Si  trova- 
va in  tal  posizione  Cosimo  III,  allorché  vedendosi 
aggravato  dai  debiti,  diminuite  le  rendite,  ed  im- 


'Jn.^Q89,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    X.  4^7 

potente  a  proseguire  nelle  solite  spese ,  adottò 
un  sistema  nelP  amministrazione,  cominciando 
una  riforma  dalla  sua  propria  casa^  ma  qual  fu  la 
di  lui  sorpresa,  quando  oltre  la  contradizione,  in- 
contrò in  suo  figlio  una  manifesta  resistenza?  Fu- 
rono usati  tutti  i  mezzi  per  ridurlo  al  doYere,fino 
ad  implorare  la  mediazione  di  un  certo  De-Castris 
musico  favorito  del  principe,  che  aveva  su  di  lui 
più  influenza  che  non  poterono  averne  i  vescovi 
ed  i  teologi  frapposti  in  simile  circostanza.  Per 
questo  mezzo.e  con  un'assegnazione  di  mille  dop- 
pie al  mese  per  i  soli  piaceri  del  principe,  s*"  in- 
dusse il  medesimo  ad  assoggettarsi  alle  nuove  ri- 
forme del  padre  (i5). 

g.  i6.  La  preponderanza  delle  forze  di  Luigi 
XIV  re  di  Francia  obbligò  la  casa  d**  Austria  a 
collegarsi  quant'era  possibile  con  altre  potenze , 
come  fece  colTOlanda  e  con  llnghilterra.  Si  sta- 
va però  attendendo  le  risoluzioni  di  Vittorio 
Amedeo  duca  di  Savoia  ,  eh''  essendo  circondato 
dalle  forze  francesi,  credevasi  comunemente  che 
egli  sarebbesi  appreso  al  loro  partito  :  recò  per- 
tanto meraviglia  a  ciascuno  il  vederlo  dichiararsi 
per  la  casa  d'Austria,  la  quale  per  cattivarselo  gli 
accordò  tulle  le  prerogative  spettanti  alle  teste 
coronate,  ed  il  trattamento  regio.  Ciò  colpi  gran- 
demente la  vanità  di  Cosimo,  vedendo  con  que- 
sto attaccale  tutte  le  sue  prerogative,  il  che  portò 
delle  forti  e  lunghe  discussioni.  La  casa  d''Austria 
che  temeva  con  ciò  d'alienar&i  la  benevolenza  di 
es30 ,  gli  promise  ogni  sorta  di  soddisfazione  ,  e 
per  maggiormente  impegnarlo  nei  suoi  interesii, 


4€8  AVVENIHENTI  STORICI  ^/l.1690. 

^\i  fece  proporre  il  matrimonio  di  Giovali  Gu- 
glielmo principe  eletlor  palatino  colla  principes- 
sa  Anna  dei  Medici.  Essendo  questi  fratello  delle 
regine  di  Spagna  e  di  Portogallo,  produceva  alla 
casa  Medici  delle  alleanze  del  più  gran  rilievo  . 
Nonostante  che  Cosimo  avesse  più  aite  mire  , 
pure  aderì  e  rimase  stabilito  questo  matrimonio. 
Trovò  poi  il  granduca  nel  suo  genero  tutta  la 
soddisfazione,  avendo  egli  prese  come  sue  le  con- 
troversie della  casa  Medici  (i6). 

g.  17.  Dopo  diversi  esami  emanò  finalmente 
la  determinazione  imperiale  sopra  il  trattamento 
regio  da  accordarsi  al  granduca,  e  l'elettor  pala- 
tino acquistò  con  essa  un  dritto  per  devenire  al- 
la più  sollecita  effettuazione  degli  sponsali.  Lo 
imperatore  con  suo  diploma  dato  in  Vienna  li  5 
febbraio,  rilevando  la  sublimità  dei  meriti  della 
casa  Medici  verso  la  casa  d''Austrìa,  T  impero  ed 
il  ciistianesimo  tutto  non  solo  la  confermava  nel 
possesso  delle  prerogative  accordatele  dagl' im- 
peratori Massimiliano  e  Ridolfo  li,  ma  concede- 
vaie  ancora  il  trattamento  regio  nella  slessa  for- 
ma eh''  era  stato  accordato  a  Vittorio  àmedeo  . 
Ricevè  da  questo  atto  un  nuovo  pascolo  la  vanità 
di  Cosimo  III,  il  quale  non  mancò  subito  di  farsi 
attribuire  dai  sudditi  il  trattamento  di  altezza 
reale,  ma  ne  ritrasse  ancora  delle  mortificazioni 
per  ragione  delle  corti  che  non  riconobbero  in 
lui  questa  prerogativa.  Alla  pubblicazione  di  ta- 
le imperiale  concessione  successero  gli  sponsali 
delPelettor  palatino  colla  principessa  Anna  li  2.9 
aprile,  avendo  il  prìncipe  Ferdinando  servito  di 


'Jn.ii^9i,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  4^9 

procuratore  allo  sposo .  Parli  V  elettrice  sposa 
da  Firenze  li  6  di  maggio,  accompagnata  dal 
principe  Giovan  Gastone  ,  e  prima  di  giungere 
alla  residenza  di  ]\eoburgo  fu  incontrata  dallo 
sposo.il  quale  non  mancò  di  dare  le  più  magnifiche 
dimostrazioni  di  giubbilo  per  tale  alleanza.  Que- 
sta  unione  fece  acquistare  al  granduca  la  confi- 
denza della  casa  d'Austria,  ma  gli  attrasse  i  so- 
spetti e  l'indignazione  della  corte  di  Francia, 
la  quale  non  mancò  subilo  di  turbargli  la  neutra- 
lità di  Livorno  (17). 

g.  18.  Dai  privilegi  che  nel  1598  erano  stati 
idal  granduca  Ferdinando  I  concessi  ai  mercanti, 
onde  dalle  Provincie  estere  fosser  venuti  a  stabilir- 
si inLivorno,era  nato  insensibilmente  per  tutti  un 
dritto  di  franchigia  e  di  sicurezza,  che  molto  con- 
tribuiva a  richiamare  il  concorso  delle  navi  ed  a 
sostenere  il  commercio  del  porto.  Le  guerre  che 
successivamente  aveano  disturbato  la  navigazione 
del  i\Iedilerraneo,obbligarono  i  mercanti  a  collo- 
care i  loro  fondi  in  un  luogo  di  sicurezza ,  ed  in 
conseguenza  Livorno,  considerato  come  un  asilo 
e  come  un  sito  opportuno  per  la  distribuzione 
delle  merci,  si  era  popolato  notabilmente  di  mer- 
canti delle  vai.'ie  nazioni  del  Ponente  e  del  Set- 
tentrione .  Alla  quiete  e  sicurezza  interna  della 
città  e  del  porlo  conveniva  aggiungere  la  facilità 
dell'  accesso,  e  la  sicurezza  della  stazione  delle 
navi  alla  spiaggia  in  tempo  di  guerra.  Dopo  le  più 
forti  querele  di  violata  neutralità  e  di  parzialità 
diciiiarata  per  gli  spagnuoli,ilredi  Francia  concepì 
della  ditlìdenza,  per  cui  il  granduca  dovette^.f^e 
òt»  Tose.  Tom,   10.  42 


AVVENIMENTI  STORlOl  Jn.^G9\. 

delle  umillazioDÌ,  e  la  prudenza  dei  rainistrì  fran- 
cesi gli  aprì  la  strada  per  concertare  un  sistema 
che  gli  assicurasse  la  quiete,  e  stabilisse  al  porto 
di  Livorno  la  sicurezza  delle  navi  che  vi  concor- 
revano. Fu  insinuato  di  proporre  alle  nazioni  in 
guerra  un  trattato,  che  applicando  alle  circostan- 
ze del  luogo  le  regole  più  essenziali  di  neutrali- 
tà, fosse  osservato  religiosamente  da  tutti .  Per 
mezzo  del  governatore  di  Livorno  fu  proposto  ai 
consoli  delle  nazioni  francese, spagnuola,  inglese 
e  olandese  il  trattato  ,  il  quale  essendo  stato  ra- 
tificato dalla  corte  di  Francia,  fu  facilmente  ac- 
cettato dalle  altre  (i8j. 

§.  19.  Nulla  intanto  trascuravasi  dalla  Francia 
per  impegnare  il  granduca  nel  suo  partito^  gli  fa 
fatto  insinuare  di  accasare  in  Francia  il  principe 
Giovan  Gastone  con  una  figlia  bastarda  del  re,  non 
senza  la  lusinga  di  un  decoroso  stabilimento,  e 
di  cariche  ragguardevoli,  e  di  autorità:  ma  le  an- 
gustie della  casa  Medici  T'obbligarono  a  ricusare 
un  tal  progetto,  non  potendo  fissare  a  quel  prin- 
cipe un  conveniente  appannaggio  .  Vedendo  la 
corte  imperiale  di  non  potere  collegare  insieme 
i  principi  italiani  contro  la  Francia  ,  assicurata 
della  neutralità  del  papa  e  dei  veneziani,  risolvè 
di  trarre  partito  dagli  altri ,  forzandoli  a  contri- 
buire, coonestando  ciò  col  titolo  dell'alto  dominio 
dell'impero  sopra  i  feuJi,  dei  quali  davansi  le  in- 
vestiture, e  colPaltro  di  clientela  per  salvarsi  da 
una  invasione  dei  francesi  .  Erano  già  scese  nel 
Piemonte  le  milizie  imperiali,  e  Luigi  XIV  al 
primo  rumore   delle   contribuzioni   minacciò  al 


^/t.1691.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  49* 

granduca  uno  sbarco  della  sua  flotta,  che  si  alle- 
stiva a  Tolone,  sulle  coste  della  Toscana,  se  aves- 
s'egli  somministrato  un  soccorsQ  in  denaro  mag- 
giore della  tassa  dovuta  per  giustizia ,  in  conto 
dei  feudi.  Fece  pertanto  Cosimo  delle  forti  rap- 
presentanze all'imperatore,  il  quale  finalmente  si 
mosse  ad  ordinare  che  il  granduca  fosse  tassato 
a  proporzione  dei  feudi,  il  che  fecesi  in  progres- 
so nella  somma  di  centotreniila  scudi  (19). 

5.  ao.  Era  già  morto  nel  dì  i  di  febbraio  il 
pontefice  Alessandro  Vlir,nè  per  anco  dopo  quasi 
5  mesi  la  chiesa  aveva  il  suo  capo,  allorché  final- 
mente venne  eletto  il  di  la  di  luglio  il  cardinale 
Antonio  Pignatlelli,  che  prese  il  nome  d'Inno- 
cenzo XII.  Suo  primo  pensiero  fu  di  promuover 
la  pace  che  mancava  in  alcuni  luoghi  d'Europa, 
e  proporre  un  congresso,  ma  gli  austriaci  rinfor- 
zati dai  denari  delle  contribuzioni,  ed  incoraggiti 
da  qualche  felice  successo,  rigettarono  qualun- 
que proposizione  per  tentare  ulteriormente  la  sor- 
te delle  armi.  Avendo  la  casa  d'Austria  preso  del 
vigore  e  depressi  alquanto  i  francesi  ,  credette 
Cosimo  opportuno  il  momento  per  adoprare  che 
il  re  di  Francia  acconsentisse  a  reprimere  le  stra- 
vaganze delia  granduchessa.  Erasi  essa  trasferil-j, 
senza  domandare  il  consenso  del  granduca  ,  da 
Montmartre  al  Luxemburgo,  e  ciò  a  cagione  delle 
forti  discordie  nate  tra  essa  e  la  nuova  badessa 
del  predetto  convento.  Sospese  perciò  Cosimo  le 
paghe  della  pensione^  e  protestò  che  non  avrebbe 
rimesso  più  denaro  finché  essa  non  fosse  tornata 
in  Monlmarlre.  Dovett^ella  dunque  per  ordiae^ 


492.  AVVEDIMENTI  STORICI  jénÀ692. 

espresso  del  re  sottomettersi  alla  volontà  del  ma- 
rito^ ma  essendo  ormai  impossibile  il  poterla  ri- 
conciliare colla  badessa,  e  ridurla  a  viver  tran- 
quilla a  Montmartre,  operò  il  re  per  mezzo  del 
padre  La-Chaise  suo  confessore,  che  Cosimo  si 
contentasse  di  proporre  un  nuovo  ritiro  per  la 
medesima.  Condescese  il  granduca  a  questa  mu- 
tazione di  convento,  e  per  quanto  ella  bramasse 
di  ritirarsi  in  quello  di  Port-Royal,  esso  propose 
quel  di  Saint  Mande  per  allontanarla  quanto  più 
fosse  possibile  da  Parigi,  Le  sembrarono  poi  tal- 
mente gravi  le  nuove  condizioni  impostele  dal 
marito,  ch''era  essa  ostinatissima  a  non  assogget- 
tarvisi;  ed  obbligala  finalmente  dal  re  a  sottoscri- 
versi, disse  che  segnava  Tùlio  della  propria  con- 
dannazione. Questa  compiacenza  di  Luigi  XIV 
pel  granduca  nelTaffare  della  granduchessa  deri- 
vava, non  tanto  da  una  certa  avversione  ispirata- 
gli dal  padre  La-Chaise  per  la  medesima,  quanto 
dal  timore  che  vedendo  aumentarsi  in  Italia  le 
forze  austriache  non  Passoggettassero  questi  in- 
tieramente. Considerava  egli  la  Toscana  la  pro- 
vincia più  opportuna  per  insinuarsi  in  Italia,  e 
troncare  i  disegni  della  casa  d'Austria.  Tentò  di 
formare  de''principi  italiani  un  corpo  di  confede- 
razione, ma  non  potè  in  fine  conseguire  piena- 
mente Pintento,  non  ostante  le  premure  del  con- 
te di  Rebenac  spedito  in  Italia  da  lui  a  tale  og- 
getto (20). 

g.ai.  Frattanto  la  casa  d^Austria  insisteva  pei 
soccorsi  già  stabiliti,  e  non  essendo  arrivate  in 
Italia   le  truppe   francesi ,    ciascuno  dei   prin- 


:^/t.l693.         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  49^ 

cipi  italiani  procurò  di  comporsi  coll'imperatore 
e  pagare  delle  somme.  Si  posero  però  in  Toscana 
straordinarie  gravezze,  le  quali  unite  al  fasto  del- 
la corte  e  ad  una  viziosa  amministrazione  face- 
vano disperare  i  sudditi.  Il  commercio  era  quasi 
estinto.  Tagricoltura  languiva  oppressa  dalle  gra- 
vezze, e  le  leggi  restrittive  delle  arti  facevano 
che  in  Firenze  fosse  una  immensa  quantità  di  po- 
polo, che  mancando  affatto  di  sussistenza,  o  da- 
vasi  in  preda  alla  disperazione,  o  era  a  carico  del- 
lo stato.  Tumultuavano  perciò  gli  artigiani  nella 
città,  ed  affollandosi  davanti  al  palazzo  de'Pitti 
domandavano  in  aria  di  disperazione  del  lavoro 
e  del  pane.  Il  fasto  della  corte  non  riformalo,  e  i 
capricci  e  le  inutili  profusioni  che  colpivano  tuf- 
togìorno  gli  occhi  del  puhblico,  lo  irritavano  mag- 
giormente.II  granduca  per  evitare  una  rivoluzione, 
che  pareva  imminente,  dovette  assumere  sopra 
di  se  la  sussistenza  degli  artigiani,  e  lo  smercio 
delle  loro  manifatture,  che  fu  di  poi  eseguilo  con 
obbligare  i  principali  mercanti  di  Livorno  a  ri- 
ceverle (ai). 

g.  22.  Le  gravezze  ed  i  compensi  che  prende* 
va  il  governo  erano  tutti  in  manifesto  svantaggio 
de^opoli,  per  cui  si  spopolarono  le  campagne,  e 
presi  dalla  disperazione  ammutinavansi  i  popoli,  e 
formavano  alle  frontiere  delle  masnade  di  facino- 
rosi per  esercitare  la  violenza  e  sussistere  rolla  for- 
za. La  scarsità  delle  raccolte,  il  dover  mettere  i 
francesi  a  parte  del  prodotto  della  maremma;  fi^' 
cean  nascere  la  miseria,  e  da  questa  ne  derivava»- 
no  i  tumulti  ed  il  disordine.  Divenuti  peiviò  fre- 


494  AYTE^IMEIfTI  STcmici  An.^ò^. 

queliti  i  delitti  atroci,  rinesorabiiità  del  governo 
rendeva  ancora  frequenti  i  supplizi,  e  la  nazione 
irritata  dalFaspelto  di  tanti  mali  tornava    insen- 
sibilmente air  antica  ferocia.  La  pertinacia  del 
granduca  nel  non  variar  massime  nelPammini- 
strazione,e  Testensione  che  perciò  guadagnavano 
i  monopolii,  toglievano  ogni  mezzo  alPindustria, 
ed  impedivano  in  conseguenza   il  sollievo  degli 
infelici.  Tali  difetti  però  non  sfuggirono  alla  per- 
spicacia e  ai  talenti  del  cardinale  de"*  Medici,  it 
quale,  come  governatore   dello  stato  di  Siena  , 
pensò  a  ripararli  almeno  per  quella  parte,  appli- 
catosi seriamente  all'esame  delle  vicende  della 
maremma  dal  i56ofino  a  quel  tempo,  potette  ri- 
levare facilmente,  che  la  causa  principale  delk 
decadenza  di  quella  infelice  provincia,  erano  te 
soverchie  limitazioni  imposte  all'industria  di  que- 
gli abitanti,  per  farne  servire  il  prodotto  ai  corno- 
<di  delio  stato  di  Firenze.  La  libertà  delle  tratte  , 
piante  volle  concessa  per  legge,  e  di  poi  revocata 
tjcol  fatto,  rassegnazione  dei  prezzi  fatta  ai  giani 
•tempo  per  tempo,   più  secondo  le  mire  e  gNnte- 
^ressi  dei  monopolisti  che  in  riguardo  delPagri- 
Vcoltura,  Bnalraente  le  tasse  e  la  raoltiplicità  delFe 
leggi  contradittorie  fra  loro,  aveano  sgomentato 
quegli  abitanti,  e  alienatili  dalla  coltivazione  più 
di  quello  che  avesse  operalo  Tinsalubrità  del  cli- 
.ma,  e  la  spopolazione  che  ad  essa  unicamente  si 
rattribuiva^  anziché  questa  rrconoscevasi  per  cau- 
sa secondaria  accresciutasi  in  progresso,  e  deri- 
vante in  gran  parte  dai  primi  disordini.  Non  era 
però  facile  l'estendere  queste  idee,  e  convincere 


jifn.1693.  DEÌ  TEMPI  MEDICEI  CIP.  X.  49^ 

il  minrsterodi  Firenze  della  verità,  poiché  il  pnVa- 
to  interesse  in  alcuni,  e  nel  pubblico  il  timore  di 
restar  privo  del  genere  necessario  alla  sussisten- 
za, non  davano  luogo  alla  persuasione.  Quest'in- 
ciampo tolse  al  cardinale  i  mezzi  di  giovare  intie- 
ramente a  quella  provincia,  ma  nondimeno  pro- 
curando di  conciliare  gli  errori  colla  verità,  con- 
segui finalmente  dal  granduca  qualche  vantaggio 
per  la  maremma.  Fu  dunque  assicurata  in  perpe- 
cluo  ai  coltivatori  di  questa  provincia  la  libera 
^estrazione  dei  due  terzi  di  loro  raccolta,  con  pa- 
gare però  la  solita  gabella  di  tratta,  e  con  dover 
ritenere  Taltro  terzo  a  disposizione  dello  slato  per 
tutto  il  mese  di  ottobre.  Tutte  le  grazie  e  privi- 
legi accordati  loro  dal  granduca  Ferdinando  I  ri- 
ceverono nuovo  vigore,  si  riassunsero  tutte  le 
franchigie,  e  se  ne  stabilirono  delle  nuove  per 
quelli  che  vi  concorressero  dagli  stati  esteri,  e 
furono  abolite  certe  gravezze  di  poco  momen- 
to (22). 

g.  a3.  Di  queste  disavventure  era  a  parte  an- 
che la  famiglia  reale,  giacché  la  sterilità  della  prin- 
cipessa Violante  teneva  in  agitazione  il  granduca 
e  tutti  gli  altri  principi.Cosimo  HI  già  pensava  di 
procurare  una  sposa  al  secondogenito  Giovan  Ga- 
stone. Si  aggiunse  ad  esso  rafllizione  per  la  per- 
dita della  granduchessa  sua  madre,  ch'egli  amava 
teneramente.  Essa  rilrovavasi  in  Pisa,dove  un  in- 
verno più  mite  rendeva  meno  sensibili  i  suoi  tra- 
magli, e  dove  la  corte  portavasi  ogni  anno  perio- 
^dìcaniente  per  evitare  la  crudezza  delParia  della 
capitale.  Furono  decretale  al  di  lei  cadavere  ma- 


496  ATVENIMENTI  STORICI  w^rt.1694. 

gnifiche  esequie,  ed  i  suoi  cortigiani  la  compian- 
sero sinceramente,  ma  il  pubblico  non  raoslrò 
sentimento  veruno  di  questa  perdita,  poiché  le 
attribuivano  in  gran  parte  i  mali  che  sconvolsero 
la  famiglia  e  lo  stato.  L''orgogIio,  la  vanità,  il  bi- 
gottismo e  l'intolleranza  formavano  il  di  lei  ca- 
rattere. Alla  sua  morte  passarono  nella  casa  dei 
siedici  i  beni  allodiali  di  quella  d^ Urbino,  re- 
standone erede  il  cardinal  Francesco  iVIaria,  per 
doversene  costituire  in  seguito  un  appannaggio 
per  i  secondogeniti  dei  granduchi.  Ciò  contribuì 
a  promuover  subito  Taccasamento  del  principe 
Giovan  Gastone,  il  quale  in  età  di  aS  anni  era  do- 
tato di  rari  talenti  e  di  molto  spirito,  ma  trascurato 
dal  padre,  e  negletto  dallfi  nobiltà  e  dai  cortigia- 
ni, che  sempre  rivolgono  gli  ossequi  verso  quel- 
lo, in  cui  è  per  risedere  Tautorìlà;  mancante  di 
un  appannaggio  proporzionato  al  suo  rango,  non 
ij^  potendo  pareggiare  col  fasto  e  conia  magnificen- 

^  za  del  fratello  e  del  zio,  viveva  ritirato,  occupan- 

dosi degli  studi,  e  singolarmente  delPantiquaria, 
per  cui  il  cardinal  Noris  già  suo  precettore  gli  a- 
veva  ispirato  un  gusto  particolare.  La  cultura  dei 
'fiori  e  delle  piante  più  rare  formava  tutto  il  suo 
passatempo,  e  lo  distraeva  dalle  triste  riflessioni 
che  qualche  volta  gli  risvegliavano  il  poco  amore 
del  padre  e  il  disprezzo  del  fratello  maggiore. 
Amato  però  teneramente  dal  cardinale  partecipa- 
va dei  di  lui  trattenimenti,  e  conformandosi  to- 
talmente col  di  lui  genio  e  carattere,  disapprova- 
vano ambedue  tacitamente  la  condotta  di  Cosi- 
mo, e  compiangevano  la  calamità  dello  stato.  Ri- 


jÌn.i69o.  DEI  TÈMPI  MEDICEI  CAP.  X.  ^97 

soluto  il  granduca  di  procurare  per  mezzo  di 
questo  giovine  principe  la  successione  allo  stato, 
comunicò  le  sue  intenzioni  airelettrice  palatina, 
e  questa  si  assunse  l'incarico  di  procurare  al  fra- 
tello una  sposa  di  comune  sodisfazione  (2,3). 

g.    24.   Reso  partecipe  di  ciò  P  elettore  pa- 
latino, parve  che  tutte  le  mire  d^  interesse  della 
casa  Medici  si  riunissero  nella  principessa  Anna 
Maria  Francesca  di  Sassonia,  vedova  del  principe 
Filippo  di   Neobnrgo  .  Questa  principessa  erede 
della  casa  di   Saxe-Lavembourg   antico  ramo  di 
quella  di  Sassonia,    possedeva  in  Boemia  una  ri- 
spettabile quantità  di  signorìe  e  di  allodiali:  era 
cognata  dell'elettore  e  della   imperatrice,  edave- 
va  una  sorella  maritata  al  principe  di  Baden. Que- 
ste illustri  allaenze  sollecitavano  l'ambizione  di 
Cosimo,  ed  essendo  per  lui  un  grande  oggetto  sta-* 
bilire  in  Germania  un  ramo  della  sua  famiglia  , 
nulla  trascurò  di  quanto  poteva  rendergli  favo- 
revole rimperalore,  dandogli  delle  generose  con-* 
tribuzioni  per  la  continuazione  della  guerra.  Vo** 
lendo    però  egli  sempre  seguitar  le  pratiche  di  de-* 
vozione.  intraprese  un  pellegrinaggio  a  Loreto* 
col  principe  Gio.  Gastone  per  implorare  un  buon 
successo  a  questo  trattato.  Il  principe  Ferdinando 
d'idee  continuamente  opposte  a  quelle  del  padre,' 
e  disapprovatore  ancora  di  questo  trattalo  pel 
fratello,  proflttò  dell'assenza  di  Cosimo  per  an- 
dare a  passare  il  carnevale  a  Venezia,  onde  allon-'* 
tanarsi  da  una  moglie  che  non  amava,  e  godere* 
delle  molte  distrazioni  che  gli  offriva  quella  ciltà^^ 


4^8  AVVENIMENTI  STORICI  jénAQOS, 

ove  gettatosi  nel  libertinaggio  si  abbreviò  coji  es- 
so la  vita  (24)' 

g.  25.  Avanzavasi  intanto  il  trattato  di  ma- 
trimonio, e  l'elettrice  palatina  aveva  ancbe  ot- 
tenuto il  consenso  della  sposa.  Il  granduca  nulla 
trascurava  presso  T imperatore  per  ottener  non 
solo  la  di  lui  approvazione  per  questo  raalrirao- 
nio,  ma  anche  per  procurarsi  la  sua  speciale  pro- 
tezione per  resperimento  che  disegnava  di  fare 
delle  ragioni  della  principessa  sopra  il  ducato  di 
Saxe-Lavemboarg.  Condotto  a  buon  fine  il  trat- 
tato, e  fissate  tutte  le  condizioni,  fu  determinata 
la  partenza  de]  principe  Gio.  Gastone  da  Firenze 
per  fa  primavera  ventura;  tempo  in  cui  doveva 
effettuarsi  il  matrimonio  in  Dussendorff.  Partì  di- 
fatti il  principe  nel  maggio,e  fu  incontrato  a  Fran- 
cfort  a  nome  dell'elettore  palatino,  e  giunto  a 
Dussendorff  fu  accolto  con  molta  tenerezza  da 
queirelettore,e  con  dimostrazioni  di  giubbilo  dal- 
la sua  sposa.  La  bella  presenza  del  principe,  le  di 
lui  maniere  gentili  ed  il  suo  spirito  eccitarono 
Tammirazione  di  tutti,  e  Tamore  della  principessa. 
Essa  però  non  corrispose  alP  espettati  va  che  se 
n'aera  formata  Gio.  Gastone:  priva  affatto  di  bel-^ 
lezza  e  di  spirito,e  presentandosi  con  maniere  ru- 
vide e  grossolane  non  potette  incontrare  il  ge- 
nio di  lui.  Non  ostante  lusingandosi  essodi  ritro- 
vare almeno  in  lei  una  sincera  corrispondenza  di 
affetto,si  fece  coraggio  per  procedere  all'effettua-f, 
zione  del  matrimonio,  che  seguì  il  dì  a  di  luglio 
nella  corte  deirelettore.  Seguitarono  a  star  due 


Jn.i696,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  499 

mesi  aocora  in  Dussendorff,  d^onde  poi  passaro- 
no a  Reichstatt  in  Boemia,  residenza  ordinaria 
della  principessa,  non  molto  distante  da  Praga. 

g.  a6.  Fu  di  grandissima  consolazione  al  gran- 
duca questo  matrimonio,  ma  ciò  non  sollevava  la 
Toscana  dalle  miserie,  poiché  la  carestia  dei  vi- 
veri, le  gravezze  e  la  cessazione  del  commercio 
a  cagione  della  guerra  facevano  languire  il  po- 
polo. S"  ebbe  però  il  conlento  di  sentire  sotto- 
scritta la  pace  a  Risv^rjck  il  dì  ao  di  settembre, 
per  la  quale  servirono  di  base  i  trattati  di  Ve- 
stfalia e  di  Nimega:  il  granduca  fu  ancl^egli  nomi- 
nalo come  amico,  tanto  della  casa  d"'A.ustria,quan- 
lo  di  quella  de''Borboni.Si  prevedeva  tuttavia  che 
non  avrebbe  durato  lungamente  le  desiala  tran- 
quillità, a  cagione  della  vicina  morte  del  re  di 
Spagna  senza  successione.  Non  mancarono  però  a 
Cosimoaltri  disturbi  domestici  cagionatigli  dalle  di- 
scordie del  principe  Gio.  Gastone  colla  sua  sposa, 
il  quale  non  poteva  soffrire  le  maniere  grossolane 
di  questa,  ne  vivere  in  un  luogo  orrido  e  deserto, 
poiché  Reichstatt  non  era  allora  che  un  villaggio 
composto  di  capanne,  abitato  dai  contadini.  La 
educazione  e  le  maniere  del  principe  erano  tropi 
pò  contrarie  al  tenore  di  vita  ch'egli  dovea  con- 
durre con  una  moglie  altera,  ambiziosa  ed  ine- 
ducata. Vide  anch^egli  che  le  vantate  ricchezze 
erano  ben  piccola  cosa,  onde  sentiva  a  pieno  il 
sacritizio  al  quale  si  era  sottoposto,  e  Tumiliazio- 
ne  in  cui  era  precipitato.  Dopo  aver  egli  passato 
un  inverno  in  quella  solitudine,  lormenlalo  da 
continue  amarezze,  prese  la  riscluziune  alla  pri- 


5qo  avvenimenti  storici  >f«.1696. 

mavera  di  procurarsi  qualche  distrazione  con  un 
.viaggio,  senza  renderne  inteso  il  padre,  dal  quale 
aveva  la  proibizione  di  uscire  dalla  Boemia.  Andò 
ad  Aquisgrana,  e  di  li  a  Parigi  incognito  sotto  il 
nome  di  marchese  di  Siena.  Fremeva  Cosimo  III 
nel  vedere  il  tìglio  contravvenire  alle  sue  istru- 
zioni, e  tanto  più  rincrebbegli  questo  di  lui  viag- 
gio, quanto  che  potendosi  abboccare  esso  a  Parigi 
colla  madre,  temeva  che  questa  coi  suoi  cattivi 
consigli  non  lo  mantenesse  nello  spirito  d'indi- 
pendenza che  avea  dimostrato:  gli  fu  per  ciò  inti- 
mata dal  padre  la  pronta  partenza  da  Parigi,  ed 
il  ritorno  in  Boemia.  Dovetf  egli  obbedire,  ma 
nel  ritorno  volle  passare  per  la  Fiandra  e  per  la 
Olanda,  e  dopo  avere  traversatala  bassa-Germa- 
nia si  restituì  a  Reichslatt,  dove  sebbene  fosse 
accolto  dalla  moglie  con  apparenze  d'amore,  si 
tardò  poco  a  ricadere  nelle  prime  e  maggiori  di- 
scordie. 

g.  2,7.  Non  polendo  resistere  Gio.  Gastone 
all'umore  bisbetico  della  moglie,  prese  un  palazzo 
in  Praga  per  qui  risedere  coi  suoi  fiorentini,  por- 
tandosi per  due  soli  mesi  dell'  anno  presso  la 
principessa.  Scrisse  poi  al  padre  un  lungo  dettaglio 
della  vita  infelice  che  conduceva  con  essa,  e  del  di 
lei  stravagante  umore.  Rimase  il  granduca  alquanto 
commosso  pel  figlio  dal  suo  patetico  racconto,  e 
vedendo  ormai  dileguarsi  le  speranze  della  suc- 
cessione, pensò  di  dar  moglie  al  cardinal  France- 
sco. Questa  risoluzione  eseguita  prontamente  a- 
vrebbe  forse  prodotto  il  desialo  fine,  ma  ne  fu 
ritardala  Tesecuzione  dai  consigli  dell' elettrice, 


wrf/l.1699.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  5oT 

la  quale  sperava  sempre  che  la  di  lei  cognata 
boeaia  sodisfarebbe  alle  brame  della  casa  Medici, 
g.  28.  Queste  domestiche  inquietudini  non  di- 
stolsero il  granduca  dal  pascolare  la  sua  vanità{a5), 
e  dalia  risoluzione  di  mettersi  in  possesso  del  traf- 
tamenlo  regio  alla  corte  di  Roma,  con  spedire  ad 
Innocenzo  XII  una  fastosa  ambasciata.  La  devo- 
zione del  vicino  anno  santo  lo  determinò  di  por- 
tarsi a  Roma,  per  consigliarsi  col  papa  sul  sistema 
da  tenersi  in  Italia  nella  crise  che  minacciava  la 
mancanza  di  successione  in  Ispagna.  Sotto  nome 
di  conte  di  Pitigliano  portossi  difalti  a  Roma  ^ 
dove  grandi  furono  gli  onori  che  ricevè  dal  pou- 
tetìce^  e  desiderando  d^avere  l'accesso  alle  tribune 
della  basilica  di  s.  Pietro,  dove  si  conservano  le 
sacre  reliquie,  per  osservare  e  venerare  da  vicino 
quei  preziosi  monumenti.il  papa  per  non  contrav- 
venire alle  antiche  costituzioni,  che  non  accorda- 
vano ivi  Taccesso  se  non  ai  canonici  della  stessa 
basilica,  lo  dichiarò  canonico.  Investilo  per  tanto 
il  granduca  di  questo  nuovo  carattere  sali  sulle 
tribune  della  basilica  in  abito  ed  apparalo  canoni- 
cale, edificando  il  popolo  con  quelfallo  di  devo- 
zione. Fra  i  regali  che  il  papa  concedere  a  Cosi- 
mo vi  fu  l'antica  sedia  (li  S.Stefano  papa  e  martire.^ 
che  passò  ad  arricchire  la  cattedrale  di  Pisa  (aC). 
Partendo  ei  lasciò  in  Roma  molta  opinione  di 
pietà  e  di  grandezza  ,  perchè  molto  profuse  in 
opere  pie.  Dagli  abboccamenti  del  papa  ritras- 
se consigli  di  pace,  che  sempre  più  lo  confer- 
marono nel  sistema  di  neulralilà,  e  di  tenersi 
lontano  dal  prender  parlilo  nelle  imminenti  ri- 
St.   Toic.   Tom,  10.  43 


5oà  AVVENIMENTI  STORICI  ^«.1/00. 

voluzìoni.  IVIorì  il  di  2.7  settembre  il  papa  Inno- 
cenzo X.II,  ammiralo  da  tutta  TEuropa  per  le  sue 
Tirtù:  tal  morte  non  poteva  accadere  in  tempo 
più  periglioso,  perchè  a  misura  che  consumavasi 
iusensibilmente  la  vita  di  Carlo  II  minacciata  da 
un''idrope,  cresceva  nelle  potenze  il  fermento  per 
il  desio  di  quegli  stati.  Il  cardinale  dei  siedici  si 
determinò  di  far  cadere  l'elezione  sul  cardinale 
Albani,  che  trovarono  renitente  a  voler  accettare 
tal  dignità,  dichiarandosi  incapace  di  reggere  il 
pontificato  in  circostanze  cosi  perigliose.  Final- 
mente imputatagli  dai  teologi  a  peccalo  tal  reni- 
tenza e  assicurato  delPuniversale  grandimento, 
dopo  quattro  notti  e  tre  giorni  di  costante  rifiuto, 
si  lasciò  finalmente  piegare,  ed  accettò  il  ponti- 
ficato col  nome  di  Clemente  XI,  risolvendosi  di 
non  prender  partito  alla  successione  di  Spa- 
gna ('^.7). 

g.  29.  Nella  terra  di  Pietrasanta  vicina  allo 
stato  lucchese  ritrovavansi  in  ceppi  due  sicari 
sudditi  di  Lucca,  per  sospetto  di  atlenlati  com- 
messi nel  granducato^  per  la  qual  cosa  alcuni  di 
Montignoso,  di  Casoli  e  di  Camaiore,  paesi  luc- 
chesi, pensarono  di  liberarli,  ed  una  notte  aven- 
do scalate  le  mura  di  Pietrasanta  sforzarono  le 
carceri,  e  così  li  resero  liberi.  Il  granduca  si  dolse 
fortemente  coi  padri  lucchesi  di  tanta  temerità, 
e  non  avendo  essi  aderito  alla  domanda  ch'ei  fa- 
cea  loro  d''aver  nelle  sue  mani  i  delinquenti,  si 
inaspri  fortemente,  e  cominciò  a  trattare  con  osti- 
lità i  lucchesi,  col  farne  imprigionare  diciolto  che 
si  trovarono  in  Pescia,  e  dette  ordine  alle  sue  mi- 


Jn  A10\,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  5o3 

lizie  di  slare  io  guardia.  Sbigottiti  i  lucchesi  da 
queste  ostilità  implorarono  la  protezione  del  pa- 
pa, dell'imperatore,  del  re  di  Francia  e  di  Spagna, 
che  tutte  offrirono  la  loro  mediazione.  Il  gran- 
duca si  scusò  con  ciascuno,  mostrando  che  un  si 
piccolo  accidente  non  meritava  il  pensiero  dei 
monarchi,  e  che  quel  riparo  dovutogli  a  titolo 
di  giustizia  non  ammetteva  mediazione  e  com- 
pensi ;  ma  finalmente  mandalo  dai  lucchesi  un 
ambasciatore  a  Firenze,fu  da  Cosimo  accolto  gen- 
tilmente, e  dopo  avere  scarcerati  i  i8  lucchesi 
ritenuti  in  Pescia  ,  gli  disse  d'  esser  sodisfatto 
delle  ragioni  addotte  in  giusliticazione  del  suogo* 
verno  (a8). 

g.  3o.  Ma  forniamo  a  dire,che  il  contrasto  dei 
gabinetti  interessati  nella  successione  di  Spagna 
producevano  incitamenti  nuovi  alla  guerra,ed  in- 
fatti poco  tardarono  i  tedeschi  in  Italia,  per  con- 
trastare ai  galli-spanì  il  dominio  del  milanese  e 
del  mantovano.  Cosimo  Ill,benchè  stesse  lontano 
da  qualunque  impegno,  non  lasciava  però  di  dare 
delle  lusinghe  agli  unì  ed  agli  altri,  di  poter  esser 
guadagnato  a  suo  lempo  con  qualche  offerta.  Su- 
bito nhe  Filippo  V  fu  riconosciuto  dagli  spagnuo- 
li  per  loro  monarca,  avea  Cosimo  presa  rinvesti- 
tura di  Siena  e  di  Porloferraio  nelle  forme  con- 
suete, e  quelTallo  era  stato  accettato  dalla  casa 
di  Borbone  come  un  preludio  della  inclinazione 
di  esso  per  Pìnleresse  di  lei;  ma  non  per  tanto  le 
corti  di  Parigi  e  di  Madrid  gli  negavano  sempre 
il  trattamento  regio  che  gli  accordava  la  corte  di 
Vienna  e  quasi  lutti  i  principi  di  GermaDia,  come 


5o4  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.i102. 

fece  l'elettore  di  Brandemburgo,  inalzato  che  fu 
«nlla  dignità  di  re  di  Prussia.  Avrebbe  desideralo 
il  granduca  di  corrispondere  col  fatto  in  contin- 
genze così  pressanti  alia  corte  di  Vienna  ,  ma 
prevaleva  la  considerazione  della  propria  sicurez- 
za, e  le  triste  vicende  della  sua  famiglia  lo  tene- 
vano sempre  in  continui  timori  (29). 

g.  3i.  L''allontanameulo  del  principe  Giovan 
Gastone  dalla  moglie,  e  il  di  lei  umore  bisbetico 
parevano  ormai  mali  irrimediabili.  Lo  stato  di 
violenza  in  cui  trovavasi  il  prelodato  principe  gli 
cagionò  tale  perturbazione  di  mente,che  annoiato 
della  solitudine  ,  infastidito  di  conversare  coi 
grandi,  cominciò  a  trattar  persone  di  vii  condi- 
zione, ed  a  familiarizzarsi  coi  loro  vizi,  abbando- 
nandosi al  giuoco,  alla  crapula  ed  al  libertinaggio. 
Ciò  produsse  che  la  sua  salute  ne  soflfrì,  e  si  cari- 
cò di  debiti  per  le  enormi  perdite  al  giuoco.  Questo 
infelice  e  miserabile  stato  di  Gio.  Gastone  scosse 
in  tìne  Tanirno  del  granduca,  cui  riesci  al  princi- 
pe Ferdinando  di  disingannare  dalle  false  idee 
ispirategli  dalla  elettrice.  Fu  però  fra  loro  stabi- 
lito di  trattare  il  principe  Giovan  Gastone  con 
dolcezza^  e  di  richiamarlo  a  Firenze  in  compagnia 
della  moglie  .  Non  si  omisero  per  ciò  pressanti 
preghiere  per  indurre  la  principessa  a  trasferirsi 
col  marito  a  Firenze ,  ma  ella  ricusò  .  Lettere 
affezionate  del  granduca  ,  soggetti  ragguarde- 
voli spediti  da  Firenze  a  bella  posta  ad  oggetto 
di  persuaderla,  e  la  mediazione  ancora  dell'impe- 
ratore e  della  imperatrice  tutto  fu  inutile.  Il  prin- 
cipe slesso  si  piegò  ad  affettare  della  tenerezza 


^/1.1702.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.X.  5o5 

verso  di  essa,  ma  le  sue  premure  e  dichiarazioni 
di  amore  non  erano  da  lei  ricevute  che  con  or- 
goglio. Intimorita  in  fine  anche  relativamente  agli 
affari  economici  dalle  minacce  delPimperatore,  si 
portò  essa  privatamente  a  Vienna.  In  questa  cir- 
costanza allontanala  da'suoi  consiglieri,che  giun- 
sero tino  a  dirle  che  avrebbe  trovala  a  Firenze  la 
morte,  finalmente  indotta  dalP  imperatore  disse 
d''acconsentire  a  questo  viaggio:  voleva  però  che 
Cosimo  sottoscrivesse  prima  certe  condizioni  , 
ma  r  imperatore  riconoscendole  irragionevoli  ed 
ingiuriose  pel  granduca  e  pel  principe  ,  interpo- 
se con  essa  la  sua  imperiale  parola,  che  tutto  a- 
vrebbe  oltenulo  dal  granduca,  senza  eh"*  egli  si 
obbligasse  solennemente,  purché  essa  dichiarasse 
il  tempo  di  questo  viaggio,e  Pintraprendesse  quan- 
to prima.  Non  rispose  ella  che  con  lamenti  e  con 
pianti,  e  solo  promesse  di  riconciliarsi  col  marito, 
e  che  sarebbesi  determinata  a  portarsi  sollecita- 
mente a  Firenze  a  misura  delPamore  che  egli  le 
dimostrerebbe. 

g.  3a.  Trovossi  pertanto  il  principe  costret- 
to e  dal  padre  e  dal  riguardo  dovuto  alP impera- 
tore a  portarsi  a  Keichstatt  a  convivere  colla 
principessa  ,  ma  dopo  due  mesi  di  dimora  con 
essa  lei  ,  non  risquotendo  dalla  medesima  che 
disprezzi,  e  continuando  essa  nelle  solite  strava- 
ganze, pres'^egli  il  partito  d'andarsene  ad  Ambur- 
go a  menar  la  primiera  vita  dissipata,  non  curan- 
dosi neppur  esso  di  portarsi  a  Firenze ,  dove  le 
turbolenze  della  famiglia  non  gli  facea  no  sperare 
di  viver  tranquillo.  Anche  la  corte  imperiale  la- 

45* 


5o6  àVVENlMENTI  STORICI  w^/2.l705. 

sciò  d'insistere  sopra  questo  viaggio,  perchè  co- 
minciò a  diffidare  della  casa  Medici,  parendole  di 
vedere  in  essa  della  parzialità  per  la  corte  di 
Francia  nella  guerra  di  successione  alla  corona  di 
Spagna.  Infatti  in  occasione  di  trasferirsi  da  Bar- 
cellona a  Napoli  Filippo  V,  il  granduca  fu  a  visi- 
tarlo a  Livorno,  fecegli  grandissime  dimostrazioni 
d'^ossequio,  e  *1  cardinale  dei  Medici  lo  accompa- 
gnò sino  al  Finale, del  chp  tanto  Luigi  XIV,  quan- 
to Filippo  V  ne  attestarono  al  granduca  anche  in 
seguito  il  loro  gradimento  (3o\ 

g.  33.  Nulla  però  giovarono  a  Cosimo  questi 
uffici,  poiché  venuta  nel  Mediterraneo  una  flotta 
imponente  delTlnghilterra  e  delTOIanda,  e  per- 
mettendole esso  di  provvedersi  di  tutto  T  occor- 
rente a  Livorno  ,  fece  la  Francia  dei  reclami 
contro  di  lui,  che  pretendeva  di  sostenere  la  sua 
neutralità.  Avendo  presa  la  casa  d**  Austria  qual- 
che preponderanza  ,  risolvette  V  imperatore  di 
spedire  in  Ispagna  l'arciduca  Carlo  suo  secondo- 
genito, ma  prima  volle  farlo  proclamare  o  Vienna 
re  della  medesima  col  nome  di  Carlo  III.  Ciò  pose 
in  un  più  grande  imbarazzo  il  granduca  che  avea 
di  già  riconosciuto  Filippo  V:  tennesi  nello  slesso 
sistema  del  papa  e  della  repubblica  di  Venezia , 
astenendosi  di  riconoscere  il  nuovo  re .  Questa 
condotta  del  granduca  esacerbò  molto  la  corte  di 
Vienna  verso  di  lui,  e  proruppe  in  forti  minacce 
contro  la  Toscana.  Procurò  il  granduca  di  rad- 
dolcire la  corte  imperiale  cogli  atti  di  ossequio, 
che  commisse  al  principe  Giovan  Gastone  di  fare 
a  Carlo  III  nel  suo  passaggio  dalla  Boemia  per 


^«.1704.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  5oy 

rOlanda,  ma  più  di  tutto  contribuì  a  sospender 
lo  sdegno  deirimperatore  la  mediazione  deirelet- 
tore  palatino  (3i). 

§.  34.  Giustificò  il  palatino  la  condotta  di  Co- 
simo, e  gli  riuscì  di  appagare  l'imperatore  che  gli 
restituì  tutta  la  sua  confidenza,  anche  per  timore 
che  si  gettasse  dal  partilo  francese.  Dette  poi  lo 
imperatore  prove  della  sua  riconciliazione  col 
granduca,  facendo  nuovi  uffici  presso  la  consorte 
di  Giovan  Gastone  per  muoverla  a  portarsi  a  Fi- 
renze. L'elettore  colle  commissioni  dell'impera - 
tore  si  portò  unitamente  a  Giovan  Gastone  a 
Reichstalt  dalla  principessa  per  indurla  al  viag- 
gio^ essa  però  mostravasi  renitente  a  determinar- 
si, adducendo  infiniti  dubbi  e  timori,  ma  final- 
mente dopo  molte  istanze  fattele  dalP  elettore, 
promise  che  tra  due  anni  sarebbesi  portata  a  Fi- 
renze, e  ne  dette  essa  stessa  parte  alPimperatore 
e  al  granduca.  Conveniva  frattanto  di  distogliere 
il  principe  dalla  vita  dissoluta  che  aveva  intra- 
presa, e  l'elettore  si  accinse  a  persuaderlo  di  an- 
dar egli  frattanto  in  Firenze,  promettendogli  che 
il  padre  si  sarebbe  accollati  tutti  i  suoi  debiti, 
e  che  gli  avrebbe  dato  ogni  segno  di  amorevolez- 
za sì  esso  che  il  principe  Ferdinando.  Mostrossi 
a  ciò  disposto  Giovan  Gastone,  ma  dovette  pri- 
ma, nd  insinuazione  del  padre  a  cui  parea  troppo 
lungo  il  termine  dichiarato  dalla  principessa,  tor- 
nare presso  di  lei  per  far  l'ultimo  sforzo  sopra  il 
suo  cuore,  e  vedere  d'indurla  a  seguitarlo  nel  suo 
viaggio.  Porlossi  pertanto  nuovamente  presso  di 
lei,  ma  tutto  fu  iriulile,  atteso  che  le  sue  umilia- 


5o8  AVVENIMENTI  STORICI  ^/t.1706. 

zìoni  non  servivano  che  ad  accrescere  V  orgoglio 
di  essa,  onde  si  annoiò  ben  presto  del  suo  sog- 
giorno a  Reichstatt  e  tornossene  a  Praga  da  dove 
parti  alla  primavera  per  l'Italia.  Passò  poi  a 
"Vienna,  dove  fu  accolto  da  quella  corte  con  tutti 
i  contrassegni  di  slima  e  di  benevolenza.  Dopo 
qualche  soggiorno  in  essa  città  e  in  altre,  arrivò 
nel  mese  di  giugno  a  Firenze,  ove  fu  accollo  dal 
padre  con  tenerezza  paterna,  e  con  dimostrazio- 
ne di  aflfelto  dal  fratello.  I  propri  talenti  e  le  co- 
gnizioni acquistate  ne'suoi  viaggi  lo  fecero  am- 
mirare da  tutta  la  famiglia,  e  ammesso  alla  con- 
fidenza degli  affari  di  essa,  fu  richiesto  de''suoi 
consigli,  nel  tempo  appunto  che  la  morte  dello 
imperatore  Leopoldo,facendo  variare  i  sentimenti 
della  casa  d'^à.ustria  verso  quella  de''l>Iedici,poneva 
questa  in  maggiori  angustie. 

g.  35.  Erano  variate  le  circostanze  delle  po- 
tenze belligerantìjpoichè  gli  alleati  della  casa  d'A.u- 
stria  aveano  saputo  prendere  la  preponderanza 
sopra  le  armi  di  Luigi  XIV.  L''arciduca  Carlo  non 
era  più  re  di  titolo.,  ma  impadronitosi  di  Barcel- 
lona, della  Catalogna,  di  Valenza  e  della  maggior 
parte  deirA-ragona,  potette  costringere  Filippo  V 
ad  abbandonar  la  capitale,  ed  egli  vi  fu  proclama- 
to re.  Il  duca  di  Malbourgh  alla  testa  degli  Anglo- 
Olandesi  conquistava  rapidamente  lo  Fiandra  per 
Carlo  III,  e  tutta  la  superiorità  de''galli-spani  ri- 
ducevasi  soltanto  alPItalia;  ma  il  nuovo  impera- 
tore Giuseppe  I,  più  attivo  e  risoluto  del  padre, 
confidò  al  volere  del  principe  Eugenio  Tarmata 
d'Italia,  il  quale  non  solamente  liberò  il  duca  di 


jin.ilO').  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  609 

Savoia,  ch'aera  alTorlo  della  sua  rovina,  ma  in  bre- 
Te  obbligò  i  francesi  ad  abbandonare  Tltalia.  I  te- 
deschi divenutine  gli  arbitri  vollero  imporre  delle 
forti  contribuzioni  a''principi  italiani,  e  addossar 
loro  il  peso  dei  quartieri  d''inverno.  Fu  a  tal  ef- 
fetto nominato  commissario  imperiale  il  marche- 
se de  Prie,  e  da  Firenze  fu  spedito  con  tal  com- 
missione il  Pallavicini  (B^). 

g.  36.  La  prima  domanda  di  queslo  ambascia- 
tore fu  di  Sooooo  doppie  di  contribuzione^  e  più 
i  quartieri  d'inverno  per  tre  reggimenti  di  caval- 
leria e  tre  d**  infanterìa.  Questa  intimazione  fu 
accompagnata  dall'altra  di  riconoscere  Carlo  ITI 
per  re  di  Spagna,  e  prender  da  esso  rinvestitura 
di  Siena,  minacciando  di  valersi  delle  truppe  di 
terra  e  della  flotta  inglese  per  astringerlo  colla 
forza.  Era  per  tutto  ciò  il  granduca  nella  massima 
agitazione,  temendo  di  attirare  nelle  coste  tosca- 
ne le  forze  della  gran  Brettagna,  poiché  la  regina 
Anna  era  male  intenzionata  contro  di  lui  per  altre 
cagioni.  S"*interposero  a  favore  del  medesimo  gli 
stati  generali  delle  provincie  unite,  ed  ottennero 
che  si  sospendessero  le  minacce  del  governo  brit- 
tanico,  come  pure  in  parte  quelle  della  corte  di 
Vienna,  dalla  quale  però  fu  il  granduca  obbligato 
di  pagare  iSoooo  doppie,  ma  gli  riuscì  di  disimpe- 
gnarsi dal  gravame  dei  quartieri  d'inverno.  Slog- 
giati affatto  ì  francesi  dall'Italia,  passarono  i  te- 
deschi alla  conquista  del  regno  di  Napoli,  ed  il 
papa  fu  costretto  a  capitolare  pel  passaggio  delle 
truppe  per  lo  stato  della  chiesa  (33). 

g.  37.  Frattanto  furono  spedite  da?(apoIi  di» 


5  IO  AVVENIMENTI   STORICI  ^4/2.  1707. 

verse  barche  per  fare  Pimpresa  del  porto  di  s.Stefa- 
no  e  della  forte  piazza  d'Orbetello,  ma  dal  vento 
contrario  furono  respinte  a  Civitavecchia  per  vari 
giorni.  Premeva  molto  al  generale  Wetzel,  spedi- 
to dal  generale  Daun  viceré  di  Napoli,  con  quelle 
soldatesche  esser  presto  avanti  a  Orbetello,  per 
sodisfare  al  popolo  che  già  aveva  acclamato  per 
padrone  Timperatore.  e  con  gran  desiderio  aspet- 
tava i  tedeschi  che  lo  assicurassero  e  difendes- 
sero dalTinsuIto  delle  milizie  spagnuole,  le  quali 
stando  ivi  vicine  in  Port'Ercole,  e  Porto  Lungo- 
ne, ne  aspettavano  delle  altre  per  andar  subito 
contro  quei  d''Orbetello.  Scrisse  Wetzel  al  cardi- 
nale Grimani  per  la  permissione  di  far  passare  le 
sue  genti  per  quel  piccolo  tratto  di  strada  che  vi 
è  tra  Civitavecchia  ed  Orbetello,  perla  via  che  at- 
traversa lo  stato  di  Castro.  Appena  giunto  il  Wet- 
zel davanti  al  porto  di  s.  Stefano  e  d'Orbetello  gli 
furono  spalancale  le  porte,  ed  il  ao  di  dicembre 
entrò  con  grande  acclamazione  degli  abitanti. 
Anche  la  fortezza  di  Port'Ercole  avrebbe  fatto  Io 
stesso,  se  i  ministri  del  re  Filippo  non  avessero 
con  sollecitudine  fatto  mutare  dal  Pinelli  vice- 
generale delle  fortezze  di  Toscana  il  presidio 
e  governatore  della  suddetta  fortezza  ,  il  qua- 
le avea  segrete  intelligenze  cogli  imperiali.  II 
Wetzel  vedendo  di  non  poter  resistere  colle  sue 
truppe  fassedio  a  Port**  Ercole,  lasciato  un  com- 
petente presidio  in  Orbetello,  se  ne  tornò  a  Na- 
poli  (34). 

g.  38.  Angustiato  Cosimo  da  questi  mali  co- 
muni, non  lo  era  meno  per  i  particolari  della  fa- 


JnA'jOS,  DEI   TEMPI   MEDICEI  GAP.  X.  6ll 

miglia  e  dello  stato.  Era  già  arri?ato  il  termine 
di  due  anni  fissato  dalla  principessa  moglie  di 
Giovan  Gastone  per  portarsi  a  Firenze,  e  già  il 
principe  era  ritornato  a  Reichstatt  per  prenderla 
ed  accompagnarla  nel  viaggio^  ma  s'incontrarono 
in  essa  nuovi  ostacoli  e  pretesti  per  l'esecuzione. 
Tutto  per  tanto  si  mise  in  opera  per  farla  risol- 
vere e  ministri  e  sacerdoti  ed  insinuazioni  del- 
Timperatore,  ma  in  vano.  Si  provò  ancora  ad  im- 
piegare l'autorità  del  papa,  ed  egli  non  mancò 
con  i  consigli  ed  anche  con  minacce  di  stimolar- 
la, ma  non  si  potette  vincere  in  nessuna  maniera 
la  sua  ostinazione.  Agitava  ciò  grandemente  l'a- 
nimo di  Cosimo  III ,  che  vedeva  ormai  quasi 
disperata  la  successione  della  famiglia,  poiché  lo 
stato  di  salute  del  principe  Ferdinando  non  dava 
alcuna  lusinga  di  averla  per  suo  mez2,o.  Questa 
rillessione  non  sfuggiva  neppure  al  ministero  te- 
desco, che  voleva  già  prendere  delle  misure  per 
la  successione  della  Toscana.  In  queste  triste 
circostanze  fu  creduto  a  proposito  di  richiamare 
Giovan  Gastone  per  prendere  tutti  i  provvedi- 
menti necessari  nella  famiglia  in  contingenze  cosi 
fatali.  Perdute  ormai  le  speranze  della  successio- 
ne, non  rimaneva  che  Punico  compenso  di  ac- 
casare il  cardinal  Francesco  Maria,  tuttoché  la 
soverchia  sua  pinguedine  e  la  salute  indebolita 
dai  molli  disordini  facessero  dubitare,  che  anche 
siffatto  tentativo  dovesse  essere  inutile.  La  repu- 
gnanza  del  cardinale  a  cambiare  stato,  e  lo  spo- 
gliarsi delle  tante  ricchezze  che  gli  rendevano  i 
benefizi  ecclesiastici,  lo  facevano  essere  renitente 


5 12  AVVENIMENTI    STORICI  JnAlO^. 

ad  ammogliarsi:  pure  risolvette  di  far  questo  sa- 
criBzio  pel  beue  della  famiglia,  e  tanto  il  papa 
che  il  re  di  Francia  e  di  Spagna  gli  permisero  di 
rinunziare  a^beneficii,con  riservarsi  dell  e  pensioni, 
ed  ottenne  ancora  che  il  suo  cappello  cardinalizio 
fosse  trasferito  in  Monsignor  Salviati,  soggetto 
egualmente  grato  alla  casa  di  Borbone  e  a  quella 
de'Medici.  La  scelta  poi  della  sposa  per  esso  cad- 
de sopra  la  principessa  Eleonora  figlia  di  Vincen- 
zo Gonzaga  duca  di  Guastalla  e  Sabbioneta  (35). 
g.  39.  Grande  era  negli  spirili  di  Toscana 
il  fermento  per  la  cattiva  salute  del  principe  Fer- 
dinando, giacché  in  esso  erano  rivolte  tutte  le 
speranze  dei  popoli,  per  ritrarre  qualche  sollievo 
dalla  mala  amministrazione  del  padre.  Ciò  faceva 
nascere  il  timore  di  qualche  interna  rivoluzione, 
che,  corroborata  dalle  rigorose  risoluzioni  della 
corte  imperiale,  avrebbe  potuto  imporre  delle 
leggi  alla  sovranità  del  granduca.  Ragionavasi  da 
alcuni  del  ministero  tedesco  di  assicurar  la  quiete 
alla  successione  del  granducato  con  dei  presidii, 
e  mentre  gli  austriaci  aveano  invaso  il  ferrarese 
e  Comacchio,  e  possedevano  i  porti  dello  stato  di 
Siena,  era  anche  naturale  il  timore  che  volesse- 
ro assicurarsi  della  Toscana.  Si  erano  intimate  da 
Vienna  nuove  contribuzioni,  ed  era  stato  neces- 
sario cedere  alla  forza,  ed  obbligarsi  a  pagare  al- 
tre 4^000  doppie,  imponendo  a  tutte  le  popola- 
zioni toscane,  per  evitarne  l'esecuzione  militare. 
I  sudditi  erano  esausti,  il  commercio  estinto,  le 
campagne  restavano  incolte,  e  per  saziare  i  tede- 
schi ed  evitare  la  forza  aperta,  fu  necessario  al 


jinMCSi.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.Y.  f>  »  3 

grauduca  (r  impegnar  le  sue  gioie.  La  pennri??. 
Ja  miseria  e  1'  oppressionw  facevano  crescere  il 
malumore.,  e  nnaluflque  henché  piccola  alterazio- 
ne, sarebbe  stata  in  tali  contingenze  fatale  allo 
stato  e  alla  sovranità  della  casa  Medici  (06). 

§.  40.  Si  stabilirono  intanto  le  condizioni  di 
matrimonio  fra  '1  cardinal  Francesco  i>Iaria  dei 
Medici  e  la  princi[)essa  Eleonora  tìglia  del  duca 
di  Guastalla,  e  la  Toscana  tutta  ne  attend^^vn  con 
impazienza  la  conclusione,  poiché  T  esempio  di 
ciò  che  accadeva  perla  successione  della  Spagna, 
sgomentava  la  nazione  toscana, che  molto  temeva 
di  trovarsi  esposta  alle  desolazioni  e  alle  stragi  nel 
raso  d'estinguersi  la  famiglia  regnante.  In  que- 
st'anno fra  le  altre  calamità  della  Toscana  fuvvi 
nn  gelo  cosi  ignoto  al  clima  dTlàlia.  che  inaridi 
le  piante  dei  frutti,  e  specialmente  degli  ulivi  che 
erano  M  miglior  prodotto  della  provincia.  Coloro 
<  he  abitavano  i^étrié  case  dovelfefò  diriiacciare 
inclusive  le  uova,  le  fruite,  il  parte,  il  vino  l'ace- 
to e  le  acque  stiliate,  e  per  le  medesime  case  e 
fuori  dapji^Tlutto  altro  non  vedévasi  ch<^  neve  e 
diaccio;  a  molti  convenne  loro,  per  liberarsi  in 
parte  dalla  tanta  rigidezza  di  quel  tempo,  bruciare 
pi  arnesi  di  casa,  perchè  uovi  ess<;ndo  le  strada* 
praticabili  non  vi  era  chi  portasse  le^na  alla  piaz- 
za: gli  animali  salvatici  morirono  dal  freddo  a 
centinaia  (37).  Convenne  perciò  s'oecorrere  e<l 
incoraggire  i  popoli  oppressi  da  tante  disgrazie  e 
«la  una  miseria  generale  senza  eserojjio. 

§.  /j  i.  Essendo  giunto  a  ^\ttt\t^  Federigo  IV 
re  di  Danimarca,  non  solo  il  grandiié^V  ^^  **dti 

òt.   Tose,   Tom.   10.  44 


5l4  AVrF-NlME!^TJ    STOBICI  ^w.1709- 

i  riccìii  particolari  sforz?)ronsi  di  dar;:;!!  delle  fe- 
s'e  p  dei  trattenimenti  per  farselo  amico,  ed  af- 
fezionarlo al  paese,  a  cui  si  credeva  potesse  esser 
vanta^£;iosa  la  sua  assistenza  .  Dimorò  in  Fir^^n- 
renze  4o  giorni,  e  ne  parti  dando  segni  del  suo 
maggior  gradimento:  non  lasciò  tuttavia  il  pub- 
blico di  criticare  mollo  la  con<lottadel  granduca, 
perchè  in  tempi  di  tanfa  miseria  avesse  profuso 
gran  denari  in  feste  in  ossequio  di  quel  monarca. 
Pure  questi  malcontenti  cessarono  alla  piibhli- 
cazione  del  fissato  matrimonio  del  cardinale  Fran- 
cesco Maria  ,  che  dopo  aver  godufa  la  dignità 
cardinalizia  per  a3  anni  la  depose*  ed  avendo  fat- 
ti eseguire  per  procura  gli  sponsali  in  Guastalla, 
andò  egli  stesso  in  compagnia  di  Giovan  Gasto- 
ne ad  incontrar  la  sposa  ai  contini  ,  e  condottala 
.a  Firenze  fu  ricevuta  dal  granduca  e  dal  principe 
Ferdinando  con  tutti  i  contrassegni  dì  amorevo- 
lezza .  La  bellezza  e  la  vivacità  della  medesima 
risvegliò  in  tutti  insieme  con  l'ammirazione  an- 
cora le  speranze  della  successione  tanto  bramata^ 
ma  ben  presto  svani  questa  lusinga  ,  poiché  essa 
costantemente  si  ricusò  al  principe  Francesco 
-Maria  ,  né  vi  furono  persuasioni  di  padri  spiri- 
tuali, né  promesse  e  regali  del  granduca  e  dello 
sposo,  e  neppure  del  suo  padre  che  la  potessero 
far  cangiare  di  pensiero  ,  dicendo  essa  di  aver 
troppo  timore  di  acquistare  delle  malattie  con- 
vivendo con  quel  marito.  Il  granduca  estrema- 
mente agitato  tanto  per  i  mali  presenti  ,  quanto 
per  quei  che  prevedeva,  e  perduta  ormai  la  spe- 
ranza di  avere  successione,  persu^sp.di  aver  egli 


An.     1710.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  5lD 

il  potere  di  provvedere  il  granducato  di  mi  suc- 
cessore, si  applicò  totalmente  a  procurarsi  degli 
appoggi  e  dei  mezzi  per  evitare  qualunque  vio- 
lenza (38). 

g.  42..  Costretti  i  granduchi  fino  a  questo  tem- 
po, attesa  la  situazione  della  Toscana,  a  prender 
leggi  dalla  casa  d'Austria  o  da  quella  di  Francia , 
prevedeva  Cosimo  III  che  il  gettarsi  totalmente 
io  braccio  di  una  di  esse  gli  avrebbe  necessaria- 
mente attirato  la  guerra  nel  proprio  stato.  Cono- 
sceva che  1'  una  e  T  altra  premeditavano  questo 
caso,  e  ciascuna  prendeva  delle  preventive  di- 
sposizioni pel  proprio  interesse.  Si  opinava  co- 
munemente che  quello  ,  il  quale  al  tempo  della 
estinzione  della  famiglia  dei  siedici,  si  fosse  tro- 
vato in  possesso  dei  Fresidii  dello  stato  di  Siena^ 
avrebbe  conseguito  anche  il  granducato.  Posì>e- 
devaiio  i  tedeschi  Orbetello,  ma  restavano  in  po- 
tere dei  galli-spani  Lungone  e  Porl'Ercole;  que- 
sti proponeva  Filippo  V  di  depositarliiu  potere  dei 
granduca  tino  alla  pace,  quando  i  tedeschi  aves<- 
sero  aderito  di  far  Io  slesso  riguardo  ad  Orbel elio; 
ma  la  gelosia  che  essi  avevano  [)er  coi»j>ervailu.  e 
Pavidità  di  conquistare  gli  altri  che  rimanevano 
al  re  Filippo,  dettero  facilmente  luogo  a  compreu-* 
dere  dove  tendessero  le  loro  mire.  Tutti  questi 
rielessi  sollecitarono  Cosimo  III  a  stabilire  un 
piano  di  politica,  per  cui  restasse  salvata  la  sua 
indipendenza,  e  la  libertà  di  disporre  della  suc- 
cessione coerentemente  alla  giustizia  e  non  se- 
condo la  forza.  L''ordine  della  successione  iu  To- 


5l6  AVVENIMENTI  STORICI  ^«,1710. 

scaua  restava  deteniiinato  dal  lodo  di  Carlo  V 
pubblicalo  in  Augusta  il  dì  nS  ottobre  ibSo. 
_  J.  4S.  Allorché  la  repubblica  di  Fireuze  si  ar- 
lese  all'eseicito  imperiale  ausiliario  di  Clemente 
MI  era  stato  capitolato,  che  si  rimettesse  nello 
iuiperatore  il  determinare  per  Tavvenire  la  forma 
dì  governo  che  più  convenisse  a  quella  cadente 
repubblica.  Decretavasi  in  detto  lodo  che  Ales- 
sandro dei  Medici  dovesse  esser  duca  e  capo  di 
tutte  le  magistrature  di  Firenze,  e  questa  dignità 
passasse  ereditariamente  nei  suoi  disceudv^uli  , 
escluse  le  femmine,  ed  in  mancanza  di  essi  suc- 
cedesse il  maschio  più  prossimo  alla  casa  dei  Me- 
dici, e  cosi  in  in6nito.  In  vigore  di  questa  deter- 
nn'nazioue,  allorché  restò  ucciso  il  duca  Alessan- 
dro, il  senato  rappresentante  1*  antica  repubblica 
procede  alT  elezione  di  Cosimo  I  .  la  quale  eoa 
diploma  di'A  So  setteujbre  i557  dato  iu  ÌVlonzone, 
Ju  autenticata  da  Carlo  V,  come  coerente  alle  di- 
chiarazioni dei  lodo.  Ritraevano  da  tutto  ciò  ì 
consiglieri  di  Cosimo  III,  che  all'estinzione  della 
linea  regnante  dovesse  il  senato  procedere  alla 
elezione  di  un  suiicessore  neifagnaio  più  prosai- 
anno  della  casa  Medici,  se  pure  le  altre  linee  si 
potessero  considerare  nel  lodo  comprese,  ovvero, 
reputando  come  consuete  le  disposizioni  di  Car- 
lo Y,  ritornare  nella  prìstina  sua  liberiane  riassu- 
messe l'antica  costituzione  della  repubblica.  Si 
prese  pertanto  in  esame  questo  punto  dì  giusti- 
zia,  e  consideraiido  che  Clemente  VII  e  Carla 
\  non  aveano  operato  con  altro  tìne  che  di  resti- 


1^/1.1710.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.    X.  Sl^ 

tuire  la  casa  Medici  al  posspssodel  primato  nella 
repubblica,  così  non  potevano  avere  in  conside- 
razione se  non  quelle  linee  che  discendevano  da 
Giovanni  di  Bicci  primo  fondatore  della  grandez- 
za della  famiglia.  Alla  totale  estinzione  di  queste, 
venendo  a  cessare  intieramente  le  disposizioni 
del  lodo,  non  cadeva  più  verun  dubbio  che  la  re- 
pubblica dì  Firenze  rientrasse  nei  suoi  primitivi 
dritti  di  libertà,  e  che  Pultimo  regnante  mediceo 
non  potesse  in  coscenza  e  in  onore  intraprende- 
re delle  disposizioni  in  contrario.  Stabilite  queste 
massime  come  le  più  coerenti  alla  giustizi-!,  e  le 
più  confaceuti  alla  prosperità  dei  popoli  ed  alla 
gloria  della  casa  I>Ie«lici,  si  passò  a  determinare  i 
mezzi  per  assicurarne  Teffettuazione  (39). 

5.  44-  1^3  buona  intelligenza  che  passava  tra 
Cosimo  III  e  la  repubblica  d'Olanda,  gli  fece  cre- 
dere che  potesse  questa  essere  il  mezzo  più  op- 
portuno per  persuadere  le  altre  potenze  a  conv*?-» 
nire  in  qu<^sta  risoluzione,  per  garantire  la  liber- 
tà toscana.  A.  quesfeffetto,  sebbene  con  simula- 
ta commissione,  fu  spedilo  in  Olanda  il  marchese 
Carlo  Rinuccini,  il  quale  dovette  intanto  scorrere 
le  corti  germaniche  per  impegnare  i  principi  del- 
l'impero ad  ottenere  dalla  casa  d"'Austria,  che  l:i 
Toscana  non  fosse  oppressa  con  sì  esorbitanti 
contribuzioni,  e  che  si  compensassero  le  già  pa- 
gate, con  rilasciare  al  granduca  i  porli  dello  stalo 
di  Siena  al  trattalo  di  paco.  Passato  dipoi  iltpr^- 
lodito  Rinuccini  alTHaia,  comunicò  al  gran  pen- 
«ionario  il  piano  stabilito  per  la  successione  del 
granducato,  ch'egli  molto  approvò,  e  loiiòi.i  %$- 

4'.' 


5l8  AVVEDIMENTI    STORICI  ^/t.1  710. 

via  risoluzione  di  prevenire  in  tempo  le  difficoltà 
che  doveano  incontrarsi,  e  si  accinse  a  preparar- 
ne le  opportune  disposizioni .  Considerò  che  il 
domìnio  di  Firenze  come  libero  ed  indipendente 
non  esigeva  particolari  riguardi,  e  che  qualun- 
que atto  solenne  che  si  fosse  fatto  per  rendergli 
la  libertà,  sarebbe  slato  garantito  dagli  stati  con 
tutto  rimpegno:  ma  non  cosi  poteva  farsi  dello 
stalo  di  Siena  e  di  que'^feudi  de'quali  la  casa  Me- 
-dici  prendeva  l'investitura,  poiché  per  rapporto 
ai  medesimi  erano  da  considerarsi  i  dritti  dei  pa- 
renti più  prossimi  del  granduca,  e  Tinevitabile  ne- 
cessità del  consenso  imperiale  per  il  loro  passag- 
gio. Per  mezzo  del  ministrodTnghilterra  in  Olanda 
fu  partecipato  il  piano  stabilito  alla  regina  Anna, 
che  lo  trovò  non  solo  bene  e  generosamente  im- 
maginato, ma  eziandio  molto  favorevole  agl'inte- 
ressi delle  potenze  marittime.  Convennero  per 
tanto  di  sostenere  con  tutto  il  vigore  cosi  bella 
risoluzione,  perchè  oltre  al  vantaggio  che  pensa- 
vano di  poter  ritrarre  dalTalIeanza  con  una  te- 
pubblica  libera,  avevano  in  mira  ancora  d''opporsi 
allo  smisurato  ingrandimento  della  casa  d-  Au- 
stria (4o). 

§.  45.  Poco  però  lusingar  si  potevano  del  buon 
esito  di  un  tal  piano,  poiché  la  casa  d'Austria  non 
solo  continuava  colla  forza  ad  esìgere  delle  enor- 
mi contribuzioni,  ed  a  porre  i  quartieri  d'inverno 
in  Italia ,  come  in  paese  già  conquistato,  ma  an- 
cora con  scritti  sparsi  a  bella  posta  andava  pub- 
blicando che  tutta  V  Italia  era  feudo  imperia- 
le. Non  era  neppur  facile  V  indurre  la  Francia 


AnAlW.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  StQ 

ad  aderÌL'e  a  questo    piano  di  Cosimo  ,   poiché 
le  mire  di  Luigi  XIY  tendevano  a  far  succedere 
alla  casa  Medici  il  duca  di  Berrì  suo  nipote.  In- 
tanto sempre  più  mancavano  al  granduca  le  spe- 
ranze di  propagare  la  sua  famiglia,  sì  perla  morte 
del  principe  Francesco  Maria,  accaduta  il  dì  tre 
di  febbraio  per  idropisia,  come  ancora  per  i  fre- 
quenti accidenti  che  soffriva  il  principe  Ferdinan- 
do, e  per  la  p(»ca  salute  di  Giovan  Gastone.  Tali 
circostanze  impegnando  i  ministri  delle  potenze 
raarittime  ad  assicurare  preventivamente  il  de- 
stino della  Toscana,  detter  luogo  al  conte  Zin- 
zendorff, ambasciatore  imperiale  in  01auda,di  sco- 
prire il  piano  di  Cosimo  riguardo  alla  Toscana. 
Egli  non  disapprovava  che  si  rendesse  a  Firenze 
la  libertà,  ma  non  poteva  consentire  che  la  nuova 
repubblica  fosse  investita  dello  stato  di  Siena  e 
deTeudi  imperiali.  Nondimeno  la  condiscendenza, 
quanto  alla  libertà  di  Firenze,  lusingava  in  parte 
di  poter  conseguire  anche  i  feudi  con  qualche 
trattalo,  allorché  un  impensato  accidente  soprag- 
giunse a  turbare  tutti  i  disegni  dei  collegati,  ed 
apportò  nel  sistema  politico  dell'Europa   una  to- 
tal variazione.  Ciò  fu  la    morte  per  cagione  di 
vainolo  dell'imperatore  Giuseppe,  accaduta  il  17 
d''aprile,  senza  lasciar  prole  maschile.  Residuan- 
dosi la  successione  della  casa  d'A.ustria  nel  re 
Carlo  III.  fu  forza  ch''egli  abbandonasse  la   Cata- 
logna, e  che  Filippo  V  restasse  al  possesso  della 
Spagna  senza  competitore.  Questo  infausto  av- 
venimento apri  la  strada  a  far  cessare  una  guerra 
delle  più  sanguinose,   e  fu  IVpooa  di  un  nuovo 


SaO  AVVENIMENTI  STORICI  Ail^jW, 

sistema  politico  in  Europa.  Essendo  Tariate  tutte 
le  circostanze .  anche  Cosimo  III  cambiò  le  sue 
idee,  affacciandosi  al  di  lui  spirito  le  difficoltà 
che  incontrar  dovea  il  suo  piano  di  libertà,  giac- 
ché escludendosi  lo  stato  di  Siena  ed  i  feudi  dei- 
la  Lunigiana,  sarebbesi  formata  una  repubblica 
debole  e  vacillante^  ed  esposta  ad  esser  preda  del 
più  forte  (40' 

g.  46.  Era  già  da  molto  tempo  che  relellrice 
palatina  si  era  resa  Parbitra  del  cuore  del  padre, 
e  voleva  esserlo  anche  in  questo  affare;  non  o- 
stante  ch''ella  fosse  maggiore  di  età  del  principe 
Gio.  Gastone,  pure  lusingavasi  di  sopravvivere  a 
tutti  della  f;jmiglia,e  potere  in  conseguenza  dispor- 
re non  solo  della  sovranità,  ma  anche  degli  al- 
lodiali. Fu  spedito  il  Rinuccini  a  Francfort.  ove 
dovea  tenersi  il  congresso  per  la  elezione  dello 
imperatore,  per  esporre  al  collegio  elettorale  i 
reclami  del  granduca  per  le  esorbitanti  contribu- 
zioni dovutesi  pagare^  e  per  far  riconoscere  la 
libertà  del  granduca,  onde  poter  egli  provvede- 
re liberamente  alla  successione  de'  suoi  stati. 
Molte  furono  le  obiezioni  fatte  dai  ministri  della 
casa  d'Austria  a  queste  rappreseutanze,  e  final- 
mente fu  deciso,  per  non  ritardarne  reiezione,  e 
perchè  non  sembrasse  che  il  collegio  elettorale 
si  arrogasse  Tautorità  di  astringere  l'imperatore, 
di  rimettersi  alla  di  lui  giustizia  ed  equità,  mo- 
strandogli tutta  la  confidenza.  ì>Ia  nel  tempo  che 
%\  concepivano  le  migliori  speranze,  fu  intimato 
da'tedeschi  il  passaggio  di  loooo  uomini  pel  gran- 
ducato, per  intraprendere  l'assedio  di  Port^Ercole 


^«.1711.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  5ai 

e  di  Lungone,  tenuti  lutTora   dai  galli-spani:  si 
vide  bene   che  queste  truppe  avrebbero  svernalo 
nello  stato  di  Siena,  come  difatti  avvenne,  es- 
sendovi entrate  alla  metà  di  novembre.  Si  seppe 
di  poi  che  l'oggetto  principale  di  questa  spedizio- 
ne non  era  quello  delPassedio  de'porti,  ma  d''in- 
▼igilare  sopra  gli  andamenti  del  granduca,  essen- 
dosi sospettato  in  Vienna  un  trattato  tra  la  Fran- 
cia ed  il  medesimo  granduca,per  cuisi  chiamasse 
alla  successione  della  Toscana  il  duca  di  Berrì.  A 
Francfort  l'eletlor  palatino  procurò  di  giusliticartì 
la  condotta  del  granducale  di  mostrar  falso  il  sup- 
posto trattato  col  re  di  Francia^  implorò  un  regola- 
mento più  giusto  per  le  contribuzi()UÌ,il  richiamo 
delle  truppe  tedesche  dalla  Toscana,e  domandò  la 
investitura  dei  feudi  imperiali  per  l'elettrice  nel 
caso  che  essa  sopravvivesse  airultimo  maschio. 
Si  discussero  dal  miuistero  imperiale  queste  istaa« 
ztr,  e  si  stabilì  essere  insussistente  il  preteso  ag- 
gravio delle  contribuziimi.  peichè  «'onsiderandosi 
feu'lo  imperiale  anche  il  dominio  di  Firenze,  ne 
derivava  clif?  la  tassazione  era  giusta  e  corrisfjouf 
deuiealle  leggi  e  consuetudini  dell'impero.  Si  ri* 
conobbe  che  le  truppe  spedite  in  Toscana  non  era 
giusto  che  fossero  a  carico  di  Cosimo  e  di  quello 
stato,  e  perciò  doversi  indennizzare  o  trattare  eoa 
esso  di  una  compensazione:    quanto  poi  alla  do* 
manda  della  investitura  per  l'elettrice,  portaudo 
essa  implicita  la  s>'parazione  de'leudi  dal  dominio 
di  Firenze,  e  in  const^guenza  una  dichiarazio  le  di 
lìbeitae  indipendeuza   pel  medesimo,  fu  rilevato 
esser  nece»i>uiia ^  la^ mag^of  _  o%^l(;U^^i,  av.^  diir 


5aa  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1yl2, 

"Venire  ad  un  alto  decisivo  e  pregiudicevole  ai  di- 
ritti imperiali.  Nondimeno  il  consiglio  opinò,  che 
l'andare  di  concerto  col  granduca,  e  dargli  qual- 
che soddisfazione  che  lo  acquietasse,  avrebbe  po- 
tuto facilmente  indurlo  a  dichiarare  1'  impera- 
tore anco  erede  degli  allodiali  (42). 

p.  47.  Stabiliti  questi  principii  il  conte  di  Zin- 
zendorff  fece  noto  aireletlrice,  che  Timperatore 
l''assicurava  di  tutta  la  sua  compiacenza  per  lei  e 
pel  granduca  suo  padre,  ma  le  rimostrò  che  il  no- 
minare essa  soltanto  alla  successione  di  Toscana 
senza  la  determinazione  d^in  successore  per  dopo 
di  essa,  sarebbe  stato  un  alto  imperfetto  e  di  e- 
vento  dubbioso;  essere  perciò  di  migliore  interes- 
se per  lei  e  per  la  Toscana,  che  Timperatore  fosse* 
dichiarato  erede  e  successore  della  casa  siedici 
per  dopo  la  totale  estinzione  di  quella  famiglia, 
ed  esser  queslo  l'unico  mezzo  per  cui  essa  potes- 
se conseguire  tutte  le  investiture  che  domandava. 
Da  questi  proggetti  si  schermì  lelettrice  con  di- 
mosti  are,  che  vivendo  ancora  due  principi  suoi 
fratelli,  nei  quali  dovea  passare  per  ragione  la 
soviaiiila,  sarebbe  troppo  immatura  la  dichiara- 
zione che  facesse  il  granduca  di  un  erede  e  di  uu 
successore.  Carlo  VI  frattanto  diminuì  in  parte  le 
contribuzioni  domandate  al  granduca,  e  Timputò 
in  queste  le  spese  fatte  pel  mantenimento  delle 
truppe  cesaree  nel  tiorentìno.  Proseguivano  in- 
tanto le  truppe  tedesche  ad  alloggiare  in  Toscana, 
e  fespugnazione  di  Port'Ercole  si  differiva  con 
vari  pretesti  .  Senz'  esser  liberato  dal  giogo  di 
queste  truppe  e  dal  presidio  di  quei  porti,  crede-; 


jlnMiZ.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  T.  BiZ 

va  il  granduca  di  non  potere  devenire  ad  una  li- 
bera dichiarazione  del  successore.  Le  promesse 
della  regina  Anna  d'Inghilterra  edeglj  Stati  gene- 
rali di  tutta  la  loro  assistenza  lo  lusingavano,  che 
al  trattato  di  pace  sarebbe  rimasto  sciolto  da 
questo  freno,  e  perciò  tutte  le  sue  premure  si 
rivoU^ro  unicamente  a  rimanere  nella  piena  liber- 
ta di  disporre,  e  a  trattare  al  congresso  di  Utre- 
cht Taf^quisto  de*  porti  dello  slato  di  Siena. 

5.  48.  Non  fu  però  in  quel  congresso  dei  pìe- 
nijjotenziari  attesa  la  domanda  d^lla  compensazio- 
ne su  i  detti  porti  di  Siena,  ed  il  possesso  di  essi 
fu  destinato  stabilmente  alPimperatore.  J  crediti 
della  casa  siedici  colla  corona  di  Spagna  e  colla 
cnsa  dAustria  furono  considerati  come  interessi 
privali  da  non  parlarne  nel  congresso.  Colla  me- 
diazione delPIni^hilterra  fu  stabilito,  che  si  assicu- 
rasse alla  Spagna  l'alto  dominio  di  Siena,  ma  che 
si  dichiarasse  però,  che  quello  stato  dovesse  esser 
per  sempre  riunito  con  quello  di  Firenze:  fu  poi 
creduto  di  por  ciò  in  un  articolo  segreto,  finché 
Carlo  VI  non  si  fosse  pacificato  colle  potenze  Bor- 
boniche, per  non  compromettere  il  granduca  col 
medesimo  Carlo.  L''lnghilterra  e  la  Spagna  nelPas- 
sistere  il  granduca  si  lusingarono  di  potere  ancora 
influire  nel  farlo  determiiìare  per  la  dichiarazione 
rie!  successore.  Era  il  granduca  estremalmente  con- 
tento, vedendo  che  nessuna  delle  potenze  bellige- 
ranti attendeva  s<topertamente  alla  sua  lib**rtà  di 
dis[»orre  del  successivo  governo.  Venne  però  que- 
sta sua  contentezza  aniareg;jiata  dalla  morte  del 
,..inci,,e  FerdÌp4a'!?,./5ip,I!rim^g^nitoJo  ^^ 


^2^  AVVENIMENTI  STORICI  ^/z.l'/l!?. 

anni  5o.  che  seguì  il  3o  d'ottobre.  Le  sne  qualità 
Joavevano  reso  amabile  a  tutti  i  ceti  di  perso- 
nf*.  e  ciascwio  diceva  aver  egli  erecJitato  il  Erenìó 
dì  Ferdinando  II.  Si  credette  che  il  granduca  non 
fosse  molto  afflitto  per  una  tal  perdita,  poiché  tra 
i  suoi  tigli  non  amava  con  distinzione  che  Pelet- 
trice. 

5.  49«  Passò  per  tale  avvenimento  il  diritto  di 
surcessione  nel  principe  Giovan  Gastone,  in  età 
«Mora  di  anni  quarantadue.  Egli  aveva  un  carat- 
tere affatto  dissimile  dal  fratello,  poiché  quanto 
in  quello  domin:^va  il  desiderio  di  governare,  al- 
trettanto questi  nVra  alieno,  e  viveva  per  lo  piò 
alla  campagna  colla  sola  compagnia  del  suo  basso 
servizio.  Vedendo  il  granduca  tolto  di  mezzo  ogni 
ostacolo  per  agire  con  libertà,  deliberò  di  venire 
senza  ritardo  alla  dichiarazione  di  far  succedere 
Jelettrice  alTultimo  maschio  della  sua  casa.  Pen- 
sò che  competesse  il  far  questa  elezione  al  sena- 
to fiorentino,  com'erasi  praticato  nel  iS^y  quan- 
do procede  ad  eleggere  Cosimo  I.  non  essendo 
Testati  figli  legittimi  del  duca  Alessandro.  Convo- 
cato pertanto  il  senato  il  dì  27  di  novembre,  par- 
teripò  il  granduca  ad  esso  Tatto  della  dichiara- 
zione, acciò  restasse  unanimemente  approvato  e 
soscritto^  il  che  fu  fatto.Dopo  ciò  si  pubblicarono 
gli  atti  concernenti  la  vocazione  della  elelfrice 
alla  successione,  e  si  fecero  pubbliche  dimostra- 
zioni di  gioia,  ed  il  senato  andò  in  gran  pompa  a 
ringraziare  il  granduca  di  un  cosi  saggio  provve- 
dimento. Fu  spedito  tanto  da  esso  granduca. quan- 
to dal  senato  l'avviso  alla  elettrice,  e  ne  fu  fatta 


'-\ 


Jn.Mii.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  5a5 

la  partecipazione  a  tutte  le  corti,  ma  per  notifi- 
carlo alPiniperatore  si  credè  che  relettore  pala- 
lino  fosse  il  mezzo  più  efficace  ed  opportuno  per 
scansare  una  subitanea  ed  aperta  coniradizione. 
g.  5o.  Grandissima  sorpresa  non  solo,  ma  mol- 
ti sospetti  cagionò  tal  notizia  nel  ministero  di 
Vienna,  e  nello  stesso  Carlo  VI.  Trovavasi  dispo- 
tica ed  illegale  questa  maniera  di  procedere  di 
Cosimo  e  del  senato  fiorentino,  essendo  che  atr; 
laccava  direttamente  i  dritti  che  V  imperatore 
credeva  d'avere  sopra  P'irenze  ed  il  suo  dominio. 
Si  accusò  di  mala  fede  Cosimo  III ,  dicendosi 
che  sotto  il  pretesto  del  paterno  affetto  per  la 
figlia,  avea  egli  intenzione,  e  forse  di  già  esservi 
qualche  pratica  segreta,  di  condurre  a  regnare  iu 
Toscana  un  principe  della  casa  di  Borbone.  Tali 
lagnanze  furono  comunicate  alPelettore  palatino, 
acciò  per  suo  mezzo  pervenissero  al  granduca; 
Restò  attonito  Cosimo  a  cosi  risolute  oppovizio- 
ni  dell  imperatore,  tanto  più  che  si  sa|>eva  che 
per  sua  commissione  si  facevano  le  più  minultt 
ricerche  in  lutti  gli  archivi  per  trovare  ragioni  da 
appoggiare  la  feudalità  di  Firenze  fin  dai  tempi 
di  Cario  Ma^'uo.  A.fiidato  per  tanto  il  granduca  al- 
1  assistenza  promessagli  dalle  potenze  maritline,ri- 
solvette  d'^impugnate  con  franchezza  la  feudalità 
di  Firenze,  e  perciò  replicò  all'elettore  palatino 
che  egli  credeva  d'avere  osservate  le  costituzioni 
delPimpero,  poiché  peri  feudi  indubitati  aveva  a 
Francfort  chieste  le  investiture  in  favore  della 
elettrice,  e  l'imperatore  le  avca  promesse,  mi 
che  non  giudicava  d'essere  in  dovere  di  parteci- 
pi. Tose.  Tom»  10.  i^ 


5ft6  AVVENIMENTI  STORICI  ^/i.1714. 

pare  a  sua  Maestà  le  proprie  intenzioni  sopra  lo 
slato  di  Firenze,  per  esser  questo  libero  e  indi- 
pendente da  qualunque  potenza,  e  questa  indi- 
pendenza ad  esso  confidata  dai  toscani  non  do« 
versi  sacrificare  con  loro  grave  pregiudizio .  Il 
granduca  favorito  dal  re  Luigi  sperava  che  nel 
trattato  di  pace  Fatto  ad  Utrecht  fra  esso  e  Tln- 
ghiiterra  sì  stabilisse  almeno  la  demolizione  dei 
porti  dello  slato  di  Siena,  e  che  Lungone  si  con- 
tinuasse a  ritenere  dagli  spagnuoli  (43). 

§.  5i.  Opinandosi  in  Francia  chela  successio- 
ne della  Toscana  dovesse  ricadere  in  uno  della 
famiglia  borbonica.  Luigi  XIV  ordinò  al  generale 
Albergotti^che  portavasi  in  Italia  ,  di  fare  col  gran- 
duca le  sue  condoglianze  per  la  morte  del  princi- 
pe Ferdinando,  e  lodare  la  risoluzione  sua  e  del 
senato  di  chiamare  la  elettrice  alla  successione: 
Tincaricò  ancora  di  fargli  sentire  che  sarebbe  sta- 
lo della  prudenza  di  lui,  e  di  utilità  ai  suoi  sud- 
diti il  dichiarare  con  sollecitudine  un  successore, 
il  quale  assistito  da  forze  superiori  sostener  po- 
tesse la  gloria  della  casa  Medici,  la  quiete  e  le 
prerogative  del  granducato,  Mostrossi  Cosimo  IH 
molto  riconoscente  alle  premure  di  sua  Maestà, 
ma  fece  altresì  comprendere  che  senza  una  pace 
stabile  fra  Timperatore  e  Filippo  V,  non  si  pote- 
vano fissare  i  punti  essenziali  per  dirigere  una 
tale  deliberazione.  Bensì  vedeva  che  il  suggeri- 
mento del  re  di  Francia  tendeva  ad  insinuare  al 
granduca  di  dichiararsi  per  la  casa  di  Parma,  men- 
tre 5i  teneva  per  indubitato  in  Francia  che  tutti  i 
diritti  della  successione  nel  granducato  si  riunis- 


S/«.1714.  DEI  TEMPI  MEDICEI  e  A  P.  X.  5^7 

sero  nella  principessa  ElisabeHa  Farnese.  Nel 
tempo  che  si  trattavano  diversi  matrimoni  per 
questa  principessa,  si  pubblicò  inaspettatamente 
l^accasamento  di  essa  col  re  Filippo  V  restato  di 
già  vedovo.  Quesf  avvenimento  sconcertò  non 
poco  i  disegui  della  corte  imperiale  sulla  To- 
scana, e  sì  esso,  che  le  difficoltà  dalla  medesima 
corte  incontrate  per  acquistare  documenti,  le  fe- 
cero sospendere  le  controversie  sopra  il  detto 
stato^  e  questa  sospensione  sarebbe  stata  di  giova- 
niento,se  non  si  fosse  ragionevolmente  temuio  che 
avrebbe  avuto  corta  durata;  per  lo  che  applicossi  il 
granduca  a  procacciarsi  delle  nuove  alleanze.  La 
neutralità  dltalia  stabilita  in  Utreckt  rimaneva 
nel  suo  vigore,  e  sebbene  i  porti  di  Siena  restas- 
sero addetti  all'imperatore,  nondimeno  mentre  la 
Spagna  riteneva  Lungone,  non  era  tolto  intiera- 
mente a  quella  corona  Taccesso  airitalia:  era  tut- 
tavìa incerto  a  chi  appartenesse  Tallo  dominio 
del  feudo  di  Siena,e  questa  dubbiezza,facendo  te- 
mere di  nuovi  imbarazzi,  teneva  il  granduca  in 
molta  perplessità.  Nondimeno  il  silenzio  di  tanti 
trattati  e  i  molli  riguardi  della  corte  di  Vienna 
nelPimpegnare  la  libertà  di  Firenze,  Io  incorag- 
givano  a  sostenere  con  tutto  il  vigore  la  sua  in- 
dipendenza (44)* 

g.  52.  Era  già  morta  la  regina  Anna  dMnghil- 
terra,  ed  erale  succeduto  pacilicamente  Giorgio I 
della  casa  di  Annover.  Credette  pertanto  a  pro- 
posilo il  granduca  di  spedire  in  questa  occasione 
il  Rinuccìni  a  Londra  per  complimentare  il  nuo- 
vo re ,  e  nello  stesso  tempo  procurare   eh**  egli 


.^2S  AVVENIMENTI  STOBIOI  ^AI.1715, 

assumesse  grimpegni  in  suo  favore  già  presi  dalla 
regina  Anna.  Mostrossi  favorevole  Giorgio  a  que- 
sfe  istanze  anche  col  consìglio  del  suo  primo  mi- 
nistro lord  Thownshand  ,  il  quale  'rovavasì  mi- 
nistro alPHaia,  quando  si  promosse  il  piano  della 
successione  per  Pelettrice.  Vu  anche  fallo  riflettere 
dal  Rinuccini  di  quanto  interesse  fosse  per  Tln- 
f,'hil terra,  che  la  Toscana  si  riconoscesse  libera,  e 
non  sotlo  il  giogo  d'altre  potenze  ,  a  cagione  del 
grandioso  commercio  che  gì*  inglesi  faceano  nel 
porto  di  Livorno.  Furono  gustate  a  Londra  le  ra- 
gioni e  premure  del  granduca,  e  gli  fu  promessa 
tutta  r  assistenza  ed  appoggio:  e  tutto  che  ciò 
fosse  per  via  privata,  pure  di  grandissima  soddi- 
sfazione riuscì  al  granduca»  onde  sempre  più  con- 
firmossi  nella  massima  di  difendere  Tindipenden- 
za  della  Toscana  contro  qualunque  attacco,  che 
dagl'imperiali  gli  venisse  minacciato.  Non  si  la- 
sci.ìva  però  dalla  corte  di  Vienna  d**  insistere  e 
cercare  ragioni,  per  le  quali  venisse  comprova  ta 
la  suggezione  della  Toscana.  I  suggerimenti  del* 
r  elettore  palatino  al  granduca  di  diportarsi  coli 
l'imperatore  con  più  dolcezza  ,  atteso  che  questi 
poteva  fare  qualche  colpo  ardito  sulla  Tosca^ 
na,  e  che  le  potenze  marittime  avrebbero  ben 
facilmente  sacrificata  1"  Italia  ,  non  ostante  le 
promesse  fatte  ,  fecero  sì  che  i  consiglieri  del 
granduca  cangiassero  un  poco  di  sentimenti.  Fu 
pertanto  opinato  .  che  si  dovessero  aprire  dei 
trattati  in  Vienna  sotto  gli  auspicii  del  conte 
Stella,  ministro  favorito  di  Carlo  VI,  e  che  cerca- 
va  di  combiuai"e  linteiesse  e  la  dignità  dell'uno 


'jin.iliB.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  X.  5^9 

e  dell'altro  principe.  Si  riconobbe  adunque  che  in 
tre  famiglie  poteva  ragionevolmente  cadere  la 
scelta  del  successore  alla  Toscana,  ed  erano  que- 
ste la  casa  di  Lorena  ,  la  casa  di  Modena  e  quella 
di  Parma.  Prima  però  di  devenire  ad  alcun  trat- 
tato esigeva  il  granduca  come  preliminari  di  esso 
questi  tre  punti:  V  indipendenza  del  dominio  di 
Firenze,  Tinlegrità  degli  stati  componenti  la  so- 
vranità di  Toscana,  e  la  validità  delPalto  del  se- 
nato (45). 

g.  53.  Frattanto  i  lucchesi,  per  sola  provvi- 
denza sanitaria  di  un  morbo  contagioso  di  bestia- 
me, avevano  fatto  chiudere  una  strada  sul  >Ion- 
tignoso,  per  la  qual  cosa  increbbe  molto  al  duca 
di  Massa,  perchè  quella  via  gli  giovava  più  d"'ogni 
altra  per  portarsi  a  Pisa.  INon  se  ne  lagnò  per  al- 
tro apertamente ,  ma  permise  che  i  suoi  sudditi 
insultassero  e  danneggiassero  i  confinanti  luc- 
chesi. La  repubblica  di  Lucca  stimò  savia  cosa  di 
mandare  delle  milizie  a  Montignoso,  per  opporsi 
in  caso  a  qualche  irruzione  che  il  duca  tentato 
avesse  di  fare  per  aprire  la  chiusa  strada  ^  ma 
quelle  milizie  mal  disciplinale  ,  in  vece  di  slare 
sulle  difese,  procedettero  alle  offese.,  ed  entrati  sul 
territorio  di  Massa  vi  fecero  guasti  e  prede  assai: 
risentitisi  i  messesi  rendettero  la  pariglia. Istrui- 
to il  senato  di  Lucca  di  tal  cosa,  per  impedire  ogni 
ulteriore  aggressione,  fere  chiudere  in  una  pri- 
gione il  capo  delle  bande,  restituire  la  fatta  pre- 
da, e  passare  ufficio  di  dispiacere  al  duca  di  Massa. 
Le  ire  si  calmarono  ,  ma  i  lucchesi  per  i  danni 
commessi  dovettero  sborsare  3ooo  scudi  in  ("orza 

45^ 


530  AVVE^tMENTl  STOHTCI  JfnMi^, 

della  sentenza  proferita  da  Rinaldo  d**  Este  duca 
di  Modena,  cui  le  parli  avevano  rimessa  la  que- 
stione: sentenza  approvala  poi  dalf  imperatore 
stesso  Carlo  VI  (46). 

g.  54*  Dopo  avere  il  granduca  fatte  delle  pro- 
posizioni al  conte  Stella  ministro  dì  Carlo  VI 
imperatore ,  riguardanti  la  successione  al  gran- 
ducato, fu  spedito  a  Vienna  il  marchese  Ferdi- 
nando Bartolommei  colle  dovute  istruzioni ,  e  fu 
incaricalo  di  Iratfare  unicamente  e  con  ogni  se- 
gretezza col  conte  Stella .  Di  buona  voglia  fu- 
rono a  Vienna  accettate  le  disposizioni  di  Cosi- 
mo*, si  promisero  segnalati  favori  alla  Toscana,  e 
con  calore  insistevasi  presso  il  Bartolommei,  ac- 
ciò senza  dilazione  il  granduca  nominasse  subito 
il  successore,  onde  venire  ad  un  concordato  tra 
rimperatore  ed  esso  granduca.  Credeva  Cosimo 
che  la  dolcezza  colla  quale  trattavano  ora  i  mi- 
nistri imperiali,  sostituita  alla  durezza  (ino  a  quel 
tempo  manifestata,  provenisse  da  ragioni  politiche 
e  non  sincere*  per  ciò  faceva  che  il  suo  ministro 
cercasse  di  prolungare,  e  fosse  circospetto  a  non 
impegnarsi,  onde  potere  in  ogni  caso  ritirarsi  li- 
beramente da  questa  pratica,  qualora  lo  credesse 
di  suo  utile  .  Le  lagnanze  però  che  il  ministro 
deir  imperatore  faceva  di  questa  maniera  poco 
leale  di  agire ,  fecero  risolvere  i  consiglieri  del 
granduca  a  prendere  la  determinazione  di  dichia- 
rare il  successore.  Si  esaminarono  perciò  i  dritti 
e  le  qualità  che  aveano  le  tre  case  di  Lorena,  di 
Modena  e  di  Parma,  e  fu  stabilito  che  Pelezion<" 
della  casa  di  Modena  fosse  la  più  conforme  agli 


AnAliQ,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CA*?.  X.  5^11 

interessi  politici  della  Toscana.  Si  manifestarono 
però,  prima  di  notificarle  a  Vienna,  segretamente 
alla  casa  di  ìlodena  quesle  intenzioni  di  Cosimo, 
che  furono  accoll  e  col  maggior  giubbilo.  Si  stabili- 
rono perciò  tra  'I  duca  di  Modena  ed  il  granduca 
delle  convenzioni,  le  <|U3li  portavano  in  sostanza, 
che  gli  stati  ereditari  della  casa  d''Este  dovessero 
per  sempre  riunirsi  al  dominio  fiorentino  ,  peir 
formare  con  esso  un  sol  corpo  sollo  un  solo  so- 
vrano, il  quale  dovesse  costantemente  risedere  a 
Firenze;  che  l'integrità  degli  stati  componenti  il 
granducato  fosse  sostenuta  unanimemente  dalle 
due  case^doversi  concordem^^nte  e  contro  qualsi- 
voglia oppositore  difendere  la  libertà  ed  indipen- 
denza del  dominio  fiorentino;  dovere  il  nuovo 
successore  obbligarsi  di  non  alterare  Fattuale  co- 
stituzione di  governo  del  granducato,  preservare 
al  senato  le  sue  prerogative  ,  ed  alle  città  i  pri- 
vilegi e  grazie  concesse  dalla  repubblica  e  dai 
granduchi*,  dover  essere  a  carico  del  successore  i 
debiti  pubblici  creati  fino  al  suo  ingresso  nel  go- 
Terno;  Pordine  della  successione  doversi  fissare 
per  un  atto  solenne,  con  dichiararla  di  primoge- 
nito in  primogenito,  escluse  sempre  le  femmine 
ed  i  loro  discendènti,  né  dovere  aver  luogo  que- 
sto diritto  nella  casa  d''Este,  se  non  dopo  Testin- 
zione  della  famiglia  regnante  ,  e  dopo  la  morte 
deir  elettrice. 

g.  55.  Assicurati  questi  articoli  principali  con 
In  casa  di  Modena,  il  granduca  partecipò  ali*  im- 
peratore la  nomina  del  successore,  che  fu  da  lui 
ricevuta  con  (ulti  i  segni  di  gradimeuio  e  di  ap*- 


B5a  AVVE??1MENTI  STORICI  Jn,M\6* 

provazione:  prese  però  egli  tempo  a  risolvere  ad 
oggetto  di  fare  col  ministero  le  dovute  considera- 
zioni. Era  pieno  di  gioia  il  granduca,  parendogli 
ben  diretto  questo  negoziato,  e  credendolo  coe- 
rente agl'interessi  della  casa  d^  Austria  .  A.  pie- 
no compimento  dei  suoi  desideri,  non  mancava 
che  il  vedere  presso  di  sé  Pelettrice  sua  figlia  ri- 
masta vedova  tanto  da  lui  amata .  T^on  essendo 
ella  molto  contenta  del  suo  cognato  nuovo  elet- 
tore,risolvette  di  ritornare  in  Toscana,  dove  arri- 
vò alia  (ine  d''oltobre':  indicibile  fu  il  piacere  del 
granduca,  e  la  dimostrazione  di  gioia  del  popolo. 
La  presenza  di  lei  in  Toscana  venendo  ad  alterare 
le  convenienze  della  principessa  Violante,  pensò 
il  granduca  di  dare  a  questa  il  governo  di  Siena, 
onde  con  giusto  pretesto  si  allontanasse  dalla 
corte  e  cedesse  con  dignità  il  luogo  all'elettrice. 
§.  56.  Scorreva  di  già  il  terzo  mese,  e  nessuna 
decisione  appariva  dalla  parte  dell'imperatore^  ma 
il  Bartolommei  con  forti  sollecitazioni  obbligando 
lo  Stella  ad  una  qualche  risposta,  fu  finalmente  a 
questo  riferito,  che  l'imperatore  dopo  avere  fatta 
matura  riflessione  sul  progetto  esibito  a  favore 
della  casa  di  Modena  ,  non  solo  lo  trovava  van- 
taggioso ai  propri  interessi,  ma  gradiva  assai  la 
attenzione  del  granduca  di  aver  rivolte  le  sue 
mire  verso  una  famiglia  la  più  devota  e  la  più 
congiunta  con  la  casa  d'Austria:  doversi  pertanto 
devenire  ad  un  concordato  tra  sua  Maestà  ,  la 
casa  de'Medici  e  quella  di  Modena^  essere  suo  de- 
siderio ,  che  i  trattati  si  facessero  colla  massima 
segretezza  in  Vienna,  e  che  si  desse  luogo  anco 


>^/l.17l6.  DEI  TEMPI  MEDICEI  Cip.  X.  535 

al  ministro  del  duca  di  Modena  per  trattarvi  gli 
interessi  del  suo  sovrano.  L'intervento  di  questo 
ministro  non  piacque  al  granduca^  e  perché  il 
trattato  doveva  esser  segreto,  e  perchè  già  quel 
duca  sì  era  afifatto  rimesso  nella  di  lui  volontà  « 
direzione.  Temevasi  in  Firenze  di  qualche  segre- 
to trattato  deir  imperatore  col  duca  per  la  oes-^ 
sione  di  una  parte  di  quelli  stati ,  che  già  si  vo- 
levano  incorporare  al  dominio  di  Firenze  in  tutta 
la  loro  integrità  .  Fu  perciò  creduto  espediente 
di  temporeggiare  anche  per  vedere  la  piega  che 
prenderebbero  i  grandi  affari  d"*  Europa,  i  quali 
non  poco  avrebbero  influito  sull'Italia  (47). 

g.  57.  Il  cardinale  Alberoni.  allora  ministro  di 
Spagn:i,  impo.ss;*ssossi  ali  improvviso  della  Sarde- 
gna,per  potere  così  ess  r  più  in  grado  di  far  valere 
le  ragioni  della  regina  di  Spagna  alla  successione 
della  To«Jcana.  Tal  novità  siccome  sparse  l'allarme 
per  tutta  PEuropa  di  una  nuova  guerra,  così  im- 
pegnò le  potenze  garanti  del  trattalo  di  Utreckt  a 
porre  in  opera  ogni  premura  per  prevenirne  le 
conseguenze.  Fu  però  messo  lutto  in  opera  dalla 
triplice  alleanza  composta  dell'Inghilterra,  della 
Francia  e  deir01anda,per  impedire  questo  nuo- 
vo seme  di  discordia,  e  si  pose  tutta  Papplicazione 
a  formare  un  piino  per  la  pacificazione  generale. 
Il  reggente  di  Francia  fu  quegli  ,  che  valendosi 
del  genio  intrigante  delPabale  Du-Buis,  formò  il 
tanto  decantalo  piano  aulenliralo  dal  trattato 
c|ella  quadruplice  alleanza,  che  fu  però  tenuto  se- 
greto al  granduca,  il  quale  vi  aveva  il  maggiore  iiw 
teresse.  Si  assegnava  in  questo  alPimperatore  U 


^34  A VVEWIMEÌVTI  STORICI  "Jn.iHB, 

Sicilia,  per  dover  rinunziare  al  daca  di  Savoia  la 
Sardegna:  si  fissava  la  successione  della  Toscana  a 
favore  deirinfante  don  Carlo  primogenito  della 
regina  di  Spagna  ,  coslituendo  però  la  Toscana 
feudo  imperiale  mascolino,  ed  obbligando  Pim- 
peratore  a  darne  le  investiture  eventuali:  lutto  il 
riguardo  che  si  ebbe  pel  granduca,  e  per  il  princi- 
pe Giovan  Gastone  fu  il  non  turbare  la  loro  so- 
vranità durante  la  loro  vita.  Può  ben  credersi  di 
qual  rammarico  fosse  al  granduca  il  vedere  in  un 
momento  tutto  cangialo:  non  lasciò  egli  di  pro- 
muovere le  sue  lagnanze  a  Londra,  dove  inviò  il 
marchese  Neri  Corsini,  come  pure  a  Vienna,  do- 
ve ancora  si  tratteneva  il  Barlolommei.  Tulli  det- 
ter  buone  promesse,  ma  per  evitare  una  guerra 
formale  non  volevano  opporsi  al  piano  della  qua- 
druplice alleanza.  La  Spagna  però  vi  si  oppose  con 
tutto  il  vigore,  e  di  già  gl'inglesi  e  gli  spagnuoli 
erano  venuti  alle  ostilità  ne'maridi  Sicilia.  Cosi- 
mo fece  le  sue  proteste  contro  le  disposizioni  del 
trattalo  a  tutte  le  quattro  corti,  e  quella  di  Spa- 
gna non  cessava  di  reclamare  contro  Tingiustizia, 
che  Tera  fatta  di  concederle  per  grazia,  e  vinco- 
lata con  la  feudalità  una  successione,  che  le  ap- 
parteneva per  diritto  di  sangue  (48). 

J.  58.  Le  replicale  e  costanti  opposizioni  del- 
la corte  di  Spagna  al  trattalo  di  Londra,  facevano 
considerare  da^gabinelti  come  vacante  la  succes- 
sione di  Toscana, e  i  collegati  in  libertà  di  poter- 
ne disporre  in  favore  di  un  altro  principe  5  ciò 
produsse,  che  molti  furono  i  pretendenti.  Il  gran- 
duca poi  era  sempre  più  dolente,  poiché  vedeva 


^«.1719.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  535 

bene  che  in  ogni  maniera  egli  sarebbe  stalo  sacri- 
ficato, ed  esclusa  dalla  successione  la  figlia  che 
tanto  amava, ed  annullato  Tatto  del  senato.)  Frat- 
tanto continuava  la  Spagna  ad  opporsi  di  accede- 
re al  trattato,  ma  l'Olanda,  che  sebben  compresa 
nella  quadruplice  alleanza  avea  però  sempre  scan- 
sato di  obbligarsi  ad  agire,  nnnacciava  a  Filippo 
V  ch'ella  avrebbe  unito  le  proprie  forze  a  quelle 
dei  collegati,  se  egli  persisteva  a  non  volere  ac- 
cedere al  trattalo.  Determinossi  finalmente  Fi- 
lippo V  di  consentire  al  trattato  così  detto  di 
Londra.  Quest'atto  d""  accessione  doveva  prepara- 
re la  strada  a  un  trattato  di  pace,  nel  quale  re- 
stassero appianali  tutti  \  punii  d'esecuzione  delle 
condizioni  già  stabilile  dalla  quadruplice  alleanza, 
e  si  prendessero  in  considerazione  tutti  i  dritti  e 
le  pretenzioni  dei  principi  italiani.  Gessarono 
però  le  ostilità,  e  fu  convenuto  d'aprire  un  con- 
gresso a  Cambray.  Ma  poiché  si  comprendeva 
che  ciò  non  avrebbe  apportato  alcun  vantaggio 
alla  comune  tranquillità,  o  almeno  che  sarebbe 
stato  di  lunga  durata,  varie  rimostranze  e  pro- 
leste furon  fatte  dal  granduca  Cosimo  presso  tut- 
te le  corti,  come  ancora  molte  pratiche  e  maneggi 
si  fecero  tra  le  corti  interessate  (49).  La  corte  di 
Spagna  appena  si  fu  accostata  alla  quadruplice  al- 
leanza, fu  sodisfatta  del  suo  desiderio  d'  aggra- 
dimento, e  le  fu  promessa  invece  delle  isole  di 
Sicilia  e  di  Sardegna,  ch'essa  avea  conquistate, 
la  successione  de'IVIedici  e  de*  Farnesi  per  don 
Carlo,  figliolo  di  Filippo  V  e  di  Elisabetta  Far- 
nese, cui  quest''ambiziosa  madre  voleva  dare  sta- 


5S6  AVVENIMENTI  STORICI  jÌn.M20» 

to  indipendente  da  quello  del  fratello  primoge- 
ni(o  (5o). 

g.  59.  Quando  credevasi  in  Toscana  cessato 
affatto  Tag^ravio,  comparve  a  Firenze  il  generale 
conte  di  Boneval  ad  intimare  i  provvedimenti  oc- 
correnti per  un  corpo  di  cinquemila  tedeschì,che 
ritornando  dalla  Sicilia  e  sbarcando  ad  Orbetello. 
doveano  traversare  il  granducato  per  passare  nel 
parmigiano.  Parve  irragionevole  ed  inopportuno 
al  granduca  questo  nuovo  disastro,  ma  non  vi  fu 
scampo  per  evitarlo,  e  tutlociò  che  potette  con- 
seguire dalla  compiacenza  del  Boneval,  si  fu  il 
trasferire  per  mare  a  proprie  spese  le  truppe  lino  a 
Lavenza,piccolo  porto  del  ducato  di  Massa.L''unico 
sollievo  che  trovasse  il  granduca  in  queste  cala- 
mità era  la  speranza  di  vedersi  assistito  dalle  po- 
tenze mediatrici  (5i). 

g.  60.  Superali  tutti  gli  ostacoli  che  la  miste- 
riosa politica  delle  corti,  e  la  discordanza  de'loro 
interessi  aveva  finora  apposto  air  apertura  del 
tanto  desiderato  congresso,  il  marchese  Corsini 
si  portò  nel  maggio  a  Cambray,  dove  già  erano  arri- 
vati gli  altri  ministri.  Le  sue  istruzioni  combina- 
te con  quelle  della  corte  di  Spagna,  portavano  che 
si  chiedesse  la  totale  abolizione  della  feudalità. 
Si  fecero  intanto  varie  discussioni,  e  si  proposero 
ai  mediatori  diversi  temperamenti  con  i  vantaggi 
e  sicurezze  della  casa  Medici  e  del  dominio,  che 
però  venivano  contradetti,  perchè  ciascuno  pro- 
gettava in  conformità  dei  propri  interessi.  Erano 
già  passati  parecchi  mesi,  né  peranco  erasi  aperto 
il  congresso,  allorché  si  seppe  essersi  segnato  uft 


^«.1721.  1»B1  TEMPI  MEDICEI  CAP.X.  537 

trattato  di  commercio  tra  l'Inghiherra  e  la  Spa- 
gna, ed  un  altro  trattalo  d'alleangsa  difensiva. tra 
4a  Fr^ancia,  la  Spagna  e  l' I^igbiHerra:  pareva  che 
tutto  questo  fosse  diretto  a  non  permettere  che 
11i»p'eratore  avesse  ateuna  influenza  in  Italia^  e  i 
sospetti  della  corte  imperiale jpiù  si  accrebbero 
alla  notizia  che  pubblicossi  del  d.oppio  ma! rimo- 
Ilio  delle  due  case  dj  Jloibone,  Tgli  circostanze 
esigevano  perciò  che  a  Firenze  si  recedesse  in 
qualche  parie  da  quella  costante  e  generale  oppo*- 
sizione  a  tutto  il  trattato,  la  quale,  e.r^  la  sola 
massima  politica  adottata  da  Cosimo  III.  Fosse 
debolezza  del  principe  o  particolare  interesse  dei 
consiglieri,  era  già  stabilito  che  nella  fermezza 
consistesse  unicamente  la  speranza  di  salvare  la 
dignità  del  granduca  e  la  libertà  dello  stato  (52). 

gè. 6;.  La  decrepita  età  alla  quale  era  giunto 
Cosimo  III,  non  gli  permetteva  di  Occuparsi  che 
del  minuto  governo  dei  sudditi,  ed  abbandonava 
al  consiglio  gli  affari  più  importanti  di  stato,  pgir- 
chè  attendeva  totalmente  alle  cose  dei  frati.  In- 
tervenivano in  esso  il  principe  Giovan  Gastone  e 
Telettrice;  il  principe  disapprovava  palesemente 
il  contegno  del  padre  e  della  sorella,  e  perciò  in 
nulla  s'  interessava  e  viveva  lungo  tempo,  alla 
campagna.  Non  piaceva  però  al  pubblico  tanta  in- 
dolenza in  un  principe,  dal  <|Udle  sperava  il  sol- 
lievo ai  mali  che  loatìliggevajio,  e  che  solo  poteva 
opporsi  al  duro  governo  ilei  padre.  Molto  più  per 
ciò  era  ap[)laudita  la  condotla  deireletlrice,  la 
quale  informata  dopo  il  suo  lilorno,  quanto  il  po- 
polo fosse  disgustato  dal  governo  alluale,  si  dette 

Si.   Tose.   Tom.  10.  46 


538  AVVENIMENTI    STORICI  j4n. M2i, 

tutta  la  premura  per  addolcirlo  e  guadagnarsi  per 
ogni  evento  la  di  lui  benevolenza  :  V  elargizioni , 
gli  spettacoli  e  i  trattenimenti  non  erano  rispar- 
miati. 

g.  6a.  La  famiglia  Medici  però  avanzavasi  ogni 
giorno  più  verso  il  suo  fine.  Segui  in  Francia  la 
morte  delia  granduchessa  li  17  settembre  in  età  di 
setlantasei  anni.  Dopo  che  Pelale  avea  moderato 
i  capricci,  il  granduca  aslenevasi  dalTinquielarla, 
e  perciò  avendo  abbandonatoli  convento  di  Saint- 
Maude  viveva  liberamente  in  città  e  alla  campa- 
gna, secondo  che  le  suggerivano  le  inclinazioni, 
e  specialmente  allorché  dopo  la  morte  di  Luigi 
XIV  il  duca  reggente  avendole  assegnala  una 
pensione  come  a  figlia  di  Francia,  favoriva  intie- 
ramenie  la  sua  libertà.  Gli  atti  di  compiacenza 
[iraticati  posteriormente  con  essa  dal  granduca 
marito,  non  furono  però  bastanti  ad  estinguerne 
il  di  lei  odio  contro  la  casa  Medici,  poiché  volle 
darne  un  sicuro  attestato  neiruilima  sua  volontà. 
Benché  avesse  dato  in  dote  al  marito  tutte  le  suc- 
cessioni sì  devolute  che  da  devolersi,  nondime- 
no nel  suo  testamento  lasciò  erede  universale  la 
principessa  d''Epinoj  sua  cugina.  Tale  disposizio- 
ne sebbene  invalida  del  tutto  e  contraria  alle  sue 
obbligazioni,  |)rodusse  però  un  lungo  giudizio  al 
purlamenlo  di  Parigi,  in  cui  l'impegno  non  meno 
che  Pini  eresse  obbligò  la  casa  Medici  a  sostene- 
re con  tutto  il  vigore  le  sue  ragioni.  In  Firenze 
fu  sodisfatto  con  solenne  formalità  a  lutti  quei 
suflVagi  e  onori  di  Minerali,  che  la  corte  era  solita 
praticare  con  le  granduchesse,  ma  ciò  risveglian- 


s-^m 


jin.M22.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  5r/9 

do  le  antiche  idee  dei  inali  trattamenti  esercitati 
dal  marito  contro  di  essa  come  causa  dell'estin- 
zione della  famiglia,  inaspri  sempre  più  l'odio  dei 
sudditi  verso  il  granduca  (53). 

g.  63.  Non  tralasciavano  frattanto  gringegni 
fiorentini  e  tedeschi  di  trovare  ragioni  e  argo- 
menti, gli  uni  in  confutazione,  e  gli  altri  in  difesa 
della  feudalità  di  Firen2.e,  su  di  che  molti  scrìtti 
furono  pubblicati.  Non  si  apriva  però  ancora  il 
congresso,  e  i  plenipotenziari  di  S[)agna  slavano 
oziosi  a  Carabray,  mentre  che  tulle  le  controver- 
sie si  trattavano  alle  respeltive  coiti.  GTinteressi 
particolari,dai  quali  ciaschedun  gabinetto  era  con- 
dotto, (liffirultavano  assai  lespcuzioue  del  piano 
di  successione.  La  corte  imperiale  non  voleva 
acconsentire  che  V  infante  di  Spagna  avesse  la 
successione  di  Toscana  senza  il  vincolo  della  più 
stretta  feudalità:  la  corte  di  Spagna  al  contrario 
sosteneva  che  per  dritto  ricadeva  alPinfante  la  suc- 
cessione e  senza  alcun  vincolo:  le  potenze  metlìa- 
Irici  volevano  che  ni  ogni  maniera  s'evitasse  la 
guerra,  ma  principii  così  discordi  era  mollo  diffi- 
cile il  combinarli.  Il  granduca  Cosimo  ed  il  suo 
consiglio  tenevano  ferme  le  loro  massime  di  liber- 
tà, e  sostenevano  con  rappresentanze  e  proteste 
valido  l'alto  del  senalo  e  la  nomina  delPeletlrice 
alla  successione:  temendosi  però  di  qualche  sor- 
presa dalla  parie  degli  spagnuolì,  procurossi  dì 
forlitìcar  Livorno  e  Porloferraio. 

g.  64.  Accaduta  nniranno  anlecedente  la  morie 
del  papa  Clemente  \L,  era  stato  esaltato  al  tnino 
pontilìcio  il  cardinal  Conti,  che  pre^e  il  nome  di 


54^  ATVENIMEINTI  STORICI  w^/j.l722. 

Innocenzo  XIII.  Mostrò  esso  in  principio  del  suo 
pontificato  una  maggior  destrezza  e  inteUigenza 
del  governo  del  suo  predecessore:  anch'^egli  re- 
clamava contro  gli  aggravi  che  pretendeva  esser- 
gli inferiti,  e  specialmente  sopra  la  feudalità  im- 
periale dello  stato  di  Parma,  del  quale  per  più 
secoli  avea  goduto  la  chiesa  Tallo  dominio.  Posta 
la  corte  di  Roma  in  circoslanze  uguali  a  quelle 
della  Toscana,  avrebbe  voluto  far  causa  comune 
ool  granduca,  il  quale,  per  non  dar  ombra  ad  al- 
cuno, si  prefisse  d'agir  solo  e  indipendentemente. 
Moltiplicavansi  per  ogni  piccola  cagione  i  sospet- 
ti fra  la  corte  di  Madrid  e  quella  di  Vienna:  il  gran- 
duca giustificava  la  sua  condotta  con  funa  e  con 
Taltra.  procurando  di  non  dare  occasione  di  la- 
gnanze. Le  potenze  garanti  del  trattato  di  Londra, 
e  specialmente  i  ministri  della  gran  Brettagna, fa- 
cevano di  verse  proposizioni  per  procurar di  acquie- 
tare gli  spiriti,  ed  evitare  una  guerra:  progettava- 
no anche  all'imperatore  il  permutarci  regni  di 
Napoli  e  di  Sicilia  con  gli  stati  di  Parma  e  Toscana, 
per  porlo  in  questa  guisa  fuori  di  ogni  timore  per 
i  suoi  slati  di  Lombardia,  nel  caso  che  Tinfanledi 
Spagna  fosse  padrone  della  Toscana.  La  Spagna 
frattanto  esigeva  una  pronta  dichiarazione:  la 
stretta  unione  colla  casa  di  Borbone,  e  l'insi- 
stenza della  corte  Britannica  trascinarono  quella 
di  Vienna  a  dichiarare,  che  all'estinzione  della  li- 
nea mascolina  del  granduca  non  avrebbe  fatta 
opposizione  veruna,  affinchè  l'infante  don  Carlo 
potesse  entrar  subito  al  possesso  della  successio- 
ne di  Toscana.  Questa  dichiarazione  veniva  ad 


j4n. M22.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.X.  54^1 

escludere  dalla  successione  l'elettrice,  ed  annul- 
lava Talto  del  senato  di  Firenze  a  vantaggio  della 
medesima,  onde  fu  sensibilissimo  al  granduca, 
che  perciò  rinnovò  i  reclami  e  le  proteste:  ma  le 
corti  componenti  la  quadruplice  alleanza  non  cu- 
rarono le  di  lui  querele.  Si  dette  finalmente  prin- 
cipio a  Cambray  alle  conferenze  tra  i  plenipoten- 
zidrii:  si  rinnovarono  al  congresso  le  formali  pro- 
teste del  granduca,  non  meno  che  le  lagnanze 
delTelettrice  in  una  memoria  diretta  ai  ministri 
di  Francia,  riepilogando  le  promesse  dell'impera- 
tore, la  garanzìa  della  Spagna  e  dell'Inghilterra, 
i  diritti  del  sangue,  Tatto  del  senato  e  la  volontà 
dei  popoli.       '  !•'"  ' 

g.  65.  Tutto  il  mistero  politico,  che  occupava 
allora  i  principali  gabinetti  d'Europa,  consisteva 
negli  sforzi  che  faceva  la  Spagna  per  accelerare 
e  render  sicura  alPiiifante  la  successione^  in  quei 
della  corte  di  Vienna  per  ritardarla,  e  nei  mezzi, 
che  dai  mediatori  studiavansi  per  disimpegnarsi 
da  intraprender  la  guerra.  L^  cancellerìa  imperii- 
le  formò  intanto  il  modello  delle  lettere  espetla- 
tive  dell'investitura  eventuale  da  trasmettersi  per 
esaminarsi  ai  nietlialori,  e  comunicarsi  in  seguito 
alla  corte  di  Spagna:  contenevano  queste  tutte  le 
ciausule  onerose  del  giuramento  di  fedeltà,  ob- 
bedienza, soggezione  e  vassallaggio,  colle  ijuali  si 
potesse  vincolare  un  principe  investito  per  sot- 
toporlo ai  rigori  delle  leggi  imperiali.  Si  fece  però 
in  modo  che  fosse  tutto  ciò  tenuto  occulto  ai  mi- 
nisiri del  grrMidiica  e  del  duca  i\i  Parma^  al  con- 
gresso. Coutinaaiuno  per  gran  tempo  i  trattati 

46* 


54a  AVVENIMENTI  STORICI  uén.1122, 

senza  alcuna  conclusionersi  discutevano  con  vigo- 
re tra  corte  e  corte  tutti  i  vincoli  della  feudalità^e 
finalmente  vedendo  la  corte  di  Vienna  variarsi  in- 
sensibilmenle  le  circostanze  delle  altre  corti,  e 
sapendo  che  a  Lungone  si  accrescevano  notabil- 
mente le  truppe  «ipagnuole,  forse  con  idea  di 
qualche  sorpresa,  fece  trasmettere  un  nuovo  mo- 
dello dinvestitura  più  moderato.  Per  sodisfare 
ancora  alle  altre  pretensioni  della  corte  di  Spa- 
gna, fece  esibire  un  progetto  di  lettere  paritorie, 
ovvero  ordini  imperiali  agli  stati  di  Toscana  e 
di  Parma  di  riconoscere  per  sovrano  Tinf^nledon 
Carlo,  subito  che  si  desse  luogo  alla  successione. 
Tutto  ciò  non  convincendo  ormai  il  granduca  del- 
Tindifterenza  della  corte  di  Spagna  perla  feuda- 
lità ,  e  che  ormai  questo  vincolo  era  inevitabile 
per  la  Tos -ana,  ordinò  al  marchese  Corsini  che 
protestasse  al  congresso^  in  conformità  delle  do- 
mande già  fatte,  ad  oggetto  di  salvare  illesi  i  di- 
ritti per  i  successori ,  e  render  clamorosa  colle 
sue  opposizioni  la  violenza  che  gli  si  preparava, 
mi»  non  potelt'egli  vedere  in  seguito  lo  sviluppo 
di  tanti  intrighi  politici  e  d'interessi  cosi  com- 
plicati (54). 

^.  66.  Era  già  pervenuto  alPelà  di  8i  anno  e  due 
mesi  Cosimo  Ili  de'  Medici  (a),  mercè  il  rigoroso 
nìelododi  vita  pittagorico  prescrittogli  dal  Reili, 
col  quale  avea  potuto  invecchiare  più  di  qualun- 
que altiode''suoi  antenali,e  venutagli  una  resipola 
ed  una  febbre  lenta  credè  prossimo  il  suo  tìne^ 

i^H!^  Ved.  ^V.  CXXXVI,  iN.  7. 


/^/t.l722.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  $4^ 

per  lo  che  chiamò  a  sé  il  principe  Gio.Gaslone,  e 
rilasciò  affatto  nelle  sue  mani  tutto  il  governo, 
spogliandosi  intieramente  delle  cure  dello  stato 
e  (l^lla  famiglia.  Durò  5a  giorni  la  sua  malattia 
che  lo  tolse  di  vita  il  di  3i  d"*  ottobre  (55).  Il 
suo  regno  che  durò  53  anni,  rispetto  al  reggimen- 
to interno  è  degno  di  molta  considerazione.  Co- 
simo, uomo  di  gran  probità  e  di  purissime  inten- 
zioni, si  lasciò  strascinare  da  una  mal  regolata 
devozione.  La  scoperta  di  supposte  reliquie  pre- 
sentate probabilmente  da  qualche  furbo,  una  me- 
retrice cattolica  sorpresa  in  braccio  ad  un  ebreo, 
erano  per  lui  affari  di  stato,  che  lo  inducevano  a 
chiamare  i  minislii  a  congresso.  I  suoi  scrupoli 
giunsero  al  segno  di  far  levare  da  s.  Giovanni 
l'elmo  e  la  spada  dTbertino  vescovo  d""  Arezzo 
ucciso  alla  battaglia  di  Campaldino,  volendo  che 
si  perdesse  la  njemoria  che  un  sacerdote  fosse 
perito  colle  armi  alla  mano,  lo  che  ravvivò  in  vece 
di  estinguere  la  ricordanza  di  un  fatto,  che  seguito 
quattro  secoli  prima  era  quasi  «limenticato.  Il  po- 
polo obbligato  a  continue  prediche  ,  missioni  , 
processioni,  era  distolto  dalle  occupazioni  gior- 
naliere, e  Cosimo  profondeva  tesori  agli  etero- 
dossi per  convertirli,  ed  ai  sani  nari  per  arricchirli. 
Spenileva  somme  considerevoli  per  fabbricare  nio- 
iiast»'ri  e  chiese,  e  per  manienere  un  numero  non 
scarso  di  persone  convertite  alla  nostra  religio- 
ne :  il  numero  dei  frati  era  pressocliè  infinito, 
cosicché  r  erario  era  depauperato  non  solo  dai 
grandi  bisogni  dello  stato,  ma  altresì  dall'asce^ 


<Sf^  AVVENIMENTI  STORICI  ^n.1y22. 

tisrao  del  principe.  Ma  il  mal  più  grave  era  la  sua 
propensione  per  le  persone  divote:  induceva  molti 
ribaldi  airipocrisìa,  come  mezzo  di  entrargli  in 
grazia,  e  deslava  altresì  dispetto  il  vedere  i  divo- 
ti proteggersi  vicendevolmente  a  far  setta.  Laon- 
de molti  prendevano  pretesto  permettere  in  ridi- 
colo il  principe  e  le  cose  della  religione,  mentre 
altri  parlavano  di  riforma,  parola  non  mai  senza  (ìì- 
sgrazìe.  Era  poi  Cosimo  uomo  clf  esigeva  nelle  cose 
più  indifferenti  la  più  stretta  formalità  e  le  più 
esatte  cerimonie:  giammai  sul  labbro  un  sorriso, 
sul  volto  Tilarità.e  nemico  alle  scienze,  chiaman- 

«<lo  perdimenti  di  tempo  gli  studi  delP  accademia 
del  cimento.  Anche  la  nazione  lasciava  in  abban- 
dono le  arti  e  le  scienze,  e  più   non  curava  l'in- 

«idustrin  essendo  divenuta  pigra  ed  inoperosa  (56). 

'-  5.  67.11  frutto  che  raccolse  Cosimo  III  dalPaver 
visitato  le  corti  oltramontane,  fu  il  disprezzo  per 
le  cose  del  suo  paese,  onde  la  di  lui  corte  fu  ordi- 
nata in  una  maniera  più  magnifica  e  dispendiosa. 
Gli  appartamenti  furono  tutti  addobbati  di  drappi 
di  Francia  e  dTnghilterra,  i  servigi  di  corte  fatti 
da  gente  chiamata  dalle  più  lontane  regioni  per 
maggior  fasto,  e  la  suamensa,essendo  egli  ghiotto 
ed  intemperante,  era  imbandita  in  tutte  le  stagio- 
ni co'pro<lofti  più  delirali  e  rari  de"'  più  lontani 
paesi.  ]^ei  giardini  reali,  che  non  eran  pochi  in 
Toscana.  Cosimo  non  voleva  che  piante  esotiche, 
e  studiava  ogni  modo  di  aver  vini  rarissimi,  coi 
quali  era  vano  di  reg:ilare  le  persone  più  distinte, 
uiiendu  sempre    ai  tìasobi  che  si  spedivano  un 


>^W.1722.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.    X.  54  5 

dizionario  della  Crusca.  Fra  gli  atti  della  di  lui 
amministrazione  è  da  annoverarsi  il  tentativo  «se- 
guente, onde  sanare  le  maremme. 

g.  68.  Allorché  verteva  la  guerra  tra  i  turchi 
ed  i  veneziani  per  la  difesa  e  conquista  del  regno 
di  Candia,  i  popoli  di  Maina  nella  Morea.  per  es- 
sersi mostrati  favorevoli  ai  veneziani,  temevano 
esser  severamente  gastigati  dai  turchi,  per  lo  che 
non  pochi  di  essi  procurarono  di  allontanarsi  da 
quelle  parli.  Laonde  chiesero  al  granduca  rico- 
vero in  Toscana,  il  quale  avendoli  benignamente 
ricevuti,  li  collocò  parte  a  Bibbona  nella  niareni- 
ma  di  Volterra,  e  parte  nella  Marsiliana  marem- 
ma di  Siena.  Questi  ultimi  abitarono  per  qualche 
tempo  in  luogo  detto  Colle  di  Lapo,  ma  con  an- 
gustia tale  d*  abitazioni  che  non  vi  si  poterono 
vicovrare.A-Uora  fu  che  il  granduca  considerando 
esser  la  città  di  Sovana  quasi  disabitata  .  pensò  di 
collorarli  in  questa,  e  così  i  mainolli  di  Colle  di 
Lapo  passati  a  Sovana  ben  presto  trassero  anche 
gli  altri  da  Bibbona,  allettati  dal  comodo  miglio-» 
re  delle  abitazioni  e  dai  privilegi  e  grazie  che  loro 
concesse  il  granduca.  Erano  questi  mainotti  per- 
sone povere  e  pochi  possedevano  denari  :  non 
erano  Ira  loro  concordi ,  uè  si  usavano  scambie- 
volmente carità,  ed  il  naturale  loro  era  sospet- 
toso ed  inclinavano  piuttosto  alla  crudeltà  ,  che 
alla  mansuetudine.  La  sacra  congregazione  de 
propaganda  Jìde^ùno  dal  principio  che  passarono 
in  Toscana,  mandò  per  assisterli  un  certo  padre 
Adfiisio  benedettino,  il  quale  era  ben  pratico  di 
quella  lingua  ,  perchè  figlio  di  padre  mainoUo, 


546  AVVENIMENTI  STORICI  j4n,M22. 

ma  allevato  però  secondo  il  rito  della  chiesa  la- 
tina .  A-bitava  questo  monaco  in  Piligliano  ,  e 
spesso  andava  e  tornava  da  Sovana  per  istrui- 
re quei  nuovi  abitatori.  Avevano  in  oltre  quella 
gente  il  loro  papasso,  ma  non  pochi  di  essi  odia- 
vano tanto  il  monaco  che  il  papasso  .  Non  eran 
costoro  molto  dediti  alla  religione  ,  poiché  con 
fatica  inducevansi  ad  andare  alla  chiesa;  molti  se- 
guivano il  rito  latino,  ed  altri  n- erano  alieni.  E 
benché  intorno  alla  fede  ap[)arentemente  sem- 
brasse che  rettamenle  credessero  ,  nondimeno 
alPinterno  mal  si  penetrava  ciò  che  pensassero. 
Alcuni  erano  faticanti  ed  industriosi,  altri  ne- 
gletti, infingardi  ed  oziosi.  Le  donne  più  faticanti 
degli  uomini  si  cibavano  di  pane,  di  acqua,  di  er- 
bacce cotte  o  crude,  che  però  fu  creduto  avver- 
tirli a  contenersi  diversamente,  ed  in  particolare 
nel  pascere  l'erba,  ed  a  voler  dormire  airi  da  terra. 
g.  69.  IXello  stanziamento  loro  in  Sovana  il 
granduca  accordò  a  questi  nuovi  popoli  certa 
quantità  di  grano  la  settimana  distributivamente 
da  trasmetterglisi  dalla  contea  di  Pitigliano  ,  e 
col  rimborso  nelle  future  loro  raccolte.  Libbre 
aoo  d''acciaio  per  poter  temperare  i  loro  strumen- 
ti rusticali  per  le  faccende  della  campagna^  lib- 
bre 1000  di  ferro  dalla  magona  di  Caparbio  per 
la  medesima  fabbricazione  degli  strumenti  rurali 
senza  pagamento^  un  moggio  di  sale,  senza  paga- 
mento ancor  questo,  dalle  saline  di  Grosseto; 
stala  sei  di  terra  per  far  vigne,  e  una  moggiata 
parimente  per  ciascuna  famiglia  senza  pagar  ter- 
ratico^  che  dalla  contea  di  Piligliano  gli  fossero 


^/1.1722.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  X.  547 

somministrati  otto  paia  di  boi  per  tirar  avanti  le 
semente^  un  palliariccio  nuovo  per  ciascuna  fa- 
miglia^ scudi  tre  al  mese  per  un  loro  prete  chia- 
mato il  papa  o  papasso  ,  una  casa  per  ciascuna 
famiglia  da  risarcirsi  a  spese  della  cassa  del  mae- 
strato  dei  conservatori,  e  riducendo  a  vigne  i 
terreni  sodivi  della  comunità  li  esentò  il  gran- 
duca per  anni  i5  dal  pagamento  deireslimo.  A.1- 
cune  di  queste  famiglie  consìstevano  in  poche 
persone,  e  per  lo  più  donne  e  piccoli  ragazzi,  ai 
quali  per  loro  mantenimento  fu  intimato  conti- 
nuarsi nelle  prestanze  di  grano  con  obbligo  ai 
ministri  della  Marsiliana  e  Bibbona  che  prendes- 
ser  nota  delle  raccolte  che  potesser  fare  e  prov- 
vedere, giacché  dei  lavori  eseguili  in  Sovana  non 
se  ne  potea  far  capitale  se  non  per  l'anno  futuro. 
Domandavano  i  mainolti  che  ad  ogni  venti  fa- 
miglie si  consegnasse  un  paio  di  boi  per  [)oter 
lavorare  a  loro  piacimento*,  ma  considerando  non 
esser  ancora  pralici,furono  loro  assegnati  un  but- 
tero e  due  bifolchi  del  paese,  e  che  si  facessero 
lutti  i  lavori  unitamente,  e  di  poi  si  distribuisse 
la  sementa.  Non  poche  furono  le  spese  sofferte 
per  accomodare  questa  popolazione  ,  ed  i  denari 
furono  in  parte  pagati  dai  debitori  della  comunità 
di  Sovana,  parte  mandati  dalla  cassa  df^i  conser- 
vatori di  Siena,  perchè  senza  computare  il  grano 
somministrato  loro  per  vivere  e  sementare  ed  i 
bovi  per  lavorare,  ascesero  a  lire  6170  (S;)^  ma 
tutte  queste  spese  furono  gettate  in  vano,  poiché 
la  nominata  colonia  ch'era  di  ottocento  famiglie 
di  mninolti  vi  perì  tutta  (58). 


54^  .)AVVEN1MENT1    STORICI  ^«.1722. 

J.  70.  Comunque  fosse  taolo  intollerante  Co- 
simo in  fatto  d'opinioni,  non  era  malcontento  di 
avere  nei  suoi  stali  una  colonia  di  greci  scisma- 
tici, perchè  pensava  alla  riunione  della  chiesa 
greca  colla  latina,  cosicché  non  è  da  maravigliarsi 
se  in  seguito  rifiutasse  di  accettare  gli  ugonotti, 
quando  dopo  la  vivocazione  delPeditlo  di  Nantes 
s"'erano  offerti  di  stabilirsi  nelle  maremme.  La 
miseria  ai  tempi  di  Cosimo  III  crebbe  a  dismi- 
sura, onde  moltiplicarono  i  delitti,  che  nel  1680 
Io  determinarono  alla  istituzione  di  una  ruota  per 
la  celerità  nei  processi,  e  nel  1700  fu  istituita  la 
congregazione  di  s.  Gio.  Battista  per  i  poveri  ,  e 
si  moltiplicarono  gli  ospizi  per  la  mendicità.  A.b- 
biamo  di  lui  due  editti  importanti  .  quello  del 
1717  con  cui  abolì  la  pena  di  morte  nei  delitti  di 
delazione  d'armi,  il  che  fu  cosa  straordinaria  a 
quei  tempi,  ed  un  altro  del  1719  con  cui  facilitò 
il  giro  delle  proprietà,  diminuendo  la  gabella  dei 
contratti  dei  terreni.  Le  arti  e  le  scienze  filosofi- 
che ai  suoi  tempi  non  fecero  un  passo,  e  sebbe- 
ne le  nazioni,  in  occasione  della  guerra  di  suc- 
cessione messe  in  contatto,  si  fossero  vicendevol- 
mente comunicate  nuove  idee,  i  claustrali  della 
corte  per  timore  di  corruttela  ne  impedivano  la 
propagazione.  Cosimo  preferiva  di  proteggere  le 
belle  lettere,  ma  strascinato  dal  Redi,  dal  Falco- 
nieri, dal  .Magalotti  edal  Noris,coi  quali  era  molto 
legato  in  amicizia,  si  lasciò  indurre  a  raccogliere 
un  museo  di  Storia  naturale,  come  abbiamo  det- 
to, e  ad  accrescere  la  Galleria  di  Firenze,  che  fu 
da  lui  arricchita  dei  pezzi  di  maggior  rarità   (Sg). 


^/Z.1722.  IiEl  TEMPI  MEDICEI  C4P.  X.  549 

NoD  ostante  l'istituzione  della  congregazione  di 
s.  Giovanni  peri  poveri,  la  miseria  e  Tabbatliinen- 
to  angustiavano  i  popoli, il  commercio  languiva,  il 
denaro  mancava  anche  per  provvedere  al  numero 
grandissimo  degl'impiegati,  e  tutlo  concorreva  a 
rendere  esecrato  il  sovrano,  il  quale  mentre  pro- 
fessava vanità  ed  ambizione,  ed  ostentava  pietà, 
alliravasi  Podio  di  tutti,  e  si  preparava  tutte  quel- 
le maledizioni  colle  quali  fu  accompagnato  al  se- 
polcro (60). 


NOTE 

(<)  1;  errini,  Compendio  di  storia  della  Toscana,  ep. 
v,  §.  60.  (2)  Cicciapoici,  Compendio  di  storia  fior, 
lib.  Il,  cap.  VI.  (3)  Ivi.  (4)  GiiUuzzi,  Storia  del  gran- 
ducato di  Toscana,  lib.  vili  ,  cap.  11  .  (5)  Muratori  , 
Annali  d'Italia,  an.  1676.  (6)  Ferrini  cit.  ep.  v^  J. 
Ò2.  (7)  Ivi,  $.  63.  (8)  Galluzzi  cit.  (9)  Ivi,  lib.  vik, 
cap.  m.  (10)  Cicciaporci  cil.  (11)  Ivi.  (12)  Galluzzi 
c:t.  lib.  viu,  cap.  iv.  (13)  Cicciaporci  cit.  (14)  Gal- 
luzzi cit.  (15)  Guidoni  ,  Compendio  della  Storia  di 
Toscana, voi.  11, cap.  xiv.  (I6j  Cicciaporci  cit.  (17)  Gal- 
luzzi cit.  lib.  viM,  cap.  v.  (18)  Ivi.  (19)  Cicciaporci^ 
cit.  (20)  Ivi.  (21  )  Galluzzi  cit.  (22)  Ivi,  cap. vi.  (23)Ivi."* 
(24)  Cicciaporci  cit.  (25)  Guidotti  cit.  voi.  11  ,  Cf;p. 
XVI.  (26)  Giuratori  cit.  an.  1700  .  (27>  Guidotti  cit. 
(28)  Galluzzi  cit.  lib.  vili,  cap.  vii,  e  iVlazzaiosa, Sto- 
na di  Lucca,  voi.  £1,  lib.  vii,  p.  110.  (29)  Ciccia- 
porci  cit.  (30)  Galluzzi  cit.  lib-  vili,  cap.  vili,  (il  )  Cic- 
ciaporci cit.  (32)  Ivi.  (33)  Ivi.  (34)  Cìiannonc^  Storia 
<ii  Napoli,  voi.  \Vy  lib.  xii,  p.  413.  (35)  Cicciaporci 
St,  Tote,  Tom.  10.  47 


55o  AYTENIMENTI  STORICI 

cif.  (3G)  Galluzzi  cit.  lib.  vm  ,  cap.  ix.  (37)  Fiora- 
vanti, Memorie  sloriche  di  Pistoia,  cap.  xxxvi.  (38)  Gic- 
ciaporci  cit.  (39)  Galluzzi  cit.  lib.vni.  cap.ix.  (40)  Cic- 
ciaporci  cit.  (41  )  Ivi.  (42)  Ivi,  (43)  Galluzzi  cit.  lib.ix, 
cap.  II.  (44)  Ivi.  (45)  Cicciaporci  cit.  (46)  Mazzarosa 
cit.  p.  113  .  (47)  Cicciaporci  cit.  (48)  Ivi.  (49)  Ivi. 
(50)  Sismondi,  Storia  delle  repubbliche  italiane,  voi. 
XYi,cap.cxxv.  (51)  Galluzzi  cit.  lib. ix, cap. ni-  (52)  Ivi. 
(53)  Ivi  .  (54)  Cicciaporci  cit.  (55)  Galluzzi  cit.  lib. 
ix^  cap.  IV.  (56)  Litta, Nota  della  famiglia  de'Medici, 
e  de'primi  tempi  della  repubblica  fiorentina  tav.  xvi. 

(57)  Manoscritto  anonimo  proveniente  dalla  Maremma. 

(58)  Litta  cit.  (59)  Ivi.  (60)  Ferrini  cit.  ep.   s,  J.  68. 


DEI  TEMPI  MEDICEI 


^5 


CilIPISI^IL  ti   M« 


o- 


^n.  1722  di  G.  Cr, 

g.  I.  Il  piacere  di  regnare  ,  che  tanto  incita  gli 
animi  dei  principi  e  dei  privati,  non  fece  la  mini- 
ma sensazione  nel  granduca  Giovan  Gastone  nel- 
Tassumere  resercizio  della  sovranità,  essendo  in 
età  di  53  anni.  Ciascuno  restò  sorpreso  dallo  stu- 
pore neirosservare  con  quanta  indolenza,  e  come 
^i  malavoglia  si  prestasse  alPadempimento  di  quei 
doveri,  che  sono  indispensabili  per  un  sovrano, 
poiché  da  esso  furono  omesse  tutte  quelle  solen- 
ni formalità  di  possesso  e  di  giuramento  di  fedeltà 
praticata  in  tale  occasione  dagli  antecessori  (i). 
Uno  dei  primi  alti  di  autorità  fu  quello  di  scac- 
ciare dalla  sua  corte  tutti  gP  ipocriti  e  i  delatori 
che  ingannavano  suo  padre ,  e  sopprimere  una 
quantità  di  pensioni  che  davano  alPerario  un  no- 
tabile aggravio,  assegnate  ad  uno  stuolo  di  tur- 
chi, d'ebrei  fatti  cristiani,  di  eterodossi  cattoli- 
cizzati, e  di  apostati  richiamati  in  seno  alla  chiesa. 
Questi  assegnamenti,  che  il  volgo  per  derisione 
denominava  pensioni  sul  credo  ,  non  servivano 
te  non  per  alimentare     degli  oziosi  e  facinorosi , 


55a  AVVEMME5TI  STORICI  ^«.1722. 

e  la  loro  riforma  fece  parte  considerabile  di  quel- 
reconomìa  che  egli  si  prescrisse  di  mettere  ia 
j)ratìca  per  vantaggio  dei  sudditi.  Sua  principale 
applicazione  divenne  subito  la  riduzione  dei  mon- 
ti e  la  soppressione  delle  esorbitanti  gravezze, 
imposte  con  tanta  poca  considerazione  dal  padre, 
ben  persuaso  cheramore  dei  sudditi  verso  il  prin- 
cipe è  sempre  proporzionato  alla  loro  prosperità. 
Senza  distruggere  con  nuove  leggi  le  rigorose 
inquisizioni  di  costumi  stabilite  dalPeslinto  gran- 
duca,autorizzò  col  fatto  la  libertà,  mostrando  tul- 
io il  disprezzo  per  i  delatori,  e  condannando  la 
inopportuna  severità  dei  ministi,  introdusse  un 
sistema  di  moderazione,  che  gli  conciliò  Tamore 
e  la  venerazione  dell'universale  (a). 

§.  2.  Deposta  la  maestà  ed  alieno  dalPorgoglio 
e  dal  fasto,  imitando  Ferdinando  II  suo  nonno, 
Gian  Gastone  intraprese  a  conversare  familiar- 
mente colla  nobiltà,intervenendo  a  tutti  i  conviti, 
feste  e  trattamenti  che  si  facevano  dai  principati 
della  medesima.  Vedendosi  Pultimo  maschio  del- 
la famiglia  in  compagnia  di  tre  vedove,  pensò  pi'o- 
fittare  di  tulle  le  partite  di  piacere  che  gli  si  of- 
frivano, e  di  ogni  occasione  che  potesse  distoglier- 
lo dalla  trista  riflessione  delle  circostanze  funeste, 
nelle  quali  Irovavasi  avviluppato  per  colpa  del 
j»adre.  Tra  queste  vedove  egli  odiava  la  sorella 
elettrice,  in  maniera  che  la  escluse  totalmente  da 
ogni  partecipazione  del  governo,  cosicché  tro- 
vandosi essa  comunemente  disprezzata,  si  chiuse 
nel  ritiro  delle  Quiete^  dove  viveva  la  maggior 
parte  dell'anno.  La  principessa  Violante  sua  co» 


^/i.l722.  DEI    TEMPI    MEDICEI  CAP.  XI.  553 

gnata  era  som  mi»  mente  slimala  e  paizialmente 
favorita  da  Gian  Gastone:  una  pietà  solida  e  senza 
ostentazione,  accompagnala  dalPesercizio  di  lutte 
le  altre  virtù,  la  facevano  ammirare  «lai  pubblico, 
e  le  conciliava  la  venerazione  del  granduca,  per 
cui  ben  presto  si  rese  Tarbilra  dell'animo  del  me- 
desirao,  e  divenne  la  dispensatrice  delle  grazie, 
e  la  sola  a  cui  fosse  facile  il  dirigerlo  in  tutto.  La 
granduchessa  proseguiva  a  starsi  in  Boemia,  senza 
che  praticasse  col  marito  verun  atto  di  corrispon- 
denza, l  loro  interessi  erano  in  quelPislesso  sialo 
di  controversia  in  cui  lasciolli  Giovan  Gastone  al 
partirsi  di  là,  né  v^era  stato  più  modo  di  riunire 
animi  così  discordi  fra  loro,  allorché  morì  il  prin- 
cipe Ferdinando  avrebb^ssa  inclinato  a  portarsi 
in  Toscana,  e  l'imperatrice  madre  ne  aveva  in- 
trodotto il  trattato,  ma  non  fu  possibile  d'^indurre 
suo  marito  a  riceverla  (3). 

g.  3.  TaPera  lo  stato  della  corte  di  Giov  »n  Ga  • 
sione,  ove  ben  presto  si  vide  rinascere  il  brio  e 
la  galanterìa,  ed  esser  frequenti  i  balli  e  i  conviti., 
dove  prima  avean  sede  l'ipocrisìa,  la  tiistezzaj'a- 
diilazione  e  l'orgoglio.  In  vece  degPipocriti  e  degli 
adulatori  fu  popolato  il  palazzo  di  gioventù  scelta. 
avvenente  e  brillante,!  di  cui  capricci  e  bizzarrie 
formavano  il  più  lieto  passatempo  del  principe. 
Sotto  un  sovrano  che  non  volea  rattristarsi  tutto 
spirava  scioltezza  e  letizia,  l'esempio  della  corte, 
celercniente  accetlaf  o  dalla  città  nel  corso  di  un 
anno,  stabilì  un  sistema  di  massime  e  di  costun(4> 
direttamente  opposto  a  quello  del  passato  goveri 
no.  Allorché  dal  principio  del  secolo  per  !.-»  «ueiv^ 


554  AVVEJflMENTI  STORICI  ^/2.1722. 

la  della  successione  di  Spagna  Tltalia  restò  inon- 
dala dagli  oltramontani,  si  ì?ariarono  lotalmenle 
i  costumi  di  questa  provincia.  Le  massime  del 
granduca  erano  estremamente  accette  alla  mag- 
gior parte,  ed  egli  con  tratti  d'umanità  e  di  ber 
fìcenza  aoquistavasi  Pamore  de'suoi  popoli:  ritor- 
narono in  patria  tutti  gli  assenti,  si  condonarono 
Je  pene  ai  diffidenti  del  passalo  governo,  e  gli  at- 
ti di  clemenza  felicitarono  molli  sventurati  e  spo- 
polarono le  carceri.  Questo  spirito  di  novità  non 
si  estese  però  a  variar  ministero,  poiché  i  veccbi 
consiglieri  di  Cosimo  III  furono  lutti  lasciati  nel- 
la piena  loro  autorità.  Il  gran  priore  del  Bene,  e  il 
marchese  Riouccini  dirigevano  il  gabinetto  e  il 
sistema  politico  della  casa  Medici.  A.  questi  ag- 
giunse Giovan  Gastone  il  cavalier  Giraldi,  che 
per  lungo  tempo  era  stato  legalo  a  Londra,  e  se- 
gretario di  stato  era  il  cavalier  Montemagni  di 
Pistoia. 

g.4.  A  questo  consiglio abbandò  Giovan  Gasto- 
ne totalmente  tutti  gli  affari,  riservandosi  solo  la 
cognizione  di  quelli  che  più  interessavano  la  sua 
sicurezza,  per  i  quali  teneva  una  segreta  corri- 
spondenza con  i  suoi  ministri  alle  corti  estere. 
Le  circostanze  non  permettendogli  di  deviare  dal 
sistema  adottato  dal  padre,  si  uniformò  a  quel- 
lo, e  ordinò  al  marchese  Corsini  di  rinnovare  in 
suo  nome  la  protesta  a  Cambray:  procurò  di  au- 
mentare i  Presidii  di  Livorno  e  Portoferraio  per 
guardiarsi  da  una  sorpresa,  e  pose  in  opera  tutto 
lo  studio  a  fine  di  ritardare,  per  quanto  fosse  pos- 
sibile, ringresso  in  Toscana  air  infante.  Questo 


JnAl22.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  555 

caso  repulavasi  ormai  imminente,  perchè  erano 
di  già  concordale  le  investiture,  ei  ministri  delle 
potenze  mediatrici  invitavano  già  il  marchese 
Corsini  a  concorrere  a  nome  del  granduca  colla 
quadruplice  alleanza  per  consolidare  alT infante 
la  successione.  Quest''invito  era  preceduto  da  cer- 
te insinuazioni  che  facevano  vedere  la  necessità  di 
adattarvisi.  Conveniva  per  tanto  adottare  un  siste- 
ma che  non  ponesse  in  diflidenza  la  Spagna,  ad 
oggetto  di  poter  entrare  in  trattato  con  essa  pet 
qualsivoglia  accidente,  a  valersi  delle  disposizioni 
della  corte  di  Vienna  per  ritardare  la  spedizione 
dell'infante, ed  impedire  Tinlroduzione  delle  guar- 
nigioni in  Toscana. 

g.  5.  Si  conobbe  ormai  non  esser  più  luogo  a 
sostener  Patto  del  senato  di  Firenze,  perchè  ac- 
cettale le  investiture,  e  con  queste  il  vincolo  del- 
la feudalità,  non  era  verisimile  chela  Spagna, 
avendo  aderito  in  ciò  che  le  nuoceva,  poi  volesse 
contravvenire  al  medesimo  in  quel  solo  punto 
che  ad  essa  giovava.  Fu  perciò  adottata  la  mas- 
sima di  recedere  insensibilmente  da  questa  pre- 
tensione, ma  di  procurare  bensì  alla  elettrice  pel 
caso  della  sopravvivenza  le  maggiori  prerogative 
in  Toscana,  e  la  libera  disposizione  degli  allodiali 
della  casa  iVIedici, sudi  che  sembravano  incontra- 
stabili i  diritti  della  predetta  elettrice.  Credendo 
pertanto  sufficiente  Tatto  di  protesta  rinnovato 
a  Cambray,  si  pensò  di  astenersi  da  qualunque 
altra  insistenza  e  trattato  colla  corte  di  Spagna^ 
prendendo  unicamente  di  mira  Toggetto  di  rilar- 
dare la  venuta  dell' infante  in  Italia,  ed  impedire 


556  AVVENIMENTI    STORICI  ^n.i'li. 

con  Ogni  sforzo  rinlroduzione  delle  guarnigioni, 
e  nianleneie  illesa  la  sovranità  del  granducd  (4). 
g.  6.  Molti  avvenimenti  sopraggiuus«*ro  in  lai 
tempo  in   Kuropa.  La   morte  dei  due  autori  del 
Irai  lato  di  Londra,  lord  Stauhope,  e  Du-fiois  fu 
seguila  da  quella  del  duca  d'Orleans.  Luigi  XV 
re  di  Francia  era  uscilo  dalla  minorila,  e  il  primo 
minielro  duca  di  Borbone  non  mostrava  senli- 
inenti  molto  conformi  a  quelli  del  suoantecesso-> 
ve.  Filippo  V  avea  rinunziato  il  suo  regno  a  don 
Luigi  s(j«o  primogenito,  ed  il  principe  Antonio  di 
Parma  in  età  di   quarantacinque  anni  disponeva- 
i»i  ad  accasarsi.  Tutto  parca  presagire  una  nuova 
rivoluzione  in  Europa,  che  annichilando  il  trat- 
talo di  Londra  darebbe  luogo  ad  un  nuovo  siste- 
ma   politico.  Questa   mutazione  faceva  nascere 
delle  speranze  a  Giovan  Gastone,  a  cui  non  rima- 
neva che  augurarsi  dal  tempo  e  da!  caso  quei  van- 
taggi ch'egli  non  era  in  grado  di  procurarsi  da  sé 
stesso.  I  maneggi  delle  corti  estere  al  congresso 
di  Cambray  e  nei  loro  gabinetti  tendevano  per  la 
parte  di  Spagna  a  volere  introdurre  Tinfante  don 
Carlo  e  le  guarnigioni  in  Parma  ed  in  Toscana, 
per  parte  della  corte  di  Vienna  ad  opporsi  a  qual- 
sivoglia introduzione  di  truppe  straniere  in  Italia. 
11  i;randuca   era  fermo  in  schermirsi,  ed  usava 
tutti  i  mezzi  per  allontanare  la  venuta  delPin^ 
fante  e  Pintroduzione  della  guarnigione,  sperando 
sempre  che  il  temporeggiare  avrebbe  prodotto  a 
ciò  qualche  rimedio.  Succedette  frattanto  la  mor- 
te di  don  Luigi  di  Spagna.^  che  obbligò  il  di  lui 
padre  Filippo  V  a  riprendere  le  redini  dei  gover- 


'j4fl.i'^24,         DEI  TEMPI  MEDICEI     CAP.  XI.  557 

HO.  Questo  accidente  portò  per  qualche  tera  pò 
una  sospensione  di  negoziati  alle  corti  ed  al 
congresso,  tanto  piò  che  vedevasi  non  lontano  il 
caso  che  l'infante  don  Carlo  potesse  succedere 
al  regno  di  Spagna,  atteso  il  gracile  temperamen- 
to del  primogenito  don  Ferdinando.  Non  pertan- 
to Filippo  V,  anche  ad  onta  del  sentimento  con- 
trario de'suoi  grandi,  pensò  di  accelerare  la  spedi- 
EÌone  deir  infante  in  Italia,  ed  assicurare  in  qua- 
lunque forma  la  di  lui  succesione  negli  stati  ad 
esso  già   destinati  dal  trattato  di  Londra  (5). 

g.  7.  Un  apparato  d'armamenti  navali  ne'porti 
di  Spagna,  ed  alcuni  rinforzi  di  truppe  e  di  arti- 
glierie  a  Lungone  doveano  incuter  timore  al  gran-^ 
duca,  ed  indurlo  a    prestar  orecchio  alle  proposi- 
zioni degli  spagnuoli.  Dall'altro  canto  era  in  timore 
ritalia  pe''movimenti  delle  truppe  imperiali,e  non 
ostante  Giovan  Gastone  continuava  nel  suo  sÌ44i 
stema  d'indifferenza,  ben  persuaso  che  le  circof'- 
stanze  delle  due  potenze   non  erano  tali  da  dk* 
sporle  ad  una  nuova  guerra.  Conobbe  finalmente 
Filippo  V  che  senza  il  concorso  sincero  delPim- 
peralore  non  era  possibile  il  conseguire  per  Tin» 
fante  le  successioni  destinategli  dalla  quadrupli- 
ce alleanza,  come  non  era  sperabile  di  vincere  la^ 
repugnanza  del  granduca  per  entrare  in  trattato 
senza  gl'impulsi  della  corte  di  Vienna.  Determinò 
dunque  Giovan  Gastone  di  indirizzare  colà  direfc* 
tamenle  tutte  le  sua  pratiche,  senza  nulla  parfe^»»^ 
cipare  ai  mediatori.  Fu  perciò  spedito  a  Vienna  il 
barone  di  Ripperda  colla  massima  segretezza  per 
teutare  le  disposizioni  di  quella  corte,  ed  mito» 


558  AVVENIMENTI    STORICI  An.  1724. 

iluire  il  trattalo,  progettando  il  matrimonio  del- 
rinfijnte  don  Carlo  con  la  minore  arciduchessa 
figlia  di  Carlo  VI.  Giunto  pertanto  a  Vienna  il 
Ripperda  ai  primi  di  febbraio  cominciò  i  negozia- 
ti, e  finalmente  restò  segnato  il  di  3o  di  aprile  il 
tanto  atteso  trattato  di  pace  tra  l'imperatore  e 
Filippo  V.  Era  questo  modellato  sopra  quello  di 
Londra,  se  non  che  perciò  che  risguardava  le 
successioni  di  Toscana  e  di  Parma,  si  escludeva 
affatto  la  introduzione  delle  guarnigioni,  e  si 
stabiliva  che  l'infante  a  suo  tempo  avrebbe  potuto 
entrarne  al  possesso  in  virtù  deiriuveslitiara  e 
delTatto  di  garanzìa  (6). 

g.  S.InToscana  si  fecero  delle  dimostrazioni  di 
gioia  pel  bene  che  la  pace  apportava  all'univer- 
sale, ma  il  granduca  non  lestò  del  tutto  appagato: 
il  rimaner  libero  dal  timore  delle  guarnigioni  era 
un  gran  vantaggio,  ma  non  si  prestava  fede  alle 
promesse,  conoscendosi  quanl^impegno  avea  la 
Spagna  di  far  passare  Pinfante  in  Italia.  Determi* 
nato  il  granduca  di  non  alterare  l'intrapreso  si- 
stema di  neutralità,  fece  rinnovare  a  Cambray  le 
consuete  proteste,  e  ordinò  ai  suoi  ministri  dV- 
scludere  qualsivoglia  apertura  o  proposizione  di 
trattato,  senza  la  certezza  preliminare  che  doves- 
se restare  illesa  la  sua  sovranità,  e  salve  le  pre- 
rogative e  la  libertà  dello  stato.  Il  duca  di  Rip- 
perda ch^era  rimasto  ambasciatore  alla  corte  di 
Vienna,  apprese  la  protesta  del  granduca  come  un 
atto  di  ostilità,  inconseguenza  di  che  proruppe  in 
minacce  col  marchese  Barlolommei,  e  s'avanzò 
anche  ad  esigere,  che  dal  senato  di  Firenze  si  an- 


'Jn.Vj24.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  559 

nullasse  Tatlo  del  1713  a  favore  della  elellrìce,  « 
si  procedesse  a  farne  uno  simile  a  favore  dellin- 
faute:  si  unirono  alle  rainacce  anche  delle  spe- 
ranze d'ingrandimenlo  della  Toscana:  ma  Giovan 
Gastone  non  si  lasciò  né  intimorire,  né  lusingare, 
e  tutte  le  istruzioni  che  dava  al  Barlolomraei  era- 
no in  sostanza  di  guadagnar  tempo.  Procurò  il 
Ripperda  di  persuadere  l'imperatore  a  costringe- 
re il  granduca,  prima  con  gli  uffici,  e  poi  colla 
forza,  ma  volendo  Timperatore  tenersi  sempre  ai 
trattati,  procurava  egli  pure  di  temporeggiare,  e 
di  trattenere  Tingresso  dell'infante  in  Italia  (7). 
g.  9.  Portatosi  il  re  d'Inghilterra  ad  Annover, 
ove  intervenne  anche  il  redi  Prussia, si  stabili  nel 
settembre  tra  questi  due  monarchi  e  quello  di 
Francia  un'alleanza  offensiva  e  difensiva.Per  quan- 
to la  partecipazione  di  questa  alleanza  venisse  ac- 
compagnala dalle  più  obbliganti  dichiarazioni  di 
amicizia  adi  pace,  conobbesi  nondimeno  a  Vien- 
na poter  esser  questa  Tepoca  di  una  rivoluzione 
nel  sistema  politico  d''Europa,  e  il  seme  di  nuova 
guerra.  Fu  insinuato  il  granduca  di  non  lasciarsi 
sorprendere  dai  nuovi  alleali,  e  di  continuare  nel 
metodo  intrapreso  della  più  indifferente  neutra- 
lità. Riguardava  colla  massima  indifferenza  e  tran- 
quillità Giovan  Gastone  i  principali  gabinetti  dì 
Europa,  applicati  cotanto  a  studiare  il  caso  della 
sua  morle^  e  per  distrarsi  dalle  noiose  idee  che  gli 
cagionavano  tanti  maneggi,  appena  terminato  il 
tempo  del  lutto  per  la  morte  di  Cosimo  III,  fece 
divenir  la  sua  corte  la  sede  del  brio  e  della  ga- 
lanteria, per  cui  rinacquero  il  gusto,  la  magniti- 


56o  AVtENlMENTI    STORICI  -^«.1726, 

cenza  degli  spettacoli  e  Tallegrìa  popolare.  La 
principessa  Violante  intrattenevate  più  ragguar- 
devoli gentil  donne  della  città,  e  formava  essa  la 
principale  delle  liete  conversaaioni.  Le  lettere  in 
lei  ritrovarono  chi  le  sollevasse  dall'antica  op- 
pressione: alPesempio  del  suo  defonto  marito  pro- 
teggeva gl'ingegni  che  si  distinguevano  sopra  gli 
altri.  Piacevate  estr»^maraente  la  poesìa  estempo- 
ranea, il  perchè  mostrò  gran  parzialità  per  Ber- 
nardino Perfetti  da  Siena,  che  primeggiava  sopra 
lutti  gli  altri  improvvisatori  del  suo  tempo.  Lo 
condusse  seco  a  Roma  nel  1724,  dove  per  ordine 
del  papa  Benedetto  XIII  ricevette  essa  lo  stesso 
trattamento  fatto  a  Cosimo  III  nel  1700,  benché 
viaggiasse  con  carattere  d'incognita  sotto  il  nome 
di  contessa  di  Pitigliano.  Tale  poi  si  fu  il  plauso 
e  la  lode  che  si  acquistò  il  Perfetti  col  suo  canto 
estemporaneo,  che  giunse  fino  ad  ottenere  l'ono- 
re della  corona  d'alloro  in  Campidoglio. 

g.  io .  Il  granduca  interveniva  ancora  nelle 
case  della  nobiltà  ai  trattenimenti  che  in  esse  da- 
vansi.  Di  negletto  e  poco  apprezzato  che  prima 
era,  divenne  l'oggetto  dell'amore  de'suoi  sudditi, 
e  Testinzìone  della  casa  Medici  cominciò  ad  ap- 
prendersi in  Toscana  per  una  grave  calamità, 
riel  tempo  che  Giovan  Gastone  si  conciliava  co- 
si  l'affetto  de'sudditi,  acquistavasi  ancora  la  sti- 
ma al  di  fuori  per  la  sua  forte  resistenza  alle  insi- 
nuazioni e  minacce  della  corte  di  Spagna  e  dei 
mediatori  per  non  entrare  in  trattato  col  succes- 
sore e  conservar  libera  la  sua  sovranità  (8).  11 
senato  di  Lucca  riconoscente  al  suo  prelato  per 


^/I.1726.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  56 1 

avergli  fatto  ollenere  P  acquisto  delle  terre  di 
Mariano  e  di  Decimo,  ch''eranodi  giurisdizione  del 
vescovado,  impiegò  tutti  i  suoi  più  caldi  utlici 
verso  il  santo  padre,  affinchè  Bernardo  Guinigi 
vescovo  di  Lucca  avesse  un  aumento  di  dignità^ 
come  l'ebbe  da  Benedetto  XIII  nel  mese  di  set- 
tembre di  quest''anno  per  sé  e  per  i  suoi  succes- 
sori col  grado  e  le  prerogative  d^arcivescovo  (9). 

g.  1 1.  La  morie  di  Francesco  Farnese  duca 
di  Parma  accaduta  nel  febbraio  del  J727  fece 
nascere  qualche  sj)eranza  di  cambiamento  nello 
ordine  delle  cose,  riguardo  alla  successione  della 
Toscana,  essendo  che  le  circostanze  del  principe 
Antonio  successore  del  fratello  nel  ducato  di 
Farma,  in  età  di  quaranf^otto  anni,  facean  com- 
prendere ch''egli  non  avrebbe  tardato  ad  accasarsi 
con  qualche  principessa,  e  ciò  dette  luogo  alla 
questione^  se  qualora  egli  venisse  ad  aver  prole 
maschile  dovesse  questa  per  dritto  di  sangue  suc- 
cedere alla  casa  Medici,  e  così  escludere  Tinfante, 
Agilavasi  questa  controversia,  mentre  strepitosi 
preparativi  di  guerra  si  facevano  in  Fiandra,  e 
in  Alsazia,  e  dalPimperatore  e  dalla  Francia,  seb- 
ben  propostesi  nel  tempo  stesso  delle  condizioni 
di  pace,  prestò  ad  esse  orecchio  la  corte  di  Vien- 
na, e  ne  furono  iissaii  i  preliminari  a  Parigi  nel 
mese  di  maggio.  Questi  non  erano  di  sodisfazio- 
ne  della  corte  di  Spa^'na^  nondimeno  Pimperatore 
osservava  scrupolosamente  gl'impegni  contratti, 
e  promoveva  con  tutto  il  vigore  la  pace.  L'^amba- 
sciatoredi  Spagna  duca  di  Bournoiiville  continua- 
fa  però  ad  insistere  pies^o  il  medesimo,  acciò 

Si,   Tose.  Tom,  10.  i« 


.56^  AVVENIMENTI  STORICI  ^rt.1727. 

ol>bIigasse  il  granduca  ad  aderire  al  re  Filippo,  e 
pareva  che  la  prossima  apertura  di  un  congresso 
tissato  da  prima  in  Aquisgrana,  ma  che  poi  fu  nuo- 
vamente tenuto  a  Cambra),  fosse  una  circostanza 
opportuna  per  decidere  questo  punto  tanto  di- 
scusso. Insinuò  nuovamente  Timperatore  al  gran- 
duca di  condiscendere  alle  istanze  del  re  Filippo, 
ma  egli  sempre  fermo  nei  suoi  principi!  negò  di 
acconsentire  ad  alcun  trattalo, che  non  avesse  per 
base  Tindipendenza  del  dominio  fiorentino,  la  va- 
lidità delTattodel  senato, e  Tesclusionedelle  guar- 
nigioni (io). 

g.  la.  Una  leggiera  infermità  sopraggiunta  a 
Giovau  Gastone,  e  qualificata  per  mortale  dai  mi- 
nistri di  Spagna  a  di  Vienna  a  Firenze,  risvegliò 
tutta  Tattenzione  delle  due  corti,  ed  accelerò  le 
dispOssi/ioni  pel  caso  della  vacanza.  L'imperatore, 
slimolato  dall'ambasciatore  di  Spagna,inviòal  suo 
ministro  in  Firenze  un  decreto  imperiale,  col  qua- 
le intimavasi  ai  popoli  di  Toscana  di  riconoscere 
per  loro  sovrano  l'infante  don  Carlo  immediata- 
mente dopo  la  morte  di  Giovan  Gastone.  Il  mini- 
stro imprudentemente  lo  vociferò,  e  ne  sparse 
delle  copie,  e  ciò  dette  occasione  al  granduca  di 
fortemente  reclamare  contro  un  tal  atto,  ritorna- 
lo che  fu  in  perfetta  salute.  Non  per  tanto  si  rin- 
novarono dalla  Spagna  gPimpulsi  all'imperatore, 
acciò  inducesse  il  granduca  a  qualche  trattato^  e 
siccome  prevedevasi  la  repugnanza  di  questo,  si 
credette  bene  di  trattare  direttamente  coH'elet- 
Irice^e  sì  essa  che  il  fratello  risposero,  che  fermi 
i  preliminari  della  indipendenza  del  dominio  di 


Jn. 112S.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  563 

Firenze,  e  della  validità  delPatlo  del  senato,  di 
buon  grado  sarebber  venuti  ad  un  trattalo.  Seb- 
bene Pimperatore  pressato  dalla  Spai^na  non  la- 
sciasse mai  d'istigare  il  granduca  ad  aderire  alle 
proposizioni  di  quella  corte,  pure  non  disappro- 
vava intieramente  la  di  lui  resistenza: nondimeno 
per  sodisfare  ai  trattati  non  potette  disimpegnarsi 
dal  munire  V  ambasciatore  di  Spagna  degli  alti 
necessari  per  ^esecuzione  del  possesso  a  favore 
deirinfanle,  e  dal  dare  una  plenipotenza  al  conte 
Borromeo  per  mettere  in  possesso  l'infante,  e  va- 
lersi delle  armi  in  caso  di  resistenza  (ii). 

g.  i3.  Continuava  la  Spagna  ad  esser  ferma 
nel  volere  introdurre  le  sue  guarnigioni  in  To- 
scana, ed  obbligare  il  granduca  a  venire  ad  un 
trattato*,  e  a  quesfoggetto  procurava  di  tirare  nel 
suo  partito  le  corti  d**  Inghilterra  e  di  Francia. 
Giovan  Gastone  però  era  sempre  costante  nel  pro- 
posito di  non  recedere  dalle  proposizioni  già  fatte, 
e  assicurato  dalfimperatore  ch'egli  non  avrebbe 
acconsentilo  alle  guarnigioni  spagnuole,  posesi  in 
stato  da  non  esser  sorpreso,  lusingandosi  sempre 
che  il  tempo  produrrebbe  qualche  favorevole  mu- 
tazione. Si  facevano  intanto  a  Cadice  dalla  Spagna 
deTorli  armamenti,  e  si  accrescevano  le  guarni- 
gioni a  Lungone.  DalTalfra  parte  Timperalore  fa- 
ceva avanzare  delle  truppe  verso  i  confini  della 
Italia,  acciò  fossero  pronte  a  marciare  dove  il 
bisogno  lo  richiedesse.  Anco  il  granduca  Gio- 
van Gastone  non  lasciò  di  porre  in  maggiore  stato 
di  difesa  Livorno  e  Portoferraio.  Il  dì  6  di  gen- 
naio  del  i^So    fu  dair  inviato  di  Francia  mar- 


564  AVVENIMENTI  STORICI  ^n,  1730. 

chese  de  la  Bastie,  e  dal  residente  d""  Inghilterra 
a  Firenze  Coiman  presentata  al  Montemagni  mi- 
nistro del  granduca  la  lettera  del  trattato  sotto- 
scritto il  di  6  di  novembre  dell'anno  anteceden- 
te in  Siviglia  tra  il  re  di  Spagna,  Plnghillerra,  e 
Ja  Fa'ancia,  onde  rendere  inteso  il  granduca  di  ciò 
ch'erasi  in  esso  fissato  riguardo  alla  successione 
della  Toscana.  Dichiararono  essi  nell'alto  di  esi- 
bire detta  lettera,  che  fermostante  il  preliminare 
dei  due  invariabili  articoli,  delPinlroduzione  cioè 
delle  guarnigioni  e  della  immediala  successione 
deirinfante,  per  i  quali  bisognava  acconsentire  a 
quel  trattato,  potevano  sì  il  granduca  che  Telet- 
Irice  lusingarsi  di  qualche  condiscendenza  del  re 
cattolico  e  degli  alleati.  Assicurò  il  Montemag^ni  i 
detti  ministri  della  sincera  disposizione  di  Giovaci 
Gastone  e  della  elettrice  di  avere  per  succes- 
sore Tinfante,  e  di  entrare  in  negoziato  col  recat- 
tolico^  quanto  poi  alla  introduzione  delle  guarni- 
gioni spagnuole  rimoslrò.che  se  il  granduca  avesse 
in  ciò  condisceso,  avrebbe  attirato  sulla  Toscana 
le  forze  della  casa  d''Aastria.  che  il  suo  stato  sa« 
rebbe  divenuto  il  teatro  della  guerra^  e  venendo 
un  giorno  P  infante  al  possesso  di  esso,  non  a- 
vrebbe  trovato  che  un  paese  desolalo  e  guasto 
dalla  miseria.Fece  di  tutto  il  granduca  onde  non 
essere  astretto  ad  ammettere  nei  s?ioi  stati  guar- 
nigione spagnuola*,  ma  linalmenleFilippo  V  man- 
dogli  un  ultimatum.ìn  cuisignificavagli  non  po- 
tere esso  in  modo  alcuno  allontanarsi  dalle 
disposizioni  stabilite  nel  trattato  di  Siviglia,  in 
conseguenza  non  potere  cedere  in  conto  alcuno 


i^/t.1T30.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP. XI.  565 

al  punto  (Iella  inlroduzione  delle  guarnigioni  iu 
Toscana.  Un*  insistenza  cosi  costante  sui  punto 
delle  guarnigioni  pose  sempre  più  in  angustie  il 
granduca,  il  quale  vedendo  ormai  impossibile  di 
più  temporeggiare,  e  conoscendo  il  pericolo  in 
cui  lo  costituivano  gli  opposti  sentimenti  della 
corte  di  Spagna  e  quelli  di  Vienna,  si  prefisse  di 
stabilire  una  convenzione  che  sodisfacesse  Tuna 
e  Paltra  potenza.  Rimostrando  per  tanfo  che  le 
alluali  circostanze  gli  toglievano  ormai  Parbifrio 
d'*ammetlere  nel  granducato  le  guarnigioni  spa- 
gnuole,  fece  comprendere,  che  queste  essendo 
prescritte  dal  traltato,  non  come  causa  principale 
di  esso,  ma  come  mezzo  efficace  di  assicurare  la 
successione  alTinfante,  quando  la  Spagna  e  gli 
alleati  avessero  ciò  conseguito  con  egual  sicurez- 
za, variando  mezzo,non  si  alterava  la  disposizione, 
mentre  essa  ricevesse  Pintiero  suo  compimento. 
Offriva  per  tanto  i  mezzi  e  gli  alti  i  più  solenni 
che  la  costituzione  del  granducato  potesse  dare 
per  riconoscere,  giurare,  e  porre  Pinfante  upIIo 
intiero  possesso  della  successione,  ed  esibiva  an- 
cora di  condiscendere  a  quelle  sodisfazioni  che 
S.  IVI.  njostrava  di  desiderare,  e  il  Irattato  non  pr*»- 
scriveva.  Furono  perciò  rinnovale  nella  replica 
le  antiche  proposizioni,  e  vi  fu  aggiunto,  per  da- 
re a  sua  ìlaeslà  cattolica  un  più  sicuro  riscon- 
tro, che  sua  altezza  reale  non  solamente  inten- 
deva di  assicurare  nel  miglior  modo  possibile  la 
detta  immediata  successione.,  ma  di  stabilirla  an- 
cora, e  di  consolidarla  oltre  i  termini  prefissi  nel 
traltato  di  Siviglia .  pronto  a  ricevere  l^iofunte 

4P* 


566  AVVENIMENTI  STORICI  AnAl^O. 

iiiimediatamente  nei  suoi  slati,  e  per  sicurezAa  di 
sua  persona  formargli  una  particolare  guardia  del 
corpo,  ed  a  regolare  le  proprie  guarnigioni  ed 
aumentarle  a  misura  delle  sue  forze  e  di  quelle 
dello  stato  (la). 

g.  i4-  Vedendo  il  granduca  perduta  ogni  spe* 
ranza  d''allontanare  d''attorno  p  sé  le  inquietudini  e 
molestie  della  successione,edi  conservare  la  libertà 
fino  alla  morie,  si  abbandonò  al  destino,  e  riso- 
luto di  non  più  contrastare  coi  gabinetti,  lasciò 
a'^suoi  ministri  la  cura  del  governo  e  di  tutti  gli 
affari^  ed  egli  dettesi  a  sodisfare  a  tutti  i  propri 
capricci  e  stravaganze,  non  ammettendo  alla  sua 
presenza  che  pochi  di  que*'minislri  che  più  gode- 
vano la  sua  contìdenza,  e  quello  stuolo  di  gio- 
vani destinati  a  distrarlo  dalla  malinconìa  e  dal 
tedio,  che  gli  cagionava  il  suo  tenore  di  vita  di 
continuare  a  stare  in  letto,  e  non  uscire  dalla  ca- 
mera per  la  debolezza  di  macchina  contratta  da 
un  lungo  decubito,  per  curarsi  da  una  slogatura 
di  un  piede  cagionatagli  da  una  caduta.  Persuaso 
adunque  il  granduca  iM  non  poter  più  salvare  la 
sua  libertà,  studiò  tutti  i  mezzi  di  salvare  almeno 
lo  stato  da  una  guerra  e  da  un'invasione.  Man- 
tenevasi  tuttavia  nella  stessa  dubbiosa  situazione 
]a  pace  d'Europa:  un  genio  pacificiìtore  sarebbe 
stato  in  tal  tempo  di  grande  utilità.  La  morte  di 
Benedetto  XIII  risvegliò  la  speranza  di  avere  un 
pontefice  di  qualità  opportune  per  questo  effetto. 
Fu  per  più  mesi  il  conclave  agitato  da  varie  par- 
ti, ma  finalmente  venne  eletto  nel  luglio  il  car- 
dinal Lorenzo  Corsini,  non  ostante  che  fosse  in 


S^/1.1730.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    XI.  667 

eia  di  sellanlanove  aniii.  e  difettoso  di  vista  e 
di  gambe:  prese  egli  il  nome  di  Clemente  XII,  e 
fu  sua  prima  cura  di  promovere  la  pace,  ma  or- 
mai eran  troppo  inoltrati  grimpegni  delle  poten- 
ze (i3). 

g.  i5.  Era  il  granduca  circondato  per  ogni  parte 
dalle  3rmi  imperiali^  preparavasi  a  Cadice  a  far 
vela  una  flotta  poderosa,  ed  accreditavasi  viepiù 
Ja  voce  che  questa  flotta  dovesse  alla  metà  di  a- 
gosto  riunirsi  a  IVIarsilia  con  i  contingenti  degli 
altri  alleati.  Un'intimaa.ione  delPimperalore  pres- 
sava il  granduca  a  ricevere  senza  ritardo  in  Mi- 
lano la  investitura  di  Siena,  e  quest'alto  era  ri- 
guardato come  una  dichiarazione  di  guerra  dalla 
Spagna  e  dagli  alleati:  ma  il  granduca  dovette  ce- 
dere alla  forza,  ed  il  dì  3  agosto  fu  eseguita  in 
Milano  con  gran  solennità  la  cerimonia  della  in- 
vestitura di  Siena  e  Portoferraio  dal  marchese  di 
Marignano  come  procuratore  del  granduca,  e  il 
maresciallo  Visconti  comandante  di  quel  castello 
ne  ricevè  il  giurnmenlo  a  nome  di  Carlo  VI  co- 
me signore  diretto  del  feudo  (i4)« 

J.  i6.  Siccome  si  comprendeva  che  gli  alleati 
considererebbero  con  quesfatto  la  guerra,  e  che  si 
varrebbero  del  medesimo  come  di  un  giusto  pre- 
testo di  aggressione  con  presentarsi  davanti  a 
I/ivorno,  il  maresciallo  Daun  governatore  di  Mi- 
lano spedi  a  Firenze  il  colonnello  barone  di  Mol- 
rk  per  far  ricevere  in  Iiivorno  e  Portoferraio  le 
guarnigioni  imperiali,  che  erano  di  già  accampate 
nella  Lunigìana.  Fu  rigettata  una  tal  proposi- 
zione dal  granduca,  adducendo  che  parevagli  at- 


568  AVVENIMENTI  STORICI  j4n.MÒ0. 

sai  strano  che  dopo  eh'  egli  con  tanP  impegno 
s''era  opposto  all'introduzione  delle  guarnigioni 
spagnuole,  ora  si  volesse  firgli  accettare  un  pre- 
sidio imperiale,  e  che   credeva  necessario,  prima 
di  fare  alcun  passo  decisivo,  d'attendere  gli  eftetli 
delle  premure  del  nuovo  papa  per  un  trattato  di 
pace.  Furono  presentati  dei  piani  dai  nunzi  pontifi- 
cii residenti  alle  corti,  ma  non  fu  mai  possihile  il 
combinare   l'interesse  ed  anche  il  puntiglio  delle 
corti  di  Vienna  e  di  Spagna.  11  granduca  stesso 
propose  di  ricever  l'infante  con  una  decente  guar- 
dia spagnuola  ,   purché  non  si   parlasse  ulterior- 
mente di  guarnigione.  Questa  di  lui  proposizione 
fu    presa  dai    ministri    spagnuoli    come  un    se- 
gno di  timore  in  esso  e  nell'imperatore,  onde  in 
vece  di  acconsentire  si  sollecitarono  i  prepara- 
tivi di  una  flotta,  s'imbarcarono  le  truppe,  e  fu 
fatta  precorrer  voce   che  di  giorno  in  giorno  era 
per  porsi  alla    vela  .  Non  dubitandosi  più  dello 
sbarco,  né  delTassedio  di  Livorno  e  Portoferraio, 
fu  nuovamente  spedito  il  colonnello  Barone  di 
Molck  a  Firenze  per  rappresentare  al  granduca, 
che  avendo  Timperatore  provvisto  per  ogni  dove 
a  stabilire  una  giusta  resistenza  agli  sbarchi  de- 
gli alleati,  non  gli  restava  per  assicurare  la  quiete 
dltalia  che  di  esser  certo  di  una  ugual  resistenza  in 
Toscana,  ch^era  la  più  minacciata,  e  che  per  con- 
seguenza si  rendeva  indispensabile  Tintrodurvi 
delle  milizie  tedesche,  non   essendo  il  granduca 
ben  provvisto  di  truppe  agguerrite.Rigettò  questi 
di  bel  nuovo  il  progetto,  ma  acciocché  Pimpera- 
iore  potesse  esser  tranquillo  su  questo  punto,  ac- 


Jn.iiZO.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  6^9 

r.onseiiti  che  il  colonnello  ì>IoIck  visitasse  le  piaz- 
ze, le  quali  a  secoiula  della  sua  perizia  sarebbero 
state  in  istato  di  difesa,  e  nel  pisano  sarebbesi 
posto  un  ragguardevole  corpo  di  bande  toscane 
capaci  d''opporsi  a  qualunque  tentativo  de'nemi- 
ci,  e  dar  cosi  tempo  alle  truppe  imperiali  della 
Lunigiana  d'accorrere  al  soccorso, quando  il  pe- 
ricolo fosse  imminente.  Quesfapparafo  non  man- 
cò di  dare  apprensione  alla  corte  di  Spagna,  U 
quale  temendo  d''esser  prevenula  dall'imperatore 
nel  possesso  di  quelle  piazze,  fece  dichiarare  al 
granduca  la  neutralità  per  il  suo  slato,  sempre 
che  non  prestasse  il  consenso  alTinlroduzione 
delle  truppe  imperiali:  i  ministri  di  Francia  e  di 
Inghilterra  raliticaronoin  seguito  questa  dichiara^, 
zione  ,  ma  a  Vienna  fu  presa  come  un  artilìzio 
tendente  ad  impedire  la  prevenzione,  e  rimuovere 
il  granduca  da  ogni  altra  disposizione  per  la  re 
sislenza.  Nondimeno  sebbene  ciò  non  interrom- 
pesse l'esecuzione  del  piano  di  difesa  progettato 
dal  granduca,  s^rvì  d'impulso  alla  corte  di  Vienna 
per  rinforzare  cogli  alleati  le  pratiche  per  uu  de- 
coroso accomodamento.  Intanto  gli  uffizi  del  pa- 
pa calmarono  l'impeto  della  regina  di  Spagna,  si 
disarmò  la  flotta  di  Cadice,  gli  alleati  sospese- 
ro la  spedizione  dei  loro  contingenti,  le  truppe 
imperiali  lasciarono  le  frontiere  della  Toscana, 
ritirandosi  in  Lombardia,  e  Pin verno  che  soprag- 
giunse delle  luogo  ad  intavolare  nuovi  tratta- 
ti  (.5). 

g.  17.  Cessò  di  vivere  nel  gennaio  del   ly'^i 
il  duca  Antonio  di  Parma,  ultimo  maschio  della 


5^0  ATVENIME'VTI    STORICI  ^n.l731. 

casa  Farnese:  nella  supposizione  che  la  duchessa 
sua  moglie  fosse  gravida,  lasciò  erede  il  venire 
pregnante  di  lei,  a  cui  sosliluì  rinfanle  don  Corlo. 
II  generale  Stampa  introducendo  seimila  impe- 
riali nello  stato  di  Parma,  ne  f>rese  formalmente 
possesso  a  nome  dell*  imperatore,  dichiarando 
però  di  restituirlo  all'infante  nel  caso  che  sva- 
nisse la  gravidanza  della  duchessa,  o  partorisse 
una  femmina.  Kon  poco  si  allarmò  la  Toscana 
nel  vedere  occupati  gli  stati  di  Parma  dai  tede- 
schi, conoscendosi  sottoposta  ancoressa  alPisteS' 
so  caso,  qualora  venisse  a  mancare  il  granduca  in 
questa  incertezza.  La  regina  di  Spagna  era  mal 
sodisfatta  della  lentezza  degli  alleati,  rimprove- 
rando in  essa  l'inosservanza  dei  trattati,  la  poca 
fede  dimostrata  in  sostenere  grimpegni  contratti 
a  Siviglia,e  il  decoro  di  sua  Maestà  cattolica  com- 
promesso*, e  finalmente  si  protestava,  che  avendo 
gli  alleali  mancato  alle  loro  obbligazioni,  anche  il 
suo  re  si  dichiarava  totalmente  libero  da  tutti  gli 
impegni  contratti  a  loro  favore  nel  trattato  di 
Siviglia  (i6). 

g.  i8.  Essendosi  così  inaspettatamente  sciolto 
questo  trattato,  si  rianimarono  un  poco  i  toscani, 
perchè  almeno  toglievasi  il  timore  di  una  guerra 
imminente.  Dopo  molti  negoziati  riuscì  alP  In- 
ghilterra di  concludere  il  di  i6  marzo  in  Vienna 
un  trattato  coll'iraperatore  che  aprisse  la  strada 
a  riunirlo  colla  Spagna,  e  lo  legasse  cogli  olan- 
desi, per  i  quali  trattava  il  ministro  brilaunico 
Tommaso  Robinson.  La  garanzìa  della  pramma- 
tica sanzione  del  ijiS  riguardo  alla  successione 


^n.1;3T.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  5y  l 

della  casa  d*A.ustria,e  riiitrofìuziouedelleguarui- 
gioui  spagnuole  nelle  piazze  forti  di  Toscana  e  di 
Parma.,  fecero  la  base  di  quesìo  Irattalo.  L^no  de- 
gli articoli  riguardava  Pobbligazione  che  sua  Mae- 
stà britannica  di  concerto  con  gli  stati  generali 
prendeva,  che  qualora  fosse  assicurato  tranquil 
lamente  alPinfante  il  possesso  di  quegli  slati,  do- 
vessero rimuoversi  le  guarnigioni  spagnuole  in- 
trodottevi per  cautela.  Fu  dal  conte  di  Zinzendorfif 
notificato  al  Bartoloramei  ministro  del  granduca 
il  consenso  dato  dallimperatore  per  Tinlroduzione 
delle  guarnigioni  spagnuole;  ma  lo  lusingò  che  la 
Spagna  non  avrebbe  facilmente  usato  di  questa 
facoltà,  polendo  far  venire  prontamente  Pinfaute 
con  una  guardia  decente.  Vide  bene  il  granduca 
dVsser  sacrificalo  per  la  terza  volta  dalla  curie 
dì  Vienna,  e  non  sapea  persuadersi  come  questa 
avesse  concluso  un  lrattato,nel  quale  egli  vi  aveva 
il  più  grande  interesse  senza  alcuna  precedenle 
partecipazione:  bisognò  per  altro  cetlere,  ma  ri- 
mostrò il  granduca  che  prima  di  devenire  colla 
corte  di  Spagna  alla  stipulazione  del  trattato  so- 
lenne, era  necessario  di  fissare  una  convenzione 
fiarticolare  tra  sua  Maestà  cattolica  e  la  casia  Me- 
«iici.  Ael  lempo  che  Giovan  Gastone  era  !»empie 
tormentato  ed  agitalo  da  quegli  aifari  della  suc- 
cessione e  introduzione  delle  guarnigioni  spa- 
gnuole,ebbe  ancora  la  disgrazia  di  vedersi  rapirti 
dalia  mone  la  principessa  Violante,  che  cessò  di 
vivere  il  dì  3o  di  maggio,  per  la  quale  egli  aveva 
un  particolare  attaccamento,  l'ulta  la  Toscana 
cumpiau»e  la  pcidila  di  una  priucipeà»a  dulaU  di 


By%  AVVENIMENTI  STORICI  ^/2.173Ì. 

tutte  le  virlù,  che  la  rendevano  stimabile  ed  ama- 
bile, ad  ogni  ceto  di  persone.  In  tante  angustie 
volle  Giovan  Gastone  che  il  suo  ministero  si  ac- 
celerasse a  dar  Pultima  mano  ai  trattati,  e  assi- 
curar la  quiete  de''suoi  sudditi,sacrificando  la  pro- 
pria indipendenza  (17). 

g.  19.  Rendendosi  per  tanto  ormai  inevitabi- 
le al  granduca  Pammettere  nel  suo  stato  Tinfante 
e  le  guarnigioni  spagnuole,  premuroso  di  stabilire 
colla  Spagna  le  convenienze  della  sua  famiglia  e 
quelle  dei  sudditi,  munì  a  quesL^effelto  di  pleni- 
potenza il  marchese  Rinuccini  ed  il  cavaliere  Gi- 
raldi  suoi  consiglieri  di  stato,acciò  trattassero  col 
padre  Ascanio  ministro  di  Spagna  in  Firenze.  Si 
intrapresero  le  conferenze  il  la  luglio,  e  nel  gior- 
no aS  dello  slesso  mese  restò  sottoscritto  dai 
plenipotenziari  il  trattato,  in  cui  la  corte  di  Spa- 
gna condescese,oltrerespettativa  alle  convenien- 
ze del  granduca  e  della  elettrice  ,  ad  assicurare 
la  quiete,  eie  prerogative  del  granducato.  Fu  an- 
che nello  stesso  tempo  fissato  il  ricevimento  dello 
infante  in  Livorno,  e  in  Firenze,  con  farlo  servire 
dagli  equipaggi  e  guardie  del  granduca,  ed  asse- 
gnargli un  quartiere  nel  palazzo  Pitti  <!onveniente 
al  suo  rango,  e  trattarlo  e  rispettarlo  nella  for- 
ma stessa  praticata  col  principe  Ferdinando  (18). 
In  questo  medesimo  tempo  la  corte  di  Vienna 
necessitata  per  la  negativa  di  quella  di  Francia 
di  garantire  la  prammatica  sanzione  a  richiamare 
alla  sua  alleanza  la  Spagna,  avea  col  duca  di  Li- 
yia,  ministro  di  questa,  segnalo  a  Vienna  il  a.i  di 
luglio  un  nuovo  traltalo,  in  cui  tra  le  altre  cose 


j4fÌ.'\lìU  DE!  TEMPI  MEDICEI  CIP.  XI.  57? 

regolavasi  la  successione  e  la  forma  del  possesso 
per  rinfanle  don  Carlo.  Il  conte  di  Zinzendoiff 
comunicò  al  marchese  Bartolomraei  il  tenore  ói 
questo  trallato,  intimandogli  di  dichiararsi  per  la 
accessione,  con  lasciare  il  granduca  nella  piena 
libertà  di  concordare  di  poi  a  Vienna,  o  a  Firenze 
le  sue  convenienze  colla  corte  di  Spagna,  senza 
però  allontanarsi  dalle  condizioni  stabilite  in 
questo  trattato.  Grande  per  tanto  fu  la  sorpresa 
dei  ministri  imperiali,  allorché  fu  loro  partecipa- 
ta la  convenzione  di  Firenze  concertata  con  tan- 
to riguardo  e  dignità  pel  granduca,  senza  che  essi 
vi  avessero  parte  veruna  (19). 

§.  20.  I  ministri  però  delle  altre  potenze  ap- 
plaudirono al  contegno  di  Giovan  Gastone,  il 
quale  pressato  per  ogni  parte  dalla  violenza  avea 
potuto  agire  come  principe  libero  ed  indipendente. 
li  conte  adunque  di  ZinzendoriT,  ministro  di  Car- 
lo VI,  si  lagnò  coi  Bartolommei  della  forma  di 
esiS  convenzione,  apparendo  chiaramente  con 
quanto  artifizio  si  fossero  evitate  in  essa  fespres- 
sioni  indicanti  la  feudalità,  e  con  quant'impegno 
usate  quelle  che  indicavano  libertà  e  indipenden- 
za. Il  granduca  dichiarava  di  propria  facoltà  la 
successione  immediata,  e  la  Spagna  accordava  al- 
Peletlrice  il  titolo  di  granduchessa,  e  tutto  insie- 
me mostrava  aperta  contradizione  ai  precedenti 
trattati,  manifesta  lesione  ai  dritti  imperiali,  on- 
de l'imperatore  era  obbligato  a  disapprovare  sif- 
fatta convenzione.  Reclamarono  ancora  i  ministri 
delle  altre  potenze  interessate  in  tali  negoziati,  e 
ch'erano  garanti  degli  antecedenti  trattali.  Vede- 

St.  Tose.  Tom.  10.  49 


$74  ATVEKIMENTI  STORICI  Jn.MZ^, 

vasi  però  difficile  che  la  corte  di  Spagna  e  il  gran- 
duca recedessero  da  un  atto  cosi  solenne  ,  ma 
senza  conciliarlo  col  recente  trattato  di  Vienna 
si  sarebbe  reso  inutile, ed  avrebbe  cagionato  nuovi 
motivi  di  guerra.  Fece  intanto  il  Bartoloinmei 
varie  rimostranze  alla  corte  di  Vienna  nel  tempo 
che  si  aspettava  da  Siviglia  il  ralitìcaraento  di 
questa  convenzione  di  Firenze.  Venne  esso  rati- 
ficanìento,ma  con  alcune  eccezioni. e  specialmen- 
te colla  dichiarazione  che  non  s'intendesse  con 
tal  convenzione  derogato  ai  trattati  ,  né  appo- 
sta ai  medesimi  veruna  limitazione,  e  che  non 
s*  invitassero  ulteriormente  le  potenze  già  no- 
minate per  garantirla .  Su  questa  dichiarazione 
modellò  il  granduca  la  sua  ratificazione,  credendo 
che  ciò  potesse  bastare  per  esimerlo  dall'acces- 
sione, ma  i  ministri  delle  potenze  non  se  ne  appa- 
gai^ono,  e  gli  fecero  considerare,  che  senza  acce- 
dere al  trattato  di  Vienna,  le  sue  convenzioni  non 
garantite  dalle  potenze  contraenti  non  avrebbero 
obbligato  il  successore  ad  osservarle.  Fu  proposta 
una  forma  d''atto  che  salvasse  il  decoro  di  Giovan 
Gastone,  e  non  lo  astringesse  al  consenso  espli- 
f  cito  della  feudalità:  fu  promesso  che  Timperatore 
avrebbe  accordato  all'elettrice  i  titoli  e  le  pre- 
rogative desiderate ,  quando  fossero  domandate 
nelle  debite  forme,  e  finalmente  fu  dai  plenipo- 
tenziari respettivi  il  di  3 1  di  settembre  segnato 
l'atto  di  accessione.  Determinavasi  in  esso  l'ade- 
sione del  granduca  a  tutto  ciò  che  concerneva  la 
propria  dignità,  la  quiete,  la  sicurezza,  ed  i  van- 
taggi dei  sudditi^  la  convenzione  di  Firenze  con- 


^n.l731.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  ^y5 

sideravasi  come  un  patto  tra  famiglia  e  famiglia, 
pel  quale  non  inlendevasi  di  conlradire  ai  trat- 
tati, e  Sì  garantiva  in  quanto  era  coerente  ai  me^ 
desimi^  le  potenze  contraenti  si  obbligavano  ad 
assicurare  al  granduca,  al  suo  stato,  ed  ai  succes- 
sori, quanto  era  stato  stabilito  perla  loro  quiete, 
convenienza  e  profitto  (20). 

?.  ^1.  Il  granduca  vedendosi  nella  indispensa- 
bile necessità  di  subir  la  legge  che  gli  era  stata 
imposta  ,  si  prestava  a  tutto  ciò  che  i  tedeschi  e 
gli  spognuoli  gli  suggerivano,  ma  volendo  lascia- 
re ai  posteri  un  documento  irrefragabile  che  giu- 
stificasse la  sua  condotta  guidata  dalla  violenza, 
consegnò  una  sua  profesta  segreta  in  mano  del- 
Parcivescovo  di  Pisa,  in  cui  dichiarava  che  egli  ac- 
cedeva al  trattato  di  Vienna, indotto  soltanto  dalla 
forza,  e  che  per  conseguenza  i  suoi  poyìoli  non 
rimanevano  per  quest'atto  vincolali,  intendendo 
anzi  egli  di  lasciarli  nella  libertà  d*'indipendenza  in 
cui  erano  quando  si  sottoposero  al  governo  della 
suafamiglia.  Alla  metà  d'ottobre  giunsero  i  com- 
missari spagnuoli  per  disporre  il  ricevimento  del- 
la flotta,  e  preparare  i  quartieri  per  le  guarnigio- 
ni^ il  marchese  Riuuccini  fu  spedilo  a  Livorno 
colla  plenipotenza  di  concordare  un  regolamento. 
Non  solo  dalla  Toscana,  ma  da  tutta  fllalia  molti 
concorsero  per  essere  spettatori  dello  sbarco  e 
del  magnitico  ricevimento  che  si  preparava  alPin- 
fante.  Era  la  flotta  anglo-ispnna  composta  di  ven- 
ticinque vascelli  da  guerra  spagnuoli,  comandati 
dal  marchese  iMari,  e  7  galere  comandate  da  don 
Michele  Keggio^  altri  sedici   vascelli   inglesi  co- 


5y6  AVVENIMENTI    STOBICl  ^rt.1731. 

mandati  dalPammiraglio  Wager  facevano  il  com- 
pimento della  medesima.  Arrivò  tutta  insieme  alla 
vista  di  Livorno  il  di  26  d'ottobre,  e  sbarcò  il  con- 
te di  Charny  general  comandante  delle  truppe  di 
terra  (ai\ 

g.  12..  Fattesi  ai  nuovi  ospiti  le  dovute  acco- 
glienze, i  ministri  del  granduca  stabilirono  con 
e*si  tutto  ciò  ch'era  necessario,  tanto  per  la  pub- 
blica tranquillità,  quanto  ancora  perchè  in  nes- 
suna parte  non  venisse  vulnerata  la  so?ranità  del 
granduca  .  Fu  convenuto  che  dopo  aver  pre- 
stato il  dovuto  giuramento  al  granduca  s'^intro- 
ducessero  i  aooo  uomini  di  guarnigione,  si  ac- 
cordò al  conte  di  Charny  il  supremo  cornando  mi- 
litare in  Livorno,  senza  doversi  però  mescolare 
nel  governo  politico  ed  economico,  obbligandosi 
di  dipendere  in  questo  dal  governatore  granduca- 
le, e  lo  stesso  doveva  eseguirai  in  Portoferraia 
li  dì  I  di  novembre  il  conte  di  Gharny  colla  mas- 
sima pompa  e  solennità  prestò  il  giuramento  in 
mano  del  governatore  a  norma  dell'articolo  deci- 
mo del  trattato  di  Siviglia,  e  in  conseguenza  di 
ciò  fu  dato  principio  allo  sbarco.  II  popolo  livor- 
nese e  fimmenso  numero  di  stranieri  quivi  con- 
corsi applaudirono  l'arrivo  degli  spagnuoii,  i  quali 
quella  regina  avea  procurato  che  comparissero 
nella  massima  pompa  e  nelT  aspetto  il  più  lusin- 
ghiero. Occupati  da  nuovo  presidio  i  posti  più  im- 
portanti di  Livorno,  furono  inviate  le  truppe  che 
sopravanprono  a  Porloferraio,  e  la  cavallerìa  fu 
mandajl^,non  per  guarnigione,  ma  per  deposito  a 
Pissi  Tutto  ciò  eseguito,  le  flotte  e  le  galere  si 


^/t.1731.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  ^yy 

ritirarono  ad  Aiitibo  per  attendervi  Pinfante  che 
dovea  partire  dalla  Spagna  il  di  ao  d'ottobre.Gon 
quelle  di  Spagna  si  unirono  tre  galere  toscane 
comandate  dal  cavaliere  Marescotti, e  quej»t^atten- 
zione  fu  giudicala  dal  granduca  indispens;(bile, 
per  quanto  la  corte  di  Vienna  desse  dei  manife- 
sti segui  di  diffidenza  (aa).  Nel  dì  a3  di  dicembre 
s'imbarcò  Tinfanle  sulle  galee  di  Spagna,  unite 
con  quelle  del  granduca^  ma  appena  ebbe  salpato, 
che  si  alzò  una  violente  burrasca,  la  qua!  disperse 
tutta  la  flotta  e  danneggiò  fortemente  non  pochi 
di  quei  legni.  Ad  onta  nondimeno  deir  infurialo 
elemento  la  capitana  di  Spagna  nel  di  a7  approdò 
a  Livorno  e  vi  sbarcò  l'infante  (a3),  ove  (ù  accol- 
to con  i  maggiori  contrassegni  di  gioia.  Il  mar- 
chese Rinuccini  ed  il  governatore  di  Livorno  si 
portarono  sulle  lance  ad  incontrarlo  nel  mare,  e 
fatti  salire  sulla  reale  di  Spagna  trovarono  nel- 
l'infante e  nei  suoi  ministri  la  maggiore  graziosi- 
ta e  i  sentimenti  i  più  obbliganti  per  il  granduca 
e  per  la  nazione.  Il  conte  di  s.  Stefano  governa- 
tore delPinfante  dichiarò  loro,  che  questo  princi- 
pe veniva  unicamente  con  carattere  di  tiglio  del 
granducale  della  elettrice.  Con  questi  sentimenti 
scese  in  terra  Pinfante  in  mezzo  agli  applausi  di 
un  immenso  popolo  concorso  al  Molo  e  su  i  legni 
che  ricoprivano  il  porto,  e  salutato  dalle  arliglie- 
rie  della  piazza,  in  mezzo  alle  schiertMli  numerosa 
soldatesca  servito  dalla  corte  del  granduca  si  por- 
lo al  tempio  principale  di  Livorno  per  rendere 
al  cielo  pubbliche  grazie  della  sua  salvezza.  Adein- 
pilo  quest'alto  di  pietà  e  di  cerimouiu  pa^só  fra  i 

4  ir 


578  AVVENIMENTI  STORICI  j4n. 1'52' 

replicati  evviva  del  popolo  al  palazzo  del  granduca 
già  destinato  per  la  sua  residenza,  e  quivi  appagò 
colla  massima  compiacenza  i  trasporti  di  ossequio, 
di  attaccamento  e  di  curiosità  dei  principali  per- 
sonaggi di  Toscana  e  d''Italia,  concorsi  a  Livorno 
per  meritarsi  la  grazia  e  partecipare  dei  beneiici 
influssi  di  questo  sole  nascente  (a4). 

g.  a3.  Età  Tinfante  don  Carlo  d'età  di  16  anni, 
di  bella  persona,  vivace,  e  di  maniere  molto  gen- 
tili ed  obbliganti.  A  Livorno  tutti  i  corpi  delle 
nazioni  estere  fecero  a  gara  di  procurargli  magni- 
tìche  feste  e  trattenimenti,  ina  il  divertimento 
più  da  lui  gradito  era  quel  della  caccia  .  Ga- 
reggiò cogli  altri  runiversilà  degli  ebrei  per  at- 
testare ancb*"  essa  a  questo  novello  sole  il  suo 
giubilo  ed  ossequio  ,  e  tìoccavano  dappertutto 
Je  relazioni  di  si  grandiose  solennità  (a5).  Tralte- 
iievasi  intanto  1*  infante  a  Livorno  coli'  idea  di 
portarsi  a  Pisa  a  passarvi  il  più  crudo  rigore  del- 
l'inverno, e  condursi  poscia  nella  primavera  in 
Firenze,  dove  aspettando  che  venissero  superale 
le  opposizioni  della  corte  imperiale,  passar  quin- 
di a  risedere  con  sicurezza  e  pacificamente  a  Par- 
ma. Nel  punto  però  di  muoversi  esso  da  Livorno 
fu  sorpreso  dal  vaiolo,  e  siffatto  accidente  recò  la 
maggior  tristezza  e  timore  in  tulti^  ed  il  granduca 
e  Teleltrice  dimostrarono  tutte  le  possibili  prove 
di  un  sincero  ed  affettuoso  attaccamento  per  esso. 
Ebbe  però  questa  perniciosa  malattìa  un  ottimo 
esito,  il  che  fece  rinascere  il  giubilo  in  Livorno. 
Sì  trattenne  quivi  lino  alla  metà  di  febbraio,  e  di 
poi  passò  a  Pisa  a  finir  V  inverno,  ed  ivi  potette 


j4n.i'/ò2.  HEI  TEMPI  MEDICEI  C4P.  XI.  $79 

sodisfare  alla  sua  passione  per  la  caccia.  Essendo 
imminente  la  primavera  fu  risoluto  di  passare  a 
Firenze,  dove  il  granduca  e  l'elettrice  lo  atten- 
devano con  impazienza.  Questo  passaggio  fu  fatto 
con  lentezza  e  con  comodo^  il  che  dette  occasione 
al  marchese  Riccardi  di  ricevere  l'infante,  e  ma- 
gnificamente trattarlo  nelle  sue  ville.  Finalmen- 
te il  di  9  di  marzo  giunse  in  Firenze  e  fu  ricevuto 
alla  porta  della  città  da  tutta  la  nobiltà  e  da  un 
immenso  popolo:  salutato  dalle  artiglierie  e  scor- 
tato dalle  truppe  granducali  passò  alla  metropoli- 
tana, dove  fu  ricevuto  dall'arcivescovo  e  dal  se- 
nato, e  di  poi  collo  stesso  accompagnamento  si 
indirizzò  al  palazzo  Pitti,  ove  giunto  alPapparta- 
mento  destinatogli  trovo  ivi  l'elettrice  che  Io  ac- 
colse a  guisa  di  tenera  madre,  e  seco  lo  condusse 
alla  camera  del  granduca,  che  stava  in  letto  at- 
tendendo di  vedere  questo  nuovo  suo  figlio  e 
successore  nel  granducato  (a6).  Fu  in  pari  tempo 
che  Giovan  Gastone  segretamente  fece  uccidere 
Tommaso  Bona  venturi,  perchè  comunicava  i  se- 
greti di  gabinetto.  Egli  era  l'ultimo  di  sua  casa, 
come  il  primo  era  stato  ucciso,  a  quanto  è  fama, 
per  ordine  del  granduca  Francesco  I,  quando  vol- 
le sposare  Bianca  Cappello  (27). 

g.  24.  Comecché  da  quasi  tre  anni  Giovan  Ga- 
stone soffriva  un^strema  debolezza  nelle  ginoc- 
chia,per  cui  raramente  usciva  dalla  sua  camera,  si 
serviva  molte  volte  del  pretesto  di  questa  malattia 
per  evitare  ogni  contestazione  di  cerimoniale.  Ta- 
le fu  il  caso  collinfante,  al  quale  per  altro  dimo- 
strò ogni  sorte  di  amorevolezza.  Alle  diraostrazio- 


58o  AVVENIMENTI    STORICI  ^«.1732. 

ni  della  corte  corrisposeioquelle  di  tuttala  città, 
la  quale  fu  per  tre  sere  di  seguito  illuminata,  ed 
ogni  privato  concorse  al  comun  giubilo  ed  alle- 
grezza. Questo  trasporto  degritaliani  per  un  prin- 
cipe della  casa  di  Borbone  non  piacque  alla  coite 
di  Vienna.  Le  controversie  pel  possesso  di  Parma 
non  erano  peranche  spianate ,  e  un  armamento 
che  vedea  farsi  nei  porti  di  Spagna  allarmava  la 
corte  di  Vienna  ,  tullochè  fosse  detto  esser 
destinato  per  TAfFrica,  come  di  poi  restò  compro- 
vato col  fatto.  Faceva  il  granduca  lutti  gli  sforzi 
per  riunire  tra  loro  le  due  corti  di  Vienna  e  di 
Spagna,  proponendo  il  malrimonio  delP  infante 
colla  seconda  arciduchessa,  ma  trovò  chiuse  le 
strade  per  introdurne  la  pratica.  Assicurata  la 
Spagna  del  possesso  di  Livorno  e  di  Portofer- 
raio  che  gli  tenevano  aperta  la  comunicazione  per 
i  soccorsi,  non  curava  più  le  minacce  della  corte 
di  Vienna  .e  studiava  tutti  i  mezzi  di  stabilire  va- 
lidamente l'infante  in  Italia.  Ad  oggetto  poi  di 
confermarlo  maggiormente  nel  possesso  della 
successione  alla  Toscana  coi  diritti  e  col  fatto, 
si  pensò  al  modo  di  adempire  la  convenienza  ri- 
guardo al  farlo  riconoscere  dai  sudditi  in  una 
forma  che  fosse  la  meno  clamorosa,  ed  offendes- 
se meno  la  corte  di  Vienna.  Si  fissò  pertanto  di 
deputare  Tinfantea  ricevere  gli  omaggi  che  nella 
festività  di  s.  Giovanni  prestavano  annualmente 
al  granduca  tutte  le  comunità  del  granducato, 
portando  la  consuetudine,  che  quando  i  sovrani 
non  assistevano  personalmente  a  quesfalto.  vi 
deputavano  il  successore  (28). 


w^/l.1v32.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  58l 

g.  2.5.  Per  eseguir  poi  quanto  nella  convenzione 
si  era  promesso,  nel  proclama  che  iì  banditore 
dovea  leggere  avanti  la  convocazione,  fu  apposta 
la  clausula,  e  anco  per  se  stesso^  come  a  suo  ini^ 
mediato  successore.  Seguì  il  tutto  colla  massima 
tranquillità,  e  straordinario  fu  il  fasto  e  la  niagni- 
Ijcenza  che  le  due  corti  spipgarono  in  questa  oc- 
casione, e  indicibile  il  contento  che  mostrarono  i 
sudditi.  Ma  questo  giubilo  fu  presto  amareggiata 
dai  risentimenti  della  corte  di  Vienna,  che  dichiarò 
quest'atlo  comela  più  solenne  infrazione  dei  trat- 
tati, ed  il  granduca  e  Tinfante  furono  considerati 
come  due  principi  che  avessero  ai  tonfato  ai  ilrit- 
ti  dell'impero  per  declinare  dalla  feudalità.  INon 
furono  però  attese  né  in  Toscana,  né  in  Ispagna  le 
rimostranze  imperiali,  cosicché  la  corte  di  Vien- 
na pensò  di  far  emanare  dal  consiglio  imperiale 
degli  atti  che  mettessero  al  coperto  i  diritti  dello 
impero,  e  restringessero  sempre  più  quei  vincoli 
coi  quali  pretendtfvasi  di  tener  Tinfante  assogget- 
tato alla  corte  di  Vienna.  Fu  perciò  concepita  una 
lettera  e  intitolata  rese  ritto  ^vxqWsl  quale  cassando 
e  annullando  quanto  era  stato  fatto  nella  festa  di 
s.Gio.  Battista  a  favore  dell'infante,  si  dichiarava 
illegittimo  il  titolo  accordatogli  di  gran  principe, 
e  gli  prescriveva  di  più  di  non  agire  contro  i  trat- 
tali. Fu  indirizzato  al  senato  di  Firenze  un  de- 
creto, in  cui  previa  la  delta  cessazione  della  ri- 
cognizione fatta  il  a4  {?'"S"Oi  S''  s'imponeva  di 
non  riconoscere  l'infante  per  successore  se  non 
dopo  la  vacanza,  sotto  pena  delPindignazione  im- 
periale, e  di  cento  marche  d'  oro,  A  questi  alti 


5Sa  AWENIMENTI  STORICI  ^«.i:32. 

succedeva  un  mandatum  ad  subditos  che  repli- 
cando le  medesime  clausule  di  cassazione  e  di 
nullità,  ordinava  ai  popoli  della  Toscana  di  non 
rendere  omaggio  alPinfante  se  non  dopo  il  caso 
della  vacanza,  e  quando  egli  fosse  nella  minorila 
lo  rendessero  alla  duchessa  Dorotea  di  Parma  co- 
me lutrice  (^9). 

g.  2.6.  Fu  incarir^afo  il  conle  Caimo  ministro 
imperiale  a  Firenze  di  presentare  al  granduca  il 
rescritto,  al  senato  il  decreto,  e  di  pubblicare 
affiggendo  in  Firenze  il  mandatum  ad  subditos. 
Giovan  Gastone  nel  ricevere  il  documento  a  lui 
diretto,  disse  che  la  replica  a  sua  Maestà  imperia- 
le esigeva  tempo  per  poterla  seriamente  esamina- 
re; il  senato  rigettò  il  decreto  con  dire,  che  non 
sapeva  di  avere  altri  sovrani  che  il  granduca^  il 
che  dette  luogo  al  conle  Cairao  di  servirsi  di  uno 
strattagemma  poco  convenevole  alla  sua  dignità. 
Fec'egli  vestire  un  suo  familiare  da  pellegrino,  il 
quale  introducendosi  alPudienza  del  magistrato 
supremo,  rappresentante  il  senato,tingendo  di  pre- 
sentare un'istanza  pose  in  mano  al  cancelliere  il 
decreto  e  se  ne  fuggì.  Non  fu  aperto  però  dal  ma- 
gistrato il  decreto,  ma  rimesso  al  granduca  fu 
segnato  un  atto  solenne,  nel  quale  si  dichiarava 
di  non  averlo  accettato  in  veruna  forma:  fu  anche 
insinuato  al  ministro  imperiale  di  non  procedere 
a  fare  affiggere  il  mandatum^  perchè  non  poteasi 
rispondere  de'suddifi  sostenuti  da  una  guarni- 
gione spagnuola,  ond'egli  si  contentò  di  sparger- 
ne alcune  copie  tra  i  suoi  aderenti  (3o). 

g.  27.  Per  quanto  il  soggiorno  di  Parma  esser 


^/i.l732.  DEI    TEMPI    MEDICEI  CAP.  XI.  583 

potesse  più  pericoloso  per  Tinfante  che  quello 
di  Firenze,  perchè  più  esposto  alle  forze  della  ca- 
sa d''Austria,  contro  di  lui  irritata,  pure  la  corte 
di  Spagna  credette  conveniente  di  colà  inviarlo. 
Parli  egli  di  Firenze  ai  primi  d'ottohre,  e  volendo 
Giovan  Gastone  in  questa  circostanza  dimostrare 
la  tenerezza  che  aveva  per  lui,  si  fece  portare  in 
sedia  al  quartiere  delPinfante,  da  cui  cougedossi 
con  atti  ed  espressioni  di  grandissimo  attaccamen- 
to e  benevolenza.  Partirono  ancora  colPinfante  i 
principali  ministri  spagnuoli  e  la  sua  guardia  del 
corpo,  ma  restarono  tuttavia  in  Livorno  e  in  Por- 
toferraìo  le  guarnigioni.  Giunta  alla  corte  di  Spa- 
gna la  notizia  delle  intimazioni  fatte  fare  dalla 
corte  imperiale  in  Firenze,  previde  inevitabile  la 
guerra,  e  procurò  per  questa  ragione  d*"  allearsi 
colla  Francia.  La  successione  della  casa  d''Austria 
formava  l'oggetto  principale  delle  contemplazio- 
ni dei  gabinetti  d'  Europa,  e  la  casa  di  Borbone 
non  desiderava  se  non  se  che  lo  smembramento 
d'una  monarchia  che  soia  erale  rivale,  e  di  que- 
sto avrebbe  voluto  che  ne  fosse  a  parte  l'infante 
don  Carlo,  a  cui  sposando  una  delle  arciduches- 
se, toccassero  in  sorte  tutti  gli  slati  dltalia.  Car- 
lo VI  air  opposto  applicavasi  per  conservare  la 
unione  e  V  integrità  dei  suoi  stati,  ed  assicurare 
lefletluazione  della  prammatica  sanzionedel  iyi'6. 
Egli  avea  già  seco  stesso  determinato  il  matrimo- 
nio della  sua  primogenita  con  Francesco  Stefano 
duca  di  Lorena.  Un  duca  di  Loreua  esaltato  sul 
trono  austriaco  dava  gran  gelosia  alla  corte  di 
Francia,  ed  impegnava   il  gabinetto    francese  ad 


SI4  /LVVENIMENTI  STORICI  ^/J.I'JSS. 

opporre  qualunque  riparo  ad  una  novità  ch'esser 
potea  fatale  alla  monarchia  francese.  Le  due  case 
Borboniche  inleressate  Tuna  per  ingrandire  Tin- 
fante,  Taltra  per  indebolire  un  cosi  potenle  riva- 
le com'era  la  casa  d'Austria,  concertarono  segre- 
tamente insieme  di  calersi  delle  armi,  seniprechè 
riuscissero  inutili  le  pratiche  (3 1). 

g.  a8.  Diverse  contestazioni  si  fecero  tra  le  due 
coni  di  Spagna  e  di  Vienna  riguardo  a  ciò  che  si 
era  operato  a  Firenze  rispetto  all'infante,  e  quan- 
to era  inflessibile  la  prima  nelle  sue  opinioni,  al- 
trettanto era  ferma  e  costante  la  seconda  in  non 
Toler  fare  atti  contrari  alla  sua  dignità,  e  la  cor- 
te britannica  si  sforzava  in  vano  d""  immaginare 
dei  compensi  per  conciliare  le  pretenzioui  della 
una  e  deirallra:  il  granduca  poi  pendente  queste 
contestazioni  si  teneva  in  silenzio.  Un  nuovo  ed 
impensato  accidente  messe  in  moto  tutti  i  gabi- 
netti d'Europa,  ed  accese  il  fuoco  di  nuova  guer- 
ra: ciò  fu  la  morte  di  Federigo  Augusto  II  re  di 
Polonia,  ed  elettore  di  Sassonia.  La  maggior  par- 
te dei  pollacchi  si  riunirono  in  proclamare  loro 
re  Stanislao  Leszynski, ch'essendo  suocero  del  re 
di  Francia  avea  tutto  l'appoggio  di  quella  corte, 
ma  non  era  voluto  né  dall'imperatrice  delle  Rus- 
sie, né  da  Carlo  VI,  che  sostenevano  il  figlio  del 
defunto  Augusto  II,  e  potetter  farlo  eleggere  li  5 
d'ottobre  dai  lituani  ,  e  dal  loro  partito,  e  chia- 
mossi  augusto  III.L''ingresso  dell'esercito  russo 
in  Polonia  fu  il  segnale  delle  ostilità  nel  Setten- 
trione, e  alla  metà  d'ottobre  i  francesi  passarono 
il  Reno,  e  il  maresciallo  di  Villars  calando  co'suoi 


Jn,i'jò2,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  585 

eserciti  dal  Deltìnato  in  Piemonte  e  unitosi  alle 
armi  del  re  di  Sardegna  sorprese  il  milanese  po- 
co o  nulla  guarnito  dagriraperioli:  fu  estrema  la 
commozione  a  Vienna,  vedendosi  assalire  da  tan- 
te parti  senza  essere  preparati  a  difendersi, e  col 
timore  che  anche  la  Spagna  poco  tarderebbe  ad 
invadere  il  regno  di  Napoli .  Il  granduca  si  trovò 
in  angustie,  e  non  potendo  impedire  lo  sbarco 
degli  spagnuoli  in  Livorno ,  temeva  di  attirar  la 
guerra  nel  granducato.  Doleasi  egli  perciò  col  car- 
dinale Fleurì  ministro  di  Luigi  XV,  che  dopo  a- 
ver  tutto  sacriQcato  al  desiderio  delle  potenze, 
non  si  avesse  dalle  slesse  per  lui  almeno  il  ri- 
guardo di  non  interrompergli  la  pace  di  quei 
pochi  giorni  che  gli  restavano  di  vita.  Tali  sen- 
timenti fecero  breccia  nell'animo  del  cardinale, e 
ordinò  al  maresciallo  di  Villars,  non  solo  d'aver 
lutti  i  riguardi  agli  stali  del  granduca  nelle  sue 
marce  e  posizioni,  ma  d  impedire  altresì  che  ^U 
austriaci  lo  potessero  attaccare  da  alcuna  parte. 
Simili  istanze  furono  portate  a  Vienna,  e  gli  fu 
promesso  tutto  il  riguardo.  Il  re  pure  di  Spagna 
ordinò  che  si  rispettasse  colla  maggiore  esattez- 
za e  vigilanza  la  neutralità  della  Toscana:  non 
fu  per  altro  possibile  d''impedire  lo  sbarco  degli 
spagnuoli  a  Livorno  (3a). 

g.  29.  Giungevano  frattanto  a  Livorno  le  di- 
visioni delParmala  spagnuoln,  che  in  numero  dì 
3oooo  uomini  doveva  agire  in  Italici.  11  granduca 
credeva  di  non  dovere  accordare  loro  che  il  solo 
passaggio,  ma  rimase  ben  sorpreso  quando  dal 
capitan  generale  deirarmatOj  conte  di  Muntemar, 
St,   Tose,  Tom.  10.  50 


586  AVVENIMENTI  STORICI  ^/I.1732. 

fu  fatta  istanza  che  fossero  le  truppe  acquartie- 
rate in  Toscana.  Non  ostante  la  scarsità  delle  rac- 
colte fu  necessario  il  condescendere,  e  furono  di- 
stribuite esse  truppe  nelle  diverse  province  della 
Toscana,  meno  un  distaccamento  di  3ooo  uomi- 
ni, che  sotto  il  comando  <lel  duca  di  Castro  Pi- 
gnano  marciò  nella  Lunigiana,e  pose  guarnigione 
in  Massa  di  Carrara  ed  in  Lavenza,  e  discacciò  il 
presidio  imperiale  dal  forte  d'Aulla.  Questi  furo- 
no i  primi  atti  di  ostilità  commessi  dalle  truppe 
spagnuole  in  Italia;  bastarono  però  essi  a  dar  co- 
roggio  all'infante  don  Carlo  di  svincolarsi  da  qua- 
lunque trattato,  e  prendere  la  risoluzione  di  go- 
vernare da  se  stesso.  Tulle  queste  disposizioni,! 
preparativi  di  guerra,  Tesorbitante  peso  di  tante 
truppe,  e  il  timore  che  il  teatro  della  guerra  po- 
tesse finalmente  aprirsi  in  Toscana,  tenevano  il 
governo  ed  il  popolo  in  costernazione  (33). 

g.  3o.  Dappertutte  le  parti  si  accelerarono  le 
operazioni  della  guerra.  In  Polonia  i  moscoviti 
si  avanzavano  a  gran  passi  verso  Varsavia,  e  pro- 
curavano di  rinchiudere  in  Danzica  Stanislao.  Al 
Reno,espugnato  il  forte  di  liell,  i  francesi  dispo- 
nevansi  all'assedio  d'altre  piazze.  In  Lombardia 
ai  gallo-sardi  non  rimaneva  da  fare  che  la  con- 
quista dì  Mantova:  la  Spagna  non  pareva  agire 
misteriosamente^  e  già  nuove  truppe  spagnuole 
erano  sbarcate  sulla  riviera  di  Genova  per  guar- 
dare lo  stato  di  Parma.  Solo  Fesercilo  che  trova- 
vasi  in  Toscana  era  destinato  ad  agire  separata- 
mente per  la  conquista  del  regno  di  Napoli, e  già 
Tinfante  se  n'  era  dichiarato  generalissimo.  Gli 


wdf/t.1734.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  687 

imperiali  per  la  lor  parte  faceano  scendere  dal 
Tirolo  una  poderosa  armala  sotto  il  comando  del 
conte  di  IVIercy.  Il  piano  di  questo  comandante  era 
di  fare  ogni  sforzo  pel  passaggio  del  Pò.  ed  indi 
attaccare  gli  spagnuoli  in  Toscana,  ed  impedir 
loro  in  questa  guisa  la  spedizione  di  Napoli.  II 
granduca  avea  saputo  questo  piano,  e  ricorrendo 
al  cardinale  di  Fleurì  fece  tutte  le  possìbili  pre- 
mure, acciò  venisse  impedito:  in  fatti  si  rinnova- 
rono gli  ordini  al  generale  di  Villars  ed  agli  altri 
comandanti  francesi  ,  acciò  si  disponessero  ad 
impedire  il  passaggio  del  Pò,  e  ad  ogni  evento 
tener  guardata  la  Toscana  dalT  invasione  degli 
imperiali.  Essendo  perciò  minacciato  di  guerra 
lo  stalo  di  Parma,  fu  risoluto  di  porre  in  sicuro 
rinfante,  facendolo  passare  in  Firenze,  ove  dovea 
sollecitarsi  la  spedizione  per  ÌNapoli. 

g.  3i.  A-i  primi  di  febbraio  giuns^  egli  in 
Firenze  accolto  con  tutti  gli  onori  e  con  tutta 
la  cordialità  dal  granduca  e  dall'*  elettrice.  Fu 
riunita  l'armata  spagnuola  nei  piani  d'A.rezzo  per 
dove  parli  Pinfante  il  24.  ed  intraprese  la  marcia 
colla  sua  armala  per  lo  stato  ponliiicio  alla  vol- 
ta del  regno  di  Napoli.  In  Toscana  non  erano 
rimaste  che  le  piccole  ed  incomplete  guarnigioni 
di  Livorno  e  di  Portoferraio.  L^  esercito  del  ge- 
nerale imperiale  maresciallo  Mercy  s^  avanzava, 
e  la  sicurezza  della  Toscana  non  era  affidala 
che  al  volere  dei  gallo-sardi  .  L"*  evento  incerto 
delle  armi  teneva  in  grave  timore  Giovan  Gastone 
ed  i  toscani  tutti.  Non  trovò  ostacolo  rìnfante  pel 
suo  ingresso  nel  regno  dì  Napoli  per  la  parte  di 


588  AVVEmMENTI    STORICI  ^«.1734. 

s.  Germano,  e  gli  fu  facile  quindi  avanzarsi  alla 
capitale,  poiché  tutte  le  proviucie  spontaneamen- 
te si  assoggettavano  ad  esso.  11  12  aprile  Tarmata 
spagnuola  si  postò  in  Anversa,  dove  furono  pre- 
sentate all'infante  le  chiavi  della  capitale,  nella 
fjuale  dopo  un  mese  fece  il  solenne  ingresso  . 
Questi  successi  raesseroin  tristezza  i  toscani,  poi- 
ché vedevano  che  sarehhero  ridotti  in  istato  di 
provincia.  Ciò  mosse  Giovan  Gastone  a  ricorrere 
al  cardinal  Fleurì,  acciò  nel  caso  che  V  infante 
restasse  in  Napoli  come  re,  fosse  sostituito  in  To- 
scana Tinfante  don  Filippo.  Si  concepì  a  Vienna 
un  forte  sospetto  che  il  granduca  fosse  parziale 
per  gli  spagnuoli,  e  si  questo  che  la  notizia  della 
richiesta  fatta  dal  medesimo  delTinfanle  don  Fi- 
lippo perla  Toscana, fecero  che  la  corte  di  Vienna 
riguardasse  quella  di  Firenze  come  nemica,  ed  il 
Bartolommei  come  diffidente.  TaPera  lo  stato  po- 
litico del  granduca  in  tempo  che  gli  eventi  della 
guerra  e  le  poche  speranze  che  vi  erano  di  pac« 
lo  rendevano  ancora  più  incerto .  GP  imperiali 
erano  destituti  di  forze,  e  leggieri  ostacoli  s"*  in- 
contravano dalP  infante  per  la  conquista  della 
Sicilia,  avendo  già  in  suo  potere  lutto  il  regno  di 
Napoli  (34). 

§.  32.  Il  cardinale  Fleurì  sempre  inclinato 
alla  pace, non  ostante  le  vittorie  dei  francesi,  mo- 
slravasi  pronto  ad  ascoltare  qualunque  proposi- 
zione ,  ma  la  Spagna  non  vi  preslava  orecchio 
senza  i  preliminari  della  cessione  di  lutti  gli  slati 
d"*  Italia.  Diversi  progetti  frattanto  facevansi  di 
pacificazione,  senza  che  si  venisse  però  a  veruna 


j^n.M35.  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XT.  58c) 

conclusione.  Non  ostante  le  potenze  marillime 
non  perdevano  la  speranza  d'  indurre  i  bellige- 
ranti ad  accettare  coudizioni  per  procedere  ad 
un  armistizio.  Si  prendeva  intanto  in  considera- 
zione nei  gabinetti  V  antico  piano  di  Luigi  XIV, 
consistente  nella  permuta  della  Toscana  colla 
Lorena,  e  questo  pareva  il  compenso  più  adat- 
tato alle  circostanze.  L'^irresolulezza  delTimpera- 
tore  dava  occasione  agli  spagnuoli  ed  agli  alleati 
di  far  nuove  conquiste,  e  perciò  si  posero  in  mar- 
cia da  Napoli  18000  uomini  per  riunirsi  ai  gallo- 
sardi ,  e  far  1'  assedio  di  Mantova ,  unica  piazza 
che  rimaneva  in  Lombardia  alTimperatore.  Que- 
sta truppa  spagnuola  di  ritorno  da  Napoli  s"*  in- 
trodusse di  nuovo  nel  granducato  sotto  il  coman- 
do del  duca  di  Montemar,  il  quale  avendo  stabi- 
lito il  suo  quartier  generale  a  Prato,  spedì  un 
distaccamento  per  attaccare  i  porti  di  Siena,  che 
erano  ancor  soggetti  alfimperatore.  Il  granduca 
ricevette  con  apparente  amorevolezza  questi  o- 
spiti,  ma  gli  riusciva  non  poco  sgradevole  il  ve- 
dere che  le  potenze  maritlime,senza  ch'egli  fosse 
invitato  a  concorrervi,  contrattavano  il  suo  stato, 
la  sua  quiete,  la  sua  libertà,  mettendole  a  prezzo 
per  saziare  Tambizione  dei  belligeranti.  Parti  il 
duca  di  i>Ionlemar  dalla  Toscana  ai  primi  di  mag- 
gio per  far  Passedio  di  Mantova  di  concerto  con 
i  gallo-sardi,  ma  questi  non  corrisposero  a  tutto 
ciò  di  cui  si  riprometteva  il  generale  spagnuolo, 
cosicché  insorsero  molte  dissensioni  fra  di  loro, 
per  le  quali  Tassedio  era  ritardato,  e  da  ciò  Tlta- 
lia  traeva  delle  lusinghe  di  pace:  Carlo  VI  la  «ie- 

5o* 


590  AVVENIMENTI  STORICI  AnAZ^y, 

siderava  più  degli  altri,  e  perciò  prestava  orecchio 
alle  proposizioni  che  dalla  Francia  gli  veuivan 
fatte  segretamente. 

g.  35.  Diversi  erano  i  piani  di  pacificazione  che 
circolavano  per  rEuropa,formati  dai  politici  delle 
differenti  nazioni,  per  combinare  le  diverse  vedute 
delle corti(35).Precorrevane  daqualchelempouno 
d'accomodamento  tra  i  belligeranti,  sebbene  senza 
veruna  forma  d'  autenticità ,   nel  quale  pareano 
bilanciati  gl'inleressi  di  tutti.  A.ssegnavasi  in  esso 
al  re  Stanislao  dopo  la  solenne   abdicazione  al 
trono  la  Polonia,  i  ducati  di  Lorena  e  di  Bar,  af- 
finchè dopo  di  esso  fossero  incorporati  alla  Fran- 
cia. Al  duca  di  Lorena  si  assegnava  in  congua- 
glio Piuliera  successione  del  granducato  di   To- 
scana, i  porti  di  Siena  e  tutta  l'Isola  dell'Elbar  si 
disegnava  per  il  re  di  Sardegna  quella  parte  del 
milanese  ch'è  fra  il  Tesino  ed  il  Piemonte:  al  re 
Carlo  davasi  la  Sicilia  e  la  Sardegna,  ed  alfimpe- 
ratore  si  rilasciava  il  regno  di  Napoli,  lo  stato  di 
Parma  ed  il  rimanente  della  Lombardia.  Nel  tem- 
po che  le  potenze  marittime  trattavano  all'  Haia 
la  maniera  di  promuovere  un  armistizio  ,  e  suc- 
cessivamente fissare  un  luogo  per  un  congresso, 
restò  a  Vienna  conclusa  la  pace  segretamente  tra 
r  imperatore  e  la  Francia,  e  ne  furono  segnati  i 
preliminari  li  3  ottobre,  i  quali  in  sostanza  por- 
tavano, che  si  assegnava  a  Francesco  III  duca  di 
Lorena  la  successione  eventuale  della  Toscana  , 
con  che  dovesse    cedere    immediatamente    al   re 
Stanislao  il  ducato  di  Bar,  e  T  imperatore  lo  in- 
dennizzaise  annualmente  delle  rendite  di  quello. 


Jn.ilZS,  DEI  TEMPI  MEDICEI  CIP.  XI.  591 

Mediante  l'abdicazione  del  re  Stanislao  il  re  Au- 
gusto restava  pacificamente  al  possesso  della  Po- 
lonia .  Per  assicurare  al  duca  di  Lorena  la  suc- 
cessione della  Toscana,  doveano  introdursi  nelle 
pia2ze  forti  del  granducato  6000  uomini  di  truppe 
imperiali,  subito  che  ne  partissero  le  spagnuole  . 
Il  porlo  di  Livorno  dovea  rimanere  porlo  franco  , 
e  l'infante  don  Carlo  dovea  ritenere  il  regno  del- 
le due  Sicilie,  i  pòrti  dello  stato  di  Siena  e  Lun- 
gone. All'imperatore  si  rendevano  tutte  le  altre 
conquiste,  e  di  più  lo  stato  di  Parma,  con  obbligo 
però  di  non  ripetere  dal  papaia  disincamerazione 
di  Castro.  Si  obbligarono  i  collegali  a  garantire  la 
prammatica  sanzione,  e  si  riservava  ai  commissari 
da  nominarsi  il  dettaglio  per  i  limiti  da  stabilire.Fi- 
nalmenle  si  determinava  un  congresso  per  de  ve- 
nire ad  un  trattato  definitivo,  ed  intanto  si  sospen- 
devano le  ostilità.  Questa  convenzione  dovendosi 
comunicare  alla  corte  di  Spagna  fu  tenuta  occul- 
ta per  qualche  tempo ,  e  le  armate  francesi  sta- 
vano in  una  totale  inazione  tanto  al  Reno  quan- 
to in  Lombardia  (36). 

g.  34.  Data  che  ne  fu  cognizione  alla  corte  di 
Spagna  restò  questa  molto  sorpresa  che  la  Fran- 
cia avesse  in  ciò  da  sé  sola  arbitrariamente  agito, 
ed  era  perciò  renitente  ,  vedendo  che  le  potenze 
marittime  vi  accedevano,  e  che  le  pressavano  ad 
acconsentirvi,  e  vedendo  inoltre  che  le  sue  ar- 
male abbandonate  dagli  alleati  sostener  doveano 
esse  sole  tutto  lo  sforzo  delle  truppe  imperiali , 
che  scendevano  dal  Tirolo,  cede  finalmente  alle 
comuni  insinuazioni  ,  e  dichiarò  di  acceitnre  i 


5^0.  AVVENIMENTI  ST0RÌC1  ^/l.1736. 

preliminari,  esigendo  però  nuove  cautele  dalPim- 
peratore  e  dalla  Francia.  Il  dì  3o  gennaio  fu  se- 
gnala a  nome  del]''imperalore  una  dichiarazione, 
nella  quale  specialmente  si  prometteva  di  garan- 
tir ciò  che  riguardava  il  re  delle  due  Sicilie  e  la 
Francia,  ancora  con  altra  dichiarazione  dell'istes- 
so  giorno  facevasi  garante  coir  imperatore  della 
intiera  e  pronta  effettuazione  delle  condizioni 
toccanti  la  Spagna  medesima.  Queste  dichiara- 
zioni detter  luogo  ai  respeltivì  generali  di  com- 
binare fra  loro  il  modo  delT  esecuzione  ^  nondi- 
meno molte  furono  le  dìflScollà  che  s' incontra- 
rono poi  da  tutte  le  parti ,  poiché  la  repugnanza 
del  duca  di  Lorena  air  intiera  cessione  dei  suoi 
stati  rilardava  Tesecuzione  dei  preliminari.  Si  ef- 
fettuò a  Vienna  il  dì  ladi  febbraio  il  matrimonio 
del  duca  Francesco  di  Lorena  con  Tarciduchessa 
Maria  Teresa  primogenita  di  Carlo  VI ,  e  questo 
atto  sollecitò  facilmente  il  consenso  per  la  ces- 
sione j  e  contribuì  ad  affrettare  V  effettuazione 
della  pace.  Il  5  di  marzo  fu  fissata  una  conven- 
zione tra  r  imperatore  e  la  Francia  per  ritirare 
le  truppe  dal  Reno,  ed  evacuare  le  piazze  già 
conquistate;  e  finalmente  il  dì  ii  d''aprile  restò 
fissata  un*"  altra  convenzione,  che  rilevando  ed 
estendendo  lo  spirito  delle  condizioni  stipulate 
nei  preliminari  ,  stabiliva  un  metodo  preciso  ed 
universale  per  Tesecuzione  di  esse.  Ciò  che  poi  più 
di  tutto  contribuiva  ad  accelerare  Teffettuazione 
della  pace,  era  la  promessa  della  pronta  cessio- 
ne della  Lorena  stipulata  in  due  articoli  separati. 
Siccome  poi  dal  contesto  dei  preliminari  non  appa- 


y^n.1736.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.XI.  ^^% 

riva  annullata  la  convenzione  fatta  in  Firenze  nel 
1731  col  re  di  Spagna,  e  perciò  rimaneva  in- 
certa V  indennizzazione  degli  allodiali  di  Lorena 
con  quelli  di  Toscana,  la  corte  di  Francia  si  fece 
garante  unitamente  airiniperalore  del  consegui- 
mento del  duca  di  Lorena  di  tutti  gli  allodiali 
medicei  esistenti  in  Toscana-(37). 

g.  35.  Pendenti  questi  negoziati  non  si  face- 
va in  Firenze  che  deplorare  la  fatalità  del  gran- 
duca, ed  il  poco  riguardo  praticato  con  esso  dalle 
potenze.  Già  egli  per  questo  funesto  andamento 
delle  cose  era  caduto  in  una  tetra  malinconìa, 
oltre  di  che  la  sua  salute  già  da  qualche  tempo 
vacillante  lo  rendeva  ahbattuto  di  corpo  e  di 
spirito,  e  perciò  lasciava  che  il  caso  e  V  arbitrio 
dei  suoi  ministri  e  domestici  regolassero  tutti  gli 
affari  della  sua  corte  e  dello  stato.  Le  grandi  cau- 
tele ohe  esigeva  il  consenso  del  duca  Francesco 
per  la  cessione  della  Lorena  portavano  un  pro- 
crastinamento alPuniversale  esecuzione  dei  pre- 
liminari segnati  il  dì  3  d''oltobre  tra  l'imperatore  e 
la  Francia.  D'altronde  poi  il  detto  consenso  era 
la  condizione  massimamente  voluta  dalla  Fran- 
cia ,  dalla  quale  doveva  in  seguito  dipendere  la 
efiTettuazione  delle  condizioni  risguardanti  la  Spa- 
gna. Volevasi  che  il  re  Carlo  cedesse  nella  più 
ampia  forma  agli  allodiali  medicei ,  ma  una  tal 
cessione  veniva  apertamente  negata  perchè  non 
prescritta  dai  preliminari  ,  e  perchè  il  re  cre- 
deva gli  allodiali  dovuti  a  sé  per  diritto  di  san- 
gue. Il  granduca  poi  insisteva  che  si  dichiarasse 
sciolta  la  convenzione  di  Firenie  dei  i73i,  e  che 


594  AVVEDIMENTI  STORICI  ^«.1736. 

egli  potesse  convenire  col  nuovo  successore  . 
Tutte  queste  difficoltà,  ed  altre  questioni  insorte 
tenevano  sospesi  gli  animi  dei  principi  e  dei  po- 
poli ,  ed  impedivano  che  si  ritraesse  il  frutto  di 
un.i  pace  tanto  desiderata*,  ma  finalmente  supera- 
tasi ogni  repugnanza  del  duca  di  Lorena  restò  il 
di  2.8  di  agosto  fissata  una  convenzione  tra  Tim- 
peratore  e  la  Francia,  nella  quale  si  stabiliva  che 
avrebbe  immediatamente  avuto  luogo  la  cessione 
formale  della  Lorena  al  re  Stanislao,  allorquan- 
do la  Toscana  fosse  evacuata  dagli  spagnuoli  e 
presidiata  dai  tedeschi ,  come  pure  disponevasi 
in  essa  tutto  ciò  che  riguardava  le  convenienze 
della  casa  di  Lorena  e  la  garanzia  degli  allodiali 
medicei  (38). 

g.  36. 11  conte  di  Zìnzendorflf  pose  in  campo 
proposizioni  le  più  odiose  alla  casa  x>Iedici,  e  ri- 
gettando la  forma  della  convenzione  del  i73i 
dichiarava  al  ministro  di  Giovan  Gastone  che  non 
poteasi  ammettere  il  titolo  e  T  onorificenza  di 
granduchessa  per  Pelettrice,  né  si  poteva  esime- 
re la  Toscana  dalla  feudalità  e  dalle  guarnigioni 
imperiali.  Dall'altro  canto  il  duca  di  Lorena  non 
trovava  la  convenienza  di  Firenze  coerente  ai 
propri  interessi,  poiché  considerando  il  grandu- 
cato in  linea  di  mero  equivalente  di  ciò  che  avea 
ceduto,  riguardava  questo  negoziato  in  quei  pun- 
ti di  vista  coi  quali  si  trattano  le  rigorose  com- 
pensazioni tra  privato  e  privato.  In  conseguenza 
di  ciò  egli  non  si  credeva  in  dovere  di  diminuire 
nella  minima  parte  la  sovranità  di  Toscana  per 
compiacere  allVlettrice,  di  capitolare  con  Giovan 


Jn.i'JòG,         DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.    XI.  $95 

Gastone  per  rapporto  alla  forma  del  governo  da 
tenersi  dopo  di  lui,  né  di  accollarsi  i  debiti  pub- 
blici della  Toscana  in  somma  maggiore  di  quella 
che  la  Francia  si  era  accollata  per  la  Lorena,  o 
al  più  progettava  di  caricarsene  per  una  quantità 
proporzionata  al  valore  degli  allodiali  che  gli  era- 
no offerti.  Nella  convenzione  di  Firenze  si  renun- 
ziava  solamente  agli  allodiali  esistenti  in  Tosca- 
na, e  questi  non  credevansi  sufficienti  a  compen- 
sare i  debiti  pubblici.  La  casa  di  Borbone  che 
contrattava  integralmente  la  successione  di  To- 
scana, poteva  usare  della  compiacenza  a  chi  glie 
ne  facilitava  il  conseguimento,  ma  U  duca  di  Lo- 
rena che  vi  era  chiamato  a  titolo  d*'indennità,  non 
poteva  estendersi  oltre  i  limiti  di  una  giusta  com- 
pensazione. 

g.  37  .  Se  questo  rigore  aggravava  la  casa 
Medici,  apparteneva  alle  potenze  autrici  dei  pre- 
liminari il  promuovere  dei  nuovi  mezzi  di  comu- 
ne sodisfazione.  Infatti  conoscevasi  pienamente 
a  Firenze  che  il  duca  Francesco,  sacrificalo  non 
meno  che  Giovan  Gastone  alPaltrui  prepotenza, 
non  avrebbe  facilmente  aderito  alle  condizioni 
che  aveva  accordate  la  Spagna,  e  perciò  non  man- 
cavasi  di  suggerire  dei  mezzi,  i  quali  impiegando 
Tequivalente  che  gli  era  destinato  dessero  luogo 
a  piegarsi  ai  desideri  della  casa  Medici.  Si  pose  io 
considerazione  alT  imperatore  che  niun  trottato 
avea  fin  allora  disposto  del  feudo  di  Piombino , 
il  quale  essendo  sotto  Talto  dominio  dell'impero 
rimaneva  in  potere  degli  spagnuoli,  senza  che  vi 
avessero  alcun  diritto^  che  quello  slato  riunen- 


596  AVVENIMENTI  STORICI  uin,Mò6. 

dosi  alla  Toscana,  olire  i  comodi  che  gli  avrebbe 
prodotti  per  la  facilità  delle  coste  e  per  la  comu- 
nicazione di  Portoferraio,  Tavrebbe  anche  liberata 
dal  timore  delle  forze  di  Spagna  che  vi  risedeva- 
no. La  vacanza  del  ducato  di  Massa  e  l'alto  domi- 
nio della  Lunigiana,  offrivano  il  modo  d^ngra udi- 
re al  duca  di  Lorena  la  successione,  e  facilitavano 
i  mezzi  più  efficaci  di  stabilirla  con  reciproca  so- 
disfazione.  II  barone  di  p.ichecourt  ministro  del 
duco  di  Lorena  gustava  queste  proposizioni, e  spe- 
cialmente la  convenienza  dello  stato  di  Piombino 
per  la  Toscana,  mentre  questo  feudo  non  restan- 
do compreso  fra  le  piazze  cedute  al  re  delle  due 
Sicilie  nei  preliminari,  pareva  facile  il  conseguirlo 
dall'imperatore.  Lo  stesso  duca  Francesco  trattò 
col  suocero  di  questi  acquisti  per  farne  un  più 
giusto  equivalente  a  quanto  perdeva,  ma  trovò  in 
esso  e  nei  suoi  ministri  tutta  la  durezza  e  un  grave 
timore  di  dare  agli  spagnuoli  un  motivo  di  nuove 
contestazioni.  La  fiducia  ciecamente  riposta  nel- 
rimperatore  neiratto  di  fare  il  primo  sacrifizio, 
l'obbligava  a  proseguire  cogli  stessi  riguardi  per 
contribuire  all'ultimo  compimento  dei  prelimi- 
nari, e  segnare  la  cessione.  Senza  di  questo  non 
poteva  effettuarsi  V  evacuazione  della  Toscana, 
e  neppure  intraprendersi  il  trattato  colla  corte 
di.  Spagna  sopra  gli  allodiali  di  Toscana  e  di  Par- 
ma (39). 

g.  38.  Rimasta  finalmente  concertata  la  forma 
degli  atti  di  cessione,  procederono  di  poi  gli  spa- 
gnuoli ad  evacuare  la  Toscana,  e  il  generale  du- 
ca di  Montemar  significò  al  granduca  con  una  let- 


JftJ'^'ìl .  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  697 

tera  obbligarli  e  e  piena  di  riconoscenza  la  sua 
partenza  da  questa.  Infanto  mentre  imbarcavasi 
a  Livorno  Tarmata  spagnuola  si  teneva  un  con- 
gresso a  Pontrernoli  fra  gli  spagnuoli  ed  i  tede- 
schi per  fare  il  cambio  degli  atti  necessari  di 
cessione,  e  concertare  i!  modo  della  introduzione 
delle  guarnigioni  tedesche  in  Toscana.  II  giorno 
5  di  gifuiiaio  restò  con  iscambievole  sodisfazione 
sciolto  il  congresso,  e  il  barone  di  Wachlendonck 
generale  comandante  della  nuova  guarnigione 
imperiale,  concertò  col  conte  Mariani  generale 
spagnuolo,  e  col  barone  Velluti  deputato  del  gran- 
duca e  maestro  di  campo  il  metodo  della  introdu- 
zione, e  il  ripari imento  delle  truppe  pel  grandu- 
cato. Ritiratesi  per  tanto  dalla  Toscana  tutte  le 
truppe  spagnuole,il  conteKevennulIer  comandan- 
te generale  delTimperatore  in  Italia,  inviò  a  f'i- 
renze  il  generale  Brailwifz  per  prevenire  il  gran- 
duca della  imminente  introduzione  delle  guarni- 
gioni tedesche:  in  questa  occasione  il  generale 
usò  ogni  atto  di  rispetto  e  di  officiosità  al  gran- 
duca, sì  per  meritarsi  la  di  lui  stima,  cbe  per  ri- 
muovere dai  popoli  della  Toscana  quelPavversio- 
ne  che  avevano  concepito  contro  i  tedeschi  (4n)' 

g.  39.  Introdottisi  (ter  tanto  pacitìcamente  i 
tedestOìi  in  Toscana,  si  venne  alPatto  del  giura- 
mento, che  fu  prestalo  solennemente  in  Livorno 
dal  generale  Wachlendonck,  e  Io  ricevè  a  nome 
del  granduca  il  marchese  Giuliano  Capponi  gover- 
natore di  quella  piazza.  L*  uflìzialità  tedesca  non 
lasciò  di  esercitare  tutti  quegli  atti  di  gentilezza 
e  di  officiosità  che  poterono  obbligare  il  gramiu- 

St.   Tose.   Tom.  iO.  51 


59S  ATVEKIMENTI  STORICI  An.Mll . 

ca  e  la  nazione.  Ciò  che  poi  richiamava  più  d'ogni 
altro  Patlenzione  dei  ministri  di  Giovan  Gastone 
era  ^apertura  dei  negoziati,  regolare  la  succes- 
sione del  duca  di  Lorena,  e  la  convenzione  da  sta- 
bilirsi tra  le  due  famiglie:  poiché  eseguiti  ormai  i 
preliminari  discutevasi  a  Vienna  la  forma  delPin- 
vestitura  eventuale  del  granducato.  In  questa 
parte  sì  i  ministri  lorenesi  che  quello  del  gran- 
duca aveano  lo  stesso  interesse  di  esigere  dallo 
imperatore  tutte  le  concessioni  tendenti  ad  alleg- 
gerire e  rendere  quasi  insensibile  il  peso  della 
feudalità.  Si  posero  in  considerazione  le  preroga- 
tive della  Lorena,  affinchè  si  trasferissero  sopra 
la  Toscana  secondo  lo  spirito  dei  preliminari,  si 
rammentò  il  sacrifizio  fatto  dal  duca  dei  propri 
stati  per  procurare  all'imperatore  e  all'impero  il 
benefìzio  della  pace,  e  in  conseguenza  si  doman- 
dò per  il  successore  di  Toscana  il  vicarialo  im- 
periale, non  solo  del  granducato,  ma  ancora  di 
tutti  i  feudi  circonvicini,  sullo  stesso  modello  di 
quello  accordato  già  dai  passali  imperatori  ai  du- 
chi di  Savoia.  Ciò  avrebbe  portato  in  conseguen- 
za Tespeltaliva  per  tutte  le  vacanze  de'detti  feu- 
di, ed  avrebbe  facilitalo  Tincorporo  di  Piombino, 
il  quale  già  fortificavasi  dagli  spagnuoll,  e  faceva 
temere  perla  tranquillità  di  Toscana.  Wa  Comec- 
ché queste  istanze  non  erano  coerenti  alle  riser- 
ve inserite  nella  capitolazione  imperiale,  e  giudi- 
cavasi  che  il  promuovere  con  Pimpero  e  con  gli 
spagnuoli  Tinoorporo  di  Piombino,  potesse  pro- 
durre delle  odiose  contestazioni,  che  intorbidas- 
sero una  pace  acquistata  con  tante  perdite,  il  mi- 


-^«.1737.  DEI    TEMPI    MEDICEI  GAP.  XI.  699 

nistero  imperiale  procurò  di  addolcire  con  le  lusin- 
ghe la  negativa  di  tali  domande,  e  si  apposero  nel 
diploma  lulte  leclausule  più  ampie  di  concessione 
che  potessero  emanare  dall'autorità  dell'impera- 
tore.  In  conseguenza  di  ciò  il  24  di  gennaio  fu  se- 
gnato il  diploma  d'investitura  eventuale,  in  cui 
asspgnavasi  la  Toscana  al  duca  Francesco  e  suoi 
discendenti  maschi  in  infinito  per  ordine  di  pri- 
mogenilura,  e  dopo  di  essi  al  principe  Carlo  di 
Lorena  e  suoi  discendenti  maschi  collo  stess'or- 
dine,e  dopo  la  mancanza  di  lutti  i  maschi  alle  fem- 
mine. Tulli  i  differenti  dominii  componenti  Pin- 
tjera  sovraniià  di  Giovaa Gastone  doveano  passa- 
re nel  successore  sotto  uno  stesso  ed  unico  tito- 
lo, e  ciò  toglieva  <li  mezzo  i  molli  e  «liversi  vin- 
coli ohe  seco  portavano  Io  slato  di  Siena  e  gli 
alfri  feudi  imperiali  (4  i). 

g.  40.  In  sequela  di  lutto  ciò  restava  soltanto  da 
stabilirsi  il  patto  di  famiglia  Ira  la  casa  de''i>Iedici 
e  quella  di  Lorena.  Vari  furono  i  progetti  sopra 
di  ciò,  fra  i  quali  vi  fu, che  siccome  esigevasi  dal 
granduca  qualche  sicura  speranza  onde  la  Tosca- 
na non  dovesse  esser  sempre  provincia  di  un  so- 
vrano assente  ,  e  si  stabilisse  a  Firenze  la  resi- 
denza  del  principe  Carlo,  o  la  renunzia  dello  slato 
al  medesimo  nel  caso  che  il  duca  Francesco  conse-» 
guisse  la  corona  imperiale,  i  ministri  cesarei  e 
quei  di  Lorena  assicurarono  il  Bartolommei,  che 
non  restando  la  Toscana  compresa  nella  pram- 
matica sanzione^  né  polendo  a  forma  del  trattalo 
di  Lorena  essere  incorporala  cogli  stali  ereditari 
della  casa  d'Austria^  subito  che  la  successione 


600  ATVENIWENTl  STORICI  w<f/l.1737. 

austriaca  si  fosse  consolidata  nel  primogeuilo  dei 
duca  Francesco,  il  granducato  sarebbe  stato  tra- 
sferito al  secondogenito,  o  in  mancanza  di  esso 
nel  principe  Carlo  e  suoi  discendenti,  i  quali  a- 
viphber  potuto  sodisfare  ai  popoli  di  Toscana 
colla  loro  presenza.  Parve  ben  duro  al  granduca 
e  airelettrice  che  si  pretendesse  di  privarli  della 
facoltà  di  disporre  dei  loro  beni  comune  a  tutti 
i  privati,  e  di  sottoporre  una  casa  regnante  a  uù 
rendimento  di  conti,  né  pareva  giusto  che  l'in- 
dennità della  casa  di  Lorena  si  dovesse  procursrre 
col  sacrifizio  della  libertà  e  del  patrimonio  di  due 
principi  che  non  avevano  veruna  parte  nelle  tur- 
bolenze che  agitavano  l'Europa.  Tali  progetti  non 
incontravano  Tapprovazione  delle  potenze  autri- 
ci dei  preliminari,  poiché  non  si  voleva  irritare 
la  Spagna  che  credeva  avere  delle  ragioni  per  di- 
ritto di  sangue  sugli  allodiali  medicei.  L'impera- 
tore tanto  per  sodisfare  ai  più  obbliganti  uffici 
col  granduca  e  Telettrice,  quanto  per  provvedere 
a  tutti  quegli  eventi  che  Tela  e  la  poca  salute  di 
Giovan  Gastone  facevan  credere  non  molto  re- 
moli, spedì  a  Firenze  il  principe  Marco  di  Craun 
in  qualità  dì  suo  plenipotenziario.  Era  essoinca- 
ricatodi  persuadere  il  granduca  della  convenien- 
za delle  condizioni  pretese,  e  di  stare  in  guardia 
acciò  gli  spagnuoli  non  estorcessero  da  esso  qual- 
che disposizione  che  compromettesse  la  quiete  e 
gl'interessi  dei  popoli  di  Toscana.  Fu  accolto  que- 
sto ministro  con  tutte  le  dimostrazioni  di  gradi» 
mento  e  di  buona  fede,  ma  non  ebbero  luogo  i 
suoi  negoziati,  poiché  il  granduca  temeva  degli 


^n.1;37.  DEI  tempi  MEDICEI  CAP.  XI.  6oi 

spa^nuoli.  e  perchè  le  sue  infermità  lo  tenevan 
lontano  da  qualunque  affare  (4a). 

§.41-  Fin  dal  principio  flell'inverno  Giovan 
Gastone  era  sfato  attaccalo  dai  calcoli  e  dalla  got- 
ta,e  nell'ingresso  delPeslale  cominciò  il  suo  sto- 
maco a  perdere  il  naturale  YÌgore;gli  sopraggiun- 
se la  febbre,  e  l'universale  tumefazione  del  corpo. 
L'elettrice  non  mancò  in  queste  circostanze  della 
sua  più  vigilante  attenzione  per  sodisfare  ai  de- 
si'Ieri  del  pubblico,  ma  tutte  le  di  lei  premure  ed 
i  limedi  suggeriti  dall'arte  niedica  furono  inu- 
tili, poiché  il  granduca  dovette  finalmente  cedere 
alla  forza  del  male,  e  morì  li  9  di  luglio  in  età  di 
66  aimi,  dopo  averne  regnati  tredici.  Un  acciden- 
te così  funesto  empi  di  sbigottimento  la  corte  ed 
il  ministero,  e  tutti  i  popoli  della  Toscana  com- 
piansero  un  yirincipe  liberale,  benefico  e  riompas- 
sionevole.  Dotato  di  molto  spirito,illuminato  dalla 
filosofia  posseitevn  la  stima  dei  dotti,  e  rammìrn- 
zione  degl'idiotitle  sue  qualità  morali  erano  quel- 
le che  comunemente  si  desiderano  in  ogni  prin- 
cipe, e  fintanto  che  godette  del  necessario  vigore 
di  spirito  e  di  macchina,  invigilò  da  sé  stesso  al 
governo,  ed  i  primi  setJe  anni  del  suo  regno  si 
contarono  tra  i  più  felici  che  fino  a  quel  tempo 
avesse  goduto  da  più  secoli  la  Toscana.  I  suoi 
\'ìi'ì  furono  magnificati  oltre  la  verità,  perchè  le 
sue  massime  di  moderazione,  di  scioltezza  e  di  li- 
bertà non  facevano  gl'interessi  di  tutti  gli  ordini 
di  persone,  e  specialmente  di  chi  avea  tanta  par- 
te iielTanlecedente  governo,  ma  le  sue  virtù  non 
si  polciuijo  teliite.  e  le  lacriiue  deiruniversale  uè 


6oa  AVVENIMENTI    STORICI  An.MM. 

attestarono  la  verità.  Allorché  la  di  lui  salute  di- 
venne incerta,  e  che  la  debolezza' della  sua  mac- 
china Fobbligò  ad  un  lungo  decubito,  e  a  star  ri- 
stretto nei  limiti  della  sua  cam<?ra,  non  volendo 
privarsi  delTesercizio  delle  beneficenze,  la  fatali- 
tà volle  che  il  domestico  suo  favorito  diventasse 
Tarbilro  delle  medesime  e  le  rendesse  venali:  re- 
so inaccessibile  ed  incapace  di  agire  da  per  se 
stesso  dovè  abbandonare  totalmente  ai  ministri 
la  somma  del  governo,  e  ciò  produsse  la  sovver- 
sione di  tutto  il  buon  ordine  (43). 

§.4a.  Fra  le  poche  cose  che  riconoscono  la  loro 
istituzione  da  Giovan  Gastone(fl),  merita  d*essere 
annoverata  la  fondazione  della  Pia  casa  di  lavoro 
per  occuparvi  i  poveri  det  granducato  in  quei  la- 
vori che  atla  loro  capacità  si  adattassero^  stabi- 
limento ch'egli  fondò  sopprimendo  lo  spedale  di 
Bonifazio  sotto  il  titolo  di  s.  Giovanni  Battista 
nel  1734,  e  che  il  pontefice  Clemente  XII  arric- 
chì dei  beni  e  delle  rendite  di  quattro  conventi 
di  monache,  le  quali  in  tal  cirrostanza  furono 
soppressi.  Benché  alla  sua  morte  Giovan  Gasto- 
ne lasciasse  un  debito  pubblico  di  circa  sessanta 
cinque  milioni  di  lire  a  causa  delle  truppe  spa- 
gnuole  che  per  sei  anniavean  presidiato  Pisa,  Li- 
vorno e  Portoferraio,  pure  lo  stalo  in  cui  egli 
lasciò  la  Toscana  era  ben  diverso  da  quello  in  cui 
la  ricevette.  Allora  una  miseria  generale  effligge- 
va  i  sudditi,  ora  l'erario  pubblico  rigurgitava  di 
contanti,  ed  i  popoli  quasi  riavuti  dalle    passale 

(a)  Ved.   tav.  CXXXVI,  IN..8. 


JnAl^l-  DEI  TEMPI  MEDICEI  GAP.  XI.  6o3 

sciagure  le  avevano  pressoché  dimenlicate.  Allo- 
ra un  fasto  malinteso  alla  corte,  e  un'avarizia 
perniciosa  ai  sudditi  ed  utile  solo  alfambizione 
di  Cosimo  e  dei  tristi  che  lo  ingannavano,  ora  un 
parco  trattamento  dei  principe  ed  una  meno  ini- 
provida  amministrazione  di  giustizia,  sebbene 
sempre  difettosa,  facevano  amare  quello  che  reg- 
geva, mentre  per  Io  avanti  era  esecralo:  e  mal- 
grado che  ai  tanti  ipocriti  che  prima  si  aggiravano 
intorno  alla  corte  ora  si  vedesse  sostituito  uno 
stuolo  di  giovanastri  pensionati  per  tener  solle- 
vato il  granduca,  onde  al  bigottismo  disgraziata- 
mente era  subentrato  il  libertinaggio,  la  nazione 
trovandosi  meglio  governata  che  prima,  non  odia- 
va il  principe-  e  solo  di  lui  parlavano  male  quelli 
ai  quali  lolla  già  la  maschera  non  rimaneva  esti- 
mazione pubblica,  né  altro  mezzo  di  difesa  che 
magnificare  i  difetti  di  colui  oblerà  stato  la  causa 
della  loro  rovina  (44)-  ^^  accrescimento  di  cari- 
che in  grazia  delle  persone,  una  compiacenza  u- 
niversale  nelPaccordare  delle  condonazione  di  de- 
biti, le  frequenti  elargita  capricciose  e  inconsi- 
derale, e  finalmente  una  generale  indolenza  per 
invigilare  alla  retta  amministrazione,  riducevano 
qualche  volta  il  granduca  a  mancar  di  danaro  per 
le  ordinarie  sue  spese  (45)« 

g.  43.  Lo  slesso  Giovan  Gastone  dava  tutta 
la  mano  per  quesfeffelto,  apprendendolo  forse 
come  runico  mezzo  che  gli  restasse  per  gratificare 
i  suoi  sudditi.  Questo  disordine  siccome  era  cau- 
sa del  profitto  di  molti,  rendeva  per  conseguenza 
|)iù  difficile  e  pericoloso  il  rimedia  I  sudditi  si 


6o4  AVVENIMENTI  STORICI  AnA''j'M  . 

arricchivano  a  spese  del  principe,  e  le  vicende 
della  Toscana  piuttosto  che  apportar  loro  dei 
danni,  come  accadde  sotto  Cosimo  III,  le  cagio- 
narono dei  vanlaggi  considerabili.  L'oro  che  gli 
spagnuoli  profusero  a  larga  mano  per  averne 
in  copia  ricevuto  dal  governo  toscano,  avea 
rianimato  la  mercatura,  e  la  pace  e  la  cessazione 
di  tanti  gravami  la  favorivano.  Una  certa  libertà 
di  costumi  e  la  moderazione  del  governo,  solle- 
vandogli spiriti  dair  oppressione,  ispiravano  le 
intraprese  e  l'industria  (46).  Le  scienze. le  lettere, 
il  commercio  de<^aduti  e  scoraggili  nel  tempo  di 
Cosimo  III,  riebbero  in  qualche  molo  anima  sot- 
to Giovan  Gastone  ,  ma  tanto  poco  fiorirono 
anche  in  questo  tempo,  che  non  è  troppo  azzardo 
il  dire  che  tuttora  mantenevansi  \ì\  decadenza  (47,)' 

g.  44-  inacquerò  a  quesl^  epoca  molti  uomini 
di  genio  che  si  distinsero  pei  loro  talenti,  e  Gio. 
Gastone  senza  promuoverli  e  favorirli  con  distin- 
zione li  stimava  e  T  incoraggiva .  Destituiti  da 
ogni  autorilà  acquistala  sotto  Cosinìo  III  coloro 
che  aveano  abusato  della  inquisizione,  non  pote- 
rono opprimere  la  Toscana  ,  poiché  per  quanto 
gl'inquisitori  col  pretesto  di  perseguitare  i  liberi 
muratori  si  affaticassero  per  estendere  il  loro  po- 
tere 5  non  ostante  trovarono  in  questo  princi[)e 
un'assoluta  fermezza  in  denegar  loro  la  forza:  in 
fnie  il  suo  regno  malgrado  i  disordini  delTullime 
epoche  avea  fatto  rivivere  la  Toscana  (48). 

§.  45.  Morto  il  granduca  Giovan  Gastone,  il 
principe  di  Craun  prese  il  possesso  del  grandu- 
cato di  Toscana»  e  lutti  gli  ordini  dello  stalo 


:^/I.1737.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  ()o5^ 

prestarono  al  nuovo  granduca  Francesco  il  do- 
vuto giuramento  di  fedeltà.  AI  defunto  sovrano 
sì  fecero  quei  suftVagi  ed  onori  funebri  ch'erano 
stali  praticali  con  i  suoi  antecessori,  ed  il  men- 
tovato principe  di  Craun,ed  il  generale  Wachten- 
donck  gli  prestarono  gli  nllimi  ossequi.  ColPe- 
lettrice  fu  praticato  un  contegno  rispettoso  ed 
obbligante,  e  non  fu  esercitato  a  nome  del  nuo- 
vo granduca  verun  atto  di  possesso  sopra  gli  al- 
lodiali e  ricca  suppellettile  della  casa  Medici  . 
Così  generoso  procedere  obbligò  non  men  l'elet- 
trice che  i  sudditi,  i  quali  si  attendevano  dal  prin. 
cipe  di  Craun  un  governo  che  conlribuisse  alla 
loro  prosperità  .  Alla  morte  di  Giovan  Gastone 
non  restava  del  sangue  mediceo  che  1*  elettrice, 
destitula  in  forza  dei  trattati  d^  ogni  diritto  dì 
succedere  nella  sovranità.  La  vedova  di  Giovan 
Gastone  trovavisi  in  Pioemia,  ed  appena  morto 
il  marito  rinnovò  le  sue  antiche  pretenzioni  di 
contraddole,  di  gioie  pretese  donate,  e  domandò 
il  vedovile  a  forma  dei  patti  matrimoniali  .  lia 
principessa  Eleonora  di  Guastalla  vedova  del 
principe  Francesco  dèi  Medici  già  cardinale  noli 
avea  che  pretendere  ,  ed  era  considerala  come 
un'appartenenza  la  più  remota  della  fannglia  (49). 
g.  46.  Ciò  che  più  interessava  la  quit^te  del 
nuovo  granduca  e  dei  sudatiti  era  la  pendenza  so- 
pra gli  allodiali  medicei  ed  il  patto  di  famiglia  da 
concordarsi  coir  elettrice.  La  discordanza  delle 
corti  su  questo  punto,  e  la  fermezza  di  quella 
di  Spagna  nel  pretendere  i  detti  allodiali  per 
diritto  di  sangue,  rendeano  la  controversia  im-^ 


6o6  AVVENIMENTI    STORICI  w^/i.17  37. 

portante  e  pericolosa.  L'  elettrice  era  da  varie 
insinuazioni  agitata,  ma  finalmente  vedendo  che 
la  qualità  d^rede  della  casa  Medici  Tavrebbe  e- 
sposta  a  molte  penose  inquietudini,  stabilì  di 
aderire  alle  persuasioni  dei  lorenesi  col  dare  la 
sua  plenipotenza  al  marchese  Ferdinando  Bar- 
tolommei  perchè  concludesse  a  Yienna  una  con- 
venzione. Il  padre  Ascanio  ministro  di  Spagna  a 
Firenze  protestò  alP  elettrice  ed  al  principe  di 
Craun,  che  qualunque  convenzione  si  facesse  su 
questi  beni  sarebbe  stata  considerata  come  un 
princìpio  d*'os«ililà.  La  Francia  si  mostrò  su  di  ciò 
indifferente,  segretamente  però  avea  promessa  la 
di  lei  assistenza  airelellrice  in  tutte  le  opposi- 
zioni che  avess''ella  fatte  al  nuovo  granduca;  ma 
la  giustizia  e  la  brama  di  assicurar  T  interesse  e 
la  quiete  dei  popoli  prevalsero  in  essa  a  qua- 
lunque lusinga,  cosicché  il  3i  di  ottobre  fu  se- 
gnata in  Vienna  la  convenzione  con  soddisfazio- 
ne di  tutti.  Fu  pertanto  assegnato  ad  essa  elet- 
trice un  annua  pensione  di  40000  scudi  pel  suo 
mantenimento  e  per  quello  della  sua  corte,  com- 
presevi però  le  rendite  allodiali  fuori  di  Toscana 
che  ascendevano  a  aSooo  scudi  alP  anno.  Le  fu 
inoltre  assegnalo  un  appartamento  a  lei  conve- 
nevole in  palazzo  Pitti,  ed  una  casa  di  campagna 
ammobiliata  a  sua  elezione.  Era  poi  servita  dalle 
guardie  a  piedi  ed  a  cavallo  di  sua  altezza  reale, 
secondoché  conveniva  al  suo  rango  ed  alla  sua 
nascita.  Ed  a  malgrado  cirella  non  avesse  un'au- 
torità assoluta  nel  governo,  pure  ogni  suo  pare- 
re era  dal  ministro  ascoltato  e  seguito.  I  riguardi 


Jn. i'?Òl.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  607 

che  per  lei  si  avevano  furon  tali,  che  dal  nuovo 
granduca  Francesco  di  Lorena  le  venne  offerta 
la  reggenza  della  Toscana  in  di  lui  assenza ,  ma 
ella  modestamente  la  ricusò  ,  allegando  di  non 
poter  accudire  agli  affari  di  stalo  per  T  avanzala 
dì  lei  età^e  per  mancanza  di  salute  (5o).  Dopo  di 
ciò  visse  Peleltrice  tranquillamente,  godendo  del- 
la deferenza  e  delle  considerazioni  che  si  aveano 
per  essa,  mostrandosi  contenta  di  tanti  riguardi, 
e  specialmente  nell'anno  1789  alPoccasione  del- 
la venula  in  Toscana  del  nuovo  granduca.  3Ia  la 
di  lei  grave  età,  e  le  frequenti  malattie  che  Paf- 
fliggevano  P  obbligarono  ad  allontanarsi  da  qua- 
lunque affare,  e  tìnalmente  oppressa  dalPidrope 
cessò  di  vivere  il  18  di  febbraio  del  174^  in  età 
di  76  anni.  Nominò  erede  il  granduca,  e  fra  i 
molli  legati,  con  i  quali  gravò  P  eredità ,  favorì 
uno  dei  rami  della  sua  agnazione  medicea.  Non  fu 
mollo  compianta  la  sua  perdita,  non  essendo  ge- 
neralmente amata  a  cagione  del  suo  orgoglio  e 
vanità^  si  compianse  bensì  V  estinzione  in  lei  di 
una  famiglia  ohe  avea  fallo  per  Ire  secoli  il  de- 
coro della  nazione  (5i):  né  ora  altro  rimane  di 
essa  che  grandiosi  monumenti  ovunque  sparsi 
per  ricordarci  com'ella  fu  privatale  come  salisse 
in  tanta  potenza. 

§.47.  La  Toscana  alP  epoca  della  estinzione 
della  casa  Medici  era  in  uno  stalo  deplorabile  . 
l/agricoltura  languiva,  le  Maremme  ari  onta  delle 
passate  cure  eran  tuttavìa  peduli  e  deserti  :  le 
bandite  moltiplicate  fnio  alPabuso:  i  prezzi  delle 
derrate   stabilito  dai  magistrali,  ed  il  commercio 


6o8  AVVENIMENTI  STORICI  An.Mll, 

frumentario  proibito,  cos'idea  di  prevenire  le 
carestie,  ma  il  più  delle  volte  il  popolo  tra  Tab- 
bondaiiza  non  avea  modo  di  procacciarsi  da  vi- 
vere, non  vi  era  mormorazione  per  altro  sul  più 
delle  leggi  agronomiche,  poiché  non  si  avevano 
idee  migliori  sopra  vari  punti  d'economìa,  si  mor- 
morava bensi  sulle  molte  esenzioni  dai  carichi 
dello  stalo,  poiché  il  patrimonio  della  casa  Me- 
dici, i  beni  del  fisco, dei  magistrati,  delTordine  dì 
s.  Stefano,  del  clero  non  pagavano  gravezze.  A, 
^iò  si  aggiungeva  che  quei  beni  non  entravano 
nel  giro  della  proprietà  reso  ancor  più  difficile 
dal  dritto  che  ogni  ceto  avea  d'istituire  fidecora- 
missi.  Laonde  la  penuria  dell'  erario  aumentava 
sempre  più,  e  perciò  si  concedevano  frequente- 
mente esenzioni  in  luogo  di  stipendio  ,  e  si  da- 
vano in  appalto  tutte  le  rendite  pubbliche,  giac- 
ché si  otteneva  un'anticipazione  che  faceva  fion- 
te  ad  urgenti  bisogni .  Il  commercio  era  dapper- 
tutto in  decadimento,  e  ad  ogni  tratto  impedito 
per  sospetto  di  contagio,  di  cui  per  imperfezione 
di  regolamenti  sanitari  non  se  ne  safieva  impe- 
dire la  propagazione.  Quasi  ogni  cosa  si  traeva 
di  Francia  e  d  Inghilierra,  e  non  si  rammentava 
più  in  alcuna  piazza  d  Europa  il  nome  diunaca*- 
sa  bancaria  fiorentina  ,  e  mentre  in  Livorno  si 
udivano  tutte  le  lingue  del  mondo  conosciuto, 
quivi  dal  labbro  solo  dei  cenciosi  udivasi  il  bel 
dire  toscano  (Sa). 

g.  48.  Alcune  arti  e  mestieri  si  conservavano 
tuttavia  in  Firenze,ma  nelle  dipendenti  provincia 
l'esercizio  di  esse  era  rigorosamente  vietato.  Avea 


^rt.1';37.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XI.  609 

parte  in  ciò  Tantica  gelosìa  di  Firenze  ,  poi  Tor- 
dinaiia  brama  di  render  floride  le  città  capitali, 
nelle  quali  peraltro  si  germina  la  corruttela  che 
invade  le  provincie.  A  render  la  nazione  pigra  e 
inoperosa  cooperavano  i  giorni  festivi  moltipli- 
cati e  le  ferie  ,  mentre  a  quanto  si  scorge  dai 
diarii  della  fine  del  secolo  XVII,  durante  5  mesi 
dell'anno  e  più  erano  chiuse  le  botteghe  e  le  ma- 
gistrature .  La  miseria  perciò  era  grandissima  : 
tutte  le  strade  piene  di  accattoni^  di  pellegrini  e 
di  eremiti.  La  giustizia  doveva  rispettare  un  am- 
masso d''ineguaglianze  civili:  molti  rami  della  pub^ 
blica  amministrazione  erano  in  balia  della  sorte, 
perchè  alcune  cariche  si  conferivano  per  mezzo 
dello  squittiuio,  e  l'abbandono  in  cui  sì  lasciava 
da  lungo  tempo  il  reggimento  dello  stato  ,  avea 
fatto  si  che  molte  cadevano  nelle  mani  del  mi- 
gliore offerente.  La  tendenza  degli  studi  era  an- 
cora verso  quella  via,  eh"*  era  stata  indicata  dal 
prinio  Cosimo^  ed  i  grandi  uomini,  che  nascono 
in  tutti  i  tempi,  lasciavano  delle  tracce  d'un  nuo- 
vo sapere,  ma  il  governo  abborriva  dalle  nuove 
opinioni,  onde  non  si  parlava  che  delle  bellezze 
della  lingua, ed  alla  corte  ed  airaccademia  si  bam- 
boleggiava col  giuoco  del  sibillone  e  colle  più  in- 
sulse canzoni  dei  pastorelli  di  Arcadia  (5Sj. 

g.  49.  Nel  1729  si  era  per  altro  aperta  una 
cattedra  di  pubblico  diritto.  Il  clero,  e  partico- 
larmente i  claustrali^  eransi  poi  moltiplicati  a  di- 
ftvpisura^  nella  sola  Firenze,  in  una  popolazione  di 
circa 60000  anime,  v''erano6o  monasteri  di  mona- 
che. Le  beneficcuze  delle  persone  pie,  ed  i  coD- 

^l.   Tose.   Tom.  1U.  52 


6  IO  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.Mìl. 

tinui  acquisti  avevano  immensamente  arricchito 
il  clero.  Quando  Cosimo  lII,comunque  molto  pio, 
chiese  alla  corte  di  Roma  che  il  clero  contribuis- 
se in  qualche  modo  ad  alcuni  pesi  dello  stato,  si 
domandò  Tenumerazione  dei  suoi  beni:  nacque 
contestazione,  perchè  si  voleva  nascondere  una 
esorbitanza  di  possessi.^che  destando  stupore  spin- 
geva a  molte  considerazioni .  Le  congregazioni, 
per  gli  orfani ,  per  grinferrai  ,  pel  riscatto  degli 
schiavi,  per  Teducazione  dei  fanciulli,  nelle  qua- 
li i  sacrifizi  erano  suggeriti  da  un  vero  amore  di 
carità  cristiana,  che  indarno  un  legislatore  ten- 
terebbe di  comprare  a  peso  d' oro ,  avevano  per 
lungo  tempo  modiQcato  in  qualche  modo  le  mor- 
morazioni, ma  i  loro  meriti  non  erano  bastanti 
ad  imporre  silenzio  ,  giacché  le  ricchezze  cre- 
scevano, e  le  ricchezze  hanno  sempre  molti  ne- 
mici .  Preslava  mano  alla  maldicenza  anche  il 
modo  con  cui  gli  ordini  religiosi  erano  ahmentati. 
Molti  eranvi  in  vero  chiamati  dalla  vocazione,ma 
altri  vi  entravano  per  violenza  dei  genitori ,  i 
quali  alle  volte ,  ventre  pregnante ,  offrivano  a 
Dio  in  olocausto  il  frutto  del  loro  parto,  ed  i  più 
erano  determinali  dalle  circostanze  in  cui  la  leg- 
ge gli  aveva  posti.  In  queste  due  ultime  classifica- 
zioni vi  erano  per  lo  più  i  nobili,  i  quali  non  che 
curvarsi  ai  disagi  delle  congregazioni,  preferiva- 
no di  far  parie  del  clero  orante  e  contemplativo, 
ch^era  opulentissimo.  Ma  pur  troppo  in  seguito 
si  scorgeva,  che  l'effetto  era  proporzionato  alla 
causa  che  li  avea  mossi,  e  perciò  si  tacciavano 
d''ozio  Porazione  e  la  contemplazione,  ed  era  uso 


jfn.MZl.  DEI  TEMPI  MEDICEI  CAP.  XT.  6ll 

di  dire  che  colle  apparenze  di  abbandonare  il 
mondo  si  andava  a  goderlo  meglio.  A  questi  in- 
convenienti non  si  pose  mai  riparo,  onde  poteasi 
prevedere  a  suo  tempo  la  distruzione  di  tutto . 
Per  altro  una  vocazione  di  più  tra  gli  uomini  è 
sempre  per  essi  un'infelicità  di  meno.  TaPera  la 
situazione  di  Toscana  alPestinzione  dei  grandu- 
cbi  medici,  e  ad  un  dipresso  di  tutta  l'Italia  (54)* 


NOTE 

(1)  vJalluzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana,  lib. 
IX,  cap.  IV.  (2)  [vi.  (3)  Ivi.  (4)  Ivi.  (5j  Ivi.  (6)  Ciccia- 
porci,  Compendio  della  storia  fior,  lib,  li, p. 408. (7)  Ivi, 
p.  409.  (8)  Ivi,  p.  411.  (9)  Mazzarosa,  Storia  di  Luc- 
ca, voi.  Il,  lib.  vili,  p.  119.  (10)  Cicciaporci  cil.  p. 
412  .  (11)  Ivi,  p.  415  .  (12)  Ivi^  p.  416  .  (13)  Ivi. 
(14)  Ivi.  (15)  Ivi,  p.  418.  (16)  Ivi,  p.  419.  (17)  Ivi, 
p.  420.  (18)  Galluzzi  cit.  lib.  ix,  cap.  vii.  (19)  Cic- 
ciaporci cit.  lib.  Il,  p.  322.  (20)  Galluzzi  cit.  (21)  Ivi. 
(22)  Cicciaporci  cit.  p.  425.  (23)  Muratori  ,  Annali 
d'Italia  ,  an.  1732.  (24)  Galluzzi  cit.  lib.  ix  ,  cap. 
vili.  (25)  Muratori  cit.  (26)  Galluzzi  cit.  (27)  Litta  , 
Nola  della  famìglia  de'  Medici  e  de'  primi  tempi  del- 
la repubblica  fiorentina  tav.  xvi  .  (28)  Galluzzi  cit. 
(29j  Cicciaporci  cit.  p.  429.  (30)  Galluzzi  cit.  (31  )  Ivi. 
(32)  Cicciaporci  cit.  p.  432.  (33)  Galluzzi  cit.  (34)  Cic- 
ciaporci cit.  p.  434.  (35)  Ivi,  p.  435.  (36)  Ivi,  pag. 
436  .  (37)  Galluzzi  cit.  lib.  ix  ,  cap.  x  .  (38)  Ivi. 
(39)  Ivi.  (40)  Ivi.  (41)  Ivi  .  (42)  Cicciaporci  cit.  p. 
442.  (43)  Galluzzi  cit.  (44)  Ferrini,  Compendio  del- 
la storia  di  Toscana,  ep.  v,  $.  75.  (45)  Galluzzi  cit. 
(46)  Ivi.  (47)  Ferrini  cit.  (48)  ArUud,  L'uuivers  pit- 


ۓft  AVVENIMENTI  STORICI 

toiesque  ,  tom.  ii,  Europe,  Italie^  pag.  328.  (49)  Gal - 
Juzzi  cit.  (50)  Sisinoiidi,  Storia  delJe  repubbliche  ita- 
liane, voi.  XVI,  cap.  cxxv.  (5l)Galluzzicit.  lib.  ix  , 
cjip.x,  e  Cicciaporci  cit.  p.  444.(52)  Lilta  cit.  (53)  Ivi. 
(54)  Ivi. 


'  '  i.^i.A.''^^  um:À,  iti^.i^^ 


C  O  S  T  U  .15  I 

P  \  K  T  E    1»  R  I  M  \ 
ALIME-MI  ED  AGRICOLTURA 


§.  I.  xjLllorchè  la  nazione  toscana  passò  dal  go- 
■VHi'no  repubblicano  al  monarchico  retto  dalla  ca- 
sa de'  Medici,  non  per  questo  i  di  lei  costumi 
domestici  e  sociali  si  cambiarono  in  sì  rilevante 
tnaniera,  come  sarebbe  accaduto  se  da  nazioni 
straniere  ne  fosse  stato  occupato  il  paese,  talché 
la  maniera  stessa  di  cibarsi,  tanto  nel  minuto  po- 
polo, quanto  nella  classe  delle  persone  qualifica- 
te,, vi  si  doveva  nel  tempo  de\>Iedici  mantenere, 
comesi  praticò  neHera  pi  della  repubblica;  né  que- 
sti esser  dovevano  gran  fatto  diversi  da  quei  che 
usaronsi  fino  alTanno  1800,  dove  avrà  termine 
questo  mio  scritto.  Solo  dirò  che  quella  ^hianda^ 
che  altrove  dicemmo  aver  servito  d'  alimento  ai 
]«rimi  abitatori  del  nostro  suolo  (  1),  par  che  fosse 
rarissima  e  di  non  gran  buon  sapore,  forse  perchè 

52* 


6l4  co    S  T  U  M  I 

questa  pianta  richiedeva  altro  e  lima  che  il  nostro, 
mentre  si  legge  nelle  opere  del  Targioni,  che  fu 
mandata  dal  regno  di  Fez  in  regalo  al  granduca 
Ferdinando  II  una  quantità  di  ghiande  buone  a 
mangiarsi  d''una  specie  di  querce  di  foglia  larga, 
delle  quali  il  Redi  ne  mandò  una  parte  ad  Angio- 
lo Donnini  perchè  le  facesse  seminare  nei  RR. 
giardini  di  Boboli  e  dei  Semplici  di  Firenze  (a); 
ma  il  trovarsene  ora  smarrita  la  razza  dimostra 
che  questi  alberi  non  seppero  acclimatarsi  fra 
noi.  Sarebbe  troppo  difficile  impiesa  Tesaminare 
ad  una  ad  una  le  diverse  mode  di  vivande  che 
o  prima  o  poi  si  resero  familiari  ,  e  solamente 
gioverà  il  riflettere  ,  che  a  poco  a  poco  abbia- 
mo adottato  quasi  tutte  le  maniere  di  nutrirsi 
usate  in  qualunque  clima5  ed  alcune  vivande, 
le  quali  ora  crediamo  moderne  e  francesi  ,  vi 
erano  fino  da  molto  tempo.  Sotto  il  regno  di 
Ferdinando  II  si  principiarono  ad  usare  in  Firenze 
due  bevande  ridotte  in  oggi  familiarissime,  cioè 
il  caffè  eia  cioccolata.  Il  caffè, bevanda  usata  dagli 
arabi  prima  che  da  ogni  altro,  e  di  poi  adottata 
dai  turchi  e  quindi  gustata  con  piacere  dai  cri- 
stiani europei,  trovò  presto  chi  lodolla  in  Europa, 
e  la  propose  per  bevanda  medicamentosa,  ed  in 
seguito  fu  accettata  per  delizia,  e  per  ristoro  gu- 
stosissima. La  prima  introduzione  del  caffè  in  To- 
scana fu  fatta  nel  167 1.  Nel  1668  s''introdusse  in 
Toscana  la  cioccolata,  che  si  faceva  dagli  spezia- 
li, e  per  lo  più  si  regalava  dai  principi  come  cosa 
prelibata,  e  costumavasi  darle  odore  di  gaggia,  e 
di  gelsomini  catalogni.  Sotto  il  regno  del  grandu- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PAETE  I.  6l5 

ca  Francesco  l  era  universale  ed  anche  eccessivo 
Taso  delle  bevande  diacciate  in  Toscana,  il  qua- 
le essendo  andato  un  poco  in  disuso,  riprese 
piede  nel  regno  di  Ferdinando  II  e  fu  portato 
lino  ai  giorni  nostri  (3). 

g.  a.  Ben  diversa  fu  la  sorte  delPagricoltura, 
la  qual  può  dirsi  che  incominciasse  a  fiorire  in 
Toscana  colla  monarchia  della  casa  Medici,  men- 
tre per  Pavanli  il  commercio  e  le  arti,  special- 
mente quella  della  lana,  e  Tindustria  nelle  mani- 
fatture erano  le  ricchezze  dei  fiorentini .  Nella 
divisione  che  Cosimo  fece  alla  sua  morte  de'suoi 
beni  particolari, si  vede  che  molti  erano  confisca- 
zioni  o  acquisti  fatti  intorno  ai  fiumi.  Quando  egli 
morì,  tre  quarti  della  Toscana  erano  ancora  bo- 
scosi (4).  La  ricchezza  proveniente  per  lo  addie- 
tro dalla  gran  fecondità  quasi  generale,  disparve 
in  queste  campagne  che  prosperavano  sotto  il 
benefico  influsso  d'un  clima  favorevolissimo  al- 
l'agricoltura. Dai  Medici  sono  stati  fatti  replicati 
sforzi  ed  esperienze,  onde  popolare  di  nuovo  in 
qualche  parte  queMuoghi  paludosi  circondati  da 
uu''aria  divenuta  umida  e  malsana,  ed  esistenti 
nelle  pianure  di  Livorno,  Pisa,  e  Siena,  ai  quali 
dettesi  nome  di  Maremma^  per  essere  in  vicinan» 
za  del  mare  (5). 

g.  3.  JJon  trascureremo  di  rammentare  che 
avendo  il  papa  Clemente  VII  concepita  l'idea  di 
ridurre  a  coltivazione  il  vasto  padule  della  Chia- 
na, si  fò  cedere  da  lutti  i  privati  e  dalle  conmnità, 
fra  le  quali  era  principalmente  Cortona,  a  titolo  di 
livello  perpetuo  per  Panuuo  canone  di  uno  staio  di 


6l6  COSTUMI 

grano  per  ogni  slaioro  di  terreno  disseccato,  e  con 
vari  altri  patti  assai  vantaggiosi  ai  cedenti,  tutti  i 
terreni  che  in  esso  padule  possedevano.  Ne  fu 
stipulato  il  compromesso  fra  i  rappresentanti  del 
comune  e  i  procuratori  del  pontetice.  Un  Niccolò 
Vagnotti  cortonese  diresse  nel  i533  i  lavori  per 
il  disseccamento  di  una  parte  del  padule,  la  quale 
porla  ancora  il  suo  nome  (6). 

g.  4.  I^a  Maremma  da  Cosimo  I  in  poi  sotto  i 
Medici  diminuì  notabilmente  di  popolazione  e  di 
sejnente.  e  ciò  non  può  attribuirsi,  come  prima 
ì)Otevasi,  alle  guerre  ed  alle  turbolenze  politiche. 
Vero  è  che  le  cure  di  questo  sovrano  per  asso- 
dare la  sua  fresca  sovranità,  e  per  farsi  ricono- 
scere col  titolo  di  granduca,  furono  motivi  assai 
forti  per  distrarlo  dalle  cure  dell'agricoltura  (7). 
Lo  stesso  Cosimo  pubblicò  qualche  legge  a  van- 
taggio di  quest'arte  secondo  il  bisogno  di  quel 
tempo,  ma  non  potette  rimediare  al  vizio  fonda- 
mentale della  Maremma  ,  che  incominciava  ad 
aumentare  assai  velocemente,  e  che  consisteva 
negli  stagnamenti  delle  acque,  e  nei  recipienti 
dei  laghi,  e  nella  superficie  delle  paduline  ,  o 
nei  pantani  delle  macchie  maremmane.  Non 
ostante  nell'  anno  i56o  chiamò  dei  lombardi  a 
]\Iassa  marittima  dando  loro  dei  terreni,  e  nel 
i564  accordò  al  territorio  grossetano  la  grazia  di 
pagare  una  sola  mezza  fida  per  il  bestiame  grosso 
e  minuto  (8). 

g.  S.Siccoìne  il  principato  mediceo  non  alterò  le 
leggi  e  la  costituzione  economica  della  repubbli- 
ca, i  cittadini  divenuti  sudditi  conservarono  lo 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  1.  617 

Stesso  spirito  di  mercatura,  e  continuarono  a  con- 
siderare ragricollura  come  un''arte  secondaria  e 
subordinata  al  commercio.  Il  duca  Cosimo  li  man- 
tenue  in  questo  proposito,  se  non  che  Torribile 
carestia  del  iSSg  gli  suggerì  il  mezzo  d'intrapren- 
dere una'estesa  mercatura  di  vettovaglie,  per  soc- 
correre i  sudditi,  e  profittare  per  se  stesso^  lo  in- 
duceva A  questa  determinazione  il  riflettere,  che 
la  situazione,  eie  circostanze  delle  campagne  del 
suo  dominio  non  facevano  sperare,  senza  uno 
sforzo  straordinario,  di  poter  produrre  Toccorren- 
te  sostentamento  per  gli  abitanti.  Le  campagne  del 
pisano  erano  senza  abitatori  ,  e  dominate  dalle 
acque  stagnanti;  nel  territorio  pistoiese  incrude- 
livano le  fazioni,  e  i  lavoratori,  distratti  dallo  spi- 
rito di  partito  e  di  sedizione,  abbandonavano  la 
agricoltura.  La  fertile  provincia  della  Val  di  Chia- 
na era  ricoperta  dalle  lagune,  che  il  papa,  i  60^ 
rentini  e  i  senesi  avevano  sempre  reputato  come 
una  barriera  dei  loro  stati;  la  coltivazione  mag- 
giore si  riduceva  nelle  parli  montuose,  e  nei  tre 
TÌcariati  che  circondavano  la  valle.  Dalle  memorie 
che  Cosimo  ha  lasciate  scritte  di  sua  mano  si  rileva. 
che  avendo  Tanno  i55o  esaminato  lo  stato  d''agri- 
coltura  del  suo  dominio,  ritrovò  che  nel  vicariato 
di  Scarperìa  lavoravano  la  terra  34-to  para  di  bo- 
vi, nel  vicariato  di  s.  Giovanni  3o5o,  e  5525  nel 
vicariato  di  Certaldo:  è  bensi  vero  che  i  contorni 
di  Firenze  dovevano  esser  più  incolti  e  selvosi,per- 
chè  nello  stesso  annoa  sette  miglia  in  disianza  dal- 
ia città  i  lupi  facevano  strage  di  pastori  e  di  be- 
stiami, e  il  duca  fu  astretto  a  ordinare  una  eoe- 


j6i8  costumi 

eia,  e  segnare  dei  premi  a  chi  li  uccidesse.  In  tali 
circostanze,  avendo  Cosimo  provvisto  con  varie 
leggi,  ch'^egli  secondo  le  massime  del  secolo  cre- 
dè utili  a  far  rinascere  Tabbondanza  delle  vetto- 
vaglie della  città,  procurò  di  tener  guarnite  le  for-. 
tezze  del  dominio  di  abbondante  quantità  di  ve- 
veri,già  provvisti  al  di  fuori  per  dispesarne  ai  sud- 
diti airoccorenza  (9). 

g.  6.  La  duchessa  Eleonora,  che  non  meno 
del  duca  Cosimo  suo  marito,  amava  di  far  del 
bene  allo  stato,informata  che  un  esteso  territorio 
nella  IVIaremma  pisana,  cioè  una  parte  del  comu- 
ne di  Bibbona,  jièr  cagione  delle  acque  stagnanti, 
oltre  alPesser  divenuto  non  più  suscettibile  d''al- 
cun  utile  prodotto,  dava  delle  feticle  esalazioni^ 
ch''erano  la  causa  delle  frequenti  e  micidiali  ma- 
lattie degli  abitatori  di  que*'luoghi,  che  per  tal 
motivo  erano  restati  con  pochissima  popolazione, 
la  quale  andava  a  perdersi  aflfatlo,  se  non  veniva- 
no presi  dei  provvedimenti  capaci  di  migliorare 
rada,  lo  che  non  ppteva  ottenersi  senza  prosciu- 
gare que'siti  paludosi,e  renderli  a  cultura,  volle  as- 
sumere tale  irapresa,ed  acquistato  in  affitto  perpe- 
tuo quel  terreno  che  ascendeva  a  90000  stiora,  di 
proprietà  in  parte  di  alcuni  particolari  possessori, 
e  in  parte  della  comunità  di  Bibbona  per  l'annuo 
canone  di  «iSo  scudi  d''oro,dette  principio  a  quella 
grand""  opera,  senza  risparmio  di  spese  (io).  Ciò 
produsse  dei  notabili  vantaggi  a  quel  vicino  pae- 
se, ma  non  mai  tanti,  quanti  ne  sarebbero  avve- 
nuti, se  il  governo  avesse  accordato  ai  possessori 
di  quelle  campagne  la  facoltà  di  estrarre  dallo 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  619 

stato  i  generi  frunientari  che  vi  avessero  raccol- 
to. Uni  la  duchessa  questo  terreno  alla  confinante 
tenuta  della  Cecina,  ch"'era  un  antico  possesso 
della  casa  de'lVIedici,  proveniente  dalla  linea  di 
Cosimo  Pater  Patriae^ìì  quale  per  questo  accre- 
scimento divenne  il  più  esleso  che  fosse  nel  va- 
sto patrimonio  privato  della  casa  regnante.  Per 
causa  di  quest'acquisto  e  dei  bonificamenti  fattivi, 
presero  quella  principessa  e  il  duca  suo  sposo 
molto  aflfetlo  a  quel  luogo,  e  spesso,tìnchè  visse- 
ro, vi  si  trasferirono  nella  stagione  d'inverno  per 
godere  del  divertimento  della  caccia  (i  i). 

g.  7.  Francesco,  il  di  lui  successore,  fin  dal  pri- 
mo anno  del  suo  regno  prese  degli  ottimi  provve- 
dimenti respettivamente  ai  popoli  ed  alle  semen- 
te, ed  in  quello  stess'anno  15^4  permise  la  tratta 
de'grani  non  solo  per  mare,  ma  anche  per  terra,  e 
fino  fuori  del  granducato.  Tentò  in  sostanza  quei 
sovrano  per  una  strada  indiretta,  se  dalla  privata 
industria  dei  particolari  avesse  potuto  ottenere 
il  bonificamento  delle  Maremme,  eccitandoli  a 
grandi  imprese  d''agricoltura,  ma  l'esperienza  ha 
poi  fatto  conoscere,  che  quivi  le  forze  private  non 
erano  bastevoli  a  tale  intento  (la):  mentre  egli 
regnava  s'introdussero  in  Toscana  le  risaie  (i3). 

g.  8.  Ai  tempi  del  granduca  Francesco  si  prov- 
vide con  calore  alla  coltivazione  dei  gelsi.  Nel 
giugno  del  1676  ordinò  il  granduca  per  legge,  che 
in  certi  determinali  luo^j'hi  della  Toscana,  ogni 
possessore  dovesse,  nel  termine  di  2  anni,  piantare 
(|uattrogelsi  in  ciascun  podere,  determinando  una 
pena  pecuniaria  per  chi  trasgradisse^  e  con  ultra 


p¥.0  l    iV        COSTUMI 

del  luglio  di  detto  anno  determinò  il  prezzo  dei 
gelsi  da  piantarsi  nei  luoghi  indicati.  In  Firenze 
si  fecero  vari  regolamenti  sopra  la  manifattura 
della  seta,  con  aggravare  di  gabelle  le  s*ite  crude 
del  paese  nella  estrazione,  e  impedire  P  ingresso 
ai  drappi  fabbricati  al  di  fuori  (  i4). 

g.  9.  Gli  errori  del  granduca  Francesco  nel 
dirigire  le  operazioni  agrarie  avevano  ridotto  la 
provincia  marittima  dello  stato  di  Siena  affatto 
desolata  e  vuota  di  abitatori.  Le  molte  leggi  e 
tutte  male  appropriate,che  quel  principe  avea  pub- 
blicate tìn  dal  1572,  per  questo  sventurato  paese, 
aveano  talmente  disanimato  gli  antichi  abitatori 
di  esso,  che  la  maggior  parte  di  quelle  famiglie 
avanzate  ai  disastri  della  guerra.si  erano  refugiale 
uei  coulinanti  stati  di  Castro  e  Ronciglione  , 
Pitigliano,  Santa  Fiora  e  Scansano.  Queste  sue 
leggi  tendevano  a  far  servire  lo  stato  di  Siena  ai 
comodi  di  quel  di  Firenze.  I  fiorentini  dicevano 
che  i  senesi  erano  il  principale  ostacolo  per  pro- 
movere  i  vantaggi  di  quella  provincia,  e  i  senesi 
esclamavano  che  i  fiorentini  non  ne  intendevano 
l'amministrazione.  In  questo  contrasto  di  senti- 
menti e  incertezza  di  massime  rivolse  Ferdinan- 
do tutte  le  sue  premure  a  quelle  operazioni  che 
non  ammettevano  tanta  dubbiezza,  siccome  era 
quello  di  promuovere  la  salubrità  deir  aria ,  Si 
escavarono  perciò  dei  fossi  in  quelle  pianure,  si 
tentò  di  dar  corso  alle  acque  stagnanti,  e  di  resti- 
tuire a  quelle  campagne  Tantica  loro  fertilità^  si 
restaurò  la  città  di  Grosseto,  si  aprirono  delle 
strade  di  comunicazione,  e  finalmente  nel  1592,  si 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  62  l 

creò  un  magistrato  detto  dei  fossi,  con  giurisdi- 
zione d*"  invigilare  alle  coltivazioni,  alla  conser- 
vazione dei  lavori,  al  buon  ordine  ed  alla  pulizzia 
delle  strade  e  dei    luogi  abitati  (i5). 

g.  la  >la  la  principale  operazione  ,  e  quella 
con  cui  creiJeva  di  restituire  la  salubrità  a  tutta 
quella  provincia,  fu  di  dare  lo  scolo  alle  acque 
del  lago.  Le  molte  e  diverse  proprietà  formatesi 
intorno  a  questo  lago  aveano  non  men  che  nella 
Chiana  prodotti  gli  stessi  inconvenienti,  e  da- 
to luogo  alla  espanzione  del  medesimo.  Oltre  il 
piano  di  Grosseto  ed  il  Iago  di  Castiglione  furo- 
no presi  in  considerazione  da  Ferdinando  anche 
le  altre  parli  della  maremma,  poiché  si  tentò  di 
disseccare  il  paduledi  Classa,  s''introdussero  del- 
le colonie  a  Sovana,  si  eressero  delle  fonti,  e  si 
fabbricarono  delle  nuove  abitazioni  per  provve- 
dere al  comodo  dei  forestieri  e  degli  abitanti. 
Regnava  allora  la  massima  che  il  consegnare  quei 
terreni  a  persone  facoltose,  fosse  un  mezzo  pf- 
licaoe  per  animarle  a  tentare  delle  imprese  per 
migliorarli,  e  si  fecero  in  conseguenza  delle  in-*^ 
feudazioni  a  dei  mercanti  ricchi  e  gentiluomini 
di  qualità.  Ma  ciò  che  più  interessava  Pincorag- 
gimento  di  quella  provincia,  era  il  regolare  a  nor- 
ma del  desiderio  di  quegli  abitanti  la  tratta  dei 
grani^  si  conosceva  quanto  importasse  a  favorire 
l'industria  questa  libertà,  ma  non  sapevasi  vin- 
cere il  timore  che  preoccupava  gli  animi  delTuni- 
versale  di  restare  senza  grano.  Esclamavano  i 
maremmani,  che  senza  essere  sicuri  della  tratta 
non  avevano  coraggio  d'inlrapreadere  le  semeQ- 

St,    Tose.  Tom.  1U.  53 


6aa  COSTUMI 

te,  e  i  fiorentini  non  volevano  essere  esposti  alle 
carestie.  In  questo  contrasto  il  granduca  nella 
legge  deiraprile  i588  fra  i  vari  provvedimenti  e- 
conomici  dati  a  quella  provincia  dispose,  che  i 
faccendieri  della  maremma,  pagando  però  la  so- 
lita tassa  imposta  dal  granduca  Francesco,  po- 
tessero estrarre  per  mare  la  metà  delle  loro  rac- 
colte. Questa  grazia  concessa  per  metà  era  inu- 
tile per  se  medesima,  perchè  la  tassa  assorbiva  gli 
utili  del  coltivatore,  e  perchè  la  metà  del  raccolto 
dovendo  esser  giustificata  per  mezzo  di  denunzie 
e  di  atti  facili  ad  illaqueare,  disanimava  intiera- 
mente chiunque.  Non  fu  possibile  di  ottenere  dal 
granduca  Tabolizione  di  quella  tassa,  perchè  con 
falso  calcolo  gli  fu  dimostrato,che  il  danno  di  es- 
sa lo  risentiva  unicamente  il  compratore  estero 
e  non  il  suddito. 

g.  1 1.  Un  ordine  di  Ferdinando  I  del  marzo 
1591  dichiara,  ch'essendosi  con  gravissima  spe- 
sa ripulito  il  fosso  s.  Giovanni  della  Molla  e  gli 
altri  principali  del  piano  di  Grosseto,  ripieni  per 
negligenza,  nessuno  per  lo  spazio  di  ao  braccia 
di  distanza  ardisca  di  lavorarvi,  ma  detto  spa- 
zio rimanga  sodo  a  erba.  Ecco  in  qual  modo  quel 
sovrano,  veduti  gli  stagnamenti  perniciosi  della 
pianura  grossetana,previde  la  necessità  di  regolar- 
ne le  acque,  e  così  dettesi  a  prendere  altre  prov- 
visioni di  minor  conto.  Di  maggiore  entità  fu  per 
altro  la  disposi«ione  savissima  di  Ferdinando  nello 
stabilire  in  Grosseto  l'uffizio  de'fossi,  che  prese- 
desse alPesecuzione  e  mantenimento  di  tutte  le 
operazioni   idrauliche  delia  ^laremma,  eseguite 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  dn^ 

ad  oggetto  di  renderne  più  salubre  Paria,  median- 
te lo  scolo  di  tutte  le  acque  stagnanti,  giacché  si 
vide  in  quel  tempo  la  negligenza  estrema  fin  al- 
lora usata  per  mantenere  in  attività  i  detti  scoli. 
Nello  stesso  anno  il  granduca  fece  demolire  la 
pescaia  di  Castiglione,  che  sosteneva  le  acque  del 
lago  per  farle  cadere  nelle  trombe  degli  adiacenti 
mulini.  Questa  pescaia  cagionava  rinfradiciamen- 
to  e  l'inondazione  di  una  gran  quantità  di  terreni, 
e  produceva  nel  medesimo  tempo  malignità  pe-' 
stifere  nelParia  della  pianura.  Dette  altresì  vari 
altri  regolamenti  per  accrescere  il  numero  dei 
coltivatori  nel  territorio  di  Grosseto.  Trovasi  poi 
ordinato  in  quel  tempo,  cioè  nell'anno  1 593,  che 
si  asciugasse  il  lago  delTAlberese,  che  si  rialzasse- 
ro due  argini  alfOmbrone, ed  un  nuovo  alla  Giun- 
cola.  Dai  molti  progetti  e  dai  non  pochi  lavori 
idraulici  eseguiti  nella,  pianura  grossetana  chia- 
ramente rilevasi,  che  Ferdinando  aveva  appresa 
una  buona  strada  per  far  risorgere  la  Maremma. 
Se  poi  le  savie  mire  di  questo  sovrano  non  ebbe- 
ro il  pieno  effetto  desiderato,  dovrà  attribuirsi 
ciò  alla  inesperienza  o  negligenza  degli  immedii- 
ti  esecutori  (16).  Non  v"'era  cosa  in  somma  che 
riguardasse  il  buon  regolamento  delle  acque  gros- 
setane a  cui  volentieri  non  acconsentisse  il  gran- 
duca Ferdinando  I. 

g.  la.  Le  carestie  che  sopraggiunsero  negli  anni 
successivi  fecero  sospendere  tal  disposizione,  la 
quale  poi  con  legge  del  febbraio  1 699  fu  rinnovata, 
e  dichiarato  che  la  tratta  della  metà  delle  raccolte 
della  maremma  fosse  libera  per  favvenire,  senza 


6a4  COSTUMI 

potersi  sospendere,  ferma  stante  però  la  mede- 
sima tassa.  Fossero  le  circostanze  della  penuria  o 
la  poca  intelligenza  delPamministrazione  econo- 
mica dei  grani,  non  solo  restò  sospesa  la  tratta, 
ma  emanarono  in  questo  tempo  successivamente 
nel  granducato  tutte  le  leggi  restrittive  delle  con- 
trattazioni, e  delle  esportazioni  di  questo  genere, 
il  quale  destinato  dalla  provvidenza  al  consolan- 
te oggetto  di  sostenere  vita  umana,  traeva  seco 
dalla  legge  mille  pericoli  di  esilii,  di  desolazione 
e  di  morie.  11  granduca   servi  air  opinione  dello 
universale  più  chea  quella  dei  ministri, fra  i quali 
il  vescovo  Usimbardi  non  era  di  tal  sentimento: 
deplorando  egli  le  triste  conseguenze  di  queste 
l^ggi,  e  il  disordine  che  producevano  nella  Val 
di  Chiana,  così  scriveva  a  Lorenzo  Usimbardi  suo 
fratello  nel  marza  del  1692  „.  Questo  bando  del 
prezzo  farà  disordine  notabile.,  industriandosi  o- 
gnunodi  nascondere  il  grano,  e  con  diverse  arti 
ricondursi  a    casa    quello   che  comandati  man- 
dano al  mercato,  ricomprandolo  in  diversi  mo- 
di   che   non    userebbero  fosse  libero^  alla  qual 
libertà  congiunta  la  copia  che  farebbesene  in  mer- 
cato col  grano  comandato,  il  prezzo  sarebbe  il 
medesimo  o  poco  più,  e  non  se  ne  andrebbe  tanto, 
non  bastando  tutte  le  forche  e  bargelli  a  ritener- 
lo. Qua  credo  che  ne  sia  abbastanza,  sebbene  per 
questi  rispetti  ne  apparisce  mancamento  (17)  ». 

g.  1 3.  Provvedimenti  cosi  contradittori  all'og- 
getto del  legislatore,  e  che  in  progresso  divennero 
massime  fondamentali  nel  granducato  ,  furono 
dannosi  nello  stato  di  Siena,  ma  in  quello  di  Fi- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  625 

lenze  restarono  corretti  dall'attività  e  spirito  di 
coltivazione  ispirato  universalmente  dall'esempio 
del  principe,e  promosso  dalla  emulazione  tra  i  pri- 
vati. Operavano  già  mirabili  efietti  i  principii  sta- 
biliti con  le  leggi  e  con  Pesempio  del  granduca 
Francesco,  ma  le  imprese,  i  provvedimenti  e  le 
riduzioni  delle  campagne  della  Toscana  eseguite 
con  tanto  successo  da  Ferdinando  variarono  il  si- 
stema economico  dello  stato  di  Firenze,  e  fecero 
che  iinalnienle  V  agricoltura  avesse  il  primato 
sopra  il  commercio.  Le  successive  calamitose  pe- 
nurie persuasero  i  popoli,  che  mentre  si  possede- 
vano dei  terreni  non  conveniva  affidare  la  pro- 
pria sussistenza  ad  altri,  e  che  la  mercatura  do- 
vea  servire  alP  agricoltura,  ed  essere  un  ramo 
di  sussistenza  per  chi  non  può  coltivare.  Queste 
massime  autorizzate  col  fatto  del  principe,  intro- 
dussero una  scambievole  emulazione,  e  ciascuno 
si  occupò  dei  terreni.  ÌVIolti  dei  principali  mercan- 
ti tìorentini  sparsi  per  le  piazze  principali  della 
Europa,  secondando  il  genio  del  granduca,  por- 
tarono in  Toscana  i  loro  fondi  per  convertirli 
in  terreni,  ed  applicarsi  alPagricoltura;  in  con- 
seguenza di  ciò  ritornarono  da  Londra  i  Corsini  e 
i  Gerini,  i  Torrigiani  da  Norimberga,  e  si  fecero 
tiorentini  i  Ximenes  mercanti  portoghesi,  che 
ben  volentieri  concorsero  a  convertire  in  tante 
terre  in  Toscana  le  loro  ricchezze.  Si  accrebbe 
perciò  ragricollura  e  si  ricercò  la  parte  più  utile  ^ 
della  medesima^  emanarono  molte  leggi  agrarie, 
tendenti  a  regolare  Teconomia  rurale  fra  il  pro- 
prietario e  gli  agricoltori,  e  si  deve  totalmente  a 


6a6  COSTUMI 

quest'epoca  e  agli  sforzi  di  Ferdinando  la  propa- 
gazione dei  gelsi  perla  Toscana. Non  era  che  un 
saggio  quanto  avea  fatto  su  tal  proposito  il  gran- 
duca Francesco,  ma  questo  saggio  fece  compren- 
dere a  Ferdinando,  quanto  utilmente  potevasi  e- 
stendere  dappertutto  la  coltivazione  di  una  pian- 
ta di  tanto  profitto.  In  oltre  il  granduca  avendo 
fatto  seminare  nei  propri  suoi  orti  una  numero- 
sa quantità  di  queste  piante,  faceva  che  si  distri- 
buissero gratuitamente  ai  proprietari  per  trapian- 
tarle nei  loro  terreni.  Si  videro  parimente  accre- 
scere gli  uliveti  e  le  vigne,  e  la  Toscana  tutta  di- 
venne in  breve  il  paese  più  coltivato  deli^  Ita- 
lia (i8).  Che  r  agricoltura  sìa  stata  sempre  in 
onore  presso  di  noi.,  è  manifesta  prova  il  numero 
grande  degli  scrittori  georgici  che  in  tutti  i  tem- 
pi abbiamo  avuti.  Sono  i  più  celebri  Angelo  Po- 
liziano ,  Giovanni  Rucellai,  Bernardo  GiambuU 
lari  ,  Luigi  Alamanni,  Pier  Vettori,  Gio.  Battista 
Doni  e  Pier  Antonio  Micheli.  Non  forse  sono  po- 
che le  piante  indigene  della  Toscana,  ma  i  nostri 
ne  fecero  venire  ancora  d'altronde,  però  di  tante 
abbondiamo  per  Puso  medico,  tecnico  ed  econo- 
mico. Dobbiamo  a  ser  Alamanno  Salviati  i  ma- 
glioli  dell'uva  salamanna,  a  messer  Vieri  dei  Bar- 
di la  vernaccia,  a  Francesco  Bonvicini  pesciatino 
le  barbatelle  del  gelso  bianco,  e  a  Gio.  Vettorio 
Soderini  molte  razze  di  fiori.  Anche  gristrumenti 
di  quest'arte  sono  stati  presi  qualche  volta  in  con- 
siderazione^ quindi  Gio.  Battista  Tedaldì  fu  in- 
ventore del  segolo,  ed  il  Marchese  Alessandro 
del  Borro  di  parecchie    macchine    cereali     Può 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  627 

appartenere  a  quesfiìrticolo  in  qualche  modo  la 
invenzione  di  un  nuovo  mulino  economico  fatto 
già  dal  nostro  Bartolomraeo  àmmannali  architet- 
to, il  quale  avendolo  portato  in  Francia  meritò 
da  Francesco  I  amplissimi  privilegi  (19). 

g.  14.  Siccome  dalla  perfezione  delle  arti  de- 
riva il  lusso  ,  così  dall'  agricoltura  perfezionata 
ed  estesa  nel  granducato  ne  derivò  il  gusto  della 
delizia,  il  lusso  dei  giardini  e  la  vanità  di  attirare 
a  Firenze  le  più  rare  e  deliziose  piante  d''lsia  e 
d''àmerica.  l  giardini  eretti  da  Ferdinando  servi- 
rono di  modello  e  risvegliarono  Temulazione  nei 
privati;  i  più  magnifici  e  deliziosi  giardini  dei  pri- 
vali in  Firenze  devono  a  questo  spirito  il  loro  prin- 
cipio, I  Gaddi,  ì  Salviati,  gli  Strozzi,  gli  Acciaioli,  i 
Riccardi  ed  altri  principali  tra  i  gentiluomini  eres- 
sero dei  giardini  che  accrebbero  la  bellezza  e  le  de- 
lizie della  capitale;  la  cultura  dei  tìori,dei  frutti,  e 
delle  piante  esotiche  divenne  una  scienza  cavalle- 
resca.che  decideva  del  buon  gusto  dei  cavalieri,  li 
nuovo  giardino  dei  Semplici  eretto  in  Pisa  nel 
iSgS  era  il  deposito  di  questi  nuovi  acquisti,  che 
poi  si  dispensavano  ai  particolari  per  propagarli. 
Le  piante  cretensi  divenute  comuni  nella  Tosca- 
na arricchirono  la  bottanica,  aumentarono  la  de- 
lizia, e  risvegliarono  nei  particolari  Temulazione 
dì  attirare  a  Firenze  nuove  piante  delle  più  remo- 
te regioni  (ao)» 

J.  i5.  Da  un  libretto  manoscrito  dedicato  al 
granduca  Cosimo  II  in  data  del  di  i  novembre 
161 5  si  ha  notizia,  come  la  pianta  del  tabacco  fu 
trasportata  dall'India  Occidentale  in  Ispagua,  e 


6a8  r    rr^T       COSTUMI 

di  poi  nella  Toscana,  dove  nominavasi  erba  tor- 
nabuona.^  condottavi  cioè  da  Monsignor  Nicco- 
lò Toruabuoni ,  regnando  il  granduca  France- 
sco I .  JXon  va  passato  sotto  silenzio  che  nei 
primi  anni  di  Cosimo  II  o  negli  ultimi  di  Ferdi> 
iiando  I,  fu  per  la  prima  volta  messo  in  pratica 
in  Toscana  Tartifizio  delle  stufe  per  custodire  e 
far  vegetare  sollecitaoiente  le  piante  (ai). 

g.  16.  Non  solo  per  suo  proprio  divertimento 
si  dilettò  il  granduca  Cosimo  II  dello  studio  di 
bottanica  e  d"*  agricoltura,  ma  volle  anche  se- 
riamente applicarvisi  per  utilità  de'suoi  stati:  per 
ciò  fece  fare  una  visita  generale  alle  campagne 
dello  stato  di  Siena,  le  quali  per  la  scarsità  dei 
coloni  e  per  altre  cause  erano  fin  d'allora  ridotte 
le  più  inculte  e  le  meno  salubri.  Una  tal  visita  fu 
fatta  nel  1609.  Mosso  adunque  il  sovrano  a  pietà 
s^invogliò  tosto  di  risanare  e  coltivare  molte  vaste 
porzioni  di  quelle  campagne,  cominciando  dal  to- 
glierdi  mezzo  gli  ostacoli  fisici  che  ne  impedivano  i 
lavori.  Dette  dunque  principio  a  far  regolare  le 
acque  colTaddirizzare  fiumi,  disseccar  paduli  e  di- 
sfare i  boschi  impossessatisi  dei  luoghi  per  lo  ad- 
dietro coltivati,  e  con  bando  del  dì  a8  gennaio 
ìCio  accordò  i  privilegi  ed  esenzioni  a  chi  vi  si 
portasse  ad  abitare,  e  v'^impiegasse  l'opera  sua  e 
il  danaro  in  semente  e  coltivazioni  (aa).  Nel  1614 
dettesi  all'intrapresa  d'un  canale  navigabile  ,  il 
quale  imboccando  colla  fossa  nuova  e  scavata  da 
Ferdinando  I,veniva  a  continuare  nella  bassa  pia- 
nura fino  al  punto  oggi  detto  il  porticciuolo,  ed 
ebbe  il  suo  compimento  questo  canale  sotto  Fer- 


DEI  TEMPI   MEDICEI  PARTE  1.  629 

flinando  II,  ma  dopo  pochissimi  anni  non  fu  più 
navigabile  (al^). 

g.   17.  Volle  anche  Cosimo  II  essere  informa- 
to delle   condizioni  e  dei  bisogni   della  città   di 
Pisa  e  suo  contado,  per  potervi  dare  gli  opportu- 
ni provvedimenti,  ed  avendo  visitate  ed  osservale 
minutamente  tutte  le  campagne  adiacenti,  accom- 
pagnato sempre  dai  primari  impiegati  delTuffizio 
dei  fossi,  dette  molte  disposizioni  perchèle  acque 
avessero  il  necessario  loro  scolo  (a4).  Mantenne 
altresì  in  buon  grado  le  bonificazioni,  ed  i  gran- 
diosi lavori  fatti  fare  dai    suoi  reali  antecessori 
nella  Val  di  Chiana^  imperocché  essendo  stata  ro- 
vinata nel  1607  per  impeto  delle  acque  la  famosa 
pescaia  de'moniaci  cassinensi, il  granduca  fece  loro 
un  grosso  imprestito  di  denaro,  acciò  la  potesse- 
ro sollecitamente  rifare  e  liberar  le  campagne  da 
rovinosi  pericoli  (a5).  Per  impedire  i  diboscamen- 
ti nelle  cime  delle  montagne,  ordinò  il  granduca 
Cosimo  li  la  rinnovazione  delle  leggi  proibilive.di 
potere  tagliar  macchie  e  lavorar  terreni  sulle  Alpi  e 
monti  di   Pistoia,  fatte  negli  anni  i559,   i564  e 
16 19  (2,6).  Con   bando  del   1611,  ad  oggetto  di 
mantenere  abbondanza  di  vino,  ed  a  prezzi  di- 
screti pel  po[>olo,  il  granduca  proibì  di  introdurre- 
in  Firenze  in  fiaschi  vini  vermigli  Iimssì  o  di  pia- 
no ricolti  nelle  pianure  sotto  l'irenze  fino  ad  Em-' 
poli,  permettendo    soltanto  d'introdurveli  in  ba- 
rili, o  mezzi  barili.  Collo  slesso  fine  di  mantt^nere' 
Tabbondnnza  e  buona  qualità  delle  ve'lovaglie  fe- 
ce pubblicare   nolPanno  1619  il  bando  della  proi- 
liizione  degli  otri  da  olio,  e  nel  iGii  il  bando  della 


63o  COSTUMI 

pesca  con  reti  fitte  (a^).  Sul  finire  di  Cosimo  II 
si  trova  un  rescritto  del  29  maggio  162,0  concer- 
nente la  ripartizione  di  somme  considerabili  pei 
lavori  agli  argini  delPOmbrone,  indizio  manifesto 
che  lavori  tali  erano  nel  suo  regno  stati  esegui- 
ti (2,8).  Aflinchè  poi  la  sregolata  voglia  di  coltiva- 
re non  distruggesse  le  boscaglie  in  pregiudizio 
delle  pasture  e  di  molti  altri  usi  economici  e  fab- 
brili ,  il  granduca  Ferdinando  II  pubblicò  una 
legge,  colla  quale  proibiva  di  non  potere  ta- 
gliare nel  crine  e  boschi  della  montagna  di  Pi- 
stoia (29). 

g.  18.  Dopo  che  i  provvedimenti  di  Ferdinando 
I,  e  di  Cosimo  II  per  la  reduzione  e  risanamento 
della  maremma  senese  s'erano  dimostrati  inef- 
ficaci ed  inutili,  non  per  questo  variarono  la  mas- 
sima nel  governo  della  reggenza,  e  Ferdinando 
II  seguitando  le  antiche  tracce  ne  riassunse  con 
maggior  vigore  l'impresa.  Il  primo  oggetto  della 
reduzione  era  stato  quello  di  procurare  alle  acque 
uno  scolo,  d'impedire  i  trabocchi  dei  fiumi  e  Io 
spaglio  del  lago,  e  disseccando  in  tal  guisa  i  ter- 
reni renderli  ancora  più  atti  alla  coltivazione.  Per 
facilitare  i  trasporti  dei  grani  alla  marina  Cosimo 
Il  determinò  d'introdurre  nella  pianura  di  Gros- 
seto la  navigazione,  e  nel  i6i4  fece  scavare  una 
fosso  navigante  che  comunicasse  col  porlo  diCa-fiì 
stiglione.  Fu  stabilito  per  massima  fondamentale, 
che  il  tener  viva  la  comunicazione  tra  Castiglione 
e  Grosseto  mediante  il  fosso,  e  l'impedire  gli  spagli 
del  lago  e  i  trabocchi  dell'  Ombrone  fosse  tutto 
ciò   che  potesse  immaginarsi  per   render  felice 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  63 1 

quella  provincia^  ma  non  conciliavasi  questo  pia- 
no con  la  naturale  situazione  del  lago  e  con  lo 
interesse  particolare.  11  fosso  navigante  insidiato 
dai  trabocchi  d'Orabrone,  e  sostenuto  pel  corso 
di  a6  anni  costò  esorbitanti  dispendii  per  inalza- 
re degli  argini  contro  un  fiume  rapidissimo  e  di 
una  forza  superiore  a  qualunque  riparo.  Le  acque 
del  lago  non  erano  dirette  dai  regolamenti  stabi- 
liti in  conseguenza  di  questo  piano,  ma  dalP  in- 
teresse degli  aditluari  della  pesca  quivi  sistemata 
sul  metodo  di  Comacchio.  La  terra  di  Castiglione 
si  rendeva  ogni  giorno  più  disabitata  e  insalubre, 
poiché  gli  effluvi  del  lago  insidiavano  quella  sa- 
lubrità che  per  lo  più  si  trova  abitando  sul  mare. 
In  tale  incertezza  e  contradizione  Ferdinando  II 
nei  1609  avrebbe  desiderato,  recedendo  dalle  an- 
tiche massime,  di  conseguire  con  nuove  intrapre- 
se quello  che  con  tanto  dispendio  avevano  inu- 
tilmente tentato  i  suoi  antecessori.  Credette  per 
tanto  che  la  totale  disseccazione  del  lago  di  Ca- 
stiglione fosse  l'unico  mezzo  per  riparare  a  tanti 
disordini ,  e  rendere  insensibilmente  a  quella 
provincia  la  salubrità  e  la  fertilità,  ricercate  in- 
vano tino  a  quel  tempo.  Riconobbero  gringegne- 
ri,  che  introducendo  1'  Ombrone  nel  lago  dalla 
parte  superiore ,  le  torbe  di  questo  fmme  con  lo 
spandersi  regolarmente  sul  fondo  di  esse  avreb- 
bero potuto  formare  una  giusta  livellazione:  ma  li 
sgomentava  la  lontananza  daliìume  al  lago,  e  lo 
esorbitante  dispendio  eh*  esigeva  il  taglio  dei  ter- 
reni e  dei  colli  che  si  rendeva  necessario  per 
quest'cifelto.  L'erario  del  granduca  era  esausto^ 


ÙZÒ,  e  O  S  T  0  M  I 

e  i  popoli  incapaci  di  soffrire  la  gravezza  di  que- 
ste spese^  si  ritornò  perciò  alle  antiche  massime; 
si  restaurò  il  porto  di  Castiglione,  e  si  prosegui- 
rono le  antiche  operazioni  contradillorie  fra  lo- 
ro .  La  comunicazione  fra  Castiglione  e  Gros- 
seto fu  sostenuta  con  nuovi  ripari  suggeriti  da 
don  Benedetto  Castelli,  il  quale  chiamato  a  Fi- 
renze per  assistere  alla  morte  del  Galileo  fu  poi 
tìal  granduca  nel  i64i  spedito  in  maremma  per 
osservare  e  proporre  quanto  potesse  operarsi  per 
Sostenere  la  detta  navigazione.  Ciò  nonostante 
snel  1646  il  fosso  navigante  era  ridotto  in  grado 
da  non  poter  più  servire  a  tal  uso,  e  dopo  tanti 
tentativi  ed  inutili  spese  potette  Ferdinando  co- 
noscere sensibilmente  ogni  anno  la  deteriorazio- 
ne di  quella  infelice  provincia.  Non  guadagnò  per 
tanto  sotto  questo  principe  l'agricoltura  in  To- 
scana; e  se  prosperi  ed  ubertosi  furono  gli  ultimi 
anni  del  suo  governo,  ciò  dovevasi  piuttosto  alle 
cause  generali  della  pace  d'Italia  che  ad  un  par- 
ticolare accrescimento  di  coltivazioni,  e  ad  una 
miglior  direzione  economica  del  granducato  (3o). 
g.  19.11  granduca  Cosimo  III  in  qualunque 
ftnno  del  suo  regno  si  applico  a  ristorare  la  3Ia- 
remma,  e  come  gli  altri  suoi  antecessori  ebbe  le 
principali  cure  rivolte  alla  pianura  grossetana.  Fe- 
ce perciò  venire  dal  Pellopponeso  una  colonia  di 
Mainotti,  che  insieme  con  altra  venuta  dalla  Lo- 
rena rimaser  distrutte  nella  Maremma  a  motivo 
della  pessima  esalazione  di  quelle  acque  stagnanti. 
D''allora  in  poi  non  si  videro  più  che  miserabili 
capanne  di  pastori  in  quei  paesi  che  erano  pieni 


DEI  TEMPI  MEDICEI   PARTE  I.  633 

di  abilanti  prima  che  Paria  pestifera  sì  tenace- 
mente imperversasse  (3i).  Si  asserisce  per  tanto 
che  dopo  Cosimo  I  siano  state  continue  le  visite, 
1«  deputazioni;  i  provvedimenti,  le  leggi  e  le  gra- 
zie dei  grand uchi  a  prò  dell'agricoltura  marem- 
mana (3a). 

g.  20.  Giovan  Gastone  altro  non  ^ece  a  prò 
di  quella  nella  M^rerrmia  che  assicurare  la  ven- 
dita dei  grani  di  tal  contrada  ,  obbligando  le 
abbondanze  di  Portoferraio  a  comprarli  in  prefe- 
renza dei  granì  forestieri  (33).  IVonostantele  cure 
usate  dai  nominali  grand  uchi  per  render  florido 
l'agro  pisano,  pure  nel  secolo  XVII  ricompDrver 
ro  i  disastri  dei  morbi  contagiosi,  e  T  arte  agraria 
ricader  dovette  nelfantico  stato  di  deperimento  e 
di  languore.  Risorse  poi  in  tempi  migliori,  ma  fu 
trattenuta  in  lunghissima  infanzia  da  falsi  metodi 
del  dissodare  senza  arginature,  dalla  imperizia 
del  migliorare  le  argillose  biancane.  o  mattaroni 
ool  tufo,  e  dallerronea  pratica  di  mal  dirette  la- 
vorazioni (34). 

g.ai.  Quanto  avevano  operato  Francesco  e 
Ferdinando  I  de*i>Iedici  perdette  insensibilmente 
sotto  Cosimo  II,  e  la  reggenza  fu  quella  che  poi 
ne  risenti  le  conseguenze  funeste.  La  limitazio- 
ne del  prezzo  dei  viveri,  i  soverchi  ed  inutili  prov- 
vedimenti dell'abbondanza,  accompagnali  danna 
mala  amministrazione,  opprimevano  i  coltivatori 
e  desolavano  le  campagne.  I  contadini  illnqueali 
dagli  imprestiti  e  dalle  pene,  insidiati  dalle  privati- 
ve,ed  angustiali  dai  tribunali, abbandonavano  Par- 
te del  campo,  e  ritirandosi  nella  capitale,o  nelle  vi- 
St.   Tose,  Tom,  10.  54 


634  COSTUMI 

cinanze  della  medesima,  esponevano  la  sussisten* 
za  loro  alPazzardo.  Quella  pietà,  che  per  difelto  di 
legislazione  mancava  nella  campagna,  abbondava 
nella  città,  dove  i  copiosi  sovvenimenli  alimen- 
tavano l'inerzia.  Le  terre  incolte  non  produceva- 
no, e  le  raccolte  diminuendosi  ogni  anno,  lo  stato 
rimaneva  esposto  ad  una  perpetua  penuria  che 
insensibilmente  lo  distruggeva.  Nel  1620,  cono- 
scendosi  manifestamente  la  decadenza  delTagri- 
coltura,  fu  risoluto  di  applicarvi  un  rimedio,  e 
ristabilirla  nelP  antico  vigore.  Fu  eletta  una 
deputazione,  denominata  espressamente  sopra 
le  coltivazioni^  e  fu  incaricala  di  visitare  e  infor- 
marsi di  tutti  i  terreni  capaci  di  miglioramenti  e 
nuove  coltivazioni,  e  prescrivere  ai  possessori  il 
modo  e  la  forma  per  eseguirle. 

g.  :ia.  Senza  conoscere  i  vizi  radicali  delle 
leggi  e  delia  amministrazione,  che  formavano  la 
causa  principale  di  questo  disordine,  fu  creduto 
che  la  forza  potesse  promuovere  un'arte  ch'è  ap- 
punto la  più  aliena  dal  soffrire  violenze.  Wiuno 
dei  possessori  di  qualsivoglia  grado  potesse  esse- 
re esente  dalla  giurisdizione  di  questi  deputati, 
i  quali  potevano  ancora  suddelegare  nella  città  e 
nelle  terre  altri  deputati  per  lo  stesso  esercizio. 
1  giusdicenti  ed  i  cancellieri  riferivano  ciò  che 
poteva  occorrere  in  ciascuna  comunità  per  astrin- 
gere i  pioprietari,edè  facile  immaginarsi,  qual  di- 
sordine potesse  cagionare  in  tutta  la  campagna  un 
«osi  stravagante  metodo,  ed  una  violenza  per  lo 
più  irragionevole  e  capricciosa.  Gli  effetti  di  que- 
sta deputazione  furon  quali  dovevano  essercjper^ 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  I.  635 

che  dal  i6ao  ai  i63o,  non  solo  Tagricoltura  non 
fece  in  Toscana  yeran  profitto,  ma  più  frequenti 
divennero  le  penurie,  e  lo  slato  si  trovò  soggetto 
a  nuovi  e  maggiori  disastri.  Le  numerose  solda- 
tesche distraevano  i  coltivatori,  le  molte  bandite 
di  caccia  nuovamente  introdotte,  e  le  leggi  seve- 
rissime contro  i  trasgressori  sgomentavano  chiun- 
que: le  famiglie  ridotte  alla  miseria  ed  espulse 
dalle  terre  dai  proprietari  per  l'eccesso  dei  de- 
biti, scorrevano  a  truppe  a  spogliar  le  campa- 
gne, e  procurarsi  con  i  furti  e  con  le  rapine  la 
sussistenza.  Tutti  questi  disordini  parevano  com- 
binali per  ricondurre  i  popoli  alP  antica  barba- 
rie (35). 


NOTE 

(1)  V  ed.  Storia,  Epoca  i,  Costumi  ,  parte  i,  J.  2, 
3.  (2)  Targioni  ,  Notizie  degli  aggrandimenti  delle 
scienze  fisiche  accadute  in  Toscana^  voi.  ili,  §.  140» 
(3)  Ivi,  parte  iv,  J.  275.  (4)  Busching,  L'Italia  geo- 
grafico-storico  politica,  tom.  iv,  art.  Il  granducato  di 
Toscana^  p.  6.  (5)  Del  Pozzo,  SulTagricoltura^  MS. 
p.  181.  (G)  Copia  del  compromesso  nella  Biblioteca 
Venuti,  ap.  la  Storia  di  Cortona,  p.  84.  (7)  Xime- 
nes,  Esame  dell'esame  di  un  libro  sopra  la  marem- 
ma senese,  nota  72,  73,  p.  155.  (8)  Ivi,  nota  75. 
(9)  Galluzzi,  Storia  del  Granducato  di  Toscana,  tom. 
I,  !ib.  I,  cap.  IX,  pag.  245.  (10)  Archivio  dello  scrit- 
toio delle  Reali  possessioni.  (11)  Cantini  ,  Vita  dt 
Cosimo  I,  cap.  x,  pag.  209.  (12;Xiraene8  cil.(13}Fer- 


636  COSTUMI 

rario.  Costume  antico  e  moderno,  Europa,  voi.  vni, 
arti  e  scienze  degl'italiani,  p.  687.  (14)  Galluzzi  cit. 
p.  245.  (15)  Ivi,  tom.  vi,  lib.  v^  cap.  xiii,  pag.121. 
(16)  Ximenes  cit.  p.  175.  (17)  Galluzzi  cit.  tom.  vi, 
lib.  V,  rag-  121.  (18)  Ivi  ,  p.  124.  (19)  Elogi  degli 
uomini  illustri  toscani,  tom.  iv,  prefazione,  p.  xiv. 
(20)  Galluzzi  cit.  (21)  Targioni  cit.  parte  iv,  tom. 
Jii,  $.  61^  64.  (22)  Ivi.  (23)  Ximenes  cit.  nota  77  , 
pag.  179.  (24)  Targioni  citato.  (25)  Cod.  387  della 
elasse  25  dei  MSS.  della  pubblica  libreria  Magliabe- 
chiana.  (26)  Targioni  citato,  §.  70.  (27)  Ivi,  J.  71  . 
(28)  Ximenes  cit.  (29)  Targioni  cit.  (30)  Galluzzi  cit. 
tom.  vili,  lib.  VII,  cap.  ix^  pag.  91.  (31  )  Del  Pozzo, 
Sull-'Agricoltura,  MS.  p.  81.  (32)  Ximenes  cit.  not. 
80.  p.  188,  190  .  (i3)  Ivi.  Dot.  81.  (34)  Zuccagwi  , 
Atlante  geografico- fisico-storico  della  Toscana^  tav. 
XIV.  (35)  Galluzzi  cit.  voi.  vu,  cap.  xi,  pag.  167. 


'fo-n 


■k)h 


DEI  TEMPI  MEDÌCEI  CZy 

PARTE  SECONDA 
VESTIARIO 


?.  i.JL^a  scena  dei  diversi  secoli  presenta  di- 
verse usanze  e  maniere  di  vestire,  come  vedem- 
mo nelPepoohe  precedenti  di  questa  mia  storia. 
Ora  prima  di  passare  al  costume  degli  abili  por- 
lati  al  tempo  del  granduca  Cosimo  I,  voglio  da- 
re un  saggio  al  mio  lettore  delle  tante  fogge  di 
vestire  usate  tra  la  fine  della  repubblica  tioren- 
lina  ed  il  principio  del  regno  della  casa  Medici  .Il 
personaggio  da  me  esibito  (a),  ci  mostra  il  vestia- 
rio popolare  delle  due  indicate  epoche.  L^aifresca 
dal  quale  io  Pho  tratto  ci  fa  conoscere.col  militare 
da  me  pure  riportato  (^),  che  anche  nella  milizia 
vi  eran  sempre  vari  modi  di   vestire. 

^.  a.  Nel  regno  di  Cosimo  I  i  fiorentini  usava- 
no un  vestiario  di  lusso  e  di  grande  spesa.  Vel- 
luti, drappi  con  ricami  o  galloni  del  maggior  prezzo 
erano  i  materiali  dei  quali  comunemente  face- 
vansi  le  vesti:  foro  lavorato,  l'argento,  le  perle, 
le  pietre  preziose^  le  penne,  le  pelli  di  maggiore 


(a)  Vcd.  tav.   evi,  N.  6. 
(6)  Ivi,  N.   1. 

54* 


638  fco  s  TU  !tt  I 

costo  erano  grornamenti,  coi  quali  le  donne  di 
ogni  condizione  si  abbigliavano.  Per  tal  riguardo 
al  certo  il  duca  Cosimo  si  ridusse  a  riformare  il 
lusso  del  vestiario  dei  suoi  sudditi ,  con  ema- 
nare varie  suntuarie  leggi,  le  quali  furono  pubbli- 
cate nel  i546,  i56a  e  i568,  prescrivendo  ciò  che 
dovevano  usare.  Io  non  riporterò  che  la  terza, 
cioè  quella  del  i5G8j  onde  far  conoscere  al  mio 
lettore  quanto  il  lusso  era  grande,  nonostante  la 
seguente  prescrizione  ordinata  dal  prelodato  gran- 
duca. 

g.  3.  Alle  donne  nobili  era  permesso  portare 
tìl  collo  un  vezzo  di  perle,  che  differiva  in  valore 
secondo  il  grado  della  persona^  potean  portare  tre 
anelli  d''oro  con  quelle  gioie  che  più  loro  fosse 
piaciuto  ,  purché  il  di  loro  valore  non  eccedesse 
i  3oo  scudi,  e  le  gioie  non  potevano  esser  false. 
Le  anella  potevano  essere  smaltate  e  portale  al 
collo  con  la  collana  d^oro  del  valore  di  scudi  set- 
tanta, e  cinque  di  fattura:  oltre  alla  collana  po- 
tevan  portare  un  vezzo  di  bottoni  d'oro  o  carcame 
di  specie  d''ornamento  muliebre  in  oro  o  perle  per 
ghirlanda,  o  altro  simile  ornamento  di  scudi  3o,  e 
4  di  fattura:  cintura  con  cintolo  d'oro  del  valore 
di  scudi  cento,  e  sette  di  fattura:  un  paio  di  ma- 
niglie al  più  di  scudi  3o  e  quattro  di  fattura.  Era 
loro  permesso  di  portare  gorgiera,  ovvero  collet- 
to, maniche  di  renza,  bisso  o  bambagino  lavorato 
d''oro,  d''argenlo  tìlato  o  tirato,  purché  non  pas- 
sasse in  tutto  la  valuta  di  scudi  tre  d'acro.  Le  re- 
ti o  scuffie  dovevano  esser  tessute  o  lavorate  eoa 
once  due  d'oro  o  d'argento  lìlato  per  ciascheduna: 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  li.  639 

questi  ornamenti  però  esser  dovevanod''oroschiet- 
lo.  Potevano  avere  una  corona  di  paternostri  a 
loro  piacere,  purché  non  passasse  il  valore  di  scu- 
di 5o.  Il  fazzoletto  poteva  esser  d'accia,  ma  che 
non  fosse  più  di  otto  scudi  d'oro  di  valore,  e  lo 
asciugatoio  pure  diaccia  del  valore  di  scudi  i6. 
Per  le  vesti  di  sopra  portate  dalle  nobili  donne 
potevano  impiegarvisi  ventiquattro  o  ventisette 
braccia  di  drappo  non  proibito,  e  per  le  vesti  di 
sotto  braccia  venti:  in  una  turca  o  zimarra  al  più 
braccia  j5  di  raso  ,  dommasco,  velluto,  o  altro 
drappo  o  taffettà  ed  ermisino,  come  per  le  altre 
due  vesti  sunnominate.  Si  potevano  ornare  tali 
abiti  con  orli,  rivetti,  o  bande  di  taffettà  o  ermi- 
sino, ma  senza  ricamo,  raettendovene  alle  vesti 
di  sopra  per  le  bande  tre  braccia,  e  per  quelle  di 
sotto  due.  Il  medesimo  finimento  o  guarnizione 
era  permesso  anche  alle  vesti  di  panno ,  rascia 
o  saia,  con  questo  però  che  tanto  le  vesti  di  pan- 
no, quanto  quelle  di  drappo  non  si  potevano  trin- 
ciare ^  né  tagliare  se  non  nelle  maniche,  nelle 
bande,  orli  e  finimenti.  Ai  berretti  o  cappelli  non 
era  permesso  portar  piume,  spennacchi,  medaglie 
di  sorla  alcuna,  e  la  valuta  del  cappello,  o  fosse 
di  velluto,  o  d'altro  drappo,  odi  paglia, non  dovea 
;pas3ar  la  somma  di  scudi  quattro  d'oro.  Alle  donne 
non  distinte  eran  permesse  le  cose  medesime, 
ecceltoche  esse  nou  potean  portar  perle,  né  fron- 
tale, né  altro  ornamento  in  testa,  né  cintolo  di 
oro.  Le  fanciulle  nobili  potean  vestire  di  felpa , 
dommascOi,  raso  a  grossa  grana  con  gli  ornamen- 
ti medesimi  delle  donne  maritate.  Era  loro  per- 


6{o  COSTUMI 

messa  una  ghirlanda  d'acro  del  valore  di  sradi  la 
compresa  la  fattura,  ed  una  catena  ovvero  car- 
came, o  bottoni  d''oro  e  perle  d'^oncia,  granati, 
agate  o  coralli,  non  passando  però  in  ciascuno  di 
detti  ornamenti  scudi  i6  con  la  fattura:  una  co- 
rona di  paternostri  del  valore  in  tutto  di  scudi  io. 
Polean  portare  beretto  o  cappello  di  drappo  e  di 
paglia  senza  piume  e  medaglia^  ma  eran  proibite 
scarpe  e  pianelle  di  drappo. 

g.  4-   Ai  fiorentini    era  lecito  portare  oro  in 
anella  e  catene  solamente,  e  le  gioie  pure  in  anel- 
la  a  loro  piacimento:  per  i  cosciali  delie  calze  o 
braconi    era  permesso  adoprare  quattro  braccia 
di  drappo  di    ermisino  e  taffettà ,   compresivi    i 
ginocchiali  per  qualunque  paio.  I  detti  braconi 
dovevano  essere  senza  ricamo  vergolato, profilato, 
stampato  o  sfondato  di   qualsivoglia  sorte,  senza 
guarnizione  e  fornimento,  salvo  che  di  una  sem- 
plice  impuntura  di  seta.  Per  le  calze  o  calzoni 
alla  marinaresca  era  permesso  adoprare  solo  cin- 
que braccia  di  velluto,  raso,   dommasco,  o  altro 
drappo  non  proibito  per  qualunque  paio,  senza 
guarnizione  o  fornimento.  Le  fodere  di  detti  braco- 
ni non  dovevano  esser  più  di  3  braccia  di  drappo, 
d''ermisino  o  di  taffettà:  nei  cosciali  di  panno,  saia, 
rascia  o  pelle  si  dovevano  porre  le  bracciature  a 
ragguaglio  di  quelle  di  drappo  ,  e  potevano  es- 
sere foderate  di  velluto  o  altro  drappo  non  proi- 
bito, non  passando  braccia  due.  I  giubboni  non 
si  potevano  foderare  o  soppannare  di  drappo  di 
sorla  alcuna,  né  metterli  guarnizione  e  finimento 
di  seta,  salvo  che  una  semplice  impuutura.il  saio, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  II.  6^Ì 

casacco,  barricco.  a  altro  simile  abito  non  poteva 
avere  per  suo  fornimento  più  che  due  braccia  di 
drappo  d'  ermisino  o  taffettà  senza  altra  guarni- 
zione. Non  si  poteva  luellere  nella  cappa,  tabarro, 
cappotto  e  altr^abito  perdi  sopra  finimento  o  mo- 
stra alcuna  più  di  quattro  braccia  di  velluto,  o  di 
altro  drappo,  e  d'ermisino  o  taffettà  senza  altra 
guarnizione.  Era  permesso  porre  al  collare  del  ta- 
barro, cappotto  e  ferraiolo  bottoni,  gangheri  o 
catena  d"'oro  o  d'argento  e  portare  spada,  pugna- 
le, cintura  da  spada,  sprom*,  staffe,  borchie  e  fini- 
mento da  cavallo  o  mula,  coltelli  e  ferri  da  car- 
niere dorali  o  inargentati.  La  coperta  del  cavallo 
o  mula, tanto  per  uso  degli  uomini  che  delle  donne, 
non  si  potea  far  di  velluto,  o  altro  drappo,  ma 
solo  di  panno  o  saia,  o  rascia,  con  guarnizione 
di  drappo  non  proibito,  e  senza  ricami  d''oro  odi 
argento. 

g.  5. 1  giovanetti  fino  a  che  non  avean  com- 
piuti i  dodici  anni,  non  potevano  avere  ornamen- 
to di  drappo  di  sorta  alcuna  per  le  loro  vesti,  ec- 
cettochè  ermisino,  taffettà  e  saia  di  seta  (a).  Nei 
sai  e  loro  vesti,  tanto  dei  detti  drappi,  quanto  an- 
che di  panni,  saia  o  rascia,  potevano  usare  per 
finimento  o  banda  braccia  uno  e  mezzo  di  drap- 
po. Potevano  nondimeno  per  le  berrette  o  cappelli 
usare  ogni  sorta  di  simil  drappo .  Le  donne  dì 
mondo  non  potevano  portare  per  vestito  drappo 
di  sorta  alcuna,  ma  quante  gioie,  oro  e  argento 
Tolevano,  con  questo  però,  che  dovean  avere  un 

(a)  Ved.  Uv.  CXXXVII,  N.  i.  .t  ./C  ,i/i  (i) 


64a  COSTUMI 

Telo,o  sciugatoio.o  fazzoletto,  o  altra  pezza  in  ca- 
po, che  avesse  una  lista  d^oro,  o  di  seta  o  d'al- 
tra materia  gialla  larga  un  dito,  ed  in  luogo  che 
potesse  esser  veduta  da  ognuno,  per  esser  distin- 
te dalle  donne  dabbene. 

g.  fi.  I  conladini  non  potevano  usare  in  modo 
alcuno  drappo  di'  nessuna  sorte,  né  panno  rosso, 
né  paonazzo,  di  grana  o  chermisi  (a),  eccettuati 
coloro  descritti  nelle  bande  ducali,  ai  quali  era 
concesso  portar  panni,  saio  o  rascia  d'ogni  co- 
lore ,  e  quanto  al  drappo  di  seta  solamente  raso 
erraisino  e  taffettà  d''ogni  colore.  Le  contadine  (^) 
non  potevano  portar  seta  di  sorta  alcuna,  ma  era 
loro  permesso  d'usare  per  finimento  del  busto,  di 
una  veste  o  gamurrino,  e  delle  sole  maniche,  raso, 
dommasco  ed  ermisino.  Potevan  portare  in  ca|>o 
reti  o  scuflie  di  seta,  cappello  d^ermisino  o  di  pa- 
glia del  valore  d''un  solo  scudo*,  nastro  di  seta;,cin- 
iolo  pure  di  seta  al  collo  con  un  vezzo  di  bottoni 
d'argento  o  altro,  che  però  non  passasse  la  somma 
di  lire  i4:  potevano  usare  le  cintole  fatte  di  velluto 
sprangate  d'argento  dorato  con  pietre,  che  con 
la  fattura  non  eccedesse  la  somma  di  lire  due, 
ed  una  corona  di  paternostri  del  valore  di  mezzo 
scudo.  Da  queste  leggi  erano  esclusi  i  forestieri, 
i  marchesi,  i  conti  ed  altre  persone  qualificate  (i). 
Non  dirò  cosa  alcuna  delle  altre  prammatiche 
pubblicate  anteriormente  a  questa,  giacché  va- 
riano poco  dalla  qui  esposta,  come  ognuno  può 

(a)  Ved.  tav.  CXXXVH,  N.   2. 
{b)  Ivi,  N.  3. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  II.  643 

leggere  nella  legislazione  toscana  compilata  dal 
Cantini^  ma  solo  diremo  che  nel  i56a  Cosimo 
pure  fece  una  legge,  colla  quale  riformò  il  lusso 
delle  vesti  degli  abitanti  di  Pisa  e  di  A.rezzo,  con- 
cedendo per  altro  a  questi  ultimi  un  lusso  mag- 
giore che  ai  pisani  (2).  Queste  leggi  non  solo  si 
estendevano  alle  città  di  Firenze,  Pisa  e  Arezzo, 
ma  anche  per  le  altre  città,  terre  e  castella  del 
granducato  ,  poiché  Cosimo  I  ordinò  che  a  ciò 
provvedessero  quei  che  avevano  autorità  in  detti 
luoghi  (3). 

g.  7.  Appena  emanala  la  legge  del  i563  gli 
aretini, ad  imitazione  dei  pistoiesi,  pisani  ed  altri 
popoli  della  Toscana,  secondarono  gli  ordini  del 
granduca,  e  moderarono  il  lusso  delle  vesti  e  or- 
namenti: ma  questa  moderazione  sugli  abiti  non 
durò  molto,  poiché  Ferdinando  II  nel  1687  do- 
vette emanare  una  legge,  con  proibizioni  forse 
maggiori  di  quelle  pubblicate  da  Cosimo  I  (4). 
La  foggia  di  vestire  dei  nostri  antenati  da  noi 
qui  sopra  esposta  la  chiameremo  alla  spagnuola  , 
non  solo  perché  fra  noi  vi  erano  molti  spagnuoli, 
come  altrove  abbiamo  inteso  ,  ma  perché  i  to- 
scani adottarono  da  loro  un  tal  uso,  eadoprarono, 
specialmente  le  donne  per  i  loro  abbigliamenti  , 
dell'oro  lavoralo,  la  specie  del  quale  era  assai  au- 
mentata per  la  scoperta  delPAmerica  (5).  L'abito 
adunque  degli  uomini  detto  alla  spagnuola  era 
bello  ed  attillato,  poiché  portavano  in  testa  ber- 
rette nere  di  velluto,  giubboni  di  seta  o  d'  altro 
drappo,  con  bottoni  e  biaucbi:>sime  lattughe  al 


644  COSTUMI 

collo  (a):  tanto  i  calzoni,  quanto  il  giubbone  erau 
trinciati  ed  inlagliati  con  bel  disegno,  pei  quali 
taglietti  mostiavan  le  fodere  di  vari  colori  .  Si 
rnettevan  le  calze  di  color  nero  o  argentino ,  e 
scarpe  di  quoìo  nero,  e  sopra  le  vesti  usavano 
Terraiuoli  o  mantelli  di  seta,  ed  anche  le  persone 
più  distinte  di  velluto  (6). 

g.  8.  Le  donne  fiorentine  (b)  porlavan  pure 
una  gran  lattuga  o  gala  bianca  al  collo  ^  vesti  di 
seta  lunghe  fino  a  terra  con  belle  frangie,  ed  a- 
veano  il  busto  alquanto  lungo^con  maniche  della 
medesima  stoffa:  si  ricciavano  i  capelli,  e  sopra  di 
essi  portavano  un  velo  di  seta  bianca  assai  largo, 
che  scendeva  loro  fino  alle  spalle^  portavano  an- 
che cappelli  di  paglia  o  di  drappo,  come  abbiamo 
sentito  più  indietro.  Le  donne  senesi  (e)  parche 
fossero  delle  ultime  a  moderare  il  lusso,  poiché 
troviamo  che  neUempi  medicei  s''addobbavano  di 
una  veste  d'oro  o  di  broccato  ricchissima  di  guar- 
nizioni, e  lunga  fino  a  terra,  con  busto  non  trop- 
po lungo  ed  aperto  al  collo:  usavano  bellissimi 
fili  di  perle,  catene  d'  oro  lavorate  con  dianianti 
o  rubini  nel  mezzo:  di  sopra  portavano  manti  di 
seta  con  merletti  d^oro,  che  Jittaccati  alla  testa 
scendevano  tino  a  terra  con  gran  magnificenza. 

g.  9,  Il  quadro  da  me  riportato  (d)  ci  mostra 
la  foggia  del  vestire  alla  spagnuola  usata  dalle  per- 

(a)  Ved.  tav.  CXXXVII,  N.  4. 

(b)  Ved.  tav.   CXXXVIir,  N.  i . 
(e)  Ivi,  N.   2. 

(d)  Ved.  tav.  CXXXVII,  N.  1. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  II.  645 

sone  qualificate  ,  mentre  in  esse  non  solo  scor- 
giamo gli  abbigliamenti  i  più  magnifici  dell'uno 
e  dell'altro  sesso  ,  ma  anche  Tabito  dei  prelati.  Il 
vestiario  poi  delle  persone  men  facoltose  ai  tempi 
di  Cosimo  II  lo  abbiamo  nel  quadro  che  io  ri- 
porto (a).  Quivi  si  rappresenta  s.  Ivone  vestito 
alla  foggia  dei  gonfalonieri  della  repubblica  di 
Firenze,  avanti  del  quale  stanno  duo  famiglie  di 
pupilli  che  sembrano  di  civile  condizione.  La  fa- 
miglia a  man  dritta  del  riguardante  poco  diver- 
sifica dal  vestiario  da  noi  mostralo  nelle  persone 
distinte  (b) ,  giacché  la  donna  che  qui  presen- 
tasi di  schiena  ha  Tabito,  la  pettinatura  e  la  lat- 
tuga al  collo  del  tutto  simile  alle  donne  da  ine 
precedentemente  esposte,  meno  che  questa  non 
ha  le  ricchezze  di  quelle.  Nella  famiglia  a  sinistra 
di  chi  osserva  vi  si  riconosce  il  vestiario  di  quel 
tempo  si,  ma  d'  una  famiglia  alquanto  più  biso- 
gnosa dell'altra. 

g.  IO.  Nel  1 588,  cioè  nel  regno  di  Ferdinando  I, 
fu  emanata  una  legge^  che  ogni  cittadino  benefi- 
cato, il  quale  avesse  compiti  i  29  anni,  era  tenuto 
d'andare  continuamente  di  giorno  fino  alle  ore 
24  in  abito  civile  ,  cioè  portando  solo  il  lucco  o 
mantello  lungo  di  panno,  rascia  o  altro  di  color 
nero,  e  mancando  ,  non  solo  perdeva  V  impiego  , 
ma  non  poteva  conseguirne  altri.  Il  luogotenente 
ed  i  consiglieri  per  il  tempo  della  loro  carica,  ilo- 
vean  vestire  o  portare  il  lucco  di  drappo  rosso 


i     (a)  Vcd.  t»v.  ex. 

(b)  Ved.  tav.  CXXXV»,  Nvip   <  ,^ 

Si.   i'oòc.   Tom.   10.  55 


64^  COSTUMI 

cremisi  foderato  pure  della  stessa  roba,  colle  calze 
parimente  dei  medesimi  colori ,  e  le  pianelle  o 
scarpe  di  velluto  nero  (7):  nei!'  inverno  porta- 
vano Tabito  istesso,  meno  che  era  di  panno,  rascia 
0  saia,  ed  in  capo  berretta  alla  civile  di  drappo 
nero  o  cappello  simile  .  Il  luogotenente  dovea 
portare  nella  spalla  sinistra  un  cappuccio  acco- 
modato alla  civile  di  drappo  paonazzo  .  Eran  te- 
nuti, durante  il  loro  magistrato,  quando  uscivano 
di  casa  portare  continuamente  detto  abito ,  ma 
nei  tempi  di  pioggia  sei  facevan  portar  dietro ,  e 
potevano  allora  usare  il  ferraiolo  lungo  di  panno, 
lasciandolo  però  subito,  e  ripigliando  T abito  co- 
loralo comperano  al  coperto.  Il  luogotenente  on- 
de conservare  maggior  decoro ,  aveva  due  maz- 
zieri per  suo  servizio  ,  che  gli  doveano  andar 
dietro  col  solito  vestito,  e  ciascuno  dei  consiglie- 
ri ne  dovea  condurre  un  solo.  I  48  dovevano  an- 
dare di  continuo  in  lur.co  di  panno,  rascia,  o 
drappo  nero  foderato  di  seta  rossa  o  paonazza  , 
conducendo  ciascuno  dietro  un  servitore.  Quei 
del  consiglio  dei  aoo  dovean  vestire  nella  stessa 
maniera.  I  cavalieri  benefiziati  anche  fuori  di  ma- 
gistrato doveano  usare  un  tal'  abito  col  segno 
della  loro  cavallerìa:  anche  gli  uomini  d'^arme, tan- 
to in  magistrato  che  per  la  città,  dovean  vestire 
come  i  cavalieri.  Se  qualcuno  mancava  avea  tre 
anni  di  divieto  dalla  carica  che  occupava,  ma  da 
questi  obblighi  erano  esenti  quei  deir  età  di  70 
anni,  o  che  avessero  qualche  indisposizione  (8). 

g.  1 1.  Una  forte  variazione  subì  il  vestiario  dei 
toscani  verso  la  fine  dell'epoca  di  cui  ragioniamo, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  li.  647 

poiché  salito  al  Irono  di  Toscana  Giovan  Gasto- 
ne ultimo  granduca  della  famiglia  Medici ,  ordinò 
che  i  cortigiani  deponessero  gli  abili  all'  antica 
italiana,  e  vestissero  alla  francese  (9).  Le  figure 
da  me  riportate  nell'atlante  di  quest'opera  fanno 
cedere  quanto  è  diversa  la  foggia  di  vestire  da 
quella  che  si  disse  alla  spagnuola.  L^'uomo  nobi- 
le (^)  ha  una  vestitura  più  ricca  di  quella  del  po- 
polare (^),  giacché  in  quest'ultimo  non  si  vedono 
la  giubba  e  sottoveste  gallonate  d'oro,e  diversifica 
anche  nella  parrucca.  Questa  si  cominciò  ad  usare 
in  Toscana  circa  T  anno  1660,  ed  i  primi  ad  u- 
sarne  in  Firenze  furono  Luigi  Medici  e  Giovan 
Francesco  Rigogli.  Undici  anni  dopo  quasi  ogni 
giovane    cominciò  a   portar  la  parrucca    linda , 
senza  aver  riguardo  al    colore  del  suo  proprio 
capello,  radendosi  inclusive  i  mostacci  (10).  La 
donna  (e)  pure  fa  conoscere  la  varietà  delP  ab- 
bigliamento nel  bel  sesso  :  ogni  particolare  de- 
scrizione di  ciascuna  delle  indicate  figure   riu- 
scirebbe inutile,  dandone  le  medesime  una  suf- 
ficente  idea .  I  conladini  che  io  mostro  (d)  fan 
vedere  quaP  era  il  costume  delle  vesti  da  essi 
adoprale  alla  fine  del  regno  mediceo. 

J.  la.  I  soldati  a  piedi  di  quel  regno  vesti- 
vano coi  calzoni  corti  con  degli  spacchetti,  dai 
quali  vedevansi  le  fodere^  giubbetto  attillato  alla 
vita  con  sboffi  alle  maniche  ,  elmo  di  ferro  m 

(a)  Ved.  lav.  CXXXVHL  N.  3. 
(P)  Ivi,  N,  4. 
(e)  Ivi,  N.  5. 
(rf)  Ivi,  N,  6. 


64S  COSTUMI 

capo,  pìccola  Giberna  dietro  alle  spalle  per  tenere 
le  cariche,  spada  al  tìanco  e  fucile  (a).  I  soldati  a 
cavallo  erano  vestili  di  ferro  (^),  ed  in  specie  i 
comandanti,  mentre  lo  storico  Adriani  c'informa, 
che  Cosimo  I  provvide  dalla  Germania  e  d''allro- 
ve  un  buon  numero  di  cavalli  e  d**  armature  per 
fornirne  quei  militari  che  ne  aveano  bisogno (ii), 
come  sentiremo.  Questi  cavalieri  per  lo  più  por- 
tavano in  mano  una  picca  e  spada  al  fianco  5  ma 
r  uso  di  vestire  di  ferro  andò  a  poco  a  poco  a 
perdersi,  poiché  fu  riconosciuta  inutile  essere  una 
tale  armatura  contro  le  palle  del  fucile. 

(a)  Ved.    tav.   CXXXIX,   N.  1 . 
(ò)  Ivi,  N.  2. 


NOTE 

(1  )  VJantini,  Legislazione  toscana  ,  voi.  1,  pag.  31S 
sq.  voi.  IV  ,  pag.  402  e  voi.  vii  ,  pag.  S5.  (2)  Ivi  , 
pag.  66  e  9d.  ^S)  Ivi,  voi.  i,  pag.  3^18.  (4)  Ivi  voi. 
x\ij  pag.  259.  fS)  Ivi.  (6)  Ferrarlo,  Il  costume  an- 
tico e  moderno^  articolo  Europa,  pag.  855,  edizione 
di  Milano.  (7)  Cionica  della  città  di  Firenze  dal  1548 
al  1662.  Sta  nelle  storie  dei  raunicipii  italiani  illustra- 
ti da  Carlo  Morbio^  art.  Firenze.  (8)  Cantini  cit.  voi. 
Xii^  p.  117.  (9)  Ferrini, Compendio  distoria  della  To- 
scana ,  epoca  Vj  5.  69  .  (10)  Rinuccini  _,  Considera- 
zioni sulle  usanze  mutate  nel  1600  ap.  Targioni^  No- 
tizie delle  scienze  Gsiche  accadute  in  Toscana  nel  corso 
di  anni  60  del  secolo  XYUj  voi.  m,  part.  iv,  §,  273. 
(11)  Adriani,  Storia  dei  suoi  tempi,  voi.  vi,  lib.  xvii, 
cap.  I. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  ^S^^ 

PARTE  TERZA 
USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI 

— o — 


§.  I.  Uopo  ohe  i  toscani  ebbero  perduta  irre- 
vocabilnienle  la  libertà,  o  per  meglio  dire  l'indi- 
pendenza ,  provarono  vari  can^iaivienti  le  loro 
inclinazioni  e«I  i  loro  costumi  .  Firenze  sotto 
Cosimo  [  non  conosceva  tra  i  suoi  cittadini  i 
duchi,  i  marchesi  ed  i  conti,  che  anzi  conservan- 
do Io  spirilo,  col  quale  s^era  distaccato  dal  si- 
stema del  regno  italico,  gli  escludeva  espressa- 
mente da  qualunque  parte  di  amministrazione 
del  suo  governo.  LI  fasto,  comune  a  lutti  i  prin- 
cipi d'  Europa,  di  farsi  servire  dai  titohti,  non 
poteva  non  comunicarsi  anche  a  (Cosimo,  il  quale 
ambi  di  avere  alla  sua  corte  i  Colonna,  i  Savelli, 
gli  Orsini,  e  i  Gonzaga.  Fn  cauto  però  a  non  co- 
municare (|uesla  vanità  nei  suoi  cittadini,  per 
non  distoglierli  dalla  mercatura  ^  ma  Francesco 
suo  successore  richiamò  al  servizio  della  sua 
persona  tulli  i  feudatari  del  granducato  ,  ispirò 
insensibilmente  con  questa  preferenza  nei  citta- 
dini il  desiderio  di  distinguersi  con  qualche  ca- 
rattere di  maggior  dignità.  Si  dismesse  pertanto 

SS"* 


65o  e  O  S  T  U  91  I 

la  mercatura,  sì  comprarono  dei  feudi  ne!  regno 
di  Pfapolij  ed  allri  se  ne  formarono  nel  grandu- 
cato, e  si  vide  sorgere  uetrordfne  della  cittadi- 
nanza un  nuovo  rango  opposto  allo  spirito  della 
costituzione,  inutite  e  gravoso  alla  stato,  ed  o- 
dioso  al  l'uni  vei^sale  (i)» 

§.  a.  In  conseguenza  di  queste  novità  restò 
avvilito  il  rango  civico  delle  magistrature  ,  e  si 
considerò  per  vera  nobiltà  solo  quella  ,  che  por- 
tava seco  la  marca  del  titolo  e  della  giurisdizio- 
ne. L**  ordine  senatorio,  che  per  Ta vanii  era  it 
supremo  rango  della  città  e  della  stato,  perdette 
non  poco  delPantico  splendore  ,  e  si  credette  di 
insignirlo  con  derogare  alla  costituzione,  ed  am- 
mettere in  quel  corpo  ancora  dei  possessori  di 
feudi,  che  le  leggi  repubblicane  escludevano  da 
qualunque  magistratura.  Tutto  si  pose  in  opera 
onde  perpetuare  Io  splendore  e  le  ricchezze  delle 
famiglie  così  ingrandite:  s'ispirarono  al  governo 
i  principii  e  le  massime  feudali ,  e  lusingando  di 
formare  l'appoggio  e  lo  splendore  della  corona  , 
lo  interessarono  nelle  loro  vedute.  Allo  stesso 
tempo  possono  attribuirsi  i  molli  privilegi  di 
bandite  di  caccia  e  di  delazioni  di  armi  pei  fami- 
liari e  particolari  riguardi  di  che  pei*  essi  profes- 
savano i  tribunali.  In  questo  stato  di  cose  non  è 
difficile  il  persuadersi,  quanto  si  esercitassero  le 
prepotenze,  e  quanto  il  popolo,  assuefatto  negli 
antecedenti  governi  ad  una  perfetta  uguaglianza 
coi  nobili,  si  stimasse  oltraggiato  ed  oppresso  (a), 

g.  3.  La  delazione  delle  armi,  denegata  al  po- 
polo con  tanto  rigcne,  ed  accordata  ai  grandi  con 


DEI  TEWPl  MEDICEI  PARTE  HI.  6^5 1 

particolare  privilegio,  parca  che  secondasse  h 
loro  alterigia,  e  gli  fosse  data  per  insolentire  im- 
punemente sopra  i  deboIi/L'impunItà  degli  eccessi 
formaTa  il  carattere  della  potenza  e  della  gran- 
dezza del  gentiluomo,  e  la  cavalleria  insinuava 
il  farsi  rispettare  più  col  timore  che  colla  slima. 
Le  guerre  di  Lombardia  ispiravano  nei  costumi 
una  ferocia  maggiore,  e  l'^amoredi  crudeltà  e  pre- 
potenza delle  nostre  campagne  s"*  era  facilmente 
comunicalo  per  le  città,  dove  le  azioni,  anche  le 
più  indifferenti,  erano  spesse  volle  accompagnate 
con  delle  atrocità:  prova  ne  siala  seguente  fra  le 
tante  riportate  dal  Morbio  nelle  storie  dai  muni- 
cipii  italiani.  Nel  29  aprile  del  i56G  un  povero 
contadino  di  fuori  la  porta  a  Pinti  di  Firenze,  ce- 
lebrando le  nozze  d'una  sua  figlia,  dopo  desinare 
fece  il  ballo,  ma  in  mezzo  alla  festa  arrivò  un  cer- 
to Andrea  i>Iartelli  con  altri  che  ammazzarono  la 
sposo  e  la  sposa.  Tali  crudeltà  andarono  progre- 
dendo a  tal  segno,  che  nel  i58o  nessuno  si  arri- 
schiava passeggiare  per  Firenze  mediante  le  gran- 
di uccisioni  che  vi  si  facevano.  Questo  carattere 
crudele  de'toscani  fu  in  segnilo  da  essi  sbandilo, 
poiché  il  granduca  Ferdinando  li  fu  il  primo  a  de- 
porre (juella  ferocia  che  gKera  slata  ispirata  colTe- 
ducazione,ed  operòcolfesempioe  coi  fatti  allinchè 
si  raddolcissero  i  costumi  della  nazione:  la  sua 
affabilità,  la  popolarità  dei  principi  suoi  fratelli,  la 
propagazione  <lelle  scienze,  e  lo  spiritodi  adunarsi 
e  di  conversare  variarono  talmente  i  costumi,  che 
nel  1670  iliorenlini  parevano  una  nazione  affatto 


65a  COSTUMI 

diversa  da  quella  che  era  nel  i645.  L'eleganza,  la 
decenza,  ed  una  ragionata  galanterìa  ricoprirono 
tosici  vizi  del  carattere  nazionale,in  conseguenza 
disparvero  il  livore,  Pinvidia,  la  gelosia  e  le  atroci 
vendette.  Diminuirono  subito  i  delitti  atroci  in 
Firenze,  ma  non  fu  possibile  di  estinguerli  per 
allora  nella  provincia,  sempre  infestala  dai  faci- 
norosi, che  le  guerre  della  Lombardia  e  le  rivo- 
luzioni del  regno  di  Napoli  facevano  moltiplicare 
ogni  giorno  (3). 

g.  4'  Siccome  la  costumanza  per  lo  più  è  imi- 
tatrice dei  paesi  stranieri,  così  anche  in  Toscana, 
nei  tempi  medicei  ,  ebbe  qualche  cangiamento 
non  solo  negli  abiti,  ma  anche  nelle  mense  esca- 
rie, poiché  oltre  gli  arredi  usati  nei  tempi  repub- 
blicani, si  costumavano  i  piatti  di  stagno  per  il 
popolo,  mentre  le  persone  facoltose  usavano  quei 
d''argento,  come  pure  servivansi  di  coltelli  e  for- 
chette con  altri  fornimenti  d'argento.  Nei  tempi 
più  antichi  fu  in  uso  prima  e  dopo  il  pranzo  lavar 
le  mani  con  acqua  mista  d'essenze  odorose,e  ser- 
virsi ancora  dei  profumi  (4)11  lusso  eccessivo  in- 
trodotto anche  nelle  case  delle  famiglie  non  fa- 
coltose fece  emanare  da  Ferrlinando  li  nel  1637 
una  legge,  colla  quale  proibì  ogni  sorta  di  masse- 
rizie in  legno  e  ferro  dorate,  e  non  permise  che  2  o 
3  filetti  d''oro  per  ornamento  delle  medesime,  come 
permisesoloi  paratidi  panno  di  arazzi  che  si  face- 
vano in  Firenze.  I  parati  per  seggiole,  cortinaggi, 
padiglioni,  coperte  ed  altro  non  dovevano  esser 
più  di  drappo  d'oro, di  velluto,  né  ricamati  in  oro, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PABTE  IH.  655 

ma  solo  era  permesso  usare  per  tali  addobbi  rasi, 
dommaschi  ,  ermisini  ,  broccatelli  ed  altri  simi- 
li (5\ 

§.  5.  Dì  grande  sfarzo  furono  ì  matrimoni  dei 
magnati ,  giacché  se  leggiamo  le  relazioni  delle 
nozze  dei  granduchi  medicei,  vi  troyeremo  un 
lusso  ed  una  magnificenza  strabocchevole.  In  fat- 
ti air  occasione  delle  nozze  di  Enrico  IV  colla 
principessa  Maria  figlia  del  granduca  Ferdinando 
I,  le  artiglierie,  le  campane,  i  fuochi  di  gioia  in- 
vitarono il  popolo  a  partecipare  di  tanta  allegrez- 
za: ne  successero  pòi  i  banchetti,  le  feste,  gli 
spettacoli  e  l'elargizioni,  nelle  quali  il  granduca 
fece  vedere  la  sua  ricchezza,  magnificenza  e  libe- 
ralità (6).  Appena  i  matrimoni  venivano  accordali, 
celebravansi  pubblicamente  dentro  la  chiesa,  ove 
eran  consacrati  dalla  benedizione  del  pastore. Gli 
sposi,  come  vedemmo,si  da  vano  la  mano,e  la  moglie 
riceveva  dal  marito  un  anello  in  cui  doveva  esser 
scolpita  la  croce,  ovvero  una  figura  simbolica  di 
qualche  virtù,una  colomba,  un''ancora,  un  pesce  od 
altro  (7).  Due  matrimoni  erano  in  uso,  cioè  il  so- 
lenne, fatto  con  pubblico  rogito  e  benedetto  dal 
sacerdote,  come  si  è  detto;  Paltro  clandestino,  cioè 
fatto  in  segreto  e  senza  testimoni,  e  con  tutto- 
ciò  ancor  questo  era  permesso  e  tolleralo,  ma  fu 
poi  abolito  nel  concilio  di  Trento  (8), 

g.  6.  Siccome  poi  il  lusso  delle  nozze  dai  ma- 
gnati era  passato  anche  alle  altre  persone  di 
ogni  celo,  e  che  si  rovinavano  delle  famiglie  per 
mantenerlo,  così  Cosimo  I  vi  previde  colPemana- 
re  delle  leggi,  onde  reprimere  nei  suoi  stati  un 


654  COSTUMI 

tanto  danno,  con  prescrivergli  quanto  qui  si  ri- 
porta. Quando  Io  sposo  toccava  la  mano  alla  spo- 
sa, non  era  permesso  di  dare  che  una  sola  volta 
le  confezioni,  e  queste  ordinarie  e  nostrali,  co- 
me pure  i  pastumi  non  dovevano  esser  ripieni  di 
zucchero.  Se  la  sposa  stava  in  casa  del  padre  non 
poteva  dare  o  far  dare  colazione  ad  alcuno  di  quei 
che  la  visitavano,  e  non  le  dovevan  fare  il  corteo, 
che  dopo  lo  sposalizio.  Nel  giorno  delle  nozze  non 
si  poteva  far  colazione  che  con  tre  portate;  la 
prima  biscottelli  e  pinocchiati,  di  mezza  libbra  al 
più  per  portala;  la  seconda  confezione  di  qualsi- 
voglia sorla  di  robba  nostrale;  e  la  terza  pastumi 
di  tulle  le  qualità:  era  proibito  però  ogni  altro 
banchetto,  salvo  che  lo  sposo  poteva  farlo  con  due 
parenti  o  amici.  I  regali  che  facevansi  alla  sposa 
dorean  regolarsi  secondo  la  quantità  della  dote, 
ma  se  quesla  era  di  una  somma  rilevante,  i  doni 
non  doveai^  passare  più  di  3oo  scudi  d''oro:  non  era 
permesso  ^lla  sposa  di  ricevere  gli  anelli  in  do- 
no se  non  dai  parenti  del  marito.  Nel  dì  del  parto 
non  si  dovtìa  dar  colazione  ad  alcuno:  le  camere 
degli  sposi  bon  dovevano  avere  abbigliamenti  di 
oro,  d'argento,  o  gioie,  seta  e  nemmeno  cose  la- 
vorate,salvo  che  un  padiglione  ai  loro  letti  di  taf- 
fettà, o  ermisino  o  altro  drappo  di  simìl  valuta  cou 
finimenti  di  drappo  o  altro  non  proibito.  Nel  man- 
dare le  creature  al  battesimo,  il  mantellino  pote- 
va essere  di  drappo  non  proibito  o  panno  foderata 
eoi  drappo  medesimo:  gli  sciugatoi  o  altri  fini- 
menti di  lai  funzione,  non  dovevano  esser  rica- 
mati né  aver  oro  o  argento.  I  compari  ocoraraari 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  HI.  655 

di'  battesimo  non  dovean  far  dono  alcuno,  saI?o 
che  mettere  nelle  fasce  del  battezzato  fino  in  tre 
giuli.  Da  queste  leggi  però  erano  esenti  le  fami- 
glie dei  forestieri,  marchesi,  conti  e  signori  tito- 
lati. Fino  dal  secolo  XV  vigeva  in  Toscana  l'uso 
d'indovinare  i  parti  delle  donne,  ed  accompagna- 
re tali  vaticini  colla  scommessa^  per  la  qual  cosa 
Cosimo  I  con  legge  del  i563  stabili  un  metodo 
per  tali  scommesse,  onde  evitare  le  frodi  e  gl'in- 
ganni ^  determinò  il  foro  competente  per  discu- 
tere le  questioni  che  nascer  potevano,  dal  che  è 
ben  facile  congetturare  quanto  esser  dovevan  fre- 
quenti siffal  te  scommesse  (9). 

g.  7.  Stabilito  il  governo  monarchico  e  mes- 
sa in  calma,  non  vi  fu  più  bisogno  di  gran  mili- 
zia, meno  quella  necessaria  per  tenere  il  buon 
ordine,  e  guardare  i  porti  di  mare  che  spesso  ve- 
niva infestato  dai  pirati.  A.  tale  oggetto,  come  al- 
trove sentimmo  (io),  Cosimo  I  fondò  la  sacra  e- 
questre  religione  di  s.  Stefano,  e  pose  in  mare 
molti  poderosi  legni  per  comune  assicuramento 
e  libertà  del  mare  Mediterraneo.  Il  di  lui  figlio 
Francesco  I  non  trascurò  di  proteggere  quesfor- 
dine,  per  lo  che  sotto  il  di  lui  regno  riportò  segna- 
late vittorie  sopra  ai  turchi,  e  gli  rese  timorosi 
di  accostarsi  ai  lidi  d'Italia,  ed  anche  in  seguilo 
scorrendo  il  mar  Tirreno  con  un  buon  numero 
di  galere  fu  sempre  vittorioso  (1 1).  Le  armi  guer- 
resche, dopoché  fu  introdotta  la  polvere, non  fu- 
rono che  il  fucile,  il  cannnone,  la  spada,  la  scia- 
bola, la  baionetta  e  Palabarda. 

g.  8.  Cosimo  I  conoscendo  che  le  forze  dello 


656  COSTUMI 

stato  non  erano  sufficienti  per  tenere  il  buon  or- 
dine, e  che  raancavagli  la  cavalleria  d'ordinanza, 
comandò  che  nelle  città  più  copiose  e  più  abbon- 
danti de'^suoi  stati  si  scrivessero  giovani  i  più  alti 
e  i  migliori  a  tale  esercizio,  e  che  volontariamen- 
te facessero  quel  mestiere,  e  si  provvide  di  Ger- 
mania e  d'altronde  buon  numero  di  cavalli  e  di 
armature  per  fornirne  coloro  che  ne  avessero  bi- 
&ogno,  e  se  ne  fecero  quattro  compagnie  di  circa 
cento  r  una  in  quattro  città  principali  Pisa  ,  Pi- 
stoia^ Arezzo  e  loro  contadi,  e  la  quarta  della 
città  dei  senesi,  e  diede  loro  capitani  onorati  in 
quel  mestiere,  assegnando  a  ciascuno  de''cavalieri 
«no  stipendio  e  provvisione  quando  dimoravano 
a  casa,  e  maggiore  quando  militavano  in  servigio 
del  duca,  ohe  ne  teneva  sempre  alcun  numero 
appresso  di  sé  (  i  a).  Creò  in  oltre  una  ba nda  di  buo- 
nomini  d''arme  per  corroborazione  delPanzidetla 
cavalleria  leggiera  ed  infanterìa,  onde  conservare 
i  suoi  stati.  Ogni  persona  ammessa  alla  milizia  di 
uomini  d*'arrae,  doveva  avere  in  dono  un  cavallo 
ed  un'^armatura  con  cinque  scudi  al  mese  in  tem- 
po di  pace  per  intertenirnento.  Qualora  vacava 
una  piazza  per  la  morte  di  uno  di  tali  uomini  di 
arme  arruolali,  dovean  conseguire  il  posto  gli 
eredi,  con  i  medesimi  privilegi  del  morto  (i3). 

g.  9.  Il  duello  fu  protetto  inToscana  ai  tempi 
di  Cosimo  I,  poiché  dett'egli  facoltà  a  ogni  persona 
di  accettarne,  o  non  accettarne  la  distida.  Questa 
sorta  di  combattimento  da  solo  a  solo  era  lasciato 
correre  dai  governi,  e  lo  riguardavano  degno  di 
approvazione,  perchè  obbligava  gli  uomini  ad  im- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  ili.  667 

parare  il  maneggio  delle  armi,  e  a  disprezzare  i 
pericoli  dei  combattimenli  (i4).  I  toscani  erano 
in  quei  tempi  valenti  in  ogni  sorta  d'armeggiare, 
poiché  uno  del  magistrato  degli  Otto  di  Firenze 
venendo  assalito  con  un  pugnale  da  uno  masche- 
ralo, se  ne  seppe  schermire,  che  disarmatolo  se 
ne  fuggì:  questi  esercizi  formavano  gran  parte 
dell'educazione  delle  persone  ben  nate.  (i5).  Nei 
tempi  aJdietro  quando  il  sistema  delle  condotte 
era  nel  suo  massimo  fiore,  molti  genliluoraioi 
eran  usi  servir  soli  nelle  guerre  ,  senza  acco- 
starsi cioè  ad  alcuna  compagnia:  siffatti  cavalieri 
coi  loro  serventi  chiamavansi  lance  spezzate. 
per  distinguerli  dalle  lance  militanti  iu  compagnia 
sotto  un  coudotliere,  Cofesla  scienza  delle  lance 
spezzate  del  servizio  a  cavallo  come  volontario 
s'era  conservata,e  divenne  poi  la  forma  ordinaria, 
sotto  la  quale  banditi  e  masnadieri  erano  dai 
principi  stessi;  come  dal  granduca  di  Toscana, 
condotti  al  soldo  loro  (16). 

g.  IO.  Gli  spettacoli  e  le  pubbliche  feste  erano 
il  mezzo  per  cui  s'ispirava  nei  diversi  ordini  dei 
cittadini  la  gara  e  P  emulazione  per  distinguersi. 
La  plebe  riunita  in  tante  compagnie,  secondo  le 
contrade  che  abitava,  concorreva  a  formare  delle 
feste  e  degli  spettacoli,  ed  i  granduchi  l'anima- 
vano con  dei  donativi  e  colla  loro  presenza.  Il 
governo  approvava  in  questa  parte  le  consuetudi- 
ni ed  i  costumi  repubblicani,  e  s**  interponeva 
qualche  volta  ad  accomodare  le  difft^renze  e  le 
controversie  giurisdizionali  Tra  riraperatore  del 
prato,  ed  il  re  di  Biliemme  ed  altre  simili  ridico- 

St.   Tose,  Tom,  10.  56 


65S  COSTUMI 

lezze  (17).  Queste  compagnie  popolari  erano  una 
specie  ©residuo  delle  antiche  brigate,  che  la  gio- 
ventù fiorentina  soleva  fare  dì  quando  in  quando 
per  pubblica  festa  ed  allegrìa,  perciocché  vesten- 
dosi tutti  d'una  medesima  divisa,  andavano  per 
la  città  facendo  comparse  armeggiando,  e  termi- 
navano il  tutto  in  un  solenne  convito.  Avea  cia- 
scuna di  queste  potenze  un'insegna  e  un  capo, 
che  chiamavano  col  nome  d'imperatore,  di  re,  di 
duca,  di  principe,  dì  signore  e  consimili  onore- 
voli titoli:  il  loro  numero  fu  vario  in  diversi  tem- 
pi. Queste  compagnie  eran  dette  potenze  festeg- 
gianti,  perchè  i  loro  spettacoli  consistevano  in 
armeggiamenti,  in  feste,  in  rappresentazioni,  in 
gare,che  talvolta  degeneravano  in  zuffe  e  popolari 
tumulti  :  solevano  per  ordinario  cominciare  il 
primo  di  maggio  e  si  continuavano  per  tutta  la 
estate:  talvolta  venivano  ordinati  dalla  corte,  la 
quale  voleva  solennizzare  qualche  suo  fausto  av- 
veninientOje  perciò  contribuiva  larghe  somme  di 
denaro  (18). 

g.  II.  fnfatti  nel  1677  in  occasione  della  na- 
scita del  principe  Filippo  figliuolo  di  Francesco 
I.  il  granduca  donò  alle  potenze,  olire  un  carro 
di  trionfo,  gran  quantità  di  denaro,  e  fece  anche 
mettere  sulla  ringhiera  un  buon  numero  di  botti 
di  vino,  il  quale  non  solo  fece  scialare  chiunque 
andò  per  esso,  ma  si  sparse  per  i  rigagnoli  fino 
al  ponte  Vecchio.  Allora  i  battilani,  tutti  armati 
con  pali  e  bastoni,  fecer  di  loro  una  grandissima 
schiera,  e  per  forza  presa  la  piazza  e  cacciatone 
fuora  ognuno,  turarono  tutti  i  canti  della  medesi- 


DEI  TEMPI    MEDICEI  PARTE  llì.  659 

ma  con  balle  di  lana,  e  solo  nei  due  seguenti  dì 
vennero  le  potenze  ad  armeggiare  in  detta  piaz- 
za con  varie  pompe  ed  allegrie,  le  quali  sì  ripe- 
terono nella  vigilia  di  s.  Giovanni,  e  tutti  i  di 
festivi  lino  alla  metà  di  luglio.  Nel  i58a  il  di  ai 
d'aprile  per  le  nozze  della  principessa  Eleonora 
col  principe  don  Vincenzo  di  Mantova,  le  poten- 
ze avendo  avuto  dal  granduca  Francesco  800 
scudi,  oltre  a  varie  altre  cose ,  fecero  ai  sassi 
in  via  larga.  Da  una  parte  eravi  l'imperatore  del 
prato,  e  il  vice-imperatore  di  Camaldoli,  il  re 
della  Colomba,  il  redi  Bil'emme:  dall'altra  poi  e- 
rano  il  re  dei  battilani,  il  gran  signore  dei  tintori, 
il  duca  del  Cardo,  i  purgatori.  La  cosa  arrivò  a 
tal  disordine  che  se  il  granduca  non  mandava  la 
guardia  dei  Lanzi  armati  di  corsaletto  e  di  celata 
verso  i  combattenti,  sarebbe  seguita  una  grandis- 
sima strage:  con  tutto  ciò  molti  vi  morirono  e  moltii 
vi  rimasero  feriti.Tali  festeggiamenti  che  han  con- 
sumato fama,  tempo  e  danari,cessarono  nel  1629, 
stante  le  molle  spese  che  vi  faceva  il  popolo,  li^ 
dissipazione  del  tempo  e  le  frequenti  inquietudi- 
ni che  cagionavano  alla  pubbli<"a  vigilanza  (19). 

g.  la.  Dopo  la  plebe  che  oltre  tali  feste  segui- 
tava a  fare  il  giuoco  del  ponte  di  Pisa  e  la  famo- 
sa festa  di  Siena  per  la  metà  di  agosto,  si  distin- 
guevano I  collegi  delle  arti,  e  gareggiava  ciascu-n 
no  per  far  pompa  di  ricchezza,  di  eleganza,  e  dij 
invenzione.  Qui  cade  in  acconcio  di  ricordare  co-i 
me  nel  marzo  del  1688  ebbe  luogo  la  traslazione 
del  corpo  di  s.  Ranieri  di  Pisa  dalla  cassa  antica; 
au  un'altra  j)ià  licca  fattagli  po^teriovaienle.Que-' 


6()0  COSTUMI 

Sia  fu  eseguila  con  solenne  processione,  la  quale 
riesci  suntuosa  e  magnifica  sì  pei  ricchi  apparali 
a  bella  posta  simmelricamenle  distesi  nelle  con- 
trade ove  passava,  sì  per  rilluminazione  fatta  in 
duomo  e  per  tutta  la  città,  sì  finalmente  per  Pim- 
niensità  delle  accese  fiaccole  che  Taccompagna- 
Tano:  da  questa  solennità  ebbe  principio  la  trien- 
nale illuminazione  di  Pisa  (20).  Anche  la  nobiltà 
ebbe  spettacoli  suoi  propri,  come  erano  il  calcio, 
i  tornei  ed  altri,  mentre  sappiamo  che  i  cortonesi 
oltre  i  tornei  e  le  danze  eseguirono  il  giuoco  del 
calcio  sulla  piazza  di  s.  Andrea,  nell'occasione  che 
il  granduca  Ferdinando  I  si  portò  a  visitare  la 
loro  città  (2.1).  Dalle  potenze  alle  feste  di  corte  la 
gara  ispirava  generalmente  nella  nazione  lo  spi- 
rito di  buon  gusto  e  di  perfezione,  che  la  distin- 
gueva sopra  tutte  le  altre  d'Italia  (aa).  Perchè  poi 
la  gioventù  nobile  si  addestrasse  a  ben  cavalcare, 
Cosimo  I  fece  accomodare  un  luogo  in  Firenze 
con  tutte  le  cose  necessarie  per  la  cavallerizza. 
Poco  lontano  da  essa  vi  era  una  fabbrica,  in  cui 
si  custodivan  molte  fiere  indomite  di  ogni  sorta, 
come  leonÌ5orsi,tigri,pantere,tori  salvatici  ed  altri, 
che  servivano  ai  tempi  dei  Medici  a  dare  degli 
spettacoli.il  costume  ài  custodire  tali  animali,  e 
di  dar  queste  cacce  è  antichissimo^  ma  la  moda 
d'un  secolo  Kon  è  quella  d'un  altro.  Gli  uomini 
più  fieri  e  rozzi  si  compiacevano  a  dei  divertimen- 
ti, che  disgusterebbero  bi  tempi  nostri:  il  cortile 
della  fabbrica  in  cui  si  davano  tali  spettacoli  era 
bello  e  vasto,  circondato  da  una  gallerìa  coperta, 
alta  circa  dodici  piedi,dalla  quale  si  poteva  vedere 


UEl  TEMPI  MEDICEI  PARTE  111.  66  t 

il  combattimento,  senza  correre  alcun  perico- 
lo (a3). 

g.  i3.  Dopo  che  Cosimo  I  divenne  assoluto 
padrone  di  Siena,  istituì  in  quella  città  una  com- 
pagnia di  loo  uomini  d'arme  tutti  di  nobili  fami- 
glie, Tapplicazione  dei  quali  volle  che  continua- 
mente fosse  neir  apprendere  gli  esercizi  della 
cavallerizza,  della  scherma,  del  ballo,  del  correr 
la  lancia,  della  giostra  e  dei  torneamenti.  Ordinò 
loro  per  legge,  che  dovessero  tener  pronti  due 
cavalli  colle  loro  intiere  armature  e  finimenti,  e 
portar  nello  scudo  scolpita  una'impresa  col  molto. 
A  questi  medesimi  cavalieri  volle  presedere  egli 
stesso  come  capitano^  e  di  essi,  ai  quali  onorato 
stipendio  veniva  dato,  servivasi  molte  volte  nel- 
Tincontro  dei  principi  sovrani,  nelle  giostre,  nei 
tornei  ed  in  altre  feste  e  pubbliche  rappresenta- 
zioni (a4),  come  balli,  musiche,  maschere  di  di- 
verse maniere,  e   cacce  di  fiere  salvatiche  (a5). 

g.  14.  Fu  Cosimo  I  che  istituì  la  corsa  d^i 
cocchi,  la  qual  fassi  anche  presentemente  in  Fi- 
renze nelToccasione  delle  feste  di  s.  Giovanni, 
poiché  in  un  ricordo  si  legge  che  il  dì  aa  giugno 
i56a  il  granduca  ordinò  una  festa  mai  più  fatta  e 
fu  questa  :  fece  fare  due  guglie  di  legno  sulla 
piazza  di  santa  Maria  Novella,  e  corse  un  palio  di 
dammasco  rosso,ed  il  corso  era  di  girare  tre  volte 
attorno  a  dette  guglie  con  cocchi.  Ordinò  poi  quel 
regnante  nel  maggio  del  i567  che  aiPoccasioue 
della  festa  del  Corpus  Domini  ognuno  dovesse 
parare  avanti  la  sua  cas.i  o  bottega  dove  passava 
la  processione,  e  fu  il  primo  anno  che  ciò  si  fa- 

56* 


€62  e  o  s  T  u  M  1 

cesse  (26).  Continuavano  ad  esser  sempre  m  bsc> 
le  eorse  dei  cavalli  sciolti  o  con  il  fantino  ohe  si 
*isavana  anche  ai  tempi  repubblicani  ,  mentre 
dalla  storia  seatiamo  che  ogni  qual  volta  la  re- 
pubblica tìorentina  o  altre  divenivano  vittoriose, 
facevan  correre  il  palio  presso  le  mura  di  quella 
città,  della  quale  erano  state  vincitrici»  Quei  fuo- 
chi d'artifizio  che  per  le  prime  volte  cagionarono 
tanta  maraviglia  al  popolo,  divennero  poi  di  con- 
suetudine in  ogni  cifcià  e  paese  per  festeggiare  i 
santi  protettori,  le  nozze  o  le  incoronazioni  dei 
principi,  o  qualche  altro  prospero  avvenimento. 
Fra  gli  altri  spettacoli  usati  dai  nostri  antenati, 
debbonsi  annoverare  le  mascherate  nel  carneva- 
le,che  in  seguito  peraltro  andarono  diminuendo; 
anche  il  divertimenla  del  teatro  era  più  general- 
mente diffuso  (aj). 

gaS.Ohre  i  surriferiti  divertimenti  e  giuochi, 
per  rendere  robusto  e  mantener  sana  il  corpo,  la 
nobiltà  e  le  persone  comode  usavano  altri  spassi, 
quali  erano  le  villeggiature  di  primavera  e  d''au- 
tunno,  la  caccia  e  la  pesca  d'ogni  sorta,  i  giuo- 
chi di  pallone,  pillotta,  palla,  pallottole,  ruzzola  , 
scherma,  ballo,  cavallerizza  (28^).  Molto  salubre 
riusciva  per  le  persone  il  passeggiare  o  viaggiare 
a  piedi  o  a  cavallo,  uso  che  in  seguito  andò  a 
perdersi,  mentre  i  facoltosi  fino  dal  1571  inco- 
minciarono ad  usar  le  carrozze,  e  la  prima  fatta 
"venire  di  fuori  fu  usata  dalle  marchesane  di  Mas- 
sa, che  abitavano  nel  palazzo  dei  Pazzi  di  Firenze. 
Queste  carrozze  in  principio  erano  piccole  di 
quoio  dentro  e  fuori,  e  parte  sulla  sala  delle  ruo- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  111.  j663 

te,  che  andavano  assai  scoinode:^  poi  s'incon>inciò 
3  fabbricarle  sulle  cigne,  perchè  andassero  meglio^ 
e  tìnolmentc  furono  atlaccale  dette  cigne  a  molle 
d*  acciaio  ben  temperate,  che  cedendo  all'urto  an- 
davano assai  più  comode.  Si  fecero  pei  più  ricchi 
di  velluto  nero,  ed  anche  di  colore  con  frange  di 
fuori  e  di  dentro,  e  col  cielo  internamente  dora- 
to. Per  le  solennità  alcuni  cittadini  usavano  il 
cocchio  ch'era  dentro  di  velluto  per  lo  più  rosi- 
no,  e  di  fuori  dì  panno  paonazzo  con  otto  pomi 
alla  testala  dorali ,  ma  poi  fu  intieramente  di- 
smesso il  lusso  di  questi  cocchi,  poiché  Ferdi- 
nando II  non  permise  che  questi  fossero  si  ma- 
gnifici, ma  solo  condonò  che  si  potessero  al  di 
dentro  foderar  di  panno,  drappo  di  seta  e  velluto 
senza  frange  e  guarnizioni  d'oro,  e  al  di  fuori  non 
permise  che  dei  filetti  d''oro  per  ornamento  (29). 
Prima  della  introduzione  di  questi  legni  ogni  ca- 
sa nobile  teneva  un  cavallo  o  muletto,  del  quale 
si  serviva  chi  non  poteva  o  non  voleva  andare  a 
piedi,  e  si  adoprava  per  la  città  eoo  gualdrappa 
d'ermisino  ed  anco  di  velluto  o  di  panno  listato 
di  velluto,  ed  m  campagna  una  sella  di  corame. 
Le  donne  andavano  a  cavallo,  ed  i  ragazzi  sopra 
un  mulo  in  due  ceste:  la  moltiplici'à  delle  car- 
rozze fece  tralasciare  un  tal  uso.  Per  la  campa- 
gna andavano  sopra  lettighe,  le  quali  andarono 
pure  in  disuso  per  la  comodità  dei  calessi,uso  ve- 
nuto da  Parigi  che  si  moltiplicò  ben  presto  (3o). 

g.  16. 1  funerali  nei  tempi  medicei  poca  va» 
riarono  da  quei  repubblicani,  poiché  il  cadavere 
pure  veniva  accompagnato  alla  chiesa  da  perso- 


€64  COSTUMI 

ne,  escluse  ìe  donne,  con  quantità  dì  ceri  e  faci, 
cantando  salmi  ed  inni  per  lodare  Iddìo  in  suffra- 
gio del  morto:  in  capo  alPanno  rlnnovellavasene 
la  memoria,  facendone  la  commemorazione.  1  ca- 
daveri venivano  seppelliti  o  nelle  chiese,  o  nei 
recinti  di  esse,  e  queste  aveano  degli  uf&z.iali  de- 
stinati a  seppellirli.  Coi  corpi  solterravansi  so- 
vente diverse  cose  per  onorare  i  defonti,  o  per 
Conservarne  la  memoria  (3i).  La  pompa  peraltro 
di  tal  funzione  era  giunta  a  tal'eccesso,  che  Par- 
civescovo  Marzi  pubblicò  un  sinodo  nel  1619  col 
quale  ordinò  che  i  cadaveri,  eccetto  quei  de'*prin- 
cipi,  non  dovessero  esser  posti  nella  chiesa  in  un 
luogo  più  elevato  delPaltezza  delTuomo,  che  at- 
torno al  feretro  non  si  dovesser  porre  più  di  sei 
torce  maggiori  e  dodici  minori,  ma  che  nell'ara 
maggiore  e  nelle  minori  e  in  altre  parti  della  chie- 
sa si  potessero  collocare  quante  faci  piaceva  alla 
famiglia  del  defunto  (3a).  Questo  sinodo  fu  con- 
fermato nel  1687  da  Ferdinando  II,  il  quale  vi 
aggiunse,  che  processionalmente  fra  la  croce  ed 
il  corpo  del  defonto  non  vi  dovessero  essere  più 
di  3o  torce,  usando  cera  gialla  tanto  in  chiesa 
quanto  fuori  (33). 


NOTE 

(1)  vTailuzzi  ,  Storia  del  granducato  di  Toscana  , 
voi.  vi«  iib.  7ij  cap.  XI.  (2)  Ivi.  (3)  Ivi,  e  voi.  vii, 
cap.   IX.  (4)  Ferrarlo,  Il  costume  antico  e  moderno, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  111.  665 

Europa  y   voi.  Vfii  ,  costumanze  civili     degli  italiani. 

(5)  Cantini^   Legislazione   toscana  ,  voi.   xvr,   p.    254. 

(6)  Galluzzi  cit.  voi.  vi,  lib.  v^  cap.  ix.  (7)  Fleury, 
Costumi  dei  cristiani  part.  li,  p.  36.  (8)  Ferrarlo  cit. 
(9)  Cantini  cit.  voi.  iv,  p.  402,  voi.  v,  p.  63,  66, e  voi. 

vn,p.35.  (10)Ved.  Avv.  stor.  cap.iv,  J.  40.  (11)  Bian- 
chini ,  De  granduchi  di  Toscana  dellaj  real  casa  Me- 
dici ,  ragion,  i  ,  ii^  iii.  (12)  Adriani,  Storia  dei  suoi 
tempi,  voi.  VI  ^  lib.  xvii  ,  cap.  1.  (13)  Cantini  cit. 
voi.  VI,  p.  376.  (14)  Ivi,  voi.  in,  p.  46,  53.  (15)IVlor- 
hio.  Storie  de'  municipi!  italiani.  Cronica  di  Firenze 
dal  1548  al  1652.  (16)  Leo,  Storia  degli  italiani  tradotto 
A.  Loeve  e  Alberi^  voi.  li,  lib.  xii,  p.  455  (17)Gal- 
luzzi,  cit.  voi.  V,  lib.  IV,  cap.  x.  (18)  Becchi,  Il- 
lustratore fior,  calendario  per  1'  anno  1838  ,  p.  47. 
(19)  Ivi.  (20)  Grassi  ,  Descrizione  istorica  e  artistica 
di  Pisa,  part.  li,  sez.  i,  p.  74.  (21  )  Storia  di  Corto- 
na d'  Anonimo  ,  p.  84  ,  nota  (3).  (22)  Galluzzi  cit. 
vqI.  v,  lib.  IV,  cap.  X.  (23)  Descrizione  storica  e  cri- 
tica d'Italia,  voi.  ili,  granducato  di  Toscana  §.  Lxxiii. 
(24)  Bianchini  cit.  ragion,  i  .  (25)  Adriani  cit.  voi. 
VI,  lib.  xviii,  cap.  IV.  (26)  Morbio  cit.  (27)  Ferrario 
cit.  (28)  Targioni,  Notizie  degli  ingrandimenti  delle 
scienze  fisiche  in  Toscana,  voi.  Ili,  part.  iv,  §.  174, 
(29)  Cantini  cit.  voi.  XVI,  p.  259.  (30)  Targioni  cit. 
(31)  Fleury  cit.  p.  81.  (32)  Marzi  Alessandro,  Sino- 
dus  vili  dioecesana  celebrata  xni  et  xv  niensis  mai 
ann.  1619  .  Sta  nel  voi.  i  ,  dell'  Etruria  sacia  del 
P.  Ildefonso.  (33)  Ganliai  cit.  voi.  xvi,  p.   259. 

•mIU  aiij 


iffU^  IM 


6^6  COSTUMI 

rrrr — *  ^ 

PAiRTE  QUARTA. 

LINGUA  E  LETTERE 


g.  I.  Avendo  la  toscana  favella  posseduto  for- 
tunatamente i  primi  illustri  scrittori,  essa  è  di- 
venuta la  lingua  dotta,  la  lingua  da  scriversi,  ed 
hanno  costoro  sudato  ad  ornarla  ogni  giorno  di 
nuovi  e  ricchi  fregi  :  tutte  le  aggiunte  furono 
modellale  sul  dialetto  toscano:  da  essi  soli  ha  ac- 
quistato la  purità  che  adesso  non  è  più  possibile  di 
toglierle.  I  susseguenti  scrittori  si  son  formati  su  i 
primì,e  non  han  fatto  che  coltivare  lo  stesso  ter- 
reno. Quando  più  scrittori  celebri,  sortiti  i  primi  in 
una  lingua,hanno  messo  in  corso  le  parole  di  quel- 
la, e  le  hanno  elevate  per  così  dire  alla  dignità  di 
rappresentare  delle  idee  nobili  e  dei  pensieri  gran- 
di, diventano  nobili  anch'esse,  molto  più  quando 
sono  state  mantenute  in  questo  possesso  dagli 
scrittori  nella  celebrità  successori  de' primi,  e 
quando  i  più  illustri  uomini  estranei  alla  Tosca- 
na, come  un  Ariosto,  un  Tasso,  si  son  soggettati 
con  poche  eccezioni  alla  medesima  legge,  giunge 
un  punto,  in  cui  la  lingua  che  povera  al  principio 
va  sempre  ad  arricchirsi,  ha  acquistato  tutti  quei 
colori  o  sia  quelle  parole  e  quelle  frasij  con  cui 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IV.  667 

può  vivamente  dipingere  e  le  vaghe  scene  della 
natura,  e  le  passioni  forti  e  le  modificazioni  di 
esse:  queste  parole,  queste  frasi  prima  messe  in 
corso  dagli  scrittori  che  hanno  formata  la  lingua, 
indi  accettate  e  confermate  da  quelli  venuti  di- 
poi, son  quelle  che  formano  ciò  che  chiamasi  pu- 
rità di  lingua.  Dopo  che  il  tempo  ha  per  così  dire 
messo  il  sigillo  ed  autenticate  come  pure  quelle 
parole  e  quelle  frasi  ,  sarebbe  opera  perduta  il 
contrastar  loro  questo  rango  colle  metafisiche 
sottigliezze ,  sostenendo  che  non  esiste  purità  o 
impurità  di  lingua  (i). 

g.  a.  Poiché  la  Toscana  ebbe  in  sorte  che  i 
primi  grandi  scrittori  han  messo  in  corso  e  di  mo- 
da il  toscano  dialetto  e  i  suoi  vocaboli,  ed  essen- 
dovi ia  questa  provincia  si  piccola  differenza  tra 
la  lingua  parlata  e  la  scritta  ,  e  tanta  essendo- 
vene  tra  questa  ed  il  dialetto  della  maggior  parte 
delle  altre  piovincie  d'Italia^  ecco  perché  la  To- 
scana ha  creduto  di  poter  senza  taccia  d'arroganza 
non  già  erigere  un  tribunale,  che  si  attribuisca  un 
dritto  esclusivo  di  giudicare  del  merito  degli  scrit- 
turi delle  altre  provincie  d'Italia,  e  di  pronunzia- 
re una  irrevocabile  sentenza,  ma  di  raccogliere 
insieme  in  più  volumi  le  parole,  le  frasi  già  ori- 
ginariamente sue,  perchè  messe  in  corso  dai  suoi 
primi  scrittori,  inseguito  le  altre  che  vari  celebri 
scrittori  anche  stranieri  hanno  aggiunte  per  fis- 
sar c(»si  la  lingua,  e  nello  stesso  tempo  darne  il 
vero  significato  ai  forestieri.  La  celebre  accade- 
mia della  Crusca  non  ha  mai  preteso  di^tirare  una 
linea  quasi  barriera  a  qualunque  nuova  voce,^0, 


668  COSTUMI         (1 

di  ricevere  o  rigettare  a  capriccio  e  senza  giuste 
ragioni  quelle  che  più  aggrada,  come  sovente  con 
an)are2za  è  stata  accusata  da  altre  provincie  di 
Italia.  Egli  è  vero  però  che  nel  lungo  tratto  dei 
secoli  il  tempo  che  tutto  cangia,  altera  ancora  le 
lingue,  e  per  quanto  quei  saggi  accademici  abbia- 
no cercato  di  fissarla,  devono  necessariamente 
avvenire  in  esse  delle  sensibili  mutazioni,  o  per 
caso,  o  perchè  taf  è  la  loro  natura.  Invecchiano 
alcune  parole  ed  escono  fuori  d^iso;  forse  alcune 
aveano  relazione  a  delle  pratiche,  le  quali  escite 
fuori  di  moda  ,  sono  appassite  anche  le  parole 
che  le  rappresentavano^  il  giro  delle  frasi  s*è  ta- 
lora cambialo:  le  nuove  scoperte  nella  fisica,  la 
analisi  dei  sentimenti  morali  bau  fatto  nascere 
nuove  maniere  di  esprimersi:  non  convien  dun- 
que ostinarsi  su  tutte  le  antiche  frasi  e  parole. 
Chi  pertinacemente  vorrà  scrivere  la  lingua  di 
tre  secoli  indietro,  senza  piegarla  alla  maniera 
della  lingua  parlata  a^suoi  tempi,  non  incontrerà 
l'approvazione  del  pubblico  e  comparirà  affettato 
e  ricercato.  Tutto  cede  al  tempo,  tutto  almeno 
lentamente  si  cambia,  e  in  specie  le  lingue^  la  no- 
stra però  ha  resistito  più  delle  altre.  E  in  verità 
qual'è  tra  le  viventi  quella  che  abbia  tanto  con- 
servato la  sua  indole  ed  il  suo  carattere  dalla  sua 
nascita  ai  nostri  tempi  al  pari  deiritaliana?  Qua- 
le può  mostrare  scrittori  che  nati  nello  sviluppo 
primo  di  essa,  siensi  mantenuti  freschi  ,  per  dir 
così,  e  vegeti  nella  stessa  lingua  per  più  secoli,  e 
si  gustino  ancora  come  Dante?  Devesi  questo  van- 
taggio ai  suoi  grandi  scrittori  che  dopo  una  lunga 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IV.  669 

infanzia,  la  condussero  rapidamente  alla  virilità: 
Dante,  Petrarca,  Boccaccio  essendo  stati  sempre 
Ietti,  l'hanno  mantenuta  fresca  e  vigorosa  (ri). 

g.  ò.  Per  quanti  progressi  abbia  fatti  la  lessi- 
cografia presso  le  nazioni  incivilite,  pure  la  com- 
pilazione di  un  vocabolario  dovea  tìn  dal  princi- 
pio sembrare  difficilissima  e  laboriosissima  ,  per- 
chè non  si  avevano  libri  che  servir  potessero  a 
dirigere  una  tale  intrapresa,  ed  indicare  il  metodo 
da  seguirsi.  Non  ostante  le  difficoltà  dell-esecu- 
Eìone,  non  trattennero  gli  accademici  della  Cru- 
sca^ i  più  abili  di  essi  sì  divisero  Topera  ideata, 
estrassero  i  vocaboli  dai  libri  scritti  nei  prece- 
denti secoli,  e  li  disposero  in  ordine  alfabetico^ 
definirono  ciascuna  parola  con  qualche  precisione, 
notarono  la  loro  maggiore  o  minore  antichità,  e 
distinsero  i  modi  poetici  dai  comuni  ,  e  gli  ele- 
ganti dai  triviali  5  mostrarono  i  loro  diversi  si- 
gniiicati,  schiarirono  le  più  minute  parlicelle  con 
esempi,  detter  Tequivalente  di  ciascun  vocabolo 
in  greco  ed  in  latino,  e  nel  termine  di  3o  anni 
pubblicarono  il  rlsultamento  del!c  loro  fatiche  . 
Quest'opera  fu  ricevuta  dai  letterali  coi  migliori 
applausi,e  considerata  come  un  prezioso  acquisto: 
nondimeno  essa  non  potevasi  ancora  considera- 
re perfetta.  Superate  le  prime  difficoltà  gli  acca- 
demici che  succedettero,  pensarono  a  darle  una 
maggiore  perfezione  ,  la  emendarono  in  intiuiti 
luoghi,  e  la  fecero  ristampare  più  volte  e  sempre 
fCon  correzioni  ed  aggiunte.  Il  Boretti,  autore  di 
uquesfarlicolo,  dice  che  Michelangiolo  Buonarroti, 
iJlutore  della  commedia  iutiloiata  la  Tancia^  su- 
St.   Tose,  Tom.  10.  5V 


670  COSTUMI 

però  la  difficoltà  nella  quale  gli  accademici  era- 
no imbarazzati  per  mancanza  di  esempi  nei  libri 
stampati,  che  autorizzassero  una  certa  classe  di 
vocaboli,  i  quali  spesso  presentansi  parlan<lo,raa 
che  di  rado  scrivonsi  ,  e  soprattutto  le  parole 
tenniche  usale  dai  più  infimi  operai^  e  quelle  dei 
più  comuni  bisogni  della  vita .  Per  superare  tal 
difficoltà  il  Buonarroti  compose  un''opera  dram- 
matica di  una  specie  singolarissima ,  ed  era  una 
commedia  che  conteneva  cinque  drammi  di  cin- 
que atti  ciascuno.  Il  luogo  delP  azione  era  una 
fiera,  e  la  produzione  era  intitolata  la  Fiera,  Il 
piano  n'era  semplice  ma  ammirabile, perchè  dava 
luogo  ad  introdurre  sulle  scene    ogni    sorta  di 
gente.  Questo  dramma  straordinario  fu  rappre- 
sentato a  Firenze  a  spese  del  sovrano  per  cinque 
sere  successive,  vale  a  dire  cinque  alti ,  o  una 
delle  cinque  commedie  per  sera.  Il  numero   dei 
termini   particolari  e  tennìci    che  il  Buonarroti 
seppe  adunare  in  una  sì  piccola  opera,  è  appena 
concepibile^  e  siccome  egli  parlava  il  puro  tosca- 
no, si  vede  bene  che  gli  accademici  ne  fecero  un 
buon  uso  nel  loro  vocabolario. 
*^       g.  4'  Crii  accademici  dandoci  questa  grande 
•opera  arricchirono  la  letteratura  italiana  di  molte 
"altre,  tutte  tendenti  airabbelliraento  ed  alla  per- 
fezione della  lingua .  Le  più  famose  sono  alcuni 
volumi  intitolati  prose  fiorentine,  ed  alcune  cri- 
■  tiche  della  Gerusalemme  liberata.  L'ammirazione 
loro  per  TOrlando  furioso  li  rese  ingiusti  verso  la 
Gerusalemme  ,  ma  il  tempo  in  loro  mancanza 
fissò  il  giudizio  del  pubblico  su  questi  due  poemi 


DEI  TEMPI    MEDICEI  PARTE  IV.  67  I 

epici,  e  la  magnificenza  dei  numeri  e  della  edi- 
zione del  Tasso,  unitamente  alle  regole  delP  E- 
popeia,  bilanceranno  mai  sempre  la  somma  venu- 
stà, la  rapidità  delTespressione,  e  la  maggiore  fe- 
racità d'invenzione  che  distinguono  V  Ariosto  . 
Dei  due  poemi  la  Gerusalemme  sarà  sempre  il 
p^ù  mirabile,  e  TOrlando  il  più  dilettevole  (3). 

g.  5.  Il  pregio  di  una  straordinaria  dolcezza 
nella  lingua  italiana  è  nato  dalle  molte  vocali  e 
dalle  poche  consonanti,  ed  ecceltuate  le  lingue 
orientali,  è  superiore  in  questa  qualità  a  tutte  le 
altre,  in  specie  alle  lingue  settentrionali  ,  nelle 
parole  delle  quali  T  occhio  vede  con  una  specie 
di  ribrezzo  una  selva  di  consouauti,  ed  appena 
intende  come  sìa  possibile  il  pronunziarle.  Delle 
Provincie  italiane  il  dialetto  toscano  è  il  più  dolce, 
specialmente  il  fiorentino,  la  di  cui  dolcezza  nella 
pronunzia  è  anche  soverchia ,  giacché  elidendo 
troppo  ed  ingoiando  per  così  dire  le  consonanti, 
e  talora  le  vocali  stesse  .  si  converte  in  difetto. 
Questa  dolcezza  sì  atta  al  canto  ed  alle  tenere 
poesie  ha  fatto  forse  nascere  un  si  gran  numero 
di  poeti,  (  giacché  niun'altra  nazione  ne  conta  un 
terzo  di  quei  che  possiede  Tltalia  )  una  gran  parte 
di  versi  dei  quali  privi  d'immagini  e  di  leggiadri 
sentimenti,  mero  suono  armonioso,  non  fanno 
che  colla  dolcezza  della  lingua  e  del  ritmo  lusin- 
gare soavemente  Torecchio.  Se  fra  questa  messe 
abbondantissima  non  si  trovassero  dei  più  grandi 
alunni  delle  muse,  ci  avrebbe  quella  qualità  re- 
cato più  danno  che  vantaggio  ^  ma  siccome  uno 
dei  poetici  pregi  é  l*  armonia ,  quando  questa   e 


672  COSTUMI 

unita  alla  sodezza  dei  pensieri  ed  alla  vivezza 
delle  immagini,  si  ha  una  poetica  perfezione  su- 
periore alle  allre  nazioni.  Quesl*  armonica  dol- 
cezza giunse  a  segno,  che  sovente  la  plebe  canta 
i  versi  che  non  intende,  bastandole  quel  solletico 
che  dà  la  melodia  della  lingua  airorecchio:  siffat- 
to pregio  però  è  forse  conlraccarabìato  da  un  di- 
fetta Nel  tosco  dialetto  terminano  tutte  le  parole 
colla  vocale  né  s**  elide  quasi  mai  colla  pronun- 
zia, se  non  ne  succede  un''ailra;  di  molte  sillabe 
perciò  son  composte  le  parole  più  lunghe  che  in 
molte  altre  lingue.  Oltre  il  superare  in  dolcezza 
quasi  tutte  le  viventi  lingue,  Titaiiana  forse  non 
cede  ad  alcuna  in  ricchezza  d'  espressioni ,  e  ne 
supera  molle:  questa  ricchezza  quanto  favorisce 
la  poesìa  e  Peloquenza,  altrettanto  è  sfavorevole 
alla  precisione  filosofica.  Non  le  manca  al  biso- 
gno mai  la  parola  che  V  esalta  ragione  richiede 
preferibilmente  ad  ogni  altra  per  dire  ciò  che 
vuol  essere  insegnato  senza  ornamento,  ed  il  Ga- 
lileo, il  Machiavelli,  il  Redi,  il  Cocchi,  il  Maga- 
lotti ce  l'hanno  insegnato.  Ma  fra  tanta  copia  di 
voci  non  si  presenta  sì  presto  allo  scrittore  quel- 
la che  il  preciso  filosofico  linguaggio  richiede,  se- 
polta talvolta  ed  implicata  nella  ricca  varietà 
delle  simili  ed  analoghe  ma  non  precise  paro- 
le  (4). 

g.  6.  È  un  fenomeno  v  eramente  notabile,  che 
mentre  la  Toscana  era  lacerala  ed  atflitta  da  in- 
testine discordie,  guerre,  rapine,  carestie,  pesti- 
lenze, tremuoti,  videsi  prosperare  la  letteratura. 
Ciò  sembra  avvenire  dacché  dato  una  volta  un 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IV.  673 

potente  impulso  agP  ingegni,  e  questi  incammi- 
nali nel  retto  sentiero ,  progrediscono  essi  nel- 
l^acquislo  e  nel  perfezionamento  delle  più  utili 
cognizioni,  anche  in  mezzo  alle  circostanze  le  più 
sfavorevoli;  oltre  di  che  il  favore  dai  principi  di 
Toscana,  ed  anche  da  alcuni  stranieri  nelTIlalìa 
guerreggiami  accordato  a  gara  alle  lettere  ed  ai 
buoni  studi,  continua  poi  persino  in  mezzo  alle 
guerre,  alle  contese,  come  ad  altre  viccennate  ca- 
lamità. Alessandro  dei  !VIedici,  che  primo  ebbe  il 
titolo  di  duca  in  Firenze,  in  mezzo  alle  sue  sre- 
golatezze era  istrutto  e  gustava  ogni  sorta  di 
lettere.  Cosimo  I  imitatore  dei  suoi  gloriosi  an- 
tenati, cioè  Cosimo  il  vecchio  e  Lorenzo  il  IVIa- 
guitico ,  favorì  non  meno  di  essi  le  lettere  e  gli 
studi  che  sono  stati  molto  promossi  ed  aiutati 
dalPutilissirao  ritrovato  della  stampa .  Quindi  è 
che  il  duca  Cosimo  I  per  dar  sempre  comodità  di 
studiare  nella  sua  capitale,  in  cui  già  solevansi 
stampare  i  libri  con  buone  e  lodate  edizioni,  co- 
me sono  quelle  dei  Giunti  e  d''altri,  di  sua  com- 
missione volle  che  si  aprisse  una  stamperia  sotto 
un  buon  pratico  ed  eccellente  professore;  perciò 
fece  venire  con  grandissima  spesa  e  provvisione 
lino  di  Germania  il  Torrenlino,  e  il  dichiarò  suo 
stampatore,  dal  quale  poi  tante  edizioni  di  utilis-, 
simi  libri  colla  maggiore  eleganza  ,  correzione  e 
nitidezza  si  fecero,  come  agli  eruditi  è  ben  no- 
to  (5). 

J.  7.  Cosimo  I  persuaso  che  per  propagare  ed 
estendere  la  cultura  nella  nazione  era  necessario 
di  render  comuni  a  chiunque  i  sentimenti  dei 

5;' 


6^4  COSTUMI 

greci  e  dei  Ialini ,  immaginò  il  modo  d**  incorag- 
giare i  dotti  a  tradurre  i  loro  libri,  e  sostenere 
intanto  il  dialetto  toscano  in  quel  grado  di  eie- 
Tazione  sopra  gli  altri  d'Italia  ,  in  cui  lo  aTeano 
inalbato  Dante,  Boccaccio  e  Petrarca.  Lo  spirito 
di  ornare  e  pulire  il  proprio  linguaggio  dominava 
in  Firenze  tino  dnl  iSjS  ,  in  cui  dal  Boccaccio 
si  incominciò  ad  interpetrare  pubblicamente  la 
commedia  di  Dante,  e  lo  stesso  si  osservò  nello 
studio  di  Pisa,  doye  nel  i485  esercitava  questa 
cattedra  Francesco  da  Buti .  Giovanni  Mazzuoli 
detto  lo  Stradino  avea  formato  una  compagnia 
di  letterali  che  si  applicavano  all'esame  ed  intelli- 
genza dei  classici,  con  idea  di  trasportarli  nella 
toscana  favella  .  Il  duca  Cosimo  fino  dai  primi 
anni  del  suo  regno  attirò  nel. suo  palazzo  questa 
società,  la  incoraggi  con  dei  premi,  e  finalmente 
stabilì  Taccaderaia  Fiorentina. che  volle  decorare 
ancora  del  titolo  di  sacra.  Il  motivo  chVgli  ebbe 
di  fondare  quesfaccademia  altro  non  fu  se  non 
il  coltivamento  della  lingua  toscana,  e  perciò  gli 
esercizi  che  a  lei  impose,  furono  principalmente 
Tinterpetrare  i  nostri  celebri  scrittori,  il  compor- 
re e  portare  e  ridurre  da  ogni  altra  lingua,  spe- 
cialmente greca  e  latina,  ogni  buona  scienza  in 
questa  nostra  (6).  In  conseguenza  di  ciò  trat- 
tenne Cosimo  presso  di  sé  gli  uomini  di  lettere 
eh'  erano  nella  città,  ed  in  grazia  del  Bembo  ri- 
chiamò alla  patria  Benedetto  Varchi  che  n'  era 
esule  come  ribelle.  Il  Carnesecchi,  il  Domenichi, 
il  Giarnbullari  ed  il  Segni  erano  di  questo  nu- 
mero. Carlo  V  nel  i549  desiderò  da  quest''  acca- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IT.  6^5 

demìa  la  traduzione  della  consolazione  di  Boe- 
zio, ed  il  Varchi  e"*!  Domenichi  ne  furono  ambedue 
separatamente  incaricati  dal  duca,che  restaurò  an- 
cora lo  studio  fiorentino  ,  ed  incaricò  Pier  Vet- 
tori di  leggere  pubblicamente  le  lettere  greche  5 
il  Verino  e  dopo  di  esso  il  Lapino  lessero  al  pub- 
blico filosofia.  Nel  i546  Andrea  Dazi  fu  deputato 
a  legger  le  lettere  greche  e  latine,  e  tutti  insie- 
me animati  dal  principe  si  afiTaticarono  a  propagar 
le  lettere  e  ad  incoraggiare  allo  studio  la  gioven- 
tù .  Ciò  dette  motivo  alle  molte  traduzioni  dei 
classici  greci  e  latini,  che  furono  pubblicati  a 
gara  in  Firenze  nei  primi  dodici  anni  del  regno 
di  Cosimo,  ed  a  lui  dedicate  dagli  accademici  . 
Perciò  acquistatasi  Cosimo  Tuniversale  opinione 
di  Mecenate,  molti  libri  che  in  quel  tempo  vide- 
ro la  luce,  tanto  in  Italia  che  fuori,  erano  a  lui 
dedicati,  e  molti  uomini  di  lettere  ambivano  il 
suo  servizio  e  la  sua  protezione.  Anche  il  Giovio, 
notissimo  scrittore  d'istorie,  era  singolarmente 
accetto  al  duca  (7).  Ad  oggetto  di  maggiormente 
arricchire  la  repubblica  letteraria  di  inedite  no- 
tizie aprì  a  benefizio  del  pubblico  la  celebre  li- 
breria Mediceo-Laurenziana  oltremodo  ricca  di 
sceltissimi  codici  (8). 

J.  8.  Francesco  l  granduca  di  Toscana  volle 
rhe  alla  grande  accademia  Fiorentina,  istituita  da 
suo  padre,si  promovessero  i  suoi  esercizi  letterari, 
e  perciò  seguitarono  quegli  accademici  a  far*! 
ascoltare  con  le  loro  eruditissime  lezioni,  ador- 
nate di  bellezze  e  ripiene  di  dottrina  ,  d'  elo^ 
quenza  e  purità  della  nostra  lingua.  Oltre  al  prò- 


6^6  COSTUMI 

leggere  raccademia  Fiorentina,  non  mancò  Fran- 
cesco di  far  sentire  altresì  la  sua  beneficenza  ad 
un'' altra  accademia  privala  delta  degli  Alterali , 
la  quale,  benché  dopo  lo  spazio  di  molti  anni  ve- 
nisse meno,  tuttavìa  si  rese  chiara  e  famosa.  Fi- 
nalmente sarà  sempre  glorioso  il  governo  di  Fran- 
cesco I,  poiché  sotto  i  di  lui  auspicii  nel  iSSa  il 
Grazzini,  cognominato  Lasca,  fondò  Taccademia 
della  Crusca^  quelTaccademia  che  fecondata  ed  ali- 
mentata in  prima  dalle  sue  grazie  e  poi  da  quelle 
de'^suoi  reali  successori,  ha  sempre  coltivata  e  nella 
sua  purità  mantenuta  la  lingua  toscana  (come  di- 
cemmo) a  cui  viepiù  sempre  ancora  ha  cagionato 
grandissimo  lustro  ed  onore  col  suo  utilissimo 
vocabolario  tante  volte  ristampato,  e  da  lei  ac- 
cresciuto, talché  é  divenuta  celebratissima  in  tut- 
ta TEuropa.  Ma  per  dimostrare  sicuramente  che  il 
granduca  Francesco  fu  gran  protettore  di  lettere 
e  di  tutte  le  più  nobili  sciente,  basti  riflettere  che 
egli  era  non  solo  di  quelle  ornalo,  ma  di  tutte 
ancora  possessore^  e  poiché  in  Siena  fioriva  rac- 
cademia degPIntronati,  Francesco,  per  maggior- 
mente proteggere  le  lettere  ed  i  letterati,  volle 
esservi  ascritto  (9). 

g.  9.  L'opera  grandiosa  degna  d"' ammirazione 
di  tutto  il  mondo,  e  necessaria  non  solo  alla  re- 
pubblica letteraria  ,  ma  insieme  alla  chiesa  cat- 
tolica, si  fu  quella  che  Ferdinando  I  ordinò  che 
fosse  eretta  in  Roma  una  sua  particolare  stam- 
peria, ripiena  di  caratteri  ebraici,  siriaci  ,  caldei 
ed  arabi ,  e  con  essi  fece  stampare  nelle  lingue 
orientali  molti  e  molti  libri  pertinenti  alla  nostra 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE   IT.  €yj  ' 

santa  religione,  per  far  Irasporlare  con  essi  nel- 
le regioni  dfìirOriente  la  vera  e  pura  cognizione 
delLi  medesima.  L**  Italia  è  debitrice  ali*' eccelsa 
famiglia  dei  Medici  ed  ai  fiorentini  del  risorgi- 
mento delle  lettere  greche,  latine  e  toscane,  così 
ristessa  famiglia  ed  i  fiorentini  ancora  sono  stati 
i  primi  in  Europa  a  promuovere  lo  studio  delle 
lingue  orientali  ^  e  quindi  è  che  in  Firenze  alla 
Laurenziana  si  conservano  molti  e  molti  codici 
arabici,  persiani,  siriaci  e  d''altre  lingue  orientali. 
Anche  sotto '1  governo  di  Cosimo  II  fiorirono 
molti  letterati  in  Toscana^  i  quali  goderono  della 
sua  munificenza  e  protezione  (  io).  Ma  se  del  gran- 
duca Ferdinando  II  sarà  sempre  lodata  la  saviezza 
nel  far  fiorire  per  mezzo  di  molti  dotti  e  famosi 
letterali  le  università  dei  suoi  stati,  non  merita 
egli  minor  lode  ancora  per  avere  insieme  tenuta 
un'altra  e  particolare  protezione  di  quelle  lette- 
rarie adunanze,  che  accademie  si  appellano,  delle 
quali  è  stata  sempre  la  toscana  fecondissima  :  e 
perchè  sarebbe  troppo  lungo  il  far  parola  di  tutte 
distintamente,  dirò  solo  che  per  lui  i  privilegi,  le 
esenzioni  e  gli  onori  che  i  granduchi  suoi  ante- 
cessori compartirono  alT accademia  Fiorentina^ 
furono  intieramente  mantenuti^ed  ella  invigorita 
sempre  più  dalla  sua  beneficenza,  non  desistè  mai 
dal  fare  le  sue  solite  adunanze  ed  i  suoi  letterari 
esercizi.  L'accademia  poi  della  Crusca  fu  da  esso 
molto  distinta,  poiché  assai  volte  la  fece  adunare 
nel  suo  proprio  palazzo  dei  Pitti,  per  dare  co^suoi 
ragionamenti  virtuoso  divertimento  ai  principi  ed 
ai  gran  personaggi  forestieri:  fu  ancora  animata 


67S  COSTUMI 

ari  illustrare  vieraaggiormente  la  lingua  toscana, 
non  solo  colle  opere  e  coi  particolari  componi- 
menti dei  suoi  eruditi  accademici,  ma  ancora  col 
lavorare  assiduamente  fin  da  quel  tempo  per  una 
nuova  edizione  ampliata  del  suo  vocabolario:  an- 
che il  principe  cardinale  Leopoldo  ,  tratto  dai 
suo  nobilissimo  genio  di  promuovere  tutte  le 
imprese  letterarie,  era  quegli  che  dava  il  molo  e 
il  sostenimento  a  tutte  le  belle  cose,  che  in  que- 
sfaccademia  si  andavano  facendo  (11). 

g.  10.  Nei  tempi  in  cui  regnò  Ferdinando  II, 
Agostino  Coltellini  avvocato  fiorentino,  uomo  di? 
varia  dottrina,  fonJò  l'accademia  degli  Apatisti, 
e  la  fondò  per  dar  motivo  a  tutti,  ma  specialmen- 
te alla  gioventù,  di  studiare  e  di  esercitarsi  nel 
conjporre  in  prosa  ed  in  verso  per  mezzo  delle 
sue  frequenti  continue  adunanze  d'ogni  settima- 
na. A  quest'  accademia  fu  acclamato  anche  Fer- 
dinando II  onde  fosse  maggiormente  protetta,  che 
riguardò  pure  con  favorevole  sguardo  quella  de- 
grintronati  di  Siena.  Vittoria  della  Rovere,  con- 
sorte di  Ferdinando  II,  conoscendo  Tingegno  e  lo 
studio  delle  dame  senesi  che  pensavano  di  fare 
un'^accademia  composta  di  gentili  femmine  dilet- 
tanti di  lettere  esercitate  nei  poetici  componi- 
menti, non  solo  le  esorlò,  ma  le  stimolò  a  porre 
in  esecuzione  il  loro  pensiero,  e  ne  volle  pren- 
dere la  protezione.  Elleno  chiamandosi  le  Assi- 
curate h\a\z^v  quo  per  loro  impresa  la  Rovere  gen- 
tilizia della  granduchessa  Vittoria  col  moiio  Qui 
ne  dijende  e  qui  ne  illustra  Vomhra .  Si  videro 
quindi  gl'effetti  di  questa  gloriosa  protezione,  poi- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IT.  679 

che  non  solo  quelle  dame  facevano  le  loro  adunan- 
ze ed  i  loro  letterari  esercizi,  raa  di  alcune  di  esse 
dame  altresì  furon  date  alle  pubbliche  stampe  i 
componimenti.  Questa  principessa  coiroccasione 
della  indicata  accademia  protesse  le  lettere,  e  di- 
mostrò la  sua  generosità  verso  i  dotti  soggetti, 
nel  numero  dei  quali  fu  Benedetto  Menzini ,  e 
Maria  Selvaggia  Borghini  pisana  ,  che  fu  repu- 
tata una  delle  poetesse  più  celebri  allora  in  Ita- 
lia (12). 

g.  )  I.  Il  genio  di  Cosimo  III  fu  favorevole  per 
le  lettere,  poiché  fece  conoscere  questa  sua  pro- 
pensione quando,  non  essendo  ancora  granduca, 
prese  il  primo  fra  gli  altri  principi  della  sua  casa, 
a  fare  ed  aprire  nello  stesso  suo  regio  palazzo 
iin'amplia  biblioteca*,  e  poi  quando  appena  dive- 
nulo  granduca  ,  comandò  che  la  sua  biblioteca 
ìVIediceo-Laurenziana  per  la  pubblica  utilità  custo- 
dita fosse, e  conservata  sempre  più  con  maggiore 
allenzione,e  quando  finalmente  fece  in  quel  mede- 
simo tempo,  perse  stesso  ed  a  suo  proprio  uso,  una 
privata  sì  ma  considerabilissima  librerìa  ripiena 
di  tutti  i  santi  padri  e  dottori  della  chiesa,  e  la 
collocò  nelle  stanze  più  recondite  del  suo  regio 
appartamento,  per  potere,  leggendo  talora  le  ope- 
re di  quei  sacri  scrittori  ,  indirizzare  la  propria 
vita  e  regolare  la  sovrana  amministrazione  dei 
suoi  slati.  Giovan  Gastone  non  solo  si  compiace- 
va di  leggere  i  libri  dei  più  grandi  letterati,  ma 
godeva  ancora  di  confabulare  cou  quel  viventi,; 
gradì  moltissimo  nella  sua  gioventù  d'essere  sta- 


680  COSTUMI 

lo  acclamato  accademico  della  Crusca  ,  come  lo 
furono  altri  dei  suoi  antenati ,  e  specialmente  il 
cardinale  Leopoldo^  talché  volle  esser  di  quella 
il  protettore ,  e  molte  volte  v'  intervenne ,  e  da 
principe  letterato  quaP  egli  era  mostrò  la  sua  in- 
telligenza nelle  materie  erudite  ,  e  dette  animo 
al  mantenimento  degli  esercizi  letterari.  Quando 
poi  per  la  morte  del  fratello  Ferdinando,  Giovau 
Gastone  passò  ad  esser  gran  principe  di  Toscana, 
si  raddoppiarono  in  lui  le  occasioni  di  protegge- 
re le  lettere  ed  i  letterali,  fra  i  molti  dei  quali  da 
esso  beneficati  rammenterò  solo  il  canonico  Sal- 
vino Salvini  console  della  grande  accademia  Fio- 
rentina fondata  già  dal  granduca  Cosimo  I  (i3). 
La  paleografia  sotto  il  regno  dei  Medici  e  nei 
tempi  posteriori  progredì  al  pari  delle  scienze  e 
delle  lettere,  poiché  i  caratteri  si  resero  più  intel- 
ligibili (a)  da  non  aver  bisogno  di  farvi  sopra  uno 
studio  per  leggerli. 


(a)  Ved.  tav.  XIV,  col.  k. 


r. 


NOTE 

(i)  ITigiiotli  ,  Storia  della  Toscana,  Saggio  I  della 
origine  e  progresso  della  lingua  italiana  .  (2)  Ivi  . 
(3)  Barelli  ,  GÌ'  italiani  ,  ossia  relazione  degli  usi  e 
coslumi  d'Italia,  cap.  x.  (4)  Pignotti  cit.  (5)  Bian- 


*  DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IV.  68  I 

chini  ,  Dei  granduchi  di  Toscana  della  real  casa  dei 
Medici^  ragionamento  primo.  (6)  Ivi.  (7j  Galluzzi  , 
Storia  del  granducato  di  Toscana  ,  voi.  i  ,  lib.  i  , 
cap.  IX.  (8)  Ferrini^  Compendio  di  Storia  della  To- 
scana ,  epoca  V  ,  S-  23  .  (9)  Bianchini  cit.  ragiona- 
mento II.  (10)  Ivi,  ragionamento  in.  (11)  Ivi,  ragio- 
uamento  v.  (12)  Ivi.  (13)  Ivi,  ragionamento  vie  v". 


81.    Tote*  Tom,  10.  5S 


68a  COSTUMI 


PARTE  QUINTA. 
RELIGIONE 


g.  I.  Lia  Giuliano  a  Lutero,  la  chiesa,  secondo 
il  celebre  Chateaubriand  (i),  nel  pieno  vigore  co- 
mpii' era  delle  sue  forze,  non  ebbe  più  bisogno 
di  difensori;  e  quando  emanò  Io  scisma  d'Occi- 
dente, sursero  coi  nuovi  nemici  anche  i  suoi  di* 
fensori.  Nullameno,  è  pur  forza  confessarlo,  i  pro- 
testanti furono  in  sulle  prime  superiori  ai  cat- 
tolici, se  non  altro,  secondo  il  parere  del  Monte- 
squieu, per  le  forme.  Ma  poiché  il  Bossuet  discese 
nell'arringo ,  la  vittoria  non  restò  più  a  lungo 
indecisa,  e  Tidra  dell'eresia  fu  per  sua  mano  at- 
terrala. Frattanto  che  la  chiesa  seguitava  i  suoi 
Iriontì  ,  Tincredulità  venne  in  moda ,  e  questa 
assaliva  ostilmente  la  religione  con  beffe  e  di- 
sprezzo (:i).  Il  male  dell'eresia  dilatandosi  penetrò 
in  qualche  modo  inclusive  fra  i  nostri  .  Mentre 
Matteo  Bassi,  sacerdote  tra  i  minori  osservanti 
nel  convento  di  Monte  Falco  in  Val  di  Pesa,  circa 
il  i53o  dava  vita  ai  minori  eremiti  di  s.  Fran- 
cesco, chiamati  cappuccini,  Bernardino  Orbino 
senese,  generale  di  quesf  ordine ,  celebre  predi- 
catore, dette  al  pot)olo  che  Io  ammirava  lo  scan* 


T>E1  tEMFl  MEDICEI  PARTE  V.  683 

dalo  il  più  grave.  Dopoott'anni  di  vita  claustrale, 
corrotto  nel  suo  cuore  ne  abbandonò  l'abito,  e  tra- 
sportalo dalPambizìone  abbracciò  il  luteranismo, 
e  presa  moglie  insegnò  inclusive  la  poligamia  in 
Zurigo,  da  dove  per  altro  fu  discacciato.  Si  ritirò 
in  Polonia,  dove  adottò  gli  errori  dei  sociniani: 
discacciato  anche  da  quel  paese  divenne  in  fine 
miserabilissimo:  fu  anche  in  Germania  e  in  In- 
ghilterra con  Pietro  Martire,  Vi  sono  di  lui  tren- 
ta dialoghi,  dei  sermoni  ed  altre  opere  (3).  Ebbe 
la  Toscana  un  altro  famoso  eretico  nella  persona 
di  Pietro  Martire  calvinista  dell'ordine  dei  cano- 
nici regolari  di  s.  Agostino  di  Fiesole.  La  lettu- 
ra dei  libri  di  Zuingliu  e  di  Bucero  lo  fecero  cade- 
re nell'errore,  e  convertì  Tremellio  ,  Zanglio  e 
molli  altri.  Andò  a  Zurigo  e  a  Basilea:  indi  am- 
mogliatosi passò  in  Inghilterra  con  la  moglie.  Ab- 
biamo di  lui  un  gran  numero  d^opere  che  scrisse 
per  sostenere  i  suoi  errori  (4). 

g.  2.  Frattanto  il  papa  toscano  Clemente  VII 
nel  settembre  del  i534  mori,  schivando  sempre 
le  adunanze  di  un  concilio  generale  chiesto  an- 
ziosamente  da  Carlo  V,  perchè  quel  rimedio  ai 
tempi  si  burrascosi  non  riuscisse  perle  frodi  de- 
gli eretici  dannoso  an^i  che  utile  alla  chiesa  (5). 
Ilcardinal  Cervini  senese,e  propriamente  di  Mon- 
tepulciano, personaggio  ornalo  di  bellissime  doti 
dell'animo,  fu  dato  per  successore  nella  sede  apo- 
stolica al  papa  Giulio  IH  pure  toscano,  che  man- 
cò di  vita  Panno  i555.  Il  nuovo  pontefice  fu  chia- 
mato Marcello  II  ,  e  dava  fondale  speranze  di 
avere  in  lui  un  ottimo  soggetto  in  si  eminente 


684  COSTUMI 

posto,  ma  dopo  2.0  dì  cessò  d^esser  nel  numero 
dei  viventi  (6).  Era  lacerata  in  quel  tempo  la  chie- 
sa cattolica  da  immenso  numero  di  eretici  che  si 
diffuse  per  tutta  Europa,  e  la  stessa  Toscana  an- 
dò in  qualche  modo  soggetta  a  tale  infezione.  Vi 
era  in  Vene/Ja  un'accademia  di  eretici,  che  pre- 
tendeva dare  ogni  giudizio  sulle  opinioni  religiose 
di  quel  tempo.  Tra  i  nomi  degli  accademici  risuo- 
3)ava  quello  di  Leh'o  Socino  da  Siena.  Aveva  egli 
certamente  vasta  erudizione,  ed  era  dotto  inclu- 
sive neiParabo,  non  che  nel  greco  e  nelPebrai- 
C05  ma  i  suoi  talenti  e  le  sue  cognizioni  Io  sti- 
molavano air  amore  della  novità,  ed  alle  libere 
interpetrazioni  delle  sante  scritture  .  Poiché  fu 
annullata  V  accademia  di  Venezia  per  opera  del 
veneto  governo,  i  perseguitali  soci  si  dispersero 
per  TEuropa.  Costoro  prima  della  dispersione  a- 
vevauo  abbracciate  le  massime  degli  antichi  aria- 
ni puri.  I  calvinisti  ed  i  luterani  si  fecer  cono- 
scere subito  nemici  della  loro  empietà  non  meno 
che  i  cattolici  :  ma  Lelio  Socino  scrisse  prima 
contro  Calvino  suo  avversario,  e  poi  pubblicò 
vari  commenti  sulla  bibbia,  per  insegnare  agli 
autelrinitari,  la  cui  dottrina  poleasi  detinire  Tul- 
tima  moda  degli  spiriti  torbidi  in  cose  di  reli- 
gione, per  insegnare  io  diceva  agli  anletrioitari 
una  spiegazione  allegorica  o  figurata  di  quei  te- 
sti scritturali,  che  solevansi  opporre  ad  essi  in 
vantaggio  della  Trinila  ,  della  Consuslanzialità 
del  Verbo  e  della  Divinità  di  Gesù  Cristo.  Lelio 
dunque  rendeasi  cosi  maestro  insigne  nella  setta, 
e  ne  sarebbe  facilmente  divenuto  il  capo ,  se  la 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  685 

morie  non  lo  avesse  rapito  a  Zurigo  neli''  anno 
i56a  (7). 

g.  3.  II  campo  principale  di  quegli  erelici  fu 
per  lungo  tempo  la  Polonia.  Quando  dopo  la  mor- 
te di  Sigismondo  II  fu  collocalo  nel  trono  dei 
poi  lacchi  Arrigo  duca  d'Angiò,  si  esigè  da  Iiii  che 
giurasse  di  concedere  a  tutti  libertà  intiera  di 
coscienza,  ed  in  tal  modo  crebbe  l'apostasia  del 
catolicismo.  Le  sole  sette  degli  anletrinitari  a- 
scendevano  quasi  a  quaranta,  quando  giunse  nel 
loro  seno  Fausto  Socino  .  Era  costui  nipote  di 
quel  Lelio  Socino  già  sopra  accennato  come  uo- 
mo benemerito  grandemente  delParianismo  rin- 
novellato. Erudito,  erede  dei  manoscritti  delio 
zio,  educalo  alla  corte  di  Toscana,  si  accinse  Fau- 
sto 3  comparire  un  gran  campione  degli  antelri- 
nitari  con  armi  atte  a  soggiogare  gli  spiriti  ed  i 
cuori,  e  nell'anno  1679  avvenne  V  ingresso  suo 
in  Polonia.  Colà  parlò  in  mezzo  a  vari  eretici  con 
un  linguaggio  sempre  ingannevole  e  sempre  se- 
dizioso-, e  sotto  il  pretesto  di  rovinare  viepiù  il 
cullo,  come  diceva,  dei  papisti,  non  lasciava  di 
esporre  e  di  proporre  le  sentenze  degli  ariani 
moderni  ed  antichi  con  diversi  paradossi,  affine 
di  sedurre  anche  i  protestanti.  Ecco  le  principali 
sue  massime  o  bestemmie  „  Dio  il  solo  Padre:  il 
^  erbo  e  lo  Spirito  Santo  non  persone,  ma  P  On- 
nipotenza e  la  Sapienza  del  Padre:  Gesù  Cr.  F'glio 
di  Dio  per  adozione,  non  per  natura:  egli  pei  doni 
ronceduligli  dal  cielo  pontefice  mediatore:  vane 
le  spiegazioni  sulla  processiono  «lei  Verbo  prima 
jiei  secoli  sulla  Incarnazione:  favole  la  presenza 

58* 


686  COSTUMI 

reale  delTrmanilà  e  Divinità  di  Gesù  Cristo  nel- 
l'Eucaristia, l'efficacia  del  Baltesiiuo  per  la  re- 
missione del  peccalo  originale,,.  Sebbene  lutti  gli 
articoli  di  queir  insegnamento  ereticale  si  scor- 
gessero ornai  fulminali  dalla  cbiesa  cattolica  nei 
concili  generali  colfaulorità  dei  papi, coni  dotti 
volumi  dei  bravi  difensori  della  pura  fede,  ed  in 
altri  modi,  tuttavìa  piacquero  nella  novella  espo- 
sizione le  varie  comunioni  degli  antefrinitari.  e 
lutti  appellarono  Socino  il  dottore  delle  loro  chie- 
se, anzi  egli  medesimo  divenne  presto  il  loroora- 
colo  e'I  terrore  dei  prolestanli.il  coraggio,  la  pa- 
zienza^ la  dottrina,  la  destrezza,  la  predicazione  e 
le  dispute  fecer  giungere  finalmente  Fausto  a 
quel  grado  a  cui  Tambizione  sua  aspirava,  vale  a 
4IÌ1  e,cb'egli  fu  stabilitocapodi  tutte  le  sette  ariane, 
t  he  sotto  il  suo  governo  cessai*on  d''esser  discor- 
di,e  comparvero  anzi  essere  in  una  stretta  unione» 
Allora  il  socinianismo  crebbe  in  Polonia,  nella 
Transilvania  ed  anche  in  altri  luoghi;  imperocché 
prima  o  poi  ne  restarono  infette  le  provincie  del- 
l'alto e  basso  Reno,  Tlnghillerra  ed  altre  regio- 
ni  (8). 

g.  4.  In  Firenze  ,  non  men  che  in  altre  città 
di  Toscana  e  d'Italia,  attesa  la  varietà  dei  lempij 
lo  spirito  degli  ofdini  regolari  allontanatosi  assai 
dal  primitivoislituto  faceva  che  ormai  gfindividui 
depravali  si  applicassero  unicamente  a  tulio  quel- 
lo, da  cui  dovevano  essere  alieni.  Fra  questi  era 
Tordine  dei  domenicani  osservanti  di  s.  >Iarco,  i 
quali  in  tempo  del  governo  popolare  sotto  la 
scoria  del   Savonarola  dirigevano  la  repubblica 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  687 

ed  i  particolari:  dopo  essere  stato  pubblicamente 
nbbrucialo  il  loro  maestro,  lo  veneravano  come 
martire,  seguitavano  la  di  lui  dottrina,  e  sparge- 
vano nel  popolo  i  suoi  medesimi  insegnamenti  . 
Ma  il  governo  di  un  solo  è  un  grande  ostacolo 
per  chi  fa  professione  di  sedurre  la  moltitudine. 
Cosimo   I  era  venuto  in  cognizione  che  predi- 
cando costoro  il  governo  popolare,    e  rammen- 
tando la  protezione  della  corona  di  Francia  per 
la  repubblica,  tentavano  di  allontanare   la  tran- 
quillità della  presente  costituzione ,  spargevano 
la  divisione  nelle  famiglie,  fomentavano  i  partili 
nei  magistrati,  e  tendevano  a   divenir  gli  arbitri 
delle  coscienze.  I  vari  ricorsi  portati  al  duca,  fe- 
cero che  finalmente  considerasse  questi  frati  co- 
me una  setta  nennca  dello  slato,  ch>ra  necessa- 
rio estirpare,  tanto  più  che  avvertitone  più  volle 
il  loro  generale,  ei  sostenevali  come  persone  in- 
capaci di  errare.  Perciò  il  dì  ultimo  d^agosto  i545 
fu  loro  intimalo  di  abbandonare  il  convento  di 
s.  Marco,  e  quei  di  s.  Domenico  di  Fiesole,  e  di 
santa  Maria  Maddalena,  assegnando  loro  un  mese 
di  tempo  ad  avere  obbedito  .  Destinò  il  duca  il 
convento  di    s.  Marco  agli  agostiniani,  che  per 
]i)  innanzi  erano  a  s.  Gallo.  II  papi  si  mostrò  do- 
lente presso  il  duca,  perchè  s''era  ingerito  in  ciò 
che  non  gli  apparteneva.  Si  esacerbò  così  Panimo 
del  duca,  ed  incaricò  Tambasciatore  di  giustifica- 
re alla  corte  di  Roma  la  sua  condotta.  Non  ostan- 
te il  papa  intimò  agli  agostiniani  sotto  gravissime 
pene  di  ritirarsi  dal  convento  (li  s.  Marco  ,  e  di^* 
chiaro  alP  ambasciatore  di  Tuscaua  che  uon  »-' 


€S8  COSTUMI 

vrebbe  lasciala  impunita  questa  irregolarità  ,  Si 
propose  quindi  sua  Santità  di  rimettere  un  breve 
al  duca,  minacciandolo  di  punizione,  se  tre  gior- 
ni dopo  averlo  ricevuto  non  avesse  rimesso  il 
tutto  nel  suo  stato  primiero.  Informato  il  duna  di 
questa  ponlilìcia  risoluzione,  la  prevenne,  rimet- 
tendo immediatamente  i  frati  al  possesso  dei  loro 
conventi  (9). 

§.  5.  Uno  dei  più  tenibili  avvenimenti  che 
abbiano  prodotti  le  tante  eresie  ed  apostasie  di 
quei  tempi  fu  il  seguente  avvenuto  il  dì  a4  ^go* 
sto  del  iSja.  Ebbe  a  Parigi  T  ammiraglio  conte 
di  Colignv  una  fucilata  nel  di  a-i  dell'  indicalo 
mese  e  ne  morì.  Gli  ugonotti  allribuirono  que- 
st'omicidio agli  ordini  del  duca  di  Guisa,  e  chie- 
dendone ampia  soddisfazione  a  chi  sedeva  in  tro- 
no, minacciavano  guerre  e  desolazione  se  non 
erano  esauditi  nella  loro  domanda,  l  continui  cla- 
mori degli  eretici  stimolarono  i  cattolici  a  farne 
uiia  grande  strage,  e  nella  notte  di  s.  Barlolom- 
meo,  cioè  nel  24  agosto  del  1072,  si  compì  in  Pa- 
rigi l'empio  macello.  Erane  stato  dato  per  segnale 
il  tocco  ordinario  della  campana  del  pubblico  pa- 
lazzo^ ma  Caterina  dei  Medici  regina  madre  d'Ar- 
rigo III  lo  fece  anticipare.  Subito  corsero  i  sol- 
dati colla  plebaglia  a  lordarsi  di  sangue,  e  saziar- 
si di  rapina.  Si  fecero  morire  per  tutti  i  quartieri 
della  prefala  metropoli  gran  moltitudine  di  ugo- 
notti, senza  distinzione  di  stato  ne  di  età,  né  di 
sesso, e  senza  misericordia.  Secondo  alcuni  sforici 
il  numero  delle  cadute  vittime  fu  di  due  o  tre- 
mila.  La  strage  degli  ugonotti  non  doveva  effet- 


DEI  TEMPI   TVIEDICEI  PARTE  V.  689 

filarsi  soltanto  in  Parigi,  ma  in  tutta  Testensione 
della  Francia.  Maimbourg  nella  sua  storia  del  cal- 
vinismo fa  ascendere  il  numero  degli  eretici  fatti 
morire  nelle  provincie  della  Francia  a  due  o  tre- 
mila (io). 

g.  6.  I  gesuiti,  allora  denoniinati  preti  riformati 
della  congregazione  di  Gesii^  furono  da  Cosimo  I 
accolti  per  istruire  il  popolo  rolla  predicazione 
ed  edificarlo  coir  esempio.  Fino  dal  i54b*  il  car- 
dinale di  Carpi  avea  fatto  un  presente  a  Cosimo 
1  di  due  di  questi  riformati  ,  ai  quali  fu  subito 
assegnato  un  ospizio,  per  darvi  a  suo  tempo  un 
più  decente  stabilimento.  In  breve  si  guadagnarono 
il  favore  della  duchessa, e  Iacopo  Laynez  divenne 
confessore  del  duca  e  di  tutta  la  casa,  e  predicò 
nel  i554  in  Firenze.  Il  fondatore  s.  Ignazio  rac- 
comandava con  sue  lettere  a  Cosimo  questa  na- 
scente compagnia  ,  ed  egli  concorse  a  stabilirla 
convenientemente  in  Firenze  ed  in  Siena.  A  tutte 
queste  premure  aggiunse  lo  zelo  d'^invigilare,  affin- 
chè non  allignassero  nel  suo  dominio  le  nuove  opi- 
nioni di  religione,  accordando  con  facilità  agPin- 
quisitori  quelle  persone  che  gli  erano  richieste  , 
e  ch'egli  avea  per  sospette,  per  essere  esaminale 
\\\  Roma,  a  condizione  però  che  il  gasligo  soffrir 
lo  dovessero  in  Firenze  (ii). 

§.  7.  Le  gare  giurisdizionali  tra  '1  foro  seco- 
lare e  recclesastico,  siccome  allora  non  temleva- 
no  che  a  superare  T  un  Tallro,  perciò  turbavano 
la  pubblica  quiete,  poiché  ciascuno  procurava  di 
agire  per  vie  manifestamente  opposte  a  quelle 
delPaltro.  Allorché  i  principi  d'Italia ,  e  Cosimo 


690  COSTUMI 

particolarmente  si  applicarono  con  severissime 
leggi  a  riformare  i  costumi  degli  ecclesiastici.  Pao- 
lo IV  tutto  intento  alla  guerra  ed  a  promuovere 
rinquisizione,  trascurò  la  disciplina  del  clero.  Ciò 
produsse  infiniti  disordini  e  contestazioni  giuri- 
sdizionali, per  le  quali  si  tenevano  di  continuo 
occupati  i  governi ,  senza  vantaggio  alcuno  dei 
popoli.  Pio  V  prevalendosi  della  compiacenza  di 
Cosimo  I  spedi  liberamente  gP  inquisitoria  Firen- 
ze, a  Siena  ed  a  Pisa,  sempre  però  frati  conven- 
tuali di  s.  Francesco,  che  già  n^ernno  in  possesso 
da  lungo  tempo.  4vean  costoro  limitata  Tesecuzio- 
ne,  e  non  avean  carceri  proprie,  ed  ogni  volta  che 
domandavano  il  braccio  secolare  ,  doveano  indi- 
care i  soggetti  e  le  accuse.  È  facile  il  credere  che 
questo  metodo  poco  dovesse  durare  con  tran- 
quillità, poiché  l'indicare  le  accuse,  ed  il  doman- 
dare il  braccio  forte  per  ogni  occorrenza  offen» 
deva  quella  potestà  che  credevano  di  avere.  Gli 
attentali  più  numerosi  non  si  eseguivano  mai 
nella  capitale,  dove  si  procurava  di  collocare  un 
frate  discreto  e  prudente,  che  soddisfacesse  alla 
corte  ed  al  pubblico.  Ma  a  Siena  ed  a  Pisa  lascia- 
Tasi  a  costoro  lìbero  il  freno  di  stare  in  continue 
discordie  con  i  ministri  del  principe,  ed  attentare 
continuamente  contro  la  loro  giurisdizione.  Re- 
clamava il  granduca  alla  corte  di  Roma,  e  si  re- 
vocava il  frate,  inviandone  un  altro,  ma  non  mi- 
gliore (la). 

g.  8.  Fra  i  vari  modi  dello  inquisitore  imma- 
ginati per  estender  tra  i  laici  la  loro  autorità, 
«no  fu  di  erigere  nelle  principali  e  più  popolate 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  69  l 

città  d'Italia  delle  confraternite  di  laici,  col  solo 
apparente  oggetto  di  assistere  e  favorire  l'inqui- 
sizione, aramettendovici  tanto  uomini  che  donne 
di  qualsivoglia  condizione.  Nel   1579  si  era  co- 
minciato a  formarla  anche  in  Siena,  ed  il  gover- 
natore illontauto  aveva    avuta    la  debolezza  di 
prestarvi  il  consenso,  ma  i  più  prudenti  fra  quei 
cittadini  ne  portarono  direttamente  al  granduca 
i  loro  reclami.  Rappresentarono  quanto  potesse 
esser  pericoloso  alla  quiete  della  città  il  tollerare 
che  uu  ceto  di  persone  coH'appoggio  della  inqui- 
sizione si  esimesse  dalla  potestà  laicale,  e  si  ren- 
desse prepotente  sopra   gli  altri^  ingiungendo  che 
facilmente  potevano  svegliarsi  le  antiche  passio- 
ni, o  almeno  spargersi  neirinterno  delle  famiglie 
il  sospetto  o  la  diffidenza,   e  che  questo  non  era 
finalmente  altro  che  un  artifizio  deir  inquisitore 
per  avere  esecutori    propri  e   dipendenti  unica- 
mente dalla  sua  volontà,  ed  esimersi  cosi  da  quel- 
Tatto  di  sommissione  di  ricorrere  al   governo  in 
ogni  occasione.  S'iriilò  fortemente  il  granduca 
Francesco  I  di  tanto  ardire  ,  ed  avendo  ripreso 
acremente  il  governatore  ,  gli  comandò  di  scio- 
gliere subito  sotto  pene  gravissime    quella  com- 
pagnia, né  risparmiò  allo  inquisitore  il  suo  risen- 
timento, e  dopo  avergli  rimproverata  la  libertà  di 
tanto  azzardare, dissegli  espressamente:  „  nei  no- 
stri slati  non  vogliamo  altri  padroni  che  noi,  né 
che  alcuno  pretenda  di    legare  i  nostri  vassalli 
senza  di  noi,  sicché  nel  modo  medesimo  che  ave- 
te tenuto  in  creare  questa  compagnia ,  la  farete 
dissolvere,  non  avendo  noi  bisogno  di  compagni, 


692  COSTUMI 

onde  perseguitare  i  Irisli  „.  Domandò  a  Roma  la 
sua  revocazione,  e  fu  mandato  un  altro  inquisi- 
tore non  meno  ardito,  il  quale  avendo  subito  co- 
mincialo dal  costituire  de'vicariin  tutti  i  villaggi, 
e  spargervi  in  conseguenza  lo  spavento  ed  il  ter- 
rore ,  fu  necessario  astringerlo  colle  minacce  a 
revocare  la  patente  (i3). 

g.  9.  Moderazione  maggiore  non  avea  certo 
l'inquisitore  di  Pisa,  occupandosi  di  continuo  in 
promuovere  controversie  e  discordie  nella  uni- 
versità, mescolandosi  negli  affari  dei  monasteri , 
e  attaccando  senza  riguardo  la  giurisdizione  del 
principe.  Roma  era  compiacente  a  dar  soddisfa- 
zione, con  mutar  costoro,  ma  il  passare  di  frate 
in  frate  non  variava  il  sistema .  A.vean  congiu- 
rato questi  inquisitori  di  distruggere  le  due  uni- 
versità di  Toscana,  poiché  in  Pisa,  olire  l'odio 
intestino  che  fomentavano  fra  1  professori,  nel- 
Tanno  stesso  iòSa  ne  furono  consegnati  tre  nelle 
forze  del  papa,  fra  i  quali  Girolamo  Borro  filosofo 
soffrì  lunga  prigionìa,  e  dichiarato  poi  innocente, 
vide  punito  il  suo  accusatore,  eh''  era  un  figlio 
del  Cisalpino.  In  Siena  nel  i586  furono  arresta- 
li per  sospetto  d'eresìa  alcuni  scolari  tedeschi  e 
mandali  a  Roma^  il  che  dette  motivo  all'impera- 
tore e  ad  alcuni  principi  della  Germania  di  ri- 
sentirsene gravemente  col  granduca  Francesco 
I,  e  minacciare  di  revocarli  tutti  da  quella  uni- 
versità, se  non  impedivano  per  P  avvenire  tali 
violenze  (14). 

g.  10.  Estremamente  zelante  Pio  V  della  pu- 
rità della  fede,  introdusse  un  nuovo  metodo  nel 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  69^^ 

tribunale  della  inquisizione,  e  si  prefisse  di  pur- 
gar ritalia  da  lulti  que'soggetti  che  fossero  infetti 
delle  nuove  opinioni:  ne  richiese  però  a  vari  pria- 
cipi  per  averli  nelle  mani,  il  che  sparse  per  Tltalia 
il  terrore,quale  tanto  più  si  accrebbe  quando  sì  rese 
noto  rimpegno,  col  quale  richiese  a  Cosimo  I  il 
Carnesecchi.  Era  costui  un  fiorentino  per  nome 
Pietro,  di  una  famiglia  assai  ragguardevole  ,  e  di 
quelle  che  seguitarono  la  fortuna  dei  [^ledici  : 
servì  Clemente  VII  in  qualità  di  segretario,  e  ciò 
gli  meritò  la  protezione  della  regina  Caterina,  la 
benevolenza  di  Cosimo,  e  l'acquisto  di  un  com- 
petente patrimonio  ecclesiastico.  Dopo  la  morte 
di  papa  Clemente  nauseato  del  soggiorno  di  Ro- 
ma, scorse  per  varie  città  d**  Italia  occupandosi 
unicamente  delle  lettere  e  della  conversazione 
dei  dotti,  essendo  egli  versatissimo  nelle  lettere 
greche  e  latine,  eloquente  parlatore  e  poeta.  Pas- 
sò in  Francia,  dove,  mediante  il  favore  di  quella 
regina  e  del  suo  proprio  merito  ,  fu  tenuto  in 
sommo  onore  e  stimato  da  quella  nazione  .  Sic- 
come nei  suoi  viaggi  avea  contralta  amicizia  con 
alcuni  settari,  e  singolarmente  con  Pietro  Martire 
e  con  Bernardo  Ocbino,  s'imbevve  però  facilmen- 
te delle  loro  opinioni  :  ciò  dette  occasione  alla 
inquisizione  di  Roma  di  processarlo,  mentre  era 
in  Francia,  ma  il  favore  di  quella  regina  potette 
liberarlo  da  ogni  molestia.  Nel  i55a  ritornò  in 
Italia  e  stabili  la  sua  dimora  a  Venezia,  dove  nel 
i557  giunsero  nuovamente  a  turbarlo  le  citazio- 
ni di  Roma,  ed  in  conseguenza  il  terrore  del  se- 
vero Paolo  IV.  Io  tali  occasioni  la  prolezione  del 
St.  Tose,  Tom,  10.  59 


694  COSTUMI 

duca  fu  efficace  a  salvarlo  dalle  mani  deirinquì- 
sitore  fra  Michele  per  mezzo  di  commendatizie , 
proroghe  e  alteslazioni  d"*  infermità,  tantoché  Io 
trattenne  dal  comparire  Anch'ebbe  vita  quel  pa- 
pa. Successe  poi  Pio  IV,  ed  allora  non  fu  difficile 
a  Cosimo  di  renderlo  immune  da  qualunque  mo- 
lestia ,  che  anche  volle  che  si  portasse  egli  me- 
desimo a  Roma  a  difendere  la  propria  causa:  nel 
i56i  ne  riportò  una  sentenza  assolutoria  che  lo 
dichiarò  purgato  da  ogni  macchia  d'^imputazione, 
e  riconosciuto  per  vero  cattolico  ed  obbediente 
alla  chiesa  romana.  Dopo  tanti  travagli  prevalse 
nondimeno  nel  Carnesecchi  il  fanatismo  alla  pru- 
denza, poiché  non  solo  continuò  con  i  settari  le 
antiche  corrispondenze,  ma  apparve  ancora  com- 
plice e  fautore  dell'  evasione .  Era  questi  Piero 
Gelido  da  s.  Miniato,  denominalo  comunemente 
il  Pero,  ecclesiastico  di  molta  dottrina,  esercita- 
to anch''esso  in  sua  gioventù  nella  corte  di  Cle- 
mente Yll.  Aivea  servito  il  duca  con  carattere  di 
segretario  alla  corte  di  Francia,  e  poi  trattenutosi 
alla  corte  di  Ferrara  si  era  meritata  la  benevo- 
lenza della  duchessa  Renata,  per  opera  della  qua- 
le s'imbevve  delle  nuove  opinioni  di  Calvino  che 
essa  professala  palesemente  (i5). 

§.  II.  Il  duca  Cosimo  lo  dichiarò  suo  segreta- 
rio residente  presso  la  repubblica  di  Venezia,  e 
dal  i55a  al  i56i  servì  in  questo  incarco  con  mol- 
ta lode  e  sodisfazione  del  suo  principe.  Ma  in  fine 
la  familiarità  e  domestica  conversazione  del  Car- 
nesecchi avendo  posto  in  agitazione  il  suo  spiri- 
to, mosso  dal  fanatismo,  risolvè  di  abbandona- 


DEI  TEMPI  MEDICEI    PARTE  V.  695 

re  rilalia  e  portarsi  in  Francia  presso  la  duchessa 
Renala  per  professare  liberamente  la  nuova  setta 
con  la  di  lei  protezione.  I  fiorentini  della  regina 
avendolo  diffamato  alia  corte  per  uno  spione  di 
Cosimo,  lo  posero  in  necessità  di  passare  a  Ge- 
nova ,  nella  qual  città  incorporatosi  con  quella 
chiesa  ,  scriveva  al  duca  Cosimo  lettere  orato- 
rie, perchè  inducesse  il  papa  a  convocare  un  con- 
cilio nel  centro  della  Germania,  e  v'intervenisse 
personalmente.  Fu  comune  opinione  che  il  Carne- 
secchi,  oltre  alTaver  fomentato  il  Pero  a  questa  ri- 
soluzione, lo  aiutasse  ancora  con  rimesse  di  dana- 
ro. Intanto  sfavasene  in  Firenze  godendo  il  favore 
del  duca  e  conversando  con  esso  domesticamen- 
te, essendo  quel  principe  singolarmente  inclinato 
alla  compagnia  d''uomini  di  lettere.  Questa  tran- 
quillità del  Carnesecchi  dovea  peraltro  esser  tur- 
bata sotto  un  papa  inquisitore, ed  a  cui  eran  ben 
noti  i  suoi  andamenti,  le  corrispondenze  e  le  an- 
tecedenti imputazioni  (16). 

g.  la.  ConsiderandoPioV.  che  siccome  costui 
era  il  più  autorevole  ed  illustre  corrispondente 
dei  settari  in  Italia,  fi  toglierlo  di  mezzo  era  però 
della  massima  importanza  per  estirpare  da  questa 
provincia  la  semenza  delle  nuove  opinioni.  Sape- 
va la  protezione  che  avea  Cosimo  pel  medesimo, 
e  trattò  in  congregazione  del  modo  di  obbligarlo 
con  buoni  ufiìzi,  per  non  avere  una  negativa.  Le 
premure  del  papa  posero  il  duca  Cosimo  in  un 
grave  cimento^ma  prevalendo  in  esso  il  desiderio 
di  guadagnarsi  la  sua  benevolenza,  e  di  mostrare 


696  COSTUMI 

il  SUO  zelo  per  la  religione,  deliberò  di  conceder- 
lo, lusingandosi  che  in  progresso  i  buoni  uffizi,  e 
forse  la  giustizia  della  causa  avrebber  potuto  ren- 
dergli la  libertà.  Condotto  a  Roma  ilCarnesecchi 
nel  mese  di  luglio  fu  immediatamente  rinchiuso 
nelle  carceri  della  inquisizione.  Dopo  nove  mesi 
di  silenzio,  il  duca  spedì  espressamente  al  pa- 
pa per  implorare  la  di  lui  clemenza,  ed  impiegò  a 
quest'effetto  l'autorità  ed  il  favore  dei  cardinali: 
tentò  di  scasarlo,  attribuendo  i  suoi  errori  a  leg- 
gerezza piuttosto  che  a  matura  riflessione 5  ma 
tutto  ciò  fu  inutile,  perchè  il  Caruesecchi  si  aggra- 
vava da  per  sé  stesso  nei  suoi  costituti.  Il  di  ai 
di  settembre  del  1667  fu  letta  pubblicamente  la 
sua  sentenza  e  dichiaralo  convinto  di  trentaquat- 
tro opinioni  condannate;  fu  privato  di  tutti  gli 
onori,  dignità,  benefizi  e  consegnato  al  braccio 
secolare;  gli  fu  posto  indosso  il  sambenito  dipin- 
to a  fiamme  e  diavoli,  e  fu  degradato.  Si  tentò  a 
nome  del  duca  di  muovere  il  papa  a  compassione 
per  risparmiargli  1  ultimo  supplizio;  e  siccome  era 
impenitente,  sua  Santità  sospese  lesecuzione  per 
dieci  giorni,  promettendo  la  grazia  qualora  si  con- 
vertisse. Un  cappuccino  di  Pistoia  fu  incaricato  di 
esortarlo  con  la  speranza  della  vita,  ma  egli  go- 
deva di  disputare  e  non  di  pentirsi,  e  disprezzava 
la  morte.  Riconosciute  inutili  le  prove  del  Frate 
di  Pistoia,  nell'ottobre  del  1667  fu  decapitato  in 
Ponte  e  abbruciato.  Sostenne  lino  alPuItimo  mo- 
mento il  suo  fanatismo,  e  volle  intervenire  alla 
esecuzione   come  in  pompa,  affettando  di   aTer 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PiRTE  y.  tìoy 

biancherìa  e  guanti  nuovi  ed  eleganti,  giacché  il 
sambenito  non  gli  permetteva  Tuso  di  altre  Te- 
sti(i7). 

g.  i3.  Per  quanto  la  chiesa  fosse  afflitta  dalle 
innumerabili  apostasie  dei  credenti  del  di  lei  se- 
no, pure  non  si  disanimò  per  questo,  ma  persistè 
nella  cura  di  sempre  più  render  perfetti  ed  esem- 
plari quei  cattolici  che  a  lei  restaron  fedeli.  La 
disciplina  ecclesiastica  ricevette  dal  concilio  iìi 
Trento  qualche  modificazione  a  tenore  delle  cir- 
costanze e  dei  tempi.  Dai  padri  di  quel  concilio 
fu  stabilito  e  dichiarato  potere  i  vescovi  commu- 
tare in  segrete  sodisfazioni  la  pubblica  penitenza 
che  abbiano  meritato  i  peccatori  pubblici  e  scan- 
dalosi. Fu  dichiarato  altresì  che  i  malati  perico- 
lanti ricever  potessero  l'estrema  unzione,  ancor- 
ché per  altre  malattie  ugualmente  pericolose 
avessero  già  ricevuto  un  tal  sacramento.  Coman- 
dò il  sinodo  tridentino  altresì  che  ciascun  chieri- 
co fosse  ordinato  dal  proprio  vescovo.  Furon  poi 
dichiarati  non  solo  illeciti  ma  nulli  i  matrimoni 
clandestini,  ma  dovessero  esser  fatti  alla  presenza 
del  parroco  e  di  due  testimoni.  Furono  istituite 
varie  feste,  fra  le  quali  quella  solenne  del  Corpus 
Domini  col  portare  in  pubblica  processione  Teu-t- 
caristico  Sacramento.  Si  riformarono  tulli  gli  abu- 
si del  ceto  ecclesiastico,  come  solcasi  fare  in  tutti 
i  concilii;  e  perchè  si  potesser  formare  più  facil- 
mente ministri  del  santuario,  commendevoli  per 
pietà  e  per  dottrina,  fu  prescritta  Tapprtura  dei 
seminari  in  tutte  le  diocesi,  non  già  come  una' 
nuova  iàlitu^ione,  ma  conferiuazione  della  disci* 

59* 


698  COSTUMI 

plina  antica,  e  negletta  più  o  meno  nei  secoH  ili 
rilassatezza.  Siccome  poi  eran  divenuti  assai  co- 
muni i  due  misfatti  scandalosi  e  perniciosissinii, 
quelli  cioè  del  ratto  e  del  duello,  cosi  il  concilio 
scagliò  scomunica,  e  stabilì  altre  pene  contro  dei 
rapitori  e  dei  duellanti,  anzi  contro  a  chiunque 
avesse  dato  loro  in  avvenire  consiglio  e  mano (18); 

^.  14.  Proseguiva  frattanto  in  Firenze  Tinqui- 
sizioae  ad  esser  governata  dai  deputati  :  il  du- 
ca Cosimo  I  però  fu  guarJingo  a  non  lasciarla 
uscir  mai  dai  suoi  limiti,  poiché  nell'anno  laSj 
avea  tentato  di  acquistare  giurisdizione  sopra  al- 
tri delitti  conosciuti  fino  a  quel  tempo  dal  tri- 
bunale secolare.  Molte  volle  però  giustificava  le 
persone  chVgli  credeva  denunziate  per  oggetto 
di  malignità,  e  dopo  chVi  divenne  sovrano  di  Sie- 
na non  fu  facile  a  credere  quanto  gli  fu  rappre- 
sentato delle  nuove  opinioni,  che  i  Soccini  e  loro 
aderenti  spargevano  in  quella  città.  Per  mante- 
nere intatta  la  purità  del  culto,  tenne  in  osservan- 
ze la  legge  del  i549  ^^P^^^  Is  proibizione  dei  libri 
eretici,  e  nel  i553  permesse  che  si  pubblicasse  in 
Firenze  un  editto  degli  inquisitori  di  Roma  con- 
tro i  libri  degli  ebrei,  e  particolarmente  il  Tal- 
mud, tollerando  ogni  perquisizione  contro  quegli 
infelici.  Questo  fu  il  primo  passo  della  corte  di 
Roma  per  mettersi  in  possesso  di  proibire  libri 
in  Toscana  (19). 

g.  i5.  Paolo  IV  fece  pubblicare  nel  iSSq  un 
catalogo  dì  libri  proibiti,  accompagnato  dalla  com- 
minazione di  severissime  pene  di  arbitrio,  priva- 
zione di  benefizi  ecclesiastici,  infamia  e  censure 


DEI   TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  6^0 

per  chi  li  ritenesse,  e  non  li  presentasse  in  tempo 
determinato  ai  ministri  deputati  a  riceverli.  Era 
quest'indice  diviso  in  tre  classi;  la  prima  conte- 
neva i  nomi  di  ^elli  autori,  le  opere  dei  quali 
di  qualunque  argomento  erano  condannate  del 
tutto;  si  comprendevano  nella  seconda  quelli  dei 
quali  alcune  opere  erano  già  condannate  ed  altre 
si  tolleravano;  la  terza  indicava  alcuni  libri  senza 
nome  degliautori,e  conteneva  l'espressa  proibizio- 
ne di  tutti  gli  anonimi  stampati  dal  i5i9  in  poi^  e 
di  tutti  quelli  che  si  fossero  stampati  per  Tavvenire 
senza  l'approvazione  dell'ordinario  e  dell'inquisi- 
tore, da  imprimei'si  sul  libro  medesimo.  Si  aggiun- 
geva a  tutto  ciò  un  catalogo  di  più  di  60  stampa- 
tori ,  le  cui  produzioni  di  qualunque  genere  o 
idioma  si  fossero,  doveano  restare  interdette.  Jn 
Firenze  ì  deputati  della  inquisizione  furono  da 
Roma  incaricali  di  pubblicare  il  decreto  ed  il 
catalogo,  ma  il  duca  Cosimo  prima  di  autorizzar- 
li, volle  esaminarne  le  conseguenze.  Quest'atto, 
tendente  ad  estinguere  le  lettere  nelP  Europa 
per  seppellirla  nuovamente  nelPantica  barbarie, 
fu  sorte  per  la  Toscana  che  dal  duca  fosse  com- 
messo al  Torello  per  considerarsi.  Bimoslrò  egli 
che  il  danno  dei  particolari  nel  privarsi  di  questi 
libri  avrebbe  superato  in  Firenze  la  somma  di 
centomila  ducati,  che  gli  stampatori  ed  i  librai  ri- 
manevano distrutti  ,  e  che  lo  spirito  di  questa 
legge  era  probabilmente  d''iucenerire  tulli  i  libri 
stampali  in  Germania,  a  Parigi  e  a  Lione,  che 
erano  appunto  i  migliori,  restandovi  comprese  le 
bibbie  e  i  classici  greci  e  latini^  e  altri  di  preezo 


700  COSTUMI 

e  di  pubblica  utilità.  Il  collegio  raedico,per  mezzo 
di  Andrea  Pasquali  archiatro  del  duca,  rimostrò 
rimpedimento  che  si  apportava  allo  studio  delle 
arti  e  delle  scienze,  e  gli  slessi^eputati  deirin- 
quisitore  arrossivano  di  vedere  eseguire  questa 
deliberazione.  Determinò  pertanto  il  granduca 
che  i  deputati  della  inquisizione  lasciassero  ese- 
guire Teditto  di  Roma  soltanto  per  i  libri  contrari 
alla  religione,oche  trattassero  di  raagiae  as'rolo- 
gìa  giudiciaria,  sospendendone  Tesecuzione  quan- 
to a  quelli  che  non  avessero  relazione  alle  classi 
predette  (ao), 

g.  i().  Regnando  Pio  V  ponte6ce  in  mezzo  a 
tanti  affari  di  religione,  non  avea  rinunziato  giam- 
mai alla  difesa  della  cristianità  contro  i  turchi  ot- 
tomanni:  difesa  per  la  quale  aveano  usate  tante 
cure  anche  i  suoi  predecessori.  A  tale  oggetto 
quel  papa  s''era  mostrato  persino  favorevole  som- 
mamente airidea  concepita  da  Cosimo  I, regnante 
ormai  nella  Toscana  con  pie  fermo,  d'istituire  un 
nuovo  ordine  di  cavalieri  per  la  liberazione  dei 
vicini  mari  e  lidi  dalle  scorrerìe  e  dalle  invasioni 
dei  maomettani.  Difalli  fu  confermato  dal  pre- 
detto pontefice  con  anipie  bolle  il  sacro  ordine  mi- 
litare di  s.  Stefano  papa  e  martire,  sotto  la  regola 
di  s.  Benedetto,  cOn  abito  bianco  e  croce  porporina 
a  quattro  spicchi,  in  gran  parte  formalo  a  somi- 
glianza di  quello  già  estinto  dei  templari,  e  dello 
altro  dei  gerosolimitani  di  san  Giovanni:  ordine 
nobilissimo,  delle  cui  glorie  scrisse  fra  gli  altri  as- 
sai Fulvio  Fontana,,  ne'pregi  della  Toscana,,  e  che 
ebbe  presto  residenza  in  Pisa  (ai). 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  T.  ^ai 

5.  17.  Una  delle  prime  e  più  celebri  imprese 
militari  di  quest'ordine  fu  al  golfo  di  Lepanto 
contro  i  turchi  entrali  ad  occupare  Nìcosìa  nella 
isola  di  Cipro,  dove  quest'infedeli  fecero  grande 
strage  di  cristiani^  ma  neirotlobre  del  1571  le 
galere  e  navi  confederate  del  papa,  del  re  di  Spa- 
gna e  de"'veneziani  vinsero  gloriosamente  e  pie- 
namente Tarmata  navale  degl'infedeli,  tanto  po- 
tente quanto  minaccevole.  Racconta  Fulvio  Fon- 
tana eh''  erano  stali  spedili  a  fortificare  la  lega 
cristiana  del  loro  gran  maestro  „  il  granduca  di 
Toscana  „  anche  i  cavalieri  di  san  Stefano  con 
dodici  galere  sotto  lo  stendardo  pontificio,  e  sog- 
giunge che  i  cavalieri  combattendo  da  pari  loro 
nella  giornata  navale  vennero  a  parte  della  scon- 
fitta segnalatissima  data  ai  turchi  (22). 

^.  18.  Allorché  lo  stato  della  chiesa  ebbe  oc- 
casione di  perseguitare  alcuni  masnadieri  che  ne 
infestavanoil  lerritorio,i ministri  ecclesiastici  ten- 
tarono d''insinuarsi  anche  nel  territorio  toscano 
ove  quei  masnadieri  si  ritiravano.  Ma  il  grandu- 
ca Francesco  l  stavasene  vigilante  per  conservare 
illesa  la  sua  giurisdizione,  della  quale,  siccome 
era  estremamente  geloso  e  tenace,  così  dovette 
risentitamente  opporsi  agli  attacchi  dei  ministri 
ecclesiastici,  per  parte  dei  quali  non  si  trascurò 
non  ostante  di  valersi  di  questa  occasione  per  e- 
sercitare  col  fatto  degli  atti  di  giurisdizione,  che 
producessero  in  progresso  di  tempo  delle  ragioni 
di  dominio  alla  chiesa.  Francesco  animosamente 
si  oppose  a  tali  atti,  scrivendo  al  governo  pon- 
tifìcio nel  marzo  del  1587  in  questi  termini ,«  Io 


702  COSTUMI 

non  lascerò  di  provvedervi  per  quelle  vie  che 
giudicherò  migliori,  non  volendo  che  gli  ordini 
di  sua  Santità  si  pubblichino  nei  miei  stati  da 
persone  ecclesiastiche  „:  il  papa  scrisse  allora  al 
granduca  la  seguente  lettera,,.  Avendo  provato  tan- 
ti segni  d"*  amore  di  vostra  Altezza  non  solo  in 
questo  carico  nel  quale  mi  trovo,  ma  nel  tempo 
ch'io  era  in  più  bassa  condizione,  e  se  per  occa- 
sione alcuna  ho  avuta  speranza  in  un  uomo  vi- 
gente, in  questo  tempo  Tho  in  lei  soloj  eppur 
ella  vede  negli  stati  suoi  armarsi  gente  da  Lam- 
berto Malatesta,  uomo  bandito  dalla  santa  chiesa 
ai  danni  di  questo  stato^  ella  vede  e  tace,  ed  ia 
per  non  offender  lei  ed  il  rispetto  che  le  porto, 
sono  sforzato  sopportarlo  con  tanta  vergogna  mia 
e  dicerie.  Almeno  comMo  feci  un  breve  a  vostra 
Altezza,  che  le  sue  genti  potessero  entrare  in 
persecuzione  di  uomini  banditi  nello  stato  della 
chiesa,  cosi  ella  dia  facoltà  alle  genti  mie  di  po- 
tere anche  negli  stati  di  lei  castigare  questi  scel- 
lerati perturbatori  della  pace  comune,  e  me  ne 
risponda,  acciò  costui  non  s'^ingrossi  più,  ed  i  con- 
vicini si  ridano  di  noi  (23),,. 

g.  19.  L''apparente  plausibile  pretesto  di  ridurre 
le  chiese  d'Italia  alla  più  esatta  osservanza  della 
disposizione  del  concilio  di  Trento,  avea  fatto 
determinare  il  pontefice  Pio  V  di  spedirvi  dei 
visitatori  apostolici  con  amplissima  facoltà  di  vi- 
sitarne le  chiese,  e  per  mezzo  di  atti  e  di  decreti 
introdurvi  quelPordine  ch''era  stato  loro  prescritto. 
Toccò  a  Gregorio  successore  di  Pio  a  compir  la 
opera  e  mandarli  in  Toscana,  ove  giunsero  nello 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  ^oS 

aprile  del  iSjS.  Fu  facile  e  libera  Pammissìone  di 
costoro  ad  esercitare  tale  uffiz.io  nel  granducato, 
perchè  troppo  giuste  apparivano  le  cause,  e  ten- 
denti al  pubblico  bene  della  religione  ed  alla  ri- 
forma del  clero.  In  conseguenza  di  ciò  il  grandu- 
ca ordinò  ai  suoi  governatori  e  coramisari  che 
prestassero  loro  ogni  assistenza,  avvertendo  però 
che  non  s'introducessero  nelle  materie  dei  laici 
e  non  vulnerassero  la  giurisdizione  del  sovrano. 
Vennero  pertanto  in  Toscana  i  visitatori,  ma  ben 
presto  si  accorse  il  granduca  d''essere  stato  troppo 
facile  nell'accettarli,  poiché  costoro  trattando  leg- 
germente le  cose  della  riforma, si  occuparono  intie- 
ramente d''afifari  di  giurisdizione  e  di  economia,  e 
rivolsero  immediatamente  la  mira  alPesame  dei 
patronati  dei  laici,  agli  spedali,  alle  confraternite, 
ai  monti  di  pietà,  e  ad  altri  pubblici  stabilimenti 
di  fondazione  laica  ,  governati  ed  amministrati 
sotto  r  immediata  protezione  del  granduca.  Lo 
spirito  di  questa  visita  era  di  ridurre  tutti  i  luo- 
ghi pii  sotto  la  giurisdizione  ecclesiastica,  e  col 
pretesto  di  abuso  e  di  mala  amministrazione  po- 
ter disporre  liberamente  degli  avanzi  di  ciascuno 
-di  essi.  Cosi  libero  procedere,  siccome  fu  raffre- 
nato dagli  ordini  dati  dal  granduca  ai  ministri, 
proruppe  di  poi  in  comminazioni  e  scomuniche, 
e  specialmente  allorché  gli  fu  proibito  di  pub- 
blicare i  loro  segreti  senza  la  sovrana  approva- 
zione. Domandò  frattanto  Gregorio  che  ormai  si 
lasciasse  compier  la  visita,  e  revocato  il  visitato- 
re di  Siena,  cliVra  il  più  fervido,  incaricò  il  ve- 


704  COSTUMI 

SCOVO  di  Rimini  di  compierla  esso  con  più  mo« 
derazione  (24)- 

g.  20.  Non  era  certamente  i!  vescovo  di  Sii- 
mini  di  miglior  natura  degli  altri.,  ma  per  non 
de  venir  col  papa  ad  una  aperta  rottura,  fu  pru- 
denza di  tollerare  che  compisse  la  visita  del  sene- 
se. Terminata  pertanto  non  senza  gravi  contra- 
sti la  visita  pisana,  passò  il  vescovo  di  Rimini  a 
quella  della  diocesi  di  Volterra,  per  compir  poi 
quella  di  Siena  e  de'^vescovi  della  Maremma.  Qui- 
vi pure  fu  prevenuto  dagli  ordini  del  granduca  che 
non  si  lasciasse  usurpare  la  giurisdizione  su  i  luo- 
ghi pii  e  fondazioni  laicali.  Arrivato  il  visitatore 
a  quella  città  si  dette  subito  a  vederne  lo  spe- 
dale, il  monte  di  pietà  e  le  altre  fondazioni  laicali. 
Ma  avendo  quivi  trovala  una  resistenza  più  riso- 
luta che  altrove,  negando  quei  ministri  d''esibir« 
libri  e  scritture,  scomunfcò  i  priori  e  lo  spedalingo, 
e  i  ministri  del  monte  e  tutti  quei  che  aveano 
avuto  parte  a  disobbedirlo.  Il  granduca  confortò 
umanamente  gli  scomunicati  ad  aver  pazienza, 
fintantoché  avesse  portato  al  papa  le  sue  querele, 
ed  il  pontefice  richiamato  a  sé  il  vescovo  rimi- 
nate, fece  terminar  la  visita  al  nunzio,  giacché 
così  era  stato  proposto  dal  cardinal  de'Medici  per 
salvare  la  convenienza  di  sua  Santità,  e  così  la 
visita  fu  terminata;  ma  nel  i582,  allorché  furono 
visitate  le  altre  diocesi  della  Toscana,  volle  pri- 
ma il  granduca  concordare  col  papa  che  queste 
visite  non  dovessero  aver  luogo  fuori  delle  chie- 
se curate  o  dei  monasteri,  e  che  non  si  parlasse 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  7o5 

di  pa(ìronali  e  di  fondazioni  di  laici.  Cosi  giudicò 
il  granduca  d'aver  guadagnato  ass.ii  con  impedire 
Tusurpazione  dei  dritti  su  i  padronali  e  fondazioni 
laicali:  frattantola  giurisdizione  ecclesiastica  di 
Toscana  fu  in  breve  assorbita  dalle  congregazioni 
romane  erette  alla  occasione  delle  anzidette  visi- 
te. I  vescovi  che  non  potettero  agire  se  non  per 
mezzo  di  esse,  ebbero  interesse  di  considerarsi 
come  distaccati  dal  sistema  politico  dello  slato,  e 
incorporati  nella  curia  romana^  si  resero  in  con- 
seguenza più  indifferenti  pel  ben  pubblico,  più 
ardili  e  resistenti  alle  inclinazioni  dei  principi, 
e  zelanti  di  fabbricarsi  da  loro  medesimi  le  pro- 
prie catene  (2.5). 

§.  11.  Molto  minor  profitto  si  ritrasse  da  que- 
sta visita  pel  culto  e  per  la  disciplina,  poiché  a 
misura  che  si  accrebbe  il  contrasto  fra  le  due  giu- 
risdizioni, crebbe  ancora  negli  ecclesiastici  lo  spfi 
rito  d'indipendenza.  Subito  che  i  frati  più  non  te- 
merono Paulorità  del  granducale  videro  indebolita 
quella  del  nunzio,  non  ebbero  più  rilegno,  e  tulio 
fecero  per  rendersi  indipendenti,  e  scuotere  ogni 
suggezione  del  principato.  Il  [)onlificato  di  Gre- 
gorio XIU  fu  molto  indulgente  e  fat^orevole  pe'r" 
i  frati,  poiché  il  papa  elargiva  loro  facoltà  e  pririt- 
Jegi,  la  curia  romana  esimevali  da  ogni  altra  giuri- 
sdizione, e  la  devozione  dei  popoli  ricolmava  di 
ricchezze  quegli  che  più  affettava  di  ricusarle.  In 
Toscana  i  gesuiti,  superbi  della  reputazione  che 
acquistavano  da  per  tutto,  insolentivano  a  segno 
•  he  in  Siena  irritavano  l'universale,!!  lino  lo  stessa 
granduca.  In  Firenze  i  frali  di  s.  Marco  si  disiin- 

St,    Tose.  Tom.  10.  «D 


yoQ  e  o  s  T  u  Mi 

guevauo  sopra  tutti  gli  ali  ri  nella  indipendenza: 
non  di  meno  il  granduca  accettò  in  Firenze  la  re- 
ligione dei  minimi,  e  Tassistè  in  forma  da  potervi 
erigere  due  conventi.  Permesse  e  favorì  la  propa- 
gazione dei  conventi  dei  francescani,  e  special- 
mente degli  osservanti  e  dei  cappuccini.  Assai 
più  sventurate  furono  le  monache,  le  quali  dal- 
Tanzidetla  visita  non  guadagnarono  che  di  veder 
maggiormente  ristretta  la  loro  clausura,  ed  esse* 
re  aggravale  di  nuovi  rigori,  ed  abbandonate  iii.^ 
discietamente  alla  mÌ!>eria  ed  alla  fame  (2.6). 

g.  aa.  In  Firenze  conta vasene  tra  i  monaste- 
ri 2$  dei  più  miserabili,  e  tra  essi  ve  n'era  chi 
con  280  scudi  di  entrata,  e  mille  di  debito  do- 
Tea  nutrire  160  suore:  cosi  accadeva  in  altre 
citlà  della  Toscana.  Ciò  non  ritenne  peraltro  il 
viiilatore  dalPassegnar  loroun  termine  a  rinchiu- 
dersi, minacciandole  di  tutte  le  maledizioni  pos- 
sibili se  non  obbedivano.il  trovare  da  alimentare 
tante  infelici  ormai  rinchiuse  ed  incapaci  di  muo- 
vere colla  presenza  loro  i  congiunti  e  gli  amici  a 
soccorrerle,  e  inaccessibili  per  i  tanti  rigori  e  pene 
da  cui  erano  circondate,  poneva  i  deputati  dei 
monasteri  nella  massima  agitazione.  L'^arcivesco- 
vo  di  Firenze  avea  credulo  di  rimediare  a  questi 
mali  con  determinare  a  ciascun  monastero  un 
numero  conveniente  di  suore,  ed  una  dote  pro- 
porzionata al  loro  bisogno,  ma  non  avea  provve- 
duto al  nutrimento  di  quelle  che  restavano,  e  che 
non  potevano  più  rimandarsi  alle  case.  I  28  mo- 
nasteri.sopra  dei  quali  cadevarindigenza,contene- 
vauai52o  monache,  mancanti  di  lavoro  e  di  as- 


r 


DEI  TEWPI  MEDICEI  PATITE  T.  yoy 

segnamenti,ed  assediale  già  dalla  fame.L'ìncprtez- 
za  e  Pinsufficienza  delle  elemosine  non  rimedian- 
do intieramente  al  bisogno,  facevano  esclamare 
quelle  infelici  che  non  sapevano  persuadersi  di 
essersi  rinchiuse  per  patir  la  fame.  Frallanto  il 
visitatore  non  faceva  che  minacciare  scomuniche, 
murar  porte  e  finestre,  ed  accrescere  il'rigore  del- 
la clausura,  lo  che  rendevale  sempre  di  peggior 
condizione,  si  per  l'economìa  che  per  lo  spirito. 
Produsse  il  rigore  della  clausura  che  quei  mona- 
steri sottoposi!  direttamente  al  governo  dei  frati, 
fossero  i  primi  a  recedere  dalPantica  osservanza, 
non  senza  gravi  inconvenienli.  e  tali  che  obbliga- 
vano il  granduca  ed  i  vescovi  a  dimandare  a  Ro- 
ma un  riparo.  Il  papa  non  potelle  per  giustizia 
denegare  di  obbligare  i  frati  a  rinunziare  aldrilto 
di  governare  alcuni  di  questi  monasteri  e  cederli 
ai  vescovi,  il  che  fu  causa  di  molte  discordie  tra 
i  vescovi  ed  i  frati,  inquietudini  nei  monasteri, 
fastidi  pel  governo,  e  poca  edificazione  del  pub- 
blico {ly). 

5.  a3.  Nel  marzo  del  i5;6  fu  pubblicato  fra  noi 
il  giubbiIeo,cioè  Tanno  santo,  ed  in  Firenze  seguì 
con  gran  processione  per  il  concorso  dei  forestie- 
ri peregrini.  Dal  granduca  Francesco  I  fu  asse- 
gnato alle  donne  lo  spedale  di  s.  Paolo,  ed  agli 
uomini  il  monastero  del  duca  Cosimo  in  via  della 
Scala,  e  la  sera  andavano  le  gentildonne  a  lavare 
i  piedi  a  quelle  povere  pellegrine, e  vi  lasciavano 
di  gran  hmosine,  e  lo  slesso  fere  il  granduca  agli 
uomini:  la  regina  Giovanna  loro  mandò  una  sera 
3oo  scudi.  Andò  a  processione  la  compagnia  di  u 


708  COSTUMI 

Lorenzo  che  furono  io5o  fratelli  colla  vesle  sulla 
carne,  disciplinandosi  crudelmente,  ed  entrati  a 
s.  IVIarìa  Novella,  olio  ne  caddero  quasi  morti  per 
il  versare  dì  sangue  (a8).  Il  cardinale  Alessandro 
de'Medici  arcivescovo  di  Firenze  fu  quello  che 
pose  per  la  prima  volta  in  Toscana  Porazione  del- 
le 4©  ore,  e  ciò  accadde  nel  dicembre  del  i58f>. 
Circa  a  questo  tempo  venne  in  «ospetto  al  cardi- 
nal Baronio,  nel  riordinare  con  buon  metodo  la 
storia  ecclesiastica,  che  gran  parte  delle  carte 
antiche,  le  quali  ebber  nome  di  atti  dei  santi^ 
non  fossero  in  sostanza  che  scritti  apocrifi,  irapo< 
sture  cagionate  dalla  goffaggine  e  ignoranza  del  po- 
polo, che  venerati  e  tenuti  per  infallibili, poscia  a- 
vendo  proseguito  a  confutarli  il  Pagi,  il  Tillemont 
ed  il  Mabillon  vi  s''indussero  a  rigettarle  anche 
i  boJlandisti  a  persuasione  del  pontefice  Benedetto 
XIV.  Seguitandosi  in  oggi  dai  più  saggi  nostri 
n)oderni  le  orme  dei  nominati  critici,  i  veri  atti 
dei  santi  si  ripurgano  sempre  più  dalle  favole  in- 
ventate ed  inseritevi  dagP  impostori .  La  mag- 
gior parte  di  questi  atli  è  stata  adulterata  dal  de- 
cimo al  decimoquinto  secolo  dalla  dabbenaggine 
ed  ignoranza,  per  non  dire  temerità  d'una  gran 
parte  di  scrittori  di  quei  tempi  (2.9). 

g.  a4.  Il  progresso  èì'  istruzione  e  di  civiltà  e 
gentilezza  de'  costumi  fu  portato  fra  noi  ad  un 
grado  eminente  nel  secolo  XVII.  Contribuirono 
a  tanto  incremento  ed  a  tal  diffusione  anche  nel 
popolo  quegli  ordini  religiosi  che  incaricaronsi 
della  pubblica  istruzione.  Un  tal  fine  caritatevole 
sublimissimo  si  propose  fra  gii  altri  Giuseppe  Ca- 


r 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  709 

lasanzio,  quando  istituì  i  chierici  regolari  delle 
scuole  Pie.  Ebbe  quella  congregazione  per  oggetto 
il  dilatare  e  corroborare  gratuitamente  nella  gio- 
ventù, massime  povera,  lo  spirito  della  pietà  e 
della  intelligenza.  Era  stato  già  provveduto  alla 
pubblica  istruzione  dei  fanciulli  e  giovani  appar- 
tenenti alle  famiglie  nobili  e  ricche  coll'apertura 
di  collegi  e  scuole,  ma  non  vi  eran  luoghi  o  mu- 
nicipali o  provinciali  o  regi,  perchè  il  beneficio  del- 
Tinsegoamento  letterario  fosse  esteso  al  popolo, 
cioè  perchè  anche  la  gioventù  ignobile  e  povera 
acquistasse  con  puri  costumi  anche  utile  cultura 
e  modi  gentili^  in  somma  perchè  eziandio  la  plebe 
fosse  bene  educata.  Giuseppe  si  accinse  con  forti 
stimoli  di  vera  carità  ad  af)prestare  al  popolo  uu 
tanfo  bene  in  vantaggio  della  religione  e  della  ci- 
vile società:  ma  dovette  molto  softrire  e  molti  o- 
stacoli  superar  da  forte  il  Galasanzio  per  gettare 
le  fondamenta  solide  deirutilissimo  di  lui  ordine, 
contro  del  quale  stavano  potentissimi  ed  attivi 
avversari.  Essi  furon  gelosi  della  novella  famiglia, 
quantunque  si  dedicasse  quella  in  modo  speciaT 
lissimo  alTopera  delPammaestramento  deTanciul- 
li  e  giovani  poveri  per  far  gustare  ad  essi  pure 
una  educazione  letteraria  e  religiosa.  Ferdinando 
II  de' Medici  le  accolse  per  compiacere  alcuni 
cittadini,  che  ne  avevano  conosciuta  in  Roma  li 
utilità,  e  gustati  che  ne  ebbe  i  primi  frutti,  se  ne 
fece  tanto  caldo  protettore,  che  essendo  persegui- 
tato il  nuovo  istituto  nel  suo  s.  fondatore,  e  dopo 
una  gloriosa  infanzia,  per  le  arti  di  rei  uomini 
quasi  per  ovunque  essendo  spento,  specialmente 

60* 


710  COSTUMI 

per  la  prolezione  di  quel  principe  generoso  ri- 
sorse a  nuova  vita.  Le  scuole  Pie  fiorentine  e  i 
maestri  di  quelle  stettero  al  principio  in  via  dei 
Cimatori  presso  Orsanmichele.  in  una  casa  anti- 
camente dei  Cerchi:  ma  poco  dopo,  angusto  es- 
sendo quel  locale,  vi  rimasero  le  scuole  solamen- 
te, e  i  Padri  ebbero  stanza  presso  alla  Madonna 
t]e''Ricci,  da  dove  poi  fu  trasferito  neiratluale  col- 
legio di  s.  Giovannino,  così  chiamato  per  esser 
Tannessa  chiesa  dedicata  a  s.  Giovanni  Evange- 
lista (3o).  Anche  le  religiose  della  Visitazione, 
ali  rimenti  del  te  le  salesiane,  ebbero  per  loro  sco- 
po d'insinuare  nella  gioventù  femminile  lo  spi- 
rito di  carità  e  dolcezza:  la  loro  utilità  fu  cono- 
sciuta, ed  è  celebrata  assai  da  molte  nazioni  della 
cristianità  (3i). 

g.  25.  Circa  al  i6oa  il  nominato  cardinale  Ales- 
sandro de''Medici,  arcivescovo  di  Firenze,  istituì 
la  congregazione  di  s.  Francesco  e  santa  Lucia 
della  dottrina  cristiana,volgarmente  i  Bacchetto- 
ni o  Vanchetoni ,  e  ne  affidò  la  cura  ad  Ippolito 
Galanlini  tessitore  di  seta  e  zelantissimo  delPedu- 
cazione  religiosa  popolare,  a  cui  si  consacrò  tino 
dall'adolescenza  :  è  composta  di  fratelli  maestri 
e  fratelli  congregati.  I  fratelli  maestri  (a)  pro- 
curano di  rendersi  esemplari  a  tutti,  si  tratten- 
gono pubblicamente  in  esercizi  ed  in  conferen- 
ze spirituali  ^  insegnano  la  dottrina  cristiana  ai 
fanciulli  ed  ai  giovani,  li  conducono  le  dome- 
niche a  ricrearsi,  e  raccolgono  elemosine  per  di- 
Co)  y  ed.  tav.  XGV,  N.  8. 


r 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  7  I  I 

spensarle  ai  poveri.  II  Galantini  che  fu  il  primo 
guardiano  di  questa  confraternita  ne  redasse  gli 
statuti,  e  fondò  quattro  cappelle  con  le  elemosi- 
ne della  famiglia  Medici, e  ogni  anno  il  mercoledì 
avanti  la  sessagesima  i  fratelli  imbandiscono  nel 
loro  oratorio  una  cena  solenne  pubblica  per  loó 
poveri  .  I  benefattori  della  confraternita  sommi- 
nistrano Poccorrente  per  l'apparecchio,  servono 
a  tavola  i  poveri  facendo  da  scalchi,  da  coppieri 
e  da  bottiglieri,  e  fanno  loro  qualche  elemosina. 
L**  arcivescovo  benedice  la  mensa,  ed  una  scelta 
musica  ed  una  vaga  illuminazione  rallegrano  fól 
cena.  Il  patrimonio  della  confraternita  consisté 
in  lascili  di  persone  pie,  in  canoni  e  livellile  nel 
prodotto  delle  collette  (Sa).  '^ 

§.  26.  Sotto  un  [ìrincipe  quaPera  Ferdinando 
I,  educato  a  Roma  ed  imbevuto  delle  massime  di 
quella  corte,  non  poteva  il  sistema  giurisdizionale 
della  Toscana  mantenersi  nell'antico  vigore.  Gli 
ecclesiastici,  già  predominati  nella  opinione  del 
popolo,  e  un  papa  temuto  pel  suo  potere  e  per  la 
politica  ,  avrebbero  ritenuto  da  qualunque  in- 
trapresa anche  un  principe  più  risoluto  ed  ardito. 
Una  debole  acquiescenza  ed  una  perniciosa  tol- 
leranza aprirono  perciò  agli  ecclesiastici  la  strada 
per  esìmersi  dal  voler  pagare  le  gravezze,  colla 
bolla  della  cena  alla  mano  ricusavano  di  obbedi- 
re e  rispettare  i  diritti  del  principe.  Perla  pasqua 
del  1589  il  vescovo  eli  Dlontepidriano  facea  de- 
negare Tassoluzione  a  tutti  quelli  che  csigevarm 
le  gabelle  dagli  ecclesiastici:  oltre  di  ciò  negarono 
universalmente  di  contribuire  alle  spese  pel  man- 


yi2.  COSTUMI 

teninienlo  delle  operazioni  da  farsi  per  le  campa- 
gne, e  frattanto  coiradire  alle  eredità  dei  testa- 
tori gli  ecclesiastici  impedivano  la  circolazione 
dei  patrimoni.  Anche  Ferdinando  era  persuaso  di 
questo  male,  ma  non  ardiva  di  ripararlo.  Da  Roma 
non  era  sperabile  un  compenso  sodisfacente  per 
questi  mali,  e  mentre  il  pubblico  domandava  ri- 
medio non  si  trovò  altro  espediente  che  di  com- 
Tnelterne  Pesame  e  la  proposizione  al  senato.  Ma 
sventuratamente  per  la  Toscana  sMncontrarono 
le  diificoltà  dove  meno  erano  da  prevedersi.  L'^ini- 
pedimento  che  riceveva  il  commercio  dall'avere 
gli  ecclesiastici  incorporato  i  tre  quarti  dei  beni 
del  granducato  ,  non  mosse  quei  senatori  a  pren- 
dere qualche  provvedimento  a  questo  disordine, 
e  convennero  che  non  si  dovesse  deliberare  sen- 
za la  partecipazione  e  Tassenso  del  papa  (33). 

g.  27.  Erano  gli  anni  162.7  quando  Peccessìvo 
numero  dei  frati  inondava  lo  stato^  e  non  ostan- 
te Tinconsiderata  pietà  di  madama  Cristina  lo  ac- 
cresceva continuamente  ancor  di  vantaggio.  Il 
favore  che  alcuni  di  essi  godevano  alla  corte,  e  il 
predominio  già  da  loro  acquistato  nelPopinione 
dei  popoli,  rendevali  invulnerabili.  L''indipenden- 
za  in  cui  vivevano  dalle  proprie  e  dalle  altrui  leg- 
gi, rendeva  la  loro  disciplina  troppo  libera  e  poco 
edificante.  Dovevano  questi  disordini  comunicar- 
si insensibilmente  alle  monache:  e  frattanto  il 
numero  loro  accrescevasi  in  proporzione  che  le 
leggi  e  il  costume  autorizzavano  la  schiavitù  do- 
mestica delle  femmine,  e  un  malinteso  rigore  di 
educazione    obbligava  le  più  infelici  a  ricercare 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  ^iS 

nel  chiostro  quella  discretezza  che  ottener  non 
potevano  dai  genitori.  Nella  enumerazione  di  Fi- 
renze, che  fu  fatta  Panno  iGaa^si  contarono  42.o3 
monache  divise  in  53  monasteri;  altre  1075  sene 
contavano  in  Prato;  e  in  tutto  il  donnnio  di  Fi- 
renze,senza  comprendervi  quelle  di  Siena,  si  con- 
lavano 11690  monache  soggette  alle  leggi  della 
rlausura.  Il  governo  di  costoro  era  un  fonte  pe- 
renne di  contrasti  di  giurisdizione,  poiché  gli  ec- 
clesiastici, mentre  ne  pretendevano  V  assoluto 
dominio,  volevan  poi  che  a  carico  del  principe 
fosse  il  procurar  loro  la  sussistenza.  Era  facile 
che  un  cosi  esorbitante  numero  di  donne,  inca- 
paci di  una  ben  condotta  amministrazione,  e  ina- 
bilitate a  procurarsi  il  vitto  c(»lla  loro  opera,  ri- 
sentisse spesso  gli  effetti  della  indigenza;  e  Puma- 
nità  frattanto  obbligava  Ferdinandoa  somministrar 
fiel  pane  a  quelle  infelici.  Forse  questo  male  sa- 
rebbe stato  meno  sensibile,  se  una  rivoluzione 
economica,  e  la  povertà  in  cui  cadde  la  nazione 
non  lo  avessero  reso  doppiamente  pernicioso  (54). 
Ebbe  il  granduca  Cosimo  III  una  distinta  con»; 
siderazione  per  le  religioni  claustrali ,  poiché  fc-t 
ce  venire  inclusive  di  Spagna  i  religiosi  di  san 
Pietro  d'A-lcanlara,  ed  avendo  fatto  loro  fabbricare 
un  nuovo  convento  presso  alla  sua  regia  villa 
delPArabrogiana,  volle  che  ivi  perpetuamente  vi 
soggiornassero.  Fece  ancora  venire  di  Francia  i- 
iDonaci  cistercensi  riformali,  detti  conmnemenle- 
della  jTrappa  ,  e  P  antica  badia  di  Bonsollazzai 
ordinò  che  stabilmeate ii&&&gaaU  los&e.per.  IcuCo» 
residenza  (35).  ,.  ivun  bn  eaiuiiot  o'ioi  filbh  &saii^ 


7l4  COSTUMI 

J.  28.  Ebbe  la  Toscana  il  contento  di  Tederc 
nel  secolo  XVII  eletti  al  soglio  pontificio  vari 
dei  suoi  figli,  ma  vi  si  unì  il  dolore  eirebbero  cor- 
ta vita.  Difatti  il  cardinale  Alessandro  de''lVledici, 
personaggio  dotato  d'amabile  gravità  e  prudenza, 
e  pieno  di  sante  intenzioni,  visse  papa  col  nome 
ài  Leone  XI  soltanto  dal  dì  i  d'aprile  fino  al  27 
dello  stesso  mese  delPanno  i6o5.  Notano  alcuni 
con  qualche  stupore,  che  nel  tempo  di  sua  malat- 
tia non  potette  mai  ridursi  a  crear  cardinale  suo 
nipote  ,  sebbene  assai  meritevole  (36) .  Urbano 
Vili  fiorentino  della  casa  Barberini  fu  papa  dai 
6  agosto  1623  ai  19  luglio  1644?  ^  >u  questo  tem- 
po canonizzò  il  santo  fiorentino  Andrea  Corsini 
vescovo  di  Fiesole.  Per  suo  ordine  fu  corretto  il 
pontificale  romano  ,  il  breviario,  il  rituale  ed  il 
martirologio  romano  (B^).  Fu  poi  collocato  nella 
cattedra  di  s.  Pietro  nel  17  aprile  del  i655  il  car- 
dinale Fabio  Chigi  senese  col  nome  di  Alessan- 
dro VII,  dotalo  di  pietà,  di  letteratura  e  di  sa- 
viezza (38),  e  visse  papa  dalPaprile  delPanno  i655 
al  maggio  1667.  Nel  dì  20  di  giugno  del  1667  fu 
creato  papa  il  cardinale  Giulio  Rospigliosi  nato 
a  Pistoia,  ricco  di  molti  meriti  davanti  alla  chie- 
sa ed  alla  repubblica  letteraria,  in  età  d^anni  68 
e  col  nome  di  Clemente  IX  (Sg). 

g.  29.  Assai  calda  ,  non  men  che  famosa  ap.-^ 
parve  alla  fine  del  secolo  XVII  la  controversia 
sul  quietismo.  Di  tempo  in  tempo  eran  comparsi 
in  Oriente  ed  in  Occidente  alcuni  falsi  mistici, 
e  la  chiesa  avea  detestata  sempre  la  fanatica  stol- 
tezza della  loro  sofistica  ed  immaginaria  spirltua- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  V.  ^iS 

lità.  Correva  forse  il  quinto  lustro  del  preJelto 
secolo,  quando  nella  Spagna  nacque  la  setta  dc- 
gi*  illuminati  .  Quei  settari    professavano  più  o 
meno  le  opinioni  erronee  ed  empie ,  colle  quali 
il  canonico  Paudolfo  Bicasoli  dei  Baroni  sedusse 
a  Firenze  prima  delPanno  1640  gli  animi  incauti 
delle  femmine  che  stavano  solto  la  sua  direzione, 
abusandosene  con  ogni  sorta  di  oscenità.  Queste 
parole  sono  di  Giovanni  Villani  nella  prefazione 
delle  sue  lezioni  toscane,  e  presso  quel  celebre 
scrittore  si  può  leggere  ogni  alJra  narrazione  sul- 
la condanna  di  quel  maestro  del  più  inlame  quie- 
tismo. Ma  ad  una  tal  setta  tentò  di  dar  poscia 
ogni  più  perniciosa  divulgazione  nella  metropoli 
del  cristianesimo  un  prete  spagnuolo  Michele  Mo- 
linos.  In  un  suo  libro  intitolato  Guida  spirituale 
espose  un  sistema  nuovo  di  vita  contemplativa, 
vale  a  dire  il  sistema  didla  quiete  mistica.  Il  pre- 
teso perfetto  di  quel  falso  mistico  era  un  uomo 
che  nuila  attende,  e  che  vìve  nella  inazione:  un 
uomo  che  non  contempla  nèDio.  né  sé  medesimo: 
un  uomo  che  niente  desidera,  neppure  la  sua  salu- 
te, e  che  nulla  teme  neppur  V  inferno:  un  uomo  a 
cui  gli  atti  i  più   impuri ,  ed  i  più  abominevoli 
delitti  sono  indifferenti   e  quasi  estranei,  come 
pure  i  pii  e  virtuosi  atti,  quando  si  adopri  per 
quelli  ugualmente  il  ministero  delle  potenze  cor- 
poree. Imperocché  insegnava  Molinos,che  l'anima 
assona  nella  quiete  della  sua  altis^sima  contem- 
plazione non   si  dà  cura  di  ciò  che  i  sensi  fanno 
e  posson  fare  •  U  papa  ne  condannò  68  proposi^ 


7l6  COSTUMI 

zioni,  ed  il  IVIolinos  mori  nelle  carceri  del  sanlo 
uffizio  (^o). 


NOTE 


(1  )  vTenio  del  cristianesimo,  voi.  i,  lib.  i,  cap.  i, 
introduzione.  (2)  Ivi.  (3)  Prezziner,  Storia  della  chie- 
sa, voi.  viiij  secolo  XVI  e  Marcelli  ,  Compendio  di 
storia  ecclesiastica,  voi.  ii,  secolo  XVI.  (4)  Marcelli 
cit.  (5)  Prezziner  cit.  (6)  Ivi.  (7)  Ivi.  (8)  Ivi.  (9j  Gal- 
luzzi.  Storia  del  granducato  di  Toscana,  voi.   i,  lib. 

I,  cap.  IV.  (10)  Prezziner  cit.  (11)  Galluzzi  cit.  lib. 

II,  cap,  IX.  (12)  Ivi,  lib.  iv^ cap.  IX..  (13)  Ivi.  (14)  Ivi. 
(15)  Ivi,  lib.iii,  cap.iv.  (16)Ivi.(1!/)  Ivi.  (18)  Prezziner 
cit.  (19)  Galluzzi  cit. lib. II, cap. IX. (  20)  Ivi  .  (21)  Prez- 
ziner cit.  (22)  Ivi.  (23)  Galluzzi  cit.  voi.  iv,  lib.  iv, 
cap.ix.(24)Ivi.  (25)  Ivi.  (26)  Ivi.  (27)  Ivi.  (28)  Morbio, 
Storia  dei  municipi!  italiani,  Cronica  di  Firenze  dal 
1548  al  1652.  (29)  Brocchi,  Vite  de'santi  e  beati  fio- 
rentini, parte  ii,  p.  14.  (30)  Cenni  sulle  scuole  Pie 
fiorentine.  (31)  Prezziner  cit.  voi.  ix  .  secolo  XVII  . 
(32)  Ridolfi  e  Tartini  ,  Notizie  e  guida  di  Firenze  e 
dei  suoi  contorni  p.  122.  (33)  Galluzzi  cit.  voi.  vi, 
Jib.  v,  cap.  XIII.  (34)  Ivi,  cap.  xi.  (35)  Bianchini  , 
Dei  granduchi  di  Toscana  della  R.  casa  dei  Medici 
ragionam.  vi.  (36)  Baronio  ap.  Marcelli  cit.  voi.  ii, 
secolo  XVII,  sommi  pontefici.  (37)  Marcelli  cit. 
(38)  Prezziner  cit.  (39)  Marcelli  cit.  (40)  Prezziner 
cit. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  717 


PARTE  SESTA. 
LEGISLAZIONE  E  GOVERNO 


— O- 


g.  I.  JLia  costituzione  del  governo  nello  stato 
della  Toscana,  per  lo  stabilimento  del  principato, 
si  desume  dalla  riforma  del  iSSa  ,  allorché  Cle- 
mente VII  volle  convertire  a  favore  di  Alessan- 
dro dei  Medici  la  repubblica  fiorentina  in  princi- 
pato, senza  che  apparisse  di  toglierle  intieramen- 
te la  libertà  .  Immaginò  per  tanto  una  forma  di 
governo,  in  cui  pascolando  l'ambizione  dei  citta* 
dini  colla  moUiplicità  delle  magistrature,  con  un 
consiglio  quasi  democratico  e  collo  splendore  di 
un  senato  producesse  però  l'effetto,  che  la  pub- 
blica autoiilà  distaccandosi  da  tanti  disastri  se- 
parati fra  loro,  venisse  a  riunirsi  in  un  sol  pun- 
to. Abolì  dunque  l'antica  forma  della  repubblica 
per  soddisfare  agli  amatori  del  governo  popolare, 
fu  creato  un  consiglio  di  duecento  cittadini  ,  e 
loro  attribuita  la  facoltà  di  eleggere  alcune  infe-^ 
riori  magistrature,  e  di  convalidare  o  rescindere 
gli  atti  più  solenni  della  legge  civile  secondo  le 
istanze  dei  particolari.  Da  questi  se  nastrassero 
48,  perchè  formassero  il  consiglio  supremo  della 
òt.  Tose,  Tom.  10.  t^i 


yiS  COSTUMI 

capilale,  in  cui  risedesse  l'autorità  legislativa,  e 
la  soninia  della  sovranità.  Dai  4^  separaronsi  4 
individui  per  turno  di  tre  in  tre  mesi  ,  perchè 
rappresentassero  l'antica  signoria  della  repubbli- 
ca, dassero  udienza,  e  col  soccorso  della  ruota 
amminislrassero  la  giustizia  ^  questo  magistrato 
fu  denominalo  dei  consiglieri,  ed  il  duca  con  essi 
iormava  la  pubblica  rappresentanza.  Furono  la- 
sciale neirantico  vigore  alcune  magistrature  del- 
la repubblica  per  gli  affari  contenziosi  ,  cioè  il 
niagistralo  degli  Otto  di  balìa  per  le  cause  crimi- 
nali e  per  la  polizia  della  città,  e  quello  degli  Otto 
di  pratica  per  risolvere  le  interne  controversie 
tra  le  magistrature,  ed  invigilare  alla  conserva-, 
zione  della  giurisdizione  del  comune  di  Firenze. 
Furono  lasciati  sussistere  i  tribunali,  e  le  magi- 
strature inferiori  delle  arti  colla  loro  respettiva 
giurisdizione,  ed  i  rettori  della  provincia  si  pro- 
segui ad  eleggerli  per  tratta.  Di  tutti  questi  ma- 
gistrati il  duca  era  proposto  perpetuo  ,  non  po- 
tendo proporsi  o  risolversi  verun  affare  senza  la 
di  lui  approvazione.La  sovranità  passata  cosi  per 
lambicco  appagava  apparentemente  tutti  quelli 
che  avean  parte  alle  magistrature,  e  manteneva 
perciò  la  quiete  nel  principio  della  mutazione, 
g.  2,.  Subentralo  al  defunto  duca  Alessandro 
il  duca  Cosimo  1  cambiaron  d*  aspetto  le  cose. 
Egli  risedeva  personalmente  nel  magistrato  dei 
consiglieri  a  ricevere  i  ricorsi  e  le  istanze,  o  de- 
putava un  soggetto  che  lo  rappresentasse,  ma  la 
intitolazione  negli  atti  pubblici  era  „  al  duca  ed 
ai  consiglieri  della  repubbUca  fioientina  „  poiché 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  719 

Toggetto  era  di  pascolare  la  vanità  dei  ciftadiiii 
con  Io  specioso  titolo  di  repubblica,  e  di  adem- 
pire alla  condizione  stabilita  nella  capitolazione 
della  città  con  Carlo  V  „  salva  sempre  la  liber- 
tà „.  Egli  tollerò  che  gli  si  assegnasse  un  consiglio 
permanente  e  segreto,  acciò  dirigesse  le  di  luì 
operazioni  in  tutti  gli  aff'ari.  Ma  dopo  la  vittoria 
di  Montemurlo,  a  misura  che  vedevasl  stabilito 
nel  principato,  si  alienava  insensibilmente  da 
loro.  Poi  credutosi  ancor  più  libero  per  il  posses- 
so delle  fortezze  e  per  la  indipendenza  dalla  Spa- 
gna, cessò  ancora  dalle  apparenti  formalità  della 
costituzione  ,  e  dichiarando  nel  magistrato  dei 
consiglieri  un  luogotenente  per  turno,  volle  esi- 
mersi dairiutervenirvi.  Comandò  allora  che  lutti 
i  cancellieri  o  segretari  dei  magistrati  gli  faces- 
sero in  carta  un  esatto  rapporto  di  tutti  gli  af- 
fari che  si  trattavano  ,  e  preveniva  la  risoluzio-i 
ne  dei  medesimi  con  la  dichiarazione  della  sua 
volontà  .  I  rettori  della  provincia  ,  i  capitani  di 
bande,  e  chiunque  esercitava  giurisdizione  dovea 
far  Io  stesso,  o  per  rappresentanza  o  per  lettera, 
ed  anche  i  particolari  furono  astretti  ad  avanza- 
re al  medesimo  in  carta  le  loro  dimanda  .  Coa 
questo  metodo  snervò  difatlo  l'autorità  delle  ma- 
gistrature, riducendole  a  contentarsi  della  pura 
formalità  di  dare  il  nome  e  Tapprovazione  alle  di 
lui  determinazioni.  Indeboliti  in  tal  guisa  i  corpi 
ìutermedii,  riunì  in  sé  direttamente  tutte  le  bran- 
che della  sovranità,  e  divenuto  successore  di  una 
repubblica  quasi  democratica,  stabili  il  principato 
il  pili  assoluto  d'Italia  (i). 


7ao  COSTUMI 

g.  3.  Fu  il  famoso  Lelio  Torello  da  Fano  che  di- 
resse principalmente  il  governo  interno  del  duca^ 
e  lo  istruì  per  ristabilire  nei  tribunali  del  domi- 
nio la  giustizia  e  Posservanza  delle  leggi,  che  le 
passate  rivoluzioni  e  le  calamità  dei  tempi  avean 
rese  inutili  ed  inoperose.  Il  Torello  come  anche  il 
Campana,  ministri  già  di  papa  Clemente  VII  e 
sue  particolari  creature, furono  quelli  che  con  in- 
segnamenti e  col  fatto  formarono  alla  politica  ed 
al  governo  lo  spirito  di  Cosimo  naturalmente  ele- 
vato, ma  per  Fa  vanti  inculto  ed  inesperto.  A.11  or- 
che ebbe  ridotto  alla  intiera  sua  dependenza  le 
magistrature  del  dominio,  e  che  per  la  quantità 
delle  forze  divenne  rispettabile  anche  al  di  fuori, 
con  farsi  distinguere  nel  rango  de'principi  italiani, 
intraprese  da  per  sé  la  direzione  degli  affari,  e  sic- 
come era  persuaso  che  il  segreto  fosse  nel  maneg- 
gio di  essi,  il  requisito  il  più  necessario  per  ben 
riuscirvi, teneva  perciòdei  carteggi  di  propria  mano 
per  gli  affari  più  preraurosì,e  ne  poneva  al  registro 
di  suo  proprio  pugno  le  lettere.  I  suoi  ministri  e 
consiglieri  servivano  in  questa  guisa  soltanto  ad 
eseguire  le  di  lui  commissioni.  Tra  le  le^jgi  da  lui 
saviamente  pubblicate  è  di  notabile  rilievo  quella 
che  emanò  nel  iSSg,  ove  ordinò  a  tutti  i  rettori  e 
giusdicenti  del  dominio  che  in  ogni  vacanza  dei 
benefizi  ecclesiastici  ne  prendessero  formalmente 
il  possesso  ed  amministrazione  per  restituirlo  a 
chi  di  ragione,  e  deputassero  una  persona  eccle-» 
siastica  per  tutto  ciò  che  appartiene  al  culto  divi- 
no, con  soddisfarla  dei  fruiti  correnti. 

g.  4»  L'universale  depravazione  dei  costumi 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  72.I 

eia  scandalosa  licenza  degli  ecclesiastici  licbiede- 
yano  nel  piano  della  nuova  costituzione  tutta  la 
attenzione  del  legislatore.  Infatti  pubblicò  varie 
leggi  per  raffrenare  la  dissolutezza,comtninando  ai 
trasgressori  severissime  pene,  quali  si  erano  per 
esempio,  ai  bestemmiatori  la  perforazione  della 
lingua.  Pei  delitti  di  stato  fu  con  inaudita  crudeltà 
immaginato  che  s^impiccassero  i  rei  non   sempre 
per  il  collo,  ma  talvolta  per  un  piede,  uso  pralic.i- 
to  lino  dal  iSgS,  poiché  in  un  editto  dello  stesso 
anno  il  conte  di  Virtù  ordinò  che  gli  fosse  dato 
al  delinquente  da  mangiare  e  da  beie  tinche  vi- 
vea  (a).  E  poiché  i  frati  mendicanti  si  abusavano 
scandalosamente  della  libertà  che  aveano  di  pra- 
ticare colle  monache  delPordine  loro  medesimo, 
per  gl'impieghi  spirituali  e  temporali  che  aveva- 
no presso  di  esse,  non  essendone  in  quel  tempo 
ben  dichiarata  la  clausura,  ordinò  Cosimo  che  agli 
impieghi  temporali  presedessero  operai  secolari 
in  luogo  di  frati,  e  proibì  a  questi  di  accostarsi  n 
trattare  con  le  monache  senza   espressa  licenza. 
Ordinò  ancora  con  annuenza  della  corte  romana, 
ohe  i  frati  osservanti  non  potessero  accettare  alla 
professione  giovani  di  minore  età  d'anni  quattor- 
dici, e  i  conventuali  di  diciassette.  I  progressi  e 
Tardire  dei  novatori  della  religione  in  Germania,e 
la  persuasione  che  le  loro  dottrine  potessero  in- 
sinuarsi fra  noi,  lo  indussero  a  promulgare  un«i 
legge  nel    16^9  per  intimare  a  chiun(]ue  avesse 
libri  di  eretici,  e  specialmente  di  fra  Bernardino 
Ochino  da  Siena,  e  di  Pietro  Martire  fiorentino, 
che  dovesse  interminedi  quindici  giorni  presea- 


72  a  COSTUMI 

tarli  al  vicario  delParcivescovo,  sotto  pena  pei 
trasgressori  di  pagar  cento  ducati  e  dieci  anni  di 
galera,  e  proibì  sotto  altre  gravi  pene  la  stampa 
dei  predetti  libri. 

g.  5.  Era  in  Firenze  fino  da  gran  tempo  sta- 
bilito il  tribunale  della  inquisizione,  esercitata 
dai  conventuali  di  s.  Francesco,  che  dopo  avere 
imperversato  con  vario  successo  contro  i  cittadi- 
ni ed  i  sudditi,  era  stata  finalmente  dalla  repub- 
blica Tanno  i345,  non  ostante  le  censure  e  le 
opposizioni  di  Clemente  VI,  ristretta  fra  certi  li- 
miti di  moderazione,  togliendoli  la  forzarle  car- 
ceri, le  confiscazioni  e  le  condanne  pecuniarie, 
riducendola  alla  sola  cognizione  di  causa,  con  po- 
tere unicamente  inferire  pene  personali,  da  ese- 
guirsi peraltro  dal  braccio  secolare.  In  tale  stato 
si  era  mantenuto  fino  a  questi  tempi  de'  quali 
trattiamo.  Senza  dunque  alterar  niente  i  soprad- 
detti ordini  della  città,  esisteva  una  deputazione 
di  tre  commissari  eletti  dalla  congregazione  di 
Roma,che  unitamente  con  linquisitore  conosce- 
vano le  cause  della  religione,  e  partecipavano  al 
duca  le  condanne  da  eseguirai.  Assai  severa  pe- 
raltro fu  la  inquisizione  che  Cosimo  eresse  con- 
tro i  ribelli  e  i  perturbatori  del  suo  stato  e  della 
pubblica  tranquillità.  La  repubblica  confiscava  i 
beni  tanto  ascendentali  che  trasversali  di  que'de- 
linquenti,  ma  il  duca  Cosimo  volle  anche  supe- 
rarne il  rigore,  poiché  proibì  nel  i5^y  ogni  corri- 
spondenza dei  suoi  sudditi  con  i  ribelli,  sotto  pe- 
na d**  incorrere  nel  medesimo  pregiudizio.  Kel 
i539  proibì  non  solo  il  dar  ri  etto  ai  medesimi 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  ^aS 

alle  frontiere  del  dominio,  ma  volle  ancora  che 
fossero  uccisi,  animando  i  popoli  con  le  ricom- 
pense, e  obbligando  ciascheduno  che  fosse  con- 
sapevole del  luogo  di  lor  dimora  a  rivelarlo  im- 
mediatamente al  tribunale:  le  comunità  furono 
astrette  come  i  privati  alla   osservanza  di  questa 
legge^  e  le  donne  che  l'avessero  trasgredita  fu- 
rono dichiarate  decadute  dalle  ragioni  dotali.  Nel 
i54o  proibì  a  chiunque  il  prender  soldo  da  prin- 
cipe estero  senza  sua  espressa  licenza,  dichiaran- 
do una   pena  pecuniaria  pel  trasgressore,  a  cui 
volle  che  fosse  tenuto  il  padre  pel  figlio,  il  fratel- 
lo per  il  fratello,il  zio  per  il  nipote.Dichiarò  poi  the 
il  fisco  incorporasse  lutti  i  beni  del  ribelle  tanto 
tìdecommissi  che  livellari,  ancorché  soggetti  a  re- 
stituzione e  al  passaggio   in  altri  chiamati^  che 
s'intendessero  confiscate  quelle  porzioni  di  beni 
del  padre,  madre,  avolo  e  a  via,  che  sarebbero  di 
ragione  dovute  passare  nel  delinquente,  conside- 
randoli in  questa  parte  dal  dì  del  pensato  delitto 
come  morti  ah  intestato^  da  prenderne  però  il  pos- 
sesso alla  loro  morte.  Volle  in  oltre  quel  principe 
che  il  fisco  rappresentasse  il  delinquente  e  suoi 
discendenti  maschi  quanto  alle  condizioni,  voca- 
zioni e  diritli  che  sarebbersi  dovuti  [purificare  in 
«luello    o  in  quelli.  I  figli  dei  ribelli  condannati 
all'infamia  e  alla  povertà  doverono  per  questa 
nuova  disi)osizione  di  Cosimo  soggiacere  ancora 
ad  un  esilio  perpetuo  dalla  loro  patria^  i  minori 
di  dodici  anni  furono  soggetti  a  tal  pena,  per  do- 
verla subire  appena  compita  Pela  predetta.  Ma  It 
atrocità  delle  pene  inaspriva  maggiormente  gli 


7*4  COSTUMI 

uomini  e  non  li  spaveutava.  Un  piccolo  errore  pu- 
uito  con  troppa  severità  ne  produceva  dei  mag- 
giori,  e  le  trasgressioni  cagionavano  in  breve 
tempo  i  delitti.  INel  marzo  del  i549  promulgò  Co- 
simo una  legge  contro  gli  omicidiari,  in  cui  sen- 
za far  distinzione  alcuna  alle  varie  circostanze  dì 
questo  delitto,  proibì  a  chiunque  il  dare  a  tali 
delinquenti  verun  ricetto,  obbligando  ciascuno  a 
notitìcarli.  Destinò  premi  a  chi  li  ammazzasse,  o 
consegnasse  vivi  in  potere  della  giustizia,  e  linai- 
mente  privò  Tomicidiario  d''ogni  speranza  d'otte- 
ner grazia,  e  di  poter  ritornare  in  patria  senza 
commettere  un  altro  omicidio,  cioè  se  non  avesse 
am  mazzato  con  le  sue  proprie  mani  un  ribelle  o 
bandito.  In  questa  stessa  legge  ordinò  che  si  sta- 
bil  isserò  per  le  diverse  contrade  della  città  i  de- 
uunziatori  dei  malefici!;  e  finalmente  fu  proibito 
il  ritenere  qualunque  qualità  d''armi  sotto  pena 
della  vita,  ma  anche  questo  rimedio  era  riuscito 
inutile  a  stabilire  p  erfettamente  la  quiete  (3). 

g.  6.  Più  attivo  certamente  era  il  consiglio 
della  pratica  segreta,  al  quale  essendo  dal  duca 
commesso  Pesame  degli  all'ari  contenziosi,  così 
economici  come  giurisdizionali,  la  vigilanza  so- 
pra tutti  i  magistrati  e  la  cognizione  degli  inte- 
ressi e  convenienze  dello  stato,  era  di  continuo 
occupato  nelle  più  importanti  deliberazioni.  I  cit- 
tadini più  affezionati  alla  casa  Medici,!  minisiri  più 
consumali  negli  affari,e  i  capi  dei  dicasteri  più  in- 
teressali eran  quei  che  lo  componevano.  II  duna 
non  v'interveniva  personalmente,  ma  riceveva 
in  carta  il  rapporto  delle  loro  deliberazioni,  e  le 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  ^a5 

approvava,o  correggeva,  o  suppliva  secondo  la  sua 
volontà.  I  decreti  di  questo  consiglio  erano  de- 
creti del  principe,  e  i  inagislrali  particolari  eran 
tenuti  ad  eseguirli.  Il  vigore  e  Tattività  di  questo 
corpo  snervarono  Fautorità  dei  magistrali  tioren- 
tini,  e  contribuirono  a  rendere  più  assoluto  il 
principato  di  Cosimo.  Questo  indebolimento  fu 
causa  della  riforma  di  alcuni  di  essi  e  della  ge- 
nerale decadenza  dagli  onori  della  magistratura. 
Anche  la  costituzione  potette  da  lui  essere  inde- 
bolita senz*  alterazione  della  medesima^  così  ri- 
dusse i  cittadini  in  grado  da  non  potersi  più  op- 
porre alla  sua  illimitata  volontà.  Assorbì  pertanto 
l'amministrazione  economica  e  la  giurisdizione 
di  alcuni  magistrati,  commettendo  Tuna  e  Paltra 
a  persone  dipendenti  unicamente  dalla  sua  volon- 
tà. Secondo  lo  spirito  apparente  della  riforma  ge- 
nerale del  i532,  e  quello  degli  elettori  di  Cosimo 
del  i537,  il  duca  dovea  servire  alla  costituzione, 
del  governo^  ma  nel  corso  di  venti  anni  questa 
medesima  costituzione,  senza  esser  fondamental- 
mente alterata,  servi  a  stabilire  con  più  validità 
l'assoluto  dominio  dì  Cosimo.  La  riforma  dei  co- 
stumi ch'ei  credeva  tanto  necessaria,  non  avea 
fin* ora  operato  con  efficacia,  e  la  soverchia  seve- 
rità delle  pene  irritava  gli  uomini  senza  correg- 
gerli: il  mal  esempio  degli  ecclesiastici,  special- 
mente de*frali,ne  impediva  Teffettuazione. Fastosi 
costoro  degli  ampli  privilegi  ottenuti  dai  papi,  es- 
sendo esenti  da  ogni  giuris^Iizione,  si  gloriavano 
di  poter  fare  impunemente  ciò  che  non  era  per- 
messo nò  ai  secolari,  né  ai  preti,  il  duca  richiese 


7a6  COSTUMI 

al  papa  che  provvedesse  a  questi  soonceiti  con 
mandare  in  Toscana  un  legato,  il  quale  avesse 
autorità  di  gastigare  i  frati  (4). 

g.  7  .  Si  adoprò  il  prìncipe  anche  a  difender  le 
chiese  e  gli  ecclesiastici  dalle  esorbitanti  iuipo- 
siiioni  di  decime,  con  le  quali  la  corte  di  Roma 
tutto  di  li  premeva.  Ciò  non  ostante  i  cittadini 
erano  ogni  giorno  più  malcontenti  per  le  molle 
gravezze  imposte  onde  supplire  alla  guerra  che  Co- 
simo aveva  con  Siena,  e  pochi  erano  sinceramente 
affezionati  agl'interessi  del  principe.  Dia  frattanto 
la  rigida  polizia  da  lui  tenuta  in  vigore  produsse 
il  desiderato  effetto  di  tenere  in  una  perfetta 
quiete  Io  stato,  fintantoché  i  successi  felici  delle 
armi  di  Cosimo  tolsero  a  tutti  la  speranza  di  po- 
tere innovare  nello  stato.  Conobbe  egli  stesso  di 
avere  forse  ecceduto  col  soverchio  rigore,  e  per- 
ciò profittando  della  occasione  che  gli  sommini- 
strava la  letizia  di  sì  prosperi  eventi,  con  suo  in- 
dulto delPottobre  del  i554  richiamò  alla  patria 
ed  alle  proprie  famiglie  quegrinfelici,  che  percos- 
si dal  rigore  delle  leggi  vivevano  assenti  in  con- 
tumacia, o  per  soddisfare  alla  pena:  dopo  17  an- 
ni di  regno  fu  questi  il  primo  indulto  di  Cosimo. 
L'indulto  restituì  alla  patria  una  prodigiosa  quan- 
tità di  sudditi,e  ne  risenti  vantaggio  singolarmente 
Pistoia,  dove  l'  epidemìa  delle  fazioni  avea  di- 
sperso il  maggior  numero  degli  abitanti.  Tra  le 
più  notabili  leggi  di  quest'epoca  è  quella  del  giu- 
gno i556  contro  i  sicari.  In  tempo  di  congiure,  di 
guerra  e  di  ribellioni  questo  delitto  era  troppo 
comune  e  meritava  un  riparo^  fu  in  essa  prescrit- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  727 

to  il  nioJo  di  procedere  contro  di  loro  libera- 
mente e  senza  osservare  l'ordinario  metodo  di 
giustizia^  furono  per  essi  dichiarate  le  stesse  pene 
che  per  i  principali,  e  promesso  il  premio  e  Tim- 
punità  a  chiunque  rilevasse  il  mandalo  prima  di 
eseguirlo.  Con  legge  delfagosto  i55o  preservò 
alle  femmine  le  loro  doti,  volendo  che  fossero  pre- 
ferite a  qualunque  creditore  posteriore,  e  preci- 
samente anche  al  fisco  e  camera  fiscale  per  cau- 
sa di  gravezze.  In  Siena  non  volle  innovar  nulla 
nella  legislazione,  fintantoché  la  pace  universale 
lo  ponesse  in  grado  di  agire  con  piena  libertà  (5). 
g.  8.  Ordinò  frattanto  il  duca  nel  i552  una 
gabella  generale  per  tutto  il  domìnio  sopra  le  fa- 
rine che  si  macinavano  pel  consumo,  da  durare 
tre  anni,  e  ciò  ad  oggetto  di  furtificare  le  frontiere 
in  occasione  della  guerra  che  preparavano  gl'im- 
periali  contro  lo  slato  di  Siena.  Nel  i555  intro- 
dusse un  accatto  a  perdila  generale  per  tutto  il 
dominio  per  la  somma  di  duecentomila  ducali. 
Un  altro  non  minore  ne  fu  imj^ostonel  i558,  e  in 
ciascheduno  di  essi  furono  tassali  anche  i  citta- 
dini dimoranti  nelle  diverse  piazze  di  Europa.  La 
facilità  di  questi  accatti  a  perdila  fu  il  nervo 
principale  della  guerra.  Tutto  in  somma  tendeva 
a  ricavar  denaro  dai  sudditi,  poiché  oltre  agli  ac- 
catti e  balzelli,  si  aggiunsero  nuove  gabelle,  co- 
me quella  imposta  sulla  carne  fanno  i557.  Ma 
nel  i556  fu  imnjaginalo  anche  un  lotto,  per  cui 
si  formò  una  compagnia  ui  mercanti,  sebbene?  la 
camera  fiscale  vi  avesse  il  principale  inleresie.  Il 
capitale  consisteva   io  denari  che  si  sborsa \auu 


yaS  COSTUMI 

dal  duca,  e  in  gioie  a  confo  dei  mercanti;  le  pri- 
me otto  esazioni  produssero  agli  interessali  tren- 
tamila ducati.  A  questo  tempo  si  dee  riferire  Ti&ti- 
luzione  delle  maggiori  gravezze  imposte  nel  do- 
minio, alcune  delle  quali,  sebbene  fossero  tem- 
porarie  e  relative  ai  bisogni  della  guerra,  ciò  non 
ostante  cessata  la  causa  si  perpetuarono,  e  diven- 
nero rendite  fondamentali  dello  state  e  del  prin- 
cipe  (6). 

g.  9.    Avendo    egli    terminalo  di  éoslruire 
Porteferraio    neir  Elba  determinò  di  richiamarvi 
la  popolazione  e  il  commercio.  Pubblicò  pertanto 
nel  settembre  del  i556  un  editto  a  favore  dei 
nuovi  abitatori  di  quella  piazza,  in  cui  fu  pro- 
messo a  chiunque  accorresse  per  abitarvi  libera 
franchigia  di  persona  e  di  beni,  non  ostante  qua- 
lunque pregiudizio  altrove  contratto  fu  dichiarato 
immune  da  qualunque  gravezza  ordinaria  e  straor- 
dinaria per  i  beni  che  possedesse  nel  dominio 
del  duca,  e  fu  stabilito  che  le  mercanzie  di  qua- 
lunque genere,  che  s''introducessero  in  quel  por- 
to, fossero  esenti  da  ogni  dazio  e  gabella,  tanto' 
alPentrare  che  al  sortire  dal  medesimo:  fu  dona- 
to il  suolo  a  tutti  quelli  che  volessero  edificarvi 
le  abitazioni-,  e  qualunque  naviglio  che  quivi  si 
fabbricasse  fu  dichiarato  immune  dal  pagare  gra- 
vezze nei  porti  o  scali  del  domìnio.  Pisa  già  ri- 
storavasi  delle  sofferte  calamitarle  acque  non  do- 
minavano più  le  sue  pianure,  né  l'aere  insalubre 
spaventava  ulteriormente  gli  abitatori*,  la  florida 
università,  la  presenza  del  duca  e  della  sua  corte 
per  molti  mesi  dell'anno,  la  mercatura  già  intro- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PABTB  VI.  7^9 

dottavi  dai  porloghesi  e  da  altri  forestieri  venu- 
ti ad  abitarla  contribuivano  concordemente  alla 
sua  prosperità.  Le  altre  città  del  dominio  risenti- 
rono tutte  a  proporzione  il  vantaggio  delle  pre- 
muredi  Cosimo,  ed  t»gli  potette  riconoscere  nella 
loro  fedeltà  e  attaccamento  la  sodisfazione  che 
dimostravano  del  suo  governo  (7). 

g.  IO.  Trasferitosi  Cosimo  I  a  Siena  stabili 
col  consiglio  e  colPopera  del  governatore  Nicco- 
lini  il  sistema  del  governo  di  quella  città  e  suo 
stato,  particolarmente  io  ciò  che  riguardava  la 
amministrazione  di  giustizia,  con  sod'sfazione  e 
contento  dell'  universale  .  Passalo  a  visitare  la 
Maremma  senese  stabili  in  Castiglione  della  Pe- 
scaia una  forma  di  governo  per  quel  marchesa- 
to (8).  L"*  assiduo  e  laborioso  governo  esercitato 
da  Cosimo  per  venti  anni  nei  tempi  i  piùdiflicili  e 
pericolosi  aveva  ormai  rese  deboli  le  sue  passioni 
e  stancale  le  forze  corporali  e  mentali.quindi  è  che 
fu  astretto  a  risolvere  di  rinunziare  al  principe 
Francesco  l'intiero  governo  ed  amministrazione 
dello  stato,  con  riserbarsi  Tautorità  di  dirigerlo  e 
consigliarlo  nei  più  importanti  interessi.  Un  alto 
COSI  contrario  alla  opinione  di  ambizioso  ed  avi- 
do di  acquistar  dominio  che  aveasi  di  Cosimo, 
comprese  tutti  gli  osservatori,  incerti  se  doveano 
attribuirlo  a  debolezza  o  a  virtù  (9). 

g.  1 1.  Molte  sono  le  leggi  ))ubblicate  in  Tosca- 
na dal  i56o  al  i574)^^3  '^  quali  è  degna  di  molta ^ 
lode  quella  dellagosto  i56i  con  cui  ordinò,  che 
i  lavoratori  di  campagna,  essendo  rei  di  un  de^ 
litio  per  cui  dotessero  esser  puDÌli  col  confine, 

Si,  Tose,  Tom,  10.  62 


7^0  f  .    ••   ,   e    OS    TU     M    l 

si  confinassero  non  nel  territoiio  di  Volterra,  co- 
me tino  allora  era  stato  praticato,  ma   in  quello 
di  Pisa,  i!  quale  in  gran  parte  era  spopolato  ed 
inculto,  e  conveniva  che  per  il  pubblico  bene 
fosse  coltivato  e  reso  fruttifero,  affinchè  tornasse 
al  florido  stalo  dei  tempi  passati.  Lo   stato    di 
Siena  come  di  nuovo  acquisto  esigeva  i  maggiori 
riflessi,  trattandosi   di    estinguere  fondamental- 
mente una  repubblica  ed  averne    a  lasciar  egli 
apparenti  vestigi.  Il  popolo  era  diviso  in  fazioni, 
ed  i  soggetti  che  le  componevano  registravansi 
ira  gli  atti  pubblici  per  esser  nemici  e  rivali  fra 
loro  di  generazione  in  generazione.  L"'oggetlo  di 
questi  registri  denominati  monti,era  di  escludere 
o  includere   alToccasioBe  nel  governo  della  re- 
pubblica quelle  famiglie,secondo  il  partito  che  do- 
minava. Il  duca  Cosimo  lasciò  sussistere  i  monti 
e  procurò  di  espurgarli  con  rimuoverne  quelle 
famiglie  più  alte  all'esercizio  delle  arti  che  al  go- 
verno della  repubblica  ^  abolì  il  gran  consiglio 
introdotto  dalla  plebe,  ed  elesse  in  suo  luogo  un 
consiglio  perpetuo  di  cento  cittadini,  da  elegger- 
sene a5  per  monte,  dai  quali  parimente  con  la 
stessa  distribuzione  dei  monti  si  scegliessero  20 
soggetti  per  formarne  la  balìa.  Questa  disposizio- 
ne ebbe  per  oggetto  di  fare  obliare  ai  senesi  le 
antiche  divisioni ,  e  di  riunire  in  una  sola  ma- 
gistratura suprema  gl'interessi  di  tutti  i  monti. 
Confermò  Cosimo  il  capitano  del  popolo  e  la  si- 
gnorìa con  tutte  le  prerogative  ed  antiche  appa- 
renze di  libertà^  ma  volle  per  altro  che  gli  affari 
più  rilevanti  si  trattassero  dalla  balìa, con  Tinter* 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Tr.  ^3  l 

vento  ed  approvazione  del  suo  luogotenente  e 
governatore  generale,  rilasciando  solo  al  consi- 
glio relezione  di  certe  magistrature  inferiori,  e 
l'approvazione  di  certi  atti  della  legge  civile.  De- 
terminò la  giurisdizione  di  vari  tribunali,  quelle 
dei  giusdicenti  dello  stato,  e  compì  Tatto  di  que- 
sta riforma  con  un  indulto  generale  per  qualsi- 
voglia delitto  commesso  avanti  al  giorno  del  suo 
possesso.  Fu  questa  riforma  pubblicata  in  Siena 
il  primo  di  febbraio  i56i  nel  ritorno  che  fece 
Cosimo  da  Roma  in  quella  città,  ed  in  progresso 
è  stata  sempre  osservata  come  una  costituzione 
fondamentale  di  quello  stato.  Fu  anche  prose- 
guilo a  considerarsi  lo  stalo  ili  Siena  diviso  af- 
fatto dal  fiorentino  e  del  tulio  indipendente  dalle 
sue  magistrature,  e  solo  per  legge  dei  a4  settem- 
bre 1572  fu  stabilita  la  libertà  del  commercio  fra 
i  due  stati  relativamente  alla  esportazione  delle 
grasce  e  bestiami. Ciò  nondimeno  non  fu  sufficien- 
te ad  aprire  intieramente  la  comunicazione  fra  i 
popoli  dei  due  siati,  fra  i  quali  ha  durato  per  lun- 
go tempo  la  rivalità  e  la  memoria  delle  antiche 
ingiurie  (io). 

5.  la.  Molte  furon  le  leggi  pubblicate  da  Co- 
simo nel  dominio  di  Firenze,  relative  al  governo 
ed  ammiin'slrazione  della  giustiza,  alcune  occa- 
sionali, altre  per  riformare  gli  antichi  abusi,  ed 
altre  finalmente  ad  oggellodi  stabilire  nuovi  prov- 
vedimenti per  maggior  comodo  e  utilità  delTuni-* 
versale.  E  quanto  alle  occasionali,  la  congiu- 
ra del  Pucci  gli  suggerì  di  confermare  e  porre  in 
vigore  la   legge  del   iSa^  circa  i  ribelli,  credula 


^3a  0  o  s  t  u  ai  I 

utile  per  le  molte  sottiglie/ze  in  essa  contenute, 
e  per  attirare  a!  fisco  i  beni  dei  condannati.  Rei 
j5Gi  stabilì  la  cognizione  e  proscrizione  dei  de- 
litti al  termine  di  dieci  anni,  e  a  cinque  quella 
delle  trasgressioni.  Corresse  in  seguito  diversi  a- 
busi  introdotti  nelle  magistrature,  e  ne  riformò 
gli  antichi  statuti,  ma  frattanto  moltiplicò  e  coa- 
fuse la  legislazione  di  ciascun  tribunale.  Riformò 
gli  statuti  degli  uffiziaii  de""  pupilli,  e  nel  iSGS 
provvide  alla  gratuita  assistenza  delle  cause  dei 
miserabili. 

g»  i5.  Seguitando  il  granduca  Francesco  le 
tracce  del  padre  nello  stabdimento  di  ungaverno 
assoluto,  potette  compire  con  facilità  Papera  da 
esso  g^ià  indirizzata,  ad  estinguere  intieramente 
ogni  residuadi  autorità  repubblicana  ne''consigli  e 
nei  magistrati,  lasciando  che  i  cittadini  pascolas- 
sero la  loro  ambizione  colla  rimembranza  e  colle 
vane  apparenze  dell'antica  loro  libertà.  Prosegui 
pertanto  a  richiamare  a  sé  tutti  gli  afifari  dei  ma- 
gistrati, e  rendendo  inutile  ogni  loro  deliberazio- 
ne senza  una  dichiarazione  della  sua  volontà  li 
ridusse  finalmente  al  punto  di  esser  meri  esecu- 
tori della  medesima.  Con  questo  metodo  procede 
egualmente  in  Firenze  che  in  Siena,  e  fu  allora 
che  si  vide  eseguito  compiutamente  il  paradosso 
politico  di  un  principe  assoluto  con  costituzione 
repubblicana.  In  Firenze  il  supremo  magistrato 
dei  consiglieri  era  divenuto  un  puro  tribunale  di 
giustizia,  e  gli  altri  magistrati  inferiori,  sebbene 
decretassero  in  nonìe  proprio,  lo  facevano  però 
ìix  virtù  di  uiv  rescritto  o  altra  dichiarazione  del 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  y^O 

granduca.  La  giurisdizione  criminale  era  esercita- 
ta daiTautico  magistrato  degli  Otto,  ma  vi  era  pe- 
rò un  segretario  destinato  a  vedere  le  cause  più 
importanti,  e  informarsi  di  tutto  ciò  che  si  pren- 
deva quivi  in  esame,  per  renderne  conto  al  prin- 
cipe avanti  la  risoluzione:  quindi  è  che  essendo 
il  magistrato  variab)le,e  il  segretario  permanente, 
in  breve  tempo  sì  riconcentrò  in  esso  tutta  Tauto- 
rità  in  modo  che  divenne  uno  de''più  autorevoli  e 
potenti  ministri. 

g  14.  L^  economìa  era  per  la  maggior  parte 
diretta  da  un  solo  ministro  che  si  denominava 
il  depositario  generale,  a  cui  erano  subordinate 
le  molte  branche  ,  nelle  quali  era  allora  divisa 
r  amministrazione.  Un  esperto  giureconsulto  era 
proposto  a  rendere  ragione  della  competenza  dei 
tributi  e  delle  regalie,  denominandosi  auditor 
fiscale,  perchè  dal  solo  6sco  ebbe  la  sua  origine 
quella  giudicatura.  La  grande  autorità  di  questi 
ministri  si  era  formata  a  scapito  delle  magistratu- 
re, ed  i  loro  consigli  erano  attesi  superiormente 
a  quelli  de'magistrati.  Si  vedeva  in  Siena  risedere 
in  palazzo  la  signoria  con  tutta  l'ombra  e  vestigi 
della  morta  repubblica,  ma  il  governatore  con  su- 
prema autorità  rappresentava  il  granduca,  e  sen- 
za di  esso  i  magistrati  non  ardivano  di  decretare: 
era  quivi  stabilito  un  depositario  e  un  auditore 
fiscale  sul  modello  di  quei  di  Firenze,  e  il  crimi- 
nale era  amministrato  da  un  solo  ministro,  deno- 
roÌDato  capitano  di  giustizia;  tutti  deferivano  al 
governatore^  a  cui  il  granduca  nelle  occorrenze 
faceva  nota  la  sua  volontà.  Oltre  questi  ministri 

6a* 


^34  COSTUMI 

principali  v'erano  un  generale  comandante  d'in 
fanteria  ed  un  altro  generale  di  cavallerìa,  le  quali 
cariche  in  tempo  di  pace,  siccome  erano  più  di 
onore  che  di  servizio,  tendevano  solo  a  ritenere 
alla  corte  i  principali  signori  d*"  Italia,  come  fu- 
rono i  Colonna,  gli  Orsini,  gli  Sforza.  Con  tutto 
questo  ministero  però  il  granduca  Francesco  non 
volle  mai  avere  d'intorno  un  consiglio  permanen- 
te, che  ponesse  dei  limiti  alla  sua  libertà,  consul- 
tando negli  affari  suoi  più  intricali  quello  verso 
del  quale  lo  trasportav.i  la  stima  oil  favore.  Que- 
sto metodo  di  governo  in  un  principe  distratto  da 
altre  passioni  dovea  produrre,  siccome  produsse, 
molte  variazioni,  poiché  nei  primi  anni  fu  attivo, 
ma  gli  amori  e  le  altre  passioni  interruppero  poi 
quest'attività,  e  finalmente  si  abbandonò  affatto 
ai  ministri.  (  ii). 

g.  i5.  Il  granduca  Francesco  ueirammiuis  tra- 
zione del  governo  economico  non  si  scostò  gran 
fatto  dal  sistema  tenuto  dal  granduca  Cosimodi  luì 
genitore,  e  lui  vivente  pagò  i  debiti  contralti  da 
esso  con  i  forestieri,  e  dopo  di  ciò  non  volle  ag- 
gravar più  i  sudditi  con  imposizioni  straordinarie, 
ma  perpetuò  quelle  che  Cosimo  aveva  imposte 
temporariamente,  e  stabili  tal  metodo  nella  esa- 
zione, che  ben  presto  si  accrebbero  notabilmente 
le  rendite  del  granducato.  Nel  iS^G  esso  le  avea 
ridotte  a  un  millionee  duecentomila  scudi,  della 
qual  somma  si  calcolava  che  ponesse  ogni  anno 
in  avanzo  trecentomila  scudi  (12.). 

g.  16.  Una  ossequiosa  venerazione  a  tutto  ciò 
che  dal  gran  Cosimo  era  stalo  ordinato  per  dar 


DEI  TEMI!  MEDICEI  PARTE  VI.  735 

norma  e  sistema  al  governo  del  granducato,  fa- 
ceva sì  che  i  successori  non  ardissero  di  alte- 
rarlo: la  costituzione  stabilita  da  esso  e  perfezio- 
nata dal  granduca  Francesco,  non  fu  variata  da 
Ferdinando:  le  magistrature  fiorentine  non  solo 
esercitarono  nella  stessa  forma  la  loro  giurisdi- 
zione, ma  risentirono  ancora  di  quella  modera- 
zione ch'egli  avea  portata  sul  trono.  Intento  il 
granduca  p'erdinando  alle  imprese  grandi,  e  di- 
stratto dagli  affari  di  gabinetto,  lasciava  alla  lo- 
ro deliberazione  i  piccoli  negozi,  e  ciò  rendeva 
anche  i  cittadini  più  benaffetti  e  sodisfatti  del  suo 
governo.  Nel  1600  eresse  un  nuovo  consiglio  detto 
della  consulla  per  esaminare  le  suppliche,  e  pro- 
porre le  risoluzioni  per  giustizia,  il  quale  siccome 
snervava  l'autorità  del  supremo  auditore,  rese 
anche  le  determinazioni  più  considerale  e  meno 
arbitrarie.  I  cittadini  godevano  di  entrare  a  parte 
del  governo,  e  questo  contegno  estinse  affatto  la 
antica  animosità  dei  sudditi  col  loro  sovrano.  Ma 
siccome  questo  benefizio  ristringevasi  unicamen- 
te ai  magistrati  della  capitale,  si  ricadde  ben  pre- 
sto all'antico  disordine  di  alterare  quella  egua- 
glianza fra  i  fiorentini  ed  i  provinciali,  che  Cosi- 
mo e  Francesco  avevano  stabilita  con  tanto  vigo- 
re. Questa  quiete  e  sodisfazione  della  capitale 
giovò  peraltro  non  poco  a  raddolcire  i  costumi, 
che  le  passate  vicende  non  avean  potuto  perfe- 
zionare (i3). 

g.  17.  Le  molte  vicende  che  soffrì  la  Toscana 
dalla  morte  di  Ferdinando  I  al  16^7  furono  cau- 
sa che  si  ullerdsse  non  poco  Tiu terna  co^tituzio- 


736  COSTUMI 

ne  del  granducato.  Cosimo  li  non  fece  che  segui- 
tare le  tracce  del  padre,  ed  il  suo  governo  sotto 
la  savia  direzione  del  Picchena  fu  sempre  unifor- 
me ed  eguale.  La  tolleranza  e  la  moderazione  fa- 
cevano il  carattere  del  principe  e  del  ministro,  e 
la  dignità  sostenuta  con  vigore  e  senza  bassezza 
conciliava  al  granduca  il  rispetto  delPuniversale. 
Ministri  esperti  ed  esercitati  trattavano  gli  affari 
di  stato,  che  mai  si  confondevano  con  quelli  del 
foro.Il  ministero  di  supremo  auditore  per  assistere 
al  principe  nelle  risoluzioni  digrazia  e  di  giustizia, 
indebolitosi  per  la  vecchia  età  di  chi  Tesercilava, 
e  per  quella  di  Ferdinando  I,  avea  dato  luogo  ad 
una  divisione  della  medesima  in  più  soggetti,  che 
adunandosi  in  celti  tempi  determinati  formaro- 
no una  consulta.  Questo  consiglio  in  principio 
solitario  ed  eventuale  ricevette  da  Cosimo  II  una 
orma  stabile  e  permanente  ,  ed  incaricandosi  di 
tutto  ciò  che  richiedeva  esame,  o  concerneva  le 
regole  di  ragione,  assorbì  in  breve  tempo  una  giu- 
risdizione molto  estesa  per  lutto  il  dominio.  L''ac- 
cesso  al  truno  di  tanti  giureconsulti  che  ambiva^ÉJL 
no  mescolarsi  ancora  nelle  materie  di  stato,  pro^ 
dusse  una  notabile  alterazione  nella  forma  degli 
atti  e  delle  risoluzioni,  e  deviandole  dall'antico 
sistema  di  semplicità^  tì  introdusse  insensibil- 
mente i  difetti  del  foro.  Dopo  la  morte  del  Pic- 
chena, le  reggenti,  persuase  che  la  rettitudine  dei 
giureconsulti  dovesse  prevalere  alle  mire  politi- 
che dei  ministri  di  stato,  li  mettevano  facilmen- 
te a  parte  di  ogni  più  grave  interesse,  mentre 
chiamavano  in  soccorso  ancorala  teologia  per  as- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE   VI.  737 

sicuTare  la  loro  coscienza.  Queste  risoluzioni  im- 
pastate di  teologia  e  di  giurisprudenza  formavano 
appunto  Pepoca  della  decadenza  del  governo  me- 
diceo, e  di  un'alterazione  notabile  nelle  massime 
e  nei  costumi  della  nazione  (i^). 

g.  18.  Il  genio  grande  ed  i  talenti  con  i  quali 
Ferdinando  II  si  distinse  fra  tulli  i  principi  nelle 
scienze  e  nella  politica,  sarebbero  siali  più  pro- 
fittevoli per  i  popoli  della  Toscana,  se  li  avesse 
impiegate  ancora  in  perfezionare  le  leggi  e  Pin- 
terna  costituzione  del  granducato.  IVIa  lo  arresta- 
vano le  massime  di  educazione,  colle  quali  eragli 
stalo  ispirato  un  certo  timore  per  qualunque  mu- 
tazione che  si  tentasse,  e  la  venerazione  con  cui 
si  rispettavano  gli  atti  del  regno  di  Cosimo  I.  Am- 
mise F'^rdinaudo  alParaminisirazione  del  governo 
i  propri  fratelli  con  esempio  assai  raro.  Tutti  a- 
veano  il  diritto  d*'intervenire  in  consiglio,  ciascu- 
no si  assumeva  il  carico  di  trattare  gli  affari  più 
rilevanti,  ed  il  pubblico  che  gli  'luiava  aveva  in 
essi  maggior  fiducia  che  in  qualsivoglia  ministro. 
li  principe  Mallias  governatore  di  Siena  per  Io 
più  slava  assente  dalla  capitale,  e  oltre  al  dirige- 
re gli  affari  di  quello  slato,  aveva  la  principale  in- 
combenza di  soprintendere  ed  invigilare  a  tutte 
le  milizie  e  furtificazioni  del  granducato.  Questa 
forma  di  governo  benché  eventuale,  siccome  fa-' 
ceva  riguardare  il  principe  più  come  padre  di  fa- 
miglia <he  come  sovrano,  è  quella  che  i  popoli  di 
Toscana  applaudirono  superiormente  alle  altre 
dei  passati  granduchi,  e  sopra  di  cut  formarono, 
posleiiormeule  degP  inutili  de^iderii  sotto  il  fi- 


7?>8  COSTUMI 

glio.  di  carattere  e  di  sentimenti  del  tutto  con- 
trari (i5). 

g.  i9.CosimoIII,affatto  privodì  quel  genio  che 
anima  i  principi  a  meritarci  la  vera  gloria,  andava 
in  traccia  artitìciosaniente  di  quella  opinione  che 
appaga  solo  gli  spiriti  deboli  preoccupati  princi- 
palmente dalla  vanita  e  dalTorgoglio^  perciò  una 
politica  bassa  ed  artificiosa  fu  sostituita  alla  vera 
ragione  di  stato,  ed  i  ministri  che  risedevano  alle 
corti  estere  dovevano  affaticarsi  più  per  appagare 
la  curiosità  del  principe  che  per  suggerirgli  le 
giuste  misure  di  proporzionarsi  secondo  le  circo- 
stanze (i6j.  Più  intento  ad  occupare  i  minisi  ri 
con  delle  ricerche  vane  e  rapporti  inutili  prende- 
va di  poi  con  essi  le  parti  di  padre  spirituale  più 
che  di  principe.  Esatto  investigatore  dello  stalo 
della  loro  coscienza  gl'intra  Itene  va  con  delle  a- 
scetìche  eerrispondenze,  che  gli  obbligavano  a 
simulare  un  carattere,  a  cui  non  sempre  li  portava 
rìnclinazione.  Estendevasi  insensibilmente  que- 
sta spirito  religioso  dalla  corte  a  tutto  lo  stato, 
e  si  videro  in  breve  i  frati  divenir  consiglieri,  e  la 
teologia  sostituita  alla  buona  politica  (17). 

g.  ao.  Un  consiglio  composto  di  cortigiani,  che 
adottavano  per  massime  di  stalo  le  passioni  del 
principe  Cosimo  IIl,non  potea  suggerirgli  i  mezzi 
sicuri  per  sostenere  la  sua  grandezza.  Ferdinando 
II  avea  procurato  di  allontanare  dalla  corte  le 
massime  degli  spagnuoli  :  Cosimo  III  le  adottò 
cecamente,  ed  accolse  per  veri  principi!  di  buon 
governo  quelli  che  appunto  erano  la  causa  della 
decadenza  di  quella  monarchia.   Finalmente  il 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VI.  yZ^ 

governo    sì   modellò  in   breve    sul  carattere  di 
questo  principe,  il  quale  soverchiamente  gelo- 
so della  sovranità,  riservò  alla  sua  speciale  co- 
gnizione ciò  che  più  interessava  la  convenienza 
dello  stato  e  della  famiglia.    Teneva   perciò  un 
consiglio  composto  dei  personaggi  più  ragguar- 
devoli rivestiti  delle  principali  cariche  della   cor- 
te, benemeriti  per  aver  riseduto  alle  corti  este- 
re. A.  questi  comunicava  tutto  ciò  che  interessar 
poteva  la  quiete  e  diiilti  dello  stato,  e  riservava 
unicamente  a  sé  stesso  il  dirigere  i  mezzi  per 
guadagnarsi  il  favore  e  Taderenza  delle  altre  corti. 
Gli  affari  del  governo  interno  diretti  dai  capi  dei 
respeltivi  dicasteri  non  si  partecipavano  a  questo 
consiglio,  ma  si  risolvevano  dal  granduca  con  i 
mirnstri  medesimi.  I  principi  del  sangue  non  si 
ammettevano  a  veruna  partecipazione  degli  affa- 
ri, e  questo  fu  causa  che  il  principe  Ferdinando 
s'introdusse  violentemente  in  ciò  che  poteva  in- 
ieressarlo,ed  estorquesse  colle  minacce  dai  mini- 
stri e  dal  padre  medesimo  le  risoluzioni  secondo 
la  sua  volontà,  [ministri  sempre  intenti  a  secon- 
dare le  inclinazioni  del  granduca,  si  rivestivano 
delle  di  lui  passioni,  e  non  è  meraviglia  se  Cosimo 
ni,  essendo  stato  il  più  debole  fra  i  principi  della 
casa  ìMedici,  abbia  avuto  ancora  un  ministero  men 
luminoso  degli  altri  (18).  La  pubblica  economia  e 
la  legislazione  civile  e  criminale  sotto  Giovan 
Gastone  erano  si  fattamente  male  ordinate,  che 
fuoevano  desiderare  un  provvido  reggitore  (19). 


;7({0  COSTUMI 

NOTE 

(1)  iXailuzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana.  toI. 
1,  lib.  I,  cap.  vili.  (2)  Morbio,  Storia  dei  municipit 
il»liani^  Cronica  delia  città  di  Firenze  daiPanno  154S 
ai  1652.  (3)  Galluzzi  cit.  (4)  Ivi,  voi.  ii,  lib.  ii,cap. 
IX.  (5)  Ivi^  lib.  II,  cap.  X.  (6)  Ivi.  (7)  Ivi.  (8)  Ivi  , 
lib.  Ili,  cap.  II.  (9)  Ivi,  cap.  ili.  (10)  Ivi.  (11)  Ivi, 
lib.  II,  cap.  IX.  (12)  Ivi,  lib.  iv  ,  cap.  x.  (13)  Ivi  , 
Jib.  V,  cap.  XIII.  (14)  Ivi,  lib.  vi,  cap.  xi.  (15)  Ivi, 
lib.  VII,  cap.  IX.  (16)  Ivi,  lib.  viii,  cap.  x.  (17)  Ivi, 
cap.  II.  (18)  Ivi,  cap.  x.  (19)  Ferrini,  Compendio  di 
Storia  della  Toscana,  ep.  v,  J.   75. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  ^4  ^ 


PARTE  SETTIMA. 
COMMERCIO,  NAVIGAZIONE,  E  MONETA 


g.  1.  l  ino  (lai  più  felici  lempi  del  commercio 
avevano  i  toscani,  e  specialmente  i  iioienliiii, 
slabiliio  nelie  piazze  mercanlili  d'Europa  e  del 
Levante  diverse  case  di  loro  nazione  per  la  più  fa- 
cile corrispondenza  della  mercatura  e  del  cam- 
bio. Le  turbolenze  della  repubblica  e  le  divisioni 
dei  parliti  avevano  totalmente  staccalo  molti  di 
essi  dalla  patria,  e  none  meravii;lia.  sedopo  Pas- 
.sedio  di  Firenze  ,  ristabiliti  i  principali  di  loro 
iK'lla  città  poterono  in  breve  tempo  farvi  rina- 
scere il  commercio  e  le  aiti.  Fiorivano  i  consolali 
di  Roma,  iXapoli  e  Venezia,  e  molto  più  quei  di 
Anversa,  Londra  e  Lione.  In  questa  sola  città  nel 
1.548  vi  erano  37  case  di  negozio,  o  sieno  ragioni 
contante  di  mercanti  tiorentini  ,  enunciate  tulle 
nel  diploma  di  Enrico  li  iodata  del  27  settembre 
1548.  per  confermare  ai  medesimi  i  privilegi  con- 
cessi loro  dai  suoi  predecessori.  Atlesla  quel  mo- 
narca iti  delto  alto  f^ssergli  molto  accetta  questa 
nuziune  in  rigu.irdo  delle  cospicue  somme  im- 
prestategli al  4  ovveio  al  5  per  c«utOj«d«l  donò 
St.  Tose.  Tom,  10.  63 


^4^  .  COSTUMI 

graluito"TallogIi  al  suo  avveninienlo  alla  còrd- 
na(i).  ^  .  ,.  ,  . 

g.  a.  Fino  dal  principio  del  suo  governo  fa- 
vori Cosimo  I  i  cittadini  dispersi  per  quelle  piazze, 
non  solo  ad  oggetto  di  ristabilire  colla  loro  opera 
Tantìca  mercatura  in  Toscana,  ma  ancora  per  in- 
teressarsi con  i  medesimi  nelle  branche  princi- 
pali del  loro  commercio,  e  potere  colla  loro  as- 
sistenza e  sicurtà  ottenere  dai  cambisti  delle  rag- 
guardevoli somme  di  denaro  per  valersene  alla 
occorrenza,  li  monopolio  esercitato  nel  proprio 
dominio,  il  facile  smercio  nello  stato  ecclesiastico 
e  nei  dominii  spagnuoligli  facilitavano  ì  maggiori 
profitti:  i  soli  genovesi  potevan  esser  loro  rivali 
sulla  mercatura  di  Ponente,  ma  Cosimo  non  ricu- 
sava di  unire  con  essi  il  proprio  interesse. La  mer- 
catuia  dei  metalli  fu  tra  le  prime  intraprese:  ol- 
tre la  quantità  degli  stagni  che  levava  dalPInghi). 
terra,  nel  i545  fece  a  Lisbona  un  partito  cosi 
considerabile  d'  argento,  che  servì  per  qualche 
anno  a  tener  fornite  di  questo  metallo  molte  zec- 
che d'Italia.  A-vea  il  duca  Cosimo  corrispondenza 
coi  Fuccheri,celebri  negozianti  di  Augusta,  ed  in 
Anversa  faceva  molti  partiti,  parte  in  denaro,  e 
parte  in  mercanzie,  secondo  lo  stile  di  quella  piaz- 
za (a).  I  drappi  d'oro  e  di  seta,  le  varie  qualità 
di  panni  ed  altre  manifatture  della  Toscana  si  por- 
tavano liberamente  in  Spagna,  ed  i  mercanti  to- 
scani ne  riportavano  lana,  seta,  perle,  ed  altri  ge- 
neri, dei  quali  mancava  il  nostro  territorio  (S). 
g.  3.  In  Firenze  il  lanificio  era  cresciuto  oltre 
respettaliya  ,  perchè  suppliva    ai   bisogni  della 

€0 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  j^^ 

Francia,  della  Spagna  e  della  colonia  d^America: 
a  lai  eflfetto  nel  i566  il  re  Filippo  avea  concesso 
la  libera  introduzione  delle   rasce  fiorentine  nei 
porli  «Iella  monarchia.  Invigilava  perciò  il  duca 
Cosimo  alla  buona  direzione  di  questa  importan- 
te manifattura, alla  rettitudine  della  fabbricazione 
e  delle  contrattazioni,  delle  quali  ne  avea  prescrit-t 
fa  la  norma  con  una  legge  del  di  undici  maggio- 
i562.  Non  è  meraviglia  pertanto, se  per  tali  cause 
ogni  di  crescevano  i  prodotti  di  quest'arte,  poi- 
ché se    nel   i56i   s**  erano  fabbricati  in  Firenze 
53ooo  panni,  si  proseguì  negli  anni  succesj»ivi  a 
fabbricarne   la  stessa  quantità.  Nel    i575  il  pro- 
dotto del  lanifirio   in   Firenze  arrivò  alla  somma 
di  due  milioni  d'oro^  né  in* questo  calcolo  si  con- 
siderò quello  della  seta  e  dwi  drappi  d^oro,  ne  let 
altre  più  minute  manifatture,  le  quali  erano  rice- 
vute in  America  con  grande  avidità.  Ciò  fu  causa 
che  molti  fiorentini  allettati  dal  guadagno  consi- 
derabile del  trasporto  di  queste  merci,  si  aftpli- 
carono  agli  esercizi  di   mare,    navigando  per  lai 
America  e  per  flndie  orientali,  e  particolarmen-» 
te  negli  stabilimenti  dei  portoghesi^  giacché  adj 
istanza  di  Cosimo  I  la  corte  di  Lisbona  aveva  ac-^t 
cordalo  loro  lutto  il  favore.  Si  stabilirono  in  cofHf 
seguenza  delle  ca!>e  fiorentine  al   Brasile,  a  Ma-I 
cao  ed  alla  China  ,  e  queste  corrispondenze  si* 
resero  sempre  più  utili  per  Paccresciniento  della 
mercatura.  Il  granduca  Cosimo  I  ne  incoraggiava 
ì  progressi,  non  solo  colle  leggi  e  coirassislenz»^'4 
ma  ancora  coli'  esempio,  poiché  dopo  la  morteci 
della  duchessa  attese  a  convertire  in  tante  merci 


^44  COSTUMI 

il  relratto  delle  rendile,  da  ogni  vincolo  affranti 
cale,  che  quella  aveva   nei  giuri  di  Spagna  e  iìif^ 
Portogallo.  Teneva  espressamente  due    galeont-i 
impiegati  di  continuo  o  nel  trasporto  delle  pro- 
prie mercanzie,  o  nel  noleggio  per  i  particolari:  i 
generi  sopra  dei  quali  mercanteggiava  con   più 
pi otìtloerano  zuccheri,quoia  e  gioie  (4  \  delle  quali 
specialmente  essendo  da  per  sé  stesso  intelligentis- 
simo, potè  farne  copiosa  raccolta,  e  lasciarne  alla 
sua  morte  una  ragguardevole  quantità  per  orna- 
mento dello  stato  e  della  famiglia  (5).  Nel   i56o 
Cosimo  I  per  richiamare  a  Pisa  la  popolazione 
ed  il  commercio  invitò  molli  greci  a  stabilirvi  le 
loro  famiglie,  e  con  un  editto  dichiarò  esenti  dal- 
la gabella  d'  introduzione  in  quella  città  tutti  i 
materiali  necessari  ad  alwr  delle  fabbriche,  a  fine 
di  proteggere  la  fabbricazione  di  nuove  case  per 
esserne  molte  rovinate  (6). 

g.  4-  Proseguiva  per  l'Italia  il  solito  commer- 
cio dei  grani,  conservandosene  sempre  in  Pisa 
molta  quantità,  e  ricevendone  gran  profitto  con 
i  vicini  negli  anni  più  perniciosi  :  similmente 
continuò  la  mercatura  degli  allumi  e  dei  guadi, 
non  solo  per  provvedere  allearti  di  Firenze,  ma 
per  distribuirne  ancora  nelle  altre  parti  d'Italia. 
La  lavorazione  deVoralli  che  il  granduca  Cosimo 
1  aveva  introdotta  in  Pisa  per  mezzo  di  artefici 
invitali  espressamente  dalla  Sicilia,  e  quella  di 
cristalli  e  le  altre  di  velro,  per  mezzo  di  sog- 
getti furtivamente  richiamati  dalle  fabbriche  di 
Murano,  furono  prolelle  e  riproniosse  da  Fran- 
cesco 1  suo  tìglio,  che  si  esercitò  ni  quella  dei  co- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  74  5 

ralli.  Le  rivoluzioni  di  Fiandra,  e  le  guerre  dì 
Francia  incepparono  talmente  il  comiBercio,  che 
i  fiorentini  furon  costretti  a  rivolgersi  al  Porto- 
gallo ed  alle  coste  della  Spagna,  e  stabilirsi  i:i 
quei  porti.  Le  rasce  di  Firenze,  i  drappi  di  seta  e 
d'oroj  le  telerìe  ed  altre  più  minute  maniCatture 
avevano  in  Portogallo  e  nella  Spagna  un  facile 
fimercio,e  si  trasportavano  fino  al  Brasile.  La  na- 
zione toscana  era  assai  favorita  dal  re  Sebastiano, 
che  di  buon  animo  concedeva  agli  individui  della 
medesima  le  slesse  prerogative  che  competevano 
ai  portoghesi.  Questa  facilità  produsse  che  molti  di 
essi  trasferironsi  per  gli  stabilimenti  del  Portogallo, 
neirAlfrica.,  nell'Asia  e  in  America,  ed  accrebbero 
rallività  ed  il  vigore  alla  mercatura  della  Toscana. 
Concorrevano  frattanto  in  abbondanza  a  Livorno 
le  merci  della  Spagna  e  del  Portogallo.che  Irasferir 
tea  Pisa  eran  poi  distribuite  facilmente  per  Plta- 
lia.  !Non  è  dubbio  che  questa  prosperità  fu  quella 
i*he  animò  il  granduca  ad  ampliare  e  stabilire  in 
buona  forma  la  nascente  città  di  Livorno,  dove 
già  disegnava  dì  stabilire  la  sede  della  mercalur.i 
d^Ilalia  (7).  Uno  dei  vantaggi  favorevoli  a  quesf  t 
città  fu  il  tenere  il  mare  aperto  e  sicuro  con  le 
galere  armale- per  lo  che  si  ronducevanoda'mei- 
«'.anli  migliori  merci  d^ogni  maniera,  e  quello  che 
stimavano  esser  a  bisogno  ed  ornamento  della 
Toscana  ed  utile  loro,  concorrendovi  continua- 
mente navigli  in  gran  numero  da  ogni  parte  del 
mondo  (8). 

«       §.  5.  Ad  oggetto  di  vedere  più  facilmente  ese- 
guilo questo  disegno,  immaginò  Franceico  di  gì- 

G3- 


746  COSTUMI 

trarre  a  Livorno  il  monopolio  delle  spezierie,  che 
dall'indie  si  portavano  in  Portogallo.  Or  siccome 
un  mercante  tìammingo  ebbe  nel  suo  progetto  lo 
stesso  scopo  e  ne  anticipò  1'  effettuazione,  cosi 
andò  a  vuoto  i!  progetto  del  granduca. Non  ostan- 
te, poiché  il  mercante  fiammingo  avea  formata 
una  compagnia  con  altri  mercatanti,  e  fra  essi 
li  erano  dei  tìorentini,  cosi  non  fu  difficile  Ten- 
trare  a  parte  in  quest'interesse,  ed  intraprendere 
un  baratto  di  pepe  con  tanta  mercanzia  di  To- 
scana. Rendevasi  anche  più  comoda  questa  mer- 
catura per  riguardo  ai  galeoni  e  legni  di  noleg- 
gio(a)  che  teneva  il  granduca,  poiché  attesa  la  lo- 
ro sicurezza,  concorrevano  volentieri  i  mercanti  a 
caricare  le  loro  merci,  o  a  farvi  sopra  delle  assi- 
curazioni a  prezzi  migliori.  Gli  affari  di  Fiandra 
inviluppandosi  ogni  giorno  più,  ed  insorgendo  di 
continuo  in  quei  mari  nuovi  pirati,  si  rivolse  il 
commercio  al  iVIediterraneo,  edi  galeoni  del  gran- 
duca caricando  in  proprio  convoiavano  i  vascelli 
toscani  ,  e  li  garantivano  dai  corsari  dell'Affri- 
ca (9). 

g.  6.  Ma  frattanto  in  Firenze  Parte  dei  pan- 
ni fini,  detti  di  garbo,  era  assai  indebolita,  poi- 
ché la  Spagna  e  Tlnghilterra  già  impannavano 
le  proprie  lane,  ed  il  maggior  guadagno  ed  il  con- 
siderabile smercio  delle  rasce  in  Ponente  avean 
richiamato  lutti  a  questa  manifattura.  Oltre  ciò 
disturbava  non  poco  la  comunicazione  del  Le- 
vante ottoraanno  colla  Toscana,  e  io  stabilimento 

■■^t.(a)  Ved.   lav.  CXL,  N.  1. 


DKI   TEMPI  MEDICEI  PARTE   VII.  ^47 

deiror-line  gerosolimllano  in  Malta,  e  leggiere 
della  Sicilia,  che  di  continuo  infestavan  quei  ma- 
ri, anche  Perdine  cavalleresco  di  s.  Stefano,  isti- 
tuito da  Cosimo  I,  per  far  la  guerra  ai  barbare- 
schi e  per  allontanare  i  corsari  dal  Mediterraneo, 
intlui  non  poco  ad  interrompere  ogni  commercia- 
le relazione  con  il  LevaDte,ed  in  specie  quella  di 
Costantinopoli  (io).  Si  rivolse  perciò  il  granduca 
al  con»ni'ucio  d'Alessandria  dove  essendosi  stabi- 
lite più  case  di  tìorentini.  non  fu  difficile  di  at- 
tirarne a  Livorno  le  mercanzie  (ii). 

g.  7.  Sopraggiunta  di  poi  nel  i58o  la  guerra 
del  Portogallo,  soffrì  tutto  il  commercio  uifalte- 
razione  notabile,  la  quale  in  Toscana  fu  più  sen- 
sibile che  altrove.  Insorsero  da  ogni  parte  pirati 
francesi,  inglesi,portoghesi  e  olandesi  a  disturbare 
il  commercio  di  Portogallo  e  quello  di  Spagna, 
e  ciò  produsse  una  concatenazione  di  fallimenti 
che  poser  lutti  in  costernazione.  Il  granduca  non 
conobbe  la  causa  princi()ale  di  questi  fallimenti, 
e  credutili  fraudolenti  promulgò  leggi  severissi- 
me contro  i  falliti  che  sospettavansi  dolosi.  Gran- 
de fu  lo  sbigottimento  che  si  sparse  perciò  nei 
uiercanti,  ai  quali  troppo  duro  sembrava  il  dover 
giustificare  in  carcere  la  propria  miseria^  e  fu  in 
questa  occasione  che  molli  abbandonarono  le 
piazze  del  granducato  ,  e  trasfcrironsi  coi  loro 
negozi  sotto  un  cielo  più  mite.  Successe  a  tutti 
questi  mali  una  serie  di  altre  disavventure,  non 
men  fatali  alla  mercatura,  e  fra  esse  fu  assai  no- 
tabile Tallerazione  dulie  monete  accaduta  in  tutte 
le  zecche  d'[lalia,  proveniente  da  quella  fatta  ii^ 


748  COSTUMI 

Ispagna  sopra  ì  reali.  Conosciutosi  poi  dal  gran- 
duca questo  male,  sperò  di  rimediarvi  col  richia- 
mare a  Livorno  la  mercatura,  e  con  invitare  quivi 
con  ottimi  trattamenti  tutte  le  nazioni,  e  special- 
mente gì'  inglesi.  La  regina  Elisabetta  ringra- 
ziò il  granduca  dei  buoni  ufficii  che  faceva  alia 
sua  nazione,  e  tolse  il  dazio  sopra  gli  allumi  che 
a  Londra  trafficavano  i  toscani.  Imprese  ancora  il 
granduca  a  trattare  col  re  Filippo  II  nel  iò^y  lo 
appalto  del  pepe  di  Portogallo,  con  due  oggetti, 
Tuno  d"'attirare  a  Livorno  Tintiero  coriiniercio  di 
quel  genere,  Paltro  di  potere  con  questo  mezzo 
esser  sodisfatto  del  credito  dai  tìorentini  contrat- 
to con  esso  re.  Imperocché  quando  anche  non 
avesse  avuto  effetto  la  conclusione  dell'appalto, 
offeriva  di  prendere  in  pagamento  notabile  quan- 
tità di  tal  mercanzia.  Era  sul  concluderii  questo 
partito,  allorché  lo  interruppe  la  morte,  e  restò  ai 
sucessore  il  pensiero  di  risarcire  la  cagione  di 
tante  perdite  (12). 

g.  8.  Il  privato  commercio  del  granduca  co- 
gli esteri  e  con  i  sudditi  non  mancò  di  essere  una 
delle  principali  sorgenti  delle  sue  ricchezze.  Egli 
s'^interessava  con  facilità  nelle  compagnie  mer- 
cantili, negli  appalti  dello  stato  romano,  e  nel 
traffico  delle  gioie.  I  galeoni  ed  altri  legni  di  no- 
leggio che  si  occupavano  continuamente  nei  tra- 
sporti, eran  per  esso  di  non  indifferente  profitto. 
Teneva  banchi  di  cambio  in  ogni  città,  e  molti 
negozi  dello  stato  in  qualunque  genere  andavano 
per  suo  conto.  Negoziava  in  derrate  ed  in  seta, 
proleggendone  Tarte  nello  stalo.coirordinarvi  la 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  ^^9 

piantazione  annuale  dei  gelsi:  cosi  a  misura  che 
le  manifatture  di  lana  già  introdotte  per  tutta 
Europa  perdevano  di  smercio  e  di  credito,  quella 
di  seta  cresceva  di  stima.  Tulli  questi  capi  di  pri- 
mato commercio  del  principe,  gravoso  allo  stato, 
non  meno  che  le  imposizioni,  im(»inguavano  il 
suo  tesoro  e  lo  ponevano  io  grado  di  poter  fare 
risaltare  come  principe  quello  che  acquistato  ave- 
va come  mercante. 

g.  9.  Tale  fu  sotto  al  granduca  Francesco  il 
sistema  economico  del  dominio  fiorentino,  dove 
la  mercatura  decideva  particolarmente  della  pro- 
sperità o  miseria  degli  ahitanti^  ma  nello  stato 
di  Siena,  dove  non  era  commercio,  e  dove  i  soli 
prodotti  dovean  fare  Punico  oggetto  delle  premu- 
re del  governo  e  dei  popoli,  i  disordini  erano  an- 
che maggiori,  e  più  difficile  rendevasi  ogni  giorno 
il  rimedio  per  ripararli.  Avea  già  preso  piede  nel 
ministero  tiorentino  la  massima,  che  Io  slato  di 
Siena  servir  dovesse  a  quel  di  Firenze  con  Tavan- 
zo  dei  suoi  prodotti,  e  in  conseguenza  lui  te  le 
determinazioni  del  principe  e  dei  suoi  ministri 
tendevano  ad  operare  in  modo,che  ogni  vantaggio 
ckjllo  stalo  di  Siena  ridondasse  sempre  in  maggior 
henelìzio  di  quel  di  Firenze.  E  siccome  non  po- 
teva entrarvi  altro  denaro  che  per  mezzo  dei  suoi 
prodotti,  qualunque  vincolo  che  si  opponesse  alla 
vendita  dei  medesimi  impoveriva  direltaraenle  lo 
stato.  Il  grantluca  Cosimo  I,  sehhene  procedendo 
conquesto  spirito  (ogiiesye  alla  IVÌaremmà  Pas-! 
Sfilala  liherlà  delle  traile,  procurò  nondimeno  di 
bilanciare  i  bisogni  dello  slato  di  Fireiue  col  be- 


jlkl  A'  f  3      COSTUMI 

npfìzio  di  quel  di  Siena,  e  le  accordava  lempora- 
riamenle.  Il  granduca  Francesco  proseguì  colio 
slessso  metodo,  rua  profillò  di  queste  tratte  con 
raddoppiare  la  tassa,  che  prima  era  ad  uno  scudo 
per  moggio  e  ridurla  a  due.  Grandi  furono  i  la- 
menti dei  coltivatori,  e  ne  successe  uno  scoraggì- 
mento  universale  ed  una  diminuzione  notabile 
nelle  semente.  Il  veder  lascialo  incolto  tanto  pae- 
ke  costringeva  il  principe  ed  i  ministri  a  fare  dei 
provvedimenti  per  renderlo  utile:  fra  «juesti  il  più 
considerabile  fu  quello  di  alterare  le  proprietà.ed 
obbligare  le  comunità  ad  alienare  i  loro  beni  ai 
particolari.  Si  chiamarono  dei  coloni,  si  fabbri- 
carono delle  case,  si  tagliarono  dei  boschi^  si  pian- 
tarono vigne  ed  ulivi,  ma  gli  abiianti  del  paese 
ridendosi  di  questi  sforzi  dei  forestieri.  ìi  presa- 
givano per  inutili  ed  anche  pregiudicevoli  (i3). 

§.  10.  Divise  peraltro  furono  le  opinioni  de- 
gli economisti  toscani  su  questo  punto.  Preten- 
devano i  senesi  che  la  provincia  della  Maremma 
non  potesse  aver  prodotti  più  utili  che  quello  dei 
bestiami  e  dei  grdni,e  in  conseguenza  non  rimuo. 
verla  dalla  sua  naturale  salvntichezza,  ma  aiutar- 
la, colla  libertà  delle  tratte,  con  privilegi  e  facili* 
tà  per  gli  abitatori:  i  fiorentini  alP  opposto  per- 
suasi della  possibilità  di  ridurre  quella  provincia, 
accusavano  quegli  abitatori  come  indolenti  per 
i  loro  vantaggi,  e  invidiosi  del  bene  che  ne  sa- 
rebbe resultato  allo  stato  di  Firenze.  Pendente 
la  contrarietà  di  questi  sentimenti,  il  fatto  scio- 
glieva invisibilmente  la  controversia,  perchè  ogni 
sforzo  riusciva  inutile,  vano  ogni  dispendio^,  e 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  ^5l 

alle  premure  e  all'attività  succedevano  il  languo- 
re, e  la  decadenza  (14). 

g.  II.  Salilo  Ferdinando  i  al  trono  toscano, 
si  mostrò  contento  di  quanto  fatto  aveano  i  suoi 
predecessori,  perchè  prosperasse  lo  stalo.  Tutto 
ciò  che  poteva  accrescere  la  mercatura^  fertiliz- 
zare le  campagne,  rendere  al   clima  la  salubrità, 
promovere  finduslria.  ed  invitare  i  popoli  d'altre 
nazioni  a  stabilirsi  in  Toscana,  forma  Poggetto 
della  più  nobile  legislazione  di    Ferdinando.   Le 
sue  leggi  corrispondono  esattamente  alle  di  lui 
intraprese,  fra  le  quali  Taccrescìmento  e  popola- 
zione di  Livorno  è  quella  che  renderà  immortale 
in  Toscana  il  suo  nome.  Le  immense  spese  fatte 
per  ampliare  il  suo  porto,  e  arricchirlo  di  fabbri- 
che e  di  comodi,  le  industriose  premure  per  at- 
tirarvi degli  abitatoli  d'ogni  nazione,  e  i  soccorsi 
somministrali  ai  medesimi   per  intraprendere  la 
mercatura,  dimostrano  la  grandezz:;  delPanimo 
ed  i  talenti  di  questo  principe.  Si  aggiunga  a  lut- 
to ciò  lo  sforzo  di  una  numerosa  marina  per  eser- 
citare e  proteggere  la  mercatura,  e  allontanare 
dalle  coste  i  turchi  e  i  corsari.  Anziché  da  questi 
ostacoli  egli  sapea  ritrarre  qualche  protìtto  pel  suo 
nuovo   stabilimento,  poiché  oltre  1*  utilità  delle 
prede  inservienti  a  sostenere  ed  accrescere  le  ga- 
lere delTordine  di  s.  Stefano,  procurava  di  atti- 
rare a  Livorno  gli  stessi  corsari  arricchiti  delle 
altrui  spoglie.  ÌNel  febbraio  del  1592.  pubblicò  una 
b'gge.  culla  quale  estese  al  ntaggior  segno  i  van- 
taggi di  chi  concorreva  per  abitare  a  Livorno  , 
delermiuuudo  vari  privilegi  pcr^oauli  e   icaii  a 


^5a  -"T  31      e  O  S  T  U  M  1 

favore  Jei  nuovi  non  men  che  degli  antichi  abita- 
tori del  porlo  (i5). 

g.  la.  Ma  frattanto  i  bei  giorni  sereni  che  per 
la  mercatura  notammo  nei  tempi  addietro  in  To- 
scana, dovelter  cedere  a  nuovi  e  diversi  avveni- 
menti. Dopo  che  per  le  varie  rivoluzioni  dell'Eu- 
ropa le  nazioni,  come  dicenimo,  divennero  com- 
mercianti da  sé  medesime,  si  resero  inutili  gli 
stabilimenti  della  Toscana.  A  Lione  non  si  conta- 
vano più  rnercanli  tìorentini,  e  tutti  quei  eh*  era- 
no sparsi  per  le  piazze  mercantili,  per  aver  cono- 
sciuta questa  mutazione,  avevano  abbandonalo  il 
commercio  per  godersi  dei  loro  prolilti  tranquil- 
lamente alla  patria.  Il  granduca  Ferdinando  I  li 
aveva  esorlati  a  questa  risoluzione, e  animandoli 
alPagricollura  sperava  che  avrebber  riportato  allo 
stalo  un  vantaggio  non  indifferente.  Ma  siccome 
restava  sempre  aperta  nella  Spagna  una  strada 
facile  per  esercitare  Tindustria,  molti  s'eran  già 
rivolti  per  quella  parte.  Sebbene  la  mala  fede  di 
Filippo  li  avesse  prodotto  la  rovina  di  molti  mer- 
canti, nondimeno  il  vantaggio  dei  partiti  che  si 
offi ivano  dai  successori  per  avere  im[»restiti,  ri- 
chiamò Tavidità  di  non  pochi  di  essi  (i6). 

g.  1 3.  È  stato  osservato  che  niun  principe  fu  mai 
più  mercante  del  granduca  Ferdinando  I  dei  Medi- 
ci, e  nessuno  mai  quanto  esso  favorì  e  promosse 
il  conmiercio:  non  v*  era  impresa  mercantile  in 
cui  non  prendesse  interesse.  La  grande  incetta 
dei  grani  fatta  in  Inghilterra  e  nel  Nord,  e  la  ri- 
vendila de'medesimi  per  tutta  Italia  nelle  mag- 
giori  penurie.fu  per  esso  uno  sorgente  iucompren- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VÙ.  y^'^ 

sibile  di  profitti  e  di  ricchezza.  Quattro  galeoni 
erano  in  continuo  esercizio  di  trasporto  e  ili  no- 
leggio per  le  coste  di  Spagna,  ed  il  passaporto  chii 
avevano  dell'Inghilterra  e  d'Olanda  facea  deside- 
rare a  chiunque  di  assicurare  sopra  i  medesimi 
le  proprie  merci.  L'esercizio  del  cambio  ed  i  ban- 
chi, che  sotto  diversi  nomi  tenevansi  aperti  nell« 
piazze  principali  d'Europa,  accrescevano  al  gran- 
duca i  proiilli.  Il  commercio  di  contrabbando,  che 
sotto  nome  di  olandesi  ed^ingb^si  esercitava  con- 
tinuamente in  America,  e  la  partecipazione  che 
ritraeva  dalle  loro  piraterie  contro  gli  spagnuoli 
eran  per  esso  un  ampio  prcdotto,senza  di  che  non 
avrebbe  potuto  certamente  sostenere  il  grandio- 
so dispendio  e  fopinione  di  ricchezza  che  lo  di- 
stingueva tra  tutti  i  principi  dell'Europa^  poiché 
se  si  considerano  i  ragguardevoli  imprestiti,  le 
imprese,  le  fabbriche,  la  marina,  le  dotazioni,  le 
leste,  gli  acquisti  ed  il  lusso  ordinario  della  pro- 
pria corte, è  (orza  il  concludere  che  i  profitti  della 
mercatura  supplissero  dove  mancavano  le  ordi- 
narie rendite  del  granducato.  E  sebbene  il  teso- 
ro del  granduca  Francesco,  che  il  volgo  asseriva 
essere  di  sette  milioni,  potesse  facilitare  a  Ferdi- 
nando le  grandi  intraprese,  nondimeno  se  si  con- 
siderano i  gravi  dispendi  fatti  in  vila,ele  ricchez- 
ze che  si  trovarono  alia  sua  morte,  resulta  eviden- 
temente il  profitto  ragguardevole  della  merca- 
tura (17). 

§.  14.  Colui  che  nel  i6o5  stampò  a  Londra  la 
relazione  della  Toscana,  [)arlando  della  merca- 
tura e  ricchezze  di  Ferdiuan'l0;asseri  che  la  comu- 
Si,    Tose.  Tom.  10.  ^'i 


^54  COSTUMI 

ne  opinione  degli  italiani  e  dei  [)ropri  sudditi  Io 
fiiceva  ricco  per  venti  milioni  di  scudi:  il  che  se 
tosse  stato  possibile,  avrebbe  in  qu^i  tempi  ecce- 
duto d'assai  le  forze  delle  altre  potenze  d''ltalia. 
Questo  particolar  commercio  di  Ferdinando  era 
però  vincolalo  con  quello  dei  sudditi,  ch'egli  pro- 
curò sempre  di  promuovere  con  ogni  maggiore 
storio^  poiché  dopo  di  aver  con  la  legge  degli  8 
luglio  i588  ristabilita  con  varie  franchigie  la  iie- 
ra  di  Pisa,  tanto  per  le  merci  che  pei  cambi,  a- 
vervi  richiamalo  da  diverse  parti  delle  case  di 
mercanti,  introdottevi  arti  e  manifatture,  accre- 
sciute le  fabbriche  e  i  comodi  della  città  per  for- 
marne unemporio,rapertura  del  porto  di  Livorno, 
e  il  concorso  di  tutte  le  nazioni,  aprì  ai  toscani 
la  strada  di  esercitare  dappertutto  la  mercatura. 
Le  guerre  civili  di  Francia  ne  avean  totalmente 
Yariato  il  giro  interno  d''Europa:  i  cambi  che  for- 
mavano il  principale  oggetto  del  traflico  dei  fio- 
rentini erano  trasferiti  per  la  maggior  parte  nelle 
j)iazze  mercantili  sul  mare .  Quando  Maria  dei 
Medici  passò  in  Francia,  non  erano  rimaste  in 
Lione  che  tre  case  di  fiorentini,  due  delle  quali 
erano  in  alto  di  ritirarsi.  L'amministrazione  di 
Sally, tendente  ad  escludere  gii  esteri  dalla  mer- 
catura di  Francia,  fece  emanare  delle  leggi  che 
aggravavano  il  dazio  a  qualunque  mercanzia  che 
non  fosse  del  regno:  le  tele  d''oro,i  drappi  di  seta, 
e  le  rasce  di  Firenze  non  vi  ebbero  in  conseguen- 
za più  smercio,  e  dovettero  rivolgersi  dalla  parte 
delia  Spagna  e  delP  Inghilterra.  Se  Sully  fosse 
stato  meno  abile  e  più  ragionevole,  secoadaudo 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  TU.  ^55 

le  vedute  di  commercio  suggeritegli  da  Ferdinan- 
do, avrebbe  potuto  ristabilire  in  Francia  la  pro- 
sperità,con  aprire  per  terra  la  comunicazione  delle 
mercanzìe  fra  l'Inghilterra  e  Tltalia.  Il  granduca 
gli  avea  proposto  un  trattato  dì  commercio,  che 
in  quelle  circostanze  sarebbe  stalo  utilissimo  per 
ambedue.  Avrebbe  desiderato,  che  ferme  stanti  le 
doppie  gabelle  imposte  alle  mercanzìe  estere,  si 
eccettuassero  quelle  che  da  Livorno  passavano 
per  ringhilterra^  dovean  queste  trasportarsi  su  i 
vascelli  del  granduca  fino  ad  àntibo,  edi  qui  per 
terra  colP  intiera  franchigia  fino  a  Cales.  dove 
formandosi  un  deposito  di  tutte  le  merci  del  Le- 
vante e  <ritalia,  s'imponeva  agli  inglesi  ed  agli 
abitanti  del  Nord  la  necessità  di  qui  ricorrere  per 
provvedersi.  Dalle  merci  condotte  a  Cales  il  re 
avrebbe  potuto  ritirarne  quel  vantaggio  che  gli 
convenisse,  rendendosi  Tarbitro  di  si  importante 
commercio^  il  granduca  formando  a  Livorno  il 
punto  di  riunione  delle  merci  del  Levante  e  d'*Ila- 
lia,  stabilito  avrebbe  Tallo  emporio  di  comunica- 
zione, ed  accresciuto  ai  suoi  sudditi  il  profitto  dei 
noleggi  e  delle  assicurazioni.  Sully  intento  solo 
ad  imporre  ed  esigere,  non  intendeva  la  merca- 
tura, e  la  detestava  come  professione  indegna  del 
suo  ministero  e  della  gloria  del  re  (i8). 

§.  i5.  Non  si  estinse  per  questo  il  commercio 
dei  fiorentini,  ma  esposto  alle  incertezze  che  seco 
portano  le  guerre  e  le  rivoluzioni,  soifrì  tutte  le 
vicende  che  son  comuni  a  quelfesercizio-Le  mani- 
fatture in  Firenze  erano  mantenute  nello  stesso 


756  COSTUMI 

grado  di  prosperità, a  cui  erano  pervenute  nei  pas- 
sali governi.Si  contava  cFie  vi  si  fabbricasse  annual- 
mente per  Ire  mih'oni  di  scudi  fra  drappi  di  seta, 
lete  d'oro  e  d''argento  e  rasce  che  si  smerciavano 
in  gran  t)arle  per  Tlnghillerra  direttamente  e  di 
contrabbando  in  America.  È  certo  che  si  spende- 
vano ogni  anno  in  Sicilia  e  nel  regno  di  Napoli 
Irecentomila  scudi  per  comprar  sete, e  che  Teslra- 
zione  di  si  ragguardevole  somma  mosse  il  gran- 
duca a  promovere  con  tanto  impegno  la  propa- 
gazione dei  gelsi.  I  cambi  apportavano  ai  fioren- 
tini un  profitto  non  inferiore  a  quello  delle  ma- 
nifatture^ ma  siccome  in  questo  genere  di  merca- 
tura, dove  è  maggiore  il  prodotto,  è  anche  mag- 
giore il  pericolo,  così  allorché  Filippo  II  con  quel 
decreto  fatale, che  lo  dichiarava  fallito,  revocò  le 
assegnazioni  fatte  per  sodisfare  agli  imprestiti, 
produsse  in  Firenze  la  costernazione  e  sconcertò 
aflatto  la  mercatura.  Le  case  fiorentine  vi  falliro- 
no per  qualche  milione,  e  tutti  i  mercanti  dì  Fi- 
renze e  di  Pisa  risentirono  di  questo  male.  Si 
sparsero  nel  1696  per  la  città  dei  libelli  e  delle 
lamentazioni  contro  la  mala  fede  del  re,  e  Tarti- 
fizio  dei  genovesi,  i  quali  comunemente  credevasl 
che  avessero  contribuito  in  gran  parte  a  questa 
calamità.  Il  commercio  cogli  inglesi  e  con  gli  o- 
landesi  indennizzò  la  Toscana  di  queste  perdite: 
essi  furono  che  insegnarono  la  mercatura  di  con- 
trabbando in  America,  e  ispirarono  nei  toscani 
ardire  d''intraprendere  le  lunghe  navigazioni.  La 
segreta  intelligenza  del  granduca  colla  regina  E- 
iisabetla  e  col   conte  Maurizio  di  JXazzau  giovò 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  ^^y 

non  poco  ad  accrescere  la  buona  corrispoiideuza 
con  queste  nazioni  (19). 

g.  16.  Molli  fiorentini  viaggiarono  alle  Indie 
e  in  4merica,  trasportando  in  Toscana  le  più  rare 
produzioni  di  quelle  contrade,  e  Francesco  Car- 
letti,  che  avea  fatto  il  giro  del  globo,vi  portò  fuso 
della  cioccolata  dal  Messico.  Questa  più  facile  co- 
municazione colle  nazioni  giovò  a  moltiplicare  le 
arti,  e  a  perfezionar  quelle  che  già  vifrrano.  Dove- 
vasi al  granduca  Francesco  Tintroduzione  di  molte 
arti  ignote  in  Toscana,  delle  quali  alcune  come 
di  lusso  si  lenevan  celate  pernierà  vanità  agli  or- 
chi del  pubblico.  Ferdinando,  appena  assunto  al 
trono.,  pensò  nel  i588  di  riunirle  tutte  insieme 
nella  galleria,  con  oggetto  che  servissero  an«'-he  al 
pubblico,  e  potessero  propagarsi   pel  grand'icato. 
Deputò  per  soprintendere  alle  medesime  un  sog- 
getto di  raro  merito,  al  di  cui  buon  gusto  mollo 
lieve  la  Toscana  perii  raffinamento  delle  belle  arti, 
e   Firenze  per  il  suo  maggiore  ornalo.  Fu  questi 
Emilio  de'Gavalieri  gentiluomo  romano,  a  cui  fu 
data  la  generale  ispezione  sopra   tutti  i  gioiellieri, 
intagliatori,  tornitori,  oriolai,  cosmògrafi,  orefici, 
miniatori,  giardinieri,  distillatori,  scultori,  pittori, 
artefici  di  porcellane  e  di  cristalli,  stipendiati  dal- 
la corte,  eccettuandone  però  Pinsigne  Gian  Bolo- 
gna, il  gioielliere  Giacomo  Billivelt  e  Paolo  Pa- 
luzzelli   romano,  che  dirigeva  la  musica.  Si  este- 
sero le  premure  del  Cavalieri  a  promuovere  le  arti 
pel  granducato,  e  si  videro   erigere  in  Pisa  nuove 
fabbriche*!  nuove  manifatture,  invitando  per  ogni 
parte  gli  artefici  per  eseguirle:  prosperavano  esse 


^68  COSTUMI 

talmente,  che  nel  1594  si  credette  in  Toscana  di 
non  aver  più  bisogno  di  manifatture  estere  (20). 
J.  ly.  La  sicurezza  e  la  facilità  nel  commer- 
cio avevano  chiamato  in  Livorno  una  numerosa 
popolazione  da  molte  nazioni.  Quel  porto  diven- 
ne la  patria  di  tutti,  e  il  di  lui  commercio  non  fu 
utile  ai  nazionali,  se  non  tanto,  quanto  si  asso- 
ciavano cogli  esteri.  Qualunque  però  si  fosse  lo 
evento,  fu  considerato  vantaggioso  pel  granduca- 
to Tavere  un  porto  di  tanto  concorso,  e  non  si 
omesse  diligenza  veruna  per  attirarvi  la  popola- 
zione ed  i  mercanti.  Nelle  guerre  fra  Tlnghilter- 
ra  e  la  Spagna  il  granduca  Ferdinando  I  avea  sa- 
{)Uto  attrarvi  con  certe  condizioni  molti  corsari 
inglesi,  che  ricchi  delle  prede  già  falle  v'istitui- 
rono la  mercatura.  Cosimo  II  seguitando  le  trac- 
ce del  padre  ne  raccolse  molti  più,  non  obbligan- 
doli ad  altre  condizioni  che  di  osservare  le  sue 
leggi  e  non  andare  in  corso  contro  i  cristiani.  Seb- 
bene sussistessero  ancora  le  fiere  introdotte  in 
Pisa  con  tanta  premura  dal  granduca  Ferdinando 
L  nondimeno  il  commercio  erasi  tutto  trasferito 
a  Livorno.  I  privilegi  che  si  godevano  in  queste 
due  città  per  l'introduzione  delle  merci  estranee, 
facevano  che  si  tenesse  una  barriera  per  impe- 
dire la  comunicazione  ed  il  passaggio  alla  capi- 
tale. La  libera  introduzione  dei  panni  forestieri 
in  Pisa  ed  in  Livorno  fu  sempre  Toggetto  delle 
querele  dei  fiorentini,  non  meno  che  il  corso  del- 
le galere.  Il  granduca  Ferdinando  II  per  quanto 
fosse  tenace  conservatore  degli  stabilimenti  dei 
suoi  antecessori,  astretto  dalle  istanze  del  pub- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  769 

hlico,  restò  perplesso  per  secondarlo.  Il  passo  più 
difficile  era  quello  di  rendere  inutile  la  sua  ma- 
rina, cli''egli  avea  messa  nuovamente  in  vigore, 
resa  rispettabile  e  fatta  temere  in  Levante.  Nel 
i632  esaminato  questo  punto  co*suoi  consiglieri, 
comprese  bene  ,  che  qualunque  trattato  di  pace 
egli  avesse  stabilito  con  i  turchi,  lo  smercio  dei 
panni  fiorentini  non  avrebbero  profittato  molto 
in  Levante,  dove  ormai  altre  nazioni  si  erano  im- 
padronite già  della  mercatura,  ma  credeva  non- 
dimeno  espediente  il  dare  al  popolo  che  fremeva 
qualche    dimostrazione  di  compiacenza. 

§.  18.  Teneva  ordinariamente  il  granduca  ar- 
mate sei  galere  e  due  galeazze,  e  questo  arma- 
mento importava  ogni  anno  al  suo  erario  duecen- 
mila  ducati.  Le  prede  indennizzavano  qualche  vol- 
ta una   parte  di  questa  somma;  più  per  altro  si 
apprezzava  il  vantaggio  di  tener  lontani  i  corsari 
dalle  proprie  coste,  e  giovare  ai  vicini  con  tener 
netto  il  IVIedilerraneo  dai  barbareschi  (21).  Ces- 
sata per  la  morte  di  Ferdinando  l  la  mercatura 
privata  della    casa  Medici,  non  cessò  per  questo 
il  fasto,  non  si  riformarono    le  spese,  che  anzi 
Cosimo  II, ricco  dei  tesori   del  padre,  costituì  la 
corte  in  un  sistema  più  grandioso  e  magnifico  dei 
suoi  antecessori.  Le  manifatture  di  lana,  che  da 
prima  facevano  la  ricchezza  di  Toscana,erano  de- 
cadute,mentre  altrove  fiorivano;  l'Inghilterra  po- 
neva in  opera  le  sue  belle  lane,  e  trasportava  dap- 
pertutto i  suoi  panni;  lo  slesso  facevano  la  Spa- 
gna, la  Francia,  POIanda,  dopo  averne  perfezio- 
nata lartC;  la  quale,  benché  nata  in  Italia,  piul- 


760  COSTUMI 

tosto  che  farvi  ulteriori  progressi,  pareva  quasi 
obliata.  Fra  quelle  nazioni  una  lai  manifattura  era 
nello  stato  del  suo  vigore,  perrhè  Pabbondante 
prodotto  delle  lane,  la  facilità  del  commercio,  e 
Topportunità  delle  leggi  la  favorivano.  In  Tosra- 
na  languiva,  perchè  era  in  uno  stato  di  violenza: 
una  nazione  che  perde  il  suo  commercio  al  di 
fuori,  deve  persuadersi  che  a  proporzione  di  que- 
sta perdita  devono  mancare  ancora  le  arti  che  Io 
sostenevano. 

g.  19.  I  fiorentini  benché  convinti  di  non 
essere  più  nazione  commerciante,  vollero  soste- 
nere nondimeno  nella  città  questa  manifattura 
in  proporzione  maggiore  di  quello  che  lor  con- 
venisse, perchè  formava  la  sussistenza  di  molti: 
credevano  che  quelle  leggi  che  T  avevano  fatta 
fiorire  quando  grìnglesi  e  gli  spagnuoli  non  sa- 
pevano profittare  delle  lor  lane,  dovessero  esser 
opportune  ed  efficaci ,  mentre  tutta  Tltalia  era 
inondata  dei  loro  panni.  Perciò  secondo  le  anti- 
che massime  si  raddoppiarono  i  rigori  delle  proi- 
bizioni di  introdurre  dei  panni  forestieri  nel  gran- 
ducato, si  posero  in  vigore  le  antiche  cautele  e 
regolamenti  tanto  per  fabbricare  che  per  vendere 
i  panni,  e  si  rinnovarono  nel  1669  le  odiose  di- 
slin^ioni  tra  città  e  contado,  sulla  qualità  delle 
lane  da  lavorarsi.  I  troppi  vincoli  che  legavano  la 
manifattura  in  provincia,opprimevanorindustria5 
le  troppe  leggi  ed  il  soverchio  furore  la  facevano 
languire  nella  capitale:  nel  1662,  si  corressero  gli 
errori  della  legge  del  1669^  ma  ciò  non  impedì 
che   quest'  arte  sostenuta  per  borsa  decadesse, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  76  I 

ancor  da  vantaggio.  Poco  diverse  furono  le  circo- 
stanze della  manifattura  di  seta,  la  quale  risi  re  Ita 
da  tanti  vincoli  ,  e  avviluppala  da  tante  cautele 
languiva  ad  onta  della  celerità  della  sua  per- 
fezione. Le  coltivazioni  dei  gelsi,  che  i  granducbi 
Francesco  e  Ferdinando  I  avean  propagate  con 
tante  leggi  e  con  tante  premure,  non  avean  fatto 
que'  progressi  che  promettevano  nel  loro  princi- 
pio, ma  nondimeno  non  era  indifferente  il  van- 
taggio che  ne  resultava,  poiché  nel  1610  la  drap- 
peria di  Toscana  fabbricavasi  con  i  tre  quarli  di 
seta  estera,  e  nel  j65o  si  era  fabbricata  per  due 
terzi  con  seta  raccolta  nel  granducato.  Con  tuttd 
ciò  nel  corso  di  40  anni  trovavasi  diminuita  non 
poco  la  fabbricazione  dei  drappi,  e  molti  mani- 
fattori di  sela,  e  molti  lanaioli,  mentre  il  com- 
mercio ne  resfava  interrotto,  erano  a  caricodello 
stato.  Dopo  il  i65o  accrebbero  inaspettatamente 
le  manifatture,  e  lo  smercio  per  opera  degringle- 
si,  e  fu  nel  i65i  che  si  proibì  ai  tessitori  il  por- 
tar Parte  fuori  di  stato  sotto  pena  della  vita,  e  con 
poter  essere  impunemente  ammazzati  da  qualsi- 
voglia persona.  Ma  nel  i663  riflettendo  il  parla- 
mento  alle  proibizioni  veglianli  in  Toscana  con- 
tro i  panni  ed  altre  manifatture  d'Inghilterra,  in- 
terruppe con  suo  decreto  il  corso  a  questo  genere 
dì  mercatura,  in  tempo  appunto  che  appariva  nel 
maggior  suo  vigore  (22). 

§.20.  \i  tempi  di  Cosimo  III  tulio  il  commer- 
cio della  Toscana  riducevasi  unicamente  alla  città 
di  Livorno,  dove  le  guerre  del  Mediterraneo  e  la 
franchigia  del  porlo  aveaiio  attiralo  li  concorso  di 


762  COSTUMI 

lutle  le  nazioni.  I  forestieri  eran  quelli  f-he  vJ 
esercitavano  il  commercio  per  la  maggior  part^*, 
ad  onta  di  4*^  capi  d''imposizione  che  ne  impedi- 
vano i  progressi.  Ciò,  piuttosto  che  incontrare  il 
favore  e  la  prolezione  del  governo,  risvegliò  la 
emulazione  dei  fiorentini,  i  quali  indus9ero  Co- 
simo III  a  snervare  quella  piazza  dalla  mercatura 
dei  cambi  per  Venezia  e  Besanzone,  con  trasferirli 
a  Firenze  per  averne  loro  tutto  il  profitto.  Questa 
bizzarra  legge  del  i683  somministra  una  giusta 
idea  delle  massime  allora  dominanti  e  della  scar- 
sa cognizione  che  il  granduca  e  i  suoi  ministri 
avevano  della  pubblica  economia.  Sebben  fosse 
assai  lieve  la  durata  di  questa  legge,produsse  non- 
dimeno molli  disordini  che  sconcertarono  il  com- 
mercio di  quella  piazza.  Tutto  parea  che  contri- 
buisse a  rendere  il  regno  di  Cosimo  IH  memora- 
bile per  le  calamità,  e  farlo  il  periodo  della  deca- 
denza della  Toscana  (a3):  non  ostante  che  il  dì 
lui  figlio  Giovan  Gastone  facesse  degli  sforzi  per 
riattivare  il  commercio,  pure  alla  di  lui  morte 
non  aveva  molto  progredito,  essendo  restato  qua- 
si nel  grado  che  Taveva  lasciato  il  suo  genitore. 

g.  ai.  Vedemmo  già  nelP epoca  antecedente 
quanto  il  denaro  fosse  necessario  al  commercio, 
per  cui  molte  città  toscane  battevano  moneta. 
Ora  salito  al  trono  Alessandro  de'Medici  I  duca 
di  Toscana,  tutte  le  città  sottoposte  a  Firenze  do- 
vettero tralasciare  di  batterle,  e  servirsi  di  quelle 
coniale  nella  capitale,giacchè  essendo  esse  sotto- 
poste, perduto  aveano  ogni  potere  e  privilegio. 
Solo  Siena,  ch'era  ancora  rimasta  libera,  segui- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PAETE  TU.  76$ 

tava  a  battere  e  spendere  la  moneta  (a)  che  usata 
aveva  nei  tempi  repubblicani,  ma  presa  che  fu  da 
Cosimo  I,  ancor  essa  dovette  uniformarsi  a  spen- 
der quella  ch'egli  avea  promulgata  pel  resto  del 
granducato.  Tre  anni  dopo  che  fu  presa  Firenze, 
cioè  nel  i533,  il  senato  fiorentino,  ad  imitazione 
delle  altre  potenze  d'Ilalia,  coniò  gli  scudi  d'oro, 
che  valevano  lire  sette  e  soldi  quattro,  colPanne 
d''Alessandro  de" Medici  da  una  parte,  ed  una  croce 
con  4  anella  ed  epigrafe  attorno  dalia  altra;  in 
commercio  per  altro  era  del  valore  di  sette  lire  e 
mezzo.  Questa  moneta  valeva  in  costo  quanto 
Tallra  detta  fiorino  d'oro,  che  noi  dicemmo  essere 
alla  fine  della  repubblica  del  valore  di  lire  selle, 
g.  aa.  Grande  fu  la  varietà  delle  monete  co- 
niate sotto  il  governo  de'  Medici,  ma  noi  ci  li- 
miteremo solo  a  trattar  di  quelle  che  son  giunte 
tino  a  noi,  e  riportarne  alcune  spettanti  ad  ogni 
principe  mediceo,  le  quali  variarono  in  qualche 
modo  d  impronta,  ma  il  valore  fu  quasi  sempre 
lo  stesso.  Oltre  al  nominato  scudo  d'oro  sotto  il 
regno  del  duca  Alessandro  fu  coniato  anche  il 
testone  d'  argento,  chiamato  di  tre  barili,  cioè 
tre  paoli,  o  lire  due,  perchè  la  gabella  del  vino 
eia  allora  di  un  paolo  il  barile.  Esisteva  pure  una 
simile  moneta  d'oro  (b),  colTepigrafe  ALEXAN- 
DER M.  R.  P.  FLOKEN.DUX.ecol  busto  da  una 
parte,  e  dalPalIra  l'epigrafe  S.  COSMUS  S.  DA- 
MIANI US,  e  i  due  saliti  in  piedi  prolettori  di  Ale»-' 

(a)  Ved.  tav.  LXXVI,  N.  7. 
Q))  Ved.   Uv.  XCIV,  ^.  5. 


^64  COSTUMI 

Sandro,  come  Io  erano  di  Cosimo  Padre  delln  pa- 
tria suo  antenato  (24).  II  giallo  d'argento  o  sia 
barile  che  valeva  tredici  soldi  e  quattro  piccioli, 
ed  ii  mezzo  giulio  del  valore  di  soldi  sei  e  piccioli 
otto,  furono  coniati  in  tempo  che  regnava  il  du- 
ca A^lessaudro. 

§.  a3.  Cosimo  I  introdusse  la  piastra  d'oro  («), 
del  valore  di  lire  settanladue,  equivalenti  a  dieci 
scudi  d'oro,  ove  da  una  parte  era  il  suo  ritratto  e 
la  leggenda  COSMUS  MED.  MAGNUS  DUX  E- 
1  Rl!RL4E,e  dall'altra  Timpronta  di  s-Giov.Batt.in 
piedi  e  TepigrafeS.  IO  AM'ES  BAPTIST  A  i5:u; 
la  mezza  piastra  d**  oro  di  scudi  cinque^  lo  scudo 
d'oro,ossia  mezza  doppia  del  valore  di  lire  undici  e 
mezzu^  la  piastra  d"'argento  del  valore  di  lire  sette 
colla  effige  del  sovrano,  e  colla  figura  intiera  di  s. 
Giovan  Batiiata  in  atto  di  predicare^ la  mezza  pia- 
stra dilire  tre  e  soldi  dieci  colla  stessa  impronta, 
e  lo  stellino  d'argento,  così  detto  per  esservi  stata 
improntata  una  stella  dietro  Teffige  del  principe, 
il  cui  valore  era  di  lire  due  e  soldi  tre.  Questa 
moneta  servi  per  restituire  ai  genovesi  una  gros- 
sa somma  di  denaro  che  il  granduca  avea  chiesta 
a  cambio,  ed  il  ricrescimento  dei  tre  soldi  più 
del  testone  fu  destinato  a  pagare  il  frutto  che  i 
genovesi  avean  rigettato.  Quella  lira  che  ai  tem- 
pi repubblicani  non  era  che  ideale,  ora  sotto  Co- 
simo I  divenne  effettiva,  poiché  la  fece  coniare 
colla  di  lui  effige  da  una  parte,e  col  giudizio  uni- 
versale dalPalfra,  del  valore  di  soldi  venti.  Fu- 

(a)  Ved.  tav.  CXL,  N.   2.,  f  w.^ 


DEI  TEMPI  Medicei  parte  vit.  yGB 

roti  pure  coniali  sollo  Cosimo  I  la  crazia  colla 
impronta  di  s.  Giovanni  da  una  parte,  e  nel  ro- 
vescio lo  stemma  ducale,  del  valore  di  soldi  uno 
e  otio  piccioli*  il  soldo  coirarme  dei  Medici  e  col- 
la croce  della  religione  di  s.  Stefano-,  il  quattri- 
no con  s.  Giovanni  Battista  e  collo  stemma  du- 
cale, ed  alcune  volle  con  sigle^  il  picciolo  collo 
stemma  ducale,  e  colla  testa  di  s.  Giovanni  Bat- 
tista. Francesco  I  non  coniò  queste  piccole  mo- 
nete, raa  solo  introdusse  la  doppia  d'oro  (a)  col 
suo  ritratto  e  Tepigrafe  FBANC.31ED.  !VIàG.DUX 
ETRURUE  li  i582.  da  una  parte,  e  dalP  altra 
la  Santissima  Nunziata  e  la  leggenda  ECCE  AR- 
GILLA. DOMIÌNI,  il  cui  valore  era  di  lire  ventitre. 
g.  24- 1"  "'^^  piastra  d'oro  del  valore  di  scudi  5 
d-'oro  colla  leggenda  FERDIN.INDUS  >IED.  MÀG. 
DUX  E  rBlJRl\E  III  (b)  vie  rappresentato  Ferdi- 
nando I  colTabito  di  ferro  da  una  parte,  e  dalPaltra 
FIUUS  MEUS  DILECTUS  ioga  colla  impronta 
di  s.  Giov.  Battista  in  piedi,  che  battezza  Gesù  Cri- 
sto. Fu  battuta  questa  moneta  sopra  al  conio  del- 
la piastra  d'argento,  com'era  stato  fatto  da' suoi 
antecessori.  Sotto  il  governo  di  questo  principe 
furonconiate  non  soltanto  le  crazie,  soldi  e  quat- 
trini giunti  fino  a  noi  con  alcune  variazioni  di{ 
impronta,  raa  fu  introdotta  la  moneta  chiamata 
tollero,  coH'inipronta  del  granduca  nella  parie 
antica,  nella  postica  Parme  medicea,  e  valeva  lire 
sei.  Fu  ancora  da  Cosimo  II  fatta  battere  la  pia- 


ta) Vcd.  tav.  XCIV,  N.  4. 

Ih)  Ved.   tav.  CXL,  N.  3.     //  J     'fu   .J»>f    .  , 

St.    2'osc.  Tom,  10.  ^5 


^66  •^'  COSTUMI 

strd  d''oro  (a),  serveatlosi  del  conio  di  quella  dì 
argento.  Nel  rovescio  v'era  firaproiila  di  Gesù 
Cristo  che  riceve  il  battesimo  da  s.  Giov.  Battista 
coirepigrafeFILIUSMEUSDlLECTLlS  i6io;e  nel 
dritto  si  vede  Cosimo  II  vestito  di  ferro  e  l'iscri- 
zione COSMUS II MAGN.  DUX E TRURIAE IIII. 
Mentre  imperava  questo  principe  si  vide  per  la 
prima  volta  in  Toscana  coniato  il  testone  colla 
iscrizione  scolpita  nella  grossezza  del  medesimo, 
e  composta  delle  seguenti  parole  HAS  NISI  PE- 
RITURAS  MIHI  ADIiMAT  KEMO.  La  piastra 
d'argento  da  me  riportata  alla  Tav.  XCIII  num. 
4,  porta  1  epigrafe  FERDINAND.  II MAGN.  DUX. 
ETRIIRIAE  ed  il  busto  di  Ferdinando  nella  parte 
anteriore,  e  nelP  esergo  si  legge  S.  IOANNES 
BAPTISTA  i6a3,  colla  di  lui  immagine  in  atto  di 
predicare.  Per  ordine  di  Ferdinando  II  fu  battuta 
una  moneta  detta  pezza  delia  rosa  coll'impron- 
la  di  due  piante  di  rose  da  una  parte,  e  collo 
slemma  mediceo  dall'altra  del  vi/lore  di  lire  cin- 
que e  soldi  quindici:  fu  pur  coniata  la  mezza  lira 
che  valeva  soldi  dieci. 

g.  a5.  Cosimo  III,  oltre  la  piastra  d'argento 
simile  a  quella  dei  suoi  antecessori,  ov'era  il  di 
lui  ritratto  (^),  col  vestito  di  ferro  da  una  parte  e 
s.  Giovanni  Battista  che  battezza  Gesù  Cristo  dal- 
l'altra, colle  leggende  C0S3IUS  III  D.  G.  MAGN. 
DUXETRURIAE  VI  1677  e  FILIUS  MEUS  DI- 
LECTUS,  fece  'coniare  per  comodo  dei  cambi 

(a)  Ved.  tav.  CXL,  N.  4. 
ih)  Ved.  tav.  LXXXI,  N.  5. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VII.  767 

e  della  mercatura  Io  zecchino  gigliato,  o  sia  fio- 
rino d'oro  (a)  da  tre  zecchini,  che  valeva  lire 
quaranta.  L'^epigrafe  di  questa  moneta  nella  parie 
antica  è  COSMUS  III  D.  G.  M.  DUX  ETRIT- 
RI\E  col  giglio  arme  di  Firenze,  e  nella  postica 
la  leggenda  S.  lOA^Ì^NES  BAPTIST  A.  1719  col 
santo  sedente.  Fu  sotto  Cosimo  III  coniato  il 
mezzo  grosso  con  s.  Giovanni  Battista  e  la  croce; 
la  mezza  crazia  col  giglio,  colle  due  sigle  IVI.  C 
colla  cifra  ^G  e  colla  corona  reale,  ed  il  duetto 
col  mediceo  stemma  e  colla  croce.  Giovan  Gastone 
ultimo  granduca  di  Toscana  della  famiglia  medi- 
cea non  fece  che  seguire  i  suoi  antecessori  nel 
batter  moneta  .  Io  riporlo  il  tollero  (b)  col  di 
lui  ritratto,  e  la  leggenda  I04N.  GAST.l.  D.  G. 
MAGN.  DUXETRURIAE  VII  1726  da  una^par^e 
e  la  iscrizione  ET  PATET  ETFAVET  FIDES 
colla  veduta  delPingresso  della  fortezza  vecchia 
di  Livorno  dalPaltra:  subito  che  incominciò  a  re- 
gnare Giovan  Gastone  fece  battere  questa  mone- 
ta d'argento  (aS). 

(a)  Ved.  tav.  LXXVII,  N.  10.* 
(6)  Ved.  tav.  CXL^  N.  5. 


NOTE 

(1)  ijallazzi,  Storia  del  Granducato  di  Toscana,  voi. 
I,  lib.  I,  cap.  IX.  (2)  Ivi.  (3)  Ferrini  ,  Compendio  Hi 
•tona  della  Toscana,  ep.  v,  J.  18.  (4)  Cantini^  Vita 


768  COSTUMI 

di  Cosimo  de'Medici  primo  granduca  dì  Toscana,  p* 
336.  (5)  Galluzzi  cil.  (6)  Cantini  cit.  p.  ZIO.  (1)  Ivi. 
(8)  Adriani,  Storia  dei  suoi  tempi,  voi.  vi,  Hb.  xvii, 
cap.  I.  (9)  Galluzzi  cit.  (10)  RidolG  e  Tartini,  Noti- 
zie e  guida  di  Firenze,  cap.  ni.  (11  )  Galluzzi  citato. 
(12)  Ivi.  (13)  Ivi,  lib.  IV,  cap.  x.  (14)  Ivi.  (15)  Ivi, 
lib.  V,  cap.  XIII.  (16)  Ivi.  (i:)Ivi.  (18)  Ivi.  (19)  Ivi. 
(20)  Ivi.  (21)  Ivi,  lib.  VI,  cap.  xi.  (22)  Ivi,  lib.  vìi, 
cap.  IX.  (23)  Ivi  ,  cap,  v.  (24)  Orsini  ,  Storia  delle 
monete  dei  granduchi  di  Toscana  della  casa  Medici^ 
tav.  I,  jnum.  3.  (25)  Orsini  cit.  e  Giarrè,  Aritmeti- 
ca teorico-pratica  ,  tom.  iii,  voi.  u,  p.  186-195. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  769 

PARTE  OTTAVA 

ARTI 


g.  i.V^uando  Cosimo  I  de'Medici  salì  al  Irono 
della  Toscana,  le  belle  arti  si  trovarono  disperse 
e  sbandate  per  le  sofferte  calamità  di  questo  sta- 
to^ ma  per  altro  non  era  affatto  estinto  nella  pa- 
tria di  >IicheIangiolo  il  genio  cbe  egli  nveale  i- 
spiraf o,se  non  che  oppressi  gfingegni  dalle  comuni 
disavventure  languivano,  aspettando  con  impa- 
zienza chi  avesse  animo  di  sollevarle.  Trovaron 
per  altro  nel  nuovo  loro  sovrano  un  appoggio  dove 
sostenersi  ,  imperocché  tino  dai  primi  anni  del 
%uo  gov<'rno  favorì  e  protesse  le  belle  arti,  ed 
emulando  la  gloria  dei  suoi  antenati,  si  compia- 
ceva dell'opera  dei  più  valenti  artefici, che  subito'* 
procurò  d'impiegare  per  Pomato  dei  suoi  palaz- 
zi. Al  Tribolo  architetto  e  scultore  fu  data  h 
direzione  della  fabbrica  e  delizie  della  villa  di  Ca- 
stello. Avrebbe  il  duca  desiderato  di  potere  ot- 
tenere il  ritorno  di  IVIichelangioIo  da  Roma  a  Fi- 
renze, ma  la  fabbrica  di  s.  Pietro  da  lui  diretta 
e  le  premure  4j  Paolo  HI  glie  lo  impedirono;  ciò 
non  ostante  Cosimo  tornò  a  far  premure  ri  <|uello 

G5* 


yyo  COSTUMI 

esimio  artefice,  perchè  impalriasse  ,  offrendogli 
cariche, onori  e  ricompense  senza  limiti,  ma  tutto 
fu  vano.  Coetaneo  di  lìlichelangiolo  fu  Baccio  di 
Agnolo,  il  quale  fra  le  commissioni  ricevute  dai 
particolari  facoltosi  e  suoi  concittadini  ebbe  quel- 
la di  edificare  un  palazzo  sulla  piazza  di  s.  Gae- 
tano che  io  riporto  (a),  oggi  spettante  al  Priore 
Antiuori.  Dietro  le  disposizioni  del  duca  Cosimo 
s'intraprese  nel  i546  la  fabbrica  della  loggia  dei 
mercanti  in  Mercato  nuovo  col  disegno  di  Ber- 
nardo Tozzo.  Nel  tempo  slesso  fu  proseguita  Tin- 
terrolta  fabbrica  della  libreria  di  s.  Lorenzo  inco- 
minciata già  da  Clemente  VII,  ampliata  la  villa 
del  Poggio  a  Calano,  e  furono  fabbricati  parchi, 
Y/ali,  acquidotli,  fontane,  e  quanto  altro  accre- 
scer ne  poteva  le  delizie.  Avendo  poi  Cosimo  com- 
prato da  Benetlo  Pitti  il  suo  palazzo  (^),  che  ri- 
tiene tutl''ora  il  nome  di  quella  famiglia,  edificato 
con  molla  magnificenza  da  Luca  Pitti,  quivi  de- 
terminò di  trasferire  la  sua  residenza,  e  decorarla 
non  solo  colla  magnificenza  dell'editìzio,  ma  con 
l'eleganza  ancora  degli  ornali  (i). 

g.  a.  A  tal  efl'etto  fino  dal  i549  pose  mano, il 
duca  a  formarvi  l'impianto  del  più  grande  giardino 
che  allora  si  conoscesse  fra  le  mura  di  una  città. 
Hel  !55o  già  si  facevano  le  fosse  per  piantarvi 
lecci  ,  allori,  cipressi,  lentischi  ed  altre  piante 
indigene  perennemente  verdeggianti,  prevedendo 
che  se  non  perdevano  la  foglia  nelPinverno,  a- 

(a)  Ved.  tav.  CXLI,  N.  1. 

(b)  Ved.   tav.   CV,  N.  T. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  vili.  771 

Trebberò  mostrato  Taspetlo  di  una  primavera  per- 
petua. Due  furono  gli  arcbitelli  cb**  ebbero  parto 
airinconiinciamenlodi  esso.  ?Ìiccolò  Braccini  det- 
to il  Tribolo  che  ne  fece  lo  spartimenlo  (a),  mor- 
to il  quale  gli  succedette  neirincarico  Bernardo 
Piuonlalenli  (3).  Nella  esecuzione  ebbero  in  animo 
questi  valenTuoraini  di  procurare  al  monarca  un 
delizioso  e  magnifico  spazio,  che  isolasse  il  pa- 
lazzo da  ogni  altra  fabbrica,  per  lo  che  si  atter- 
rarono le  case  ed  i  borghi  per  tulio  il  suolo  ch'era 
da  occuparsi  pel  giardino.  Destinarono  quindi  la 
pendice  ch'è  di  prospetto  a  questa  reggia  a  far  di 
se  splendida  mostra  e  spettacolosa  al  suo  signore. 
A  tal'  effetto,  olire  vari  abbellimenli  vi  costrui- 
rono quel  recinto,  che  ora  dicesi  Tanfiteatro,  reo- 
dendo  con  quest'annesso  più  vasta  la  fabbrica  del 
palazzo,  quasi  ne  fosse  una  continuazione,  men- 
tre dà  al  giardino  un  maestoso  principio.  Nò  que- 
sto edilizio  è  di  semplice  mostra,  ma  d''uso  anco- 
ra a  dar  feste  e  spettacoli,  come  vi  si  videro  in 
varie  occasioni  (4) .  ^'>^.->  a 

§.  3.  Il  Vasari  ebbe  gran  nome  fra  gli  architet- 
ti che  operavano  per  ordine  di  Cosimo  I,  avendo 
ottenuto  da  si  magnanimo  principe  Toidine  di 
rimodernare  e  magnificamente  am[)liare  quella 
parte  del  palazzo  vecchio  (a)  che  volta  verso  la 
piazza  del  Granduca.  È  opera  del  Vasari  anche  la 
gran  sala  di  esso^  lavoro  veramente  maestoso  ed 
ammirabile:  è  pur  suo  disegno  il  inaguifico  fab- 


(fl)  Vcd.  lav.  CJ^VI,  N.  5. 


yyn  COSTUMI 

bricato  detto  degli  Uffizi  (a)^  dove  non'soìó  i  ma- 
gistrati tutti  dì  Firenze  coi  loro  ministri  ciascu- 
no nelle  proprie  stanze  e  quartieri  dovea  risie- 
dere, ma  lo  stesso  sovrano  vi  doveva  aver  luogo, 
venendoci  dal  suo  palazzo  de'Pitti  per  un  corri- 
dore che  misura  mezzo  miglio,  congiungendo  così 
i  due  palazzi  reali.  Col  disegno  parimente  del  Va- 
sari furon  fatti  in  Pisa  la  chiesa  e  I  palazzo  dei 
cavalieri  di  s.  Stefano  (^)^il  loggiato  simile  a  quel 
degli  Uffizi  di  Firenze  ch'esiste  nella  piazza  gran- 
de di  Arezzo  (5)*,  finalmente  nella  maggior  parte 
delle  cose  appartenenti  al  disegno  ordinate  da 
Cosimo  1  vi  si  vede  impiegata  l'opera  del  Vasa- 
ri (6).  Il  suo  migliore  edifizio  è  quello  peraltro 
degli  Uffizi  or  accennalo,  per  quanto  sembri  un 
poco  troppo  grave  negli  ornati  e  modanature:  es- 
so ebbe  principio  nel  i56o,  ma  con  grandissimo 
danno  di  molti  artigiani  e  cittadini  che  vi  aveva- 
no belle  case  e  botteghe,  poiché  ne  gettarono  a 
terra  3oo  con  mormorio  di  tutti  (7).  Il  Milizia  lo 
addebita  di  non  esser  penetralo  nel  bello  delPar- 
chiteltura  (8). 

g.  4«  L'Ammannato  fu  pure  ingegnere  del  prin- 
cipe, e  per  di  lui  ordine  terminò  il  palazzo  dei 
Pitti,  e  dette  il  disegno  del  cortile  (e)  a  tre  ordi- 
ni di  logge  con  colonne  doriche,  ioniche  e  corin- 
tie^ ma  esse  colonne  sono  incrostate  nel  muro 
per  la  metà  del  loro  diametro,  e  quel  ch'è  men 

(a)  Ved.  tav.   CXLIII,  N.  1. 

(6)  Ivi,  N,   2. 

(e)  Ved.  tav.  CXLIV,  N.   1. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vtll.  77S 

lodevole  son  bugnale.  Nel  fondo  del  cortile  vi  co- 
struì una  grotta  magnifica  di  figura  ovale,  che  io 
descrissi  minutamente  nella  guida  del  palazzo  Pit« 
ti.  Il  palazzo  ducale  di  Lucca  (a),che  prima  serviva 
alla  residenza  della  Signoria.fu  ideato  nel  1578  da 
questo  celebre  artista,  e  fu  da  esso  condotto  dal 
portico  verso  mezzogiorno  fino  a  tutto  il  portone 
che  serve  ora  d'ingresso,  il  resto  sulla  piazza  ed 
il  fianco  dal  lato  del  settentrione  furon  fatti  nel 
1729  e  anni  successivi  da  un  certo  Francesco  Pi* 
ni  patrizio  lucchese,  il  quale  tenne  dietro  in  ciò, 
sebbene  con  qualche  variazione,  al  disegno  del- 
l^Ammannato  (9}.  Lachiesa  e  convento  di  s.  Gio- 
Tannino  di  Firenze  edificati  furono  nel  1679  ^^^ 
disegno  dello  stesso  Ammannato.  La  facciata  della 
chiesa  che  io  qui  mostro  (b)  è  di  pietra  regolare 
e  viene  mollo  stimata^  farchitettura  dell'inferno 
del  tempio  è  d*'ordine  ionico  (  1  o).  Il  suo  ponte  a  s* 
Trinità  {e)  passa  pel  più  bello  deirarchiletlura 
moderna  pel  suo  ardire  e  per  la  sua  h^ggerez- 
ea  (  1 1).  Vi  fu  in  quel  tempo  anche  il  Buoutalenti 
rinomato  architetto  che  servì  alla  corte  dei  gran- 
duchi  Cosimo,  Francesco  a  Ferdinando.  Il  di  lui 
gusto  nelfarchitettura  può  dirsi  fiorentino,  al- 
men  di  quei  tempi:  grandiosilà  nel  tulio  insie- 
me e  piccolezza  capricciosa  nei  dettagli  dove  si 
•fogo  a  sazietà,  ma  non  si  lasciò  mai  trasportare  al 
barocco  borrominesco,  talché  i  suoi  capricci  soa  : 

1 

(a)  Ved.  tav.  CV,  N.  2. 

(b)  Ved.  tav.   CXU,  N.   2. 
(e)  Ved.  lav.  CXUV,  N.   2. 


774  COSTUMI 

per  rocchio  del  volgo  graziosi  ornamenti.  Le  sue 
opere  son  molte  in  Firenze:  il  palazzo  delle  RR. 
guardie  nobili  dello  il  casino,  ed  altri  palazzi  in 
via  larga  ed  altrove:  la  R.  Gallerìa  e  varie  fabbri- 
che in  Siena  ed  in  Pisa  e  la  facciala  della  chiesa 
di  s.  Trinità:  operò  pure  per  le  ville  ducali^  e  nel 
l*4mbrogiana  che  io  riporto  (a)  si  può  credere 
eh"'  egli  vi  avesse  mano,  se  giudicar  se  ne  de- 
ve dalla  maniera  degli  ornati  che  rabbelliscono 
esternamente  ed  internamente.  Questo  palazzo 
fu  edificalo  per  la  massima  parte  da  Ferdinando 
I  ad  uso  di  villa  pei  sovrani  di  Toscana  (la).  In 
architettura  militare  il  Buontalenti  fece  in  Firen- 
ze la  fortezza  di  Belvedere,  nell'isola  dell'Elba 
Portoferraio  ed  altre  fortificazioni  a  Livorno,  a 
Pisa,  a  Grosseto,  a  Prato  (i3),  a  Pistoia  (i4)  ed 
altrove.  La  fortezza  o  castello  s.  Giovanni  in  Sie- 
na composta  di  quattro  bastioni  con  entro  due 
caserme  e  chiesa  dedicata  a  s.  Barbera,fu  costrui- 
ta nel  i56i  per  ordine  di  Cosimo  I  (i5). 

g.  5.  Per  architettura  civile  non  spregevole 
artista  fu  Gherardo  Silvani,  il  quale  architettò  in 
Firenze  il  palazzo  Capponi  in  Via  larga,  il  palaz- 
zo Marucelli  ed  il  palazzo  Riccardi  in  Gualfonda, 
ch^è  degno  d'essere  abitato  da  un  monarca  ;  la 
villa  delle  Falle  a  Pistoia, e  il  palazzo  Inghirami  a 
Volterra.  IVIa  i  suoi  più  bei  monumenti  sono  la 
facciata  del  palazzo  Gianfigliazzi  e  la  chiesa  di  s. 
Francesco  di  Paola  fuori  di  Firenze.!  capricci  pe- 
raltro in  architettura,  ancorché  solamente  usati 

(a)  Ved.    lav.  CXUI,  N,  2. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  ^7^ 

dal  Buontalenti,furono  per  la  scuola  fiorentina  un 
male  contagioso  che  dilatandosi  divenne  più  fiero. 

g.  6.  Di  questo  morbo  fu  infettato  Giovanni 
de'Medici  famigerato  guerriero,  ed  appassionato 
architetto,  come  lo  dimostra  la  cappella  grande 
eretta  dielro  al  coro  della  basilica  di  s.  Lorenzo, 
la  quale  per  ordine  di  Ferdinando  I  fu  disegnala 
dal  preiodato  Giovanni  de'Dledici,  e  quindi  fab- 
bricata sotto  la  direzione  di  Matteo  Nigetti  archi- 
tetto fiorentino.  Con  quanta  generosità,  squisi- 
tezza e  preziosilà  di  materia  fosse  cominciata 
questa  gran  cappella  fino  dal  i6o4  e  poi  sempre 
continuala,  ben  lo  fa  ella  stessa  vedere  a  chiun- 
que si  porta  ad  ammirarla,  tr(»vandola  tutta  incro- 
stata di  pietre  dure  e  marmi  preziosissimi,  non 
senza  gran  quantità  di  gemme  e  di  bronzi  dorati. 
E  peraltro  assai  dispiacente  il  vedere  tanta  profu- 
sione di  lusso  nei  malerìali,  e  si  poco  gusto  nelle 
archiletloniche  forme  che  hanno  molto  del  Irito  e 
capriccioso.  L'occasione  per  cui  principiossi  que- 
sta cappella  è  il  tanto  decantato  desiderio  di  Fer- 
dinando I  di  collocarvi  il  santo  sepolcro  di  Gesù 
Crislo.  Fu  fallo  questo  lavoro  con  gran  calore  per 
tutto  il  regno  del  principe,  ma  poscia  si  rafi'red- 
dò,  e  rimase  in  quello  stato  in  cui  lo  vediamo.  Le 
spese  fatte  per  questa  R.  cappella  ascendevano  a 
tutio  l'anno  1722  a  due  milioni  e  settecentomila 
scudi,  e  secondo  le  fatte  perizie  vi  vuole  più  d'un 
loihoue  pel  suo  totale  compimento  (16). 

g.  7.  Di  gusto  non  molto  diverso  da  quel  dei 
menlovatì  architetti  moslrossi  Pietro  da  Cortona, 
che  iu  qualità  d'iugegueie  esegui  varie  fabbriche 


576  COSTUMI 

per  comando  di  Ferdinando  II.  Una  conferma  del 
gusto  per  troppi  ornamenti  archiletl  onici  pesante 
e  guasto  Tabbiamo  neiredilizio  della  chiesa  di  s. 
Gaetano,  della  quale  riporto  la  facciata  (a),  dove 
i  poco  fa  ricordati  artisti  bigetti  e  Medici  v'ebbe- 
ro mano  nel  1604.  Oltre  a  costoro  presedè  a  quel- 
la fabbrica,  senza  variare  il  disegno,  il  nominato 
Gherardo  Silvani,  prima  solo,  poi  colTaiulo  di 
Pier  Francesco  suo  figlio,  ma  non  sappiamo  che 
questi  due  ultimi  architetti  ritenessero  le  redini 
al  capriccio  che  vi  sfoggiava  in  modo  eminente^ 
e  rendeva  pesante  tutto  Pornato,  per  cui  venne 
a  costare  centoventimila  scudi^  spesa  che  quasi 
tutta  fu  appoggiata  al  cardinal  decano  Giovan 
Carlo  de'Medici,  onde  si  dice  che  in  adempimen- 
to di  qualche  suo  voto  facesse  fare  questa  fab- 
brica (17). 

g.  8.  D'allora  in  poi,  eccettuatigli  acquidolli 
di  Pisa  edificati  da  Ferdinando  I,  e  terminati  da 
Cosimo  II  suo  figlio,  non  ebbero  i  Medici  altre 
occasioni  d'inalzare  cospicui  editìzi,  dimodoché 
r  architettura  restò  stazionaria  per  non  essere 
esercitata  che  in  palazzi  non  magnifici  di  privatijin 
chiese  di  provincia  ed  in  case  di  poco  conto.  Fra 
questi  edifizi  primeggiano  i  palazzi  Gorì,  e  Ciaia 
di  Siena  colTinsigne  collegiata  detta'  la  iMadonna 
di  Proyenzano  ch'io  riporto (Z>).  Questa  chiesa  edi- 
ficata nel  1694  ha  la  facciata  di  libero  stile,  d'or- 
dine corintio  il  piano  inferiore,  e  composito  il 

(a)  Ved.  tav.  CXLT,  N.  1 . 
ib)  Ved.  tav.  GXLV,  N.  1. 


DEI  TEMPI  MEDICEI   PARTE   VlU,  777 

superiore.. L''esterno  di  essa  è  svelto  e  di  nobile 
«lateria  costrutto;  rinterno  ornato  di  grave  corin- 
tio ha  soltanto  di  grazioso  Ja  cupola  oltaxigolaredi 
libero  disegno  ancor  essa,  perchè  d'ordine  ionico 
pilastrata  sopra  il  corintio  (  i8).  Di  maggior  sem- 
plicità è  la  chiesa  di  S.  Maria  INuova  delta  del 
Calcinaio  (a)  nei  suburbi  di  Cortona,  edifizio 
al  quale  per  eleganza  e  pregio  archilellonico  ce- 
dono tutti  gli  altri  cortonesi>  Tra  le  fabbriche  di 
quella  città  è  da  ammirarsi  la  rocca  nel  [lunto  il 
più  eminente  del  poggio,  ricostruita  nnlptjccasio- 
ne  della  guerra  di  Siena  (19):  fabbrica  che  per  la 
sua  vastità  ed  aspetto  ricorda  a  chi  si  introduce 
nelle  di  lei  carceri  i  supplici  che  si  facevano  soflrire 
agli  individui  ch'erano  rei  o  tali  creduti  di  qualche 
delitto,  mentre  si  vedono  (utt^ora  degli  anelloni 
di  ferro  sospesi  sulle  volte  per  mezzo  dei  qua- 
li davansi  dei  tratti  di  corda  o  altri  tormenti  a 
quei  miseri  nei  tempi  bassi.  A.ssorbita  dalle  vo- 
ragini dette  le  balze  l'antica  chiesa  di  s.  Giusto 
presso  Volterra,  col  disegno  doirarchitetlo  Gio- 
vanni Coccapani,  eseguito  dal  suo  allievo  Ludo- 
vico Incontri  di  Volterra,  fu  nel  1627  colle  obla- 
zioni e  colle  opere  dei  fedeli  incominciata  la  fab- 
brica di  questo  maestoso  tempio  dedicato  a'^santi 
Giusto  e  Clemente, ed  il  vescovo  d'Arezzo  Bernar- 
do Inghirami  vi  ()ose  la  prima  pietra,  ed  il  vescovo 
di  Volterra  Alessandro  Galletti  uè  fece  la  consa- 
crazione nel  giugno  del  17/5.  (ììo)  E  grave  dan- 
no che  la  sua  facciata  esteriore  sia  lutt'ora  incom- 


(a)  Ved.  lav.  CXLV,  N.  2. 

Si.  Tose.   Tom.   10.  66 


77^  COSTUMI 

pietà  e  rustica, come  si  mostrano  alcune  delle  mi- 
gliori chiese  di  Firenze,  non  esclusa  la  cattedrale. 
L'interno  è  magnilìco  per  le  sue  proporzioni,  beri 
decorato  di  pietrame,  senza  che  questo  ne  renda 
pesante  la  parie  ornativa  .  La  di  lei  forma  è  a 
croce  latina,  ed  è  assai  svelta,  come  esser  soglio- 
no quelle  basiliche  edificate  intorno  ai  tempi  lon- 
gobardici. Il  p.  prof.  Giovanni  Fnghirami  mio  fra- 
tello Tanno  1809  delineò  in  questa  chiesa  la  se- 
zione del  meridiano  con  tutta  la  conosciuta  sua 
esattezza. 

g.  9.  Un  altro  tempio  di  non  minore  bellezza, 
e  fatto  con  pie  oblazioni  è  la  chiesa  della  Madon- 
na detta  di  s.  Biagio  nel  suburbio  di  Montepul- 
ciano. Questa  fu  la  miglior  opera  delTarchitetto 
Antonio  fratello  di  Giuliano  da  S.  Gallo,  che  ne 
fece  il  disegno  soHo  il  pontificalo  di  Leone  X,  e 
che  fu  poi  il  direttore  della  fabbrica  da  esso  due 
volte  Tanno  visitala.  Questo  tempio  tutto  di  tra- 
vertino lavoralo  ebbe  principio  nel  i5i8  e  termi- 
nato e  consacrato  nel  i^òy.  Antonio  da  s.  Gallo 
non  ebbe  di  questo  tempio  lavoro  che  meglio  po- 
tesse far  conoscere  la  sua  abilità^  né  editìzio  ar- 
chitettonico, dice  il  eh.  Repetli,  gli  si  polrebbe 
porre  a  confronto,  se  non  il  tempio  della  Madon- 
na delle  Carceri  a  Prato,  opera  sublime  del  suo 
fratello  Giuliano  (ai),  sebbene  a  mio  giudizio 
quella  di  s.  Biagio  resti  alquanto  pesante. 

g.  10.  Grande  era  in  Toscana  la  copia  degli 
scultori  che  meritarono  distinzione,  ed  ai  quali 
erano  commessi  grandiosi  lavori,  e  per  quanti 
ne  abbiamo  nell'altra  epoca  numerati  di  volo,  e 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PIRTE  vili.  779 

coetanei  e  successoridi  IVIichelangiolo,  ci  rimrine 
ancora  a  parlare  di  Benvenuto  Gellini,  di  Vin- 
cenzo Danti,  di  Bartolommeo  Aniraannati,  e  di 
Giovan  Bologna,  i  quali  furono  tra  i  primi  e  più 
grandi  ingegni  del  secolo,  oltre  quegli  altri  che 
formano  la  numerosa  turba  degli  artisti  minori. 
Il  Gellini  può  essere  segnalato  per  un  doppio 
e  distinto  oggetto  di  utilità  e  progresso  nelle 
arti,  giacché  oltre  le  sue  opere  preziose  di  scultura 
e  di  oritìcerìa,  egli  ci  ha  lasciati  diversi  scritti, 
parte  riguardanti  le  memorie  della  sua  vita,eccel- 
lenti  per  la  storia  dell'arte,  e  parte  opportuni  per 
le  teorie  dell'orefice  e  dello  scultore,  esposti 
in  due  trattali.  INon  potranno  mai  dolersi  abba- 
stanza le  arti  toscane  che  l'ingegno  di  molli  uo- 
mini, specialmente  nel  5oo  si  esercitasse  in  lavori 
di  preziose  materie  che  perirono  per  bisogno,  per 
avarizia,  o  per  ignoranza  di  quei  che  li  possede- 
vano. Le  opere  presso  che  tutte  di  Benvenuto  Gel- 
lini  possonsi  dire  mancate  pel  cumulo  infelice 
di  queste  cause.  Poco  più  ci  rimane  di  lui  nella 
Toscana,  che  la  bella  statua  del  Perseo  in  bronzo 
esistente  sotto  le  logge  dei  Lanzi  a  Firenze  (a), la 
quale  statua,  quantunque  racchiuda  molte  bellez- 
ze di  disegno  e  di  esecuzione,  nulla  ostante  per 
le  forme  date  al  Perseo,  non  corrisponde  per  in- 
tiero a  quell'idea  che  si  formarono  gli  antichi  de- 
gli eroi  divinizzati  e  del  carattere  di  questo  per- 
sonaggio, che  sembra  dover  essere  un  poco  più 
apollineo,  e  meno  erculeo  di  questo.  Ma  la  pom- 

(a)  Ved.  tav.  CXLVI,  N.  1. 


780  COSTUMI 

pa  dominante  nella  scuola  toscana  della  scien7.a 
anatomica,  colla  quale  il  gran  corifeo  di  questa 
scuola,  che  lutti  si  proposero  a  modello,  eccita- 
la a  disfida  tul tigli  artisti,  conduceva  facilmente 
a  questa  esagerata  maniera  di  muscoleggiare  le 
ligure,  e  d'imprimere  cosi  nelle  opere  di  scultura 
un  carattere  prevalente.  Ciò  che  pose  realmente 
il  Gellini  nel  primo  grado  fra  gli  orefici  smalta- 
tori, ed  i  lavoratori  di  medaglie  e  monete.,  fu  il 
gusto  finissimo  del  comporre  e  disegnare  in  pic- 
colo tali  cose,  che  non  potrebbero  esser  meglio 
eseguite  in  gran  dimenzione  (•2.2). 

g.  II.  Poco  mi  estendo  a  trattare  di  Vincenzo 
Danti  perchè  perugino  e  non  toscano  ,  ma  pur 
lavorò  molto  in  Toscana.  Fu  eccellente  fonditore 
e  scultore  men  celebrato  di  quel  che  merita  per 
le  opere  sue,  quantunque  pochissime,  e  mori  nel 
fiore  dell*  età.  Nato  egli  nel  i53o,  non  potette 
porsi  nella  scuola  del  Buonarroti,  se  non  quando 
quel  sommo  era  in  età  avanzata.  Nel  salone  di  pa- 
lazzo vecchio  vedesi  di  Vincenzo  Danti  una  vit- 
toria che  incatena  l'inganno,  giudicata  di  prima 
bellezza  per  la  morbida  sua  esecuzione  e  per  la 
sveltezza  delle  forme.  Si  scorge  in  quella  statua 
una  ricercata  vaghezza  di  atteggiai  mento,  qudsi- 
chè  a  disegno  si  fosse  quella  figura  collocata  in 
tal  modo  per  far  bella  mostra  delle  parli  del  corpo, 
e  sporgendo  il  bel  fianco,  e  mostrando  il  bel  tor- 
nito braccio,  e  ritirandocon  vezzo  studiato  la  de- 
stra, ed  il  collo  piegando  con  arte;  quella  statua  di 
donna  quauluque  bellissima,  disvela  lo  studio  ar- 
tificioso dello  scultore,  siccome  i  muscoli  in  trop- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  78  1 

p"'azione  fanno  una  pompa  soverchia  della  scienza 
anatomica  dal  Danti  conosciuta  a  profondità. 

g.  12.  Nella  media  parte  di  questo  secolo  tiorì 
Barlolommeo  àramannato  altro  abilissimo  scul- 
tore liorentino  che  diffuse  opere  di  suo  scalpello 
per  tutta  Italia,  avendo  avuta  la  fortuna  di  essere 
stato  adoprato  in  grandiosi  monumenti  di  sepol- 
cri, palazzi,  fontane  colossali  che  fecer  passare 
alla  posterità  il  suo  nome.  Il  Bandinelli  educollo 
in  Firenze  in  quest'arte,  e  il  Sansovino  in  Vene- 
zia. Tra  le  tante  sue  scullure  e  bizzarre  inven- 
zioni di  colossi  e  fontane,  rammenterò  qui  la  fi- 
gura che  rappresenta  il  monte  Appennino  alla  R. 
villa  di  Pratolino  (a),  la  cui  testa  è  praticabile 
per  molte  persone.  Anche  nella  piazza  del  gran- 
duca vi  si  vede,  di  suo  lavoro^  una  bella  fontana 
liccbissima  in  bronzi,  in  mezzo  della  quale  è  so- 
pra un  carro,  tratto  da  cavalli,  la  statua  di  Nettu- 
no, fatto  a  concorrenza  con  Benvenuto  Cellini, 
Vincenzo  Danti  e  Gio.  Bologna,  lavoro  che  toc- 
cò in  sorte  a  chi  forse  men  degli  altri  avealo  me- 
ritato. IVIa  la  repubblica  fiorentina  non  era  più 
imparzialmente  garante  del  vero  merito  degli  arti- 
sti, e  si  erano  dimenticate  le  forme  per  cui  fu 
aperto^  un  secolo  e  mezzo  prima  di  quest^epoca,il 
rinomato  concorso  delle  porte  di  s.  Giovanni.  Le 
decisioni  di  Cosimo  I  sostituironsi  alla  opinione 
generale,  e  dispensando  favori  e  rendendosi  ar- 
bitro del  talento,  andava  già  preparando  Panni- 
chilameulo  del  gusto,  e  lasciavane  funestissimi 


,^m\a)  Ved.  inv.  CXLV,  N.  3. 

66* 


«Sa  COSTUMI 

esempi  ai  suoi  successori.  Dei  qualtro  modelli  dei 
concorrenti,  ei  non  ne  volle  vedere  che  due,  ed 
anche  prima  di  veder  questi  era  nel  suo  animo 
la  prevenzione  per  quello  delPAmmannato,  sde- 
gnando di  onorare  per  tino  di  sua  presenza  quei 
del  Danti  e  del  Bologna  che  forse  aveva  imma- 
ginato il  migliore.  Il  modo  con  cui  è  trattato  il 
marmo  di  quel  colosso  annunzia  già  lo  slato  di 
prosperità  in  cui  e^ano  le  arti  per  le  pratiche  ec- 
cellenti, sicché  Tesecuzione  non  ave  a  nulla  da 
aggiungere^  ma  non  corrisponde  in  quesf  opera 
la  scienza  del  disegno  e  la  nobiltà  della  invenzione 
alle  altre  doti  che  vi  campeggiano  (aS).  Frattanto  si 
andò  molto  declinando  dallo  studio  delPantico,  e 
si  credette  che  quello  conducesse  a  troppa  sempli- 
cità, a  minore  effetto,  e  si  andò  introducendo  una 
certa  maniera  o  metodo  di  modellare  e  scolpire, 
pronto,  vivace,  ben  composto,  ma  non  spogliato 
d''a(fettazione  per  cqrcare  la  grazia,  non  privo  di 

esagera/ione  per  dimostrare  la  scienza  (i'4)' 

g.  i3.  Le  opere  di    Gio.  Bologna  son  quelle 

che  tendono  più  delle  altre  di  questo  secolo  a 
dimostrare  questa  verità.  Egli  dotato  di  bellissi- 
mo ingegno  partissi  dalle  Fiandre  OTe  era  nato,  e 
venne  da  giovinetto  in  Italia  tratto  dalla  vaghez- 
za di  esercitare  le  arti,  e  sembrauflogli  aver  molto 
veduto  ed  acquistato  di  cognizioni  in  Roma,  ove 
stette  due  anni,  si  trattenne  poi  a  Firenze  il  re- 
sto di  una  lunga  vita,  per  cui  non  impropriamen- 
te ha  luogo  tra  gli  artisti  della  Toscana.  Quivi 
egli  t'ormò  il  suo  gusto  ed  il  suo  stile  sulle  opere 
moderne  del  Buonarroti,  ed  emulò  il  maggior  nu- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  ^83 

nierode''suoi  contemporanei  che  in  Toscana  erano 
moltissimi,  i  quali  improvvisavano  statue,  grup- 
pi, monumenti  sepolcrali,  fontane  con  una  faci- 
lità straordinaria.  Noi  non  abbiamo  dato  indizio 
in  questi  paragrafi  che  degli  scultori  toscani  i 
quali  segnalaronsi  maggiormente,  moltissimi  al- 
tri non  ostante  se  ne  contano  di  questa  primaria 
classe  ,  e  senza  nuiuero*,  si  tralasciano  que'df^lla 
seconda,  i  quali  per  altro  non  furon  perduti  di 
vista  dalla  diligenza  dei  biografi.  Esaminando  il 
gruppo  della  Sabina  posto  sotto  le  logge  deXan- 
zi  sulla  piazza  del  granduca  in  Firenze,  nel  quale 
gruppo  indarno  cercherebbesi  la  greca  sempli- 
cità, ci  si  trovano  moltissime  bellezze  di  disegno, 
ed  una  morbidezza  di  esecuzione  infinita.  L'ardire 
di  Gio.  Bologna  non  fu  per  altro  senza  riuscita  in 
quel  gruppo,  tanto  più  ch''ei  non  ebbe  un  esempio 
di  statue  di  tutto  tondo  così  raggruppale  nelPanli- 
chità,e  riusci  fare  in  ftiodo  che  la  sua  composizione 
producesse  aggradevole  effetto  da  qualunque  lato 
fosse  veduta.  iVIa  nonostante  noi  rammentiamo 
di  preferenza  la  famosa  statua  di  bronzo  del  suo 
Mercurio  volante, che  si  conserva  nella  R.  Galleria 
girata  in  ?»  diverse  vedute,  acciò  si  conosca  come 
quelPatteggiamentoè  veramente  mirabile  ed  oltre- 
modo gentile  (aS).  Le  sue  tre  figure  che  maggiori 
del  naturale  furono  da  lui  scolpile  pel  duomo  di 
Lucca  son  degne  di  lode,  come  pure  è  da  lodarsi 
la  statua  equestre  in  bronzo  rappresentante  Co- 
simo l  sulla  piazza  del  Granduca.  Prima  però  di 
questo  celebre  scultore  Tarle  fusoria  in  tondo  ri 
lievo  non  era  trascurata  dagli   artisti ,   mentre 


^84  COSTUMI 

oltre  il  nominato  Benvenuto  Cellini  vi  fu  Daniele 
Ricciarelli  da  Volterra  mia  patria,  il  quale  oltre 
Tesser  un  eccellente  pittore  era  pur  perito  nella 
scultura,  ed  in  lavori  in  bronzo  fuso,  osservan- 
dosi in  Roma  diversi  monumenti  della  di  lui  abili- 
tà (26).  Mentre  il  Ricciarelli  era  in  Roma,  Miche- 
langiolo  di  lui  coetaneo  fu  invitato  a  Parigi  per 
gettarvi  in  bronzo  la  statua  per  Enrico  II,  ma 
ricusò  proponendo  in  sua  vece  Daniele.  Questi 
fuse  in  Roma  nel  i564  il  cavallo  in  bronzo  per 
quel  prìncipe,  e  vi  riuscì  egregiamente,  e  dopo 
esser  stato  inalzato  per  molti  anni  nel  palazzo 
Rucellai  di  Roma, fu  nel  1639  trasportato  in  Fran- 
cia,e  collocato  sulla  piazza  reale  servì  poi  per  Lui- 
gi XHI  (27).  Io  lo  riporto  (a)  onde  il  mio  lettore 
veda  che  anche  nel  genere  di  fusoria  praticavano 
quest'arte  senza  averla  appresa  da  esteri  maestri. 
Si  elevò  su  tutti  i  suoi  contemporanei  il  Bolo- 
gna singolarmente  pel  suo  gusto  di  comporre  con 
eleganza  i  soggetti  grandiosi  delle  fontane,  come 
può  vedersi  da  ognuno  in  quella  sua  dei  tre  fiu- 
mi nel  giardino  di  Boboli  (a8):  opera  ricchissima 
di  composizione  e  vaga  d'ornato  e  di  bellissime 
f^ forme  in  tutte  le  figure  che  vi  si  vedono.  Può 
dirsi  che  i  fasti  di  questo  secolo  terminassero  ap- 
punto colla  statua  del  Centauro  vinto  da  Ercole, 
e  può  annoverarsi  tra  le  più  belle  sue  produzioni 
la  quale  venne  scoperta  nel  1600.  Troppo  lungo 
sarebbe  il  percorrere  le  infinite  opere  che  questo 
artefice  condusse  in  bronzo  ed  in  marmo. 

(a)  Ved.  tav.  CXLVI,  N.   2. 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  ^SS 

§.   14.  Fra  i  più  distinti  allievi  del   Bologna 
si  riconosce  quel  Pietro  Francavilla,  che  allevato 
in  [taiia  e  morto  in  Cambray  lavorò  lungamente 
in  Firenze  unitamente  al  suo  maestro.  Egli  scol- 
piva in  un  tempo,  in  cui  le  meccaniche  dell'arte 
si  erano  rese  a^li  scultori  fin  anche  troppo  fami- 
liari, e  la  sicurezza  del  merito  per  l'esecuzione 
rallentava  le  cure  che  debbonsì  alP  invenzione. 
L'affettazione  teneva  troppo  sovente  il  luogo  del- 
la grazia,  le  sue  figure  son  quasi  sempre  nianiera- 
te.  Le  più  diligenti  opere  del  Francavilla  che  ve- 
donsi  a  Firenze   sono  in  santa  Croce   nella  cap- 
pella Niccolini  (29).  Allievo  pure  di  Giovan  Bo- 
logna fu   Pietro  Tacca  carrarese    il  quale   emulò 
il  suo  maestro  nel  fare  il  bel  gru[)po  degli  Schia- 
vi a   Livorno  (3o),  ebbe  uà  tìglio    chiamato  Fer- 
dinando che  lavorò  molto  in  Toscana,  e   fra  le 
sue  opere  più  stimabili  è  la  statua  equestre  rap- 
presentante Feniinando  I  eh**  esìste    sulla  piaz- 
zia  della    SS.  Nunziata  di  Firenze  (ói).  I  pubblici 
apparali  e  le    sacre  e  profane  funzioni  erano  in 
Toscana  sempre  assistite  da  artisti  ch'erano   in 
quel  tempo  in  gran  numero.  Che  poi  non  siansi 
nominati  Giovanni  Caccini,  Battista  del  Cavalie- 
re, o  sia  Giovan  Battista  Lorenzi,  Valerio  Cioli, 
Lorenzo  Stoldi.  il  Mariani  senese.  Francesco  Mo- 
chi,  Francesco  Camiliani,  ilLandini,  Gio.  Battista 
Foggio!,  Simone  e  Francesco  Mosca,  ciò  non  sa- 
rà   posto  in  conto  di  omissione,  ma  piuttosto  a 
risparmio  di  tempo  a  chi  legge.  Diremo  per  altro 
in  conto  di  storia  dell'arte,  che  dopo  Michelan- 
giolo  i  metodi   d  istruaione  per  gli  artisti  venneio 


^86  COSTUMI 

talmente  alterandosi  che  si  deviò  dal  sentiero, 
abbandonando  affatto  le  tracce  degli  antichi  mae- 
stri. Gli  scultori  vollero  imitare  lo  stile  rigido  e 
fiero  del  Buonarroti,  senza  poter  giungere  alla  ele- 
vatezza de'suoi  principii  ed  alla  profondità  della 
sua  scienza,  e  terminarono  tutti  perdendo  ogni 
merito  di  originalità,  e  restando  grandemente  in- 
feriori al  loro  modello  (3 a). 

g.  i5.  INuila  ridusse  a  peggior  condizione  la 
arte  della  scultura,  quanto  il  voler  trattare  nei 
marmi  soggetti  convenienti  a  pennello,  e  com- 
porre e  panneggiare  le  figure  nello  sfesso  modo 
che  convien  di  farlo  al  pittore^  la  qual  cosa  alte- 
rò tutti  i  principii  dell'arte  dello  scarpello.  Si  ab- 
bandonò rimilazione  dell'antico,  non  si  osservò 
più  la  natura,  e  si  composero  i  modelli  affettati 
e  panneggiati  grottescamente  nella  stessa  forma, 
tanto  per  i  pittori  che  per  gli  scultori.  La  difficol- 
tà cominciò  ad  applaudirsi,  la  meccanica  esecuzio- 
ne diventò  uno  dei  primi  requisiti  di  quest'arte. 
Gli  ornamenti,  i  gruppi,  i  trafori  la  industria  del 
trapano  complicarono  le  moderne  esecuzioni;  e 
non  fu  più  permesso  allo  scultore  di  modellare 
una  piega  semplicemente  cadente.  Questo  è  lo 
stato  che  la  scultura  presenta  nel  XVII  secolo. 
L'occhio  diventò  aiTatto  insensibile  alle  bellezze 
vere  dell'arte,  e  si  dispose  perfino  a  guardar  la 
natura,  nel  modo  che  veniagli  allora  dagli  artisti 
rappresentata  (ìi3). 

g.  16.  Dopo  che  i  primi  e  più  valenti  contem- 
poranei o  irailatori  di  Michelangiolo  ebber  pro- 
dotte opere  di  non  oscura  fama,  oltre  a  que'molti 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  787 

che  a  questa  furono  secondi,  parvero  illanguidir- 
si e  venir  meno  le  opere  dello  scarpello^  e  sicura- 
mente cessò  dall'essere  in  Toscana  quella  specie 
di  centro  e  di  scuola  che  vi  abbiamo  riconosciuta 
dai  primi  pisani  fino  a  questi  ultimi  sovr'indicatf. 
La  religione,  la  sovranità  ed  i  potenli  non  avendo 
ormai  più  bisogno  d^'iugra udirsi  di  quella  magni- 
ficenza di  cui  ormai  ridondavasi,  perciò  la  To- 
scana più  non  ebbe  ingegni  grandi  che  la  mante- 
nessero in  quel  credito  che  le  aveano  sopra  di 
ogni  altra  nazione  procurato  le  opere  di  scarpel- 
lo (34).  Fu  anche  in  questo  tempo  Tultimo  dei 
celebrati  fiesolani  Pompeo  Ferrucci  che  lavorò 
presso  che  sempre  in  Roma,  ove  terminò  i  suoi 
giorni  nel  tinire  del  pontificato  di  Paolo  V,  cono- 
sciuto pe^suoj  restauri  di  antichi  monumenti ,  e 
per  le  grandiose  statue  di  esterna  decorazione 
in  vari  luoghi.  Il  Mochi  per  altro  non  imparò  dal 
Bernini  a  scolpire,  ma  da  uno  de'suoi  predeces- 
sori, ed  ottenne  grandi  elogi  nel  suo  tempo,  giac- 
ché pochissimo  gusto  si  vede  nelle  opere  sue, 
alle  quali  studiò  di  dare  ogni  aspetto  di  novità,  e 
sorprendere  almeno  per  quella.  Due  furono  di  tal 
nome  ed  entrambi  contemporanei  :  furon  detti 
dal  Baldinucci  fiorentini,  ma  eran  piuttosto  ori- 
ginari di  Montevarchi  (35). 

g.  17.  Or  non  è  da  tacersi  il  portento  che  ci 
mostrò  lo  scultore  Giovanni  Gonnelli,detto  il  cie- 
co da  Gambassi  piccol  castello  di  Toscana  nel 
territorio  di  Volterra.  Costui  divenne  cieco  in 
Mantova,  quando  nel  i63o  i  tedeschi  dellero  il 
sacco  a  quella  città  condottivi  da  Carlo  Gonzaga. 


ySS  COSTUMI 

Avefa  egli  appresa  V  arte  dallo  scultore  PleJro 
Tacca,  e  vide  coi  propri  occhi  mirabilmente  fi- 
no alPelà  di  venti  anni.  Dopo  la  cecità  sojirag- 
giunta  ,  non  s'  avvilì  per  questo  ,  e  continuò 
ad  operare  non  soIo,ma  a  far  ritratti  dal  naturale 
somiglianlissimi,  come  scrive  il  Baldinucci,  che 
lo  aveva  veduto  operare  in  sua  presenza  (36). 

g.  i8.  Parve  che  la  Toscana  si  riposasse  alla 
ombra  di  quegli  allori  che  in  ogni  materia  d'*arte 
avea  mietuti  nelle  età  precedenti:  si  continuò  ad 
operare,  ma  più  per  lusso  d'interne  decorazioni 
di  giardini  e  fontane,  che  per  maestosi  e  pubblici 
edifizi.  Ferdinando  II  e  Cosimo  III  ampliarono, 
conservarono,  protessero,  ma  non  potettero  egua- 
gliare lo  splendore  e  la  grandezza  d^gli  avi  loro, 
giacché  anche  questa  ha  il  suo  confine^  e  ciò  che 
una  volla  è  eseguito  non  presenta  più  quellegran- 
di  occasioni  che  solo  danno  il  potentissimo  in- 
citamento alle  opere  di  genio.  Certi  angeli,  ed  il 
ciborio  di  s.  Spirito,  che  però  risentono  dello  stile 
manierato  e  bizzarro,  sono  i  lavori  di  Agostino 
Bugliardini.  A  questo  medesimo  ciborio  lavorò 
anche  Gherardo  Silvani,  allievi  entrambi  di  Gio- 
vanni Caccini,  e  vedesi  di  esso  Silvani  la  statua 
del  Tempo  in  Boboli  (37).  Le  macchine  per  feste, 
giardini,  ingressi,  catafalchi  furono  sempre  ese- 
guite suntuosamente  in  P'irenze.  Se  ne  occupò 
Antonio  Novelli  non  inferiormente  ai  suoi  pre- 
decessori. Lavoravasi  a  quest'epoca  il  portìdo,  e 
quell'allievo  di  Andrea  Ferrucci  per  nome  Raf- 
faello Curradi  che  scolpi  molti  marmi  per  le  de- 
corazioni de'Pitti  e  pel  giardino  di  Boboli  lavo- 


DEI  TEMPI  Medicei  parte  viif.  789 

rò  in  porfido  il  gran  busto  diGusiruo  II,  che  v»*- 
desi  attualmente  nella  R.  Galleria  di  Firenze  (38). 
L'  esercizio  di  questo  paziente  meccanismo  ->i 
ritenne  per  lungo  tempo  come  un  segreto  ira- 
smesso  da  uno  in  un  altro  artista^  ma  in  vero, 
dalla  lentezza  della  esecuzione  in  poi,  non  sa  ve- 
dersi comesi  potesse  credere  arcano  il  modo  di  la- 
vorare il  porfido,  che  senza  interruzione  s'è  con- 
tinuato a  scolpire  tìuo  nei  tempi  delia  maggior 
decadenza  dell'arte,  come  lo  attestano  le  opere 
dei  tempi  bassi  e  del  medio  evo  (Sg). 

g.  19.  Le  opere  in  Toscana,  che  più  delle  altr« 
portano  l'improula  caratteristica  del  secolo,  sono 
quelle  che  uscirono  dalla  scuola  dei  Foggini.  Gio. 
Battista  fu  quegli  che  levò  maggior  fama,  e  co- 
minciando i  suoi  studi  in  patria  ricevette  in  Ro- 
ma l'ultima  mano  da  Ercole  Ferrata.  Quantunque 
non  si  presentassero  grandiose  occasioni  per  uno 
statuario,  che  non  dedicavasi  al  genere  adottalo 
per  gli  ornamenti  dei  giardini,  delle  fontane,  non 
ostante  ebb'egli  la  ventura  di  poter  lavorare  per 
la  ricca  e  magnifica  cappella  Corsini  al  Carmine, 
ove  quella  [irincipesoa  famiglia  spese  una  rag- 
guardevole somma  nel  collocarvi  il  corpo  di  s. An- 
drea, rampollo  di  questa  prosapia.  Non  daremo 
qui  che  uno  di  questi  saggi  (a),  nel  quale  si  ve- 
de il  bassorilievo  principale  della  cappella,  figuran- 
do una  specie  di  rapimejito  «lei  santo  verso  i) 
cielo  per  opera  di  vari  angeli  che  hostengono  le 
nubi  sulle  quali   egli  riposa.  H    sentnuento  dei 

(0)  Ved.  tav.  CXLVI|  N.  3. 

Su    Tose,  Tom,  10.  67 


790  COSTUMI 

veri  conoscitori  delT  arte  è  così  lontano  que- 
sto genere  di  scultura  dal  bello  stile,  che  a  stento 
si  trovò  fra  i  buoni  disegnatori  chi  si  prestasse  a 
trarne  il  disegno ,  che  qui  presentasi  come  uà 
«nello  intermedio  nella  storia  degli  errori  uma- 
ni, ma  frattanto  il  meccanismo  dello  scarpello 
trovasi  d'una  maestrìa  e  d'una  pastosità  di  carni 
molto  lodevole  (40). 

g.  ao.  Un  altro  campo  alla  gloria  degli  scar- 
pelli fiorentini  s'aprì  in  santa  Croce,  ove  a  con- 
fronto di  que'monumenli  tanto  eleganti  che  ab- 
biamo esaminali  più  indietro,  eretti  in  onore  del 
Marsuppini  e  di  Leonardo  Bruni  ,  s'*  inalzò  una 
memoria  sepolcrale  al  divino  Galileo.  Lavoraro- 
no tutti  quei  della  scuola  in  questo  infelicissimo 
monumento,  poiché  il  disegno  fu  di  Giulio  Fog- 
gini,  la  quadratura  di  Anton  Maria  Fortini,  il  bu- 
sto di  Gio.  Battista  Foggini,  l'astrouonomia  di 
Vincenzo  Foggiai,  e  la  geometrìa  di  Girolamo 
Ticciati  altro  fra  gli  scultori  ch'ebber  grido  in 
questa  scuola.  La  strana  forma  della  cimasa,  dei 
cartelli  e  delFurna,  non  meno  che  Tatteggiamento 
delle  statue,  le  loro  pieghe,  le  loro  estiemità  ci 
dispensano  dal  venire  a  più  partito  di  esame  di 
ciò  che  ognuno  da  se  rileva  si  facilmente.  Moltis- 
simi allievi  uscirono  da  questa  cattiva  scuola  , 
come  Giuseppe  Piamontini  fiorentino  ,  Filippo 
Valle,  Anton  Francesco  Andreozzi ,  e  parecchi 
altri  che  riunironsi  presso  il  Ferrata  ,  e  furono 
prima  condiscepoli  del  Foggini,  terminando  con 
operare  sotto  di  lui,  come  quello  che  aveva  la 
direzione  dei  più  importanti  lavori,  e  alloggialo 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  VIIL  79 1 

in  palazzo  ducale  si  riguardava  come  Io  scultore 
della  corte.  Ciò  che  notammo  di  difettoso  nei 
lavori  dei  secentisti,  con  chiara  e  sensibile  evi- 
denza si  riconosce  in  tutte  le  produzioni  delParte 
ed  in  tulti  i  paesi  ove  gli  artisti  del  seicento  in- 
trodussero, per  meglio  fare,  la  loro  bizzarria, ed 
intesero  di  correggere  e  modificare  lo  siile  pove- 
ro e  freddo,  confessi  denominavano  il  puro  ed 
elegante  modo  degli  antichi  (4i). 

g.  ai.  Stabilito  in  Toscana  il  trono  mediceo, 
quei  che  vi  salirono  par  che  apprezzassero  meno 
gli  artisti,  e  specialmente  gli  intagliatori  in  pie- 
tre preziose,  che  le  geniali  loro  produzioni*,  e  men- 
tre nelle  epoche  antecedenti  notammo  i  nomi 
onorabili  d'intagliatori,  in  questa  poi  del  gover- 
no mediceo  non  si  rammentano  che  raramente. 
Ad  eccezione  di  Benvenuto  Cellini,  il  quale  in 
tal  tempo  intagliò  sul  cristallo  di  rocca  (4a),  e 
Domenico  di  Polo  che  fecesi  un  nome  colla  in- 
cisione del  ritratto  in  pietra  dura  di  Alessandro 
de\>Iedici  (4*i),  nessun  altro  nome  d'intagliatori 
in  pietre  preziose  venne  fino  a  noi.  Troviamo  per 
altro  che  il  diaspro.  Pagata,  le  gemme  non  ba- 
stavano alla  quantità  dei  lavori  che  si  volevano, 
e  che  il  gusto  elegantissimo  del  secolo  esigeva 
dall'industre  artificio  degli  uomini.  S'incomincia- 
rono a  lavorare  con  incredibile  finezza  e  ad  ar- 
ricchire d'intagli  i  più  singolari  e  pregiati  uten- 
sili, tazze,  vasi,  cassettìne,  candelieri  ed  altri  so- 
tniglianti  oggetti  di  cristalli  di  rocca  (44)-  Igran- 
duchi  acquistavano  gli  oggetti  d^'arle  di  qualun- 
que nazione  essi  ne  fossero  i  frutti,  senza  dar 


^^a.  'I  COSTUMI 

preferenza    a  quei  de'  loro  sudditi:  ne  abbiamo 
J'esernpio  da  ciò  che  segue. 

g.  aa.  I  milanesi  giunsero  in  quest^epoca  ad 
esser  celebri  nelPItalìa  perle  opere  di  commesso 
in  pietre  dure.  Saputosi  ciò  dal  granduca  Fran- 
cesco I,  chiamò  da  Milano  quattro  artisti  dei  più 
esperti  in  quel  ricco  lavoro,  unitamente  ad  un  ve- 
neziano incisore  di  rubini,  per  introdurre  questa 
nobile  manifattura  fra  noi,  la  qual  divenne  poi 
un  ramo  di  merito  più  che  d''industria  nazionale, 
giacché  per  la  ricchezza  della  materia  e  la  lun- 
ghezza del  lavoro  abbisognava ,  ed  abbisognerà 
sempre  de'regi  sussidi!  (45).  Questi  elegantissimi 
lavori  di  commesso  unitamente  agP  intagli  in  pie- 
tre dure  ed  in  gemme  facevansi  nel  casino  me- 
diceo vicino  a  s.  Dfarco.  centro  allora  d'ogni  arte 
e  d'  ogni  studio  nobile  e  liberale.  In  seguito  lo 
stesso  granduca  Francesco  formò  il  pensiere  lo- 
devolisbimo  di  destinare  la  parte  superiore  della 
grandiosa  fabbrica  degli  Uffizi  per  la  galleria  o 
raccolta  di  oggetti  d'arte,  che  ne  aveagran  teso- 
ro, adunati  da  Cosimo  suo  genitore  e  da  altri  suoi 
antenati',  e  molle  stanze  di  quelPedifizio  furono 
destinale  ad  eseguirvi  i  detti  lavori  di  pietre  du- 
re e  d*'intaglio  in  gemme  ed  altri  lavori  di  tal  fat^ 
ta,  trasportativi  dalPaccennato  casino  di  s.Marco. 
Il  granduca  Ferdinando  Medici  non  fu  men  sol- 
lecito di  Francesco  I  a  proleggere  e  sostenere 
a  proprie  spese  questo  lavoro,  e  dicebi  che  la 
arte  del  commesso  in  pietre  dure  per  le  cure  di 
quel  magnanimo  principe  fu  portata  all'ultima 
perfezione  (46)^  e  da  ciò  si  desume  che  l'intaglio 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Tlll.  793 

in  gemme  non  dovette  in  modo  alcuno  deca- 
dere, ma  piuttosto  mantenersi  nel  suo  consueto 
splendore.  Ferdinando  II  fece  continuare,  ma 
con  miglior  gusto,  1  lavori  di  commesso  per  la 
r.  galleria  ,  e  la  magnifica  cappella  di  san  Lo- 
renzo, come  ne  fa  fede  la  famosa  tavola  ott^gona 
ch*è  in  galleria.  Questa  magnifica  tavola  ha  data 
occasione  al  celebre  Roubo  di  fare  la  seguente 
riflessione.  Y'è  una  specie  di  mosaico,  chiamato 
mosaico  di  Firenze,  il  quale  è  composto  di  pezzi  di 
pietre  dure  e  pietre  preziose  che  adopransi  uon  già 
in  piccoli  dadi.come  sì  fa  il  mosaico  ordinariamen- 
te, ma  in  tutta  la  loro  grandezza,  secondo  chcile 
gradazioni  dei  loro  colori  e  le  forme  delle  cose 
che  debbono  rappresentare  possono  permetterlo. 
Questo  lavoro  di  tarzio  fu  inventato  a  Firenze, 
e  la  tavola  otlagona  della  galleria  fu  fatta  per 
ordine  del  granduca  Ferdinando  IL  I  pezzi  di 
pietre  dure  e  preziose  che  vi  s'impiegarono  son 
tagliati  con  una  piccola  sega  di  rame  senza  denti, 
ma  con  l'aiuto  di  smeriglio  bagnato,  (jua  delle 
difficoltà  di  questa  specie  di  mosaico  è  di  trovare 
delle  pietre,  le  cui  degradazioni  di  tinte  si  accor- 
dino coir  originale  obesi  %uol  copiare,  ciò  che 
obbliga  i  lavoranti  di  questo  conimesso  ad  avere 
una  infinità  di  pietre, tagliate  di  tutti  i  colori  e  de- 
(;radazioni  possibili,  ad  oggetto  di  scegliere  fra  i 
.,|>ezzi  quello  che  sembra  loro  il  più  adattato.  Però 
negli  antichi  lavori  di  couuuesso  non  entrano  al- 
.Iro  che  pietre  dure^^cioèdi  natura  quarzose  o  vi- 
trescenti,  e  solo  in  pezzi  di  campi  assai  grandi  ser- 
v(^i}^4(ji  alabastri  orieiiiali  ma  uioU^  duri  (4;).  be 

6;- 


^q4  "^^  *'^     COSTUMI 

ascolliamo  il  Gorì  nella  prefazione  al  prirao'tomo 
del  museo  fiorentino  ,  vi  troveremo  dichiarato, 
che  ognun  dei  sovrani  medicei  ebbe  gran  cura  che 
le  opere  d''arte  si  di  commesso  che  d'intaglio  in 
pietre  preziose,  le  quali  si  lavoravano  in  galleria, 
si  sostenessero  con  lode  in  confronto  almeno  di 
quanto  facevasi  allora  nelavori  in  marmo^  ed  ivi 
si  trova  la  notizia  che  il  granduca  Gian  Gastone, 
ultimo  di  quella  R.  famiglia  fece  dono  alla  galle- 
ria di  oltre  a  trecento  pietre  anulari  lavorate  sì 
di  rilievo  che  d''incavoe  bellissime  (48). 

§.  a3.  L'^intaglio  in  rame  prosperò  altresì,  poiché 
Stefano  della  Bella  fiorentino  fu  il  principe  degli 
incisori  in  piccolo,  ed  i  suoi  lavori  paiono  di- 
pinti colla  punta.  Ve  una  certa  negligenza  pitto- 
resca più  gradevole  dei  tagli  più  esatti,  tocco  pic- 
cante, colore  soave  ed  amabile  varietà,  benché  i 
suoi  lavori  siano  quasi  sempre  gli  stessi;  piccole 
linee  diversamente  intagliate,  incrociate,e  ravvi- 
cinate e  confuse  insieme.  Il  s.  Girolamo  del  Do- 
menichino  inciso  da  Pietro  Testa  lucchese  è  una 
bell'acqua  forte.  Vari  altri  pittori  si  esercitarono 
pure  neirincisione  alfacqua  forte,  fra  i  quali  vi 
fu  Antonio  Tempesta^  che  si  segnalò  per  la  sicu- 
rezza del  tratto,  per  la  vivacità  del  tocco,  e  per  la 
fecondità  della  composizione:  perciò  i  pittori  ri- 
f^cercarono  le  sue  caccie,  e  i  combattimenti  di  ca- 
'Talleria  ,  quantunque  la  sua  manovra  sia  poco 
rimarchevole  (^9).  Anche  l'incisione  delle  monete 
progredì  nelP  epoca  dei  tempi  medicei,  giacché 
sotto  àlessandro  n'aera  rincisore  il  celebre  Ben- 
Tsnuto  Cellini,  al  quale  fecero  seguito  in  tal'ar- 


DEI  TEMPI    MEDICEI  PARTE  Vili.  79^ 

le  Gaspero  Mola,  che  viveva  al  tempo  dì  Cosimo 
II,  e  Giovanni  Z anobi  Weber  che  lavorava  sotto 
il  regno  di  Gian  Gastone.  Verso  il  1600  France- 
sco Rivai  (ìorentino  fu  un  di  quelli  che  ritrovò 
il  metodo  di  lavoiare  i  crislallia  fuoco  e  dorarli 
in  guisa  che  sembrassero  un  ornato  di  gioie,  e  ne 
fece  per  sé  alcuni  studi,  insegnando  lai  segreto  a 
più  d'uno  dei  suoi  amici  (5o). 

§.24.  Spenta  la  6orenlina  repubblica,  non 
per  queslo  si  arrestò  Tesercizio  delle  belle  arti  nei 
di  lei  cittadini,  e  specialmente  nel  formar  conii 
per  medaglie,  come  ne  abbiamo  un  pienissimo  e- 
sempio  nel  bel  medaglione  in  bronzo  eseguilo 
da  Leone  Leoni  aretino  celebre  coniator  di  me- 
daglie, ove  da  una  parte  v'aera  il  ritratto  di  Carlo 
V,  e  dall'altra  v'incise  i  Giganti  fulminati  da  Gio- 
ve, da  cui  trasse  una  lunga  serie  di  rimunerazio- 
ni splendidissime:  né  di  questa  soltanto,  ma  di 
moltissime  altre  insigni  medaglie  fu  autore.  Deb- 
besi  qui  far  cenno  anche  di  un'altra  medagb'a  che 
figura  Alessandro  de'Mcdici  il  primo  duca  di  Fi- 
renze col  Rinoceronte  nel  rovescio  (a);  opera  pro- 
babilmente di  quel  Francesco  di  Girolamo  da  Pra- 
to, che  servissi  per  farne  il  conio  della  bellissima 
incisione  che  di  Alessandro  avea  fatto  in  pietra 
dura  allora  appunto  Domenico  di  Polo;  e  frattan- 
to quest'  ultimo  conio  è  la  medaglia  di  Cosimo  I 
duca  11  di  Firenze,  che  ha  nel  rovescio  il  Capri- 
corno (b).  Era  costume  in  que^t^eU  ia?orar  pie- 

*  riy  é  j  <i(  j»  t»  j  J  o  i  <  I.  »  it  »  Mfi 

(fl)  Ved.  tav.  CXLVU,  N.  1. 
(6)  Ivi,  N,  2.  j!//.^ 


79^  COSTUMI 

coli  ritraili  in  cera  colorati  e  vestiti  e  fregiati  di 
ornamenti  ({""oro,  di  gemme  e  di  perline  riportate 
su  questa  medesima  cera.  Generalmente  simili 
lavori  vennero  attribuiti  al  Celliui,  ma  la  maggior 
parte  vedonsi  appartenere  al  Poggi,  e  particolar- 
mente quei  di  moltissime  celebri  e  belle  princi- 
pesse e  donne  di  chiara  fama  e  bellezza  ch'egli 
in  tal  modo  ritrasse,  e  non  poche  ne  fuse  in  me- 
tallo. Da  lui  furono  illustrati  con  belle  medaglie 
i  ritratti  di  Lucrezia  deWIedici,  come  anche  delle 
giovinette  Lucrezia  ed  Eleonora  di  quella  real 
famiglia,  cosi  un  infinito  numero  d'aJtie:  queste 
medaglie  han  servito  per  farci  conoscere  la  faci- 
lità e  Teleganza  colla  quale  si  eseguivano  i  ri- 
tratti delle  più  gentili  e  rinomate  persone  di 
qufiretà  (5i). 

g.  a5.  Dopo  che  insigni  maestri  pittori  ebbero 
decorato  di  ragguardevoli  esemplari  la  scuola  tio- 
rentina,  restò  il  paese  così  ricco  di  grandi  esem- 
pi, che  per  avanzarsi  non  ebbero  i  giovani  stu- 
denti molto  bisogno  di  ricorrere  a  scuole  estere, 
ma  di  scerre  il  meglio  da  ciascheduno  de"  suoi 
maestri^  per  tigura  il  forte  da  Michelangiolo,  il 
grazioso  da  Andrea  [a),  in  spirito  dal  Rossi,  in- 
gegnarsi di  colorire  e  piegare  come  il  Porla,  di 
ombrar  come  il  Vinci.  Ma  essi  parche  non  curas- 
sero gran  fatto  le  altre  parti  delia  pittura,  e  si 
applicassero  snigolarmente  al  disegno:  anzi  iu 
questo  medesimo  credettero  di  trovar  tutto  nei 
Buonarroti,  e  corsero  dietro  a  lui  solo.  Influì  nella 

(a)  Ved.    tav.  CXXXIII. 


f 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  797 

scelta  il  gran  nome,  la  gran  fortuna,  la  lunghis- 
sinia  vita  di  quelTartetìce,  che  sopravvissuto  ai 
bravi  suoi  concittadini,  promoveva  ag]''impiegbi  i 
seguaci  delle  sue  massime,  e  gli  aderenti  del  suo 
partito.  Lo  studio  loro  ed  esercizio  continuo  era 
disegnare  le  sue  statue, perchè  il  cartont^  (a),ove  si 
eran  formati  tanti  valent'uoraini,  era  già  perito, 
e  le  sue  pitture  non  erano  in  Firenze,  ma  in  Ro- 
ma. Trasferivan  poi  nelle  proprie  composizioni 
quella  rigidezza  statuaria  ,  quella  membratura, 
quell'entrare  ed  uscir  di  muscoli,  quella  severità 
di  volti,  quelle  attitudini  di  mani  e  di  vita  che 
formano  il  terribile.  Ma  non  penetrando  nelle 
teorie  di  quelPuorao  quasi  inimitabile,  né  ben 
sapendo  qual  giuoco  faccian  le  molle  del  corpo  u- 
niano  sotto  gl'integumenti  della  cute,  essi  erra- 
vano facilmente,  or  attaccando  i  muscoli  fuori  di 
luogo,  or  pronunziandoli  a  un  modo  stesso  in  chi 
muove  e  in  chi  sta,  in  un  giovine  delicato  e  in 
un  uomo  adulto.  Contenti  di  questa  così  creduta 
grandiosità  di  maniera,  non  si  curavano  niolio 
del  rimanente.  Vedrete  in  certi  lor  quadri  una 
folla  di  figure,  Puna  sopra  Paltra  posate  non  si  sa 
in  qual  piano^  volti  che  nulla  dicono;  attori  semi- 
nudi che  nulla  fanno,  se  non  mostrare  pompo; 
saniente  Tanatomia.  ed  usati  languidi  e  superficiali 
colori  (52).  Il  Baldinucci  confessò  in  più  luoghi 
questa  decadenza,  la  quale  però  appena  si  estese  a 
a  o  3  generazioni,  e  pare  che  incominciasse  circa 
il  1540;  né  in  quest'epoca  raen  felice  i  fiorentini 

(a)  Ved.   tav.   CIV.  '  i         '    i   "   r  ♦     ••  ' 


79^  e    O  S  T  U  M  I 

precipitarono  in  tanta  negligenza,  in  quanta  certe 
altre  scuole.  Chi  vede  santa  Croce,  santa  Maria 
Novella  e  gli  altri  luoghi,  ove  dipinsero  i  migliori 
di  questo  tempo,  vi  trova  sicuramente  più  da  lo- 
dare che  da  riprendere.  Pochi  han  merito  nel  co- 
lore, molti  nel  disegno^  pochi  vanno  immuni  del 
tutto  dal  manierismo  già  descritto,  molti  però  lo 
emendano  colP  andar  del  tempo,  e  s'ingentilì* 
scono  (53). 

g.  26.  iVIicheIangiolo,Andrea  ed  altri  istruirono 
nel  disegno  Paretino  scrittore  Giorgio  Vasari,  e  il 
Rosso  Tindirizzò  nella  pittura,  ma  la  sua  scuola 
fu  Roma,  ove  il  condusse  Ippolito  cardinale  dei 
Medici,  e  si  formò  uno  stile,  ove  si  scopre  la  sua 
predilezione  pel  Ruonarroti.Divenuto  pittore  abile 
di  figure  ,  si  formò  anche  abilissimo  architetto. 
Dipinse  molto  pe'monaci  camaldolensi  qua  e  al- 
trove. Innumerabili  son  le  pitture  ch'ei  fece  po- 
steriormente nello  stato  e  fuori.  Invitato  alla  cor- 
te di  Cosimo  I  vi  si  trasferi  nel  i553  e  presedè 
alle  fabbriche  ordinate  da  quel  principe.  Resta 
che  si  favelli  del  merito  di  quesfuomo,  di  cui 
tanti  hanno  scritto  or  in  lode  ora  in  biasimo , 
quanto  nel  corso  di  due  secoli  han  trattato  di 
belle  arti,  massime  in  Italia.  Se  non  esistessero 
di  lui  che  alcune  pitture  di  Palazzo  Vecchio,  la 
Concezione  in  s.  A-postolo  di  Firenze,  e  la  cena 
d^A-Ssuero  ai  Benedettini  in  A.rpzzo,  la  sua  ripu- 
tazione sarebbe  molto  maggiore,  ma  egli  volle 
far  tro[)po,e  il  più  delle  volte  antepose  la  celerità 
alla  finitezza.  Del  resto  i  fiorentini  che  lo  aiu- 
tarono, scolari  per  lo  più  del  Bronzino,noiì  adot^ 


DEI  TEMPI    MEDICEI   PAETE  YHI.  799 

tarono  lo  stile  del  Vasari,  eccetto  che  due  o 
tre,  e  qualche  altro  per  poco  tempo.  Lo  imi- 
tò Francesco  Morandini ,  dalla  patria  chiamato 
il  Poppi,  che  nelle  sue  opere  comparisce  segua- 
ce di  Giorgio,  sennonché  più  attende  al  genio 
ed  al  festevole  nelle  composizioni.  Fu  seguace  di 
Giorgio  anche  Iacopo  Zucchi,  ma  Io  emulò  nel 
suo  stile  migliore  e  più  colto.  Fu  assai  lodato 
dal  Borghini  insieme  con  un  fratello  detto  Fran- 
cesco, buon  musaicista  e  pittore  eccellente  di  fio- 
ri e  di  frutta^  ma  Parte  del  commesso  in  musaico 
fìno  da  quel  tempo  andò  in  disuso  in  Toscana. 
Giorgio  Vasari  scrisse  precetti  d'arte,  vite  d'arte- 
fici, e  vi  aggiunse  alcuni  opuscoli  che  riguardava- 
no i  suoi  apparati  e  le  sue  pitture  (54). 

§.  27.  Un  altro  merito  del  Vasari  verso  le  bel- 
le arti  e  degno  d'*esser  rammeulato  si  è  Taccademia 
del  disegno  per  sua  opera  specialmente  stabilita 
in  Firenze  circa  il  i56i.  Fin  dal  secolo  XIV 
deca'luta  o  quasi  estinta,  fu  ripristinala  per  con- 
siglio di  Giovanni  Angiolo  Montorsoli  servita,  e 
per  opera  del  prelodato  Vasari  ottenne  la  prote- 
zione di  Cosimo  I  che  volle  esserne  capo.  Questo 
principe  introdusse  in  Firenze  la  bellissima  arte 
di  far  gli  arazzi,  avendo  perciò  fatti  venire  in  To- 
scana con  grande  spesa  e  gran  premi  maestri  fino 
ili  Fiandra  (55).  Contemporanei  del  Vasari  fu- 
rono il  Salviati  e  Iacopo  del  Conle  ,  stali  pure 
con  Andrea  del  Sarto,  e  il  Bronzino  scolare  del 
Pontormo,  portali  però  dal  genio  al  pari  di  Gior- 
gio alla  imitazione  di  itlichelangiulo.  Cecchin  Sai- 


Soo  e  O  S  T  U  BI  1 

Tiati  fu  condiscepolo  del  Vasari  sotto  Andrea 
del  Sarto  e  sotto  Baccio  Bandinelli.  il  quale  col- 
tivava talvolta  la  pittura  per  passatempo.  Il  Sal- 
viati  riuscì  dipintore  più  corretto,  più  animalo, 
più  grande  che  il  compagno,  e  Io  stesso  Vasari  lo 
celebra  come  il  migliore  professore  che  fosse  iu 
Roma  ai  suoi  tempi.  La  battaglia  e  il  trionfo  di 
Furio  Gammillo  nel  salone  di  Palazzo  Vecchio, 
opera  piena  di  spirito,  è  il  meglio  che  oggidì  ne 
«bbia  la  patria-  Ebb'egli  in  sostanza  miglior  di- 
segno che  colore,  per  cui  fu  poco  apprezzato  in 
Venezia.  Il  Buontaleuti  scoiare  del  Salviati  colVa- 
sari  e  col  Bronzino  riuscì  nell'arte  della  pittura 
assai  bene,  ed  altri  pur  n^ebbe  di  minor  fama. 
Altro  familiare  del  Vasari  fu  Angiolo  Bronzino 
tenuto  per  uno  de**  migliori,  perchè  gentile  nei 
▼olti  e  vago  nelle  composizioni.  Benché  scolare 
e  imitatore  del  Pontorrao,  vi  si  ravvisa  anche  il 
maestro  di  quest'epoca.  Assai  son  lodati  i  suoi 
affreschi  in  Palazzo  Vecchio  entro  una  cappella, 
nelle  cui  pareti  figurò  la  caduta  della  manna  e  il 
gastigo  dei  serpenti,  istorie  piene  d'evidenza  e 
di  spirito.  Ha  collocato  per  le  chiese  di  Firenze 
alquante  tavole,  fra  le  quali  ve  ne  ha  delle  de- 
boli con  angioli  di  una  beltà  che  troppo  ha  del 
molle  e  del  donnesco:  al  contrario  il  Limbo  ch'è 
in  galleria,  ove  si  vede  che  Tautore  era  troppo  ad- 
detto a  Michelangiolo  per  volerlo  imitare.  Lodasi 
taPopera  per  la  varietà  e  per  Io  spirito ,  sen- 
nonché scemasi  in  esso  il  credito  nelle  carni,  ove 
piombine,  ove  troppo  nevose,  e  variate  d'un  ros- 


DEI  TEMPI  MEDICEI   PARTE  Vili.  {8oi 

SO  che  sembra  belletto.  Ma  il  colore  che  domina 
generahnente  nei  dipinti  del  Bronzino  é  il  gial- 
lastro, e  la  maggior  critica  è  il  poco  rilievo  (56). 

g.  a8.  Quei  che  seguono,  per  Io  più  (iorentini, 
sono  annoverati  dal  Vasari  nelfesequie  del  Buo- 
narroti, nella  relazione  degli  accademici  scritta 
circa  al  i56;',e  altrove. Le  opere  loro  sono  spars  e 
per  la  città,  e  nel  chiostro  di  santa  Maria  Novel- 
la, àiessandro  Allori  nipote  e  scolare  del  Bron- 
zino è  tenuto  minore  del  zio:  lutto  intento  all'ana- 
tomìa non  coltivò  gli  altri  studi  abbastanza.  Quan- 
to per  altro  valesse  nella  espressione  lo  mostra 
la  sua  tavola  della  donna  adultera  nella  chiesa 
di  s.  Spirito:  fu  esperto  in  ritraiti.  Pare  in  som- 
ma che  per  ogni  parte  della  pittura  egli  avesse 
talento  uguale:  fu  in  grande  stima  presso  la    cor- 
te che  a  lui  dette  a  tìnire  le  pitture  cominciate  al 
Poggio  a  Galano,  da  Andrea,  dal    Franciabigio,  dal 
Pontormo,  e  lasciate  qual  più  qual  meno  imper- 
fette, e  ne  fece  alcune  di  sua  invenzione.  Santi 
Titi  di  s.  Sepolcro  scolare  del  Bronzino  e  del  Cel- 
lini  studiò  molto  in  Roma,  d'onde  riportò  uno  sii- 
le  tutto  sapere,  lutto  grazia:  nella  parte  del  di- 
segno fu  assai  commendato.  Orna  assai  bene,  ed 
avendo  studiato  con  plauso  l'architettura,  fa  pro- 
spettive che  danno  maestà  e   vaghezza  alle   sue 
composizioni.  È  tenuto  il  miglior  pittore  del  suo 
tempo.ma  pure  si  trova  che  il  di  lui  colorito  è  assai 
languido  e  con  poco  rilievo,  difetto  che  non  sem- 
pre Io  domina,  specialmente  mostrandolo  il  risor- 
gimento di  Lazzaro  al  Duomo  di  Volterra.  Fra  ì 
suoi  allievi  contasi  Tiberio  suo  tiglio,  ma  più  che 

St,   Tose.    Tom.  10.  68 


8oa  COSTUMI 

all'arte  paterna  dettesi  a^iccoli  ritrattile  nella 
raccolta  che  né  formò  il  cardinal  Leopoldo  de*lVIe- 
dici  furono  bene  accolti.  Son  pure  degni  di  ricor- 
danza due  fiorentini,  Agostino  Ciampelli,  che  sot- 
to Clemente  Vili  figurò  in  Roma,  e  Lodovico  Buti 
che  restò  in  patria:  meno  profondi  che  ilTiti,  ma 
pittori  di  belle  idee  ^  disegnatori  buoni  e  bra?i 
coloritori  oltre  al  costume  della  scuola  fiorenti- 
na. Baccio  Giarpi  della  medesima  scuola  è  cele- 
bre per  avere  insegnato  al  Berrettini,  e  dee  lo- 
darsi perchè  studioso  e  corretto.  Di  un  Andrea 
Boscoli  pure  allievo  del  Titi,  e  suo  imitatore,  ri- 
mane il  ritratto  nel  Museo  reale,ed  alcuni  quadri 
per  le  case  e  conventi^  ciò  basti  della  scuola  di 
Santi.  Giova  però  avvertire  che  col  suo  esempio 
si  trasse  dietro  una  gran  parte  de''giovani,  e  gli 
rivolse  a  mitigare  il  rigor  michelangiolesco  con 
maggior  grazia  di  contorni  e  scelta  di  teste(57). 
g.  29.  Tra  i  migliori  discepoli  d'Angiolo  Bronzi- 
no vien  posto  Batista  Naldini,  che  diretto  dal  Pon- 
tormo,  e  poi  dal  Brozino  che  molto  stette  in  Ro- 
ma, fu  poi  dal  Vasari  accolto  per  compagno  nei 
lavori  di  Palazzo  Vecchio  per  lo  spazio  di  quat- 
tordici anni,  e  scrivendone  l'elogio  Io  dice  pratico 
e  fiero  dipintore,  spedito  e  senza  stento.  In  patria 
fece  assai  lavori  come  la  Purificazione  in  $.  M. 
Novella  iodata  pel  disegno,  pel  colorito,  per  la 
disposizione  delle  figure,  per  prospettive  e  per 
attitudini:  lo  caratterizza  anche  il  colorito  e  i 
cangianti  che  ama  più  che  altri  del  suo  tempo. 
Insegnò  col  metodo  tenuto  allora  da  più  maestri^ 
ed  era  di  far  disegnare  alla  scuola  i  gessi  di  Mi- 


DEI     TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  8o3 

chelangiolo,  e  dare  a  copiar  le  pillure  proprie 
quando  eraa  compiute.  Del  resto  gli  allievi  del 
K  aldini  peccano  in  rigidezza  come  i  più  di  quel 
tempo;  Gio.Balducci,  detto  anche  il  Cosci  gli  servi 
di  aiuto  per  molli  anui.Il  suo  Cenacolo  nella  catte- 
drale fiorentina  dimostra  in  lui  più  ingegno  di  quel 
cb^ebbe  il  maestro.  Cosimo  Gamberucci  par  che 
avesse  tutt''altro  scopo.  Veduta  buona  parte  delle 
sue  opere,  si  direbbe  di  esso  come  diqueirantico 
artista:  costui  non  ha  sacrificato  alle  grazie.  Un 
buon  quadro  di  lui  hanno  i  padri  Serviti  nella  fo- 
resteria ,  che  mostra  essersi  emen<iato  ed  aver 
lasciate  opere  degne  del  tempo  in  cui  visse.  Il 
cav.  Francesco  Currado  vi\uto  novantun^  anno 
ebbe  agio  di  rimodernarsi.  S.  Giovannino  di  Fi- 
renze ha  nelTaltaredi  s.  Francesco  Saverio  una 
delle  migliori  sue  tavole.  I  suoi  scolari  Valerio 
Marucelli,  e  Cosimo  Daddi  sono  artisti  di  qualche 
merito;  e  il  secondo  è  ricordevole  per  un  gran- 
de allievo  che  fu  il  F'ranceschini  da  Volterra.  Gio- 
vau  Maria  Butteri  scolare  del  Bronzino  fu  alquan- 
to duro  coloritore,  e  lo  Sciorina  lodato  sollaulo 
nel  disegno:  di  Stefano  Pieri  pure  aiuto  del  Vasa- 
ri vedesi  aTilti  il  saoritizio  d'Isacco,  In  miglior 
cosa  d'altri  suoi  lavori.  Si  aggiunge  ad  essi  Cri- 
stofano  deUAltissimo,  il  cui  lalenlo  fu  per  ri- 
trarre (5«> 

^  g.  5o.  Maestro  ad  altri  fu  Michele  di  Ridolfo, 
e  dal  suo  studio  uscì  Girolamo  Macchielli.  An- 
drea del  Minga  da  qualche  scrittore  fu  annovcrnto 
condiscepolo  dtl  Buonnrroti,ma  forse  non  giu^l.^- 
menle;  fu  bensì  degli  ultimi  sculari   di  BiduU 


8o4  COSTUMI 

fo  del  Ghirlandaio  :  non  era  dei  migliori  ove 
operò  da  sé  slesso.  Spetta  a  Michel  di  Ridciro 
d-el  Ghirlandaio  anche  Francesco  Traballesi,  ma 
poca  ebbe  vita  da  fargli  onore,  ed  ebbe  fratelli  e 
sorelle  ch''esercitarono  la  pittura.  Verso  questi 
tempi  visse  Bernard  ino  Barbatelli  detto  il  Poccel- 
ti  che  fu  pittore  di  grottesche,  ma  passalo  a  Ro- 
ma divenne  non  solo  figurista  vago  e  grazioso,  ma 
compositore  ricco  ed  ornato:  pochissimo  operò  in 
tavola  e  in  tela,  molto  di  lui  rimane  dipinto  a 
fresco,  nel  che  vale  assai.  Chi  vuol  sapere  quanto 
potesse  questo  artefice  vegga  il  Miracolo  delTan- 
negato  risorto  a  vita  nel  chiostro  della  SS.  Nun- 
ziata, pittura  che  si  conta  fra  le  migliori  della 
città  di  Firenze.  Si  trovano  i  suoi  affreschi  quasi 
per  tutta  la  Toscana,  e  in  Pistoia  specialmente 
son  lodate  le  sue  lunette  nel  chiostro  de'Servi. 
Maso  IVIanzuoli,  o  da  s.  Friano,  scolare  di  Pier 
Francesco  di  Iacopo  e  del  Portelli,  è  dal  Vasari 
messo  del  pari  col  Naldini  e  TAUori,  ma  in  alcu- 
ne sue  tavole  in  galleria  e  in  s.  Trinila  di  Firen- 
ze è  alquanto  seccOa  Suo  compagno  e  in  {arte 
discepolo  si  pone  Alessandro  Fei  o  sia  del  Bar- 
biere, erudito  prima  nello  studio  del  Ghirlandaio, 
e  in  quel  di  Piero  Francia,  pittore  di  genere.  Il 
Fei  ebbe  ingegno  ferace  e  franco,  allo  a  grandi 
storie  a  fresco,  che  accompagnava  con  belle  ar- 
chitetture e  grottesche.  Attere  nel  suo  dipingere 
più  al  disegno  e  alTespressione  che  al  colorito: 
la  sua  tavola  della  Flagellazione  in  s.  Croce  di  Fi- 
renze è  assai  lodala. 

g.  3 1.  È  da  contarsi  fra  gP  istruttori  di  quel 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  So5 

tempo  Federigo  Zuccaro,  che  dipingendo  la  ma- 
gnitìca  cupola  del  duomo  di  Firenze,  ove  il  Vasari 
avea  fatte  soltanto  poche  figure  quando  cessò  di 
vivere,  ammaestrò  Barlolommeo  Carducci  nella 
pittura.  Ebbe  un  fratello  detto  Vincenzo,celebrati 
entrambi  come  buoni  artisti.  Aveva  il  Vasari  altri 
pittori  che  lo  aiutarono  nei  suoi  lavori  di  commis- 
sione, e  sono  Domenico  Benci  e  Tommaso  del 
VeiTOcchio.  I  suoi  piccoli  quadri  che  a  lui  ordi- 
nariamente pagavansi  cento  scudi  Tuno,  son  mol- 
ti e  molte  volte  replicati  da  lui  slesso,  talora  da 
Alessandro  Lorai ,  o  da  Barlolommeo  Mancini 
suoi  discepoli,  spesso  anche  da  Agnese  Delci  sua 
tìglia  buona  pittrice,  seguace  dello  siile  paterno, 
ma  non  da  uguagliarsi  al  padre.  Di  Onorio  Ma- 
rinari cugino  e  scolare  di  Carlo  Dolci  non  po- 
che pitture  sono  in  Firenze  in  privato  e  in  pub- 
blico. Uscito  il  Marinari  dalle  redini  del  maestro 
si  formò  uno  stile  più  grandioso,  più  ideale,  e  di 
maggior  macchia,  di  cui  rimangono  saggi  in  s. 
Maria  Maggiore,  in  s.  Simone  di  Firenze  ed  in 
più  quadrerie  (59). 

g.  3a.Nel  periododi  tempo  finora  descritto  stet- 
tero in  Firenze  nolabii  tempo  alcuni  esteri  pittori 
molto  favorevoli  ai  nazionali.  Il  Paggi  venutovi 
nel  regno  di  Francesco  I  vi  dimorò  venti  anni,  e  vi 
lasciò  varie  opere;  cosi  in  appresso  Salvator  Rosa, 
PÀ^Ibani,  il  Borgognone,  il  Colonna,  il  Milelli  e 
non  pochi  altri,  che  i  principi  chiamarono  d'al- 
tronde, o  che  venuti  in  Firenze  di  lor  volere  ve 
li  trattennero  a  decoro  della  reggia  e  della  città. 
Iacopo  Ligozzi  appartiene  alla  scuola  fiorentina 


8o6  COSTUMI 

per  domicilio,  per  uffizio ,  e  per  allievi,  avendo 
studialo  sotto  Paolo  Veronese.  Ferdiaando  II 
Io  dichiarò  suo  pittore  di  corte  e  soprinten- 
dente della  R.  galleria.  Il  Ligozzi  avea  condotta 
qualche  opera  nella  scuola  natia,  ed  aveva  qua 
recata  una  franchezza  di  pennello,  un  comporre 
macchinoso,  un  gusto  di  ornare,  e  un  non  so  che 
di  grazioso  e  di  lieto,che  non  era  frequente  in  Fi- 
renze. Il  suo  disegno  era  corretto  a  sufficienza  in 
Toscana:  al  suo  colorito,  benché  uon  fosse  quel 
di  Paolo,  non  mancava  verità  e  vigore.  Son  pre- 
giate tra  noi  le  diciassette  lunette  dipinte  a  chia- 
roscuro nel  chiostro  d'Ognissanti:  mollo  operò  per 
privati.  Nei  piccoli  quadretti  è  tinito  e  leccalo 
quanto  fossero  miniature,  nelle  quali  pure  fu  e- 
spertissimo:  varie  sue  opere  furono  pubblicale  da 
Agostino  Caracci  e  da  altri  incisori.  JXiunode'suoi 
alunni  fatti  in  Firenze  è  riputato  al  pari  di  Dome- 
nico Mascagni,  che  nell'entrare  nelT  ordine  dei 
Servi  fu  nominato  fra  Arsenio:  le  di  lui  pittu- 
re son  varie  iu  Firenze  dì  uno  stile  nou  mollo 
morbido  ce  pastoso,  ma  diligente.  Ciò  che  gli  fa 
onore  grandissimo  è  il  quadro  de'Valombrosani, 
ove  si  vede  la  contessa  Matilde  che  fa  dei  dona- 
tivi d'alcuni  beni  e  privilegi  a  quelTordine*,  pit- 
tura copiosissima  e  supremo  vanto  di  tale  autore, 
g.  33.  Scorrendo  altre  città  toscane  troviamo 
qualche  dipintore  alto  a  fornire  assai  ragionevol- 
mente le  casce  gli  altari,  Francesco  Morosini 
detto  il  Montepulciano  può  conoscersi  anche  a 
s.  Stefano  di  Firenze,  ove  sullo  stile  del  Fidani 
suo  maestro  pose  il  quadro  della  Conversione  di 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  807 

s.  Paolo.  Barlolommeo  e  Teofilo  Toire  son  rani- 
nientati  dalPOrlaiidi  come  frescanti.  In  Volterra 
Francesco  Brini  lasciò  una  tavola  Jella  inimaco- 
lala  Concezione.  Pompeo  Caccia  facevasi  chiamar 
romano  benché  non  lo  fosse.  Di  lizzano  vicino  a 
Pescia  fu  Alessandro  Bardelii,  nel  cui  stile  si 
ravvisa  il  gusto  del  Curradi  credulo  suo  educato- 
re. Alessio  Gemignani  di  famìglia  pittorica  in  Pi- 
stoia fu  seguace  del  Ligozzi.  Due  scuole  sursero 
in  questi  anni  degnissime  di  considerazione;  la 
pisana  eia  lucchese.  La  pisana  riconosce  per  suo 
capo  Aurelio  Lonii  scolare  del  Bronzino  poi  del 
Cigoli:  il  duomo  di  Pisa  ha  delle  ben  corrette  o- 
pere  di  lui:  il  suo  scopo  sembrò  sorprendere  con 
un  colore  grato  alla  moltitudine  e  col  grande 
sfoggio  dei  vestiti  e  degli  ornamenti.  Dette  vero- 
similmente i  principii  dell'arte  ad  Orazio  Lomi 
suo  fratello,  che  dal  cognome  di  un  suo  zio  mai 
terno  fu  detto  de'Genlileschì.  Questi  peròformos- 
si  a  Roma  su  gli  esemplari- migliori,  e  con  l'ami- 
cizia di  Agostino  Tassi.  Artemisia  sua  figliuola  e 
discepola  segui  il  padre  in  Inghilterra,  ma  ì  suoi 
anni  migliori  li  passò  inllalia.  Visse  lungamente 
in  Napoli,  assistita  e  promossa  nell'arte  da  Guido 
Reni,studiosa  delle  opere  del  Domenichino.e  non 
aliena  da  altri  lodati  stili.  Uno  de'suoi  migliori 
quadri  è  nel  K.  palazzo  Pitti,  rappresentante  Giù-, 
ditta  che  uccide  Oloferne,  pittura  di  forte  impa- 
sto di  un  tuono  e  di  una  evidenza  che  spira  ter- 
rore .  iìiagg'ior  fama  raccolse  Artemisia  da'*  ri- 
traiti, iie''quali  fu  pressoché  singolare,  facendola; 


8o8  MI  ,  COSTUMI 

cognita  in  tutta  Europa  (6oj.  Orazio  RiminalJi 
scolare  in  Pisa  dei  maggior  Lomi,  e  del  minore 
in  Roma,  non  imitò  veruno  di  loro,  ma  da  princi- 
pio si  lasciò  guiilare  dal  Manfredi  per  le  vie.  dei 
Caravaggeschi,  poi  si  abbandonò  alla  scuola  del 
Domenichino,  e  parve  nato  per  emularlo.  Dacché 
in  Pisa  rigermogliò  Parte  della  pittura,  non  ebbe 
forse  quella  città  pittor  sì  valente: gvande  sul  far 
caraccesco  nei  contorni  e  nei  panni,  vago  e  gra- 
zioso nelle  carnagionijpieno,  facile  e  delicato  nel 
maneggio  del  pennello,  nonavria  mendo,  per  co- 
sì dire,  se  il  reo  metodo  delle  mesliche  non  pre- 
giudicasse anche  a  lui.  Molto  e  con  lode  dipinse 
nella  cattedrale  di  Pisa,  ove' nel  coro  si  ammira- 
no due  storie  scritturali,  che  sono  un  vero  stu- 
tlio  per  chi  vuol  conoscere  quesfepoca.  Fra  gli 
altri  pisani  di  quel  tempo  è  ricordevole  Ercole 
F»ezzicaluva,  Giovanni  del  Sordo  altrimenti  detto 
Mone  da  Pisa,  Zaccaria  Rondinosi,  ma  di  scuola 
forse  fiorentina,  Arcangiolo  Paladini,e  Domenico 
Bongi. 

§.  34.  La  serie  de'mlglior  lucchesi  comincia 
da  Paolo  Biancucci  ottimo  scolare  di  Guido  Reni. 
V'è  Pietro  Ricchi  ed  altri-,  ma  quegli  che  lunga- 
mente visse  e  insegnò  in  Lucca  fu  Pietro  Paolini. 
Pietro  Testa  chiamato  il  Lucchesino  ebbe  in  Ro- 
ma diversi  maestri,  e  più  lungamente  degli  altri 
Pietro  da  Cortona.  Deferi  sopra  tutti  a  Domeni- 
chino,  quantunque  nel  suo  stile  esprima  il  Cor- 
tona ,  ed  ha  pure  somiglianza  col  Pussino  suo 
amico.  Poco  vedesi  di  luij  perché  incìse  più  che 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PASTE     Vili.  809 

dipinse,  nonostante  in  Roma  ed  in  Lucca  si  ve- 
dono vari  suoi  quadri.  Io  qui  riporto  (a)  un  sag- 
gio leggerissimo  della  di  lui  lodata  composizione 
della  nascita  d''A.chille  noto  ai  dilettanti  di  stam- 
pe come  uno  dei  di  lui  migliori  tratti  alPacquafor- 
te,  nel  quale  traluce  il  far  del  Russino  da  lui  se- 
guito, non  senza  un  piegar  di  panni  che  rammen- 
ta la  maniera  di  Pietro  da  Cortona.  Omessi  alcu- 
ni altri  della  scuola  del  Paolini  meno  addetti  al 
suo  stile,  rammenterò  i  tre  fratelli  Cassiauo,Fran- 
cesco.  e  Simone  del  Tintore  (61). 
^'  g.  35.  Pietro  Berrettini  cortonese,per  cui  si  dis- 
se Pietro  da  Cortona,  fu  scolare  del  Comodi  in 
Toscana,  del  Ciarpi  a  Roma,  e  formò  il  suo  dise- 
gno con  copiare  gli  antichi  bassirilievi  e  i  chiari- 
scuri  del  Polidoro,  uomo  che  sembra  avere  avu- 
ta Tanitna  d''un  antico.  Vuoisi  che  la  colonna 
Traiana  fosse  il  suo  più  gradito  esemplare,  e  che 
ne  abbia  dedotte  quelle  proporzioni  non  troppo 
svelte,  e  quel  chiaroscuro  spinto  troppo  innan- 
zi. Lodovico  Cardi  da  Cigoli  scolare  di  Santi 
di  Tito  fu  il  primo  che  destasse  la  nazione  a  più 
nobile  stile.  Egli  poi  ritrasse  bene  dal  Coreggia 
Peffetto  del  chiaroscuro,  e  Io  uni  anche  ad  un  di- 
segno dotto,  ad  una  prospettiva  in  regola  d^arte, 
e  ad  un  colorito  più  vivo  che  non  aveva  il  resto 
de'suoi,  tra  i  quali  veramen  t*^  primeggia.  Il  colo- 
re tiene  per  lo  più  del  lombardo^  talora  nei  ve- 
stiti ha  del  paolesco,  e  spesso  paragonerebbesi  al 
forte  stile  del  Quercino.  Oltre  i  molti  quadri  che 

(a)  Ved.  tay.   CXLVIII,  N.  1. 


8lO  COSTUMI 

ha  il  principe,  e  non  pochi  altrove  per  la  Tosca- 
na, èlodatissimo  quello  del  martirio  di  s.  Stefa- 
no (a)  nella  R.  Galleria  di  Firenze, per  modo  che 
Pietro  da  Cortona  lo  reputò  una  delle  più  belle 
tavole  di  questa  città. 

g.  36.  4ndrea  Comodi  e  Giovanni  Bilivert  se- 
guirono il  Cigoli  più  d'appresso^  Aurelio  Lomi 
più  da  lontano.  Il  Comodi,  piuttosto  compagno 
del  Cigoli  che  scoiare,  è  quasi  obliato  in  Firenze 
perchè  molto  si  occupò  nel  copiare,  ma  fece  an- 
che di  sua  invenzione  varie  opere  pregiatissime 
pel  disegno,  per  la  squisita  diligenza,  e  pel  forte 
impasto^  vi  si  scorge  l'amico  del  Cigoli  e'I  copi- 
sta di  Rafifaello.  Le  più  sono  immagini  di  Nostra 
Signora,che  si  ravvisano  alle  dita  alquanto  rove- 
sciate in  fuori,  al  collo  esile^  ad  una  cert'aria  di 
■verginal  verecondia  ch''è  propria  sua.  Giovanni 
Bilivert  è  un  pittore  non  sempre  uguale  a  sé  stes- 
so: egli  terminò  qualche  opera  rimasta  imperfetta 
per  la  morte  del  Cigoli,  al  cui  disegno  e  colorito 
procurò  di  aggiungere  la  espressione  del  Titi;  ed 
una  più  aperta  e  più  spessa  imitazione  dello  sfog- 
gio di  Paolo  Veronese.  Nelle  teste  non  è  scelto, 
ma  vivace  molto,  come  può  vedersi  a  s.  Marco 
di  Firenze  ove  son  diversi  quadri  di  storie.  Ninna 
però  ha  meritato  d''essere  replicata  tante  volte, 
quanto  la  fuga  del  casto  Giuseppe,  che  nel  Real 
museo  arresta  ogni  spettatore.il Bilivert  ebbe  del 
suo  stile  ornamentale  molti  imitatori,  che  parreb- 
bero pittori  veneti  se  avessero  più  spirito  e  mi- 

(a)  Yed.   tav.   CXLIX.  .v^kj 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE   Vili,  8l  I 

glior  colore.  Bartolomnieo  Salvestrini  è  primo  fra 
tutti,  oltre  Orazio  Fidarli,  e  Francesco  Bianchi  . 
Bona  vita  occupato  in  copiare  quadri  antichi  che 
la  corte  mandava  ai  principi  esteri,  forni  i  gabi- 
netti di  piccole  storie,  che  dipingeva  in  agate,  in 
alberile,  in  lapislazzuli  e  in  altre  pietre  dure,  aiu- 
tando colle  lor  macchie  Tuffizio  della  pittura.  A- 
gostino  Melizzi  procurò  alla  corte  dei  cartoni  co- 
piati da  quei  di  Andrea  del  Sarto,  e  de'disegnidi 
di  sua  invenzione.  Giovan  Maria  Morandi  poco 
stette  col  Bilivert,  e  andato  a  Roma  divenne  se- 
guace di  quella  scuola.  Francesco  Pagani  aveva 
in  Roma  studiato  e  in  Polidoro  e  in  IVIichelan- 
giolo,  e  ne  avea  fatte  per  privati  fiorentini  stu-. 
pende  imitazioni.  Gregorio  suotìgIio,che  non  po- 
tette conoscere  il  padre,ebbe  i  rudimenti  delfarte 
dal  Tili,  e  poi  fu  messo  dal  Cigoli.  Del  Bilivert 
furon  pure  seguaci  Francesco  ìyionlelatici,e  Cecco 
Bravo.  Altro  compagno  del  Cigoli  fu  Domenico  da 
Passignano  scolare  del  Naldini  e  di  Federigo  Zuc- 
cheri, a  cui  è  più  conforme:  il  suo  stile  non  è  il 
più  ricercato,  nò  il  più  corretto,  ma  è  macchinoso, 
ricco  di  architettura  e  di  abiti  alla  paolesca,  più 
che  altri  de'' fiorentini.  Per  dare  un'idea  del  suo 
siile  si  cita  un  Cristo  che  porla  la  croce  nel  colle- 
gio di  s.  Giovannino  di  Firenze.  Passignano  sua 
patria  possiede  forse  la  più  perfetta  opera  nella 
cupola  della  chiesa  dei  pp.  Valombrosani.  Ivi  di- 
pinse una  gloria  che  lo  mostra  sommo,  e  degno 
che  si  conti  fra  i  suoi  allievi  Lodovico  Caiacci 
fondatore  della  scuola  bolognese^  non  che  il  Tia* 
rini  ornamento  della  medesima  (6a). 


8ia  COSTUMI 

g.37.  Fabbrizio  Boschi  era  piltor  di  brio,  la  cui 
lode  caratlerislica  può  dirsi  il  comporre  con  novi- 
tà e  con  precisione  superiore  al  comune  della  sua 
scuola.  È  molto  lodalo  in  Ognissanti  di  Firenze 
un  suo  S.Bonaventura  in  alto  di  celebrare.  Ottavio 
Vanni  riusci  nei  coloiitOjed  in  ogni  altro  uffizio  di 
pittura  diligentissimo,  quantunque  talora  stenta- 
to e  freddo.  Cesare  Dandini  imitò  nel  Passignano 
il  poco  durevole  colorilo,  ma  fu  diligente  nel  re- 
sto e  assai  studioso.  Nicodemo  Ferrucci  caro  al 
Passignano  quanto  pochi  dei  suoi  condiscepoli , 
e  compagno  in  Roma  dei  suoi  lavori,  assai  tenne 
della  bravura  e  dello  spirito  del  maestro  ,  e  ad 
esempio  di  lui  mise  prezzi  non  volgari  alle  sue 
pitture  a  fresco  che  comunemente  furono  in  Fi- 
renze, in  Fiesole  e  per  lo  stato  .  Il  Fontebuoni 
mori  giovane  e  solo  a  Roqja  lasciò  suoi  lavori. 

g.  38.  Cristofano  \llori  che  per  aderire  alle 
nuove  massime  dei  tre  artisti  soprallodati,  visse 
in  continua  discordia  con  Alessandro  suo  padre 
e  maestro,  è  a  giudizio  di  molli  il  più  gran  pit- 
tore di  quel  tempo.  È  lodato  Cristofano  special- 
mente pel  colorito,  quantunque  non  abbia  cono- 
sciuto uè  i  Caracci,  né  Guido,  ma  supplì  a  tutto 
con  un  finissimo  discernimento,  e  con  una  per- 
tinace applicazione,  solito  a  non  levare  dalla  tela 
il  pennello,  finché  la  mano  non  obbediva  alT  in- 
telletto perfettamente.  Il  s.  Giuliano  dei  Pitti  è 
il  più  gran  saggio  del  suo  talento ,  ed  in  quella 
ricchissima  galleria,  se  non  è  dei  primi,  primeg- 
gia certamente  fra  i  secondi.  Gli  furon  consegnati 
non  pochi  giovani,  perchè  li  istruisse  nella  pit- 


DEI  TE9TPI  MEDICEI  PiRTE  via.  8lS 

tura .  ma  pochi  vi  durarono  ,  alienati  i  più  dai 
vizi  del  maestro,  e  dalla  insolenza  dei  condisce- 
poli. Questi  pochi  dettersi  a  far  delle  repliche  di 
quadri  sparsi  per  Firenze  i  più  celebri.  Sopra  ogni 
altro  di  quella  scuola  si  nomina  Giovan  Battista 
Vanni:  dopo  1'  Empoli  ed  altri  maestri  fu  istruito 
dalPàllori  per  sei  anni,  ed  oltre  il  colorito  che 
ne  imitò  a  maraviglia,  ed  il  disegno  che  n'emulò 
bastevoliuente,  non  gli  spiacquer  le  sue  lezioni 
di  far  buon  tempo.  Visitò  le  migliori  scuole  d"  I- 
talia,  e  sulla  faccia  del  luogo  copiò,  o  almen  di- 
segnò il  meglio.  Malgrado  tali  studi  ei  non  lasciò 
dopo  di  sé  opere  veramente  classiche.  Iacopo  da 
Empoli  scolare  del  s.  Friano  ritenne  in  gran  par- 
te delle  sue  opere  la  impronta  della  prima  edu- 
cazione; si  formò  poi  una  seconda  manierala  cui 
non  manca  pastosità  di  disegno,  né  grazia  di  co- 
lorito. Di  tal  genere  è  il  suo  s.  Ivone  (a),  che  io 
un  gabinetto  di  galleria,  stando  fra  i  pittori  di 
gran  nome,  sorprende  la  maggior  parte  degli  am- 
miratori sopra  d'ogni  altra  Scoiar  dell'Empoli  fu 
anche  Felice  Ficherelli  detto  il  Riposo,  le  cui 
pitture  si  possono  proporre  in  esempio  della  di- 
ligenza pittorica: semplice,  naturale,  studiatissimo 
senza  parerlo.  È  una  sua  tavola  di  s.  Antonio  a 
santa  Maria  Nuova  in  Firenze  che  par  consultala 
con  Gristofano  Allori  suo  amicissimo  :  tanto  lo 
seconda.  Nelle  quadrerìe  fa  iìgura  per  la  grazia 
con  cui  disegna,  per  l'impasto  dei  colori,  e  per  la 
morbidezza  (6.^). 

.;   (a)  Vcd.  tav,  ex. ,,    .... 

òl.  Toic.  Tom.  10.  W 


8l4  COSTUMI 

g.  39.  Certi  altri  pittori  paiono  da  ridurre  a 
questi  tempi^  taP  è  Giovanni  Martinelli ,  di  cui 
è  insigne  opera  ai  conventuali  di  Pescia  il  mira- 
colo di  s.  Antonio^  taPè  anco  Michele  Cinganelli 
scolare  del  Poccelli.che  fu  adoprato  in  vari  affre- 
schi nella  cattedrale  di  Pisa;  tal'è  il  Palladino,  che 
sembra  ligio  della  scuola  lombarda.  Benedetto  Veli 
dipinse  nel  duomo  di  Pistoia:  ne  vissero  in  quei 
tempi  alcuni  altri,  de'quali  niuna  memoria  ritiene 
la  Toscana,  ma  son  cogniti  in  altre  scuole.  Ullinio 
in  questo  periodo  vien  collocato  ira  i  migliori 
Matteo  Rosselli  scolare  del  Pagani  e  del  Passi- 
gnano,  e  più  degli  antichi^  su  i  quali  studiò  dili- 
gentemente in  Firenze  ed  a  Roma,  e  divenne  cosi 
buon  pittore.  Nellinsegnare  ebbe  il  Rosselli  po- 
chissimi eguali,  conoscendo  gPingegni  e  guidan- 
do ognuno  per  la  sua  via,  ragione  per  cui  la  sua 
scuola  produsse  tanti  stili  quanti  ebbe  alunni.  [1 
suo  merito  è  la  correzione,  la  imitazione  dei  na- 
turale, che  però  non  è  scelto  sempre,  ed  un  certo 
accordo  e  quiete  nel  tutto.  Prevalse  nel  carattere 
grande:  emulò  qualche  volta  il  Cigoli,  come  nella 
Natività  di  G.  Cr.  a  s.  Gaetano  di  Firenze  ,  che 
credesiilsuo  capo  d''opera.  In  fine  divenne  mae- 
stro d'  una  ragguardevole  famiglia  pittorica  che 
ora  prendiamo  a  succintamente  descrivere. 

g.  4^-  Giovanni  da  s.  Giovanni,  nome  di  pa- 
tria, mentre  il  cognome  è  Mannozzi  ,  può  dirsi 
uno  dei  migliori  frescanti  che  avesse  Italia.  For- 
nito dalia  natura  d\ui  ingegno  fervido  e  pronto, 
d'una  immaginativa  vivace  e  feconda, di  una  mano 
spedita  e  franca,  tanto  dipinse  nel  dominio  pou- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  vili.  8l5 

lificio  .  et!  in  Roma  stessa,  e  tanto  anche  in  To- 
scana ed  in  Firenze  nel  palazzo  Pitti,  che  appena 
sembr  a  credibile  aver  lui  comincialo  ad  appren- 
der Tarte  nei  18  anni,  ed  aver  finito  di  operare 
e  di  vivere  nei  48  :  egli  è  ben  lontano  dal  solido 
si  ile  del  suo  maestro.  Abusando  per  altro  della 
celebre  sentenza  d'Orazio  tutto  faceasi  lecito,  sino 
ad  introdurre  con  pazza  novità  le  angiolesse  in 
luogo  degli  angioli  nella  tentazione  di  Cristo  nel 
deserto,  come  si  vede  nell'antico  refettorio  della 
Badia  tìesolana,  ora  Poligrafia  di  proprietà  dello 
scrivente.  Di  questo  affresco  noi  diamo  solamente 
In  lunetta  di  mezzo  delle  tre  nelle  quali  il  sog- 
gi^tlo  è  dipinto  (a).  Ai  Pitti  fecesi  grande  onore 
dipingendo  il  discacciamenlo  d»;Ile  scienze  dalla 
Grecia,  ov' e  queir  Omero  cieco,  il  qual  branco- 
lando in  atto  naturalissimo  va  esule  dal  suolo 
uatio  .  Dipìngendo  in  tavola  o  in  tela  è  ammirato 
meno*,  né  va  mai  esente  da  crudezza  .  Ebbe  un 
figlio  artefice,  dotto  Gio.  Garzìa,  che  lasciò  in  Pi- 
sloia  affreschi  assai  ragionevoli.  Baldassarre  Fran- 
ceschini ,  denominato  dalla  patria  il  Volterrano, 
parve  fallo  sopra  tulli  i  Uossellani  ad  ornare  le 
cupole;  i  templi,  le  grandi  sale,  nei  quai  lavori 
più  che  in  quadri  da  camera  si  distinse.  La  cupola 
e  lo  sfondo  della  cai)[)ella  Niccoliniiu  s.  Croce  di 
Firenze,  cine  la  sua  più  felice  opera  in  questo  ge- 
nere, è  da  sorprendere  anche  un  ammir-ilore  del 
Lanfraiìco.  11  suo  fuoco  è  lemporalo  dalla  rilles- 
sione  e  dal  decoro  ,  il  suo  disegno  nazionale  è 
-i-  ■ 
o    (a)  Yfid.  Uy^.  CL.  , 


Si6  rn/  at    costumi 

Tariafo  ed  aggrandito  dalla  imitazione  delle  altre 
scuole,  per  veder  le  quali  dai  marchesi  r^iccolini 
suoi  mecenati  fu  fatto  viaggiare  alcuni  mesi:  pro- 
fittò assai  della  scuola  parmigiana  e  della  bolo- 
gnese:  conobbe  anche  Pietro  da  Cortona  ed  in 
qualche  massima  gli  aderì  .  Fece  il  Volterrano 
moltissime  pitture  a  frescoin  Firenze  ed  altrove. 
Le  lodi  che  gli  ha  date  il  Baldinucci  paion  piut- 
tosto scarse  che  soverchie  a  chi  ne  considera  a 
parte  a  parte  le  proprietà  delle  invenzioni,  la  cor- 
rezione del  disegno  sì  rara  nei  macchinisti,!!  pos< 
sesso  del  sottinsù,  lo  spirito  delle  mosse,  la  niti- 
dezza delle  tinte  serie  ,  ben  equilibrate  ,  bene 
unite,  la  soave  e  quieta  armonìa .  Le  stesse  doti 
a  proporzione  spiccano  nelle  sue  tavole  a  olio  , 
taPè  il  s.  Giovanni  evangelista,  figura  bellissima 
che  insieme  con  altri  santi  si  ainu»ira  con  gran 
soddisfazione  nel  duomo  di  Volterra. 

g.  4»-  Cosimo  Ulivelli  è  buon  pittore  di  sto- 
rie, ma  inferiore  ai  già  lodati  di  sopra.  IVIeno  abile 
di  lui  è  Antonio  Franchi  lucchese,  ma  domiciliato 
in  Firenze,  ov^  è  il  suo  s.  Giuseppe  di  Calasanzio 
nella  chiesa  deTP.  Scolopi^  quadro  di  buon  effetto, 
e  lodato  anche  pel  disegno.  Si  nominano  in  quel 
tempo  Michelangiolo  Palloni  da  Campi  allievo  del 
Volterrano,  Benedetto  Orsini  di  Pescia  ,  e  per 
ultimo  l'Arrighi  concittadino  e  scolai  e  del  Fran- 
ceschini.  Dopo  il  Franceschini  ch^è  quasi  il  Lan- 
franco della  scuola  rossellesca,  anzi  della  fioren- 
tina, si  ammira  Francesco  Furini  the  n*è  quasi  il 
Guido  e  l'Albano:  studiò  i  classici  autori  emulan- 
doli piuttosto  che  farne  copie:  i  suoi  bozzetti  non 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  817 

paion  cerio  espressi  da  loro  né  da  altri:  in  essi 
consurnaTa  lenipo  lunghissimo,  ma  il  nome  che 
gode  in  Italia  gli  viene  dai  quadri  da  stanza  non 
rari  per  la  Toscana  .  Spesso  il  soggetto  è  santa 
M.  Maddalena  penitente,  essendo  stalo  il  Furini 
un  dei  più  esperii  in  dipinger  corpi  delicati,  non 
già  un  dei  [)iù  cauti.  Ebbe  il  Furini  e  scolari  e 
copiatori,  che  spesso  peccano  di  tenebroso  per 
vizio  d' imprimitura  ,  e  spesso  fassene  autore  Si- 
mone Pignone,  ma  le  più  volle  falsamente  .  Fu 
questi  il  migliore  allievo  del  Furini  delicatis- 
simo nel  colore  delle  carni  ,  come  può  vedersi 
nella  tavola  del  B.  Bernardo  Tolomei  a  Monte 
Oliveto.  Lorenzo  Lippi  divise  il  tempo  fra  la  pit- 
tura e  la  poesia:  la  (inezza  del  pen:ìello  .  la  sfu- 
njatezza,  l'accordo,  il  buon  gusto  in  somma  con 
cui  dipinse,  fan  conoscere  ch''ebbe  sentimento  del 
bel  naturale  quanto  pochi  dei  coetanei.  L'n  Croci- 
fisso ch''è  dei  migliori  suoi  lavori  sta  nella  R.  gal- 
leria di  Firenze.  Mario  Baluzzi  studiò  sotto  il  Pas- 
siguano,  e  ne^njigliori  esemplari  di  Roma  e  di  al- 
tre scuole  forestiere.  Francesco  Boschi  nipote  e 
scolare  del  Rosselli  fu  abilissimo  nei  ritratti;^  a 
olio  terminò  qualche  opera  di  Matteo  rimasta  im- 
perfetta per  la  sua  morte.  Iacopo  Vignali  ha  qual-, 
che  somlglianzacollo  stile  del  Quercino, non  tanto 
nelle  forme,  (pianto  nella  macchia  e  nei  fondi. 
Hel  numero  delle  tavole  fatte  per  la  dominante, 
e  ppf  lo  stato  supera  ogni  altro  pittore  .  Carlo 
Dolci  della  scuola  tiorenlina  è  riuscito  pregiatis- 
simo per  le  Madonne  e  per  altre  piccole  pitturR 
salile  oggi  a  gran  prezzo.  Carlo  non  è  mollo  ce- 


glg  COSTUMI 

lebrato  per  la  bellezza,  essendo  pretto  naturalista 
come  il  maestro,  quanto  per  la  squisita  diligenza 
con  cui  finisce  ogni  cosa,  e  per  la  vera  espres- 
sione di  pietosi  atfelti.  AlTidea  delPaffetto  con- 
suona il  colorito  ed  il  tuono  generale  della  pittu- 
ra, ove  nulla  è  di  fragoroso  o  di  ardito^  tutto  è  mo- 
destia, quiete  e  placida  armonìa^  si  vede  in  lui,  ma 
perfezionato,  il  metodo  del  Rosselli.  Poco  di  esso 
rimane  in  grande,  poco  anche  in  oggetti  profani, 
alcuni  ritratti  e  quella  lodatissiraa  immagine  del- 
la Poesìa  in  palazzo  dei  principiCorsini.  A.Uri  poi 
sottoscritti  nei  quadri  sono  Niccolò  Betti,  Vitto- 
re Casini  ,  i>Iorabello  Cavatori  ,  Iacopo  Coppi  . 
Credesi  della  stessa  età  Piero  di  Ridolfo,  di  cui 
sì  trova  alla  Certosa  di  Firenze  una  gran  tavola 
deir  Ascensione  coli' e[)oca  1612.^  e  sospettasi 
aver  tratto  il  nome  dall'ultimo  dei  Ghirlandai,  a 
cui  potè  aver  servito  nella  sua  prima  età. 

^.  42..  In  altri  luoghi  delia  Toscana  troviamo 
compagni  di  Giorgio  Stefano  Veli  roui  di  ^lontes. 
Savino  <;uginodel  Vasari,  Orazio  Porla  pure  di  s. 
Savino  ed  Alessandro  Fortori  di  Arezzo.  Città  di 
s.  Sepolcro  era  a  quei  tempi  un  seminario  di  pit- 
tori, educati  quasi  tutti  da  Raffaellino,  e  quivi 
pure  il  Vasari  che  amò  oltre  V  educatore  anche 
taluni  degli  alunni.  Molto  si  valse  di  Cristoforo 
Gherardi,  soprannominalo  Doceno.  Questi  avea 
tal  possesso  nel  maneggiare  i  colori  a  fresco,  che 
il  Vasari  lo  dice  miglior  di  sé.  Tre  Cungi  o  Congi 
contò  allora  s.  Sepolcro;  Gio.  Battista  garzone 
^el  Vasari^  Leonardo  egregio  disegnatore  e  Fran- 
x:e&co  a  pochi  noto,  ma  pur  conosciuto  ^  Volter- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  S19 

ra  per  una  tavola  di  san  Sebasliano  nella  catte- 
drale di  essa,  con  la  caria  del  pagamento  rogala 
nel  1587.  Tardi  vennero  a  Roma  i  Ire  Alberti 
famiglia  di  s.  Sepolcro  numerosissima  di  pittori. 
In  Roma  attesero  a  studiare,  formandosi  in  quel 
gusto  facile  che  tenevano  i  pratici  ai  tempi  di 
Gregorio  XIII.  Cherubino  creduto  tìglio  di  Mi- 
chele ,  aiuto  di  Daniello  da  Volterra,  fu  celebre 
intagliatore  in  rame ,  poi  pittore  ch'ebbe  nome 
in  quei  tempi.  In  Roma  aiutò  Giovanni  suo  mi- 
nor fratello:  questi  é  nome  da  far  epoca  in  ge- 
nere di  ()rospeitiva.  Fu  ammirato  nella  sagrestia 
di  s.  Giovanni  Laterano,  e  più  per  la  gran  sala 
clementina,  che  fu  la  più  vasta  opera  che  in  fat-  . 
to  di  prospettiva  si  fosse  fino  a  qual  tempo  ve- 
duta. 

.  §,  43.  In  Volterra  sì  ritirò  dopo  la  morte  di 
Daniello  un  suo  nipote  e  scolare  di  Gio.  Paolo 
Rossetti^  ed  in  quella  sua  patria. per  attestazione 
del  Vasari,  fece  opere  degne  di  molta  lode:  si 
può  contare  fra  esse  la  Deposizione  di  croce  nel- 
la cappella  di  s.  Dalmazio  .  Niccolò  Cercignani 
dicevasi  il  Pomarance  per  la  patria,  ed  anche  il 
Volterrano  per  la  vicinanza  dei  due  paesi  fra 
loro.  È  lodalo  assai  dal  Vasari  ,  e  veramente  ha 
del  merito,  come  cel  mostra  un  quadro  ch^è  nel 
Battistero  di  Volterra.  Due  scolari  del  Ricciarelli 
riunì  Pistoia,  Biagio  da  Cuiigliano  ed  il  P.  Bia- 
gio Belli  Teatino.  Livorno  ebbe  Iacopo  Rosignoli. 
A  Pisa  rimaseBaccioLomi.L^Assuntache  ne  han- 
no i  canonici  nella  lor  residenza,  e  qualche  altra 
sua  tavola  se  partecipano  della  durezza  della  sua, 


Sao  COSTUMI 

età  ,  presentano  pure  un  disegno  ed  un  colore 
assai  ragguardevole  .  Nel  vicino  stalo  di  Lucca 
vuol  ricordarsi  Paolo  Guidotli  uomo  d**  ingegno 
e  di  spirito  ,  pittore  insigne  e  scultore ,  colto  in 
lettere,  fondato  nelle  cognizioni  anatomiche,  ma 
di  un  gusto  non  cosi  scelto  e  limato.  La  patria  ne 
ha  alcune  tavole,  ed  in  palazzo  ducale  il  gran  qua- 
dro allusivo  alla  repubblica.  Simil  carriera  e  nei 
tempi  stessi  tenne  Girolamo  Massei,  sennonché  si 
limitò  alla  pittura.  In  paesi  ed  in  battaglie  fu  dei 
primi  in  Italia  a  farsi  nome  A^ntonio  Temjìesti 
fiorentino,  scolare  più  che  del  Titi  dello  Strada- 
no (64). 

g.  44-  Verso  Tanno  i58o  i  fiorentini  si  rivol- 
sero finalmente  dagli  esemplari  domestici  ai  fo- 
resti eri. ed  allora  sorsero  in  Firenze  maniere  varie 
e  robuste  ,  come  osserveremo.  Ella  ebbe  inco- 
uiinciamento  da  due  giovani  pittori ,  Lodovico 
Cigoli  e  Gregorio  Pagani  .  Costoro  tratti  dalla 
fama  del  Barocci ,  e  dalla  bellezza  di  una  sua  ta- 
vola che  avea  recentemente  mandata  da  Urbino 
in  Arezzo,  e  che  ora  conservasi  nella  real  gal- 
lerìa di  Firenze  ,  andarono  insieme  a  vederla  , 
la  esaminarono  attentamente  ,  e  tanto  restaron 
presi  da  quello  stile,  che  rinunziarono  fin  d'allora 
a  quello  dei  lor  maestri  .  Si  unì  ad  essi  il  Pas- 
signano,col  quale  il  Cigoli  fece  un  secondo  viag- 
gio sino  a  Perugia  ,  quando  il  Barocci  ebbe  di- 
pinta per  quella  cattedrale  la  sua  celebre  Depo- 
sizione di  croce  .  Su  i  loro  esempi  si  rivolsero 
altri  giovani  dalla  pristina  maniera  ad  altra  più 
/orte.  siccome  fece  l'Empoli  specialmente  ,  ed  ii 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  Sai 

caT.  Curradi  con  altri,  e  sorser  poi  Crislofano 
Allori  ed  il  Rosselli,  che  la  nuova  maniera  tra- 
smisero a  nuovi  allievi.  Non  però  si  dettertantoa 
seguire  il  Barocci  che  a  queir  urbinate  servi  di 
guida.  Kon  polendo  essi  viaggiare  tino  in  Lom- 
bardia^ studiarono  in  Firenze  quelle  poche  copie 
e  quel  meno  di  originali,  che  ivi  se  ne  trovava  , 
per  trarne  specialmente  il  gusto  del  chiaroscuro, 
cosa  quasi  trascurata  a  quei  tempi  in  Firenze  e 
anche  in  Roma.  Cosi  a  poco  a  poco  si  osserva- 
rono con  più  diligenza  gli  effetti  della  luce  e  del- 
r  ombra  :  lo  deferi  meno  alla  pratica  e  più  alla, 
natura.  Di  qua  surse  un  nuovo  stile,  ch"'è  dei  mii- 
gliori  che  in  Toscana  siansì  tentati;  corretto  sul 
gusto  nazionale,  morbido  e  ben  rilevato  sul  far 
lombardo.  Se  avessero  aggiunto  alle  forme  qual- 
che studio  di  greca  eleganza,  alla  espressione 
qualche  osservazione  più  fina  ,  la  riforma  della 
pittura  che  in  Italia  si  vede  circa  a  questo  tem- 
po, non  si  ascriverebbe  a  Firenze  men  che  a 
Bologna  (65). 

g.  4^>  Alcune  combinazioni  favorevoli  venner 
quindi  aiutando  i  progressi  della  scuola;  una  se- 
rie di  principi  amicissimi  delle  buone  arti;  la  fa- 
cilità che  il  Galileo  ebbe  di  somministrare  ai  pit- 
tori ì  suoi  lumi  e  leggi  della  prospettiva;!  viaggi 
di  alcuni  maestri  fiorentini  in  Venezia  e  nella 
Lombardia  ,  la  lunga  permanenza  in  corte  ^  o 
almeno  in  città  di  vari  esteri  eccellenti  nel  co- 
lorire .  Cominciò  pertanto  il  nuovo  stile  ietto 
Francesco  I  de\>ledici  molto  intelligente  in  di- 
segno, k  lui  succedettero  Ferdinando  I,  Cosimo 


8aa  .!«▼  ar  e  o  s  r  u  m  i 

li.  Ferdinando  II  tutti  memorabili  per  opere  gran- 
diose, ordinate  in  ornamento  della  città  e  della 
reggia:  vi  furono  anche  i  cardinali  Gio.  Carlo,  e 
Leopoldo  de''lVIedici,  ambedue  mecenati  delle  arti*, 
aggiungasi  il  principe.  Mattias, ed  altri  della  fami- 
glia reale.  Sopra  ogni  altro  giovò  il  Ligozzi,  che  al- 
lievo dei  veneti,  i  quali  allora  tenevano  il  campo  in 
Italia  ,  rallegrò  la  scuola  fiorentina  con  gli  esempi 
più  spiritosi  e  più  lieti  che  mai  vedesse.  Dopo  il 
buono  di  questi  anni  non  taceremo  ciò  che  ebbero 
di  men  lodevole,e  fu  un  color  lenebroso,che  occupò 
allora,  e  oggidì  rende  poco  men  che  inutili  molti 
quadri  di  quella  età.  Se  ne  dà  la  colpa  al  metodo 
della  imprimitura;  alterato  in  ogni  luogo,  ond'  è 
che  queslo  difetto  non  è  sol  proprio  dei  tiorentini. 
Ma  oltre  a  tal  metodo  ,  vi  ebbe  parte  il  gusto  del 
carattere  forte  e  robusto  inclusive  nelle  donne 
e  nei  putti,  formandoli  di  occhi,  di  naso,  di  lab- 
bra più  che  mediocri,  per  tacer  delle  mani  che 
certamente  non  fan  pompa  di  leggiadrìa.  ÌVIa  la 
parte  del  contrapposto  in  cui  il  sopra  lodato  Li- 
gozzi  si  è  distinto  fra  lutti,  cioè  quella  opposizio- 
ne di  figure  con  figure  ,  di  gruppi  con  gruppi, 
di  parti  con  parli,  egli  pare  che  la  deducesse  dal 
Lanfranco,  e  in  parte  la  fondasse  nelle  urne  dei 
baccanali.  Del  resto  non  finisce,  se  non  ciò  che 
dee  far  più  comparsa,  schiva  le  ombre  forti,  ama 
le  mezze  tinte,  gradisce  i  campi  men  chiari,  co- 
lorisce senza  affettazione  ,  e  siede  inventore  e 
principe  di  uno  stile  a  cui  è  stato  dato  nome  di 
facile  e  di  gustoso.  Egli  Io  impiegò  con  [)lauso  in 
quadri  d  ogni  misura,  ma  in  quei  di   macchina, 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  8a5 

«'mollo  più  nelle  volte,  nelle  cupole,  negli  sfondi 
Jo  portò  ad  un  segno  di  vaghezza,  che  non  gli 
mancheranno  mai  lodatori.Quel  giusto  comparti- 
mento che  aiutato  dalT  architettura  dà  alle  sue 
storie^  quella  gradazione  artilìciosa,  per  cui  sopra 
le  nuvole  fa  comparirela  vastità  degli  spazi  aerei, 
quel  possesso  del  sotto  in  sii,  quel  giuoco  di  lu- 
ce quasi  celestiale,  quella  simmelrica  disposizione 
di  tigure  è  cosa  che  incanta  Tocchio,  e  solleva  lo 
spirito  sopra  sé  stesso.  Vero  è  che  un  tal  gusto 
non  appaga  la  ragione  sempre  ugualmente,  per- 
ciocché inteso  a  guadagnar  Tocchio,  introduce 
attori  oziosi,  affinchè  non  manchi  alle  composizio- 
ni il  solito  pieno,  e  per  servire  al  contrapposto 
fa  atteggiare  colle  più  placide  azioni  i  personaggi, 
come  si  farebbe  in  una  giostra,  o  in  una  battaglia. 
g.4'^-11  Berrettini  dotato  da  natura  di  un  ingegno 
quanto  facile  altrettanto  avveduto,  schivò  queste 
esorbitanze,  o  non  le  portò  tanto  avanti,  quanto 
a''di  nostri  le  hanno  inoltrate  i  cortoneschi  per 
quel  solito  impegno  di  ciascuna  scuola  di  carica- 
re il  carattere  dei  lor  maestri-.Quindi  lo  stile  facile 
è  degenerato  in  trascurato,  e  in  afì'ettato  il  gu- 
stoso. Sicché  le  scuole  che  gli  aderirono  maggior- 
mente andarono  ritirandosi  e  tornarono  ai  melodi 
pili  sicuri.  Quest'epoca  è  stata  la  men  feconda 
ili  bravi  artisti,  ma  per  altro  alla  lor  mancanza  ha 
bravamente  sup|)li1o  il  Cortona.  Kgli  fu  chiamato 
a  Firenze  da  Ferdinando  ![  circa  al  1640  ad  or- 
nare alcune  camere  del  real  palazzo  dt;'*  Pitti;  e 
questo  lavoro  in  cui  consumò  vari  ainii,  riuscì  a 
giudizio  degl'inteudeuli  il  più  bello  di  quanti  mai 


8*4  COSTUMI 

ne  facesse  in  vita.  Era  diretto  nelle  inTenzioni 
da  Michelangiolo  Buonarroti  il  giovane  letterato 
di  sonìmo  merito  ,  e  parve  anch'*  egli  letterato 
iieireseguirle.  In  una  camera  dipinse  le  quattro 
età  del  mondo,  ed  altre  cinque  camere  deilicò 
per  così  dire  a  cinque  deità  favolose,  e  dal  nome 
loro  le  intitolò  la  camera  di  Minerva,  quella  di 
A^pollo,  e  cosi  le  altre  di  Marte,  di  Giove  e  di  Mer- 
curio ,  di  che  scrissi  non  poco  nel  descrivere 
il  R.  palazzo  de'^Pitti  (66).  La  grand''opera  fu  ter» 
minata  da  Ciro  Ferri,  perchè  il  cortonese  disgu- 
stato della  corte  se  ne  assentò^  andandosene  a 
Roma.  Ciro  in  sua  vece  fu  scelto  da  Cosimo  III 
perchè  istruisse  i  toscani  che  a  Roma  tenevansi 
a  studio.  Da  quel  tempo  in  poi  non  si  è  formato 
pittore  di  questa  nazione  che  poco  o  molto  non 
tenesse  di  tal  maniera,  ancorché  in  Toscana  non 
facesse  che  qualche  allievo  (67),  che  ora  accen- 
neremo. 

g.  47.  Vincenzo  Dandini  frate]  di  Cesare  dalla 
scuola  fraterna  passò  a  quella  di  Pietro  e  riusci 
migliore  del  fratello  in  disegno  e  in  morbidezza 
di  colorire^  diligente  anche  più  di  lui  e  studioso 
ne^Buniein  ogni  parte  della  pittura.  Nella  chiesa 
d^Ognissanli  di  Firenze  è  una  sua  Concezione.  In 
Pietro  suo  figlio  e  scolare  si  riconosce  il  medesimo 
stile  ma  degenerato  già  in  pratica  e  in  maniera. 
Questo  pittore  superò  gli  altri  Dandini  nel  talento, 
e  viaggiando  più  che  veruno  di  essi,  vinseli  nella 
cognizione  degli  esteri.  Ove  fu  pagato  più  gene- 
rosamente, ivi  mostrò  d'esser  più  valenl''  uomo, 
come  in  una  cupola  a  santa  Maria  Maddalena.  Ot- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  vili.  8l5 

taTÌaDO  SUO  tìglio  ne  comparisce  anche  seguace 
in  alcune  lunette  al  chiostro  di  s.  Spirito.  La  fami- 
glia Dandini  fece  allievi  moltissimi,  e  questi  e  i  lor 
posteri  han  tenuta  in  vita  la  scuola  cortonesca, 
e  propagatala  fino  ai  di  nostri.  Lo  stile  più  mo- 
derno teuevasi  il  migliore,  e  rultirao  maestro  pa- 
rca far  leggi  nuove  in  pittura  ed  abolire  le  anti- 
che. Cosi  di  artefici  non  grandi  nascevan  sem])re 
altri  più  minuti  e  più  manierati,  simili  ai  primi 
nelle  massime,  inferiori  nella  slima .  Si  aggiunge 
circa  questi  tempi  un  costume  di  lavorare  con 
certo  disprezzo  che  commendano  nel  Giordano 
ed  in  alcuni  Veneti.  Si  provarono  in  Firenze  an- 
cora vari  maestri  ad  imitarli,  niafecer  opere  che 
sentono  dell'abbozzo.  Fra  gli  scolari  di  Vincen- 
zo Dandini  si  nominano  senz'Bahia  aggiunta  An- 
tonio Riccianti,  Michel  Noferi  ed  altri^  ma  si  fa 
speciale  elogio  di  Anton  Domenico  Gabbiani»  co- 
ki fra  gli  allievi  di  Pier  Dandini  si  rammentano 
Giovanni  Cinqui  ,  Antonio  Puglieschi  ,  Valerio 
Baldassare  pesciatino  e  la  Fratellini.  Ad  Ottaviano 
pure  Dandini  spetta  il  Carlini  ed  il  Santarelli  (68). 

g.  48.  Il  migliore  allievo  de'Dandini  fu  Anton 
Domenico  Gabbiani  testé  ricordato,  ilqual  si  può 
contare  fra  i  primi  disegnatori  del  suo  tempo.  Molli 
disegni  di  lui  furon  pubblicali  da  Ignazio  Uugford , 
insieme  colla  sua  vita.  Wel  colore  ha  dato  talora 
in  languidezza,  ma  il  più  delie  volle  non  può  ri- 
prendersi :  è  vero  $|)ecialmente  nelle  carni,  su- 
goso, legato  da  gentile  accordo.  I  suoi  panni,  quan- 
tunque veduti  dal  vero^  tuttavia  nella  esecuzione 
eran  ridotti  alquanto  pesanti,  e  men  giusti  talv  olla 

òt.   Tose.    Tom.  10.  :u 


8a6  COSTUMI 

nel  e ol ori to.Ne''soggelti  leggiadri  ha  gran  merito, 
e'veggonsi  di  lui  a'Pitti  carole  di  geni  e  simili  rap- 
presentanze di  putti,  che  di  poco  cedono  a  queMi 
Bacicelo.  Il  catalogo  de''suoi  allievi  è  numeroso. 
Onore  del  maestro  e  di  Firenze  fu  Benedetto  Luti 
che  in  parte  si  formò  in  questa  scuola  ,  ed  in 
Roma.  Lo  stile  che  ivi  spiegò  può  dirsi  un  pro- 
dotto di  varie  imitazioni,  scelto  nelle  forme,  va- 
go e  lucido  nel  colore,  artificioso  nella  distribu- 
zione dei  lumi  e  delle  ombre,  armonico  all'oc- 
chio.  In  Boma  fu  maestro  del  nuovo  stile:  delle 
sue  produzioni  scarseggia  la  Toscana  fuori  della 
casa  del  principe,  k.  Pisa  è  una  gran  tela  col  vesti- 
mento di  s.  Ranieri,  e  fra  i  maggiori  quadri  della 
Basilica  questo  é  il  più  ammirato  e  dichiarato  lo 
ultimo  pittore  della  scuola.  Nel  medesimo  studio 
era  stato  educato  Tommaso  Redi  ch'ebbe  regole 
nell'arte  anche  dal  Maratta  e  dal  Balestra.  Nello 
elogio  del  Gabbiani  son  ricordati  con  onore  Gae- 
tano Gabbiani  suo  nipote  ,  Francesco  Salvetli, 
Gio.  Antonio  Pucci  pittore  e  poeta  ,  Giuseppe 
Baldini,  Ranieri  del  Pace  pisano,  che  vinto  poi 
dal  costume  si  ammanierò  molto.  Ignazio  Hugford 
nato  in  Firenze  di  padre  inglese,  ebbe  forma 
di  sagacissimo  conoscitore  delle  mani  de''pittori, 
e  dipinse  pure  con  buona  maniera  la  tavola  di  s. 
Raffaello  a  santa  Felicita  in  Firenze,  e  altre  cose 
.specialmente  in  piccolo  (69). 

g.  49.  Competitore  del  Gabbiani,  ed  a  parer  di 
molti  superiore  a  lui  nel  genio  pittoresco,  fu  A- 
lessandro  Gherardini  di  una  felicità  maravigliosa 
nel  contraffare  le  altrui    maniere.  Ebber  posto 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PABTE   Vili,  827 

onorevole  fra  i  ritratti  dei  pittori  di  galleria  Se- 
bastiano Galeotti ,  Agostino  Veracini  scolare  di 
Bastian  Ricci  ,  Francesco  Conti  discepolo  del 
Maratta ,  il  Lapi  seguace  del  Giordano  :  ciascun 
di  essi  ha  imitato  egregiamente  la  sua  guida. Eb- 
bero egualmente  P  onore  del  ritratto  cert'  uni 
dei  quali  non  si  conoscono  le  opere.  Mentre  vi- 
vevano il  Gabbiani  e"*!  Gherardini  era  conside- 
ralo in  Firenze  Gio.  Camraillo  Sagrestani  scolare 
del  Giusti  ,  che  nei  suoi  viaggi  traltennesi  al- 
quanto nello  studio  del  cav.  Cignani.  È  alla  Ma- 
donna dei  Ricci  una  santa  Famiglia  di  sua  mano, 
ma  v"*  è  chi  la  vuole  del  suo  scolare  Bonechi  . 
Sursero  poi  tre  bravi  allievi  nella  scuola  fioren- 
tina, il  Soderinì,  il  Meucci  ed  il  Ferretti.  Mauro 
Sederini  ebbe  nome  di  bravo  disegnatore  ,  e 
cercò  in  dipingere  la  vaghezza  e  P  effetto  .  Vin- 
cenzo Meucci  si  occupò  specialmente  in  opere 
macchinose,  che  fece  in  più  luoghi  della  Toscana. 
A  lui  contrastò  la  gloria  di  primo  frescante  Gio.' 
Domenico  Ferretti  ,  di  cui  si  trovan  pitture  e 
nella  capitale  e  per  lo  stato,  ed  in  fantasia  e  spi- 
rito pittoresco  veramente  par  che  il  vincesse  :> 
ambedue  prevalsero  nel  lavorare  a  fresco:  dipin*^ 
gelido  a  olio  spesso  hanno  accelerata  l'opera,  se- 
condo Tuso  dei  frescanti.  Quindi  il  Ferretti  che 
pur  sì  lodevolmente  dipinse  a  Pisa  il  Martirio 
di  s.  Barlolommeo  nella  chiesa  di  quel  santo  a- 
poslolo  ,  non  soddisfece  ugualmente  sulla  storia 
di  s.  Guido  fatta  per  la  primaziale/.  Dèi  Meuccfi 
sono  sparse  varie  tavole  per  le  chiese  di  Firenze. 
Ebbe  conipetitaie  Giuseppe  Grtsoni  scolare  del 


8a8  COSTUMI 

Redi,  che  avea  più  di  luì  viaggiato  per  le  scuole 
dTlalia  (70).  Il  Meucci  ed  il  Grisoni  non  posson 
esser  chiamati  pittori  d'Italia  siccome  il  Luti  ,  e 
d''ugual  calibro  è  Io  Zocchi.  Questi  era  dotato  di 
ingegno  fecondo  alla  invenzione,  pieghevole  alla 
imitazione,  giudizioso  alla  scelta:  dipinse  a  fresco 
in  varie  case  di  nobili  fiorentini.  Nelle  piccole 
propoj'zioni  valeva  molto,  come  quando  ritrasse 
a  olio  le  feste  fatte  per  la  venuta  di  Francesco  l 
augusto,  lavoro  esattissimo  in  prospettiva,  e  gra- 
zioso molto  nelle  tante  figure  che  v''inserì.  Si  ve- 
de quesfopera  a  Siena  nella  ricca  quadreria  San- 
s  edoni. 

§.  5o.  Lucca  anche  nell'epoca  che  noi  diciamo 
medicea  non  tralasciò  d'aver  pittori,  e  fra  i  più 
rinomati  vuoisi  a  ragione  annoverare  Pietro  Pao- 
lini  nato  nel  i6o3.  Questi  si  distinse  espressa- 
mente sopra  tanti  altri  resi  insigni  nella  stessa 
professione,  ed  arricchì  le  chiese  edi  palazzi  luc- 
chesi di  opere  esimie  .  Ma  ciò  che  più  merita  io 
suo  grande  onore  fu  l'aprire  in  sua  casa  una  fio- 
ritissima scuola,  somministrando  agli  scolari  tanti 
comodi  e  vantaggi  a  proprie  spese,  che  lasciava 
così  in  dubbio  se  si  dovesse  chiamare  un  eccel- 
lente maestro,  oppure  un  generoso  mecenate. 
Imitò  in  molte  sue  opere  decisamente  la  squola 
■veneziana  in  parte  del  Bordenone  :  ebbe  special 
talento  nei  temi  tragici;  nel  genere  delicato  fu 
accusato  di  aver  talvolta  nelle  figure  donnesche 
rinforzata  troppo  la  maniera  ;  nondimeno  fu  va- 
ghissimo quando  volle,  e  n'è  una  prova  la  mag- 
gior tavola  alla  chiesa  della  Trinità  di  Lucca,  ove 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  829 

SÌ  rappresenta  la  divina  Triade  con  vari  santi,  che 
dicesi  avere  condotta  in  uno  stile  sì  grazioso  per 
mostrarsi  non  inferiore  al  Biancucci  suo  competi- 
tore, ed  è  opera  da  molti  intelligenti  tenuta  come 
lavoro  di  Paolo  Veronese.  Al  Paoliiii  successe  in 
celebrità  Pompeo  Girolamo  Batoni ,  il  quale  vì- 
vendo studiate  le  opere  degli  antichi  e  di  Raf- 
faello, scherzava  col  pennello*,  ogni  via  era  sicura 
per  lui,  poiché  dipingeva  or  d'impasto,  or  di  toc- 
co,  or  tutto  finiva  a  tratto  ^  talvolta  risolveva 
lutto  il  lavoro  e  gli  dava  la  necessaria  forza  con 
un  lume:  trattò  con  singolare  amorevolezza  i  sog- 
getti teneri  ed  appassionati ,  come  lo  mostra  il 
suo  Alcide  al  bivio  dipinto  al  naturale  (71). 

g.  5i.  Volgendosi  al  rimanente  della  Tosca- 
na, la  troviam  jiiena  di  corloneschi.  Fin  dai  pri- 
mi anni  del  secolo  decim'  ottavo  abbiamo  in  s. 
Sepolcro  un  Zei  che  dipinse  per  la  cattedrale 
della  sua  patria,  ed  è  un  quadro  ben  colorito  é' 
composto  sulle  massime  della  squola.  Il  IVIercalf 
si  tiene  per  uno  degli  ultimi  pittori  della  città  . 
L^Orlaudi  fa  menzione  di  Tommaso  Lancisi,  sco-' 
lare  dello  Scaminossi.  Della  patria  del  Berrettini  è 
noto  un  Adriano  Palladino.  Arezzo  ridonda  di 
opere  corlonesche.  Il  Castellucci  fu  grande  imi- 
latore  di  Pietro  da  Cortona.  Vie  un  suo  yffresco' 
in  palazzo  pubblico,  che  rappresenta  Nostra  Don- 
na fra  i  santi  protettori  della  città.  Pistoia  ebbe 
alPincontro  due  Geminiani,  Giacinto  il  padre  ti' 
Lodovico  il  tìglio,  dei  quali  si  disputa  ancora  qual* 
dei  due  prevalga.  Giacinto  dalla  scuola  del  Pus- 
sino  venne  a  quella  di  Pietro  da  Cortona.»  come 


83o  COSTUMI 

nel  disegno  e  nel  componimento  sì  attenne  più 
al  primo  maestro  ,  cosi  nel  colorito  e  nel  gusto 
delle  architetture  maggiormente  si  conformò  al 
secondo  .  Pietro  Berrettini  a  giusto  titolo  vien 
dalla  storia  detto  il  caposcuola  dei  cortoneschì 
per  avere  insegnato  un  metodo  facile  nel  com- 
porre e  disegnare,  di  che  ne  fa  prova  la  pittura 
esistente  nella  R.  galleria  di  Firenze,  che  rap- 
presenta Arianna  abbandonata,  da  me  qui  espo- 
sta (a),  del  di  lui  scolare  Giacinto  Gemiiiiani , 
il  quale  non  solo  apprese  il  fare  del  maestro,  ma 
e  mulo  in  qualche  quadro  ancora  il  Guercino,  sic- 
come  in  quel  Leandro  della  R.  galleria  di  Fi- 
renze che  per  un  Guercino  è  stato  additato  gran 
tempo.  In  Pistoia  sono  di  man  di  Giacinto  due 
istorie  di  s.  Giovanni  nella  chiesa  del  santo,  e  ve 
ne  fu  in  duomo  una  tavola  di  s.  Rocco  tenuta  ec- 
cellente .  Un  bel  quadro  fece  Lodovico  per  la 
chiesa  dei  cappuccini  di  sotto,  ora  parrocchia  . 
Spento  Tunoe  l'altro,  restò  in  vita  Lazzaro  Baldi 
altro  grande  onore  della  scuola  di  Pietro  e  della 
sua  patria,  il  di  cui  merito  può  conoscersi  in  due 
tavole,  nella  INuuziata  as.  Francesco  e  nel  Riposo 
d'*Egittoalla  .'Madonna  delPUmiltà,  Artefice  più  re- 
cente è  Già  Domenico  Piastrini  scolare  del  Luti, 
che  nell'atrio  della  Madonna  deirUrailtà  rappre- 
sentò istorie  allusive  al  tempio.  Non  è  cosa  aliena 
da  questo  luogo  far  menzione  di  Gio.  Battista 
Cipriani  nato  in  Firenze  ,  di  famiglia  però  pisto- 
iese ,  tanto  più  che  in  quelle  vicinanze  lasciò 

(a)  Ved.   tav.  GXLVIU,  N.  2. 


DEI    TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  S3  I 

qualche  saggio  del  suo  pennello.  Poco  egli  dipin- 
se perchè  la  sua  eccellenza  fu  nel  diseguo ,  e  ia 
derivò  dagli  studi  del  Gabbiani  .  Passalo  poi  in 
Londra  molto  fu  adopratodal  celebre  Barlolozzi, 
che  incidendone  le  invenzioni  ,  ha  dato  eterna 
fama  all'autore,  Polrebbesi  accrescere  V  elenco 
degli  artisti,  ma  io  me  ne  astengo  per  non  con- 
fondere i  celebri  con  quei  di  minor  grido:  restano 
da  considerarsi  altri  pisani  e  lucchesi.  Camillo  Ga- 
brielli scolare  di  Ciro  fu  il  primo  che  trapiantassi» 
in  Pisa  il  gusto  del  Cortona, su  cui  fece  al  Carmine 
un  buon  quadro  a  olio,  più  felice  sempre  ia  tali 
opere  che  in  quelle  a  fresco.  I  due  Melani  suoi 
allievi  lo  hanno  superato  in  celebrità.  Con  esem- 
pio somigliante  dirò  de- lucchesi:  due  fratelli  i\Iar- 
racci  vissero  con  pari  gloria  in  dispare  facoltà  : 
Ippolito  fu  quadralurista  .  e  Giovanni  pittor  di 
ligure  contato  fra  i  migliori  seguaci  del  Berretti- 
ni. Colla  slessa  felicità  seguirono  Pietro  da  Cor- 
tona due  altri  lucchesi  cresciuti  nella  sua  scuola, 
Giovanni  Coli  e  Fili[)po  Gherardi  concordissimi 
come  di  animo,  così  di  stile.  Essi  passaiono  poi 
ad  una  maniera  che  partecipa  del  veneto  e  del 
lombardo,  e  così  dipinsero  a  olio  il  grande  sfondo 
della  libreria  di  s.  Giorgio  Maggiore.  La  più  co- 
spifua  onde  ornassero  la  patria  loro  fu  la  tribu- 
na di  s.  Martino  dipinta  a  fresco.  11  chiostro  del 
Carmine  fu  dipinto  dal  solo  Gherardi  (72)  ,^,1  j 
g.  .52.  Tiene  del  cortonesco  anche  Gio.  Bai-; 
tista  Brugieri  scolare  del  Baldi,  applaudito  molla 
ai  suoi  giorni  per  la  cappella  del  Sacramento  ai 
Servi,  e  per  altre  pubbliche  opere.  U  P.  Stefano 


83a  COSTUMI 

Cassiani  detto  il  Certosino,  perchè  di  laPordine, 
dipinse  a  fresco  la  cupola  nella  sua  chiesa  sullo 
siile  del  Corlona.  Girolamo  Scaglia  ritrasse  pure 
dal  Berrettini  neirarchitetlura.  Nella  macchia  si 
attenne  al  Paolini  e  talora  si  appressò  al  Ricchi, 
i  cui  lavori  sono  di  estrema  fatica  e  di  pochissi- 
mo gusto.  Gio.  Domenico  Campjglia  fu  reputato 
assai  bravo  disegnatore  e  specialmente  per  rose 
antiche,  ed  in  pittura  non  mancò  di  merito.  Pier 
Sigismondi  lucchese  è  ricordato  dal  Titi  non 
senza  onore,  così  il  Massai  ed  il  Pini.  Si  dà  fine  a 
questa  serie  con  due  artefici ,  che  se  avessero 
avuti  molti  pari  a  lor  tempi,  non  sarebbe  deca- 
duta la  pittura  nel  secolo  XVIII.  Gio.  Domenico 
Lombardi  formò  lo  stile  sugli  esempi  del  Paolini, 
e  lo  migliorò  studiando  in  Venezia  gli  ottimi  co- 
loritori, e  osservando  anche  i  bolognesi.  Al  genio 
di  questo  artefice,  il  gusto,  il  carattere  grande  e 
risoluto  comparisce  in  varie  tele  dipinte  nei  suoi 
anni  migliori  e  con  vero  impegno.  Tali  sono  i 
due  quadri  laterali  nel  coro  degli  Olivetani  di  Fi- 
renze, pitture  di  tanta  forza  e  di  tal  magia  che  si 
appressano  al  migliore  stile  del  Guercino. 

g.  53.  Chi  legge  la  storia  toscana  del  secolo 
XV  dal  suo  principio  fino  alla  metà  sente  con 
•orpresa  immerso  questo  paese  in  un  mare  di 
guai  d'ogni  genere  fino  alPanno  i555,  nel  quale 
Cosimo  I  spogliò  i  senesi  delPantica  lor  libertà, 
per  lo  che  due  terzi  dei  suoi  cittadini  in  tale  oc- 
casione cambiarou  suolo,  ricusando  di  viver  sud- 
diti di  quel  nuovo  sovrano  .  In  questa  occasione 
e  fra  i  disertori  sopraccennali  perde  la  città  molti 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE     VIU.  833 

professori  già  formati,  onde  sursero  per  V  Italia 
buoni  artefici,  la  cui  origine  da  Siena  ci  conte- 
sta la  storia.  Trovasi  per  esempio  in  Bologna  un 
Agostino  Marcucci  senese  e  tuttavia  i§;noto  a 
Siena,  e  forse  la  ragione  si  è  perchè  nato  da  emi- 
grati in  paese  estero  .  Siena  intanto  cominciò 
a  poco  a  poco  a  respirare  da'suoi  mali,  e  ad  affe- 
zionarsi al  governo  nuovo,  che  T  accortezza  di 
Cosimo  facea  comparire  non  lauto  nuovo  gover- 
no quanto  riforma  del  vecchio:  né  molto  andò 
che  il  vuoto  lasciato  in  città  dagli  artefici  emigrati 
fu  riempiuto  da  altri.  Yi  era  rimasto  il  Rustico  ed  il 
Riccio  di  lui  migliore,  che  nella  venuta  di  Cosimo 
fece  una  celebre  scena  ,  abilità  in  esso  già  nota  . 
Mancalo  il  Riccio  gli  succedette  in  questa  scuola 
Arcangiolo  Salimbeni,  il  quale  se  non  ebbe  gran 
genio,  ebbe  almeno  giudizio  da  non  seguire  la 
corruttela  dei  suoi  tempi .  Così  fra  la  infezione 
delle  scuole  vicine  questa  rimase  illesa  o  meo 
tocca,  ed  i  nuovi  allievi  che  produsse  cospiraro- 
Do  alla  riforma  dell'arte  in  Italia.  Essi  non  casa- 
linghi come  il  iMecherino  ,  dipingevano  ugual- 
mente bene  fuori  di  Siena.  Dopo  l'indirizzo  avuto 
dal  Salimbeni  oda  allro  men  noto  artetice,  cia- 
scuno prese  diversa  guida;  ed  ecco  la  storia.  Pie- 
tro Sorri  dopo  la  prima  istituzione  avuta  in  Sie- 
na, passò  in  Firenze  sotto  il  Passignano  ,  di  cui 
divenne  genero  e  compagno  di  lavori:  emulò  la 
maniera  di  lui^  mista  come  di  fiorentino  e  di  ve- 
neto. Il  Casolanì  eh''  ebbe  il  cognome  da  Casole 
castello  presso  Siena,  ha  nella  real  galleria  di 
Firenze  un  suo  ritratto  di  donna  che  dicesi  Lu- 


834  •'-'  COSTUMI 

crezia  Piccolomini,  con  quel  di  tre  uomini  nel 
quadro  stesso  ,  e  si  è  credulo  eh**  ella  ri  fosse 
espressa  insieme  con  tre  suoi  figli  Alessandro 
Gasolani,  Francesco  Vanni,  e  Ventura  Salimbeni 
nati  a  lei  nel  corso  di  pochi  anni  da  diversi  mariti. 
Nel  1608  il  Casolani  competè  a  s.  Sebastiano  con 
vari  pittori  nelle  istorie  a  fresco  del  santo  mar- 
lire,  ed  in  quel  confronto  non  cede  chea  Rutilio 
Ma  netti. 

J.  54.  Terzo  della  scuola  del  Salimbeni  pon- 
gono il  cav.  Ventura  suo  figlio,  benché  Arcangiolo 
ben  poche  lezioni  potesse  dargli.  Giovanetto  uscì 
presto  di  casa,  e  girando  per  le  città  di  Lombare 
dia  studiò  nel'Goreggio  e  >iegli  altri,  al  cui  gusto 
si  era  cominciato  ad  applaudire  in  Toscana  .  Si 
recò  a  Roma,  e  nel  pontificato  di  Sisto  V  destò 
un''espettazione  del  suo  ingegno  assai  vantaggio- 
sa. Lasciò  ivi  non  poche  pitture  a  fresco  lodatis- 
sime  dai  biografi  :  lavorò  alcune  volte  in  compa- 
gnia del  Vanni,  e  forse  da  lui  trasse  profitto.  É 
certo  che  in  alcune  opere  lo  somiglia  in  quel  far 
barroccesco,  e  gli  cede  appena  nella  grazia  dei 
contorni,  nel  dipinger  morbido  e  sfumato .  Belle 
storie  dipinse  anco  nel  chiostro  dei  Servi  a  Fi- 
renze competendo  col  Poccetti. 

g.  55.  Il  cav.  Francesco  Vanni  è  a  parer  di 
molti  il  miglior  pennello  della  scuola,  ed  in  Italia 
stessa  è  conlato  fra  quei  che  restaurarono  la  pit- 
tura nel  secolo  XVI.  Giovanetto  di  circa  16  anni 
si  condusse  a  Roma  a  disegnare  Raffaello  ed  i 
miglior  maestri  5  e  fu  per  qualche  tempo  diretto 
,,  da  Gio.  dei  Vecchi,  la  cui  maniera  recò  in  patria. 


DEI  TEMPI  MEDUCfil  PARTE  THI.  855 

Questo  Vanoi  si  formò  nello  stile  florido  e  gen- 
tile del  Barocci,nel  che  riusci  egregiamente.  Spes- 
so i  dilettanti  nelle  chiese  e  nelle  gallerie  scam- 
biano il  Barocci  col  Vanni,  ingannati  specialmente 
dal  colorito  e  dalle  teste  dei  pattini  che  paiono 
d^uu  conio  stesso  .  Per  gli  esempi  e  per  gli  am- 
roaestramenii  del  Yanni  si  mantenne  in  Siena 
gran  tempo  Tonore  della  pittura.  Egli  v''incarami- 
nò  molti  giovani,  i  quali  però  non  adottarono  il 
suo  stile  ,  almeno  durevolmente.  Tutti  gli  ac- 
cordano un  disegno  grandioso  ed  un  bel  gusto 
d'ombrare  e  di  tingere,  non  senza  imitazione  dei 
Cortona,  che  ai  suoi  dì  si  traea  dietro  anche  i 
coetanei. 

J.  56.  Contemporaneo  del  cav.  Raffaello  Van- 
ni ed  in  Roma  a  santa  Maria  della  Pace,  ed  in 
più  luoghi  di  Siena  anche  suo  concorrente  fu 
Bernardino  Mei,  di  cui  non  so  chi  fosse  il  maestro. 
Più  che  i  predetti  è  celebrato  in  Siena  Francesco  di 
Cristofano  Rustici  detto  il  Rustichino.  È  un  gen- 
tile caravaggesco  e  spicca  singolarmente  nel  lu- 
me chiuso  o  di  candela,  simile  molto  a  Gherardo 
e  per  avventura  più  scelto.  Rutilio  Manetti,  co- 
me scrive  il  cav.  Pecci .  seguì  il  Caravaggio  con 
meno  scelta,  ma  con  più  forza  di  scuri  .  Il  meto- 
do di  purgare  i  colori  e  di  far  le  mestiche  era 
guasto^  ed  il  danno  di  tal  corruttela  non  compa- 
riva ancora  nei  quadri^  ben  vi  si  vedeva  ilgrand^ 
effetto  che  il  secolo  gradiva  tanto.  Il  Munetti  vi 
congiunse  emendalo  disegno,  idee  non  volgari  , 
belle  architetture,  onde  talora  più  volentieri  che 
al  Caravaggio  si  paragonerebbe  al  Quercino. ,4* 


S36  e  o  e  T  U  M  I 

stolfo  Petrazzi  oltre  il  Vanni  uuì  il  giovine  Sa- 
Hmbeui  ed  il  Sorri,  e  par  che  a  questo  aderisse  più 
che  a  niun  altro.  A^ssai  mira  ad  appagar  Tocchio, 
e  non  di  rado  trae  esempi  dalle  scuole  dell'Italia 
superiore  .  Fu  gaio  nei  quadri  da  stanza  come 
R«Ile  quattro  Slagiooi  alle  Volte  ,  villa  di  casa 
Ghigi  .  Tenne  aperta  in  sua  casa  accademia  di 
pittura  frequentala  molto  dai  senesi ,  e  decorata 
dal  Borgognone  che  si  trattenne  presso  Astolfo 
alquanti  mesi  prima  di  passare  a  Roma  .  Quindi 
molti  dei  primi  suoi  tentativi  in  genere  dì  batta- 
glie e  di  paesi  veggonsi  a  Siena  ,  e  la  casa  del 
decano  Giovannelli  letterato  ornatissimo  di  quel- 
la città  n'era  copiosa.  Alquanti  altri  pittori  senesi 
della  stessa  popolazione  si  trovano  rammentati 
fuori  di  patria.  Altri  artefici  ignoti  alla  storia  si 
fan  chiari  pe"'  i  loro  sepolcrali  epitaffi. 

g.  57.  Verso  Tanno  1700  la  scuola  senese  fu 
accreditata  pe"*  i  meriti  del  cav.  Giuseppe  IHasini 
scolare  di  Ciro  Ferri.  Il  Nasini  ebbe  le  qualità  già 
lodate  in  molti  della  sua  patria,  talento  fervido  , 
immaginazione  copiosa  ,  cultura  di  poesia,  ma  di 
quella  poesia  che  lui  giovane  correva  in  Italia,  non 
frenata  molto  da  le^^e.  A  questo  somiglia  il  suo 
dipingere,  vi  si  desidera  più  ordine,  disegno  più 
scelto,  colorito  meno  volgare.  Visi  trova  però 
sempre  un  fare  macchinoso,  un  gran  possesso  di 
pennello,  un  insieme  che  impone.  Meritano  di 
esser  veduti  i  quadri  dei  Novissimi  fatti  già  per 
palazzo  Pitti,  e  di  là  trasportati  nella  chiesa  dei 
conventuali  di  Siena  .  Vi  è  una  gran  quantità  di 
immagini  non  così  scelte  ,  né  così  ordinate  da 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  SZy 

fermare  un  curioso*,  né  altri  pittori  poteano  aìioia 
altrettanto.  II  cav.  Nasini  si  formò  in  casa  due  di- 
scepoli. Ebbe  un  fratello  sacerdote  nominato  An- 
tonio, di  cui  come  di  buon  ritrattista  è  la  effigie 
fra  quelle  dei  lodati  pittori  a  Firenze.  Nacque  da 
Giuseppe  il  cav.  Apollonio  Nasini,  che  nella  pro- 
fessione fu  minore  del  padre,  nondimeno  lo  aiu- 
tò nei  lavori  anche  più  vasti  ,  e  tenne  onoralo 
luogo  fra  i  coetanei  .  Visse  al  tempo  dei  Nasini 
Gioseffo  Pinacci  senese  discepolo  del  Meusin  fi- 
gure, del  Borgognone  in  battaglie^  fu  buon  ri- 
trattista, e  fece  qualche  fortuna  in  Napoli  ,  poi 
presso  il  gran  [»rincipe  Ferdinando  in  Firenze  , 
ove  lasciò  alquante  opere:  ma  il  suo  maggior  ta- 
lento fu  il  conoscere  le  mani  dei  pittori  antichi. 
Nel  dar  termine  alla  scuola  senese  aggiungeremo 
per  sua  gloria. ch'ella  se  non  conta  pittori  di  pri- 
m'ordine, ne  ha  però  molli  de''buoni,  consideralo 
il  tempo  in  cui  vissero,  e  non  molto  gran  nu- 
mero di  mediocri  e  cattivi  (73). 


NOTE 

(1)  Ijalluzzi,  Storia  del  granducato  di  Toscana,  voi. 
I,  lib.  I,  cap.  IX.  (2)  Vasari,  Vite  dei  più  cccellen- 
t*  pittori,  scultori  ed  architetti,  voi.   vi»  ,  pag.  47. 

(3)  Baldinucci^  Notizie  del  disegno,  voi.  vii,  p.   17. 

(4)  loghiraini,  L*imp.  e  reale  palazzo  Pitti  descritto, 
p.  97.  (5)  Angelucci,  Memorie  storiche  per  servir  di 
guida  al  forestiere  in  Arezzo,  p.   102.   (.6)  Bianrliini, 

Si.  l'ose.  Tom,  10.  71 


838  COSTUMI 

Dei  grauduchi  di  Toscana  della  rea!  casa  Medici,  ra- 
gionamento I.  (7)  Morbio,  Storia  dei  municipi  italia- 
ni^ Cronica  di  Firenze  dal  1548  al  1652.  (8)  Milizia, 
Dizionario  dell*  arte  del  disegno  ,  articolo  Vasari  . 
(9)  IVlazzarosa,  Guida  del  loiestiere  per  la  città  e  con- 
tado di  Lucca,  p.  81.  (IO)  La  guide  de  Florence,  p. 
35.  (11)  Milizia  cit.  artic.  Ainmaauato  .  (12)  Nuova 
guida  di  Firenze  e  d^altre  città  principali  della  To- 
scana ,  p.  521  ediz.  Firenze  1839.  (13).  Milizia  cit. 
art.  Bontalenti.  (14)  Tolomei,  Guida  di  Pistoia  ,  p. 
63.  (IS)  Guida  di  Siena,  p.  186.  (16)  Firenze  antica 
e  moderna,  voi.  iv,  p.  24.  (17)  Ivi,  p.  27.  (18)  Gui- 
da della  città  di  Siena  per  gli  amatori  delle  belie  arti, 
p.  143.  (19)  Repetti,  Dizionario  geografico-fisico-storico 
della  Toscana,  art.  Cortona.  (20)  Guida  per  la  città 
di  Volterra,  p.169.  (21)  Repetti  cit.  art.  Montepulcia- 
no. (22)  Firenze  antica  e  moderna  cti.  p.  31 1 .  (23)  Gi- 
co£;nara,  Storia  della  scultura  dal  suo  risorgimento  in 
Italia  sino  al  sec.  XIX,  voi.  ii,  lib.  v,  cap.  ni.  (24)  Ivi 
(25)  Ivi.  (26)  Giachi,  Saggio  di  ricerche  sopra  lo  stato 
antico  e  moderno  di  Volterra,  part.  i,  p.  176.  (27)  Gi- 
cognara  cit.  voi.  ii,  iib.  v,  cap.  vi.  (28)  Inghiraini 
cit.  art.  Giardino  di  Boboli.  (29)  Cicognara  cit.  Iib. 
v,  cap.  in.  (30)  Ivi^  voi.  iii^  lib.  vi,  cap.  iv.  (31)  Gui- 
de de  Florence  cit.  p.  47,  e  Orlandi,  Abbecedario  pit- 
torico ,  art.  Ferdinando  Tacca  .  (32)  Cicognara  cit. 
lib.  v,  cap.  IH.  (3.i)  Ivi,  lib.  vi,  cap.  i.  (34)  Ivi,  cap.ii. 
(35)  Ivi,  lib.  VI,  cap.  iv.  (36)  Ivi. (37)  Ivi  e  Ingbirarai 
cit.  (38)  Inghirami  cit.  (39)  Cicognara  cit.  (40)  Ivi  . 
(41)  Ivi.  (42)  D'Aginconrt,  Storia  delle  arti^  voi.  ili, 
progresso  del  risorgimente  della  scultura,  p.  307,  noi. 
2.  (43)  Cicognara  cit.  voi.  ii,  lib.  v,cap.  vii.  (44)  Ivi. 
(45)  Ivi.  (46)  Bianchini  cit.  ragionam.  ni.  (47)  Roubo 
Fils  j  U  art  du  menusier  ebenisle  3  section  de  la  3 
partie,  ap.  Taigioni,  Notizie  degli  aggrandimenti  del- 
le scienze  fisiche  voi.  ni,  p.  78.  (48)  Bianchini  cit. 
rag.  Vii.  (49)  Milizia,  Dizionario  cit.  art.  iuci.siom  ia 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  Vili.  809 

rame.  (50)  Targioni  cil.  voi.  in,  part.  iv  ,  J.  280  . 
(51)  Cicognara  cit.  (52)  Lanzi,  Storia  piltoiica  dell'I- 
talia ,  voi.  I  ,  scuola  fiorentina  .  (53)  Ivi  .  (54)  Ivi  . 
(55)  Bianchini  cit.  rag.  i.  (56)  Lanzi  cit.  (57)  Ivi  . 
(58)  Ivi.  (59)  Ivi.  (60)  Ivi.  (61  )  Ivi.  (62)  Ivi.  (63)  Ivi, 
epoca  IV.  (64]  Ivi,  ep.  iii.  (65)  Ivi.  (66)  Inghiraini  cit. 
(67)  Lanzi  cit.  ep.  v  .  (68)  Ivi  .  (69)  Ivi  .   (70)  Ivi  . 

(71)  Trenta,  Notizie  di  pittori,  scultori  ed  architetti 
lucchesi.  Stanno  nelle  memorie  e  documenti  per  ser- 
vire alPistorin  del  ducato  di  Lucca,  tom.viii,  p.  87. 

(72)  Lanzi  cit.  (73)  Ivi,  scuola  senese  in  One. 


8/{o  COSTUMI 


PARTE    WONA 
SCIENZE 


— 0- 


g  I.  J_J  epoca  della  quale  fingerà  trattammo,  e 
che  sesta  si  nomina  nella  storia  che  scrivo,  dirla 
possiamo  il  secolo  mediceo.  Notammo  già  che  i 
toscani  ingegni  infievoliti  dai  barbari,  si  ristora- 
rono per  opera  di  Cosimo  defedici  detlo  Pater 
patriae^  di  Piero,  di  Lorenzo  il  Magnifico  e  di  papa 
Leone  X  lutti  d'una  stessa  famiglia.  E  sebbene 
dopo  costoro  lo  scibile  retrocedesse  alcun  po^^o  , 
ciò  non  ostante  rfsorse  più  energicamente  pet 
corso  iX\  ben  oltre  mezzo  secolo  nel  periodo  dei 
XVir.  In  questo  tempo  regnando  Cosimo  II  e 
Ferdinando  II  solidamente  si  stabilì  h'a  noi  la 
lingua  greca  ,  P  eloquenza,  la  più  colta  lettera- 
tura greca,eredizione  dei  capi  d'^op era  demiglio- 
ri maestri  greci  e  latini,  e  il  dlrozzamenlo  delle 
matematiche,  della  filosofia  e  della  medicina,  che 
pur  seguirono  in  Firenze  nelTaureo  tranquillis- 
simo secolo  medicea,  mentre  visseroidue  lodati 
sovrani,  unitamente  col  serenissimo  principe  Leo- 
polda fratellodel  granduca  Ferdinando,  secoiidati 
dai  loro  sudditi  per  condurre  ad  un  luminoso  e- 


DEI  TEi»Pl  MEDICEI  PARTE  IX.  84  I 

'^éublìnie  grado  di  perfezione  le  scienze  tisiche  ,  ia 
letteratura  e  le  arti  del  disegno  (i). 

g.  a.  È  pur  nota  la  protezione  generosa,  colla 
quale  essi  principi  onorarono  e  favorirono  sem- 
pre la  moltiplice  erudizione, la  poesìa,  Peloqueu- 
za,  la  pittura,  la  scultura  e  l'architettura,  ma  prin- 
cipalmente tendevano  a  sostenere  Paggrandimen- 
to  delle  scienze  tisiche  .  La  propagazione  delle 
lettere  dovea  fare  strada  allo  stabilimento  di  esse 
scienze  e  dottrine  le  più  importanti,  ed  insegna- 
re il  modo  di  trattarle  e  perfezion  irle,  [nfatti  po- 
co tempo  do[)0  che  il  duca  Cosimo  I  ebbe  fon- 
data PAccademia  Fiorentina, pensò  di  restaurare  lo 
studio  pisano,  e  richiamarvi  scienze  ed  arte,  in- 
vitando con  ragguardevoli  stipendi  i  più  insigni 
uomini  delPItalia  e  delle  nazioni  oltramontane 
per  professarle.  Fin  dal  passaggio  di  Carlo  Vili 
e  dalla  ribellione  dei  pisani  si  era  disciolta  quel- 
la università,  e  la  repubblica  di  Firenze,  dopo  la 
recuperazione  di  Pisa,  era  stata  troppo  distratta 
dalle  interne  turbolenze,  senza  poter  mai  rivol- 
gere le  sue  cure  a  questo  stabilimento.  Il  governo 
del  duca  Alessandro  fu  troppo  breve  e  tempesto- 
so, e  le  sue  premure  non  si  estendevano  a  tal 
segno^  giacché  questa  gloria  era  riserbata  al  duca 
Cosimo  ed  al  Campana  suo  consigliere,  a  cui  fu 
appoggiata  intieramente  h  esecuzione  di  sì  lode- 
vole disegno.  INel  i534  '^  *^^^^  incaricò  Filippo 
del  Miirliore  di  scorrere  le  città  della  Lomb3r<lìa 
per  reclutare  gli  uomini  ì  più  accreditati  «li  quella 
provincia  in  materia  di  cognizioni.  Uiordini)  per- 
tanto il  duca  con  la  direzione  dello  stesso  C.iin- 


842.  •  COSTUMI 

l>anrt  gli  slnluli  per  il  governo  e  la  direzione  della 
università,  secondo  il  metodo  allora  praticato  in 
Padova  ed  in  Pavia,  assegnando  al  rettore  una 
libera  ed  immediata  giurisdizione  sopra  tutto  ciò 
che  potesse  in  qualche  forma  riguardare  lo  stu- 
rilo e  le  persone  al  medesimo  subordinate.  Di- 
vise gli  scolari  della  università  in  quattordici  na- 
zioni, delle  quali  ciascuna  avesse  un  consigliere^ 
e  i  quattordici  consiglieri,  formando  il  corpo  su- 
premo della  università,  volle  che  avessero  il  dritto 
di  eleggere  il  rettore  (a). 

g.  3.  Per  accrescere  sempre  più  il  concorso 
allo  studio,  determinò  il  sovrano  che  Pisa  fosse 
per  gli  scolari  che  vi  concorrevano  dì  fuori  del  suo 
dominio  luogo  libero  e  franco,  non  comprendendo 
mai  quella  città  nelle  convenzioni  che  fece  con  i 
principi  confinanti  per  la  reciproca  restituzio- 
ne dei  delinquenti.  Inviò  pure  una  circolare  a 
tulti'i  generali  degli  ordini  di  frati  che  aveano 
convento  in  Pisa,  intimando  loro  di  abolire  nelle 
altre  città  del  dominio  qualunque  studio  o  car- 
riera stabilita  per  i  giovani  studenti,  ad  oggetto 
di  ridurla  in  Pisa  e  richiamarvi  la  gioventù,  non 
volendo  che  in  avvenire  si  deputasse  alcun  reg- 
gente fuori  che  in  quella  città.  Con  legge  dei  io 
lugh'o  1543  vietò  ai  sudditi  di  portarsi  a  consegui- 
re il  dottorato  in  altre  università  fuori  del  domi- 
nio (3).  Cosimo  arricchì  pertanto  quella  universi- 
tà di  gran  privilegi  e  la  tiancheggiò  con  ottime 
leggi,  acciocché  mai  nei  futuri  tempi  mancar  non 
potesse.  Presso  alla  stessa  università  un  collegio 
ancora  egli  eresse  che  appe'lò  Sapienza^neì  qua- 


DEI  TEMPI   MEDICEI  PARTE  IX.  S/^% 

le  volle  che  senza  alcuna  loro  spesa,  alimentati 
e  mantenuti  fossero,  come  ancora  tuttavia  si  pra- 
tica, quaranta  giovani  dei  suoi  stati,  ch"*esseu(lo 
atti  agli  studi,  non  potessero  a  cagione  della  lor 
povertà  tirarsi  avanti  perla  via  di  essi  studi.  Dopo 
tutte  queste  disposizioni,  il  di  piirao  di  novembre 
1543  si  fece  la  solenne  apertura  dello  studio  con 
numeroso  concorso  di  scolari,e  il  Robertello  ram- 
mentando le  premure  del  principe,  la  gloria  e  lo 
interesse  della  nazione, esorlò  la  gioventù  ad  ap- 
prendere le  scienze.  Né  si  stancò  il  duca  d''impie- 
gare  tutta  la  cura  per  rendere  lo  studio  pisano 
ogni  giorno  più  florido,  che  anzi  istituì  una  cat- 
tedra di  botanica,  scienza  fino  a  quel  tempo  ne- 
gletta, e  stabilì  in  Pisa  un  orto  per  i  seruplici;  e 
siccome  Cosimo  compiacevasi  assai  di  qfjesl''arte, 
potette  trasferire  in  Toscana,  e  rendere  quasi  in- 
«ligene  molte  piante  delT  Egitto,  del  Levante,  e 
della  Sicilia.  Trasportato  per  altro  il  duca  dallo 
spirito  del  secolo  e  dal  genio  di  tutti  i  principi 
suoi  conten>|)oranei,  institui  una  cattedra  di  astro- 
logia, dandone  l'esercizio  a  fra  Giuliano  Ristori  da 
Prato  carmelitano,  accreditato  molto  in  quest''arte 
perla  caivialità  di  aver  predetta  la  morte  violenta 
del  duca  Alessandro,  e  di  scoprile  alcune  insidie 
preparate  alio  stesso  Cosimo:  predizioni  facili  ad 
effeltuar^n  un  paese  che  passa  dal  governo  re- 
pubblicano al  monarchico.  .>Ia  Cosimo  a  dir  vero 
si  occupò  pniticolarmente  della  vera  astronomia^ 
come  ne  fan  Cede  le  armille  di  bronzo  che  fece  al- 
zare in  Firenze  sulla  facciala  dei  tempio  di  santa 


844  COSTUMI 

Maria  Novella  dal  Padre  Ignazio  Dante  di  Peru- 
gia domenicano  e  tnattematico  insigne  (4). 

g.  4-  Con  somma  vigilanza  ed  attenzione  dif- 
fondeva Cosimo  le  sue  grazie  ed  i  suoi  benetìzi 
dovunque  ei  vedeva  che  nei  suoi  stati  o  dovesse- 
ro o  potessero  coltivarsi  gli  studi.  Così  dunque, 
oltre  alPàccadeniia  Fiorentina  ,  e  alP  università 
di  Pisa,  pensò  ancora  aiPuniversità  di  Firenze, 
nella  quale  volle  efficacemente  che  sempre  fos- 
sero lettori  dottissimi,  tra  i  quali  splenderà  in 
ogni  tempo  il  nome  celebre  di  Pietro  Vetto- 
ri. iNè  con  minor  pensiero  ed  amore  pensò  ai- 
Puniversità di  Siena,  poichèdivenuto  egli  signore 
di  quella  nobilissima  città  e  del  suo  ben  ampio 
stato,  provvide  a  quelle  cose  che  il  coltivamento 
degli  studi  riguardano,  avendo  dato  ai  lettori  di 
quella  università,  quando  per  via  di  guerre  o  di 
altre  calamità  minacciava  di  sciogliersi  e  mancare, 
tutti  i  mezzi  ed  aiuti  necessari  per  potere  eser- 
citarsi e  fare  le  loro  lezioni,  ed  agli  scolari  tutto 
il  comodo  per  potere  studiare  .  E  siccome  egli 
era  studioso  assai  della  storia  ,  e  considerava 
quanto  gran  giovamento  da  questo  studio  trar  si 
potesse,  così  ordinava  a  quei  che  credeva  capaci, 
di  scrivere  le  storie  dei  loro  tempi,  e  quindi  av- 
venne che  in  quella  età  tanti  eccellenti  scrittori 
di  storie  fiorissero  (5). 

g.  5.  Le  due  università  della  Toscana  ,  di 
Pisa  e  Siena,sebbene  abbandonate  al  rigore  degli 
inquisitori.,  fiorirono  nondimeno  sotto  il  governo 
di  Francesco  I  per  il  merito  dei  professori  e  pel 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE   IX.  845 

concorso  degli  scolar!,  poiché  a  Siena  vi  concor- 
revano tedeschi  e  pollacchi,  ed  a  Pisa  i  genovesi 
e  quei  delle  più  vicine  parti  della  Lombardia  con 
molto  utile  dei  paesi.  Non  ostante  che  il  gran- 
duca Francesco  avesse  diminuiti  gli  assegnamen- 
ti costituiti  dal  padre  per  lo  splendore  dello  studio 
pisano,  pure  non  mancò  di  avervi  dei  soggetti  dì 
molto  credito  e  reputazione.  Fiorirono  perciò  nel- 
la medicina  Tommaso  Cornacchini  e  Andrea  Ca- 
niuzio  già  medico  di  Massimiliano  II:  il  Verino 
ed  il  Quarantotto  si  distinsero  nella  filosofia,  e 
il  Cesalpino  conobbe  la  circola/Jone  del  sangue, 
senza  però  vederne  le  conseguenze.  Si  concedeva 
ogni  anno  un  condannato  a  morte  per  Io  studio 
di  anatomia,  e  già  presso  all'orlo  bottanino  era 
formato  il  museo  dì  Storia  naturale,  che  sempre 
arricchiva  con  nuove  raccolte.  Il  granduca  come 
conoscitore  delle  persone  e  delP  importanza  del- 
le scienze,  conferiva  da  sé  stesso  le  cattedre.  Es- 
sendo egli  versalo  nella  storia  naturale  fra  le 
parti  di  essa  si  applicava  singolarmente  alla  mine- 
ralogia ed  alla  metallurgìa,  e  perciò  nelle  sue  of- 
ficine del  casino  faceva  continue  esperienze  di 
alchimia,  arie  tanto  accreditata  in  quel  tempo. 
Ma  questa  non  gli  impediva  di  conoscere  il  meri- 
to e  r  importanza  ancora  delle  altre,  e  nominata- 
mente della  hottanica,  in  cui  seguendo  le  tracce  e 
V  insegnamento  del  padre  pose  ogni  studio  perla 
ricerca  dei  semplici,  e  della  utilità  dei  medesimi, 
perciò  olire  ad  avere  un  orto  boltanico  in  Pisa  e 
in  Firenze,  teneva  ancora  due  semplicisti  Giuse^»- 
pe  Cusabona  fiaoimiugo,  e  Lorenzo  ItfazzangA  da 


84^  COSTUMI 

Barga,  i  quali  spediva  a  erborizzare  per  i  monti 
non  solo  d'Italia,  ma  anche  della  Sicilia  e  delle 
isole  venete  delP  Arcipelago  (6)^  rna  non  lasciò 
dì  proteggere  gli  scrittori  di  storia,  come  anche 
gli  uomini  dotti  nella  scienza  legale,  i  quali  non 
avean  solamente  la  nuda  pratica  del  foro,  ma  si 
eran  resi  singolari  nello  studio  e  nel  possesso  del- 
le antiche  romane  leggi  e  dei  sacri  canoni,  e  nel- 
la cognizione  di  tutto  ciò  che  accompagnar  dovreb- 
be la  giurisprudenza  (7). 

g.  6.  Per  maggiormente  propagare  le  scienze 
ad  imitazione  del  suo  gran  genitore,  che  fondò 
in  Pisa  il  collegio  detto  la  Sapienza,  Ferdinando 
I  ordinò  che  per  maggiore  profitto  dei  giovani 
fosse  fatto  in  Pisa  un  nuovo  collegio,  che  chia- 
mar si  dovesse  dal  l'egio  suo  nome  il  collegio  Fer- 
dinando, in  cui  i  giovani  col  pubblico  denaro  delle 
lor  patrie  dovessero  essere  alimentati  e  mante- 
nuti, e  con  leggi  da  esso  approvate  retti  e  gover- 
nati, acciocché  con  più  comodità  ed  attenzione 
•vacar  potessero  nella  pisana  università  alPacqui- 
slo  delle  nobili  scienze,  e  delle  cognizioni  più  bel- 
le e  necessarie.  Con  questa  medesima  generosa 
attenzione  invigilava  ai  vantaggi  anche  della  uni- 
versità di  Siena,  poiché  per  benefìzio  della  se- 
nese e  della  straniera  gioventù  vi  stabili  tren- 
tacinque cattedre,  tra  loro  con  savia  condot- 
ta compartite,  che  è  lo  stesso  che  dire  35  lettori, 
i  quali  le  scienze  e  le  arti  tutte  professar  vi  do- 
vessero :  fu  in  questo  tempo  medesimo  che  tale 
università  fiorì  al  pari  ,  o  poco  meno  delle  al- 
tre  d'  Ilalia  (8) .  Lo  studio  dei  classici  e  delle 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IX.  84^ 

anlichllà  promosso  dalle  accademie  e  dai  collegi 
avea  già  fatto  strada  alle  scienze,  per  cui  il  gran- 
duca essendo  amante  di  trarre  a  sé  i  più  bei  ta- 
lenti d'Italia  ottenne  per  suo  pretomedico  il  Mer- 
curiale, che  procurò  di  sostenere  in  Firenze  ed 
in  Pisa  con  reputazione  quesfarte.  La  medicina 
preparò  i  progressi  e  le  scoperte  della  bottanica, 
e  questa  combinata  colle  insinuazioni  dell'Aldo- 
brando,  con  cui  il  granduca  teneva  ordinaria- 
mente una  famigliare  corrispondenza,  produsse 
il  gusto  e  l'applicazione  per  la  storia  naturale. 
Devono  perciò  attribuirsi  a  quest'epoca  i  primi 
musei  di  storia  naturale  eretti  con  sistema  in 
Toscana,  avendo  il  granduca  il  primo  dato  esem- 
pio con  quello  di  Pisa,  con  aver  raccolto  da  varie 
parti  quanto  di  più  raro  potevasi  acquistare  io 
tutte  quelle  classi,  cbe  formano  il  totale  di  que- 
sta scienza,e  con  avere  aperto  quello  stesso  giar- 
dino in  altro  luogo  della  città,  onde  maggior- 
mente ampliarlo  per  render  sempre  mjggior 
comodità  agli  studiosi  che  della  bottanica  si  di- 
lettavano (9).  A.  proporzione  delle  altre  scienze 
doveva  avanzarsi  ancora  lo  studio  delle  matema- 
tiche, e  produrre  alla  Toscana  il  glorioso  secolo 
di  Galileo,  il  quale  ottenuta  in  Pisa  la  cattedra  di 
matematiche  ne.\  1689  per  opera  di  Ostilio  Ricci 
di  lui  primo  maestro,  la  decorò  fìno  al  1692^  nel 
qual  tempo  l'invidia  degli  emuli,  e  la  non  con- 
formità de'suoi  sentimenti  con  quelli  di  don  Gio- 
vanni de'Medici  lo  fecero  determinare  ad  abban- 
donare la  Toscana,  e  rivolgersi  allo  studio  di  Pa« 
dova. 


S48  COSTUMI 

5.  7.  Da  Cosimo  I  fu  data  una  scenica  rappre- 
sentanza in  occasione  degli  sponsali  tra  Lucrezia 
deWIedici  di  lui  figlia,  ed  il  principe  Alfonso  d'E- 
ste  primogenito  del  duca  di  Ferrara,  ove  per  la 
prima  volta  si  dette  forma  al  componimento  tea- 
trale detto  dramma,  posto  in  musica  da  France- 
sco Corteccia,  mentre  quest'arte  era  sconosciuta 
lino  a  quelTepoca.  Devesi  poi  al  buon  gusto  di  Fer- 
dinando I^  dei  soggetti  della  sua  corte  il  raftìna- 
mento  della  musica,  e  tutte  quelle  scoperte  che 
gettarono  i  fondamenti  del  teatro  italiano,  e  ne 
formarono  la  prima  epoca.  Emilio  de'Gavalieri  fu 
il  primo  a  metterla  sulle  scene,  alternando  con 
ìe  ariette  cantale  il  dialogo  che  gli  attori  pronun- 
ziavano naturalmente.  Si  eseguivano  frequente- 
mente nelPanno  alla  corte  dei  Medici  delle  tea- 
trali rappresentanze,  nelle  quali  il  gusto  allora 
dominante  suggeriva  di  combinare  la  scelta  della 
favola  alla  delicatezza  della  poesia,  l'armonìa  del- 
la musica,  e  l'illusione  delle  scene.  Le  immagini 
dei  poeti  concertate  colPingegno  ed  invenzione 
del  Buontalenti,  somministravano  alPocchio  i  più 
^ vaghi  spettacoli  di  apparizioni,  Irastìgurazioni  e 
accidenti  che  risvegliavano  in  tutti  Tammirazione. 
Mentre  la  poesia  si  occupava  per  determinare  le 
leggi  del  dramma,  e  il  Biion talenti  per  formare  il 
teatro,  la  musica  si  perfezionava  al  punto  di  di- 
ventarne Toggetto  primario.  Una  compagnia  di 
gentiluomini  fiorentini  riflettendo  che  gli  antichi 
cantavano  tutte  intiere  sulle  scene  le  loro  trage- 
die, si  prefisse  d"'imitarli  ed  applicò  tutto  il  suo 
studio  a  questa  scoperta. Teneva  il  granduca  sii- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  IX.  849 

pendiate  alla  sua  corte  un  coro  di  musici,  fra  i 
quali  si  distinguevano  singolarmente  Iacopo  Peri, 
e  Giulio  Caccini,  detto  comunemente  Giulio-ro- 
mano. Erano  ambedue  molto  intelligenti  della 
musica,  nella  quale  istruivano  ordinariamente  la 
corte  e  la  nobillà.  Mentre  Giulio-romano  perfe- 
zionava la  delicatezza  del  canto  nelle  arie,  Iaco- 
po Peri  inventò  per  il  dialogo  un'armonìa,  che 
fosse  di  mezzo  fra'i  canto  e  la  favella  ordinaria, 
secondando  la  naturale  inflessione  della  voce  e 
del  periodo  nella  pronunzia.  OUuvio  Rinuccini 
tìoreutino  fu  il  primo  che  somministrasse  dram- 
mi onde  porli  in  iscena.  Ritrovato  in  tal  guisa  il 
recitativo,  e  adattatolo  alla  nuova  forma  del  dram- 
ma, si  eseguirono  le  rappresentanze  sceniche  tut- 
te cantate,  e  ne  riusci  con  ammirazione  di  tutta 
Topera  italiana,  spettacolo  prima  incognito,  e  che 
in  progresso  perfezionandosi  ha  fatto  la  passione 
degritaliani  e  delle  altre  nazioni.  Il  primo  saggio 
di  questa  musica  fu  dato  nel  1694,  essendo  stata 
solloposta  alle  note  la  Dafne^  favola  pastorale  di 
Ottavio  Rinuccini.  Jiel  1600,  alToccasione  degli 
sponsali  tra  Maria  de'Medici  ed  Enrico  IV  re  di 
Francia,  fu  dato  un  teatrale  spettacolo  drammati- 
co intitolato  T-^wr/W/ce, composto  pure  dal  Rinuc- 
cini ,  e  posto  in  musica  ugualmente  da  Iacopo 
Peri.  Fu  questo  il  secondo  saggio  dove  si  udì 
quella  specie  di  canto  semplice,  che  si  chiama 
recitativo  distinto  da  quel  che  dicesi  aria,  la  qua- 
le è  formata  da  una  musica  più  ricca  di  melodia: 
ma  la  musica  rimase  nella  sua  semplicità,  finché 
sotto  Cosimo  II  A-ndrea  Salvadori  rappresentò  il 
Si,   Tose*   Tom*  1Q*  >2 


85o  COSTUMI 

Medoro^  ove  si  riconobbe  quanto  Io  stile  recita- 
tivo fosse  andato  tìno  allora  migliorando,  e  così 
tidesi  dar  forma  completa  a  questo  genere  di 
rappresentanza  teatrale,  che  poi  fu  detta  Popera 
italiana.  La  novilà  ed  eleganza  in  tale  spettaco- 
lo avendo  risvegliala  la  maraviglia  nello  scelto 
numero  degli  spettatori,  animò  a  raffinare  la  mu- 
sica non  solo  la  nazione  italiana ,  ma  anche  le 
corti  di  Spagna  e  di  Francia  mosse  dalla  univer- 
sale sorpresa  fecero  istanza  al  granduca  di  ave- 
re i  suoi  musici.  Gio.  Battista  Lulli  fiorentino  fu 
il  padre  della  musica  in  Francia.  Egli  conobbe 
la  vera  arte  di  adattare  Tarraonia  alle  parole,  e 
perciò  la  di  lui  musica  non  è  ancor  decaduta. 
Nelle  sinfonie  di  quell'epoca  i  primi  violini  soli 
facevan  sentire  un  suono  sostenuto,  e  le  altre 
parti  erano  ridotte  ad  un  accompagnamento  mo- 
notono. Il  Lulli  fu  il  primo  a  porvi  una  varietà,  e 
vMntrodusse  nuovi  strumenti,  come  per  esempio 
timpani  e  trombe,  ma  si  fanno  specialmente  di- 
stinguere le  sinfonìe  di  questo  maestro  per  le  bel- 
lissime fughe  (io). 

g.  8.  Fu  Cosimo  II  che  ricordatosi  avere  il 
di  lui  genitore  ordinata  la  regia  consulta,  accioc- 
ché la  scienza  legale  fosse  viepiù  coltivata,  volle 
che  si  formasse  in  Firenze  il  collegio  degli  av- 
vocati nobili,  dal  quale  poi  tanti  dotti  giurecon- 
sulti e  tanti  sapienti  giudici  uscir  si  videro.  Egli 
conoscendo  la  fama  di  Galileo  Galilei  suo  suddi- 
to fece  sì  che  tornasse  nel  suo  stalo,  raentr-  era 
professore  di  matematiche  nelTuniversità  di  Pa- 
dova. In  quest'epoca  il  nostro  Galileo  ritrovò  la 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE  iX.  85  I 

maniera  di  fare  quel  suo  maraviglioso  occhiale, 
con  cui  tra  le  altre  cose  scoprì  nel  cielo  e  intor- 
no a  Giove  quattro  stelle  non  più  osservate,  che 
da  lui  nominate  furono  le  stelle  medicee  in  se- 
gno d'ossequio  verso  la  casa  de'suoi  principi  na- 
turali, e  pubblicò  al  mondo  questo  grandissimo 
scoprimento  per  mezzo  del  suo  nunzio  sidereo,che 
stampato  lo  dedicò  a  Cosimo  II.  Propose  il  Gali- 
leo al  suo  signore  di  fare  esperienza  di  un  suo 
importantissimo  ritrovato ,  mediante  il  quale  i 
naviganti  potessero  viaggiare  per  la  longitudine 
colla  stessa  facilità  che  si  camminava  per  la  lati- 
tudine; ma  rindolenza  nelPesperimentare  e  porre 
in  pratica  questo  ritrovato,  fece  che  mancò  di 
vita  il  Galileo  prima  di  poter  dirigere  pratica- 
mente l'esperienza,  per  cui  siamo  restati  privi  di 
si  utile  sussidio  alla  navigazione  (ii). 

g.  9.  Venne  in  pensiere  al  principe  Leopoldo 
fratello  del  granduca  di  riassumere  quelPaccade- 
luia  platonica, che  Tantico  Lorenzo  deWIedici  isti- 
lui  ed  aperse  nella  suhurbana  villa  di  Careggi,'per 
la  quale  ricominciossi  non  solo  allora  in  Tosca- 
na, ma  poi  altresì  per  tutta  l'Europa  lo  studio  già 
fin  dagli  antichi  tempi  dismesso  della  dottrina  di 
Platone.  Conferito  questo  pensiero  al  suo  fratel- 
lo granduca,fu  da  esso  volentieri  abbracciato,  ed 
ambedue  uniti  rimesseroin  piedi  quella  tanto  illu- 
stre ed  ulileaccademia,  aggregandovi  buon  nume- 
ro dei  primi  valenTuomini  che  allora  liorivano  iu 
Firenze,  i  quali  presero  per  loro  esercizio  di  fare 
in  essa  con  metodo  platonico  dollissime  riflessioni, 
e  intorno  a  Dante  Alighieri,  e  intorno  ai  dialoghi- 


85a  COSTUMI 

dello  stesso  Platone  (i2).A.inrna<?strali  nelle  scien- 
ze filosofiche  da  Galileo  Galilei  i  due  principi 
Ferdinando  II  e  Leopoldo,  alla  corte  del  primo 
tenevansi  scenlifiche  conversazioni  composte  de- 
gli ingegni  più  sublimi,  educati  alla  squola  del 
Galileo,  e  dal  secondo  fu  fondata  la  celebralissi- 
ma  accademia  del  Cimento^  prima  sorgente  dei 
buoni  studi  filosofici  in  Europa.  Questa  fu  isti- 
tuita per  fare  colla  maggior  possibile  esattezza 
Tesperienza  delle  i;ose  naturali.  Dette  essa  prin- 
cipio alle  sue  operazioni  nel  mese  di  giugno  del 
1657,  per  cui  Fir€nze,divenuta  la  moderna  Ate- 
ne, richiamava  non  meno  che  Tanlica  per  ogni 
parte  i  dotti  che  andavano  in  traccia  di  nuovi  lu- 
mi. Ofl'riva  questa  agli  osservatori  biblioteche  in- 
signi, e  quei  codici  stessi  che  avean  servito  d''istru- 
mento  alla  restaurazione  delle  lettere  sotto  gli  an- 
tichi Rfedici:  i  residui  delle  antichità  raccolti  con 
tanta  industria,  le  opere  dei  più  celebri  pittori  e 
scultori,  e  l'eleganza  della  città  medesima  offriva- 
no un  dilettevole  trattenimento.  Ferdinando  pe- 
rò vide  che  il  riunire  tutti  quei  dotti  soggetti  che 
avean  partecipato  degli  insegnamenti  del  Galileo 
in  una  società  permanente  avrebbe  molto  più  pro- 
mossa remulazione  tra  di  essi,  perciò  assegnò 
loro  un  locale  opportuno  nel  proprio  palazzo,  e 
supplì  alle  spese  occorrenti. 

g.  10.  Tra  i  primi  valorosi  soggetti  che  aggre- 
gati furono  alPaccademia  del  Cimento  annoverar 
si  debbono  Francesco  Redi,  il  cav.  priore  Orazio 
Rucellai,  Vincenzo  Yiviani,  il  dottore  Antonio 
Uliva,  Carlo  Rinaldi,  il  Magalotti  segretario  della 


DEI  TEMPI  MEDICEI   PARTE  IX.  853 

medesima  accademia  ed  altri.  Tiene  tra  essi  il 
primo  luogo  Evangelista  Torricelli  da  Modiglia- 
na,  che  fino  dal  164 1  suncedelte  al  maestro  nel 
posto  di  filosofo  e  matematico  del  granduca,  ed  a 
cui  devesi  Tinvenzìone  del  barometro  (i3).  Bre- 
ve fu  la  durala  di  quest"'accademia  tìlosotica  spe- 
rimentale, avvegnaché  le  discordie  insorte  tra  i 
sapienti  che  la  componevano,  produssero  la  so- 
spensione delle  adunanze,  e  alla  esaltazione  del 
cardinalato  del  principe  Leopoldo,  di  essa  fonda- 
tore,  rimase  sciolta  intieramente,  non  essendo 
esistita  che  dal  iGS^  al  i663.  Ogni  ramo  di  scien- 
za progredì  in  Toscana  sotto  il  governo  di  Fer- 
dinando II,  poiché  egli  ne  prolesse  tutti  gli  uo- 
mini celebri  iu  ciascuna  di  esse  versati  (14). 

g.  1 1.  Le  scienze  filosofiche  ai  tempi  di  Cosimo 
III  non  fecero  un  passo,  e  sebbene  le  nazioni  in 
occasione  della  guerra  di  successione  messe  in 
contatto,  si  fossero  vicendevolmente  comunicate 
nuove  idee,  i  claustrali  della  corte  gridando  alla 
corruttela,  né  impedivano  la  propagazione  (1 5). 
Ad  insinuazione  del  Redi  intraprese  a  formare 
un  gabinetto  di  storia  naturale,  e  lutti  i  missio- 
nari delle  Indie  e  di  America  furono  incaricali 
di  procurargli  le  più  rare  e  scherzose  produzioni- 
delia  natura  lanto  d^ Oriente  che  d'Occidente; 
ma  questa  nobile  curiosità  fini  allorché  cessò 
di  vivere  il  Redi  principale  promotore  di  es- 
sa. Cosimo  III  amò  singolarmente  la  bottanica, 
e  perché  addetto  da  lungo  tempo  al  vitto  pit- 
iagorico,  trovava  in  essa  ciò  che  interessava  la 
tua  salute  e  tutto  il  pascolo  per  la  delizia.  Sotto 


854  COSTUMI 

il  di  lui  governo  fiori  in  questa  scienza  il  celebra 
Pirro  Maria  Gabrielli  fondattjre  della  rinomala 
accademia  senese  delta  dei  jFisiocritici:  al  gran- 
duca pure  son  dovuli  i  prc^gressi  e  le  scoperte 
fatte  in  questa  scienza  da  PietroMicheli, ohe  lau- 
to hanno  contribuito  per  perfezionarla  neiravve- 
nire(i6). 

g.  12..  Giovan  Gastone  ultimo  granduca  della 
dinastìa  medicea  non  fu  men  sollecito  dei  suoi 
antenati  nell'amore  delle  lettere  e  delle  scienze. 
IXon  fece  però  gran  cose  a  loro  vantaggio,  e  in- 
fatti possiamo  di  lui  narrare  soltanto  ch''ei  prov- 
vide la  università  di  Pisa  di  una  torre  per  uso  di 
specola,  ove  fare  le  osservazioni  astronomiche, 
ch''egli  fece  erigere  in  faccia  all'  orlo  boltanico 
di  quella  città  (ij). 


NOTE 


(1)  A  argioni, Notizie  degli  aggrandimenti  delle  scien- 
ze fisiche  accadute  in  Toscana  nel  corso  di  sessanta 
anni  del  secolo  XVII,  voi.  i,  prefazione.  (2)  Galluzzi, 
Storia  del  granducato  di  Toscana,  voi.  i,  lib.  i,  cap.  ix. 
(3)  Ivi.  (4)  Ivi,  e  Bianchini,  Dei  granduchi  della  real 
casa  Medici,  ragionamento  i,  Adriani,  Storia  dei  suoi 
tempi, voi.  i^  lib. 111^  p.  291 .  (5)  Bianchini  cit.  (6)  Ga  1- 
luzzi  cit.  voi.  V  ,  lib.  IV  ,  cap.  x.  (7)  Bianchini  cit. 
ragionamento  li.  (8)  Ivi,  ragionam.  iii.  (9)  Ivi,  e  Gal- 
luzzi  cit.  voi.  VI,  lib.  V,  cap.  xiii.  (10)  Galluzzi  cit. 
ed  Elogi  d'uomini  illustri  toscani,  voi.  iv,  prefazione, 
e  Inghirami^  L'imperiale  e  reale  palazzo  de'Pilti  de- 


DEI  TEMPI  MEDICEI  PARTE    IX.  855 

scritto.  (11)  Bianchini  cil.  ragionamento  iv.  (12)  Ivi 
ragionamento  v.  (13)  Galluzzi  cit.  lib.  vii,  cap.  vii, 
(14)  Bianchini  cit.  e  Ferrini  ,  Compendio  di  storia 
della  Toscana,  epoca  v,  §.  59.  (15)  Litta,  Nota  della 
famiglia  de'Medici  e  de'primi  tempi  della  repubblica 
fiorentina,  tav.  xvi.  (16)  Bianchini  cit.  ragionamen- 
to, VI,  e  Galluzzi  cit.  lib.  vili  ,  cap.  x.  (1*7)  Bian- 
chini <it.  ragionamento  vii. 


T  I7i  E     DEL     TOMO     X, 
E  dell'epoca  "VI. 


TAVOLA  SIIVOTTICA 

DELL'EPOCA    VI 
Tomo  IO. 


^  GEOGRAFIA. 

g.    1.  Uominio  e  titoli  accordati  ai  Me- 

dici Pag.       5 

a.  Città  e  fortezze  dello  stato  fioren- 
tino      ......       6 

3.  Dello  stato  senese  e  di  Piombino.   „       y 

4.  F'ari  territori  del  granducato  .         „       8 

5.  Origine  di  varie  terre  e  fortezze.    „       9 

6.  acquisti  fatti   da    Ferdinando    I , 

Francesco  I  e  Cosimo  II    .         „  ivi 

7.  Estensione  del  granducato  toscano.yt  i  o 

8.  Del  bagno  di  Montione    .                 »t  i  ' 
Note w  la 

AVVENIMENTI  STORICI 

CAP1T0;.0  |. 

J.    I.  Esaltazione  d^lla  famìglia    dei  Me- 
dici al  trono  di  Toscana      .        »     1 3 


S58 

5 .    4.  Condizioni  della  capitolazione  di  Fi^ 

renze Pag.  i3 

3.  Ratifica  di  essa  capitolazione,        „  14 

4.  Baccio   Falori  eletto   da  Clemente 

FU  capo  del  governo  fiorentino.^  i5 

5.  Elezione  di  una  balìa      .         .        »  16 

6.  Abolizione  della  balìa   repubblica- 

na  5>  17 

>),  Imposizioni  per  pagare  le  truppe 

imperiali  e  congedarle.         .         »  18 
%.  Patti  deW  amnistia  infranti    .        »  19 
9.  Ambasciata  dei  repubblicani  fioren- 
tini aWimperatore        .         .         j»  2^0 
I  o.  Lettere  del  pontefice  alV imperatore,  i  i 
1 1.  Carattere  d"" Ippolito  dei  Medici.      »  as 
la.  Carattere  d"* Alessandro  suo  cugino.  »  a4 
Abfe j9  a5 

CAPITOLO    li. 

J.  I .  Lucca  liberata  dalle  soldatesche  stra- 
niere       5»    a7 

a.  Malcontento  della  plebe  contro  i  po- 
tenti lucchesi        .         .         .         j,     ivi 

5.  Timori  dei  senesi  per  la  perdita  del- 
la loro  libertà       .         .         .         „ 

4.  Ordine  deW  imperatore  agli  aretini 

di  sottoporsi  alla  casa  Medici.    „    ivi 

5.  Fatto  accaduto  in  Arezzo       .         «So 

6.  Preparativi  degli  aretini  per  la  di- 

fesa della  loro  città     .         .        »     5 1 

7.  Suggezione  di  Arezzo  ai  fiorentini. ^^     3a 


a9 


S59 

g.    8.  Ostilità  delle  armi  spagnuole  nello 

stato  senese  ....   Pag.     33 
9.  Bìchìamo  dei  fuorusciti  in  Siena.     „     34 

10.  Riforma  del  go<^erno  in  Siena.         „     36 

11.  Baldanza  dei   no^eschi  nel  tornare 

in  patria  .  .  *  .  »  38 
I  a.  Preparatigli  di  una  sollei^azione  dei 

popolari  contro  i  noy^eschi  .  „  39 
i3.  Partenza  del  Borghesi  da  Siena.  „  4^ 
14.  Solle<^azione  di  quella  città  .  »  4  ^ 
i5.  D esercito  imperiale  retrocede  verso 

Siena »     4^ 

16.  Fuga  del  B andini  dalla  carcere  di 

Cuna 9j     45 

1 7.  Sollevazione  degli  straccioni  in  Luc- 

ca  j>     45 

18.  Domande  dei  sollevati  al  senato.      „     47 

1 9.  La  religione  invocata  per  la  pace  di 

quei  sediziosi  .  .  .  »>  ^^ 
ao.  //  Buonvisi  libera  Lucca  dai  tumula 

ti «     5i 

ai.  Ingresso  d"^  Ale  ss  andrò  de^  Medici  in 

Firenze  .  .  .  .  »  5a 
%i.  Sua  elezione  per  capo  della  repub- 
blica fiorentina  ,  .  .  »  53 
a3.  Politica  del  Guicciardini.  .  9,  54 
a4.  Stabilimento  del  governo  mediceo,  y,  ivi 
a5.  Osservazioni  sul  nuovo  governo  de- 

st inalo  a  Firenze.        .        .        »»     55 
a6.  Privilegi  tolti  alla  repubblica  fio- 
rentina  »     ÌTI 

a;.  Come  Carlo  V  saXvassu  la  libertà 


86o 

della  repubblica  fiorentina  .   Pag.     5  7 
|.  a8.  Firenze    considerata   un   s^icariato 

imperiale  .  .  .  .  w  58 
^9.  Alessandro  si  porta  a  Roma  .  m  i^i 
3o.  Arrivo  e  comando  del  marchese  del 

Fasto  in  Siena     .         .         .         »     ivi 
^i.  Variazioni    nel  governo  di  Siena,    n    60 
5 a.  Approvazione  di  vari  articoli  in  es- 
so  r,     jyi 

33.  Partenza    del  marchete  del  Vasto 

da  Siena  .  .  .  .  »  6f 
34"  Ingresso  di  Alfonso  Piccolomini  in 

Siena    .....,»     6a 

35.  Sudditanza  di  vari  paesi  toscani  al 

duca  Alessandro .         .         .         »     i?i 

36.  Risse  fra   le  fazioni  panciatica   e 

cancelliera  di  Pistoia  .  .  »  63 
57.  Costituzione   della     repubblica  fio- 

rentina,         *         .         .         .         »     64 

38.  Contribuzione    dei  toscani    per  la 

lega  d' Italia  del  i53a  .         .         „     QQ 

39.  Margherita  d'' Austria  destinata  spo- 

i  sa  di  Alessandro  dei  Medici,        „     ivi 

40.  Fortificazioni  e  milizie  a  favore  di 

Alessandro  .  .  .  .  »  68 
^\.  Cattivi  trattamenti  del  duca  Ales^ 

Sandro  verso  i fiorentini  .  „  ivi 
4a.  Morte  di  Clemente  VII  .  .  »  70 
43-  Pubblicità  delle  scelleratezze  di  A- 

lessandro  ,  .  .  .  «71 
44*  accuse  dei  fiorentini  contro  il  duca 

Alessandro  .        .         .         .         m     7^ 


86 1 

J.  45.  Ostinazione  del  fuorusciti  fiorentini 

per  la  libertà        ,         .         .    Pag.  7$ 

46.  Matrimonio  del  duca  con  3Iargheri' 

ta  d'' Austria.        .         .         .         »  ^5 

47.  Passaggio  dell'  Imperatore  da  Sie- 

na  »  ivi 

48.  Sua  dimora  in  Firenze    .         ,         >»  7'^ 

49.  Suo  passaggio  per  Pistola  a  Luc- 

ca  »  7^ 

50.  Feste  fatte  In  Firenze  per  la  venuta 

di  Margherita  d"* Austria     .         „  ivi 

5i.  Carattere  di  Lorenzo  del  Medici,     „  79 

5a.  Assassinio  del  duca  Alessandro.     „  80 

53.  Turbamento  di  Lorenzo  del  Medici.^  8  l 

54.  Sua  Juga »  8  3 

55.  Partenza  di  Margherita  da  Firen- 

ze  »  84 

Note „  85 

CAPITOLO    111. 

J.    1.  Consigli  per  reiezione  del  nuoi^o  du- 
ca  w     88 

2.  Cosimo  eletto  capo  della  repubblica 

fiorentina      .         .         .         .         »     90 

3.  Deluse  speranze    del  tre  cardinali 

Sahlatl.^  Rldolfi  e  Gaddl      .         »     91 

4.  Stabilità  del  governo  di  Cosimo  I.  ^     92 

5.  Lo  Strozzi  fortificato  a  Montemur* 

lo „     93 

6.  Prigionia  dello  Strozzi  e  degli  altri 

esiliati »     9Ì 

SI.  Tou.  Tom,  10.  73 


862. 

g,    ').  Intenzioni  dei  prigionieri  manifesta- 
te circa  il  loro  operare        ,    Pag.     96 

8.  Violenta  morte  dello  Strozzi^  di  Lo- 

renzino  e  di  altri  fuorusciti.         „     ivi 

9.  Carlo  V  ratifica  a  Cosimo  il  posses- 

so dello  stato        .         .         .         »     97 

10.  Fortificazioni  fatte  da  Cosimo  I.    „     99 

11.  Sottoposizione d''Arezzo^e  scaltrez- 

za  dei  lucchesi  .  .  .  »  100 
la.  Decadenza  della  repubblica  senese.»  101 
i3.  Mutazione  del  di  lei  go^erìio  ,  >?  'oa 
14.  Sposalizio  di  Cosimo  con  Eleonora.  io3 
i5.  Prov(^'edimenti  di  Cosimo  contro  la 

carestia         .         .         .         .         »   104 

16.  Il  papa  contro  Cosimo  L         .         ^  106 

17.  IL  papa  e  Carlo  F  in  Lucca     .         »   107 

18.  Nascita  di  Francesco  I .         .         »   108 

1 9.  Dispute  di  precedenza  fra  il  duca 

di  Ferrara  e  Cosimo    .         .         w     ivi 
ao.  Mire  del  papa  peWacquisto  di  Sie- 
na  9} 

ai.  Trattati  per  la  difesa  di  Toscana.  „ 
aa.  Fortificazioni  di  Piombino  .  y, 
a3.  Dijesa  del  littorale  toscano  .  „ 
a4.  Telamone  e  Portercole   in    mano  di 

Barbarossa  .  .  ,  .  „ 
a5.  Sollevazione  popolare  in  Siena.  „ 
,iC.  Possesso  di  Piombino  preso    dallo 

imperatore   ....  „ 

'  a7.  Fertenze  tra  V  papa  e  Cosimo.        „ 

a8.  Speranza  di  Cosimo  d^ottener  Piom- 

j^         bino      ,         .         .         .         .  n 


86!5 
g.  ag.  Tentatici  del  Burlamacchl  per  re- 

stituire  la  libertà  alV Italia  .    Pag.  1 1 8 
3o.  Restituzione  delle  cariche  ed  uffici 

ai  pistoiesi  .         .         .         .         j?  1 2 1 
3i.  Ordine  di  Cosimo  per  togliere  Piom- 
bino alla  vedova  d'' Appiano.        „    rvi 
Sa.  Guarnigione  spagnuola  in  Siena.     »  taa 
.    ZZ.  Fortezza  eretta  in  Siena  dal  Men- 

dozza    .        .        •        .        .        w  123 
34.  Cosimo  prende  possesso  dello  stato 

di  Piombino .         .         .         .         n  i^'-^i 
^  ZS.  Restituzione   di  questo  stato  alla 

vedova  d"^ Appiano.         .         .        w  laS 

36.  Elezione  di  Giulio  III  al  pontificato.  127 

37.  Questioni  tra  Vimperatoree  Cosimo 

sul  principato  di  Piombino  .         »  12.8 

38.  Generale  malcontento  in  Italia.       „  i3o 

39.  Avvedutezza  di  Cosimo  sugli  affari 

di  Siena        ....         »  i3i 

40.  Conquiste  degli  imperiali  nel  terri-  . 

torio  Senese .        .         .         .         )?  i3a 
4i.  //   Piccolomini  discaccia  gli  spa- 

guoli  da  Siena     .         .        .         w  1 33 
4  a.  Gioia  dei  senesi  per  questo  fatto.    „  i34 
43.  Cosimo  sUmpossessa  di  Piombino.  <„  i35 
^4'  Enrico  II  tenta  di  eliminare  daW  /- 
talia  il  giogo  della  corte  di  Spa- 
gna       .        .        .        .        .        w  i36 
45.  Don  Gar zia  s'impadronisce  di  alcu- 
ne terre  del  senese         .        .         ft  1Z7 
^à6.  Il  corsaro  Drag  ut  danneggia  il  litto- 
.   "^    rale  e  le  isole  della  Toscana.      „  i38 


S64 

J.  4.7.  Trattato  di  pace  tra  Cosimo  e  la  re  - 

pubblica  di  Siena.         .         .   Pag.   140 

48.  Preparatigli  di  Cosimo  perla  guerra 

contro  Slena.         .         .         .         »  '4' 

49.  Principio  della  guerra  di  Slena.     „  14  a 

50.  Crudeltà  del  Marlgnano  sperso  li^lntl.  i43 
5i.  Ascanlo  della  Cornia  e  Ridolfo  Ba- 

gllonl  rotti  dai  chiusini  .  »»  1 44 
5a.  Conquiste  di  Cosimo  nel  territorio 

senese  .  .  .  .  .  95  i/j|5 
53.  Rinforzi  ricevuti  da  Pietro  Strozzi,  x^^i 
54-  Vantaggi  dello  Strozzi  riportati  su 

l fiorentlntl  .         .         .         .         «  '47 

55.  Barbarle  di  Flncen^o  Nobili  usate 

verso  l  luclgnanesl        .         .         »  i4S 

56.  Disfatta  deWarmata  di  Pietro  Stroz- 

zi  »   '49 

57.  Morte  di  Giulio  III .,  ed  elezione  del 

Cenami,         .         .         .        .         »  i5i 

58.  Capitolazione  di  Siena  agli  impe- 

rlali    .         .        .         .        .         »     ivi 

59.  Muovo  regolamento  del  governo  se- 

nese      ,         .         .         .         .         m  i53i 

60.  Il  re  Filippo  iwestlto  dello  stato  se- 

nese  dal  padre      .        .         .        »   1 54 
Note »•   *  5S 

CAPITOLO  IV. 

J.    I.  Ritorno  di  Dragut  nel  llttorale  to- 
scano      »  i59 

a.  Trattati  di  amicizia  del  re  Filippo 


i^erso  Cosimo        .         .         .    Pag.   i6o 

3.  I  montalcinesi  confortati  da  Pietro 

Strozzi  a  sostenersi    .         .         „  161 

4.  Condizioni  tra  la  Francia  e  la  Spa- 

gna relatii^amente  a  Siena    .         >3  i^à 

5.  Critiche  circostanze  di  Cosimo,       „   164 

6.  Suoi  timori  sulla   instabilità  della 

pace jj  i65 

7.  Stima  di  Carlo  V  s;erso  Cosimo,    „  167 

8.  Vertenza  tra  il  duca  ed  il  cardina- 

le di  Bourgos       .         .         .         »     ivi 

9.  Congiura  di  Cosimo   contro  i  fran- 

cesi      .         .         .         .         .         »    169 

10.  Legge  martiniana  di  Lucca     .         w   »7i 

1 1.  Cautele  di  Cosimo  per  qualche  som- 

mossa   w     ivi 

17,.  Maneggi  di  Cosimo  per  ottenere  il 

dominio  di  Siena  ,  .  .  »>  i  ^3 
i3.  Cessione  dello  stato  senese  a  Cosimo 

e  origine  dei  presidii  spagnuoli.  „  i  j% 
14.  Imposizioni  esatte  da  Cosimo  per 

sostener  la  guerra  .  •  »  «77 
i5.  Introduzione  del  gioco  del  lotto.      „  179 

16.  Giuramento  di  fedeltà   dello    stato 

senese  a  Cosimo  .        .        .         w  1 80 

1 7.  Prima  legge  emanata  da  Cosimo  in 

Siena    .         .         .         .         .         »   i8a 

1 8.  Malcontento  dei  Caraffa  per  Vacqul* 

sto  di  Siena  fatto  da  Cosimo.      „     ivi 

19.  Allagamento  di  Firenze  ,        .         »  184 
fto.  Pace  tra  il  duca  di  Ferrara  e  la  Spa^ 

gna  colla  mediazione  di  Cosimo,  f^  18  5 


866 

g.  a  I.  Provvedimenti  di  Cosimo  contro  i 

turchi Pag.  187 

2 a.  Castiglion  della  Pescaia  preso  dai 

comandanti  di  Cosimo .  .  „  ivi 
ao.  Morte  di  Pietro  Strozzi  .  .  »  189 
a4«  Detenzione  di  alquanti  ecclesiastici 

nelle  carcei'i  di  Firenze  .  w  190 
a  5.  Morte  di  cario  V  ,  .  .  w  191 
a6.  Maglior amento  deWagro  pisano,  y,  ivi 
a7.  Giubbilo  dei  toscani  per  la  pace.  »  i  ga 
a8.  Sottomissione   della  repubblica    di 

Montepulciano  al  duca  Cosimo,  j»  1 9^ 
19.  Elezione  di  Giovanni  Angelo  de''  Me- 
dici al  papato        .        .         .         5?  195 
5o.  Congiura  contro  Cosimo  scoperta  e 

punita  .  .  .  .  .  w  196 
3i.  Perdono  accordato  ai  fuorusciti  fio- 

rtntini  .  .  .  .  .  »  197 
3  a.  Fatti  ostili  fra    i  conti  di  Pitigliano^ 

padre  e  figlio  .  .  .  „  ivi 
33.  Arrivo  di  Cosimo  e  sua  famiglia  a 

Roma 5,  198 

34*  beneficenze  ricevute  da  Pio  IV.      ^  aoo 

35.  Pratiche  del  pontefice  per  onorare 

Cosimo.         .         .        .        .         jj    ivi 

36.  Feste  date  dal  duca  di  Ferrara,     „  aoa 

37.  Visita  di  Cosimo  per  la  Maremma.^,  ao3 

38.  Francesco  si  porta  a  Roma    .         „  ao4 
^<).  Q^uest  ioni  di  precedenza  fra  esso  ed 

il  principe  Farnese       .         .         „  ao6 
^o.  Origine  delV ordine  di  s.  Stefano.    ^     ivi 
-  4f»  ^orte  violenta  di  due  figli  di  Cosi^ 


86; 

mo Pag.  ao8 

g.  4^.  Pitigliano  sottomesso  a  Cosimo.  „  209 
43.  Progressi  deW ordine  di  s.  Stefano.,,  aio 
44*  Cessione  del  governo  di  Toscana  al 

principe  Francesco       .         .         w  aii 

45.  Precauzione  contro  i  barbareschi.  „  ai3 

46.  Soccorsi  marittimi  dati  da  Cosimo  e 

Francesco  I  alla  fiotta  spagnuola.  ai4 
-  47*  Pf'oposizione  del  papa  per  accresce^ 

re  la  dignità  di  Cosimo         .         «  i  1 5 
48.  Ingresso  in  Firenze  deWarciduches- 
®^  sa  Giovanna  .        .         .         .         „  a>^ 

^Q.  Elezione  di  Pio  F  al  papato  .  n  ^ly 
^o.  Ozii  di  Cosimo.  .  .  .  w  ^19 
5i.  Am.ori  di    Francesco  per   Bianca 

Cappello        .         .         .         .         ^  ^ao 
5a.  Tranquillità  della  Toscana      .         „  aaa 

53.  I  corsi  s^ojfrono  di  darsi  al  duca  di 

Toscana        .         .         .         .         w     ivi 

54.  Gare  di  precedenza  fra  il  duca  di 

Ferrara  e  la  casa  Medici    .         „  aa4 

55.  Soccorsi  di  Cosimo  a  Carlo  IX.      „  aa5 

56.  Bolla  spedita  a  Cosimo  per  dichia^ 

rarlo  granduca     .         .         .         «ivi 

57.  Pubblicazione  di  questa  bolla.         „  2a6 

58.  Inconvenienti  per  la   conservazione 

delle  scritture        .         ,         .         »  228 

59.  Archivio  eretto  da  Cosimo  per  con- 

servare le  dette  scritture       .         „  229 

60.  Incoronazione  di  Cosimo  .         .         ^  a3o 

61.  Ritorno  di  Cosimo  a  Firenze  .  w  a3i 
Cn.  Legittimazione   del   matrimonio   di 


S6S 

Cosimo  con  Cammilla  Martelli.  P.  aSa 
J.  63.  Operazioni   di  Cosimo   a  favore  di 

Livorno         .         .         .         •         ^  a33 

64'  Inquietudini  in  rapporto  al  feudo  di 

Pitigliano     .         .         .  .         „  254 

65.  Morte   di  Cosimo     .         .         •        »     ivi 

66*  Austeri   editti  pubblicati  da  Cosimo^ 

e  di  lui  lodevoli  qualità         .         ^  a35 

$7.  Forzato  ritiro  di  Cammilla  Martel- 
li   »  aS; 

68.  Disposizioni  testamentarie  di  Cosi' 

mo „  aSS 

69.  Protezione   da   lui  accordata  alle 

scienze  edalle  arti       .         .         „  aSg 

70.  Sue  gesta  lodevoli  .         .        .        »     ivi 
Note .        .         .        .         .         .         .         »  a4i 

CAPITOLO  V. 

J.    1.  Governo  di  Toscana  sotto  France^ 

SCO  I »  ^4^ 

a.  Malanimo  del  duca  di  Ferrara  con- 
tro il  granduca     .         .         .         »  ^4^ 

3.  Flotta  turca  nel  mediterraneo,         »  ^47 

4.  Scoperta  e  punizione  della  congiura 

Pucci  ......  249 

5.  Frenesia  del  conte  Orso  .         .         »  25o 

6.  Conferm.a  del  titolo  di  granduca  a 

Francesco    .         .         .         .         »  25i 

7.  Fine  delle   vertenze   di  precedenza 

Jra  il  granduca  di  Toscana  ed  il 
duca  di  Ferrara  .         .         .         »  *^53 


869 

§.    8.  Risse  ed  assassinamenti  insorti  in 

Firenze Pag.  254 

9.  Scostumatezza  nella  corte  di  Fran- 
cesco    ......  a55 

10.  Violenta  morte  d"" Isabella  dei  Medi- 
ci  „  2.57 

■<   11.  Finto  parto  della  Bianca  Cappello.^  2.58 
^_  la.  Discordie  tra  il  principe  Francesco 

e  sua  moglie,         .         .         .         m  269 
4   1^,  Giubbilo  per  la  nascita  di  un  figlio 

del  granduca  Francesco       .         „  26 1 

14.  Lii^orno „     ivi 

i5.  Suo  ingrandimento  .         .         .         „  262 

16.  Pratiche  di  Francesco  per  ripristi- 

nare il  commercio  di  Livorno.      „  264 

1 7.  Pietro  dei  Medici  alla  corte  di  Ma- 

drid    ■ „  af>6 

18.  Morte  della  granduchessa  Gioi^an- 

na.         .         '         ,         .         ,         „  JL67 

19.  Discordia  tra  Francesco  ed  il  car- 

dinal Ferdinando.         .         .         „  268  > 

ao.  Debolezza  di  Francesco  per  la  Bian- 

ca  Cappello .         .         .         .         55     ivi 

ai.  Suo  matrimonio  segreto  colla  Bian- 
ca  „  270 

aa.  Di  lui  i^endetta  contro  i  suoi  awer- 

sari „  272 

a3.  Pietro  dei  Medici  eletto  dal  re  Fi- 
lippo generale  della  fanteria  ita- 
liana      M    ^ivi 

24.  Dispiacere  del  cardinal  Ferdinando 

per  il    matrimonio  seguito   della    \ 

Si.  l'ose.  Tom.  10.  74 


870 

Bianca  con  Francesco.        ,  Pag.  273 
g.  25.  Bianca  riconosciuta  dalla  repubblica 

di  Venezia  per  sua  figlia      .         n  ^li 

26.  Sua  incoronazione  .         .         .         «275 

27.  Apparente  riunione  di  amicizia  fra 

Ferdinando  e  Francesco  Medici,  „  276 

28.  Epidemìa  neWaria  di  Toscana,        „  278 

29.  Ritorno  di  Ferdinando  a  Firenze,  „  279 

30.  Pitigliano  e  S orano  in  possesso  del 

granduca  Francesco     ,        .         „  a8o 
3i.  Acquista  Borgo  s.  Sepolcro    .         ,,281 
5a.  Vittorio  Cappello  rimandato  a  Ve^ 

nezia     ......  282 

33.  Promesse  di  matrimonio  non  effet- 
tuate      „  283 

54.  Alienazione  della  repubblica  di  Ve- 
nezia dalla  Toscana      .         .         »  a 84 

35.  Morte  del  principe  don  Filippo  Me- 

dici        „  285 

36.  Dispareri  fra  la  repubblica  di  Ve- 

nezia ed  il  granduca  .  ,  „  286 
57.  Don  Pietro  Medici  eletto   generale 

di  Spagna    .         .         .        .         „  287 

38.  Sua  ostinazione  nel  ricusar  di  acca- 

sarsi      5,  289 

39.  Morte  del  general  Colonna       ,         „  290 

40.  Morte  del  papa  Gregorio  XII I.       „     ivi 
4i.  Benevolenza  del  granduca {^erso don 

Antonio  causa  di  discordie  .  ??  ^91 
4^'  Nuo'^i  sospetti  di  gravidanza  della 

granduchessa  .  .  .  „  293 
43.  Venuta  di  Ferdinando  al  Poggio  a 


871 

Calano.         .         .         .         „    Pag.  294 
g.  44-  Morte  di  Francesco  e  Bianca  Cap- 
pello      ,,295 

45.  Figli  lasciati  da  Francesco     .         „  296 

46.  Sua  protezione  per  le  arti  e  per  le 

scienze 55     ivi 

^ote »  JÌ98 

CAPITOLO  VI. 

5.     i.  Il  cardinal  Ferdinando  al  trono  di 

Toscana        .         .         .         .        „  3oo 
a.  Trattati  di  matrimonio  di  Ferdinan- 
do e  don  Pietro     .         .         .         „  3oi 

3.  Effettuazione  del  matrimonio  di  Fer- 

dinando.        .         .         .         .         „  3oa 

4.  Animosità   degli   spagnuoli   contro 

di  esso „  3o5 

5.  Ingrandimento  del  porto  di  Lii^orno.  3o6 

6.  Partito  di  Ferdinando  pel  re  di  A'a- 

sbarra „  307 

7.  Crudeltà  di  Alfonso  Piccolomini.    „     ivi 

8.  T)i  lui  morte     .         .         .         .         „  3o8 
o.  Amicizia   del   granduca  pel  re    di 

Nas^arra  .  .  .  .  ^  3io 
IO.  Nascita  di  Cosimo  II  .  .  ^  3ii 
li.  Proif^f  ed /menti  del  granduca  per  la 

carestia  .         .         .         «  3ia 

la.  Minacce  ostili  tra  la  Spagna  e   la 

Toscana  .  ,  .  .  „  3i3 
i3.  Pro^\;edimenti  del  granduca  a  favo» 

re  deWagricoltura       .       .  »    ffi 


§7^ 

J.  14.  //  re  di  Na^^arra  si  fa  cattolico.  Pag.  3i5 
i5.  Timori  degli  spagnuoli  per  i  prepa^ 

ratii^i  del  granduca       .         .         >?  3i6 

16.  Incendio  del  duomo  di  Pisa     .         w  3i8 

1 7.  Espulsione  degli  spagnuoli  dal  por- 

to d'I  ff ^  3i9 

18.  Discordie  tra  i  lucchesi  ed  il  gran^ 

duca     .        »        .        .        .        w  Sai 

19.  Inimicizia  del  Boria  contro  Ferdi- 

nando   .....         5j  Saa 

ao.  Ostilità  fra  i  marsiliesi  ed  i  tosca- 
ni .        .        .         .         .         .         5)  3a3 

ai.  Riconciliazione  tra  il  granduca  ed  i 

provenzali     ....         55  3^4 

aa.  Livorno  popolato  dagli  stranieri.     „  3a5 
a3.  Indignazione    della    Spagna   contro 

Ferdinando  .         .         .         .         «  3a6 

a4.  Trattative  di  tnatrimonio  tra  Enrico 

IF  e  Maria  dei  Medici.         .        „  3a7 
a5.  Vantaggi  delle  galere  del  granduca 

in  Levante     .         .         .         .         „  3a8 

a6.  Maria  de"" Medici  salutata  regina  di 

Francia        .         .         .         .         „  Sag 

a7.  Suoi  sponsali  in  Parigi  .        .         „  33o 
a8.  Arresto  del  falso  re  di  Portogallo.  „  33 1 
ag.  Protezione  del  re    di  Francia  per 

Ferdinando  .         .         .         .         „  33a 

So.  Intrighi  del  Concino   alla  corte  di 

Francia        .         •         .         .         w  333 
3i.  I  garfagnani  soccorsi  dairEstense.^  334 
5a.  Inquietezze  dagli  spagnuoli  arreca- 
te al  granduca      .        .         .         ,,335 


873 

§/53.'^7Lro;Ye  del  principe  di  Piombino.  Pag.  Z'ày 
34-  (jrLier  ra  fra  i  lucchesi  ed  i  modanesL  ivi 
35.  Morte  di  don  Pietro  dei  Medici.  ,,338 
^6.  Sue  disposizioni  t  estamentarie.        „  339 

37.  Discordie  domestiche  nella  corte  di 

Francia         .         .         .        .         55  34o 

38.  Elezione  e  morte  di  Leone  XI.         „  341 

39.  Battaglia  nasale  fra  i  turchi  .         „  343 

40.  Acquisto  di  Pitigliano  fatto  da  Fer- 

dinando. .  .  .  .  „  344 
4  I.  Matrimonio  di  Cosimo  li  .  „  345 
4  a.  Morte  di  Ferdinando       .         .         w  34^ 

43.  Sua  prole         .         .         .         .         j?  347 

44.  Protezione  da  lui  accordata  alle  ar- 

ti .        ,         .         .        •         .         „  348 

45.  Fabbriche  da  esso  ordinate      .         „  349 

46.  Jltre  opere  ragguardevoli  da  lui  ef- 

fettuate  w  35o 

Note w  35 1 

CAPITOLO  TU. 

g.    1.  Cosimo  II  succede  al  padre  nel  go- 

verno  di  Toscana .         .         .         „  353 

2.  Galileo  richiamato  in  Toscana.        w  354 

3.  Mediazione    di    Cosimo    II  tra  la 

Francia  e  la  Spagna.^^^A  \^         »>  ^^^ 

4.  Formazione  del  molo  di  Livorno,   „     ivi 

5.  Tentativi  di  Cosimo  li  per  popolare 

le  campagne  di  Livorno        .         »  356 

6.  Obbedienza  di  Cosimo  alla  corte  di 

Spagna.         .  .         .         .         „  35^ 

Si.    ibif.     Loia.    10.  '^ 


874 

g.    7.  Truppe  da  Cosimo  spedite  al  cardi- 
nale Ferdinando  .        .         .   Pag.  35 S 

8.  Fatti  d*arme  in  Garfagnana    .        „  36^> 

9.  Fai  ore  delle  galere  toscane      .         „  36a 
10.  Inutile  tentativo  di  Cosimo  per  tra- 
sportare a   Firenze  il  santo  Se- 

-  polcro „  363^ 

li.  Statua   di   Enrico   IV  donata   alla 

Francia  da  Cosimo      .         .         „  3C4 

^     la.  Cosimo  II  richiesto  di  soccorso.     „  365 

'     i3.  Fittoìia  deir ammiraglio  Inghirami 

*  sopra  i  turchi      .         .         .         „  366 

14.  Morte  del  Concino  e  sua  moglie.     „     ivi 

i5.  Esilio  del  Bartolini  da  Parigi.        ^  368 

16.  Pace  tra  il  re  di  Francia  e  sua  ma- 

dre       ......  369 

17.  Vittoria  di  Giulio  da  Montauto  ri- 

portata su  i  turchi        .         .         „  370 

1 8.  Gl^ imperiali  esibiscono  in  pegno  al 

granduca  Pisola  del P Elba    .         „  372 

i^.  Morte  di  Cosimo  II.         .         .         »?     ivi 

no.  Sua  protezione  per  le  arti       .         »  375 

Note „  374 

i  CAPITOLO  vin. 

g.     1.  Figli  lasciati  da  Cosimo  II    .        „  376 
2.  Consiglio  da  Cosimo  ordinato  perla 

minontà  del  Jì  gì  io        .         .         »     ivi 
^'•^%5.  Soggetti  scelti  per  questo  consiglio.  ZyS 

4.  Mala  amministrazione  di  esso.         «  ^jif 

5.  Riguardi  del  granduca  Ferdinando 


875 

per  don  Antonio   .         .         .   Pag.  3 80 
g.    6.  Morte  di  don  Gios^atnd  dei  Medici,   „  38i 

7.  Vertenze  tra  la  corte  di  Francia  e 

di  Toscana  per  i  crediti  della  ma- 
re scialla  d'Ancrè.         .         .         «38* 

8.  Matrimonio  del  granduca  colla  prin^ 

cipessa  Claudia  duchessa  d'Urbi- 
no.       .         .        .         .         .        M  385 

9.  Maneggi  del  papa  per  avere  il  pos- 
ti sesso  del  ducato  di  Urbino  .         ,,384 

10.  Sdegno  del  conte  d'Olivarez  contro 

la  casa  Medici      .         .         .         „  385 

11.  Caterina  dei  Medici  al  governo   di 

Siena.)  e  sua  morte        .         .         „  386 
IO.  Mala  opinione  dei  toscani  verso  il 

governo  della  Reggenza        .         „  387 
i3.  Orribile  crudeltà  della  Veronica  Ci- 
bo.        .         .         .         .         .         „  ?88 

Note »  38t^ 

CAPITOLO  ir. 

g.    1.  Viaggio  del  granduca  a  Roma.         „  3 91 

2.  Raro  amore  di  Ferdinando  per  la 

sua  famiglia         .         .         .         w  ^gS 

3.  Piombino  sottoposto  al  re  di  Napo- 

li   »9  394 

4.  Governo  aristocratico  di  Lucca.      w  SgS 

5.  Soccorso  del  granduca  spedito  agli 

spagnuoli     .  .         .        »  396 

6.  Peste  in  Firenze      .         .         .         w  ^97 

7.  Provvedimenti  presi  per  questo  Jla- 


876 

gello Pag.  399 

g.    8,  La  peste  si  dilata  in  Lucca      .         »  4°^ 
9.  Si  estende  per  il  resto  della  Tosca 

na.         .         .         .         .         .         w  4oi 

10.  Scompigli  della  corte  di  Francia,    „  ^o!2. 

1 1.  Morte  della  madre  di  Ferdinando  IL  4o4 
la.  Oggetto  deW  ambasciata  del  Gondi 

in  Francia  .  .  .  .  w  ivi 
lìt*  Dissapori  fra  la  corte  di  Spagna  e 

di  Toscana  .  .  .  .  «  4^5 
14.  Ferdinando  II  dona  aW  imperatore 

centomila  fiorini  .  .  .  „  4°^ 
i5.  Egli  ricusa  di  soccorrere  gli  spa- 

gnuoli  .....         5,  407 

16.  Peste  ripullulata  in  Toscana  .         „     ivi 

17.  Vicende  di  Galileo    .         .         .         „  408 

1 8.  Maria  regina  di  Francia  ref agiata 

in  Toscana    .         .         .         .         «  4'® 

19.  Timori  di  Bichelieu  per  il  di  lei  ri- 

torno in  Francia  .         .         .         a  in 

20.  Conferma  del  titolo  di  altezza  ai  ca- 

detti Medici .  .  .  .  »  4  '  ^ 
ai.  Malcontento  del  consiglio  di  stato.  »  4*^ 

22.  Morte  di  madama  Cristina  e  dì  altri 

personaggi    .         .         .         .         ??  4*4 

23.  Venuta  del  duca  di  Urbino  in  Fi' 

renze    .         .         .         .         •         95  4*^ 

24.  Imposizioni  sul  macinato        .         ^     ivi 

25.  Lega  tra  il  Farnese  ed  il  granduca.  4'7 

26.  Processo  sulla  legge  del  macinato.^  4 1  ^ 

27.  Dispareri  fra  la  coite  di  Roma  e  di 

Toscana    ,    .  , . ,  .         .         .         »     ivi 


877 
§.  a8.  Scomunica  contro  Lucca,        .   Pag.  4^9 
«9.  Distribuzione  di  armi  in  alcuni  pae- 
si toscani      ....         55  4^0 
3o.  Cortona  piazza  d''arme     .         .         „  42-^ 
3i.  Passaggio  del  duca  di  Parma  per 

la  Toscana  .        .         .         .        >,  4^3 

3  a.  Burlato  dai  Barberini     .         .         »  4-4 

33.  Forze  della  lega  italica  .        •         w  4^-^ 

ì    34.  Rassegna  di  essa  a  Montepulciano.^  4^^ 

35.  Resa  di  città  della  Pie^e.         ,        w  4*7 

36.  Lago  di  Perugia  dominato  dai  to- 

scani      „  4^8 

37.  Espulsione  degli  ecclesiastici  fore- 

stieri dalla  Toscana     .         .         „  4*9 
3  8.  Guerra  tra  i  toscani  ed  i  perugini.^  ^^o 

39.  Seguono  gli  attacchi         .         .         99  4^*2, 

40.  assedio  di  Pitigliano        .         .         95  4^4 

41.  Morte  del  papa  Urbano  FUI  .         ^4^'^ 
4a.  Il  principe  Gio^an  Carlo  dei  Medici 

riceve  il  cappello  cardinalizio.     „  4^^ 

43.  Propensione  del  papa  pel  granduca.  4^7 

44.  Offerta  dei  Presidii  al  granduca.     „  4-^^ 
t^ò.  1  francesi  presso  Orbetello      .         91  4^9 

46.  Assedio  di  Porto  Lungone  e  Piom- 

bino       »  44' 

47.  //  granduca  tenuto  per  confidente 

dei  francesi  .         .         .         .         91  44* 

48.  Morte  di  don  Lorenzo  de* Medici.     9»  44^ 

49.  Pontremoli   comprato  dal   grandu- 

ca  9»  414 

50.  Sue  mire  per  f  acquisto  della  Luni- 

giana ♦»  44^ 

St,   Toic,   Tom,  10.  76 


878 

5i.  Battaglia  delle  flotte  olandesi  ed  in- 
glesi presso  Lungone    .         .   Pag.  44^ 

52.  Elezione  del  cardinal  Ghigi  di  Siena 

al  papato       .         .         .         .         „  44^ 

53.  Cure  di  Ferdinando  per  impedire  la 

dilatazione    della  peste   nei   suoi 

I  stati „  449 

r    54.  Assemblee  per  il  progresso  d'istru- 
zione    .         .         .         .         .         »     ivi 
►    55.  Trattati  di  matrimonio  tra  Cosimo 
dei  Medici   e  la  primogenita  del 
duca  d^  Orleans    .         .         .         »  45r> 
56.  Effettuazione  di  questo  matrimonio.  4 Sa 
;     57.  Pratiche  del  granduca  per  tenere  in 

pace  f  Italia.         .         .         .         »  4*^4 

58.  Malumore  della  sposa  di  Cosimo.  „  4^*^ 

59.  Suo  desiderio  di  tornare  in  Francia.  4^^ 

60.  Si  riconcilia  collo  sposo  .         .         »  4^7 

6 1.  Morte  del  cardinal  Gio.  Carlo  de^ Me- 

dici      .         .         .  .         .         „  458 

6a.  Soccorsi  del  granduca  recati  alla 

corte  di  Spagna    .  .         .         «4^9 

63.  //  cardinal  Rospigliosi  eletto  papa 

col  nome  di  Clemente  IX      .         „     ivi 

64.  Stravaganze  della  sposa  di  Cosimo.  4^  - 

65.  Viaggio  di  Cosimo    per  s^ari   stati 

deir Europa .         .         .         .  »  4^*^ 

66.  Morte  di  Fardinando  II .         .  „  464 

67.  Bontà  del  suo  carattere  .         .  »  4^^ 

68.  Sua  protezione  per  le  belle  arti.  „  4^7 
Note „  4^^ 


«79 


CAPITOLO    X. 


J.    i.  Successione  di  Cosimo  III  al  trono 

di  Toscana    ....    Pag.  470 
a.  Ulteriori  tentativi  della  granduches- 

sa  per  tornare  in  Francia     .         ?j  47* 

3.  Suo  ritiro  nel  convento  di  Montmar- 

tre „  472 

4.  Morte  del   cardinale   Leopoldo  dei 

Medici w  47^ 

5.  Futilità  del  gabinetto  di  Cosimo  IH.  47^ 
G.  Sua  vanità       .         .         .         .         w     ivi 

7.  Aumento  della  R.  Gallerìa^  ed  istitu- 

zione del    Museo  di  fisica  in  Fi- 
renze    ......  47^ 

8.  La  granduchessa  di  Toscana  tenta 

di  riunirsi  al  marito     .         .         «  47^ 

9.  Deluse  speranze  della  granduchessa 

di  dominar  la  Toscana.         .         w  479 

10.  Ferdinando   disprezza  le  ammoni- 

zioni paterne         .         .         .         »  4^0 

11.  Fortificazioni  di  Livorno         .         »  4^1 

12.  Proposizioni  di  matrimonio  tra  Fer- 

dinando e  l'' Infanta  di  Portogallo.,,  ^%i 

1 3.  Matrimonio  di  questo  principe  colla 

figlia  deW elettor  di  Baviera,         w  4^^ 

14.  Feste  fatte  in  tale  occasione    .         ^  4^^ 

1 5.  Carattere  di  Ferdinando  opposto  a 

quello  del  padre    .  .         »  4^^ 

16.  Alleanza   della    casa    Medici  colla 

casa  d\4ustria  .  «  4^7 


88o 

g.  17.  Mafrlmonio  tra  Anna  Medici  ed  il 

duca  di  Sa\>oia      .         .         .  Pag.  4^8 

18.  Sicurezza  del  porto  di  Li^>orno.      ,>  4^9 

19.  Tributo  Jeudale  preteso  daW  impe- 

rat  ore  sulla  Toscana    .         .        w  49^ 

20.  Nuovi  dissapori  tra  Cosimo  e  sua 

moglie ,,491 

ai.  Danni  delle  imposizioni  di  Cosimo 

III ^49* 

22.  Vantaggi  procurati  alla  Maremma 

dal  cardinal  dei  Medici  .  ??  49^ 
a3.  Morte  della  principessa  Violante.  «49^ 
24.  Trattati  di  parentela  tra  le  case  di 

Austria  e  di  Toscana  .  .  w  497 
ii.5.  Matrimonio  di  Gio.  Gastone  coW  e- 

lettrice  palatina  .  .  .  »»  49^ 
^Q,  Viaggi  di  Gio.  Gastone     .         .         «  499 

27.  Strano  carattere  della  di  lui  moglie.  5 00 

28.  Viaggio  di  Cosimo  a  Roma     .         „  5oi 

29.  Due  lucchesi  liberati  dalle  carceri 

di  Pietr asanta       .         .         .         „  5o2 

30.  Inf^estitura  di  Siena  e  P ortoferraio 

presa  da  Cosimo  HI    .         .         „  5o!5 
3i.  Libertinaggio  di  Gio.  Gastone.        „  5 04 
Sa.  Dimostrazioni  d''  ossequio  del  gran- 
duca a  Filippo  V.         .         .         „  5o5 
53.  Sdegno  deW Imperatore  contro  Co- 

Simo w  5o6 

34.  Ritorno  di  Gio.  Gastone  a  Firenze.  „  607 

35.  Imposizioni  dei  tedeschi  su  i princi- 

pi italiani     .         .         .         .         ,,  5o8 

36.  Contribuzioni  ai  medesimi  pagate 


88i 
dal  granduca         .         .         .   Pag.  5o9 
J.  37.  Orbetello  e  s.  Stefano  aprono  le  porte 

al  generale  JVetzel        ,  .         «ivi 

38.  Rinunzia   di  Francesco  Maria    dei 

Medici  al  cappello  cardinalizio,  „  5 1  o 

39.  Nuove  contribuzioni  chieste  dalV im- 

peratore ,  .  .  .  w  Sia 
(^o.  Calamità  della  Toscana  .  .  w  5i3 
4i.  Sposalizio  del  cardinale  Francesco 

Maria  dei  Medici.         .         .         «     ivi 
4*.  Provvedimenti  di  Cosimo  per  la  suc- 
cessione al  granducato  .         »  5i5 
43.  Lodo  di  Carlo  V  per  la    successione 

al  granducato  .  .  .  >,  5i6 
44*  Spedizione   di  Carlo  Rinuccini  alle 

potenze  estere       .         .         .         jj  5i7 

45.  Difficoltà  per  lo  stahilim.ento  del  go- 

verno della  Toscana      .         .         w  ^  »  ^ 

46.  Passaggio  di  10000  tedeschi  in  To- 

scana    ......   529 

47.  Pretensioni  deW  elettrice  palatina 

alla  successione  del  granducato.  ^  5aa 

48.  Morte  del  principe  Ferdinando  dei 

Medici „  523 

49.  L'elettrice  nominata  alla  success  io- 

ne  del  granducato  dal  senato  fio- 
rentino ,  .  ,  .  .  w  524 

5a  Opposizione  dcW  imperatore    a  tal 

Jatto M  525 

5i.  Quiistioni  sul  possesso  dei  reali  Pre- 

sidii      .....         M  ^^6 

50.  Protezione  del  re  d' Inghilterra  per 
Si.  2b4c.   Tom.  10.  77 


882 

la  Toscana  .         .         .        -Pag.  Saj 
g.  53.  Questioni  fra  i  lucchesi  ed  il  duca 

dì  Massa      .         .         .         .         >,  5^9 

54.  Convenzioni  tra  il  granduca  ed  il  du- 

ca di  Modena        .         .         .         „  53o 

55.  La  principessa   Violante   eletta  al 

governo  di  S lena  .         .         .         w  53i 

56.  Progetti  di  un  concordato  tra  le  ca- 

se di   Toscana  ,   di  Modena  e  di 
Vienna „  533 

57.  Diritti  della  Spagna  alla  successione 

della  Toscana       .         .         .         ?,     ivi 

58.  Maneggi  della  Spagna  a  favore  di 

Carlo  III      ,         .         .         .         „  534 
oQ.  Comparsa  di  Boneval  a  Firenze.    „  536 

60.  Trattati  fra  la  Spagna.^  Vlnghilter- 

ra  e  la  Francia    .         .         .  »     ivi 

61.  Il  governo  di  Toscana  regolato  dalla 

elettrice  ed  il  principe  Gio.Gasto- 

ne. 5,  537 

6a.  Morte  della  granduchessa       .        ,,538 

63.  Vertenze  tra  la  Spagna  e  rimpera- 

tore  per  la  successione  alla  To* 
l  scana    .,..,„  539 

64.  Contegno  del  granduca  verso  le  pO" 

tenze  estere  .         .         .         .         55     ivi 

65.  Ordini  imperiali  a  favore     di  don 

Carlo    .         .         .         .         .         55  541 

66.  Morte  di  Cosimo  III         .         .        „  54a 

67.  Sua  non  curanza  dello  scibile  uma^ 

no.         .         .         .         .         .         5?  544 

68.  Mainotti  ref agiati  in  Maremma.      „  645 


88!^ 

J.  69.  Vantaggi  ad  essi  accordati  da  Co- 
simo III       ....   Pag.  546 
70.  Desolazione  della  Toscana  sotto  il  di 

lui  regno       .         .         .         .         „  548 

Note .         .         .         .         .         •         .         »  549 

CAPITOLO    XI. 

g.    I.  Gioi^an   Gastone   sale   sul  trono  di 

Toscana        .         .         .         .      •  „  55r 
a.  Esclusione  deir elettrice  dal  governo.  552. 

3.  Brio  della  corte  di  Gio.  Gastone.     „  553 

4.  Sistema  del  suo  go^^erno.         .         ^  554 

5.  Maneggi  della  corte  di  Toscana  per 
r             procrastinare  la  {tenuta  deW infan- 
te   „  555 

6.  Seguono  Le  pratiche  per  allontanare 

don  Carlo  dalla  Toscana      .         „  556 

7.  Trattato  di  pace  tra  V  imperatore  e 

Filippo  V    .         .         .         .         95  557 

8.  Minacce  dtW ambasciatore  di  Vienna 

a  quello  di  Toscana     .         .        „  558 

9.  Protezione   alle    lettere    accordata 

dalla  principessa  Violante  .         »  559 

10.  Affabilità  di  Gio.  Gastone         .         „  ^6o 

11.  Jltre  questioni  per  la  successione  al 

trono  di  Toscana.  .  .  »  56i 
la.  Infermità  di  Gio.  Gastone  .  ^  56a 
i3.  Ricusa   di  ricevere   in  Toscana   le 

guarnigioni  imperiali  wAx  (è  »  563 
i4«  Abbandona  ai  suoi  ministri  gli  affa-- 

ri  del  governo       ...»  566 


g.  i5.  Investitura  di    Siena    e    Portofer- 

vaio Pag.  567 

16.  Preparatigli  ostili  tra  la  Spagna  e  la 

Toscana        .        .        .         .        yt     Ut 

1 7.  Timori  della  Toscana  per  V occupa^ 

zione  di  Spagna    .         .         .         w  56^ 

18.  Morte  della  principessa  Violante.  „  570 

19.  Trattati  per  V ammis sione  deWinfan^ 

te  don  Carlo,         .         .        .         »  .^7» 
ao.  Feudalità  cautamente  ricusata  dal 

granduca       .         .         .         .         „  57!? 

ai.  Flotta  anglo-ispana  aìla  vista  di  Li- 
vorno   ......  67$ 

aa.  Sbarco  deWinfante  don  Carlo  a  Li- 
vorno     „  576 

a'iJ.  Passaggio  di  don  Carlo  da  Livorno 

a  Pisa  e  Firenze  .         .  .         »»  678 

a4.  Giubbilo  di   Firenze  per  il  suo  arri- 

vo „  579 

<;:    a5.  Rescritto  imperiale  contro  la  suc- 
cessione   immediata  di  don  Car^ 

<5  lo „  58i 

a6.  Sovranità  imperiale  sulla  Toscana 
pfi^  v:      non  riconosciuta  dal  senato  di  Fi- 
0''  '  renze     ......  58a 

a7.  Maneggi  per  ingrandire  il  potere  al- 

Vinfante  don  Carlo       .         .         „     ivi 
--  '  a8.  Timori  del  granduca  per  Varrivo  de- 
gli spagnuoli  a  Livorno        .         w  584 
<■   ^9.  Loro  sbarco  in  quel  porto        .         ,,585 

3o.  Minacce  degli  imperiali  d^  invadere 
"<'  la  Toscana   .        .         .         .        »  586 


885' 
g.  3i.  V  infante  don  Carlo  passa  per  Fi- 
renze per  andare  a  Napoli  .   Pag.  687 

32.  Ritorno  delle   truppe  spagnuole   in 

Toscana        .        .         .         ,         „  588 

33.  Elezione  del  duca   di  Lorena  alla 

successione  del  granducato  di  To- 
scana     „  690 

34.  Matrimonio  di  Francesco  di  Lorena 

con  Maria  Teresa  d^ Austria,        »  Sq  i 

35.  Vertenze  su  gli  allodiali  medicei,    y,  593 

36.  Nuo^^i   trattati   sul  possesso  della 

Toscana        ....         »  594 

37.  Trattati  per  Vei^acuazione  degli  spa- 

l  gnuoli  dalla  Toscana  ,         .         „  596 

38.  Congresso  a  Pontremoli  per  VintrO' 

duzione  degli  imperiali  in  Tosca- 
na  „  596 

39.  Negoziati    per   il  successore   della 

Toscana       .         .         .         .         „  597 

40.  Disposizione  dei  beni  'allodiali  me* 

dicci     .         •         .         .         .         »  599 
^\,  Morte  di  Gio.  Gastone     .        .         j»  601 

42.  Fondazione  della  pia  casa  di  lavo- 

ro,       .        ..  i  v.W'^ì  X^j^è  inttiv        „  6oa 

43.  3Iercatura  rianimata       .        .         ^  6o3 
44'  Autorità  deir  inquisizione  diminui- 
ta ,         .     >\>  è"»^urc  i  U'^j  4i>%         »  604 

45.  Possesso  della  Toscana  preso  dal 

principe  di  Craun  a  nome  deirim"  : 
pe  rat  ore       .         .         •         .         »     i^i 

46.  Morte  dell'elettrice  .         .         .         „  6o5 
47*  Stato  delia  Toscana  alla  estinzione 


S86 

della  casa  Medici.         .         .   Pag.  607 

J.  48.  Esercizio  delle   arti  proibito    nelle 

pros?incie  di  Toscana    .         .         ,,608 
49.  False  vocazioni  per  lo  stato  eccle- 
siastico.        .  .         .  .  w  609 

Note „  6n 


COSTUMI 

PARTE    I. 

ALIMENTI  ED  AGRICOLTURA. 

I.  Metodo  di  cibarsi  usato  in  Toscana.  6i3 
a.  Nuovi    progressi    dell'  agricoltura 

toscana.         .         .         .         .         ??  ^i5 

3.  Disseccamenti  d''acque  stagnanti  nel- 

la Fai  di  Chiana  .         .         .         >?     ivi 

4.  Deterioramento  d''agricoltura  .         «  616 

5.  Cause  di  tal  deterioramento     .         «ivi 

6.  Insalubrità  deWaria  nelle  pianure.  „  6 18 

7.  Fani  tentativi  di  Francesco  I  per  la 

prosperità  della  Maremma  .         >?  619 

8.  Cultura  del  gelso     .         .         .         „     ivi 

9.  Cure  di  Francesco  per    migliorare 

Varia  della  Maremma  .  .  „  6ao 
10.  Libertà  della  tratta  dei  grani  per  la 

Maremma  .  .  .  .  55621 
li.  Operazioni  idrauliche  pel  miglior  a- 

m,ento  di  essa  .  .  .  „  6ia 
la.  Sospensione  della  tratta  dei  grani 

nella  Maremma    .         .        ,        »  6a3 


887 
J.  i3.  Propagazione  del  gelso   in  Tosca- 

na Pag.  62.4 

14.  Lusso  introdotto  nei  giardini  .         ??  627 
i5.  Introduzione  della  pianta  del  tabac- 

co  in  Toscana       .  .         .         „     ivi 

16.  Cure  di  Cosimo  II  per  la  coltiva- 

zione della  Marenitna  senese.       „  ^'lò 

17.  Prov<>edimenti  relatl^^i  alle  boscaglie.  629 

18.  Progetti  spettanti  al  lago  di  Casti- 

glione   ...         .         .         „  63o 

19.  Cure  di  Cosimo  HI  a  prò  deW  agri- 

coltura .        .         .         .         .         »  63a 

ao.  Decadenza  deWagricoltura  nelVagro 

pisano  .....         55  633 

ai.  Deputazione  eletta  sopra  le  colti(^a- 

zioni     ......     ivi 

aa.  Cause  della  decadenza  deWagricol- 
tura        fi  634 

Note „  635 

PARTE  IL 

j>  VE  S  T  I  A  R  I  O. 

g.     I.  Varietà  di  svestire  tra  la  fine  della 

repubblica  ed  i  tempi  medicei.      »  637 
a.  Lusso  delle  {^esti  nel  principio  del    s 
regno  di  Cosimo  I        .         .         w     ivi 

3.  Bijorma  di  tal  lusso  nelle  donne,    „  *>38 

4.  La  medesima  negli  uomini       'é\s\\  n  640 

5.  resti  dei  fanciulli ,  e  delle  donne  di 

mondo  .         .         .         .         •        ^  <>4  ' 


88S 

J.    6.  Presti  dei  contadini  . 

Pag.  642 

7.  Costume  spagnuolo  nelle  stesti 

degli 

uomini  in  Toscana 

»645 

8.  Uso  nelle  vesti  muliebri  . 

»644 

9.  Abiti  delle  persone  qualificate. 

»     ivi 

10.  Vestiario  delle  magistrature  . 

»645 

11.  Varietà  nel  vestiario  toscano  . 

„646 

1^.  Vestiario  militare    . 

»647 

Note.        ...... 

»  648 

PARTE    IH. 

USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI. 


|.    I.  Mancanza  di  titolati  tra  la  nobiltà 

toscana. 

«  649 

a.  Superiorità  dei  nobili  sul  popolo.   „  65o 

3.  Carattere  dei  toscani 

»j     ivi 

4.  Lusso  nel  mobiliare. 

.         «  65a 

5.  />e/  matrimoni . 

„  653 

6.  i?e//e  «o^i^e 

„     ivi 

7.  i9e//e  arm/  t/a  guerra 

.         „  655 

8.  /)e//«  milizia   , 

9»     ivi 

9.  Z>e/  duello 

„  656 

10.  Delle  potenze  festeggianti 

.         «657 

1 1.  Zoro  combattimenti  . 

.         „  658 

la.  Spettacoli  e  giuochi 

„  659 

i3.  Compagnia  di  armati  in  Sic 

^a.         »  661 

14.  ^/^/v  spettacoli  e  feste     . 

.            »      iTi 

i5.  ^/^n  divertimenti     . 

.         «662 

16.  Dei  funerali     . 

„  663 

^o^e 

»  «64 

889 


PARTE    IV. 

LINGUA  E  LETTERE. 

§.    I.  Pregi  della  lingua  toscana       .  Pag.  Q^Q 
a.  Sua  conservazione   .         .         .         „  667 

3.  La  Tancia  di  Michelangiolo   .         „  669 

4.  Giudizi  sulla  Gerusalemme^  e  sullo 

Orlando  furioso    •         .         .         „  670 

5.  Dolcezza  della  lingua  toscana.         „  671 

6.  Protezione  alle  lettere  accordata  da 

Alessandro  e  da  Cosimo  /    .         «  672 

7.  Origine  dell'accademia  Fiorentina^y,  673 

8.  Origine  dell^  accademia  della  Cru- 

sca         »  675 

9.  Protezione  di  Ferdinando  le  Cosi- 

mo II  verso  le  lettere    .  .  „  676 

10.  Origine  di  varie  accademie       .         55678 

11.  Letterati  e  lettere  protette  da  Cosi- 

mo III  e  Gio.  Gastone  .         .         «  6  79 
Note „  680 

PARTE  V. 

RELIGIONE. 

g.    I.  Scisma  in  Toscana  .         .         .         „  68a 
*i.  Eresie  di  Lelio  Socino     ,         .         ^  683 

3.  Fausto  Socino  capo  delle  sette  a-  ' 

riane „  685 

4.  Risoluzioni  del  duca  Cosimo  I  verso 
SL  Tose,  Tom,   10.  78 


890 

i  frati  di  s.  Marco         .         .    Pag.  686 
§.    5.  La  notte  di  s.  Bartolommeo    .         „  688 

6.  Introduzione  dei  gesuiti  in  Tosca- 

na.        .....         j,  689 

7.  Inquisizione  in  Toscana  .         .         „     ivi 

8.  Operazioni  degC  inquisitori    disap- 

prosiate.         .         .         •         .         »  692 

9.  Reclami  contro  la  potestà    deif  in- 

quisizione     .         .  .         .  w     ivi 

10.  A^^enture  del  Carnesecchi  .  »  690 
I  i.  Seguito  di  esse  avventure  .         55  ^94 

la.  Suamorte  .         .         .         .         „  69$ 

i3.  Decreti  del  concilio  tridentino,  „  697 
14.  Inquisizione  governata  dai  deputati.  698 
ih.  Proibizione  dei  libri  .  .  «ivi 
16.  Conferma  deir ordine  di  s.  Stefano.^  700 
ly.  Imprese  dì  quest'ordine  .  .  55    701 

18.  Carteggio  tra  il  papa  e  Cosimo  I.  „     ivi 

19.  Visitatori  pontificii    in  Toscana.      „  702. 
r40.  Loro  visite  nel  territorio  senese.      „  704 
ai.  Spirito  d''  indipendenza  negli  eccle- 
siastici.        .         .         .         .         w  706 

aa.  Indigenza  degli  ecclesiastici  regola- 
ri  j3   706 

a3.  Atti  dei  santi  conosciuti  apocrifi.    „  707 

24.  Introduzione  delle  scuole  pie  in  To- 
scana   .         .         .         .         .         »  708 

a 5.  Istituzione  della    congregazione  dei 

bacchettoni   .         .         .         .        »?  710 

a6.  Esenzione  degli   ecclesiastici  dalle 
cH^j         gabelle »  711 

27*  Numero  di  religiosi  in  Toscana.      ,?  712 


891 

^.  ^^.  Pontefici  toscani       .         .         .  Pag.  714 

29.  Del  quietismo  .         .         .         .         ?»     ivi 

JVote »   716 

PARTE  TI. 

LEGISLAZIONE  E  GOVERNO. 

g.     I.  Stabilimento  di   un    nua^o  governo 

monarchico  democratico      .         w  7 1 7 
a.  Alterazioni  introdotte  da  Cosimo  nel 

governo.         .         •         .         .         w  718 

3.  //  Torello  ed  il  Campana  alla  testa 

del  governo  di  Cosimo  .         .         „  720 

4.  Dissolutezza  negli  ecclesiastici  raf- 

frenata  dn,  Cosimo  /    .         .         »     ivi 

5.  Pene  contro  i  ribelli         .          .         »  722 

6.  Consiglio  della  pratica  segreta»       „  724 

7.  Indulto  di  Cosimo  verso  i  fuorusci- 

ti  „  726 

8.  Gravezze  imposte  da  Cosimo  .         „  727 

9.  Editto  in  favore  dei  nuoi^i  abitatori 

di  P ortoferraio    'A'--^s\^         .         »  7^8 

10.  Sistema  governativo  di  Siena  .         ^  7211 

1 1.  Stabilimento  del  governo  in  Siena.  ^     ivi 

12.  Furie  leggi  emanate  da  Cosimo  I.  „  781 
i3.  Articoli  del  nuovo  governo  ,  ^  782 
14.  Ministero  di  Siena  .  .  .  „  733 
i5.  Governo  economico  di  Francesco.  ^  734 
16.  I^fagistrafo  della  consulta  .  »  ivi 
ly.  Governo  di  Cosimo  1/  .  .  ^  735 
18.  Governo  di  Ferdinando  li       .        n  737 


892 

g.  19.  Bassa  politica  di  Cosimo  III .   Pag.  ^38 
20.  Debolezza  deiramministrazìone  del 

suo  governo .         .         .         .         5>     ivi 
Note „  740 

PARTE  VII. 

COMMERCIO  ,  NAVIGAZIONE  E  MONEFA. 

^i  Ti  ^Mercanti  fiorentini  in  varie  paHi  di 

Europa »  74^ 

'i^     a.  Commercio  dei  toscani     .         .         „  ^4^ 
?>.  Del    lanificio  di  Firenze  .  .         j?     ivi 

4.  Commercio  di    Livorno     .         .         „  ^44 

5.  Sicurezza  dei  galeoni  mercantili  del 

granduca       .        .         .         .         »?  74^ 

6.  Cause  della  decadenza  del  commer" 

ciò  fiorentino         .         .         .         »  74^ 
'^.  Fallimenti  dei  mercanti  toscani.      „  747 
8.  Privato  commercio  del  granduca.   „  748 
'      9.  Nuove  leggi  agrarie  nello  stato  di 

Siena »?  749 

6.  10»  Opinione   degli    economisti    toscani 
r  sulla  Maremma    .         .         .         w  75o 

li.  Fantaggi  arrecati  al  commercio  da 

Ferdinando  1.        .         .         .         w  7^^^ 
la.  Ritorno  dei  mercanti  fiorentini  alla 

patria w  75a 

i3.  Ricchezze  di  Ferdinando  I     .         „     ivi 
14.  Proposizioni   di   commercio  tra   il 

granduca  e  Vlnghilterra       .         „  j^'^ 
i5»  Fallimento  di  Filippo  IL         .         »  7^^ 


895 
J-  i6.  Introduzione    di  molte    arti   ignote 

alla  Toscana         .         .         .   Pag.  767 

17.  Commercio  di  Pisa  trasferito  a  Li- 

vorno     „  768 

18.  Languore  del  commercio,         .         „  769 

19.  Proibizione  di  trasportare  Varte  del- 

la lana  e  della  seta  fuori  di  pa- 
tria         „  760 

20.  Totale  decadenza  del  commercio.  9,  y6i 
ai.  Monete  di  Alessandro  de'' Medici.  „  761 
aa.  Altre  sue  monete  .  .  .  „  768 
n'ò.  Monete  di  Cosimo  I  e  Francesco  /.„  764 
^.  Monete  di  Ferdinando  II  e  Cosimo 

Il „  765 

25.  Monete  di  Cosimo  III  e  Gio.  Gasto- 
ne   ,5  76^ 

Note  ........  767 

PARTE  Vili. 

ARTI. 

fV  - 

J.     i.  Michelangiolo  sollecitato  da  Cosimo 

a  rimpatriare       .         .         .         „  769 

a.  Origine  del  giardino  di  B oboli,         «  770 

3.  Architettura  del  Vasari  .         .        w  771 

4.  Deir  Ammannato^edel  BuontalentLn  772 

5.  Di  Gherardo  Sils^ani         .         .         w  774 

6.  Della  cappella  medicea  di  s.  Loren- 

zo.           „  775 

fj.  Capricci  nell'architettura        .        »  i?i 

8.  Decadenza  dell'architettura    .        „  776 


«94 

J.    9.  Del  tempio  della  Madonna  dì  s.  Bia- 
gio a  Montepulciano     ,         .    Pag.  778 
10.  Opere  di  Berii^enuto  Cellinl       .         „     Ivi 
^v  li,  Abilità  di  Fincenzo  Danti        ,         »  780 
|.   la.  Declinazione  deWarte  ^trso  V  affet- 
tazione.        .         .         .         .         ,,781 
i3.  Merito  di  Gio.  Bologna  e  del    Ric- 
ciarelli da  Volterra      .         ,         >?  782 
14.  Dei  seguaci  di  Gio.  Bologna     .         «  786 
i5.  Cause  della  decadenza  della  scultu- 
ra  „  786 

5    iQ.  Artisti  toscani  di  minor  merito.      „     ivi 

17.  Portenti  del  cieco  da  Gambassi.      „  787 

18.  La^^ori  in  porfido     .         .         .         w  788 
\^.  Opere  di  Giovanni  Foggini       .         „  789 

'i  ao.  Ultima  depravazione  della  scultura  „  790 
-  ^\.  Degl'intagliatori  in  pietre  dure.  „  791 
2a.  Dei  lavori  di  tarsia.  .  .  „  792 
a3.  DeWincìsione  in  rame  .  .  „  79-^ 
a4.  i9e/  coAi/o  (^e//e  medaglie.  .  „  795 
a  5.  Difetti  nella  pittura  dei  seguaci  di 

Michelangiolo        .         .         .         „  796 

26.  Di  Giorgio  Vasari  .         .         .         ?j  798 

27.  Sua  scuola  .  .  .  .  5,  799 
a8.  Scuola  di  Santi  di  Tito  ,  »  „  801 
39.  Scuola  del  Brotizino         .         .         „  8oi 

A   3o.  Scuola  di  Ridolfo  del  Ghirlandaio.  „  8o3 
Si.  Pitture  della  cupola  del  duomo  di 

Firenze w  804 

3 a.  Opere  di  pittori  esteri  in  Toscana.  „  8o5 
'òZ.  Scuola  pisana.  .  .  .  „  8of> 
34-  Scuola  lucchese       ,        .        .        „  808 


895 
g.  35.  Opere  del  Cigoli  .  .  .  Pag.  809 
36.  Sua  scuola  ,  •  .  .  ,,810 
Zy,  Opere  di  i>ari  fiorentini  .  .  9?  812. 
^8.  Di  Cristo/ano  i^lori  e  deW Empoli.»  ivi 
2b.  Di  Matteo  Rosselli  .  .  .  55  814 
»'5b.  Di  Gioi^anni  da  san   Gio^>anni  e  del 

Franceschini  .  .  .  w  ivi 
41.  Segue  la  scuola  fiorentina  .  59  816 
4 a.  Pittori  del  Borgo  s.  Sepolcro.  9?  818 
^"S.  Altri  pittori  toscani.  .  .  99  819 
44-  Riforma  della  scuola  toscana  .  „  8ao 
0^45.  Stile  Jacile  e  gustoso  del  Ligozzi.  „  8ai 
40.  Del  Cortona  .  .  .  .  „  8i3 
4?.  *^«*a  scuola       .         .         .         .         „  824 

48.  /)/  Domenico  Gabbiani  e  d'altri.      „  825 

49.  Di  altri  pittori  fiorentini.  .  ,.  826 
5 a  Pittori  lucchesi  .  .  .  „  828 
òi.  Scuola  cortonesca  .  .  .  „  829 
S2..  Segue  la  medesima  scuola        .         9,  83i 

53.  Scuola  senese  di^^ulgata per  V Italia.  833 

54.  Z>e/  cfli'.  Ventura     .         .         .         „  834 

55.  />€/  Fanni        .        .         .         .         99     ivi 

56.  -¥er//o  del  Peccie  del  Petrazzi.      ,9  83.S 

57.  /  noi^issimi  del  Nasini     .         .         „  836 

PARTE  IX. 

SCIENZE. 

g.     I.  Scienze  protette    da    Cosimo    II   e 

Ferdinando  II      ...        ^  84q 


896 

g.    a.  Duni^^ersità  di  Pisa  restaurata  da 

Cosimo  I      .         .         .        .   Pag.  841 

3.  Aumenti  da  esso  fatti      .         .         w  84a 

4.  Sue   cure  rivolte  91''  uplversità  .di 

Firenze  e  di  Siena        ,         .         J* 

5.  Protezione   di   Francesco  I  per  l^f^^* 

scienze .....         ^     ivi 

6.  Erezione  del  collegio  Ferdinando  di 

Pisa 5,  846 

7.  Fondamenti  del  teatro  italiano.       „  848 

8.  Della  giurisprudenza  e  delle  mate- 

matiche        .         .         .         .         w  85o 

9.  Fondazione  dell*  accademia  del  Ci- 

mento  .  .  .  .  .  w  85i 
IO.  Come  fosse  abolita  .  .  .  „  85a 
il.  Istituzione   del   gabinetto  di   storia 

naturale         .  .  .  .  „   853 

la.  Specola  di  Pisa  fatta  erigere  da  Gio. 

Gastone  .  .  .  .  „  854 
Note w     ivi 


DG  Inghirami,   Francesco 

736  Storia  della  Toscana 

15 
t.9-10 


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